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Full text of "Giornale storico della letteratura italiana"

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HANDBOUND 
AT  THE 


UNIVERSITY  OF 


GIORNALE  STORICO 


LETTERATURA  ITALIANA 


VOLUME    XXXIX. 

(lo  semestre  1902). 


Hi 

GIORNALE  STORICO 


DELLA 


LEnERATUEA  ITALIAM 


DIRETTO   E   REDATTO 


FRANCESCO  NQVATI  E  RODOLFO  RENIER 


VOLUME    XXXIX. 


Casa  £]d.itrìoe 

ERMANNO    LOESCHER 
1902. 


PROPRIETÀ   LETTERARIA 


Torino  —  Vtxoiirzo  Bona  .  Tip.  di  S.  M.  e  de*  BR.  Principi. 


NOTIZIE  SULLA  VITA  E  SUGLI  SCRITTI 


DI 


EUHIALO  MOEANI  DA  ASCOLI 


CENNI   BIOGRAFICI. 

Premetto  che  io  non  pretendo  di  scrivere  una  completa  biografia 
di  Eurialo  d'Ascoli.  Non  me  lo  consentono  le  notizie  saltuarie,  e 
spesso  incerte,  che  sono  fornite  da  coloro  che  finora  se  ne  occu- 
parono, né  gli  accenni,  anche  più  scarsi,  che  si  possono  trovare 
qua  e  là  in  lettere  o  scritti  di  contemporanei.  Non  esiste  nulla 
di  lui  neppure  in  Ascoli,  suo  luogo  di  nascita  ;  e  le  ricerche  da 
me  fatte  nell'Archivio  Comunale  potrebbero  dirsi  completamente 
negative,  se  non  fosse  per  due  testimonianze  risguardanti  l'am- 
basceria di  Eurialo  e  la  sua  elezione  ad  anziano.  In  ogni  modo 
mi  sia  permesso  di  aggiungere  qualche  cosa  al  già  detto,  e  di 
mettere  un  po'  d'ordine  in  quello  che  finora  fu  confusamente  o 
inesattamente  affermato. 

L'anno  in  cui  nacque  Eurialo  non  si  sa:  ma  non  andremo 
troppo  lungi  dal  vero,  cercando  di  determinarlo  approssimativa- 
mente. Ci  serve  di  guida  il  fatto  che  la  prima  sua  opera  a  stampa 
porta  la  data  del  1516,  e  che,  in  quell'epoca,  egli  doveva  essere 
ancora  molto  giovine.  D'altro  canto  la  sua  vita,  nonostante  ogni 

Giornalt  storico,  XXXIX,  fase.  115.  1 


2  E.   DEBENEDETTI 

contraria  asserzione,  si  prolungò  certamente  oltre  la  metà  del 
secolo  XVI;  sicché  par  quasi  certo  che  dovesse  nascere  un  po' 
prima  della  fine  del  secolo  XV.  La  famiglia,  a  cui  apparteneva, 
se  si  deve  credere  a  Francesco  Antonio  Marcucci,  autore  del 
Saggio  delle  Cose  Ascolane,  costituiva  uno  dei  rami  della  fa- 
miglia Quiderocchi  o  della  Rocca,  suddivisa  in  Morani,  Conti, 
Jannotti  e  Musciarella  (1).  Del  resto,  la  cosa  ci  è  confermata  in- 
direttamente dall'Andreantonelli,  là  dove  dice  che,  a  tempo  suo, 
un  libro  con  alcuni  emblemi  delineati  di  mano  d'Eurialo  si  tro- 
vava appunto  penes  Titum,  Guidarocchium  patricium  ascula- 
num.  I  Morani,  che  erano  il  ramo  a  cui  il  poeta  apparteneva, 
furono  nobile  famiglia,  illustrata  in  patria  da  importanti  perso- 
naggi ;  fra  i  quali  l'Andreantonelli  ricorda  un  fratello  dello  stesso 
Burlalo,  Ippolito,  summae  apud  Asculanos  auctoritatis  vir  et 
princeps  in  RepuUica.  Ma  già  a  quel  tempo  le  cose  della  fa- 
miglia dovevano  volgere  al  peggio,  poiché  Burlalo  lamenta  spesso 
le  sue  non  floride  condizioni;  e,  quando  l'Andreantonelli  scriveva, 
dovevano  essere  precipitate  proprio  in  basso  loco:  a^  nwnc  gwae 
superest  soboles,  ad  extremam  redacta  calamitatem,  iacet  (2). 
Aurelio  Morani  fu  dunque  il  nome  di  nascita  del  Nostro:  l'altro, 
Burlalo  d'Ascoli,  che  in  parte  non  è  se  non  l'anagramma  del 
primo,  fu  il  nome  sotto  il  quale  comparve  nella  repubblica  let- 
teraria. B  vi  comparve  assai  presto.  Doveva  essere  infatti  piut- 
tosto giovine,  quando  nel  1516  uscirono  in  Siena  i  suoi  due  libri 
di  Epigrammi  latini.  Chi  lo  presentava  e  lo  raccomandava  al 
pubblico  era  Claudio  Tolomei,  giovine  egli  pure  appena  venti- 
quattrenne (n.  1492)  ;  e  le  sue  parole  in  lode  di  Burlalo  suonano 
appunto  quali  poteva  dettarle  l'affetto  e  l'ammirazione  per  un 
coetaneo.  Beco  dunque  Burlalo  a  Siena;  giacché  la  stampa  del 
libro  in  questa  città  e  una  parte  del  suo  contenuto  non  ci  per- 


(1)  Saggio  delle  Cose  Ascolane,  Teramo,  1766,  pp.  379-380.  Che  l'autore  di 
questo  Saggio  sia  il  Marcucci,  abate  ascolano,  si  desume  dal  paragrafo  li,  33. 

(2)  Sebastiani  Andreantonelli  canonici  asculani  et  protonot.  apostolici 
historiae  asculanae  libri  IV,  Patavii,  1673. 


NOTIZIE   DI   BORIALO  MORANI   DA  ASCOLI  3 

meltono  di  revocare  in  dubbio  che  il  nostro  scrittore  vi  soggior- 
nasse piuttosto  a  lungo.  Egli  conosce  molte  donne  senesi,  ne  ce- 
lebra la  bellezza,  scrivo  versi  per  loro:  conosce,  oltre  al  Toloraei, 
il  Vannozzi,  il  Piccolomini,  il  Sozino,  e  altri  personaggi  di  quel 
paese:  chiede  per  Siena  la  protezione  di  Leone  X:  insomma  di- 
mostra chiaramente  di  aver  preso  parte  per  qualche  tempo  alla 
vita  di  quella  città,  e  di  essere  entrato,  ben  accolto,  nel  circolo 
dei  suoi  letterati.  Come  e  perchè  capitasse  a  Siena  non  sappiamo; 
e  non  si  sa  neppure  quando  lasciasse  questo  soggiorno.  Certo  vi 
si  trovava  ancora  nel  settembre  del  1517,  perchè,  stampandosi  in 
quell'epoca  il  Segreto  del  Petrarca  tradotto  da  Francesco  Orlan- 
dino senese,  Eurialo  scrisse  per  l'occasione  un  epigramma,  che 
si  trova  appunto  premesso  a  detta  traduzione  col  suo  nome,  co- 
gnome e  patria  (1).  L'epigramma  è  il  seguente: 

EURIALI  MORANI   ASCULANI. 

Ardebam  auricomi  sentire  Gracula  Phoebi 

Atque  medusei  sumere  fontis  aquam: 
Visere  oliviferae  et  chrystallina  scura  Minervae, 

Quae  lovis  a  magno  vertice  nata  dea  est: 
Atque  novera  sacras  Parnasi  cernere  Musas, 

Quae  sunt  indoctis  turba  relieta  viris; 
Atque  poli  cantus  ardebam  audire  canoros 

Quae  vox  auriculis  non  capienda  meis. 
Desino:  Petrarcae  conserta  volumine  nam  sunt 

Sortes,  unda,  aegis,  culmina,  musa,  sonus. 

L'ammirazione  del  secolo  proclamava  il  Petrarca  ingegno  so- 
vrano, ed  Eurialo,  come  si  vede,  non  se  ne  stava.  Anche  la  sua 
valentia  di  disegnatore  mise  a  servizio  del  culto  comune,  e  di 
sua  mano  abbellì  con  alcuni  emblemi  un  codice  del  canzoniere 
del  Petrarca,  che  era  poi  quello  stesso  conservato  come  prezio- 


(1)  Vedi:  El  Secreto  di  Messer  Francesco  Petrarca  in  prosa  vulgare, 
impresso  in  Siena  per  Simeone  di  Niccolò  stampatore,  a  dì  17  di  Sep- 
tembre  1517. 


4  E.   DEBENEDETTI 

sita  domestica  in  casa  Quiderocchi,  al  tempo  dell'Andreanto- 
nelli  (1). 

A  Siena  dunque  il  Morani  erasi  stretto  in  rapporto  con  gli 
ingegni  più  eletti  della  città.  Lo  ritroviamo  poi  a  Roma,  in  una 
compagnia  più  spensierata  forse,  ma  non  meno  illustre.  Nel  1524, 
dopo  la  peste  che  aveva  mietuto  tanta  strage,  e  riempito  gli 
animi  di  desolazione,  una  lieta  brigata  d'artisti,  scampati  mira- 
colosamente al  malanno,  soleva  riunirsi  di  quando  in  quando  per 
darsi  bel  tempo.  Ne  facevano  parte,  a  tacer  d'altri,  il  famoso 
pittore  Giulio  Romano  e  Benvenuto  Gellini,  che  ce  ne  dà  la  no- 
tizia. Con  loro  era  pure  il  nostro  ascolano,  il  quale  metteva  a 
disposizione  della  compagnia  le  sue  maravigliose  doti  d'improv- 
visatore. La  lode  non  è  mia,  ma  del  Gellini  stesso,  il  quale,  a 
proposito  di  una  cena  offerta  dalla  gioconda  brigata  ad  alcune 
donne:  «  Appresso  alla  musica  —  scrive  —  un  certo  Aurelio  Asco- 
«  lano,  che  maravigliosamente  diceva  allo  improvviso,  comincia- 
«  tosi  a  lodar  le  donne  con  divine  e  belle  parole,  in  mentre  che 
«  costui  cantava  etc.  ».  Quello  che  accadde  «  mentre  che  costui 
«  cantava  »  possono  vederlo  da  se  i  miei  lettori ,  scorrendo  la 
festevolissima  pagina  del  Gellini  (2). 

Quanto  si  trattenne  a  Roma  il  Morani?  Non  siamo  in  grado 
di  dirlo.  Dall'avvenimento  or  ora  accennato  fino  alla  sua  elezione 
ad  Anziano  in  patria,  non  ci  soccorrono  sul  conto  suo  altre  no- 
tizie ;  salvo  quella  di  una  canzone  da  lui  composta  In  morte 
delV Ariosto  {i^^'ò),  la  quale,  secondo  il  Gantalamessa,  si  trove- 
rebbe aggiunta  a  una  ristampa  della  Vita  disperata,  Venezia, 
Dindoni,  1542  (3).  Io  parlo  però  sulla  fede  di  lui,  perchè  finora 
non  ebbi  occasione  di  vederla. 


(1)  Cfr.  anche  il  già  citato  Saggio  delle  Cose  Ascolane,  loc.  cit. 

(2)  Autobiografia,  I,  29.  —  Non  c'è  dubbio  che  l'identificazione  dell'Au- 
relio Ascolano  col  nostro  Borialo,  congetturata  per  primo  dal  Carfani,  Yita 
e  opere  del  Cellini,  Collezione  di  scrittori  italiani,  Milano,  1806-1811,  ri- 
sponda a  un'ipotesi  molto  fondata.  Perciò  l'abbiamo  accettata  senz'altro. 

(3)  G.  Cantalamessa  Carboni,  Memorie  intorno  i  letterati  e  gli  artisti 
della  città  di  Ascoli  nel  Piceno,  Ascoli,  L.  Cardi,  1830. 


NOTIZIE  DI  EURIALÒ  MORANI  DA  ASCOLI  5 

Fu  nel  1536  che  Ascoli,  sua  patria,  chiamò  il  Morani  alla  ca- 
rica di  Anziano.  Del  resto  anche  anteriormente  egli  doveva  far 
parte  del  Consiglio  della  città,  perchè  nell'indice  de' libri  dei 
Consigli  (Arch.  Municip.  di  Ascoli)  si  dice  esplicitamente  che  non 
poteva  esservi  Anziano  all'infuori  degli  800  consiglieri,  né  al 
disotto  dei  trent'anni.  Quest'ultimo  particolare  concorda  anch'esso 
con  la  nostra  ipotesi  sulla  nascita  di  Burlalo.  Riproduciamo  qui 
nel  suo  originale  la  notizia  attestante  l'elezione  del  Morani: 

Die  xxj  Xbris  1536.  —  Publico  et  Generali  concilio  civitatis  eiusdem  etc. 
in  sala  magna  congregatis,  et  praesente  Domino  Alexandro  Pallanterio  au- 
ditore et  locumtenenti  Domini  Sfortiae  Gubernatoris  etc.  Ad  laudem  dii 
eiusque  gloriosissimae  Matris  Virginis  Mariae  etc.  ex  cassetta  consueta  fue- 
runt  extracti  magnifici  domini  Antiani  et  alia  infrascripta  ofScia. 

Jac(obus)  Mauli  \ 

Jac(obus)  Pandulfl  | 

Jo:  Franc(iscus)  Marinibelli  (   Magnifici  Domini  Antiani  mensium 

DoMiNus  AuRELius  MoRANUS  (      Januaril  et  Februarii  proximorum. 

Hercules  Persanctis  I 

Gabriel  de  Quattroculis  ' 

In  seguito  a  quest'elezione,  il  Morani  coi  suoi  colleghi  entrò 
in  carica  il  1°  gennaio  1537: 

Kalendis  Januariis  1537.  —  Magnifici  Domini  Antiani,  Gonsules  et  serva- 
tores  mensium  Januaril  et  Februarii  1537,  servatis  servandis  in  sala  magna 
iuraverunt  eorum  officium  in  forma  etc.  (1). 

Ma  con  tutta  la  sua  qualità  di  «  magni  ficus  dominus  Antianus  », 
Burlalo  non  doveva  trovarsi  in  condizioni  molto  prospere.  Ce  io 
dimostra  la  Vita  disperata,  la  quale,  a  giudicare  dalla  prefa- 
zione, rampolla  da  circostanze  reali.  Usci  in  luce  la  prima  volta 
nel  1538,  e  fu  il  componimento  che  procurò  all'autore  il  maggior 
plauso  dei  contemporanei,  compensandolo  delle  asprezze   della 


(1)  Arch.  Municip.  di  Ascoli.  Liber  Reformationum  (1535-1539).  Sulla  co- 
pertina si  legge:  D.  Aurelius  Moranus  de  Antianis  a  car.  62. 


6  E.  DEBENEDETTI 

fortuna  con  un  più  largo  battesimo  di  gloria.  Della  fama  goduta 
in  questo  momento  dal  Morani,  può  essere  testimone  una  lettera 
del  cavalier  Rosso,  nella  quale  l'autore,  scrivendo  del  proprio 
matrimonio  al  cardinal  Farnese,  invitava  umoristicamente  tutti 
i  migliori  poeti  a  celebrarne  le  lodi  (1).  Fra  questi  è  compreso 
pure  il  Morani:  «  Et  il  grande  Aurelio  Ausculano,  in  cima  della 
«cupola  fiorentina,  a  bocca  aperta  gridi  le  pompe,  i  fausti,  la 
«  beltà  incomportabile  d'ambidue  i  congiunti  ».  La  lettera  è  da- 
tata da  Fiorenza,  a' 15  di  gennaio  1539;  e  il  passo  che  ne  ab- 
biamo riportato  serve,  se  non  c'inganniamo,  a  congetturare  che 
anche  Burlalo,  in  quel  momento,  si  trovasse  all'ombra  della  cu- 
pola di  Brunellesco.  La  cosa  del  resto  sembra  confermata  dallo 
stesso  Marcucci,  là  dove,  toccando  succintamente  delle  vicende 
di  Burlalo,  accenna  a  una  sua  dimora  anche  in  quella  città  : 
«  Partito  da  Ascoli  sulla  verd'età,  portossi  in  Roma,  Napoli,  Fi- 
«  renze  e  Siena ». 

Della  Vita  disperata  si  fecero  negli  anni  successivi  varie  ri- 
stampe ;  e  il  poeta  stesso  la  incluse  nuovamente  fra  le  Stanze 
di  vari  soffietti,  che  pubblicò  a  Roma  sul  principio  del  1539,  con 
dedica  al  cardinale  Farnese.  Pochi  mesi  dopo,  sempre  a  Roma, 
pubblicò  pure  le  Stanze  sopra  il  Laocoonte,  la  Venere  e  V Apollo, 
le  tre  splendide  statue,  oggi  nel  Vaticano,  ch'eran  tornate  in  luce 
ai  suoi  giorni. 

Fu  certamente  in  questo  torno  di  tempo  che  il  Morani  godette 
come  poeta  del  maggior  favore,  e  si  acquistò,  in  patria  e  fuori, 
una  considerevole  rinomanza.  Nel  1541  Ascoli  gli  affidò  un  nuovo 
e  più  onorifico  incarico,  mandandolo  ambasciatore  al  papa  (2). 


(1)  Lettere  facete  e  piacevoli,  raccolte  per  M.  Dionigi  Atanagi,  Voi.  1», 
Vinegia,  1601,  p.  384. 

(2)  Abbiamo  desuato  questa  indicazione  dal  Libretto  ms.  di  notizie  sto- 
riche estratte  dallo  Archivio  del  Municipio  Ascolano  dall'Abbate  Gaetano 
cav.  Frascarelli,  per  illustrare  le  memorie  della  sua  patria  (1854);  libretto 
esistente  nella  Biblioteca  Comunale  di  Ascoli.  Dobbiamo  però  soggiungere, 
per  amore  di  verità,  che  almeno  nei  Libri  dei  Consigli  non  ci  venne  fatto 
di  trovare  la  conferma  di  simile  incarico  aflBdalo  al  Morani. 


NOTIZIE   DI   EURIALO   MORANI    DA   ASCOLI  7 

Era  allora  sul  soglio  pontifìcio  Paolo  III;  e  tanto  lui  quanto 
Leone  X,  sappiamo,  perchè  ce  lo  attesta  il  Marcucci,  che  ebbero 
in  molta  stima  questo  nostro  pgeta.  Non  molto  dopo,  altra  am- 
bita distinzione  ottenne  il  Morani  da  Carlo  V:  al  quale,  reduce 
dalla  sfortunata  impresa  di  Algeri,  recitò  un  poema  da  lui  com- 
posto su  tale  argomento,  e  n'ebbe  in  premio  una  collana  d'oro  (1). 
Suppongo  che  per  questa  recitazione  il  Morani  attendesse  la  ve- 
nuta in  Italia  di  Carlo  V;  e  allora  sarebbe  facile  stabilirne  la 
data,  perchè  sebbene  l'impresa  di  Algeri  terminasse  nel  1541, 
l'imperatore  non  venne  in  Italia  che  nel  maggio  1543  (2).  Ag- 
giungiamo subito  che  il  poema  di  Eurialo,  il  quale,  secondo  il 
Marcucci,  aveva  per  titolo:  Le  gesta  di  Carlo  V  nell'assedio  di 
Algeri,  deve  probabilmente  identificarsi  con  le  «  XXXIX  stanze 
«  indirizzate  all'invittissimo  Carlo  V  sempre  Augusto  »,  di  cui 
parlano  il  citato  Cantalamessa  e  il  Nardini  (3).  Queste  stanze, 
insieme  ad  altre  LXXXIII  «  sopra  la  impresa  dell'Aquila  »  furono 
vedute  manoscritte  in  un  bellissimo  codice  membranaceo  in  8° 
da  Apostolo  Zeno.  Anzi,  secondo  quest'ultimo,  il  codice  da  lui 
visto  sarebbe  stato  quello  stesso  presentato  in  persona  dal  poeta 
a  Carlo  V,  la  cui  impresa  col  motto  plus  ultra  e  la  cui  aquila 
imperiale  si  vedevano  disegnate  sulla  copertina,  adorna  di  ra- 
beschi d'oro  (4). 

Anteriore  alla  recitazione  del  poema  sull'impresa  d'Algeri  (se, 
come  ci  parve  di  congetturare,  questa  recitazione  avvenne  nel 


(1)  Fonte  di  questa  notizia,  a  detta  del  Grescimbeni,  sarebbe  il  p.  Paolo 
Antonio  Appiani  delia  Compagnia  di  Gesù,  autore  di  un  Ateneo  Ascolano, 
rimasto  inedito  dopo  la  sua  morte.  Penso  sia  tutt'una  cosa  con  quella  Storia 
de'  Letterati  Ascolani,  di  cui  il  Marcucci  dice  che  fu  lasciata  incompiuta 
dall'autore  (f  1706). 

(2)  Erra  il  Tassi  {Note  ali" Autobiografia  del  Cellini,  Firenze,  G.  Piatti, 
1829)  confondendo  la  vittoria  (!)  di  Algeri  (1541)  con  l'impresa  antecedente 
di  Tunisi  (1535). 

(3)  E.  Nardini,  De'  versi  di  Eurialo  Morani,  in  Progresso,  gazzetta  della 
provincia  di  Ascoli,  anno  1882,  numeri  31,  33-36. 

(4)  A.  Zeno,  Memorie  mss.  de"  poeti  italiani,  t.  1,  a  e.  230.  La  notizia 
rimonta  al  Mazzuchelli,  presso  cui  trovavansi  queste  Memorie.  Gfr.  Gli  scrit- 
tori d'Italia,  Brescia,  1753,  voi  1,  P.  II,  pp,  1157  sgg. 


8  E.   DEBENEDETTI 

1543),  è  un'  altra  ambasceria  del  Morani ,  affidatagli  anch'essa 
dal  Consiglio  della  sua  città.  Questa  volta  fu  mandato  a  Napoli 
per  trattarvi  un  affare  di  restitqzione  territoriale  (la  restituzione 
di  Colonnella);  e  pare  che  anche  colà  venisse  singolarmente 
onorato,  non  solo  in  vista  dell'alto  ufficio  che  ricopriva,  ma  anche 
della  fama  che  lo  precedeva.  Ecco  pertanto,  nel  latino  buro- 
cratico e  alquanto  grosso  dei  Libri  de'  Consigli  l'attestazione 
della  sua  nomina  ad  ambasciatore  {praior): 

Die  XX  Aprilis  1542.  —  Concilio  Gentum  et  Pacis  etc.  in  sala  et  praesente 
Magnifico  Domino  Alexandre  Pallanterio  Gubernatore  L(itte)rae  Alfontii 
Giuccii  oratoria  in  urbe  prò  rebus  salis,  Porculae   causis   Nereti   et   Golu- 

mellae 

Super  quibus  omnibus,  Doniinus  Jo:  Yincentius  Alvitretus  unus  de  numero 
dixit  et  consuluit:  super  prima,  quod  comittantur  Domino  Aurelio  Morano 
omnia  negocia  civitatis  prò  Golumella  et  aliis  privilegiis  :  qui  eligatur  Orator 
civitatis,  et  Givitas  suppleat  usque  in  centum  scutis,  m*  40  auri,  vel  modo 
vel  ad  tempus,  uti  videbitur  dominis  Antianìs  et  civibus  vocandis  cura  omni 
auctoritate  praesentis  Goncilii  inveniendi  denarium;  et  cura  venerit  effectus, 
ofiferatur  remuneratio:  quod  fuit  obtentum  per  fabas  del  sii  settuaginta  tres, 
non  obstantia  aliqua  del  non  in  contrarium  (1). 

Dopo  l'ambasceria  di  Napoli,  gli  scrittori  ascolani  che  parla- 
rono  di  Eurialo  non  ci  sanno  fornire  altre  notizie  sul  conto  suo; 
anzi  ritengono  per  certo  che  morisse  in  questo  stesso  anno  1542, 
in  un  viaggio  da  lui  intrapreso  per  mare.  Scrive,  per  esempio, 
il  Marcucci:  «Tornato  dunque  Eurialo  dalla  sua  ambasceria  di 
«  Napoli,  partir  volle  nell'anno  stesso  1542  per  Inghilterra,  da 
«  dove  era  continuamente  invitato  da  que'  letterati.  Sdegnatosi 
«  contro  di  lui  il  mare,  lo  fermò  nell'infelice  viaggio,  e  quelle 
«  glorie  che  acquistate  si  avea  in  terra,  glie  le  fé'  seppellir  tra 
«  le  acque  »  (2).  La  notizia  è  falsa ,  almeno  per  quello  che  ri- 
guarda la  morte.  E  non  mi  maraviglierebbe  che  fosse  tale  anche 


(1)  Arch.  Gom.  d'Ascoli.  Liber  Reformationum  (1540-1543)  a  e.  117-118. 

(2)  Op.  cit.,  p.  380. 


NOTIZIE  DI  BORIALO  MORANI   DA   ASCOLI  9 

nella  parte  che  riguarda  il  viaggio:  tanto  più  che,  come  abbiamo 
detto,  non  è  fuor  di  luogo  supporre  che  Burlalo  fosse  in  Italia, 
quando  vi  giunse  Carlo  V  nel  maggio  1543.  Ad  ogni  modo,  in 
Italia  0  altrove,  egli  era  ancora  ben  vivo  in  quest'epoca  e  una 
decina  d'anni  più  tardi.  Ne  abbiamo  delle  prove  che  non  per- 
mettono il  dubbio. 

Non  metterò  fra  queste  una  lettera  dell'Aretino  al  Goriolano, 
nella  chiusa  della  quale  si  legge:  «  Intanto  basciatemi  Aurialo 
«  d'Ascoli  nostro  fratello,  e  giocondo  spirito  della  piacevolezza  »  (1). 
Questa  lettera  è  datata  di  «  Vinetia  il  24  di  luglio  1542  »,  e  non 
basterebbe  di  per  se  stessa  a  escludere  né  il  supposto  viaggio 
né  la  supposta  morte  dentro  i  limiti  di  quell'anno.  Ma  dall'Are- 
tino stesso,  che  fu  grande  amico  di  Burlalo,  ci  viene  un'  altra 
incontrastabile  testimonianza. 

Nei  Temali  da  lui  composti  «  in  gloria  della  reina  di  Francia  »  (2), 
dove  esorta  i  più  eletti  ingegni  del  suo  tempo  a  celebrare  in 
rima  le  lodi  di  Caterina,  si  leggono  fra  gli  altri  questi  versi,  al- 
l'indirizzo del  Morani  : 

Il  possente  tuo  plettro,  Aurialo  Orfeo, 
Dedica  all'alta  donna,  poicli'aggiugni 
Con  esso  i  merti  d'ogni  semideo. 

jf  In  che  epoca  furono  scritti  i  Ternani  Lo  dice  questa  lettera 
che  li  precede  e  li  accompagna:  «Alla  Reina  di  Francia  -  Nel 
«  saper  tutta  quanta  Italia  che  in  laude  della  Maestà  Vostra  ho 
*  fatto  il  presente  capitolo;  stassi  dalle  nobili  genti  aspettando 
«  qual  sia  maggior  in  la  liberalità,  o  il  dono  che  fa  la  mia  virtù 
«  a  i  suo'  merti,  o  vero  il  premio  che  la  di  Lei  grandezza  porge 
«  alla  mia  penuria.  Intanto  Le  bascio  la  mano  sacra  humilissi- 
«  mamente  con  l'animo.  Di  Novembre,  in  Venetia  MDL  ».  Se  ne 
deduce  dunque  con  tutta  certezza  che  nel  1550,  quando  l'Aretino 


(1)  Pietro  Aretino,  Lettere,  Parigi,  Lemaitre,  1609,  voi.  II,  pp.  299-300. 

(2)  Inseriti  nel  volume  6«  delle  sue  Lettere,  a  p.  22  (edizione  citata). 


10  E.   DEBENEDETTI 

scriveva  i  Tremali  e  li  inviava  a  Caterina  di  Francia,  Eurialo 
non  solo  non  era  morto,  ma  teneva  ancora  onorevolmente  il  suo 
posto  nell'arringo  poetico. 

Lo  stesso  si  ricava  da  un'  altra  lettera  dell'Aretino  al  Principe 
di  Piemonte,  scritta,  questa  qui,  circa  due  anni  più  tardi  :  «  di 
Marzo,  in  Venetia,  MDLII  »  (1).  La  riportiamo  nella  parte  che 
c'interessa  (sebbene  si  tratti  di  un  brano  piuttosto  lungo),  perchè, 
nella  penuria  di  notizie  intorno  a  Eurialo,  giova  poterne  ritrarre 
un  altro  dato  per  la  sua  biografia  :  «  Parrà  forse  alla  invidia, 
«  ch'io  babbi  concluso  di  donarmevi,  qual  mi  vi  dono,  con  ispe- 
«  ranza,  che  in  usarmi  liberalitade  habbiate  a  imitare  non  pur 
«  il  sacrosanto  Ferdinando  et  Carlo  con  l'altezza  di  Philippe  et 
«  della  beata  Imperatrice  ancora;  ma  né  più  né  meno  ogni  altro 
«  gran  maestro  del  mondo.  Potria  esser  eh'  ella  mi  lassasse  in 
«tal  cosa  per  non  sapere  che  infiniti,  et  continui  si  veggono  i 
«  benefitii,  che  dal  degno  Emanuello  ho  ricevuti  e  ricevo,  il  che 
«testimonia  Eurialo;  conciosia  che  l'huomo,  nella  vita,  ne 
«  i  costumi  et  nelle  voluntadi  honestissimo,  è  me  stesso  di  sorta, 
«  che  io  stovvi  appresso,  egli  standoci,  e  l'Aretino  corteggiavi, 
«l'Ascolano  corteggiandovi;  avvegnaché  l'amore,  il  quale 
«  congiunto  con  la  virtù,  fa  di  duo  corpi  uno,  et  di  uno  due, 
«  vuole  che  la  mia  anima  sua  sia,  et  la  sua  mia.  Per  il  che  in 
«  me  ridonda  lo  accrescimento ,  che  in  lui  {vostra  mercede) 
«  risulta,  etc.  ».  —  Questa  lettera  dunque,  mentre  ci  conferma 
l'affetto  veramente  grande  nutrito  dall'Aretino  per  Eurialo,  ci 
permette  in  più  di  affermare  che  l'Ascolano  nel  marzo  1552  si 
trovava  presso  il  principe  di  Piemonte,  e  (come  altri  letterati 
in  altre  corti)  otteneva  da  lui  protezione  e  favore.  Era  ormai 
lontano,  e  forse  ben  diverso,  il  tempo  in  cui  il  poeta,  inasprito 
da  un  periodo  di  avversità  e  di  miseria,  scriveva  la  Vita  dispe- 
rata, e  nell'atto  di  pubblicarla  si  mostrava  quasi  sdegnoso  d'in- 
titolarla ad  altri  che  a  sé  medesimo. 


(1)  Lettere,  voi.  6°,  edizione  cit.,  p.  75. 


NOTIZIE   DI   EDRIALO   MORANI   DA   ASCOLI  11 

Un  ultimo  documento,  dove  si  fa  menzione  di  Eurialo,  è  la 
lettera  di  Annibal  Caro  «  a  la  signora  Caterina  Balletta  a  Bru- 
«  selle  »,  in  data  23  giugno  1553  (1)  :  «  Io  non  so  già  —  scriveva  da 
«  Roma  il  Caro  —  quanto  voi  vi  ricordiate  di  me  ;  ma  voglio  cre- 
«  dere,  ch'essendo  quella  amorevole,  et  generosa  donna  che  siete, 
«non  ve  ne  siate  in  tutto  dimenticata.  M.  Aurelio  d'Ascoli 
«  m'ha  detto  gli  affanni  vostri,  dei  quali  vi  potete  ima- 
«  ginar  voi  medesima  quanto  mi  sono  doluto  ». 

Nell'anno  seguente  usciva  in  Roma,  pei  tipi  di  Antonio  Biado, 
un  altro  componimento  di  Eurialo  «  sopra  il  valoroso  et  leggiadro 
«  cavalcare  in  caccia  di  Madama  Margherita  d'Austria  ».  E  dalla 
lettera  di  dedica,  indirizzata  alla  signora  Ersilia  Cortesi  de'Monti, 
par  si  ricavi  che  queste  stanze,  sebbene  composte  già  per  l'in- 
nanzi,  uscivano  allora  in  luce  la  prima  volta,  vivente  ancora 
l'autore.  Bisogna  dunque  concludere  che  la  biografia  del  Morani 
va  continuata  almeno  fino  al  1554,  nonostante  l'asserzione  ^i  co- 
loro che  lo  facevano  morto  di  naufragio  quattordici  anni  prima  (2). 

Quando,  come  e  dove  morisse  il  Morani,  potranno  dircelo  forse 
altre  ricerche,  ma  per  ora  non  lo  sappiamo.  Dobbiamo  perciò 
contentarci  di  chiudere  questi  cenni  biografici ,  riportando  alcuni 
giudizi  che  furono  dati  di  lui,  ancora  vivente.  Questi  giudizi, 
insieme  a  ciò  che  già  abbiamo  detto,  e  alle  altre  lodi  che  sul 
conto  suo  abbiamo  avuto  occasione  di  sentire,  ci  daranno  un'  idea 
del  concetto  altissimo,  in  cui  fu  tenuto  dai  contemporanei. 

Ecco,  per  esempio,  due  distici  in  cui  le  Muse  stesse,  pregate 
da  un  suo  ammiratore,  dichiarano  che  Eurialo  è  il  poeta  più 
universalmente  gradito  e  gli  concedono  di  vivere  sino  alla  più 
tarda  vecchiaia: 


(1)  De  le  lettere  familiari  del  Comm.  Annibal  Caro,  libro  secondo,  Ve- 
netia,  appresso  Paulo  Ugolino,  1603,  p.  25. 

•  (2)  Deesi  aggiungere,  in  nome  della  verità,  che  già  il  Cantalamessa,  a  pro- 
posito deUa  lettera  del  Caro  ora  ricordata,  aveva  revocato  in  dubbio  la  no- 
tizia di  questa  morte.  Lo  faceva  per  altro  in  forma  troppo  ipotetica,  quasi 
dubitando  che  fosse  vendica  la  data  della  medesima  lettera,  e  che  l'Aurelio 
d'Ascoli,   menzionato   dal   Caro,  fosse  proprio  il    nostro  poeta.  Ma  le  altre 


12  É.   DEBENEDETTI 

Dicite,  Pegasides,  quis  vates  omnibus  inter 

Mortales  vivit  gratior?  —  Eurialus. 
—  lam  date  Nestoreos  iste  pertingat  ad  annos, 

Vos  celebrare  queat  Carmine  saepe. —  Damus  (1). 

Eccone  un  altro  di  Francesco  Arsilli  da  Sinigaglia,  nell'elegia 
De  Poetis  UrMnis  ad  Paulum  Jovium  libellus  (2),  dove  si  af- 
ferma che  Calliope  allattò  con  la  destra  mammella  Eurialo,  con 
la  sinistra  Orfeo: 

Calliope  buie  dextram  tribuit  dea  sponte  papillam, 
Threicio  vati  mamma  sinistra  data  est. 

Più  oltre  ancora  si  spinse  il  Vannozzi,  che  ebbe  il  coraggio 
di  chiamarlo  in  greco  la  «  decima  Musa  »: 

ETvai  (paai  Tiveq  òioeibet?  èvvéa  MoOaac;  • 
Veùbovrai-  beKàxri  GéoKeXoc;  EùpiaXo^  (3). 

Fermiamoci  qui  ;  e  affrettiamoci  a  soggiungere  che  il  tempo 
ha  fatto  giustizia  di  queste  lodi  iperboliche,  e  che  il  nome  di 
Eurialo  non  può  oggimai  rievocarsi  che  per  curiosità  letteraria. 


II. 

GLI   EPIGRAMMI. 

I  due  libri  degli  Epigrammi  latini  segnano,  come  già  si  è  detto, 
l'inizio  della  carriera  poetica  del  Morani.  Li  ricordano,  fra  gli 
altri,  gli  scrittori   ascolani  già  citati  :   l'Andreantonelli,  il  Mar- 


testimonianze  dell'Aretino,  delle  quali  il  Gantalamessa  non  seppe  o  non  volle 
valersi,  escludono  e  risolvono  ogni  incertezza. 

(1)  L'epigramma  è  riportato  dali'Andreantonelli  con  queste  parole:  «  Adest 
«  etiam  Visiti  Mauritii,  a  Monte  Florum  (oggi  Montagna  dei  Fiori,  presso 
€  Ascoli)  Poetae  dialogus  ad  Musas,  in  laudem  Euriali  respondentes  ». 

(2)  Riportata  dal  Tiraboschi,  Storia  della  lett.  italiana,  Venezia,  1796, 
t.  VII,  P.  IV,  p.  1589. 

(3)  Nei  distici  che  chiudono  il  libro  degli  Epigrammi  di  Eurialo:  Elq 
pipXov  ToO  EùpidXou  Bap6oXo|LiatO(;  toO  BavvoYiou. 


NOTIZIE   DI   BORIALO  MORANI  DA   ASCOLI  13 

cucci,  il  Gantalaraessa  Carboni,  il  Nardini;  ma  nessuno  di  questi, 
eccezion  fatta  per  l'Andreantonelli,  ebbe  forse  mai  occasione  di 
vederli.  A  me  fu  dato  consultarne  una  copia  alla  Vittorio  Ema- 
nuele di  Roma  (69,  4.  B.  85);  e,  per  la  sua  rarità,  penso  non  sia 
sgradito  ai  lettori  di  averne  qualche  cenno  bibliografico. 

Sul  frontespizio  si  legge  il  nome  dell'autore  e  l'indicazione  del- 
l'opera: Euriali  Morani  Asculani  Epigrammatum  libri  duo. 
Segue  la  lettera,  con  la  quale  il  Tolomei  presenta  e  raccomanda 
il  poeta:  A.  Claudius  Plolemaeus  studioso  lectori  salutem. 
Quindi  vengono  i  due  libri  degli  Epigrammi,  cominciando  dai 
distici,  che  servono  di  dedica  a  Francesco  Sozino;  e  come  con- 
clusione, è  posto  in  fondo  all'opera  un  epigramma  in  greco:  eì? 
pipXov  ToO  EìipidXou  Bap6oXo|aaTo(;  toO  BavvoYÌou  ;  ossia  quello 
stesso  di  cui  abbiamo  riportato  or  ora  il  primo  distico.  Segue 
l'errata  corrige,  e  finalmente  la  sottoscrizione:  Impresso  in  Siena 
per  Semiotie  de-Nicolo  Cartolaio  anno  Domi-ni  MDXVl  die  - 
li  de  Feraio.  L' ultima  pagina  porta  una  xilografia  sormontata 
da  queste  parole:  Romae  origo  Senaeque  insignia.  E  si  vede 
un  albero  con  sotto  la  lupa  che  allatta  i  due  gemelli. 

L'anno  dunque,  in  cui  videro  la  luce  gli  Epigrammi,  è  senza 
contestazione  il  1516,  sebbene  il  Saggio  delle  cose  ascolane  li 
attribuisca  erroneamente  al  1518.  Dalla  lettera  di  prefazione  del 
Tolomei  si  rileva  che  il  Morani  s'indusse  a  pubblicarli  per  esor- 
tazione del  Sozino.  Merita  che  si  riporti  qualche  passo  di  questa 
lettera  per  avere  un'  idea  dell'opinione  e  delle  speranze  altissime 
che  il  Morani  aveva  fatto  concepire  di  sé  come  scrittore  epi- 
grammatico. «  Gum  graece  latineque  doctissimus  varia  scriptorum 
«  genera  legerit  —  così  scriveva  il  Tolomei  di  Eurialo  —  maxime 
«  tamen  in  scribendis  epigrammatis  oblectatus,  tantum  in  eo  gè- 
«  nere  floruit  ut  qua  e  ei  ex  nostris  praeponam  (absit  dicto 
«  iniuria)  non  videam.  Hic  ergo,  ut  in  ceteris  rebus  ita  in  hoc 
«  miti  ingenio,  rogatus  a  Francisco  Sozino  viro  literarum  aman- 
«  tissimo,  sua  carmina  in  unum  collegit,  atque  ita  sub  illius  no- 
«  mine  ea  invulganda  curavit.  Accipe  igitur,  lector  studiose,  opus 
«  candidum,  aureum,  absolutum».  Ma  v'è  di  più.  Il  Vannozzi, 


14  E.   DEBENEDETTI 

come  abbiamo  visto,  chiamava  Eurialo  la  decima  Musa,  e  in  un 
altro  distico  lo  inalzava  agli  stessi  onori  di  Omero  e  di  Vergilio; 
il  Tolomei,  non  meno  entusiasta,  diceva  che  gli  epigrammi  del- 
l'ascolano gli  sembravano  addirittura  piovuti  dal  cielo  {coelitus 
(lemma).  A  ripensare  che  cosa  rappresenta  oggi  nella  patria 
letteratura  il  nome  di  Aurelio  Morani,  vissuto  in  un  secolo  che 
vide  fiorire  l'Ariosto,  il  Tasso,  il  Machiavelli  e  tanti  altri  minori 
di  loro,  ma  pur  sempre  infinitamente  più  grandi  di  lui,  vien 
fatto  di  sorridere  sopra  la  caducità  di  taluni  giudizi  pronunziati 
dai  contemporanei,  e  sopra  il  dileguarsi  di  certi  entusiasmi  mercè 
l'opera  serena  e  imparziale  del  tempo.  Con  tutto  ciò  non  si  creda 
ch'io  voglia  togliere  ogni  valore  agli  epigrammi  di  Eurialo.  Ve 
n'ha  di  quelli  che  mostrano  realmente  in  chi  li  scrisse  una  felice 
disposizione  a  questo  genere  letterario.  E,  per  dimostrarlo,  ne 
porrò  qualcheduno  sotto  gli  occhi  del  lettore. 

Il  primo  libro  contiene  (se  non  sbagliai  il  conto)  275  epigrammi: 
tutti  componimenti  brevi,  per  lo  più  dai  due  ai  dieci  versi,  ra- 
ramente oltrepassanti  questa  misura.  Il  poeta  vi  tocca  una  quan- 
tità varia  e  disparatissima  di  argomenti,  mostrando,  se  non  altro, 
abilità  e  facilità  nell'improvvisare  su  qualunque  soggetto  uno  o 
più  distici  latini.  Basti  a  persuadercene  la  trascrizione  di  alcuni 
titoli  :  Quod  omnia  sint  frivola  exceptis  nummis  (9)  ;  De  quodam 
cane  tacente  in  latrina  decem  dies  (62)  ;  De  mure  interfecto  a 
libro  ab  ipso  comeso  (73);  De  quadam,  puella  vendente  rosas  (123); 
De  viro  cadente  ex  ledo  (145);  De  fele  comedente  suos  testi' 
culos  (162).  E  chi  più  ne  ha  più  ne  metta ,  che  ci  sarebbe  da 
farne  una  raccolta  curiosissima. 

Però  il  tema  preferito,  data  l'indole  del  componimento  e  la 
giovine  età  del  poeta,  è  l'amore.  Eurialo,  per  esempio,  è  inva- 
ghito di  Fedra,  e  Fedra  gli  appare  come  Venere  in  persona  (43) 
0  come  l'imagine  stessa  di  Amore  (134).  Gli  occhi  di  lei  splen- 
dono di  tali  attrattive,  che  se  Icaro  e  Fetonte  avessero  potuto 
mirarli,  l'uno  non  avrebbe  desiderato  il  cielo,  né  l'altro  i  cavalli 
del  Sole  (133).  I  suoi  baci  hanno  tale  dolcezza,  che  valgono  a 
ricondurre  la  pace  fra  gli  dei  bisticciatisi  per  causa  sua  (129). 


NOTIZIE   DI   BORIALO   MORANI    DA  ASCOLI  15 

Vederla,  è  lo  stesso  che  mangiare  il  loto  e  succhiarne  l'oblio  (125). 
In  altri  epigrammi  il  pensiero  è  più  ardito  o  più  strano.  Ve  n'ha 
uno  in  cui  Fedra  è  assomigliata  a  un  polipo  (41),  un  altro  in  cui 
il  poeta  si  confronta  con  un  tordo  (77),  un  terzo  dove  l'amante 
invidia  la  pulce,  perchè  tocca  quello  che  a  lui  non  è  dato  toc- 
care (40). 

L'epigramma  seguente  è  intitolato  De  Phaedra  monocula,  e 
come  appare  ricercato  nel  concetto,  così  sembra  in  contradizione 
con  altri  che  precedono  o  seguono.  Venere  cerca  Cupido,  e  lo 
ritrova  ascoso  in  un  occhio  di  Fedra;  vuole  trarlo  di  li,  e  intanto 
porta  via  anche  il  nitido  occhio  di  lei  : 

45.  Gum  Venus  aligerum  quesisset  diva  puellum 

In  Phaedrae  ardenti  repperit  hunc  oculo. 
Quem  Venus  extrahere  ardenti  cum  vellet  ocello, 
Gum  nato  nitidum  traxerat  buie  oculum. 

In  quest'altro  il  poeta  spiega  come  mai  dentro  una  gabbia  di 
Fedra  si  scorgano  rinchiusi  un  pavone  e  una  colomba.  Essi  hanno 
lasciato  i  loro  uffici  presso  Giunone  e  Venere  per  darsi  a  Fedra, 
che  è  più  bella  dell'una  e  dell'altra  dea: 

54.  Ducebam  aéreas  Junonis  pavo  quatrigas: 

Alba  Gytheriacae  plaustra  columba  deae. 
None  studio  Phaedrae  nos  ambae  linquimus  ambas, 
Gum  sit  Junone  haec  pulchrior  et  Venere. 

E  così,  sempre  sullo  stesso  tema  della  bellezza  di  Fedra,  Furialo 
lamenta  ch'essa  vada  al  di  là  di  ogni  descrizione: 

31.  Tela  Jovi,  Alcidi  clavara,  orbo  Carmen  Homero 

Nemo  potest  toto  subtrahere  ingenio.  - 

Sic  est  icariis  volitare  per  aera  pennis 
Garminibus  formam  scribere,  Phaedra,  tuam. 

Quattro  cose  gli  antichi  dichiararono  insaziabili:  il  fuoco,  il 
mare,  l'inferno  e  la  donna.  Ebbene  gli  antichi  si  sono  ingannati  : 
queste  cose  son  cinque,  e  bisogna  includere  nel  loro  numero 
anche  il  poeta,  che  non  può  saziarsi  degli  occhi  di  Fedra  : 


16  E.  DEBENEDETTI 

32.  Ignis  et  infernus,  mulier  mutabilis,  aequor, 

Quattuor  haec  penitus  non  satiata  manent. 
Antiqui  cecinere  suis  mendacia  plectris: 
Non  saturor  radios,  Phaedra,  videre  tuos. 

Ma  Fedra  non  è  la  sola  donna,  per  cui  Eurialo  compone  epi- 
grammi. Accanto  a  lei  sorge  la  visione  di  altre  donne,  per  esempio 
di  Laura.  Ma  Laura  muore;  e  allora  il  poeta  le  dedica  vari  epi- 
tafi,  cadendo  talvolta  nel  solito  e  freddissimo  bisticcio  di  parola: 

80.  Quis  iacet  hoc  tumulo?  Laura,  aurum,  laurus  et  aura. 

Quis  plorat?  Pluto,  Phoebus  et  Hippotades. 

Ciò  non  ostante,  Eurialo  si  lusinga  che  Laura,  quantunque  morta, 
vivrà  per  i  suoi  versi  ;  e  in  un  altro  epitafio  fa  parlare  Laura 
stessa  in  questo  modo: 

84.  Quid  fles  marmoreum  circum,  pia  turba,  sepulcrum? 

Mortua  non  sum,  istis  vivida  carminibus. 

Fervido  invece  e  sensuale  suona  il  verso  in  onore  di  Lesbia. 
11  poeta  vorrebbe  essere  zefiro,  rosa,  o  giglio  per  potere  ine- 
briarsi più  dappresso  del  contatto  della  donna  amata: 

107.  0  utinam  levis  aura  forem!  tu  nuda  per  aulam 

Acciperes  mammis  flamina  lacteolis. 
0  utinam  rosa  rubra  forem!  ut  me,  Lesbya,  toUens 

Gestares  niveis  me  dea  pectoribus. 
Lilia  et  alba  forem  !  quae  tu  dum,  Lesbya,  carpes 

Posses  me  membris  plus  saturare  tuis. 

In  un  poeta  del  cinquecento,  e  in  una  raccolta  del  genere  di 
questa  qui,  non  deve  far  maraviglia  se  il  sacro  è  mescolato  al 
profano.  Chi  vorrà  storcere  il  labbro  se  dopo  una  serie  di  epi- 
grammi prò  imagine  Amoris  e  i?ro  imagine  Mercurii  (15-23), 
se  ne  trova  un'altra  per  le  imagini  di  Cristo  e  di  Maria?  Ecco 
un  distico  prò  imagine  Christi  una  cum  maire  scalpti:  loquitur 
Maria: 

24.  Pellite  Judaeos  templum  nunc  ense  petentes. 

Ne  donent  puero  funera  acerba  meo. 


NOTIZIE    DI   EURIALO   MORANI    DA   ASCOLI  17 

Talvolta  il  sacro  è  confuso  col  profano  nello  stesso  componi- 
mento. E  dalla  combinazione  dei  due  elementi  nasce  qualche  cosa 
di  originale  e  d'indovinato.  Il  poeta  vede  della  gente,  che  va  in 
processione  a  Santa  Lucia,  da  cui  ha  ottenuto  la  grazia.  Ebbene 
—  ammonisce  Burlalo  —  voi  che  portate  i  ceri  a  Santa  Lucia, 
badato  di  non  incontrarvi  negli  occhi  scintillanti  di  Fedra:  che 
forse  indarno  vi  riuscirebbe  la  grazia  ottenuta  : 

111.        Caerea  Lucillae  quae  fers,  gens,  lumina  Sanctae 
Aceipe  pectoribus  verba  tenenda  tuis: 
Heu  Phaedrae  igniferis  avertile  lumina  ocellis, 
Ne  Thamiram  aut  Phineum  vos  iterum  faciant. 

Meglio  sarebbe  stato,  a  parer  mio,  se  il  concetto  dell'ultimo  verso 
il  poeta  l'avesse  espresso  diversamente,  senza  l'ingombro  di  quei 
due  nomi  mitologici,  che  agli  umili  pellegrini  di  S.  Lucia  non 
dovevano  dire  nulla  di  nulla.  Ma  Eurialo  è  un  erudito,  e  un  tan- 
tino della  sua  erudizione  non  può  fare  a  meno  di  spargerla  do- 
vunque. Egli  ha  famigliari  il  mondo  e  le  imagini  classiche,  tratta 
con  facilità  ed  eleganza  la  lingua  latina,  conosce  e  traduce  dal 
greco.  Per  Omero  poi  ha  un'  ammirazione  che  si  manifesta  anche 
in  forma  visibile  e  materiale.  Alessandro  lo  teneva  rinchiuso  in 
un'arca  gemmata,  ed  egli  lo  rilega  inoro:  Homerus  ligatus  in 
folio  auri  ab  Eurialo.  Loquitur  Homerus: 

254.         Me  vir  gemmata  clausit  Pellaeus  in  arca, 
Eurialus  folio  clausit  in  aureole. 
Sed  tanto  hoc  aurum  gemmata  carius  arca  est 
Quanto  Pellaeus  grandior  Eurialo  est. 

La  sua  conoscenza  del  greco  ci  è  attestata  anche  dal  fatto  che 
molti  epigrammi  non  sono  che  parafrasi  o  travestimenti  da  questa 
lingua.  Vedemmo  già  quello  di  Lesbia,  ed  ora  per  tutti  aggiun- 
giamo il  seguente  De  Lacaena: 

103.         Aspiciens  nudum  fugientera  praelia  natum 
Spartana,  et  soliis  vertere  terga  suis, 

tìiornaU  storico.  XXXIX,  fase.  115.  2 


18  E.   DEBENEDETTl 

Obvia  vociferans,  per  viscera  dirigit  ensem 

Atque  super  caesum  mascula  verba  tulit  : 
Degener  ah  Spartes,  tenebras  pete,  vade  sub  umbras, 

Postquam  tu  generis  dedecus  et  patriae  es. 

Anche  per  gli  epigrammi  al  principe  della  Cristianità  Eurialo 
(né  deve  far  maraviglia)  ricorre  ai  mondo  pagano  e  alle  sue 
imagini.  In  uno,  Pallade  stessa  è  introdotta  a  parlare  in  lode  di 
Leone  X.  In  un  altro,  il  poeta  si  serve  del  bisticcio  per  procla- 
mare Leone  X  più  grande  di  Giove  : 

244.         Juppiter  altitonans  unum  ^ibi  condidit  orbem, 
Hic  sex:  ergo  Jove  est  grandior  iste  Deo. 

Dalle  sei  palle  dello  stemma  mediceo  trae  argomento  anche 
quest'altro  bisticcio,  peggiore  del  precedente: 

243.         Sunt  tibi,  summe  Leo,  orbes  seni  insignia.  Senis 
Orbibus  est  igitur  Sena  fovenda  tuis. 

Né  molto  migliore  è  il  seguente,  sempre  in  lode  di  Leone,  seb- 
bene all'Andreantonelli  (beato  lui  !)  piaccia  chiamarlo  ingeniosum 
utique: 

247.  0  genus  humanum,  quid  mirabilius  hoc  est, 

Unus  si  salvum  servai  ovile  Leo? 

Mi  fondo  specialmente  su  questi  tre  distici,  riportati  dall'An- 
dreantonelli,  per  asserire  che  il  Gantalamessa  e  il  Nardini,  seb- 
bene parlino  degli  Epigrammi  di  Eurialo,  non  ebbero  occasione 
di  vedere  questa  nostra  raccolta.  Il  Gantalamessa  allude  ai  distici 
già  citati,  ma  con  parole  tali  che  fanno  capire  trattarsi  di  una 
notizia  di  seconda  mano:  «Io  ho  veduto  alcuni  versi  latini  di 
«  questo  nostro  poeta  in  lode  del  papa  Leone  X  ».  Il  Nardini  poi, 
trovando  siffatta  notizia  nel  Gantalamessa,  mostra  di  credervi 
poco:  «  Dove  li  ha  visti?  —  si  domanda  —  E  manoscritti  o  stam- 
«  pati?  E  perchè  non  li  ha  riportati  nelle  sue  memorie  per  saggio 
«  del  verseggiare  latino  d'Eurialo,  e  più  anche  per  impedirne  la 
«  fatale  dispersione?  ».  Si  vede  che  il  Nardini,  sebbene  scrivesse 


NOTIZIE   DI   EURIALO  MORANI   DA   ASCOLI  19 

in  Ascoli,  non  conobbe  o  non  ebbe  cura  di  consultare  l'Andrean- 
tonelli,  alla  qual  fonte  si  riferiva  senza  dubbio  il  Gantalamessa, 
quando  accennava  a  questi  epigrammi. 

Pochi  sono  nella  presente  raccolta  i  componimenti  che  hanno 
valore  epigrammatico  nel  senso  più  moderno  della  parola.  Met- 
tiamo nel  numero  quello  «  contro  un  ghiottone  »  (3.  in  quendam 
lurconem),  l'epitafio  del  pederasta  (67.  epitaphium  cuiusdain 
paedìconis),  quello  contro  il  poeta  Pica  (165.  in  quendam  poétam 
qui  vocabatur  Pica  et  erat  indutus  nigris  vestibus)  e  pochi  altri. 
Ma  anche  questi  sono  piuttosto  diretti  a  richiamare  il  sorriso 
che  a  pungere  e  ad  aggredire  seriamente.  Ecco,  per  esempio, 
come  Cicerone,  per  bocca  di  Burlalo,  si  vendica  di  un  suo  igno- 
rante lettore:  In  lectorem  Ciceronem  legenteni.  Loquitur  Cicero: 

139.         Marcus  ad  umbriferum  misit  me  Antonius  orcum: 
Duna  legit  hic  me,  inferno  inferiora  peto. 

Se  lo  strale  è  debole,  esagerata  suona  talvolta  la  lode,  come  negli 
epigrammi  (e  son  diversi)  a  Claudio  Tolomei.  Ma  non  bisogna 
dimenticare  che  il  Tolomei  aveva  proclamato  Burlalo  il  principe 
degli  scrittori  epigrammatici,  e  che  i  letterati,  quando  non  si  stra- 
ziano a  vicenda,  hanno  un  debole  mal  dissimulato  per  il  mutuo 
incensamento.  Qual  maraviglia,  se  volendo  lodare  un  libro  del- 
l'amico. Burlalo  esalta  quest'ultimo  come  un  legislatore  più  grande 
di  Licurgo?  In  lauderà  libelli  Claudii  Ptolemei: 

161.  Si  nova  terribilis  vidisset  iura  Lycurgus 

Liquisset  populis  haec  Lacedaemoniis. 

Altri  epigrammi  si  leggono  in  lode  del  Vannozzi,  del  Sozino  e 
di  altri.  Col  secondo  specialmente  dovette  essere  Burlalo  in  di- 
mestichezza, e  ne  vediamo  il  riflesso  qua  dentro.  (137.  De  aure 
Francisci  Sozini  morbo  inflata.  —  166.  De  Francisco  Sozino 
non  valente  arachnem  a  fenestra  eocpellere.  —  218.  In  laudem 
novi  fontis  Francisci  Sozini.  —  264.  De  quodam  cubiculo  Fran- 
cisci Sozini  non  accipiente  solem  ncque  ventum  etc).  Ma  più 
degni  di  trascrizione  ci  sembrano  i  distici  indirizzati  al  Landucci  ; 


QQ  E.  DEBENEDETTI 

nei  quali*  se  il  pensiero  non  è  nuovo,  ed  evidente  è  l'imitazione 
di  altri  modelli,  piace  tuttavia  di  sentir  vibrare,  con  una  certa 
gentilezza,  la  corda  dell'amicizia.  Eurialo  è  in  campagna,  e  si 
rivolge  in  forma  epistolare  all'amico,  descrivendogli  come  passa 
la  vita  e  di  quali  occupazioni  allieta  gli  ozi  campestri.  Conclude 
col  dirgli  che  neppure  i  passatempi  della  campagna  possono  ren« 
derlo  pienamente  contento,  se  non  sono  rallegrati  dalla  presenza 
dell'amico  : 

217.  Eurialus  ruri  existens  Andreae  Landucio  s.  d. 

Sum  liber  Euriali  montana  missus  ab  arce 

Andreae  ut  referam  parvula  verba  meo. 
Nunc'agit  Eurialus  per  summa  cacumina  capras: 

Si  pluit,  ille  8U08  ducit  ad  antra  pedes. 
Nunc  tauros  ducit  stimulis  ad  aratra  ferqces: 

Si  sol  est  in  agris,  in  nemus  ire  parat. 
Nunc  sua  fallaces  compescunt  raetia  vulpes, 

E!t  lassus  flores  carpii  odoriferos. 
Nunc  sequitur  canibus  per  saxa  norrentia  cervos, 

Nunc  petit  et  placidi  murmura  fonticuli. 
Nunc  ruit  in  saevos  magnis  hastilibus  apros: 
•  Post  petit  et  captis  florida  prata  feris. 
Nunc  videt  ardentes  taurorum  in  amore  iuvencas: 

Vespere  sed  parvas  it  veniente  casas. 
Talia  non  illi  siné  te  solatia  praebent; 

Nec  dant  Eurialo  gaudia  summa  tuo 
Capra,  antrum,  tauri,  silvae,  vulpecula,  flores, 

Cervi,  murmur,  apri,  prata,  iuvenca,  casae. 

Meno  variato  e  meno  interessante  è  il  libro  secondo.  Precede 
anche  in  questo  la  dedica  a  Francesco  Sozino,  ma  gli  epigrammi 
che  seguono  sono  tutti  in  lode  di  qualche  donna.  Ricompaiono 
cosi  i  nomi  di  Fedra,  di  Laura,  di  Galidonia,  già  incontrati  nel 
primo  libro.  Ma  qui  la  lista  è  molto  più  lunga,  poiché  venti  o 
ventidue  sono  le  donne  celebrate  in  un  modo  o  nell'altro  dal 
poeta.  Chiudono  il  libro  dieci  distici,  nei  quali  Eurialo,  quasi  a 
190*  di  ricapitolazione,  parla  in  generale  del  potere  e  della  bellezza 


NOTIZIE  DI  EURIALO  MORANI   HA  ASCOLI  21 

di  tutte  queste  fanciulle:  quaepotentia  sit  pulchritudinis Ularum 
puellarum. 

Non  fanno  parte  della  nostra  raccolta  gli  epigrammi  riportati 
dal  Nardini  negli  articoli  pubblicati  su  :  Il  Progresso  (Gazzetta  di 
Ascoli,  1882).  Sono  otto  o  nove  in  tutto,  desunti  dal  tomo  I  dei 
Carmina  illustrium  poètarum  italorum  (Firenze,  1719)  é  dagli 
Epigrammata  et  Poèmatia  velerà  etc.  (Lugduni  apud  Jacobum 
Ghovét,  1596).  Ma  per  uno  di  essi  già  il  Nardini  ebbe  modo  di 
accertarsi  che  veniva  falsamente  attribuito  al  poeta  ascolano. 

È  pure  a  nostra  cognizione  che  altri  epigrammi  latini  di  questo 
autore  sono  inseriti  a  p.  159  di  un'altra  Raccolta  esistente  alla 
Gasanatense  (D.  Pithaei,  Paris,  1590).  Ma  per  ora  non  sapremmo 
dire  se  facciano  parte  oppure  sieno  diversi  da  quelli  già  pubbli- 
cati nel  1516.  Del  resto  efedo  che  sia  sufficiente  il  già  detto  per 
fornire  un  saggio  del  verseggiare  latino  di  Burlalo,  e  per  daf 
modo  al  lettore  di  pronunziare  da  sé  stesso  un  giudizio. 


III. 

Le  poesie  volgari. 

Volendo  dare  un  rapido  cenno  delle  poesie  volgari  di  Eurialo, 
cominceremo  dalla  Vita  disperata,  non  solo  perchè  precede  cro- 
nologicamente le  altre  di  cui  dovremo  discorrere,  ma  anche 
perchè  fu  la  più  conosciuta  ai  suoi  giorni,  ed  ebbe  maggior  nu- 
mero di  ristampe. 

Sulla  scorta  di  C.  Lezzi  (1),  già  il  Nardini  scriveva  che  la 
Vita  disperata  era  venuta  in  luce  per  la  prima  volta  nel  1538, 
e  che  una  copia  di  quest'edizione,  rarissima,  era  posseduta  dal 
conte  G.  Manzoni  di  Lugo.  La  notizia  è  esatta  ;  ed  io,  per  conto 
mio,  posso  aggiungere  che  uh  altro  esemplare  si  trova  alla  Vit- 


{{)  Ved.  Bibliofilo,  an.  Ili  (1882),  p.  136. 


22  E.   DEBENEDETTI 

torio  Emanuele  di  Roma,  dove  ebbi  modo  di  consultarla  (69.  4, 
p.  77).  La  data  è  tale:  Roma  -per  Valerio  Dorico  et  Luigi  fra- 
telli Bresciani-  MDXXXVIII.  Il  volumetto  in  4°  contiene  sol- 
tanto le  65  stanze  della  Vita  disperata,  e  porta  da  principio  una 
«  Prefazione  »  che  trascrivo  per  intero,  sia  come  saggio  della 
prosa  di  Eurialo,  sia  come  indizio  del  suo  stato  d'animo,  al  mo- 
mento in  cui  pubblicò  questo  componimento: 

«  Io  m'era  dato  a  pensare  (poiché  la  povertà  mia  nata  dall'a- 
«  varitia  dei  ricchi,  disperato  et  pazzo  a  un  medesimo  tempo  mi 
«  dovea  fare,  essendomi  venuto  il  capriccio  di  pubblicare  quello 
«  che,  forse  et  senza  forse,  m'era  molto  meglio,  a  mio  potere,  di 
«  nascondere,  et  sepellire  meco  istesso  nel  fondo  delle  miserie) 
«  che  sarebbe  minor  miale  stato,  di  haver  ciò  fatto,  sotto  il  nome 
«  di  qualche  principe,  o  Signore,  al  quale  io  havessi  la  predica 
«t  delle  mie  angoscio  indirizzata,  secondo  il  general  costume  di 
«  tutti  coloro,  li  quali,  non  volendo  per  aventura  esser  più  savi 
«  di  quel  che  io  mi  sia,  se  bene  eglino  son  però  (mercè  della 
«  buona  sorte  loro)  di  gran  lunga  più  aventurosi,  ogni  lor  scioc- 
«  chezza  dandosi  ad  istampare,  vogliono  chi  a  un  gran  Maestro, 
«  chi  a  un  altro,  intitolarla,  perchè  da  i  morsi  della  invidia  la- 
«  cerata  non  sia  ;  et  tanto  inanzi  era  io  andato  in  questo  mio 
«  pensiero,  senza  più  oltre  considerare,  che  di  già  con  esso  dis- 
«  segnato  haveva  la  speranza  della  mia  disperata  vita.  Ma  essendo 
«  io  per  dar  foco  alla  boccia,  et  nominarla,  mi  corse  all'animo, 
«  che  troppo  a  quella  si  disdiceva  un'  opera  si  fatta,  essendo  ella, 
«  et  per  gli  agi,  et  per  la  morbidezza  della  Fortuna,  et  per  altri 
«  anchora  più  degni  rispetti,  da  cotali  miei  humori  melanconici 
«  tutta  lontana,  et  veramente  degna  di  più  felici  auguri.  Perchè 
«  dopo  molto  haver  ripensato  quello,  che  in  ciò  far  potessi,  non 
<  ritrovando  ninno,  né  signore,  né  gentil  huomo,  né  plebeo  (come 
«  che  molti  in  ogni  stato,  d'afflitti  et  malcontenti  ve  n'habbia)  che  la 
«  sciaura  mia  si  naturalmente  rappresentasse  che  io  stesso  mi 
«  faccia,  volli  a  me  stesso  ultimamente  dedicarla.  Cosi  adunque 
«sotto  il  nome  d'Eurialo,  et  all'ombra  d'Eurialo,  esce  bora  la 
•«  disperata  Vita  d'Eurialo,  secura  di  sapersi,  con  più  viva  forza, 


NOTIZIE  DI  EURIALO  MORANI  DA  ASCOLI  23 

«  dalla  invidia  et  dalla  malignità  diffendere,  che  dalla  povertà 
«  non  ha  saputo  insino  hora  ». 

Dopo  questa  prima  edizione,  le  ristampe  di  cui  trovo  notizia 
sono  le  seguenti: 

1)  fra  le  Stanze  di  Eurialo  d'Ascoli  di  varii  soggetti.  Avremo 
occasione  di  parlare  di  queste  stanze  più  sotto;  ma  intanto  no- 
tiamo che  sebbene  il  Saggio  delle  cose  Ascolane  ricordi  questa 
edizione,  erra  quando  ritiene  ch'essa  faccia  corpo  con  le  Stanze 
sopra  le  statue  del  Vaticano. 

2)  la  Vita  Disperata,  in  Venezia  per  Bernardino  Sindoni, 
1542,  in  8°.  Il  Cantala  messa,  ricordandola,  aggiunge  che  con  essa 
si  trova  pure  stampata  una  canzone  del  Morani  In  morte  del- 
VAriosto.  Secondo  il  Nardini  poi,  entrerebbe  pure  in  questa  ri- 
stampa un  altro  scritto  di  Eurialo,  ossia  il  Dialogo  di  Tantalo 
e  di  un  Poeta,  menzionato  (al  pari  della  Vita  Disperata)  anche 
dal  Doni  (la  Seconda  Libraria,  Vinegia,  MDLI,  p.  50). 

3)  nelle  Stanze  di  Diversi  autori  -  notamente  mandate  in 
luce  alla  nòbilissima  signora  Camilla  Imperiale  -  in  Vinegia  - 
MDLXIII.  La  Vita  disperata  è  stampata  nella  seconda  parte, 
da  carte  278  a  carte  296.  Il  Cantalaraessa  ricorda  un'  edizione 
del  1563  come  contenente  alcune  stanze  di  Eurialo,  ma  non  so- 
spetta che  si  tratti  della  Vita  disperata.  Il  Nardini  poi  nega  ad- 
dirittura ch'essa  esista.  Io  ne  ho  vista  una  copia  a  Roma,  in  Bi- 
blioteca Gasanatense  (r.  XXIII.  42). 

4)  nelle  Stanze  di  Diversi  autori  -  in  Vinegia ,  appresso 
Gabriel  Giolito  de"  Ferrara  -  MDLXIII.  Anche  qui  la  Vita  dispe- 
rata è  inserita  nella  seconda  parte,  a  carte  278  ;  e  ne  esiste  una 
copia  alla  Biblioteca  Angelica  (RR.  2.  25). 

5)  nelle  Stanze  di  Diversi  autori  -  raccolte  da  A.  Terminio 
'in  Vinegia  per  Gabriel  Giolito  de"  Ferrari-  MDLXXII.  Insieme 
alle  stanze  della  Vita  disperata  sono  pure  inserite  quelle  sopra 
le  statue  del  Vaticano. 

Ricordate  soltanto  dal  Nardini  soi^o  le  edizioni  di  Venezia  - 
Giolito-  1580  e  1581.  Ma  si  tratta  probabilmente  di  ristampe, 
condotte  tutte  su  quella  del  1563. 


S4 


E.   DEBENEDETTl 


Non  è  nostra  intenzione  di  spendere  troppo  lunghe  parole  su 
questo  componimento,  intorno  al  quale  già  discorse  il  Nardini,  e, 
prima  di  lui,  Curzio  Antonelli  {Di  alcune  stanze  d'Eurialo,  in 
Fornarina,  periodico  letterario  romano;  4  giugno  1882).  Ripe- 
teremo soltanto  ch'esso  fu  giustamente  riavvicinato,  per  il  tono 
e  per  il  contenuto,  alle  Stanze  di  Messer  Girolamo  Scopa  da 
Faenza,  indirizzate  all'illustre  signor  Pasquale  Caracciolo.  Anzi 
quest'ultime  non  ne  sono  probabilmente  che  un'imitazione.  Basta 
confrontare  il  principio  delle  due  poesie: 


Borialo  d'Ascoli. 

Poscia  che  così  vuol  l'empia  fortuna 
Ch'io  sia  per  povertade  in  odio  al  sole, 
Mirar  non  voglio  più  stelle  né  luna 
Né  più  giamai  sentir  vive  parole  ; 
Ma  voglio  un  lembo  della  notte  bruna 
Per  vestir  queste  membra  afflitte,  e  sole, 
Et  voglio  fabricar  solo  in  un  bosco 
Un  antro  che  m'assembri,  oscuro  o  fosco. 


Girolamo  Scopa. 

Poscia  che  la  fortuna  iniqua  e  ria 
Huom  più  miser  di  me  non  fece  mai. 
Così  voglio  menar  la  vita  mia 
Che  non  mi  veggian  più  del  sole  i  rai; 
E  vuo'  che  la  mia  stanza  oscura  sia 
Più  dell'Abisso  e  più  d'ogni  antro  assai, 
In  mezzo  d'una  selva  fiera  tanto 
Che  mai  d'entrarvi  augel  non  si  dia  vanto. 


SI  può  anche  notare  che  già  nelle  Stanze  di  diversi  autori 
la  Vita  disperata  seguiva  immediatamente  alle  stanze  dello 
Scopa:  il  che  fa  credere  che  fin  d'allora  si  fosse  notata  l'analogia 
e  la  somiglianza  fra  i  due  lavori.  Il  contenuto  della  Vita  dispe- 
rata non  è  facile  a  riassumersi.  È  una  corsa  a  briglia  sciolta  nel 
regno  della  fantasia,  un'  evocazione  di  tutti  i  mostri  favolosi  del- 
l'antichità, chiamati  a  raccolta  dal  poeta,  perchè  facciano  corona 
alia  sua  miseria.  In  complesso  si  può  accettare  il  giudizio  del- 
l'Antonelli,  sebbene  espresso  in  forma  un  po'  bizzarra.  Imagini  ed 
evocazioni  archeologiche  «sfilano  innanzi  al  leggitore,  fredda- 
«  mente,  come  tante  reminiscenze  di  testi  classici.  Il  che  non 
«  toglie  che  a  traverso  i  ricami  e  i  merletti  della  camicia  ina- 
«  midata,  scattino  di  tratto  in  tratto  i  muscoli  tesi  dell'uomo  ». 
Però  vi  è  qualche  cosa,  ir^  questa  Vita  disperata,  che  finora  non 
mi  sembra  sia  stata  messa  giustamente  in  rilievo.  È  vero:  anche 
qui,  come  negli  Epigrammi,  come  negli  altri  suoi  scritti,  Eurialo 


NOTIZIE   DI   BORIALO   MORANI   DA   ASCOLI  25 

appare  un  erudito,  che  si  drappeggia  di  tutti  gli  ornamenti  e 
mette  a  contributo  tutto  l'armamentario  della  mitologia  classica. 
Ma  l'impressione  ultima  che  si  ritrae  leggendo  la  Vita  dispe- 
rata è  forse  quella  di  un  lavoro  unicamente,  schrettamente  clas- 
sicheggiante? 0  non  v'è  qualche  cosa  di  nuovo,  e  diciam  pure 
di  originale,  sia  nel  concetto  informatore  della  poesia,  sia  nel 
modo  onde  il  poeta  atteggia  e  presenta  le  sue  imagini?  Se  non 
fosse  un  anacronismo  letterario,  direi  quasi  che  mi  par  di  sen- 
tire qua  e  là  come  un  accenno  di  romanticismo: 

Piantar  voglio  su  l'antro  ebano  solo, 
Color  conforme  a  la  mia  tetra  sorte; 
E  vo'  d'augei  notturni  un  ampio  stuolo 
Ch'empiano  il  ciel  di  voci  oscure  e  morte; 
E  per  compagni  eterni  il  pianto  e  il  duolo 
In  così  mesta  e  lagrimosa  corte: 
E  per  impresa  voglio  mi  sia  messo 
Nell'aspra  fronte  un  tronco  di  cipresso. 

Anche  l'umorismo  della  Vita  disperata  (al  quale  accennò  giu- 
stamente il  Nardini)  contribuisce  a  farne  qualche  cosa  di  diverso 
da  una  pura  e  semplice  rievocazione  di  imagini  classiche.  Il  poeta 
è  povero,  il  poeta  è  disperato:  ma  la  sua  disperazione  non  ha 
nulla  di  grandiosamente  tragico,  e  si  sfoga  in  una  serie  di  fan- 
tasie, ora  paurose  ora  stravaganti,  recitiite  in  un  tono  di  mezzo 
fra  il  serio  e  il  faceto: 

Avrò  per  piatto  d'un  dragon  la  gola 
E  per  forcina  d'un  gigante  il  dente. 
E  allor  dirò:  chi  primo  corre  e  vola 
A  portarmi  Piton,  l'empio  serpente? 
Servito  allor  da  la  mostruosa  scola 
Sarò  per  gaia  diligentemente; 
Che  ogni  fera  dirammi  ed  ogni  mostro: 
Ecco  il  padre,  il  fratello  e  il  figliuol  nostro. 

Così  si  spiega,  a  parer  mio,  il  favore  di  cui  godette  la  Vita 
disperata  ai  suoi  tempi.  Piacque  forse  l'originalità  del  componi- 


26  E.    DEBENEDETTI 

mento,  resultante  dall'accozzo,  e  talvolta  dal  contrasto,  di  dispa- 
rati elementi  ;  onde  si  giustifica  fino  a  un  certo  punto  la  confi- 
dente sicurezza  di  Eurialo,  quando,  sul  finire  della  Prefazione, 
asseriva  che  la  sua  Vita  avrebbe  saputo  con  più  viva  forza  di- 
fendersi dai  morsi  dell'invidia,  che  non  aveva  saputo  dagli  assalti 
della  povertà. 

Dopo  la  Vita  disperata,  videro  la  luce  le  Stanze  cCEurialo 
d'Ascoli  di  vara  soggetti.  È  un  volumetto  assai  raro,  una  copia 
del  quale  si  può  vedere  alla  Biblioteca  Angelica  (RR.  3.  36).  L'An- 
tonelli  potè  averne  un  esemplare  da  un  bibliofilo  romano,  e  ne 
die  qualche  cenno  nell'articolo  ricordato.  Ma,  in  vista  della  sua 
rarità,  non  sarà  male  darne  qualche  più  preciso  particolare.  li 
frontespizio  del  libro  reca  un'  ape  che  sugge  un  fiore  ;  e  ai  lati 
v'è  l'iscrizione:  Del  presente  mi  godo  -  Et  meglio  aspetto.  Un'altra 
carta  reca  la  seguente  scritta:  «Con  gratia,  et  prohibitione  del 
«Sommo  Pontefice,  et  del  Senato  Veneto,  che  nessuno  possa 
«  stampare  questa  opera,  sotto  la  pena  che  in  essa  prohibitione 
«  si  contiene  ».  Segue  poi  una  lettera:  «  Allo  illustriss.  et  reve- 
«  rendiss.  Monsignor  il  signor  Card,  di  Farnese  Eurialo  ».  In  essa 
l'autore  presenta  al  cardinale  le  sue  stanze,  scusandosi  per  la 
tenuità  del  dono,  e  perchè  fra  esse  se  ne  trovano  alcune  già  co- 
nosciute per  l'innanzi  :  «  Prendale  dunque  —  gli  dice  —  V.  II- 
«  lustriss.  et  Reverendiss.  Signoria  cortesemente ,  et  in  questi 
«  giorni  festevoli,  quando  pare  che  a'  più  severi  non  si  disdica 
«  d'abbassare  il  ciglio,  talvolta  leggerle  non  si  disdegni  ».  L'ope- 
retta vedeva  infatti  la  luce  di  carnevale,  come  si  rileva  dalla 
data  posta  in  fondo:  Stampata  in  Rom^,  in  Campo  di -Fiore, 
per  M.  Valerio  Dorico,  -  et  Luigi  fratelli  •  Bresciani  -  Adì  VI.  Fé- 
hraro  •  MDXXXIX. 

Le  prime  dodici  stanze,  senza  titolo,  sono  indirizzate  ai  Venti, 
e  debbono  evidentemente  identificarsi  con  quel  Carmen  ad  Ventos, 
di  cui  fa  menzione  l'Andreantonelli.  Il  poeta,  innamorato,  parla 
con  essi  della  sua  donna,  e  li  esorta  a  portarsi  con  loro  il  suo 
duolo. 

Pure  senza  titolo  sono  le  stanze  in  cui  Eurialo  lamenta  la  cru- 


NOTIZIE   DI   BORIALO   MORANI   DA   ASCOLI  27 

deità  dell'amante,  e  quelle  in  cui  ne  loda  la  chioma.  Vengono 
poi  le  stanze: 

D'un  cavalliere,  che  portava  il  fiore  di  hiacinto  per  im- 
presa: sedici  ottave  in  cui  il  poeta  dice  di  avere  scelto  questa 
impresa,  come  la  più  adatta  al  duolo  che  lo  ingombra. 

Della  Vita  Disperata.  A  queste  allude  l'autore  nella  lettera 
di  Prefazione,  quando  si  scusa  col  cardinale  di  Farnese  che  fra 
le  stanze  offertegli  ce  ne  sieno  alcune  già  note  antecedentemente. 

Sopra  quelle  due  parole  di  Virgilio  ridotte  in  proverbio: 
Fuimus  Troes.  Il  poeta  lamenta  in  ventidue  stanze  la  sua  for- 
tuna passata  e  le  sue  tristi  condizioni  presenti. 

In  laude  del  silentio  d'una  donna:  quattordici  ottave,  di 
cui  il  titolo  spiega  sufficientemente  il  contenuto. 

Sopra  una  gratia.,  che  l'autor  domandò,  et  non  altro  più 
mai,  ad  una  gentildonna,  della  quale  era  stato  innamorato 
XXIIII  anni.  La  grazia  chiesta  è  quella  di  poter  sospirare 
per  lei  ; 

Donna,  non  chieggio  che  mi  mostri  i  lumi 
Ch'assai  men  chiari  gli  vorrebbe  il  sole: 
Né  sentir  mormorare  i  dolci  fiumi 
Del  tuo  bel  dir,  tra  rose  e  tra  viole: 
Né  che  mostri  i  santi  e  be'  costumi, 
Né  '1  petto,  ch'avanzar  l'avorio  suole  ; 
Ma  questo  chieggio,  pien  d'aspro  martire: 
Non  vi  dispiaccia  se  per  voi  sospiro. 

Sopra  il  dolor  de  l'amante  et  la  bellezza  della  donna.  Il 
poeta  canta  in  venti  stanze  il  duolo  che  lo  consuma,  insistendo 
sopra  il  concetto  che  Venere  ha  due  figliuoli,  uno  dei  quali  si 
diletta  di  perseguitare  sempre  lui,  mentre  l'altro  adorna  conti- 
nuamente la  sua  donna  di  ogni  grazia  e  di  ogni  felicità. 

In  laude  del  canto  et  del  suono  d'una  donna  :  ventitré  ot- 
tave, delle  quali  mi  piace  riportare  la  seguente,  non  indegna 
forse  di  miglior  penna,  e  ispirata  a  una  leggiadra  sentimentalità  : 


28  E.   DEBENEDETTI 

0  canto  dolce  sopra  gli  altri  eletto, 
Colmo  di  pianto,  e  il  pianto  di  dolcezza! 
0  cantar  dolce,  al  mondo  il  più  perfetto, 
Tanto  che  l'alma  ogni  altro  canto  sprezza! 
0  canto,  ch'esci  da  sì  picciol  petto, 
Et  doni  gioia  di  cotanta  altezza, 
Ch'ai  tuo  bel  suono  io  dico  di  lontano: 
Mio  ben  non  cape  in  intelletto  umano  ! 

In  laude  di  Giulia.  Il  poeta  è  in  dubbio  se  sia  il  cielo  che 
produsse  Giulia,  o  Giulia  che  produsse  il  cielo.  Senza  di  lei  il 
mondo  sarebbe  sepolto  in  notte  eterna,  perchè  è  lei  che  lo  av- 
viva coi  suoi  raggi: 

Sparge  le  gratie  di  sua  bocca  a  schiera 
Questa  Giulia  leggiadra  e  pellegrina  ; 
Et  ogni  gratia  sparge  un'  ampia  spera 
Di  chiari  raggi  e  d'armonia  divina. 

A  questa  donna,  e  ai  versi  ispirati  da  lei,  alludeva  l'Arsilli  in 
quell'elegia  De  Poetis  Urbanis,  dove  Burlalo,  se  ben  si  ricorda, 
è  esaltato  come  alunno  prediletto  di  Calliope: 

Candide  lector 

Da  moestis  aures  vocibus  Euryali 
Dum  queritur  fastus  iratae  luliae,  et  artes, 

Illecebras,  fraudes,  iurgia,  furta,  dolos. 

Chiudono  il  volumetto  le  stanze  Jn  laude  del  parlare  et  dello 
ingegno  d'una  donna,  e  finalmente  quelle  D'un  huomoper  gran 
dolor  divenuto  selvaggio:  dieci  stanze  che,  per  la  loro  intonazione, 
mi  sembra  si  possano  in  parte  riavvicinare  alla  Vita  disperata. 
Leggasi,  per  esempio,  la  seguente: 

D'erba  mi  pasco  in  quest'arido  bosco, 
Tinta  d'amaro  fele  et  immatura: 
Bevo  di  serpi  il  più  malvagio  tosco 
Col  teschio  orribil  della  morte  oscura  : 
Seggio  sopra  un  dfagon  (ch'io  non  conosco 
Appoggio  più  conforme  à  mia  figura) 


NOTIZIE   DI   EURIALO   MORANI  DA   ASCOLI  8ft 

Et  stommi  sì,  fra  qualche  sasso  o  sterpe, 
Che,  qua!  per  tronco,  in  me  l'edera  serpe. 

Anche  in  questa  raccolta,  come  del  resto  in  tutte  le  altre  cose 
di  Burlalo,  non  mancano  tocchi  franchi  e  felici.  Ma,  tacendo 
della  Vita  disperata,  sulla  quale  abbiamo  già  espresso  il  nostro 
pensiero,  l'originalità  non  è  molta.  Per  questa  parte  la  figura 
del  Morani  rientra  e  si  confonde  nella  schiera  numerosa,  ma  non 
sempre  gloriosa,  dei  lirici  minori  del  '500. 

Delie  stanze  di  Burlalo  sopra  le  tre  statue  del  Vaticano,  la 
Venere,  l'Apollo  e  il  Laocoonte,  trovo  ricordate  due  edizioni  :  la 
prima  a  Roma  in  Campo  di  Fiore  per  M.  Valerio  Dorico  et 
Luigi  fratelli  Bresciani,  adi  XX  di  Giugno  MDXXXIX,  la  se- 
conda nelle  Stanze  di  Diversi  autori  t^accolte  da  A.  Terminio, 
Venezia  per  Gabriel  Giolito  de"  Ferrari  MDLXXII  (insieme  alla 
Vita  Disperata).  Sono  evidentemente  le  stesse  a  cui  accenna 
l'Andreantonelli  col  titolo  più  che  dimezzato  di  Mors  Laocoontis; 
ma  noi  finora  non  avemmo  occasione  di  vederle.  Ci  limitiamo 
perciò  a  trascrivere  le  parole  di  Curzio  Antonelli,  il  quale  le 
giudica  in  questo  modo:  «  abbastanza  artefatte,  contorte  e  riboc- 
«  canti  di  smancerie  classiche,  sebbene  non  manchino  di  qualche 
«  tratto  sentito  di  buona  lega,  come  la  prima  parte  delle  stanze 
«  intorno  a  Venere  ». 

Gol  titolo  di  Equitatio  Margaritae  ah  Austria  l'Andreantonelli 
indicava  un  altro  scritto  d'Burialo,  che  nel  Saggio  delle  cose 
Ascolane  è  ricordato  invece  così:  Il  viaggio  di  Margherita 
d'Austria.  Il  Nardini,  igjiorando  la  fonte  a  cui  attinge  il  Mar- 
cucci,  si  domanda  donde  sia  tratta  questa  notizia,  e  si  mostra 
dubbioso  della  sua  attendibilità.  Ma  il  libro  esiste,  sebbene  fin  qui 
nessuno  ne  abbia  dato  l'esatta  indicazione  :  Stanze  d'Eurialo 
d'Ascoli  del  valoroso  et  leggiadro  cavalcare  in  caccia  di  Ma^ 
dama  Margherita  d'Austria.  Si  capisce  del  resto  come  sia  nato 
l'equivoco.  Il  «  valoroso  et  leggiadro  cavalcare  in  caccia  »,  tra- 
vestito incompiutamente  in  latino  con  la  parola  «  equitatio  »,  di- 
ventò poi  nel  Marcucci,  per  un'erronea  interpretazione  «  Il  viaggio 
«  di  Margherita  d'Austria  ». 


30  E.    DEBENEDETTI 

Di  questo  scritto,  molto  raro  esso  pure,  esiste  un  esemplare  alla 
Bibl.  Angelica  (SS.  11.  71),  ed  è  preceduto  da  una  lettera  dedica- 
toria, nella  quale  Eurialo  dà  brevemente  ragione  dell'opera  sua. 
Non  si  tratta  infatti,  come  si  potrebbe  credere,  di  un  poemetto  o  di 
un  qual  si  voglia  altro  scritto  continuato  ed  organico.  Ma  è  una 
serie  di  stanze,  cbe,  sebbene  si  riferiscano  tutte  allo  stesso  argo- 
mento, pure  non  sono  unite  fra  loro  da  un  intimo  e  ininterrotto 
legame.  Ecco,  per  maggior  chiarezza,  alcuni  brani  della  lettera 
dedicatoria;  Alla  Illustriss.  et  Eccell.  Signora,  la  S.  Hersiiia 
Cortesi  de  Monti  affettionatissimo  servidore  Eurialo  d'Ascoli. 

« ho  pensato,  per  non  essere  ingrato  affatto  di   tanti  doni 

«  et  cortesie,  per  le  quali  mi  vi  sento  et  confesso  essere  obbli- 
«  gatissimo,  d'intitolarvi  gli  honori  di  quella  valorosissima,  et  alta 
«  donna  Madama  Margherita  d'Austria,  Duchessa  di  Parma,  da 
«  me  in  cento  stanze  altre  volte  cantati  :  li  quali  però  non  per 
«  continovato  filo  d'ordinata  materia  presi  a  descrivere,  ma  sì 
«  bene  un  medesimo  soggetto  con  varietà  di  parole  et  di  sen- 
«  lenze  quasi  in  tanti  epigrammi  mi  sforzai  di  rappresentare  ». 
Da  ciò  consegue  necessariamente  (e  non  spenderemo  altre  parole 
a  dimostrarlo)  che  la  lettura  continuata  di  queste  stanze  non 
può  fare  a  meno  di  riuscire  poco  interessante  ;  sicché,  nonostante 
la  «  varietà  di  parole  et  di  sentenze  »  cercata  da  Eurialo,  non 
sempre  il  lettore  sa  guardarsi  da  un  senso  inevitabile  di  stan- 
chezza. In  fondo  al  volumetto  si  legge:  In  Roma  •  per  Antonio 
Biado  -  MDLIIII. 

Altri  scritti  a  stampa  di  Eurialo  non  si  ricordano,  se  pur  non 
si  voglia  fare  menzione  di  quella  sua  lettera  al  cardinale  Sant'An- 
gelo, inclusa  dal  Turchi  nella  sua  Raccolta  di  Lettere  facete 
(Venezia,  1601,  toI.  2°  a  carte  334).  Ma  sebbene  al  Garpani  sia 
parsa  lettera  veramente  da  poeta  di  mestiere  (1),  io  sto  piuttosto 
col  Nardini,  che,  per  gli  spropositi  e  l'oscurità  in  cui  appare 
stampata,  la  giudicò  a  ragione  un  enimma.  Contiene  tre  distici 


(1)  Op.  cit.,  voi.  I,  p. 


NOTIZIE   DI   ECRIALO   MORANI   DA   ASCOLI  31 

latini  sopra  il  giardino  di  Monsignore,  in  uno  dei  quali  sono  in- 
trodotte a  parlare  le  stesse  Muse  ed  Apollo. 

Un  manoscritto  contenente  non  pochi  elegantissimi  madrigali 
e  strambotti  dell'Ascolano,  non  riportati  altrove,  sarebbe  stato 
posseduto  dal  Tassi,  l'annotatore  dell'Autobiografia  celliniana.  Ma 
dove  sia  andato  a  finire  non  si  sa.  Fu  fatta  l' ipotesi  (in  Gaz- 
zetta di  Ascoli  Piceno,  1882,  n"  28)  che  dagli  eredi  del  Tassi 
fosse  stato  ceduto  a  qualcuna  delle  biblioteche  fiorentine;  ma  le 
ricerche  fatte  in  questo  senso  dal  Nardini  non  hanno  condotto  a 
nessun  resultato.  Forse  qualche  indagine  più  fruttuosa  intorno 
ad  Eurialo  potrà  tentarsi  ancora  in  Vaticana.  Ma  intanto  credo 
che  ai  lettori  non  sarà  discaro  rinvenir  qui  ampliate  ed  esposte 
con  ordine  e  chiarezza  maggiori  le  notizie  incomplete  o  inesatte, 
che  si  avevano  di  questo  cinquecentista  negli  scrittori  ascolani. 

Emilio  Debenedetti. 


DNA  MISCELLANEA  IGNOTA 


DI 


ME  VOLGARI  DEI  SECOLI  XIY  E  XY 


Ricercando  per  i  miei  studi  i  codici  in  dialetto,  che  si  con- 
servano nella  Biblioteca  Apostolica  Vaticana,  m'imbattei  in  una 
piccola  silloge  di  rimatori  dei  sec.  XIV  e  XV,  la  quale  merita 
di  essere  fatta  conoscere  agli  studiosi  di  letteratura  neolatina. 

Si  tratta  del  codicetto  Vaticano  5166,  alto  mm.  210  e  largo 
mm.  67,  di  70  fogli  cartacei  originariamente  numerati,  dei  quali 
andarono  perduti  il  42  e  il  43  e  venne  omesso  nella  numerazione 
il  61.  Nella  scrittura  si  distinguono  assai  facilmente  due  mani 
diverse,  la  prima  delle  quali,  anteriore  al  1467,  scrisse  gran 
parte  del  codice;  e  la  seconda  v'aggiunse  le  poesie,  che  nella 
tavola  nostra  portano  i  n»  34-37.  43-55.  62.  Spetta  ancora  al 
secondo  amanuense  la  compilazione  dell'indice  del  contenuto, 
che  si  legge  al  verso  della  carta  2,  preceduto  dalle  parole 
Jeccus  MCCCCLXJI  jn  alex.'*,  le  quali  ci  attestano  che  il  me- 
nante, almeno  nell'anno  suddetto,  trovavasi  in  Alessandria.  Man- 
cano nell'indice,  per  distrazione  del  compilatore,  alcune  poesie 
di  mano  del  primo  copista  (sono  i  n»  25-33  della  nostra  tavola), 
e  trovasi  per  contro  il  capoverso  d'un'altra  poesia  (0  signor  mio 
per  chortesia),  la  quale  non  solo  non  ricorre  al  foglio  indicato, 
ma  non  si  trova  neanche  nel  codice  stesso.  Le  poesie,  che  nella 
tavola  hanno  i  n'  34-37.  42.  43,  furono  scritte  o  nel  1467  o  poco 


MISCELLANEA  DI  RIME  VOLGARI  DEI  SEC.  XIV  E  XV  33 

dopo,  poiché  esse  vennero  ayrgiunte  nell'indice  in  calce  ai  capo- 
versi delle  poesie  del  primo  amanuense:  i  n»  invece  45-55.  62 
mancano  nell'indice  e  furono  trascritte  nel  codice  qualche  tempo 
dopo  la  data  suddetta. 

Il  codice  è  mutilo  in  principio;  e  tale  era  già  quando  pervenne 
alle  mani  del  secondo  proprietario,  imperocché  questi,  compi- 
landone l'indice,  non  tenne  conto  del  frammento  del  primo  ser- 
ventese,  onde  comincia  il  manoscritto.  Alcuni  fogli,  specialmente 
nei  margini,  vennero  posteriormente  restaurati,  senza  alcun  pre- 
giudizio del  contenuto,  ad  eccezione  della  carta  13,  cui  la  se- 
conda mano  aggiunse  un  brano,  trascrivendovi  su  in  parte  i  versi 
che  col  brano  primitivo  erano  andati  perduti.  Ho  detto  in  parte, 
perché  il  primo  verso  della  carta  13  dovea  cominciare  con  le 
parole  Più  volte,  come  è  indicato  trasversalmente  nel  margine 
del  foglio  precedente,  e  comincia  invece  Perla  mia  cara.  Il  mar- 
gine inferiore  di  quasi  tutti  i  fogli  è  guasto  dall'umidità.  I  fogli 
1.  24 1\  29  r.  30-36.  48.  54??.  55  60.  64-70,  come  pure  i  due  di 
risguardo,  sono  bianchi:  e  bianca  si  può  anche  considerare  la 
carta  2r,  ove  leggesi  soltanto  la  segnatura  del  codice.  La  nu- 
merazione dei  fogli  fu  talvolta  asportata  dal  legatore  nel  rifilare 
i  margini:  a  questa  mancanza  rimediai  io  stesso,  aggiungendo  la 
numerazione  perduta.  La  legatura  in  cartone,  rivestito  di  perga- 
mena, porta  impressi  gli  stemmi  di  Pio  VI  e  di  Francesco  Sa- 
verio de  Zelada,  cardinale  bibliotecario  dal  1780  al  1801.  Ma 
certamente  assai  prima  di  questa  data,  e  cioè  già  nei  primi  de- 
cenni del  sec.  XVII,  il  nostro  ms.  si  conservava  nella  Biblioteca 
Vaticana,  poiché  la  sua  segnatura  cade  appunto  nel  numero  dei 
codici  che  nel  1627  vi  si  custodivano  (1). 


(1)  Gfr.  F.  Ehrle,  Zur  Geschichte  der  Katalogisierung  der  Yatikana  in 
Historisches  Jahrhuch  der  Górres-Gesellschaft,  XI,  1890,  p.  726,  ove  si 
legge  che  il  numero  dei  manoscritti  latini  della  Vaticana  nel  catalogo  di 
Callisto  III  dell'anno  1455  (cod.  Yatic.  3959)  è  di  807,  e  nel  catal.  di  Sisto  IV 
dell'anno  1475  (codice  Yatic.  3954)  di  1757;  che  i  cataloghi  di  Cervino  dal 
1548  (codd.  Yatic.  3946,  3967-9)  presentano  3096  numeri  ;  e  che  nell'anno 
1627  il  numero  dei  codici  s'è  aumentato  fino  al  6025. 

Giornal*  storico,  XXXIX,  fase.  115.  8 


34  M.  VATTASSO 

Dei  due  copisti,  ai  quali  si  deve  la  nostra  silloge,  non  sappiamo 
se  non  questo,  che  il  secondo  nel  1467  trovavasi  in  Alessandria, 
e  che  tutti  e  due  appartengono  indubbiamente  alla  regione  ve- 
neta, non  solo  per  la  scelta  degli  autori  in  parte  veneti,  ma  spe- 
cialmente per  la  patina  dialettale  che  si  riscontra  cosi  nelle  poesie 
di  origine  veneta,  come  in  quelle  di  scrittori  toscani.  Abbastanza 
accurato  è  il  primo  amanuense,  poco,  per  non  dire  affatto,  è 
invece  il  secondo. 

Alia  regione  veneta  —  come  ebbi  già  occasione  di  avvertire  — 
,  appartengono  alcuni  rimatori  del  nostro  florilegio,  e  sopra  tutti 
è  a  buon  diritto  prediletto  il  Giustinian,  le  cui  alate  canzonette  e 
graziose  ballate  rallegranti  i  conviti  e  le  nozze  avevano  acquistato 
subito  grande  popolarità  e  diffusione  (i).  È  noto  peraltro  che  non 
tutte  le  poesie,  che  vanno  sotto  il  suo  nome,  gli  appartengono  ve- 
ramente; poiché  nel  suo  canzoniere,  come  già  nel  laudario  di  Jaco- 
pone,  s'infiltrarono  e  trovarono  luogo  alcune  produzioni  più  o  meno 
felici  degli  imitatori.  Non  io  però  intendo  entrare  nella  diffìcile 
questione  della  vera  paternità  delle  canzonette  giustinianee;  osser- 
verò soltanto  che  nel  nostro  codice,  il  quale  del  resto  si  può  rite- 
nere abbastanza  esatto  nelle  attribuzioni,  la  maggior  parte  delle 
poesie  del  Giustinian  sono  adespote;  e  ch'io  ascrivendole  al  grande 
patrizio  veneziano  non  intendo  affermare  che  a  lui  realmente 
appartengono,  ma  soltanto  che  nelle  edizioni,  e  specialmente  in 
quella  del  Wiese  (2),  esse  sono  a  lui  attribuite.  E  poiché  siamo 
su  questo  argomento,  noterò  ancora  come  nel  nostro  manoscritto 
vi  si  trovino  non  poche  e  buone  varianti  delle  canzonette  e  delle 
ballate  attribuite  al  Giustinian,  le  quali  potranno  servire  per  la 
futura  edizione  critica  delle  rime  di  questo  poeta  ;  che  vi  è  tra- 
scritta adespota  una  ballata  di  freschezza  e  sapore  giustinianei. 


(1)  Cfr.  V.  Rossi,  Il  Quattrocento  [in  Storia  lett.  d'Italia],  Milano,  1899, 
p.  144  8gg.  Rispetto  alla  vita  ed  alla  bibliografia  del  Giustinian  vedansi  i 
due  opuscoli  di  T.  Ortolani,  Appunti  su  L.  G.  con  l'appendice  di  24  stram- 
botti, Feltre,  1896;  e  Studio  riassuntivo  sullo  strambotto.  Feltra,  1898. 

(2)  Le  poesie  di  Lionardo  Giustiniani  in  Scelta  di  curiosità  letterarie, 
dispensa  GXCllI. 


MISCELLANEA  DI  RIME  VOLGARI  DEI  SEC.  XIV  E  XV  35 

ch'io  non  trovai  pubblicata,  epperciò  riproduco  in  Appendice; 
e  che  adespoti  pure  occorrono  ventisei  bellissimi  strambotti, 
non  indegni  certo  del  grande  veneziano,  dei  quali  tre  soli  sono 
a  stampa,  uno  attribuito  al  Giustinian  nell'edizione  del  D'An- 
cona (1),  e  gli  altri  due  senza  nome  d'autore  nell'edizione  del 
Morpurgo  (2).  Questi  strambotti,  ch'io  pubblico  con  vivo  piacere 
in  Appendice,  come  i  ventisette  dell'edizione  del  D'Ancona,  for- 
mano, per  cosi  dire,  un  grazioso  poemetto  lirico,  in  cui  i  senti- 
menti d'un'anima  grandemente  innamorata  difficilmente  potreb- 
bero essere  meglio  espressi. 

Tra  i  rimatori  veneti  rappresentati  nel  nostro  manoscritto  v'è 
pure,  ove  non  si  tratti  d'un  omonimo,  il  padovano  Bartolomeo 
Zabarella,  nipote  del  celebre  card.  Francesco  (3),  dotto  giurecon- 
sulto e  valente  professore  nella  patria  Università,  arcivescovo  di 
Spalato  nel  1428,  poi  di  Firenze  nel  1438  in  premio  dei  servigi 
resi  alla  S.  Sede  ai  concilii  di  Basilea  e  di  Firenze,  al  quale  la 
morte,  che  lo  colpi  l'agosto  del  1445  mentre  ritornava  da  un'im- 
portante legazione  ai  re  di  Francia  e  di  Spagna,  tolse  l'onore  della 
porpora,  cui  lo  voleva  innalzare  Eugenio  IV  (4).  Di  lui,  per  quanto 
io  sappia,  non  si  conosceva  finora  alcuna  poesia  volgare;  ed  è 
al  nostro  codice  che  si  deve  la  conoscenza  di  un  suo  serven- 
tese,  che  è  un  lamento  appassionato  d'un'  amante  trascurata,  nel 
quale  se  mancano  pregi  letterari,  piace  una  certa  originalità 
di  concetto  (cosa  assai  rara  nei  poeti  di  quel  tempo),  e  di  due 


(1)  Strambotti  del  Giustiniani  in  Giornale  di  filologia  romanza,  II,  p.  193. 

(2)  Canzonette  e  strambotti  in  un  codice  veneto  del  secolo  XVin  Biblio- 
teca di  letteratura  popolare  italiana  pubblicata  per  cura  di  S.  Ferrari,  li, 
p.  IIU,  n"  .55. 

(3)  Intorno  a  F.  Zabarella  vedasi  G.  Vedova,  Memorie  intorno  alla  vita 
ed  alle  opere  del  card.  F.  Z.  padovano,  Padova,  1829;  A.  Kneeb,  Kardinal 
Zabarella,  ein  Beitrag  zur  Gesch.  des.  gross.  abendldnd.  Schismas,  Mùnster, 
1891.  Gfr.  inoltre  F.  Novati,  Epistolario  di  Coluccio  Salutati,  III,  pp.  408- 
409,  nota. 

(4)  Per  le  notizie  intorno  a  B.  Zabarella  vedasi,  tra  gli  altri,  Tiraboschi, 
Storia  della  letter.  ital.,  ediz.  di  Milano,  1833,  III,  p.  80,  e  G.  Vedova,  Bio- 
grafia degli  scrittori  padovani,  11,  Padova,  1836,  pp.  424-427. 


36  M.  VATTASSO 

non  mediocri  sonetti,  eh'  io  do  in  Appendice  come  saggio  della 
sua  maniera  di  versificare.  Allo  Zabarella  è  indirizzato  un  so- 
netto d'un  Bortolamio  Hermano,  dove  si  loda  grandemente  un 
opuscolo  del  padovano  sopra  la  fine  di  Polidoro.  Di  quest'opera 
non  mi  fu  dato  rintracciare  notizie  più  particolareggiate  ;  non 
così  invece  dell'autore  del  sonetto,  il  quale  pare  sia  da  identifi- 
carsi con  quel  Bartolomeo  Hercolani  (1)  che  nel  1442  si  laureò 
in  diritto  alla  Università  di  Bologna,  e  nell'anno  seguente  vi  fu 
eletto  professore;  sia  pei'chè  paleograficamente  mi  sembra  assai 
facile  la  corruzione  di  Hercolani  in  Hermano,  e  sia  perchè 
l'Hercolani,  professore  della  celebre  Università  bolognese,  potè 
assai  facilmente  avere  relazione  con  lo  Zabarella,  che  era  con- 
siderato come  valente  giurista  dai  suoi  contemporanei. 

A  Padova  ancora  ci  richiamano  i  nomi  di  Domizio  Broccardo  e 
di  Jacopo  e  Francesco  Sanguinacci.  Intorno  ai  primi  due,  ai  quali 
il  nostro  ms.  attribuisce  un  sonetto,  non  è  qui  il  caso  di  ripetere 
cose  note  ;  ma  non  saranno  inutili  alcune  indagini  su  Francesco 
Sanguinacci,  il  cui  nome  ricorre  in  fronte  ad  un  brevissimo 
frammento  d'una  frottola  interessante,  che  senza  nome  d'au- 
tore venne  pubblicata  per  intiero  di  su  un  codice  Marciano  da 
G.  Mazzoni  (2). 

Due  Francesco  Sanguinacci  esistettero  nel  sec.  XV  ;  uno  fu  fra- 
tello di  Giovanni  detto  Zanin  e  zio  di  Jacopo  il  noto  poeta,  e 
l'altro  fu  fratello  del  poeta  stesso.  La  genealogia  del  ramo,  cui 
tutti  questi  appartennero,  si  può  vedere  in  un  opuscolo  di  Antonio 
Belloni  (3).  Però  il  prospetto,  riguardo  al  Francesco  di  cui  ci  oc- 


(1)  V.  G.  Fantuzzi,  Notizie  degli  scrittori  bolognesi,  III,  Bologna,  i783, 
pp.  271-273;  Tiraboschi,  Storia  cit.,  Ili,  p.  73,  e  S.  Mazzetti,  Repertorio 
di  tutti  i  professori...  di  Bologna,  Bologna,  1847,  pp.  172-173. 

(2)  Sotto  il  titolo  Un  libello  padovano  in  rima  del  sec.  XV  in  Atti  e 
Memorie  della  R.  Accademia  di  Padova,  N.  S.,  VII,  pp.  191-205. 

(3)  Di  Due  Scipioni  Sanguinacci  rimatori  padovani  dei  secoli  XV  e  X  VI, 
Padova,  Gallina,  1891  (Estr.  dalla  Rissegna  padovana  di  storia,  lettere  ed 
arti,  I,  1). 


MISCELLANEA  DI  RIME  VOLGARI  DEI  SEC.  XIV  E  XV  37 

capiamo,  dove  venire,  di  sugli  alberi  conservati  nel  Museo  civico 
di  Padova  (sez.  Biblioteca)  e  citati  dal  Belloni,  integrato  cosi: 

Jacobinus   cura   Leonora  Badoera 


Joannmus  Franciscvs  Battista 

1428 

I 

I  I  I  I 

Jacobus  Nicolaus  Joannes  Novellus        Franciscvs  (1) 

doctor  et  eques  eques 

Quale  però  dei  due  Francesco  sia  l'autore  della  frottola  non  è 
possibile  per  ora  accertare,  mancando  qualunque  notizia,  diretta 
o  indiretta,  cosi  dell'uno  come  dell'altro. 

Vero  è  che  negli  Esiimi  conservati  pure  nel  Museo  civico  di 
Padova  (sez.  Archivi,  Estimo  del  1418,  t.  220,  poi.  46)  si  trova 
una  denunzia  di  beni  fatta  da  un  Franciscus  de  sangonatiis  il 
giorno  8  maggio  1444,  e  nel  cod.  7,  2,  46  della  Biblioteca  dell'Ac- 
cademia dei  Concordi  di  Rovigo  (2)  si  legge  a  carte  38  una  Canzon 
facta  per  il  marchese  Nicolò  de  Ferara  elegantissima  per  man 
de  meser  Francesco  Sanguineo  da  Padoa,  ma  neppur  di  questo, 
come  di  quello,  si  può  dire  se  sia  lo  zio  o  il  fratello  del  poeta. 

Ad  un'  altra  città  del  Veneto  e  precisamente  a  Verona  appar- 
tiene un  ignobile  versificatore,  ma  medico  valente  del  sec.  XV, 
voglio  dire  Aleardò  Pindemonte  (3),  il  cui  nome  ricorre  in  fronte 
a  cinque  mediocri  sonetti,  lo  scarso  pregio  dei  quali  sta  unica- 
mente nelle  reminiscenze  petrarchesche,  onde  sono  pieni,  come 


(1)  Debbo  le  principali  notÌ7,ie  su  Francesco  Sanguinacci  alla  squisita  cor- 
tesia del  Direttore  del  Museo  civico  di  Padova,  l'egregio  dott.  Moschetti,  al 
quale  m'è  grato  rendere  qui  i  miei  più  sentiti  ringraziamenti. 

(2)  Gfr.  Mazzatinti,  Inventari  dei  mss.  delle  Biblioteche  d'Italia,  III,  p.  13. 
11  cod.  venne  ultimato  da  Antonio  de  Gainis .  .  .  Carpis  in  domo  domini 
Taliani  de  Piis .  .  .  anno  MCCCCLXIX  de  mense  Zennari.  La  canzone 
com.  Non  par  che  sia  bastante  a  dichiararle. 

(3)  Nel  ms.  è  detto  Aleardo  da  Pedemonte  veronese.  Le  poche  notizie  su 
questo  autore  sono  tratte  dalle  schede  della  Bibliografia  Veronese  inedita 
di  Mons.  G.  B.  Carlo  Giullari,  la  cui  copia  io  debbo  alla  gentilezza  del 
cav.  Pietro  Sgulraero,  al  quale  presento  qui  i  miei  cordiali  ringraziamenti. 


38  M.   VATTASSO 

si  può  anche  vedere  nei  due  pubblicati  in  Appendice.  Il  Pinde- 
monte  aspetta  ancora  il  suo  biografo;  ma  nel  frattempo  gioverà 
sapere  ch'egli  scrisse  prima  del  Panteo  (1)  un'  opera  dal  titolo 
De  balneis  Caldera,  in  cui  sembra  che  si  tratti  non  soltanto  l'ar- 
gomento medico,  ma  eziandio  delle  antichità  di  quel  luogo  (2).  Il 
libro,  che  ebbe  la  fortuna  di  uscir  almeno  tre  volte  alla  stampa  (3), 
è  preceduto  da  una  breve  dedica  Rev."^  in  Chrislo  Patri  et 
D.  D.  Hermolao  Barbaro  Dei  et  Apost.  sedis  gratia  digniss." 
EpiSG.°  Veron.,  con  la  data  Ex  Venetiis  die  3  Novemb.  1459. 

Gol  Pindemonte  si  chiude  la  breve  serie  dei  rimatori  veneti 
ricordati  nel  nostro  ms..  ma  non  termina  la  raccolta  di  poesie 
dovute  alla  penna  di  alcuni  altri  verseggiatori  di  quella  regione, 
poiché,  oltre  ad  un  sonetto  adespoto  che  va  attribuito  ad  Antonio 
Beccari,  venete  sono  senza  dubbio  alcune  frottole  senza  nome 
d'autore,  un  contrasto  assai  grazioso  tra  la  figlia  desiderosa  di 
marito  e  la  madre  che  cerca  di  temperarne  i  bollori  (4),  un'  im- 
portante ballata,  in  cui  la  madre  dà  consigli  alla  figlia,  sposa 
novella,  e  forse  anche  due  serventesi  d'argomento  amoroso. 

Della  piccola  schiera  di  rimatori,  appartenenti  ad  altre  regioni 
d'Italia,  primo  sì  presenta  il  Serdini  detto  Saviozzo  con  cinque 
serventesi,  di  cui  uno  adespoto;  vien  secondo  Bartolomeo  Her- 
colani  con  un  sonetto;  seguono  quindi  Fazio  degli  Uberti  coi 
sette  sonetti  sui  vizi  capitali,  tutti  adespoti,  il  Petrarca  con  due 


(1)  Cfr.  Maffei,  Verona  illustrata,  in  fol.,  parte  II,  col.  109. 

(2)  Cfr.  ToMASiNi,  De  donariis  ac  tabellis  votivis,  Padova,  1654,  p.  89. 

(3)  L'opera  infatti  si  trova  pubblicata  a  e.  141-189  della  Raccolta  de  Bai- 
neis  omnia  quae  extant,  Venetiis,  155'J,  apud  Junctum  in  f»;  a  e.  104-124 
dell'altra  ediz.  pure  di  Venezia  del  1571  e  finalmente  a  e.  145-184  dell'ope- 
retta del  P.  Ventura  Minardi,  De  Balneis  Calderii  etc,  Venetiis  et  Veronae, 
1689,  ex  typ.  Rubeana,  in  12°. 

(4)  Cfr.  su  questo  argomento  Renier,  Appunti  sul  contrasto  tra  la  madre 
e  la  figliuola  bram,osa  di  marito  in  Miscellanea  Nuziale  Rossi- Teiss, 
pp.  11-28.  Vedasi  ancora  la  XXIV  delle  Canzoni  a  ballo:  Madre  mia  dammi 
marito  e  la  canzonetta:  Madre,  che  pensi  tu  fare  \  Che  marito  non  me  dai 
in  Carducci,  Cantilene  e  ballate,  strambotti  e  madrigali  nei  secoli  XIII 
e  XIV,  Pisa,  Nistri,  1871,  p.  336. 


MISCELLANEA  DI  RIME  VOLGARI  DEI  SEC.  XIV  E  XV  39 

sonetti,  uno  dei  quali  adespoto,  e  finalmente  il  Burchiello  con 
parecchi  sonetti  tutti  adespoti,  preceduti  e  frammezzati  da  cinque 
altri  sonetti  «  alla  burchia  »,  senza  nome  d'autore. 

Questa  è  la  fisionomia  del  nostro  codice,  in  cui  a  differenza 
di  altri  mss.,  come  p.  es.  il  Gastiglionesco  cosi  bene  illustrato  dal 
Gian  (1),  un  cert'ordine  vien  serbato,  se  non  nella  disposizione 
delle  poesie  d'ogni  singolo  autore  —  com'  è  ad  es.  il  celebre  cod. 
Vaticano  3793  (2)  —  almeno  nel  raggruppamento  dei  vari  generi 
di  poesie.  Infatti  esso  consta  di  un  primo  gruppo  di  serventesi 
tetrastici  (noi  diremmo  meglio  capitoli  quaternari),  in  cui  son 
frammischiate  alcune  canzonette  e  ballate,  d'un  secondo  gruppo 
di  sonetti  e  d'un  terzo  gruppetto  composto  di  una  canzonetta  e  di 
due  ballate,  cui  tien  dietro  una  raccolta  di  strambotti  ed  una 
piccola  serie  di  canzonette  e  ballate,  fra  cui  un  serventese  te- 
trastico. 

Dopo  il  secondo  gruppo  e  la  prima  ballata  del  quinto  segui- 
vano alcuni  fogli  bianchi,  nei  quali  il  secondo  amanuense  scrisse 


(1)  Un  codice  ignoto  di  rime  volgari  appartenuto  a  B.  Castiglione  in 
questo  Giorn.,  34,  298^353;  35,  53-93. 

(2)  Colgo  la  prima  occasione  che  mi  si  presenta  per  correggere  due  errori, 
i  quali,  rispetto  alle  copie  di  quest'insigne  canzoniere,  s'incontrano  nel 
Trucchi  e  nel  Grion,  e,  sulla  fede  di  questi,  anche  in  altri  autori,  come  ad 
es.  nel  Gian,  Un  decennio  della  vita  di  M.  Pietro  Bembo,  Torino,  1885, 
p.  84.  Il  Trucchi  a  p.  15  del  voi.  II  delle  Poesie  italiane  inedite  di  dugento 
autori  (Prato,  1846-1847),  nel  pubblicare  una  frottola  d'incerto  autore  tre- 
centista afferma  d'averla  tratta  dal  cod.  Vat.  4620,  ch'egli  dice  inoltre  «  copia 
«  del  libro  reale  del  Bembo  ».  Ma  il  vero  si  è  che  il  cod.  succitato  contiene 
soltanto  sermoni  latini  sulle  epistole  della  Quaresima:  altrove  quindi,  e  cioè 
nel  cod.  Vat.  4823,  bisogna  cercare  la  copia  del  Libro  reale  che  contiene 
pure  a  carte  19r-20r  la  frottola  edita  dal  Trucchi.  In  un  simile  errore  cade 
anche  il  Grion  là  dove  asserisce  che  il  cod.  Vat.  4640  è  esso  pure  una  copia 
del  cod.  Vat.  3793,  copia  ch'egli  crede  fatta  per  ordine  del  Bembo  stesso 
(cfr.  Il  serventese  di  Giulio  d'Alcamo,  Scherzo  comico  del  i247  in  Pro- 
pugnatore, voi.  IV,  parte  I,  1871,  p.  105  e  sg.);  imperocché  il  cod.  Vat.  4640 
non  solo  non  è  copia  del  Libro  reale,  ma  non  contiene  affatto  rime  volgari. 
Forse,  e  senza  forse,  il  Grion  voleva  accennare  al  cod.  Vat.  4823,  il  quale 
peraltro  —  secondo  le  giuste  osservazioni  del  Monaci  —  anziché  al  Bembo 
va  attribuito  al  Colocci.  Cfr.  l'introduzione  a  Le  antiche  rime  volgari  se- 
condo la  lezione  del  codice  Vaticano  3793,  voi.  I,  p.  xxiii. 


40  M.   VATTASSO 

alcune  frottole,  tutte  adespote,  tranne  una  attribuita  a  Francesco 
Sanguinacci,  e  parecchi  sonetti  che,  sebbene  senza  nome  d'autore, 
riuscii  in  gran  parte  ad  identificare  per  quelli  del  Burchiello. 

Ecco  intanto  per  maggior  chiarezza  il  prospetto  topografico  dei 
vari  rimatori  e  componimenti  adespoti,  che  ricorrono  nella  nostra 
miscellanea  poetica: 


Adesp.  (Serdini?) 

Serdini  d.°  Saviozzo 

Adesp. 

Serdini 

Adesp.  ma  del  Giustinian 

Serdini 

Adesp. 

Giustinian 

Adesp.  ma  del  Giustinian 

Adesp.  (Serdini?) 

Bartolomeo  Zabarella 

Adesp. 

Bartolomeo  Hercolani 

Jacopo  Sanguinacci 

Petrarca  (?!) 
Aleardo  Pindemonte 

Adesp. 

Domizio  Broccardo 

Bartolomeo  Zabarella 


MISCELLANEA.  DI  RIME  VOLGARI  DEI  SEC.  XIV  E  XV  41 

Adesp.  ma  di  Fazio  degli  Uberti 

Adesp. 

Adesp.  ma  di  Antonio  Beccari 

Adesp.  ma  del  Petrarca 

Adesp. 
Adesp.  ma  del  Giustinian 

Adesp. 
Adesp.  ma  del  Giustinian 

Adesp.  (Giustinian?) 

Adesp.  ma  del  Giustinian 

Adesp.  (Giustinian?) 

Adesp. 

Francesco  Sanguinacci 

Adesp. 
Adesp.  ma  del  Burchiello 

Adesp. 
Adesp.  ma  del  Burchiello 

Adesp. 
Adesp.  ma  del  Burchiello 

Adesp.  (Giustinian?) 
Adesp.  ma  del  Giustinian. 

Ed  ora  poche  parole  intorno  al  metodo,  ch'io  seguii  nel  pub- 
blicare la  tavola  del  ms.  ed  i  principali  componimenti,  assai  pro- 
babilmente inediti,  in  esso  contenuti.  È  uso  ormai  comune,  quando 
si  tratti  della  descrizione  di  uno  o  di  pochi  codici,  di  dare  nella 


42  M.   VATTASSO 

tavola  non  soltanto  l'indicazione  del  foglio  ed  il  principio  dei 
singoli  componimenti,  ma  ancora  il  titolo,  le  didascalie  e  il  nome 
dell'autore,  aggiungendo  in  nota  la  bibliografia  il  più  possibil- 
mente completa  dei  medesimi.  A  questo  metodo  m'attenni  io  pure 
in  tutto,  tranne  in  questo  che  delle  rime  inedite  e  da  me  non 
pubblicate  diedi  ancora  l'ultimo  verso,  affine  di  evitare  la  confu- 
sione di  poesie  che,  pur  avendo  alle  volte  identico  principio,  sono 
affatto  diverse  tra  loro.  I  titoli  ed  i  nomi  degli  autori,  che  non 
si  trovano  nel  ms.,  chiusi  in  parentesi  quadre.  Rispetto  all'edi- 
zione dei  testi  da  me  creduti  inediti,  debbo  avvertire  che  man- 
tenni la  grafia  del  codice,  dal  quale  mi  discostai  nella  inter- 
punzione, nei  segni  diacritici ,  nel  riordinamento  dei  nessi,  nello 
scioglimento  delle  abbreviature,  nella  sostituzione  della  v  alla  u 
consonante  e  della  i  alla  j  vocale  e  nella  eliminazione  dei  segni 
ortografici  senza  valore  di  pronunzia.  Poche  volte,  peraltro,  mi 
convenne  di  correggere  alcuni  errori  evidenti  del  copista,  ma  in 
questo  caso  ne  diedi  avvertenza  in  nota,  ove  riprodussi  sempre 
la  lezione  del  manoscritto.  Altre  piccole  correzioni  dovetti  fare 
nel  testo,  ma,  per  non  venir  meno  alla  fedeltà  della  trascrizione, 
stampai  in  corsivo  le  voci,  le  sillabe  o  le  lettere,  che  vanno 
espunte,  e  racchiusi  in  parentesi  quadra  quelle  altre  che  vanno 
aggiunte.  Ma  di  questa  libertà  usai  raramente  per  non  svisare 
la  fisionomia  del  codice,  pieno  di  dialettismi  proprii  di  quella 
regione,  a  cui  esso  appartiene. 

Termino  queste  righe  mandando  un  vivo  ringraziamento  al 
chiar."'*'  prof.  Gian,  il  quale  gentilmente  mi  porse  aiuto  nell'iden- 
tificare  alcuni  componimenti. 

Marco  Vattasso. 


MISCELLANEA  DI  RIME  VOLGARI  DEI  SEC.  XIV  E  XV  43 


TAVOLA  DEL  CODICE 


1  (f.  1).        [Serventese  tetrastico  acef.,  adesp.,  anep.J.  Il  fram- 

mento 

Gom.  -  Ma  se  '1  sapesti  credo  cum  furore. 
Fin.    -  Fede  e  speranza  de  la  mia  salute. 

2  (Ibid.).       [Serventese  di]  Simone  da  Siena. 

Gom.  -  Nove[l]Ia  monarchia,  iusto  signore. 

3  (f.  4).        [Contrasto  tra  la  figlia  che  vuol  marito  e  la  madre 

che  ne  la  dissuade]. 

Gom.  -  Madre  mia,  non  te  par  ora. 

4  (f.  5).        [Serventese  dij  Simone  da  Siena. 

Gom.  -  0  8pe[c]chio  di  Narciso,  o  Ganimede. 

5  (f.  7).        [Serventese  di]  Simone  da  Siena. 

Gom.  -  0  magnanime  don[n]e,  in  cui  beltade. 


1.  -  Non  ostante  le  più  diligenti  ricerche,  non  son  riuscito  ad  identificare 

il  frammento  surriferito,  il  quale,  del  resto,  è  si  poca  cosa,  che  non 
merita  davvero  vi  si  spenda  mtorno  altro  tempo 

2.  -  È  la  nota  poesia  indirizzata  al  conte  di  Virtù,  G.  Galeazzo  Visconti. 

Per  la  sua  bibliografia  vedasi  Vindice  delle  carte  di  P.  Bilancioni, 
ed.  Frati,  in  Propugnatore,  N.  S.,  voi.  IV,  P.  1,  pp.  183-184,  la  tavola 
del  Volpi,  La  vita  e  le  rime  di  Simone  Serdini,  in  questo  Giornale, 
15,  61,  e  il  Flamini,  La  lirica  toscana  del  Rinascimento  anteriore  ai 
tempi  di  Lorenzo  il  Magnifico,  Pisa,  1891,  p.  63;  cfr.  inoltre  Gian, 
Un  codice  ignoto  di  rime  volgari,  in  questo  Giorn.,  34,  347,  n°  143. 

3.  •  Inedito.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n"  I. 

4.  •  È  il  n°  44  del  Volpi  {Op.  cit.,  p.  61),  il  quale  lo  ripubblicò  in  lezione 

più  corretta  a  pp.  67-73.  Per  la  sua  bibliografia  vedasi  anche  Vindice 
delle  carte  di  P.  Bilancioni  (Propugn.,  N.  S.,  voi.  IV,  P.  I,  pp.  185-186), 
il  Flamini,  Lirica,  p.  742,  n°  24  e  il  Mazzoni,  Le  rime  profane  d'un 
manoscritto  del  secolo  XV,  in  Atti  e  memorie  della  R.  Accademia  di 
scienze,  lettere  ed  arti  in  Padova,  N.  S.,  VII  [1891],  p.  93;  cfr.  inoltre 
Gian,  loc.  cit.,  p.  331,  n»  40. 

5.  -  È  il  no  43  del  Volpi  {Op.  cit.,  p.  61).  Per  la  bibliografia  vedasi  ancora 

Propugn.,  N.  S.,  voi.  IV,  P.  I,  p.  185  e  il  Flamini,  Lirica,  p.  742,  n°  33. 


44  M.   VATTASSO 

6  (f.  13).      [Canzonetta  di  Lionardo  Giustinian]. 

Gom.  -  Perla  mia  cara  e  dolze  amor. 

7  (f.  14).      [Serventese  acef.  di]  Simone  da  Siena.  Il  frammento 

Gom.  -  Io  non  penso  che  '1  so  spirito  ironio. 
Fin.    -  E  fue  de  questa  vita  el  lume  spencto. 

8  (ibid.).      [Serventese  adesp.,  anep.]. 

Gom.  -  Possa  (=  Poscia)  eh'  i  cieli  a  tanto  mal  consente. 

9  (f.  iòv.).  [Serventese  di]  Lionardo  Giustinian. 

Gom.  -  Io  vedo  ben  eh'  amor  m'  è  traditore. 

10  (f.  18).      [Canzonetta  di  Lionardo  Giustinian]. 

Gom.  -  Tropo  amor  si  me  desfacie. 

11  (f.  19).       [Serventese  di  Simone  da  Siena  ?]. 

Gom.  -  [Lj'alta  virtù  de  quel  co[l]legio  sancto. 


6.  -  È  il  n"  GXIV  della   tavola  del   Flamini  (Un  codice  del  Collegio   di 

s.  Carlo  e  le  raccolte  a  penna  di  rime  adespote,  in  Propugnatore,  N.  S., 
voi.  V,  P.  I,  p.  303),  il  n"  XV  del  Morpurgo  (Canzonette  e  strambotti 
in  un  codice  veneto  del  secolo  XV,  in  Biblioteca  di  Letteratura  po- 
polare italiana  pubblicata  per  cura  di  S.  Ferrari,  voi.  II,  pp.  61-63)  e 
il  XIV  del  WiESE  (Le  poesie  di  Lionardo  Giustiniani,  in  Scelta  di 
curiosità  letterarie,  disp.  GXGIII,  pp.  79-82).  Per  la  bibliografia  vedasi 
ancora  S.  Ferrari,  Biblioteca  di  lett.  cit.,  voi.  II,  pp.  11-15,  a  cui  si 
può  aggiungere  pure  il  codice  Parigino  1069,  che  la  registra  adesp.  a 
cart.  sé  (cf.  Mazzatinti,  Manoscritti  italiani  delle  bibliot.  di  Francia, 
II,  2o9).  Ne  do  le  varianti  in  Appendice,  n"  II,  prendendo  a  base  l'edi- 
zione del  Wiese. 

7.  -  Trattandosi  d'un  breve  frammento,  e  non  avendo  a  mano  le  varie 
edizioni  delle  rime  del  Serdini,  ne  lascio  a  chi  ne  ha  voglia  l'identi- 
ficazione. Dopo  l'ultimo  verso  si  legge  :  Finis  per  Simonetum  de  Senis 
uel  Pisis. 

"S.  -  Nuova,  inedita.  La  pubblico  in  Appendice,  n"  III. 

9.  -  È  il  n"  LVIII  del  Wiese,  ed  il  n»  III  del  Morpurgo.  Per  le  indicazioni 
bibliografiche  vedasi  Gian,  Op.  cit.,  in  questo  Giorn.,  34,  331-332,  n»  44 
e  35,  89.  Ne  do  in  Appendice,  n"  IV,  le  varianti. 

10.  -  E  il  n°  65  del  cod.  Palatino  213  (Gentile,  I  codici  Palatini,  p.  270) 
e  il  n"  LXIV  del  Wiese  (Op.  cit.,  pp.  339-342).  Ne  do  in  Appendice, 
n^  V,  le  varianti. 

11.  -  Questo  serventese,  oltre  che  nel  nostro,  è  adespoto  ne' codici  seguenti: 

Bibliot.  civica  di  Genova,  fil.  1,  3,  15;  Magliabechiano  VII.  25,  1008  e 
1091,  II,  II.  40  e  Riccardiano  XXI.  155.  Al  Serdini  l'attribuisce  il  co- 


MISCELLANEA  DI  RIME  VOLGARI  DEI  SEC.  XIV  E  XV  45 

12  (f.  20).      [Serventese  di]  Bartolomeo  Zabarella. 

Cora.  -  Qual  dio,  qual  forte  o  naturai  iudicio. 

13  (f.  22).      [Serventese  adesp.,  anep.]. 

Gora.  -  Poiché  'I  corso  del  cielo  e  la  fortuna. 

14  (f.  25).      Soneto  de  Bortolaraio  Hermano  al  Bazabela. 

Com.  -  Discorrendo,  poeta,  gli  alti  versi. 

15  (ibid.).       Soneto  de  mesier  Jacomo  Sangonazo. 

Cora.  •  Io  sum  disposto  al  tuto  mutar  pani. 

16  (ibid.).       [Sonetto  adesp.,  anep.]. 

Com.  -  Io  sum  de  l'aspectar  ornai  sì  vinto. 

17  (ibid.).       Soneto  del  Petrarca. 

Gora.  -  Se  traviato  el  folle  è  '1  mio  desio. 

18  (f.  25  V.).  Soneto  del  Petrarca. 

Com.  -  Quando  fra  l'altre  [donne]  ad  ora  ad  ora. 


dice  Laurenz.  Plut.  XGI  inf.  47,  a  Messer  Nello  di  San  Geminiano  il 
cod.  Laurenz.  Plut.  XL,  n»  43,  ed  al  Pucci  il  Bilancioni  (Propugnai., 
V,  P.  II,  p.  288).  Per  la  bibliografìa  vedasi  Volpi,  Op.  cit.,  pp.  46-47. 

12.  -  Nuovo,  inedito.    Lo  pubblico   in    Appendice,  n"  VI.  In  fine  si  legge  : 

Finis  per  Bartolum  Zabarela. 

13.  •  Nuovo,  inedito.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n°  VII. 

14.  -  Nuovo,  inedito  ed  interessante   per   un   accenno  ad  un  lavoro  poetico 

del  destinatario.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n»  Vili.  Il  destinatario,  che 
jiel  codice  è  detto  Bazabela,  non  sarà  probabilmente  altri  che  lo  Za- 
barella; e  l'autore  è  forse  da  identificarsi  con  Bartolomeo  Hercolani; 
cfr.  p.  36. 

15.  -  Non  è  registrato   nelle  poesie  del  Sanguinacci  e  neppure  nell'indice 

delle  carte  di  P.  Bilancioni.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n"  IX. 

16.  •  Dev'essere  a  stampa,  ma  non  so  dove  rintracciarlo.  Fin.  L'anima  ch'è 
poco  sola  una  volta. 

17.  -  È  la  prima  volta,  eh'  io  sappia,  che  è  attribuito  al  Petrarca,  del  quale 

non  è  certamente.  Lo  pubblico  in  Appendice,  u»  X. 

18.  •  È  il  sonetto  che  nell'edizione  del  Mestica  porta  il  n°  XII. 


46  M.   VATTASSO 

19  (ibid.).      Soneto  de  Aleardo  da  Pedemonte  veronese. 

Gom.  ■  Quand'io  ben  penso  al  mio  misero  stato. 

20  (ibid.).      Soneto  de  Alearda  (corr.  Aleardo)   da  Pedemonte 

veronese. 
Gom.  -  Venuto  è  '1  dolete  tempo  del  disio. 

21  (f.  26).      Soneto  del  medemo. 

Gom.  -  Grado  se  mai  natura  ebbe  lo  'nzegno. 

22  (ibid.).       Soneto  de[lì  medemo. 

Gom.  -  Vede[s]tu,  amor,  quant'  è  bella  costei. 

23  (ibid.).      Soneto  del  medemo. 

Gom.  -  Benedico  el  bel  viso  e  '1  chiaro  zorno. 

24  (ibid.).       [Sonetto]  Ad  illustrem  comitem  Urbinf. 

Gom.  -  Quando  al  principio  non  risponde  el  mezo. 

25  (f.  26  ?;.),  [Sonetto  adesp.,  anep.]. 

Gom.  -  Ancor  vive,  madona,  el  bel  sperare. 

26  (ibid.).       [Sonetto  adesp.,  anep.]. 

Gom.  -  Gonstrecto  a  mal  mio  grato  e  lacrimando. 

27  (ibid.).      Incipit  sorte,  dom.  Domicij  Bro[ccardi]. 

Gom.  -  Ben  possati  celarme  el  chiaro  viso. 


19.  -  Non  per  pregi  letterari,  ma  come  saggio  della  maniera  di  questo  ver- 

seggiatore fin  qui  sconosciuto,  pubblico  questo  sonetto  in  Append.,  n°  XI. 

20.  •  Fin.  A  me  la  dona  che  7  tempo  è  venuto. 

21.  -  Fin.  Che  Va  el  mio  cor  già  de  stupor  conquiso. 

22.  •  Fin.  Po''  rimareve  in  la  vita  serena. 

23.  -  Nuovo,  inedito.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n"  XII. 

24.  -  Nuovo,  inedito.  Fin.  Tu  mi  ha'  compuncto  de  amorose  spine.  Dopo  i 

i  due  terzetti  rimati  ABC,  ABC  seguono  cinque  endecasillabi  con  lo 
schema  DEEDD. 

25.  -  Nuovo,  inedito.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n°  XIII. 

26.  -  Nuovo,  inedito.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n"  XIV. 

27.  -  È  adesp.  nel  cod.  Parmense  1081,  onde  fu  tratto  da   E.  Gosta  e  pub- 


MISCELLANEA  DI  RLME  VOLGARI  DEI  SEC.  XIV  E  XV  47 

28  (f.  27).      [Sonetto  di]  Bartolomeo  Zab[arella]. 

Gom.  -  Vidi  nuova  belecia  e  un  nuovo  amore. 

29  (ibid.).      [Sonetto  di]  Bartolomeo  Zab[arella]. 

Gom.  -  De  un  continente  velo  avia  coperto. 

30.  [Sette  sonetti  di  Fazio  degli  Ubarti  sui  vizi  capitali]. 

Gominciano  : 

1  (ibid.).  E  sum  quella  mala  pianta  de  soperbia. 

2  (ibid.).  E  sum  la  macra  lupa  de  avaricia. 

3  (f.  27w.).  E  sum  la  scel[l]erata  de  luxuria. 

4  (ibid.).  Ira  mi  sum  senza  rason  e  regula. 

5  (ibid.).  E  sum  la  gola  che  consumo  tut[t]o. 

6  (f.  28).  E  io  invidia  quando  altrui  resguardo. 

7  (ibid.).  Io  accidia  sum  tanto  da  nulla. 

31  (ibid.).       [Sonetto  adesp.  anep.]. 

Gom.  -  Superbia,  madre  e  dona  d'ogni  vicio. 

32  (ibid.).      [Sonetto  di  Antonio  da  Ferrara]. 

Gom.  -  Gesaro,  poi  che  recevè  el  presente. 


blicato  in  questo  Giorn.,  13,  86,  n»  26.  Le  poesie  famigliari  di  D.  Broc- 
cardo  furono  edite  da  G.  S.  Scipioni  nel  Preludio  di  Ancona,  V  (1881) 
n.  11;  e  A.  Saviotti  pubblicò  le  Ballale  inedite  di  Domizio  Broccardo 
da  Padova,  Fano,  1892,  per  nozze  Antaldi-Procacci;  cfr.  Flamini  in 
Propugnatore,  N.  S.,  V,- P.  I  (1892),  p.  301,  nota.  Per  le  notizie  bio- 
grafiche cfr.  Giornale,  13,  441  sg.;  14,  310. 

28.  -  Nuovo,  inedito.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n<»  XV.  Dopo  l'ultimo  verso 

di  questo  e  del  seguente  sonetto  sta  scritto:  Finis  per  d.  Barto.  Zab. 

29.  -  Nuovo,  inedito.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n*»  XVL 

30.  ■  Vedi  R.  Renier,  Liriche  edite  ed  inedite  di  Fazio  degli  Uberti,  Fi- 
renze, 1883,  pp.  139-155;  cfr.  F.  Pellegrini,  Sette  sonetti  morali  di 
F.  d.  U.  secondo  una  redazione  sconosciuta.  Verona,  1900,  per  nozze 
Bolognini-Sormani. 

30.  -  N°  5.  Mancano  i  vv.  3-4  della  prima  quartina. 

31.  -  Nuovo,  inedito.  Fin.  Perchè  i  capoversi  ad  orden  schiopano. 

32.  -  Alle  indicazioni  bibliografiche  raccolte  dal  Bilancioni,  Indice  nel  Pro- 
pugnatore, N.  S.,  II,  P.  I,  pp.  71-72,  aggiungasi  quella  della  Raccolta 
di  rime  toscane,  Palermo,  1817,  IV,  p.  245,  n"  V  e  l'ediz.  del  Mestica, 
Le  rhne  di  Francesco  Petrarca,  Firenze,  1896,  p.  146  in  nota. 


48  M.    VATTASSO 

33  (f.  28«?.)-  [Sonetto  del  Petrarca]. 

Gora.  -  Gesaro,  poi  che  '1  traditor  d'Egipto. 

34  (ibid.).      [Sonetto  adesp.]. 

Gom.  -  Prima  resurgerà  dove  si  asconde. 

35  (ibid.).      [Serventese  tristico  adesp.,  anep.J. 

Gom.  -  Femena  eh'  è  men  a  sé  che  fera. 

36  (f.  29?;.).  [Sonetto  caudato  adesp. J. 

Gom.  -  Misiere,  e'  vegno  a  dio  a  vu  eia  raxon. 

37  (ibid.).      [Sonetto  caudato  adesp.]. 

Gom.  -  No,  no  fistola,  missiere,  mo  no  cagon* 

38  (f.  37).      [Ballata  di  Lionardo  Giustinian]. 

Gom.  -  0  dona  del  cor  mio. 

39  (f.  37  V.).  [Ballata  adesp.,  anep.]. 

Gom.  -  Poi  zonta  sei  al  partito. 


33.  -  Neir/«dice  delle  carte  di  P.  Biiancioni,  loc.  cit.,  p.  71,  è  attribuito 
ad  Antonio  da  Ferrara,  ma  il  sonetto  è  del  Petrarca.  Nell'edizione  del 
Mestica  esso  porta  il  n°  LXXXl.  Questo  sonetto  trovasi  pure  nel  co- 
dice 5676  della  Bibl.  Guarnacci  di  Volterra  (G.  Mazzatinti,  il,  p.  200). 

34.  -  Nuovo,  inedito.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n°  XVII.  Quanto  al  concetto 

cfr.  i  canti  di  varie  raccolte,  ricordati  dal  D'Ancona,  La  poesia  popo- 
lare italiana,  Livorno,  1878,  p.  278,  n.  1  ;  e  lo  strambotto  che  nell'edi- 
zione del  MoRPURGO,  Canzonette  e  strambotti  cit.,  porta  il  n°  53. 

35.  -  Lo  schema  di  questo  serventese  incatenato  è  ABA,  GBG,  DED,  FEF, 

GG.  E  un'  invettiva  contro  le  donne.  Lo  pubblico  in  Append.,  n°  XVIIL 

36.  •  Nel  ms.  s'intitola  Frotola  e  accanto  a  questo  titolo  un'altra  mano  ag- 
giunse da  vilà.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n"  XIX. 

37.  -  E  la  risposta  al  sonetto  precedente.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n»  XX. 

38.  -  E   quella   stessa   che   il   Wiese   diede   mutila    in    principio   sotto    il 

n°  XxlX,  pp.  149-152,  e  che  il  Mazzoni  integrò  di  sul  codice  Marciano 
(Le  rime  profane  d'un  ms.  del  secolo  XV,  in  Atti  e  m,emorie  dell'Ac- 
cademia di  Padova,  voi.  VII,  1891,  n»  II,  p.  57).  Ne  do  le  varianti  in 
Appendice,  n»  XXI. 

39.  -  È  in  dialetto  veneto.  Lo  pubblico  in  Appendice,  n»  XXIL 


MISCELLANEA  DI  RIME  VOLGARI  DEI  SEC.  XIV  E  XV  49 

40  (f.  38  V.).  [Ballata  di  Lionardo  G^iustinian]. 

Com.  •  0  rosa  mia  zentile. 

41.  fVentisei  strambotti,  adespoti  e,  tranne  il  primo, 

anepigrafi]. 

1  (f.  39  ».).  Quenze  cantando  qui  me  fai  venire. 
i  (ibid.).  De!  piagate  ascoltar  sto  to  servente, 

3  (ibid.).  Dimandote  mercè,  che  1'  è  ben  ora. 

4  (ibid.).  A  mille  modi  ò  provato  e  provo. 

5  (ibid.).  Talora  sguardo  tua  zentil  figura. 

6  (ibid.).  Non  naque  sotto  el  ciel  mai  dona  alcuna. 

7  (f.  40).  Vivo  sperando  se  pur  tu  volesti. 

8  (ibid.).  Ma  poi  ch'amore  m'à  posto  a  te  sozeto. 

9  (ibid.).  La  nocte  in  sono  tu  me  doni  page. 

10  (ibid.).  Ei  non  ti  dol,  zudea,  vedermi  stare. 

11  (ibid.).  0  ciel,  0  terra,  o  morte,  o  dio  d'amore. 

12  (ibid.).  Se  moro,  dona,  dime,  ch'averai? 

13  (f.  40».).  Volgio  far  fine  ormai  al  mio  lamento. 

14  (ibid.).  A  Dio,  madona,  a  Dio  t'arecomando. 

15  (ibid.).  Qà  vedo  ben  che  solo  per  dilecto. 

16  (ibid.).  Non  pianzerò  zamai  quel  eh'  io  t'  ò  facto. 

17  (ibid.).  Dolce  centrata,  caro  el  mio  reducto. 

18  (ibid.).  Chiamo  mercè  e  posso  as[s]ai  chiamare. 

19  (f.  41).  Sopra  l'altre  done  tute  quante. 

20  (ibid.).  Non  passo  mai  qui  via  eh'  el  non  se  mova. 

21  (ibid.).  Tu  sei  il  mio  conforto  e  la  mia  pace. 


40.  -  È  la  canzonetta  che  il  Wiese  pubblicò  sotto  il  n»  XXVII.  Ne  db  le 
varianti  in  Appendice,  no  XXIII. 

41.  -  Di  questi  ventisei  bellissimi  strambotti,  di  freschezza  e  sapore  giusti- 
nianei, tre  furono  già  pubblicati;  ma  presentano  tali  e  tante  varianti 
che  credo  bene  di  ripubblicarli  insieme  con  gli  inediti  in  Appendice, 
n®  XXIV.  Gli  strambotti  già  pubblicali  sono  quelli  che  qui  portano  i 
ni  10,  12,  16.  1  n'  10  e  12  si  leggono  nell'ediz.  cit.  del  Morpurgo  a 
pp.  74.  HO,  ed  il  n"  16  è  il  n»  26  del  D'Ancona,  Strambotti  del  Giu- 
stiniani, in  Giornale  di  filologia  romanza,  II,  p.  193. 

QiornaU  ttorico,  XXXIX,  fase.  115.  4 


50  M.   VATTASSO 

22  (ibid.).  Che  t'azo  facto,  che  salvaza  sei. 

23  (ibid.).  Perla  mia  cara,  aspecto  de  anzoleta. 

24  (ibid.).  0  graziosa,  [o]  fior  d'ogn'  altro  fiore. 

25  (f.  41  V.).  Aimè  meschin,  dove  reducto  m'  ài. 

26  (ibid.).  Fara'  tu  mai  contento  el  mio  desio. 

42  (f.  41 V.).  [Ballata  adesp.J. 

Com.  -  Virtù  chi  siegola  (=seguela)  perir  non  lassa. 

43  (ibid.).       [Frottola  adesp.J. 

Com.  -  Al  mal  officio  e'  fu  aciuso  per  fruto. 

44  (ibid.).      [Frammento  d'una  frottola]  de  Francesco  Sangui- 

nago. 

Gom.  -  Tacete,  male  lengue. 
Fin.    -  Meteretili  una  briglia. 

45  (f.  44).      [Sonetto  caudato  acef.,  adesp.,  anep.].  Il  frammento 

Gom.  •  E  fece  una  patela  e  mezo  un  testo. 

Fin.    -  Tu  non  sa'  ancor  quel  che  '1  formento  vaia. 

46  (ibid.).       [Sonetto  caudato  adesp.,  anep.J. 

Gom.  -  Recipe  un  gran  carniero  di  balestre. 

47  (ibid.).       [Sonetto  caudato  adesp.,  anep.]. 

Gom.  -  Gicerbitaccia  verde  e  paonazza. 


41.  -  N"  24.  Anche  il  capoverso  dello  strambotto  n°  5  del  Morpurgo  (Op.  cil., 

p.  96)  è  identico  al  surriferito,  ma  lo  strambotto  è  tutt'altra  cosa. 

42.  ■  Fin.  Per  zascum  pò  come  vicio  cassa. 

43.  -  È  in  dialetto  veneto.  Fin.  1  dixe  pisso  chiaro  in  caga  al  miego. 

44.  -  Sono  i  primi  quattro  versi  del  componimento  pubblicato  da  G.  Mazzoni 
in  Atti  e  memorie  della  R.  Accad.  di  Padova,  N.  S.,  VII,  pp.  191-205. 
Nel  cod.  Marciano  la  poesia  è  adespota  ;  e  perciò  riesce  preziosa  l'attri- 
buzione del  nostro  ms. 

45.  -  Mancano  i  primi  dieci  versi. 

46.  •  E  una  ricetta  burlesca  contro  la  febbre.  Fin.  A  questo  modo  camperai 

di  febre. 

Al.  -  Gon  questo  verso,  che  nel  nostro  ms.  suona  Sicerbita  verde  e  paonaQa, 
comincia  pure  un  sonetto  del  Burchiello,  che  è  però  tutt'altra  cosa  del 
nostro.  Fin.  Che  tu  vera"  cum  le  altre  in  sinagoga. 


MISCELLANEA  DI  RIME  VOLGARI  DEI  SEC.  XIV  E  XV  51 

48  (f.  44v.).  [Sonetto  caudato  del  Burchiello]. 

Com.  -  Prestate  nobis  de  oleo  vestrosso. 

49  (ibid.).      [Sonetto  caudato  adesp.,  anep.]. 

Com.  -  lo  crepo  veramente  s'i'  non  nar[r]o. 

50  (ibid.).      [Sonetto  caudato  del  Burchiello]. 

Gora.  •  lo  ho  SI  fort^e  el  mio  e . .  ridurato. 

51  (f.  45).      [Sonetto  caudato  adesp.,  anep.]. 

Com.  •  Son  però  rugina  diventato. 

52  (ibid.).      [Sonetto  caudato  adesp.,  anep.]. 

Com.  •  De  !  ficati  'n  cusina  menchia  taro. 

53  (ibid.),      [Sonetto  caudato  del  Burchiello]. 

Com.  -  La  don[n]a  mia  comenza  a  retrosire. 


48.  ■  Questo  sonetto,  che  è  adespoto  nel  nostro  codice  e  comincia  Date 
nobis  de  oleo  vestro,  è  pure  adespoto  nel  cod.  Fiorentino  li,  IV,  250 
(Mazzatinti,  X,  p.  165)  ;  e  fu  pubblicato  più  volte  con  le  rime  del  poeta 
barbiere.  Qui  oltre  alle  due  edizioni  citate  dal  Bilancioni  (in  Propu- 
gnatore, N.  S.,  II,  P.  II,  p.  338),  ricorderò  l'edizione  di  Venezia  del  1512 
(Sonetti  del  Burchiello  novamente  stampati  et  diligentemente  correcti, 
C,  V),  l'ediz.  di  Firenze  del  1552  (I  sonetti  del  Burchiello  et  di  messer 
Antonio  Alamanni  alla  Burchiellesca,  cart.  46),  l'ediz.  di  Venezia  del 
1553  (Rime  del  Burchiello  comentate  dal  Doni,  p.  191)  e  finalmente 
l'ediz.  di  Firenze  del  1568  (/  sonetti  del  Burchiello,  di  M.  Antonio 
Alamanni  et  del  Bisoluto  ecc.,  cart.  46).  Rispetto  alle  rime  del  Bur- 
chiello non  cito  le  edizioni  più  antiche,  perchè  mi  furono  inaccessibili. 

49.  -  Questo  sonetto  anche  adespoto  si  legge  nel  codice  42  della  Biblioteca 
comunale  di  Udine  (Mazzatinti,  III,  p.  183).  In  esso  è  ricordata  una 
canzone  che  comincia  0  zovanela  dal  costei  dil  m,are.  Fin.  Se  io  non 
piglio  ti  nasca  il  vermocane. 

50.  -  Alle  indicazioni  date  dal  Bilancioni  (Indice  ecc.,  loc.  cit.,  p.  328)  s'ag- 

giungano le  ediz.  di  Venezia  del  1512,  H,  7,  del  1553,  p.  13  e  quella 
di  Firenze  del  1568,  e.  75.  Nell'edizioni  il  sonetto  com.  Io  ho  il  mio  e. . 
si  forte  riturato. 

51.  -  Fin.  Dico  V altrieri  quando  ancora  non  giocava. 

52.  •  Fin.   Vixo  di  pazo  re  d'ogni  animale. 

53.  -  Oltre  che  nelle  edizioni  indicate  dall'/ndice  Bilancioni  (Propugnatore, 
N.  S.,  II,  II,  p.  331),  questo  sonetto  è  pubblicato  nelle  due  edizioni  di 
Firenze  del  1552  e  del  1558,  a  e.  57. 


58  M.   VATTASSO 

54  (f.  45  ■??.).  [Sonetto  caudato  del  Burchiello]. 

Gora.  •  Temendo  che  lo  imperio  non  passasse. 

55  (ibid.).      [Sonetto  caudato  del  Burchiello]. 

Gom.  •  La  gloriosa  fama  de  Davit[ti]. 

56  (f.  49).      [Canzonetta  adesp.,  anep.]. 

Gom.  -  Vor[r]ia  tener  secreto. 

57  (f.  49^7.).  [Canzonetta  di  Lionardo  Giustinian]. 

Gom.  -  0  dona  d'alto  afare. 

58  (f.  50).      [Ballata  di  Lionardo  Giustinian]. 

Gom.  -  0  tu  che  sei  campagna. 

59  (f.  51).      [Ballata  di  Lionardo  Giustinian]. 

Gom.  -  Dio  te  dia  la  bona  sera. 

60  (f.  52)       [Serventese  di]  mesier  Jacomo  Sangonatio. 

Gom.  -  De!  muta  stile  ormai,  giovenil  core. 


54.  -  Fu  pubblicato  più  volte.  Qui  io  m'accontento  di  ricordare  l'edizione  di 
Venezia  del  1512,  F.  IV  v-V,  quella  di  Firenze  del  1552,  e.  14,  l'edizione 
di  Venezia  del  1553,  p.  139  e  quella  di  Firenze  del  1558,  e.  14.  Gfr.  inoltre 
Vindice  delle  carte  di  P.  Bilancioni,  loc.  cit.,  p.  316. 


55.  -  E  stampato  nell'ediz.  cit.  del  1512,  G,  Vlllw.-B,  Ir.,  del  1552,  e.  11, 
del  1553,  p.  17  e  in  quella  del  1558,  e. 
carte  di  P.  Bilancioni,  loc.  cit.,  p.  331. 


del  1553,  p.  17  e  in  quella  del  1558,  e.  11.  Gfr.  inoltre  Vindice  delle 


56w  •  Nuova,  inedita.  Assai  probabilmente  è  dello  stesso  Giustinian.  La  pub- 
blico in  Appendice,  n"  XXV. 

57.  -  Fu  pubblicata  dal  Wiese  di  sul  codice  Palatino  213  (cf.  Gentile,  Op. 
cit.,  1,  269,  n.  38)  sotto  il  n»  XXXVIl,  a  pp.  189-197.  Ne  do  le  varianti 
in  Appendice,  n»  XXVI. 

58.  -  È  il  n"  37  del  cod.  Palatino  (Gentile,  Op.  cit.,  I,  269),  il  V  del  Maz- 
zoni (Op.  cit.,  p.  59)  e  il  XXXIV  del  Wiese,  pp.  177-180.  Ne  do  le 
varianti  in  Appendice,  n^  XXVll. 

59.  -  È  il  n»  36  del  cod.  Palatino  (Gentile,  loc.  cit.),  il  XXXV  del  Wiese, 

pp.  181-184  ed  il  n°  VI  del  Mazzoni  (ioc.  cit.,  p.  59).  Nel  nostro  codice 
essa  non  è  distinta  dalla  precedente.  Ne  do  le  varianti  in  Appendice, 
no  XXVIII. 

60.  -  È  il  n"  8  nella  tavola  del  Biadene  (Giornale,  9,  214)  e  il  47  del  Gian 

(Un  cod.  ignoto  di  rime  volgari,  in  questo  Giorn.,  34,  332).  Gfr.  inoltre 
Vindice  delle  carte  di  P.  Bilancioni  (in  Propugnatore,  N.  S.,  VI,  1, 
p.  151). 


MISCELLANEA  DI  RIME  VOLGARI  DEI  SEC.  XIV  E  XV  53 

61  (f.  53 1\).  [Ballata  di  Lionardo  Giustinian]. 

Gora.  •  0  done  inamorate. 

62  (f.  54).      [Sonetto  caudato  del  Burchiello]. 

Cora.  -  Vien  qui,  Zorzon  {corr.  da  Zorzino),  ec[c]oti  un  gro8[s]o. 

63  (f.  62).      [Canzonetta  di  Lionardo  Giustinian]. 

Gom.  -  Guerrera  mia,  consentirne. 

64  (f.  63).      [Canzonetta  di  Lionardo  Giustinian]. 

Gom.  -  Grudel  dona  despiatata. 


61.  -  È   il  no  1  del  cod.  Palatino  213  (Gentile,  Op.  cit,  p.  268),  il  n»  5 

del  cod.  Riccardiano  1091  (Ferrari,  Biblioteca  della  letter.  popolare 
italiana.  II,  p.  13),  il  n«  XVI  del  Morpurgo  {Canzonette  ecc.,  pp.  64-66), 
il  n"  1  del  WiESE  {Op.  cit.,  pp.  5-16)  ed  il  n»  VII  del  Mazzoni  {Op. 
cit.,  p.  59). 

62.  -  Trovasi  anche  nel  cod.  42  della  Biblioteca  Comunale  di  Udine,  ove  è 
attribuito  al  Burchiello  (Mazzatinti,  Inventari,  III,  p.  186),  e  nel  co- 
dice Fiorentino  li,  IV,  260,  ove  è  adespoto  (Mazzatinti,  X,  p.  179). 
Mancano  nel  nostro  cod.  4  versi  :  esso  inoltre  è  molto  diverso  da  quello 
delle  stampe,  in  cui  com.  Va  tu  mercato,  Giorgin,  tien  qui  un  grosso. 
Fu  pubblicato  più  volte,  come,  per  es.,  nell'ediz.  del  1512,  F,  e.  V  v.,  del 
1552,  e.  41,  del  1553,  p.  189  ed  in  quella  del  1558,  e.  41,  Vedasi  ancora 
Vindice  delle  carte  di  P.  Bilancioni  (in  Propugnatore,  N.  S.,  V,  P.  II, 
p.  300,  ove  è  attribuito  ad  A.  Pucci). 

63.  -  È  il  n"  16  del  cod.  Palatino  213,  ove  è  mutila  del  principio  (Gentile, 

Op.  cit.,  p.  269)  e  il  n°  1  del  Riccardiano  1091  (Ferrari,  loc.  cit., 
p.  13).  Fu  pubblicata  più  volte,  a  cominciare  dalle  varie  edizioni  del 
Fiore  delle  canzonette  (cfr.  Ferrari,  loc.  cit.,  pp.  13-15)  a  venire  al 
Morpurgo  {Canzonette  e  strambotti  ecc.,  ove  ha  il  n^  IV,  pp.  31-33) 
ed  al  WiESE,  che  la  ripubblicò  sotto  il  n»  XV,  pp.  87-94).  Ne  do  le 
varianti  in  Appendice,  n"  XXIX. 

64.  -  È  nel  cod.  Palatino  213,  al  n»  40  della  tavola  Gentile,  al  n»  XLIX 
nell'ediz.  del  Wiese,  al  n"  X  nell'ediz.  del  Morpurgo,  al  n°CVIll  della 
tavola  Flamini,  Un  codice  ecc.,  p.  303  ed  al  no  ÌGQ  della  tavola  Gian, 
Op.  cit.,  p.  342.  Ne  do  le  varianti  in  Appendice,  n°  XXX. 

(Seguirà  C Appendice) . 


LETTRES  INÉDITES 


DE 


UGO  FOSCOLO  À  HUDSON  GURNEY 


Les  lettres  publióes  ci-dessous  ont  été  données  à  mon  pére, 
M.  Adolf  Tobler,  par  M.  Georg  von  Bunsen,  qui  de  son  coté  les 
avait  regues  de  la  mairi  de  M.  John  Henry  Gurney,  arrière-neveu 
du  généreux  protecteur  de  Foscolo,  Hudson  Gurney.  D'autres 
lettres  provenant  de  la  mème  source  ont  déjà  été  mises  en  lu- 
mière par  mon  pére  sous  le  titre  UngedrucMe  Briefe  von 
Freunden  Ugo  Foscolos  (voir  Festschrift  des  funften  allgemeìnen 
deutschen  Neuphilologentages  zu  Berlin,  1892,  pp.  121-142).  Le 
texte  de  ces  lettres  adressées  à  Foscolo  par  différents  amis 
est  précède  d'une  liste  alphabétique  donnant  des  détails  sur  un 
grand  nombre  de  personnages  qui  ont  eu  des  relations  avec  le 
malheureux  poète  dans  les  derniéres  années  de  sa  vie.  On  com- 
prend  que,  les  lettres  de  Foscolo  lui-mème  publiées  ici  étant 
de  la  mème  epoque,  cette  liste  est  extrèmement  utile  à  leur 
interprótation.  Nous  donnons  le  texte  tei  qu'il  se  trouve  dans 
les  manuscrits.  Quelques  fois  une  faute  d'orthographe  ou  de 
grammaire  qui  rendait  moins  clair  le  sens  de  la  phrase  a  été 
corrigée  —  mais  seulement  dans  une  note  en  bas  de  la  page. 
Les  lettres  1,  2,  4,  8,  10  seules  portent  sur  le  coté  extérieur 
l'adresse  de  Mr.  Hudson  Gurney  Esq.  M.  P.,  9  St.James's  Square, 
ce  sont  ausai  les  seules  qui  aient  été  cachetées.  Le  cachet  des 


LETTRES  INÈDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GURNEY  55 

no8  1,  2,  4,  8  est  en  noir  et  représente  un  aigle  regardant  der- 
rière  lui,  la  devise  en  est  '  migro  et  respicio  '.  Celui  du  n°  10 
est  en  rouge,  mais  trop  mal  conserve  pour  pouvoir  ètre  in- 
terprete. 

Rudolf  Tobler. 


1  C). 


Monday  morning 
March  29th 


Dear  Sir, 


The  strange  forgeries  published  by  the  Dublin  Star  of  the  13tii  bave  been 
contradicted  the  very  next  day  in  the  Dublin  Morning  Post  by  poor  Lan- 
dotti  with  a  letter  which  you  will  read  in  the  newspaper  I  send  you,  and 
which  I  beg  you  to  return  by  the  bearer,  if  possible,  -  as  I  bave  promised 
it  to  its  owner.  Should  you  not  be  at  home,  be  so  good  to  send  it  under 
an  envelop  to  W.  S.  Rose  Esq.  181  Regents  Street,  two  or  three  doors  from 
the  corner  of  Burlington  Street.  I  send  you  also  the  copy  of  a  letter  which 
after  a  conversation  with  sir  Seve  Onseley  and  Gol.  Leake  I  thought  proper 
to  write  for  the  information  of  ali  persons  concerned.  —  I  am,  dear  Sir, 

Your  grateful  and  faithful  servant 

Ugo  Foscolo. 
N.  B.  -^  Turn  over. 


(1)  Voir  Spistolario  raccolto  da  F.  S.  Orlandini  e  da  E.  Mayer,  Firenze,  1854,  n"  625.  Malgré 
le  N.B.  en  bas  de  la  page  le  revers  est  vide. 


56  R.  T03LER 

2  (.'). 


i.  Wells  Street. 
Friday  (9  Avril  1824)  Jermyn  Street. 


My  Dear  Sir, 


I  will  bave  the  pleasure  to  dine  with  you  on  Sunday  next,  -  and  I  hope 
so  find  you  better;  I  bave  been  myself  afflicted,  and  stili  I  am,  with  the 
plague  of  the  London  East  Wind;  and  you  do  rigbt  to  keep  your  room.  By 
tomorrow  I  will  send  you  the  printed  proof  of  the  prospectus  for  the  Italia  n 
poets,  in  order  to  bear  your  opinion  on  it,  and  make  the  alterations  whicb 
may  be  thought  necessary.  As  to  the  sad  concern  in  the  hands  of  Mr.  Renny 
I  made  bim  acquainted  with  the  Builder  by  wbom  the  originai  lease  is  to 
be  made  over  as  soon  as  a  purchaser  may  be  found.  But  to  relieve  myself 
from  a  part  of  ray  anxieties,  I  asured  Mr.  Rossi  that  in  case  no  remedy 
should  be  found  before  the  20tli  day  of  this  month,  I  shall  be  at  full  liberty 
to  put  to  saie  such  part  of  my  furniture  as  may  be  sufficient  to  cover  the 
amount  of  his  security;  and  1  furnished  bim  with  the  power  required  in 
such  case  by  the  law.  1  bave  been  compelled  to  take  this  step  without 
previously  Consulting  with  you,  —  partly  in  order  not  to  trouble  you  at 
every  moment  —  and  partly,  because  Mr.  Rossi  began  to  press  upon  me  as 
if  he  doubted  of  my  honesty,  —  and  moreover  he  has  been  directed  by  his 
lawyer  to  be  furnished  with  the  legai  power  of  putting  my  goods  to  sale 
and  pay  himself  lest  he  should  be  prevented  by  some  other  creditor;  —  and 
I  did  it  the  less  unwillingly  as  Mr.  Rossi  in  case  of  an  execution,  would  be 
the  greater  Iposer,  —  and  now  by  the  step  I  bave  taken  his  interest  at  least 
is  protected,  and  he  will  recover  his  money  without  delay  ;  —  and  the  others 
will  be  paid  after  the  definitive  disposai  of  the  leases.  —  Forgive  my  long 
letter  -  and  believe  me  your  grateful  and  faithful 

Ugo  Foscolo. 


(1)  Les  mota  '  1  Wells  Street  Jermyn  Street  '  sont  d'une  autre  main.  Hudson  Qurney  a  écrit 
sur  le  c6tó  extériear  de  la  lettre  '  Foscolo  4/10  1824  '.  Or  le  10  avril  1824  était  un  samedi,  par 
conséqnent  cette  date  est  celle  de  la  reception  et  la  lettre  fut  écrite  le  9.  Ponr  les  difBcultés  flnan- 
cières  de  Foscolo  voir  Db  Wihokbm,  Vita  di  U.  Foscolo,  Verona,  1885-98,  voi.  Ili,  cap.  XXXVI. 
Mr.  Benny  ponrrait  6tre  identiqne  avec  la  personne  qui  dans  la  5iéme  lettre  est  appelóe  Mr.  Rainy. 


LETTRES  INEDITES  DE  D.  FOSCOLO  À  HUDSON  GDRNEY  57 

3(»). 

(10  Avril  1824). 

Dear  Sir, 

I  return  you,  with  my  thanks,  the  History  (as  called)  of  the ,  yet, 

although  there  is  not  in  the  narration  either  lucidus  ardo,  or  animus  cen- 
soris  honesti,  stili  the  justification  of  the  Long  parliament  is  a  very  fair 
one,  and  I  think  that  such  a  work  was  a  desideratum  in  your  politicai 
litterature.  1  always  suspected  master  Slyde  alias  Lord  Glarendon  to  be  a 
big  bit  of  a  jesuit,  and  I  am  now  convinced  of  it  not  so  much  by  the  partial 
reasonings  of  Mr.  Godwin's  as  by  the  quotations  from  the  journals  and  dates 
of  the  two  houses  of  Parliament. 

1  send  you  some  copies  of  the  prospectus  as  altered  according  |  to  the 
direction  of  Mr.  Murray,  —  but  now,  Mr.  Murray  who  a  few  days  ago  pro- 
posed  himself  that  he  should  undertake  the  concern  as  a  publisher  soon 
after  sufficient  names  of  subscribers  were  assured  —  he  now  tells  me  that 
as  he  does  not  deal  in  retail  bookselling  and  does  not  keep  accounts  with 
gentlemen,  but  with  booksellers  only,  he  will  be  at  a  loss  how  to  collect 
the  money,  and  therefore  he  thinks  he  should  perhaps  decline  the  under- 
taking.  —  These  however  are  bis  usuai  ways  and  I  am  neither  astonished 
nor  offended  —  not  even  disappointed  since  let  come  the  subscribers  and 
any  bookseller  will  advance  the  money  and  be  glad  to  be  the  publisher. 
So  at  least  1  am  told  by  Mr.  Nicols  the  |  printer.  —  As  to  my  aflfairs  which 
are  most  pressing,  I  expect  to  bave  before  evening  a  decisive  answer  from 
Mess""  Taylor  and  Roscoe;  —  and  at  ali  events  1  bave  decidedly  made 
up  my  mind  that  every  thing  should  be  settled  and  quite  over  before  the 
end  of  next  week.  Therefore  on  Sunday  I  will  travel  so  far  as  Digamma  to 
bave  some  talk  with  Mr.  Rossi;  and  in  case  you  bave  the  kind  intention 
to  ask  me  to  dine  with  you,  I  am  afraid  I  may  not  be  able  to  reach 
St.  James's  Square  at  seven  o'clock,  since  I  must  return  from  Digamma  long 
after  sunset  to  avoid  being  either  followed  or  observed.  —  Forgive  my  scraps. 
Your  grateful  devoted  friend 

Ugo  Foscolo. 


(1)  Sans  dat«.  Evidemment  cette  lettre  accompagnait  le  prospectas  que  Foscolo,  dans  la  lettre 
précédente,  avait  annoncé  à  son  ami  ponr  le  10  avril.  Le  livre  de  William  Oodwìn,  intitnlé 
'  Hiatory  of  tlte  Commonwealth  of  England  ',  parnt  en  1824. 


58  R.  TOBLER 

4  0). 


Monday  evening  (11  avril  1824). 


My  Dear  Sir, 


•  1  saw  Mr.  Taylor  on  account  of  the  leases,  and  I  am  to  cali  upon  him  with 
the  builder.  Mr.  Taylor  recomended  me  to  meet  you  there  ;  and  now  a  note 
of  his  reaches  me  appointing  one  o'cloch  tomorrow.  —  This  I  cannot  do 
without  previously  knowing  whether  you  approvo  my  being  present.  — 
Moreover  they  shew  me  your  letter  which  would  add  to  my  gratitude,  were 
not  that  your  benevolence  surpasses  whatever  gratitude  a  man's  soul  can 
feel;  yet  1  apprehend  that  they  applied  to  your  letter  a  construction  which 
possibly  may  not  agree  either  with  your  intentions,  or  with  my  views  of 
the  raatter  in  its  present  stage.  I  am  very  anxious  therefore  to  see  you  be- 
fore  the  conference  with  Mess^^  Taylor  and  Roscoe.  I  will  cali  tomorrow 
a  little  after  eleven  which  I  suppose  is  your  breakfast  timo.  I  could  not 
earlier,  as  I  must  be  with  several  persons  on  account  of  the  new  lectures; 
the  list  increases  daily,  and  may  fetch  a  largo  supply,  —  but  I  am  not  as 
yet  certain  whether  the  job  will  take  place.  I  must,  first  of  ali,  attend  to 
the  instant  necessiti/;  and  be  as  it  may,  it  shall  be  settled  in  the  course 
of  the  week,  —  Mr.  Rossi's  lawyers  bave  already  a  claim  upon  me  of  L.  30! 
So  they  said  to  Mr.  Taylor. 

Your  faithfuUy 

Ugo  Foscolo. 


5  0. 

Saturday  (17  avril  1824). 

My  dear  Sir, 

1  ought  to  thank  you  the  more  readily  for  your  kind  invitation  as   to- 
morrow Ì8  the  giorno  della  santa  Pasqua,  and  for  us,  chatholic  people,  to 


(1)  Sans  date.  La  lettre  parali  antérienre  ^  celle  que  noas  publions  comme  n°  5  qai  est  du 
17  avril.  Le  Inndi  qui  précède  le  17,  ótait  le  onze  avril. 

(2)  Sana  date,  mais  le  cOté  extérieur  porte  de  la  main  de  H.  Gurney  '  Mr.  Foscolo  4/18  1824  '. 
Le  18  avril,  le  dimanche  de  Paques,  est  le  jonr  de  la  reception.  La  lettre  fot  écrite  le  17. 
Mr.  Kainy  (voir  le  n"  2)  parali  étre  le  représeniant  des  créanciers. 


LETTRES  INÈDITES  DE  D.  FOSCOLO  À  HUDSON  QDRNEY    59 

dine  alone  is  an  ili  omen.  I  ìnclose  you  the  prospectus  which  I  bave  altered, 
and  I  hope  for  the  better,  —  and  I  intend  to  send  it  to  my  friends  since 
my  bopes  bang  wholly  upon  |Dante,  and  Mr.  Nichols  my  printer  assures 
me  that  as  soon  as  a  sufficient  number  of  subscribers  may  be  found,  any 
bookseller  will  be  glad  to  advance  the  money  at  the  usuai  discount  of  125 
per  100,  even  without  the  insurance  of  my  Life.  Be  so  good  as  to  give  the 
other  copies  of  the  prospectus  to  any  person  you  think  proper.  —  You  will 
find  also  inclosed  the  circular  which  1  send  for  my  several  creditors  to  be 
delivered  Mr.  Rainy  next  Monday,  —  and  if  any  expression  is  to  be  altered 
you  will  bave  the  goodness  to  suggest  it  to  me  tomorrow.  —  My  Lawyer 
told  me  that  an  Agent  House  is  more  Likely  to  satisfy  tradesmen,  whilst 
the  interference  of  an  attorney  will  probably  give  them  the  alarm.  Should 
however,  Mr.  Rainy  fall  in  bis  endeavors,  and  Mr.  Rossi  be  prevaiied  upon  to 
put  off  the  sale  of  the  furniture,  some  Lawyer  |  Lawyer  may  be  then  em- 
ployed  to  settle  matters  some  way  or  other  on  my  behalf  with  the  several 
Lawyers  employed  by  the  creditors.  Mr.  Rossi  in  the  meanwhile,  as  you 
will  see  from  bis  letter,  has  taken  possession  of  the  house  to  act  according 
to  the  Law;  a  thing  of  which  I  was  absolutely  ignorant.  Be  it  so;  and 
should  even  ali  matters  be  settled  for  the  present,  and  nothing  or  Little  to 
be  expected  from  the  edition  and  illustration  of  Dante,  I  bave  already  made 
up  my  mind  to  sale  both  Leasehold  and  furniture  by  Auction  for  whatever 
they  may  fetch  before  the  end  of  the  present  year,  since  they  will  produce 
enough  for  the  payment  of  my  debts,  and  the  peace  of  my  mind.  —  Pardon 
my  english,  my  scrapes,  and  the  trouble  which  I  give  you,  but  not  without 
feeling  a  keen  remorse  and  a  warm  gratitude  — 

Yours  faithfully 

Ugo  Foscolo. 


6C). 

Monday  morning  (19  ou  26  avril  1824). 
My  Dear  Sir, 

The  inclosed  copy  of  a  letter  of  mine  to  Mr.   Taylor  will   acquaint  you 
with  my  interview  with  Rossi,  and  Davis,  —  but  1  saw   also  at  Digamma 


(1)  Sans  date.  La  lettre  dn  Club  des  Voyagenrs,  envoyée  en  méme  temps,  est  datée  da  18  aTriI, 
la  lettre  offloielle  dn  Clnb  est  dn  2  mai;  entre  le  18  avril  et  le  2  mai  1824  il  y  a  denx  Inndis, 


60  R.  TOBLER 

two  other  creditore  whom  I  requested  to  cali,  and  who  informed  me  that 
poor  Mr.  Rossi  through  real  friendship  for  me,  and  a  fear  equaliy  real  lest 
he  should  be  the  looser  in  the  transaction  has  nearly  brought  about  my 
total  ruin. 

Rossi  in  what  he  said  acted  by  the  impulsion  of  his  feeling  heai't,  —  and 
in  what  he  has  done  he  followed  the  directions  of  his  lawyer. 

As  to  what  he  said,  he  declared  to  some  creditors  that  they  bave  cheated 
me;  that  he  will  take  care  to  deliver  my  property  from  their  grasp;  that 
as  they  cannot  touch  the  leases  of  which  a  foreigner  cannot  be  the  apparent 
holder,  the  bill  of  sale  in  his  hands  will  protect  the  furniture;  —  that  he 
will  advise  me  to  take  ali  benefit  of  the  insolvent  act  ;  as  to  go  abroad  until 
matter  be  settied,  and  so  forth;  and  to  sum  ali,  he  declared  that  were  the 
most  part  of  my  creditors  to  be  disappointed  of  the  whole  amount  of  their  | 
piesent  claims  they  should  remain  stili  the  gainers  considering  the  money 
they  bave  already  received  from  me.  You  will  see  in  my  letter  to  Mr.  Taylor 
that  Rossi  yesterday  actually  proposed  to  me  the  expedìent  of  the  insolvent 
act  !  —  but  1  wùll  add  for  your  Information  that  Rossi  said  to  me  that  such 
an  expedient  has  been  recomended  by  Mr.  Ghambers  the  Banker  as  the  only 
way  both  to  relieve  myself  and  to  chastise  these  rascals. 

Whether  Mr.  Ghambers  gave  such  an  advise,  I  bave  not  yet  ascertained; 
if  he  did  I  wonder  at  it;  for  not  only  he  knows    me,  but   I   received   last 
saturday   an   invitation   to  his  house;  —  men  of  business,  I  must  own,  are. 
unaccountable  men  to  me! 

Be  as  it  may  the  follies  uttered  by  Rossi  incensed  and  alarmed  some  of 
the  creditors.  They  went  about  inquiring  as  to  my  good  or  bad  qualification 
either  to  hold  or  grant  any  deed  —  as  to  my  actual  possession  of  any  lease 
—  and  whether  I  bave  paid  the  ground-rent  ant  taxes,  —  and  whether  I 
am  not  a  rogne,  —  and  some  of  them  think  that  I  am  already  run  away, 
while  others  are  |  afraid  that  1  ara  in  the  ève  of  claiming  the  benefit  as  an 
insolvent.  Hence  the  obstinacy  of  some  of  them  in  their  pursuit,  —  and  last 
night  I  was  hunted  and  followed  from  Digamma  to  Totthenam  (•)  court 
road,  where  my  long  tours,  and  the  providential  rain  with  the  darkness 
helped  me  to  shelter  myself  among  some  hackney  coaches,  —  I  entered  one 
of  them,  —  and  went  to  the  house  of  Mr.  Scalvini,  quite  safe. 


le  19  et  le  26  aTril.  Si  notre  lettre  était  du  19,  Foscolo  aurait  réglé  tontes  les  affaires  dont  il 
y  parie,  le  dimanche  de  Paqnes,  ce  qui    n'est  pas  vraisemblable.    Pour  Scalvini  cfr.  Epist.  623, 
ponr  la  lettre  il  Taylor  et  Roscoe,  ibid.  629,  pour  celle  du  Club,  ibid.  626. 
(l)  A  lire  '  Tottonham  '. 


LETTttES  INÉDITES  DE  D.  FOSCOLO  À  HUDSON  GURNEY  61 

Now,  as  to  what  Rossi  has  done  by  the  direction  of  his  lawyers  —  first 
he  got  the  bill  of  sale  —  next  his  lawyers  put  there  a  man  at  my  expence 
of  conrse  of  six  shellings  a  day  —  then  they  send  two  upholsters  (*)  to  esti- 
mate the  whole  forniture  en  mass  —  and  lastly  a  regalar  appriser  appeared 
and  remained  there  for  the  whole  of  a  day  to  evaluate  every  thing  in  detaiL, 
But  the  heavy  expences  to  which  they  put  me  are  quite  premature,  —  for 
no  execution  was  to  he  apprehended  unless  an  arrest  and  a  subsequent 
judgement  takes  place,  and  the  instrument  in  the  hands  of  Rossi  protected 
his  interest  at  ali  events  ;  the  |  execution  his  lawyers  bave  put  might  bave 
been  delayed  for  some  weeks,  and  only  resorted  to  a  few  days  before  any 
judgement;  while  now  they  added  to  my  pecuniary  distresses,  and  to  the 
suspicions  of  the  other  creditors.  —  Davis  however,  and  two  or  three  others 
asserted  my  honour  as  much  as  they  could,  —  and  1  owe  it  tho  their  exertion 
if  I  am  not  pursued  by  the  whole  host  of  the  London  SheriflTs  officers. 

Whether  the  pian  proposed  to  me  by  Rossi  to  transport  the  furniture  to 
one  of  his  own  houses,  is  a  suggestion  of  his  lawyers,  1  cannot  say  ;  —  You 
will  see  my  answer  to  it  in  the  copy  of  the  lettor  to  Mr.  Taylor,  —  and 
upon  that  answer  Mr.  Rossi  declared  that  his  lawyers  will  give  me  notice  of 
the  day  in  which  the  furniture  shall  be  put  to  sale. 

Now  adieu  for  I  bave  only  paper  to  acid  that  on  my  return  bere  I  found 
a  large  list  of  subscribers  to  the  lectures  at  Mrs.  Littleton,  —  ma  è  un  calice 
amaro  !  stili  I  must  drink  it.  —  I  send  you  confidenttally  the  confidential 
letter  of  the  secretary  of  the  Travellers.  Yours 

Ugo  Foscolo. 


6  a.  Copy 
To  Mess*'s  Taylor  and  Roscoe. 

My  Dear  Sir, 

1  saw  last  night  Mr.  Hudson  Gurney  M.  P.  and  he  kindly  offered  to  cali 
upon  you  and  confer  with  you  about  my  sad  and  foolish  affairs. 

I  saw  likewise  Mr.  Rossi  the  holder  of  the  bill  of  sale.  He  thinks  that 
on  account  of  the  proceedings  for  my  acceptances  in  favour  of  Stabback  no 
general  agreement  can  be  brought  to  pass  with  the  body  of  the  creditors  ; 


(1)  À  lire  '  apholsterers  '. 


62  R.   TOBLER 

and  he  added  that  as  they  cannot  be  benefited  by  leases  of  which  I  am 
not  the  apparent  holder,  my  best  pian  would  be  to  allow  my  furniture  to 
be  placed  in  some  of  Mr.  Rossi's  empty  houses  as  a  pledge  until  the  time 
I  could  redeem  it  from  him;  —  and  in  the  meauwhile  I  must  take  the 
benefit  of  the  insolvent  act.  I  made  answer  that  I  had  rather  take  the  benefit 
of  death;  and  that  a  public  sale  would  prove  more  satisfactory  to  the  cre- 
ditors  should  they  even  lose  by  it  the  whole  amount  of  their  claims.  There- 
fore  he  left  me  with  telling  that  he  will  furnish  me  with  a  speedy  notice 
of  the  day  in  which  he  shall  put  to  sale  as  much  of  the  furniture  and 
books  as  may  cover  bis  own  claim  for  L.  250.  1  wrote  at  the  same  time 
to  Mr.  Gregson  to  send  you  the  bill  of  the  sum  I  owe  to  Mess"  Blake 
White  &  Ainge  for  what  they  bave  |  done  for  me. 

Lastly  1  saw  Mr.  Davis  the  builder;  he  is  not  a  Sheriff's  offìcer;  far 
from  it,  he  behaved  with  me  in  a  manner  as  to  leave  me  satisfied,  that  if 
he  overcharged  bis  bills  as  a  tradesman,  he  has  not  been  unworthy  of  the 
confidence  1  placed  upon  him  as  a  man.  He  was  so  earnest  to  accommodate 
me  that  on  being  applied  by  Mr.  Rossi  to  attend  the  meeting  of  the  cre- 
ditors  he  made  answer  that,  «  to  give  me  time  upon  unreasonahle  terms 
voas  NOT  his  intention  »  ;  and  as  he  perceived  that  they  intended  to  press 
and  hurry  the  sale,  he  declined  to  appear  at  the  meeting,  lest  he  should  be 
beset  with  questions  to  which  he  might  not  bave  thought  prudent  to  answer. 
He  assured  me  that  as  to  my  qualifications  either  to  hold  or  grant  a  title 
of  leasehold  property,  he  will  take  care  that  I  should  not  run  any  danger, 
at  least  on  his  account;  that  he  will  grant  himself  the  most  satisfactory 
leases  free  from  any  sort  of  difficulties,  and  should  1  be  not  able  to  satisfy 
his  claims  ere  the  sale  takes  place,  he  will  be  contented  to  wait  until  that 
time.  1  feei  grateful  to  him  for  this  ofier  the  more  as  I  know  he  is  distressed 
for  ready  money.  I  will  send  this  letter  through  him  as  he  may  give  you 
some  information  about  the  matter,  —  |  and  in  case  he  does  not  find  you 
at  home  he  will  leave  his  address  and  wait  upon  you  at  your  convenience. 

As  to  what  may  be  more  advisable  to  do,  allow  me  to  refer  to  our  con- 
versation  of  last  Friday,  and  my  last  letter  (*).  —  But  I  ought  to  bave  added 
that  in  case  the  purchaser's  money  is  not  ready,  I  will  be  satisfied  with  the 
sum  necessary  to  pay  my  creditors,  —  and  as  to  the  remaining  portion  I 
will  wait  for  twelve  months,  and  even  leave  it  in  the  purchaser's  hands 
upon  mortage  (*)  of  the  same  leasehold.  —  Mr.  Gregson  with  the  charges 


(1)  Jnsqn'ici  la  copie  a  été  faite  par  nn  copiste,  le  reste  est  de  la  propre  maìn  de  Foscolo. 

(2)  A  lire  '  mortgage  '. 


LETTRES  INEDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GURNEY  63 

of  my  debt  to  Mess"  Black,  White  and  Ainge  will  send  you  also  a  paper 
with  the  particulars  about  the  disposai  of  the  houses,  and  the  names  of  my 
creditors  with  their  respective  claims. 
Believe  me  yo  . . . 


66. 

Confidential. 

Pali  Mail. 
Aprii  18. 

My  dear  Sir, 

In  consequence  of  the  Easter  Holydays,  our  Committee  here  is  not  sitting, 
but  I  take  the  liberty  of  informing  you  |  that  your  admission  as  a  visitor, 
will  certainly  be  renewed,  and  that  in  the  meanwhile,  I  do  hope  you  will 
not  fail  to  attend  whatever  you  may  think  proper. 

You  will  quite  understand  this  private  communication,  |  and (') 

will (»),  I  am 

My  dear  Sir 
Your  very  sincere 
and  faithful 

Charles  Belge. 
The  Travellers. 

Thursday  morning  (6  mai  1824). 
My  Dear  Sir, 

« 

Mr.  Taylor  acquainted  me  with  your  kind  intentions;  —  but  I  entreat  you 
not  to  carry  any  of  them  into  execution  before  I  may  bave  with  you  another 


(1)  Ulisible. 

(2)  Sans  date,  mais  le  cOté  exMrienr  porte  de  la  main  de  H.  Gurney  *  Foscolo  (cÒYop  TOlXop) 
6/6  1824  '.  Le  6  mai  était  nn  jeadi.  Pour  le  nonvel  expédient  que  Foscolo  avait  trouvó  cfr.  ci- 
dessous  n»  8,  le  n"  2  de  l'appendice,  le  n»  630  dn  Epiit.  et  le  commencement  du  chap.  XXXVII 
de  Dg  WiNCKKLS. 


94  R.   TOBLER 

conversation  and  the  laat  one  on  the  subject;  ag  I  have  in  contempla tion 
some  other  way  which  possibly  may  extricate  me  frora  present  and  future 
difficulties. 

Your  faithful  and  grateful' 
Ugo  Foscolo. 


8C). 

Saturday  evening  (8  mai  1824). 
My  Dear  Sir, 

1  will  have  the  honour  of  dining  with  you  tomorrow.  You  will  find  here 
inclosed  an  officiai  letter  from  the  Travellers,  —  Yesterday  I  have  brought 
to  a  conclusion  with  Mr.  Pickering  Publisher  in  Ghancery  lane  an  agree- 
ment for  a  small  edition  of  Italian  classics,  which  will  produce  to  me  from 
sixty  to  eighty  pounds  quarterly  during  four  years,  —  in  case  my  publisher 
does  not  become  a  bankrupt. 

Your  very  grateful  friend 
Ugo  Foscolo. 


Sa. 


The  Travellers. 
May  2.  1824. 


Sir, 


I  am  directed  by  the  Gommittee  to  acknowledge  the  receipt  of  your  letter 
of  March  29.  1824  (2).  It  has  been  the  Rule  of  this  Glub  not  to  invite  such 
Foreigners  as  attach  themselves  to  a  profession  in  this  country.  —  It  has 
been  considered  that  in  such  cases  they  become  in  some  degree  domiciled  | 
here,  —  that  they  must  cease  to  consider  themselves  as  Strangers  and  are 
entitled  to  be  placed  on  the  list  of  Gandidates,  and  to  become  regular  Mem- 
bers  of  the  Glub. 


(1)  Ssns  date.   La  lettre  da  Clnb,  «nvoyée   en   mSme  temps,  est  datée   da   2   ma!,  le  ssinedi 
Boivant  serait  le  8. 

(2)  Cfr.  Spiti.  626. 


LETTRES  INÈDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GDRNEY  65 

Such  has  been  the  Rule  with  Foreigners  holding  Gommissions,  in  His 
Majesty's  Service,  and  the  same  Rule  must  apply  to  such  as  embark  per- 
manently  in  any  other  profession.  —  At  the  same  lime  the  Gommittee  deeply 
regret  the  necessity  |  which  has  led  you  to  adopt  the  Pursuit  to  which  you 
refer  -  and  whilst  they  acknowledge  the  honorable  feelings  which  bave  led 
to  its  adoption,  they  lament  that  it  should  cause  you  to  separate  yourself 
from  the  Society  to  which  your  company  formed  so  desirable  an  addition. 

Unwilling  abruptiy  to  act  upon  their  general  Rule,  they  have  directed 
me  to  renew  your  invitation  for  six  raonths  longer  -  in  the  hopes  |  that  cir- 
cumstances  may  occur  in  that  period  to  render  perseverance  in  your  present 
honorable  determination  unnecessary. 

1  have  the  honour  to  be 

Sir 

with  much  Respect 

your  very  obt.  servant 

Gharles  Belge 

Scy. 

9  («). 

1,  Kings  Bench  Walk 

Tempie 
Jany  25th  1826. 

My  Dear  Sir, 

Your  silence  to  my  letter  with  my  thanks  and  the  description  of  the 
Woburn  Marbles  was  not  construed  by  me  into  a  refusai  of  the  permission 
I  asked  of  inscribing  to  your  name  the  Edition  of  Dante.  Dante  therefore 
was  inscribed  to  you.  In  case  I  have  misinterpreted  your  intention,  I  should 


(1)  Cette  lettre  fut  écrite  aa  bureau  de  M.  Hoggins.  Cependant  Foscolo  qui,  après  la  Tenie 
da  '  Digamma  Cottage  '  vers  la  fin  de  1824,  avait  en,  Tane  après  l'autre,  plasieurs  résidences 
dans  les  differente  faubourgs  de  Londres  (voir  ci-dessoas  n"  1I<^),  en  décembre  1825  s'était  de 
nonveau  établi  dans  la  ville  m6me  (cfir.  Bpistol.  641  et  642).  Pour  les  '  Wobarn  Marbles  *  da 
Dac  de  Bedford  voir  De  Womcelb,  Vita  di  U.  F.,  Ili,  p.  77,  où  il  fant  corriger  les  noms  défigurés 
par  l'imprimenr,  et  Epint.  592  et  600.  Poar  les  dissentiments  qui  existaient  enire  Foscolo  et 
Pickering  voir  De  Winkrls,  III,  pp.  123  ss.  et  les  lettres  pabliées  ci-dessous.  Le  '  Yindicatory 
Work  ',  mentionné  aassi  ci-dessoas  dans  le  n'  11,  parait  Sire  identique  avec  les  dens  lettres  que, 
plus  tard,  il  voulait  faire  precèder  son  édition  du  Dante  et  celle  de  l'Iliade  (voir  ci-dessous  n»  13 
et  Db  Wiskbls,  III,  pp.  129  et  130).  Poar  Walker,  éditear  de  la  Rtvu*  Buropittuu,  cfr.  ^i- 
stoìarU),  639. 

QiornaU  storico,  XXXIX,  fase.  115.  5 


66  R.  TOBLER 

feel  deeply  sorry;  stili  1  cannot  think  that  you  would  dislike  the  first  proof 
it  was  in  my  power  to  give  you  of  my  gratitude.  I  was  in  hope  to  send 
you  the  volume  towards  the  end  of  october,  but  besides  some  other  trifling 
causes  of  delay,  the  hook  although  qui  te  ready  for  publication  since  the 
middle  of  December,  became  a.matter  of  contesi  between  M"^  Pickering  and 
me;  because  although  two  or  three  different  agreements  were  written  for 
signature,  1  never  could  bring  the  Publisher  to  put  his  name  to  any  settled 
agreement,  and  we  went  on  until  he  declared  that  he  must  have  this  vo- 
lume actually  for  nothing.  However  the  volume  in  itself,  and  the  documents 
in  my  hands,  together  with  the  evidence  of  witnesses  place  the  reason  and 
law  on  my  side;  and  knowing  that  he  applied  to  Mr.  Taylor  and  Roscoe 
to  become  his  lawyers,  1  brought  the  papers  to  Mr.  Brougham,  whose  opi- 
nion is  to  refer  the  whole  m,atter  to  arbitration.  Now  Pickering  repeatedly 
proposed,  that  Mr.  Hudson  Gurney  should  be  the  arbitrator;  and  to  this 
I  always  said  no,  and  will  ever  say  no  |  for  reasons  which  every  one  must, 
or  at  least,  ought  to  feel  without  being  told  of  them.  Mr.  Brougham,  how- 
ever, could  not  conceive  why  I  had  so  strong  an  objection  to  refer  the 
matter  to  you  ;  and  it  was  only  after  a  long  struggle,  that  1  convinced  him, 
but  not  persuaded,  I  am  afraid,  his  mind  that  your  interference  could  not 
be  requested  without  a  breach  of  delicacy.  The  arbitrator,  or  arbitrators 
ought  to  be  lawyers,  and  skilled  in  such  questions;  impartial  men,  and 
moreover  somewhat  conversant  with  the  feuds  between  booksellers  and 
authors.  Of  this  therefore  1  take  the  liberty  to  warn  you,  not  to  counte- 
nance  such  a  request  in  case  it  was  made  to  you;  1  entreat  you  to  decline 
it;  1  dare  to  entreat  you  in  the  name  of  your  own  kindness,  and  the 
friendship  with  which  you  always  assisted  me.  Possibly  without  the  unex- 
pected  aid  of  L.  50  which  you  sent  me  towards  the  beginning  of  last  year 
1  could  have  not  performed  my  heavy  task.  But  now  I  have  done  the  greater 
portion  of  it;  I  may  truly  say  with  the  apostle,  (I  do  not  know  whether  I 
quote  right)  but  I  may  say  without  exageration  that  I  persevered  in  the 
work  for  Pickering,  and  certainly  too  out  of  love  of  the  work  itself  as  it 
concerned  Dante,  1  certainly  persevered  in  weariness,  and  painfulness  ;  in 
watching  often;  in  hunger  and  thirst;  in  fasting  often;  in  cold  and  na- 
Aerfness.  Within  this  yMir  Pickering  printed  no  less  than  six  hundred 
pages,  the  whole  written  |  by  me;  and  more  than  one  hundred  of  them, 
namely  the  Discorso  storico  on  the  Decamerone,  were  given  to  him  as  a 
present.  I  wrote  also  a  vindicatory  work  of  my  life,  partly  concernifig  the 
secret  history  of  the  kingdom  of  Italy,  and  partly  my  conduct  in  the  affairs 
of  Greece,  and  Pickering  having  printed  the  half  of  such   work,  and    de- 


LETTRES  INÈDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GDRNEY  67 

taining  the  mss.  copy  of  the  remaìning,  1  cannot  make  any  use  of  ìt.  The 
whole  of  that  man's  conduci  is  unaccountable  to  me;  for  he  pretented  to 
have  also  this  vindicatory  volume  making  250  pages  upon  the  whole,  for 
nothing;  and  deprive  me  even  of  any  future  advantage  of  the  copyright. 
The  affair  being  so  complexed,  it  can  only  be  set  to  right  by  keen  and  stern 
lavpyers,  —  and  although  Mr.  Brougham  after  you,  advised  me  to  refer  to 
Mr.  Haliam  author  of  the  History  of  middle  ages  I  deprecated  even 
Mr.  Haliam  because  he  was  my  friend;  and  very  likely  ali  these  matterà 
will  be  refered  to  Mr.  Wishavì  who  is  an  Auditor,  and  as  I  cali  him  a  real 
Muphty,  stern,  and  unlike  to  be  influenced  by  any  motivo  not  connected 
with  accounts  and  the  prosale  question  of  Meum  et  tuum.  I  cannot  teli 
whether  Pickering  will  agree  to  have  him;  as  I  think  it  a  matter  of  deli- 
cacy  never  to  go  near  Mr.  Taylor,  or  to  enquire  about  it.  What  Pickering 
may  have  told  to  Mr.  Taylor,  |  it  is  impossible  for  me  to  guess.  But  depend 
upon  it  that  both  io  law  and  equity,  I  am  perfectly  right,  that  Pickering  is 
actually  liable  for  a  breach  of  contract,  and  that  were  I  to  bring  an  action 
against  him  he  would  be  ruined  not  only  on  account  of  money,  but  also  of 
character,  the  transaction  on  bis  part  being  the  most  shameful  that  ever 
occurred  between  a  bookseller  systematically  preying  upon  the  earnings  of 
a  poor  author,  as  crows  do  on  the  wounds  of  a  generous  borse.  Another 
man  named  Walher  owed  me  so  much  money  as  would  have  supported 
me  for  more  than  six  months;  he  boldly  denied  his  debt;  he  wrote  in  answer 
the  most  insulting  letters;  but  when  Mr.  Hoggins  a  Lawyer  of  the  Tempie, 
from  whose  chambers  l  write  you,  took  the  matter  in  his  hands,  Walker 
submitted;  but  then  he  cheated  even  the  gentlemanlike  lawyer;  for  he  gave 
bills  in  my  favour  accepted  by  Dolby  a  bookseller,  on  the  ève  of  the  bank- 
rupt  of  the  acceptor;  he  gave  also  a  warrant  of  Attorney  against  himself 
which  soon  after  turned  out  good  for  nothing,  and  I  am  the  loser  of  the 
law  expences  ;  and  yet  this  very  Walker  did  agree  in  letters  under  his  own 
signature  to  pay  to  me  between  25  and  30  L.  monthly  during  two  years, 
and  receive  so  many  papers.  The  papers  he  received,  several  of  them  he 
actually  printed,  and  some  others  he  had  ready  in  hands,  but  he  paid  no- 
thing,  not  even  my  expences  for  |  books,  translator,  and  copyists.  I  will  not 
say  that  Pickering  might  act  in  the  same  manner;  but  it  is  a  very  hard 
thing  that  he  never  could  bring  himself  to  write  down  and  sign  any  agree- 
ment. His  whole  strenght  consists  in  cavils,  and  pretensions  complaining  of 
the  magnitude  of  the  undertahing,  which  however  he  requesied  to  under- 
take.  Now,  out  of  the  eleven  hundred  guineas  agreed  upon  for  the  whole 
series  of  the  poets,  I  have  received  only  L.  84;  and  I  paid   nearly  L.  100 


68  R.   TOBLER 

to  a  copyist,  to  Mr.  P.'s  own  knowledge;  and  am  in  debt  for  the  books  which 
he  furnished  me  with,  and  charged  me  very  unmercifully  for  this  very  work. 
The  real  fact  is,  that  the  Dante  of  Rossetti,  published  by  the  allpowerful 
John  Murray,  and  subscribed  by  my  very  friends  began  to  upset  the  timid 
mind  of  poor  Pickering  ;  every  spark  of  spirit  left  him  at   once;    he   does 
not   know  how  to   retract,  nor  how  to  go  on;  bis  unavailing  repentances 
distraci  bis  soul  with  such  a  perplexity,  that  he  cannot   judge    rightly   of 
any  thing.  I  bave  not  seen  Rossetti  s  Edition  ;  but  of  this  1  am  certain,  that 
no  man  living  would  bave  made  the  work  I  bave  accomplished  on  the  poem» 
the  life,  and  the  age  of  Dante;  and  that  whilst  other  Editors  will  he  |  for- 
gotten,  my  own  dissertation  and  historical  illustrations  and   new   readings 
will  remain,  if  not  as  the  best  that  can  he   made,  certainly   as   the   most 
originai  and  bold  attempi  in  criticism.  The  middle  age  will  receive   more 
light  from  the  anecdotes  I  brought  to  light,  and  the  characters  of  indivi- 
duale I  observed,  than  from  any  thing  that  has  been  told  on   the   subject, 
and  I  bave  established  the  truth  on  the  ruins  of  sacred  traditions  amongst 
critics  during  fìve  centuries.  Do  not  believe  me   raadned   with    vanily;    on 
the  contrary;  it  is  too  true,  that  the  allurements  of  literary  reputation  do 
not  afford  any  consolation  to  my  life:  I  endure  life  for  a  reason  unknown 
to  every  one,  and  even  to  you,  and  which  will  be  known  only   after   my 
death;  but  as  the  work  on  Dante  is  already  made,  and  the  main  partofit 
printed,  I  may  be  allowed  to  judge  of  it  ;  and  I  believe  that  the  Essays  on 
Petrarch  which  bave  deserved   your   approbation   are   a  childish   attempi 
compared  with  the  performance  on  the  great  poet.  Mr.  Pickering  was  aware 
and  often  told  by  me,  that  the  work  being  in  Italian,  he  cannot  expect  to 
bave  many  purchasers  in  England;  bui  that  as  there  is  no  chance  that  in 
any  pari  of  Europe  (with  the  single  exception  of  this   country)   the   hook 
could  ever  be  suflfered  to  be  reprinted,  he  was  to  depend  for   the   sale  on 
eaportation  ;  and  renew  the  Editions  |  of  the  poets  illustrated  by  me,  as  those 
of  the  classics  are  usually  reprinted,  getting  the  most  certain   returns  and 
gains  year  by  year  in  the  old  manner  of  booksellery.  And  in  fact  Mr.  Pi- 
ckering assured  me  that  he  was  brought  up  to  the  trade  in  the  very  school 
pointed   out   by   me,  and  that  he  mainly  reckoned  on  such  a  system.  But 
now  he  says  that  he  cannot  find  the  %eay  for  exportation  of  books,  and 
that  he  calculated  chiefly  on   subscribers  ;  and  that  poor  Rossetti,  and 
Mr.  Murray  ruined  his  own  undertaking  with  me.  This  is  the  real  state 
of  the  affair.  I  am  told  that  he  has  sold  some  copies;  and  if  you  bave  not 
received  the  first  copy  before  publication,  lei  not  the  blame  fall  upon  me. 
Mr.  Hoggins  1.  Kings  Bench  "Walk   Tempie,  in  case  you   see   him,  will 


LETTRES  INÉDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GORNEY  69 

inforni  you  that  as  far  as  it  was  in  my  power,  I  behaved  honourably  and 
feelingly  to  every  body;  and  the  documenta  concerning  this  new  misfortune 
of  quarrelling  with  this  publisher  are  in  Mr.  Hoggins's  hands,  and  will  show 
that  I  bave  been  cruelly  ili  used  by  the  very  man  who  was  the  only  one 
to  whom  I  trusted  myself.  I  was  satisfled  to  receive  from  him  the  sum  of 
L.  300  yearly  until  the  eleven  hundred  guineas  were  paid,  and  oflFered,  under 
any  penalty,  on  my  part,  to  deliver  in  bis  hands  the  whole  of  the  set  of 
ali  I  poeta  in  the  course  of  two  years.  But  then  I  would  remain  creditor  for 
the  sum  of  L.  500,  and  upwards,  and  for  this  balance  the  bookseller  will 
not  give  any  security,  and  yet  will  bave  the  poets  in  bis  hands.  He  bas 
lately  set  up  another  unheard  of  cavil,  namely,  that  I  should  be  the  corrector 
of  bis  printer,  nay  the  surveyor  of  the  printer  to  avoid  delays;  and  yet  he 
admits  that  usually  the  drugery  of  mechanical  correction  of  proofs  does  not 
belong  to  the  Editor,  and  that  I  ara  bound  only  to  revise  in  a  literary  point 
of  view  one  single  proof  ;  but,  says  he,  /  cannot  find  any  skilled  corrector 
of  such  a  work,  and  Mr.  Foscolo  must  undertake  it  without  any  additional 
cìiarge;  and  I  vaili  not  pay  Mr.  F.  the  half  of  the  sum  at  the  delivery  of 
the  mss.  volume,  but  only  when  such  a  volume  is  ready  printed.  Brougham 
says  that  these  are  the  pretensions  of  a  madman;  but  madman  as  the  poor 
fellow  is,  he  has  brought  me  nearly  out  of  my  own  senses.  I  hoped  to 
appear  again  before  you  worthy  of  you,  and  novis  pulcher  exuviis,  honoured 
and  honourable  in  the  real  meaning  of  the  words,  after  I  had  lived  for  four 
or  five  years  in  absolute  retirement  and  Constant  labour.  But  now  I  am 
dragged  in  town  again;  yet  I  shall  not,  neither  I  can  see  you,  nor  any  of 
my  former  friends.  I  am  not  in  situation  to  appear  before  thera,  and  am 
ashamed  of  myself.  But  yet  undaunted,  and  ready  to  suffer  and  feel  as  long 
as  1  can.  —  Forgive  me  this  long  letter  and  believe  me,  —  your  very  gra- 
teful  and  respectful  friend 

Ugo  Foscolo. 


10. 

Jany  27tii  1826. 
My  Dear  Sir, 

The  best  apology  I  can  raake  for  my  long  letter  is  to  write  you  a  shoiterv 

and  more  satisfactory  one,  and  the  last;  until  other  times  allow  me  to  see 
you  again. 


70  R.   TOBLER 

I  am  now  confident  that  you  do  not  risk  to  be  troubied  with  the  unplea- 
sant  request  of  becotning  an  arbitrator.  The  publisher  at  last  having  made 
up  bis  mind,  in  earnest  as  it  would  seem,  to  sign  a  written  agreement,  and 
pay  a  portion  of  the  price  at  the  delivery  of  the  mss.  of  each  following 
volume,  I  do  submit  to  give  for  nothing  the  first  volume  of  Dante,  to  bear 
the  whole  of  the  expences  for  such  first  volume,  and  be  satisfied,  even  in 
case  he  does  not  after  Dante  perform  the  agreement  as  to  the  other  poets. 
Thus  instead  of  eleven  hundred  guineas  I  bave  to  receive  four  hundred  only. 
But  thus  also  there  is  an  end  of  the  question. 

Mr.  Taylor  with  bis  wonted  kindness  joined  Mr.  Hoggins  to  settle  the 
matter;  and  as  I  referred  you  to  the  latter,  so  I  am  glad  in  being  able  to 
refer  you  also  to  the  former  as  to  my  conduct  and  forbearance  in  this 
affair,  since,  I  do  not  know  how,  but  certainly  from  the  very  admission  of 
Mr.  Pickering  it  appears,  that  there  is  a  current  and  credited  story  amongst 
booksellers  that  1  actually  received  the  stipulated  1100  guineas  and  left  the 
Publisher  without  any  mss.  Although  I  am  accustomed  to  such  things,  I 
vfas  afraid  lest  any  such  rumour  should  reach  your  ear,  and  feel  happy  that 
in  case  you  see  Mr.  Taylor  he  may  put  you  at  ease  on  the  subject. 

But  as  1  bave  reason  to  apprehend  that  both  Mr.  Hoggins  and  Mr.  Taylor 
mean  to  apply  to  you  on  my  behalf,  allow  me  to  refer  you  to  my  profession 
of  faith  concerning  pecuniary  relief  as  expressed  in  my  lettor  of  last  year 
"wherein  I  stated  that  my  debt  to  you  amounted  to  my  certain  knowledge 
to  L.  300,  and  to  L.  130  or  therabouts  for  the  bill  of  Stuhbach  endorsed 
by  me  as  a  security  and  paid  with  money  furnished  to  Mr.  Taylor  by  you. 
Thus  I  declared  by  |  guess  my  debt  amounting  L,  430,  or  therabouts.  Lately 
I  wrote  to  Mr.  Taylor  to  know  whether  the  bill  of  Stubback  originally  for 
L.  130,  amounted  to  more  than  L.  130  with  the  costs  which  bave  been  ali 
home  by  me,  since  the  originai  debtor  disappeared.  As  soon  as  Mr.  Taylor 
answers  me,  1  will  deliver  to  him  a  precise  account  and  acknowledgement 
of  my  debt  in  a  proper  forra.  But  the  debt  ought  not,  to  increase  and  shall 
not  any  further.  Possibly  you  may  consider  it  as  a  matter  of  a  right  on  your 
part  to  be  my  benefactor  for  ever:  but  I  bave  confessed  to  you  why  I  feel 
it  to  be  a  duty  on  me  to  decline  any  new  act  of  your  benevolence.  The 
reasons  which  were  powerful  last  year,  bacarne  stili  more  so  now,  since  by 
a  Constant  application  to  work,  and  fourteen  months  labour,  suffering  and 
expences,  I  got  nothing  but  troubles.  I  cannot  therefore  get  my  bread  not 
even  in  spite  of  labour;  and  I  am  not  a  fit  individuai  to  be  supported  by 
my  friends. 

As  to  the  probable  means  of  reimbursing  you,  and  others  who  bave  been 


LETTRES  INÈDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GDRNEY  71 

kind  to  me,  aroountìng  to  nearly  L.  700  upon  the  whole,  my  credits  will 
more  than  balance  my  debts,  and  my  testament  and  executors,  in  case  I  die 
before  that  lime,  will  at  least  show  to  whom  and  for  how  much  1  am  in- 
debted.  In  preparing  some  volume  on  my  own  life  (a  curious  and  eventful 
one  indeed)  I  may  provide  at  the  same  timo  for  my  creditors.  But  to  talk 
now  about  it  it  would  look  like  an  idle  boast  ;  and  a  very  few  years  will 
clear  ali  these  matters. 

I  see  that  I  went  farther  than  I  intended  with  my  letter;  and  in  a  very 
bad  English  too;  but  during  ali  this  time  I  always  wrote  in  Italian.  Now, 
my  dear  Sir,  Adieu.  I  do  not  express  my  gratitude  |  as  I  feel  it,  precisely 
because  I  feel  it.  I  received  from  you  more  than  I  ever  expected  or  deserved 
from  you;  and  if  in  spite  of  my  explicit  declaration  any  of  the  three  or 
four  individuals  who  had  lately  occasion  to  see  me  and  became  acquainted 
with  my  affairs,  should  apply  to  you;  let  me  add  this  declaration  to  you, 
that  I  received  already  too  much  from  you,  and  that  1  shall  receive  no- 
thing  any  longer  from  any  man  living:  I  would  apply  to  you  rather  than 
to  any  body  else;  but  I  am  determined  never  to  do  so.  —  Do  not  take  the 
trouble  to  answer  this  letter.  Perchance  it  may  not  find  me,  since  within 
these  last  fourteen  months  I  changed  six  or  seven  times  my  abode.  And  as' 
soon  as  the  agreement  is  signed  with  the  Publisher,  I  shall  retire  again 
where  no  one  will  see  me.  If  I  am  happy  you  will  bear  from  me  ;  and 
whenever  I  may  he  in  the  situation  to  come  to  the  West  End  of  the  town, 
and  with  some  prospect  of  seeing  you  alone,  I  certainly  will  endeavur  to 
get  a  sight  of  you,  and  bear  your  voice  once  again.  In  the  meanwhile  Adieu. 
And  say  not  to  any  one  that  I  bave  been  in  town. 

Yours  very  grateful 

Ugo  Foscolo. 


II. 

Wednesday  Evening  Feby  l8'/26. 
My  dear  Sir, 

The  Publisher  after  having  applied  of  bis  own  accord  to  Mr.  Taylor,  and 
pledged  bis  word  to  Mr.  Hoggins,  and  thus  having  brought  the  transaction 
almost  to  bis  own  terms,  does  not  seem  disposed  to  sign  any  agreement. 
The  deed  was  to  be  drawn  by  Mr.  Taylor,  but  the  publisher  unexpectedly 


72  R.    TOBLER 

sent  an  Attorney,  with  wbom  Mr.  Taylor  very  properly  will  bave  nothing 
to  do,  and  now  is  convinced  that  he  applied  to  him  and  Mr.  Hoggine  with 
the  only  purpose  of  gathering  whatever  information  he  could,  and  avail 
himself  of  it  in  case  of  an  action.  Thua  the  question  which  appeared  to 
have  been  set  at  rest,  is  more  embroiled  than  ever.  Mr.  Hoggins  believes 
that  the  publisher  will  even  evade  bis  own  proposai  to  refer  to  arbitration, 
and  that  no  reraedy  can  be  hoped  unless  through  an  action  at  Law.  I  ought 
to  wish  it  for  the  merit  of  my  case,  but  I  dread  such  sort  of  publicity.  Stili 
my  interest  and  life  not  only,  but  also  my  name  is  at  stake  and  if  dragged 
to  the  extremity  I  must  resort  to  a  court  of  law. 

From  the  publisher's  crooked  policy  with  lawyers  who  decline  receiving 
fees  from  any  of  the  parties,  and  promised  to  act  as  friends  and  gentlemen 
on  behalf  of  both,  you  may  easily  imagine  the  acts  of  a  cruel  cunning  with 
which  he  most  (*)  have  used  during  so  long  a  time  a  helpless  man  who 
trusted  himself  to  him  alone,  and  to  bis  own  exertions  to  provide  for  bis 
livelihood  and  bis  character.  Had  he  kept  bis  promise  and  paid  to  me 
between  L.  250  and  300  every  year,  and  accomplished  the  Edition  within 
two  or  even  three  years  according  to  the  understanding,  that  yearly  sum 
would  bave  been  sufììcient  for  me,  and  the  copyist  who  (^)  by  the  agreement 
made  with  the  Publisher  1  regularly  paid  L.  1.10;  every  week;  and  after 
the  Edition  1  should  bave  had  a  ballance  of  nearly  the  half  of  the  L.  1100. 
But  I  have  received  only  L.  84  in  the  course  of  fourteen  months,  and  spent 
for  copyist,  paper,  postage  and  books  L.  120  as  it  appear  (^)  by  the  very  | 
bills  of  the  publisher,  who  —  such  is  the  trade!  —  charged  me  2»  6^  each 
q . . . .  C)  this  very  paper  on  which  I  write  to  you,  and  of  which  I  used  a 
large  stock  for  him,  and  now  I  purchase  in  Fleet  Street  at  1»  9^  at  a  time 
when  paper  is  risen  in  price.  Thus  the  publisher  even  in  the  paper  gained 

9d   for  each (*).  Dirty  thìngs  to  be  related,  but  they  have  brought  me 

to  this  situation  and  destroyed  my  hopes,  my  labours,  and  even  the  merit 
of  my  fortitude. 

The  fifty  pounds  you  have  been  so  kind  as  to  send  to  me  in  the  month 
of  last  January,  and  one  hundred  and  twenty  more  for  a  bill  of  exchange 
which  1  negociated  in  July  and  was  sent  to  the  lonian  Islands  supported 
me  ;  but  since  the  middle  of  November  when  the  Publisher  stopped  at  once 


(1)  A  lire  '  must  '. 

(2)  A  lire  '  to  whom  '. 
(8)  A  lire  '  appears  '. 

(4)  A  lire  '  qaire  ',  main  de  papier? 


LETTRES  INI  DITES  l)E  U^  FOSCOLO  À  HUDSON  GURNEY  73 

the  allowance  of  9  L.  18  monthly  which  in  August  he  did  agree  to  pay 
regularly,  1  supported  myself  and  stili  I  went  on  working,  by  seiling  one 
by  one  some  of  my  books,  walking  ten  miles  to  town,  and  then  back;  and 
once,  because  I  would  not  giva  my  real  name,  1  was  taken  for  a  thief,  and 
threatened  to  be  taken  before  a  magistrate. 

The  embarassments  in  the  bookseliery  trade  alledged  by  you,  with  your 
naturai  kindness,  bave  nothing  to  do  with  my  Publisher's  conduct  in  this 
affair.  The  pian  was  designed  long  since,  and  from  the  very  beginning 
never  to  sign  an  agreement,  and  get  from  me  as  miich  work  as  he  could, 
and  never  giving  any  security  for  tts  payment,  and  yet  requiring  se- 
curity  from  me  for  bis  small  advances  and  money  paid  for  paper,  books, 
and  the  copyist;  and  thus  whilst  I  was  bis  creditor,  keeping  myself  with 
the  cruel  laws  of  this  country  as  bis  debtor.  Where  (*)  1  to  bring  the  whole 
matter  before  a  court  of  law,  I  am  certain,  and  so  1  am  told  by  lawyers, 
that  the  transaction  would  appear  the  most  infamous  amongst  the  whole 
mass  of  such  dealings  of  booksellers  on  record  at  the  bar.  When  !  I  con- 
trived  to  negociate  the  bill  of  exchange  for  the  lonian  Islands,  I  distinctly 
declared  to  the  Publisher  that  in  case  he  had  no  capital  to  go  on  with  the 
Edition,  1  was  willing  to  discharge  bini  from  bis  obbligation,  and  bear  even 
a  part  of  the  loss  for  what  was  already  done,  because  I  could  then  resort 
to  some  other  work  and  pian  of  life.  But  that  in  case  he  intended  to  go 
on,  he  was  to  pay  to  me  L.  4  weekly  amounting  to  L.  18  monthly  or  so, 
until  the  Edition  was  done,  and  then  pay  to  me  the  ballance.  From  that 
time  he  paid  the  L.  13  monthly;  but  afterwards  he  did  stop  at  once,  in  the 
very  week  that  the  first  volume  was  to  be  published,  and  proposed  such  a 
new  agreement  that  would  not  only  bave  deprived  me  of  the  means  of 
working,  but  in  case  I  could  bave  finished  the  whole  of  the  work  I  should 
bave  not  any  security  for  the  payment  of  it. 

Fortunately  I  began  to  suspect  bis  intentions  long  since  and  kept  ali  do- 
cuments  and  even  the  receipts  of  the  postmen  for  the  mss.  copy  delivered, 
and  my  letters  to  bim  were  never  sent  but  after  a  copy  properly  witnessed 
by  the  copyist  was  kept  and  filed  and  I  cannot  imagine  on  what  grounds 
he  can  rest  bis  defence. 

As  to  the  report  of  my  having  runned  away  with  bis  L.  1100  advanced 
to  (2)  bim  I  bave  the  evidence  of  the  very  Brocker  (^)  who   negotiated   my 


(HA  lire  '  Were'. 

(2)  A  lire  '  by  '. 

(3)  A  lire  '  Broker  '. 


74  R.   TOBLER 

former  bill,  and  who  in  November  declared  to  me  that  having  heard  such 
a  report,  and  not  seen  it  contradicted,  he  could  not  think  himself  justified 
to  negotiate  the  new  bill  I  ofFered  to  him  for  the  Islands.  The  report  was 
also  traced  at  the  Publisher's  shop,  to  their  own  admission  ;  as  a  thing 
which  they  heard,  but  they  could  not  say  from  whom;  and  the  Publisher 
in  the  presence  of  a  witness  made  the  sanie  admission,  and  ofFered  to  con- 
tradict  it  in  the  newspapers.  But  I  answered  that  such  a  remedy  would 
have  been  more  dishonourable  than  the  calumny.  , 

Such  is  the  state  of  things.  What  1  ought,  or  rather  what  can  I  do,  it  is 
impossible  for  me  to  devise.  I  received  both  |  with  eagerness  and  reluctance 
the  check  of  L.  50  on  your  Bankers;  I  expected  the  publisher  would  bave 
kept  bis  word  at  least  with  Mr.  Hoggins  and  Mr.  Taylor,  and  in  this  case 
I  might  have  brought  to  pass  the  negotiation  of  the  bill  on  Zante  by  giving 
as  an  additional  security  the  ballance  of  L.  110  which  the  publisher  accor- 
ding  to  the  last  understanding  was  to  pay  after  three  months,  and  in  the 
meanwhile  he  was  to  deliver  the  additional  sum  of  L.  26.  5.  0.  —  into  the 
hands  of  Mr.  Hoggins  at  the  beginning  of  every  month.  Thus  1  might  have 
provided  some  way  or  other  for  half  a  year,  and  filled  up  the  dreadful 
chasm  left  from  the  middle  of  November  to  this  day.  My  copyist  was  not 
paid  since  then,  and  threatened  to  leave  me,  and  if  he  goes  I  am  at  a  loss 
how  to  work  for  Pickering  since  he  placed  as  a  clause  sine  qua  non  that 
the  copy  of  my  Mss.  for  bis  printers  should  be  in  a  fair  hand,  and  my 
penmanship  is  reckoned  by  them  amongs  the  Egyptian  hierogliphics  to  be 
read  only  by  D""  Young.  —  But  my  greatest  anxiety  arise  (•)  from  the  Mss. 
of  a  vindication  of  my  conduct  as  to  the  affairs  both  of  Italy  and  Greece; 
and  this  Mss.  also  half  printed  is  in  the  hands  of  the  Publisher  who  refuses 
to  deliver  it.  Of  the  first  volume  of  Dante,  namely  the  Historical  illustra' 
tion  of  the  middle  ages,  he  refuses  to  deliver  any  copy;  and  this  too  con- 
trary  to  bis  former  agreement.  What  he  intends  to  do,  it  is  impossible  for 
me  to  guess.  Folly,  perhaps,  and  distress  and  fear  of  an  impending  bank- 
ruptcy,  made  a  knave  of  him.  But  he  distresses  me  to  death;  and  whilst 
he  pretends  the  advances  made  to  me  as  money  owed  to  him,  he  knows 
my  abode,  and  in  fact  he  alone  with  bis  shopmen  knows  it,  and  he  can 
disturbe  me  even  there  if  he  pleases.  So  I  must  shift  my  tabernacles  again. 
—  But  1  must  beg  your  pardon  again  for  the  lenght  of  my  letter. 

Your  very  grateful  Ugo  Foscolo. 


(1)  A  lire  '  arises  '. 


LETTRES  INÉDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  QDRNEY  75 

Ha  (»)' 

My  Dear  Sir, 

Pray  read  only  the  enclosed  when  you  can,  and  if  you  bave  a  few  rai- 
nutes  to  spare.  1  intended  to  write  only  half  a  page,  and  thank  you  from 
my  very  soul  for  the  new  kindness  from  you.  But  my  mind,  I  am  afraid 
is  distracted,  and  I  cannot  write  as  I  ought  and  wish.  1  repeat  the  same 
things  again  and  again,  although  the  real  fact  can  be  told  in  a  few  words. 
—  The  Publisher  continues  to  promise  to  sign  an  agreement^  but  he  has 
made  up  his  mind  never  to  sign  any.  —  My  parcels  and  letter  which  by 
your  letter  it  appears  never  reached  you  were  sent  last  year.  The  formar 
contaìning  a  note  sent  towards  the  middle  of  January  to  thank  you  for  the 
L.  50,  on  your  Bankers,  and  a  few  additional  sheets  and  documents  printed 
to  be  put  together  as  a  continuation  of  the  màngled  copy  you  bave  on  the 
aflFair  of  Parga.  The  other  contained  a  copy  of  the  Woburn  marbles,  and 
was  the  one  given  to  me  by  the  Duke  of  Bedford,  nay  he  had  the  goodness 
to  bring  ìt  himself  with  the  Duchess  at  digamma.  The  former  parcel  was 
trusted  to  a  copyist,  a  Spaniard,  and  a  faitbful  individuai,  as  it  appeared, 
wbo  I  left  me  because  he  could  not  bear  the  air  of  the  place;  he  was  vi- 
sited  by  the  ague  as  I  resided  then  near  Hampstead  on  the  border  of  a 
pond  of  stagnant  water.  The  Spaniard  assured  me  that  the  parcel  should 
be  brougbt  to  your  door;  1  never  saw  him  since  then,  but  I  understood 
that  he  was  to  remain  bere  and  resort  to  the  weekly  charity  of  the  Gom- 
mit  I  tee,  and  I  will  find  him  out.  The  other  parcel  was  packed  up  by  the 
copyist  wbo  succeeded  him,  and  delivered  to  the  errand  boy  of  Pickering 
to  be  left  at  S'  James's  Square;  and  I  will  send  him  to  enquire  about  it, 
as  this  second  copyist  is  stili  with  me.  —  From  Hampstead,  I  went  to 
Hendon  where  my  ili  fate  broughtmy  tabernacles  dose  to  the  house  of  a 
madman,  a  parson  and  a  magistrate  and  a  collector  of  books,  making  the 
police  of  the  village,  and  thus  away  I  went,  not  to  be  known,  as  the  man 
is  connected  with  every  bookseller  in  the  three  kingdoms.  At  last  moving 
and  Femoving  from  place  to  place,  1  succeeded  to  get  a  cottage  for  L.  45 
a  year  |  at  Totteridge  in  Herefordeshire,  a  county  in  which   I   longed  to 


(1)  Sans  date.  Je  suppose  qne  '  the  enclosed  '  est  la  lettre  du  ler  fóvrier  1826  et  qne  notre 
lettre  date  à  peu  près  du  m6me  temps,  parce  que  les  raisons  que  Foscolo  avait  pour  óviter  l'éditeur 
Pickering  et  qui  '  are  told  towards  the  end  of  the  enclosed  '  sont  données  vers  la  fin  du  n"  11. 
Poar  l'affaire  de  Parga  voir  De  Wihckkls,  111,  pp.  99  ss. 


76  R.  TOBLER 

find  an  asylum  because  I  might  in  case  of  necessity  apply  to  Lord  Dacre 
and  W.  Lamb,  to  protect  myself  from  the  avanies  of  the  magistrates  wbo 
are  around  London  either  parsons,  or  retired  tradesmen,  and  both  proud 
of  their  power  more  than  the  Devil,  and  more  inquieti  than  him.  My 
retirement,  and  situation  of  a  foreigner,  and  above  ali  my  posting  two 
and  three  big  parcels  (containing  mss.  and  proofs  sheets)  every  day,  excite 
their  suspicions.  But  in  London  I  cannot  work,  because  I  could  never  ac- 
custom  myself  to  lodgings;  and  an  independent  abode  is  not  to  be  got  at  a 
cheap  rate;  besides  as  1  seldom  walk,  1  want  a  keen  air,  which  to  me  is 
as  good  as  a  regalar  exercise.  There  I  go  by  the  name  of  Mr.  Merryatt, 
and  in  case  you  wìsh  to  write  to  me,  the  letters  with  that  name  addressed 
Totteridge  Hertz,  will  reach  me.  Here  I  go  by  the  same  name,  but  as  I 
live  in  a  garret  found  out  by  my  copyist,  and  in  the  Tempie  and  the  shop 
of  the  Publisher  the  same  postman  probably  carry  (*)  the  letters,  and  (*)  I 
ara  afraid  lest  Pickering  shyuld  know  where  I  live.  The  reasons  are  told 
towards  the  end  of  the  inclosed.  1  rented  the  cottage  for  thirty  months, 
being  the  time  agreed  upon  for  my  attendance  to  the  Edition:  but  as  I 
bave  reason  to  think  no  agreement  is  to  be  got  properly  signed,  I  .must 
again  shift  my  abode.  I  must  remain  here  until  this  point  is  cleared,  and 
until  then  any  letters  to  Mr.  Barry,  in  the  care  of  Mr.  Hoggins  1.  Kings 
"Walk  Tempie  Tempie,  or  Mr.  Taylor,  9  Kings  Walk  Tempie  will  reach 
me,  Berry  being  the  name  of  my  copyist,  and  he  will  not  open  the  letters 
thus  adressed. 

Your's  very  grateful  and 
devoted  friend 
Ugo  Foscolo. 


12. 

Saturday  Feby  llth 
1826. 

My  Dear  Sir, 

Your  advice   to   use   the  publisher   with   consideration    had  been  acted 
upon  since  the  first  moment  of  the  misunderstanding;  but  after  your  Iettar 


(1)  À  lire  '  carnea  '. 

(2)  A  lire  '  letters,  I  am  \ 


LETTRES  INÈDITES  DE  U.  FOSCOLO  A  HUDSON  GURNEY  77 

it  has  been  enforced  stili  more.  Mr.  Pickering  withdrew  bis  engagement 
entered  upon  on  the  very  previous  morning  of  paying  L.  26.  5,  monthly 
and  the  overplus  of  the  ballance  after  the  whole  of  Dante  was  done;  but 
on  the  next  day  he  declared  that  he  would  not  pay  but  the  half  of  that 
monthly  instalment,  which  however  inadequate  to  my  subsistence  I  con- 
sented  to  accept.  Yet  after  two  more  weeks  of  delays  and  tergiversations, 
a  kind  of  an  attorney  wrote  an  impertinent  letter  to  Mr.  Hoggins  contra- 
dicting  ali  the  former  promesses  made  by  Pickering  both  to  Mr.  Hoggins 
and  Mr.  Taylor;  and  therefore  these  two  gentlemen  are  clearly  of  the 
same  opinion,  namely  «  That  Pickering  had  made  up  bis  mind  never  to 
«  sign  any  agreement,  and  never  to  give  the  slightest  securiiy  for  the 
«  payment  of  my  labours,  and  that  there  is  no  remedy,  but  that  of  an 
4L  action;  which  will  turn  successful  for  me,  the  more  |  as  both  Mr.  H. 
<  and  Mr.  T.  will  be  the  most  competent  witnesses  of  my  conduct  in  the 
«  transaction  from  beginning  to  end  ».  —  Pickering  in  fact  applied  to  them, 
entreated  them  to  settle  raatters  as  friendly  mediators;  promised  them  the 
terms  proposed  by  himself,  and  then  deceived  and  insulted  them  both. 
The  predicament  of  an  attorney  and  witness  at  the  same  time  being 
rather  dissonant  with  my  views,  and  moreover  the  loss  of  time  to  which 
Mr.  Taylor  submitted  so  often  on  my  behalf  without  expecting  remuneration, 
made  incumbent  upon  me  to  request  him  not  to  act  as  my  attorney;  and 
I  bave  in  view  another  professional  gentleman  of  a  literary  cast  of  mind, 
who  will  undertake  willingly  my  affair.  I  deeply  regret  the  necessity  of 
resorting  to  law;  but  there  is  no  other  remedy,  whilst  the  delay  affords 
courage  and  weapons  to  Mr.  Pickering.  My  character  and  life  are  at  stake, 
and  whatever  may  be  the  event  before  a  jury,  1  feel  confident  that  the 
publicity  of  the  circumstances  of  the  last  seventeen  months  of  my  life 
will  prove  at  least  that  I  suffered  and  acted  |  with  fortitude  and  forbearance, 
and  that  my  days  and  nights  were  those  of  an  industrious  man.  Besides 
this  affair  with  Pickering  I  was  cheated  of  one  hundred  guineas  and 
upwards  by  a  Mr.  Walker  the  Editor  of  the  European  Review,  and  by 
nearly  as  much  by  a  bookseller  named  Dolby  whose  acceptances  1  received 
as  money  on  the  ève  of  bis  bankruptcy.  It  will  at  least  be  of  some  con- 
solation  to  me  and  to  my  friends  that  the  world  should  know  why  I  bave 
been  reduced  to  this  situation,  and  that,  although  my  imprudence  is  to  be 
blamed,  1  atoned  for  it  with  Constant  labour  and  cheerful  privations,  and 
was  deceived  by  those  who  availed  themselves  of  my  industry. 

The  action   will   be   set   on    foot   to-day   against   the  publisher;   and  I 
thought    it    my   duty  to  aquaint  you  with  this  circumstance ,  the    more 


78  R.   TOBLER 

as   I  have  no   hope  of  forwarding  to  you  or  to   any  body  a  copy  of  the 
volume. 


Believe  me,  Dear  Sir, 


Your  most  grateful  friend 
Ugo  Foscolo. 


13  C). 

London,  12  August  1826. 


My  Dear  Sir, 


In  offering  to  you  my  warmest  acknowledgements  for  the  new  token  of 
your  kindness,  let  me  entreat  you  to  cancel  from  your  recollection  ray 
letter  written  in  January,  when  the  sudden  disappointements  of  ali  my 
prospects  and  loss  of  work  for  Pickering  plung'd  my  mind  into  an  unmanly 
despair,  for  which  soon  after  I  felt  the  more  wretched  as  it  must  have 
contributed  to  distress  your  generous  heart. 

Now,  my  Dear  Sir,  not  only  out  of  gratitude  but  also  as  a  sort  of  repa- 
ratiou  for  that  letter,  I  am  bound  to  acquaint  you  that  without  your  un- 
experted  providential  of  L.  50,  I  might  have  been  burried  by  tSis  time, 
or  so  advanced  in  my  illness  as  to  find  myself  without  the  reach  of  any 
human  remedy.  I  am  now  recovering,  and  think  it  my  duty,  or  at  least 
1  feel  some  pleasure  in  doing  it,  to  inform  you  of  my  situation,  and  prospects, 
and  above  ali  of  my  resolutions. 

No  agreement  could  be  entered  with  Pickering,  unless  I  had  accepted 
amongst  other  mad  conditions  the  term  of  receiving  for  payment  his  ac- 
ceptances  at  eighteen  months  date,  not  to  be  paid,  but  renwed  (^)  by 
him  for  eighteen  months   longer  at  the  expiration   of  their  date.   Others 


(1)  Les  lettres  18  et  14  sont  pabliées  d'après  la  copie  da  chanoine  Biego  (voir  Db  Wimcebls, 
III,  151  ;  ^ist.,  664  et  674,  et  Festschrift  de»  Y.  allgem.  deu.  Neuphilologentages,  1892,  p.  128). 
En  comparant  le  n°  13  aree  le  n**  650  du  Epistolario  le  lecteur  trouvera  qua  les  contenuB  dea 
denx  ne  diffèrent  guère.  Nnl  dente  que  le  n°  650  ne  soit  une  ébauche  de  notre  lettre,  qui  d'après 
le  propres  mote  de  Foscolo  fat  commencée  à  plusiears  reprises.  Pour  la  tradaction  de  l'Ilìade 
voir  Db  Wisckbls,  III,  108  et  Epìst.  656.  Le  passage  sur  Payne  Knight  se  tronve  pp.  134  et 
135  da  Tol.  Ili  des  Prose  letterarie  di  Ugo  Foscolo  (ed.  Le  Monnier,  1850).  Je  n'ai  pas  rénssi 
à  tronrer  la  moindre  trace  des  trois  noavelles  (oa  romans  7)  qae  Foscolo  avait  sons  la  main  dans 
les  derniers  mois  de  sa  vie.  Il  en  parie  eneore  le  10  jnin  1827;  voir  ci-dessous  n°  14. 

(2)  A  lire  '  reneved  *. 


LETTRES  INÉDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GURNEY  79 

and  more  suspicious  expedients  were  resorted  by  Pickering  to  get  my  work 
for  nothing,  until  my  lawyers  found  it  absolutely  necessary  to  bring  against 
him  an  action  at  Law,  for  breach  of  contract  and  damages.  Accordingly 
they  commenced  proceedings,  and  issued  a  writ. 

But  after  ali,  no  money,  no  justice.  My  Attorney,  as  he  conceived  it, 
was  quite  certain  to  gather  the  funds  necessary  not  only  for  the  action, 
but  also  for  my  immediate  writs,  by  enforcing  the  payment  of  L.  112  owed 
me  by  Walker  the  Editor  of  the  European  Review,  moreover  some  shillings 
in  the  pound  for  a  Bill  of  nearly  the  same  sum  given  to  me  in  payment 
and  accepted  by  Dolby,  afterwards  a  Bankrupt.  But  nothing  was  paid  out 
of  the  state  of  the  Bankrupt;  and  Walker,  although  my  Attorney  got 
from  him  ali  sorts  of  securities,  stili  he  contrived  never  to  pay,  and  duped 
the  Attorney,  a  Mr.  Garrard  of  Pali-Mail,  who  nevertheless  has  the  repu- 
tation  of  being  the  sharpest  young  Lawyer  in  existence. 

The  funds  for  the  Action  having  thus  failed,  I  perceived  that  my  Lawyers 
naturally  enough  felt  distressed  with  my  distress  and  misfortunes,  which 
they  could  not  relieve,  and  I  conceived  that  like  the  Adviser  of  Job  they 
might  end  by  feeling  an  involuntary  but  inevitable  abomination  for  their 
wretched  client;  and  accordingly  I  withdrew  frora  them  at  the  end  of 
last  March. 

My  resort  to  a  public  trial  of  my  claira  was  chiefly  intended  to  clear 
my  conduct  in  the  transaction,  with  little  or  no  hope  of  getting  in  reality 
the  damages  which  a  lury  might  bave  awarded  to  me;  but  this  very  reason 
grounded  on  the  suspected  pecuniary  circumstances  of  Pickering,  made  the 
Lawyers  more  cautious,  since  the  publisher  might  become  an  insolvent 
meanwhile,  and  I  would  bave  lost  my  expenses  into  the  bargain.  It  remains 
only  for  me  to  publish  a  statement  of  facts  with  documents  and  sett  the 
matter  at  rest  as  far  as  it  concerns  my  conduct;  and  it  was  for  this  object 
that  after  a  very  long  absence  from  the  Tempie  I  paid  a  visit  in  the  middle 
of  July  to  our  friend  Mr.  Taylor  to  ask  his  leave  that  I  might  mention 
bis  name  and  the  circumstances  in  which  he  interfered  in  the  transaction; 
1  then  little  thought  that  he  would  afterwards  entertain  you  again  with 
my  situation  of  which  I  said  little  to  him  ;  but  I  thank  him  now,  since 
his  subsequent  conversation  with  you,  and  your  new  liberality,  rescued  me 
from  death,  or  at  least  from  a  long  and  melancholy  complaint. 

By  my  statement  and  documents,  it  will  appear  that  (independently  of 
the  Publisher's  cunning  and  treacherous  tricks)  reducing  the  whole  of  the 
affair  to  reasoning  of  arithmetic,  I  furnished  him  for  his  own  use  and  at 
his  own  refi[uest  with  nearly  eight  hundred  pages  already  printed  by  him 


80  R.    TOBLER 

in  the  course  of  fourteen  months,  and  I  received  the  sum  of  L.  260  from 
-which  I  expended  nearly  L.  100  for  books  necessary  to  the  works  of  the 
Poets  and  bought  by  bina,  but  charged  to  me  in  a  bill  very  heavy  and 
unreasonable,  —  and  I  moreover  expended  the  sum  of  L.  i20  for  Copists 
and  reviser  of  proofs  in  compliance  with  agreements  made  by  Pickering 
with  these  Gentleraen,  but  sending  them  to  be  paid  weekly  by  me.  Thus 
out  of  L.  260  I  expended  to  his  own  knowledge,  and  as  vouchers  in  my 
hands,  the  sum  of  L.  220;  and  the  greater  part  of  the  remaining  L.  40 
has  been  also  expended  in  portage  for  proofs  which  were  sent  to  me  regu- 
larly  six  and  sometimes  eight  times  every  week.  Such  has  been  the  result 
of  an  almost  incredible  toil  for  more  than  one  year,  and  often  during 
fourteen  hours  every  day  for  Pickering.  Stili  so  great  was  my  love  for 
my  new  work,  althoug  a  heavy  and  pedantical  one,  so  eager  1  was  to 
atone  with  a  Constant  industry  for  my  past  imprudence,  so  clear  I  was  (*) 
my  calculation  that  after  two  years  labour  and  frugality,  I  was  to  receive 
the  whole  of  the  eleven  hundred  guineas  agreed  upon,  and  thus  honour 
the  claìms  remaining  upon  me,  that  I  prepared  the  continuation  of  Dante 
from  October  to  January  writting  without  even  the  comfort  of  having 
lighted  the  fire  in  my  Library. 

Yet  Pickering  spread  about  that  I  received  the  whole  of  the  eleven 
hundred  guineas,  and  left  him  without  any  manuscript.  I  was  told  that 
his  situation  might  bave  obliged  him  to  resort  to  such  a  false  statement 
as  a  palliative  with  his  Greditors.  What  he  goes  on  telling  now,  I  cannot 
guess;  neither  1  could  ascertain  whether  he  published  the  first  Volum;  I 
stili  see  it  advertised  as  ready  to  be  shortly  published:  but  certainly  it 
reached  Italy,  since  I  received  Letters  concerning  it  from  several  friends. 
1  bave  not  even  a  copy  of  it;  fortunately  I  kept  the  proofs-sheets ;  I  was 
also  told  by  one  of  my  professional  advisers  that  he  goes  on  promising 
the  continuation  to  his  Subscribers  whilst  he  perfectly  knows  that  he 
deceives  them.  The  fact  is,  that  at  first  he  yielded  to  my  ad  vice,  namely 
to  calcolate  for  any  considerable  sale  or  return  not  in  England,  but  in 
Italy;  where  althoug  prohibited  by  Governments,  books  of  ali  descriptions 
are  imported  by  those  who  make  a  profitable  trade  by  smugling  them; 
and  that  there  he  might  calcolate  to  sell  almost  at  any  price  one  thousand 
copies,  to  say  the  least,  of  each  Poet.  Nay,  I  proposed  him  that  if  he 
aUowed  me  five  hundred  copies,  1  would  renounce  every  farthing  of  remu- 


(1)  A  lire  *  so  clear  I  was  in  my  cale.  '  oa  '  so  clear  was  my  cale.  '. 


LETTRES  INÉDITES  DE  D.  FOSCOLO  À  HUDSON  GURxNEY  81 

neration  in  money,  and  I  would  fìnd  means  to  send  them  to  Italy.  —  But 
Pickering  soon  after  wanted  a  speady  return  for  bis  capital  and  interest; 
he  prefered  to  rely  on  Subscribers  only;  he  must  bave  found  bimself  very 
short  of  money;  or,  as  I  tbink  it  more  probable,  he  had  some  weackier  (') 
partners  in  the  undertaking  of  the  Poets;  and  tbe  misfortunes  of  other 
Booksellers  at  the  end  of  last  year  reasonably  frightened  both  Pickering 
and  bis  partners.  I  then,  on  the  complaints  of  Pickering's  on  tbe  badness 
of  bis  trade,  proposed  bim  to  do  every  tbing  in  my  power  to  relieve  bim 
bis  obligations  with  me;  I  proposed  also  to  take  the  wbole  of  the  concern 
out  of  bis  hands,  and  to  bave  printed  tbe  Poets  either  bere  or  somewhere 
in  tbe  Gontinent  wbere  there  is  a  free  press,  as  1  calculated  to  dispose  of 
tbe  Edition  chiefly  in  Italy.  —  But  as  it  is  usuai  with  English  Tradesmen 
to  boast  of  great  capital  and  respectahility  precisely  when  they  are  in 
danger  of  Bankruptcy,  he  thanked  me  for  my  considerate  offers;  he  said 
tbat  he  was  most  sanguine  of  success;  pledged  bimself  again  to  fulfill  bis 
agreement,  requested  and  received  parcels  of  more  manuscript  :  but  no 
sooner  the  first  volume  was  printed,  he  impended  (*)  my  manuscript  of 
tbe  continuation,  claimed  instant  payement  for  the  books  and  stationary 
and  mony  for  copists  supplied  by  bim  to  me  for  that  very  undertaking,  — 
and  lastly  he  resorted  to  special  pleadings  to  keep  the  first  volum  (already 
printed)  for  notbing,  because  it  does  contain  illustrations  only  and  my 
ovon  criticism  on  the  li  fé  and  age  of  Dante,  but  no  text!  Nay,  he  brings 
a  charge  against  me  of  something  like  L.  40,  because  the  first  volum 
instead  of  being  of  400  pages  precisely,  proved  to  be  of  (3)  in  printing  of 
434,  and  this  surplus  of  print  ought  to  be  paid  by  the  Author!  To  tbese 
tricks  and  subterfuges  be  added  a  system  of  villainy  wbicb  cannot  be 
believed  but  tbrough  tbe  witnesses  and  documents  of  my  intended  statement; 
I  bave  already  mentioned  the  Tale  tbat  I  received  in  advance  tbe  L.  1100 
guineas  (*),  and  thus  ruined  him;  whilst  actually  be  ruined  me,  and  brought 
me  to  despair,  and  nearly  to  deatb.  Tbe  strengtb  of  my  mind,  and  the 
sense  of  man's  dignity  redeemed  me  from  despair  long  ago  ;  but  witbout 
your  timely  assistance  I  might  bave  been  already  burried  at  tbe  expense 
of  the  Parish;  with  this  consolation  bowever  that  nobody  would  bave 
known  tbe  place  of  my  burrial. 


(1)  A  lire  '  weaker  '  on  '  weaklier  '. 

(2)  A  lire  '  snspended  '? 

(3)  A  lire  '  proved  to  be  in  printing  of  ' . 

(4)  A  lire  '  L.  1100  or  g.  ' 

Giornale  storico,  XXXIX,  fase.  115. 


82  R.   TOBLER 

My  statement  is  prepared,  and  1  obtained  leave  from  each  of  the  Lawyers 
to  mention  their  names  as  well  as  their  opinions  and  their  respective  in- 
terference  in  the  transaction:  stili  I  am  kept  in  a  sad  perplexity,  being 
fearful  lest  my  silence  should  be  construed  into  a  consciousness  of  bad 
conduci;  whilst  in  the  other  band  my  publication  of  the  facts  and  docu- 
menta could  not  faii  but  excite  a  war  of  pen  and  news-paper  gossip;  and 
I  always  felt  a  naturai  and  almost  unconquerable  repugnance  to  entertain 
the  public  about  pounds  shillings  and  pences  and  private  bickerings;  while 
at  the  same  time  on  this  occasion  1  must  bring  to  light  not  only  the 
wrongs  1  suffered,  but  also  expose  individuai  vìllany,  and  a  systematical 
incquiry,  which  could  not  but  make  sick  at  heart  every  reader;  and,  for 
what  I  know,  might  possibly  be  construed  into  a  Libel  and  make  me  liable 
to  an  indictment  into  the  bargain.  Such  are  the  consequences  of  Justice 
that  cannot  be  obtained  by  the  poor;  —  and  it  was  my  situation  that  em- 
boldened  Pickering  to  pursue  a  course  of  premeditated  fraud,  robing,  and 
calumniating  me  at  the  same  time. 

This  idea  upsets,  I  own  it,  my  philosophy  and  Longanimity;  stili  I  will 
be  patient  until  I  see  Mr.  Denman  to  whom  I  intend  to  submit  my  statement, 
and  act,  as  to  the  publication  of  it,  awarding  (•)  to  his  advice. 

In  mean  time  I  bave  been  cruelly  defrauded  by  others.  From  January 
when  I  left  interrupted  the  work  for  Pickering,  to  the  end  of  March,  when 
I  ceased  troubling  my  Lawyers,  I  wrote  four  articles  for  Periodical  publi- 
cations  at  the  request  of  a  Mr.  Southern  the  Editor  of  the  London  Ma- 
gatine and  the  Retrospective  Review,  and  a  partner  also  in  the  Westminster 
Revievo.  I  submitted  to  give  my  papera  almost  for  nothing,  provided  they 
should  be  paid  on  delivery.  The  first  paper  was  paid  according  to  the 
agreement;  but  the  other  three  amounting  to  L.  30  or  thereabout,  bave 
never  been  paid,  althoug  published.  The  last  of  them,concerning  the  Italian 
Antiquarians,  is  to  be  read  in  the  late  number  of  the  Retrospective.  I 
wrote  for  my  due,  and  precisely  on  the  very  moment  your  Letter  and 
assistance  reached  me,  I  received  from  the  Agent  of  the  Great  Editor  an 
answer  purporting  that  more  articles  would  be  acceptable,  but  that  until 
money  becatne  less  scarce  1  could  not  reasonably  expect  any  remunera- 
tion.  —  However  I  bave  written  evidence  of  their  undertaking  to  pay  my 
manuscripts  in  ready  money;  but  were  I  to  resort  to  procedings  for  my 
wretched  L.  50,  I  would  set  at  defiance  half  the  scriblers  of  periodical 
Works  against  me,  and  stire  up  the  publicity  I  dread. 


(1)  A  lire  '  according  '. 


LETTRES  INÈDITES  DE  D.  FOSCOLO  À  HUDSON  GCRNEY  83 

Indeed,  sirice  I  resorted  to  the  disgraceful  trade  of  selling  that  which 
cannot  be  bought,  I  deserve  my  fate.  When  I  was  sent  at  Pavia,  my  first 
sermon  to  the  University  vrarned  my  young  Gountrymen  of  the  infamy 
and  public  as  well  as  domestic  calamities  inevitably  arising  from  bartering 
genius  and  literature  for  money.  Necessity  having  compelled  me  here  to  act 
against  my  own  principles  I  was  punished  even  when  I  gathered  the 
earnings  of  my  writtings;  because  1  could  never  help  feeling  an  inward 
humiliation,  and  I  compared  myself  to  a  woman  selling  her  own  charm  to 
a  brutal  purchaser.  Genius  and  Literature  are  human  things  indeed,  and 
possibly  too  they  are  paltry  and  vain  endowements;  stili  they  are  not 
destined  to  be  sold  ;  and  any  thing  which  is  deviated  from  the  use  and 
tendency  for  which  it  was  intended  by  nature  herself  seldom  produces  the 
intended  fruit,  and  always  brings  shame  and  miseries  on  the  possesor  or  it  (*). 

Let  therefore  my  poor  L.  30  be  lost  for  ever  with  many  others;  but  it 
shall  be  the  last.loss.  Since  the  end  of  March  after  having  written  the 
four  papei's,  and  took  (*)  my  leave  from  the  Lawyers,  I  cheerfuUy  submitted 
to  work  for  myself  alone  and  my  Genius.  With  the  exception  of  the 
Editions  of  Homer  and  Dante,  I  subsisted  by  going  about  selling  one  by 
one  my  remaining  books;  and  twice  I  bave  been  taken  for  a  thief,  because 
I  refused  to  disclose  my  name  and  the  place  of  my  abode.  At  last  1  was 
prevented  from  subsisting  on  this  expedient  since  in  ofFering  for  sale  a 
Greek  bible  and  prove  (^)  that  I  was  the  owner  of  it,  I  proposed  to  write 
some  greek  words  to  satisfy  the  bookseller  that  they  were  in  the  same 
handwritting  with  some  marginai  various  readings  I  had  wrote  (*)  on  that 
Edition.  The  Bookseller  with  an  admirable  sang-froid  and  in  a  scotch 
accent  made  answer;  —  You  may  he  a  forger  as  well  as  a  thief  for 
aught  I  hnow.  I  laughed  at  it,  and  remembering  poor  Belisarius  who  was 
blind,  to  the  boot,  I  submitted  to  the  moods  of  fortune;  but  as  the  good 
Bookseller  wanted  to  take  me  with  him  before  a  Magistrate,  I  contrived 
to  get  rid  of  him  and  returned  home  with  my  bible.  Do  not  take  at  heart 
this  anecdote,  but  rather  be  in  better  hopes  for  my  welfare,  since  1  acqui-ed 
more  practical  philosophy  than  1  expected  from  my  naturai  powers.  You 
bave  done  for  me  even  more  than  it  was  necessary  to  prevent  my  falling 
in  so  low  eircurastances.  But  often  things  are  so  blended  that  no  human 


(1)  A  lire  '  posse88or  of  it  '. 

(2)  A  lire  'taken'. 

(3)  A  lire  '  and  to  prove  '. 

(4)  A  lire  '  written  '. 


84  R.   TOBLER 

power  or  foresight  can  extricate  them  from  danger  of  becoming  worse. 
Wen  you  sent  me  with  so  much  generosity  L.  50  in  January,  Pickering 
had  suspended  bis  payments  to  me  for  the  Gopyists  since  the  middle  of 
the  preceeding  November;  and  besides  those  payements  1  made,  out  of  the 
L.  50  to  those  poor  feilows,  1  owed  two  quarters  rent  at  Totteridge  where 
I  then  lived;  and  to  cancel  the  agreement  with  the  Landlord  I  paid  one 
quarter  more.  Moreover  to  satisfy  the  claims  of  tradesmen  about  me  since 
November,  I  caused  my  remaining  little  furniture  to  be  sold  at  Totteridge, 
with  the  only  exception  of  my  chair  and  writting  table  with  which  I  hope 
I  will  be  burried  some  day;  —  and  thus  by  your  assistance  and  that  for- 
niture I  left  honourably,  in  peace  and  amity  with  ali  my  neighbourghs  at 
Totteridge,  a  place  dear  to  me  because  the  air  was  congenial  both  to  my 
health  and  mind,  and  1  could  work  for  many  hours  each  day  without 
feeling  the  bad  consequence  which  I  afterwards  experienced  in  London, 
where  bread  itself  proves  to  be  a  poison  to  my  stomach. 

Stili  I  kept  on  working,  and  for  the  first  tirae  since  I  left  Italy,  I  worked 
satisfyed  with  my  labour,  and  consoling  myself  with  it,  and  feeding  almost 
upon  it.  —  1  traced  to  myself  a  pian  which  shall  never  be  interrupted  but 
by  unconquerable  illness  or  death.  —  First,  I  sat  again  over  the  illustra- 
tions  of  Dante,  which  will  be  published  not  according  to  the  views  and 
speculations  of  a  Publisher;  but  as  they  ought  to  be  done  by  an  Italian 
and  a  Scholar,  and  intended  chiefly  to  spread  a  new  Light  on  the  interesting 
darkness  of  the  middle  ages.  —  Next,  whenever  I  am  vived  (')  of  research 
and  pressing  (2),  I  translate  the  lliad,  of  which  nine  books  are  ready  for 
publication;  yet  I  will  never  publisch  again,  as  far  as  it  is  in  my  power, 
any  hook  by  parts  and  bits;  but  the  whole  of  it,  as  soon  as  the  whole  is 
ready  and  fit  for  the  public.  The  translation  of  the  lliad,  1  trust,  will 
refresh  the  Italian  Literature,  and  create,  I  dare  say,  a  sterling  and  yet 
new  Italian  Language.  But  my  great  aim  in  this  work  is  to  illustrate  as 
far  as  possible  the  age  of  Homer,  and  of  the  lliad.  The  study  of  the  dark 
age  of  Dante  will  prove  of  service  to  lead  me  from  the  known  to  the 
unknown  into  the  stili  darker  age  of  the  primitive  Greek  civilisation. 
Payne  Knight's  principles  are  admirable  to  my  purpose;  he  was  certainly 
wrong  in  the  application  of  them;  stili  he  was  a  noble  powerful  mind. 
Had   he  belonged   to   some   University,  with  one    half  of  his    merits,  we 


(1)  A  lire  '  tired  \ 

(2)  A  lire  '  profeasìng  '. 


LETTRES  INÉDITES  DE  U.  FOSCOLO  À.  HUDSON  GDRNEY  85 

wouid  hear  his  name  praised  to  the  skìes.  In  the  first  volum  on  Dante  1 
complained  that  he  remains  stili  unrewarded  by  his  countrymen;  and  in 
the  illustration  of  the  iliad  he  will  he  certainly  rewarded  by  the  poor 
foreigner. 

Dante  will  bave  prefixed  a  Letter  to  the  Italians,  about  my  public  life 
amongst  them,  and  their  politicai  situation  ;  —  and  to  Homer  1  will  prefix 
a  similar  Letter  addressed  to  the  young  men  of  the  lonian  Islands  about 
the  situation  of  Greece,  and  my  reason  for  not  having  gone  there.  Thus 
I  shall  perform  my  duty  both  towards  the  Italians  and  the  Greeks  who 
both  claim  me  as  their  countryman,  both  calumniate  me  as  a  lookwarm  (*) 
in  their  politics,  and  both,  in  exagerating  my  Genius  my  fame  and  my 
industry  abandon  me  actually  to  starvation. 

From  Dante  and  Homer  I  do  not  expect  a  great  deal  of  pecuniary  remu- 
neration,  but  enough  to  pay  for  the  printing  and  the  expences  of  Copyists 
and  Gorrectors;  since  unfortunately  I  can  never  do  without  such  assistants, 
and  almost  always  the  money  necessary  to  my  very  subsistence  was 
expended  for  them.  I  do  not  look  for  purchasers  of  my  Italian  works  but 
in  Italy. 

But  I  bave  nearly  ready  and  in  the  hands  of  a  translator  one  of  three 
Novels  called  My  second  Voyage  in  England  —  My  first  voyage  in 
England  —  and  My  third  voyage  in  England.  They  describe  the  middle, 
the  high,  and  the  low  ranks.  I  must  begin  with  the  publication  of  the 
second  not  only  because  it  is  written,  but  also  for  other  reason  arising 
out  of  the  pian  of  the  three.  Not  a  page  is,  as  yet,  composed  of  the  other 
two;  but  I  bave  the  outline,  the  scene,  the  action,  and  characters  of  them 
both  in  my  mind,  and  my  general  view  in  ali  of  them  is  not  only  to 
describe  England  and  English  indivìduals,  but  the  individuai  feelings,  and 
manner  of  thinking  and  modification  of  virtues,  vices,  follies,  Litterature, 
religion,  polities  and  passions  as  brought  by  our  own  eventful  epoch;  so 
that  the  method  and  end  of  Walter-Scott,  with  a  less  genius  of  course, 
but  with  a  quite  difFerent  art,  will  be  applied  to  the  description  of  our 
contemporaries  and  living  men.  Should  these  Novels  of  mine  be  well 
treated  by  the  Translator  —  since  style  in  such  works,  goes  a  great  way 
towards  their  succes  —  1  probably  may  realise  a  small  fund  to  purchase 
an  anuity,  and  then  work  on  higher  subjects;  or  what  perhaps  will  be  a 
more  pleasant   task,  talk   with    my   own   recollections   and    write   at   my 


(1)  À  lire  'lakewarm'. 


86  R.   TOBLER 

pleasure  and  leisure  a  couple  of  pages  of  myself  biography  every  day 
between  the  hours  of  Breakfast  and  Dinner. 

I  know  veiy  well  the  —   Quid  brevi  fortes  jaculamur  aevo 
Multa  ? 

since  I  am  bound  to  make  some  serious  meditations  on  it  more  perhaps 
than  any  individuai  entertaining  the  same  projects  of  literary  occupations, 
as  I  bave  not  only  to  fear  illness  and  death,  but  the  need  of  the  very 
means  necessary  to  my  daily  subsistence.  Yet  nature  made  of  me  a  very 
sober  animai  and  misfortune  with  age,  and  necessity  above  ali,  a  very 
economical  old  man.  1  had  always  a  Kind  of  instinct  for  Constant  occu- 
pation,  and  within  these  late  years  I  acquired  also  a  systematic  regularity 
in  ray  lucubrations.  Lastly,  /  resigned  at  first  to  an  absolutely  secluded 
life,  and  now  really  I  lihe  it;  it  saves  time  and  expences.  I  would  dwell 
with  you,  and  a  very  few  like  you  within  the  walls  of  a  prison  to  partake 
of  the  blessing  of  a  free,  enlightened,  and  friendly  intercourse  of  ideas, 
affections,  and  even  gossip,  and  nonsense,  as  this  last  is  mon  fort.  But  I 
could  not  live  not  even  with  my  friends  in  the  midst  of  society  :  I  like 
even  to  live  under  another  name,  and  to  go  about  in  the  streets,  in  the 
garb  of  a  poor  genteei  gentleman  unknown  to  every  man.  The  only 
danger  arising  from  such  a  Life  of  solitude  is  the  want  of  excitement  of 
animai  spirits,  and  the  Constant  feeding  on  my  feelings  and  memory;  and 
this  has  already  proved  injurious  to  my  health.  Stili  an  immense  space  of 
time  is  gained  by  solitude,  and  my  work  goes  on,  less  cheerfuUy  now  and 
then,  but  always  regularly;  and  what  1  formerly  expended  on  gloves  and 
silk-stockings  for  the  sake  of  society  in  a  week  is  now  quite  sufficient 
to  provide  my  writting  desk  with  ink,  pens,  and  paper  for  the  whole  of  a 
month.  To  provide  for  what  I  may  want,  and  depend  no  longer  on  publishers 
and  periodical  works,  I  resorted  to  my  intended  trade  of  a  pedant  of  Italian 
Language;  and  lately  I  found  at  last  a  few  pupils,  who  (wonderful  to  re- 
late) are  ali  quakers;  they  do  not  give  much,  but  I  hope  they  will  pay 
regularly  at  the  end  of  each  quarter;  and  although  I  do  not  receive  more 
than  half  crown  from  each  of  them,  for  one  lesson;  and  being  eight  in 
number,  1  must  devote  nearly  the  whole  of  a  day  {*),  stili  it  so  happens 
that  they  live  in  the  same  village,  and  to  make  it  more  convenient  to  me 
they  consented  to  take  their  lessons  on  the  same  day.  It  is  certainly  a 
heavy  task,  and  a  very  long  one  going  always  over  the  same  paltry  things, 
and  unfortunately  some  of  my  pupils  are  native  dunces;  yet  by  devoting 
one  day  of  the  week,  I  ensure  one  pound;   and   could    I  find  occasions  to 


LETTRES  INÈDITES  DE  D.  FOSCOLO  À  HUDSON  GDRNEY  87 

employ  in  this  manner  two  other  days,  I  should  not  fear  for  my  subsistence, 
However,  happen  what  may,  death  will  find  me  on  my  work;  and  with 
this  determination  I  take  the  greatest  care  to  make  use  of  the  running 
hours  without  concerning  myself  about  the  to  morrow. 

Death  indeed  was  on  my  bedside  on  that  Sunday  morning  July  SOth  when 
your  Letter  reached  my  hands.  1  had  contracted  a  strong  bilious  fever  by 
inhabiting  a  very  amali  house  in  the  cheapest  but  filthiest  part  of  the 
town;  and  the  windows,  looking  towards  south  without  openings  for  the 
air  in  any  other  side  (**),  and  1  had  little  hopes  of  recovery.  Of  such  a 
place  you  cannot  have  any  idea,  nor  of  the  nation  by  which  it  is  inhabited, 
but  you  will  see  an  account  of  them  in  My  third  voyage  in  England; 
and  it  was  among  those  people  that  I  conceived  the  idea  of  a  third  novel. 
"Whilst  you  go  and  send  to  Africa  in  quest  of  novel  human  animale,  you 
do  not,  I  am  afraid,  look  at  home:  for  there  cannot  live  on  any  spot  of 
the  Earth  such  a  curious  species  of  men  as  that  I  have  (*)  occasion  to 
observe  during  several  months. 

The  first  use  1  raade  of  your  assistance  was  to  change  my  home;  and 
now  I  got  a  airy  second  floor  near  Brunswick  Square  namely  i9  Hen- 
rietta  Street.  I  prefered  this  part  of  the  town  chiefly  on  account  of  the 
vicinity  of  the  British  Museum  where  I  may  find  books  to  consult.  The 
change  of  place  and  air  greatly  contributed  to  my  recovery  from  that 
extremity;  stili  the  disease  was  so  far  advanced  as  to  baflfle  every  remedy 
calculated  to  restore  me  to  health.  Rhubarb,  black  pills,  and  other  such 
stufF  have  exhausted  my  stomach  so  as  to  make  it  lìable  to  relapse  through 
debility  in  the  same  feverish  stage  of  bile.  Tincture  of  Gentiana  proves 
to  be  the  only  harmless,  if  not  effectual  remedy;  so  1  go  on  taking  it 
expecting  more  health  from  time  and  the  cold  season.  My  illness  now 
became  bearable,  and  I  should  not  be  so  anxious  about  it  were  it  not  that 
it  carries  with  itself  a  lethargic  melancholy,  and  a  perpetuai  wish  for  sleep 
which  is  far  from  being  calculated  to  forward  my  work.  I  now  go  on  very 
slowly,  and  only  through  the  help  of  a  Copist. 

This  drowsiness  prevented  me  from  writting  to  you,  —  indeed  I  com- 
menced  a  Letter  two  weeks  ago,  —  but  I  could  hardly  read  it  myself; 
then  I  endeavoured  to  copy  and  copy  it  again,  but  to  no  purpose;  always 
wanting  to  make  it  shorter,  and  stili  making  it  longer  than  before,  and 
conscious  that  I  was  not  awaken. 


(1)  A  lire  '  I  had  occasion  '? 


88  R.   TOBLER 

Thi8  is  a  strange  repose  to  be  asleep 

With  ey^s  wide  open;  standing,  speaking,  moving; 

And  yet  so  fast  asleep 

said  Shakespeare  somewhere  ;  and  such  I  am,  with  the  only  difference  that 
my  very  heavy  eyes  are  often  [half  dose,  and  I  scarcely  speak  to  any 
body.  Yet  1  write  as  you  see,  and  the  Letter  going  on  slowly  from  the 
12th  of  August,  to  this  day  22'*  must  have  communicated  to  you  a  portion 
of  my  drowsiness.  I  beg  your  pardon  for  it  —  and  I  cannot  delay  any 
longer  offering  you  my  thanks,  and  acquainting  you  with  my  circumstances 
and  pian  of  Life.  You  will  read,  I  hope,  this  tiritera  at  your  leisure,  and 
excuse  my  bad  grammar  and  orthography  in  English  since  1  have  almost 
lost  the  use  of  it:  |  By  being  persuaded  that  I  gathered  within  myself 
and  on  my  writting  table  the  means  of  fortitude  and  occupation  in  spite 
of  fortune,  you  will,  I  trust  feel  less  anxiety  and  enjoy  at  the  same  time 
the  satisfaction  of  having  so  powerfully  contributed  to  my  preservation. 
Accept  again  my  warmest  thanks,  and  believe  me 

Your  faithful  graceful 
Ugo  Foscolo. 


Litteraly  and  carefuly  copied  from   the   originai  addressed   to   Hudson 
Gurney  Esq.re  by  Canon  Riego      31tii  July  1834. 

Notes  de  Riego: 

(*)  And  he  could  add,  being  their  residence  at  the  distance  of  five 
miles  (near  Holloway),  to  which  place  he  used  to  walk  up  from  bis  lodgings 
of  Henrietta  Street,  Brunswick  Square,  and  returning  back  ride  in  a  stage- 
coach  as  far  down  as  to  Angel's  Inn,  where  to  I  went  to  meet  him  several 
times,  that  necessary  ali  the  day  was  employed  in  this  of  bis  own  pedan- 
tical  especulation,  coming  back  home  very  late  in  the  Evening  and  almost 
exhausted.  G.  Riego. 

(**)  This  house  is  a  small  cottage  built  up  between  Ghàtton  Street  and 
the  Ghurch-Way  Sommerstown,  in  that  space  formed  by  thera;  but  suffo- 
cated  with  the  adjoining  higher  buildings  on  ali  sides,  specialy  by  the 
Row  of  Houses  on  the  New  Road  to  the  south  ;  not  far  oflF  from  my  present 
dwelling,  but  I  never  saw  Foscolo  myself  when  residing  there,  having 
began  my  acquaintance  with  him,  after  he  had  already  changed  hence 
Henrietta  St.,  about  the  end  of  the  following  Sept.er  next  to  the  date  of 
this  Letter.    The  G.  Riego. 


LETTRES  INÈDITES  DE  D.  FOSCOLO  À  HUDSON  GDRNEY  89 

14  (•). 

Turnham  Green,  Bohemian  House 
lOth  of  June  1827. 

My  Dear  Sir, 

Last  night  1  received  through  M.'  Edgar  Taylor  the  check  for  L.  50. 
Your  Letter  stili  more  than  your  new  present  made  me  feel  most  deeply, 
what  1  feel  long  since,  and  will  ever  feel,  the  loss  of  your  society.  At  the 
same  time  I  endevoured  that  my  situation  now  made  worse  through  a 
protracted  illness  and  consequent  inactivity  might  remain  unknown  to  you, 
and  thus  spare  you  a  part  at  least  of  the  pain  you  experience  on  my  ac- 
count. In  February,  being  obliged  to  deliver  the  whole  of  my  Mss.  of  the 
five  volumes  of  the  test  and  illustrations  of  Dante  to  Pickering  within  a 
few  wecks,  1  requested  Dr.  Young  for  bis  advice,  entreting  him  not  to 
mention  my  situation  to  you.  Mr.  Taylor  soon  after  acquainted  me  in  your 
name  that  I  might  apply  for  a  professorship  in  the  London  University 
with  some  chance  of  success,  and  had  1  complied  with  the  advice,  as 
reported  to  me,  of  our  friend  M.'  Palgrave  I  should  bave  offered  myself  as 
a  Candidate  for  the  lectures  on  ancient  Literature,  to  which  —  but  I  talk 
only  after  reports  —  is  attached  the  gently  salary  of  five  hundred  pounds. 
I  considered,  however,  that  my  Latin  and  Greek  pronunciations,  delighteful 
to  my  ear,  would  doubteless  appear  ridiculous  to  the  English  student  ;  and 
•without  even  such  reason,  a  foreigner  never  ought,  neither  could  he  fairly 
propose  himself  in  competition  with  so  many  scholars  wo  bave  devoted 
their  youth  to  classical  pursuits  in  the  bope  of  obtaining  a  just  reward 
from  their  country.  Therefore  (however  most  unwillingly  since  1  cannot 
but  be  sick  of  it)  1  forwarded  to  the  Secretary  of  the  University  an  appli- 
cation merely  for  the  Italian  Literature,  as  a  task  to  which  people  may 
think  me  to  be  equal,  and  without  competition  in  the  way.  I  understood 
nevertheless   that   there  are  several  who  aspire  to  the  same  professorship, 


(1)  Voir  an  snjet  de  la  place  de  professeur  à  l'université  de  Londres  les  nns  671  et  672  du 
Epistolario  et  Dr  Wixckrlb,  III,  p.  149.  Ponr  la  calomnìe  propagée  contre  Lord  HoUand  et  Fo- 
scolo cfr.  De  WtHCKSLs,  III,  92-93  et  EpisM.,  633.  M.  Jos.  Hame  M.  P.  parait  avoir  eu  des 
relations  avec  Foscolo  lors  de  l'affaire  de  Parga  (cfr.  Dk  Wihckelb,  III,  109).  Sur  cette  affwre 
et  les  coDséqaences  qn'elle  eut  poar  Foscolo  voir  Da  Winckels,  HI,  pp.  99  ss.  F.  connaìssait 
personaellemiffit  M.  Wiffen,  tradacteur  da  Tasse,  voir  Epist.,  592  et  Ds  Wihckilb,  III,  144. 


90  R-   TOBLER 

and  I  bave  undoubted  proofs  by  me  that  they  do  not  always  resort  to  fair 
play.  Articles  printed  in  journals  hired  in  Italy  by  the  Austrians  are  now 
reprinted  bere,  and  calumnies  are  circulated  —  this  amongst  others  «  that 
«  Lord  Holland  through  my  Essay  on  Petrarch  published  as  the  genuine 
«  authographs  of  that  Poet  certain  Letter  which  had  been  forged  eitber  by 
«  me  or  some  other  person  ».  His  Lordship  wrote  a  full  answer  in  my  as 
well  his  (')  own  justification  to  the  author  of  the  pamplet,  who  had  not 
the  candour  to  publish  it;  and  as  I  never,  except  in  case  of  urgent  neces- 
sity,  take  any  notice  of  what  is  printed  against  me,  the  calumny  it  would 
seem  became  fit  for  the  views  of  some  Candidate.  I  have  likewise  some 
reason  to  believe  that  the  report  spread  through  that  Caio  in  delirio  called 
Joseph  Hume  M.  P.  that  I  am  a  Russian  Agent  in  England,  stili  retains 
some  portion  at  least  of  the  impression  which,  I  know,  it  formerly  made 
on  the  mind  of  certain  Gentlemen  of  the  Gommittee  of  the  University. 
Lastly,  my  disapperance  from  society,  and  the  surmise  that  I  ran  away 
from  creditors  may  be  in  ali  probability,  brought  into  play.  In  this  impu- 
tation,  however,  there  is  less  truth  than  my  friends  themselves  believe. 
Every  pound  produced  from  the  sale  was  devoted  to  satisfy  as  many  cre- 
ditors as  I  could;  and  although  I  left  my  home  with  no  other  prospect 
than  the  distant,  and  now  abortive  one  of  the  work  for  Pickering,  Mr.  Hog- 
gins  of  the  Terapie  will  bear  witness  that  I  scarcely  retained  for  my 
support  the  sum  absolutely  necessary  for  a  few  weeks. 

Such  being  the  reports  which  were  and  stili  are  very  likely  to  defeat 
my  application  for  the  professorship,  I  frecuntly  intended  to  write  to  you 
on  the  subject,  and  I  was  as  frecuently  prevented  by  the  feeling  that 
my  Letter  would  inevitably  bring  to  you  a  keen  reoollection  of  my  cir- 
cumstances.  But  I  could  not  avoid  (wfthout  becoming  guilty  of  savage  rus- 
ticity  and  ingratitude)  sending  you  a  few  copies  of  the  first  volume  on 
Dante,  and  thus  perform  a  costumary  duty  owed  to  any  individuai  to  whose 
name  a  work  is  inscribed,  and  who  ought  to  be  enabled  by  the  author  to 
make  a  present  of  it  to  a  few  friends.  I  sent  at  the  same  time  a  copy  of 
it  to  several  persons,  without  acquainting  them  with  the  place  where  I 
live,  nor  indeed  with  any  of  my  circumstances.  1  directed  that  a  copy 
should  be  forwarded  to  Lord  Landsdown,  Lord  Dudley  and  Ward,  Lord 
Aucland  and  some  others  who  honoured  me  with  their  friendship,  and  who, 
as  far  as  1  am  told,  belong  to  the  Gommittee  for  the  University.    I  could 


(1)  A  lire  '  «8  well  as  bis  own  '. 


l.ETTRES  INÈDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GURNEY  91 

not  bring  myself  to  canvass  them,  neither  my  health,  whieh  since  last 
year  grew  more  distressing  and  now  is  in  a  deplorable  state  would  allow 
me  to  write  many  Letters.  I  wrote  however  to  M.""  Brougham  and  to  Lord 
Dacre,  with  whom  in  case  you  happen  to  meet  I  trust  you  will  mention 
to  them  that  1  feel  confident  of  their  support;  that,  of  course,  I  should 
not  find  fault  witli  the  amount  of  the  salary,  however  small  it  may  be; 
nor  utter  any  complaint  in  case  they  deem  it  advisable  to  give  their  votes 
to  some  other  individuai. 

AH  things  may  be,  my  Dear  Sir;  and  fortune  has  already  tought  me  to 
spend  the  remaining  of  my  Life  as  a  patient  pupil  of  Adversity.  I  relied 
on  the  Novels  provided  a  competent  translator  v?as  found;  and  at  last  he 
was  found  at  Liverpool,  but  no  sooner  l  dispatched  my  Manuscript,  the 
poor  young  man  was  deprived  by  illness  of  ali  his  faculties  and  lastly  he 
died.  I  relied  likewise  on  the  Edition  of  the  Italian  Poets,  little  forecasting 
that  it  would  prove  a  source  of  unremitted  labour,  of  disappointements  and 
distress.  M.'  Taylor's  superhuman  forbearance  and  kindness,  after  many 
useless  attempts  succeeded  at  last  to  bring  the  Publisher  to  some  agreement. 
I  was  bound  to  deliver  the  whole  of  the  Mss.  of  the  remaining  four  volumes 
of  Dante  within  the  short  period  of  ten  weeks.  I  worked,  therefore,  almost 
night  and  day  giving  Constant  employment  to  three  copyists,  and  by  such 
means  the  whole  was  delivered  on  the  day  appointed.  The  remaining  Poets 
that  comparatively  require  little  if  any  labour  bave  been  given  up;  and 
my  long  studies  and  toils  on  Dante,  after  detracting  the  expences,  produced 
to  me  little  more  than  two  hundred  pounds,  that  is  1  worked  at  the  rate 
of  less  than  two  pounds  a  week  Stili  I  must  be  satisfied,  and  satisfied 
likewise  with  the  total  loss  of  my  Lucubrations  and  Mss.,  since  the  Publisher 
not  fìnding  his  speculation  very  likely  to  produce  a  speedy  return,  has 
given  up,  it  appears,  the  intention  of  printing  the  four  volumes,  and  as  to 
the  first  the  small  size  to  which  he  resorted  prevented  me  for  (')  printing 
as  I  had  promised  in  my  own  prospectus  a  History  of  the  Age,  the  Life 
and  the  Poems  of  Dante,  placing  at  the  and,  in  the  way  of  a  documentary 
appendix  ali  the  criticai  disquisition  of  which  1  was  obliged  to  forra  the 
main  and  unfortunately  too  the  most  irksome  part  of  'the  work,  and  thus 
making  it  of  some  vai  uè  to  those  few  persons  only  conversant  with  such 
controversies,  and  patient  enough  to  follow  my  steps  through  many  thorny 
and  hitherto  unexplored  paths  of  the  history   of  the  middle  ages,  and  the 


(1)  A  lire  '  firom  '. 


92  R.  TOBLER 

first  beams  of  the  European  civilisation  in  the  midst  of  darkness.  It  was 
this  view  also  which  conquered  niy  naturai  repugnance  of  offering  myself 
to  the  worid  in  the  shape  of  a  Gomentator.  My  expectation  however  has 
been  utterly  defeated,  and  1  have  only  the  consolation  of  hearing  patiently 
a  disappointement  which  would  have  embittered  the  whole  Life  of  many 
authors. 

I  have  done  several  other  things  since  I  wrote  you  last.  M/  Jeffrey  will 
publish,  1  trust,  in  the  Edimbourgh  Review  a  paper  I  wrote  with  some  care 
on  the  History  of  the  Democratical  Constituiion  which  more  or  less  pre- 
vailed  at  Venice  during  the  first  thousand  years  after  the  establishment  of 
that  Commonwealth.  Let  me  beg  of  you  to  cast  your  eyes  on  that  paper 
when  published.  I  wrote  likewise  another  on  Mr.  "Wiffen's  translation  of 
the  Jerusalem  of  Tasso;  it  is  printed  in  the  Westminster  Review;  but  it 
is  not  worth  your  while  to  peruse  it.  1  had,  indeed,  absolutely  determmed 
to  have  nothing  to  do  with  periodical  publications,  and  although  I  have 
some  new  reasons  to  repent  of  having  swerved  from  it,  stili  1  shall  no 
longer  contend,  that  that  allpowerful  adversity,  my  Constant  tutor,  will  not 
induce  me  again  to  act  in  spite  of  my  v/ill.  In  the  mean  while  the  spring 
of  action  is,  if  not  altogether  broken,  considerably  enfeebled  through  illness. 
The  timely  and  unexpected  relief  which  carne  from  you  on  the  last  daya 
of  July  last  year  found  me  labouring  under  a  bilious  complaint  which  by 
my  removing  from  that  place  subsided  for  a  while,  stili  lurking  within 
my  frame  and  depriving  me  of  the  power  of  digestion.  In  October  an  unac- 
countable  fit  of  periodical  torture  in  my  side  over  the  spleen  overpowered 
both  my  body  and  mind  by  sudden  starts  and  gave  me  many  sleepless 
nights,  until  by  growing  worst  it  declared  itself  a  rooted  Liver  complaint 
attended  by  inflamatory  fever  which  gives  way  only  to  frequent  bleeding, 
bathing,  and  a  spare  vegetable  diet.  1  removed  my  Tabernacles  from  town 
in  the  hope  that  the  country  and  mild  air  near  the  Thames  might  operate 
as  the  best  medecine  in  my  situation.  I  found  bere  the  most  cheerful  rooms, 
a  garden  to  take  a  walk,  and  above  ali  a  peaceful  stillness,  since  this 
description  of  deseases  requires  silence,  delights  in  despondency,  and  feels 
no  confort  but  in  drowsiness  and  inaction.  Yet  it  is  inaction  that  distress 
me,  and  my  long  but  interrupted  sleep  reduces  me  to  almost  an  absolute 
non-existence.  Thus  I  can  scarcely  write,  and  my  eyes  hate  the  very 
presence  of  books.  However  I  feel  somewhat  better,  and  as  time  brought 
slowly  the  infirmity,  the  same  slow  progress  of  time  will  deliver  me  from 
it.  —  Now,  my  Dear  Sir,  my  loquacious  Letter  has  acquainted  you  with 
whatever  concerns  my  present  life.  Let  me  only  add  that  among  so  many 


LETTRES  INÉDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GURNEY  93 

exiles  —  Diversa  eailia  desertas  quaerere  sedes,  to  which  1  bave  been 
doomed  since  the  fall  of  Venice,  tbe  bitterest  exile  is  this  by  which  I  have 
been  deprived  of  your  society.  Be  happy,  My  dear  Sir. 

Your  most  grateful  friend 
Hugo  Foscolo. 

P.S. 
Be  so  good  as  to  frank  the  enclosed, 
being  of  some  importance  to  me  that  it 
might  speedily  reach  its  destination. 

N.B. 
This  letter  addressed   to   Hudson   Gurney    Esqre  by   Foscolo   precisely 
3  months  before  he  died,  has   been    litteraly  and  most   carefuly  copied  by 
the  Canon  Riego    SOtt  of  July  of  1834. 


APPENDICE 


Ges  neuf  lettres  ont  été  données  à  la  Bibliothèviue  Nationale 
de  Florence  corame  lettres  de  Ugo  Foscolo  à  M.  Taylor.  Les 
lettres  1  et  6  portent  l'adresse  de  ce  dernier.  Quant  aux  lettres 
2,  3,  4,  5,  7  et  8,  ce  qu'elles  contiennent  ne  permet  guère  de 
douter  qu'elles  ne  soient  adressóes  à  lui. 


10). 


Monday  morning. 
(May  3rd  1824). 


Dear  Sir, 


In  my  letter  which  last  night  I  sent  to  M.'  Davis  the  builder  that  he 
may  deliver  it  to  you  I  forgot  to  teli  you  that  should  a   purchaser  be 


(1)  L'extérienr  de  cette   lettre  porte  l'adresse:  'Mess."   Taylor  and   Roscoe  9.  Kings  Bench 
Walk-Temple  '  ;  en   dessons,  à   gauche  :  '  Honday  morning  before  10  o'clock  *  ;  le  timbre  de  1» 


94  •  R.  TOBLER 

found  for  the  houses,  and  the  money  not  to  be  paid  down  immediately  1 
will  be  contended  with  the  purchaser's  undertaking  lo  settle  with  my 
creditors,  and  as  to  the  sum  reraaining  after  my  debts  are  balanced,  it 
will  be  let  it  (')  in  the  hands  of  the  purchaser  on  the  mortage  (2)  of  the 
leases  at  the  legai  interest,  —  In  the  schedule  which  M/  Gregson  will 
send  you  with  the  list  of  my  creditors  and  the  amount  of  the  sum  owed 
you  will  find  also  some  other  particulars  as  the  terms,  price,  and  so  forth 
for  the  disposai  of  the  houses.  —  However  I  apprehend  that  there  must 
be  in  that  paper  some  mistake  of  the  copyist  as  to  the  amount  of  the 
ground  rent,  which  may  be  easily  verified  —  Adieu  in  baste  —  Yours 
faithfully  —  Ugo  Foscolo. 


2(3). 

Friday  Morning,  May  14  —  /24 
1  Wells  Street,  Jermyn  Street. 

My  Dear  Sir, 

It  is  absolutely  impossible  for  me  to  remain  a  single  day  longer  in  this 
situation.  I  must  either  prepare  and  deliver  the  Lectures,  or  resign  to 
actual  starvation.  I  am  also  already  at  work  for  Pickering,  and  bis  printer 
waits  only  for  my  revisal  of  the  proof  sheets;  —  but  there  are  various 
readings  to  be  selected,  and  references  to  be  ascertained,  which  cannot  be 
done  without  books,  and  1  must  go  on  with  the  work  in  my  house,  where 
ali  my  books  are;  neither  I  couid  bave  them  transported  bere  on  account 
of  the  bill  of  sale  in  which  the  books  also  bave  been  registered.  Therefore 
to  gain  six  weeks  of  liberty,  the  only  remedy  is  to  give  bail  for  Stubbacks 
bills,  As  to  the  expedient  of  having  recourse  to  my  friends  I  bave  given 
it  up  altogether  since  the  last  time  I  saw  you.  Indeed  they  bave  already 
done  for  me  more  than  enough,  and  it  is  high  time  that  I  should  cease 
being  troublesome  to  them.  My  own  means  and  time  will  be  suflBcient  to 


poste  porte  la  date  '  3  M . .  1824  ',  les  dernières  lettres  dn  nom  du  mois  ne  aont  plus  lisiblee, 
mais  en  1824  le  3  mai  ótait  nn  Inndi,  et  c'est  %  catte  epoque  qne  F.  s'occnpait  de  la  yente  de 
sa  maison.  Voir  Epistolario,  n»  629. 

(1)  A  lire  '.  it  will  be  let  in  the  h.  '. 

(2)  A  lire  '  mortgage  '. 

(8)  Voir  la  lettre  it  Hudson  Gnmey  qne  nous  avons  donnée  ei-desans  comme  n»  VII. 


LETTRES  INÈDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GDRNEY  95 

exlricate  me  from  my  difficulties.  If  Time  cannot  be  obtaiued,  I  must  of 
course  submit  |  submit  to  my  fate,  and  the  sooner  the  better.  But  as  long 
as  the  proceedings  for  the  bills  of  Stubback  keep  me,  as  it  were,  with  feet 
and  hands  in  chains,  every  day  that  passes  increase  my  diflSculties;  —  for 
I  loose  both  money  and  occasions  to  exert  myself;  moreover  the  other 
creditors  are  daily  in  expectation  to  be  called  upon,  —  and  as  they  bear 
nothing  they  are  likely  to  resort  to  procedings,  and  then  I  will  be  abso- 
lutely  undone.  I  return  therefore  to  my  former  pian  to  give  bail  to 
M.'  Lintest  and  thus  obtain  some  peace  of  mind,  and  liberty  of  exertion 
—  and  bring  the  other  creditors  to  composition.  M.""  Rossi  wants  before 
the  end  of  the  month  of  May  L.  100,  and  I  might  raise  this  sum  through 
the  lectures.  —  Be  so  good  as  to  give  the  bearer  some  answer  ;  I  cannot 
cali  upon  you  on  account  of  a  diarrhea  which  obliges  me  to  |  keep  the 
room.  But  if  you  can  see  me  to  morrow  (Saturday)  I  will  cali  upon  you 
as  early  as  you  like. 
Adieu. 

Yours  faithfully 
Ugo  Foscolo. 


3(1). 

Jan.y  26th  1826. 

My  Dear  Sir, 

Mr.  Hoggins  a  warmhearted  highminded  man  like  yourself,  will  blame 
my  conduci  in  this  case;  and  your  joint  opinion  would  certainly  justify 
any  step,  however  apparently  mean,  on  my  part.  But,  when  I  received 
unexpectedly  a  check  for  the  sum  of  L.  50  from  Mr.  Gurney  last  year 
in  the  month  of  January,  I  explained  the  reasons  which  compelled  me  to 
decline,  and  never  to  soUicit  again  any  act  of  kindness.  Were  I  to  accept 
relief  from  any  person,  1  should  stili  prefer  Mr.  Gurney  as  a  benefactor. 
But  as  happiness  and  misery  chiefly  depends  on  our  own  feelings,  the 
distress  of  my  present  situation,  however  great,  would  be  lightly  felt  by 
me,  were  it  not  that  it  is  embittered  by  the  recollection  that  I  bave  for- 


ti) Voir  la,  lettre  du  27  janv.  1826  donnea  ci-dessus  comme  n"  X. 


96  R.   TOBLER 

merly  acted  as  a  beggar.  Let  the  present  and  future  fortitude  alone  for 
ray  past  unmanly  conduct.  Accordingly,  to  apply  to  Mr.  Gurney  on  my 
behalf  is  and  must  be,  and  shall  ever  be  an  expedient  out  of  the  question. 

But  I  should  feel  warmly  grateful  to  you,  in  case,  at  any  lime  you  meet 
Mr.  Gurney,  you  |  you  explain  to  him,  that  I  actually  worked  for  Pickering 
constantly  for  the  course  of  fourteen  months,  —  that  I  furnished  at  his 
request  to  he  proved  by  his  signature,  no  less  than  seven  hundred  pages 
which  have  been  printed  by  his  own  arder  —  that  for  the  agreement  made 
by  him  with  the  copyist  on  my  behalf  I  have  paid  to  the  copyist  the 
sura  of  little  less  than  L.  100  in  the  course  of  these  fourteen  months,  — 
That  for  the  sake  of  the  woik,  and  out  of  dread  to  act  the  part  of  a 
literary  quack,  I  submitted  to  the  drudgery  of  a  press  corrector,  besides 
my  revisal  as  an  Editor,  and  that  they  promised  for  such  drudgery  a  small 
allowance  which  at  this  very  moment  has  never  been  paid  —  That 
likewise  I  paid  nearly  three  shillings  a  week  during  the  whole  of  that 
time  for  postage  of  proofs  —  That  from  the  very  bills  and  charges  it 
appears  that  I  am  his  debtor  for  books  and  stationery  furnished  by  him, 
and  used  by  me  in  working  for  him,  —  and  that  thus  besides  my  long 
work,  1  have  out  |  of  pocket  L.  130  or  so;  and  got  nothing  by  it,  whilst 
I  pay  interest  and  must  reckon  with  the  publisher  for  the  money  advanced 
by  him,  as  you  are  aware  from  the  heads  of  the  agreement  to  be  written 
by  you. 

"Whatever  might  be  the  quibbles,  cavils,  and  special  pleadings  of  Picke- 
rings,  the  pages  printed  by  his  order,  and  requested  by  him  will  prove 
with  his  own  letters  the  facts  and  computation  I  hinted  at  in  this  note, 
and  that,  with  the  exception  of  L.  30,  for  the  coUation,  not  the  preface, 
of  Boccaccio,  I  must  refund  every  farthing,  recover  nothing  of  my  expences, 
and  by  virtue  of  a  late  afterthought  of  Mr.  Pickering  I  cannot  even  do 
any  thing  with  the  iOO  copies  of  the  first  volume.  1  can  also  prove  that 
Mr.  Pickering  having  stopped  the  payment  of  L.  4  weekly  since  the  be- 
ginning,  I  subsisted  by  selling  my  books,  and  that  he  bought  them  telling 
that  he  gave  L.  10.  10.  0.  for  some  of  them,  whilst  I  received  from  him 
no  more  than  L.  6  and  of  this  also  I  have  his  own  handwritting  for  my 
evìdence. 

Mr.  Gurney  therefore  from  the  sheer  facts,  of  my  loss  of  work  and 
money  during  fourteen  months  |  months,  and  my  previous  losses  of  L.  54, 
and  L.  68  more  with  Walker  of  the  European  Review,  and  my  losses  on 
account  of  Parga  and  other  Mss.  made  to  order  for  Murray,  and  returned, 
the  whole  of  which  amounts  with  Murray  alone  to  more  than  L.  500,  — 


LETTRES  INÉDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GDRNEY  97 

Mr.  Gurney  will  easily  understand  the  reasons  of  my  present  distress.  It 
certainly  ought  to  be  imputed  chiefly  to  me;  since  vae  vietisi  and  the 
man  who  in  spile  of  industry  and  work  and  ali  sorts  of  privations  cannot 
get  his  livelyhood,  surely  deserves  to  be  left  to  his  own  fate,  and  by  my 
fate  I  will  and  shall  certainly  abide. 

With  respect  to  my  debt  to  Mr.  Gurney  I  sent  him  last  year  a  statement 
amounting  to  L.  430  or  thereabouts,  declaring  however  that  to  make  it 
correct  I  wanted  to  know  what  sum  was  paid  by  you  for  the  bill  of 
Stubback;  it  being  originally  for  L.  100,  and  l  calculated  the  expences  of 
the  arrest  to  L.  30  more;  and  thìs  (*)  two  sums  together  with  the  check 
for  L.  50,  mentioned  above,  amount  to  my  calculation  to  the  total  of 
L.  430.  1  will  cali  upon  you  and  settle  the  correct  sum  and  deliver  a 
proper  voucher  for  it,  since  although  I  am  not  a  sanguine  individuai,  stili 
there  are  probable  means,  that  my  debts  should  be  discharged  some  way 
or  other  before  or  after  my  death.  Adieu. 

Yours  very  grateful 

Ugo  Foscolo. 


4  0). 


Friday  Morning  3 

o'  clock  —  (1826). 


My  Dear  Sir, 


I  leave  you  only  to  look  over  our  correspondence,  and  to  inform  you  of 
a  paragraph  which,  in  any  conception,  will  settle  the  matter  at  once  — 
on  last  Christmas  I  wrote  you  requesting  an  explanation  of  four  points; 
and  the  third  paragraph  was  litterally  as  follows. 

«  Does  Mr.  Pickering  reserve  to  himself  to  give  an  opinion  on  the  lite- 
<  rary  merit  and  consequently  object  to  the  payment  on  deliveiy?  This  is 
€  an  indispensable  point  to  be  cleared,  because  within  the  compass  of  400 
«  small  pages  the  text  alone  and  a  few  various  readings  will  necessarily 
«  take  up  nearly  the  whole  space  and  there  will  be  little  left  for  illus- 
«  trations  ». 


(1)  A  lire  *  these  '. 

(2)  Évidemment  cette  lettre  est  écrite  dans  les  premiers  mois  de  Pan  1824.  Yoir  les  lettres 
données  ci-dessos  comme  n'>s  IX,  X  et  XI. 

flVomal*  «iortco,  XXXIX,  face.  115.  7 


98  R-   TOBLER 

To  this  you  made  answer  (Decemb.  27th),  «  As  to  the  third  point  relating 
«  to  the  execution  of  the  work,  he  says  he  confides  in  you,  relying  that 
«  for  your  sake,  you  will  do  the  best  you  can.  He  would  not  voish  each 
«  volume  TO  exceed  430  or  435  pages,  if  it  can  fairly  be  avoided  ». 

Accordìngly  I  did  my  best.  I  planned  and  executed  the  work  as  the 
limits  and  the  size  allowed  it.  I  construed  the  word  fairly  into  the  mea- 
ning  that  cir  |  circumstances  allowed,  and  applied  it  to  the  execution  of 
the  work  to  the  best  of  my  power  and  judgement.  To  talk  about  the  pre- 
liminary  discorses  united  is  idle  if  not  quibbling.  Had  I  joined  the  discorsos, 
the  volumes  would  have  been  too  bulkyl  —  had  I  sent  the  discorsos 
without  the  various  readings  not  critically  considered  he  would  have 
objected  that  the  volumes  did  not  answer  the  prospectus  before  the  first 
volume.  —  Had  I  sent  the  historical  and  poetical  observations,  then  the 
volume  would  have  been  objected  to,  ns  exceeding  six  or  perhaps  seven 
hundred  pages.  Quid  dem  ?  Quid  non  dem  ?  I  made  the  best  of  the  worst, 
and  explained  it  in  my  preface  to  the  reader  —  But  now  (as  it  would 
have  been  the  case,  had  1  pursued  any  other  course)  there  are  objections! 
1  know  my  man. 

To  talk  about  the  prospectus  before  the  first  volume  is  stili  more  idle; 
I  never  had  a  copy  of  such  first  volume;  I  wrote  indeed  that  prospectus 
at  the  printers  oflBce,  but  on  terms  which  far  from  being  performed  have 
been  —  but  never  mind!  —  Time  comes  Time  came  to  punish  or  forgive; 
and  will  come  stili  more  |  threatening.  Never  mind. 

Your  letter,  and  the  words  on  delivery  in  the  agreement  settle  the 
matter  at  rest. 

Discourses,  observations,  various  readings  will  be  given  to  the  publisher 
ór  altered  to  accomodate  him,  provided  he  pays,  not  for  my  labour  which 
in  such  a  work  cannot  be  paid  but  for  my  inavoidable  expences  for  such 
additions  or  alterations.  This  concession  however  will  be  made  only  through 
your  favour  and  intercession,  on  his  behalf:  and  if  I  give  my  word  to 
you,  it  will  be  faithfully  fulfilled.  But  the  Publisher  must  undertake  to 
print  them  whether  making  an  additional  volume,  or  adding  to  the  others. 
—  Ali  his  arrangements  however  about  the  volumes  do  not  concern  me.  It 
is  his  business.  I  sent  him  Mss.  enough  for  four  volumes  to  fili  more  than 
1740  pages  upon  the  whole.  The  second  volume  and  the  last  are  certainly 
the  largest.  But  then  I  understood  from  you  that  P.  intended,  in  case  of 
necessity,  to  use  a  smaller  tipe,  and  print  the  last  in  two  columns.  Let 
then  the  smaller  tipe  be  used  also  in  the  second  for  the  various  readings 
and  place  them  likewise  in   two  columns;   an    expedient  which  |  which  I 


LETTRES  INÉDITES  DE  U.  FOSCOLO  À  HUDSON  GDRNEY  99 

suggested  to  bina  the  time  I  lived  at  digamma.  —  But  l  am  neither  a 
bookseller  nor  a  printer.  I  cannot  guess  how  raany  pages  will  fetch  such 
a  manuscript,  or  such  another.  Had  I  seen  printed  one  sheet  with  the 
various  readings,  perhaps  1  might  have  ventured  some  opinion.  But  I  am 
a  fool  to  answer  such  slupid  things.  Let  him  take  his  measures,  dìstribute 
the  raatter  so  as  to  fit  the  volume,  as  much  as  possible,  and  make  them 
nearly  in  equal  size.  Let  him  print  one  or  two  sheets  for  experiment,  and 
let  him  above  ali  have  recourse  to  your  kindness  or  to  any  gentlem'an  to 
interfere  and  obtain  my  assistance  and  further  concessions.  But  as  now  I 
have  performed  my  agreement  according  to  his  words  and  explanations, 
NOW,  he  must  either  keep  his  written  agreement  and  fulfill  it  in  ali  its 
hearing  on  delivery,  or  submit  to  he  sued.  —  This  is  my  absolute  deter- 
mination.  My  friends,  my  character,  and  even  my  soul's  sufferings  for 
these  long  two  years,  under  toil,  expences,  troubles,  calumnies,  and  ali 
sort  of  anguish  for  tfiat  man  alone,  require  that  he  should  cease  once  for 
«ver  to  make  a  fool  of  me  —  Pardon  me,  and  believe  me 

Yours  very  sincerely  and  grateful 
Ugo  Foscolo. 


5C). 


Monday  morning  July  Sl^t  (1826) 
9  —  o'clock. 


My  Dear  Sir, 


Mr.  Gurney's  lettor  and  the  enclosed  check  reaches  me  in  this  very 
moment,  and  I  will  answer  and  aknowledge  this  new  kindness  at  his  hands 
in  the  course  of  this  day.  In  the  meanwhile  receive  my  thanks  yourself.  — 
Mr.  Hoggins  informa  me  that  he  is  going  out  of  town  for  a  month  or  so; 
—  and  on  this  occasion  allow  me  to  send  you  my  address  of  the  lodgings 
where,  to  discharge  myself  from  the  kind  of  dirty  prison  I  now  live,  I 
intend  to  remove.  I  will  he  somewhere  near  the  New  Road  as  I  badly 
want  fresh  air,  and  the  liberality  of  Mr.  Gurney  will  enable  me  to  study 


(1)  Le  31  jaillet  était  un  lundi  en  1826.  BientOt  aprèa  cette  dtte  F.  a  déménagé  ponr  s'établir 
Henrìetta  Str.  Yoir  ci-desgus  le  n°  XIIL 


100  R.  TOBLER 

with  a  little  more  comfort  and  better  health.  As  soon  as  I  find  a 
second  floor  with  one  largo  room   in  some   airy   situation,  I  will  send  you 
the  address.  In  the  meanwile  God  bless  you. 

Yours  gratefully 
Ugo  Foscolo. 


6  («). 
My  Dear  Sir, 

Septemb.  8.  1826. 

The  enclosed  may  be  handed  over  to  Mr.  Pickering,  in  case  you  think^ 
as  I  do,  that  there  is  nothing  of  which  he  can  take  advantage. 

I  am  sincerely  sorry  to  trouble  you  with  long  papers,  —  but  general 
expressions  —  undefined  reasons  —  unliquidated  money  accounts  —  and 
above  ali  undetailed  terms,  althougb  they  allow  to  be  compressed  in  a 
single  sheet,  they  seldom  fail  causing  an  endless  litigation  —  the  more  as 
the  policy  of  the  other  party  is  hollow  and  it  was  by  avoiding  explicit 
■words,  detailed  clauses,  and  precise  expressions  that  he  contrived  to  en- 
tangle  the  transaction. 

This  however  I  will  promise  to  you;  never  again  you  shall  be  troubled 
by  me  with  my  scribbling  on  this  unpleasant  subject. 

I  am  almost  in  perfect  health;  and  in  a  few  weeks,  I  hope,  that  a  certain 
publication  may  assure  you  that  I  am  also  in  |  in  high  spirits;  |  let  me 
again  profess  my  obligation  to  Mr.  Gurney  and  yourself  for  my  health,  my 
spirits,  and  whatever  merit  you  may  find  in  my  forthcoming  pamphlet.  It 
relates  to  Greece,  —  and  at  last  I  depart  from  my  systematic  silence  on 
the  Greeks,  because  I  am  irresistibly  compelled  by  them,  their  follies,  and 
the  infamous  mercenary  assistance  of  some  amongst  of  their  patrons.  Hail 
Cani,  all-daring,  all-doing,  ali  power  fui  Cani!  Loan  jobbers,  and,  tavern 
cosmopolists,  and  perorating  patriots  helped  their  own  passions  and  purposes 
in  this  affair  —  as  in  many  other;  —  Sed  tu  victrix  Graecia  ploras. 

Now  with  this  halfmurdered  halfline  of  Juvenal,  I  bid  you  Adieu  with 
ali  my  heart. 

Yours  gratefully 
Ugo  Foscolo. 


(1)  L'extérlenr  porte  les  mota  '  This  to  you  alone  ',  et  l'adresse  '  Edgar  Taylor  Esq.   9  Kings 
BencU  Walk  Tempie  '.  Foar  le  pamphlet  voir  Bgist.,  no  653. 


LETTRES  INÉDITES  DE  D.  FOSCOLO  À  HUDSON  GDRNEY        101 

7  (1). 

Septemb.  16tii.  1826. 
My  Dear  Sir, 

1  return  you  fairly  copied  the  terms  according  to  the  draft  having  only 
made  some  slight  additions  only  to  have  it  more  explicit.  I  now  leave  the 
whole  in  your  hands  with  plenipotenza  to  bring  matters  to  a  conclusion 
in  any  way  you  may  think  beat.  Only  allow  to  remind  you  that  there  are 
certain  human  animala  very  like  eels  which  you  may  catch  but  it  is 
difficult  to  get  hold  of  them  -»• 

Your  very  grateful  friend 
Ugo  Foscolo. 

8  (»). 
Dear  Sir, 

Wednesday  Octob.  ISth  (1826). 

I  must  reject  the  newly  framed  proposals  by  Mr.  Pickering,  and  from 
this  moment  I  must  also  decline  to  enter  into  any  other  arrangement  that 
he  may  propose  at  a  future  time.  A  letter  of  mine  in  returning  to  you 
the  paper  and  note  of  Mr.  P  —  will  shortly  state  the  reasons  of  my  reso- 
lution. —  In  the  meanwile  as  you  are  about  starting,  and  I  cannot  reach 
your  chambers  before  you  leave  town,  I  drop  these  few  lines  to  deliver 
you  as  soon  as  possible  from  a  trouble  which  must  not  only  rob  you  of 
your  time,  but  also  distress  your  feelings.  —  Adieu. 

Yours  faithfuUy  and 
very  gratefuUy  Ugo  Foscolo. 


(1)  Éridemmeot  il  s'ag^t  dans  cette   lettre   de  l'oltimatam  qae  F.  allait  enroyer  à  l'éditenr 
Pickering.  Voir  Epist,  n»  652. 

(2)  Cette  lettre  est  de  la  méme  epoque  qne  le  n°  7  ;  en  1826  le  18  octobre  était  nn  mercredi. 


102  R.  TOBLER 

9  (1). 


Saturday  28<h  Aprii  (1827). 


My  Dear  Sir, 


I  bave  been  dreadfully  and  unaccountably  ili;  devoured  by  a  ravenous 
hunger,  and  yet  hating  every  sort  of  food,  and  vomiting  whatever  I  was 
compelled  to  take  to  avoid  starvation,  at  the  same  time  that  the  slightest 
quantity  of  water  swelled  my  ventricolo  to  such  a  degree  as  to  prevent 
the  power  of  respiration.  Such  has  been  my  life  since  I  last  saw  you, 
lingering  in  a  complete  inactivity  both  of  body  and  mind,  so  that  the  very 
sight  of  ink  paper  and  books  was  enough  to  make  me  giddy. 

I  am  now  recovering,  and  since  eight  or  ten  days  I  rambled  around 
London  to  find  a  dwelling  less  pernicious  |  less  pernicious  to  my  health 
since  it  is  now  beyond  doubt  that  the  mephitic  air  and  the  miasma  arising 
from  the  drains  of  this  old  tattered  house  has  been  the  principal  if  not  the 
only  origin  and  perpetuai  cause  of  my  long  and  miserable  infirmity.  1  bave 
been  so  lucky  as  to  find  a  very  convenient  cottage  with  almost  an  acre  of 
walled  garden  in  Turnham  Green,  so  that  on  the  morning  of  the  first  of  May 
my  tabernacles  will  be  removed  there  ;  and  if  1  do  not  recover  l  shall  at  least, 
be  buried  under  a  tree  in  the  open  and  fresh  churchyard  near  the  Thames. 

From  Pickering  l  heard  nothing.  1  am  afraid  my  prediction  will  be 
fulfiUed,  and  Dante  will  never  be  published  by  |  him  —  or  printed  in  such 
a  manner  as  to  shame  the  bookseller,  the  Editor,  and  the  shadow  of  the 
Great  Poet  himself.  —  About  this  subject  however  l  will  talk  to  you  this 
evening  when  1  purpose  to  cali  upon  you  without  fail,  and  pay  my  respect 
to  your  sister  whom  1  cherish 

Cosi  come  per  fama  nom  s'innamora. 

This  is  one  of  the  lines  of  our  Petrarch. 

In  the  meanwhile  1  send  you  part  of  the  first  volume  of  the  Anthology 
that  you  may,  if  you  bave  leisure,  peruse  a  portion  at  least  of  the  prefatory 
Essay;  and  I  will  carry  also  with  me  this  evening  the  remainder  of  the  vo- 
lume along  I  along  with  some  poetry  for  your  sister.  In  the  meanwile  Adieu. 

Your  very  affectionate  and  grateful 
Ugo  Foscolo. 


(1)  Le  28  avrìl  était  nn  samedì  en  1827.  Cesi  dans  cotte  année  que  F.  s'établit  à  Tnrnbam 
Oreen  (voir  ci-dessns  les  nos  XIII  et  XIV).  Nona  ne  sarons  rien  de  la  soeur  de  M.  Taylor,  tandis 
qu'il  est  étonnant  qne  F,,  en  annonfant  sa  visite,  ne  parie  pas  de  Mmo  Taylor  (Voir  Epigio- 
Iorio,  n»  665). 


VARIETÀ 


"EGO  BARLACHIARECENSUI,, 


Nella  Raccolta  di  studii  critici  dedicata  ad  Alessandro  D'An- 
cona, festeggiandosi  il  XL  anno  del  suo  insegnamento  (Firenze, 
Barbèra,  1901)  il  prof.  A.  Solerti  ha  acconciamente  illustrato, 
colla  scorta  di  un  raro  libretto  del  tempo,  La  rappresentazione 
della  Calandria  a  Lione  nel  1548  (pp.  693-699);  e  perchè  in 
quella  recitazione  ebbe  parte,  secondo  resulta  ora  con  certezza, 
l'arguto  araldo  fiorentino  Domenico  Barlacchi,  ne  ha  tratto  oc- 
casione per  rinfrescare  un'altra  memoria  di  lui,  sfuggita  al  più 
recente  e  diligente  illustratore  dei  suoi  casi  e  dei  suoi  motti  (1); 
ciò  è  quella  curiosa  soscrizione  «  Ego  Barlachia  recensui  »,  che 
il  Machiavelli  appose  in  fine  alla  noia  Commedia  in  versi  da  lui 
stesso  trascritta  nel  pur  noto  codice  Strozziano  n.  366  degli  in  4", 
ora  Mgl.  Vili,  1451*»«.  Quella  specie  d'autenticazione  fatta  dal  Mach, 
in  nome  ed  in  persona  d'un  terzo,  sia  pur  suo  amico,  ha  dato  da 
pensare,  soprattutto  perchè  è  sembrato  che  la  spiegazione  potesse 
esser  connessa  alla  quistione  della  paternità  della  commedia.  Cosi 
il  Polidori  (2)  sospettò  che  il  Mach,  si  fosse  appropriato  il  nome 
del  banditore,  «  quasi  a  dire  di  so  stesso  che  nella  commedia  egli 
«  era  un  banditore  dei  vizii   dei  concittadini  ».  Invece  l'Hille- 


(1)  A.  Salza,  Dom.  Barlacchi,  araldo,  attore  e  scapigliato  fiorentino  del 
sec.  XVJ,  in  Rass.  bibliogr.  d.  letter.  ital.,  IX  [1901],  p.  27. 

(2)  Opere  minori  di  N.  Machiavelli,  Firenze,  Le  Monnier,  1852,  pref., 

p.   XIII. 


104  F.   PINTOR 

brand  (1),  attribuendo  al  *  recensui  '  il  significato  di  '  rividi  ',  e 
pensando  che  il  Mach,  avesse  assunto  il  nome  di  Barlacchi,  che 
equivarrebbe  a  '  imbecille  ',  per  semplice  capriccio,  negò  che  da 
quella  firma  si  potesse  trarre  alcuna  prova.  Il  Villari,  che  rife- 
risce entrambe  le  opinioni  (2),  non  esprime  il  suo  parere  —  certo 
non  favorevole — su  quella  dell'Hillebrand,  e  giudica,  a  ragione, 
poco  probabile  la  spiegazione,  un  po'  stiracchiata  veramente,  del 
Polidori.  Gol  quale  e  con  molti  altri  il  Solerti  s'accorda  ora  nel 
credere  che  quella  dichiarazione  possa  «  aggiungere  un  nuovo 
«  elemento  per  risolvere  la  questione  dell'autore  della  Commedia 
«  in  versi  ».  Darebbe  luogo  infatti,  secondo  il  suo  giudizio,  a  due 
ipotesi:  «0  il  Machiavelli  ricopiò  in  quel  codice  una  propria 
«  commedia  in  versi,  ma  quale  l'aveva  ridotta  per  la  scena,  se- 
«  condo  cioè  la  recensione  del  Barlacchi,  il  quale  dalle  notizie 
«  ora  raccolte  dal  Salza  pare  fosse  abbastanza  colto  per  fare  tale 

«  adattamento ,  oppure copiò  cosa  o  composta  o  rimaneggiata 

«  dal  Barlacchi,  che  gli  piacque  ».  E  certo  entrambe  queste  spie- 
gazioni si  potrebbero  conciliare  con  uno  dei  significati  proprii  al 
'  recensui  ',  con  quello  cioè  di  '  rivedere  ',  '  correggere  '.  Ma  se 
resultasse  da  prove  non  dubbie  che,  per  virtù  d'un' antica  er- 
ronea tradizione,  il  '  recensui  '  proprio  nell'uso  teatrale,  per  cosi 
dire,  ebbe  durante  il  Medioevo  e  il  Rinascimento  significazione 
ben  precisa  e  discorde  da  quella?  È  noto  anche  a  chi  sia,  come 
noi,  profano  agli  studii  di  filologia  classica,  che  il  testo  terenziano 
ci  è  giunto  in  due  differenti  redazioni,  delle  quali  una  è  rappre- 
sentata dal  famoso  Bembino  e  l'altra  dalla  numerosa  famiglia  dei 
mss.  della  recensione  di  Galliopio  (3).  Or  il  nome  di  questo  gram- 
matico, vissuto  probabilmente  nel  III  secolo,  appare  in  fine  di 
molti  codici  ed  anche  delle  singole  loro  commedie,  nella  forma 
«  Galliopius  recensui  »  o  in  altra  simile.  Ghi  dubiterà  che  il  Ma- 
chiavelli con  quel  suo  explicit  intendesse  travestire  scherzosa- 
mente proprio  la  soscrizione  calliopiana?  Ma  si  può,  forse,  fare 
un  piccolo  passo  più  in  là.  Quella  firma  di  che  sono  contrasse- 


(1)  Ètudes  historiques  et  littéraires:  études  italiennes,,  Paris,  Librairie 
A.  Franck,  1868,  p.  352,  n.  1. 

(2)  Villari,  N.  Machiavelli^  111,  170. 

(3)  Per  risparmio  di  troppo  comoda  erudizione  rimandiamo  soltanto  all'In- 
troduzione dell'ediz.  degli  Adelphoe,  curata  da  E.  Stampini,  nella  Collezione 
di  classici  greci  e  latini  del  Loescher,  p.  xli,  n.  1,  e  sgg. 


VARIETÀ  105 

gnati  alcuni  mss.  terenziani,  combinandosi  colla  vaga  notizia  d'un 
attore  Ambivio,  fu  interpretata  per  «  Calliopius  recitavi  »  (1),  e 
l'equivoco,  come  suol  avvenire,  ebbe  molta  fortuna:  lo  vediamo 
accolto  e  nei  due  commenti  continui  che  rappresentano  in  special 
modo  l'illustrazione  medioevale  di  Terenzio,  il  brunsiano  e  l'ano- 
nimo, e  in  Eugrafio  e  nel  commentatore  carolingio  dell'Arte  poe- 
tica (2).  I  commenti,  le  biografie  e  gli  stessi  testi  delle  commedie 
lo  tramandarono  agli  uomini  del  Rinascimento,  de'  quali  i  venuti 
per  ultimo  videro  anche  per  la  stampa,  e  proprio  nella  forma 
completa  «  Ego  Bariachia  recensui  »,  quella  specie  di  firma  che 
era  stata  causa  della  trasmutazione  del  grammatico  in  istrione. 
Parrà,  per  ciò,  almeno  probabile  che  il  Machiavelli,  ricordando 
a  quel  modo  l'arguto  dicitore  de'  suoi  tempi,  lo  ravvicinasse  nella 
mente —  forse,  lo  ripetiamo,  non  senza  intenzione  di  scherzo 
—  a  quello  che  la  tradizione  faceva  considerare  come  il  più  effi- 
cace divulgatore  delle  commedie  terenziane  sulla  scena;  e  volesse 
serbar  ricordo,  con  quella  postilla  sembrata  finora  così  oscura, 
soltanto  d'una  sua  recitazione.  Rimarrebbe  quindi  impregiudicata, 
a  nostro  giudizio,  la  quistione  della  paternità  della  Cornmedia 
in  versi,  se  anche  essa  non  fosse  risolta  felicemente  da  quasi  dieci 
anni.  Felicemente,  ma,  per  quell'avverso  destino  che  sovrasta  talora 
anche  ai  libri,  senza  alcun  vantaggio  degli  studii,  dacché  quanti 
si  occuparono  dipoi  del  teatro  del  Machiavelli,  dal  Gaspary  al 
Villari  e,  come  s'è  visto  or  ora,  al  Solerti,  la  considerarono  come 
tuttavia  insoluta,  e  vi  s'aflaticarono  attorno  con  varia  sentenza. 
Solo  V.  Rossi ,  in  quelle  sue  giunte  bibliografiche  alla  seconda 
edizione  della  Storia  del  Gaspary  che  sono  mirabili  di  compiu- 
tezza e  di  precisione  e  che  ci  vengon  sott'occhio  sul  punto  di 
scrivere  questa  comunicazione,  annota:  «  La  Commedia  in  versi 
«  è  molto  probabilmente  opera  di  Lorenzo  di  Filippo  Strozzi  »,  e 
rimanda  agli  Studi  di  storia  e  critica  letteraria  di  P.  Ferrieri 
(Milano,  1892),  p.  224  (3).  Il  Ferrieri  infatti  in  uno  scritto,  inse- 
rito in  quel  volume,  su  Lorenzo  di  Filippo  Strozzi  e  un  codice 
Ashhumhamiano  (pp.  221-332),   dimostrò   quella  paternità   in 


(1)  Sabbadim,  Biografi  e  commentatori  di  Terenzio,  in  Studi  italiani  di 
filologia  classica,  V,  323. 

(2)  Sabbadini,  Il  commento  di  Donato  a  Terenzio,  negli  Studi  citt.,  II,  31. 

(3)  Gaspary,  Storia  della  lett.  ital.,  2'  ediz.  rivista  dal  tradutt.  (Torino, 
Loescher,  1901),  voi.  II,  parte  2»,  p.  327. 


106  F.   PINTOR 

modo  semplice  e  tale,  insieme,  da  non  lasciar  luogo  a  dubbi; 
con  riferire  cioè  la  postilla  autografa  dello  Strozzi,  che  accom- 
pagna la  commedia  nel  cod.  Ashburnh.  579  [a  e.  52*]:  «  la  prima 
«  comedia  ch'io  facesi  mai  recitata  in  casa  e  Medici  »  (1).  E  cosi 
in  ogni  ricerca  di  paternità  soccorresse  una  dichiarazione  espli- 
cita al  pari  di  questa,  sulla  cui  autografia  possiamo  offrire  con 
sicura  persuasione,  per  quel  pochissimo  che  può  valere,  la  nostra 
testimonianza!  Autografi  sono  pure  in  quel  codice,  insieme  con 
le  correzioni  marginali,  qualche  scena  intermedia  e  il  prologo  (2): 
il  quale  manca  nella  copia  del  Machiavelli  e  nelle  non  poche 
stampe  di  che  la  commedia  va  debitrice  soltanto  al  sospetto  di 
si  nobile  paternità;  e  segue,  perciò,  in  appendice  a  questa  co- 
municazione. Né  altro  s'aggiunge  qui  alle  molte  e  buone  cose 
dette  dal  Ferrieri,  anche  perchè  chi  scrive  non  ha  perduto  an- 
cora la  speranza  di  poter  esaminare  l'opera  drammatica  dello 
Strozzi  in  relazione  alle  condizioni  della  vita  cittadina  ed  ai  ca- 
ratteri del  teatro  comico  contemporaneo.  Basti,  per  ora,  che  sia 
tolta  per  sempre  al  Machiavelli,  come  già  la  farsa  II  frate  del 
Lasca,  cosi  l'onore  —  o  l'onta?  —  di  quell'infelice  commedia,  e 
che  soprattutto,  seguendo  l'esempio  del  Rossi,  sia  rivendicato  al 
Ferrieri,  che  la  morte  strappò  alcuni  anni  addietro  alla  scuola 
e  agli  studii,  il  merito  di  tale  scoperta,  sulla  quale  pare  abbia 
gravato  finora  lo  stesso  destino  cui  egli  cercò  di  sottrarre  il  nome 
del  commediografo  cinquecentista. 

Fortunato  Pintor. 


(1)  Pag.  304.  —  Quanto  air«  Ego  Barlachia  recensui  »,  il  Ferrieri  pensa  che 
codesto  fosse  «  un  pseudonimo  assunto  scherzosamente  dal  Machiavelli  con 
«allusione  al  Barlacchi  persona  storica»;  che  ben  potè  il  Mach.  «  motteg- 
«  giatore  di  prim'ordine,  firmarsi  scherzosamente  a  quel  modo  »  (vedi  la  noia 
a  p.  226).  Neppur  quest'  interpretazione  ci  par  buona ,  per  quel  che  si  è 
discorso.  In  compenso  il  Ferrieri  in  quella  stessa  nota  dà  informazione  di 
quattro  sonetti  caudati,  tra  il  serio  e  il  faceto,  di  Lorenzo  Strozzi  al  Bar- 
lacchi, i  quali  potevan  offrire  alcun  altro  lineamento  alla  figura  che  del 
banditore  ha  tratteggiato  il  Salza. 

(2)  È  invece  una  semplice  copia  il  cod.  578,  della  stessa  collezione;  e 
manca  di  tutto  il  primo  atto  e  di  parte  del  secondo.  Contrariamente  a  quanto 
affermò,  certo  per  disavvertenza,  il  Ferrieri  (p.  224,  n.  3)  non  contiene  questa 
commedia  il  cod.  Ashburnh.  606,  del  quale  egli  si  valse  per  rivendicare 
pur  a  Lorenzo  Strozzi  —  non  è  inutile  al  nostro  scopo  il  notarlo  —  la  nota 
Descrizione  della  peste  del  '27,  che,  come  si  sa,  fu  trascritta  dal  Machia- 
velli, nel  cod.  Magi,  già  indicato,  insieme  colla  commedia,  e  che  del  resto 


VARIETÀ  107 


PROLOGO 
[dal  cod.  Ashburnh.  579,  ce.  526-54oJ. 

e.  52  b        Questa  comedia  ascosa  è  stata  un  tempo 

perchè  temeva  assai,  uscendo  fore, 

non  esser  sol  qual  merita  ripresa, 

ma  lacerata  qual  forse  non  merita, 

et  vilipesa  più  che  non  conviensi  :  5 

ripresa,  dico,  dagli  intelligenti 

et  dagli  invidi  morsa  et  lacerata; 

vilipesa  da'  troppo  transscurati 

0  da'  troppo  accurati  della  lingua, 

che  voglion  mecter  leggio  a  quel  che  leggio  10 

già  mai  non  fu,  con  dir  che  non  si  può 

né  debbo  usar  se  non  quel  che  usato  è 

da'  nostri  antiqui,  eh'  e  poemi  scripsero. 

Et  questo  fan  perchè  non  sanno  un  passo 

muover  senza  l'exemplo,  et  come  un  ceco  15 

rovinerebbon,  senza  scortta  o  guida. 

Ma  vegiendo  che  in  una  o  forse  in  tutte 

queste  spetie  degrhuomini  incontrare 

dovea,  non  so  se  già  prudentemente 
e.  53  a        eleggie,  poich'  è  suta  partorita,  20 

più  presto  di  morir  che  mai  non  vivere; 

perchè,  se  a  luce  non  venissi  mai, 

dir  non  potriesi  che  vissuta  fussi. 

Et  benché  ella  non  sia  sì  di  se  stessa 

cieca  ch'ella  non  vegha  ch'altro  stile,  25 

altro  habito,  altre  veste  et  altro  ornato 

si  converria  venendo  in  tal  conspecto. 


già  altri  (cfr.  Villari,  N.  Machiavelli  ^,  II,  193,  n.  1)  inclinavano  ad  asse- 
gnare, per  altri  indizii,  a  Lorenzo  (prima  in  una  pubblicazione  nuziale  Rime 
inedite  d'un  cinquecentista,  per  le  nozze  Vigo-Magenta,  Pavia,  l^'usi,  1895, 
p.  XVII,  e  poi  nello  studio  più  volte  citato,  p.  224). 


108  F.   PINTOR 

pur  si  confida  di  piacer,  qual  suole 

talhor  vii  cibo  a  gusto  fastidito. 

Onde  vi  pregha  facciate' silentio:  30 

non  però  vi  permette  che  nel  somno 

occupiate  li  spirti.  Et  se  dal  riso 

commossi  siate,  non  vi  contenete, 

perchè  l'aplauso  degli  spectatori 

spesso  dà  vita  a  queste  nostre  fabule  35 

et  porge  ardire  a'  timidi  histrioni, 

dando  animo  al  poeta  di  comporre 

qualche  altra  cosa  nuova;  et  se  a  qualch'  uno 

non  piacessi  il  subiecto  o  la  matera, 

partasi,  poi  che  l'argumento  ha  inteso,  40 

e.  53  &        et  ceda  luogho  a  quei  che  volentieri 
odon  queste  comedie,  o  cose  nuove; 
perche  io  so  ch'aflrmar  per  certo  posso 
ch'un  tal  poeta  è  nuovo,  et  l'inventione 
al  tutto  è  nuova;  ond'egli  spera  molto  45 

trovar  venia  da  voi,  che  venia  merla 
vie  più  quel  che  cammina  per  se  stesso, 
benché  inciampi  talhor,  che  quei  che  sempre 
seguon  gli  altrui  vestigli,  e  quali  son  decti 
poeti  imitatori,  et  se  ruinano,  50 

compassion  non  meritan  né  scusa, 
et  son  citati  il  giornno  mille  volte 
da  questo  et  quel  pe'  lor  furti  in  iudicio  ; 
de'  quali  è  poi  l'excusation  comune 
il  decto  ch'usato  ha  il  nostro  comico:  55 

«  cosa  alchuna  non  è,  che  decta  in  pria 
stata  non  sia  »  (1).  Questa  sententia  ha  facto 
che  nessun  di  furare  ha  più  vergogna 
l'altrui  fatiche.  Hor  quanto  alla  comedia, 

e.  54  a        non  so  se  a  riso  vi  commoverà,  60 

perchè  non  sol  per  dilecto  fu  facta, 
ma  per  giovare  a  nostre  menti  anchora  ; 


(1)  Accenna  alla  sentenza  «  NuUum  est  iam  dictum,  quod  non  dictum  sit 
«  prius  >,  che  Terenzio  enuncia  nel  prologo  àélVEunuchus  (v.  41),  proprio 
per  difendersi  dall'accusa  di  essersi  appropriato  le  commedie  dei  Greci. 


VARIETÀ  109 

ch'altro  non  è  comedia  ch'uno  spechio 

di  vita,  in  cui  tutti  e  defedi  humani 

si  scorgono,  onde  voi  hoggi  per  questa,  65 

oltre  a  molti  altri  documenti  degni, 

potrete  ancor  conoscer  per  exempio 

come  desiderar  debbon  sol  gl'huomini 

quel  che  a  lor  stato  et  qualità  ricercha  ; 

che  non  conviene  al  vechio  una  fanciulla  70 

prehender  per  sposa,  al  deforme  una  bella, 

che  ognun  cercha  il  suo  sirail  (1).  L'argumento 

il  tutto  brevemente  narrerà vvi: 

a  riceverllo  adunque  preparate 

la  mente  insieme  e  '1  cor,  non  pur  gli  orecchi.  75 

Per  al  presente,  l'auctor  si  tace  : 

ma  se  questa  comedia  vi  fie  accepta, 

di  che  pur  teme  assai,  come  la  figlia 

qual  è  pietosa  verso  il  caro  padre, 

celeberrà  di  chi  l'ha  facta  il  nome,  80 

qual  poco  ancor,  se  non  da  certi  amici 

più  cari,  è  conosciuto  per  poeta  (2). 


(1)  Naturalmente  diamo  il  testo  secondo  le  correzioni  introdotte  dall'autore, 
che  prima  aveva  scritto  :  «  perchè  ogni  simil,  come  dir  si  suole  |  il  suo  si- 
«  mi  le  attende  ». 

(2)  Gli  ultimi  sette  versi  furono  già  riferiti  dal  Ferribri,  C^.  cit,  p.  225,  riè. 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 


LUIGI  DE  ROSA.  —  Shakespeare,  Voltaire  e  Alfieri,  e  la  tra- 
gedia di  Cesare.  Saggio  di  critica  psicologica.  Parte  prima. 
—  Camerino,  tip.  Savini,  1900  (8°,  pp.  xiv-389). 

MANFREDI  PORENA.  —  L'unità  estetica  della  tragedia  alfle- 
riana.  Estr.  dagli  Atti  delV Accademia  di  Archeologia,  Lettere 
e  Belle  arti  di  Napoli.  —  Napoli,  Stab.  tip.  della  R.  Univer- 
sità, 1901  (4°,  pp.  44). 

Due  nuovi  e  rilevanti  saggi  di  critica  alfieriana,  ma  di  diverso  carattere,  di 
diversa  estensione,  di  materia  in  gran  parte  diversa,  e,  soprattutto,  di  diversa 
intonazione.  Che  dell'Alfieri  e  della  sua  arte  il  De  Rosa  e  il  Porena  sentano 
■diversamente,  poco  importa  ;  e  non  farà  meraviglia,  quando  si  pensi  che  l'a- 
nalisi letteraria  non  è  in  fondo  né  analisi  matematica,  né  analisi  chimica,  e 
che  i  giudizi  estetici,  nonostante  le  teorie  e  gl'ingegnosi  ragionamenti  di  cui 
li  circondiamo  e  rincalziamo,  sorgono  in  noi  colla  spontaneità  con  cui  sogliono 
di  lor  natura  manifestarsi  tutte  le  impressioni.  11  De  Rosa  tende  in  sostanza 
a  ribadire  sentenze  antiche,  non  molto  favorevoli,  sul  merito  tragico  dell'Al- 
fieri; il  Porena,  a  reagire  contro  i  dispetti  e  i  dispregi  di  cui  l'Alfieri  fu 
fatto  segno  dopo  la  rivoluzione  romantica,  che  mise  sugli  altari  lo  Shake- 
speare e  gettò  a  terra  gli  altri  idoli  che  non  somigliassero  a  quello. 

Noi  qui  non  ci  proponiamo  di  decidere  qual  dei  due  abbia  ragione;  se  il 
De  Rosa,  a  cui  manifestamente  l'arte  dell'Alfieri  non  piace,  o  il  Porena  ch'è 
manifestamente  disposto  a  difenderla  e  ad  ammirarla;  vogliamo  solo  dar 
breve  notizia  di  due  lavori  che,  comunque  si  giudichino  le  opposte  conclu- 
sioni a  cui  giungono,  sono  degni  di  nota. 

L'esame  comparativo  della  «  tragedia  di  Cesare  »,  cioè  il  confronto  del 
Giulio  Cesare  inglese,  della  Morte  di  Cesare  francese  e  del  Bruto  secondo 
italiano,  sarà  fatto  dal  De  Rosa  in  un  altro  volume,  a  cui  cotesto  intanto 
vuol  servire  d'introduzione.  Molti  giudicheranno  sbagliate  o  almeno  esagerate 
le  proporzioni  del  lavoro;  e  c'è  pericolo  infatti  che  all'ampiezza  del  vestibolo 
già  eretto  non  corrisponda  la  mole  e  l'importanza  dell'edificio  da  erigere; 
comunque,  se  il  De  Rosa  ha  creduto  che  la  comparazione  delle  tre  tragedie 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA  Hi 

richiedesse  il  lungo  preambolo  di  circa  quattrocento  pagine  ch'egli  vi  ha 
premesso,  o  ha  creduto  piuttosto  che  quella  comparazione  parziale  potesse 
fornirgli  occasione  ad  una  comparazione  più  generale,  in  cui  fosse  lumeggiata 
non  la  fisonomia  di  quelle  tre  singole  opere,  ma  la  fisonomia  dei  tre  poeti, 
si  potrà  dire  che  il  disegno  e  l'economia  del  libro  potevan  essere  migliori, 
ma  non  si  potrà  negare  che  il  libro,  specialmente  in  cotesta  parte  prima, 
tratti  materia  alta  e  importante. 

Dei  molti  capitoli  e  paragrafi  riguardanti  lo  Shakespeare  e  il  Voltaire, 
non  possiamo  occuparci,  e  toccheremo  soltanto  di  quelli  in  cui  più  propria- 
mente e  direttamente  si  tratta  dell'Alfieri.  Dopo  aver  stabilito  che  l'Alfieri 
è,  come  il  Voltaire,  un  poeta  di  tendenza,  e  aver  discorso  (senza  maggior 
giustezza  che  non  altri)  dell'ideale  politico  alfieriano  (pp.  8-25),  il  D.  R.  con- 
sidera l'Alfieri  in  relazione  collo  Shakespeare.  11  nostro  —  dice  il  D.  R.  —  si 
trovò  anche  meno  del  Voltaire  disposto  ad  intendere  e  ad  accettare  l'arte  dello 
Shakespeare  (p.  221),  quantunque  «  le  sue  naturali  attitudini  e  le  sue  qualità 
«  di  mente  e  di  cuore  »  facessero  di  lui  un  romantico  in  potenza  (p.  227). 
Intorno  a  cotesta  pagina  e  all'altre  in  cui  l'A.  studia  i  pochi  residui  del  ro- 
manticismo d'Alfieri,  le  osservazioni  e  le  discussioni  si  potrebbero  moltipli- 
care. La  sensibilità,  l'affettività,  la  irrequietezza,  la  malinconia,  gli  ondeggia- 
menti dello  spirito  e  altri  fatti  e  stati  interiori,  di  cui  nella  Vita  dell'Alfieri 
si  trovano  sintomi  e  testimonianze,  s'hanno  veramente  da  interpretare  come 
spontanee  tendenze  o  predisposizioni  a  una  forma  drammatica  sciolta  dagli 
impacci  delle  regole  di  «  quella  poetica  che  gli  storpiò  l'ingegno  »  ?  (p.  266). 
Che  opposizione  evidente  esiste  tra  quegli  stati  e  fatti  psicologici  e  la  poetica 
pseudo-classica?  Irrequieto,  malinconico,  sensibile,  fantastico,  diciamo  anzi 
malato,  ben  più  dell'Alfieri,  fu  il  Tasso  (il  Tasso  col  quale  l'Alfieri  credeva 
d'avere  qualche  stretta  affinità  spirituale  (1)),  eppure  il  cosidetto  romanticismo 
dell'autore  della  Gerusalemme  (poiché  anche  di  un  romanticismo  tassesco 
si  è  spesso  parlato)  s'adagiò  nella  osservanza  dei  canoni  aristotelici  :  e  certo, 
se  anche  allora  lo  Shakespeare  fosse  stato  adulto  e  noto  in  Italia,  il  Tor- 
rism,ondo  non  avrebbe  preso  mai  la  struttura  del  dramma  shakespeariano. 

Il  D.  R.  ritiene  che  riconoscendo  tutti  i  difetti  dello  Shakespeare,  che 
pure  gli  era  andato  a  sangue,  l'Alfieri  intendesse  di  fare  una  prudente  con- 
cessione al  giudizio  allor  comune  dei  letterati  ortodossi,  e  non  esprimesse 
proprio  l'intima  sua  mente;  per  lo  Shakespeare  egli  avrebbe  confessato  più 
aperta  e  più  calda  ammirazione,  «  se  ne  avesse  parlato  prima  di  convertirsi 
«alle  regole»  (p.  274).  Or  qui  forse  soltanto  la  parola  è  inesatta;  ma  in 
ogni  modo  importa  avvertire  che  una  conversione  dell'Alfieri  alle  regole 
(che  da  lui  poterono  essere  ignorate  e  non  furono  certo  impugnate  mai)  è 
un  fatto  insussistente. 

Molte  cose  dice  il  D.  R.  (2),  che  anche  a  noi  sembrano  vere ,  intorno  al- 


(1)  Vita,  Epoca  II,  cap.  4». 

(2)  Pag.  229  n.  2  e  261  sgg.  Crede,  non  a  torto,  il  D.  B.  che  sia  «  ormai  tempo  di  rinunziar 
;  definitivaraente  al  mito  dell'uomo  di  ferro,  del  carattere  inflessìbile  e  della  indomita  volontà  ». 


112  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

rintiraa  natura  dell'Alfieri  e  alla  sua  tempera  morale,  che  non  fu  così  salda 
e  robusta  com'egli  volle  credere  e  far  credere;  ma  tutto  ciò  ha  ben  poco 
che  vedere  con  le  teoriche  letterarie  dall'Alfieri  abbracciate  o  respinte  :  e  se 
non  c'inganniamo,  il  pensiero  del  critico  non  procede  nello  studio  di  cotesto 
relazioni  tra  le  cosidette  tendenze  romantiche  dell'uomo  e  i  procedimenti 
classici  dell'artista,  con  tutta  la  sicurezza  e  la  chiarezza  desiderabili.  Il  D.  R. 
ammette  infine  che  l'Alfieri  «  non  avrebbe  accolta  e  messa  in  pratica  quella 

«.  poetica  dominante, se  in  sé  stesso  non  avesse   trovato   dei    motivi   per 

«  farlo  »,  e  che  a  questi  motivi,  oltre  che  all'azione  dell'ambiente  letterario, 
sia  da  attribuire  il  carattere  classico  delle  sue  tragedie  (pp.  266-67);  sicché 
se  veramente,  come  risulta  chiaro  a  chi  ben  guarda,  l'Alfieri  era  portato 
anche  da  natura  a  quella  poetica  che  abbracciò,  si  stenta  maggiormente  a 
capire  come  dalla  sua  natura  avrebbe  potuto  essere  predisposto  a  seguirne 
un'  altra.  Comunque,  poiché  l'Alfieri  fu  un  poeta  tragico  classico  e  non  ro- 
mantico, gioverà  sempre  di  più  cercare  la  ragione  certa  di  ciò  che  fu,  che 
non  le  incerte  ragioni  per  cui  avrebbe  potuto  riuscire  diverso. 

Più  sicuro  procede  il  critico  nello  studio  delle  relazioni  tra  l'Alfieri  e  il 
Voltaire,  seguendo  molto  spesso  e  svolgendo  le  ragionevoli  considerazioni  del 
Dejob  su  quell'argomento.  Che  l'Alfieri  derivi  dai  Francesi,  fu  detto  già 
tante  volte,  che  il  merito  ormai  può  consister  solo  nell'aggiungere  qualche 
osservazione  nuova  che  convalidi  l'asserto  o  chiarisca  i  limiti  e  i  modi  e  le 
ragioni  di  cotesta  nota  affinità  e  dipendenza.  11  D.  R.  non  considera  che  i 
rapporti  dell'Alfieri  col  Voltaire,  ma  li  considera  assai  attentamente,  poco 
dimenticando  di  ciò  che  potevasi  rilevare  confrontando  le  teoriche  e  i  teatri 
dei  due  poeti,  e  qualche  cosa  aggiungendo  alle  già  dette  da  altri.  In  teoria 
—  ripete  giustamente  il  D.  R.  —  il  tipo  della  tragedia  alfieriana  è  già  de- 
lineato dal  Voltaire  nelle  varie  sue  prose  critiche  riguardanti  la  tragedia  ; 
sennonché  mentre  il  Voltaire  vagheggia  quel  tipo  e  lo  disegna,  é  ben  lon- 
tano dal  colorirlo  e  dall'effettuarlo.  L'Alfieri  invece  è  più  coerente;  tratta 
l'arte  conforme  all'ideale  di  perfezione  che  se  n'è  formato;  trovata  la  sua 
maniera,  la  segue  senza  esitanze  e  incertezze,  laddove  il  Voltaire,  manifesta 
bensì  concetti  e  tendenze  che  si  potrebber  dire  prevalenti  se  non  costanti, 
nella  sua  lunga  carriera  di  critico  e  di  poeta,  ma  accenna  anche  a  teorie  e 
a  maniere  diverse,  con  una  volubilità  di  giudizio  e  di  gusto  ignota  all'Alfieri. 
Questi  esagera  fino  alle  estreme  conseguenze  i  principi  enunciati  e  non  ri- 
gorosamente applicati  dall'altro  ;  e  in  cotesta  esagerazione  e  rigorosa  appli- 
cazione di  principi  non  da  lui  per  primo  enunciati,  c'è  più  il  riflesso  d'un 
temperamento  sui  generis,  che  di  una  poetica  indipendente.  11  D.  R.  però 
accenna  (p.  304)  a  maniere  diverse  che  si  possono  scorgere  nel  teatro  alfie- 
riano,  il  quale  pur  non  essendo  cosi  vario  e  multiforme  come  quello  del 
Voltaire,  paleserebbe  tuttavia  pentimenti  e  mutamenti  d'indirizzo  artistico. 
Or  qui  le  testimonianze  d'alcuni  critici  citate  in  nota,  non  potevano  bastare 
a  rincalzo  d'una  proposizione  tanto  discutibile,  della  quale  occorreva  chiarire 
con  precisione  il  senso,  e  specificare  i  fatti  (né  sarebbero  molti)  che  posson 
darle  specie,  se  non  sostanza,  di  verità.  Comunque,  il  teatro  alfieriano  ebbe 
un'  unità  di  struttura,  di  colorito,  d' intonazione  che  sarebbe  vano  discono- 
scere :  se  il  Saul  fa  sotto  certi  rispetti  eccezione,  é  una  felice  eccezione  che 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  113 

non  distrugge  la  regola.  1  noti  caratteri  della  tragedia  alfìeriana,  spoglia 
d'episodi,  semplice,  rapida,  senza  attori  subalterni,  senza  amori  frivoli,  ricca 
di  forti  contrasti,  rivolta  a  produrre  forti  effetti  morali  e  a  predicare  certe 
verità  ecc.,  sono  tratteggiati  spesso  felicemente  dal  D.  R.,  il  quale  rileva 
alcuni  incontri  dell'Alfieri  col  Voltaire,  sia  nella  teoria,  sia  nella  pratica,  e 
alcune  delle  differenze  che  intercedono  tra  l'uno  e  l'altro  anche  nell'appli- 
cazione de'  medesimi  principi. 

Negli  ultimi  tre  paragrafi  il  D.  R.  sostiene  con  ragione,  se  non  con  copia 
di  argomenti  e  di  prove,  che  l'influenza  progressiva  della  letteratura  e  più 
del  teatro  francese  in  Italia  durante  il  secolo  XVIll  e  specialmente  nella 
seconda  metà  di  esso,  contribuì  a  determinare,  anzi  determinò,  l'affinità  del- 
l'Alfieri come  poeta  tragico  col  Voltaire,  e  nello  stesso  tempo  avverte  che 
a  determinare  certi  caratteri  della  tragedia  alfieriana  non  furono  estranei 
anche  i  tentativi  e  gl'ideali  non  raggiunti  di  vari  tra  gli  scrittori  italiani, 
che  più  0  men  soggetti  alla  influenza  francese,  avevano  in  quel  secolo  ten- 
tata l'arte  o  la  teoria  della  tragedia.  In  sostanza  egli  ha  ragione  ;  e  s'anche 
egli  esagera  un  poco,  è  pur  vero  che  *  a  ricercarli  attentamente,  si  potrebbero 
<  trovare  dei  precedenti  del  teatro  d'Alfieri  da  qualunque  lato  esso  si  voglia 
«  considerare  »  (p.  389).    Ma   l'esempio   ivi  addotto,  di  «  quella  maniera  di 

«  stile  aspro  e  rotto già  in  certo  modo  tentata  dal  Marchesi  »,  non  calza, 

come  sa  di  certo  ognuno  che  abbia  lette  o  sfogliate  le  tragedie  cristiane  e 
non  cristiane  del  Napoletano. 

Parecchie  inesattezze  di  tal  genere  si  potrebbero  rilevare  nel  lavoro  del 
D.  R.,  specialmente  là  dov'egli  parla  di  autori  italiani,  o  ne  giudica  di  pas- 
sata, accettando  senza  esitare  proposizioni  molto  arrischiate  d'altri  critici, 
come  p.  es.  quella  del  Landau,  che,  nella  Merope,  il  Maflei  abbia  ficcato 
senza  saperlo  e  senza  volerlo  qualche  cosa  di  «  romantico  nel  senso  moderno 
«  della  parola  »  (p.  386). 

In  generale  può  dirsi  anche  che  il  D.  R.  nella  trattazione  si  sia  preoccu- 
pato soverchiamente  dei  giudizi  altrui,  e  ne  abbia  studiosamente  raccolto  un 
numero  soverchio,  ch'egli  costipò  nelle  note.  Che  giovi  conoscere  tutto  ciò 
che  di  più  importante  s'è  detto  intorno  ad  un  autore,  e  che  giovi  ricordarlo 
al  lettore,  è  cosa  fuor  di  dubbio;  non  cosi  è  però  certo  che  importi  racco- 
gliere, senza  opportunamente  distinguerle  e  discuterle,  moltissime  sentenze 
varie  per  sostanza  e  per  autorità;  e  se  è  lodevolissima  la  diligenza  con  cui 
il  D.  R.  s'informò  della  letteratura  critica  del  suo  soggetto,  non  pare  altret- 
tanto lodevole  l'uso  ch'egli  ne  fece.  Le  note  troppo  frequenti  e  troppo  in- 
gombranti gli  tolsero  spazio  a  svolgere  e  a  dimostrare  con  sufficiente  ampiezza 
punti  che  andavano  meglio  discussi  e  illustrati,  e  spiace  il  vedere  come 
d'alcune  osservazioni  più  nuove  e  più  importanti,  egli  si  sbrighi  in  poche 
parole,  scarse  al  bisogno.  Ne  darò  un  esempio.  Dopo  aver  ripetuta  l'osser- 
vazione antica  che  «  generalmente  i  personaggi  di  Alfieri  si  risolvono  all'a- 
«  zione  senza  troppi  tentennamenti  ed  esitazioni  »  (p.  234),  il  D.  R.  nota,  con 
le  parole  stesse  del  poeta,  che  nel  Saul  ha  luogo  invece  quella  perplessità 
del  cuore  umano  così  magica  per  Veffetto,  per  cui  un  uomo  appassionato 
di  due  passioni  fra  loro  contrarie,  a  vicenda  vuole  e  disvuole  una  cosa 
stessa  (pp.  235-36);  né  qui  s'arresta,  ma  soggiunge  «  che  l'Alfieri  mirò  di 

OiornaU  ttortco,  XXXIX,  fase.  115.  8 


114  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

«  continuo  a  questo  ondeggiamento  di  affetti  suscettibile  veramente  di  azion 
«  teatrale  »  (p.  236).  Ivi,  in  nota,  dà  qualche  esempio  di  tali  contrasti  e 
sospensioni  d'animo  dall'Alfieri  cercati  e  considerati  come  elementi  dram- 
matici essenziali;  ma  come  conciliare  cotesta  proposizione  con  la  prima? 
Come  ammettere  contemporaneamente  che  l'Alfieri  concepisca  e  scolpisca 
soltanto  le  anime  intere,  dominate  da  un'unica  passione,  e  poi  concludere 
ch'egli  va  in  cerca  d'anime  combattute  da  passioni  opposte  che  le  fa  volere 
e  disvolere  alternativamente  la  stessa  cosa?  Entrambe  cotesto  proposizioni, 
così  conìe  sono  enunciate,  hanno  significato  assoluto;  e  tutto  quel  sottile 
lavoro  che  sarebbe  stato  necessario  per  mostrare  ciò  che  ciascuna  d'esse  ha 
in  sé  di  vero  e  per  trarre  dalle  due  conclusioni  contraddittorie  una  conclu- 
sione unica,  logica  e  chiara,  non  fu  fatto  dall'A.  e  non  ci  metteremo  a  ten- 
tarlo qui  noi  per  nostro  conto. 

Concludendo,  diremo  che  il  saggio  del  D.  R.  ha  parti  innegabilmente  buone 
e  importanti;  e  tra  queste  porremo  i  giudizi  qua  e  là  sparsi  sulla  vera  na- 
tura psichica  dell'Alfieri,  in  realtà  diversa  da  quella  che  più  comunemente 
si  riconosce  per  genuina  ;  ma  quei  giudizi  molte  volte  sono  dati  sulla  fede 
di  semplici  giudizi  altrui,  e  non  confermati  da  dimostrazione  alcuna,  e  qualche 
volta  esagerati,  come  là  dove,  ispirandosi  al  noto  studio  del  Dejob,  De  la 
tendresse  dans  le  théàtre  d'Alfieri,  il  D.  R.  non  si  perita   d'affermare  che 

l'Alfieri  ebbe  «  un  cuore addirittura  femmineo  »  (p.  229).  In  ogni  modo  la 

critica  psicologica  del  D.  R.  ci  pare  meglio  fondata  e  meglio  diretta  della 
sua  critica  estetica,  la  quale  (non  gli  dispiaccia  sentirselo  dire)  è  una  critica 
a-prioristica  assai  pericolosa.  A  chi  verrebbe  in  mente  oggi  di  negare  che 
lo  Shakespeare  sia  l'altissimo  poeta  che  tutti  sanno?  Ma  per  questo  sarà 
lecito  non  ammettere  altra  specie  d'arte  che  la  sua,  non  riconoscere  altri 
poeti  che  coloro  i  quali  da  lui  abbiano  preso  l'ispirazione  e  la  norma? 

Contro  tale  tendenza,  che  anche  il  D.  R.  segue  —  benché  i  giorni  in 
cui  al  pregiudizio  classico  era  sottentrato  il  pregiudizio  romantico  siano 
lontani  —  reagisce  vigorosamente  il  Porena  nella  sua  bella  memoria,  che 
piacerà  anche  a  chi  non  possa  accoglierne  tutte  le  proposizioni  e  tutte  le 
conclusioni. 

Riassunta  per  sommi  capi  la  materia  della  precedente  sua  memoria  sulla 
Poetica  alfieriana  della  tragedia  (1),  e  richiamati  que'  principi  e  quelle  regole 
d'arte  che  l'Alfieri  adottò,  il  P.  vuol  dimostrare  che  tra  l'Alfieri  e  i  Fran- 
cesi è  assai  meno  stretto  di  quanto  comunemente  s'affermi  il  vincolo  d'affinità 
artistica  tante  volte  ammesso  (p.  78).  «  Certo  molte  delle  forme  ch'egli  [l'AI- 
«  fieri]  adottò  per  il  suo  teatro  erano  proprie  del  sistema  francese.  Ma.... 
«  accanto  a  quelle  forme  ve  n'erano  altre  che  l'Alfieri,  com'  è  noto,  non  ac- 
«  cettò  menomamente:  l'amore  come  molla  della  tragedia,  con  tutto  il  suo 
«  corteggio  di  svenevolezze  e  leziosaggini  ;  gli  episodi,  i  confidenti,  certe  de- 
«  licatezze  e  convenienze  sceniche  ».  Inoltre,  prosegue  il  P.,  diversamente 
dai  Francesi  il  nostro  tratta  la  storia;  che  dove  quelli  «  francesizzano  e 
«  modernizzano  tutto  »,  questi  idealizza  l'antichità,  avvicinandola  «  ad  una 
«  certa  astrazione  »,  non  alla  realtà  presente  ;  sicché,  «  preso  nel  suo  cora- 


li) Cfr.  Giornale,  XXXVI,  438. 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  115 

«  plesso,  e  considerato  qual  esso  di  fatto  oggettivamente  è,  a  prescindere 
4.  dagli  eccitamenti  teorici  che  da  questo  o  da  quello  l'Alfieri  può  avere 
«  ricevuti  a  creare  la  sua  forma  tragica,  il  teatro  alfieriano  è  una  cosa  tut- 
«  t'altro  che  identica  al  teatro  francese  ». 

Identica,  no  certo;  ma,  secondo  noi,  per  ragioni  alquanto  diverse  da  quelle 
qui  addotte  dal  P.  Finché  si  parla  di  Francesi  in  genere,  l'autonomia  arti- 
stica dell'Alfieri  appare  maggiore;  ma  se  si  parla  del  Gorneille,  e  del  Vol- 
taire in  ispecie,  e  non  si  vuol  «  prescindere  dagli  eccitamenti  teorici  »  che 
dal  Voltaire  il  nostro  «  può  avere  ricevuti  »,  l'autonomia,  o  l'originalità  di 
concezione,  che  si  voglia  dire,  della  forma  tragica  alfieriana  scema  d'assai. 
Né,  per  ciò  che  riguarda  gli  amori  teneri,  convien  dimenticare,  che,  a  ripu- 
diarli e  a  criticarli,  gl'Italiani  non  si  trovarono  soli  contro  i  Francesi  uniti  e 
concordi,  che  fin  dal  seicento,  e  poi  giù  giù  per  oltre  un  secolo,  suonarono 
ripetutamente  contr'essi,  su  labbra  francesi,  parole  di  condanna. 

E  per  ciò  che  riguarda  il  modo  di  trattare  la  storia,  la  differenza  c'è,  ma 
non  cosi  grande  come  il  P.  la  rappresenta.  1  Greci  e  i  Romani  dell'Alfieri 
non  isfoggiano  in  politesse,  non  si  dàn  titoli  di  cerimonia,  né  sciorinano  for- 
molo di  complimento;  ma  chi  potrebbe  dire  che  non  tradiscano  spesso  l'anima 
di  gente  educata  se  non  al  signoril  costume,  almeno  alla  filosofia  del  se- 
colo XVIII?  E  dove  si  levano  verso  quell'  «  astrazione  »  di  grandezza  ideale 
e  di  virtù  eroica,  a  cui  tendono  sempre,  chi  non  ravvisa  in  essi  certi  tratti 
di  famiglia  d'alcuni  personaggi  del  Gorneille,  grande  idealizzatore?  11  fatto 
è  che  sarebbe  difiìcile  additare  un  procedimento  seguito  dall'Alfieri  che  non 
trovi  corrispondenza  in  procedimenti  seguiti,  sia  pure  per  eccezione,  o  va- 
gheggiati in  Francia,  poiché  la  tecnica  teatrale  dell'Alfieri  è  svolgimento  o 
derivazione  d'un  sistema  che  s'era  ormai  imposto  a  tutta  Europa.  Per  con- 
cepire una  forma  tragica  del  tutto  insolita  e  intrinsecamente  nuova,  l'Alfieri 
non  ebbe  genio  e  audacia  che  bastassero.  Del  resto  ii  P.  é  troppo  giudizioso 
per  negare  recisamente  ogni  dipendenza  del  teatro  alfieriano  dal  francese  ; 
egli  s'accontenta  d'affermare  che  l'uno  non  è  «  perfettamente  modellato  sul 
«  tipo  »  dell'altro  (p.  10);  cosa  che  si  può  concedere,  anche  perchè  «  il  tipo  » 
della  tragedia  francese  da  poeta  a  poeta,  da  età  ad  età,  salve  alcune  leggi 
fondamentali  proprie  della  poetica  classica,  prende  atteggiamenti  diversi  (1), 
ma  non  si  tratta  veramente  di  confrontare  la  tragedia  alfieriana  con  un  tipo 
unico  e  costante  di  tragedia  francese,  s'i  bene  con  alcuni  tipi  speciali,  e  con 
alcune  speciali  teoriche,  ch'ebbero  maggior  presa  sull'animo  del  nostro.  Qui 
le  somiglianze  saltano  all'occhio  evidentissime,  malgrado  la  spiccata  origi- 
nalità di  certi  toni,  di  certe  tinte  e  di  certi  spiriti  che  appartengono  solo 
all'Alfieri;  e  l'argomento  di  cui  il  P.  si  serve  per  dare  una  riprova  della 
«  dissimiglianza  »  formale  tra  la  tragedia  alfieriana  e  la  francese,  non  risolve 
ia  questione.  Egli  ricorda  «  le  tempeste  che  suscitò  tra  i  letterati  e  i  pub- 


(1)  La  stessa  osservazione  è  pnr  fatta  pia  oltre  dal  P.  (p,  23)  dorè  dice  che  «  chi parlasse 

«  d'nn  teatro  francese  in   generale cadrebbe  certo  in   nna  ingenuità  »,  E  poco  piii  sn,  nella 

stessa  pagina,  considerando  la  <  membratura  »  della  tragedia  alfieriana,  pare  che  si  raccosti  ad 
na'opinione  che  prima,  almeno  in  parte,  aveva  voluto  combattere  ;  perchè  definisce  la  tragedia  del 
nostro  <  esagerazione  di  una  forma  che  nella  tragedia  francese,  se  non  tanto  come  pratica  arti- 
«  stica,  certo  spiccatamente  come  aiipirazione  critica,  già  sì  accennava  e  intravvedeva  » . 


116  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

«  blici  d'Italia  l'apparizione  delle  tragedie  del  nostro»;  tempeste  che  non  si 
sarebbero  scatenate  se  l'Alfieri  avesse  seguito  il  gusto  francese  predominante 
in  Italia  (pp.  9-10).  Molte  cose  si  potrebbero  osservare  a  questo  proposito  ; 
ma  basti  questa:  che  allora  dai  più  non  si  rimproverò  all'Alfieri  di  essersi 
ribellato  agli  esempi,  ai  precetti  più  autorevoli  de'  maestri  francesi  pigliando 
nuova  materia  tragica  e  drammatizzandola  con  procedimenti  inconsueti,  bensì 
d'avere  violata  lingua,  grammatica,  prosodia,  d'avere  scritto  dei  versi  duri, 
oscuri,  disaccentati. 

Procediamo.  Il  P.  si  propose  di  ricercare  l'unità  estetica  della  tragedia 
alfieriatia,  e  gli  parve  di  ravvisarla  nell'idea  della  volontà  sovrana  e  incrol- 
labile che  il  poeta  volle  rappresentare,  subordinando  alla  efficacia  di  tale 
rappresentazione,  «  le  forme,  le  regole,  i  metodi,  i  caratteri  »  della  sua  arte 
(pp.  12-15).  E  qui  le  questioni  potrebbero  moltiplicarsi.  Altri  potrebbe  dire 
che  l'unità  estetica  o  meglio,  come  qualche  volta  il  P.  la  chiama,  !'«  unità 
«  ideale  »  della  tragedia  alfieriana  è  la  libertà;  ma  resterebbe  sempre  da  de- 
cidere il  punto  se  l'unità  estetica  sia  da  cercarsi  in  un  determinato  contenuto 
che  si  suppone  comune  a  più  opere  d'arte. 

Pel  P.  dunque  l'Alfieri  è,  come  già  più  volte  fu  chiamato,  il  poeta  della 
volontà  per  eccellenza;  l'artista  che  si  compiacque  di  ritrarre  creature  che 
vogliono,  sempre  vogliono,  fortissimamente  vogliono,  fatte  cioè  un  poco  a 

sua  imagine  e  somiglianza;  perchè  «  la  ferrea  volontà  dell'Alfieri è  cosa 

«  evidente  »  (p.  14).  Non  è  qui  luogo  di  discutere  cotesto  dogma  della  volontà 
alfieriana,  che  se  non  fu  finora  con  solide  ragioni  impugnato,  non  è  per 
questo  inoppugnabile,  e  restringiamoci  ad  una  sola  considerazione.  Se  l'unità 
estetica  ci  è  data  dalla  volontà  che  non  conosce  dubbi  e  incertezze,  che  pro- 
cede dritta  allo  scopo,  bisognerebbe  che  noi  la  ritrovassimo  così  temprata 
e  risaltante  in  ogni  tragedia  dell'Alfieri.  Eppure,  oltre  all'eccezione  del  Saul 
che  il  P.  ammette  (p.  14),  se  ne  potrebbero  trovare  altre  nella  Mirra  (che 
ci  rappresenta  non  il  trionfo  ma  la  fatale  disfatta  d'una  volontà),  nell'Aga- 
mennone, neW Oreste,  nella  Sofonisba  e  altrove;  come  non  sarebbe  difficile 
dimostrare;  e  poi  resterebbe  anche  da  vedere  se  la  fermezza,  l'ostinazione 
più  passiva  che  attiva  di  alcuni  personaggi  alfieriani  (si  pensi  ad  Agide) 
possa  esser  chiamata  volontà. 

Checché  sia  di  ciò,  è  però  innegabile  che  molti  (non  tutti)  dei  personaggi 
alfieriani  hanno  aspetto  d'esseri  eminentemente  volitivi,  e  che  la  rappresen- 
tazione della  volontà  indomabile  e  autonoma  seduce  la  fantasia  del  poeta. 
Ora  il  P.  con  acuti  ragionamenti  volle  provare  che  a  quel  contenuto  umano 
e  a  quell'ideale  etico  di  necessità  dovevano  adattarsi  le  forme  classiche  as- 
sunte dall'Alfieri  (p.  16  sgg.)  ;  e  veramente  può  dirsi  che  data  la  povertà 
analitica  della  psicologia  alfieriana,  dato  il  concetto  metafisico  della  volontà 
che  l'Alfieri  segue,  considerandola  come  forza  determinante  e  non  determi- 
nata, data  l'estrema  semplicità  dei  suoi  piani  drammatici,  l'azione  delle  sue 
tragedie  poteva  procedere  anche  entro  i  limiti  delle  unità,  e  senza  il  soc- 
corso d'apparati  e  di  scene  che  servissero  a  descrivere  e  a  caratterizzare, 
l'ambiente  esterno  e  storico,  perchè  la  volontà  è  concepita  da  lui  come 
qualche  cosa  di  assolutamente  indipendente  da  ogni  circostanza  esterna^,  e 
l'uomo  dell'Alfieri  vive,  per  così  dire,  ed  opera  fuori  dello  spazio  e  del  tempo. 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  117 

Sta  bene,  e  concediamo  volentieri  che  l'intenzione  di  rappresentare  la  vo- 
lontà libera  e  gagliarda  al  maggior  segno  abbia  suggerito  all'Alfieri  i  pro- 
cedimenti classici  da  lui  seguiti  —  quantunque  ci  paia  che  in  fondo  la  poe- 
tica romantica  non  escluda  la  possibilità  di  rappresentare  l'energia  del  volere 
per  quanto  si  voglia  idealizzarla  —  ma  ci  sembra  ben  più  difficile  ridurre  a 
quel  principio  in  cui  il  P.  ripone  l'unità  estetica  della  tragedia  alfieriana 
altri  caratteri  che  di  questa  son  propri.  Così  se,  p.  es.,  «  tutto  ciò  che  ri- 
«  chiama  la  vita  d'ogni  giorno  nella  sua  realtà  prosaica  ed  umile. ..  è  bandito  » 
dall'Alfieri  (p.  24),  dovremo  cercarne  la  ragione  nell'intenzione  di  conseguire 
per  tal  via  una  più  efficace  «rappresentazione  della  volontà»?  0  non  sarà 
più  logico  cercarla  nel  desiderio  di  conformarsi  a  un  dei  canoni  più  accre- 
ditati della  poetica  tragica  francese,  che  aveva  elevato  il  cosidetto  decoro  a 
carattere  essenziale  del  genere  tragico? 

11  P.  sostiene  che  l'Alfieri  adottò  «  quella  forma  »  di  tragedia  ch'egli  col- 
tivò, perchè  «  nel  suo  insieme  corrispondeva  ai  bisogni  della  sua  arte  » 
(p.  25)  ;  e  senza  dubbio,  anche  contiderando  certe  native  disposizioni  psichiche 
di  lui,  si  può  credere  che  ad  accogliere  la  poetica  classica  e  ad  applicarla 
più  rigorosamente  che  non  i  Francesi,  egli  non  facesse  lo  sforzo  che  altri 
(e  tra  questi  il  De  Rosa)  supposero.  Tuttavia  non  convien  dimenticare  in 
quali  disposizioni  di  mente  l'Alfieri  si  diede  al  teatro,  e  quanto  peso  egli 
diede  a  quelle  benedette  regole,  ch'egli  si  fece  obbligo  di  rispettare.  Ebbene, 
a  questo  culto  delle  regole  chi  lo  iniziava,  se  non  i  Francesi,  oppure  Italiani 
imbevuti  d'idee  letterarie  francesi,  come  il  Paciaudi  e  il  Tana  ?  Del  resto 
anche  il  P.  finisce  coll'ammettere  che  «  la  tragedia  alfieriana  nei  tratti  es- 
«  senziali  e  fondamentali  della  sua  forma  »  risponde  al  tipo  francese  (p.  26)  ; 
sennonché  egli  passa  subito  a  notare  una  differenza  sostanziale  tra  il  dramma 
francese  e  l'alfieriano:  in  quello  c'è  «  sempre,  salvo  qualche  rarissimo  esempio, 
«  la  rappresentazione  d'un  contrasto,  d'una  lotta  psicologica  interna  »,  in 
questo  no,  perchè  la  volontà  salda  e  determinata  non  ammette  ondeggiamenti 
o  passioni  opposte  che  s'accampino  in  un  cuore. 

Bisognerebbe  venire  agli  esempì  e  vedere  se  l'Alfieri  abbia  veramente 
escluso  dal  suo  teatro  cotesti  dissidi  interni  ed  abbia  concepito  il  dramma 
senz'essi,  che  pur  ne  sono  parte  capitale.  Francamente,  a  me  ciò  non  pare; 
e  nei  pareri  sulle  proprie  tragedie  egli  ha  sempre  giudicati  cattivi  quei  sog- 
getti che  non  davano  luogo  a  contrasti  siffatti,  e  dove  il  soggetto  storico 
non  offriva  il  destro  di  svilupparli,  come  nella  Congiura  dei  Pazzi,  alterava 
la  storia,  pur  di  poterli  far  nascere;  ottimi  giudicava  i  soggetti  che  natu- 
ralmente li  contenevano  in  germe,  come  il  soggetto  tragico  di  prima  forza 
del  Bruto  primo,  in  cui  la  più  nobile  ed  alta  passione  dell'uomo,  l'amore 
di  libertà,  si  trova  contrastante  con  la  più  tenera  e  forte,  l'amore  di  padre; 
e,  seguendo  in  ciò  il  Voltaire,  dava  M.  Bruto  per  figlio  di  Cesare  (1);  o 
creava  personaggi  combattuti  tra  due  passioni  così  da  aver  quasi  due  anime 
inassociabili,  come  la  Clitennestra  dell'Oreste,  o  personaggi  così  irresoluti 
tra  la  passione  e  la  coscienza   da   giungere  al  delitto  inconsapevolmente  e 


(1)  Sa  questo  punto,  cfr.  Dk  Uosa,  Op.  cit.,  p.  237. 


118  Rassegna  bibliografica 

pentirsene  tosto,  come  la  Clitennestra  delV A ffamennone.  Si  potrà  dire  che 
nella  rappresentazione  di  cotesti  contrasti  e  nell'analisi  psicologica,  che  ne 
è  il  mezzo  necessario  o  il  risultato,  l'Alfieri  non  si  sia  spinto  tanto  in  là 
quanto  i  Francesi;  e  ciò  accadde  per  più  ragioni,  delle  quali  forse  la  prin- 
cipalissima  fu  la  poca  attitudine  di  lui  ad  un  tale  lavoro  ;  ma  non  si  dica 
ch'egli  abbia  di  proposito  trascurati  o  disprezzati  i  partiti  che  se  ne  potevan 
trarre,  e  non  abbia  considerato  quanto  i  Francesi  erano  stati  industriosi  nel 
valersene.  Egli  negava  volentieri  ai  Francesi  il  caldo  continuato  d'azione 
(cioè  la  rapidità  incalzante,  ch'egli  si  propose  di  raggiungere)  ma  riconosceva 
in  essi,  e  nominatamente  nel  Racine  —  gran  maestro  d'analisi  —  un  ma- 
neggio grande  d'affetti  (1);  e  cotesto  maneggio  d'affetti,  in  cui  il  Racine 
eccelleva,  non  era  altro  che  quell'  analisi  psicologica,  che  in  minor  grado 
si  ritrova  anche  nell'Alfieri. 

Il  P.  insiste  a  lungo  sul  concetto,  che  capitale  differenza  tra  il  dramma 
francese  e  Talfieriano  è  la  diversa  natura  del  contenuto,  in  quello  tutto 
analitico,  cosi  che  la  tragedia  francese  dovrebbe  dirsi  tragedia  «  romantica  », 
costretta  entro  una  veste  classica,  che  la  deforma  e  snatura;  mentre  in 
questo  invece  la  qualità  del  contenuto  è  tale,  che  la  veste  datagli  dal  poeta 
gli  si  attaglia  perfettamente  (pp.  27-31).  Sull'intima  essenza  romantica  della 
tragedia  francese  asserita  senza  restrizione  alcuna  dal  P.  ci  sarebbe  molto 
da  dire;  ma  non  si  potrebbe  discorrerne  tenendosi  sulle  generali,  senza  ve- 
nire agli  esempì  e  alle  minute  disamine.  E  non  pare  al  P.  che  ci  sia  un 
contenuto  potenzialmente  romantico  allora  anche  in  qualche  tragedia  dell'Al- 
fieri, come  nella  Rosmunda,  che  pure  non  differisce  per  form,a  dalle  altre? 

È  verissimo  però,  che  malgrado  le  molte  affinità  di  materia  e  di  tecnica, 
il  teatro  alfieriano,  rimane  ben  distinto  dal  francese  in  genere,  ed  anche  dal 
volteriano,  che  pure  ne  fu  il  precedente  più  immediato;  è  tutt'altra  l'impres- 
sione ch'esso  produce,  è  tutt'altra  la  visione  ch'esso  schiude  ;  ed  ha  ragione 
il  P.  di  affermare  risolutamente  celesta  intima  differenza,  che  la  somiglianza 
delle  forme  non  impedisce  il  sentire  a  ciascuno  ;  ma  ci  pare  che  nello  spie- 
garla col  cercare  l'unità  estetica  della  tragedia  alfieriana  nella  volontà  egli 
abbia  seguito  un  procedimento  che  per  una  parte  è  troppo  semplice  e  per 
l'altra  troppo  complicato,  e  non  sia  riuscito  sempre  a  cogliere  le  più  dirette 
e  chiare  ragioni  d'un  fatto  che  per  sé  stesso  è  innegabile. 

Nella  terza  parte  della  sua  memoria  il  P.  volle  provare  che  la  tragedia 
alfieriana,  com'è  nell'essenza  del  suo  contenuto  cosa  diversa  dalla  tragedia 
francese,  così  non  è  «  imitazione,  continuazione,  resurrezione  dello  spirito 
«  intimo  che  aveva  animato  »  la  tragedia  greca  (p.  36)  e  che  «  per  la  sua 
«  intima  unità  estetica  è  lontana  dal  teatro  greco  non  meno  che  dal  fran- 
«  cese  ».  Perchè  «  il  contenuto  del  teatro  alfieriano  è  sempre  un  contenuto 
«  profondamente  umano,  tutto  psicologico.  Psicologia  semplice,  è  vero,  in 
«  quanto  è  limitata  al  prepotente  dominio  di  una  forza  di  volontà  che  tra- 
«  scina   e   fa  ammutolire   ogni    altra   sfumatura,  variazione,  alternativa  di 


(1)  Lettera  a  M.  Bianchi,  25  febbraio  1785,  in  Mazzatisti,  Lettere  ed.  ed  tned.  di  7.  A.,  p.  7«. 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  119 

«  sentimento;  ma  quella  semplicità  non  è,  in  gran  parte,  una  limitazione 
'<  nelle  facoltà  osservatrici  dell'autore,  né  frutto  d'un  suo  preconcetto  estraneo 
«  all'arte.  Essa  è  inerente  al  contenuto  di  quest'arte,  è  una  forma  organica, 
«  ritrae  una  verità  psicologica  oggettiva  »  (ivi).  Secondo  il  P.,  il  teatro  greco 
non  ebbe  un  vero  e  proprio  contenuto  psicologico  oggettivo,  perchè  esso 
«  era  concepito,  rispetto  alla  psicologia  umana,  manchevolmente,  imperfet- 
«  tamente  »  (p.  40);  sicché  «il  teatro  alfieriano  fu  fra  i  teatri  classici  l'u- 
«  nico  che  nelle  sue  linee  generali  presentasse  anche  oggettivamente,  pre- 
«  scindendo  da  concezioni  liriche  soggettive,  un  completo  organismo  estetico, 
«  composto  di  un'anima  e  di  forme  ad  essa  corrispondenti.  Nel  teatro  greco 
«l'anima  era  fuori  di  quelle  forme;  nel  francese  era  discordante  da  esse»; 
e  «  in  Italia  la  forma  classica  fu  raccolta  da  una  mano  che  aveva  pronto 
«  un  contenuto  nuovo  da  gittarvi:  la  tragedia  profondamente  umana  della 
«  forte  volontà  »  (p.  41). 

A  discutere  punto  per  punto  il  ragionamento  che  abbiamo  riassunto  con 
le  parole  dell'A.  occorrerebbe  lo  spazio  d'un  libro,  poiché  bisognerebbe  non 
solo  vedere  se  proprio  in  fondo  il  capital  difetto  del  teatro  francese  fu, 
come  il  P.  pensa,  quel  d'avere  un  contenuto  romantico  costretto  in  forma 
classica,  e  se  da  tale  sproporzione  tra  contenuto  e  forma,  dipendesse  la  sua 
organica  debolezza;  ma  bisognerebbe  anche  rigiudicare,  e  non  sommaria- 
mente, il  teatro  greco. 

A  noi  basti  d'aver  riferito  il  giudizio  del  P.,  del  quale  forse  alcuni  si 
scandalizzeranno,  perchè  in  sostanza  da  quel  giudizio  l'Alfieri  vien  messo 
un  grado  più  su  non  soltanto  dei  Francesi,  ma  anche  dei  Greci  ;  ma  altri 
—  e  noi  siamo  tra  questi  —  pur  non  consentendo  col  P.,  ammiriamo  l'indi- 
pendenza coraggiosa  della  sua  critica  e  l'ingegno  che  la  sorregge.  Può  darsi 
che  il  P.  s'inganni  in  più  luoghi;  nondimeno  i  suoi  errori  non  saranno  mai 
gli  errori  di  uno  che  non  sa  e  non  pensa. 

E  quantunque  ce  ne  appaiano  gravi  i  pericoli,  tuttavia  ci  piace  quel  suo 
modo  di  trattar  la  critica,  levandosi  dalle  vie  trite  e  guardando  le  cose 
d'in  alto. 

E  ci  piace  anche  quel  calore  di  convinzione  che  traspira  da  tutto  cotesto 
suo  studio,  largo  e  geniale,  se  non,  a  parer  nostro,  persuasivo.  Ma,  com'ho 
detto,  la  tendenza  del  P.  è  tendenza  di  reazione  contro  la  critica  che  più  o 
meno  obbedendo  al  preconcetto  romantico  fu  coU'Alfieri  troppo  severa  ed 
ingiusta.  *  E  già  al  P.  pare  che  «il  furore  d'analisi»  da  cui  la  poesia  fu 
invasa  dopo  l'irruzione  del  romanticismo  accenni  a  calmarsi;  «  pare  che  un 
«  desiderio  di  forme  più  semplici  ed  intere  faccia  di  tanto  in  tanto  la  sua 
«  punta,  come  un'aspirazione  a  qualcosa  di  nuovo,  che  talora  sa  di  ramma- 

«  rico  per  ciò  che   di    bello  e  di  vero  si  è  disprezzato  dall'antico E  chi 

«  sa  che  un  giorno,  stanchi  e  disgustati,  non  torneremo  a  bearci  della  tra- 
«  gedia  alfieriana  che  di  queste  tendenze  idealistiche  è  la  più  energica  espres- 
«  sione,  ponendola  al  di  sopra  di  tutte  le  altre  produzioni  tragiche  »  (p.  41), 
il  teatro  shakespeariano  non  eccettuato! 

Tutto  è  possibile;  ma  se  ciò  accadesse,  non  ce  ne  rallegreremmo.  Se  ac- 
cadesse invece  che  l'Alfieri,  come  poeta  drammatico,  fosse  meglio  studiato 
e  più  equamente  giudicato  che  non  per  l' addietro,  e  con  più  libera  mente 


120  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

e  con  più  larghe  vedute,  sarebbe  senza  dubbio  cosa  buona  e  giusta;  e  il  P. 
potrebbe  rallegrarsi  d'avervi  co'  suoi  studi  importanti  e  coscienziosi  poten- 
temente contribuito. 

Emilio  Bertana. 


Nel  primo  centenario  della  morte  di  Lesbia  Cidonia  (contessa 
Paolina  Grismondi  Secco  Suardo).  1801-1901  27  marzo. 
—  Bergamo,  Istituto  ital.  d'arti  grafiche,  1901  (4%  pp.  16). 

LORENZO  MASCHERONI.  —  La  Geometria  del  Compasso.  Nuova 
edizione  [curata  dal  prof.  Gaetano  Fazzari].  -r-  Palermo, 
Gasa  editrice  «  Era  nova  »,  1901  (8°,  pp.  xvi-151). 

EMILIA  RANZA.  —  Notizie  sulla  vita  e  le  opere  di  Lorenzo 
Mascheroni.  —  Piacenza,  Fratelli  Rosi,  1901  (8°,  pp.  iii-128). 

Una  rifioritura  dì  studi  mascheroniani,  come  si  vede,  o  di  pubblicazioni 
che  al  matematico  e  poeta  bergamasco  si  riferiscono:  né  poteva  essere  di- 
versamente, se  il  centesimo  anniversario  della  morte  del  M.  (avvenuta,  com'è 
ormai  accertato,  il  14  luglio  1800)  precedeva  di  soli  otto  mesi  il  primo 
centenario  di  quella  (27  marzo  1801)  di  Lesbia  Cidonia  —  e  non  bisogna 
dimenticare  le  altre  due  recenti  pubblicazioni  di  cui  diede  notizia  questo 
Giornale,  37,  170  sgg.  e  444-445. 

Noblesse  oblige!  Il  comitato  di  signore  bergamasche,  costituitosi  l'anno 
passato  (1900)  per  le  onoranze  a  Lesbia,  fece  apporre  il  27  marzo  di  quest'anno 
una  lapide  con  busto  ed  epigrafe  sulla  casa  dove  nacque  in  Bergamo  la 
contessa  Paolina:  a  cura  del  Circolo  artistico  bergamasco,  fu  pubblicato, 
per  l'occasione,  un  elogio,  letto  nelle  sale  della  società  stessa  il  4  marzo  1900 
dalla  prof,  signora  Lucia  Brasi  neir«  aprire  il  periodo  delle  onoranze  ».  11 
fascicolo  reca  belle  illustrazioni  artistiche,  di  parecchie  delle  quali  non 
si  comprende  però  l'opportunità:  accanto  al  ritratto  di  Lesbia,  per  es.,  in 
luogo  di  quello  del  Mascheroni,  dimenticato,  vediamo  un  «  Gioachino  Pizzi 
«  —  III  custode  dell'Arcadia  ».  E  di  quest'accademia  ci  parla  il  custode  at- 
tuale che  trae  dagli  atti  della  stessa,  fra  altro,  «  la  formola  del  diploma  in- 
«  viato  alla  contessa  Paolina  »,  annoverata,  nel  1773,  «  fra  le  pastorelle  » 
per  aversi  conciliata  «  non  solo  la  stima  della  nostra  inclita  nazione,  ma 
«  quella  dei  più  rinomati  Cigni  di  Francia  ».  Seguono  gli  atti  di  nascita 
(11  marzo  1746),  di  matrimonio  (2  ottobre  1764)  e  di  morte  ( .  .  annorum 
quinquaginta  guinque,  Matrona  insignis  studio  literarum  et  poeseos,  quae 
cura  excolendi  spiritus  gratta  (?)  Alpes  superavit,  Parisiisque  degens  sa- 
pièntissimos  quosque  Galliae  doctos  visit,  consuluit,  et  admirata  est  ecc.). 

La  signora  Brasi  non  si  propone  «  se  non  di  raccogliere,  in  forma  popo- 
«  lare,  un  breve  cenno  biografico  della  illustre  concittadina,  accompagnato 


RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA  121 

«  da  un  rapido  studio  intorno  all'opera  poetica  della  medesima;  opera,  forse, 
«  già  troppo  dimenticata  ».  Forse  troppo?  11  male  è  che  i  giudizi  su  co- 
tcst'opera  si  seguono  e  si  somigliano;  anzi  dopo  quello  «  poco  gentile  »  (o 
l'arte  va  giudicata  a  questa  stregua?)  riferito,  con  dispiacere,  alla  p.  12, 
segui  quest'altro  (vedi  il  Giorn.,  23,  319)  anche  meno  gentile:  la  contessa 
Paolina  «  fu  (destino,  pare,  delle  poetesse  in  Italia)  meteora  che  splende  fu- 
«  gacemente  nell'aria  e  poi  sùbito  nel  buio  infinito  scompare  ».  La  signora  B. 
si  propose  di  non  parlare  punto  della  donna  (p.  5)  e  fece  bene,  anzi  avrebbe 
fatto  meglio  (ci  perdoni)  a  passar  sotto  silenzio  anche  i  romanzetti  veronesi 
della  pastorella,  s'essa  pur  li  creda  incontaminati;  ma  non  ebbe  forse  no- 
tizia del  saggio  pubblicato  dallo  Scotti  (vedi  il  Giorn.,  30,  320).  E  rispetto 
al  valore  poetico  delia  Grismondi  (né  sarò  io  l'iconoclasta  di  chi  l'ha  sul- 
l'altare), osserverò  soltanto  che  non  rese  un  buon  servigio  alla  causa  chi 
scelse,  per  un  «  fac-simile  della  poetessa  »,  il  sonetto  che  fregia  la  pubbli- 
cazione (p.  2). 

Qualche  cosa  d'antico  o  di  vecchio,  nel  progredire  delle  scienze,  rimasto 
«  ancora  incognito  »  suggerì  al  prof.  Fazzari  il  proposito  di  una  nuova  edi- 
zione della  Geometria  del  Compasso:  agl'intenti  del  Giornale  sfugge  quanto 
riguarda  quivi  la  scienza,  ma  se,  com'è  naturale  che  sia,  il  valore  scien- 
tifico della  Prefazione  (pp.  3-9)  e  la  cura  della  ristampa  corrispondono  ai 
giudiziosi  cenni,  che  precedono,  sull'autore  e  le  opere  matematiche  (pp.  iii-xvi), 
l'editor  letterario  va  senza  dubbio  lodato.  Vero  è  che  nella  pubblicazione 
sovraccennata  {Nel  14  luglio  1900  ecc.)  egli  trovò  una  buona  guida:  l'er- 
rore di  qualche  data  avrebbe  potuto  correggere  con  la  Biblioteca  della  scuole 
italiane  (an.  IX,  1900,  p.  96),  e  quel  Lorenzo  Mario,  invece  di  L.  Maria, 
va  certo  attribuito  al  tipografo  (benché  spiaccia  che  sia  sfuggito  proprio 
nel  nome  del  M.  in  carattere  distinto),  come  pure  il  Mangili  per  Mangili 
(p.  v).  Il  prof.  F.  ha  ragione  di  lasciar  altrui  la  responsabilità  dell'  affer- 
mazione («  si  vuole  dai  suoi  biografi  »)  che  il  M.  «  non  ancora  ventenne,... 
«  succedesse  nella  cattedra  di  rettorica  nel  medesimo  Seminario  al  suo 
«  maestro  Ottavio  Bolgeni  »;  questi,  infatti,  ebbe  forse  per  assistente  il  già 
suo  scolaro  (n.  nel  maggio  del  1750)  fino  dalla  metà  del  1771,  certo  per 
tutto  il  1773-'74,  ma  restò  sempre  il  solo  titolare  della  cattedra  finché  il  M. 
fu  chiamato,  nell'agosto  del  '73,  al  Collegio  Mariano.  Nel  luglio  di  quest'anno 
il  Bolgeni,  che  agli  esami  ebbe  a  coadiutore  il  M.,  chiuse  la  propria  car- 
riera d'insegnante  (principiata  quando  nel  1752  don  Giuseppe  Rota  fu  pro- 
mosso a  lettore  di  logica);  gli  succedette  tosto  don  Santo  Vigani:  tutto  questo 
risulta  dai  registri  dell'amministrazione  e  delle  scuole  conservati  n&l  Semi- 
nario di  Bergamo.  A  parlar  proprio,  adunque,  il  M,  non  succedette  mai  al 
Bolgeni,  ed  è  quivi  ragionevole  il  dubbio  del  Fazzari;  il  quale  fu  troppo 
corrivo,  invece,  nell'accogliere  la  ripetuta  novella  della  tarda  attrattiva  che 
senti  il  M.  per  le  scienze:  «  è  nel  suo  26"  anno  quando  volse  la  sua  vasta  e 
«  profonda  mente  agli  studi  della  filosofia  e  della  matematica  »  —  e  che  si 
tratti  proprio  d'una  novella,  sarà  prossimamente  dimostrato.  Tutt'  il  resto, 
però,  in  questi  larghi  cenni,  è  bene  colto  e  giudiziosamente  rilevato:  orna 
il  volume  lo  stesso  ritratto  del  M.  che  fu  riprodotto  nella  ricordata  pub- 
blicazione del  luglio  1900.  In  complesso,  un  lavoro  bene  riuscito:  eccezione 


122  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

notevole  in  argomento  disgraziato  come  finora  fu  questo,  in  cui  mancò  sempre, 
per  lo  meno,  il  senso  della  misura;  quindi,  o  variazioni  fuor  del  seminato, 
se  non  anche  di  pura  fantasia,  o  sfoggio  intempestivo  di  poco  geniale  eru- 
dizione. Così  si  spiega  la  genesi  di  certi  specialisti  che  parvero  acri  per 
sola  inurbanità:  speriamo  di  non  sembrar  tali  esaminando  il  saggio  della 
signorina  Emilia  Ranza. 

Il  volume  eh'  essa  pubblica  contiene  un'«  introduzione  »  (pp.  i-iii)  dov'  è 
detto  che  lo  studio  riguarda  principalmente  l'ufficio  del  M.  a  Pavia,  l'attività 
nel  Consiglio  Legislativo  e  nella  Commissione  per  la  riforma  dei  teatri;  se- 
guono due  parti  (pp.  3-108),  l'una,  che  tratta  della  vita,  divisa  in  tre  capi- 
toli; l'altra,  delle  opere,  in  cinque;  compiono  il  saggio  (pp.  111-118)  due 
elenchi,  l'uno  «  di  autografi  del  M.  e  copia  dei  più  importanti  »,  tratti  dal- 
l'Archivio di  Stato  in  Milano  —  ma  degli  otto  pubblicati,  cinque  soli  ven- 
gono da  quella  fonte,  tre  (non  quattro,  p.  118)  dalla  Biblioteca  di  Bergamo 
ed  uno  dalla  Braidense;  un  secondo  elenco  (pp.  121-125)  indica  i  «  docu- 
<  menti  e  libri  consultati  ».  Principiamo  da  questi  documenti,  poiché  l'A. 
potè  attingere  alla  doviziosa  miniera  dell'accennato  archivio  milanese, 
benché,  dobbiam  dirlo  subito,  poco  profitto  abbia  saputo  trarne.  Tra  le  prime 
fonti  è  quivi  indicata  la  «  Raccolta  Ravelli  »  nella  Biblioteca  di  Bergamo, 
donde  viene  la  lettera  del  M.  alla  Grismondi  (p.  117)  già  apparsa  altrove  {Nel 
luglio  1900  ecc.,  p.  65);  il  documento  qui  riappare  con  due  errori  di  lezione, 
«  stanno  a  partire  »  e  «  certo  ha  molta  perizia  »,  invece  di  «  stanno  ^er  p.  »  e 
«  certo  mostra  m.  p.  ».  Tosto  appresso  è  citata  la  Biblioteca  del  Seminario  di 
Bergamo;  ma  quivi  si  accenna  a  un  solo  documento,  di  discutibile  valore  per 
noi  (cfr.  p.  46  n.),  mentre  si  dimentica  il  ms.  importante  per  le  ottave  del  M., 
allora  di  sedici  anni  («  acclamato  principe  degli  accademici  di  Ema  »?!  p.  99), 
in  lode  di  S.  Tommaso;  vorrebbe  dire  che  l'A.  non  vide  il  documento?  Dalla 
nota  alla  p.  62  pare  l'abbia  veduto;  ma  perché,  in  tal  caso,  non  riferirci 
pure  che  nel  manoscritto  si  leggono  altri  due  componimenti  del  giovinetto, 
e  che  questi  sono  autografi,  mentre  le  ottave  non  hanno  che  qualche  cor- 
rezione di  mano  dell'autore?  —  Andiamo  innanzi.  Subito  dopo,  sempre 
nella  prima  pagina  della  bibliografia,  si  ricordano  i  «  libri  delle  terminazioni  » 
(non  della  terminazione)  del  Collegio  Mariano,  ma  quelli  soltanto  dal  1767 
al  1781;  il  che  meno  si  spiega  quando  vediamo  poi  l'A.  sospettare  che  nei 
libri  seguenti  «  si  accennerà  probabilmente  ai  dissidi  avvenuti  tra  il  M.  e  gli 
«  altri  professori  »  verso  il  1786  (p.  14  n.).  Perché  non  ricercarli  ed  esami- 
narli adunque?  —  Seguono  i  «  registri  della  parrocchia  »  di  Gastagneta,  dai 
quali  però  non  è  tolto  che  l'atto  di  nascita  del  M.,  riferito  alla  p.  4,  ma 
con  quattro  errori,  diremo,  di  stampa,  oltre  l'aggiunta  di  un  nome  (quello 
del  parroco)  e  l'omissione  di  una  parola  («  legitimis  iugalibus  »).  Or  che 
vale,  se  manca  l'esattezza  scrupolosa  della  riproduzione,  un  documento  — 
sia  pur  accompagnato  sempre  da  esuberanza  di  dati  d'ubicazione? 

La  ricca,  se  non  sempre  esatta  bibliografia,  in  ogni  modo,  parrebbe  mo- 
strare che  l'A.  non  omise  coscienziose  ed  ampie  ricerche;  ma  ricercò  essa 
tutto  da  sé?  Ci  duole  che  il  dubbio  trovi  conferma  nello  svarione  («  i  più 
«  bei  sciolti  del  secolo  »)  attribuito  già  al  Parini  da  un  «  diligente  biografo  » 
(p.  16)  del  Mascheroni  e  riferito  qui  (p.  82)  con  la  stessa  incertezza  ed  ine- 


RASSEGNA   HIBLIOGRAFICA  .  123 

Battezza  dell'indicazione  bibliografica,  benché,  per  converso,  neìVelenco  dei 
libri  consxiltati  l'opera  da  cui  sarebbe  tratto  l'aneddoto,  nell'una  almeno  delle 
due  edizioni  che  se  n'hanno,  sia  esattamente  annoverata  (in  fine  della  p.  122). 

Né  ha  per  l'A.  valore,  se  ne  ebbe  mai,  l'osservazione  che  i  fonti  cui  do- 
vette ricorrere  «  allo  stato  degli  studi  mascheroniani  quand'essa  compilava 
«  il  suo  lavoro,  erano  i  migliori  »;  essa  mostra  infatti  di  conoscere  quant'usci 
anche  nel  dicembre  del  IPOO  (vedi  NB.  a  p.  96)  —  mostra  però  di  non  co- 
noscere quant'usci  nel  luglio  precedente,  con  la  data  appunto  de)  centenario, 
benché  certe  lacune  di  spazio  (p.  i3)  e  correzioni  di  frasi  (p.  39:  «  Si  dice 
«  cK  egli  morisse  proprio  nel  momento  in  cui  stava  firmando  la  lettera  di 
«  ringraziamento...  ■»)  siano  abbastanza  significative.  Peccato  che  l'autrice 
abbia  si  spesso  voluto  giurare  sulla  dubbia  fede  altrui;  non  molto  di  meglio, 
però,  le  avvenne  quando  volle  proceder  da  sé:  come,  per  es.,  a  tacer  tutto 
il  resto,  in  quant'  essa  afferma  e  nelle  prime  e  nelle  ultime  righe  della  bio- 
grafia. Nelle  prime:  «  Castagneta  è  uno  dei  più  ridenti  paesi  del  bergamasco, 
«  fra  gli  ameni  paeselli  di  Sorisole,  di  Azzonica  e  di  Valtesse  »  ;  a  questa 
stregua,  Bergamo  domani  può  diventare  una  frazione  di  Castagneta  tra  i 
villaggi  di  Milano,  Piacenza  e  Pavia.  Ultime  righe:  «  Chi,  passeggiando  per 
«  Bergamo  bassa,  giunge  al  Sentierone,  non  potrà  fare  a  meno  d'osservare, 
«  quasi  nascosto  fra  alberi,  un  busto  in  gesso:  esso  rappresenta  la  simpatica 
«  figura  di  Lorenzo  Mascheroni  »  (pp.  40-41).  Un  busto  in  gesso!  e  Bergamo 
non  ha  indetto  un  comizio  per  protestare  contro  la  calunniai  Se  ne  potrebbe 
tener  ofifesa  anche  la  «  Fabbrica  del  Duomo  di  Milano  »,  proprietaria  della 
cava  di  Gandoglia  (sul  lago  di  Como)  dond'  usci  il  bel  marmo  carnicino 
zonato,  ora  scambiato  per  gessai 

Inoltre,  e  senza  lasciare  le  poche  righe  della  prima  pagina,  perché  si  dice 
quivi  che  il  M.  mori  «  quasi  dimenticato  a  Parigi  »,  se  poi  si  dovrà  narrare 
che  mori  contento  perché  il  Bonaparte  «  si  era  ricordato  di  lui  nominan- 
«  dolo  membro  della  Consulta  di  Milano  e  rieleggendolo  professore  all'Uni- 
«  versila  di  Pavia  »?  Tosto  appresso,  anzi,  si  tradurrà  quel  che  allora  osservò 
il  Lalande:  «  Mascheroni...  a  senti,  en  mourant,  le  plaisir  d'étre  honoré  par 
«le.  plus  grand  homme  de  l'Univers»! 

Trascuriamo  tutt'il  resto,  che  giustificherebbe  anche  meglio  quest'altra 
mascheronologia,  lo  spirito  della  quale  non  è  ignoto  però  nemmeno  alla 
sig.*  R.,  che  s'indugia  via  via  con  certa  compiacenza  a  rilevare  e  smentire 
le  innocenti  novelle  altrui  sul  M.,  come  dell'Ugoni  (p.  4),  del  Lalande  e  del 
Cantù  (p.  7),  del  Boccardo  (pp.  18-19)  e  d'altri,  perfino  anzi  del  suo  «  dili- 
«  gente  biografo  »  (pp.  Ile  16),  benché  di  novelle  ne  ripeta  (pp.  15  e  17) 
anche  lei,  come  quella  sull'esperienze  per  la  caduta  dei  gravi  fatte  dal  M. 
in  Bologna  e  sulle  preoccupazioni  di  lui  nel  1786  per  il  fratello  Paolo  — 
il  quale,  a  rovescio  di  quanto  si  narrò  fin  oggi,  fu  tolto  dal  manicomio, 
allora,  non  recafówt,  quando  prima  il  professore  andò  all'Università!  Se  non 
che,  l'infelice  più  preso  qui  di  mira  è  il  compianto  vicebibliotecario  di  Ber- 
gamo, G.  Ravelli,  che  avrà  avuto  i  suoi  torti  anche  lui,  ma  ebbe  —  merito 
principalissimo  —  un  culto  quasi  religioso  per  il  Tasso  e  per  il  Mascheroni, 
delle  cui  opere  ci  diede  vent'anni  sono  un  catalogo  ben  fatto  e  senz'ai  tra 
pretesa  che  «  di  invogliare   qualche   giovane   bergamasco   a   scrivere  una 


124  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

«  completa  storia  della  vita  del  nostro  Euclide  »  (p.  9).  Orbene  :  fin  dalla 
introduzione  la  sign.  R.  avverte  che  mostrerà  quanto  sia  difettoso  questo 
catalogo;  ma,  a  tale  scopo,  deve  poi  necessariamente  giovarsi  del  molto  che, 
negli  ultimi  suoi  anni,  il  Ravelli  venne  amorosamente  aggiungendo  alla 
ricca  e  pregevole  raccolta  (Documenti,  p.  122)  ora  posseduta  dalla  Biblioteca 
di  Bergamo.  Vediamo,  p.  es.,  il  modo  di  formulare  coteste  censure  :  «  Altri 
«  busti  e  altri  ritratti  [del  M.]  sono  stati  registrati  dal  Ravelli  a  p.  79  della 
«  sua  Bibliografia  Mascheroniana  [uscita  nel  1881],  sebbene  tale  elenco  sia 
«  incompiuto,  giacché  in  esso  non  è  fatto  parola  di  quei  monumenti  che 
«  furono  inalzati  al  poeta  in  questi  ultimi  venti  anni  »  —  e  segue  la  scoperta 
del  busto  in  gesso.  Insomma  al  povero  bibliofilo  si  fa  colpa,  non  solo  di  non 
aver  pubblicato  quant'  altro  egli  raccolse  dopo  il  1881,  ma  anche  di  non 
essersi  più  fatto  vivo  . . .  dopo  morto  ! 

Un'ultima  osservazione.  Non  si  capisce  perché,  riferita,  come  abbiam  ve- 
duto, la  fede  di  nascita  del  M.,  si  passi  a  ricercar  ne'  documenti  antichi 
qualche  traccia  della  famiglia ,  se  poi  si  deve  concludere  che  «  dopo  il  se- 
«  colo  XIV  [i  documenti  citati  sono  di  tra  il  1189  e  il  1272!]  abbiamo  buio 
«  pesto,  onde  non  si  può  sapere  se  a  questo  tronco  risalga  il  ramo  del  nostro 
«Lorenzo».  0  allora?  altri  chiederà.  —  Ecco:  chi  avesse  saputo  ricercare, 
quel  buio  pesto  sarebbe  divenuto  viva  luce,  poiché,  pubblicato  nel  sec.  XIX, 
esiste  un  ricchissimo  albero  genealogico,  corredato  de'  documenti  relativi, 
in  cui,  da  que'  remoti  tempi,  è  delineata  la  discendenza  dei  Mascheroni  dal- 
l'Olmo fino  agli  ultimi  anni  del  settecento;  sarebbe  pure  apparso,  cosi,  che 
il  padre  di  Lorenzo  non  nacque  a  Castagneta,  né  a  Bergamo,  né  altrove 
in  Lombardia,  ma  ebbe  invece  comune  la  città  natale  col  padre  di  Torquato 
Tasso.  Gfr.  questo  Giornale,  27,  397  (1). 

Antonio  Fiammazzo. 


(1)  Semplicemente  per  la  storia  della  questione  a  Bernardo  T.  relativa,  io  aTrerto  che  il  Ea- 
velli mi  si  mostrò  poi  assai  meravigliato  dell' aifermazione  che  altri  vedesse  que'  tali  documenti, 
da  lui  sempre  gelosamente  custoditi  e  con  lui,  pare,  sepolti  —  se  pur  esistettero  mai!  Il  vero  è 
che  nella  raccolta  del  Ravelli  la  soluzione  del  logogrifo  non  si  trovò,  sicché  hisogna  concludere 
come  io  già  conclusi  nella  llass.  libi,  della  Ietterai,  italiana.  III,  257-58. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 


PIETRO  TOESCA.  —  Pì^eceiii  d'arte  italiani.  Saggio  sulle  va- 
riazioni dell'estetica  nella  pittura  dal  XIV  al  XVI  secolo.  — 
Livorno,  1900  (8°,  pp.  103). 

Del  presente  libretto,  se  considerato  dal  solo  punto  di  vista  della  storia 
dell'arte,  non  dovrebbesi  in  questo  luogo  tener  conto;  ma  chi  Io  consideri 
bene  addentro  se  ne  potrebbe  giovare  anche  dal  punto  di  vista  della  storia 
letteraria,  onde  non  inopportuno  è  il  metterlo  in  vista  degli  studiosi.  In  esso 
l'A.  viene  mostrando,  sulla  guida  di  alcuni  trattati  d'arte,  come  quello  di 
Gennino  Gennini  per  la  fine  del  Trecento,  di  Leon  Battista  Alberti  e  di 
Leonardo  per  il  Quattrocento  ed  il  principio  del  secolo  successivo,  di  G.  P.  Lo- 
mazzo  per  il  Cinquecento,  il  seguirsi  dei  vari  indirizzi  artistici  attraverso 
il  miglior  periodo  dell'arte  italiana,  e  toccando  dei  rapporti  fra  l'arte  e  la 
letteratura,  anzi  fra  lo  sviluppo  dell'arte  e  quello  dell'attività  civile  in  ge- 
nerale. Goglie  in  questo  modo  numerose  occasioni  "di  illustrare  con  giusti 
raffronti  le  opere  di  pittura  per  mezzo  di  brani  od  elementi  contemporanei  di 
poesia  e  di  prosa.  Per  la  qual  ragione,  come  ho  asserito,  usato  con  criterio 
inverso,  questo  libretto  giova  non  poco  anche  alla  critica  letteraria. 

Trattando  del  periodo  delle  origini  e  fermandosi  con  compiacenza  sulle 
condizioni  degli  spiriti  create  dal  movimento  francescano,  l'A.  studia,  met- 
tendoli vicini,  i  primi  poeti  nostri  anteriori  al  dolce  stil  nuovo,  e  la  scuola 
pittorica  di  Gimabue.  Quindi,  venuto  alla  mirabile  fioritura  toscana  della 
fine  del  Dugento  che  a  quel  movimento  si  ricollega,  appaia  Dante  con  Giotto; 
indagando  per  quali  ragioni  tanto  lontana  si  ricerchi  comunemente  la  rispon- 
denza delle  arti  figurative  con  la  Divina  Commedia,  fino  a  ricorrere  a 
scuole  posteriori  di  due  secoli,  come  quella  di  Michelangelo;  mentre  cosi 
perfetta  balza  fuori,  a  chi  ben  le  sappia  scrutare,  dalle  pitture  d'Assisi  e 
dell'Arena  di  Padova.  «  Fra  i  due  artisti  le  rispondenze  nel  modo  di  sentire, 
«  nelle  passioni  onde  furono  agitati,  nella  profondità  delle  concezioni ,  sono 
«  molte,  ma  il  punto  dove  ambedue,  servendosi  dello  stesso  mezzo  di  saper 
«  prescindere,  cosi  nelle  sensazioni  come  nell'arte,  da  ogni  cosa  estranea 
«  alla  loro  emozione,  emersero  insieme  alla  luce  eterna,  fu  l'imperituro,  l'im- 
«  mutabile  ch'essi  seppero  cogliere  dalla  vita  peritura,  varia  e  mutabile.  Il 
«  poeta  ebbe  le  immagini  più  generali,  i  gesti  e  le  parole  uniche,  che  non 


126  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

«  si  potrebbero  alterare,  per  esprimere  tutti  gli  uomini  e  tutte  le  cose  che 
«  egli  evocò;  il  pittore  rinvenne  la  linea  essenziale,  quella  che  sola  è  vera 
«  e  che  per  sempre  può  significare  i  moti  dello  spinto.  Il  colorire  di  Giotto 
«  può  essere  poco  armonioso,  i  tipi  saranno  non  belli,  l'anatomia  poco  scien- 
«  tifica,  ma  l'espressione  delle  passioni  è  tale  che  uomini  agitati  nella  stessa 
«maniera  dovranno  sempre  mostrarla  ».  Cosi  l'A.;  che  a  proposito  di  Dante 
non  si  dimentica  dei  bassorilievi  del  Purgatorio  (e.  K),  cui  trova  i  riscontri 
naturali  nelle  sculture  di  Niccolò  e  di  Giovanni  Pisano. 

L'arte  dei  quattrocentisti  ha  la  sua  corrispondenza  nella  scuola  letteraria, 
che  dal  Boccaccio  si  stende  fino  alla  fioritura  umanistica  specialmente  fio- 
rentina dei  tempi  del  Magnifico;  onde  l'A.  viene  commentando  gli  affreschi 
del  Camposanto  di  Pisa  (specialmente  quello  detto  il  Trionfo  della  Morte),  i 
sereni  e  simmetrici  paesaggi  dipinti  come  sfondo  dagli  artisti  dell'ultimo  Tre- 
cento, per  mezzo  delle  descrizioni,  o  enumerazioni,  del  Decameron  ;  indaga 
lo  svilupparsi  dell'amor  dell'antico,  del  classico,  nelle  persone  del  Gozzoli  e 
nel  Polifilo  del  Colonna;  studia  l'eleganza  della  forma  umana  nelle  Stanze 
del  Poliziano  e  nei  disegni  del  Botticelli.  Nota,  in  pieno  umanesimo,  lo  smar- 
rirsi dell'unità  della  concezione  per  tener  dietro  alla  bellezza  delle  parti; 
criterio  d'arte  che  forse  nocque  meno  alle  opere  della  pittura,  che  a  quelle 
della  poesia. 

Con  Leonardo  .s'intrattiene  l'A.  in  indagini  e  riflessioni,  che  non  riguar- 
dano quasi  affatto  la  letteratura  propriamente  detta,  come  colla  letteratura 
non  hanno  a  che  fare  parecchie  altre  parti  del  suo  lavoro;  le  quali  tutte, 
essenziali  in  sé  stesse,  noi  lasciamo  di  proposito  fuori  del  nostro  brevissimo 
cenno.  B.  S. 


MICHELE  ROMANO.  —  /  «  Tumulorum  libri  »  di  G.  Fontano 
e  la  poesia  sepolcrale.  Eslratto  dalla  Rivista  abruzzese, 
an.  XVL  —  Teramo,  1901  (8°,  pp.  24). 

Se  lo  studio  del  Tallarigo,  per  ciò  che  riguarda  le  poesie  del  Fontano,  si 
può  dir  sufficiente,  non  può  esser  detto  però  esauriente;  onde  con  piacere 
si  saluta  ogni  nuovo  lavoro,  che  ci  prometta  di  approfondire  l'attraente  ar- 
gomento. Cosi  con  viva  curiosità  ho  esaminato  a  suo  tempo  le  osservazioni 
del  Foffano  sulle  Nenie  (1);  del  Mounier,  il  felice  traduttor  francese  del 
Quinquennio,  singolarmente  sulla  Lepidina  (2);  del  Muscogiuri  (3)  sulle 
prime  poesie  riferentisi  al  periodo  umbro  della  vita  del  «  principe  della  rin- 
«  novata  poesia  latina  »  ;  ed  ora  son  lieto  di  dar  notizia  ai  lettori  d'un  articolo 


(1)  Cfr.  questo  Giornale,  XXXIV,  269. 

(2)  Le  Quattrocento,  Paris,  1901,  I,  p.  313  sgg. 

(3)  /  primi  anni  e  i  primi  sludi  di  6.  P.,  in  Nuova  Antol.,  ì'  aprile  1900. 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  127 

critico  intorno  ai  Tumuli,  ai  quali  troppo  poco  spazio  aveva  concesso  il 
biografo  testé  ricordato  (1). 

In  tutto  il  lavoretto  del  Romano  domina  una  tesi,  secondo  la  quale  gli 
epigrammi  funerari  del  Fontano  si  dovrebbero  ritenere  «  il  primo  tentativo 
«  cosciente  di  un'  arte  che,  ispirandosi  alle  tombe,  doveva  col  tempo  essere 
«  feconda  di  tanti  effetti  egregi  ».  Tesi  fallace,  a  cui  risale  la  colpa,  se  il 
lettore  si  sente  pochissimo  soddisfatto  quando  raggiunge  il  termine  del  ragio- 
namento; e  per  amor  della  quale  l'A.  ha  sacrificato  in  gran  parte  l'ordine 
e  la  chiarezza  della  sua  esposizione  anche  nei  luoghi,  dove  essa  non  signo- 
reggia. Infatti,  a  render  vano  il  suo  asserto,  l'A.  stesso  non  si  nasconde  fin 
dal  principio  il  carattere  ottimistico  dell'età  del  Fontano,  essenzialmente  con- 
trario allo  sviluppo  d'una  poesia,  che,  solo  in  tempi  raen  lontani  da  noi  di- 
venuta cosciente,  produsse  effetti  egregi  in  grazia  del  pessimismo.  Il  Rinasci- 
mento, fatte  alcune  eccezioni  per  cui  sarebbe  erroneo  il  dirlo  irreligioso,  fu 
intimamente  pagano  nel  sentimento  della  vita  e  della  morte;  ed  il  Fontano, 
uomo  del  Rinascimento  per  eccellenza,  togliendo  a  modello  ne' suoi  Tumuli 
Marziale,  «  si  chiuse  la  via  alla  poesia  veramente  e  modernamente  sepol- 
«  crale  »  come,  con  lodevole  sincerità  critica,  ma  contro  le  promesse  iniziali, 
conchiude  lo  stesso  R. 

Scemata  in  questo  modo  di  solidità  la  tesi  principale,  non  cade  tuttavia  a 
terra  l'intero  lavoro;  giacché  altri  quesiti  di  minor  pretesa,  ma  di  più  saldo 
valore,  si  intrecciano,  a  dir  vero  non  senza  confusione,  a  quel  primo.  Quesito 
importante  è,  per  esempio,  quello  che  riguarda  l'intensità  ed  il  carattere  del 
sentimento  religioso  del  Fontano;  quesito  non  nuovo  alla  critica,  che  a  più 
riprese  lo  indagò  nelle  prose  filosofiche,  nel  libro  delle  Laudi  divine  e  nelle 
memorie  della  vita;  quesito  che  il  R.  si  accontenta  di  risolvere  con  elementi 
di  giudizio  desunti  dai  soli  Tum.uli,  mal  sicuri  elementi,  o  per  lo  meno 
troppo  ristretti.  Accanto  a  questo,  e  in  dipendenza  diretta  da  esso,  un  se- 
condo indaga  ciò  che  dovrebb'essere  la  rappresentazione  pontaniana  dell'ol- 
tretomba, la  cui  quasi  totale  mancanza  viene  giustamente  enunciata  in 
questi  termini:  «Il  paradiso,  l'inferno,  il  purgatorio  non  vi  entrano  per 
«  nulla  ;  paradiso  od  inferno  per  quei  poveri  morti  fu  la  terra,  secondo 
«  che  per  essa  passarono  dolorando  o  godendo  ».  Quesito  a  cui  fan  seguito 
delle  acute  osservazioni  a  proposito  di  molti  esempi  raccolti  e  sottoposti  ad 
analisi  minuta;  osservazioni  buone  veramente  sopì  a  l'ispirazione  famigliare 
(perché,  a  questo  punto,  non  parlare  della  costruzione  del  noto  tempio 
presso  la  casa  del  Fontano,  con  le  sepolture  domestiche?)  e  la  rappresen- 
tazione dell'  anima  infantile  ;  forse  un  po'  esagerate  quando  si  parla  di  de- 
scrizioni della  vita  del  popolo,  che  il  R.  attribuisce  ad  una  singolare  libertà 
di  giudizio  del  poeta,  e  che  a  me  sembrano  nella  maggior  parte  dei  casi 
occasioni  a  scherzi  epigrammatici  di  gusto  molto  discutibile.  Al  qual  gusto, 
che  arieggia  perfettamente  al  famoso  concettismo  del  Seicento,  e  che  tanti 
raffronti  può  trovare  nella  stessa  sua  età,  avrebbe  fatto  bene  di  badare  l'A., 
esaminandone  le  fonti,  ch'io  ritengo  facilmente  riconoscibili   nel   modello 


(1)  C.  M.  Tallabiqo,  G.  P.  e  »  suoi  tèmpi,  Napoli,  1874,  II,  pp.  657-663. 


128  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

(additato  già  dal  Summonte),  cioè  in  Marziale.  Come  pure  io  credo  che 
l'A.  avrebbe  giovato  alla  compiutezza  del  proprio  lavoro  non  dimenticandosi 
interamente  d' uno  dei  precipui  elementi  poetici  pontaniani,  dico  dell'ele- 
mento fantastico  e  mitologico,  di  cui  riboccano  i  Twnuli;  elemento  che  nel 
morto  viene  a  sostituire  quella  rappresentazione  cristiana  dell'oltretomba, 
di  cui  notammo  la  caratteristica  assenza. 

Ma  non  chiediamo  al  R.  ciò  che  non  volle  dare,  e,  riferendo  di  ciò  che 
ci  diede,  veniamo  all'ultimo  punto  da  lui  trattato,  vale  a  dire  alla  classifi- 
cazione, ch'egli  premette,  degli  epigrammi  funebri,  in  quattro  grandi  classi: 
1*  tumuli  dei  parenti  del  poeta,  2°  di  personaggi  storici,  3°  di  gente  di 
ignoti  natali,  4°  di  esseri  immaginari  e  di  bestioline  domestiche.  Opportuna 
classificazione,  che  giova  assai  a  riordinare  le  impressioni  ;  se  non  ci  si  tro- 
vassero parecchi  errori,  alcuni  dei  quali  non  leggeri.  Chi  infatti  ritiene  come 
persona  ignota  fra  Mariano  da  Gennazzano,  il  celebre  predicatore?  Chi,  cul- 
tore di  studi  pontaniani,  può  dar  per  certa  la  parentela  di  Gioviano  con 
Stella,  0  non  sa  riconoscere  in  Venerilla  la  ben  nota  Fannia  degli  Amores, 
ed  in  Gicella  la  moglie  di  Lorenzo  Bonincontri  da  S.  Miniato?  Chi  taccia  di 
finzione  mitologica  la  Yoce  innamorata  del  Gariteo  piangente  la  partenza 
di  Luna  (d)?  Ghi  infine,  a  meno  che  non  legga  soltanto  il  titolo  in  una  edi- 
zione scorretta,  può  trasformare  la  gentile  poesia,  che  rappresenta  l'uccellino 
Liguri  (avicula  Liguris)  imbalsamato  nella  gabbietta  di  vetro,  nell'epitaffio 
d'una  ligure  vecchierella  {anicula  ligurts)ì  B.  S. 


BICE  AGNOLETTI.  —  Alessandro  Braccesi.  Contributo  alla 
storia  (ìell'umanesimo  e  della  poesia  volgare.  —  Firenze, 
Seeber,  1901  (8"  gr.,  pp.  226). 

Nel  1895  Giovanni  Zannoni,  dopo  di  aver  parlato,  più  o  meno  estesamente, 
di  Alessandro  Braccesi  in  vari  articoli  suoi,  comunicava  nel  Bollettino  uffi- 
ciale del  ministero  dell'istruzione  pubblica  la  tavola  di  un  ricco  codice, 
posseduto  dalla  biblioteca  del  seminario  di  Albano  Laziale,  che  oltre  le  rime 
amorose  contiene  del  Braccesi  un  dugento  sonetti  burleschi  e  burchielleschi 
sconosciuti  (2).  Prometteva  lo  Zannoni  di  occuparsi  in  seguito  di  quella  in- 
teressante raccolta,  ed  infatti  egli  ha  presso  di  sé  ancora  in  prestito  il  ms. 
e  la  sig.na  Agnoletti  manifesta  in  più  luoghi  del  suo  libro  il  proprio  malu- 
more per  non  averlo  potuto  consultare  (pp.  50,  71),  e  per  esser  stata  costretta 
a  tenersi  paga  al  codice  Riccardiano  2725,  che  riproduce  adespota  solo  una 
parte  di  quelle  poesie  facete.  Ora,  se  si  riflette  che  sono  appunto  quelle 
poesie  le  produzioni  letterarie  più  caratteristiche  e  ghiotte  del  Braccesi,  ac- 
cade di  chiedersi  se  la  sig.na  Agnoletti  abbia  fatto  bene  a  trattare  un  tema 


(1)  E.  Pfencopo,  Le  rime  del  Charileo,  I,  p.  ccviii. 

(2)  Vedi  questo  OiornaU,  XXV,  468. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  129 

per  cui  sapeva  di  non  poter  disporre  di  un  codice  per  lei  d' importanza 
capitale,  un  tema  che,  per  giunta,  era  già  in  antecedenza  occupato  da  altro 
studioso.  E  una  questione  d'  opportunità  e  di  delicatezza  letteraria,  che  noi 
poniamo,  ma  che  ci  guardiamo  bene  dal  risolvere,  non  ignorando  quanto 
diano  impaccio  le  promesse  di  trattare  certi  soggetti,  che  ormai  durano  ta- 
lora fin  quarti  di  secolo  senza  che  si  vedano  in  modo  alcuno  attuate.  Più 
d'un  tema  bellissimo  v'  ha  nella  storia  letteraria  nostra  che  per  tal  guisa 
resta,  a  dir  così,  sequestrato,  con  danno  certamente  non  lieve  degli  jstudì. 
Sarebbe  desiderabile  che  vigesse  anche  in  quest'ordine  di  cose  una  specie 
di  prescrizionel 

Comunque  sia  di  ciò,  la  sig.na  A.  ha  scritto  sul  Braccesi  un  simpatico  ed 
utile  libro,  atto  a  far  entrare  definitivamente  nella  storia  delle  lettere  nostre 
un  autore  quattrocentista,  amico  ugualmente  del  latino  e  del  volgare,  che 
sinora  era  appena  nominato.  Come  umanista,  egli  scrisse  in  latino,  ad  imi- 
tazion  del  Landini  e  di  altri  contemporanei,  il  Liber  amorum,  serie  di  elegie 
amorose,  che  si  conservano  in  un  ms.  della  Laurenziana  dedicato  a  Fran- 
cesco Sassetti.  Pure  in  latino  sono  scritte  alcune  sue  epistole  in  versi  ad 
amici;  molti  epigrammi,  alcuni  dei  quali  alquanto  licenziosi,  in  cui  esalta 
le  persone  a  cui  vuol  bene  e  sferza  a  sangue  gli  avversari  ed  i  detrattori  ; 
tre  epistole  in  prosa  ed  il  Salmo  dettato  per  isfogare  l'interna  pena  che  il 
dabben  fiorentino  e  repubblicano  risentì  per  la  rovina  del  Savonarola.  Tra- 
dusse inoltre,  non  dall'originale  greco,  ma  dalla  cattiva  versione  latina  di 
Pier  Candido  Decembri,  l'opera  di  Appiano  Alessandrino  su  le  Guerre  dei 
Romani,  e  diede  un  largo  rifacimento  volgare  della  Storia  di  due  amanti 
di  Enea  Silvio  Piccolomini  (1).  In  volgare  sono  scritte  le  molte  bellissime 
lettere  di  negozi  che  il  Braccesi  diresse  alla  Signoria  di  Firenze;  il  suo 
canzoniere  amoroso  d'una  settantina  di  componimenti,  in  gran  parte  imitanti 
il  Petrarca,  ma  non  senza  traccio  dei  poeti  del  dolce  stile;  finalmente  le 
poesie  burlesche,  di  cui  toccammo,  vivacissime,  attinte  allo  schietto  volgar 
fiorentino,  ora  semplicemente  scherzose,  ora  mordaci,  non  di  rado  ammirevoli 
per  certa  plastica  virtù  rappresentativa  di  scenette  popolari  (2).  Indubbia- 
mente, questa  produzione  poetica  del  Br.  è  la  più  degna  di  nota,  ed  i  saggi 
che  ne  dà  l'A.  acuiscono  il  desiderio  di  vederla  pubblicata  tutt'intera. 

Degli  scritti,  in  grandissima  parte  sinora  inediti,  del  Braccesi,  l'A.  dà  no- 
tizia accurata.  Lodevole  è  in  lei  la  sobrietà,  il  non  accumulare  erudizieni 
su  cose  note,  il  procedere  sempre  diritta  allo  scopo.  Ma  non  di  rado  questo 
pregio  è  siffattamente  esagerato  da  degenerare  in  difetto.  Nella  sua  illustra- 
zione l'A.  cade  talvolta  nella  secchezza,  ed  è  deficiente  il  modo  come  pre- 
senta i  sonetti  burleschi,  che  si  sarebbero  prestati  ad  utili  raffronti  ed  a 
buone  considerazioni. 

Encomio  intero  ed  incondizionato  è  invece  da  tributare  a  quella  parte  del 


(1)  L'À.  meglio  stabilisce  la  cronologia  di  quest'opera,  e  la  difende  (pp.  122  sgg.)  contro  le 
critiche  acerbe  con  cui  fu  aggredita  dallo  Zannoni.  Cfr.  questo  Giornale,  XY,  475. 

(2)  Bilevò  la  freschezza  ed  il  valore  di  dae  di  qaei  sonetti  a  dialogo  6.  Mazzoni,  A  proposito 
dei  sonetti  di  Cesare  PascareUa,  Roma,  1901,  estr.  dalla  Rio.  d'Italia,  pp.  6-8. 

Giornale  storico,  XXXIX,  fase.  115.  » 


130  BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO 

libro  (che  s' intreccia  con  la  trattazion  delle  opere),  in  cui  la  sig.na  A. 
discorre  della  biografia  del  suo  autore.  Qui  dice  cose  quasi  tutte  nuove  e  le 
dice  assai  bene,  attingendo  al  materiale  copiosissimo  dell'Archivio  maggiore 
di  Firenze.  Sinora  gli  studiosi  ricamarono  quasi  unicamente  sulle  scarse  no- 
tizie che,  proemiando  all' Asmo  (Voro,  aveva  dato  del  Braccesi  il  nipote  di 
lui  Agnolo  Firenzuola  (1),  notizie  che  il  Sansovini  riferì  nelTediz.  1543  del- 
l'Appiano tradotto  dal  nostro  Alessandro.  Nel  libro  della  A.  invece  si  ricorre 
alle  fonti,  e  la  figura  del  personaggio,  anche  politicamente  ragguardevole, 
ne  esce  intera  e  netta. 

Nacque  Alessandro  di  Rinato  Braccesi  in  Firenze  nel  1445  di  famiglia 
poco  agiata.  Gli  studi,  a  cui  diede  opera,  dovettero  subito  e  anzitutto  servire 
a  procacciargli  da  vivere:  nel  1466  lo  troviamo  già  notaio.  Sebbene  il  tabel- 
lionato  sempre  piii  gli  rendesse,  sino  a  procurargli  una  discreta  agiatezza, 
tale  da  sostentare  i  numerosi  figliuoli  e  allogarli  convenientemente,  non 
disertò  gli  studi  diletti  e  ne'  primi  45  anni  della  vita  sua,  ponendo  a  profitto 
ogni  ritaglio  di  tempo,  scrisse  le  non  poche  opere  che  vedemmo.  Sebbene 
alla  filosofia  non  fosse  inclinato,  lo  troviamo  sin  dal  1472  membro  dell'Ac- 
cademia Platonica.  Nel  1474  è  per  la  prima  volta  iniziato  nei  pubblici  uf- 
fici e  nel  1475  è  notaio  dei  priori.  Ma  la  sua  partecipazione  diretta  alle 
cose  pubbliche  principia  veramente  nel  1484,  allorché  fu  eletto  cancelliere 
dei  Dieci  di  Giustizia.  Cresciuto  sempre  più  in  reputazione  e  stimato  per  la 
sua  accortezza  ed  integrità,  fu  dal  1491  in  poi  ambasciatore  a  Siena,  a 
Perugia,  a  Roma.  In  tempi  difficili,  egli  seppe  contenersi  con  prudenza  presso 
il  pontefice.  Sono  più  di  600  le  lettere  sue  alla  Signoria,  che  si  conservano 
nell'Archivio  fiorentino,  e  la  sig.»»  Agnoletti  ha  saputo  ben  profittarne  per 
tratteggiare  con  efficace  brevità  la  sua  attività  diplomatica.  Morì,  si  può 
dire,  sulla  breccia,  lungi  dalla  famiglia  e  dalla  patria  adorata,  a  Roma  il 
7  luglio  1503. 

Si   licei  parva codesto  Braccesi   ci  sembra  un  po'  paragonabile  al 

Castiglione.  Anch'egli  uomo  di  penna  e  di  negozi,  anch'egli  scrittore  latino 
e  volgare,  anch'  egli  accorto  e  stimato  diplomatico.  È  una  di  quelle  belle, 
aperte,  versatili  figure  del  rinascimento  italiano,  che  tanto  piace  veder  rivi- 
vere. La  sig.na  Agnoletti  s' è  davvero  procacciato  bella  benemerenza  con 
questo  suo  accurato,  sensato  e  disinvolto  lavoro.  R- 


ELVIRA  GUARNERA.  —  Bernardo  Accolti.  Saggio  biografico- 
critico.  —  Palermo,  tip.  Giannitrapani,  1901  (8°  gr.,  pp.  xvi- 
154). 

Tema  non  agevole  è  davvero  questo  che  scelse  la  sig.na  Guarnera,  specie 
per  chi  lo  tratti  in  Sicilia.  In  vista  di  ciò  e  della  molta  cura  e  fatica  che 


(1)  Il  23  aprile  1493  Lncrezia,  una   delle    figliuole   di   Alessandro  Braccesi,  andò   sposa  a  ser 
Bastiano  da  Firenzuola,  e  da  quel  maritaggio  prorenne  Agnolo  (p.  166). 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  131 

l'A.  spese  per  render  proficuo  il  suo  lavoro,  è  debito  di  giustizia  e  di  cortesia 
usare  indulgenza  nel  giudicarlo. 

E  che  di  non  scarsa  indulgenza  la  monografia  presente  abbia  mestieri, 
tutti  vedranno.  Avendo  fra  mano  un  soggetto  di  pura  ed  arida  erudizione, 
la  sig.na  G.  volle  dargli  attrattiva  con  molte  considerazioni  d'ordine  psicolo- 
gico e  filosofico,  che  non  sono  qui  a  posto.  Il  suo  linguaggio,  che  mal  si 
attaglia  all'argomento,  cade  molto  spesso  nel  gonfio,  più  spesso  ancora  nel- 
l'oscuro (1);  e  se  a  questo  si  aggiungano  certe  non  scusabili  scorrezioni  di 
forma  (2),  s'intenderà  di  leggieri  che  il  libro  non  è  di  facile  né  di  piacevole 
lettura.  Se,  come  è  sperabile,  la  sig.na  G.  vorrà  proseguire  le  sue  indagini 
di  storia  letteraria,  veda  anzitutto  di  studiare  con  speciale  amore  l'arte  del- 
l'esporre, giacché  nelle  opere  di  critica  l'esposizione  raggiunge  la  sua  vera 
eleganza  con  la  perspicuità,  con  la  sobrietà,  con  l'ordine,  con  la  inappunta- 
bile correttezza. 

Premesse  queste  osservazioni,  è  degna  di  lode  la  sig.na  G.  per  aver  tolto 
a  studiare  un  personaggio  tipico,  che  ebbe  ai  tempi  suoi  fama  tanto  larga, 
quanto  oggi  è  dimenticato.  Gran  peccato  che,  pur  consacrandogli  un  intero 
volume,  essa  non  abbia  creduto  di  studiarne  adeguatamente  le  opere.  In- 
treccia bensì  la  considerazione  delle  sue  liriche  nella  narrazione  dei  fatti 
della  vita,  e  dimostra  non  male  come  egli  sia  passato  dal  petrarchismo  puro 
allo  stile  artificioso  e  prezioso,  che  ebbe  voga  per  opera  specialmente  di 
Serafino  Aquilano.  Ma  quando  viene  a  discorrere  dello  scritto  più  rilevante 
dell'Accolti,  la  Virginia,  si  perde  in  generalità  poco  utili  e  pur  mostrando 
di  sapere  come  quel  dramma  vorrebbe  essere  studiato  (p.  131),  rimanda  tale 
studio  ad  altro  tempo  (p.  132).  Altri  aveva  già  avvertito,  e  l'A.  qui  ripete 
(p.  109),  che  il  Melzi,  seguendo  l'ipotesi  dell'abate  P.  Mazzuchelli,  assegna 
all'Unico  due  poemetti  anonimi  esistenti  nella  Trivulziana;  ma  la  sig.n»  G. 
non  ci  sa  dir  nulla  di  più  in  proposito,  mentre  Io  studio  di  quei  poemetti 
sarebbe  stato  gradito  e  vantaggioso.  Di  scritti  inediti  del  celebrato  improv- 
visatore essa  esamina  unicamente  il  carme  latino  in  distici,  diretto  al  duca 
di  Calabria  (poi  Alfonso  II),  che  dall'antica  libreria  aragonese  migrò  nella 


(1)  Gli  esempi  occorrono  quasi  ad  ogni  pagina.  L'abuso  di  certe  imaginì  dà  nel  barocco.  Per 
es,,  l'À.  ha  una  singolare  simpatia  per  le  correnti  ed  usa  quest'espressione  senza  rendersi  conto 
del  suo  valore.  Cosi  a  p.  24  scrive:  «  tutte  le  correnti  letterarie,  in  mezzo  alle  quali  egli  visse, 
«  si  sentono  male  intese,  in  rozze  espressioni,  si  intravedono  in  embrioni  amorfi  nei  suoi  versi  ». 
Le  correnti  che  s^  intravedono  in  embrionil  A  p.  36  :  «  0  egli  si  volgeva  al  mondo  nnovo,  che 
«  crearono  Dante,  il  Petrarca,  il  Boccaccio,  in  cui  la  corrente  della  nuova  religione  che  aveva 
«  esplicata  una  manifestazione  diversa  dalla  coscienza  psicologica,  creava  un  profondo  esquilibrìo 
«tra  il  contenuto  e  la  forma,  e  nella  parola  non  era  l'idea,  ma  l'anima  e  il  palpito  dell'idea». 
A  chi  ci  capisce  qualcosa  un  premio!  A  p.  38  v'ò  chi  s'ispira  ad  una  corrente  ;  a  p.  89  si  trova 
intessuta  una  aureola  di  f/loria,  e  così  via. 

(2)  L'A.  erra  particolarmente  nella  con««9U«nfta  iemporutn.  Esempi:  «Dal  passo  di  Paolo  Cor- 
«  tese  si  rileva  meglio  che  VVaico  abbia  dovuto  improvvisare»  (p.  40);  «quale  la  vita  turpe  che 
«  menasse  in  Roma  ci  è  noto  »  (p.  57)  ;  «  il  documento  ecc.  ci  mostra  che  il  poeta  sia  capitato  » 
(p.  76).  Molte  altee  espressioni  poco  corrette  ed  improprietà  manifeste  di  lingua  saltano  agli  occhi 
J&  chiunque  legga  queste  pagine. 


132  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

biblioteca  di  Valenza,  ove  oggi  si  trova  (1).  D'aver  fatto  conoscere  per  la 
prima  volta  questo  componimento  (pp.  144-146)  dobbiamo  saper  grado  all'A., 
tanto  più  che  il  codice  ov'  è  serbato  non  è  certo  a  portata  di  mano.  La  G. 
profitta  pure  del  ms.  Marciano  it.  ci.  IX.  135,  e  dà  la  tavola  delle  rime 
dell'Accolti  ch'esso  contiene  (pp.  136-138),  pubblicandone  alcune  nell'appen- 
dice (pp.  149-152).  E  questa  pure  è  buona  cosa;  ma  non  possiamo  approvare 
il  modo  che  l'A.  tiene  nel  produrre  i  testi.  Il  feticismo  per  le  rozze  trascri- 
zioni dei  menanti,  feticismo  per  cui  si  rispettano  le  ipermetrie  e  le  stranezze 
grafiche  meno  sensate,  rende  senza  ragione  mostruosi  alcuni  di  questi  com- 
ponimenti. Non  è  forse  inopportuno  che  qui  si  riproduca,  debitamente  ridotto 
alla  sua  vera  lezione,  il  caratteristico  sonetto  che  Bernardo  lanciò  contro 
Firenze  quando  ne  fu  sbandito.  Il  sonetto  si  legge  nel  ms.  288  della  Palatina 
di  Firenze  e  figura  a  p.  149  del  volume  della  G. 

Pronta,  Fiorenza,  a  punir  chi  non  erra 
e'  tuo'  confini  in  me  han  poco  effetto, 
perch'  io  non  sono  a  te  servo  e  soggetto,  * 

e  poco  stimo  ogni  tua  pace  o  guerra. 

Ma  se  sbandir  mi  vuoi  d'ogni  tua  terra 
e  liberarti  da  tanto  sospetto, 
dà  bando  a  Julia,  che  dentro  al  suo  petto 
lo  spirto  mio  incatenato  serra. 

L'antica  usanza  tua,  populo  errante, 
di  religare  ogni  sublime  ingegno 
mia  gloria  (2)  esalta  fra  le  luci  Fante; 

e  questo  tuo  confin  pien  d'ira  e  sdegno 
terzo  mi  fa  al  tuo  Petrarca  e  Dante, 
de'  quai,  come  di  me,  non  eri  degno. 

Massima  parte  occupa  nel  volume  la  trattazione  della  biografia  dell'Ac- 
colti e  la  storia  dei  suoi  rapporti  con  personaggi  celebri  nella  storia  dell'età 
sua.  Tuttociò  è  fatto  con  molta  minuzia  e  con  una  lodevolissima,  scrupolosa 
informazione  di  quanto  si  è  recentemente  pubblicato  su  quel  periodo.  Se, 
malgrado  le  pazienti  ricerche,  la  G.  non  è  riuscita  a  veder  chiaro  in  tutte 
le  fasi  della  vita  dell'Unico,  non  si  può  fargliene  colpa,  perchè  allo  stato 
presente  degli  studi  più  di  così  non  sembra  si  possa  dirne.  Qualche  po'  di 
sfoggio  di  erudizione  e  qualche  digressione  inutile  (3)  l'A.  poteva  rispar- 
miarseli; ma  sono  difetti  di  esuberanza  giovanile  a  cui  pochi  sfuggono  del 


(1)  A  pp.  28  Bgg.  la  signorina  6.  studia  quel  carme  e  non  si  dissimula  la  difficoltà  dell'attri- 
bozìone  di  esso  all'Accolti,  per  essere  assegnato  nel  ms.  ad  un  Bernardo  Maria  Aretino.  Le 
buone  osservazioni  che  l'A.  qui  fa  rendono,  a  parer  nostro,  molto  probabile  che  lo  si  debba  ve- 
ramente all'Unico. 

(2)  Erra  la  G.  leggendo  Mi  è  gloria.  11  codice  avrà  mie,  come  nel  terzo  verso  del  ternario  che 
è  qui  a  p.  150  mie  morte.  La  confusione  nell'uscita  dei  possessivi  è  comunissima  nell'uso  toscano 
anche  odierno.  Il  sonetto  stesso  che  riproduciamo  ha  nel  cod.  tuo  pace,  tuo  terra. 

(3)  Ad  esempio,  quella  sulla  raccolta  giolitina  di  Rime  di  diversi  autori,  stampata  dal  1545 
in  poi  fpp.  14-16).  Che  ragione  v'era  di  venir  oggi  a  confutare  il  Quadrio,  mentre  la  storia  di 
quella  silloge  fu  fatta  così  bene,  in  breve,  da  S.  BoMoi,  ne'  suoi  Annali  di  Oabr.  Giolito,  I,  88-89, 
118-19,  142-43  ecc.? 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  133 

tutto  nel  far  le  prime  armi,  e  chi  è  senza  peccato  scagli  la  prima  pietra.  Di 
documenti  nuovi  la  sig.n»  G.  non  ne  produce,  salvo  si  consideri  come  nuovo 
il  testo  compiuto  (pp.  146-149)  della  lettera  dell'Accolti  ad  Isabella  Gonzaga 
in  data  lo  marzo  1502,  di  cui  già  il  Luzio  aveva  prodotto  i  tratti  più  essen- 
ziali in  un  opuscolo  per  nozze  (1).  Per  le  relazioni  fieli'  Unico  con  le  corti 
di  Mantova  e  di  Urbino,  l'A.  profittò  bene  dei  documenti  fatti  conoscere  da 
altri,  non  senza  cadere  però  in  qualche  inesattezza  (2).  Anche  per  la  dimora 
romana  del  poeta,  ove  culminò  la  sua  nomea,  la  sig.n»  ebbe  buoni  appoggi 
nei  lavori  eruditi  recenti.  Lodevole  è  l'impegno  con  che  essa  s'imlustriò  fli 
dipanare  la  matassa  del  ducato  di  Nepi,  misteriosamente  ritolto  a  Bernardo. 
Un  documento  nuovo,  che  sarà  prossimamente  reso  noto  in  questo  Giornale^ 
mi  sembra  autorizzi  a  ritenere  che  già  Clemente  VII,  negli  ultimi  mesi  del 
suo  pontificato,  volle  sottrarre  Nepi  con  la  forza  all'Aretino  (3).  Spodestato 
egli  fu  definitivamente,  poco  appresso,  da  Paolo  III,  e  ne  mori  di  crepa- 
cuore. R. 


ATTILIO  ANGELORO  MILANO.  —  Le  tragedie  di  Giambattista 
Cinthio  Giraldi.  —  Cagliari,  tip.  Commerciale,  1901  (8°,  p.  121). 

È  un  contributo  alla  storia  della  tragedia  italiana  del  sec.  XVI,  la  quale 
aspetta  ancora  il  coraggioso  che  la  esplori  e  la  condensi  tutta  in  uno  studio 
di  giusta  misura.  Non  è  un  contributo  interamente  nuovo,  perchè  del  Gi- 
raldi autore  tragico  discorse  già  il  Bilancini  in  uno  studio  assai  noto  e 
ancora  importante;  però  mentre  il  B.  trattò  del  G.  piuttosto  compendio- 
samente, e  raccolse  invece  nella  sua  monografia  molte  notizie  utili  per  la 
storia  generale  della  tragedia  italiana  del  cinquecento,  il  M.  volle  bensì  al- 
largare lo  sguardo  al  corso  intero  di  quella  storia,  ma  approfondire  anzi 
tutto  lo  studio  del  teatro  giraldiano,  del  quale  gli  parve  non  abbastanza 
conosciuta  finora  la  fisionomia  e  l'importanza. 

Precede  un  capitolo  intitolato:  Le  teoriche  cinquecentiste  su  la  tragedia, 
in  cui  si  parla  di  molte  altre  cose,  e  poi  anche  delle  teoriche  promesse  dal 
titolo.  Ora  Io  studio  di  cotesto  teoriche  sarebbe  stato  utilissimo,  non  v'  ha 


(1)  1  precettori  d'Isabella  d'Este,  Ancona,  1887,  pp.  65-68. 

(2)  À  p.  81  d^  come  scritta  da  Isabella  ana  lettera  del  1°  maggio  1302,  che  invece  appartiene 
ad  Elisabetta  Montefeltro.  A  p.  82  dice  Isabella  allieva  del  Gaarino,  <  che  portò  la  primavera 
<  del  Rinascimento  alla  corte  di  Leonello  d'Este  >,  confondendo  evidentemente  Battista  Gnarino 
col  soo  genitore  Guarino  veronese.  Anche  i  trascorsi  di  stampa  nei  nomi  propri  sono  frequenti  e 
fastidiosi  in  qaeste  pagine,  né  a  tutti  rimedia  il  lungo  errata-corrige. 

(3)  Questi  si  difese  da  valoroso,  come  giSi  aveva  fatto  nel  1527,  allorché  combattè  contro  i  Te- 
deschi e  gli  Spagnaoli  a^sedianti.  La  signorina  6.  ha  il  merito  d'aver  rilevato  questo  avvenimento, 
ma  si  esalta  troppo  quando  trova  addirittura  «  bello,  epico,  nazionale  »  questo  tratto  della  vita 
di  Bernardo,  e  giunge  a  paragonare  l'Accolti  al  Ferraccio I  (p.  118).  In  genere,  peraltro,  la  nostra  A. 
mostra  mente  equilibrata  e  assegna  al  suo  scrittore  il  posto  modesto  che  gli  compete. 


134  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

dubbio;  ma  non  bisognava  ridurlo  a  una  non  completa  e  non  perspicua 
esposizione  delle  idee  del  Trissino  e  del  Giraldi;  ed  anche  prendendo  a  con- 
siderare le  idee  di  que'  due  solamente,  si  poteva  trarne  maggior  costrutto 
e  profitto  per  lo  studio  del  teatro  del  Giraldi. 

In  che  la  teoria  e  la  pratica  del  tragico  ferrarase  concordino  o  discordino, 
in  che  l'azione  della  teoria  si  manifesti  piìi  forte  nell'arte  di  lui,  il  M.  s'è 
quasi  scordato  di  cercarlo  e  di  dirlo. 

Nei  due  capitoli  seguenti  il  M.  analizza  le  nove  tragedie  giraldiane,  distin- 
guendo quelle  «  di  fonte  classica  »  da  quelle  «  tratte  dagli  Ecatommiti  ». 
Veramente,  a  rigore,  tra  le  prime,  in  compagnia  della  Bidone  (che  ha  per 
fonte  classica  Virgilio)  e  della  Cleopatra  (che  ha  per  fonte  Plutarco)  non 
sembrerebbe  che  potesse  stare  VOrbecche:  ma  il  M.  osserva  che  non  tanto 
alla  novella  II  della  II  deca  degli  Ecatommiti  V  Orbecche  ci  richiama,  quanto 
al  Tieste  di  Seneca,  di  cui  VOrbecche  sarebbe  un  ricalco.  L'imitazione  di 
Seneca  è  manifesta  nella  prima  tragedia  del  Giraldi  ;  ma  non  per  questo  si 
può  dire  ch'ella  segua  la  tragedia  latina  «  atto  per  atto,  scena  per  scena  » 
(p.  34);  che  almeno  in  un  particolare  importante,  avvertito  anche  dal  M.  (p.  41), 
se  ne  scosta;  e  quel  particolare  tocca  il  vitale  organismo  del  dramma.  Meglio 
era  avvertire  oltre  le  spicciole  somiglianze  tra  Y  Orbecche  e  il  Tieste  —  che 
non  sono  poi  moltissime,  anzi  quelle  rilevate  dal  M.  (pp.  35-37)  sono  piut- 
tosto scarse  e  non  tutte  certe  —  le  più  generali  relazioni  tra  il  teatro  di 
Seneca  e  quel  del  Giraldi,  avvertendo  come  la  grande  ammirazione  del 
Giraldi  per  Seneca  non  s'accordi  in  tutto  —  e  specialmente  in  ciò  che  ri- 
guarda Io  stile  —  coi  canoni  d'arte  da  lui  seguiti.  Il  fuggevol  cenno  che  di 
ciò  si  fa  più  oltre  (p.  HO),  non  basta. 

L'  analisi  della  Bidone  e  della  Cleopatra  è  volta  dal  M.  principalmente 
a  cercare  le  reminiscenze  virgiliane  nella  prima,  e  le  plutarchiane  nella 
seconda;  e  cotesto  lavoro  di  raffronto  è  condotto  con  molta  diligenza;  ma 
è  caso  tutt'  altro  che  singolare  quel  d'  un  poeta  tragico  che  attinga  larga- 
mente a  fonti  epiche  o  storiche;  più  interessante  a  vedersi  sarebbe  stato 
come  la  materia  epica  e  storica  fosse  trasformata  in  drammatica  dal  Giraldi, 
e  non  solo  ciò  ch'ei  prendesse,  ma  anche  ciò  che  lasciasse,  secondo  il  con- 
siglio del  suo  gusto  e  le  convenienze  e  le  convenzioni  della  scena  del  suo 
tempo.  Abbiamo  qualche  altra  Bidone,  per  es.,  in  cui  Virgilio  si  sente  e  si 
riconosce  più  presto  che  in  quella  del  Giraldi;  ebbene  qualcuna  di  coleste 
altre  Bidoni  avrebbe  potuto  servire  d'opportuno  termine  di  confronto  per 
individuare  con  più  sicurezza  la  maniera  del  Giraldi  e  quella  del  suo  tempo. 

Nelle  tre  tragedie  considerate  in  ordine  di  successione  cronologica  «  di 
«fonte  classica»  il  M.  ravvisa  un  progresso  artistico:  l'orribilità  dell'Or- 
becche  non  si  ripete  nella  Bidone,  che  è  tragedia  «  meglio  resa  (?),  più  ani- 
«  mata  »,  quantunque  men  piena  di  sentimenti  e  di  pensieri  e  d'invenzioni 
originali;  la  Cleopatra  poi  «più  vuota  e  più  languida  ha  il  pregio  d'es- 
«  sersi  (sic)  allontanata  quasi  completamente  da  Seneca  »  (p.  70). 

Non  seguiremo  il  M.  nell'analisi  dell'altre  sei  tragedie  giraldiane,  in  cui 
egli  ravvisa  «  il  primo  informe  tentativo  di  quel  dramma  romantico  che, 
«  a  causa  principalmente  dell'imitazione  classica,  non  attecchì  mai  in  Italia  » 
(p.  71;  cfr.  pp.  119  e  121);  né  staremo  a  dire  perchè  cotesto  modo  di  con- 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  135 

siderare  le  tragedie  del  Giraldi  tratte  dagli  Ecatommiti  ci  sembri  arbitrario. 
Per  giustificarlo,  il  M.  avrebbe  dovuto  dimostrare  che  pei  soggetti,  la  con- 
dotta, lo  sviluppo,  lo  spirito  ecc.,  coleste  sei  tragedie  si  scostano  talmente 
dal  resto  della  produzione  tragica  del  cinquecento  da  non  trovare  in  esso 
riscontro;  ma  tale  dimostrazione  manca.  E  nemmeno  l'argomento  di  cui  egli 
si  serve  per  provare  la  «  spontaneità  popolare  »  (p.  106)  del  teatro  giraldiano, 
è  conveniente.  «  La  tendenza  all'orrido  »  non  prova  punto  che  esso  teatro 
attingesse  la  sua  ragion  d'essere  dalla  coscienza  popolare  del  tempo;  tanto 
è  vero  che  «  la  tendenza  all'orrido»  nel  Giraldi  fu  tutt' altro  che  costante, 
e  che  a  giudicarlo  àdW  Orbecche  soltanto  lo  si  giudicherebbe  assai  male, 
come  ben  avverte  lo  stesso  M.  (p.  95). 

Con  tutto  ciò  le  buone  osservazioni  particolari  e  generali  sul  teatro  del 
Giraldi  non  mancano,  e  fra  le  piii  notevoli  vogliamo  per  brevità  segnalare 
quelle  s.\ì\Y Epitia,  l'ultima  tragedia  del  Giraldi,  che  condusse  il  M.  a  toccare, 
sulla  scorta  del  Dunlop,  della  importanza  degli  Ecatommiti  come  fonti  di 
soggetti  drammatici,  e  a  raffrontare  la  novella  da  cui  il  Giraldi  trasse  VE- 
pitia,  la  commedia  shakespeariana  Measure  for  nieasure  (pp.  101  sgg.). 

Peccato  che  varie  cose  opportunamente  ricordate  o  felicemente  pensate 
sieno  quasi  sempre  infelicissimamente  dette;  e  che  uno  studio  di  critica 
letteraria,  il  quale  ha  del  buono,  appaia  sconciato  da  grossolani  errori  di 
lingua  e  di  grammatica,  che  sono  imperdonabili  negligenze.  Negletta  è  pure 
assai  la  correzione  della  stampa  e  la  precisione  dei  rinvii  bibliografici  ; 
tanto  che  se  il  M.  pubblicherà  «  prossimamente  »  l'altro  suo  lavoro  annun- 
ziato in  copertina:  Il  Giraldi  e  la  doppia  corrente  d" im.itazione  del  suo 
teatro,  saggio  critico  e  ricerche  su  la  drammatica  dei  sec.  XVI  e  XVII, 
di  cui  ha  anticipato  qualche  cenno  in  cotesto  lavoro,  farà  bene  a  ripubbli- 
care in  forma  più  corretta,  col  nuovo,  anche  il  vecchio,  che  andrebbe  da 
capo  a  fondo  rifuso.  Em.  B. 


CLEMENTE  VALACCA.  —  Una  commedia  medila  di  Scipione 
Ammirato:  «  /  Trasformati  ».  —  Trani,  V.  Vecchi,  1900, 
(8^  pp.  xiii-161). 

Tra  le  recenti  esumazioni,  questa  fatta  dal  Valacca  non  dev'  essere  accolta 
con  disdegno,  perchè  per  mezzo  di  essa  si  viene  ad  allargare  il  campo  della 
attività  di  quell'uomo  per  ogni  rispetto  meritevole  di  considerazione  e  di 
studio,  che  fu  Scipione  Ammirato.  E  poi,  il  Valacca  ha  dato  già  dei  saggi 
de'  suoi  studi  sullo  storico  leccese,  ed  è  da  perdonargli,  anche  da  chi  pro- 
ceda con  criteri  più  rigidi  per  queste  pubblicazioni  postume,  se  s'è  lasciato 
trasportare  da  quell'intima  soddisfazione  che  in  ogni  studioso  genera  la  sco- 
perta di  qualche  opera  inedita  dell'autore  sul  quale  si  son  rivolte  le  sue  in- 
dagini (1).  Soltanto  mi  preme  subito  muovere  al  V.  l'unico  appunto,  che   a 


(IJ  Mi  si  p«rmetta  di  ricordare  che  nn  mio  compagno  d'UniTersità,  il  prof.  Umberto  Congedo, 


136  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

questa  sua  edizione  può  e  deve  forse  esser  fatto  da  tutti  :  noi  ci  aspetteremmo 
un  esame  critico,  da  lui  che  ha  cognizioni  speciali  sull'autore,  intorno  a  questa 
commedia,  e  un  giudizio  confortato  di  raffronti  e  di  tutto  quell'apparato  com- 
parativo che  ormai  nello  studio  della  produzion  comica  si  richiede;  ma 
invece  la  piccoletta  prefazione  nulla  di  tutto  questo  ci  offre.  È  vero  che 
l'editore  in  fine  ad  essa  si  giustifica,  dicendo  che,  per  non  aver,  per  gli  ob- 
blighi d'ufficio,  opportunità  di  studio  esauriente,  e  d'altra  parte  non  volendo 
far  opera  affrettata,  egli  rimanda  ad  altro  tempo  l'esame  critico  dei  Trasfor- 
mati; ma  allora  perchè  non  differire  anche  la  pubblicazione  della  commedia? 
Nessun  danno,  io  credo,  sarebbe  avvenuto  per  ciò,  e  il  volumetto  del  Va- 
lacca,  profittevolmente  ingrossato  dallo  studio  critico,  avrebbe  avuto  più  di 
pregio  che,  così  come  egli  ce  l'ha  oggi  dato,  non  abbia. 

A  parte  questo,  che  è  un  appunto  che  nulla  detrae  al  lavoro  odierno,  l'edi- 
zione è  condotta  bene  e  lodevolmente,  e  appena  qualche  correzione,  a  una  let- 
tura, mi  è  occorso  di  fare  nel  testo,  pubblicato  con  accorgimento  e  precisione  (1). 
La  prefazione  è  un  po'  arida,  e  posto  per  certo,  come  vuole  il  V.  (p.  x  sg.),  che 
la  commedia  dell'Ammirato  sia  stata  composta  per  l'Accademia  dei  Trasfor- 
mati, di  che  l'Ammirato  fu  uno  dei  fondatori  in  Lecce  nel  1.559,  e  sia  stata 
fatta  e  recitata  in  quell'  anno  o  nel  successivo  (2),  qualche  maggior  parti- 
colare al  riguardo  non  sarebbe  stato  superfluo,  e  qualche  nota,  per  alcune 
informazioni  storiche  e  di  costume,  che  spuntano  qua  e  là  per  le  scene  della 
commedia  (3),  sarebbe  anche  desiderabile:  ma  il  V.  anche  a  questo  desiderio 
intende  forse  di  aver  risposto  per  ora  con  la  dichiarazione  già  da  noi  rilevata. 


che  BuirAmmirato  avea  fatto  la  sua  tesi  di  laurea,  e  pubblicò  anche  un  buon  saggio  de'  suoi 
studi,  aveva  conosciuto  la  commedia  pubblicata  ora  dal  Valacca:  e  vi  ha  attorno,  che  io  sappia, 
uno  studio  compiuto.  Pure,  le  occupazioni  della  scuola,  nella  sua  Paglia,  a  lai,  come  a  molti 
altri  giovani  di  buona  preparazione,  hanno  finora  impedito  di  mettere  alla  stampa  lo  studio  me- 
desimo. 

(1)  Ecco,  riguardo  al  testo,  alcune  varianti  o  correzioni,  che  ci  sembrano  ben  plausibili  (I,  1»), 
«io  sto  nei  slviii  o  nei  lxix  (sic)  »,  è  da  correggere,  poiché  Federico  vecchio  di  sessant' anai, 
se  ne  vuol  togliere  alcuni,  «  nei  slviii  o  nei  xlix  »  ;  (II,  3a):  «  sbalzato  à  fattoti  insuperbire  » 
andrà  :  «  sbalzato  o  fattoti  »  ;  (li,  6a)  :  non  è  necessario  correggere  il  «  che  veramente  io  non  ho 

«  il  maggior  desiderio  al  mondo  »  in  «  n«  ho  il  maggior »  ;  (IH,  4»)  :    «  che  no  li  dirò  do- 

«  matina  (?)  »  non  di  senso,  e  sarà,  da  leggere:  «  »e  li  dirò  (riferendosi  ai  versi)»;  (III,  Sa): 
«  le  padrone,  le  madonne  et  le  messerese  (?)  di  casa  »,  togli  l' interrogativo  perchè  messeresse 
(nel  testo  messerese  per  scorrezione)  è  un  femminile  burlesco  di  «messeri»;  (IV,  5»):  «  pollacca 
«  (pollastra?)  »:  sta  bene  l'interpretazione,  ma  invece  di  «pollacca»  non  era  forse  da  leggere 
«pollanca»?;  (p.  136):  ii'«(britio),  è  da  leggere  /^«(derico). 

(2)  Certo  è  che  il  titolo  della  commedia,  se  può  accennare  all'  accademia  leccese,  può  anche 
riferirsi  agli  scambi  e  travestimenti  della  commedia  stessa;  e  poi  la  dedica  a  Ferrante  Monsorio 
reca  la  data  1561  ;  e  non  mi  pare  che  il  V.  adduca  forti  ragioni  per  riportare  la  composizione 
un  anno  almeno  prima  del  1561. 

(3)  Cosi  nella  se.  la,  atto  I,  dove  Federico  parla  di  certe  sue  avventure  giovanili,  a  Roma  per  una 
cortigiana  traditora  chiamata  «la  monachina»  (p.  15),  a  Siena,  e  a  Napoli  dove,  dice,  «nella 
«  ruga  Catalana  et  nella  piazzetta  e'  si  ricorda  oggidì  ancora  più  il  nome  mio  che  quel  del  Sa- 
«  nazara  »  (p.  16).  —  Nella  se.  2«,  atto  I,  si  parla  delle  fantesche  di  varie  nazioni  (pp.  20  sg.);  e 
nella  scena  4a  degli  inchini  di  moda  (p.  35).  —  Nell'atto  III,  se.  4a,  sarà  da  spiegare  il  riferi- 
mento di  certe  stampe  popolari  (p.  75).  —  L'atto  V  (se.  8a)  presenta  un  matrimonio  sulla  scena. 
E  con  via. 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  137 

E  conviene  che  diciamo  qualcosa  della  commedia  (che  fu  tolta  dal  Ma- 
gliabechiano  VII,  11)  (1),  e  ne  diamo  un  giudizio:  lo  faremo,  più  che  con 
ricerche  apposite,  giovandoci  di  alcuni  appunti  che  ci  troviamo  ad  avere, 
e  delle  osservazioni  che  ci  vennero  fatte  alla  lettura.  Né  questo  al  V.  deve 
sembrare  una  qualsivoglia  usurpazione  di  tema,  che  non  sarebbe  nelle  in- 
tenzioni nostre:  sono  soltanto  alcuni  contributi,  parte  dei  quali  egli  avrà 
forse  già  ritrovati  da  sé,  pel  suo  prossimo  studio  critico  sui  Trasformati. 
11  titolo  della  commedia,  l'abbiam  già  detto,  corrisponde  a  quello  dell'acca- 
demia leccese,  ma  corrisponde  anche  all'intreccio  che  è  fatto  a  via  di  tra- 
vestimenti e  di  scambi:  sicché  a  un  certo  punto  ben  cinque  personaggi  sono 
travestiti,  a  non  tener  conto  di  altri  quattro,  che  hanno  mutato  uno  il  nome 
e  gli  altri  il  loro  essere,  per  ragioni  che  risulteranno  dal  riassunto  dell'ar- 
gomento. 11  quale  è  il  seguente:  E  in  Padova  un  tal  Giuliano  Ruceliai, 
fiorentino,  che  s'è  allontanato  dalla  patria  e  per  lin  suo  scrupolo  d'onestà  si 
fa  chiamar  Leonardo  Siciliano.  Egli,  già  uomo  di  età  matura,  e  che  ha 
smarriti  al  sacco  di  Roma  due  suoi  figli  (Pierino  e  Laudomia),  ha  presso  di 
sé  una  vedova  Violante  e  i  due  figli  di  lei  Vincenzo  e  Ifigenia,  che  ha  presi 
a  proteggere.  Ifigenia,  cresciuta  negli  anni  e  divenuta  giovinetta  leggiadris- 
sima,  ha  destato  un  affetto  veemente  e  purissimo  in  Giuliano,  che  è  in  grandi 
sofferenze,  perchè  né  vuole  obbligar  la  giovane  a  sposarlo,  né  può  vivere 
senza  di  lei,  e  confida  i  suoi  guai  all'amico  Lorenzo.  Abita  vicino  a  Giuliano 
un  vecchio  stolto  vedovo.  Federico  Capo  di  Vacca,  padre  di  una  bella  giovane, 
Livia,  invaghita  di  Giuliano:  Federico  s'è  incapricciato  della  vedova  Vio- 
lante, e  vorrebbe  dare  in  isposa  la  propria  figlia  a  Vincenzo,  e  sposar  la 
madre  di  quest'ultimo.  Sono  anche  in  Padova  due  giovani  di  Venezia,  pre- 
cisamente i  figli  smarriti  di  Giuliano,  Pierino  e  Laudomia,  che  è  sotto  vesti 
di  uomo  col  nome  Orazio  :  Pierino  s'è  innamorato  perdutamente  di  Ifigenia, 
e  Laudomia  di  Vincenzo.  Già  si  prevede  che  i  matrimoni  saranno  ben  nu- 
merosi e  che  la  commedia  avrà,  nelle  feste  nuziali,  il  più  lieto  degli  sciogli- 
menti. Ma  vi  sono  anche  dei  servi,  precisamente  Scalza  e  Giacoraina,  servitori 
di  Federico,  che  s'incaricano  di  avvolgere  e  reggere  le  fila  degli  intrighi 
attraverso  i  quali  si  va  sviluppando  l'azione.  Quel  vecchio  ringalluzzito  di 
Federico  vuol  fare  le  cose  alla  svelta  e  si  aflSda  a  Giacomina,  la  quale  d'altra 
parte  pensa  di  favorire  —  al  solito  —  gli  amori  della  padroncina  Livia.  E  la 
sorte  è  propizia  alla  ribalda:  Giuliano  va  in  cerca  di  una  serva,  e  Giacomina 
consiglia  Federico  a  donargli  una  Turchetta  schiava,  che  egli  ha:  s'intende 
che  questa  Turchetta  verrà  invece  dalla  donna  astuta  sostituita  con  Livia, 
affinché  questa  possa  trovarsi  presso  l' amato  Giuliano.  V  è  però  Scalza, 
che  non  può  perdonare  al  padrone  di  essersi  rivolto  a  quella  baldracca 
di  Giacomina  anziché  a  lui  :  e  vuol  vendicarsi  mettendo  negl'  imbrogli 
il  dabben  uomo.  Di  più  egli  incontra  Pierino,  che  aveva  servito  già  a  Ve- 
nezia, e  ricevutene  le  confidenze,  gli  promette  di  aiutarlo.  Riesce   a  saper 


(l)  Trovo  fra  i  miei  appunti,  che  i  Trasformati  sono  nel  Mgb.  X,  13:  e  non  saprei  ora  dire 
se  si  tratti  del  medesimo  manoscritto  sotto  sognatore  diverse,  o  di  an  mio  errore,  o  di  un  altro 
codice:  in  quest'ultima  ipotesi,  conveniva  confrontare  per  la  stampa  i  dna  manoscritti. 


138  BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO 

della  Turchetta  e  anch'egli  pensa  di  introdurre  lo  sbarbatello  Pierino  in  casa 
di  Giuliano,  perchè  possa  intendersi  con  Ifigenia,  facendolo  travestir  da  schia- 
vetta (1).  La  cosa  va  bene  e  Livia  e  Pierino  sono  dove  l'uno  e  l'altra  desi- 
derano,  e  tocca  a  Pierino  di  trovar  le  ridicole  giustificazioni,  poi  che  Giuliano 
si  vede  in  casa  due  Turchette,  invece  di  quell'una  promessagli  da  Federico. 
Ed  ecco  la  «giarda»  al  vecchio  Capo  di  Vacca:  Scalza  lo  convince  a  tra- 
vestirsi da  spazzacamino,  ed  andar  da  Violante  e  trovandosi  con  lei  persua- 
derla al  voler  suo.  Dopo  poche  obbiezioni.  Federico  se  ne  va  trasformato  in 
spazzacamino.  Ma  in  casa  di  Giuliano  vengono  ora  ad  accadere  i  più  comici 
e  curiosi  tafferugli,  uno  dopo  l'altro:  Federico,  lo  spazzacamino  amoroso  di 
bianco  pelo,  riconosce  in  una  Turchetta  la  sua  Livia,  ed  allora  esce  in 
grandi  escandescenze,  insultando  la  giovinetta,  finché  viene  scacciato  da  Giu- 
liano; poco  dopo,  Vincenzo  sorprende  la  sorella  Ifigenia  in  colloquio  (non  di 
sole  parole)  con  l'altra  supposta  Turchetta,  Pierino,  e  vuol  vendicar  l'onore 
della  famiglia  uccidendo  i  due  innamorati.  La  commedia  a  questo  punto,  si 
trascina  lenta  più  del  solito,  finché  con  una  agnizione,  per  la  quale  Giuliano 
riacquista  i  figli  supposti  perduti,  essa  ha  fine  con  quattro  matrimoni  (2):  e 
questi  i  legali,  perché  i  due  servi  Scalza  e  Stramba  restano  a  disputarsi  la 
matura  Giacomina  e  la  giovinetta.  Turca  davvero. 

Dal  riassunto,  da  cui  abbiamo  stralciato  alcuni  particolari  di  secondaria 
importanza,  risulta  già  evidente  che  nella  commedia  dell'Ammirato  v'è  assai 
poca  originalità.  Quel  Giuliano  con  le  sue  avventure,  che  costituiscono  l'an- 
tefatto della  commedia,  ha  mille  altri  compagni  nella  nostra  drammatica 
comica;  e  quel  babuasso  di  Federico,  sol  che  si  volgesse  dietro  di  sé,  ve- 
drebbe una  lunga  schiera  di  vecchi  scemi  e  pieni  di  fregola,  che  metton 
capo  al  diviziano  Calandro,  per  fermarci  qui.  Figliuoli  smarriti,  giovinette 
innamorate  e  poco  gelose  della  loro  reputazione,  serve  e  servitori  bricconi, 
travestimenti  e  scambi:  tutto  il  materiale  e  l'apparato  della  commedia  cin- 
quecentesca è  qui  messo  fuori  dai  guardaroba  del  nostro  teatro  classico,  dallo 
storico  pugliese  divenuto  commediografo  per  rimaner  lontano  le  mille  miglia 
dal  Machiavelli.  Ma  a  parte  questi  «  motivi  »,  che  darebbero  luogo  a  facili 
raffronti  generici,  mi  pare  che  sia  anche  non  troppo  difficile,  tra  i  molti  raf- 
fronti possibili,  trovar  quelli  che  possono  farci  scoprire  le  probabili  fonti  e 
imitazioni  di  questi  Trasformati.  E  in  primo  luogo  giova  citare  dalla  com- 
media stessa.  Nella  scena  6*  dell'atto  III,  il  servo  Scalza,  avendo  sorpreso 
l'inganno  di  Giacomina,  che  introduce  in  casa  di  Giuliano  Livia  travestita 
da  Turchetta,  esce  in  queste  parole:  «  Cancaro  s'ella  sa!  seppene  tanto   la 


(1)  Questo  mezzo  piacque  molto  al  Grazzìni  che  l'asò  in  parecchie  sne  commedie:  nella  Sibilla 
(Gertile,  Delle  comm.  di  A.  F.  Qratzini,  Pisa,  Nistri,  1896,  p.  96),  nella  Pintochera  (Gbiitilk, 
p.  104);  e  nei  Parentadi  (Gektilk,  pp.  114  sg.),  dove  c'è  suppergiù  lo  stesso  intrigo,  sol  che 
Cornelio  passa  per  una  Cornelia,  in  casa  di  Giammatteo,  amoreggiando  con  Lìsahetta:  nei  Parentadi 
il  parassito  Fresino  vuol  vendicarsi  di  Giammatteo  che  non  s'è  giovato  di  lui,  come  Scalza  nei 
Trasformati,  e  favorisce  anche  degli  innamorati.  Che  anche  ai  Parentadi  l'Ammirato  debba 
qualcosa  ? 

(2)  Di  Federico  con  Violante,  Giuliano  con  Livia,  Pierino  con  Ifigenia  e  Vincenzo  con  Landomia. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  139 

«  Pippa  e  l'Antonia?  Che  Clementia!  Che  Pasquella  !  Che  Nicoletta!  ».  Ora 
in  queste  espressioni  son  da  vedere  dei  richiami  di  Scalza  a  celebri  serve  e 
balie  di  commedia,  mezzane  per  compiacenza,  e  anche  a  celebri  ruffiane:  la 
Pippa  e  l'Antonia  son  due  nomi  che  noi  conosciamo  dai  famigerati  Ragio- 
namenti di  Pietro  Aretino  (e  l'Antonia  di  cui  parla  Scalza  sarà  ben  questa, 
anziché  quella  serva  frammettente  che  è  nella  Pinzochera  del  Grazzini); 
Clemenzia  è  la  balia  che  si  trova  negX"  Ingannati.  Pasquella  ci  richiama 
ancora  alla  commedia  degl' Intronati  di  Siena  (M.  A.  Piccolomini);  e  Nico- 
letta sarà  bene  quella  corruttrice  Nicoletta  che  è  neW" Alessandro  del  Picco- 
lomini, la  discepola  di  monna  Raffaella,  la  sozza  ruffiana  dell'altra  operetta 
di  Alessandro  Piccolomini,  La  bella  creanza  delle  donne,  la  quale  fa  degno 
riscontro  ai  Ragionamenti  dell'Aretino.  Questa  Nicoletta,  di  cui  i  consigli 
pestiferi  non  vanno  per  fortuna  agli  orecchi  di  una  fanciulla,  poiché  la  sup- 
posta Lampridia,  cui  essa  si  rivolge,  è  invece  un  maschio  travestito ,  serve 
anche,  a  mio  avviso,  a  metterci  sulla  traccia  della  fonte  o  del  modello  prin- 
cipale dell'Ammirato,  e  questo  é  V Alessandro  (1554)  del  Piccolomini. 

ìiieW Alessandro  abbiamo,  come  nei  Trasformati,  tre  azioni  che  s'intrec- 
ciano :  gli  amori  di  Cornelio  per  Lucilla  figlia  di  Costanzo  Naspi,  gli  amori 
di  Lucrezia  (sotto  nome  di  Fortunioj  per  Aloisio  (sotto  nome  di  Lampridia), 
e  quelli  del  vecchio  Costanzo  per  l'appetitosa  donna  Brigida,  moglie  del  ca- 
pitano Malagigi.  Un  servo.  Querciuola,  per  far  sì  che  il  suo  padrone  Cor- 
nelio si  trovi  con  Lucilla,  dà  ad  intendere  a  Costanzo,  che  potrà  trovarsi  a 
casa  di  donna  Brigida,  mentre  poi  vi  vien  sorpreso  da  Malagigi  e  malme- 
nato; e  per  colmo  di  sventura,  tornato  a  casa,  trova  la  figlia  Lucilla  in 
colloquio  con  Cornelio.  Va  per  le  guardie,  ma  poi  a  Cornelio  si  sostituisce 
con  abili  maschili  donna  Brigida,  con  espediente  che  il  Piccolomini  ebbe 
dalla  Calandria.  Cornelio  poi,  tornato  a  casa  sua,  sorprende  a  sua  volta 
un'  altra  coppia,  i  supposti  Lampridia  e  Fortunio.  La  commedia  termina  con 
un  interrogatorio  di  questi  ultimi  due  colpevoli  dinanzi  a  vari  personaggi, 
fra  cui  trovano  il  padre  loro,  e  con  delle  nozze.  —  Chi  ben  consideri ,  qui 
son  gli  stessi  casi,  che  nei  Trasformati.  Questi  ci  presentano  gli  amori  di 
Livia  per  il  disamorato  Giuliano,  di  Pierino  per  Ifigenia,  e  del  vecchio  Fe- 
derico per  m.  Violante.  Il  servo  Scalza  induce  Federico  alla  sua  spedizione 
in  casa  della  vedova  Violante:  e  quivi  gli  capita  di  scoprir  la  sfrontatezza 
di  sua  figlia  Livia,  e  vien  maltrattato  da  Giuliano;  mentre  poi  lo  stesso 
Scalza  fa  entrar  nella  stessa  casa  Pierino,  che  vien  sorpreso  con  l'amata 
Ifigenia  dal  fratello  di  quest'ultima,  Vincenzo.  Alla  fine  un  interrogatorio, 
alla  presenza  di  tutti  i  personaggi,  conduce  alle  agnizioni  e  allo  scioglimento. 
Né  qui  è  tutto.  11  vecchio  Costanzo,  nell'Alessandro,  si  traveste  da  magnano 
e  va  gridando  per  le  strade  una  frase  equivoca,  e  così  si  introduce  in  casa 
di  donna  Brigida.  11  che  trova  perfetto  riscontro  nei  Trasformati,  con  la 
sola  differenza  che  Federico  vi  si  traveste  da  spazzacamino.  Del  resto  questo 
travestimento  era  negli  usi  carnascialeschi  del  tempo;  Tommaso  Garzoni  (1) 
dice  :  «  Di  carnevale  si  vestono  alle  volte  i  giovani    da   spazzacamino   gri- 


(1)  Piaiua-MnivertaU  ecc.,  disc.  LXXY. 


140  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

«dando:  Belle  madonne,  chi  vuol  spazzar  camino?».  Vittorio  Imbriani  (1) 
pose  questo  passo  a  riscontro  con  una  scena  del  Candelaio,  e  avrebbe  po- 
tuto richiamar  V Alessandro.  Inoltre,  Tlmbriani  riportò  un  canto  carnascia- 
lesco, forse  d'origine  veneta  e  raccolto  in  Toscana,  d'un  giovane  vestito  da 
spazzacamino  che  va  in  casa  di  una  donna  e  ne  è  cacciato  a  bastonate  dal 
marito.  Ma  ecco  a  questo  proposito  il  principio  di  un  canto  carnascialesco 
toscano  {Raccolta  del  Sonzogno,  curata  da  0.  Guerrini,  p.  72  sgg.). 

Visiri,  visiti,  visin, 
Chi  vuol  spazzar  camin? 

Alti  camini,  signora. 
Or  su  chi  vuole  spazzare  ? 
Fa  spazzar  dentro  e  di  fuora 
Se  li  vuoi  far  ben  nettare,  ecc. 

Son  quasi  le  stesse  parole  che  abbiamo  nella  commedia  dell'Ammirato  (atto  111, 
se.  11*).  Motivo  popolare  adunque,  ma  non  per  questo,  mi  sembra,  ne  vien 
indebolita  l'ipotesi  nostra  che  l'Ammirato  ne  avesse  l'idea  dal  Piccolomini. 
E  in  alcun  luogo  l' imitazione  dell'Ammirato  àeW Alessandro  si  rivela 
anche  nelle  parole.  Ecco  a  raffronto  due  uscite  dei  vecchi  Costanzo  e  Fe- 
derico : 

Alessandro.  Trasformati. 

(I,  2)  Costanzo:    a  EU' ha   un  mustacciuoìo  (li,  5)   Federico:    «  Hora   dimmi   di   grazia, 

*  così  dolcino,  così  traforello,  così  foracuori,  «come  si  farà  questa  cosa,  che  io  goda,  ch'io 
«■  certi  occhi  lampadeschi,  certe  spalle  così  stret-  «  basci,  eh'  io  stringa,  eh'  io  morda,  eh'  io  mi 
«  tine  .  .  .  > .  «  prenda  in   eolio  la   mia  falcona,  la  mia   pa- 

(II,  2)  Costanzo:  *0  Brigida  mia  galante,  «drena,  la  mia  colonna,  la  mia  madonna? ...  ». 
«  ti  sncchierò  pure  un  tratto  quel  bocchino  di  «  0  Dio,  o    santa  Maria,  mi  vi  par  esser 

«  sapa  a  modo  mio!  Ah,  ah  Dio,  che  io  non  ci  *  adesso,  et  mi  sento  per  la  persona  non  so 
«  sono  adesso,  uh,  uh,  uh  . . .  ■».  «  che  cosa,  che  tutto   mi   fa   gir   in  ponta  di 

«piedi.  Ah!  madonna  Violante  mia,  ben  mio, 
«  anima  mia,  cuor  del  corpo  mio  ;  ove  sei  adesso, 
«  ch'io  ti  morda  un  labro,  ti  bea  un  occhio,  ti 
«  mangi  nn  orecchio,  et  ti  distacchi  quel  nasin 
«  dal  volto  cosi  dolcino,  ienerino,  saporisino 
«  per  l'amor  ch'io  ti  porto?  ». 

Di  Giuliano  che  ha  presso  di  sé  la  fanciulla  che  ama  e  che  se  la  vede 
tolta,  né  gliene  duole,  dal  figlio  Pierino  creduto  smarrito,  sarebbe  facile  ri- 
salire, per  altri  esempi  cinquecentistici,  fino  alla  Casina  plautina;  e  così 
pure  lo  stratagemma  di  Livia  è  ben  conosciuto  nelle  commedie  del  500.  Cer- 
tamente poi,  tanto  Livia  quanto  Pierino,  nel  loro  inganno,  metton  capo  al- 
VEunuchus  di  Terenzio  che  di  tale  inganno  è  il  capostipite.  Tuttavia  nel 
caso  di  Pierino  c'è  da  osservare  che  già  un  simile  inganno  è  nella  Fabrizia 
di  Lodovico  Dolce  (1549):  il  giovane  Fabrizio,  ivi,  per  aver  una  schiava 
tenuta  da  un  ruffiano,  accetta  il  consiglio  del  suo  servo  il  Moro,  che  si  finge 


(1)  Nel  Propugnatore,  an.  Vili,  dispp.  2a  e  3»,  pp.  207  sg. 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  141 

mercante  soriano,  e  lo  introduce  in  casa  del  lenone,  travestito  da  Turchetta  (1). 
È  vero  che  l'episodio  dell'Ammirato  ci  riconduce  alle  fantesche  e  cameriere 
che  si  incontrano  nella  nostra  commedia  del  500;  ma  non  pare  che  questo 
esempio  del  Dolce  sia  più  specifico? 

Potremmo  scendere  a  raffronti  più  minuti,  ma  qui  non  ne  sarebbe  il  caso; 
e  poi  non  abbiamo  voluto  far  altro  che  dare  ai  lettori  del  Giornale  ragione 
del  nostro  giudizio  sull'originalità  di  questi  Trasformati.  Che  sono  insomma 
una  cosa  non  eccellente,  ma  divertente,  sebbene  un  po' lenta  e  diluita,  e 
dove  spesso  la  barzelletta  e  lo  scherzo  offendono  nel  modo  più  sfacciato 
l'onestà  del  discorso.  Valgano  per  es.,  la  se.  5*,  atto  II,  e  la  11»,  atto  III, 
con  i  sozzi  equivoci  e  i  non  metaforici  motteggi  di  Federico  sul  camino. 
Ma  v'è  commedia  del  cinquecento  che  da  questo  lato  non  pecchi? 

A.  Sa. 


ENRICO  CANEVARI.  —  Lo  stile  del  Marino  ossia  analisi  del 
secentismo.  —  Pavia,  Giuseppe  Frattini,  1901  (8°,  pp.  183). 

Che  sottoponendo  lo  stile  del  Marino  nell'Adone  ad  un  minuto  ed  accu- 
rato studio  analitico,  si  possa  dire,  senz'  altro,  d' aver  fatta  l' analisi  del  se- 
centismo, non  credo;  poiché,  se  è  vero  che  l'Adone  ha  in  sé  la  quintessenza 
de'  maggiori  vizi  onde  va  macchiata  la  poesia  del  secolo  XVII,  è  altresì 
vero  che  il  secentismo  è  un  fenomeno  cosi  complesso,  che  un  poema,  per 
quanto  vasto,  non  può  rispecchiarne  in  tutto  e  per  tutto  la  natura  intima 
e  gli  elementi.  Riserberei  per  ciò  la  parola  secentismo  ad  indicare  tutte 
insieme  le  varie  manifestazioni  del  fenomeno  nella  vita  morale  ed  intellet- 
tuale di  quel  secolo,  chiamando  marinismo  la  tendenza  secentistica  nelle  let- 
tere. Una  compiuta  analisi  del  secentismo  non  è  possibile  se  non  prendendo 
in  attento  esame  tutti  gli  aspetti  della  vita  italiana  del  seicento,  indagandone 
bene  addentro  l'anima,  facendo  insomma  un  po'  di  psicologia.  Il  dr.  E.  Ca- 
nevari,  invece,  non  ebbe  altro  intendimento  che  di  studiare  le  peculiarità 
stilistiche  della  poesia  mariniana,  e  se,  compiendo  diligentemente  codesta 
indagine,  è  riuscito  a  confermare,  che  i  difetti  inquinanti  la  poesia  e  la 
prosa  del  seicento  sono,  per  così  dire,  indigeni,  come  quelli  che  già  preesi- 
stevano nella  nostra  letteratura;  non  può  dire  certo  di  averci  rivelato  tutti 
gli  elementi  del  secentismo;  onde  il  sottotitolo  del  suo  opuscolo  potrebbe, 
con  vantaggio,  essere  soppresso. 

Felicissimo  il  pensiero  del  G.  di  porre  al  crogiuolo  d'  un'  analisi  minuta 
lo  stile  del  maggior  poeta  del  seicento;  e  mi  piace  dir  subito  che  nell'ese- 
cuzione non  vennero  meno  all'A.  la  diligenza,  l'acume,  la  sobrietà  e  il  buon 
gusto.  Due  appunti  generali  avrei  però  da  muovergli:  l'uno  riguardante  il 


(  1)  Mi  si  lasci  citare  dal  mio  studio  DeUe  commedi*  di  Lodovico  Dolce,  Melfi,  Liccione,  1899, 
p.  124. 


142  BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO 

metodo,  l'altro  la  forma.  Qaanto  al  metodo,  mi  pare  che,  poiché  volle  fare  raf- 
fronti con  poeti  anteriori  e  contemporanei  al  Marino,  l'A.  avrebbe  dovuto 
allargare  un  po'  più  il  campo  delle  sue  osservazioni,  mostrando  con  maggior 
larghe/-za  come  lo  stile  del  Marino  abbia  stretta  affinità  con  quello  dei  poeti 
del  cinquecento.  E  le  molte  raccolte  di  rime  di  quel  secolo  gli  avrebbero 
offerto  larga  materia  ad  utili  raffronti.  Quanto  poi  alla  forma,  essa,  in  una 
rifusione  del  lavoro,  avrebbe  bisogno  di  essere  meglio  curata,  cosi  da  ren- 
dere meno  faticosa  la  lettura:  come  richiederebbero  maggiori  cure  la  ese- 
cuzione e  la  correzione  tipografica. 

Ma  la  parte  sostanziale  del  lavoro  è  buona,  come  quella  che  ci  offre  dati 
sicuri  intorno  ai  caratteri  principali  dello  stile  mariniano,  e  quindi  un  pre- 
zioso materiale  per  lo  studio  della  natura  e  delle  cause  d'un  fenomeno  let- 
terario, la  cui  origine  non  è  già  dovuta  al  Marino.  Così,  dopo  un  rapido 
sguardo  alla  vita  del  poeta,  ai  suoi  concetti  artistici,  alla  genesi  e  compo- 
sizione dell'  Adone,  troviamo  nel  cap.  I  enumerate  ed  esaminate  con  molta 
cura  le  imitazioni  dai  poeti  greci  e  latini  dell'età  classica  e  da  quelli  della 
decadenza,  da  Dante  e  dal  Petrarca,  dal  Sannazaro,  dal  Tansillo,  da  G.  A.  del- 
l'Anguillara,  da  Clemente  Marot,  da  Girolamo  Vida,  da  Flamiano  Strada, 
da  Angelo  Poliziano,  dall'Ariosto  e  dal  Tasso;  nel  cap.  II  vediamo  studiati 
gli  artifici  fonetici,  cioè  l'alliterazione  e  le  sue  varie  specie,  ed  altri  bisticci; 
dal  cap.  Ili  apprendiamo  quali  siano  gli  elementi  precipui  delle  descrizioni 
mariniane,  cioè  lo  sfarzo  (con  la  qual  parola  l'A.  designa  il  fatto  «  che  il 
«  Marino  ritrae  la  natura  non  immediatamente,  ma  mediante  altri  oggetti 
«  sfarzosi  »),  l'iperbole,  la  personificazione,  il  parallelismo.  Il  cap,  IV  è 
dedicato  ai  vari  generi  di  descrizione,  cioè  cronografie ,  topografie,  descri- 
zioni di  persone;  il  cap.  V  considera  il  modo  tenuto  dal  Marino  nell'uso 
della  metafora,  della  similitudine,  dell'antitesi,  della  perifrasi,  della  meto- 
nimia; il  cap.  VI  esamina  l'elocuzione,  gli  epitheta  ornantia,  i  costrutti; 
l'ultimo  capitolo,  infine,  è  consacrato  al  verso  e  all'ottava. 

Questo  lavoro  non  dovrà  e  non  potrà  essere  trascurato  da  chiunque  voglia 
studiare  sul  serio  il  seicento:  fossero  altrettanto  coscienziosi  e  assennati  i 
molti  opuscoli  e  opuscoletti  che.  da  qualche  tempo,  ci  vengono,  con  frequenza 
inquietante,  a  dimostrare,  come  a  troppi  paia  lecito,  nel  trattar  di  quel 
secolo,  farsi  belli  delle  penne  altrui,  dimenticando  ogni  regola  più  elemen- 
tare di  onestà  letteraria  e  di  convenienza.  An.  B. 


GUSTAVO  CAPONI.  —  Vincenzo  da  Filicaia  e  le  sue  opere.  — 
Prato,  tip.  Giachetti,  1901  (8°,  pp.  430). 

Nessuno  avrà  coraggio  d'essere  severo  col  dr.  Caponi,  che  pel  primo  (e 
pare  sinceramente)  si  mostra  convinto  di  non  aver  evitato  in  cotesto  suo 
studio  molti  degli  scogli  a  cui  usa  rompere  l'inesperienza  dei  principianti. 
Anch'egli,  e  quest'  è  il  principal  difetto  del  suo  lavoro,  ha  ceduto  alla  ten- 
tazione di  cavare  il  molto  dal  poco,  e  di  scrivere   un   grosso  volume  sopra 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  143 

un  soggetto  da  opuscolo;  ma  almeno  egli  candidamente  confessa  che  avrebbe 
«  potuto,  anzi  dovuto,  rifondere  tutto  il  materiale  e  ridurlo,  come  alcuno 
€  espertissimo  gli  consigliò,  a  proporzioni  più  misurate  e  adatte  al  tema  » 
(p.  4);  e  peccato  confessato  è  mezzo  perdonato.  Ci  dispiace  però  ch'egli  non 
abbia  seguito  quel  consiglio,  perchè  non  vorremmo  che  le  lungaggini  tediose 
di  cui  il  volume  è  pieno,  impedissero  a'  poco  pazienti  lettori  di  cercarvi  le 
notizie  e  le  osservazioni  importanti  che  pur  non  vi  mancano,  di  cercarvi  il 
buono,  che  pur  e'  è. 

Alla  biografia  del  Filicaia  poco  il  C.  ha  aggiunto;  ma  anche  di  quel  poco 
è  da  tener  conto;  le  condizioni  domestiche  ed  economiche  del  poeta,  le  sue 
relazioni  con  Cristina  di  Svezia,  la  sua  condotta  come  Commissario  a  Pisa 
ricevono  qualche  maggior  lume  da  ciò  che  il  C.  ne  dice;  però  la  parte 
principale  dello  studio  è  l'esame  dell'opera  poetica  del  F.  e  il  giudizio  che 
su  di  essa  il  C.  pronuncia. 

Nell'esame,  che  si  stende  in  quattro  lunghissimi  capitoli  (300  pagine  al- 
l'incirca),  le  giuste  considerazioni  non  mancano,  ma  quelle  interminabili 
rassegne  di  componimenti  mediocri,  che  han  press'  a  poco  tutti  gli  stessi 
pregi  e  gli  stessi  gravi  difetti;  quelle  discussioni  eterne  di  questioncelle  di 
lana  caprina  (basti  dire  che  circa  15  pagine  bastano  a  pena  a  contenere  la 
confutazione  tutt'altro  che  necessaria  di  una  certa  infelicissima  trovata  del 
Guardione,  il  quale  credette  una  volta  d'aver  dimostrato  che  la  canzone  del 
F.  Per  l'assedio  di  Vienna  è  un  plagio  di  certa  alcaica  latina  di  Niccolò 
D'Arco,  scritta  per  l'assedio  del  1529);  quelle  digressioni  frequenti  di  varia 
natura;  quelle  declamazioni  d'una  critica  estetica  un  po'  ingenua  e  poco 
concludente;  quel  procedere  ondeggiante  e  lentissimo,  guastano  tutto. 

C  è  però^  il  V  capitolo  molto  solidamente  piantato  e  sicuramente  con- 
dotto, che  ha  notevolissima  importanza.  Qui  non  si  tratta  dei  singoli  com- 
ponimenti del  F.  presi  ad  uno  ad  uno  in  esame  e  lodati  o  biasimati  come 
se  fossero  usciti  ieri,  col  criterio  del  mi  pare  e  del  non  mi  pare,  del  mi 
piace  e  del  non  mi  piace;  si  tratta  invece  di  una  diligentissima  ricerca  atta 
a  determinare  il  carattere  de  L'arte  della  poesia  filicaiana,  bella  o  brutta 
che  sia,  ne'  suoi  elementi  costitutivi. 

L'influenza  di  Pindaro  è  dal  C.  messa  in  dubbio;  più  manifesta  egli  vi 
scorge  l'influenza  delle  Sacre  Scritture  (quantunque,  a  dir  vero,  i  riscontri  da 
lui  notati  non  mi  sembrino  né  molti,  né  tutti  molto  persuasivi);  manifestis- 
sima poi  (e  qui  ha  mille  ragioni  e  copia  ricchissima  di  prove)  l'influenza 
di  più  antichi  poeti  italiani. 

Dante  non  somministrò  al  Filicaia ,  quantunque  ei  gli  si  professasse  de- 
voto, uno  straordinario  numero  di  concetti  e  di  locuzioni;  ma  una  trentina 
di  riscontri  fa  testimonianza  che  Dante  contribuì  anch'esso  a  fornir  la  mente 
del  Filicaia  di  quella  specie  di  suppellettile  poetica  che  vi  si  venne  acca- 
tastando, come  in  ogni  cervello  di  scrittore  che  abbia  ricettività  molta  e 
originalità  punta. 

Il  Petrarca  gli  diede  a  prestito  assai  più  roba;  e  quantunque  le  remi- 
niscenze pe'trarchesche  fossero  già  state  avvertite  nell'opere  del  Filicaia, 
giova  senza  dubbio  che  il  G.  abbia  con  una  larghissima  esemplificazione 
provato  quanto  sieno  frequenti.  Egualmente  egli  prova  che  non  meno  il  F. 


144  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

deve  al  Tasso,  e  ad  altri  poeti  nostri;  e  in  seguito  prova  che  al  F.  non  mancò 
soltanto  la  personalità  dell'espressione,  ma  anche  la  varietà;  poiché  dove 
non  ripetè  gli  altri,  ripetè  sé  stesso,  e  non  seppe  esprimersi  che  per  mezzo 
d'un  formulario  molto  povero  e  monotono. 

S'era  pur  detto  che  nel  F.  rimanevano  tracce  manifeste  di  secentismo; 
ma  lo  si  considerava  però  come  uno  degli  scrittori  nostri  che  più  valida- 
mente reagirono  contro  il  gusto  del  sec.  XVII.  Il  C.  invece  non  dice  soltanto, 
ma  anche  cerca  di  dimostrare  con  buoni  argomenti,  che  se  vi  è  scuola  a 
cui  il  F.  restasse  più  strettamente  legato  essa  è  «  quella  del  più  puro  ma- 
«  rinismo  ».  Si  lasci  il  più  puro  o  il  men  puro  marinismo;  il  fatto  è  che 
il  Marino  nell'opera  poetica  del  Filicaia  si  sente,  e  ci  si  sente  il  Preti.  Molti 
dei  soggetti  da  lui  trattati  trovano  riscontro  in  soggetti  trattati  da  que'  due, 
molti  parziali  riscontri  di  pensieri  e  di  locuzioni  tra  que'  due  e  il  F.  sono 
messi  in  evidenza  dal  C;  il  quale  non  per  questo  fa  del  F.  un  vero  e  proprio 
marinista,  ma  tale  lo  giudica  specialmente  per  la  tendenza  costante  all'abuso 
sazievole  del  parlar  figurato,  a  cui  ricorse  senza  discrezione  alcuna;  sicché 
gli  pare  di  poter  concludere  che  se  il  F.  «  cronologicamente,  con  la  sua  at- 
«  tività  poetica  sta  negli  ultimi  anni  del  Secento  e  ne'  primi  del  Settecento  », 
pel  suo  modo  di  concepire  e  d'esprimere  «  torna  invece  indietro  ai  primi 
«  trent'anni  o  poco  più  del  secolo  XVII  ».  E  nel  negare  al  F.  il  merito  più 
volte  concessogli  d'aver  contribuito  assai  a  risanare  la  poesia  italiana,  il  C, 
se  pure  avesse  esagerato  un  poco,  non  andò  lontano  dal  vero.  Del  resto 
tutto  cotesto  ultimo  capitolo  del  libro,  anche  a  chi  non  ne  rimanesse  con- 
vinto, parrà  un  saggio  promettente,  e  dal  C,  acquistato  eh'  egli  abbia  il 
senso  della  misura  per  ciò  che  riguarda  la  economia  d'un  lavoro,  e  il  senso 
della  proprietà  per  ciò  che  riguarda  la  forma  ,  é  lecito  attendersi  qualche 
egregio  saggio  di  critica.  Em.  B. 


ENRICO  BROLL.  —  Studi  su  Girolamo  Tartarotti.  —  Eovereto, 
Tornasi,  1901  (8',  pp.  132). 

Agli  studi  e  alle  ricerche  che  si  vanno  compiendo  sul  Settecento  letterario 
per  conoscere  più  intimamente  i  personaggi  che  prepararono  con  i  loro  scritti 
il  grande  movimento  politico-sociale  e  letterario  che  caratterizzò  l'ultimo 
ventennio  di  quel  secolo,  porta  un  notevole  contributo  la  presente  pubbli- 
cazione. 

Il  Tartarotti  fu  per  il  Trentino  personaggio  di  non  lieve  importanza;  e 
la  sua  attività,  il  suo  metodo  critico,  la  sua  arditezza  nel  combattere  il 
vecchio,  aiutaron  la  causa  generale  del  progresso  civile.  Messa  poi  in  rela- 
zione con  gli  altri  scrittori  del  Settecento,  la  figura  dell'abate  Roveretano 
esce,  dal  confronto,  rafforzata  ed  acquista  maggior  valore:  ciò  cercò  di  met- 
tere in  evidenza  il  Broli,  ed  in  gran  parte  vi  riuscì. 

II  libro  è  diviso  in  tre  parti,  alle  quali  va  innanzi  una  prefazione  in  cui 
l'A.  passa  in  rassegna  tutto  ciò  che  sul  Tartarotti  fu  scritto  fino  ad  ora, 
rettificando  errori  e  colmando  lacune,  non  senza  aggiungere  nuovo  materiale, 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  145 

finora  inedito,  atto  ad  illustrare  il  suo  tema.  In  uno  studio  cosi  minuto  l'À. 
avrebbe  fatto  bene  a  darci  il  contenuto  delle  lettere  tartarottiane  pubblicate 
dal  Prato  nel  1879  e  dal  Tessier  nel  1887,  opuscoli  nuziali  divenuti  rari. 
Parlando  con  lode,  come  realmente  merita,  del  recente  lavoro  di  D.  Pro- 
venzal.  Una  polemica  diabolica  del  sec.  XVIII,  perchè  non  correggere  la 
data,  che  il  Provenzal  reca  errata,  della  morte  del  Tartarotti?  —  L'A.  sca- 
giona il  conte  Ottolini  dell'accusa  di  slealtà  per  l'uso  fatto  di  una  lettera 
confidenziale  del  Tartarotti,  nella  quale  v'eran  delle  punte  contro  il  Maffei  ; 
ma  se  pensiamo  che  la  poca  delicatezza  del  letterato  veronese  Ottolini  fu 
causa  quasi  unica  dell'inimicizia  fra  il  Tartarotti  ed  il  MafFei,  noi  non  sa- 
premmo dar  ragione  al  Broli. 

Girolamo  Tartarotti  e  la  cultura  trentina  è  il  titolo  della  prima  parte 
del  lavoro,  la  più  importante  e  sostanziale,  che  certo  dev'esser  costata  non 
poca  fatica  di  ricerche  minute  all'A.,  il  quale  riusci  a  raccogliere  nuovo 
materiale.  Completando  le  notizie  intorno  ai  principali  scrittori  trentini  di 
quel  tempo,  fissa  la  loro  importanza,  passa  in  rassegna  le  pubblicazioni 
uscite  in  quel  tempo,  e,  mescolando  alla  parte  generale  il  particolare  ob- 
biettivo del  suo  lavoro ,  lumeggia  la  personalità  dello  scrittore  roveretano. 
E  qui  un'osservazione  mi  pare  opportuna.  Nel  sec.  XVIII  la  vita  letteraria 
si  svolgeva,  in  ogni  centro,  grande  o  piccolo  che  fosse,  quasi  sempre  attorno 
ad  un'Accademia:  sarebbe  stato  quindi  bene,  mi  pare,  che  il  Broli  avesse 
posto  a  base,  dirò  così,  di  codesta  parte  del  suo  lavoro,  uno  studio  sull'Ac- 
cademia degli  Agiati  di  Roveretq  che  fu  preparata,  con  la  fondazione  di 
quella  de'  Dodonei,  appunto  dal  Tartarotti.  Giovandosi  degli  studi  dell'Emer 
(Accademie  e  Accademici  nel  Trentino),  ampliandoli  ed  aggiungendo  il 
materiale  inedito,  l'A.  avrebbe  potuto  darci  un  quadro  forse  più  completo, 
più  organico,  più  chiaro  della  letteratura  trentina  di  quell'epoca.  La  lettera 
del  Tartarotti  al  Mazzuchelli,  del  20  maggio,  non  è  del  1755,  bensì  del  '58; 
ed  a  proposito  di  essa  osserveremo  che  era  questo  il  luogo  di  dirci  se  il 
Tartarotti,  scrivendo  al  Mazzuchelli  circa  la  «  vantata  »  nobiltà  di  Clemente 
Baroni  Cavalcabò,  era  in  buona  o  in  mala  fede. 

Nella  parte  seconda,  G.  Tartarotti  e  la  Donna,  si  parla  brevemente  degli 
amori  dell'ardente  abate,  riportando  prose  e  poesie  da  essi  provocate. 

Segue,  e  chiude  il  volume,  oltre  una  breve  cronaca  contemporanea,  una 
lettera  di  frate  Ambrogio  Rosmini  al  Tartarotti  (1746);  una  a  nome  de' iVb- 
vellisti  letterari  di  Berna  al  Tartarotti  (1758);  quattro  di  L.  A.  Muratori 
a  Jacopo  Tartarotti,  fratello  di  Girolamo  (1734,  '36-'37);  trentasette  del  Mu- 
ratori (1734,  '36-'44,  '44,  '46,  '48-'49)  ed  una  del  Tartarotti  al  Muratori 
(1737),  finora  per  la  massima  parte  inedite. 

Questo  volumetto  costituisce  un  saggio  di  più  ampio  lavoro  che  il  Broli 
si  propone  di  dare  in  luce  prossimamente.  Gir.  Tartarotti  e  la  critica  sto- 
rica, con  documenti  inediti.  Auguriamo  al  giovane  e  operoso  A.  che  il  nuovo 
libro,  immune  dai  pochi  difetti  che  abbiam  creduto  ravvisare  nel  presente 
contributo,  riesca  una  compiuta  illustrazione  di  una  delle  più  rilevanti  fi- 
gure della  numerosa  e  attiva  società  letteraria  tridentina  nel  secolo  deci- 
motta  vo.  F.  L. 


SiornaU  storico.  XXXIX,  fase.  115.  IO 


146  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

GILBERTO  BORASCHI.  —  Indice  analitico  metodico  delle  corre- 
zioni fatte  ai  Promessi  Sposi  per  C  ediz.  del  1840.  —  Mi- 
lano, Briola,  1901  (8°  gr.,  pp.  257). 

Pazientissimo  e  utilissimo  lavoro,  che  riempie  davvero,  secondo  la  vieta  e 
abusata  frase,  una  lacuna  finora  deplorata  negli  studi  manzoniani.  Due  soli 
appunti  di  importanza  troviamo  di  dover  muovere  all'A.,  e  riguardano  un 
peccato,  per  dir  così,  d'origine  che  deturpa  il  suo  lavoro,  e  alcune  gravi 
omissioni  da  quel  peccato  rese  necessarie. 

Il  peccato  d'origine  è  che  Vindice  fu  compilato  sopra  quella  edizione  di 
R.  Folli,  in  cui  gli  errori  di  stampa  sono  così  numerosi,  h' errata-corrige 
che  l'A,  mise  in  fondo  sXVIndice  non  rimedia  che  in  parte  al  grave  incon- 
veniente. 

Il  secondo  appunto  si  riferisce  ad  alcune  forme  che  egli  non  registrò,  o 
registrò  solo  per  via  d'eccezione,  perchè  (come  avvisa  il  lettore),  apparten- 
gono alle  correzioni  generali  e  «  costanti  »  introdotte  dal  Manzoni.  Ora,  non 
poche  di  tali  forme  figurano  invece  ancora  nell'edizione  riveduta,  né  il  M. 
mai  le  rettificò  in  nessuna  errata-corrige.  Non  è  vero,  ad  esempio,  ch'egli 
abbia  «  costantemente  »  sostituito  giovine  a  giovane,  lacrima  a  lagrima.,  vo 
a  vado,  dunque  a  adunque,  spesso  a  sovente,  là  o  lì  &  quivi,  subito  a  tosto. 
Egli  ha  lasciato,  almeno  una  volta,  lagrima,  tosto,  sovente  (cito  il  cap.  e  le 
pag.  rispettive  dall'edizione  del  Gerquetti,  che  è  di  gran  lunga  la  più  cor- 
retta: IV,  55;  I,  5;  111,  37),  due  volte  almeno  quivi  (V,  65;  Vili,  119)  e  più 
volte  giovane  (II,  24;  V,  63;  XIII,  199),  vado  (VII,  91;  XXII,  314,  316; 
XXIV,  348;  XXXVII,  551)  e  adunque  (XV,  231;  XXX,  444;  XXXI,  449; 
XXXVII,  557).  Similmente  sotto  quarantena  l'A.  registra  la  correzione  qua- 
rantina in  questo  modo:  «  668,  696,  ecc.  *,  ciò  che  lascia  credere  che  il  M. 
abbia  del  tutto  ripudiata  la  prima  forma,  mentre  pure  la  ritenne  una  volta 
al  plurale  (XXXI,  456). 

Si  può  ora  chiedere  la  ragione  di  questo  sistema,  non  assoluto  e  non 
costante,  adottato  dal  Manzoni  nella  sua  revisione  (né  in  questi  casi  sola- 
mente, ma  in  altri  parecchi,  per  es.,  a  proposito  di  questi  e  questo  person., 
di  lui,  lei  e  egli,  essa  soggett.,  ecc.).  Quanti  si  occuparono  delle  correzioni 
manzoniane,  non  esclusi  il  D'Ovidio  e  il  Morandi,  attribuirono  la  cosa  a  di- 
menticanza da  parte  del  M.  Noi  vorremmo  asserire  che  la  ragione  fu  ben 
altra  e  ben  più  onorevole  per  il  grande  scrittore;  ma  asserire  senza  provare 
sarebbe  vano,  e  d'altra  parte,  la  prova  riuscirebbe  lunga.  Essa  potrà  solo 
esser  fornita  quando  sia  reso  di  pubblica  ragione  un  lavoro  a  cui  sappiamo 
che  da  molto  tempo  si  sta  attendendo,  e  che  è  ora  pressoché  terminato: 
vogliam  dire  un  dizionario  di  tutte  le  voci,  forme  e  locuzioni  manzoniane, 
lavoro  che  formerà  come  un  complemento  di  quello  che  abbiamo  ora  an- 
nunciato. P-  B. 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  147 

ALESSANDRO  LUZIO.  —  Antonio  Salvolii  e  i  processi  del  ven- 
tuno. —  Roma,  Società  editrice  Dante  Alighieri,  1901  (8°, 
pp.  iv-328). 

Sulle  vicende  dei  processi  del  '21,  che  sinora  presentavano  non  poche 
oscurità,  questo  libro  getta  moltissima  luce.  Introdotto  in  casa  Salvotti,  il  L. 
potè  esaminar  le  carte  dell'inquirente  Antonio,  e  controllò  gli  abbozzi  del- 
l'autodifesa, che  il  celebre  giudice  veniva  scrivendo  negli  ultimi  giorni  suoi, 
coi  costituti  degli  imputati  e  con  le  carte  processuali  che  si  serbano  nel 
R.  Archivio  di  Stato  in  Milano,  non  che  col  ricco  carteggio  tenuto  dal 
vecchio  Salvotti,  dallo  Zaiotti  e  da  altri  con  l'ex-presidente  Mazzetti,  car- 
teggio oggi  serbato  in  Trento.  Per  mezzo  di  questo  ricchissimo  materiale 
nuovo,  dal  quale  il  L.  ha  ancora  intenzione  di  trascegliere  la  parte  più 
importante,  fornendo  ampia  documentazione  del  suo  asserto  in  un  paio  di 
nutriti  volumi  (1),  guadagna  immensamente  la  nostra  cognizione  degli  uomini 
e  delle  cose  di  quel  periodo  storico;  e  chi  sappia  (né  certo  molti  l'ignorano) 
quale  criterio  critico  e  quanta  abilità  usi  il  L.  nel  giovarsi  della  materia 
documentale  e  come  egli  riesca  espositore  arguto,  incisivo  e  convincente, 
intenderà  di  leggieri  che  questo  volume  è  d'interesse  capitale  e  di  lettura 
attraentissima. 

Non  è  di  questo  luogo  il  dare  dell'operetta  specificata  notizia,  né  l'apprez- 
zarla e  il  discuterla  in  tutte  le  sue  parti,  perchè  con  ciò  s'invaderebbe  il 
campo  della  storia  politica.  Ci  basti  l'osservare  che  il  Gonfalonieri  appare 
da  queste  pagine«alquanto  diverso  da  quello  che  volle  farne  qualche  recente 
apologista  e  più  simile  alla  severa  raffigurazione  che  ne  fu  tracciata  in  ad- 
dietro da  chi  ebbe  sentore  de'  suoi  portamenti  durante  il  processo.  La  rela- 
zione del  principe  di  Metternich  all'imperatore  intorno  al  suo  colloquio  col 
Gonfalonieri,  pubblicata  qui  per  la  prima  volta  nella  sua  assoluta  integrità 
(pp.  291),  rivela  condiscendenze  pericolosissime  a  cui  il  conte  si  sarebbe 
indotto.  In  quella  specie  di  duello  che  prima  s'era  impegnato  tra  il  Gonfa- 
lonieri, troppo  fidente  in  sé  stesso,  ed  il  Salvotti  inquisiture  astutissimo, 
vinse  il  Salvotti  perchè  il  Gonfalonieri  pare  facesse  di  tutto  per  scavarsi  la 
fossa.  Ma  del  resto  era  già  noto  per  una  sgangherata  pubblicazione  di  Ugo 


I 


(1)  la  ano  di  qnei  volami  il  L.  si  propone  d'inserire  la  prima  parte  dell'estesa  e  laboriosissima 
relazione  del  Salvotti  snl  processo  del  Conftilonieri.  Quella  relazione,  mancando  od  essendo  solo 
noti  in  piccoli  frammenti  (v.  Giorn..  XXXII,  238)  i  costituti,  è  per  ora  Tanica  base  per  noi  di 
giudizio.  Agli  studiosi  riuscirà  inoltre  grato  il  sapere  che  l'attuale  barone  Antonio  Salvotti,  pro- 
nipote dell'inquirente,  ha  regalato  all'Archivio  di  Stato  milanese  tutti  i  documenti  della  sua  fa- 
miglia che  servirono  al  lavoro  del  L.  E  se  è  vero,  come  si  vocifera,  che  qualche  potentissimo 
uomo  di  governo  abbia  fatto  nascondere  i  costituti  del  Gonfalonieri  e  alcuni  altri,  prima  esistenti 
nell'Archivio  di  Milano,  ora  sarebbe  venuto  il  momento  di  restituirli  al  luogo  cui  spettano,  perchè 
potessero  essere  confrontati  con  la  relazione  del  Salvotti.  Sottrarre  alla  legittima  indagine  degli 
studiosi  documenti  di  tanta  importanza  è  cosa  sommamente  biasimevole  e  mostra  una  paura  della 
verità,  che  non  siamo  disposti  a  menar  buona  per  nessun  motivo  ed  a  nessuna  per.-ona.  Ciò  ò  detto 
sempre  nella  supposizione  che  possa  esser  fondata  la  notizia  che  si  è  sparsa,  ed  alla  qaale  il  L. 
non  accenna  punto. 


148  BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO 

Salvotti  (cfr.  Giornale,  35,  474),  ed  il  L.  lo  conferma  con  dati  sicurissimi, 
che  il  processo  Gonfalonieri  non  fu  iniziato  dal  Salvotti,  ma  dal  consigliere 
Menghin,  fosca  figura  che  nelle  pagine  del  L.  appare  la  più  involuta  e  sub- 
dola in  quella  eletta  accolta  di  funzionari  fedelissimi  dell"  I.  R.  Governo 
(cfr.  pp.  169-70). 

I  processi  del  Pellico  e  del  Maroncelli  più  direttamente  ci  riguardano.  I 
documenti  esplorati  dal  L.  servono  pure  a  rischiararli;  ma  ne  resta  solo 
ribadita  la  convinzione  che  ornai  tutti  ci  eravamo  formati.  Quelle  due  debo- 
lissime fibre  cedettero  subito  al  martellare  delle  domande,  e  indotte  al  rimorso 
dagli  scrupoli  religiosi,  si  misero  molto  presto  sulla  via  pericolosa  delle 
confessioni,  rovinando  sé  ed  altri.  Da  due  importantissime  lettere  del  Pel- 
lico al  Salvotti,  già  edite  nell'Armonia  del  1863,  ma  sinora  sfuggite  a  tutti, 
appare  che  il  Pellico  era  già  pienamente  convertito  nel  1822  (pp.  39-43  e 
p.  45  n.)  e  che  in  questa  conversione  il  Salvotti  ebbe  la  massima  parte  (1).  In 
buona  od  in  mala  fede?  Con  l'intendimento  di  giovare  all'anima  dell'impu- 
tato 0  con  la  scaltrissima  mira  d'insinuargli  massime  che  lo  spingessero  alle 
rivelazioni?  Non  oserei  certo  decidere.  —  Fatto  sta  che  allora  tanto  il  Pellico 
quanto  il  Maroncelli  erano  innamorati  (è  la  parola)  del  Salvotti,  il  quale  li 
confortava  con  le  sue  visite,  con  la  sua  illuminata  conversazione,  col  libé- 
ralissimo prestito  di  libri  d'ogni  genere,  con  benefici  molteplici.  Specialmente 
il  Maroncelli  ebbe  a  profittarne,  come  risulta  da  una  serie  di  lettere  sue 
molto  significanti,  ond'  è  costituita  l'append.  11  di  questo  volume.  Il  Salvotti 
lo  definì  «  giovane  vano  e  leggiero  »  (p.  32  n.)  e  altrove  aggiunse  «  di  sprege- 
«  vole  carattere  »  (p.  35).  Il  L.  ha  su  di  lui  pagine  belle  e  giuste  (pp.  46  sgg.), 
dalle  quali  si  ricava  il  suo  ritratto  morale  con  una  nettezza  non  peranco 
raggiunta  da  altri.  Egli  era  «una  cattiva  testa  e  un  cuor  d'oro»:  sensitivo, 
impulsivo,  grafomane,  squilibrato.  Per  buona  ventura  i  documenti  qui  pro- 
dotti dissipano  compiutamente  i  sospetti  di  delazione  che  di  recente  furono 
da  varie  parti  insinuati  contro  il  povero  maestro  di  musica  forlivese.  La  sua 
fama  ne  esce  illibata,  e  noi  abbiamo  la  compiacenza  di  aver  intuito  il  vero 
contro  i  suoi  accusatori  in  questo  Giornale,  34,  247-48. 

Deboli,  ingenui,  inesperti  fino  all'inverosimiglianza  ci  appaiono  sempre 
più  quei  nostri  poveri  compromessi  politici  del  '21  ;  ma  quasi  tutti  buoni, 
generosi,  pieni  di  idealità  e  (anche  troppo  !)  di  sincerità.  Questa  pubblica- 
zione del  L.  non  detrae  nulla  ai  loro  meriti  reali,  mentre  tende  a  scagionare 
colui  che  fu  sinora  considerato  come  il  loro  carnefice,  l'inquirente  Antonio 
Salvotti. 

Ha  ragione  il  L.  nel  farne  quasi  una  riabilitazione,  nel  presentarcelo  come 
giudice  convinto,  intelligente  scrutatore,  suddito  devoto,  uomo  integro? 

Qui  io  credo  si  dovrebbero  fare  molte  sottili  di.stinzioni,  di  cui  son  costretto 
ad  accennare  per  sommi  capi  le  principali. 


(1)  Per  quanto  il  volpone,  nepli  abbozzi  delle  sue  mt-morie.  manìfeRti  pel  Pellico  molta  stima, 
8Ì  yede  che  le  Mie  priqioni  gli  andavano  poco  a  Rangue.  Sfizio  io!  Egli  scrive:  <•  Pellico  era  nna 
«  nobile  e  candida  anima.  Àllorchà  egli  scrisse  le  Mie  priifioni  non  era  però  ancora  divenuto  quel 
«  vero  credente  quale  fu  verso  il  fine  della  sua  vita,  imperocché  in  quell'opera  spira  un  risenti- 
«  mento  contro  il  Governo  austriaco,  che  il  vero  cristiano  avrebbe  potuto  domare  »  (p.  36).  Tipico! 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  149 

D'accordo,  anzitutto,  che  il  Salvotti  fu  una  mente  superiore  e  forse  fu 
<  il  criminalista  più  insigne  dell'Austria  assolutista  »  (p.  192).  D'accordo  che 
la  sua  coltura  era  vasta  e  multiforme.  Questa,  congiunta  al  fascino  della  sua 
conversazione,  eh'  io  sentii  lodare  da  quanti  lo  conobbero,  gli  attirarono  la 
simpatia  di  uomini  insigni,  fra  cui  Tommaso  Grossi  (1).  D'accordo  che  sul 
suo  conto  lavorò  parecchio  la  leggenda,  la  quale  aveva  facile  presa  col  si- 
stema detestabile  della  procedura  segreta  austriaca,  cpntro  la  quale  ben  a 
ragione  insorgeva  il  Salvotti  stesso,  quando  avea  avuto  campo  di  risentirne 
sulle  proprie  spalle  i  tristissimi  effetti.  D'accordo  che  parte  della  sua  colpa 
va  ascritta  al  sistema  di  governo,  non  mai  abbastanza  aborrito,  che  vigeva 
allora  in  Austria  e  che  aveva  nell'imperatore  Francesco  un  rigido,  gretto, 
feroce  custode.  Ma....  ma  dal  conceder  questo  all'ammettere  le  conclusioni 
del  L.  ci  corre  non  poco. 

Ecco  le  principali  mie  obiezioni. 

1°  —  Noi  osserviamo  che  tutti,  senza  distinzione,  i  processati  dimostrano 
al  Salvotti  molta  stima  nelle  loro  lettere,  lo  encomiano  con  calde  parole, 
gli  danno  persino  il  nome  di  padre.  0  come  va  che  dopo,  quelli  che  soprav- 
vissero alle  torture  dello  Spielberg,  tutti  unanimi,  danno  a  lui  la  colpa  della 
loro  sciagura?  Come  va  che  nessuno  protesta  contro  le  Memorie  dell'An- 
dryane,  le  quali  contribuirono  massimamente  a  formare  quella  che  il  L. 
chiama  la  «  leggenda  salvottiana»?  Cuori  nobilissimi,  ingegni,  in  gran  parte, 
eletti,  sembrerebbe  che  dovessero  insorgere  contro  le  accuse  calunniose  e 
disonoranti  lanciate,  che  ferivano  quello  fra  i  loro  giudici  da  cui  riconosce- 
vano i  maggiori  benefici.  —  Gli  è  che  probabilmente  essi  avevano  capito 
quanta  parte  di  calcolo  e  di  simulazione  vi  fosse  nella  benignità  con  cui  il 
Salvotti  li  aveva  trattati. 

2"  —  Ben  a  ragione  il  L.  nota  l'enormità  del  fatto  che  quei  Congiurati, 
che  al  Salvotti  apparivano  così  pericolosi  (2),  non  capissero  la  portata  di 
certi  articoli  del  codice  penale  austriaco,  per  cui  l'unica  maniera  di  rovi- 
narsi era  il  parlare,  l'unica  via  di  salvezza  il  tacere.  Egli  era  inquirente  e 
faceva  il  dover  suo  inducendoli  a  parlare;  ma  non  poteva  egli,  al  tempo 
stesso,  se  avesse  avuto  realmente  un  briciolo  di  cuore,  trovar  modo  di  far 
loro  conoscere  la  disposizione  del  codice,  che  si  librava  sopra  ai  loro  capi 
ignari  come  una  spada  di  Damocle?  Invece  volle  andare,  a  tutti  i  costi,  sino 
al  fondo,  mentre  la  famosa  congiura  non  aveva  avuto  alcun  seguito  nei 
fatti  e  i  più  fra  quei  congiurati  erano  in  realtà  soggetti  cosi  poco  pericolosi. 
3»  —  11  Salvotti  fu  dolorosamente  colpito  dalla  gravità  della  pena  in- 


(1)  Nel  volarne  (p.  IO  n.)  sono  pubblicate  dae  lettere  del  Grossi  al  Salvotti.  Sappiamo  che  molte 
altre  il  L.  ne  vide  in  casa  Salvotti  a  Mori,  in  ana  gita  che  vi  fece  nell'  autunno  scorso.  Una 
di  quelle  lettere  inserì  egli  medesimo  nei  Nuovi  documenti  salvottiani  del  Fanfulla  della  dome- 
nica, XXIII,  40. 

(2)  Era  in  buona  fede  il  Salvotti  quando  dava  a  quella  congiara  una  portata  ed  una  impor- 
tanza così  grande?  V  è  in  proposito  una  sua  lettera  al  Mazzetti  assai  rilevante  (pp.  64-65); 
ma  ci  riesce  ostico  il  convincerci  che  avendo  a  fare  con  quei  tipi  di  congiurati  all'acqua  di  rosa 
la  sua  mente  indagatrice  e  riflessiva  potesse  averne  un  serio  timore  per  la  salvezza  di  quella  mo- 
narchia austro-ungarica,  il  cui  mirabile  congegno  bnrocratico-militare  resiste  ancor  oggi  a  pericoli 
tanto  maggiori. 


150  BOLLErriNO  bibliografico 

flitta  a  quei  disgraziati.  Diamine!  Ma  non  erano  chiari  neppure  per  lui  gli 
articoli  del  codice?  E  non  conosceva  egli  abbastanza  l'imperatore,  per  sa- 
pere che  nella  clemenza  sua  poco  v'era  a  sperare?  Quei  rimpianti  mi  hanno 
proprio  l'aria  delle  famose  lacrime  del  coccodrillo.  Che  poi  il  Salvotti,  d'ar- 
bitrio suo,  abbia  dimezzato  la  pena  dei  condannati  allo  Spielberg,  forzando 
la  mano  all'imperatore,  come  il  Luzio,  molto  abilmente,  fa  supporre  nell'ar- 
ticolo del  FanfuUa  della  domenica  (6  ott.  1901),  non  mi  sembra  in  modo 
alcuno  verisimile.  Nell'Austria  del  1822  questa  sarebbe  stata  colpa  tale  da 
far  assaggiare  lo  Spielberg  allo  stesso  inquirente,  nell'ottima  compagnia  dei 
suoi  inquisiti.  Si  tratterebbe  di  sostituirsi  nel  diritto  di  far  grazia  ad  un 
monarca  assoluto,  nientemeno!! 

4"  —  In  più  luoghi  il  L.  esalta  il  valore  intellettuale  e  giuridico  del 
Salvotti  nel  condurre  quei  processi.  Ma  non  è  questa  una  patente  contrad- 
dizione, quando  si  consideri  la  poca  destrezza  degli  imputati?  L'unico,  piìi 
compromesso  e  apparentemente  più  destro,  era  il  Gonfalonieri;  ma  anche 
lui.  Dio  mio!,  quanto  poco  atto  a  battagliare  di  logica.  In  verità  ad  aver 
in  mano  le  fila  di  quella  trama  non  ci  voleva  poi  tanta  bravura;  ed  è  de- 
plorevole che  un  ingegno  tanto  perspicace  ed  elevato  siasi  perduto  in  un 
lavoro  così  meschino. 

E  qui  cade  in  acconcio  il  domandare:  non  s'accorgeva  il  Salvotti  mede- 
simo che  quella  sua  opera  investigatrice,  condotta  innanzi  con  zelo  acca- 
nito, con  laboriosità  instancabile,  con  spreco  di  forze  intellettuali  e  fisiche, 
era  cosa  piccola,  miserabile,  inadeguata  del  tutto  alle  pene  che  costava?  lo 
non  posso  credere  che  non  se  ne  sia  avveduto  più  d'una  volta;  ma  lo  sor- 
reggeva l'unico  sentimento  davvero  poderoso  dell'animo  suo,  l'enorme,  la 
sconfinata  ambizione  (1).  Di  questa  furono  testimoni  quanti  lo  conobbero,  cioè 
quanti  non  sono  costretti,  come  il  L.,  a  giovarsi  solamente  di  carte,  e  fra 
le  carte  in  ispecie  degli  abbozzi  d'una  apologia,  nella  quale  è  troppo  natu- 
rale, è  umano  eh'  egli  cercasse  di  presentarsi  nel  modo  migliore  possibile, 
senza  tuttavia  derogare  ai  suoi  principi  incrollabili.  Siccome  la  storia  che 
si  scriverà  deve  essere  imparziale,  si  spogli  pure  Antonio  Salvotti  di  quella 
maschera  leggendaria  per  cui  egli  fu  il  capro  espiatorio  di  un  sistema  bestiale 
di  procedimento  giudiziario  e  di  teorie  di  governo  per  buona  ventura  ora 
tramontate  nella  parte  più  civile  d'Europa,  gli  si  levi  la  taccia  immeritata 
di  aguzzino,  si  riconoscano  i  suoi  meriti  eminenti  di  giurista,  le  sue  qualità 
non  comuni  d'uomo  colto,  ma,  per  carità!,  non  lo  si  idealizzi  al  punto  da 


(1)  Che  il  L.  non  lo  veda  e  prenda  p«r  buona  moneta  tutte  le  protussioni  di  uoneururii^a  deisti 
onori  che  il  Salvotti  vien  facendo,  deriva  forse  dal  fatto  che  quell'ambizione  ha  caratteri  alquanto 
diversi  da  quelli  con  cui  si  suol  presentare  oggigiorno.  Un  suddito  fedelissimo  di  Francesco  d'Austria 
ci  teneva  a  cos«  a  cui  noi  diamo  importanza  relativa,  e  non  ci  teneva  ad  altre  che  noi  gustiamo 
assai.  Del  resto,  in  una  lettera  al  figlio  Scipione,  che  il  L.  produce,  Antonio  confessa  il  desiderio 
vivissimo  ch'egli  ebbe  di  nobilitare  la  sua  famiglia,  facendola  uscire  dal  ceto  borghese.  «  A  questo 
«scopo,  dice  egli,  furono  indirizzati  «  coitunti  gfurei  della  mia  vita»  (p.  184).  Quel  figlio  Sci- 
pione, liberale  e  carcerato  dall'Austria,  testa  balzana  ma  cuore  eccellente,  sarebbe  stato  il  primo 
certamente  a  prendere  le  difese  del  padre  calunniato,  se  avesse  creduto  di  poterlo  fare. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  151 

farne  quasi  un  eroico  austriacante.  Oltre  la  «  colpa  fondamentale  di  essere 
«  stato  un  servo  fedele  dell'Austria  »,  egli  ne  ebbe  ben  altre,  ben  altre, 
non  lievi.  R- 


ANNUNZI  ANALITICI. 

/  fioretti  di  Sancto  Franciescho,  editi  secondo  la  lezione  del  cod.Manelli 
da  Luigi  Manzoni.  —  Roma,  Loescher,  1900  [Da  molti  anni  gli  studiosi 
sono  informati  che  il  conte  Manzoni  si  occupa  dei  Fioretti,  anzi  sin  dal  1884 

10  Zambrini  (Appendice  alla  4"  ediz.  delle  Op.  volg.  a  stampa,  col.  56-57) 
annunciava  imminente  la  sua  edizione  critica,  corredata  da  uno  studio  dili- 
gente e  da  un'ampia  bibliografia.  L'edizione  critica  sinora  non  venne;  ma 
vennero  studi  speciali  di  non  esigua  importanza  (vedili  enumerati  in  Volpi, 

11  Trecento,  p.  273)  ed  ora  è  uscita,  in  edizione  veramente  signorile  in 
carta  a  mano,  la  riproduzione  diplomatica  del  ms.  che  al  M.  parve  il  mi- 
gliore tra  i  42  ch'egli  esaminò  in  Italia,  quello  della  Palatina  di  Firenze 
copiato  nel  1396  dal  medesimo  Amaretto  Manelli  che  trascrisse  il  Decameron. 
Delle  tre  parti  in  cui  il  libro  si  divide  e  che  occorrono  tutte  tre  nella  più 
divulgata  e  molte  volte  riprodotta  edizione,  quella  veronese  di  Crusca  data 
dal  Cesari  nel  1822,  il  M.  nel  presente  volume  stampa  le  due  prime,  ciò  sono 
i  Fioretti  propriamente  detti  (53  capitoli)  e  le  considerazioni  sulle  stimate.  In 
altro  volume  riprodurrà  il  rimanente,  vale  a  dire  la  vita  di  frate  Ginepro,  di 
frate  Egidio  e  i  detti  memorabili  di  quest'ultimo,  con  una  scelta  di  altri  scritti 
volgari  francescani.  Sebbene  il  M.  non  voglia,  nella  succinta  prefazione, 
addentrarsi  nelle  molte  ed  ardue  questioni  storiche  che  vi  sono  intorno  alla 
cronologia  ed  alla  composizione  dei  Fioretti,  pur  gli  accade  di  trar  van- 
taggio per  l'età  di  alcuni  di  essi  dai  freschi  di  Giotto  che  sono  in  Assisi  e 
che  sembrano  direttamente  inspirati  da  quelle  ingenue  e  poetiche  narrazioni. 
Stimando  il  M.  quei  freschi  celebratissimi  non  posteriori  al  1304,  i  Fioretti, 
conclude  TA.,  debbono  essere  anteriori  a  quell'anno  (pp.  v  e  273).  Su  di  che 
certamente  vi  sarà  ancor  molto  a  discutere,  perchè  anche  ammettendo  che 
ai  Fioretti  attingessero  e  Giotto  e  i  suoi  discepoli  per  alcune  storie  della 
chiesa  superiore  d'Assisi  e  per  la  famosa  crociera  della  chiesa  di  mezzo 
(mentre  è  pur  da  riconoscere  che  di  quei  miracoli  la  tradizione  francescana 
poteva  loro  offrire  vivacissimi  racconti,  che  poscia  i  Fioretti  registrarono), 
resterà  pur  sempre  a  stabilire  se  la  fonte  sia  stata  il  testo  volgare  che  ab- 
biamo, ovvero  il  Floretum  di  frate  Ugolino,  d'onde  ne  derivò  tanta  parte, 
ovvero  quel  libro  latino  forse  perduto  che  nei  Fioretti  attuali  fu  reso  vol- 
gare (1).  Ma  su  questi   ed   altri   particolari  attendiamo  luce  in  seguito  dal 


(1)  A  p.  273  il  M.  aggiunge  cho,  stabilita  la  data  1304  per  gli  affreschi  di  Giotto,  «  si  viene 
«  anche  a  fissare  in  quale  anno  l'Alighieri  potè  essere  in  Assisi,  giacché  la  tradizione  che  esso 
«  inspirasse  le  pitture  della  crociera  wpra  l'altare  di  mez*o  della  chiesa  di  S.  Francesco  confer- 
«  mata  dal  Vasari,  il  ritratto  del  divino  poeta  in  una  di  dette  pitture  Inel  cosvhito  trionfo  della 


152  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

Manzoni  medesimo.  Il  quale  frattanto  ha  fatto  bene  a  pubblicare  questo 
testo,  adornandolo  con  19  tavole,  le  più  tra  le  quali  sono  nitidissime  ripro- 
duzioni fototipiche  dei  miracoli  e  delle  allegorie  della  chiesa  maggiore  d'As- 
sisi, che  hanno  riscontro  nei  Fioretti,  altre  recano  i  ritratti  sincroni  o  quasi 
sincroni  (cinque  di  numero)  che  si  conoscono  del  santo,  e  due  di  santa 
Chiara.  Tutto  è  condotto  con  cura.  Solo  non  intendiamo  troppo,  ci  consenta 
l'egr.  studioso  di  dirlo,  quel  glossario  che  è  in  fine  e  che  si  limita  a  regi- 
strare quasi  esclusivamente  le  anomalie  grafiche  del  codice,  mentre  vi  man- 
cano tante  parole  e  tanti  modi  peregrini,  come  dormivano  in  chapolelti 
(p.  5S),  iscandalezzò  per  «si  crucciò»  (p.  71),  istorpiare  (pp.  13-15)  per 
«  disturbare  »,  cancellare  le  braccia  (pp.  21,  63)  per  «  incrociare  »,  trebbio 
(p.  33)  per  «  trivio  »,  il  bel  latinismo  volito  (p.  87),  il  bel  frequentativo 
«  febbricare  »  (p.  88)  ecc.  ecc.  Ma  forse  nel  redigere  il  glossario  come  l'ha 
redatto,  il  M.  avrà  avuto  le  sue  eccellenti  ragioni]. 

Ugo  Levi.  —  /  monumenti  più  antichi  del  dialetto  di  Chioggia.  — 
Venezia,  Visentini,  1901  [Riproduce  ed  illustra  glottologicamente  la  Marie- 
gola  dei  Galafadi  e  stampa  per  la  prima  volta  la  Mariegola  di  Santa 
Croce  e  la  Mariegola  dei  Calegheri.  La  prima  è  la  più  antica  e  sarebbe 
davvero  preziosissima  se,  come  il  L.  è  inclinato  a  supporre  (p.  10),  alla 
prima  parte  di  essa  potesse  assegnarsi  la  data  1211  recata  dal  prologo  la- 
tino. Non  possiamo  dissimulare  che  la  cosa  ci  sembra  alquanto  in  verisimile, 
se  poniamo  mente  allo  sviluppo  pieno  che  vi  hanno  le  forme  dialettali. 
Le  altre  due  mariegole  appartengono  rispettivamente  ai  secoli  XIV-XV  e 
XV-XVI  e  sono  estratte  da  archivi  di  Chioggia.  Interesse  letterario  questi 
documenti  non  hanno;  ma  per  quanto  il  veneto  sia  fra  i  dialetti  postri  an- 
tichi uno  dei  più  seriamente  studiati,  hanno  discreto  valore  linguistico.  E 
merita  lode  il  proposito  del  L.  di  venire  studiando  i  vernacoli  dell'estuario 
veneto:  Chioggia,  Sottomarina,  Palestrina,  Lido,  Durano.  Le  difierenze  dal 
veneziano  appariranno  specialmente  nella  fase  moderna  di   quelle  parlate]. 

Giovanni  Federzoni.  —  La  poesia  degli  occhi  da  Guido  Guinizelli  a 
Dante  Alighieri.  —  Bologna,  Zanichelli,  1901  [Ecco  un  nuovo  ed  elegante 
studietto  dantesco  del  F.,  al  quale  l'essere  stato  dettato  per  una  conferenza 
non  toglie  il  merito  di  dir  cose  non  comuni.  Movendo  dall'importanza  grande 
che  sogliono  avere  pei  poeti  del  dolce  stil  nuovo  gli  sguardi  fascinatori 
delle  loro  donne,  presenta  l'A.  in  poche  pagine  assestate  ed  argute  la  teorica 
dell'essenza  d'amore  presso  quei  poeti,  quale  è  codificata  dal  Guinizelli  nella 
canz.  Al  cor  gentil  ripara  sempre  amore.  Secondo  quella  dottrina,  gli 
uomini  gentili  d'animo  hanno  per  natura  una  speciale  disposizione  all'amore. 
Quell'amore,  che  è  in  essi  in  potenza,  passa  in  atto  per  virtù  dello  sguardo 
infiammatore  di  bella  donna.  In  quei  cuori,  peraltro,  l'amore  non  si  disgiunge 
mai  da  gentilezza;  è  nobile,  è  alto,  è  principio  di  ogni  virtù,  è  avviamento 
ad  amar  Dio,  che  nella  creatura   bella   muliebre   dall'occhio  vivido  e  puro, 


«  castità),  danno  ragione  a  credere  per  vera  tal  tradizione  ».  Ci  6  grato  riferire  queste  parole 
d'nn  egregio  cultore  di  storia  dell'arte,  ma  la  critifa  deve  accoglierle  con  la  massima  cautela. 
Cfr.  Kraus,  ba^te,  p.  645. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  153 

dal  sorriso  incantevole,  riflette  un  raggio  della  bellezza  divina.  Questa  eletta 
e  mistica  maniera  d'intender  l'amore  fu  accolta  dai  rimatori  del  dolce  stile: 
ma  chi  ne  tolse  argomento  a  creazioni  d'arte  sublimi  fu  Dante.  Senza  mai 
perder  di  vista  lo  special  valore  delio  sguardo,  esamina  il  F.  ancora  una 
volta  l'amore  di  Dante  nella  V.  N.  e  propone,  tra  l'altro,  una  spiegazione 
del  tanto  discusso  ego  tamquam  centrum  circuii.  Amore,  il  signore  della 
nobiltà.,  si  chiama  centrum  circuii,  vale  a  dire  il  punto  matematico  unico 
equidistante  da  ogni  punto  della  circonferenza,  per  similitudine,  giacché  il 
suo  amore,  il  gentile  amore  è  uno  e  assoluto,  e  chi  si  scosta  d"un  minimo 
spazio  da  quel  punto  matematico  cade  in  un  sentimento  che  non  è  più  no- 
bile, in  quanto  si  lascia  fuorviare  dagli  istinti  del  senso  (pp.  31-32).  L'Ali- 
ghieri trae  dalla  teorica  amorosa  del  Guinizelli  le  ultime  conseguenze,  prima 
nella  V.  N.,  poi  nella  Commedia,  ove  gli  occhi  ridenti  di  Beatrice,  «  che 
«  in  terra  gli  avevano  accennato  il  cielo,  gli  furono  dimostrazioni  chiare  e 
«  luminose  di  quel  sublime  sapere  che  è  il  vero,  che  è  Dio  »  (p.  40).  — 
Questo  discorso  ingegnoso,  in  cui  sono  dette  bene  tante  cose  degne  di  nota, 
fu  stampato  a  soli  40  esemplari  numerati.  Ma  ci  è  grato  l'annunciare  che 
esso  ricomparirà  ancora  quest'anno  in  un  volume  di  scritti  danteschi  del  F. 
che  la  Gasa  Zanichelli  viene  allestendo  e  che  i  dantologi  saluteranno  con 
festa]. 

Anoelo  De  Gubernatis.  —  f^n  le  orme  di  Dante.  Corso  di  lezioni  al- 
l'Università di  Roma  nell'anno  scolastico  1900-1901.  —  Roma,  tip.  coope- 
rativa, 1901  [Gli  allievi  del  prof.  D.  G.  debbono  esser  grati  al  loro  maestro 
il  quale  ha  offerto  loro  un  pregevole  esempio  di  eloquenza  in  queste  sue 
pagine  colorite  e  calde  di  viva  ammirazione  e  di  sincero  entusiasmo  per  il 
divino  poeta.  L"A.  si  è  proposto  di  rintracciare  le  notizie  biografiche  diret- 
tamente nelle  opere  di  Dante:  di  tutto  il  lavorìo  immenso  e  complesso  della 
critica  dantesca  recente,  se  si  eccetturno  i  noti  volumi  dello  Scherillo  (1)  e 
del  Del  Lungo  (2),  poco  o  punto  si  giova.  In  un  corso  di  lezioni  non  fa 
certo  meraviglia  trovare  accanto  ai  fatti  più  noti  ed  alle  ipotesi  più  comu- 
nemente ammesse  le  notizie  più  incerte  e  discusse,  le  congetture  più  arri- 
schiate; si  desidera  solo  che  il  lettore,  anzi  l'uditore,  che  è  poi  uno  studente 
universitario,  venga  avvertito  quando  cammina  su  terreno  sicuro  e  quando 
no.  Che  la  visione  dantesca  si  faccia  risalire  senza  discussione  all'anno  1300, 
senza  tener  conto  delle  opinioni  divergenti,  non  sarà  grave  danno;  ma  che 
Dante  discendesse  da  famiglia  israelitica  poi  convertita  al  Cristianesimo  (del 
qual  fatto  il  D.  G.  trova  una  debole  conferma  nell'amicizia  che  legò  il  grande 
esule  a  Manuel  giudeo);  che  la  Donna  gentile  sia  proprio  Gemma  Donati, 
sicché  l'amore  per  la  sposa  sarebbe  stato  secondo  Dante  vilissimo  (3)  ;  che 
lo  Stazio  dantesco  debba  essere  il  risultato  di  una  confusione  tra  lo  Stazio 
poeta  latino  e  Sant'Eustazio,  la  cui  vita  di  esule  ramingo  ebbe  qualche  so- 
miglianza con  quella   di    Dante,  il  quale   in  quell'anima  purgante  avrebbe 


(1)  Alruni  capitoli  della  biografia  di  Dunlf,  Torino,  Loescher,  189(). 
f2y  Dante  nei  tempi  di  Dante,  Bologna,  Z«niclielli,  1S88. 
{'^)    V.  .V.,cap.  XXXIX. 


154  BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO 

così  adombrato  sé  stesso;  che  infine  nel  veltro  si  debba  vedere  raffigurato 
Uguccione  della  Faggiola  ed  in  Matelda  la  monna  Vanna  prossimana  di 
Beatrice,  che  fu  cara  al  Cavalcanti,  sono  opinioni  certamente  sostenibili 
(che  cosa  non  è  sostenibile  a  questo  mondo?),  ma  che  avremmo  voluto  ve- 
dere esposte  con  le  dovute  cautele,  in  ispecie  quando  non  si  citano  né  si 
ribattono  gli  argomenti  contrari.  Per  spiegare  la  presenza  nelT  inferno  di 
Brunetto  Latini,  tanto  venerato  da  Dante,  non  tutti  saranno  disposti  ad  am- 
mettere coU'illustre  professore  che  «  Dante  nello  scrivere  la  sua  prima  can- 
«  tica  aveva  forse  fretta  di  dare  posto  a  tutte  le  persone  che,  già  morte,  gli 
«  erano  rimaste  nella  memoria  »  (p.  326).  Brutto  servizio  avrebbe  fatto  Dante 
agli  amici  per  la  fretta  di  immortalarli  nel  poema!  Però  a  Casella,  a  Forese, 
al  Giudice  Nino  ben  convenne  aspettare  d'essere  commemorati  nella  seconda 
cantica!  Con  miglior  frutto  il  D.  G.  nelle  ultime  tre  lezioni  ricerca  i  rap- 
porti tra  Dante  e  l'oriente,  e  qui  i  numerosi  raffronti  che  reca  in  mezzo 
possono  avere  sul  serio  qualche  valore,  se  anche  Dante  di  quelle  tradizioni 
orientali  non  ebbe  mai  nozione  alcuna  diretta,  come  noi  reputiamo.  Rispetto 
al  far  sorgere  il  monte  dell'espiazione  nell'isola  di  Ceylan,  valgono  pur 
sempre  in  contrario  le  ragionevoli  obiezioni  del  Graf,  Miti  e  leggende,  1, 
130,  n.  19]. 

Gioacchino  Marufpi.  —  Una  questione  abbandonata;  considerazioni  sui 
versi  97-98  del  C.  XI  del  Purgatorio.  —  Benevento,  tip.  Martini,  1901 
[Quando  D.  parla  dell'uno  e  dell'altro  Guido  intende  egli  veramente,  come 
quasi  tutti  credono,  di  contrapporre  Guido  Cavalcanti  a  Guido  Guinizelli  ? 
Con  felice  ragionamento  il  M.  espone  le  difficoltà  non  lievi  che  si  oppon- 
gono a  questa,  in  apparenza  cos'i  ovvia,  interpretazione.  Egli  richiama  il 
C.  XXVI  del  Purgatorio,  ove  il  poeta  dice  così  esplicitamente  al  Guinizelli: 
«  Li  dolci  detti  vostri,  |  Che,  quanto  durerà  l'uso  moderno,  \  Faranno  cari 
«  ancora  i  loro  inchiostri  »;  d'onde  davvero  appare  che  a  D.  non  sembrava 
in  modo  alcuno  che  la  fama  del  Guinizelli  fosse  tramontata.  Giustamente 
considera  pure  che  la  fama  del  Cavalcanti  era  specialmente,  tra  i  contem- 
poranei di  lui,  fama  di  pensiero  profondo,  non  di  forma  eletta  e  nuòva  (la 
gloria  della  lingua).  Per  queste  e  per  alti'e  ragioni  al  M.  sembra  evidente 
che  l'Alighieri,  accennando  ai  due  Guidi,  intendesse  parlare  d'altri,  contrap- 
ponesse il  Guinizelli  a  Guittone  d'Arezzo.  È  questa  l'opinione  già  sostenuta 
da  re  Giovanni  di  Sassonia,  ed  il  M.  la  correda  di  cosi  buoni  argomenti, 
che  dal  canto  nostro  ci  dichiariamo  disposti  ad  accoglierla.  Nello  stesso 
C.  XXVI  v'ha  una  terzina  che  serve  di  commento  a  siffatta  interpretazione, 
quella  che  dice:  «Così  fer  molti  antichi  di  Guittone  |  Di  grido  in  grido, 
4.  pur  lui  dando  pregio,  |  Fin  che  l'ha  vinto  il  ver  con  più  persone  ».  Chi 
conosca  bene  le  condizioni  poetiche  del  tempo  e  il  giudizio  che  D.  s*  era 
formato  dei  rimatori  a  lui  coevi,  intenderà  agevolmente  che  questo  nuovo 
modo  d'intendere  meglio  corrisponde  alla  condizione  reale  delle  cose.  Il  bo- 
lognese psicologo  era  veramente  un  novatore  rispetto  alla  vecchia  scuola  di 
Guittone,  novatore  nella  finezza  del  psicologismo,  novatore  ancor  più  nella 
franchezza  del  dettato  volgare.  Tra  il  Cavalcanti,  invece,  ed  il  Guinizelli, 
entrambi  assai  stimati  da  D.,  non  intercedeva  nessuna  di  quelle  diversità 
così  notevoli  da  giustificare  l'asserto  che  l'uno  cacciasse  l'altro  di  nido]. 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  155 

CoLBERT  Searles.  —  Bojardo's  Orlando  Innamorato  und  seine  Bezie- 
hungen  zur  altfranzosischen  erzdhlenden  Dichtung.  —  Lucka  S.  A.,  Bcrger, 
1901  [Sebbene  il  lavoro  che  oggi  massimamente  si  desidera  intorno  al  Bo- 
iardo sia  l'edizione  definitiva  del  poema,  non  tornano  certamente  sgradite 
neppur  le  ricerche  dei  probabili  fonti  di  esso,  perchè  questa  è  materia 
non  ancora  ben  definita.  L'americano  Searles  volle  abilitarsi  dottore  nell'u- 
niversità di  Lipsia  con  una  tesi  su  questo  soggetto,  e  forse  non  fu  buon 
consiglio,  giacché  la  preparazione  a  lavori  siffatti,  delicatissimi  e  difficili, 
pare  gli  manchi.  Divide  egli  la  sua  dissertazione  in  tre  parti:  nella  prima 
considera  i  rapporti  àeXY Innamorato  coi  poemi  del  ciclo  carolingio,  nella 
seconda  indaga  l'influsso  che  su  di  esso  potè  esercitare  la  poesia  nairativa 
dei  fableaux  e  dei  romanzi  d'Alessandro,  nella  terza,  la  più  estesa,  pone  in 
chiaro  le  sue  affinità  coi  racconti  del  ciclo  brettone.  P]  questo  sta  bene.  Ma 
se  un  poco  si  esamini  il  modo  come  egli  ha  condotto  codesto  suo  studio, 
l'inesperienza  sua  appar  manifesta  ad  ogni  pie  sospinto.  Basti  il  dire  che 
non  gli  venne  neppure  la  curiosità  di  ricercare  quali  libri  francesi  potevano 
esser  più  facilmente  in  mano  del  suo  poeta  e,  per  es.,  nei  riscontri  col  ciclo 
carolingio  tenne  d'occhio  in  particolar  guisa  il  Roland,  che.  si  può  esser 
quasi  certi,  rimase  al  poeta  del  tutto  sconosciuto.  Cosi  anche  per  rispetto 
ai  romanzi  brettoni  ci  sembra  arrischiatissima  la  congettura  chiaramente 
espressa  a  p.  80  che  il  conte  di  Scandiano  sia  ricorso  alla  Tavola  rotonda 
italiana  ed  alla  Eistoria  di  Lancilotto  del  lago.  Per  arrivare  giustificata- 
mente  a  siffatta  affermazione  bisognerebbe  trovare  rapporti  ben  altrimenti 
significanti  con  quelli  antichi  testi.  I  quali  testi  sono,  notoriamente,  compo- 
sizioni a  mosaico  condotte  su  romanzi  prosaici  francesi,  sicché  resta  sempre 
la  legittima  presunzione  che  il  Boiardo  attingesse  invece  direttamente  a  quei 
romanzi  francesi  appunto,  di  cui  era  così  ricca  la  libreria  degli  Estensi.  Fa 
meraviglia  che  il  S.,  preceduto  da  tanti  altri  egregi  lavori  di  questo  mede- 
simo genere,  fra  cui  capitali  quelli  del  Rajna,  non  abbia  saputo  o  voluto 
far  suo  prò*  dell'esempio  altrui.  Lamentiamo  inoltre  la  scorrettezza  con  che 
in  questa  dissertazione  sono  stampati  i  testi  italiani.  Non  poniamo  dubbio 
che  sia  da  accagionarne  il  tipografo;  ma  non  pertanto  anche  all'A.  ne  resta 
una  parte  di  colpa.  Tanto  più  eh'  egli  esce  in  a.sserzioni  che  non  danno  il 
migliore  concetto  della  sua  famigliarità  colla  lingua  nostra.  «  Agramonte  (sic), 
«  scrive  egli,  ist  nur  eine  andere  Form  fùr  Aspramonte,  oder  Grimmig  » 
(p.  3).  Data  e  non  concessa  la  identità  dei  due  nomi,  chi  gli  ha  mai  detto 
che  in  italiano  aspramonte  valga  grimmig  (rabbioso)?  «.  Gradasso  und  Ro- 
«  damonte  (1)  bedeuten  Prahler  ».  Non  sarà  invece  il  contrario:  i  millan- 
tatori si  chiamarono  gradassi  e  rodomontate  le  loro  gesta  per  influsso  ap- 
punto di  quei  tipici  guerrieri  spaccamontagne?]. 

Giacomo  Ulrich.  —  Opera  nuova  e  da  ridere  o  Grillo  medico.  Ristampa 
d'un  poemetto  popolare  d'autore  ignoto.  —  Livorno,  Giusti,  1901  [E  la  quinta 
dispensa  della  Raccolta  di  rarità  storiche  e  letterarie  diretta  da  G.  L.  Pas- 


(1)  Qui  scrive  rettamente   la   furina  voluta   dal    Boiardo;   ma   altrove   ha    Rodomonte   e   perxjn 
(p.  68)  Radamonte .  Son  piccolezze,  ma  nei  lavori  d'erudizione  conviun  abituarsi  al  essere  esatti. 


15t)  BOLLETTINO  BIBLIOaRA.FIGO 

serini:  sulle  quattro  antecedenti  cfr.  questo  Giorn.,  34,  447;  36,  210;  37,  405  . 
Il  poemetto  popolareggiante  riprodotto  dall'Ulrich  appartiene  a  quel  genere 
tradizionale,  che  mette  capo  alla  leggenda  salomonica  di  Marcolfo,  in  cui 
quasi  sembra  che  il  villano  pigli  allegra  vendetta  dei  tanti  cittadini  che  lo 
dileggiarono  e  gliene  dissero  di  tutti  i  colori.  Grillo  contadino,  fìntosi  me- 
dico, guarisce  con  l'astu/ja  la  figliuola  del  suo  re  e  fa  diventar  sani  d'  un 
colpo  tutti  gli  infermi  d'un  ospedale;  poscia  tre  volte  indovina  cose  difficili 
a  sapersi,  sicché  il  re  lo  rimunera  largamente  ed  egli  può  condurre  lieta 
vita  in  casa  propria.  Nelle  prime  imprese  lo  sorregge  la  finezza  del  suo 
ingegno,  nelle  ultime  la  fortuna,  sicché  il  poemetto  con  saggia  morale  fi- 
nisce: «  in  sta  carcere  oscura  |  Non  vai  ingegno  aver  senza  ventura  ».  Nella 
breve  introduzione  l'U.  indica  alcuni  riscontri  alle  varie  parti  di  questo  rac- 
conto, e  fa  notare  che  ad  esso  allusero  il  Lippi  nel  canto  X  del  Malmantile 
ed  il  Corsini  nel  canto  XV  del  Torracchione  (1).  Nel  riprodurre  quelle  147 
ottave,  egli  pose  a  fondamento  la  rara  edizione  zoppiniana  del  1537,  tenendo 
a  riscontro  l'altra  veneta  del  1549.  Gran  motivo  di  serbare  così  diplomatica 
la  trascrizione  forse  non  v'era:  si  potevano  sostituire  i  v  agli  u  ove  è  ri- 
chiesto dalla  moderna  grafia,  e  potevansi  porre  al  lor  luogo  gli  accenti. 
Anche  le  parole  noi  le  avremmo  sempre  divise  a  dovere,  e  non  avremmo 
scritto  lubedi  (st.  68),  ma  l'tibedì,  né  tamo  (st.  Ili),  né  Iha,  Ihauerei  nella 
medesima  st.  115  in  cui  si  legge  due  volte  Vhauesse.  Molto  meno  ci  sarebbe 
accaduto  di  scrivere  la  cuta  (st.  70)  per  l'acuta.  Sono  feticismi  che  hanno 
ragion  d'essere  quando  si  tratti  di  testi  molto  più  antichi.  Qualche  sobria 
nota  illustrativa  forse  non  avrebbe  nociuto  qua  e  là,  per  es.,  al  richiamo 
d'una  leggenda  a  st.  12:  «  Non  fu  sì  lieto  il  famoso  Giani  |  Quando  che  '1 
«  gran  tesor  trovò  in  Aitino,  |  Che  dopo  duca  fu  de'  Venetiani,  |  Per  aver 
«  seco  il  toso  Piccolino  »  ecc  In  un  piccolo  glossario  finale  potevano  ac- 
conciamente trovar  posto  voci  come  ponsò  tre  volte  'pQV  polso  (st.  132-134j, 
cortino  (non  forse  cortioo,  come  vorrebbe  la  rima?)  per  cortile,  lacche 
(st.  138)  (2),  brena  (st.  141),  smalzo  (st.  68  e  70}.  Codesto  smalzo,  che  è 
certo  un  unguento,  e  che  non  trovo  nei  lessici  che  ho  sotto  mano,  sarebbe 
per  caso  lo  schmalz  tedesco,  burro  strutto?  Grillo  si  fa  recare  un  pan  di 
smalzo  e  lo  scioglie  al  fuoco:  poi  se  ne  unge  le  manij. 


(1)  Rispetto  alla  fortuna  del  racconto,  non  era  forse  male  che  l'U.  avvertisse  come  da  esso  siano 
derivati  i  modi  di  dire  indovinala  grillo  e  trovala  (jrillo,  cosa  già  notata  nella  nuova  Crusca, 
s.  V.  grillo,  §  14.  Questa  dipendenza,  se  ho  ben  veduto,  non  fu  registrata  da  Lodovico  Passarini 
(Pico  Luri  di  Vassano)  né  nel  suo  volume  di  Modi  di  dire  proverbiali,  Roma,  1875,  né  nelle  ag- 
giunte a  quell'opera  da  lui  inserite  nel  Propugnatore,  voli.  XIl-XVIII  della  prima  serie.  Il 
Fanfam  dice  nel  suo  Vocabolario  che  «  Indovinala  grillo  é  titolo  di  un  libricciuolo  che  indovina 
€  altrui  ciò  che  gli  dee  avvenire,  per  mezzo  di  combinazioni  numeriche  »,  usato  per  ispasso  dai 
contadini  e  dal  popolo.  Il  PkiTuoccbi,  Novo  ditionario,  conosce  l'espressione  Tu  sei  come  medico 
Grillo,  alla  quale  alcuni  ags;iungono  «  che  teneva  in  tasca  tante  ricette,  ne  dava  a  caso  una  al 
<  malato,  e  diceva:  Dio  te  la  mandi  bona  ». 

(2)  «  Andò  correndo  con  le  lacche  alzate  »,  dice  il  testo,  «  l'U.  osserva  che  lacca  esiste  nei 
dialetti  col  senso  di  natica,  «  ma  alzaie  sembra  domandare  brache  ».  Io  interpreterei  invece  lacca 
per  coscia,  gamba  (su  cui  vedi  Caix,  Studi  di  etimologia,  Firenze,  1873,  n°  869),  quindi  a 
gambe  levate. 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  157 

Antonio  Pranzelores.  —  Niccolò  d'Arco.  Studio  biografico.  —  Trento, 
Società  tip.  edit.  trentina,  1901  [Estratto  dal  VII  Annuario  degli  studenti 
trentini.  Sul  poeta  latino  Niccolò  dei  conti  d'Arco,  nato  nel  1479,  vissuto 
giovinetto  alla  corte  degli  imperatori  Federico  III  e  Massimiliano,  poscia  a 
Pavia  ed  a  Bologna,  finalmente,  marito  a  Giulia  Gonzaga  del  ramo  di  No- 
vellerà, ora  in  Mantova,  ora  nelle  sue  terre  di  Novellara,  ora  in  Arco,  ove 
la  morte  lo  sorprese  nel  1546,  il  Pr.  promette  da  lungo  tempo  una  speciale 
memoria  biografica,  e  de'  suoi  studi  ha  già  dato  saggi  che  nel  periodico 
nostro  furono  annunciati.  La  memoria,  infatti,  è  ora  uscita,  e  attesta  amo- 
rosa cura  nel  raccogliere  materiale  per  la  biografia  del  più  antico  fra  i 
ragguardevoli  verseggiatori  trentini  dopo  Sicco  Polenton,  e  buon  discerni- 
mento nel  farne  la  critica.  I  documenti  rintracciati  dal  Pr.  appartengono 
tutti  a  depositi  trentini  e  non  si  può  dire  che  abbiano  valore  grandissimo. 
La  vita  e  la  storia  delle  relazioni  di  Niccolò  sono  specialmente  condotte  sui 
suoi  versi  latini,  i  celebri  Numeri,  che  editi  la  prima  volta  in  Mantova 
nel  1546,  furono  ristampati  in  Padova  dai  fratelli  Volpi  nell'edizione  comi- 
niana  del  1739,  e  finalmente  in  Verona  nel  1762  da  Zaccaria  Betti,  il 
quale  v'aggiunse  un  commentario  non  sempre  felice,  ma  ebbe  il  merito  di 
accrescerne  la  raccolta  con  poesie  che  si  leggono  nel  canzoniere  autografo 
del  conte  d'Arco  contenuto  in  un  ms.  Saibante.  Quel  canzoniere  migrò  poscia 
in  Inghilterra  nella  raccolta  Ashburnham,  e  di  là  venne  nella  Laurenziana, 
ove  lo  misero  a  profitto,  estraendone  le  poesie  rimaste  ancora  inedite,  il 
Papaleoni  ed  il  Pr.  medesimo.  Degli  altri  scritti  dell'umanista  arehese,  che 
il  Pr.  sulla  fede  altrui  novera  sino  a  21  (pp.  80-85),  non  si  ha  più  notizia. 
Che  proprio  siano  andati  tutti  perduti?  Che  proprio  di  lui  non  si  conservino 
altri  documenti  né  nell'archivio  di  Mantova,  né  in  quelli  di  Guastalla  e  di 
Novellara?  Sono  domande  che  non  vogliono  riuscire  sgradite  al  Pr.,  il  quale 
dal  canto  suo  non  ha  trascurato  cure  affinché  la  biografia  riuscisse  nutrita 
ed  esatta;  ma  si  dirigono  piuttosto  a  bibliotecari  e  ad  archivisti,  che  sono 
in  grado  di  rispondere.  —  Nuoce  alquanto  alla  monografia  presente  certa 
pesantezza  nello  stile  ed  il  continuo  e  poco  opportuno  polemizzare  con  gli 
altri  precedenti  studiosi  del  tema.  Anche  le  digressioni  (pp.  35,  42-43  ecc.) 
non  sono  felici:  e  tra  le  digressioni  poniamo  anche  gli  sguardi  sintetici 
(ahimè  quanto  deficienti  !)  sulla  lirica  latina  nel  Trentino  (pp.  6  sgg.)  e  sul 
fiorire  delle  arti  e  delle  lettere  in  Mantova  (pp.  54-55).  A  codesto  arduo 
genere  di  riassunti  il  Pr.  non  ha  ancor  fatto  la  mano.  Lodevoli  sono  nel- 
l'opuscolo le  riproduzioni  grafiche,  fra  le  quali  specialmente  segnalabili  una 
facciata  dell'autografo  ashbur.nhamiano  e  due  ritratti  del  poeta.  Dei  cui 
versi,  che  non  mancano  d'importanza  storica  ed  estetica,  sarebbe  pur  bene 
si  facesse  una  edizione  critica  definitiva,  commentata  con  sobria  precisione 
e  illustrata  da  una  introduzione  letteraria]. 

Gaetano  Amalfi.  —  Satyra  nel  proverbio  «  Chi  prima  va  al  m,olino 
4i  prim,a  macina  »  di  Aloise  Cynthio  de  gli  Fabritii.  —  Napoli,  tip.  Priore, 
1901  [Edizione  non  venale  di  111  esemplari.  Questa  aggiunta  al  Libro  della 
origine  delli  volgari  proverbi,  aggiunta  che  consiste  in  tre  ternari  di  130 
terzine  e  in  alcuni  sonetti,  rimase  manoscritta  sino  al  1812,  in  cui  il  noto 
bibliografo  Renouard   ne    fece  una  edizione  di  27  copie  oggi  rarissima.   Di 


158  BOLLETTINO    BIBLIOGRAFICO 

questa  edizione  v'  ha  un  esemplare  in  carta  distinta  nella  Nazionale  di  Pa- 
rigi, di  cui  l'A.  ora  riproduce  il  testo.  Questo  continua  ad  essere,  più  che 
altro,  una  curiosità  bibliografica,  poiché  è  difficile  immaginarsi  una  serie 
più  meschina  di  versi  oscuri  e  sgangherati.  Un  apologo  ed  un  aneddoto 
scandaloso,  malamente  esposti,  qui  affogano  in  un  mare  di  chiacchiere  in- 
sulse, né  V*  è  alcuno  dei  pregi  che  pur  sembrò  ad  altri  di  poter  riconoscere 
nei  Proverbi  noti  del  Fabrizi  (cfr.  Giorn.,  18,  76  sgg.)-  Nel  ternario  e  nei 
sonetti  scorgesi  solo  un  intento  apertamente  anticlericale,  o  meglio  antimo- 
nastico.  Alcune  forme  della  lingua  vorrebbero  dichiarazione;  altre  potreb- 
bero essere  senza  esitanza  corrette,  non  essendo  certo  l'edizione  francese  un 
prodigio  di  esattezza.  L'A.  presenta  il  suo  testo  con  alcuni  chiarimenti,  de- 
bitamente notando  che  l'aneddoto  narrato  nel  ternario  del  Fabrizi  è  svolto 
in  una  novella  del  Sercambi,  la  33"  del  cod.  Trivulziano,  che  figura  5"  tra 
le  novelle  edite  nella  disp.  12  della  collezioncina  dovuta  alla  Libreria  Dante. 
L'A.  accresce  di  poco,  nelle  note,  i  raffronti  avvertiti  dal  D'Ancona  (o  meglio 
dal  Koehler)  a  proposito  della  novella  sercambianaj. 

Alfredo  Baccelli.  —  U  Candelaio  di  Giordano  Bruno.  —  Roma,  So- 
cietà editr.  Dante  Alighieri,  1901  [È  un  lavoro,  da  cui  non  bisogna  preten- 
dere più  di  quel  che  l'A.  ha  voluto  porvi:  è  una  discussione  che  raramente 
porta  un  contributo  di  novità  alla  critica  della  commedia  bruniana.  L'opu- 
scolo presente  poi,  contiene  solo  la  prima  parte  di  uno  studio  più  ampio,  e 
tratta  del  Candelaio  «  rapporto  all'autore  »  mentre  la  parte  a  venire  lo 
considererà  «  rapporto  alla  commedia  del  Cinquecento  ».  Non  neghiamo  che 
di  maggior  interesse  di  questo,  che  oggi  il  B.  ci  ha  voluto  dare,  riuscirà 
senza  dubbio  lo  studio  che  seguirà.  —  Ciò  di  che  si  discorre  nei  primi  tre 
capitoli,  —  carattere  del  Bruno,  suo  giudizio  sui  tempi,  indole  e  prepara- 
zione letteraria  di  lui  —  è  ben  noto,  né  forse  il  B.  ha  messo  in  rilievo  tutto 
quel  che  avrebbe  meglio  calzato  allo  scopo.  11  cap.  IV  sulla  società  ritratta 
nel  Candelaio  dubitiamo,  che  ad  altri  riesca  a  dare  un  concetto  di  quel 
mondo  corrotto,  per  entro  il  quale  Giordano  scelse  le  persone  della  sua 
commedia.  Nemmeno  slam  disposti  ad  approvare  la  riproduzione  che  nel 
capitolo  successivo  si  fa  dell'  argomento  del  Candelaio,  per  quanto  sia  tra- 
scritto integralmente  dalla  edizione  del  1582:  quell'argomento,  benché  del- 
l'autore, non  é  quel  che  dia  l'idea  più  chiara  e  ordinata  dello  svolgimento 
dell'azione.  Qualche  buona  considerazione  il  B.  fa  seguire  all'argomento:  per 
dirne  una,  siamo  con  lui  nel  non  riconoscere  quella  perfezione  del  Mamphurio, 
che  molti  proclamarono.  Tuttavia,  appunto  queste  considerazioni  niancano 
di  quel  raffronto  con  la  produzione  drammatica  del  500  che  le  avrebbe  rese 
più  evidenti:  l'autore  lo  farà  nella  seconda  parte  del  suo  lavoro,  ma  sarebbe 
stato  meglio  aver  tutte  e  due  le  cose  in  una  volta.  Il  cap.  VI  tratta  le 
vessate  questioni  del  significato  del  titolo,  della  dedica  e  del  luogo  e  tempo 
di  composizione,  e,  specie  per  le  prime  due,  mi  pare  che  l'A.  lasci  il  tempo 
che  trova.  L'ultimo  capitolo  è  un'infilzata  di  giudizi  altrui  sul  Candelaio. 
—  Qua  e  là  per  il  lavoro  si  hanno  afiermazioni  e  notizie  erronee  o  discu- 
tibilis.sime.  A  p.  46,  Giulia  Farnese  é  messa  con  l'Imperia  e  la  Tullia.  0 
non  è  essa  la  druda  di  Alessandro  VI?  E  allora,  se  non  moralmente,  di 
nome  appartiene  ad  un'altra  categoria.  —  A  pp.  49  sg.:  «perchè le  no- 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  159 

«<  velie  e  le  commedie  del  sec.  XVI  trovano  riscontro  perfetto  negli  episto- 
le lari,  nei  racconti,  in  tutti  i  documenti  contemporanei,  è  forza  concluderne  (?) 
«  che  le  mogli  di  quei  tempi  (sebbene  quasi  sempre  per  colpa  del  marito) 
«  erano  generalmente  adultere  ».  Ecco  qui  piti  d'una  affermazione  e  conclu- 
sione avventata,  o  meglio  falsa:  e  con  questo  non  vogliamo  attenuar  le  colpe 
del  500.  —  A  pp.  84-85,  il  B.,  a  torto  per  noi,  non  ammette  col  Graf  che 
la  più  sozza  scena  della  commedia  del  500  sia  la  famosa  10»,  atto  III,  della 
Calandria;  si  convinca  che  è  proprio  cosi:  nel  Candelaio,  il  linguaggio, 
genericamente  parlando,  sarà  più  osceno,  e  vi  saranno  scene  da  fare  il  paio 
con  quella  del  Card.  Bibbiena,  ma  è  un  fatto  che  nella  Calandria  c'è  non 
solo  «  ciò  che  la  femmina  fa  col  maschio  »  (per  dirla  col  B.),  ma  vi  si  de- 
scrive anche  come  fa.  —  E  il  B.  non  affermi  un'altra  volta  che  «  ormai  la 
«  commedia  del  Cinquecento  s'  è  ridotta  pei  critici  a  quattro  o  cinque  pro- 
sit duzioni,  punti  fissi,  dai  quali  non  si  partono;  il  vero  teatro  nostro  del 
«e  sec.  XVI  è  pei  più  la  sfìnge  di  Edipo  o  la  sciitta  della  parete  di  Baldas- 
«  sarre  »  (p.  84).  0  che  non  ha  notizia  di  tutti  gli  studi  moderni  (e  son  nu- 
merosi!) su  quel  genere  della  nostra  drammatica  del  Cinquecento?]. 

Antonio  Marbnduzzo.  —  Veglie  e  trattenimenti  senesi  nella  seconda 
metà  del  secolo  XVI.  —  Trani,  Vecchi,  1901  [I  tre  capitoli  in  che  si  divide 
quest'elegante  opuscolo  (Accademie  e  convegni  senesi;  Motti  e  giuochi  pia- 
cevoli; Giuochi  di  spirito  e  d'ingei/no)  formano  una  specie  di  commento 
erudito  a  due  note  opere  dei  fratelli  Bargagli,  Scipione  e  Girolamo,  sul 
primo  dei  quali  il  M.  ha  già  inserito  un'  accurata  monografia  storica  nel 
VII  voi.  del  Bullett.  senese  di  storia  patria.  Il  fondo,  infatti,  delle  notizie 
che  qui  sono  raccolte  e  disposte  rimonta  ai  Bargagli;  ma  il  M.  le  illustra 
con  opportuni  confronti  e  richiami,  che  attinge  ad  altre  scritture  senesi 
anche  mss.  ed  alle  più  recenti  indagini  italiane  intorno  a  quel  territorio, 
ormai  cosi  ben  dissodato,  della  storia  del  costume.  Nel  cinquecento  fu  Siena 
uno  dei  centri  più  giocondi  della  vita  di  conversazione,  ove  fiorivano  i  giuochi 
e  scoppiettavano  i  motti  vivaci  ed  arguti.  Regine  dello  spirito  e  del  motto 
erano  le  donne,  che  suscitavano  intorno  a  sé  gaia  emulazione  di  allegre 
trovate ,  fino  a  rivaleggiare  con  l'antica  Provenza  nella  artificiosa  costu- 
manza dei  giuochi  partiti.  Di  tutto  questo  il  M.  dà  larga  e  specificata  infor- 
mazione, con  buonissimo  corredo  di  fatti.  Interessa  massimamente  agli  studi 
nostri  ciò  ch'egli  raccoglie  intorno  alle  accademie  o  congreghe,  non  che 
quello  che  dice  dell'uso  degli  indovinelli  e  dei  cosidetti  giuochi  di  ventura. 
Termina  col  considerare  il  valor  morale  di  quei  trattenimenti  e  col  porre 
in  chiaro  l'uso  che  ne  fece  la  società  preziosa  francese  del  secolo  successivo, 
la  quale  fu  dei  giuochi  senesi  fervida  imitatrice]. 

Vittorio  Gorbucci.  —  Una  poetessa  umbra.  Francesca  Turina  Bufalini. 
—  Città  di  Castello,  Lapi,  1901  [Spogliato  il  presente  discorso  del  tono  al- 
quanto enfatico,  che  è  inerente  alla  sua  primitiva  origine  di  conferenza,  esso 
ha  il  merito  reale  di  trattare  d'una  verseggiatrice  di  cui  appena  si  pispiglia 
da  qualche  storico  locale,  mentre  gli  storici  generali  delle  lettere  nostre  ne 
tacciono.  Che  essa  fosse  una  poetessa  di  grande  valore  non  appare  davvero 
dai  saggi  che  il  G.  ne  offre,  né  forse  è  del  tutto  meritata  la  lode  che  il  G. 
medesimo  le  dà  di  «  una  tal  densità  di  pensiero,  che  preludeva  di  molti  anni.... 


160  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

«  l'affrancamento  della  poesia  italiana  dalla  servitù  petrarchesca  ».  Ma,  co- 
munque sia,  codesta  contessa  Turina  Bufalini,  che  condusse  vita  lunga  ed 
intemerata  dalla  metà  circa  del  sec.  XVI  alla  metà  circa  del  sec.  XVII 
(1544-1641),  e  fu  veracemente  colta,  e  diede  alle  stampe  due  raccolte  di  versi, 
meritava  d'essere  presa  in  qualche  considerazione.  La  sua  vita  trascorse  nel- 
l'Umbria (a  Borgo  S.  Sepolcro,  ove  nacque,  ed  a  Città  di  Castello)  e  nel 
Montefeltro:  ma  stette  parecchi  anni  anche  presso  la  famiglia  dei  Colonna, 
quale  institutrice  delle  giovani  figlie  di  quella  casa  principesca.  Ad  una  di 
quelle  fanciulle  per  l'appunto,  donna  Anna  Colonna,  è  dedicata  una  raccolta 
di  rime  della  Turina,  edita  nel  1628,  ed  è  da  quel  volumetto, divenuto  oggi 
rarissimo,  che  il  C.  ha  saputo  trarre  non  pochi  dati  di  fatto  illustranti  la 
biografia  della  sua  poetessa.  Meno  rara  è  un"  altra  silloge  poetica  della  Tu- 
rina, quella  delle  sue  Rime  spirituali,  edita  in  Roma  nel  1595  con  dedica 
a  papa  Clemente  Vili.  Intenso  spirito  religioso  emana  da  quei  versi,  ed  al 
C.  sembra  pure  che  vi  si  vagheggi  il  ritorno  al  cristianesimo  purificato  e 
che  vi  si  noti  una  dichiarata  avversione  alla  cosidetta  riforma  cattolica  ed 
in  ispecie  ai  gesuiti.  In  quel  tempo  ed  in  una  donna  sarebbe  questo  davvero 
un  carattere  assai  rilevante,  e  ci  sarebbe  piaciuto  che  l'accurato  biografo 
ne  avesse  offerto  le  prove.  Per  lunghi  anni  s'adoperò  anche  la  Turina  attorno 
ad  un  poema  intitolato  II  Florio,  che  al  C.  non  venne  fatto  di  rintracciare. 
Da  un  sonetto  birbone  che  su  quel  poema  scrisse  l'autrice,  e  che  è  qui  edito 
per  la  prima  volta  a  p,  53,  appare  ch'essa  vi  lavorava  di  lena,  specialmente 
nelle  ore  notturne!  Leggasi  infatti  questa  curiosa  quartina:  «Non  hanno 
«  altro  refuggio  i  miei  martiri  |  Che  di  Florio  cantar,  parto  diletto;  |  Per  lui 
«  bramo  la  notte  e  bramo  il  letto  |  Che  nuovi  carmi  a  la  mia  mente  inspiri  ». 
Il  C.  potè  anche  disporre  d'un  ms.  autografo  di  rime  della  Turina,  del  quale 
produce  l'indice  dei  capoversi  e  da  cui  estrae  alcune  poesie  prima  inedite. 
Da  quel  ms.  potevasi  forse  trarre  miglior  partito  per  far  conoscere  le  rela- 
zioni letterarie  della  poetessa  umbra]. 

Vincenzo  Carpino.  —  /  Capilupi  poeti  mantovani  del  secolo  XVl.  — 
Catania,  tip.  Calati,  1901  [È  noto  che  i  Capilupi  furono  nel  cinquecento 
una  vera  famiglia  di  letterati,  e  che  alcuni  di  essi  ebbero  fama  non  comune 
(e  merito  corrispondente  alla  fama)  nella  poesìa  latina.  Ottimo  il  divisamento 
di  consacrare  ad  essi  una  monografia.  11  Carpino  vi  si  mise  di  buona  voglia, 
e  per  quanto  egli  scriva  maluccio  (1),  non  si  può  dire  che  siano  cattivi  i 
capitoli  del  suo  libro  che  riguardano  i  centoni  virgiliani  di  Lelio  Capilupi 
e  le  poesie  latine  del  maggior  poeta  della  nobile  famiglia  mantovana,  Ip- 
polito. Queste  sono,  anzi,  le  parti  migliori  del  lavoro,  sebbene  vi  si  faccia 
sentire  certa  deficienza  nella  preparazione  storica  là  dove  è  discorso  dei 
carmi  d'Ippolito  che  a  personaggi  e  ad  avvenimenti  storici  si  riferiscono. 


(1)  Non  dobitiamo  che,  continaando  a  stodiare,  «gli  medesimo  si  accorgerà  delle  grandi  imper- 
fezioni della  sua  maniera  di  scrivere.  Il  pensiero  non  trova  qui  la  forma  calzante,  e  la  cognizion 

della  lingua  non  sempre  è  precisa.  Modi  di  dire  come  questi  :  «  epiteti forniti  d'una  certa 

«oscnritii»  (p.  60),  non  si  vorrebbero  incontrare.  E  molto  meno  insulti  alla  grammatica  come  i 
seguenti:  <  presentandone  il  suo  »  fp.  35);  «  me  ne  ho  formato  un'idea  »  (p.  13  n.)  ;  «  pare  che... 
«  viveva  »  (p.  12  n.);  «  la  supposizione che  essa  non  è  »  (p.  13). 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  161 

e  sebbene  sulla  ricca  ed  antica  letteratura  dei  centoni  virgiliani  il  critico 
abbia  informazioni  ben  lacunose  (1).  Alle  rime  del  più  vecchio  Camillo 
Capilupi  consacra  il  G.  poca  attenzione;  degli  altri  scrittori  della  famiglia 
tocca  solo  per  incidenza.  E  sta  bene;  né  gli  moveremo  rimprovero  d'aver 
voluto  intitolare  La  poesia  latina  del  Rinascimento  (2)  un  capitoletto,  che 
a  questo  titolo  è  del  tutto  inadeguato  e  che  non  serve,  come  vorrebbe,  a 
collocare  Lelio  ed  Ippolito  nel  luogo  che  loro  compete.  Ma  quello  che  non 
possiamo  menar  buono  all'A.  è  la  mancanza  di  ricerche  con  cui  si  è  accinto 
a  trattare  il  suo  tema.  Basti  il  dire  che  non  potè  neppur  vedere  (e  qui 
potè  equivale  a  volle,  perchè  è  un  libro  che  tutte  le  maggiori  biblioteche 
posseggono)  il  Catalogo  dei  mss.  Capilupi  dell'Andres!!  Fu  certo  gran  danno, 
perchè  se  avesse  consultato  quel  libro,  si  sarebbe  tosto  accorto  che  a  stu- 
diare seriamente  le  produzioni  dei  Capilupi  non  bastano  le  raccolte  stampate, 
ma  è  necessario  ricorrere  ai  codici,  che  presso  la  famiglia  si  trovano.  Si 
aggiunga  che  delle  poesie  volgari  seppe  esistere  un'edizione  a  stampa  (v.  p.  7), 
ma  non  si  curò  neppur  di  vederla,  rimanendo  pago  alle  rime  riferite  nelle 
scelte  di  rimatori.  Non  è  questo  il  modo  di  lavorare,  e  se  l'A.  crede  di 
scusarsi  col  dire  ch'egli  si  trova  «  in  luoghi  sprovvisti  di  materiali  adatti 
«  a  tali  studi  »  (p.  6)  s'inganna  a  partito,  giacché  gli  sarà  risposto  che  potea 
scegliere  un  tema  per  cui  anche  in  Sicilia  il  materiale  non  scarseggiasse. 
Del  resto,  in  qualunque  parte  d'Italia  l'A.  si  trovi,  non  è  giustificabile  l'igno- 
ranza che  egli  manifesta  nel  disgraziatissimo  capitolo  in  cui  tratteggia  la 
biografia  dei  suoi  poeti.  Ivi  egli  giunge  a  non  sapere  neppur  di  sicuro  che 
Benedetto  Capilupi  fu  padre  di  Lelio  e  di  Ippolito  (p.  19),  dimenticandosi 
che  poco  prima  (p.  9)  lo  ha  espressamente  asserito!   Di  Camillo  li  afferma 

che  «  nessuno ha  detto  qualche  cosa  di  certo  »  (p.  16),  mentre  v'è  su 

di  lui  e  sugli  scritti  suoi  un  intero  articolo  di  G.  B.  Intra  neWArch.  stor. 
lombardo,  voi.  XX,  e  nel  medesimo  volume  v'ha  pure  un  articolo  del- 
rintra  Di  Ippolito  Capilupi  e  del  suo  fówipo,  parimenti  sconosciuto  al  C.  (3). 
Queste  cose  si  debbon  sapere  e  si  posson  leggere  anche  stando  in  Sicilia; 
ma,  del  resto,  a  voler  fare  sui  Capilupi  quella  monografia  che  certo  meri- 
terebbero, è  mestieri  trasferirsi  per  qualche  tempo  a  Mantova,  usufruendovi 
del  copioso  materiale  dell'Archivio  Gonzaga  e  di  quello  preziosissimo  ancor 
custodito  presso  la  famiglia]. 

Adolfo  Vital.  —  Di  alcuni  documenti  riguardanti  Alessandra  Benucci. 
—  Conegliano,  tip.  Nardi,  1901  [A  breve  distanza  dall'opuscolo  del  Pardi, 
su  cui  si  trattenne  questo  Giornale,  38,  228,  ecco  un  altro  mazzetto  di  no- 
tizie concernenti  la  moglie  dell'Ariosto,  di  che  siamo  debitori  ad  un  giovine 
studioso  che  fa  le  ricerche  preparatorie  alla  desiderata  edizione  critica  delle 
liriche  di  mess.  Ludovico.  I  documenti  di  cui  qui  è  dato  conto  furono  rin- 


(1)  Il  e.  non  ha  veduto  né  l'opera  massima  del  Delepierre,  né  verun  altro  scritto  sui  centoni. 
I  principali  sono  indicati  dal  Compaeetti,   Tir/iilio  nel  m.  «.',  p.  70  n. 

(2)  L'A.  la  chiama   anche  neo-kitina  (pp.  23,  26),  usando   una   forma  che  può  dar   luogo  ad 
equivoci  e  che  fu  giustamente  rimproverata  ad  altri.  Cfr.  questo  Giornale,  XXXVI,  207, 

(3)  Per  una  curiosa  svista,  del  Contributo  alla  storta  del  malfrancese,  edito  nel  voi.  V  di  questo 
Giorn.,  VA.,  fa  una  pubblicaz.  nuziale.  Bel  soggetto  davvero  da  trattare  per  nozze  !  !  (p.  10  n.). 

Giornale  storico,  XXXIX,  fase.  115.  11 


162  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

venuti  in  Firenze  ed  a  Ferrara.  Con  la  scorta  di  documenti  fiorentini  il  V. 
ricostruisce  Talberetto  del  ramo  dei  Benucci  detti  del  Bue,  al  quale  Ales- 
sandra appartenne,  e  offre  parecchi  ragguagli  intorno  alla  vita,  tutt'altro  che 
molto  nota,  del  primo  marito  di  lei,  Tito  di  Leonardo  Strozzi.  Importante  è 
specialmente  il  fatto  assodato  dal  V.  che  Tito  passò  di  vita  solo  nel  1515  : 
quindi  nel  giugno  del  1513,  allorché  l'Ariosto  s'invaghì  di  Alessandra  in 
Firenze,  come  dice  nella  canz.  Non  so  s  io  potrò  ben  chiudere  in  rima, 
essa  non  era  peranco  vedova.  La  dimostrazione  del  V.  è  inoppugnabile, 
sicché  andrà  rettificata  un'asserzione  che  tutti  i  biografi  del  poeta  ripetono. 
Se  questo  di  buon  grado  siam  disposti  a  concedere,  ci  pare  che  troppo  gravi 
illazioni  rispetto  alla  coltura  di  Alessandra  tragga  il  critico  (pp.  10-12)  da 
una  lettera,  che  qui  pubblica,  fatta  indirizzare  dalla  Benucci  a  Giov.  Fran- 
cesco Strozzi  il  3  ottobre  1531.  La  frase  «  mi  perdonerà  se  non  li  schrivo 
«  di  propria  mano  per  essere  tropo  da  pocho  »  (p.  19)  non  é  di  quelle  che 
un  conoscitore  delle  abitudini  epistolari  e  cerimoniose  del  tempo  debba  pren- 
dere troppo  alla  lettera]. 

Pietro  Verrua.  —  Studio  sul  poema  «  Lo  innatnoramento  di  Lancilotto 
«  e  di  Ginevra  »  di  Nicolò  degli  Agostini.  —  Firenze,  Ducei,  1901.  —  Idem. 
—  Per  la  biografia  di  Nicolò  degli  Agostini.  —  Firenze,  Ducei,  1901  [A 
rischio  di  addolorare  sempre  più  quel  dabben  cooperatore  del  Marzocco 
(an.  VI,  n"  34)  che  si  dispera  per  le  continue  minute  indagini  erudite,  giu- 
dicando che  di  questo  passo  «riuscirà  un  giorno  impossibile  scrivere  la 
«  storia  letteraria  »,  noi  siamo  ognor  più  disposti  a  lodare  e  ad  incoraggiare 
le  ricerche  ingrate  sui  nostri  scrittori  minori  e  minimi,  perchè  reputiamo 
non  solo  che  la  verità  storica  guadagni  dall'essere  interamente  scrutata  e 
che  per  lo  storico  delle  lettere  non  vi  siano  fatti  trascurabili,  come  non  vi 
sono  insetti  trascurabili  per  l'entomologo,  né  muschi  o  licheni  trascurabili 
pel  botanico,  ma  anche  perché  la  esatta  cognizion  dei  mediocri  è  il  vero 
strumento  per  apprezzare  in  modo  adeguato  i  maggiori  ed  i  massimi,  e  col- 
locarli nella  «  prospettiva  storica  »  che  loro  spetta.  Lodevole  quindi  il  pro- 
posito del  V.  di  studiare  anche  quel  povero  poeta  epico  che  fu  Niccolò  degli 
Agostini.  Né  certo  dovette  costargli  poca  fatica  l'esame  ch'egli  fece  dei 
motivi,  degli  episodi  e  dei  personaggi  onde  va  ricco  quel  suo  ingarbugliato 
e  pedestre  Innamoramento;  anzi  codesta  fatica  per  l'appunto  ch'egli  durò 
ci  trattiene  dal  muovergli  l'accusa  d'aver  poco  approfondita  l'mdagine  com- 
parativa diretta,  in  quel  pelago  dei  romanzi  prosaici  francesi  del  ciclo  bret- 
tone, e  d'esser  caduto  talora  in  qualche  fallo  d'inesperienza,  come  là  dove 
accosta  ai  couplets  similaires  le  cos'i  dette,  ottave  a  corona  (pp.  23-27),  che 
hanno  tutt'altra  indole,  importanza  ed  origine.  Dall'analisi  del  V.  il  poema 
dell'Agostini  esce  assai  malconcio:  si  vede  che  in  esso  manca  l'originalità 
e  difetta  pure  l'arte  deiriraitare.  L'Agostini  non  assimila  i  materiali  esterni 
rielaborandoli  nella  propria  fantasia,  come  fa  l'Ariosto;  egli  prende  quei 
materiali  di  peso  e  li  incastona  nel  suo  componimento  senza  fonderli.  E  spe- 
cialmente nell'uso  delle  fonti  che  si  distinguono  i  poeti  veri  e  grandi  dal 
gregge  dei  mediocri.  —  Non  contento  di  aver  fatto  questo,  il  V.  volle  anche 
indagare  qualche  punto  mal  chiarito  della  biografia  dell'Agostini,  e  nell'opu- 
scoletto  che  dedicò   a   siffatta  indagine   modesta,  riusc'i  a  toglier  di  mezzo 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  163 

parecchi  errori  divenuti  tradizionali.  Così  gli  avvenne  di  mostrare  che  l'A- 
gostini fu  veramente  veneziano,  e  non  romagnolo  né  ferrarese,  e  che  il 
Francesco  a  cui  egli  dedicò  nel  1506  il  primo  libro  della  sua  continuazione 
del  Boiardo  non  è  punto  Francesco  II  Sforza,  ma  Francesco  Gonzaga.  Solo 
badi  che  Francesco  Gonzaga  non  fu  mai  duca,  come  egli  ripetutamente  lo 
designa]. 

Joseph  Vianet.  —  Les  sources  italiennes  de  «  L'olive  ».  —  Macon,  Protat, 
1901  [Nella  particolare  attenzione  che  in  questi  ultimi  anni  fu  consacrata  in 
Francia  ai  poeti  della  pleiade,  sempre  piiì  e  sempre  meglio  apparve  quanto 
essi  sieno  tributari  alle  lettere  italiane  del  rinascimento.  Abbiamo  veduto 
nel  nostro  spoglio  dei  periodici  (Gtorn.,  37,  468)  che  ben  due  volte  il  Vianey 
ebbe  a  trattenersi  sul  Du  Bellay  per  mostrarne  la  dipendenza  dagli  italiani. 
Sullo  stesso  autore  si  aggira  anche  la  nuova  memoria  del  V.,  che  ha  ap- 
punto lo  scopo  di  studiare  una  delle  raccolte  liriche  del  Du  Bellay,  V  Olive. 
Questo  nuovo  contributo  alla  storia  dell'influsso  italiano  sulla  pleiade  è  dav- 
vero pregevolissimo.  Il  Du  Bellay,  proemiando  alla  prima  ediz.  della  sua  Olive, 
disse  di  aver  imitato,  non  solo  il  Petrarca,  ma  anche  l'Ariosto  ed  altri  ita- 
liani. Nella  2»  ediz.  quella  confessione  sparisce,  ma  dal  proemio  sostituito 
appare  che  il  Du  B.  era  stato  accusato  di  plagio  e  che  si  difendeva,  cercando 
di  mostrarsi  originale  il  più  possibile.  E  l'audacia  stavolta  gli  valse,  perchè 
gli  storici  francesi  delle  lettere  gli  accordarono  il  vanto  d'essere  stato  origi- 
nale in  un  secolo  d'imitazione.  In  realtà,  peraltro,  non  è  vero  che  il  Du  B. 
non  imiti;  solo  si  attiene  a  modelli  italiani  meno  noti.  Al  Petrarca,  saccheg- 
giato dal  Ronsard  e  da  altri,  attinse  relativamente  poco,  molto  invece  s'in- 
spirò all'Ariosto  e  molto  dedusse  da  petrarchisti  del  cinquecento.  Il  V.  ha 
il  merito  di  dimostrare  che  per  la  composizione  deW  Olive  il  Du  B.  si  valse 
d'una  silloge  dei  nostri  lirici  stampata  dal  Giolito  tra  il  1546  ed  il  '48.  Con 
finezza  di  gusto  e  di  discernimento  fa  vedere  il  V.  come  si  comporti  il  Du  B. 
di  fronte  a'  suoi  modelli.  Raro  è  il  caso  ch'egli  addirittura  traduca  ;  il  più 
delle  volte  imita  il  motivo,  compone,  rimaneggia,  sviluppa;  e  nel  far  questo 
dà  saggio  d' innegabile  abilità.  I  poeti  maggiori  imitati  dal  Du  B.  sono 
(oltre  l'Ariosto)  il  Bembo,  il  Molza,  il  Castiglione,  Giov.  Muzzarelli,  Lelio 
Capilupi,  Bernardino  Daniello,  Bernardino  Tomitano,  Giulio  Camillo,  il  Gui- 
diccioni,  Claudio  Tolomei,  il  Della  Casa;  i  minori  sono  Tommaso  Castellani, 
Vincenzo  Quirini,  Fortunio  Spira,  Carlo  Zancaruolo,  Bartolomeo  Gottifredi, 
Ottaviano  Salvi,  Pietro  Barignano,  Girolamo  Volpe,  Antonio  Mezzabarba, 
Battista  Della  Torre  e  qualche  altro.  In  una  postilla,  pubblicata  nella  Revue 
d'hist.  litt.  de  la  France,  Vili ,  323,  il  V.  medesimo  nota  che  il  son.  84 
àe\VOlii-e  imita  il  Sannazaro]. 

Antonio  Gecgon.  —  Di  Niccola  Villani  e  delle  sue  opere.  —  Cesena,  tip.  Vi- 
gnuzzi,  1900  [La  principale  benemerenza  del  secentista  pistoiese  N.  Villani 
sta  indubbiamente  nel  fervore  con  cui  egli  coltivò  la  critica,  ed  in  mezzo 
ad  una  erudizione  fin  troppo  estesa  e  farraginosamente  accatastata,  in  mezzo 
a  bizzarrie  ed  a  stranezze  d'ogni  genere,  seppe  darci  giudizi  letterari  assestati 
ed  acuti.  Così  il  suo  Ragionamento  sopra  la  poesia  giocosa  (ch'è  il  più  me- 
ritamente noto  fra  i  suoi  scritti  critici),  come  V  Uccellatura  e  le  Considera- 
zioni, che  s'addentrano  nella  polemica  fra  il  Marino  e  lo  Stigliani,  e  nelle  fre* 


164  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

quenti  digressioni  trattano  d'altri  parecchi  autori,  specialmente  di  Dante,  del 
Petrarca  e  del  Tasso,  sono  opere  che,  malgrado  i  loro  grandi  difetti  di  com- 
posizione, meritano  un  posto  segnalato  nella  produzione  critica  del  sec.  XVII. 
Ignote  esse  non  erano  davvero,  in  questo  gran  desiderio  di  esumazioni  let- 
terarie che  onora  i  tempi  nostri;  ma  il  vederle  novamente  considerate  da 
uno  studioso  occupato  a  porre  in  chiaro  l'intera  attività  letteraria  del  Vil- 
lani, sembrerà  a  tutti  cosa  opportuna  e  tale  da  far  piacere.  Solo  il  Geccon 
ha,  anche  in  questa  parte  del  suo  diligente  studio,  un  difetto,  che  salta  agli 
occhi  pur  nelle  altre:  quello  di  considerare  il  suo  autore  troppo  isolato,  e 
di  non  illuminarlo,  quindi,  con  la  comparazione.  Se  si  fosse  servito  accon- 
ciamente di  quest'ottimo  strumento,  non  gli  sarebbe  riuscito  difficile  il  lu- 
meggiare in  ispecie  le  non  poche  novità  ragguardevoli  che  alla  storia  lette- 
raria reca  il  Ragionamento,  al  quale  gli  studiosi  della  poesia  faceta  ricorrono 
anche  oggi  non  senza  profitto.  Nel  rimanente  del  volume  merita  encomio  in 
ispecie  il  cap.  IV,  che  tratta  delle  due  satire  latine  del  Villani,  dirette,  con 
la  violenza  che  il  secolo  prediligeva,  contro  la  corruzione  dei  costumi,  se- 
gnatamente degli  uomini  di  chiesa.  Quelle  satire  sono  assai  rare,  ed  il  G. 
ne  ha  dato  sufficiente  notizia,  giovandosi  anche  di  testi  a  penna.  Di  quel 
tentativo  di  poema  epico  che  è  la  Fiorenza  difesa  altri  aveva  già  discorso 
con  critica  illuminata;  tra  le  Rime  piacevoli  il  G,  dà  la  preferenza  al  Diti- 
rambo, che  fa  del  V.  un  precursore  del  Redi.  Le  altre  rime  meritavano  d'es' 
sere  studiate  un  po'  meglio.  Intorno  alla  biografia  del  V.,  il  G.  sa  dirci  ben  poco 
di  nuovo,  essendo  riuscite  infruttuose  quasi  tutte  le  sue  ricerche.  Guido  Zac- 
cagnini,  che  avea  lavorato  sul  medesimo  tema,  completò  specialmente  in 
questa  parte  il  libro  del  G.,  in  una  estesa  ed  utile  recensione,  ch'egli  ne 
inserì  nella  Rass.  crii,  della  leti,  italiana,  VI,  55  sgg.  Il  G.,  che  è  persona 
modesta  e  fors'anche  timida,  procede  fin  con  troppa  cautela  nelle  sue  asser- 
zioni, e  mette  dei  forse  e  dei  pare,  ed  usa  la  forma  condizionale  nei  verbi, 
anche  là  dove  potrebbe  camminare  più  sicuro  e  spedito.  Ma  di  ciò  non  vo- 
gliamo davvero  rimproverarlo  troppo,  oggi  che  i  giovani  sogliono  peccare 
tanto  spesso  di  soverchia  baldanza  e  di  presunzione.  Né  gli  faremo  colpa  di 
certe  ingenuità  che  occorrono  qua  e  là  nel  libro  e  che  provengono  da  una 
qualità  invidiabile,  la  gioventù.  Piuttosto  lodiamo  la  bontà  dell'intento  di 
questo  lavoro,  la  coscienziosità  con  cui  è  condotto,  la  forma  semplice  ma 
quasi  sempre  garbata.  Buone  speranze  per  l'avvenire  dà,  nella  sua  modestia, 
questo  primo  saggio]. 

Pacifico  Provasi.  —  Giovan  Leone  Sempronj  e  il  Secentismo  ad  Urbino. 
—  Fano,  tip.  Montanari  1901  [In  sei  capi  è  diviso  il  lavoro  del  P.,  il  quale 
volle  studiare  principalmente  la  vita  e  l'opere  del  S.  Della  corta  vita  (1603- 
1646)  e  non  singolare  per  casi  straordinari  di  cotesto  secentista  urbinate,  il 
P.  non  potè  raccogliere  molte  notizie;  e  quelle  raccolte  da  lui  si  riferiscono 
quasi  esclusivamente  all'attività  accademica  del  S.,  che  fu  dei  più  zelanti  soci 
della  patria  accademia  degli  Assorditi,  e  agli  uffici  municipali,  ch'egli  so- 
stenne. Poco  0  nulla  d'interessante  hanno  le  sue  opere,  in  cui  il  P.  si  pro- 
pose di  studiare  «  il  secentismo,  quale  si  localizzò  in  una  piccola  città  già 

«insigne dando  di  sé  più  intense  e   gravi  manifestazioni»  (pp.  12-13). 

Nella  lirica  il  S.  non  fu  che  un  marinista  dei  tanti,  ch'ebbero  tutti  i  difetti 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  165 

e  non  l'ingegno  del  loro  maestro;  nell'epica,  uno  degli  innumerevoli  epigoni 
del  Tasso,  ma  non  de'  peggiori  :  nella  tragedia  e  nel  melodramma,  meno  ori- 
ginale (se  è  possibile)  che  nella  lirica  e  nell'epica;  insomma  mediocre  in 
tutto  e  secentista  sempre.  In  ogni  modo  le  lunghe  analisi  che  il  P.  ha  date 
della  Selva  poetica,  del  Boemondo  e  del  Conte  Ugolino  (le  tre  opere  prin- 
cipali del  S.)  non  sono  del  tutto  inutili,  perchè  servono  a  dare  un'  idea  più 
che  sufficiente  d'uno  scrittore  che  nelle  storie  letterarie  è  ancora  ricordato; 
ma  più  interessanti,  per  la  storia  del  teatro,  sono  i  cenni  sugli  intermezzi 
composti  dal  S.  per  la  rappresentazione  del  Conte  Ugolino  (pp.  42  sgg.).  Del 
«  Secentismo  ad  Urbino  »,  o  per  meglio  dire  AqW Accademia  degli  Assorditi, 
il  P.  tratta  nell'ultimo  capo  dando  sommarie  notizie  bibliografiche  di  vari 
scrittori  urbinati,  oscurissimi  tutti,  e  principalmente  di  coloro  che,  nel  1623, 
concorsero  col  canonico  Gallo  Antonio  Galli  alla  restaurazione  dell'Acca- 
demia ;  la  quale  dall'opera  di  un  Vittorio  Venturelli,  di  un  Marcantonio  Ver- 
gilio  Battiferri,  di  un  Federico  LJbaldini,  d'un  Tommaso  Dadi,  d'un  Simone 
Borgherucci,  d'un  Tito  Cornei,  d'un  Battista  Geci,  di  due  fratelli  Fabbretti, 
■d'un  Bartolomeo  Luminati,  d'un  6.  B.  Pucci,  d'un  Giulio  Veterani  e  d'altri 
colali,  non  ebbe  indirizzo  più  singolare  o  più  giusto  di  quel  che  avessero  le 
infinite  altre  accademie  del  secolo,  come  il  P.  stesso  dichiara  (p.  84).  Luce 
alla  storia  generale  della  letteratura  del  secolo  XVII  e  del  marinismo  in  par- 
ticolare dallo  studio  del  P.  ne  vien  poca;  e  quella  qualsiasi  importanza  ch'esso 
può  avere,  è  tutta  municipale]. 

Antonio  Fusco.  —  Nella  Colonia  Sebezia.  —  Benevento,  tip.  delle  Forche 
Caudine,  1901  [Di  tre  arcadi  meridionali  s'occupa  quest'opuscolo;  ma  quanto 
diversi  tra  loro!  Arcade  \ev&mQnie,intus  et  in  cute,  è  solo  Antonio  Di  Gen- 
naro duca  di  Belforte,  napoletano  encomiato  dal  Monti,  che  nei  quattro 
volumi  de'  versi  suoi  si  mostra  esuberante  di  vena  e  d'ingegno,  ma  non  esce 
dalle  convenzionalità  e  dagli  sdilinquimenti  che  furon  propri  alla  celebrata 
accademia.  Ma  G.  B.  Vico  è  davvero  un  curioso  arcade.  Non  avendo  per 
nulla  il  favor  delle  Muse,  se  fosse  vissuto  in  altri  tempi  e'  è  da  giurare  che 
avrebbe  condannato  alle  fiamme  que'  suoi  poveri  versi;  ma  a'  giorni  suoi 
un  professore  di  rettorica  che  non  scrivesse  in  poesia  era  inconcepibile. 
(Quindi,  allorché  l'occasione  gli  si  porgeva,  si  lasciò  andare  ad  una  produ- 
zione poetica  tutta  di  testa,  nìonotona,  greve,  stentata.  L'altissimo  ed  origi- 
nale intelletto  si  piegò,  per  ubbidire  al  pregiudizio  de'  contemporanei,  ad 
un  lavoro  ingrato,  per  cui  natura  non  gli  aveva  dato  disposizione  alcuna,  e 
quel  medesinjo  Vico  che  seppe  vedere  cosi  addentro  nella  poesia  altrui,  riesci 
arcade  freddo  e  pedissequo  dei  massimi  poeti  nostri.  Ed  arcade  cominciò 
pure  Ignazio  Ciaia  pugliese,  il  terzo  soggetto  studiato  nell'opuscolo  del  F.  ; 
ma  ben  presto  si  svincolò  da  quei  ceppi  e  divenne  poeta  di  liberi  sensi  e 
robusti,  i  cui  versi  ricorrevano  spesso  alle  labbra  di  Mario  Pagano.  Squisi- 
tamente dotato,  avrebbe  potuto  rifulgere  come  poeta,  se  a  soli  33  anni  non 
avesse  lasciato  la  vita  sul  patibolo,  nel  1799.  —  11  F.  studia  l'opera  poetica 
di  tutti  tre  questi  scrittori  con  amore  e  buon  giudizio,  cercando  di  esatta- 
mente caratterizzarla  e  studiandone  gli  elementi  costitutivi.  La  sua  maniera 
di  scrivere  riesce  piacevole  perchè  è  vivace  ed  incisiva,  sebbene  non  manchi 
di  gravi  difetti,  che  non  gli  sarà  difficile  il  correggere.  Talora  abusa  delle 


166  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

imagini;  talaltra,  per  voler  esser  troppo  concettoso,  cade  nell'oscuro.  La  lingua 
ha  licenze  non  permesse:  accdttito  (p.  46)  è  termine  di  stampo  nuovo;  dispia- 
ciuto (p.  7)  per  disgustato  è  meridionalismo  da  evitare]. 

Edgardo  Maddalena.  —  Intorno  alla  «  Famiglia  dell'antiquario  »  di 
Carlo  Goldoni.  —  Napoli,  tip.  Melfi  e  Joele,  1901  ;  estr.  dalla  Rivista  tea- 
trale  italiana.  —  Rosario  Bonfanti.  —  Uno  scenario  di  Basilio  Locatelli. 
—  Noto,  tip.  Zammit,  1901  [Il  M.,  che  è  divenuto  oggi  uno  dei  più  dotti  e 
benemeriti  illustratori  del  Goldoni,  studia  col  solito  suo  garbo  anche  La  fa- 
miglia dell'antiquario.  Nella  prima  parte  della  breve  monografia  egli  esa- 
mina la  commedia  in  sé,  indicandone  i  pregi  e  i  difetti,  rappresentando  le 
ragioni  per  cui  il  sec.  XVlll  era  tratto  facilmente  a  canzonare  gli  antiquari, 
facendo  spiccare  il  significato  politico  di  quell'azione,  in  cui  i  patrizi  ap- 
paiono cosi  risibili  e  sfatti.  Prova  nella  seconda  parte  che  il  Goldoni  conobbe 
con  ogni  probabilità  le  commedie  di  Jacopo  Angelo  Nelli,  quantunque  non 
le  menzioni,  e  che  da  una  di  esse  appunto,  come  già  il  Landau  avvertì,  La 
suocera  e  la  nuora,  è  inspirata  La  famiglia  dell'antiquario.  Di  questo  non 
è  persuaso  A.  Valeri,  che  sotto  il  suo  solito  pseudonimo  di  Garletta  sostiene 
in  contradditorio  nel  Fanfulla  della  domenica  (an.  XXllI,  n"^  22;  2  giugno 
1901)  che  il  Goldoni,  nel  tratteggiare  la  manìa  dell'antiquario,  dipinse  dal 
vero  e  che  il  modello  da  lui  copiato  fu  quel  fanatico  raccoglitore  Antonio 
de  Capitani  di  Mantova,  di  cui  parla  nelle  Memorie  il  Casanova  che  lo 
gabbò.  Malgrado  la  sicurezza  con  cui  afferma  il  Valeri,  è  più  probabile  che 
abbia  ragione  il  Maddalena  (1).  A  ogni  modo  questi  ha  ben  dimostrato  le 
somiglianze  innegabili  che  intercedono  tra  la  commedia  goldoniana  e  quella 
del  Nelli,  ed  anzi  di  quest'ultima  ha  indagato  pure  le  probabili  fonti,  fer- 
mandosi in  ispecie  su  di  uno  scenario  di  Girolamo  Bartolomei.  Un  altro  sce 
nario,  //  vecchio  avaro,  che  è  nella  raccolta  di  Basilio  Locatelli,  ora  con- 
servata nella  Casanatense  (vedi  Giorn.,  29,  212),  pubblica  il  Bonfanti,  per 
mostrare  la  parentela  che  c'è  tra  quello  scenario  e  due  commedie  celebrate. 
Le  malade  imaginaire  del  Molière  e  La  serva  amorosa  del  Goldoni.  Non 
pretende  già  il  B.  che  proprio  a  quello  scenario  attingessero  i  due  grandi 
commediografi,  ma  siccome  si  trattava  di  materia  comune  alle  compagnie 
comiche,  ammette  che  quel  soggetto  possa  essersi  trasfuso,  in  tutto  o  in 
parte,  in  altre  composizioni,  note  al  Molière  e  al  Goldoni.  E  anche  questo 
può  darsi;  ma  è  una  di  quelle  congetture  che  resteranno  sempre  un  po'  cam- 
pate in  aria.  —  Per  tornare  al  M.,  egli  nell'ultima  parte  dell'elaborato  suo 
scritto  rintraccia  la  fortuna  che  ebbe  La  famiglia  dell'antiquario  segnata- 
mente in  Italia  e  in  Germania.  In  Germania  quella  commedia  non  fu  sola- 
mente tradotta,  ma  anche  imitata]. 

In  m,emoria  di  Annibale  Mariotti,  studi  storici  e  letterari  dei  prò fessori 


(1)  Possono  anche  averla  entrambi.  Altro  fatto  più  sicuro  risulta  dall'articolo  di  Carlotta,  cioè 
che  La  famiglia  dell'antiquario,  checché  ne  dicesse  nelle  Memorie  il  Goldoni,  non  appartenne 
mai  alle  famose  sedici  commedie  scritte  in  un  anno.  Le  quali  per  tal  modo  restano  veramente 
tedici,  né  più  né  meno,  contro  alle  difficoltà  messe  innanzi  dal  Maddalena  in  altro  scritto.  Cfr, 
Giornale,  XXXVI,  271. 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  167 

e  degli  studenti  del  Liceo-ginnasio  A.  Mariotti  di  Perugia.  —  Perugia,  tipo- 
grafia G.  Guerra,  1901  [La  raccolta  è  dedicata  al  patrio  Municipio,  ma  dai 
due  professori  che  la  idearono  e  la  diressero» —  Fr.  Guardabassi  e  0.  Ferrini 
—  è  offerta  in  omaggio  al  loro  venerato  maestro,  il  D'Ancona;  il  quale  si 
sarà  certo  compiaciuto  del  memore  affetto  di  que'  due  «  suoi  antichi  disce- 
«  poli  »,  e  altrettanto,  crediamo,  del  vedere  com'essi  cerchino  di  propagare 
tra  i  giovani  del  loro  liceo  l'amore  delle  ricerche  e  il  culto  delle  memorie 
patrie.  Non  diremo  che  i  vari  studi  di  cui  consta  la  raccolta  sieno  di  grande 
importanza  o  di  rara  perfezione;  ma  poiché  s'aggirano  tutti  intorno  ad  uno 
stesso  periodo  storico  e  a  vicenda  s'integrano,  formano  un  complesso  note- 
vole, e  raggiungono  il  fine  d'illustrare  largamente  la  vita  letteraria  perugina 
nel  sec.  XVllI.  La  qual  vita  non  fu  singolarissima  né  per  intensità  né  per 
originalità;  fu  vita  esclusivamente  accademica  come  la  maggior  parte  del- 
l'altre italiane,  dove  gli  ozi  letterari  furono  tenuti  in  onore;  ma  vita,  per 
ciò  che  il  tempo  poteva  dare,  non  ingloriosa.  —  Tre  degli  studi  della  rac- 
colta {Il  passaggio  di  Don  Carlo  di  Borbone  per  Perugia,  del  sig.  Viscardo 
Cittadini;  la  Instaurazione  del  governo  repubblicano  in  Perugia,  del 
signor  Mario  Fornaini;  e  Le  truppe  austro-aretine  a  Perugia,  del  signor 
Domenico  Bartoluci)  non  toccano  di  fatti  letterari  e  non  ci  riguardano.  Degli 
altri,  più  notevole  per  estensione  e  per  copia  di  notizie  è  il  primo,  dovuto 
al  prof.  Oreste  Ferrini,  che  trattò  di  Annibale  Mariotti  nell'opera  sua,  di 
quell'Annibale  Mariotti  di  cui  ha  discorso  anche  nella  Raccolta  di  studi 
critici  dedicata  ad  A.  D'Ancona  ecc.  (Firenze,  1901,  p.  261  sgg.)  in  un  ar- 
ticolo intitolato  Storia,  politica  e  galanteria  in  Arcadia.  A  chi  non  sia 
perugino,  parrà  forse  che  il  F.  abbia  esagerato  alquanto  l'importanza  del 
suo  A.  e  che  specialmente  abbia  esagerato  il  valore  della  produzione  poetica 
di  lui,  che  gli  sarebbe  sembrata  certo  molto  meno  significativa  e  originale 
considerandola  in  relazione  con  l'opera  d'altri  infiniti  verseggiatori  del 
tempo:  ma  in  ogni  modo  egli  ha  ben  fatto  ad  illustrare  con  tanta  ampiezza 
(118  pagine)  la  svariata  attività  poetica,  scientifica  e  storica  del  Mariotti, 
perchè  effettivamente  esso  fu  forse  il  maggiore  ingegno  che  Perugia  produ- 
cesse nel  settecento  e  lunga  fu  la  sua  carriera  letteraria.  Nelle  appendici  ag- 
giunte allo  studio  il  F.  dà  anche  notizia  d'altri  scrittori  umbri  del  tempo  (la 
march.  Anna  Raffaelli-Antinori,  il  co.  Reginaldo  Ansidei,  il  dr.  Giambattista 
Agretti)  e  notizie  documentate.  —  Promessa  di  uno  studio  sull'erudito  Gia- 
cinto Vincioli  è  l'articolo  del  prof.  Fr.  Guardabassi  su  Un  capitolo  inedito 
del  Vincioli  stesso;  capitolo  che,  tutt'al  più,  può  aver  qualche  importanza 
come  documento  biografico.  Utile  invece  è  il  catalogo  completo  delle  opere 
del  Vincioli  che  il  G.  ricava  da  un  ms.  dell'A.  —  Il  signor  Giuseppe  Lelmi 
dà  qualche  buona  notizia  di  Vincenzo  Cavallucci,  oggi  noto  principalmente 
per  le  sue  osservazioni  critiche  in  difesa  della  Merope  del  Maffei.  Il  L.  pro- 
duce un  frammento  d'autobiografia  del  C,  parte  d'una  sua  lettera  riguardante 
la  Merope,  e  una  bibliografia  del  C.  che  sarebbe  tornata  più  gradita  se  le 
indicazioni  bibliografiche  fossero  state  date  in  forma  completa,  distinguendo 
sempre  le  cose  stampate  dalle  inedite.  —  D'Alessandro  Pascoli,  medico  e 
filosofo  fiorito  nella  prima  metà  del  '700  discorre  il  signor  F.  Matteucci  ;  di 
Baldassare  Orsini,  poligrafo  della  seconda  metà  di  quel  secolo,  il  sig.  Um- 


168  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

berto  Calzoni;  de  Le  Accademie  in  Perugia  (materia,  per  ciò  che  toccava 
il  sec.  XVIIl  già  trattata  dal  prof.  F.),  qualche  cosa  aggiungendo  alle  no- 
tizie sparse  in  altre  parti  del  Volume,  e  stendendosi  anche  oltre  i  confini 
del  '700,  tessè  succintamente  la  storia  il  sig.  Pelli,  che  si  giovò  anche  di 
qualche  documento  inedito.  Più  curiosi  i  due  ultimi  scritti  che  c'intratten- 
gono pure  di  memorie  accademiche  perugine  e  narrano  due  particolari  epi- 
sodi che  caratterizzano  le  costumanze  letterarie  del  buon  tempo  antico:  l'uno, 
del  sig.  G.  Ciancili  su  V Accademia  dei  Forti  e  la  solenne  adunanza  per 
le  nozze  del  co.  Giulio  Cesarei  e  della  com  Maria  di  Marsciano,  e  l'altro 
di  una  signorina ,  Anna  Santi ,  su  U  incoronazione  della  poetessa  Teresa 
Bandettini  in  Perugia  il  6  dicembre  1795,  gustoso  ed  utile  contributo  alla 
biografia  della  ancor  celebre  Amarilli  Etrusca.  —  Servono  di  complemento 
alla  biografia  del  Mariotti  il  cenno  del  signor  Vincenzo  De  Lorenzis  su  Un 
discorso  di  A.  M.  e  ì  Cenni  autobiografici  di  A.  M.  pubblicati  dal  dr.  Giu- 
stiniano degli  Azzi]. 

Giovanni  Nascimbeni.  —  Un  poeta  in  collegio.  —  Modena,  tip.  Soliani, 
1901  [Estratto  dalla  Provincia  di  Modena.  Interessante  davvero  questo  opu- 
scoletto.  Il  poeta  veramente  non  è  uno  solo;  son  due  poeti,  i  fratelli  Pinde- 
monte,  dei  quali  si  segue  la  vita  negli  anni  (dal  1765  in  poi)  ch'essi  dimo- 
rarono nel  collegio  dei  Nobili  in  Modena.  Nell'archivio  del  collegio  di  S.  Carte 
si  trovano  i  Fasti  di  quel  reputato  istituto,  ed  il  N.  ne  ha  tratto  partito  per 
recar  luce  sulla  educazione  che  v'ebbero  Ippolito  e  Giovanni  Pindemonte. 
Egli  enumera  i  loro  maestri,  tra  i  quali  eccellono  il  poeta  Giuliano  Gassiani 
e  Lazzaro  Spallanzani  ;  tien  conto  dei  più  ragguardevoli  fra  i  loro  condisce- 
poli; si  occupa  con  speciale  predilezione  dei  trattenimenti  accademici  e  delle 
rappresentazioni  sceniche  a  cui  presero  parte.  Merita  nota  il  fatto  che  sin 
d'allora  si  manifestarono  le  particolari  tendenze  dei  due  fratelli  veronesi  : 
Giovanni  componeva  scherzi  comici  e  anche  drammi;  Ippolito  si  segnalava 
nella  poesia  lirica.  11  N.  anzi  pubblica  qui  dalle  carte  dell'archivio  collegiale 
una  sua  ode  sul  tema:  «  Niuna  cosa  è  più  atta  a  inspirare  coraggio  nelle 
battaglie  quanto  la  poesia  »,  che  è  tutta  piena  di  quell'entusiasmo  per  Ossian, 
onde  s'ebbero  a  risentire  altre  posteriori  composizioni  di  lui.  Anche  prescin- 
dendo dalla  nostra  curiosità  pei  fratelli  Pindemonte,  sono  istruttive  le  molte 
notizie  che  il  N.  qui  accoglie  sulle  produzioni  drammatiche  che  nel  collegio 
di  preferenza  si  rappresentavano.  Degli  autori  italiani  il  preferito  era  il  Gol- 
doni, e  questo  non  deve  far  meraviglia;  ma  è  curioso  che  frammezzo  alla 
molta  roba  francese  che  si  rappresentava  ritorni  con  certa  frequenza  il  nome 
del  Voltaire.  E  si  che  si  trattava  d'un  istituto  diretto  da  ecclesiastici  !  Ciò 
prova  una  volta  di  più  l'ascendente  veramente  straordinario  che  il  Voltaire 
esercitava  su  tutti  nel  sec.  XVIII.  Conosce  anche  il  N.  parecchie  lettere 
ancora  inedite  di  Ippolito  Pindemonte,  che  si  conservano  a  Modena.  La  men- 
zione ch'egli  fa  di  esse  ci  ha  rinfrescato  il  desiderio  di  veder  finalmente  ini- 
ziata la  pubblicazione  di  quell'epistolario  dell'illustre  veronese,  alla  quale  con 
tanta  diligenza  attende  da  molti  anni  Pietro  SgulmeroJ. 

Raffaello  Barbiera.  —  Immortali  e  dimenticati.  —  Milano,  Cogliati, 
1901  [Viene  ad  essere  una  nuova  serie  di  figure  e  figurine,  che  il  B.  qui 
ci  schiera   d'innanzi;   ma   a   differenza  dal  volume   che   porta   quel   titolo 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  169 

(cfr.  Giorn.,  35,  142)  qui  non  si  parla  quasi  mai  di  cose  politiche  (unica 
eccezione  lo  scritto  su  Un  dimenticato  dello  Spielberg,  che  è  Gaetano  de 
Gastillia)  e  invece  si  discorre  di  musicisti,  di  pittori,  di  poeti,  fioriti  tra  lo 
scorcio  del  sec.  XVIII  e  tutto  il  XIX.  Sono  articoli  di  riviste  divulgative  e 
articoletti  di  giornale  che  qui  si  trovano  accostati;  ma  il  B.  è  un  giornalista 
che  ama  la  ricerca  storica,  sicché  in  questo  come  negli  altri  suoi  volumi 
ha  da  apprendere  più  cose  anche  Io  studioso.  Non  diremmo  che  siano  par- 
ticolari di  sommo  interesse;  ma  l'erudito  coscienzioso  non  sdegna  le  briciole, 
vale  a  dire  i  fatterelli  attinti  dalla  voce  di  contemporanei  e  i  documentini 
scovati  dove  meno  si  pensava  di  ritrovarli.  Non  è  di  questo  luogo  il  tratte- 
nersi su  quello  che  il  B.  ci  sa  dire  di  musicisti  eminenti,  del  Mozart  a  Mi- 
lano, degli  amori  di  Vincenzo  Bellini,  del  Verdi,  di  Giovanni  Pacini:  basterà 
solo  si  accenni  che  del  Verdi  sono  riferite  alcune  lettere  a  Clara  Maffei  e 
del  Pacini  è  posto  a  profitto  il  carteggio  inedito.  Sono  pure  estranee  al 
campo  nostro  le  indagini  su  pittori  come  Dante  Gabriele  Rosseti,  il  Munkàczy, 
il  Segantini,  e  mal  vi  rientra  lo  scritto  su  Alessandro  Volta  nelVintimità, 
che  reca  qualche  lettera  di  lui  prima  ignota.  Rileveremo  piuttosto  due  studi 
pariniani:  G.  Parini  noto  e  men  noto  e  Un  amica  del  Parini.  Del  Parini 
noto  si  ripetono  cose  notissime;  ma  non  sono  inutili  i  sonetti  inediti  del 
Parini  che  il  B.  illustra,  avendoli  rinvenuti  tra  le  carte  del  poeta  che  ser- 
virono al  Reina  per  la  sua  edizione.  I  sonetti  del  Parini  «  mostrano  le  ombre 
«  del  Grande  »,  come  il  B.  si  esprime,  ma  giovano  alia  storia  ed  alla  cogni- 
zione psicologica  di  lui  (cfr.  Giorn.,  36,  145).  L'amica  del  Parini,  di  cui  il 
B.  narra  molti  aneddoti  saporiti,  è  la  marchesa  Paola  Gastiglioni  nata  Litta, 
alla  quale  il  poeta  di  Bosisio  diresse  un  sonetto  e  due  odi.  Magro  contributo 
è  invece  quello  su  Carlo  Porta  nella  biblioteca  nazionale  di  Parigi,  e  se 
le  13  lettere  del  Porta  che  si  conservano  in  quel  grande  deposito  non  con- 
tengono d'interessante  se  non  ciò  che  il  B.  ne  estrae,  v'  è  ben  poco  da  ral- 
legrarsi. Occasionali  sono  gli  articoli  su  Giovanni  Marchetti,  il  poeta  sini- 
gagliese  che  cantò  la  liberazione  degli  schiavi,  sul  purista  Salvatore  Betti, 
su  Giacomo  Leopardi  e  Antonio  Ranieri,  in  difesa  di  quest'  ultimo  contro 
gli  attacchi  del  Ridella.  Finalmente  van  menzionati  due  gruppi  di  scritte- 
relli  su  Poeti  soldati  (Goffredo  Mameli,  Giuseppe  Montanelli ,  Alessandro 
Poerio,  Ippolito  Nievo)  e  su  Poeti  solitarii  (Alessandro  Arnaboldi,  Nicola 
Sole,  Pasquale  Besenghi  degli  Ughi).  Le  considerazioni  su  questi  ultimi  non 
mancano  di  qualche  interesse  per  chi  voglia  seguire  lo  sviluppo  della  lirica 
nel  secolo  che  da  poco  si  è  chiuso.  Diremo  in  genere,  che  se  questi  scritti 
del  B.  erano  certo  più  al  loro  posto  sulle  pagine  e  sulle  colonne  ove  com- 
parvero la  prima  volta,  anche  messi  cosi  assieme  in  volume  non  fanno 
trista  figura,  perchè  si  leggono  con  piacere  e  perchè  recano  notizie  non 
tutte  ovvie,  di  cui  è  bene  si  serbi  memoria]. 

Cristoforo  Fabris.  —  Memorie  Manzoniane.  —  Milano,  Cogliati,  1901 
[Contiene  quattro  studi  cosi  intitolati:  La  conversazione  di  M.;  Una  serata 
in  casa  M.;  Gli  ultimi  mesi  di  A.  M.;  Osservazioni  sull'opera  di  A.  M. 
«.JDel  romanzo  storico  >.  Meno  il  secondo,  essi  furono  già  pubblicati  e 
sono  però  noti  agli  studiosi  del  Lombardo.  Fu  tuttavia  felice  pensiero 
quello   di   ristamparli  insieme,  poiché    le   notizie  che  si  trovano  sparse  in 


170  BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO 

ciascuno  di  essi  vengono  per  tal  modo  a  completarsi  a  vicenda  e  costitui- 
scono un  davvero  notevole  contributo  alla  conoscenza  del  pensiero  manzo- 
niano. L'autore,  che  ebbe  veramente  consuetudine  famigliare  col  Manzoni 
negli  ultimi  anni  di  questo,  ne  riferisce  molte  opinioni  e  sentenze  in  fatto 
di  letteratura,  di  storia,  di  filosofia  e  di  politica  ch'egli  raccolse  dalle  labbra 
di  lui  e  che  possono  perciò  ritenersi  come  autentiche  e  sicure.  In  un  solo 
caso  troviamo  contraddizione:  ed  è  fra  i  giudizi  registrati  a  pp.  32  e  88  a 
proposito  del  Parini.  Che  poi  il  M.  parlasse  «  sovente  del  Foscolo  »  (p.  53) 
potrà  sembrar  dubbio  a  chi  ricorda  come  il  Bonghi  abbia  attestato  di  non 
averlo  sentito  «  mai  »  parlare  di  quel  poeta  (N.  Antol.,  1885,  li,  p.  HO;.  — 
Preziosi  sono  pure  alcuni  nuovi  particolari  biografici,  che  si  trovano  me- 
scolati a  troppi  altri  già  riferiti  dallo  Stampa  e  dal  Cantìi.  Essi  riguardano 
certe  abitudini  famigliari  del  M.,  i  suoi  rapporti  con  uomini  famosi  dell'e- 
poca e  le  persone  che  gli  suggerirono  l' idea  di  questo  o  quel  personaggio 
del  romanzo]. 

Giovanni  Mestica.  —  Studi  leopardiani.  —  Firenze,  Successori  Le  Mon- 
nier,  1901  [Ai  cultori  tutti  di  cose  leopardiane  riuscirà,  non  v'  ha  dubbio, 
accettissimo  il  presente  volume.  G.  Mestica  marchigiano  è  altamente  bene- 
merito della  ricerca  storica  intorno  al  suo  grande  corregionale,  e  le  sue 
benemerenze  sono  tanto  note,  che  non  è  neppure  il  caso  di  rammentarle  qui. 
Possedere  raccolti  in  volume  ed  opportunamente  ritoccati  gli  scritti  storici 
e  letterari  del  Mestica  che  al  Leopardi  si  riferiscono  e  che  sinora  si  avevano 
solo  in  riviste,  in  giornali,  in  opuscoli  non  sempre  agevoli,  è  cosa  che  piace. 
Segnalabile  è  particolarmente  il  gruppo  di  discorsi  ed  articoli  che  trasse 
occasione  dal  centenario  del  1898,  vale  a  dire:  //  Leopardi  davanti  alla 
critica,  buona  contribuzione  a  quel  lavoro  sulla  fortuna  del  Recanatese,  che 
ancor  si  desidera.  Lo  svolgimento  del  genio  leopardiano  e  Giacomo  Leo- 
pardi  e  i  conti  Broglio  d'Ajano.  Di  questi  ultimi  lavori  diede  conto  il  Lo- 
sacco  nel  nostro  Giornale,  34,  154  e  159,  come  pure  nel  Giornale,  3i,  476, 
si  tocca  dell' articoletto  saW antico  error,  edito  nel  numero  unico  che  nel 
1S99  dedicarono  al  Leopardi  gli  studenti  romani.  Gli  altri  scritti  critici  del 
volume  rimontano  pressoché  tutti  ad  una  ventina  d'anni  fa,  sicché  l'A.,  ri- 
stampandoli, si  trovò  costretto  ad  aggiungere  parecchie  note,  rese  indispen- 
sabili dagli  avanzamenti  delle  indagini  sul  poeta  e  pensatore  pessimista. 
La  prosa  riassuntiva  su  Giacomo  Leopardi  è  dedotta  dal  Manuale  della 
letteratura  italiana;  quelle  intitolate  //  verismo  nella  poesia  di  G.  Leo~ 
pardi  e  La  conversione  letteraria  e  la  cantica  giovanile  sono  notissimi 
articoli  della  N.  Antologia;  il  brevissimo  scritto  sulla  Corrispondenza  ine- 
dita del  Leopardi  con  G.  Montani  giaceva  in  un  numero  dimenticato  del 
Fanfulla  della  domenica.  Il  piiì  importante  tra  quei  vecchi  lavori  è  peraltro 
quello  su  Gli  amori  di  G.  Leopardi.  Letto  nel  Circolo  filologico  di  Ancona 
il  22  febbraio  1880,  esso  non  era  mai  stato  pubblicato  integralmente;  ma 
ne  erano  stati  dati  estratti  e  riassunti,  «  fondamento  e  punto  di  partenza 
«  (come  giustamente  avverte  il  M.),  sebbene  il  più  delle  volte  dissimulato, 
«  agli  ulteriori  studi  leopardiani  su  tale  soggetto  ».  Questa  memoria  è  straor- 
dinariamente ricca  di  notizie  peregrine,  che  il  M.  con  amorosa  cura  attinse 
a  fonti  svariate,  ed  in  particolar  guisa  ai  riferimenti  di  persone  che  conob- 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  171 

bero  Giacomo  e  del  suo  stesso  fratello  Carlo.  La  preziosità  di  siffatte  testi- 
monianze è  oggi  aumentata  perchè  purtroppo  ormai  quelle  fonti  orali  sono 
per  sempre  inaridite]. 

Laudomia  Cecchini.  —  La  ballata  romantica  in  Italia.  —  Firenze,  Pa- 
ravia, 1901  [Sobrio,  lucido,  giudizioso  e  garbato  studio  cotesto,  che  non  si 
direbbe  quasi  fattura  d'una  signorina;  perchè  se  non  è  difficile  trovare  tra 
le  signorine  che  studiano  l'ingegno,  è  raro  incontrarvi  ingegno  che  si  pieghi 
a  diligenza  di  lunga  e  larga  ricerca  e  a  rigore  di  metodo.  All'altre  sue  doti, 
oggi  davvero  non  comuni  anche  tra  i  giovani  studiosi  del  miglior  sesso, 
la  C.  unisce  una  grande  modestia.  Dopo  aver  fatto  copiosa  raccolta  di  ma- 
teriali, spigolando  da  molti  libri,  da  giornali  e  anche  da  manoscritti,  non 
ebbe  l'ambizione  di  cavarne  un  volume;  non  pretese  di  «  stabilire  quello 
«  che  fu  e  significò  la  ballata  romantica  nella  vita  italiana  del  secolo  scorso  », 
dubitando  che  a  ciò  le  facessero  difetto  «  ed  esperienza  di  studi  e  maturità 
«  di  giudizio  »,  bensì  volle  della  ballata  «  tracciare  semplicemente  lo  svol- 
<i  gimento  storico  »  dal  Berchet  al  Prati  (p.  8);  e  fece  opera  utilissima 
perchè  ci  diede  non  delle  chiacchiere  più  o  meno  ingegnose,  ma  dei  fatti 
ben  documentati  ed  importanti  a  sapersi.  Dei  minori  che  coltivarono  tra  noi 
quella  specie  di  poesia  essa  conobbe  buona  parte;  ma  di  essi  (tranne  il  Biava, 
il  DairOngaro,  il  Gapparozzo  (1)  e  il  Gazzoletti  (2))  non  volle  discorrere,  per 
restringersi  invece  a  considerare  più  attentamente  l'opera  poetica  del  Berchet, 
del  Garrer  e  del  Prati,  in  tre  distinti  capitoli,  che  aggiungono  ciascuno 
qualche  cosa  di  notevole,  non  solo  alla  storia  della  ballata  romantica  in  Italia, 
ma  alla  storia  di  quei  tre  segnalati  ingegni  poetici  del  secolo  XIX.  La  G. 
non  intese  solo  di  stabilire  con  sicurezza  la  cronologia  delle  ballate  di  co- 
testi autori,  di  classificarle,  d'indicarne  le  fonti,  di  rilevarvi  le  varie  influenze 
bùrgheriane  o  hughiane  (visibili  queste  talora  nel  Garrer  e  più  spesso  nel 
Prati)  0  byroniane  o  d'altra  scaturigine  (cose  nelle  quali  ci  pare  che  sia 
riuscita  egregiamente);  volle  inoltre  rilevarne  anche  i  pregi  e  i  difetti,  di- 
segnarne la  fisonomia  estetica,  e  senza  perdersi  in  lunghi  discorsi,  giudicando 
con  discernimento  ed  acume,  vi  riuscì  del  pari.  Ai  tre  capitoli  di  cui  s' è 
fatto  cenno  segue  un  Epilogo,  nel  quale  dopo  aver  discorso  alquanto  di  quei 
minori  più  sopra  ricordati,  la  G.  espone  le  conclusioni  del  suo  studio,  con- 
clusioni positive  e  accettabilissime.  Ci  piace  riferirne  le  principali,  e  cioè 
che  la  ballata  italiana  nel  suo  svolgimento  storico  «  segue  le  vicende  del 
«  romanticismo  »  ;  eh'  essa  più  specialmente  fiori  nel  Lombardo-Veneto  «  il 
«  paese  dove  nacque  ed  ebbe  pieno  svolgimento  il  romanticismo  italiano  »  ; 
e  ch'essa  «  calda  di  passione,  ma  non  interamente  composta  a  bellezza  ar- 
«  tistica,  col  Berchet  —  bella  qualche  volta,  e  qualche  volta  anche  misera 
«  e  pedestre,  col  Garrer  —  impetuosa  e  larga,  ma  scomposta,  col  Prati  —  fu 
«  grandemente  accetta  e  mal  coltivata  in  Italia  »  (pp.  69-70).  Con  qualche 
succosa  considerazione  sul  merito  comparativo  della  nostra  ballata  colla  te- 


(1)  La  C.  che  di  solito  ha  tenuto  conto  di  qnanto  s'è  scritto  intorno  agli  autori  di  cui  parla, 
poteva  pel  Gapparozzo  richiamare  l'opuscolo  del  prof.  Angusto  Serena;  efr.   Sjorn.,  XXXIV,  267. 

(2)  Pel  Gazzoletti  pot«vasi  richiamare  lo  scritto  recente  di  M.  Mainoni  ;  cfr.  Giorn.,  XXV,  437. 


172  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

desca  e  colla  francese,  e  con    altre   considerazioni  sulla  debolezza  stilistica 

della  ballata  nostra,  la  quale  «  nella  rilassatezza  della  sua  forma portò 

«in  gran  parte  la  sua  condanna»,  si  chiude  lo  studio;  a  cui  tien  dietro 
una  breve  appendice  di  notizie  metriche,  che  se  non  copiose,  sono  esatte  e 
servono  a  richiamare  alcuni  dei  principali  schemi  tra  quella  grande  varietà 
di  combinazioni  metriche  diverse  che  furono  tentate  dai  ballatisti  nostri]. 

Arcangelo  Bellino.  —  Il  Canzoniere  nazionale  di  G.  B.  Niccolini. 
Studio  critico.  —  Girgenti,  Ufficio  tipografico,  1901  [Ci  spiace  di  doverci 
mostrar  severi  all'autore  di  cotesto  cosidetto  Studio  critico,  eh' è  tutto  un 
lungo  pistolotto;  né  si  può  dire  neppure  che  la  povertà  della  sostanza  sia 
mascherata  in  esso  dalla  bontà  della  forma,  o  che  sia  almeno  un  tessuto  di 
chiacchiere  ragionevoli.  Le  lodi  del  patriottismo  del  Niccolini,  uno  degli 
«  operatori  del  Risorgimento  »,  dei  quali  «  i  maggiori  superarono  sé  stessi, 
«  e  poterono  quindi  avverare  nella  sua  pienezza  la  legge  fondamentale  della 
«unificazione  italiana»  (p.  13),  formano  la  miglior  sostanza  del  discorso. 
Ma  per  lodare  il  patriottismo  del  Niccolini  era  necessario  proprio  d'aflfastel- 
lare  tante  stramberie?  Diamone  un  solo  esempio:  «Il  Niccolini  nobilmente 
«diffidava  dell'avviamento  che  vedeva  prendere  alle  {sic)  cose  nostre;  e  fra 
«  lo  sperare  e  il  disperare  che  in  lui  pugnavano  per  l'erudita  esperienza  dei 
«  tempi  trascorsi  e  per  quella  viva  de' suoi  propri,  non  intendeva,  come  fe- 
«  cero  e  appresero  {sic)  altri  illustri,  a  investigare  in  modo  assolutamente 
«  teorico  e  pratico  le  cagioni  delle  sventure  italiane  e  i  rimedi  di  (sic)  ap- 
«  prestarsi  ad  esse;  ma  la  sua  fantasia,  così  ampiamente  soccorsa  dalla 
«  erudizione  e  dal  raziocinio,  era  in  guisa  nobilissima  e  nuova,  teorica  e 
«  pratica  [I];  e  per  fermo  ne  apparisce,  secondo  i  principi  di  una  critica 
«  savia  e  scrutatrice,  quale  una  forza  predestinata  che  dovea  con  mirabile 
«  spontaneità  e  con  più  mirabile  continuità  portare  i  suoi  frutti,  quale,  a 
«  parlar  breve,  un'altissima  personalità  italiana  »  (p.  13).  Meravigliose  cose 
poi  sa  dire  il  B.  anche  del  Niccolini  poeta.  «  Peccato  che  cotesto  poeta  per 
«  semplicità  di  concetto,  schiettezza  di  dettato,  gagliardia  e  sincerità  di  sen- 
«  tire,  davvero  insuperabile  »  (p.  14)  «  non  possa  dirsi  poeta  lirico  nel  senso 
«  reale  della  parola  »  (p,  62)1  Peccato  ch'egli  si  sia  servito  «raramente  di 
«  quella  forma  abbondante  e  gloriosa  dell' mno  e  dell'orfe»,  ed  abbia  «eletto 
«  a  genere  di  poesia  il  sonetto»  (p.  62);  «  ma  se  »  i  sonetti  suoi  «  riescono 
«  freddi  e  monotoni  considerandoli  dal  lato  della  forma,  non  si  può  togliere 
«  ad  essi  l'impronta  di  una  ispirazione  profetica  e  che  potrebbe  bastare  a 
«  sé  stessa.  Più  di  un  punto  infatti  rivela  quanto  egli  avrebbe  potuto  in 
«  questo  genere  [?!],  imperocché  la  riflessione  faticosa  e  l'istinto  sublime  non 
«  si  accoppiarono  mai  in  nessun  poeta  nazionale  o  civile  meglio  che  nel 
«  Niccolini  »  (p.  63).  Questi  saggetti  persuaderanno  i  discreti  che  lo  sten- 
dersi a  notare  nello  Studio  critico  del  B.  piccole  sviste  e  lacune  d'informa- 
zione bibliografica  od  altro,  sarebbe  tempo  perso,  come  sarebbe  tempo  perso 
il  leggerlo,  per  chiunque  non  avesse  voglia  di  esilerarsi,  o  di  meditare  sulle 
nefaste  cagioni  che  rendono  ogni  dì  più  copiosa  la  produzione  di  tali  studi', 
i  quali,  non  servendo  ad  altro,  servono  talvolta  (e  di  recente  s' é  veduto, 
purtroppo!)  a  trionfare  nei  concorsi  per  le  scuole  secondarie]. 

Vittorio  Osimo.  —  Gli  scritti  letterari  di  Carlo  Cattaneo.  —  Milano-Fa- 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  173 

lermo,  Sandron,  1901  [Quest'anno,  inaugurandosi  un  monumento  a  Carlo 
Cattaneo  pel  primo  centenario  della  sua  nascita  (15  giugno  1801),  fu  di  nuovo 
un  rammentarsi  generale  di  lui  e  uscirono  per  l'occasione  un  numero  unico 
e  parecchi  articoli,  e  de'  suoi  scritti  politici,  non  che  dell'epistolario,  l'editore 
Barbèra  pubblicò  tre  nuovi  volumi  (v.  Giorn.,  38,  267),  che  vennero  ad  ag- 
giungersi alle  Opere  edite  ed  inedite  raccolte  e  ordinate,  dal  1881  in  poi, 
da  Agostino  Bertani,  e  venute  in  luce  coi  tipi  dei  Le  Mounier.  E  appunto 
nella  raccolta  del  Bertani,  che  si  trovano  i  suoi  scritti  letterari  e  linguistici, 
importanti  senz'alcun  dubbio  gli  uni  e  gli  altri  per  i  presentimenti  che  rac- 
chiudono di  indirizzi  nuovi,  per  l'originalità  delle  vedute,  per  la  chiarezza 
incisiva  e  maschia  dello  stile.  Nello  scritto  dell'O.  questo  è  additato  con 
bella  precisione  e  buona  forma,  ed  è  insieme  delineato  con  mano  sicura  il 
valore  dell'ingegno,  che  fu  grande,  e  del  sapere,  che  fu  svariato  ed  estesis- 
simo, dell'illustre  lombardo.  Novità,  del  resto,  l'opuscolo  non  reca,  né  vi  è 
attuato  il  legittimo  desiderio  che  a  proposito  del  libro  di  E.  Zanoni  sul  Cat- 
taneo fu  espresso  in  questo  Giornale,  34,  253.  Ma  le  cose  che  si  dicono  sono 
dette  con  proprietà  e  con  garbo,  e  dalle  note  si  può  raccogliere  una  biblio- 
grafia delle  indagini  più  considerevoli  che  sul  Cattaneo  furono  fatte.  11  giu- 
dizio complessivo  dell'opera  critica  di  lui  trovasi  in  queste  righe:  «  Proseguì 
€  felicemente  e  integrò  con  il  sussidio  della  linguistica  e  delle  discipline 
«  storiche  l'indirizzo,  che  primo  il  Foscolo,  a  cui  egli  si  assomigliò,  pur 
«  serbandosi  originale,  anche  nello  stile,  segnò  alla  critica  della  letteratura, 
«  e  preluse  con  genialità  alla  critica  odierna,  che  suol  pervenire  al  giudizio 
«  estetico  attraverso  all'indagine  storica  e  psicologica  »  (p.  40).  E  giusto]. 

Giacinto  Stiavklli.  —  Garibaldi  nella  letteratura  italiana.  —  Roma, 
E.  Voghera,  1901  [Libro  davvero  singolare  è  codesto  :  «  né  tutto  un  libro  di 
«storia,  come  dice  il  suo  A.,  né  tutto  un  libro  di  critica,  ma  sibbene  un 
«  libro  che  della  storia  e  della  critica  partecipa,  senza  il  rigorismo  dell'una 
«  e  dell'altra  •»  (p.  7);  nel  tempo  stesso  un  libro  che  asconde  i  giudizi  meno 
favorevoli  all'eroe,  perchè  vuol  essere  «  un  inno  a  Garibaldi,  un  inno  sereno, 
«  un  inno  senza  note  polemiche  e  irose  »  (p.  391).  Proprio  così  !  Aggiungi 
che  il  volume  racchiude  una  specie  di  bibliografia  di  quanto  su  Garibaldi 
fu  scritto  in  prosa  ed  in  rima,  e  che  degli  scritti  migliori  sono  riferiti  molti 
brani,  e  avrai  un'  idea  complessiva  dell'opera  non  ordinaria,  alla  quale  l'A. 
consacrò  senza  dubbio  non  ordinaria  fatica  e  moltissimo  amore.  Egli  ha  pel 
grande  generale,  che  tanto  contribuì  al  nazionale  riscatto,  che  è  del  secolo  XIX 
una  delle  figure  indubbiamente  più  fulgide,  un  entusiasmo  senza  limiti,  che 
trasfonde  nelle  sue  pagine.  Nel  giudicare  degli  scritti  di  storia  riguardanti 
il  suo  tema,  delle  molte,  delle  troppe  monografie,  cioè,  intessute  di  memorie 
e  di  aneddoti,  lo  St.  ha  forse  il  torto  di  lasciarsi  un  po'  trascinare  dalla  sua 
convinzione  decisamente  repubblicana  e  di  non  distinguere  abbastanza  net- 
tamente i  libri  che  hanno  vero  e  positivo  valore,  perchè  scritti  da  testimoni 
de  visu,  ovvero  attinti  a  fonti  prime  ineccepibili,  da  quelli  dovuti  a  tardi  e 
talor  retorici  panegiristi  o  relatori.  Nella  letteratura  garibaldina  v'ha  davvero 
di  molte  erbacce,  che  lo  storico  dovrà  estirpare  senza  pietà.  Ma  lo  St.  ci 
ripete  che  egli  non  ha  voluto  fare  opera  di  critico  rigoroso,  e  così  ci  tura 
la  bocca  !  Del  resto,  la  ragion  principale  per  cui  qui  si  accenna  al  libro  sta 


174  BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO 

nell'esservi  raccolto  un  copiosissimo  materiale  con  cui  un  giorno  si  potrà 
ritessere  la  storia  letteraria  di  Garibaldi.  E  specialmente  nella  lirica  che 
l'eroe  ebbe  fortuna,  e  se  ne  intende  agevolmente  il  perchè;  ma  a  quella  fi- 
gura non  è  estranea  l'epica  (almeno  nelle  proporzioni  che  l'età  moderna 
comporta)  ed  essa  ha  il  suo  posto,  sia  pur  meschino,  nel  romanzo  e  nel 
teatro.  Un  capitolo  consacra  lo  St.  a  Garibaldi  nella  letteratura  popolare  ; 
ma  egli  medesimo  lo  riconosce  deficiente,  ed  a  noi  pare  non  vi  sia  fatta  ab- 
bastanza la  distinzione  tra  ciò  che  è  veramente  leggenda  e  produzion  poe- 
tica popolare  e  quello  che  deriva  da  poeti  popolareggianti,  di  cui  il  popolo 
entusiasta  accolse  i  prodotti.  Altro  capitolo  considera  Garibaldi  scrittore,  e 
ne  dà  equo  giudizio.  Nel  comples-so,  il  libro,  sebbene  farraginoso  e  disordi- 
nato, potrà  essere  di  qualche  giovamento  a  chi  consideri  in  seguito  il  mede- 
simo soggetto  con  criterio  critico  vero  e  con  metodo.  Quanto  più  procediamo 
nel  nuovo  secolo,  tanto  più  gli  uomini  e  gli  avvenimenti  dell'intera  epopea 
garibaldina  e  i  poeti  di  Garibaldi  si  studiano  e  si  studieranno  con  vera  se- 
renità di  giudizio]. 

Ignazio  Givello.  —  Studi  critici.  —  Palermo,  Reber,  1900  [Considerando 
i  saggi  che  in  questo  volume  possono  importare  agli  studi  nostri,  non  ci 
tratterremo  sul  primo,  diviso  in  cinque  capi  distinti,  ove  è  discorso  ben  poco 
chiaramente  di  quello  che  l'A.  chiama  «  mondo  dello  spirito  »,  in  cui  ravvisa 
«  una  grande  malattia  morale  ».  A  codesto  mondo  malato  appartengono,  se- 
condo lui,  Amleto,  Faust,  Manfredo  e  Gonsalvo,  sui  quali  tutti  più  o  meno 
si  ferma,  terminando  appunto  con  Gonsalvo,  perchè  con  lui  «  il  mondo  dello 
«  spirito  si  chiude  e  diviene  puro  fatto  ».  E  così  sia  !  Staremo  paghi  a  men- 
zionare l'articolo  su  S.  Francesco,  che  è  solo  una  specie  di  riassunto  rapi- 
dissimo del  noto  libro  del  Sabatier;  né  ci  indugeremo  su  quelli  che  trattano 
di  Don  Giovanni  e  della  leggenda  di  Fausto,  scritti  entrambi,  segnatamente 
il  primo,  senza  veruna  cognizione  della  letteratura  di  quei  temi.  Legga  il 
C.  la  memoria  del  Farinelli  su  Don  Giovanni,  e  vedrà  quante  cose  ha  igno- 
rate e  quante  erroneamente  interpretate.  —  Due  studi  parrebbero,  per  esser 
il  tema  loro  assai  circoscritto,  più  promettenti,  quello  su  La  donna  delle 
canzoni  pietrose  e  l'altro  su  II  Peregrino  di  Jacopo  Caviceo.  Ma  ahimè! 
essi  pure  sono  ben  povera  cosa.  Pur  respingendo  le  ipotesi  dell'Amadi  e  del- 
rimbriani,  ritiene  l'A.  che  la  donna  della  pietra  si  chiamasse  veramente 
Piera  e  che  Dante  se  ne  invaghisse  nell'esilio.  Egli  propende  ad  identificarla 
con  la  donna  del  Casentino,  o  meglio  del  Cosentino,  come  egli  scrive  con 
sintomatica  conseguenza  (pp.  85-86)  (1).  E  detto  questo,  soggiunge  con  invi- 
diabile ingenuità:  «è  in  quei  monti  (del  Cosentino!),  negli  archivi  polverosi 
«  di  quelle  città  e  nelle  memorie  dello  esilio  (!?)  che  deve  cercarsi  la  nuova 
«  donna  cantata  da  Dante  ».  Mentre  attende  (e  avrà  da  attendere  un  pezzo), 
sarebbe  bene  ch'egli  s'impratichisse  un  po'  meglio  della  letteratura  critica 
dantesca  e  che  imparasse  a  non  confondere  con  un  affettuoso  sonetto  conso- 


(1)  Nella  traiicrìzione  dei  nomi  propri  qnesto  scrittore  commette  talora  sviate  curiose.  Anche 
Qentucca  diventa  per  lui  Qentuccia  (p.  36).  Né  solo  i  nomi  propri  concia  a  quel  modo.  Le  edù 
tioni  suonano  qui  leuioni  (p.  99),  ed  una  narrazione  spigliata  è  capace  dì  tramutarsi  in  sbrigliata 
(p.  123).  Adagio  a'  ma'  passi  ! 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  175 

latorio  il  celebre  rabbuffo  di  Guido  a  Dante:  «  lo  vengo  il  giorno  a  te  infi- 
«  nite  volte  »  (p.  81)  (1).  —  Sul  Peregrino,  anche  dopo  quello  che  ne  scris- 
sero di  recente  l'Albertazzi  e  V.  Rossi,  non  sarebbe  davvero  inutile  una 
ricerca  speciale,  che  meglio  ne  mettesse  in  chiaro  le  dipendenze  e  che  ne 
commentasse  la  strana  forma  latineggiante.  Ma  il  C.  non  ci  ripete  se  non 
cose  note.  Riassume  le  vicende  del  Gaviceo,  tocca  in  alcune  lacrimevoli  pa- 
gine dei  primi  romanzi  italiani,  analizza  lungamente  il  Peregrino  e  termina 
con  alcune  considerazioni  su  di  esso  che  non  hanno  né  sale  né  pepe.  Tutto 
sommato,  chi  dicesse  al  sig.  G.  non  aver  egli  ancora  veruna  preparazione  a 
scrivere  di  critica  letteraria,  non  gli  direbbe  certo  una  bugia]. 

Luigi  Fùrnari.  —  La  questione  della  lingua  da  Dante  al  Manzoni. 
Saggio  storico  critico.  —  Reggio  Galabria,  presso  l'Autore,  1901  [E  un  li- 
briccino,  che  non  arriva  alle  cento  pagine,  in  cui  l'A.  si  propose  principal- 
mente d'esporre  il  suo  modo  di  considerare  l'antica  e  tanto  dibattuta  questione 
della  lingua,  per  concludere  ch'essa,  se  «  ebbe  buon  gioco  a  sostenersi  nel 
«  passato,  a'  tempi  nostri  non  ha  piiì  ragione  d'esistere  »  (p.  13).  Data  la 
esigua  mole  del  libro,  e  dato  lo  speciale  intento  dell'A.,  ognuno  s'aspette- 
rebbe che  alla  storia  della  questione  fossero  qui  date  soltanto  poche  pagine, 
e  l'altre  fossero  riserbate  alla  dimostrazione  della  «  tesi  »  (p.  13)  che  l'A. 
fin  dal  principio  enuncia.  Invece  la  parte  storica  piglia  oltre  i  due  terzi  del 
libretto;  e  si  capisce  che  in  70  paginette  brevi  brevi,  il  lungo  cammino  da 
Dante  al  Manzoni  non  può  essere  che  appena  tracciato,  con  notizie  di  fatto 
tutt'altro  che  recondite.  I  particolari  scarseggiano,  cose  nuove  non  appaiono 
assolutamente;  e  la  opportunità  di  ripetere  (non  sempre  esattissimamente) 
ciò  che  tutti  sanno,  non  la  sappiamo  vedere.  A  cotesta  prima  parte  storica 
segue  (pp.  71-96)  «un  po' di  critica»;  critica  della  teoria  manzoniana,  di 
cui  l'A.  annuncia  il  tramonto.  Verissimo:  le  condizioni  nuove  dell'Italia  dopo 
il  '70,  0  fecero  o  faranno,  presto  o  tardi,  sentire  la  loro  influenza  sulla  nostra 
lingua;  ma  dire  che  «  il  tempo,  ed  un  tempo  molto  breve  ha  distrutto  tutto 
«  l'edificio  innalzato  dal  Manzoni  »  (p.  93),  è  dir  troppo;  e  non  vedere  ciò 
che  di  quell'edificio  ha  basi  incrollabili,  è  veder  poco.  Ma  anche  in  cotesto 
«  po'  di  critica  »,  a  cui  s'aggiunge  qualche  po'  di  profezia  («  la  lingua  degli 
*  Italiani  sarà  quella  divinata  dal  gran  padre  Alighieri  »,  p.  9ò),  non  troviamo 
cose  notevoli  per  novità  e  profondità  di  vedute.  S'incontrano  invece  (e  non 
staremo  a  recarne  esempi)  parecchie  negligenze  d'elocuzione  che  forse  sono 
saggi  anticipati  della  profetata  lingua  italiana  dell'avvenire,  e  qualche  inge- 
nuità, come  il  pensiero  che  «forse  se  il  Manzoni,  predominato  com'era  da 
«  quella  sua  idea  dell'unità  della  lingua,  avesse  proposta  e  trattata  {sic)  la 
«  trasformazione  dell'Accademia  della  Grusca  in  accademia  promotrice  di 
«  lingua  viva,  piuttosto  che  tutrice  di  lingua  monumentale  {sic),  o  se  avesse 


(1)  Neppure  di  quel  poco  che  fu  scritto  sul  tema  speciale  della  donna  della  pietra  l'A.  ha  no- 
tizia piena  e  sicura.  Lo  studio  del  Db  Cbiaba,  La  Pietra  di  Dante  e  la  Donna  gentile,  che  ha 
doe  redazioni,  l'una  del  1888,  l'altra  del  1892,  gli  sfuggi  interamente.  Nò  si  curò  di  rispondere 
alle  obiezioni  non  indifferenti  che  all'  identificazione  con  la  Casentinese  già  mosse  il  Cabddcci, 
Opere,  Vili,  90-91. 


176  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

«  caldeggiato  la  istituzione  di  un'  accademia  Fiorentina,  che  posta  di  contro 
«  a  quella  della  Crusca  avesse  (sic)  il  compito  di  dare  una  pratica  (!)  diflfu- 
«  sione  alla  lingua  viva  di  Firenze,  qualche  utilità  si  sarebbe  ricavata,  se 
«  non  altro  dal  fatto,  che  si  sarebbe  costituito  un  tribunale  di  lingua  vi- 
«  vente  »  (p.  87).  Peccato  che  il  Manzoni  non  ci  pensasse  !]. 

Garl  Somborn.  —  Das  venezianische  Yolkslied  :  Die  Villotta.  —  Hei- 
delberg, Winter,  1901  [Ben  poco  pratico  negli  studi  eruditi  deve  essere  l'A. 
di  questo  opuscolo.  Neil'  indagare  la  natura  dei  canti  popolari  veneziani  e 
nel  trattenersi  sulle  villotte,  in  cui  ravvisa  il  genere  più  genuino  di  essi, 
egli  procede  con  una  saltuaria  superficialità  da  giornalista,  intramezzando 
considerazioni  estranee  al  soggetto.  Si  vede  ch'egli  ha,  ed  è  buona  cosa,  la 
preoccupazione  continua  di  distinguere  i  canti  veramente  popolari  da  quelli 
scritti  da  poeti  d'arte  in  maniera  popolareggiante;  ma  in  questa  diflScile 
materia  non  porta  nessuno  dei  criteri  comunemente  adottati.  Gli  difetta  più 
specialmente  una  solida  cognizione  delle  raccolte  più  antiche  di  canti  vene- 
ziani, vale  a  dire  di  quei  rari  libretti  musicali  del  cinquecento,  che  serbano 
tanta  parte  di  patrimonio  popolare  mescolata  ai  madrigali  aulici.  Ben  altro 
potrebbe  riuscire  uno  studio  sulle  villotte,  quando  fosse  condotto  con  vera 
serietà  di  critica.  —  Sarebbe,  peraltro,  ingiusto  il  non  riconoscere  che  il  S. 
ha  tratto  sufficiente  partito  dal  materiale  moderno  a  stampa  e  che  ha  esa- 
minato con  qualche  cura  le  canzonette  da  battello  che  si  leggono  in  una 
celebre  raccolta  del  Museo  Correr.  Anche  i  copiosi  saggi  di  traduzione  da 
lui  offerti  al  pubblico  tedesco  sono  riusciti  abbastanza  bene  e  fatti  con  la 
debita  diligenza.  L'intento  del  divulgatore,  se  non  quello  dello  scienziato,  può 
dirsi  in  qualche  parte  raggiunto.  Ed  è  encomiabile  anche  l'entusiastica  am- 
mirazione e  la  vivissima  simpatia  verso  il  popolo  veneziano  ch'egli  dimostra 
e  che  è  degna  dei  Tedeschi  d'altri  tempi,  quando  ancora  la  megalomania 
nazionale  non  aveva  intorbidato  i  cervelli  a  molti  fra  quei  bravi  signori,  ed 
essendo  più  modesti,  erano  nell'indagine  filologica  e  storica  tanto  più  grandi 
di  quanto  oggi  non  siano.  Ma,  in  complesso,  si  desidererebbe  dal  lettore 
meno  empirismo  in  questa  trattazione.  V  ha  un  capitolo,  il  secondo,  desti- 
nato a  tratteggiare  il  vernacolo  veneziano,  che  fa  davvero  meraviglia  sia 
stato  scritto  nella  patria  degli  studi  linguistici,  tanta  v'è  l'ignoranza  d'ogni 
più  elementare  regola  di  queste  indagini  severe.  E  sì  che  pei  dialetti  veneti 
in  ispecie  abbiamo  ormai  una  copiosa  e  bellissima  preparazione  di  studi]. 

Emma  Boghen  Gonigliani.  —  L'umorismo  in  Italia.  —  Rocca  S.  Gasciano, 
Cappelli,  1902  [Rivestendo  d'  una  forma  chiara  ed  elegante  il  pensier  suo, 
la  sig.»  B.  C.  tratteggia  in  questa  lettura  l'umorismo,  con  l'intento  di  fer- 
marsi particolarmente  sugli  umoristi  italiani.  Rappresenta  con  vivacità  e  con 
garbo  la  figura  e  l'arte  di  Cecco  Angiolieri;  di  Dante  considera  come  umo- 
ristici gli  episodi  di  maestro  Adamo  e  di  Belacqua;  a  buon  dritto  si  trattiene 
sull'Ariosto,  scendendo  quindi  al  Parini,  al  Goldoni,  a  Gaspare  Gozzi.  Discorre 
più  a  lungo  del  Manzoni  ;  tocca  del  Leopardi  «  umorista  qualche  rara  volta 
«e  solo  per  caso»;  accenna  ad  altri  moderni  e  chiude  coi  contemporanei. 
Non  manca  certo  buon  fondamento  di  meditate  letture,  accompagnate  da 
senso  fino  d'arte,  a  queste  pagine,  che  nelle  osservazioni  particolari  recano 
qualcosa  di  nuovo  in  un  soggetto  anche  di  recente  trattato  da  vari  (cfr.  Gior. 


BOLLETTINO   BIBLIOGRAFICO  177 

naie,  3S,  480).  Soggetto  difficile  assai,  d'altro  lato,  e  nel  quale  il  giudizio 
ed  il  gusto  individuale  hanno  parte  troppo  preponderante.  A  noi,  per  es., 
riesce  alquanto  duro  l'ammettere  che  vero  umorismo  vi  sia  nel  Goldoni.  In 
lui  è  straordinaria  la  festività  comica,  ma  la  «  melanconica  osservazione 
«  della  natura  umana  »  (pp.  27-28)  non  sappiamo  vedervela.  Valgano,  del 
resto,  le  osservazioni  che  sull"  umorismo  ci  accadde  di  esprimere  in  questo 
Giorn.,  38,  234-35,  a  proposito  d'uno  studio  del  cooperatore  nostro  P.  Bel- 
lezza. Bene  adoperò  la  B.  G.  nel  girare  intorno  all'umorismo  studiandosi  di 
indicarne  i  caratteri,  senza  venire  ad  una  vera  e  propria  definizione.  Ogni 
definizione,  infatti,  che  veramente  definisca,  cade  di  leggieri  nel  falso,  perchè 
l'umorismo  non  è  un  fenomeno  identico  dappertutto  e  dovunque,  ma  varia 
secondo  le  età,  le  razze,  i  temperamenti  degli  artisti.  Arguto,  sebbene  ripeta 
concetto  noto,  a  noi  pare  quel  che  ne  disse  il  Mazzoni  :  «  umorista  è  lo 
«  scrittore  che  dei  fatti  umani  coglie  nel  tempo  stesso  la  parte  comica  e  la 
«tragica,  e  quasi  s'atteggia  nell'arte  come  un'erma  bifronte,  che  dal  volto 
«  di  Eraclito  pianga  e  da  quello  di  Democrito  sorrida  ».  A  proposito  dei 
sonetti  di  C.  Pascarella,  Roma,  1901,  p.  12]. 

Vittorio  Ferrari.  —  Letteratura  italiana  moderna  e  contemporanea 
(1748-1901).  —  Milano,  Hoepli,  1901  [Cotesto  manuale  Hoepii  tien  dietro 
all'altro  uscito  l'anno  scorso,  in  cui  il  F.,  rimaneggiando  il  vecchio  manuale 
del  Fenini,  ristampato  più  volte  nella  collezione  hoepliana,  espose  la  storia 
della  nostra  letteratura  dalle  origini  al  1748.  Non  parlammo  di  quella  prima 
parte,  perchè  trattavasi  di  un  ristrettissimo  compendio  (286  pp.),  e  non  del  tutto 
nuovo;  facciamo  cenno  invece  di  cotesta  seconda,  che  oltre  all'essere  nuova,  è 
assai  più  estesa  (391  pp.),  tanto  che  tra  l'un  volumetto  e  l'altro  non  c'è  pro- 
porzione nessuna.  Non  ci  occuperemo  dei  capitoli  in  cui  è  trattata  La  lette- 
ratura dell'oggi,  perchè,  se  «  parlare  dei  viventi  è  difficile  »  (p.  286),  è  non 
meno  difiBcile  parlare  di  libri  che  ne  parlano;  e  d'altra  parte,  con  qual  fon- 
damento e  diritto  (posto  che  l'indole  di  questo  Giornale  ci  consentisse  d'en- 
trare in  simile  materia)  potremmo  noi  qui  chieder  ragione  al  F.  de'  suoi 
giudizi  sui  contemporanei,  o  di  certe  inclusioni  ed  esclusioni,  che  a  lui  par- 
vero giuste,  e  a  noi  tali  non  paressero?  Lasciamo  dunque  la  cronaca,  e  te- 
niamoci alla  storia.  Storia,  del  resto,  non  di  prima  mano,  ma  compilata  su 
storie  e  studi  critici  altrui.  Originalità  di  ricerche  e  di  giudizi,  in  un  li- 
bretto come  questo  del  F.,  non  sarebbe  giusto  pretenderne;  unici  pregi  che 
vi  si  possono  invece  cercare  sono  invece  la  facile  e  chiara  esposizione,  la 
ragionevole  partizione  della  materia,  l'esattezza  delle  notizie  e  una  discreta 
copia  d'indicazioni  bibliografiche  in  servigio  di  quei  lettori  a  cui  piacesse 
ricorrere,  per  loro  più  larga  informazione,  agli  studi  più  recenti  e  migliori 
su  questa  0  quella  materia.  Cotesti  pregi  non  splendono  davvero  tutti  nella 
compilazione  del  F.  che  evidentemente  non  si  diede  cura,  nonché  d'informare, 
neppure  d'informarsi  di  molti  studi  dai  quali  avrebbe  potuto  trarre  profitto. 
D'inesattezze  e  d'errori  la  compilazione  abbonda  più  assai  che  non  dovrebbe, 
e  poiché  non  metterebbe  conto  di  rilevarli,  noteremo  soltanto  alcune  delle 
prime  pagine  in  cui ,  chi  voglia,  potrà  trovarne  saggi  (cfr.  p.  es.  pp.  32, 
'34,  '35,  51,  61,  62,  63  ecc.)  di  vario  genere.  Buona  ci  è  parsa  l'orditura  dei 
due  primi   capitoli,  difettosa  quella  del  terzo:  La  patria  nella  letteratura 

Oiornalt  storico,  XXXIX.  fase.  115.  12 


178  BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO 

(1830-1870);  perchè  le  intitolazioni  dei  paragrafi  in  cui  esso  si  suddivide 
non  rispondono  che  assai  male  ai  diversi  aggruppamenti  di  fatti  e  di  per- 
sone in  essi  tentati.  Conveniva  infatti  la  denominazione  di  primi  manzoniani 
nell'alta  Italia  al  Pellico,  al  Berchet,  al  Biava,  al  BrofFerio,  al  Giannone, 
al  Grossi,  al  Torti,  al  Tedaldi-Fores  e  al  Garrer  promiscuamente?  0  conve- 
niva intitolare  11  romanticismo  in  Toscana  quel  paragrafo  in  cui  sono  in- 
gabbiati —  fere  selvagge  e  mansuete  gregge  —  G.  Capponi,  il  Rosini,  il 
Centofanti,  il  Tommaseo,  il  Niccolini,  il  Mazzini,  il  D'Azeglio,  il  Guerrazzi, 
il  Bresciani,  il  Guadagnoli  e  il  Giusti?  O,  peggio,  era  lecito,  distinti  i  tre 
momenti  della  lirica  romantica,  momento  della  lirica  entusiastica,  momento 
del  romanticismo  decadente  e  momento  della  bohème  italiana,  accodare 
Giacomo  Zanella  «  l'ultimo  dei  seguaci  dell'Aleardi  e  del  Prati  »  (p.  271),  al 
Rovani,  al  Praga  e  al  Tarchetti?  Certo  il  F.  non  confonderà  lo  Zanella  con 
quegli  strani  compagni,  né  confonderà  tutti  gli  altri  che  si  trovano  a  disagio 
insieme  in  cotesti  paragrafi  mal  disegnati;  ma  noi  non  siamo  sicuri  che 
qualche  deplorevole  confusione  da  tali  partizioni  e  associazioni  non  possa 
nascere  nelle  teste  dei  lettori  di  manuali;  sulla  cui  perspicacia  e  coltura  non 
c'è  da  contare  con  soverchia  fiducia]. 


PUBBLICAZIONI  NUZIALI. 

Emile  Chatelain.  —  Une  messe  en  notes  tironiennes.  —  Paris,  1901  ;  per 
nozze  Citoleux-Dejob  [In  un  ms,  del  monastero  benedettino  di  Saint-Rémy 
di  Reims,  che  oggi  costituisce  il  lat.  191  del  fondo  Regina  nella  Vaticana, 
trovasi  indicata  in  note  tachigrafiche  una  messa  dei  tempi  carolingi.  Dando 
il  facsimile  di  quella  pagina,  il  Gh.  la  trascrive.  E  questo  un  singolare 
esempio  di  quella  specie  di  stenografia,  che  iniziata  da  Tirone,  liberto  di 
Cicerone,  fu  anche  usata  nell'età  media,  ma  di  cui  si  hanno  pochissimi  do- 
cumenti]. 

Marco  Vattasso.  —  Sei  poesie  inedite  della  seconda  metà  del  sec.  XIV. 
—  Possano,  tip.  Rossetti,  1901;  per  nozze  Valente-Contessa  [Sei  poesie 
d'amore,  che  si  leggono  in  un  sermonario  latino  della  Vaticana.  Risentono 
specialmente  d'imitazione  del  Petrarca,  ma  non  hanno  particolarità  notevoli. 
L'ultima  è  una  ballata,  che  si  dice  intonata  da  ser  Giovanni  da  Gualdo]. 

Mario  Mandalari.  —  Da  un  canzoniere  anonimo  della  biblioteca  Ales- 
sandrina di  Roma.  —  Caserta,  tip.  Marino,  1901;  per  nozze  Gallo-Parra- 
vano  [Sono  quattro  sonetti  estratti  da  quel  ras.  n<>  174  dell'Alessandrina, 
contenente  il  canzoniere  d'anonimo  petrarchista  meridionale,  di  cui  il  M. 
offerse  già  la  tavola  e  qualche  altro  saggio  in  una  pubblicazione  segnalata 
nel  nostro  Giornale,  21,  482]. 

Alfredo  Chiti.  —  Enrico  Bindi  e  il  suo  epistolario.  —  Pistoia,  tip.  Nic- 
colai,  1901;  per  nozze  Nannucci-Maltagliati  [L'epistolario  del  Bindi  ci  svela 
una  faccia  ignota  del  carattere  di  lui  :  lo  troviamo  in  cordiale  corrispon- 
denza con  gli  amici  suoi.  Di  quelle  lettere  inedite  «  tutte  affettuose  e  sim- 


BOLLETTINO  BIBLIOGRAFICO  179 

«  patiche  per  notevole  festività  ed  eleganza  »  il  Gh.  qui  dà  conto,  illustran- 
done le  allusioni  letterarie  e  storiche.  Pubblica  di  esse  vari  brani  saporiti 
e  tre  ne  stampa  integralmente.  Tra  queste  è  importante  per  noi  la  prima, 
diretta  nel  1838  a  Giuseppe  Arcangeli  e  riguardante  il  senso  recondito  della 
Gerusalemme  liberata.  I  tassisti  non  dovranno  trascurarla]. 

Carlo  Cipolla.  —  Scipione  Maffìei  e  il  suo  soggiorno  a  Roma  nel  1739. 
—  Verona,  tip.  Franchini,  1901;  per  nozze  Valente-Contessa  [Le  lettere  che 
qui  si  pubblicano,  dirette  a  mons.  Giovanni  Bottari  ed  al  card.  Domenico 
Riviera,  si  trovano  nella  Corsiniana  e  riguardano  la  cessione  che  il  Maflfei 
fece  alla  biblioteca  Vaticana  di  alcuni  papiri  e  d'un  esemplare  dell'atto  di 
unione  fra  la  Chiesa  latina  e  la  .greca  stipulato  nel  concilio  di  Firenze]. 

Carlo  Contessa.  —  Note  e  relazioni  del  marchese  di  Paulm,y  dall'Italia 
(1745-46).  —  Torino,  tip.  Civelli,  1901;  per  nozze  Valente-Contessa  [Di 
questa  relazione  d'un  viaggio  in  Italia  compiuto  verso  la  metà  del  sec.  XVIII 
v'ha  il  ms.  nella  biblioteca  dell'Arsenale  di  Parigi,  e  il  C.  da  quel  codice 
appunto  ne  riproduce  i  brani  più  importanti  per  la  storia  politica  del  tempo, 
commentandoli  con  molta  cura  e  dottrina.  In  questa  pubblicazione  l'inte- 
resse storico  è  ragguardevole,  ma  non  per  la  storia  del  costume,  né  per 
quella  delle  lettere.  Tuttavia  coloro  che  s'interessano  ai  viaggi  fatti  in  Italia 
da  stranieri  non  mancheranno  di  tenerne  il  debito  conto.  In  una  nota  di 
p.  15  il  C.  indica  un  altro  viaggio  in  Italia  d' un  francese  (Charles  de 
Neufville  de  Villeroy,  marquis  d'Alincourt)  fatto  nel  1583,  la  cui  relazione  si 
trova  inedita  in  un  codice  della  Nazionale  di  Parigi.  Né  quest'  ultimo  rife- 
rimento, né  quello  del  Paulmy  sono  registrati  nella  bibliografia  .dei  viaggi 
in  Italia  fatti  da  stranieri ,  redatta  dal  D'Ancona  in  appendice  al  suo 
Montaigne]. 


COMUNICAZIONI  ED  APPUNTI 


Galega  Panzano  trovatore  genovese.  —  A  p.  23  del  suo  scritto  Studi 
e  ricerche  sui  trovatori  minori  di  Genova  (in  questo  Giornale,  36,  l  sgg.) 
il  mio  amico  dr.  Giulio  Bertoni  notava  come,  tra  i  molti  e  ragguardevoli 
testi  inediti  del  canzoniere  prov.  Gampori  (da  lui  scoperto  e  segnalato  agli 
studiosi,  in  questo  Giorn.,  34,  118  sgg.,  ed  ora  pubblicato  in  parte  diplo- 
maticamente in  Studi  di  filol.  rom.,  fase.  XXIII,  p.  1  sgg.),  figurasse  un 
componimento  di  quel  Caliga  Panza  (1),  il  cui  nome  compare  nell'indice 
del  frammento  riccardiano  pubblicato  dal  Bartsch  (2)  ed  esponeva,  non  senza 
una  certa  peritanza,  alcune  ragioni  che  lo  inducevano  a  considerare  questo 
trovatore  come  genovese. 

Ammettendo  come  verisimile  cotesta  congettura,  rimaneva  da  stabilire  a 
quale  tra  le  famiglie  genovesi  potesse  appartenere  il  nostro  trovatore;  ed  il 
Bertoni  stesso,  dopo  aver  accennato  all'esistenza  in  Genova  di  una  famiglia 
«Pancia»,  soggiungeva:  «Ma  s'io  dovessi  esprimere  tutto  intero  il  mio 
«  pensiero,  direi   che   in    Panza  =  Panzd{n)  si  debba   riconoscere  il  nome 

«  della  nobilissima  famiglia  genovese  Panzano Gomunque  sia,  il  compo- 

«  nimento  che  il  cod.  Gampori  ci  ha  tramandato,  fu  certo  composto  verso 
«la  fine  dell'anno  1267»;  e  conchiudeva:  «Le  induzioni  troppo  vaghe, 
«  ch'io  son  venuto  facendo,  mi  impediscono  in  ogni  modo  di  pubblicare  con 
«  sicurezza,  che  sarebbe  ardire,  questo  componimento  tra  le  cose  dei  poeti 
«genovesi.  Altri  studi  e  altre  ricerche  occorrono  per  giudicare  della  patria 
«  del  nostro  trovatore  »  (p.  23,  n.  2). 

Nessuno,  ch'io  sappia,  ritornò  fino  ad  oggi  sulla  questione,  se  si  tolga 
una  noticina  comparsa  nel  Giornale  stor.  e  letter.  della  Liguria,  I,  p.  399, 
ove  è  detto  non  aversi  alcuna  notizia  di  Galiga  Panza  e  si  domanda  se  non 
si  tratti  di  un  Caligo  Palili  del  casato  di  Bonvassallo,  notare -scriba  del 
Gomune  genovese  negli  anni  1225  sgg. 

A  me  il  compito  gradito  di  dimostrare  coi  documenti  alla  mano  come  l'a- 
mico Bertoni  non  avrebbe  potuto  essere  più  felice  nelle  sue  induzioni.  Ed 
eccone  le  prove. 


(1)  Il  componimento  Or  es  somos  c'  om  si  deu  aler,rar  si  legge  ora  per  intero  a  pp.  48-50  del 
fitóc.  230  degli  Studi  di  filol.  romanta. 

(2)  Babtsch,  Jahrbuch  /.  Rom.    und  Engl.  Lit.,  XI,  13-17.  Cfr.  Paol  Mbtbb,   Les  derniers 
iroubadourg  de  la  Prov.,  p.  205. 


COMUNICAZIONI   ED   APPUNTI  18i 

A  p.  366  V.  dell'opera  del  Federici,  Origine  delle  famiglie  nobili  di  Gè- 
nova  (ms.  cart.  del  sec.  XVII  della  Bìbl.  univ.  di  Genova,  segnatole.  V.  8), 
tra  le  notizie  cronologiche  della  famiglia  Panzano  è  detto  sotto  l'anno  1259  : 
«  Calica  Anziano  ». 

A  p.  87  dell'opera  del  Ganducci,  Origine  delle  famiglie  genovesi  (ma. 
cart.  sec.  XVII,  Bibl.  univ.  di  Genova,  segnato  B.  II.  3)  si  legge:  «  Del  1259 
«  Calica  Panzano  fu  capitano  di  sua  nave  quale  prese  una  nave  de'  Pisani  ». 
Le  slesse  parole  a  p.  196  d'un'altra  copia  alquanto  diversa  della  medesima 
opera  {Ivi,  G.  IX.  18). 

L'Accinelli,  a  p.  29  delle  sue  Notizie  su  Genova  (Gart.  sec.  XVIII,  nella 
Bibl.  univ.  Gen.,  G.  Vili.  15)  scrive  sotto  l'anno  1259:  «  Calicca  Panzano 
*  fu  Anziano  della  Città  ». 

Agostino  della  Cella,  a  p.  17  del  voi.  Ili  delle  sue   Famiglie   antiche  e 

moderne di  Genova  e  Riviere  (1784;  Bibl.  univers.  Genova,  C.  IX.  19), 

all'anno  1259  dice  :  «  Calica  Panzano  fu  un  de'  XII  Anziani  del  Comune  ». 

A  p.  18  u.  del  Reg.  II  degli  Atti  del  Notavo  Giberto  da  Nervi,  conservati 
nell'Archivio  di  Stato  di  Genova,  si  legge  un  contratto  stipulato  il  12  set- 
tembre del  1259  tra  Galega  Panzano  e  Rainaldo  Cengiato,  Nicolò  Orlandi 
e  Tolomeo  Manente  di  Siena  circa  un  prestito  che  costoro  ricevono  dal 
Panzano  obbligandosi  a  far  la  restituzione  nella  prossima  fiera  di  S.  Ajoul 
a  Provins  nella  Sciampagna;  pel  quale  scopo  Galega  Panzano  delega  gli 
assenti  Antonio  di  Pasio  e  Guglielmino  Beccuccio. 

Ecco  la  trascrizione  del  documento  (1): 

Nos  Rainaldus  Cengiatus  de  Sena  et  Nicolaus  Orlandi  de  Sena  socii  no- 
mine nostro  et  Bonifacii  Ricii  socii  nostri  et  aliorum  sociorum  nostrorum 
confìtemur  tibi  Galechae  Panzano,  civi  ianuensi,  nos  a  te  quisque  nostrum 
in  solidum  habuisse  et  recepisse  tot  denarios  ianuinorum  renunciantes  ac- 
ceptioni  non  numerate  et  habite  pecunie  predicte  et  omni  iuri.  Pro  quibus 
titulo  cambi  tibi  vel  tuo  certo  nuncio  convenimus  et  promittimus  quisque 
nostrum  in  solidum  dare  et  solvere  in  proximis  venturis  nuiidinis  pruini 
de  sancto  aulfo  (2)  ad  rectam  solucionera  libras  trescentas,  provenorum 
forcium  Campanie  vel  eo  tempore  et  loco  quo  diete  nundine  solite  sunt  te- 
neri, alioquin  duplun\  diete  quantitatis  nomine  pene  tibi  stipulanti  promit- 
timus quisque  nostrum  in  solidum  cum  omnibus  dampnis  et  expensis  per  te 
deinde  factis  et  habitis  transacto  dicto  termine  prò  ipso  debito  recuperando 
et  exigendo,  et  te  inde  credito,  tuo  simplici  verbo  sine  iure  testibus  et  omni 
alia  probatione,  et  perinde  obligamus  tibi  pignori  quisque  nostrum  in  soli- 
dum omnia  bona  nostra  habita  et  habenda  renuntiantes  privilegio  fori  iuri 
de  principali  beneficio  nove  constitucioni  de  duobus  reis  epistule  divi  adriani 
et  omni  iuri. 

Actum  Janue  in  banco  quod  est  ante  stationem  malocellorum  que  est  in 
foro  veteri  bancorum.  anno  .  domini .  nativitatis  .  M  .  CC  .  L  .  Villi,  in  dicione 
prima  .  die  XII .  septembris  .  post  nonam  .  textes  iohannes  bavosus  .  guillel- 
mus  ferrarius  executor  et  bonellus  gyirardi  de  florentia. 


(1)  Ringrazio  TÌTamente  il  sig.  Arturo  Ferretto  pel  cortese  ajato  prestatomi  nella  lettura  di 
questo  documento. 

(2)  Si  allude  alla  fiera  di  S.  Ajoul  che  aveva  luogo  il  H  settembre  a  Provins  (Prttini)  nelU 
Sciampagna.  Cfr.  C.  Pitou,  Les  Lomhards  en  France  «t  à  Paris,  Paris,  1892,  p.  30;  Aetubo 
Febbetto,  Codia  Diplom.  delle  relazioni  fra  la  Liguria,  la  ToscatM  e  la  Lunigiana  ai  tempi 
di  Dante  (in  Aiti  della  Soc.  Lig.  di  St.  Patria,  voi.  XXXI,  1901),  P.  I,  p.  ix. 


182  COMDNIGAZIONI   ED   APPUNTI 

In  nomine  domini .  amen.  Ego  Tholomeus  manens  de  sena  de  societate 
rolandi  boni  segnoris  nomine  meo  et  boni  segnoris  rainerii  et  facii  juncte 
sociorum  meorum  et  aliorum  sociorum  meorum  confiteor  tibi  Galeghe  Pan- 
ZANO  civi  ianuensi  me  a  te  habuisse  et  recepisse  tot  denarios  ianue  renun- 
cians  acceptioni  non  numerate  et  habite  pecunie  predicte  et  omni  iuri.  prò 
quibus  nomine  cambii  tibi  convenio  et  promitto  vel  tuo  certo  nuncio  dare 
et  solvere  per  nos  vel  aliquem  ex  sociis  meis  in  proximis  nundinis  venturis 
pruini  de  sancto  aulfo  ad  rectam  solucionem  libras  quadringentas  prove- 
norum  forcium  Campanie  vel  eo  tempore  et  loco...  ecc.  ecc.  [come  sopra 
sino  alla  fine']. 

In  nomine  domini .  amen.  Ego  Galega  Panzanus  ianuensis  civis  constituo 
facio  et  ordino  Antonium  de  Paisio  et  Guillielminum  boccucium  absentes 
ipsos  et  quemlibet  ipsorum  in  solidum  ita  quod  occupantis  melior  condicio 
non  sit  certos  nuncios  et  procuratores  meos  loco  et  vice  mei  ad  petendum 
exigendum  et  accipiendum  a  tholomeo  manente  de  sena  et  a  sociis  suis 
debitum  librarum  quadringentarum  provenorum  forcium  Campanie  quas 
dictus  tholomeus  mihi  dare  tenetur  in  proximis  venturis  nundinis  pruini 
de  sancto  aulfo  iuxta  tenorem  cuiusdam  instrumenti  inde  hodie  compositi 
per  manum  conradi  capriate  notarli  (1)  et  a  rainaldo  cengiato  de  sena  et 
nicolao  Orlandi  de  sena  sociis  et  a  quolibet  sociorum  suorum  debitum  libra- 
rum  trecentarum  provenorum  forcium  Campanie  quas  predicti  rainaldus  et 
nicolaus  mihi  dare  tenentur  in  dictis  nundinis  iuxta  tenorem  instrumenti 
inde  hodie  compositi  manu  conradi  capriate  notarii,  ecc.  actuni  ianue  in 
banco  quod  tenere  consuevit  guillielmus  leccacorvus  quondam  malocellorum. 
anno  .  domini .  nativitatis  .  M  .  GG  .  L  .  Villi,  in  ditione  prima  die  XII .  sept. 
post  nonam.  textes  ido  lercarius  et  guillielmus  ferrarius  executor. 

Gome  si  ricava  dai  documenti  citati,  non  può  rimaner  dubbio  circa  la  esi- 
stenza di  un  Calega  Panzana  genovese  all'epoca  in  cui,  come  ben  vide  il 
Bertoni,  cade  il  componimento  di  Calega  Panza.  E  cosi  resta,  parmi,  defi- 
nitivamente assodato  non  solo  che  Calega  Panza  fu  trovatore  genovese, 
ma  ancora  ch'egli  apparteneva  alla  nobilissima  famiglia  Panzano,  come  il 
mio  amico  Bertoni  aveva  sagacemente  intuito. 


Giuseppe  Flechia. 


(1)  Come  8i  vede,  l'atto,  sebbene  si  trovi   nei  regesti  del  not.  Giberto  da  Nervi,  fu  stipnlato 
dal  notare  Corrado  Capriata. 


ORO  N^O^ 


PERIODICI. 


Atei  del  R.  Istituto  veneto  (LX,  9):  N.  Tamassia,  Ancora  sulla  defensa; 
G.  Biadego,  Intorno  al  «  Sogno  di  Polifilo  *,  dà  notizie  di  quel  Leonardo 
Crasso  veronese,  che  nel  1499  fece  le  spese  della  splendida  edizione  del  Po- 
li filo;  pone  in  dubbio  che  Francesco  Colonna  sia  veramente  l'autore  del 
bizzarro  libro;  propone  il  nome  di  Benedetto  Bordone,  come  autore  dei  di- 
segni mirabili  che  ornano  l'ediz.  aldina;  V.  Grescini,  Rambaldo  di  Vaqueiras 
a  Baldovino  imperatore,  produce  criticamente  il  serventese  «  Gonseil  don 
«  a  l'emperador  »,  che  il  Vaqueiras  diresse  all'imperatore  di  Costantinopoli 
Baldovino  di  Fiandra,  per  confortarlo  a  liberalità  ed  a  prodezza.  Questo 
componimento,  prima  ignoto,  si  trova  nel  canzoniere  Gampori  e  fu  edito  per 
la  prima  volta  in  edizione  diplomatica  da  G.  Bertoni.  Il  Gr.  fa  seguire  il 
testo  da  una  sua  traduzione  e  dà  un  minuto  e  dotto  commentario  storico  ai 
fatti  che  il  serventese  rammenta. 

Rivista  d'Italia  (IV,  10):  B.  Labanca,  Il  giubileo  e  la  Divina  Commedia; 
G.  Zippel,  Le  monache  d'Annalena  e  il  Savonarola,  rilevante;  F.  Wulff, 
L'«  amorosa  reggia  »  del  Petrarca,  ricerche  topografiche  intorno  ai  posti 
ove  nacque  e  visse  Laura;  (IV,  11),  P.  Petrocchi,  Del  numero  nel  poem,a 
dantesco,  continuazione  e  fine. 

Nuova  Antologia  (n'  717-718)  :  G.  Segrè,  Due  petrarchisti  inglesi  del 
sec.  XVI,  sono  sir  Thomas  "Wyatt  e  il  conte  Enrico  di  Surrey;  (n»  718), 
A.  D'Ancona,  Federico  il  grande  e  gli  Italiani,  in  continuazione. 

Annuario  degli  studenti  trentini  (an.  VII,  1901):  A.  Pranzelòres,  Nic- 
colò d'Arco,  memoria  di  cui  si  parla  nei  nostri  annunzi  analitici  del  pre- 
sente fascicolo,  p.  157  ;  F.  Pasini,  La  Bradamante  di  Roberto  Garnier  e 
la  sita  fonte  ariosiesca,  mostra  che  la  tragedia  francese  è  intimamente  le- 
gata al  suo  originale  italiano. 

La  rassegna  nazionale  (voi.  121):  M.  Padoa,  Litigi  Correr  nel  primo 
centenario  della  sua  nascita;  G.  Franceschini,  Il  teatro  dei  «  Promessi 
«  Sposi  »,  sotto  questo  titolo  infelice  è  fatta  una  specie  di  recensione  assai 
benevola  al  noto  libro  del  Sindoni  sulla  topografia  del  romanzo  manzoniano. 

Rivista  storica  calabrese  (l'K,  8-9):  A.  Andrich,  La  leggenda  longobarda 
di  Autari  a  Reggio,  in  continuazione. 

Rassegna  pugliese  (XVIll,  9):  F.  Vismara,  Il  Malebolge  e  la  «.  graeca 
«  fides  »,  studio  in  continuazione  sul  valore  morale  della  frode  nell'antichità 
e  presso  Dante;  (XVIII,  10),  U.  Congedo,  La  vita  e  le  opere  di  Scipione 
Ammirato,  comincia  la  pubblicazione  di  questa  rilevante  monografia  storica, 
che  continuerà  certo  per  molti  numeri  e  che  ci  auguriamo  di  poter  vedere 


184  CRONACA 

raccolta  tutta  in  un  estratto.  Già  dalla  piccolissima  parte  finora  pubblicata 
è  facile  intendere  ch'essa  è  condotta  su  largo  materiale  edito  ed  inedito,  con 
somma  diligenza. 

La  lettura  (I,  12):  C.  Ricci,  Si  face  e  la  sua  tragica  fine,  con  documenti 
narra  le  avventure  di  Giov.  Francesco  Grossi,  che  sotto  il  nome  di  Siface 
ebbe  fama  del  migliore  cantante  del  sec.  XVll;  I.  Gelli,  Un  trattato  di 
scherma  con  postille  autografe  di  Torquato  Tasso,  rende  conto  accurato 
d'un  suo  fortunato  acquisto,  del  Trattato  di  scientia  d'arme  di  Camillo 
Agrippa,  Roma,  Biado,  1553,  con  66  postille  autografe  del  Tasso,  molte  delle 
quali  contraddicono  le  teorie  esposte  nel  libro.  Questa  è  certamente  scoperta 
preziosa  per  chi  voglia  ristudiare  la  valentìa  di  Torquato  nella  scherma,  su 
cui  ha  uno  speciale  lavoro  A.  Gougnet.  Gfr.  Giorn.,  27,  419. 

Giornale  Dantesco  (IX,  9):  A.  Butti,  Gradi  dell'opposizione  dei  demoni 
a  Dante. 

Rassegna  bibliografica  della  letteratura  italiana  (IX,  10):  1.  Sanesi,  Ap- 
punti sulla  cantilena  giullaresca  «  Salva  lo  vescovo  »,  le  presenti  indagini 
del  S.  sono  indipendenti  da  quelle  del  Cesareo  nel  fase.  24  degli  Studi  di 
filologia  romanza. 

Rivista  abruzzese  (XVI,  11):  M.  Ortiz,  Ancora  su  don  Abbondio,  nuove 
considerazioni  su  quel  tipo,  che  alla  signorina  0.  sembra  diverso  da  quello 
che  cercò  di  ricostruire  il  Graf. 

L'Ateneo  veneto  (XXIV,  11,2):  A.  Bohm,  Notizie  sulle  rappresentazioni 
dram,matiche  a  Padova  dal  1787  al  1797,  molti  aneddoti  storici  gustosi, 
in  continuazione;  C.  Cessi,  Ricordi  polesani  nelle  opere  di  Ludovico  Car- 
bone, in  continuazione,  con  notizie  laterali  sugli  umanisti  vissuti  alla  corte 
Estense;  R.  Gavagnin,   Venezia  nei  versi  di  Gasparo  Gozzi. 

Rassegna  d'arte  (I,  10):  L.  Beltrami,  Per  il  monumento  nazionale  a 
Virgilio,  ricorda  le  antiche  onoranze  tributate  a  Virgilio  segnatamente  in 
Mantova. 

Erudizione  e  belle  arti  (VI,  12):  E.  Spadolini,  Ciriaco  PizzecoUi  e  Cosimo 
de'  Medici;  G.  Volpi,  Qualche  osservazione  sulla  parola  «  lanzo  »,  la  cui 
origine  ritiene  sia  più  antica  che  quella  della  parola,  pure  tedesca,  lan- 
zichenecco (landsknecht);  G.  Arlia,  D'un  bibliofilo  e  delle  sue  stampe,  utile 
indicazione  delle  ristampe  di  alcune  operette  rare  in  verso  ed  in  prosa,  che 
il  bibliofilo  Primo  Redini  fece  di  sua  mano  in  numero  ristrettissimo  di  esem- 
plari non  venali. 

Le  Marche  (I,  8):  G.  Vanzolini,  Di  Pompeo  Pace  pesarese,  con  la  scorta 
di  documenti  rinvenuti  nell'Oliveriana,  illustra  il  rimatore  cinquecentista 
P.  Pace,  amico  di  B.  Tasso,  che  lo  ricordò  ad  onore  neìì'Amadigi;  E.  Spa- 
dolini, Il  romanzo  d'Arguto,  cavalleresco,  del  lucchese  Jacopo  degli  Albizi, 
che  dice  di  averlo  tratto  da  un  libro  di  Ciriaco  d'Ancona;  (I,  9),  A.  Castelli, 
Un  sarto  poeta,  Raffaele  Lausdei  di  Treja,  del  sec.  XIX,  improvvisatore 
di  versi  giocosi. 

Emporium  (XIV,  81):  P.  Bettoli,  1  «  Gelosi  ì>  e  la  commedia  dell'arte', 
(XIV,  83),  P.  Molmenti,  San  Francesco  d'Assisi  nell'arte  e  nella  storia 
lucchese. 

Nuovo  archivio  veneto  (n"  43):  D.  R.  Bratti,  Miniatori  veneziani,  molte 
notizie  sull'arte  del  minio  in  Venezia;  G.  Marangoni,  Lazzaro  Bonamico  e 
lo  Studio  padovano,  la  fine  di  quest'erudita  monografia,  a  cui  seguono  do- 
cumenti riguardanti  il  Musuro,  Marino  Becichemo  e  P.  Bembo. 


CRONACA  185 

//  Saggiatore  (I,  9-10):  F.  Sesler,  Raffronti  leopardiani:  Foscolo  e  Leo- 
pardi, notevole  raccolta  delle  somiglianxe,  non  tutte  casuali,  che  si  hanno 
fra  i  due  autori;  P.  Micheli,  Le  idee  critiche  di  G.  Giusti,  in  continuazione. 

Fanfulla  della  domenica  (XXIII,  42):  P.  Ronchetti,  Note  dantesche,  sul- 
l'esegesi della  terzina  del  santo  volto  neWlnf.,  XXI;  (XXIII,  43),  G.  Rossi, 
Ancora  di  Gaspare  Salviani  e  delle  sue  dichiarazioni  alla  «  Secchia  ra- 
«  pita  »,  con  buoni  argomenti  conferma  che  le  dichiarazioni  pubblicate 
col  nome  del  Salviani  appartengono  invece  allo  stesso  Tassoni;  (XXIII,  45), 
G.  Federzoni,  Note  dantesche ,  sostiene  che  la  misteriosa  donna  santa  e 
presta  del  Purgat.,  XIX,  26  è  «  la  facoltà  apprensiva  dell'anima  umana  »  ; 
(XXIII,  46),  G.  Berini,  Un  autobiografia  poetica  di  V.  Bellini  scritta  da 
Giuseppe  Borghi,  riferisce  l'episodio  d'una  cantica  del  Borghi,  in  cui  si  finge 
che  il  celebre  maestro  catanese  narri  la  propria  vita;  (XXIII,  47),  Garletta, 
La  prima  della  «  Francesca  »  di  Silvio;  V.  A.  Arullani,  Amori  di  testa 
di  Leopardi  e  di  altri. 

Archivio  storico  per  le  provincie  parmensi  (Serie  li,  voi.  1,  1901): 
G.  Capasso,  Il  collegio  dei  nobili  di  Parma,  estesa  ed  importante  memoria 
storica,  sulla  quale  ritorneremo. 

Flegrea  (IV,  3)  :  A.  Albertazzi ,  Precursori  italiani  nell'evoluzione  del 
romanzo. 

Rivista  di  scienze  e  lettere  (li,  5-6):  A.  Gimmino,  Il  beato  Pietro  Pec- 
catore e  Dante. 

Arte  e  storia  (an.  1901,  n'  16-17)  :  P.  Provasi,  La  data  probabile  del- 
r«  Encomio  della  patria  »  di  Bernardino  Baldi,  col  sussidio  di  documenti 
urbinati  stabilisce  che  queW Encomio,  di  cui  non  è  esiguo  il  valore  storico, 
fu  composto  fra  questi  due  termini,  18  ottobre  1603  e  10  luglio  1604. 

Archivio  storico  italiano  (XXVIII,  223):  G.  Bonolif,  SulVuso  del  «  tocco  » 
nelle  esecuzioni  personali  dell'antico  diritto  fiorentino,  considera  anche  i 
ricordi  che  di  questo  uso  si  hanno  nelle  opere  letterarie  e  nella  tradizione 
popolare;  F.  Tocco,  Nuovi  documenti  sui  moti  ereticali  tra  la  fine  del 
sec.  XIII  e  il  principio  del  XI V;  F.  Dini,  Lorenzo  Lippi  poeta  e  la  sua 
famiglia  in  Colle  di  Val  d'Elsa,  breve  nota  storica  condotta  su  documenti. 

Archivio  storico  lombardo  (XXVIII,  31)  :  A.  Luzio,  Il  Museo  Gioviano 
descritto  da  A.  F.  Doni,  richiama  l'attenzione  su  due  lettere  del  Doni  che 
descrivono  il  museo  del  Giovio,  una  seria  ad  Agostino  Landi  e  l'altra  bur- 
lesca al  Tintoretto  (1);  V.  Rossi,  Per  la  storia  dei  cantori  sforzeschi,  do- 
cumenti tratti  dall'Archivio  di  Stato  fiorentino  su  Jacquet  de  Marville,  Gio- 
vanni Cordier,  Guglielmo  de  Steynsel. 

Atene  e  Roma  (IV,  34)  :  G.  Albini,  Per  i  carmi  latini  di  Dante  Alighieri 
e  di  Giovanni  del  Virgilio,  osservazioni  sulla  vera  lezione  e  sulla  inter- 
pretazione di  quei  carmi.  Di  essi  abbiamo  ora  un  testo  critico  recentissimo 
uscito  in  Inghilterra,  che  è  annunciato  tra  le  pubblicazioni  ultime  in  questo 
nostro  fascicolo  e  di  cui  in  seguito  sarà  nostra  cura  l'occuparci  con  qualche 
estensione.  Altre  considerazioni  sul  testo  e  sul  significato  delle  eclogne  dan- 
tesche inserì  l'Albini  nella  Cultura,  XX,  326  sgg.,  facendo  una  recensione 
alle  Indagini  e  postille  del  Novati. 


(I)  Le  due  lettere  del  Doni  erano  già  state  rammentate  dal  Cun  in  questo  Giorn.,  XXXVIII,  115. 


J86  CRONACA 

Archivio  per  lo  studio  delle  tradizioni  popolari  (XX,  2):  G.  La  Corte, 
Burle  del  sec.  XVII agli  schiavi  in  Messina,  più  che  per  l'aneddoto  riferito 
qui,  l'articolo  merita  nota  perchè  fa  conoscere  un'opera  ms.  in  quattro  grossi 
volumi  esistente  nel  Museo  civico  di  Messina,  ove  sono  raccolti  numerosi 
fatterelli  della  vita  messinese  nel  seicento;  Jetta-Giannini,  L'ultimo  giorno 
di  carnevale  a  Bibbiena,  sia  osservato  l'uso  di  cantare  la  vecchia  canzone 
della  brunettina  di  Baldassarre  Olimpo  da  Sassoferrato. 

Bullettino  storico  pistoiese  (111,  4):  G.  Beani,  Di  Giuntino  Giuntini  e  di 
un  ms.  inedito  che  ha  per  titolo  «  De  gestis  Gallorum  in  Italia  »;  A.  Za- 
nelli,  Le  «  donne  cortesi  »  a  Pistoia,  nuovi  documenti  bene  illustrati  riguar- 
danti la  storia  del  meretricio. 

Studi  di  filologia  romanza  (fase.  24):  L.  Biadene,  «  Carmina  de  m.en- 
€  sibus  »  di  Bonvesin  de  la  Riva.  Di  Bonvesin  è  conosciuto  il  Trattato  dei 
mesi  in  volgare,  il  più  lungo  de' suoi  contrasti,  edito  dal  Lidforss  nel  1872. 
Nel  ms.  Vaticano  3113  il  B.  ha, scoperto  un  testo  latino,  che  Bonvesin  scrisse, 
di  quel  medesimo  contrasto.  E  in  esametri,  molto  più  breve  del  poemetto 
italiano,  ma  identico  quanto  alla  sostanza.  Il  B.  pubblica  il  testo  con  buon 
corredo  di  illustrazioni  metriche,  linguistiche  e  letterarie,  ed  in  una  dotta 
appendice  raccoglie  un  gran  numero  di  notizie  su  le  rappresentazioni  e  i 
contrasti  delle  stagioni  e  dei  mesi  nelle  letterature  europee.  Nell'intioduzione 
accenna  pure  alla  fortuna  di  quei  motivi  nelle  arti  grafiche  e  plastiche  del 
medioevo.  Gfr.  la  recensione  di  G.  Paris  nella  Romania,  XXX,  597.  — 
G.  A.  Cesareo ,  La  sirventesca  d\i7i  giullare  toscano,  nuove  industrie  di 
critico  e  di  esegeta  intorno  alla  nota  cantilena  del  sec.  XII  pervenutaci  in 
così  cattivo  stato  nel  ms.  Laurenziano  S.  Croce  XV,  6,  per  cui  vedi  Torraca 
in  Rivista  d'Italia,  1901,  1,229  e  I.  Sanesi  in  Rass.  bibl.  letterat.  italiana, 
IX,  268;  C.  De  LoUis,  Proposte  di  correzioni  ed  osservazioni  ai  testi  pro- 
venzali del  ms.  Campori,  quello  scoperto,  illustrato  e  in  parte  pubblicato 
dal  dr.  Bertoni. 


Romania  (XXX,  120)  :  H.  Suchier,  La  fille  sans  mains,  di  questa  leg- 
genda popolare  nota  assai  anche  in  Italia  l'A.  dà  qui  un  testo  inedito  ca- 
talano, e  si  propone  di  render  accessibili  in  altri  articoli  i  materiali  da  lui 
raccolti,  dei  quali  ha  già  parlato  altrove. 

Zeitschrift  fùr  romanische  Philologie  (XXV,  6):  G.  G.  Keidel,  Notes  on 
JEsopic  fable  literature  in  Spain  and  Portugal  during  the  Middle  Ages  (1). 

The  Athenaeum  (n°  3851):  Way,  Byron  aì%d  Petrarch. 

The  m.odern  language  quarterly  (III,  2):  H.  J.  Chaytor,  On  the  dispo- 
sition  of  the  rimes  in  the  sestina. 

Annales  internationales  d'histoire  (an.  1901)  :  G.  Lànczy,  Note  sur  le 
grand  refus  et  la  canonisation  de  Célestin  Y. 

Revue  historique  vaudoise  (an.  1901):  E.  Muret,  Dante  à  Lausanne?,  si 


(1)  È  il  medesimo  stndioso  che  pubblicò  nel  1806  a  Baltimora  un  Manual  of  .Ssopic  fable 
liUrature,  che  già  fu  da  noi  annunciato.  In  quella  bibliografia  sono  indicati  i  principali  sussidi 
bibliografici  per  chi  studia  la  storia  della  favola  e  sono  registrate  le  raccolte  di  favole  che  si 
hanno  a  stampa  sino  al  1500.  Per  informazione  privata  sappiamo  che  ora  il  prof.  Keidel,  con  pa- 
recchi discepoli  del  suo  seminario  romanzo  della  Hopkins  University  di  Baltimora,  attende  a 
stadiare  la  letteratura  delle  favole  esopiane  in  Italia  durante  l'età  di  mezzo. 


CRONACA  187 

diverte  a  sfondare  un  uscio  aperto  confutando  la  cervellotica  congettura  del 
p.  Berthier  che  Dante  sia  andato  a  Losanna  per  incontrarvi  Arrigo  VII. 

Zeitschrifl  fùr  loissenschaftliche  Theologie  (an.  1901):  E.  Knoth,  Uber^ 
tino  von  Casale,  sein  Leben  und  seine  Schriften.  La  prima  parte  di  questa 
monografia  costituì  una  tesi  di  laurea,  che  fu  già  annunciata  in  questo  Gior- 
nale, 38,  478. 

Rheinisches  Museum  fur  Philologie  (LVI,  1):  H.  E.  Ziebarth,  Cyriaci  An- 
conitani epistula  inedita. 

Bulletin  italien  (1,  4):  J.  Vianey,  U Ariosto  et  la  Plèiade,  con  la  consueta 
diligenza  e  col  suo  belT acume  d'analisi  mostra  quanto  dall'Ariosto  mutua- 
rono i  poeti  della  Pleiade,  così  nella  poesia  amorosa  come  nell'epica,  così 
nella  tragedia  come  nella  satira;  da  lui  deriva  «  ce  qu'il  y  a  de  plus  vivant, 
«  de  plus  moderne,  de  meilleur  »  nell'opera  di  quei  rimatori;  A.  Oriol,  Leo- 
pardi et  la  langue  frangaise,  spigolature  condotte  sui  volumi  dei  nuovi 
Pensieri. 

Revue  d'histoire  littéraire  de  la  Trance  (Vili,  3):  F.  Baidensperger,  La 
résistance  à  Werther  dans  la  littérature  frangaise;  R.  Petrucci,  Sur  un 
passnge  obscur  de  la  Divine  Comédie,  favorisce  l'opinione  che  ravvisa  nel 
veltro  il  poeta  stesso. 

The  american  historical  review  (VII,  1):  Gh.  W.  Colby,  The  jesuit  re- 
lations,  riguarda  le  missioni  gesuitiche  ed  i  loro  riferimenti,  tra  i  quali 
alcuni  entrano  nella  storia  letteraria  anche  nostra. 

The  north  american  review  (CLXXIII,  4):  W.  D.  Howells,  An  italian 
vievo  of  humor,  l'articolo,  che  è  in  continuazione,  prende  le  mosse  dal  vo- 
lume del  Bellezza  su  cui  questo  Giornale,  38,  234  richiamò  l'attenzione  degli 
studiosi. 

Studien  zur  vergleichenden  Litteraturgeschichte  (I,  4):  A.  Dessoff,  Ueber 
englische,  italienische  und  spanische  Dramen  in  den  Spielverzeichnissen 
deutscher  Wandertruppen,  curioso  anche  per  la  fortuna  delle  nostre  novelle 
drammatizzate. 

Neues  Archio  der  Gesellschaft  fùr  altere  deutsche  Geschichtskunde 
(XXVll.  1):  L.  Traube,  Das  modeneser  Lied  <<  0  tu  qui  servus  armis  ista 
«  moenia  »,  nuova  nota  occasionata  dalla  pubblicazione  di  A.  Restori  sul- 
l'antico canto  dei  soldati  di  Modena,  per  cui  vedi  Giornale,  35,  178. 

Beilage  zur  Allgemeinen  Zeitung  (1901,  n°  194):  P.  Kehr,  Das  Archiv- 
wesen  in  Italien;  {n°  200),  F.  X.  Kraus,  Rosminianische  Bewegung  m 
Italien;  (n"  204),  J.  v.  Werther,  Das  humour  in  Raffaello  Sanzios  Werken. 

La  tradition  (sett.  1901):  St.  Prato,  Cent  trente  nouvelles  inèdites  de  Lu- 
dovico Carbone,  inedite,  veramente,  quelle  novelluzze  non  sono  più,  aven- 
done data  un'edizione  il  Salza  (cfr.  Giornale,  37,  407),  ma  la  pubblicazione 
del  Prato,  rimasta  interrotta  per  anni,  riuscirà  utile  se  egli  vorrà  far  seguire 
illustrazioni  comparative  a  quei  testi,  che  hanno  base  tradizionale. 

Centralblatt  fùr  Bibliothehswesen  (Vili,  10):  L.  G.  Pélissier,  Catalogne 
des  documents  de  la  coUection  Podocataro  à  la  bibl.  Marciana  à  Venise, 
raccolta  di  atti,  specialmente  importante  per  la  storia  del  rinascimento. 

Neue  Jahrbùcher  fùr  das  klassische  AUertum  (1901,  n»  9):  0.  Waser, 
Pasquino,  Schicksale  einer  antiken  Marmorgruppe ,  con  buon  riassunto 
della  recente  letteratura  pasquiniana. 


188  CRONACA 

Archiv  fùr  slavische  Philologie  (XXIII,  3-4):  A.  Wesselofsky,  Zur  Froge 
ùber  die  Heimath  der  Legende  vom  heiligen  Gral,  con  nuove  ragioni 
sostiene  in  questa  dotta  memoria  l'origine  cristiana  orientale  della  leggenda 
del  Gral,  la  quale  passando  in  occidente  e  localizzandosi  nella  Brettagna 
inglese  si  sarebbe  arricchita  di  molti  nuovi  elementi.  Si  noti  che  per  inci- 
denza il  W.  qui  dà  parecchi  riscontri  alla  tradizione  della  lancia  di  Peleo, 
a  cui  accennano  Dante  (Inferno,  XXXI,  1-6)  e  parecchi  antichi  rimatori. 
Gfr.  Toynbee,  Dante- dictionary,  pp.  421-22. 

*  Nel  Giornale,  34,  474-75  annunciammo  con  la  debita  lode  il  compendio 
della  storia  letteraria  spagnuola  di  James  Fitzmaurice-Kelly  e  facemmo 
notare  come  quest'opera  egregia,  condotta  in  massima  parte  direttamente 
sulle  fonti,  ha  anche  il  pregio  di  considerare  i  rapporti  della  letteratura 
spagnuola  con  altre  d'  Europa,  non  esclusa  la  italiana.  Siamo  lieti  di  con- 
statare che  il  volume  inglese  è  generalmente  accolto  con  grande  favore,  e 
mentre  se  ne  vien  preparando  una  versione  francese  ed  una  italiana,  ne  è 
già  comparsa  una  spagnuola  (Historia  de  la  literatura  espanda  desde  Ics 
origenes  hasta  el  ano  1900,  Madrid,  1901).  Su  questa  traduzione  spagnuola 
richiamiamo  in  particolar  guisa  l'attenzione  degli  studiosi,  perchè  presenta, 
rispetto  all'originale  inglese,  notevolissimi  miglioramenti.  Ritocchi  d'ogni 
genere  e  note  vi  aggiunse  l'autore  ;  altre  note  vi  appose  da  parte  sua  il  tra- 
duttore Adolfo  Bonilla  y  San  Martin;  precede  un  proemio  esteso  e  dotto 
d'uno  dei  più  illustri  conoscitori  della  storia  letteraria  di  Spagna,  Marcelino 
Menéndez  y  Pelayo.  Questo  proemio  è  una  specie  di  anticipata  recensione, 
nella  quale  il  Menéndez,  con  particolar  sensatezza  e  con  pieno  possesso  del 
metodo  analitico  e  storico,  di  cui  è  ora  in  Ispagna  il  più  insigne  maestro, 
tratteggia  gli  studi  che  si  sono  fatti  sinora  sulla  storia  letteraria  del  suo 
paese  e  discute  alcuni  particolari  del  libro  del  F.  K.,  per  cui  ha  parole  di 
giusto  encomio.  Non  esitiamo  a  dire  che  questo  trattato  compendioso  e  per- 
fettamente informato  ai  progressi  della  critica  è  oggi  il  miglior  libro  di 
complesso  che  si  abbia  sulla  gloriosa  storia  delle  lettere  in  Spagna  (1). 

*  Come  già  il  terzo  volume  (v.  Giorn.,  36,  213),  cosi  anche  il  primo  della 
pregiata  e  fortunata  Geschichte  der  Pdpste  di  Ludovico  Pastor  vede  ora 
una  nuova  edizione  (Freiburg  i.  B.,  1901).  Questo  voi.  J,  che  tratta  dei  pon- 
tificati di  Martino  V,  Eugenio  IV,  Nicolò  V,  Callisto  III,  vide  la  luce  nei 
1885  ed  ebbe  la  seconda  edizione  nel  1891.  Nell'ultimo  decennio  trascorso, 
il  diligentissimo  autore  non  mancò  di  prodigargli  le  sue  cure,  sicché  l'edi- 
zione attuale  reca  gran  numero  di  ritocchi  ed  ha  tante  aggiunte  da  aumen- 
tare d'un  centinaio  di  facciate  il  volume.  In  seguito  ci  proponiamo  di  far 
vedere  in  che  cosa  la  nuova  edizione  s'avvantaggi  sull'antecedente  e  quali 
punti  in  essa  più  tornino  utili  alla  storia  delle  lettere. 

*  Alle  investigazioni  di  storia  della  geografia  il  nostro  Giornale  prese 
sempre  l'interesse  che  è  dovuto  a  studi  affini,  giacché  quelle  ricerche  hanno 


(1)  Come  è  noto,  nella  medesima  collezione  inglese  che  diede  il  libro  del  P.  K.,  osci  anche  la 
Hùtory  of  italian  liUratur»  di  R.  Oarnett,  deficiente  ed  erronea  in  molti  particolari,  ma  nel 
complesso  abbastanza  pregevole  (cfr.  Giorn.,  IXXV,  94  e  XXXVI,  430  n.).  Anche  del  libro  del 
Oarnett  si  ha  ora  una  tralazione  spagnnola  dovuta  ad  Enrico  Soms  y  Castelln. 


CRONACA  189 

più  di  un  punto  di  contatto  con  le  nostre.  Non  lascieremo  quindi  passare 
senza  annuncio  un  volume  che  va  segnalato  per  la  intelligenza  della  com- 
pilazione e  per  la  chiarezza  dell'esposizione,  quello  del  prof.  Carlo  Errerà, 
L'epoca  delle  grandi  scoperte  geografiche,  Milano,  Hoepli,  1902.  Vuol  es- 
sere ed  è  questo  volume  «  una  breve  storia  del  progressivo  estenderei  della 
«  conoscenza  superficiale  del  nostro  pianeta  nell'età  delle  grandi  scoperte 
«  geografiche  »,  vale  a  dire  dal  XIII  al  XVI  secolo,  dalle  esplorazioni  più 
concludenti  dell'Asia  alla  prima  circumnavigazione  del  globo.  Con  saggio 
pensiero  l'A.  si  trattiene  massimamente  sui  viaggiatori  italiani.  Oltreché  su 
quel  che  v'è  detto  dei  primi  sviluppi  della  cartografia  nautica,  richiamiamo 
l'attenzione  dei  cultori  di  storia  delle  lettere  sulla  indicazione  concisa,  ma 
esatta,  delle  principali  relazioni  di  viaggi  nostrane  che  appartengono,  per 
l'oriente,  a  Marco  Polo,  a  Odorico  da  Pordenone,  a  Giovanni  de'  Marignolli, 
a  Niccolò  de'  Conti  ecc.,  per  le  regioni  nordiche,  agli  Zeno,  a  Pietro  Que- 
rini?  a  Cr.  Fioravanti.  Parecchie  fra  codeste  relazioni,  oltre  quella  famosis- 
sima del  Polo,  rientrano  nella  storia  letteraria.  La  stessa  fortunosa  spedizione 
magellanica  trovò  il  suo  migliore  storico  nel  vicentino  Antonio  Pigafetta, 
della  cui  relazione  (cfr.  Giorn.,  33,  39-40)  l'A.  largamente  si  vale.  Impor- 
tante è  per  noi  pure  il  quadro  della  preparazione  eh'  ebbe  negli  spiriti  la 
scoperta  di  Colombo,  alla  quale  tanto  contribuì  Paolo  Toscanelli,  non  che 
il  richiamo  delle  leggende  ch'ebbero  corso  in  Europa  prima  della  ^gran  na- 
vigazione dell'ardito  genovese.  Non  sono  cose  certo  di  peregrina  erudizione, 
ma  l'averle  tutte  raccolte  ed  esposte  da  persona  eh'  è  al  giorno  de'  più  re- 
centi studi  geografici  può  far  comodo. 

*  Giuseppe  Gostetti  ebbe  commissione  dal  Baccelli,  l'ultima  volta  che  fu 
ministro  della  P.  I.,  di  scrivere  i  fasti  del  teatro  italiano  nel  secolo  XIX; 
ed  ora,  sotto  il  seguente  titolo.  Il  teatro  italiano  nel  1800,  indagini  e  ri- 
cordi (Rocca  S.  Casciano,  Cappelli,  1901)  pubblica  un  volume  d'oltre  cin- 
quecento pagine,  in  cui  le  indagini  non  son  certo  di  quelle  che  lasciano 
traccia,  ma  i  ricordi  possono  servire  a  chi  farà  più  tardi  la  storia  e  la  cri- 
tica del  nostro  teatro  dell'ottocento.  Delle  cose  teatrali  il  Gostetti  fu  sempre 
appassionato;  autore  di  parecchi  lavori  drammatici  egli  stesso,  amico  di  molti 
autori  ed  attori,  molte  cose  seppe,  vide,  ricordò;  e  delle  sue  testimonianze, 
se  non  dei  suoi  giudizi,  gli  storici  futuri  potranno  giovarsi.  Certo  il  libro 
non  è  bello,  né  profondo,  né  tutte  importanti  sono  le  cose  in  esso  registrate, 
né  tutti  esatti  i  particolari  che  vi  si  riferiscono  ;  e,  a  farla  breve,  s' esso, 
come  studio,  ha  scarsissimo  valore,  perchè  troppo  superficiale  e  troppo  in- 
compiuto, come  documento,  ne  potrà  avere  in  seguito  non  poco.  11  volume 
ha  in  fine  due  lunghi  allegati  :  il  primo  è  una  specie  di  cronaca  dei  con- 
corsi drammatici  banditi  dal  governo  piemontese  e  poi  dall'italiano  dal  '53 
al  "900;  il  secondo  un  Elenco  alfabetico  d'autori  e  loro  commedie.  Cotesto 
elenco  sarebbe  riuscito  assai  più  utile  se  ai  titoli  delle  commedie  fosse  stato 
aggiunto  l'anno  e  il  luogo  della  prima  stampa  o  (se  non  furono  stampate) 
della  prima  rappresentazione.  Il  numero  degli  autori  registrati  passa  i  due- 
cento e  i  titoli  delle  commedie  superano  di  molto  il  migliaio. 

*  Il  sig.  C.  Vanbianchi,  il  quale  a  Milano  possiede  una  notevole  colle- 
zione d'autografi,  ha  compilato  un  grosso  manuale  {Raccolte  e  raccoglitori 


190  CRONACA 

di  autografi,  Milano,  Hoepli,  1901)  adorno  di  fac-simili  e  di  ritratti,  che 
può  rendere  qualche  servigio  non  solo  ai  collezionisti  ma  anche  agli  stu- 
diosi, mettendoli  sulla  traccia  di  qualche  documento  che  giaccia  inedito  in 
privati  e  poco  noti  depositi  di  manoscritti.  Più  utile  sarebbe  però  riuscito 
il  manuale  del  V.,  s'egli,  trascurando  gli  autografi  esistenti  nelle  grandi  bi- 
blioteche e  nei  pubblici  archivi,  accessibili  a  tutti,  si  fosse  esteso  a  descri- 
vere più  diffusamente  gli  autografi  posseduti  dai  collezionisti,  dando  non 
solamente  i  nomi  degli  autori  a  cui  appartengono,  ma  qualche  notizia  del 
loro  contenuto,  e  distinguendo,  per  quanto  era  possibile,  ^e  cose  edite,  dalle 
inedite.  Comunque,  il  manuale  del  V.  non  è  privo  d'importanza  e  di  curio- 
sità anche  per  gli  studiosi,  i  quali  potranno  trarne  qualche  non  spregevole 
aiuto  nelle  loro  ricerche. 

*  Del  poeta  Angelo  Maria  Ricci,  abruzzese  di  nascita,  ma  reatino  di  ado- 
zione, rappresentò  in  breve  il  valore  un  amico  nostro  in  questo  Giornale, 
35,  141.  L'anno  decorso,  e  precisamente  il  29  settembre,  si  celebrò  in  Rieti 
il  50°  anniversario  della  sua  morte.  Un  comitato  appositamente  costituito  gli 
tributò  onoranze,  fra  le  quali  un  numero  unico  con  poesie  e  prose  in  suo 
onore,  ornato  di  ritratti  del  poeta  e  di  vedute  diverse.  La  Deputazione  di 
storia  patria  per  l'Umbria,  in  un  fascicolo  del  suo  BuUettino  tutto  consa- 
crato a  Rieti  (cfr.  Giorn.,  38,  466),  gli  dedicò  speciale  attenzione.  Si  annuncia 
che  tra  breve  sarà  pubblicata  una  scelta  delle  sue  poesie. 

*  Orazio  Bacci  e  G.  L.  Passerini  hanno  iniziato  la  pubblicazione,  col  pre- 
sente anno  1902,  d'una  Strenna  dantesca,  che  ha  «  l'intento  di  recare  un 
«  nuovo  e  modesto  concorso  al  culto  di  Dante  »  ed  il  «  fine  di  giovare  alla 
«  divulgazione  delle  industri  fatiche  e  cure  dei  dantisti  e  dantofili  ».  Precede 
un  calendario  dantesco,  che  potrà  agevolmente  essere  fatto  più  ricco  negli 
anni  avvenire;  seguono  annunzi  bibliografici,  poesie,  articoletti  critici,  ripro- 
duzioni grafiche  diverse  ecc.,  tutte  cose  aventi  relazione  diretta  con  Dante 
0  con  la  fortuna  di  lui.  —  In  questo  prezioso  libretto  potrà  riuscire  non 
indifferente  agli  studiosi  l'indicazione  che  dà  Guido  Biagi  d'un  accenno  am- 
mirativo a  Dante  dell'orafo  quattrocentista  fiorentino  Marco  Rustichi  in  certo 
suo  inedito  Viaggio  al  santo  Sepolcro.  Più  ancora  piaceranno  un'  arguta 
nota  dichiarativa  del  celebre  verso  «  Galeotto  fu  il  libro  e  chi  lo  scrisse  » 
dovuta  a  F.  D'Ovidio,  ed  un  articoletto  del  Rajna  Per  le  divisioni  della 
«  Vita  nuova  »,  ove  rifacendosi  all'antica  sua  idea  della  connessione  fra  lo 
schema  della  V.  N.  e  le  rasos  provenzali  (cfr.  Giorn.,  16,  474  e  32,  463), 
mostra  che,  d'altra  parte,  l'uso  delle  divisioni  nel  libretto  giovanile  venne  a 
Dante  dalla  consuetudine  degli  spositori  dell'età  di  mezzo  confermata  da 
S.  Tommaso. 

*  Lode  alla  Casa  editrice  Zanichelli  per  l'edizione  compiuta  delle  Poesie 
di  Giosuè  Carducci  da  essa  procurata.  Possedere  insieme  riunita  tutta  la 
produzione  artistica  del  poeta  maggiore  che  vanti  la  seconda  metà  del  se- 
colo XIX  in  Italia  è  cosa  comoda  e  piacevole  ad  ogni  cultore  di  studi  let- 
terari. Il  volume  di  1060  pagine,  rilegato  all'inglese,  riesce  maneggevolissimo, 
perchè  stampato  su  carta  quasi  velina.  Naturalmente,  l'uso  di  questa  carta 
ha  pure  i  suoi  svantaggi.  Ci  rallegriamo  poi  osservando  che  il  volume 
si  chiude  con  quel  frammento  stupendo  della  Canzone  di  Legnano,  che  fi- 


CRONACA  191 

noia  non  si  poteva  leggere  se  non  in  uno  dei  volumi  della  Rassegna  setti- 
manale. 

*  Il  valente  demopsicologo  Giovanni  Giannini  ebbe  la  felice  idea  di  rega- 
lare al  pubblico  colto  un  florilegio  di  Canti  popolari  toscani,  Firenze,  Bar- 
bèra, 1902,  ediz.  diamante.  L'elegante  volumetto  si  raccomanda  assai  per  la 
bontà  della  scelta  e  per  T accuratezza  dell'illustrazione.  Non  rivolgendosi 
agli  studiosi,  ma  ad  un  pubblico  più  largo,  s'intende  bene  che  il  criterio 
estetico  vi  deve  predominare;  ma  non  sì  peraltro  che  questa  silloge  non 
riesca  a  dare  un'idea  compiuta  dell'indole,  delle  movenze,  dei  sentimenti  che 
prevalsero  presso  i  volghi  della  Toscana.  Nelle  importanti  note  comparative 
il  G.  è  uscito  di  rado  dal  territorio  toscano,  ma  non  ha  mai  mancato  di  tener 
conto  della  poesia  popolare  antica  di  quella  regione,  quando  l'occasione  gli 
si  porgeva.  La  sezione  più  ricca  è  quella  dei  rispetti  e  degli  stornelli,  indi- 
geni questi  ultimi,  d'origine  probabilmente  sicula  i  primi;  ma  gli  uni  egli 
altri  carissimi  al  contado  toscano.  Delle  altre  sezioni  vogliamo  qui  partico- 
larmente notare  quella  dei  canti  narrativi,  che  il  G.  ritiene  venuti  in  Toscana 
dall'  Italia  settentrionale  (cfr.  pp.  xix  e  409).  Tra  quei  canti  v'  ha  pure  la 
celebre  donna,  lombarda,  in  cui  parecchi  credettero  di  ravvisare  un  riflesso 
della  leggenda  langobarda  di  Rosmunda.  La  diffusione  nell'Italia  peninsulare 
di  quei  canti  epico-lirici,  sulla  quale  si  fermò  solo  di  recente  l'attenzione 
degli  studiosi  (vedi  Giorn.,  26,  280),  offrirà  ancora  materia  a  molte  ed  utili 
indagini  e  considerazioni. 


*  Pubblicazioni  recenti: 

H.  WicKSTEED  and  E.  G.  Gardner.  —  Dante  and  Giovanni  del  Vir- 
gilio. Including  a  criticai  edition  of  the  text  of  Dante's  «  Eclogae  latinae  » 
and  of  the  poetic  remains  of  Giovanni  del  Virgilio.  —  Westminster,  Gon- 
stable,  1902. 

Gino  Arias.  —  Le  istituzioni  giuridiche  medievali  nella  Divina  Com- 
media. —  Firenze,  Lumachi,  1901. 

Nicola  Mattioli.  —  Fra  Giovanni  da  Salerno  e  le  sue  opere  inedite, 
con  uno  studio  comparativo  di  altre  attribuite  al  p.  Cavalca.  —  Roma, 
tip.  Salesiana,  1901  fCfr.  la  recensione  di  F.  Tocco  nell'Archivio  stor.  ita- 
liano, XXVIII,  143]. 

Vincenzo  Vivaldi.  —  La  Gerusalemme  liberata  studiata  nelle  sue  fonti. 
—  Trani,  Vecchi,  1901. 

Jean  Giraud.  —  UÈglise  et  les  origines  de  la  Renaissance.  —  Paris, 
libr.  Lecoffre,  1902. 

L.  A.  Muratori.  —  Epistolario  edito  da  Matteo  Campori.  Voi.  II.  — 
Modena,  Soc.  tip.  modenese,  1901. 

Oskar  Becker.  —  Boccaccio- Funde.  Stùcke  aus  der  bislang  verschoUenen 
Bibliothek  des  Dichters,  darunter  von  seiner  Band  geschribenes  Fremdes 
und  Eigenes.  —  Braunschweig,  Westermann,  1902  [Molto  importante.  Se 
ne  parlerà]. 


192  CRONACA 

Giulio  Goggiola.  —  SulV  anno  della  morte  di  mons.  Bella  Casa.  — 
Pistqia,  tip.  Fiori,  1901  [In  quest'opuscolo  tirato  a  soli  50  esemplari  nume- 
rati, l'A.  rimuove  gli  ostacoli  che  sembravano  opporsi  alla  data  ammessa 
dal  Casotti  per  la  morte  del  Casa,  14  novembre  1556.  Alla  dimostrazione 
concorrono  specialmente  prove  documentali]. 

Alfredo  Galletti.  —  Le  teorie  drammatiche  e  la  tragedia  in  Italia 
nel  sec.  XVIIl.  Parte  1:  1700-1750.  —  Cremona,  tip.  Fezzi,  1901. 

Giuseppe  Petrai.  —  Lo  spirito  delle  maschere.  Storia  e  aneddoti.  — 
Torino-Roma,  Roux  e  Viarengo,  1901. 

Joannis  Joviani  Fontani  carmina.  Testo  fondato  sulle  stampe  originali 
e  riveduto  sugli  autografi  da  Benedetto  Soldati.  Voli.  due.  —  Firenze,  Bar- 
bèra, 1902. 

Enrico  Carrara.  —  Studio  sul  teatro  ispano-veneto  di  Carlo  Gozzi.  — 
Cagliari,  tip.  Valdès,  1901  [Confronta  le  sei  tragicommedie  del  Gozzi,  che 
si  leggono  nell'ediz.  1772  delle  opere  di  lui,  con  gli  originali  spagnuoli  e 
ne  pronuncia  severo  giudizio]. 

L.  Menghi.  —  Lo  Zeno  e  la  critica  letteraria.  Monografia.  —  Camerino, 
tip.  Savini,  1901. 

Giuseppe  Cugnoni.  —  Alla  ricerca  di  Giacomo  Leopardi.  —  Roma, 
OflBc.  poligrafica,  1901  [Sempre  sui  Pensieri  della  Vaticana,  che  suscitarono 
così  aspre  polemiche]. 

H.  Lyonnet.  —  Pulcinella  et  le  Thédtre  napolitain.  —  Paris,  Ollen- 
dorfr,  1901. 

Francesco  Lo  Parco.  —  Due  frati  ne'  Promessi  Sposi.  —  Ariano,  tipo- 
grafia Appulo  Irpina,  1901  [Parla  di  fra  Galdino  e  di  padre  Cristoforo]. 

Natale  De  Sanctis.  —  Un  emulo  di  Vittorio  Alfieri.  —  Catania,  tipo- 
grafia Calatola,  1901  [Tratta  di  Alessandro  Pepoli]. 

I  fioretti  di  S.  Francesco  con  prefazione  di  Paolo  Sabatier.  —  Assisi, 
tip.  Metastasio,  1901. 

Jacques  de  Voragine.  —  La  legende  dorée  nouvellement  traduite  en 
fran?ais  par  l'abbé  J.  B.  M.  Roze.  Volumi  tre.  —  Paris,  Rouveyre,  1902 
[Precede  una  breve  introduzione  bibliografica  e  storica,  ove  sommariamente 
si  parla  anche  delle  fonti  della  Legenda  aurea.  L'opera  ha,  più  che  altro, 
carattere  divulgativo]. 


Luigi  Morisknqo,  Gerente  responsabile. 


Torino  —  Tip.  Ychcbiizo  Bona. 


Ifò 


LA  COLTURA  E  LE  RELAZIONI  LETTERARIE 

DI 

ISABELLA  D'ESTE  GONZAGA 


6.  —  Gruppo  dell'Italia  centrale. 

Vi  si  discorre  di  :  Niccolò  Machiavelli  (Francesco  Guicciardini)  —  Giovanni 
e  Bernardo  Rucellai  —  Antonio  Cammelli  detto  il  Pistoia  (Francesco 
Berni  ;  Pietro  Aretino)  —  Niccolò  Campani  detto  lo  Strascino  —  Ber- 
nardo Dovizi  detto  il  Bibbiena  —  Benedetto  Moncetti  —  Bernardo  Accolti 
detto  l'Unico  Aretino  —  Biagio  Pallai  detto  Blosio  Palladio  Carlo 
Agnello  —  Fr.  Maria  Molza  —  Giampietro  Bolzani  detto  Pierio  Valeriano 
—  Fabrizio  e  Vittoria  Colonna  —  Vincenzo  Calmeta  —  Gio.  Bruno  de'Par- 
citadi  —  Francesco  Roello  —  Marco  Cavallo  —  Fabrizio  Varano  —  Al- 
fano Alfani. 

Se  si  eccettuino  il  Bibbiena  e  l'Accolti,  dei  quali  reputiamo  utile 
toccare  in  appresso,  non  furono  molti  gli  scrittori  toscani  che 
carteggiarono  con  Isabella.  Nel  1509,  allorché  la  Gonzaga  ebbe 
a  trovarsi  nelle  maggiori  angustie,  perchè  avea  il  marito  prigio- 
niero dei  Veneziani  e  il  primogenito  le  era  chiesto  in  ostaggio 
da  tre  potentati,  venne  a  Mantova  il  Machiavelli  con  la  seguente 
credenziale  a  lei  diretta  dai  decemviri  fiorentini: 

IH.™»  D.na  ac  ex™»  Princeps  soror  etc. 

Nicolò  Machiavelli  secretano  et  cittadino  nostro  farà  per  nostra  commis- 
sione intendere  alchune  cose  alla  Ex.  V.  Preghiamola  li  volli  prestare  pie- 
nissima (fede),  et  in  quello  li  accadessi  prestarli  ogni  suo  favore  et  aiuto, 
come  è  nostra  speranza  che  babbi  ad  essere,  respecto  alla  sua  optima  dispo- 
sitione  verso  questa  città  conosciuta  da  noi  assai  volte  et  maxime  nella 
stanza  ultimamente  delli  nostri  oratori  costì,  per  la  relatione   de'  quali  noi 

GiornaU  storico,  XXXIX,  faFC.  116-117.  13 


194  LUZIO-RENIER 

siamo  necessitati  ringratiare  infinite  volte  la  Ex.  V.  et  in  quello  che  acca- 
dessi accrescere  ogni  suo  honore  et  commodo.  Quae  bene  valeat. 
Ex  Palatio  fiorentino,  die  X.  nov.  MDVIIII. 

Decemviri 
Libertatis  et  Baliae  Reip,  fior. 

Il  Machiavelli  era  inviato  a  Mantova  per  pagare  una  delle  rate 
dei  quaranta  mila  ducati  che  i  Fiorentini  avevano  stabilito  di 
sborsare  all'imperatore  Massimiliano  (1).  Sappiamo  che  la  mar- 
chesa lo  accolse  «  umanissimamente  »,  e  senza  dubbio  la  perspi- 
cacia eccezionale  del  segretario  fiorentino  avrà  degnamente  ap- 
prezzato quella  rara  donna,  che  in  contingenze  politiche  cosi 
ingarbugliate  e  penose  seppe  schermirsi,  come  il  Tommasini 
acconciamente  scrisse,  «  con  prudenza  virile  e  con  garbo  don- 
«  nesco  »  (2).  Ma  d'altre  relazioni  della  marchesa  col  Machiavelli 
non  ci  parlano  i  documenti  nostri,  ed  oltracciò  qui  non  si  trattò 
di  letteratura,  ma  di  politica.  Interamente  politico  è  puranco  un 


(1)  I  documenti  sulla  legazione  del  Machiavelli  a  Mantova  si  possono  leg- 
gere nelle  Opere  del  Machiavelli,  ediz.  classici,  VII,  160-197.  Di  Mantova 
egli  ci  lasciò  una  minuta  descrizione.  Vedansi  Villari,  Machiavelli^,  II, 
117-19  e  Tommasini,  Machiavelli,  I,  468-71.  Il  Machiavelli  si  era  recato  a 
Mantova,  in  nome  della  Signoria  fiorentina,  già  qualche  anno  prima,  nel  1505, 
quando  il  marchese  tergiversava  tra  il  servigio  di  Francia  e  quello  di  Fi- 
renze. Nel  L.  186  dei  Copialettere  del  Gonzaga  v'ha  il  seguente  biglietto  al 
Soderini  : 

D.no  P.  Soderino, 

n  m.co  Nicolò  Macchiarelli,  persona  discreta  e  da  bene,  secretano  de  la  S.  V.,  è  stato  meco 
sopra  li  capitnli  de  la  Condnta  et  ha  inteso  quanto  sopra  ciò  si  è  detto  per  mi,  sì  che  l'ha  ben 
compreheso  la  dìspositissima  Toluntà  mia  di  servire  la  Ex.  Rep.  fiorentina  e  la  S.  Y. 

Ritornando  hor  lai,  non  accade  replicare  altro  remetendome  a  la  relation  sua . . . 

Mant.  TI  maij  1505. 

Cinque  giorni  dopo  (Gopialett.  L.  187)  il  marchese  scriveva  all'ambasciatore 
di  Francia  a  Venezia  l'esito  del  suo  colloquio  col  Machiavelli,  dicendo  che 
aveva  rifiutato  di  stringere  il  patto  perchè  i  Fiorentini  volevano  ch'egli  si 
assumesse  il  carico  di  andare,  se  occorresse,  «  contra  il  nostro  Re  Gristia- 
«  nissimo  anchor  in  lor  servitio,  per  la  quale  parola  havemo  tronchata  ogni 
«  praticha  e  licentiato  il  segretario  ». 

(2)  Tommasini,  Op.  cit.^  I,  471. 


COLTURA  E  RELAZIONI  LETTERARIE  D'ISABELLA  D'ESTE      195 

SUO  accenno  a  Francesco  Q-uicciardini,  in  una  lettera  al  figlio 
Federico.  Nel  152i,  mentre  Federico  era  al  campo,  Isabella  te- 
neva in  Mantova  le  redini  del  governo,  e  nel  continuo  carteggio 
che  avea  col  figliuolo,  non  mancava  di  aprirgli,  talora  anche 
energicamente,  l'animo  suo.  Il  14  settembre  di  quell'anno  tro- 
viamo ch'ella  gli  scrive:  «A  noi  che  li  siamo  matre  spetta  più 
«  che  ad  alcun'  altra  persona  recordar  a  V.  S.  il  ben  suo  et  par- 
«  larli  liberamente.  A  noi  parerla  che  quello  S.'  Commissario 
«  attendesse  a  dar  di  questi  carichi  (1)  a  Modena  et  Rezo,  che 

«li  sono  tanto  propinque senza  gravar  tanto  questo  nostro 

«  povero  stato,  qual  dubitamo  andarà  in  rovina  se  V.  S.  vorrà 
•«  absecundar  alle  indiscrete  et  inhoneste  petitioni  d'esso  commis- 
«  sario  ».  Il  commissario  generale  dell'esercito  pontificio,  al  quale 
si  allude,  era  per  l'appunto  il  Guicciardini  (2). 

Rapporti  d'altra  natura  intercedevano  fra  Isabella  ed  i  Rucellai 
di  Firenze.  Il  26  febbr.  1516,  Giovanni  Rucellai,  il  noto  poeta 
didascalico  e  tragico,  indirizzava  alla  marchesa  un  biglietto  per 
raccomandarle  il  nipote  suo  Roberto  Strozzi  (3),  figlio  di  un  altro 
Roberto,  morto  nella  battaglia  di  Fornovo(4).  Il  Rucellai  in  quella 
lettera  dice  di  sapere  che  Isabella  gli  porta  «  affectione  non 
«piccola,  non  per  miei  meriti,  ma  per  sua  regale  natura  et 
<  gentileza  »  (5).  Con  Bernardo  Rucellai,  dottissimo  cultore  del- 


(i)  Trattavasi  delle  provvigioni  per  vettovagliare  l'esercito. 

(2)  Gfr.  G.  GioDA.,  Guicciardini  e  le  sue  opere  inedite,  Bologna,  1880, 
pp.  158  sgg.  ;  E.  Zanoni,  Vita  pubblica  di  Fr.  Guicciardini,  Bologna,  1896, 
pp.  203  sgg.,  e  anche  Lino  Chiesi,  Reggio  nelV Emilia  sotto  i  pontefici 
Giulio  II,  Leone  X,  Adriano  VI,  e  Fr.  Guicciardini  governatore  della 
città,  Reggio,  1892,  pp.  99-101. 

(3)  Lucrezia  Rucellai,  sorella  di  Giovanni,  era  andata  moglie  nel  1503  a 
Lorenzo  Strozzi. 

(4)  Roberto  Strozzi  «  viene  costi  solo  perchè  la  Ex.*'*  del  Sig.  Marchese 
«  vostro  consorte  lo  cognosca,  et  reconosca  nel  figliuolo  quella  medesima 
«  servitù  et  devotione  che  già  recognobbe  in  suo  patre  ». 

(5)  La  lettera  venne  in  luce  la  prima  volta  per  cura  del  Braghirolli,  nel- 
l'opusc.  Lettere  ined.  di  alcuni  illustri  italiani,  Milano,  1856,  per  nozze 
Cavriani,  e  fu  poscia  ristampata  dal  Mazzoni  nel  Propugnatore,  N.  S.,  Ili, 
I,  386-87. 


196  LDZIO-RENIER 

l'antichità  classica  e  padre  di  Giovanni  (1),  Isabella  dovette  tro- 
varsi in  Mantova,  allorché  egli  vi  giunse  nella  primavera  del 
1509.  Infatti  il  28  maggio  di  quell'anno  Tolomeo  Spagnoli  noti- 
ficava al  marchese:  «  M,  Bernardo  Rucellai,  quel  gentilhomo 
«  fiorentino  che  in  una  sua  historia  che  '1  compone  in  uno  stile 
«  elegante  fa  honorata  mentione  di  V.  Ex.  come  divoto  che  li  è, 

«  è  pervenuto  qui  a  Mantua  cum  intention  di  andar  a  Milano 

«  Io  l'ho  onorato  qua,  come  so  esser  intention  di  V,  S.  che  siano 
«  honorati  gli  homini  di  la  vertù  e  nobiltà  di  questo  ».  Il  30  maggio 
soggiunge  che  il  Rucellai  «  per  esser  di  età  assai  grave  (2)  re- 
«  starà  {a  Mantova),  ma  ha  piacer  intender  de  qui  gli  felici 
«  andamenti  di  V.  S.,  di  la  qual  ogni  di  mi  bisogna  renderli  bon 
«  conto  ».  La  elegante  storia  latina  di  Bernardo,  alla  quale  accenna 
lo  Spagnoli,  è  il  De  bello  italico  commentar ius ,  che  narra  la 
resistenza  dei  confederati  a  Carlo  VIII,  largamente  descrive  la 
battaglia  di  Fornovo,  ed  a  Francesco  Gonzaga  prodiga  lodi  non 
misurate  (3).  L'opera  del  Rucellai  fu  tanto  reputata  dai  contem- 
poranei, che  Erasmo,  nel  L.  Vili  degli  Apoftegmi  non  esitò  scri- 
vere :  «  Novi  Veneliae  Bernardum  Oricellarium  civem  florentinum, 
«  cujus  historias,  si  legisses,  dixisses  alterum  Sallustiura,  aut 
«  certe  Sallustii  temporibus  scriptas  ». 

V'ha  una  categoria  di  letterati  toscani  che  fu  gradita  alle  corti 
per  lo  spirito  pronto  ed  arguto,  per  la  vena  inesauribile  dei  motti 
e  delle  burle,  pei  portamenti  mezzo  istrionici.  Uno  di  codesti  sca- 
pigliati, per  cui  la  Gonzaga  nutrì  molta  deferenza,  fu  Antonio 
Cammelli  detto  il  Pistoia  (4).  Essendo  egli  entrato  a' servigi  del 


(1)  TiRABOSCHi,  Storia,  ediz.  Antonelli,  VI,  862  sgg. 

(2)  Non  peraltro  gravissima,  se  era  nato  in  Firenze,  come  si  suole  ripe- 
tere, nel  1449. 

(3)  La  prima  edizione  ne  fu  fatta  a  Londra  nel  1724.  Gfr.  Morkni,  Biblio- 
grafia della  Toscana,  li,  279.  Vedi  ciò  che  dice  del  De  bello  italico  il  più 
accurato  biografo  di  B.  Rucellai,  Domenico  Becucci,  in  Tartini,  R.  I.  S., 
II,  779  sgg. 

(4)  Per  la  intrinsichezza  del  Pistoia  coi  buffoni  mantovani,  la  cui  compa- 
gnia dovea  riuscirgli  singolarmente  gradita,  vedi  il  nostro  scritto  sui  Buffoni, 
nani  e  schiavi  dei  Gonzaga,  Roma,  1891,  pp.  20-22. 


COLTURA   E   RELAZIONI   LETTERARIE   D'ISABELLA   d'ESTE       197 

duca  Ercole  d'Este,  è  assai  probabile  che  Isabella  lo  imparasse 
a  conoscere  in  Ferrara,  dove  il  Cammelli  si  sarà  recato  spesso, 
ne'  dodici  anni  (1485-1497)  in  cui  tenne  il  capitanato  alla  porta  di 
Santa  Croce  in  Reggio  d'Emilia.  Perduto  quell'ufficio,  forse  per 
colpa  della  sua  maldicenza  che  si  sfogava  in  sonetti  denigra- 
tori, invano  egli  implorò  la  pietà  del  duca  Ercole  (1),  onde  si 
rivolse  alla  marchesa  di  Mantova ,  perchè  intercedesse  in  suo 
favore  presso  il  padre.  E  che  in  questo  senso  la  Gonzaga  si  ado- 
perasse, noi  lo  apprendiamo  da  un  biglietto  che  il  22  die.  1498  le 
indirizzava  da  Ferrara  Siverio  de'  Siverii  e  che  sinora  è  rimasto 
ignoto:  «  Io  ho  inteso  pur  dire  da  V.  S.  quanto  la  me  ricomanda  el 
«  facto  del  Pistoia  et  de  m.  Bernardino  Minutello  per  uno  officio  che 
«  cadauno  desiderarla  conseguire  da  questo  nostro  ili.""*  S."^  Duca 
«  in  questa  sua  nuova  distributione  de  officii.  Io  me  sforzare  in 
«  tutto  quello  che  me  sarà  possibile  ».  E  i  suoi  sforzi  ottennero 
l'intento,  giacché  nel  1499  il  Pistoia  era  reintegrato  nell'ufficio  di 
capitano  della  porta  (di  S.  Pietro  questa  volta)  in  Reggio  (2).  Forse 
a  special  testimonianza  della  gratitudine  sua,  il  facile  verseggia- 
tore toscano,  che  in  Mantova  s'era  trattenuto  nel  carnevale  del 
1499  (3),  tornatovi  nel  giugno  di  quel  medesimo  anno,  inviava  a 


(1)  Vedi  la  lettera  !<>  genn.  1498  edita  dal  Cappelli  nella  ediz.  Gappelli- 
Ferrari  delle  Rime  di  Ant.  Cammelli,  Livorno,  1884,  p.  xliv-v. 

(2)  11  15  luglio  1499  il  Pistoia  non  vi  si  era  ancora  stabilito,  perchè  la 
marchesa  scriveva  a  Francesco  Rangone:  «  11  Pistoglia  ne  ha  facto  intendere 
«  che  la  porta  de  la  quale  lui  è  capitaneo  lì  a  nostra  intercessione  ha  bi- 
«  sogno  di  riparatione  per  comodità  di  sua  habitatione  quando  li  accaderà 
«  venirli  ».  Però  prega  il  Rangone  di  acconciarla  in  modo  «  che  comoda- 
«  mente  possi  habitarla  ».  11  Rangone,  «  per  reverentia  »  a  Isabella,  quan- 
tunque la  comunità  di  Reggio  avesse  altre  spese,  cercò  di  appagare  il  desi- 
derio espressogli.  Vedi  Renier,  Del  Pistoia,  in  Riv.  storica  mantovana,  I, 
75,  n.  1. 

(3)  Da  Mantova,  il  19  febbr.  1499,  notificava  il  Cammelli  al  marchese  di 
Mantova  di  star  componendo  «  una  nuova  comedia  amorosa  de  amicitia,  dove 
«  per  interlocutori  pacatamente  la  vita  di  V.  Ex."*  se  parlerà  ».  Chiedeva 
al  Gonzaga  di  rispondergli  :  «  or  quella  si  degni  o  del  sì  o  del  no  farmi  una 
«  risposta,  perchè  piacendo  alla  Ex.  V.,  alla  sua  venuta  gliene  legerò  dui 
«  atti  »  (ediz.  CF.,  pp.  xlv-vi).  Per  allora,  a  quanto  sembra,  non  se  ne 
fece  nulla.  Due  anni  appresso  il  Pistoia  offerse  al  marchese  quella  od  un'altra 


198  LDZIO-RENIER 

Isabella,  che  stava  in  villa,  la  sua  Panftla,  tragedia  tratta  da 
una  novella  del  Boccaccio  e  dedicata  ad  Ercole  I  (1).  Quell'invio 
doveva  essere  «  uno  nuntio  delti  Sonetti  faceti  eh'  io  in  breve 
«  settimane  li  donerò,  a  quella  sola  tale  opera  solazevole  inti- 
«  tolata  »  (2).  La  raccolta  dei  sonetti  stava  molto  a  cuore  alla 
intelligente  signora  di  Mantova,  perchè  essa  ben  sentiva  che 
quelle  rime  argute  su  fatti  personali  e  politici,  dettate  con  vena 
inesauribile  e  con  maestria  non  comune,  avevano  pregio  indiscu- 
tibile (3).  E  però  continuava  ad  usare  benevolenza  al  Pistoia,  il 
quale  la  ricambiava  giocondamente.  È  del  14  sett.  1499  una  sua 
epistola  ad  Isabella,  in  forma  di  frottola,  in  cui  la  eccitava  a  re- 
carsi a  Ferrara,  ov'era  da  tutti  attesa  con  desiderio;  \mdi lettera 
lunatica,  com'  egli  la  chiama,  che  tratteggia  anche  in  breve  le 
condizioni  politiche  del  momento  (4).  Né  mancava  di  rivolgersi 
a  lei  nei  continui  bisogni  della  sua  povera  vita  e  d'invocare  la 
mediazione  della  marchesa  per  ottener  l'ufficio  che  avea  forse 
di  bel  nuovo  perduto  (5).  Cosi  andarono  innanzi  le  cose  finché  il 
gramo  poeta  venne  a  morte  il  29  aprile  1502;  e  sempre  in  grazia 


commedia  e  n'ebbe  una  rispostacela  sdegnosa.  Vedi  ediz.  CF.,  p.  xlix;  Riv. 
stor.  mantovana,  I,  86  e  anche  D'Ancona,  Origini^,  II,  377-79. 

(1)  La  tragedia  è  pubblicata  nell'ediz.  GF.,  pp.  279  sgg.  Pel  suo  valore, 
assai  scarso,  vedansi  Gaspary,  Storta,  II,  I,  202  e  Rossi,  Il  Quattrocento, 
p.  383.  Il  lavoretto  speciale  di  Ferdin.  Bugiani,  pubblicato  per  nozze  nel 
1896,  è  cosa  men  che  mediocre.  Gfr.  Giorn.,  XXIX,  563. 

(2)  Ediz.  GF.,  p.  XLVi,  e  anche  D'Ancona,  Origini^,  li,  375-76. 

(3)  Il  Pistoia  è  per  quelle  rime  il  maggiore,  senza  paragone,  fra  i  pre- 
cursori del  Berni.  Vedasi  quel  che  ne  scrissero  il  Gaspary,  Storia,  li,  I, 
235-36  ed  il  Rossi,  Il  Quattrocento,  pp.  399-401.  I  sonetti  del  Pistoia,  feli- 
cissimi talora  pel  nerbo  epigrammatico,  passavano  di  bocca  in  bocca  ed  erano 
poi  trascritti  e  anche  stampati  anonimi  o  col  nome  dell'autore.  Vedi  la  pre- 
fazione alla  ediz.  Renier  dei  Sonetti  del  Pistoia  giusta  Vapografo  trivul- 
ziano,  Torino,  1887,  pp.  xiv  sgg.  e  le  copiose  indicazioni  di  G.  Rossi  nel 
Giornale,  XXX,  30-32.  Ai  frizzi  del  Pi-stoia  rispondevasi  da  altri  rimatori, 
ed  anche  di  quelle  risposte  era  ghiotta  la  marchesa  (cfr.  Giorn.,  XXII,  68). 
Il  Gastiglione  rammenta  la  piacevolezza  dei  versi  del  Gammelii  nel  Corte- 
giano^  II,  67.  Vedi  ediz.  Gian,  p.  212. 

(4)  Ediz.  GF.,  pp.  23-29;  cfr.  p.  xxxv. 

(5)  Vedi  le  lettere  del  1500,  per  la  cappa  furatagli  da  Gabriele  Lazioso, 
nell'ediz.  CF.,  pp.  xlvii-vhi,  e  la  risposta  della  marchesa  nella  Riv.  stor. 
mantovana,  p.  75,  n.  2.  Per  codesto  Gabriele  Lazioso  vedi  Giorn.,  XXXI V,  26. 


COLTURA   E   RELAZIONI   LETTERARIE   D'ISABELLA   D'ESTE       199 

dell'affetto  che  al  Pistoia  avea  portato  Isabella,  le  si  rivolse  il 
27  marzo  1505  il  figliuolo  di  lui  Marcantonio,  inviandole  le  sue 
prime  rime.  Marcantonio  prometteva  di  celebrarla  sempre  nei 
suoi  versi  quale  sua  «  Musa  e  celeste  Dea  »,  e  tacitamente  invo- 
cava il  soccorso  di  lei  alla  sua  estrema  povertà  (1).  Siamo  per- 
suasi che  la  pietosa  gentildonna  avrà  dimostrato  il  suo  cuore 
eccellente  anche  a  quell'infelice  figliuolo  dell'ammirato  Pistoia, 
che  per  lo  stato  miserando  delle  sue  «  povere  e  stratiate  veste  » 
non  poteva  comparirle  d'innanzi.  E  intanto  la  raccolta  dei  so- 
netti faceti  del  Cammelli,  di  cui  abbiamo  toccato,  si  veniva  rico- 
piando su  nitida  pergamena  ed  ornando  d'iniziali  miniate  e  di 
fregi  dalla  mano  esperta  di  Giov.  Francesco  Gianninello,  lo  alunno 
dil  Corezzo  e  dil  Pistoglia,  come  lo  chiama  il  Casio. 

Dove  sia  andata  a  terminare,  seppure  esiste  ancora,  quella 
copia  di  lusso  dei  versi  del  Pistoia,  fatta  dal  Gianninello,  noi  non 
sappiamo.  Ma  doveva  essere  certamente  un  bellissimo  codice,  se 


Lodovico  Mantegna,  in  una  lettera  da  Verona  del  7  apr.  1500,  riguardante 
la  cappa  rubata,  chiama  il  Lazioso  parassita.  E  cosi  denominavasi  egli  me- 
desimo, poiché  una  sua  lettera  al  marchese  del  1°  agosto  1496  è  firmata 
€  G.  Latiosus  parasitus  cognomine  ».  In  quella  lettera  dice  il  Lazioso:  «  Debbe 
«  sapere  la  Ex.  V.  che  ne  la  comedia  che  fece  fare  quella  se  introdusse  Er- 
«  gasillo  parasita  che  parlava  a  Egione  padre  di  dua  pregioni  dicendoli  : 
«  Egione,  poi  che  Filemo  è  partito,  l'arte  mia  è  perita,  lo  ecc.  »  e  qui  gli  dice 
di  essere  a  sua  volta  in  simile  condizione  dopo  la  partenza  del  marchese. 
La  commedia,  di  cui  qui  si  tratta,  una  delle  prime  plautine  rappresentate  a 
Mantova,  è  quella  dei  Captivi.  Vedi  D'Ancona,  Origini'^,  II,  369. 

(l)  Ediz.  GF.,  pp.  Li-Lii.  Il  povero  Pistoia  fu  ben  poco  fortunato  coi  suoi 
figliuoli,  sui  quali  raccolse  notizie  il  Pèrcopo,  nel  dotto  articolo  La  famiglia 
di  A.  Cammelli,  in  Bullett.  storico  pistoiese.  II,  49  sgg.  Pare  che  i  figli 
maschi  siano  stati  cinque;  di  più  v'era  una  femmina.  Oltre  Marcantonio,  fab- 
bricava versi  anche  Francesco.  Il  quale  Francesco,  peraltro,  non  ha  che  fare, 
come  il  Pèrcopo  avvertì  ad  A.  Chiti  (Rass.  critica,  IV,  143),  col  giovinetto 
figliuolo  del  Pistoia,  che  nel  1500  era  carcerato  per  sodomia  (cfr.  Giorn., 
XXII,  437).  A  quello  sciagurato  si  riferisce  invece  una  lettera  di  Antimaco 
al  marchese,  del  9  marzo  1500,  ove  discorre  d"un  prete  falsario,  che  fu  ar- 
restato €  a  lecto  cum  duplice  mercantia  feminina  et  masculina  »  ed  aggiunge 
«  el  maschio  è  figliolo  del  Pistoia  ».  Sia  qui  avvertito  che  le  notizie  precise 
sulla  durata  degli  uffici  del  Pistoia  in  Reggio  dobbiamo  alla  cortesia  del 
prof.  Pèrcopo,  che  negli  Studi  di  letter.  ital.  sta  per  pubblicare  una  bio- 
grafia del  Cammelli. 


200  LDZIO-RENIER 

prestiamo  attenzione  agli  elogi  immensi  che  ne  faceva  Isabella. 
Al  Gianninello  medesimo,  il  18  die.  1511,  ringraziandolo  di  quel 
dono  con  molta  effusione,  giungeva  a  dire  :  «  un  gran  thesoro 
«  non  ce  saria  stato  al  paro  di  questo  libro  grato,  il  quale  tene- 
«  remo  fra  le  più  care  delicie  nostre  carissimo  »  (1).  E  a  Ber- 
nardino Prosperi,  cui  chiedeva  consiglio  sul  modo  migliore  di 
rimeritare  quel  dono,  scriveva  il  giorno  stesso  :  «  Zo.  Francesco 
«  Gianinello  mi  ha  mandato  a  donare  un  libro  de  li  Sonecti  del 
«  Pistoia  meglio  ligato,  si  di  nova  inventione  come  di  li  orna- 
€  menti,  che  vedessimo  mai,  a  nui  intitolato  :  il  quale  ni  è  stato 
«  summamente  grato  »  (2).  Ora  è  certo  che  una  dama  abituata  a 
quanto  di  più  elegante  e  suntuoso  presentava  l'arte  del  Rinasci- 
mento,  non  avrebbe  parlato  con  sì  grandi  lodi  d'un  libro,  se  esso 
non  avesse  avuto  pregi  veramente  straordinari  di  squisita  ese- 
cuzione. Se,  peraltro,  quel  prezioso  cimelio  sembra  perduto  per 
noi,  possiamo  rallegrarci  di  possederne  l'equivalente  nell'autografo 
del  Cammelli,  che  con  ogni  probabilità  fu  esemplato  dal  Gianni- 
nello e  che  fu  di  recente  rinvenuto  nella  Ambrosiana  (3).  Il  co- 
dice è  più  ricco  della  silloge  trivulziana,  contiene  anche  compo- 
nimenti che  non  sono  sonetti,  ed  ha  in  testa  una  dedica  alla 
marchesa  di  Mantova.  Il  confronto  col  ms.  trivulziano  dimostra 
che  quest'ultimo  è  una  scelta  condotta  sull'autografo  ovvero  sulla 
copia  del  Gianninello.  Altra  cosa,  quindi,  dovette  essere  il  ms. 
di  rime  del  Pistoia,  che  faticosamente  metteva  insieme  Niccolò 
da  Correggio  per  accrescere  il  libro  «  facto  solamente  de'  suoi 
«  sonetti  »,  ch'egli  possedeva.  E  la  richiesta  che  il  13  giugno  1502 
rivolgeva  la  marchesa  a  Niccolò,  mostra  solo,  a  parer  nostro, 
ch'ella  ignorava  come  il  defunto  Pistoia  avesse  già  dato  da  co- 


(1)  Ediz.  GF.,  p.  un. 

(2)  Ediz.  GF.,  p.  Liv.  Isabella  compensò  il  Gianninello  inviandogli  nel 
maggio  del  15i3  un  ritratto  del  Pistoia,  «  al  judicio  nostro  molto  naturale, 
€  et  buona  testa  »,  che  avrebbe  assai  ben  figurato  «  presso  li  altri  poeti 
€  quali  haveti  nel  vostro  studio  ».  Ediz.  GF.,  p.  lvi  e  xxxix,  non  che  i  do- 
cumenti a  cui  ivi  si  rinvia.  Cfr.  Emporium,  XI,  430. 

(3)  Dal  prof.  Erasmo  Pèrcopo,  che  ne  prepara  l'edizione.  11  ms.  dell'Am- 
brosiana ha  la  segnatura  H.  223,  P.  I  inf. 


COLTURA  E   RELAZIONI   LETTERARIE   d'ISABELLA   d'ESTE      201 

piare  per  lei  al  Gianninello  la  raccolta  delle  proprie  rime  gio- 
cose e  satiriche,  che  sin  dal  1499  avea  promesso  d'intitolare  alla 
sua  protettrice  di  Mantova  (1). 

Quanto  interesse  destassero  le  argute  poesie  del  Pistoia,  anche 
dopo  la  morte  di  lui,  chiaro  apparisce  dai  prestiti  della  copia  di 
lusso  del  Gianninello,  che,  sempre  liberale  e  magnanima,  come 
la  chiamava  l'Ariosto,  Isabella  accordava  volentieri  a' suoi  amici. 
Nel  1532  sappiamo  che  il  codice  fu  inviato  ad  Alessandro  Ben- 
tivoglio,  il  quale  gli  fece  apporre  una  nuova  «  seriaglia  »  (2). 
L'anno  prima  il  codice  era  stato  nelle  mani  di  un  poeta  celebre, 
che  doveva  portare  alla  perfezione  quel  genere  poetico  che  al 
Pistoia  fu  così  caro,  Francesco  Borni.  Isabella  conobbe  verosimil- 
mente il  Berni  a  Roma  nel  1525,  allorché  essa  vi  si  trattenne 
sin  troppo  a  lungo,  lasciandovisi  cogliere  dal  sacco  del  1527, 
malgrado  i  consigli  di  Ferrante  suo  figlio,  uno  dei  futuri  saccheg- 
giatori (3).  E  la  gentile  imagine  della  marchesa  dovette  rimaner 
presente  allo  spirito  del  poeta  di  Lamporecchio,  poiché  in  ap- 
presso, compiuto   il   Rifacimento  àoiV Orlando  innamorato,  si 


(1)  Vedi  i  documenti  prodotti  nel  Giornale,  V,  320.  Il  fortunato  ritrova- 
mento dell'autografo  Ambrosiano  annulla  in  gran  parte  le  congetture  sulla 
origine  del  ms.  di  casa  Trivulzio  esposte  dal  Renier,  /  sonetti  del  Pistoia, 

pp.  VIII-XII. 

(2)  Vedi  la  lettera  di  ringraziamento  d'Isabella,  che  è  nell'ediz.  CF., 
p.  Lviii.  Agli  editori  rimase  ignota  l'importante  missiva  del  Bentivoglio,  dalla 
quale  risulta  che  lo  splendido  codice  delle  rime  del  Pistoia  era  fregiato  d'un 
motto,  ripetuto  in  ogni  «serraglia»;  probabilmente  il  motto  d'Isabella  nec 
spe  nec  metu. 

111. ma  et  Ex. ma  S.ra  .  .  .  Rimando  a  la  Ex.  V.  il  libro  suo,  che  Ella  mi  ha  imprestato;  così 
infinitamente  de  la  comodità  che  me  ne  ha  fatto  gliene  bascio  la  mano  et  la  ringratio.  Et  volen- 
doglilo,  come  già  le  scrissi,  non  solo  ritornarglilo  in  quelli  termini  che  l'hebbi  io,  ma  come  buono 
flttabile  in  megliore,  ed  essendomi  accorto  subito  che  mi  venne  in  mano  che  li  mancava  una  ser- 
raglia,  glie  l'ho  fatta  rifare,  ma  per  non  sapere  l'intentione  di  V.  Ex.  non  gli  ho  fatto  mettere 
il  motto  sopra  come  hanno  le  altre.  Essa  potrà  ordinare  di  farglielo  mettere,  acciò  che  non  discordi 
da  le  altre  serraglio.  Né  altro  di  più  mi  occorre  a  dirle,  se  non  che  le  ricordi  che  le  sono  devoto 
servitore.  .  . 

De  v.  Ex. 

S.re 
Àlesandro  Bentivoglio. 

(3)  Virgili,  Francesco  Berni,  Firenze,  1881,  p.  124. 


202  LUZIO-RENIER 

rammentò  dell'intenzione  del  Boiardo  di  dedicare  a  lei  il  poema, 
e  sciogliendo  il  voto  del  buon  conte  di  Scandiano,  volle  in  pari 
tempo  mettere  le  sue  proprie  fatiche  sotto  gli  auspici  della  ec- 
celsa gentildonna: 

Volgi  vèr  me  benigna  i  chiari  lumi, 
Isabella  illustrissima  Gonzaga, 
Né  ti  sdegnar  veder  quel  ch'altri  volse 
Forse  a  te  dedicar,  ma  morte  il  tolse  (1). 

Questi  versi  videro  la  luce  per  le  stampe  solo  nell'edizione  ginn- 
tina  del  1545,  quando  ormai  da  più  d'un  lustro  la  povera  mar- 
chesa giacea  nella  tomba;  ma  quando,  nel  marzo  del  1531,  Fran- 
cesco Dalla  Torre,  intimo  del  Berni,  chiese  in  prestito  per  l'amico 
il  codice  del  Pistoia,  egli  sapea  già  della  dedica  del  Rifacimento 
e  scriveva  che  il  Berni  avea  «  con  la  penna  espresso  quella 

«  parte  che  ha  potuto  della lode»  di  Isabella  (2).  La  quale, 

a  sua  volta,  nella  vivacità  d'interesse  che  provava  per  tutte  le 
cose  d'arte,  senti  vaghezza  di  conoscere  quale  stima  facesse  del 
Pistoia  un  giudice  cosi  competente  di  poesia  burlesca  com'era  il 
Berni  (3),  e  però,  inviando  il  manoscritto  bramato,  pregava  il 
Dalla  Torre  che  le  comunicasse  quei  che  l'amico  suo  ne  pensava. 
Ed  il  giudizio  del  Berni  sul  Pistoia  venne  infatti  alla  marchesa 
con  la  restituzione  del  codice,  nel  giugno  1531  :  «  Io  dico,  Sig.' 
«  111."',  che  il  libro  è  bello  secondo  quei  tempi  nei  quali  questa 
«  nostra  lingua  non  era  condotta  così  al  sommo  come  bora,  et 
«  se  l'autore  mostra  non  essere  troppo  ricco  di  giudicio,  mostra 
«  certo  non  esser  privo  di  spirito  et  di  inventione.  Secondo  questi 


(1)  Gfr.  Virgili,  Op.  cit.,  pp.  315-16  e  328-29;  Luzio,  Isabella  d'Este  e 
l'Orlando  Innamorato,  in  questo  Giornale,  II,  165-66  e  meglio  nel  voi.  di 
Studi  su  Matteo  Maria  Boiardo,  Bologna,  1894,  pp.  151-53. 

(2)  Rdiz.  GF.,  p.  LVii. 

(3)  Non  si  trascuri  d'osservare  che  il  Dalla  Torre,  nel  chiedere  alla  Gon- 
zaga il  codice,  le  aveva  detto  che  il  Berni  «  stimando  assai  le  cose  del  detto 
«  Pistoia,  0  per  l'ingegno  et  acutezza  che  si  vede  in  esso,  o  forse  per  quale/te 
«  convenientia  che  sia  tra  l'ingegno  di  colui  et  il  suo,  è  venuto  in  tanto 
«  desiderio  di  vederlo  che  desidera  poche  cose  più  ». 


COLTURA  E  RELAZIONI  LETTERARIE   d'iSABELLA   D'ESTE      203 

«  tempi  più  floridi,  mi  pare,  per  dire  il  vero,  un  poco  spinoso, 
«  ma  non  si  però  che  tra  li  spini  non  si  possano  cogliere  di  molte 
«  rose  »  (1). 

Ben  è  vero  che  la  dedica  del  Rifacimento  ad  Isabella  e  l'altra 
a  Vittoria  Colonna  non  comparvero  nelle  prime  due  impressioni 
del  poema;  ma  notoriamente  quelle  due  edizioni  furono  mani- 
polate dall'Aretino,  il  quale  non  dovea  avere  nessuna  special 
simpatia  per  la  marchesa,  che  mai  di  lui  si  curò  (2).  Con  quel 
dispensatore  spudorato  di  fama  e  d'infamia  carteggiò  l'ambizioso 
Federico  Gonzaga,  rallegrandosi  delle  sue  ribalderie  e  largamente 
compensando  i  suoi  elogi  (3);  ma  che  la  marchesa  fosse  secolui 
in  qualche  rapporto  non  risulta  da  verun  documento  (4).  Anzi 
in  quel  pronostico  del  1534,  che  esiste  nella  bibl.  Imperiale  di 
Vienna  e  che  già  menzionammo  a  proposito  della  Gambara, 
l'Aretino  scaglia  ingiurie  plebee  contro  la  Gonzaga.  Egli  predice 
che  il  verno  sarà  crudissimo,  sicché  la  gente  starà  molto  a  letto, 
e  la  fecondità  sarà  meravigliosa.  Persino  «  la  mostruosa  mar- 
«  chesana  di  Mantova,  la  quale  ha  i  denti  de  hebeno  e  le  ciglia 
«  di  avorio,  dishonestamente  brutta  ed  arcidishonestamente  im- 
«  bellettata,  partorirà  in  senettute  sua  senza  copula  maritale  »  (5). 


(1)  Ediz.  CF.,  pp.  XL-XLi. 

(2)  Gfr.  i  cit.  Sludi  sul  Boiardo,  p.  253. 

(3)  Vedasi  specialmente  Luzio,  Pietro  Aretino  nei  primi  suoi  anni  a  Ve- 
nezia e  la  corte  dei  Gonzaga,  Torino,  1888  e  anche  Pietro  Aretino  e  Pa- 
squino, Roma,  1890,  pp.  14-16  e  19  sgg.  Completa  ora  la  storia  di  quelle 
relazioni  il  Luzio  stesso,  illustrando  il  Pronostico  satirico  di  P.  Aretino  da 
lui  edito  (Bergamo,  1900).  Vedi  pp.  90-97. 

(4)  Non  ci  sembra  avere  nessun  speciale  valore  il  fatto  che  un  Imperio 
Ricordato  comunicasse  proprio  ad  Isabella,  il  13  nov.  1524:  «La  Ex.  V. 
«  potrà  dar  questa  nuova  a  Gianozzo,  corno  el  Papa  ha  facto  Cavaliere  de 
«  Rhodi  Pietro  Aretino».  Baschet,  Documents  cane.  mess.  P.  Aretino,  in 
Arch.  stor.  italiano.  Serie  Ili,  voi.  Ili,  P.  Il,  p.  118. 

(5)  Luzio,  Pronostico,  p.  9.  La  grossolana  insinuazione  non  offende  certo 
i  costumi  della  marchesa  allora  sessantenne,  ma  probabilmente  non  mancava 
d'un  qualche  apparente  appoggio  nel  troppo  desiderio  d'Isabella  vecchia  di 
celare  le  ingiurie  inflitte  dal  tempo  al  suo  volto.  Vedi  Luzio,  Pronostico, 
pp.  67-68. 


204  LUZIO-RENIER 

Nel  pronostico  si  leggono  anclie  contumelie  personali  contro  Fe- 
derico Gonzaga  (1). 

Un  altro  sollazzevole  ingegno  toscano,  a  cui  la  marchesa  di 
Mantova  si  interessava,  era  il  senese  Niccolò  Campani,  comune- 
mente detto  lo  Strascino  dal  titolo  d'una  sua  farsa.  Afferma  il 
Randello  d'aver  udito  raccontare  la  novella  di  Pia  de'Toloraei 
(P.  I,  nov.  12)  in  Mantova  dallo  Strascino.  «  Ora,  dice  egli  nella 
«dedicatoria  a  Pietro  Barignano,  per  mandarvi  una  delle  mie 
«  novelle  ve  ne  mando  una  che  non  è  molto  che  in  Mantova, 
«  alla  presenza  di  madonna  illustrissima  la  signora  Isabella  da 
«  Este  marchesana,  narrò  il  molto  piacevole  messer  Campana 
«  Strascino,  ritornando  da  Milano  a  Roma,  ed  avendo  quel  di  a 
«  Diporto  desinato  con  messer  Mario  Equicola  e  meco  ».  Fu  quella 
per  avventura  una  delle  parecchie  volte  in  che  Io  Strascino  si 
trattenne  in  Mantova  di  passaggio  per  recarsi  a  Roma,  sua  abi- 
tuale dimora,  ove  rallegrò  prima  la  corte  di  Giulio  II,  poi  quella 
di  Leone  X  (2).  La  marchesa  di  Mantova  godeva  d'essere  infor- 
mata delle  bravure  istrioniche  dello  Strascino.  Alfonso  Facino, 
riferendo  notizie  avute  da  Roma,  le  partecipava  da  Ferrara  il 


(1)  Si  rifletta  che  nel  1534  l'Aretino  era  in  rotta  anche  con  Federico  Gon- 
zaga, il  quale  poscia  gli  perdonò  nel  1540.  Vedi  il  cit.  Luzio,  Pietro  Are- 
tino a  Venezia,  pp.  51-52  e  Pronostico,  1.  cit. 

(2)  Un  dispaccio  al  duca  di  Ferrara,  da  Roma,  18  febbr.  1520,  dice:  «  zobia 
«  fui  de  poi  pranzo  in  castello  e  trovai  il  Papa  in  mensa  che  audiva  Stras- 
«  sino,  con  la  sua  citara,  dicendo  all'improvviso  ».  Ademollo,  Alessandro  VI, 
Giulio  II  e  Leone  X  nel  carnevale  di  Roma,  Firenze,  1886,  p.  79  n.  L'Are- 
tino rammenta  appaiati,  come  i  più  sollazzevoli  uomini  di  Roma,  lo  Stra- 
scino ed  il  pittore  veneziano  maestro  Andrea.  Nel  Ragionamento  delle  corti 
è  detto:  «  I  maestri  Andrei  e  gli  Strascini  sollazzano  gli  huomini  di  corte, 
«  come  le  feste  i  fanciugli  ».  Nel  dialogo  fra  la  Nanna  e  l'Antonia  della 
prima  parte  dei  Ragionamenti  (ediz.  1584,  p.  117)  la  Nanna  rammenta  «le 
«  buffonerie  del  nostro  da  bene  Maestro  Andrea  e  del  buon  Strascino,  che 
«Dio  gli  faccia  pace  a  l'anima»,  e  Antonia  replica:  «Per  certo,  che  la 
€  morte  ebbe  il  torto  a  rubbargli  a  Roma,  che  è  rimasta  vedova,  né  conosce 
«  più  carnovali,  né  stazzoni,  né  vigne,  né  spasso  alcuno  ».  Su  maestro  Andrea 
vedi  una  nota  erudita  di  V.  Rossi,  Pasquinate  di  Pietro  Aretino  ed  ano- 
nime, ecc.,  pp.  105  sgg.  In  quelle  pasquinate  è  spesso  rammentato  anche  lo 
Strascino. 


COLTURA   E   RELAZIONI   LETTERARIE   d'iSABELLA   d'ESTE      205 

4  ott.  1515:  «  Mercuri  nostro  signor  con  Mons.  Ragona  andorno 
€  a  casa  di  Madona  Gratiosa,  dove  recitlx)  Strassino  una  bellis- 
«  sima  eprioga,  e  fece  lo  namoratto,  e  una  vechia,  dui  pazzi  di 
«  Mons.  Ragona  romani.  Fu  concluso  mai  haver  uditto  meglio 
«  né  tanta  gratia.  Poi  Strassino  era  un  certo  villano  che  facea 
«  morir  da  le  rixa  »  (1).  Allo  Strascino  deve  riferirsi  il  passo  di 
una  lettera  da  Roma,  1°  maggio  1518,  che  certo  Antonio  de  Beatis 
scriveva  ad  Isabella  d'Este  per  ragguagliarla  dei  sollazzi  di  papa 
Leone:  «  Hier  sera  —  egli  scrive  —  m.  Augustine  Ghisi  fé  un 
«  pasto  ne  la  casa  sua  de  Transtevero  de  pesce,  dove  fu  el  Papa, 
€  Mons.  d'Aragona  et  molti  Cardinali  con  apparati  grandissimi 
«et  dispendio  de  1700  ducati,  et  Stragino  con  sue  nove  cose 
«  honorò  la  festa  grandamente  ».  Il  manoscritto  ci  lascia  incerti 
se  si  debba  leggere  Stragino  o  Sfragino,  ma  crediamo  di  apporci 
al  vero,  ritenendo  che  il  De  Beatis  storpiasse  per  ignoranza  il 
nomignolo  del  Campani.  Quando  questi  era  già  morto  da  parecchio 
tempo  (2)  si  continuavano  a  rappresentare  le  cose  sue  alla  corte 
di  Ferrara,  e  Battista  Stabellino  (3)  notificava  a  Isabella,  il  18  gen- 
naio 1539,  che   il  cardin.  di  Ravenna  avea  fatto  rappresentare 


(1)  Da  questo  documento  appare  sempre  meglio  che  le  truccature  o  tras- 
formazioni ridicole  erano  una  delle  abilità  speciali  dello  Strascino.  11  Casti- 
glione, infatti,  nel  Cortegiano  (li,  50)  fa  rammentar  dal  Bibbiena  lo  Stra- 
scino, che  si  veste  «  da  contadino  in  presenzia  d'ognuno  ».  E  spesse  volte, 
sembra,  in  quelle  ridevoli  truccature  recitava  o  improvvisava  farse,  sostenendo 
egli  solo  le  parti  di  piìi  personaggi  al  pari  de'  trasformisti  oggi  in  voga.  In 
un  documento  romano  del  1518  è  detto:  «  Dopo  cena  si  recitò  una  comedia, 
«  et  Strasino  aprexo  dixe  una  farsa,  ma  da  sé  solo  ».  Vedi  Ademollo,  Op. 
cit.,  p.  78. 

(2)  Sinora  non  era  certo  quando  morisse  lo  Strascino,  solo  si  diceva  non 
prima  del  1522  né  dopo  il  1532  (Rossi,  in  Giorn.,  XII,  247  n.).  Ora  A.  Va- 
leri ha  provato  ch'egli  lasciò  questa  terra  nel  1523.  Vedi  Riv.  d'Italia  del 
15  nov.  1900,  p.  537.  Della  notiziola  tenne  già  conto  il  Rossi  nelle  aggiunte 
diligentissime  alla  2'  ediz.  del  Gaspary,  Storia,  II,  11,  334. 

(à)  Che  rallegrò  gli  ultimi  anni  della  vita  della  marchesa  con  la  sua  cor 
rispondenza  piena  di  particolari  curiosi.  Scrivendo  ad  Isabella,  egli  si  firmava 
ora  Apollo,  ora  Demogorgon.  Come  attore  lo  si  chiamava  Pignatta.  Vedi 
D'Ancona,  Origini^,  li,  375. 


206  LUZIO-RENIER 

nel  palazzo  di  Schifanoia  «  una  farsa  di  quelle  di  Strassino,  che 
«  fa  molto  bella  »  (1). 

Il  Campani  e  le  cose  sue  ancor  più  che  ad  Isabella  riuscirono 
grati  al  figlio  di  lei  Federico,  il  quale  avrà  avuto  forse  la  prima 
occasione  di  conoscere  lo  Strascino  allorché  si  trovò  in  Roma 
ostaggio  di  papa  Giulio.  Divenuto  marchese,  Federico  così  scri- 
veva il  25  die.  1520  a  Gian  Francesco  Gianninello:  «  Ha  vendo 
«  inteso  che  voi  havete  alcune  cose  piacevole  composte  per  il 
«  Strasino,  siamo  venuti  in  desiderio  di  haverle  :  per  questo  ve 
«  pregamo  che  ce  le  voliate  mandare  in  più  quantità  che  vi  sia 
«  possibile,  che  quante  più  saranno  tanto  maggior  piacere  ce 
«  farete,  et  maxime  le  stantie  del  mal  francese  con  l'adicion;  et 

«vogliate  anche  mandami  l'egloga  del  Brena  mandatele 

«  più  presto  che  potete,  che  ne  farete  singular  piacere  »  (2).  Il 
giorno  stesso  ordinava  al  Castiglione:  «  Haveressimo  piacere  ha- 
«  vere  per  queste  feste  di  carnevale,  per  nostra  recreatione  et 
«  spaso,  Strasino,  et  però  volemo  eh'  el  fati  ritrovare  et  che  lo 
«  cercati  in  nome  nostro et  faremo  di  modo  eh'  el  resterà  ben 


(1)  B.  Fontana,  Renata  di  Francia,  II,  89. 

(2;  L'ecloga  è  quella  che  nella  prima  edizione,  del  1520,  ha  per  titolo  // 
Berna  e  nelle  stampe  successive  si  chiamò  II  coltellino.  Vedi  Mazzi,  Le 
rime  di  Nicolò  Campana  detto  lo  Strascino  da  Siena,  Siena,  1878,  pp.  xxii-iii, 
Nell'ediz.  del  Mazzi  l'ecloga  è  ristampata  a  pp.  73  sgg.  Una  breve  analisi 
se  ne  ha  nel  Gaspary,  Storia,  II,  li,  269.  —  Quanto  alle  «  stantie  del  mal 
francese  con  l'adicion  »,  si  tratta  certamente  del  celebre  Lamento  sul  male 
incognito,  che  il  Mazzi  riproduce  a  pp.  12.5  sgg.  Il  documento  nostro  con- 
ferma l'ipotesi  del  Mazzi  che  di  quel  poemetto  esìstessero  edizioni  anteriori 
alla  veneziana,  che  ha  la  data  del  dicembre  1521  (Mazzi,  pp.  x  e  xxiv).  Tra 
i  libri  di  Federico  trovavasene  uno  in  8°,  indicato  con  Strasino  del  mal  ga- 
lico  (vedi  nell'Appendice  nostra,  Invent.  II,  n°  97).  Vedi  sul  Lamento  le 
nostre  indicazioni  in  questo  Giornale,  V,  420-24  (cfr.  anche  Rossi,  Calmo, 
pp.  372-74).  Cogliamo  l'occasione  per  avvertire  che,  contro  le  troppo  recise 
negazioni  nostre  {Giorn.,  V,  410),  anche  Federico  Gonzaga  fu  affetto  dal  male 
vergognoso  e  terribile  che  condusse  alla  tomba  suo  padre.  Vedasi  in  pro- 
posito una  bizzarra  lettera  di  Lelio  Manfredi,  del  6  agosto  1525,  comunicata 
dal  Gabotto,  Bartol.  Manfredi  e  l'astrologia  alla  corte  di  Mantova,  To- 
rino, 1891,  p.  41. 


COLTURA   E   RELAZIONI    LETTERARIE   D'ISABELLA    D'ESTE       207 

«  contento  de  noi  »  (1).  Aggiungeva  il  marchese  l'efficace  argo- 
mento di  25  ducati.  Ma,  come  appare  dalle  lettere  premurose  del 
Castiglione,  il  Campani  non  sapea  decidersi  a  lasciar  Roma,  ed 
ora  adduceva  un  pretesto,  ora  un  altro,  massimamente  la  grave 
malattia  d'una  sua  sorella.  Il  12  genn.  1521  finalmente,  l'ottimo 
Baldassarre  aveva  la  consolazione  di  poter  annunciare  al  suo 
signore:  «  Posdomani  Strassino  se  metterà  in  via  per  venire  a 
«  V.  Ex.  HoUi  fatto  haver  licentia  dal  Papa  et  provistoli  de  ca- 
<  valli  et  ciò  che  bisognava  ».  E  il  giorno  stesso  della  partenza 
(14  genn.):  «Viene  Strassino  a  V.  Ex.*'*,  il  quale,  anco  ch'io 
«  l'habbi  sollecitato  assai  et  non  gli  babbi  lassato  mancar  cosa 
«  alchuna,  non  ha  potuto  venir  prima.  Spero  pur  ch'el  sarà  a 
*  tempo,  che  V.  Ex.*'*  lo  potrà  godere  qualche  giorni  di  questo 
«  carnevale.  Il  Papa  è  stato  contentissimo  ch'el  venghi  a  ser- 
«  virla  »  (2).  Siamo  certi  che  alle  trovate  ingegnose  di  quel  bell'u- 
more, non  meno  del  marchese,  si  sarà  sollazzata  Isabella. 

In  Roma  fu  specialmente  ribadita  l'amicizia  della  signora  di 
Mantova  con  un  altro  bello  spirito  toscano,  che  seppe  raggiun- 
gere con  la  singolare  destrezza  sua  i  gradi  più  elevati  della  pre- 
latura, Bernardo  Dovizi  da  Bibbiena  (3).  Già  parecchio  tempo 
prima  che  si  vedessero  a  Roma,  il  Bibbiena  era  stato  replicate 
volte  a  Mantova  e  godeva  della  fidente  intrinsichezza  della  mar- 
chesa, da  cui  accettava  l'appellativo  burlesco  di  Moccicone,  che 
gli  serviva  di  firma  nelle  sue  lettere  (4).  Sin  dal  1509  sollecitava 


(1)  Il  D'Ancona,  Origini'*,  11,397,  prende  equivoco  nell'attribuire  questo 
biglietto  ad  Isabella. 

(2)  I  documenti  intorno  alle  pratiche  del  Castiglione  perchè  lo  Strascino 
si  recasse  a  Mantova  furono  fatti  conoscere  dal  Gian,  Cortegiano,  p.  188  e 
Giorn.,  IX,  132,  n.  1. 

(3)  Per  la  biografia  di  lui  vedi  specialmente  Bandini,  Il  Bibbiena  o  sia 
il  ministro  di  Stalo,  Livorno,  1758  e  Gian  nella  sua  ediz.  del  Cortegiano, 
pp.  xix-xx. 

(4)  Così  è  infatti  segnata  una  sua  lettera  alla  Gonzaga  in  data  di  Urbino, 
26  die.  1509,  in  cui  si  scusa  di  non  poter  venire  con  la  duchessa  Elisabetta 
a  Mantova,  dove  era  invitato.  Professa  nella  lettera  menzionata  di  aver  la 
marchesa  «  in  quella  stima,  reverentia  et  devotione  che  qual  si  voglia  sancta 


208  LDZIO-RENIER 

la  protezione  del  Bibbiena  per  mezzo  d'Isabella  Benedetto  Mon- 
cetti,  agostiniano  da  Castiglione  Aretino  (1),  quel  frate  procac- 
ciante e  cerretano  che  forse  falsificò,  certamente  ri  manipolò,  la 
Quaestio  de  aqua  et  terra,  diffusa  col  nome  di  Dante,  e  intito- 
lata, nell'edizione  principe,  oltreché  ad  Ippolito  d'Este,  anche  ad 
Isabella  Gonzaga  (2). 

Parlando  altra  volta  del  Moncetti,  noi  avemmo  occasione  di 
ricordare  il  grande  favore,  in  cui  lo  tenne  Federico  Gonzaga  e 
le  pratiche  fatte  nel  1526  dal  marchese  di  Mantova,  col  mezzo 
del  suo  ambasciatore  romano,  per  ottenere  all'ambizioso  frate  la 
dignità  di  protonotario  apostolico.  Ce  n'era  già  più  che  abbastanza 
in  que' documenti  per  rivelare  nel  Moncetti  la  stoffa  dell'intri- 
gante; ma  non  avremmo  davvero  sospettato  che  frugando  di 
nuovo  più  attentamente  nell'Archivio  Gonzaga  potesse  venirne 
fuori  il  complesso  interessante  di  notizie,  che  siamo  ora  per 
dare,  sul  probabile  falsificatore  della  Quaestio  de  aqua  et  terra. 


«  di  colassù  ».  Vedi  tutto  il  documento  nel  nostro  voi.  Mantova  e  Urbino, 
pp.  196-98. 

(1)  Si  consultino  i  documenti  da  noi  prodotti  nell'articolo  II  probabile  falsi- 
ficatore della  «  Quaestio  de  aqua  et  terra  »,  in  Giornale,  XX,  140-143. 

(2)  Vedi  il  nostro  scritto  succitato,  e  sul  carattere  del  Moncetti  cfr.  anche 
Flamini,  Studi  di  storia  letteraria  italiana  e  straniera,  Livorno,  1895, 
pp.  219  sgg.  Dopo  quel  nostro  opuscolo  la  falsificazione  della  Quaestio  fu 
ammessa  da  molti  dantisti;  ma  noi  non  ci  dissimuliamo  il  peso  che  possono 
avere  le  osservazioni  che,  nell'ordine  scientifico,  mise  innanzi  in  contrario 
F.  Angelitti,  Sulla  data  del  viaggio  dantesco  ecc.,  Napoli,  1897,  pp.  8-15. 
Secondo  l'Angelitti,  non  v'ha  nella  Quaestio  nessuna  delle  scoperte  scienti- 
fiche che  pretendeva  trovarvi  lo  Stoppani  ;  i  dati  che  ai  tempi  di  Dante  po- 
tevano esser  noti  vi  sono  esposti  con  una  chiarezza  ed  un  ordine,  che  non 
pare  possano  essere  dovuti  al  Moncetti;  il  testo  assai  corrotto  non  potè  esser 
sanato  dal  Moncetti,  per  quanto  ei  si  desse  l'aria  di  lavorarvi  intorno  su- 
dando parecchie  camicie,  perchè  egli  non  possedeva  cognizioni  sufficienti  per 
farlo.  In  poche  parole,  il  Moncetti,  secondo  l'Angelitti,  non  sarebbe  stato  in 
grado  neppur  d'intendere,  non  che  di  scrivere,  quel  trattatello.  Il  quesito  si 
presenta  sotto  nuova  forma  e  noi,  pur  non  decampando  per  ora  dalle  nostre 
conclusioni,  ne  attendiamo  la  soluzione  dal  valente  p.  G.  Boffito.  Circa  la 
difesa  dell'autenticità  della  Quaestio  tentata  dal  Moore  vedi  Giorn.,  XXXVl, 
162  sgg.  e  Bullett.  Soc.  Dantesca,  N.  S.,  Vili,  52  sgg.  Cfr.  pure  Giorn.^ 
XXXV  III,  192-93. 


COLTURA   E   RELAZIONI   LETTERARIE  d'ISABELLA    U'ESTE      209 

Dalle  calde  raccomandazioni  che  il  marchese  faceva  fare  nel 
1526  pel  Moncetti  a  Clemente  VII  risultava  già  chiaro  che  il 
frate  avventuriero  aveva  incontrato  a  Mantova  la  più  benevola 
accoglienza:  ma  ora  possiamo  constatare  che  egli  era  stato  as- 
sunto da  Federico  Gonzaga  per  suo  «  consigliere  »  in  titolo  ;  e 
faceva  alla  corte  la  pioggia  e  il  bel  tempo!  Abbiamo  di  lui  due 
lettere  del  19  ottobre  e  del  4  dicembre  1529,  in  cui  si  firma  pu- 
ramente «  Gonsiliario  marchionale  »;  e  dalla  seconda  di  esse  let- 
tere si  desume  che  aveva  perfino  la  facoltà  di  aprire  i  dispacci 
diretti  al  suo  signore  quando  questi  era  in  villa  (1). 

La  fama  che  il  Moncetti  volgesse  ambe  le  chiavi  del  cor  di 
Federico  era  diffusa  per  tutt'Italia:  e  l'Aretino,  componendo  il 
suo  giudizio  satirico  pel  1529  scoccava  dure  frecciate  contro  fra 
Benedetto,  attirandosi  in  cambio  dal  marchese  di  Mantova,  non 
solo  un  solenne  rabbuffo,  ma  tout  court  la  minaccia  di  «  torgli 
«  la  vita  »  (2). 

Che  l'ascendente  del  Moncetti  non  fosse  già  dovuto  a  merito 
reale,  ma  ad  espedienti  ciarlataneschi,  ci  pare  indubitato.  I  do- 
cumenti che  abbiamo  sott'occhio  parlano  invero  di  fra  Benedetto 
come  di  un  ciurmadore  che  si  atteggiava  a  profeta  o  poco  meno: 
e  sia  per  ispirazione  divina,  sia  per  calcoli  astrologici  era  in  grado 


(1)  Ecco  testualmente  la  lettera  che  ha  all'esterno  l'indh-izzo  «  Al  M.»«  in 
«  campagnìa  »  : 

111.  et  Ex.mo  Principe,  S.r  et 
Patron  Unico  sempre  obs.mo 

M.  Giovan  Jacomo  (Calandra)  me  ha  mandato  qneste  dne  qni  incinse,  qnale  io  aperte  viddi 
venire  a  V.  E!x.  et  così  subito  le  incinsi  et  mandai  che  epso  Castellano  le  mandasse  dirieto  a  Y.  Ex. 
et  casi  in  bona  gratia  di  quella,  basandoli  le  mani,  humilmente  me  li  aricomando,  ricordandoli 
ohe  li  sonno  servidore  et  che  il  judicio  facto  del  septimo  non  me  inganna  niente. 

Da  Gradar»,  alli  quattro  decembre  1529. 

Di  V.  Ill.ma  S.ria 
servidore 
Fra  Benedetto  Moncetto. 

La  frase  finale  in  corsivo  allude  forse  a  qualche  giudizio  astrologico  che  il 
Moncetti  aveva  fatto  su  Clemente  VII. 

(2)  Gfr.  Luzio,  P.  Aretino  nei  primi  suoi  anni  a  Venezia,  pp.  80-82,  87, 

eiornal»  storico,  XXXIX,  fase.  116-117.  14 


210  LUZIO-RENIER 

di  antivedere  il  futuro.  Di  questa  velleità  sua  di  ritenersi  «  di 
«  spirito  profetico  dotato  »  si  mostrò  scandalizzato  Clemente  VII, 
che  nel  1530,  mentr'era  a  Bologna  per  l'incoronazione  di  Carlo  V, 
ebbe  a  parlare  ripetutamente  del  Moncetti  nel  modo  più  sfavo- 
revole con  gli  inviati  del  marchese.  Eccone  in  prova  un  dispaccio 
cifrato  del  15  febbraio  di  Francesco  Gonzaga: 

S.  S*»  ha  ditto  tanto  male  del  P.  fra  Benedetto  al  Malatesta,  quanto  credo 
havereti  inteso.  Hoggi  anche  ne  ha  toccato  qualche  cosa  et  io  in  respoata 
li  ho  detto  che  non  posso  passarme  senza  molta  maraveglia  che  tante  volte 
che  li  ho  parlato  del  p*o  Padre  la  non  me  habbia  mai  ditto  cosa  alcuna  di 
questa  informatione  che  li  fosse  stata  data  così  sinistra  de  questo  poveretto 
calunniato  con  tutti  li  torti  del  mondo,  ma  che  questo  non  nascea  da  altro 
che  da  vedersi  il  credito  che  li  prestava  il  S.""^,  che  si  come  si  deveria  atri- 
buire  che  procedesse  dalle  virtù  sue  et  valore  se  interpretava  a  l'opposito, 
et  non  è  maraviglia  perchè  così  intervene  a  chi  ha  grado  appresso  S.'' 

E  in  prova  di  questa  maldicenza  abituale  delle  corti  contro  chi 
ha  il  favore  del  sovrano,  il  Gonzaga  aveva  citato  l'esempio  del- 
l'illibato datario  Giberti,  così  bistrattato  a  Roma,  quando  era  in 
auge  sotto  Clemente  VII,  prima  del  sacco  del  1527  ! 

A  Mantova  questo  dispaccio  di  Francesco  Gonzaga  provocò 
subito  un'  apologia  delle  più  calde  e  veementi  per  il  Moncetti  : 
ma  per  una  malaugurata  lacuna  nei  copialettere  di  quell'anno, 
non  ce  n'è  conservato  il  testo.  Sappiamo  soltanto  da  un  succes- 
sivo dispaccio  da  Bologna  dello  stesso  Francesco  Gonzaga  (18  feb- 
braio) che  egli  munito  di  quella  difesa  (probabilmente  auto-difesa) 
del  Moncetti  s'era  subito  recato  dal  papa  e  glie  l'avea  letta.  Cle- 
mente VII,  che  aveva  ben  altro  in  que'  giorni  a  che  pensare,  si 
sorprese  di  tanto  zelo  del  marchese  di  Mantova,  e  «  cum  bocha 
«  de  ridere  »  disse  all'inviato  che  non  valeva  la  pena  di  pigliar- 
sela tanto  calda  per  fra  Benedetto. 

«  Era  vero  —  soggiungeva  —  che  fino  a  Roma  la  intese  che  '1 
«  Padre  faceva  professione  de  vaticinar  le  cose  future,  chi  dicea 
«  per  astrologia  e  chi  per  spirito,  ma  che  ella  non  havea  misso 
«  cura  altramente  a  questa  cosa  ». 


COLTURA   E  RELAZIONI   LETTERARIE   D'iSABELLA   D'ESTE      211 

Ad  Ogni  modo  le  efficaci  commendatizie  del  marchese,  le  lodi 
che  questi  faceva  «  de  la  vita,  costumi  et  virtù  »  di  fra  Bene- 
detto erano  più  che  esuberanti  a  dileguare  dall'animo  del  papa 
ogni  mala  impressione  destata  dalle  dicerie  «  calunniose  di  raa- 

«  ItìVOli  ». 

Cogliendo  subito  la  palla  al  balzo,  il  marchese  tornò  allora  alla 
carica  per  ottenere  al  Moncetti  una  serqua  di  concessioni  dalla 
curia  pontifìcia:  e  sarebbe  lungo  e  fastidioso  seguire  le  pratiche 
che  furono  fatte  sino  al  maggio  1530  perchè  fra  Benedetto  po- 
tesse togliersi  l'abito  monastico  e  diventare  protonotario  —  perchè 

potesse  cumulare  due  beneficii  incompatibili e  tutto  ciò  gratis 

et  amore  dei,  senza  spendere  un  centesimo  per  le  tasse  di  da- 
teria. Anche  ad  Innsbruck,  dove  un  agente  di  Federico  Gonzaga 
aveva  seguito  Carlo  V,  si  tempestava  di  suppliche  il  legato  pon- 
tificio perchè  favorisse  il  beniamino  del  neo-duca  di  Mantova:  e 
difatti  il  19  maggio  1530,  Antonio  Bagarotto  salutava  per  primo 
con  i  debiti  salamelecchi  «  il  R.^»  Protonotario  Apostolico  Bene- 
«  detto  Moncetto  ». 

Questi  poteva  ora  dire  d'aver  raggiunto  l'apice  de'  suoi  desideri  : 
ma,  ahimè!,  non  era  quasi  ancor  arrivata  da  Innsbruck  la  fausta 
novella  comunicatagli  dal  Bagarotto,  che  un  improvviso  e  miste- 
rioso rovescio  faceva  convertire  in  «  tristi  lutti  »  i  lieti  onori 
appena  ricevuti  dall'ex-frate  di  Castiglione  Aretino. 

Verso  la  fine  di  giugno  fra  Benedetto  aveva  del  tutto  perduto 
il  credito  alla  corte  di  Mantova:  e  quel  che  è  peggio,  con  gli 
onori  e  i  pingui  benefici,  gli  era  stata  tolta  pur  anco  la  libertà. 

Quali  i  motivi  di  questa  disgrazia  del  nuovo  Pier  della  Vigna? 
Da* documenti  non  possiamo  stabilirlo  con  certezza:  crediamo 
però  di  non  andar  errati,  congetturando  che  il  Moncetti  fosse 
perseguitato  dal  duca  Federico  per  le  stesse  ragioni  onde  proprio 
allora  fu  imprigionato  l'ambasciatore  mantovano  G.  B.  Malatesta. 
A  costui  si  rimproveravano  innumerevoli  ribalderie  commesse, 
falsificando  dispacci,  facendo  intrighi  d'ogni  sorta  a  danno  del 
suo  signore;  ma  molti  sospettavano  ch'egli  fosse  un  capro  espia- 
torio del  duca,  che  impigliato  in  questioni  scabrosissime  pel  suo 


212  LUZIO-RENIER 

matrimonio  con  Giulia  d'Aragona,  impostogli  da  Carlo  V,  cercava 

dì  svincolarsene facendo  credere  che  il  suo  agente  l'avesse 

ingannato  e  tradito  (1). 

Il  Malatesta  e  il  Moncetti  erano  amicissimi:  ne' pasticci  matri- 
moniali del  duca  erano  stati  i  più  fidi  e  ascoltati  consiglieri  ;  ed 
è  naturale  che  dovessero  entrambi  esser  sacrificati  dalla  mala- 
fede di  Federico  Gonzaga,  smanioso  di  ricuperare  la  sua  libertà 
e  di  assicurarsi  la  successione  del  Monferrato  con  la  mano  di 
Margherita  Paleoioga. 

L'arresto  infatti  del  Malatesta  e  del  Moncetti  fu  contemporaneo. 
Sulla  fine  di  agosto,  un  agente  del  duca,  certo  Francesco  Belino, 
portava  a  Ostiglia  il  Malatesta  prigione:  pochi  giorni  dopo  andava 
con  fra  Benedetto  a  Gavriana  per  consegnarlo  al  castellano  della 
rocca.  Costui  riferiva  immediatamente  al  duca  (lett.  del  4  set- 
tembre) : 

Questa  notte  p.  p.  a  ore  otto  di  note  pasata  vene  a  la  Roca  m.  Francesco 
Belino  con  una  litra  di  V.  Ex.  et  haveva  gli  contrasigni  et  consignomi  fra 
Benedetto  con  la  fehre  tuto  dolioxo.  Io  Io  misi  nella  canzilaria,  luy  m'à 
prigato  che  velia  scrivere  a  V.  Ex.  che  quela  lo  volia  subvenire  de  5  o  6 
scudi  perchè  non  à  un  quatrino  et  si  voria  medecinarse.  Esso  designa  fare 
venire  da  lui  el  medico  da  Medoli  et  anche  el  speciar,  a  me  non  pare  che 

l'abia  molto  bixogno  al  presente  de  medico Item  el  voria  che  io  facesse 

venire  da  lui  un  frate  F'ilippo  de  Gredar  quale  sta  a  Guidizolo,  dicendo  che  '1 
voria  che  Tandase  a  Medoli  che  l'è  suo  quelo  beneficio  a  farli  avere  10  scudi. 
Gli  ò  dato  bone  parole.  Item  el  priega  V.  Ducal  S.''»  quela  sia  contenta  che 
'1  possa  alozare  in  una  delle  camare  de  V.  S.  perchè  voria  vedere  quelle 
rivere  et  avere  de  l'aiere 

Chiedeva  infine  del  vinello  e  degli  uccelli  per  ristorarsi. 

La  risposta  del  duca,  in  data  8  settembre,  è  delle  più  brusche. 
Ordina  al  castellano  —  per  quanto  «  hai  cara  la  gratia  nostra  > 
—  di  vigilar  bene  che  fra  Benedetto  né  parli  con  alcuno,  né  scriva 


(1)  Gfr.  l'eccellente  studio  del  Davari,  F.  Gonzaga  e  la  famiglia  Paleo- 
Ioga,  Genova,  1891,  p.  44  sgg. 


COLTURA   E   RELAZIONI   LETTERARIE  D'ISABELLA  d'ESTE      213 

o  riceva  lettere.  Gli  faccia  pure  pigliar  di  tanto  in  tanto  qualche 
boccata  d'aria,  ma  sempre  sotto  la  sua  immediata  custodia,  senza 
che  «  persona  al  mondo  »  lo  vegga.  Si  provvederà  che  abbia  i 
necessari  alimenti,  ma  il  duca  non  intende  fornir  ghiottornie  al 
prigioniero,  e  quanto  a  denari  non  vuole  che  abbia  il  becco  d'un 
quattrino.  «  Pel  medico  —  conclude  la  fiera  missiva  —  poi  che  '1 
«  non  ò  più  gravato  di  quello  che  '1  sia,  non  volemo  che  li  vadi 
«  altrimenti  medico  ». 

Il  Moncetti,  come  s'è  visto  dalle  sue  dimando  al  castellano  di 
Cavriana,  riteneva  di  poter  sempre  fare  assegnamento  sulle  sue 
rendite  del  beneficio  di  Medole  :  il  pover  uomo  ignorava  che,  già 

*  da'  primi  di  agosto,  quel  beneficio  era  stato  concesso  al  figlio  di 
Tiziano.  Al  primo  annunzio  della  disgrazia  in  cui  era  caduto  il 

.  Moncetti,  il  grande  pittore,  che  associava  all'arte  un  senso  pra- 
tico ammirabile  e  non  piccola  avidità  di  guadagni,  s'era  affret- 
tato a  chiedere  al  duca  di  Mantova  una  parte  delle  spoglie  del- 
l'ex-frate:  e  ottenne  subito  l'intento,  perchè  Pomponio  suo  figlio 
venne  investito  del  beneficio  di  Medole,  che  in  grazia  di  questa 
spogliazione  del  Moncetti  doveva  acquistare  lo  splendido  quadro 
della  Apparizione  di  Cristo  alla  Vergine,  donato  da  Tiziano  alla 
chiesa  parrocchiale  (1).  Una  lettera  di  Tiziano  ad  Isabella  d'Este 
contiene  appunto  un  accenno,  che  nessuno  finora  aveva  saputo 
spiegare,  e  che  deve  certo  riferirsi  al  povero  fra  Benedetto,  pre- 
cipitato dal  Campidoglio  alla  Rupe  Tarpea.  «  Signora  mia  —  scri- 
ve veva  Tiziano  ad  Isabella,  Venezia,  29  giugno  1530  —  io  sono 
«  pur  certificato  che  Voraculo  de  ApoUine  ha  ditto  tante  bugie 
«  e  s'è  retrovato  tanto  fallace  che  non  solamente  ha  in  tutto 
«  perso  il  credito,  ma  grande  ventura  sera  la  sua  se  non  vien 
«  indicato.  Però  essendo  cusi  come  è  stato  detto,  supplico  a 
«  V.  Ex.  se  degni  parlare  ai  S.  Duca  delle  cose  del  beneficio, 
«  siccome  la  mi  ha  promisso  et  far  quel  bon  ufllcio  che  confido 


(1)   Growe    e   Cavalcaselle  ,    Tiziano ,   la   sua   vita   e   i  suoi   tempi , 
II,  i98. 


214  LDZIO-RENIER 

«  in  lei  et  che  ricerca  la  mia  bona  servitù  verso  la  casa  de  Gon- 
«  zaga  et  quella  da  Este  »  (1). 

Isabella,  che  da  Tiziano  aspettava  un  «  quadretto  da  portar  in 
«  viaggio  »,  non  mancò  di  appoggiare  la  richiesta  dei  benefìcio 
di  Medole  per  Pomponio:  e  cosi  fra  Benedetto  rimase  a  Gavriana, 
letteralmente  spogliato  d'ogni  risorsa.  Il  28  die.  1530  il  castellano 
scriveva  che  il  Moncetti  era  malissimo  in  arnese,  aveva  abiti 
vecchi  e  frusti;  e  la  moglie  del  castellano  doveva  di  tanto  in 
tanto  rammendarli  «  cum  l'aguchia  -•>. 

Quanto  tempo  rimanesse  a  Gavriana  il  Moncetti  non  potremmo 
asserire  con  precisione;  ma  è  probabile  che  fosse  confinato  là 
per  tutto  il  periodo  della  sua  prigionia,  prolungatasi  di  oltre  sei 
anni!  Le  pratiche  per  liberarlo  furono  vivissime,  specialmente 
ad  opera  de' suoi  parenti  e  compaesani.  Quando  fra  Benedetto 
era  in  auge,  anche  il  Comune  di  Gastiglione  Aretino  aveva  par- 
tecipato de' favori  del  duca  di  Mantova:  e  il  5  marzo  1530,  ad 
esempio,  Federico  Gonzaga  aveva  scrìtto  a  Ferrante  suo  fratello, 
duce  delle  soldatesche  imperiali,  che  desolavano  la  Toscana,  per 
raccomandargli  il  territorio  di  Gastiglione,  i  cui  abitanti  egli 
amava  come  «suoi  propri  sudditi»,  in  grazia  del   Moncetti  (2). 

Sorvenuta  la  disgrazia  del  loro  concittadino,  i  castiglionesi  sen- 
tirono il  dovere  di  assisterlo:  e  dai  documenti  dell'Archivio  Gon- 
zaga risulta  che  ben  tre  volte  furon  mandate  ambascerie  al  duca 
Federico,  per  patrocinare  la  liberazione  di  fra  Benedetto.  In  tutte 
e  tre  queste  ambascerie  i  priori  di  Gastiglione  si  profferivano  a 
dare  ogni  sicurtà  che  il  Gonzaga  chiedesse  per  prosciogliere  il 
Moncetti  :  ma  non  c'era  mai  verso  di  intendersi ,  perchè  accam- 
pando sempre  nuove  pretese,  l'implacabile  Federico  rinviava  gli 
intercessori.  Non  disanimati  dagli  insuccessi,  i  castiglionesi  ritor- 


(1)  Braghirolli,  Tiziano  alla  cnrte  dei  Gonzaga,  in  Atti  dell'Accademia 
Virgiliana,  Mantova,  1881,  pp.  104-105. 

(2)  Altrettanto  aveva  scritto  a  Ferrante,  per  raccomandargli  i  concittadini 
di  P.  Aretino  ;  cfr.  Luzio,  Op.  cit.,  p.  49. 


COLTURA    E   RELAZIONI   LETTERARIE   D'ISABELLA   D'ESTE       215 

narono  ad  insistere  nell'estate  del  1536;  ed  ecco  i  documenti  cu- 
riosissimi su  quest'ultima  fase  della  vertenza. 

Come  segretario  del  cardinal  Cibo  viveva  allora  a  Firenze  il 
mantovano  Imperio  Recordati;  ed  a  lui  affidava  il  duca  la  con- 
clusione dell'accordo,  scrivendogli  il  5  agosto  la  seguente  lettera 
da  Marmirolo: 

Mag.ce  charissime  noster  ecc.  E  stato  qui  il  presente  exibitore  a  trattare 
con  noi  la  liberatione  de  frate  Giovanni  Benedetto  Moncetto  retenuto  qui  in 
le  forze  nostre  per  cause  importanti  corno  sapete,  et  perchè  ce  siamo  re- 
solti  di  farlo  liberare,  essendone  fatta  sicurtà  per  la  somma  de  mille  scuti 
in  Firenze  che  per  tutto  l'anno  p.  futuro  del  1537  non  habbi  da  venire 
alle  bande  de  qua  se  non  tanto  quanto  si  estende  il  stato  de  Firenze,  la 
qual  sicurtà  ne  deve  essere  facta  per  gentilhomo  o  mercatante  de  Firenze 
idoneo  et  sicuro,  siamo  contenti  che  voi  a  nome  nostro,  essendovi  data  se- 
curtà  comò  è  detto  di  sopra,  la  accettiate,  il  che  exequito  ce  ne  darete  poi 
aviso  perchè  faremo  ponere  in  libertà  il  detto  frate  comò  havemo  promisso. 

Nello  stesso  copialettere  riservato  Lib.  56  segue  a  questa  let- 
tera ostensibile  un  biglietto  confidenziale,  con  cui  il  duca  prega 
il  Recordati  ad  essere  molto  schizzinoso  sulla  qualità  de'  fideius- 
sori, e  a  prender  informazioni  sicure,  all'insaputa  de'  parenti  del 
Moncetti.  Il  Recordati  non  intese  a  sordo,  e  sollevò  eccezioni 
persino  contro  due  de'  più  illustri  e  facoltosi  cittadini  di  Firenze 
che  gli  venìvan  proposti  per  «  mallevadori  »  : 

L'agente  di  fra  Benedetto,  scriveva  il  Recordati  il  14  settembre,  m'ha  pro- 
posto per  securtà  m.  Ruberto  Pucchio  e  m,  Francesco  Valori ,  dil  che  me 
ne  son  consigliato  con  m.  Gioan  Bonromei,  il  qual  m'ha  detto  ch'io  non  ne 
debbia  pigliar  ninno  d'essi  perciò  che  quando  l'accadesse  che  '1  frate  man- 
casse de  la  promessa,  bisognarebbe  litigar  li  1000  ducati  et  per  esser  essi 
troppo  gran  gentilhuomini  sarebbe  difficile  haverne  honore 

Il  Borromei  era  un  vecchio  agente  de'  signori  di  Mantova,  da 
lunghi  anni  stabilito  a  Firenze;  e  ne' tempi  della  fortuna  seconda, 
era  stato  amico  del  Moncetti,  che  pretendeva  di  averlo  beneficato. 
Al  Borromei  perciò  si  rivolsero  i  parenti  di  fra  Benedetto,  per 
avere  il  ?uo  appoggio:  ma  lo  trovarono  invece  ostilissimo.  Egli 


216  LDZIO-RENIER 

stesso  riferisce  al  duca  che  il  nipote  del  Moncetti  l'aveva  aspra- 
mente rimproverato  «  dolendosi  che  io  havevo  mandato  a  V.  111.°" 
«  S.  le  sue  lettere,  quale  più  tempo  fa  mi  scrisse  perchè  io  avi- 
«  sassi  quello  che  andasse  per  lui  che  avea  commodità  di  fug- 
«  girse,  et  gli  avevo  facto  torto  essendomi  stato  lui  a  Mantova 
«  quello  amico  quale  mi  era  stato  apresso  la  ili."*  S.  V.  ».  Il  Bor- 
romei  soggiunge  (lett.  16  settembre)  di  dover  tutt'altro  che  della 
gratitudine  a  fra  Benedetto,  «  che  mi  imputò  apresso  de  V.  Ex. 
«  che  io  havevo  scripto  certa  lettera  al  S.  Duce  de  Venetia  della 
«  quale  io  non  sapevo  cosa  alcuna.  Et  con  queste  sue  doglienze 
«  mi  voleva  rendere  ubrigato  a  fra  B.*»  talmente  che  io  gli  ha- 
«  vesse  a  fare  la  sicurtà  de  mille  ducati  a  V.  S.  111.™*  che  per 
«  due  anni  non  portiria  di  questo  dominio ». 

Ma  egli  non  ha  voluto  saperne,  e  quanto  alla  sicurtà  del  Pucci 
e  del  Valori  osserva  argutamente  che  contro  loro  «  male  si  potria 
«  procedere  et  so  che  V.  Ex.  non  li  potria  astringere  o  per  prece 
«  0  per  altro  rispecto  che  terrebbe  V.  Ex.  che  non  lo  farla.  Per 
«  questo  risposi  a  m.  Imperio  che  in  questa  ciptà  era  di  tre 
«  sorte  homini,  una  bona,  una  cattiva,  la  altra  troppo  buona  et 
«  che  questi  mi  parevano  troppo  buoni  a  questa  sicurtà  ». 

Il  meglio  sarebbe  che  «  io  fingesse  far  la  sicurtà  a  V.  Ex.  et 
«  pigliassi  quattro  o  sei  obbligati  del  suo  paese  di  trarmi  di  ogni 
«  danno  in  bona  forma  perchè  mostrerei  essere  forzato  a  pagare 

«  a  V.  S.  111.™»  et  procederei  contro  di  loro Lassi  il  carico  a 

«  me  che  governerò  la  cosa  di  sorte  che  se  non  observerà  sarà 
«  valente  a  scapparla.  Et  se  la  si  risolve  a  questo  modo,  con  licentia 
«  di  V.  III.™»  S.  io  ne  voglio  guadagnare  qualche  decina  di  scudi 

«  quali  mi  donerà  di  quelli  portò  via  da  Mantova perchè 

«  el  frate  cognosca  che  io  non  presumo  di  avere  obligo  con  seco, 
«  anzi  che  lui  ne  à  con  me ». 

Pare  realmente  che  l'espediente  suggerito  dal  Borromei  fosse 
adottato,  perchè  dopo  di  allora  non  si  ha  più  notizia,  nei  docu- 
menti mantovani,  del  Moncetti;  ed  è  lecito  arguire  che  fosse  fi- 
nalmente liberato  dalla  prigionia,  in  cui  da  sei  anni  languiva. 
Dagli  accenni  del  Borromei   si  comprende  che  non  mancarono, 


COLTURA   E    RELAZIONI   LETTERARIE   D'ISABELLA   d'ESTE      217 

da  parte  di  fra  Benedetto,  tentativi  di  fuga:  ed  ò  certo  altresì 
che,  mentre  era  in  auge  alla  corte  gonzaghesca,  il  Moncetti 
aveva  messo  in  serbo  presso  i  suoi  parenti  un  bel  gruzzolo  di 
denari,  sicché  il  Borromei  per  fargli  la  sicurtà  voleva  coglier 
l'occasione  di  lucrar  qualche  scudo  alle  sue  spalle.  Stranissimo 
è  il  sentire  che  al  duca  di  Mantova  premeva  di  impedire  che 
fra  Benedetto  potesse  tornare  nell'alta  Italia  sino  a  tutto  il  1537: 
e  questa  condizione  ci  fa  proclivi  a  supporre  che  Federico  Gon- 
zaga temesse  gli  intrighi  del  Moncetti,  sino  a  tanto  che  non  era 
decisa  la  causa  che  da  più  anni  si  agitava  alla  corte  Cesarea 
per  la  successione  del  Monferrato:  causa,  che  fu  risoluta  a  favore 
di  Federico  soltanto  il  3  nov.  1536.  Sia  comunque,  i  documenti 
prodotti  comprovano  che  il  Moncetti  dovette  duramente  pagare 
il  fio  delle  sue  ciurmerle,  che  per  un  momento  gli  avevano  pro- 
curato a  Mantova  onori  e  ricchezze.  L'Aretino,  nel  Marescalco 
(atto  IV,  se.  Ili)  pubblicato  quand'egli  era  già  in  rotta  da  lungo 
tempo  con  Federico  Gonzaga  (1).  dà  pienamente  ragione  al  duca 
per  la  severa  punizione  inflitta  al  Moncetti  e  fa  esclamare  al 
protagonista  della  commedia  che  egli  «  non  assassina  la  bontà 
«  del  suo  Principe,  come  la  assassinava  fra  Benedetto  ».  Bisogna 
tuttavia  convenire  che  sei  anni  di  carcere  per  una  profezia  sba- 
gliata o  per  un  qualche  intrigo  del  frate  diplomatico   erano  un 

po'  troppi  ! 

Ma  rifacciamoci  al  Dovizi.  Nell'estate  del  1512  il  Bibbiena  fu 
di  nuovo  a  Mantova  col  suo  carissimo  Giuliano  de'  Medici  (2),  e 
s'ebbe  accoglienze  magnifiche  dalla  marchesa,  come  può  far 
fede  la  seguente  lettera  d'Amico  Maria  della  Torre  a  Federico 
Gonzaga  in  data  20  agosto  1512:  «  Domenica  p.  p.  la  Ex.  di  M.» 
«  vostra  matre  fece  la  sua  bella  et  honorevole  cena  di  là  dal 
«  laco,  dove  gli  intervennero  lo  lll.™°  S."  vostro  patre,  Mons.  Gur- 


(1)  Nel  1533;  la  commedia  era   però  stata    scritta  parecchi  anni   prima. 
Cfr.  Luzio,  Op.  cit.,  p.  88. 

(2)  Per  l'amicizia  di  Giuliano  col  Bibbiena  e  con  Isabella  vedi  Mantova 
e  Urbino^  p.  221,  n.  5. 


218  LUZIO-RENIER 

«  gense,  il  S/  Viceré,  duoi  ambasciatori  spagnoli,  lo  Mag.«o  Ju- 
«  liano  di  Medici  et  m.  Bernardo  di  Bibiena,  che  tutti  duoi  cora- 
«  parevano  qua  a  nome  de  la  S.*^  di  N.  S.,  et  m.  Andrea  Burgho, 
«  quale  per  far  facónde  è  il  secundo  presso  la  M.*^  Ges."  Et  cussi 
«  a  dieta  cena  fumo  gentilhomini  assai  et  di  Mons.  Gurgense  et 

«  dil  S/  Viceré Questo  pasto,  dove  gli  erano  etiam  multe  de 

«  le  principali  gentildonne  di  questa  terra,  per  derivarsi  da  quella 
«  gentile  M,*  che  si  scià  far  honore  in  tutte  le  cose,  fu  solemnis- 
«  Simo  et  ex.'"*',  come  può  pensar  V.  S.,  et  molto  più  assai  che 
«  non  gli  sciò  esprimere.  Et  cussi  le  S."«  sue  tutta  quella  sera 
«  stetteno  in  canti,  soni  et  gran  piaceri,  smercionando  {sic)  quella 
«e  quell'altra:  ma  fra  l'altre  legiadre  e  peregrine  la  Brognina 
«  è  quella  che  ha  portato  e  porta  il  vanto  e  gloria  de  tutte  le 
«  belle,  et  beato  era  quellui  che  gli  posseva  tuor  qualche  cosa, 
«  et  fra  l'altre  cose  gli  fumo  tolti  li  guanti  da  duoi  gentilhomini 

«  spagnoli  et  dal  Duca  di  Trieto  il  ventalio Sedendo  a  ta- 

«  vola  M.*  vostra  matre  alla  cena  suprascritta,  havendo  una  veste 
«  la  Ex.  Sua  indosso  da  li  candelerii  d'oro,  che  la  porta  per  in- 
«  signia  et  impresa,  gli  ne  furono  rubbati  sette  denanti  de  la 
«  veste.  In  quella  sera  anche  fumo  furati  duoi  tondi  d'argento  ». 
Prescindendo  dai  furti ,  che  erano  una  specialità  dei  gentil- 
^<omm^*  spagnuoli  (1),  quella  cena  dovette  riuscire  assai  gaia. 
Ma  possiamo  esser  certi  che  Isabella  avrà  profittato  della  pre- 
senza del  Bibbiena  per  raccomandargli  vivamente  il  giovinetto 
suo  primogenito,  ch'era  ostaggio  di  Giulio  IL  Brasi  già  Bernardo 
trovato  secolui  a  Bologna  e  ne  avea  scritto  alla  madre  mirabili 
cose,  mescolando  le  lodi  e  le  celie  (2).  E  la  marchesa  sin  d'allora 
lo  avea  pregato  «  ad  voler  cortegiare  nostro  fiolo,  dandogli  de 
«  quelli  ricordi  che  alli  magnifici  Medici  soleti  dare,  che  sapemo 
«■  gli  saranno  utili  et  honorevoli  »  (3).  Non  escludiamo  che  il  Do- 


(1)  Gfr.  Arch.  stor.  lombardo,  XXVIII,  161. 

(2)  Si  legga  la  importantissima  lettera  del  3  genn.  1511  edita  dal  Luzio, 
Federico  ostaggio,  pp.  13-15. 

(3)  Luzio,  Federico  ostaggio,  p.  lo. 


COLTURA  E   RELAZIONI   LETTERARIE   D'IS ABELLA   d'ESTE     219 

vizi  fosse  cortese  al  giovinetto  Gonzaga  di  quei  ricordi;  ma  certo 
gli  fu  anche  compagno  di  spassi  e  di  gozzoviglie  (1).  Se  non  che 
le  abitudini  del  tempo  volevano  che  si  chiudesse  un  occhio  su 
certe  laidezze,  e  d'altra  parte  il  Bibbiena,  con  l'assunzione  al 
pontificato  di  quel  Giovanni  de' Medici,  ch'era  suo  alunno  e  fa- 
migliare, divenne  ben  presto  in  Roma  una  vera  potenza.  Il  Bib- 
biena, giubilante  per  quell'avvenimento  nel  quale  egli  sapeva 
d'aver  gran  parte,  accompagnò  alla  marchesa  il  breve  con  cui 
Leone  X  annunciava  la  propria  elevazione  ai  Gonzaga,  e  poscia 
fece  le  migliori  accoglienze  all'Equicola,  venuto  in  Roma  da 
parte  dei  marchesi  di  Mantova  (2).  Congratulavasi  secolui  Isa- 
bella, augurando  che  la  pioggia  di  onori  destinata  al  Bibbiena 
non  gli  facesse  mutare  «  natura  et  costumi  »  (3);  e  il  Bibbiena, 
insignito  poco  di  poi  della  porpora,  saffrettava  ad  assicurarla 
che  la  novella  dignità  non  muterebbe  i  suoi  rapporti  con  l'illustre 
amica:  «  Né  creda  V.  S.  ch'io  sia  così  volgare  che  io  mi  creda 
«  fatto  maggiore  di  quello  che  essere  mi  solea  et  massimamente 
«  con  lei,  che  se  pur  questo  grado  apportasse  non  so  che  di  più 
«  rispecto,  che  per  anchora  a  dire  il  vero  da  me  non  è  cogno- 
«  sciuto,  sia  questo  accresciuto  alla  opinione  de  gli  huomini  et 
«  di  quelle  persone  che  lontane  sono  dall'animo  mio,  che  con 
<  V.  Ex.  voglio  pur  essere  quel  slesso  moccicone  che  debbio  »  (4). 
E  di  questa  sua  cordialità  ebbe  il  Dovizi  occasione  di  offrire  le 
migliori  prove  l'anno  successivo,  quando  la  Gonzaga  si  recò  a 
Roma,  e  l'amicizia  loro  ebbe  ad  esserne,  come  si  disse,  ribadita. 
Allorché  nell'autunno  del  1514  la  marchesa,  accompagnata  da 
onorevole  corteggio  di  dame  e  di  cavalieri,  si  avvicinò  alla  città 
eterna,  il  Bibbiena,  che  già  prima  le  aveva  agevolato  il  passo, 


(1)  Cfr.  la  lettera  11  genti.  1513,  dalla  quale  rilevasi  che  Federico  assistè 
con  parecchi  cardinali  e  col  Bibbiena  ad  una  cena,  nella  quale  fra  Mariano 
fece  sfoggio  delle  sue  pazzie  e  la  cortigiana  Albina  de'  suoi  vezzi  lascivi. 
Lune,  Federico  ostaggio,  pp.  46-47. 

(2)  Mantova  e  Urbino,  pp.  209-10. 

(3)  Vedi  lett.  28  marzo  1513  in  Mantova  e  Urbino,  pp.  210-12. 

(4)  Luzio,  Federico  ostaggio,  p.  13  n. 


220  LUZIO-RENIER 

attenuandole  le  noie  che  portava  seco  l'entrata  in  Roma  (1),  fu 
ad  incontrarla  con  altri  cardinali  e  con  Giuliano  de'  Medici,  e 
così,  trionfalmente  la  condussero  in  Roma.  All'infuori  d'una  breve 
gita  a  Napoli,  la  marchesa  si  trattenne  a  Roma  per  parecchi 
mesi,  trascorrendovi  in  mezzo  ai  sollazzi  tutto  il  carnevale.  In 
grazia  sua  fu  rappresentata  solennemente  in  Roma  la  Calandria 
del  Bibbiena,  che  l'anno  prima  era  comparsa  sulle  scene  urbi- 
nati e  che  doveva  in  appresso  più  d'una  volta  replicarsi  su  quelle 
mantovane  (2).  Quanto  contribuisse  il  card.  Dovizi  a  render  gio- 


(1)  Vedi  la  lettera  pubblicata  nel  voi.  Mantova  e  Urbino,  p.  212. 

(2)  Mantova  e  Urbino,  pp.  213-14.  Per  la  recita  della  Calandria  nel  1532 
insorse  un  curioso  dibattito  fra  Ippolito  Calandra,  che  fungeva  da  régisseur, 
e  Giulio  Romano,  che  disponeva  l'apparato  scenico.  La  lettera  del  Calandra 
al  duca  in  data  3  novembre  (accennata  dal  D'Ancona,  Origini  \  II,  433)  è 
un  ghiotto  documento,  di  capitale  interesse  per  la  storia  della  decorazione 
teatrale;  e  va  perciò  testualmente  riferita:  «Quanto  sia  al  castello,  è  aconcio 

«  et  adatato  benissimo  in  ogni  loco,  che  cosa  alcuna  non  vi  manca Una 

«  difìcultà  me  pare  a  me  li  resta,  sì  com'  è  il  mio  poco  iudicio  et  anche 
«  d'altri.  V.  S.  ha  da  saper  che  quando  si  recita  una  comedia,  bisogna  che 
«  cussi  quelli  che  son  dentro  la  sena  et  che  governano  la  comedia  oldano 
«  cussi  bene  come  quelli  che  sono  di  fori  che  l'ascoltano;  et  più  toca  a  loro 
«  che  ad  altri  per  saper  quando  hanno  da  mandar  fori  et  dentro  a  posta 
«sua,  eh' è  una  grande  importanza:  l'altra,  si  come  li  recitatori  vanno  re- 
«  citando,  di  dentro  continuamente  lo  va  sequitando  uno  o  dui  con  il  libro 
«  in  mane,  et  se  per  disgratia  il  fala  o  che  se  scordi,  come  sempre  acade 
«  in  simile  caso,  subito  quello  di  dentro  lo  dice  et  li  racorda  et  aiuta  quello 
«  hanno  da  dire,  che  quando  non  si  facesse  cussi  non  seria  persona  alcuna 
«  che  non  falasse  o  che  non  se  perdesse.  Per  remediare  a  questo  si  fa  le 
«  case  di  asso  con  le  sue  finestre  et  strate,  et  di  sopra  aperto  dove  facilmente 
«quelli  de  dentro  oldono  il  tutto  si  come  quelli  di  fori,  et  se  sanno  gover- 
«  nare  in  tutte  le  cose  sue  et  mandarli  fori  a  tempo  si  come  è  il  bisogno  : 
«et  maxime  questa  comedia  Calandra  che  li  interviene  le  piìi  dificile  cose 
«  che  altra  comedia  si  nel  dire  come  ne  li  vestimenti,  che  vi  sono  almeno 
«  cinque  che  bisogna  vestirli  et  disvestirli  de  diversi  habiti  in  più  volte, 
«  dove  vi  bisogna  una  pronteza  et  una  presteza  mirabile,  et  sopra  il  tutto 
«  bonissima  orechia  di  quelli  che  la  governano  et  maxime  nel  vestire,  quale 
«  so  locar  a  me,  vi  bisogna  gran."''»  fastidio  et  bono  ochio  et  più  le  orechie. 
«  Hora  la  difìcultà  è  questa:  m.  Julio  Romano  ha  mutato  tutto  quello  pro- 
«  posito  et  ordine  con  che  se  ri^olsse  di  far  quando  "V.  Ex.  se  partite  da 
«  Mantua.  Primo,  lui  ha  pillato  l'altra  parte  di  la  stalla  a  man  stanca  quale 
«  sta  bene  per  il  strepito  che  se  haveria  sentito  dinanti,  et  fa  la  sena  da 


COLTURA  E   RELAZIONI   LETTERARIE   DÌSABELLA   D'ESTE       221 

conda  a  Isabella  la  dimora  in  Roma,  testifica  il  fatto  che  al  Bib- 
biena appunto,  il  18  marzo  1515,  tornata  in  Mantova,  scriveva 
la  marchesa  piena  di  rimpianto:  «Il  corpo  è  qua,  l'animo  a 
*  Roma  ;  con  quello  vado  et  parlo  continuamente  con  lei  et  con 
«  quelli  altri  rev.°»»  Sig."  Cardinali,  et  parmi  di  poter  basiare  il 
«  piede  et  adorar  alla  S>  di  N.  S.  Con  tali  imaginationi  vorei 
«  inganarmi  et  potere  assettarmi  a  passare  il  tempo  con  manco 
«  fastidio  et  expectare  occasione  di  poter  servire  V.  S.  R.""»  in 
«  ricompensa  aut  recognitione  de  li  infiniti  oblighi  ecc.  ».  E  quasi 
a  ricordo  della  città  indimenticabile,  in  cui  aveva  passato  quei 


«  recitare  al  longo  a  man  sinistra  verso  il  Portico,  et  vole  dipingere  le  case 
«  sul  muro  et  che  li  recitatori  habiano  da  stare  in  del  portico  et  poi  usire 
«  fori  per  il  muro  sopra  uno  palco  di  quatro  braza  largo  dove  haverano  da 
«  recitare,  dove  se  per  mala  sorte  quelli  o  quello  che  sarà  fori  a  recitare 
«  venesse  a  falare  o  scordarsi  qualche  cosa,  non  sera  già  mai  possibile  che 
«  quelli  che  governano  possa  racordarli   né  meterli  suso  si  falarano  per  la 

*  grosseza  del  muro  quale  è  di  quattro  teste  grosso,  che  non  se  sentiria  se 
«  bene  se  cridasse  quanto  mai  se  potesse.  Che  se  per  disgratia  acaschasse 
«questo,  V.  S.  se  ritrovaria  molto  impaciato,  et  rimedio  non  vi  saria  di 
«  aiutarli,  perchè  mai  non  se  saperà  quelli  che  la  governano  quello  bave- 
«  ranno  da  fare,  che  certo  è  che  non  se  oldirano;  che  con  tutto  quando  le 
«  case  sono  di  asse  si  afatica  a  oldire,  pensa  mo*  V.  Ex.  quello  farà  bora 
«  havendoli  per  tramezo  uno  muro  di  quattro  teste.  Che  so  dire  a  V.  S.  che 
«  mi  dubito  certo  certo  che  haveremo  poco  honore,  et  per  dire  melio  seria 
«  a  farla  di  asse  che  faria  più  bello  vedere  con  le  sue  case  di  relevo  conio 
«  altre  volte  è  stata  fatta,  che  fare  questo,  et  so  certo  che  seria  manco 
«  spesa,  et  piìx  presto  si  farà  et  se  torà  via  tutta  la  dificultà  che  li  viene 
«  ad  essere,  che  questo  dico  certo  a  V.  S.  che  tutti  se  ritrovaremo  impac- 
«  ciati.  Il  tutto  ho  ditto  a  esso  m.  Julio  Romano  et  ditole  tutte  queste  ra- 
«gione;  non  è  possibile  che  la  volia  intendere,  che  vole  fare  a  suo  modo: 
«  e  facia,  solum  me  rincresse  che  V.  S.  non  buta  via  la  spesa  et  che  poi 
«  non  si  resta  vergognato.  In  questo  lui  dice  che  li  farà  di  molti  busi  per 
«  il  muro  con  sopra  di  la  carta  dipinta,  che  se  poterà  oldire.  Io  dico  questo 
«  a  V.  S.:  se  ben  ci  fosse  trenta  milia  busi,  che  mai  non  se  oldirà  quello 
«  dirano,  ciovè   quelli   che   la   governano,  essendo  questo   muro   dinanzi  di 

*  quatro  teste.  Io  ho  voluto  il  tutto  avisare  a  V.  Ex.  aciò  la  non  possa  dire 
«  se  lo  havesse  saputo  non  se  serria  fatto,  lo  credo  bene  quanto  sia  per  le 
«  fabriche  et  disegni  m.  Julio   se   intenda  melio  di  me,  ma  quanto  sia  per 

*  governare  la  comedia  et  dire  quello  li  bisogna,  se  intende  poco  alle  ragione 
«  ch'io  H  ho  ditto  che  lui  non  le  vole  capire  ». 


222  LUZIO-RENIER 

giorni  lietissimi,  chiede  al  cardinale  d'inviarle  di  quelle  anticaglie, 
che  tanto  le  piacevano  (1). 

Da  allora  in  poi  fu  un  continuo  scambio  di  gentilezze  fra  il 
Bibbiena  e  la  corte  di  Mantova.  Nel  dicembre  del  1515  il  Dovizi 
raccomandava  alla  marchesa  un  suo  famigliare,  che  recavasi  a 
Mantova  per  istruirsi  nel  canto  presso  il  celebre  Marchetto 
Gara  (2);  il  15  genn.  1516  il  marchese  raccomandava  al  Dovizi 
per  certo  beneficio  «  Mario  Equicolo  preceptore  de  la  mia  ili.™* 
«  Consorte  ».  In  quel  medesimo  anno  il  Bibbiena  si  dichiarava, 
scrivendo  alla  marchesa,  «  quel  che  desidera  servire  et  satisfare 
«  V.  S.  parimente  come  al  Papa,  servitore  Moccicone  »  (3),  ed 
in  altra  lettera  assai  caratteristica  per  la  confidenzialità  sua  (4) 
e  pel  suo  stesso  disordine,  che  ha  l'aria  del  piacevole  chiacchierio 
fra  due  amici,  ringraziava  la  gentildonna  per  certa  pz'wm2'na  re- 
galatagli da  essa  (5)  con  queste  galanti  parole:  «  La  piumina  di 
«  "V.  Ex.  non  patria  ne  più  _^satisfarmi  ne  più  essermi  grata  di 
«  quello  che  ella  è,  cosi  per  esser  in  effetto  cosa  molto  delicata 
«  et  molto  gentile,  come  per  essere  venuta  da  V.  Ex.  Et  certo 
«  è  ch'io  non  dormii  mai  meglio  in  vita  mia.  Né  giurerei  il  falso, 
«  s'io  giurassi  a  V.  Ex.  non  essere  mai  notte  che  io  di  lei  non 
«  mi  ricordi  ».  In  compenso  il  Bibbiena  avrebbe  voluto  regalare 
alla  marchesa,  amantissima  dei  cavalli,  un  cavallo  turco:  «  Io  mi 
«  ritrovo  un  cavallo  turco  molto  bello  et  buono,  il  quale  quando 
«  V.  Ex.  ne  habbia  cosi  voglia,  come  già  hebbe  di  uno  altro  di 
«  quello  amico,  gli  ne  farò  un   presente  molto  voluntieri  »  (6). 


(1)  Mantova  e  Urbino,  p.  215. 

(2)  11  Bibbiena  scrive  alla  marchesa:  «  Mando  a  Mantova  al  nostro  Mar- 
«  chetto  Jo.  Domenico  mio  servitore,  perchè  habbia  occasione  et  commodità 
«  de  imparare  da  lui  qualche  virtù  ecc.  ».  11  3  genn.  1516  Isabella  risponde 
d'aver  «  ordinato  la  spesa  in  casa  di  Marchetto  »  per  questo  cantore. 

(3)  Mantova  e  Urbino,  p.  225. 

(4)  Quella  del  7  febbr.  1516,  che  producemmo  intera  nel  voi.  Mantova  e 
Urbino,  pp.  321-24. 

(5)  Trattavasi  d'una  coltre  di  piumino,  con  cui  ripararsi,  in  letto,  dai  ri- 
gori del  verno.  Anche  il  Bembo  desiderò  di  riceverne  una  da  Isabella,  non 
diversa  da  quella  inviata  al  Bibbiena.  Vedi  Gian  in  Giorn.,  IX,  123. 

(6)  Un  passo  della  medesima  lettera  ci  fa  conoscere  che  Isabella  scriveva 


COLTURA   E    RELAZIONI   LETTERARIE   d'ISABELLA   D'ESTE     223 

Sotto  la  data  di  quella  lunga  e  caratteristica  lettera  il  Bibbiena 
aggiunge  di  sua  mano:  «  Quel  che  per  il  piacere  preso  de  l'ha- 
«  vere  dettato  la  lettera  a  V.  Ex.  è  guarito  de  l'hemicrania, 
«  servo  Moccicone  ». 

Purtroppo  pochi  mesi  più  tardi  avvenne  l'iniqua  spogliazione 
dei  duchi  d'Urbino,  consumata  da  Leone  X;  e  i  marchesi  di  Man- 
tova inviarono  a  Roma  agenti  sopra  agenti  per  stornare  il  nembo 
dal  capo  del  loro  genero  o  quanto  meno  per  salvare  dal  nau- 
fragio la  dote  di  loro  figlia  Leonora.  Naturalmente  Isabella  e 
Francesco  Gonzaga  facevano  molto  assegnamento  sull'assistenza 
del  Bibbiena,  che  si  credeva  onnipotente  sull'animo  del  papa: 
ma  le  loro  speranze  rimasero  deluse,  non  certo  per  colpa  del  Do- 
vizi, che  addolorato  dalla  piega  degli  avvenimenti  e  dalla  crudele 
ostinatezza  di  Leone,  non  sapeva  far  altro  che  stringersi  imbaraz- 
zato e  mortificato  nelle  spalle.  Fra  i  dispacci  mandati  allora  a  Man- 
tova da  uno  di  questi  agenti.  Agostino  Gonzaga,  ve  n'ha  di  assai 
caratteristici  (1).  Il  primo  ha  la  data  del  29  agosto  1516  e  Agostino 
Gonzaga  comincia  col  riferire  un  lungo  colloquio  da  lui  avuto  col 
cardinal  Medici  (il  futuro  Clemente  VII),  con  pochissimo  costrutto. 
Indi  soggiunge  :  «  Son  stato  molto  domesticamente  a  parlamento 
«  col  R.""  Cardinale  da  Bibbiena  et  hoUi  discorso  assai  libera- 
le mente  li  casi  de  lo  ili."""  S.''  Duca de  li  quali  certo  el  p."* 

«  R."*"  ne  piglia  quel  dispiacer  et  cordoglio  che  merita  la  molta 
«  affectione  che  '1  porta  a  V.  Ex.,  al  S.'  Duca  et  S/*  Duchesse, 


di  suo  pugno  al  Bibbiena,  il  che  spiega  perchè  nei  copialettere  quella  cor- 
rispondenza sia  poveramente  rappresentata.  Dice  infatti  il  card.  Bernardo: 
«  Non  bisogna  che  V.  Ex.  dica  dubitare  di  non  fastidirmi  con  le  lettere  sue, 
«  per  ciò  che  mi  sono  di  tanta  satisfattione,  che  se  la  discretione  non  havesse 
«  in  me  loco,  io  li  chiederei  di  somma  gratia  che  fusse  contenta  di  scriver- 
«  mine  ogni  qual  giorno  una;  ma  considerando  che  ella  le  scrive  di  sua 
«  mano,  non  ardisco  farlo,  non  perchè  io  non  le  desideri  sommamente,  ma 
«  per  non  essere  causa  di  dare  fatica  et  fastidi  a  V.  Ex.  ». 

(1)  I  dispacci  d'Agostino  Gonzaga  erano,  sino  a  poco  tempo  fa,  conservati 
nella  biblioteca  comunale  di  Mantova,  fra  gli  altri  documenti  che  lo  storico 
Volta  distrasse  dall'Archivio  Gonzaga  e  che  ora  sono  stati  tutti  restituiti 
alla  loro  sede. 


224  LDZIO-RENIER 

«  ma  el  "povero  signore  conoscendose  esser  mal  atto  a  poterli 
«  giovare,  non  scià  far  se  non  stringersi  ne  le  spalle.  Pur  judi- 
«  cando  io  che  de  la  dote  de  la  S/'  Duchessa  figliola  di  V.  S.  IH.™» 
«  el  p.*"  S.""  Cardinale  potria  parlarne  a  N.  S.  da  solo  a  solo  et 
«comò  cosa  j usta  favorirla,  ne  ho  cum  grandissima  instantia 
«  pregato  S.  S.  R""*,  cosi  me  ha  promisso  farlo  di  bon  core  cum 

«tante  amorevole  parole  quanto  sia  possibile  ch'io  scrivi ». 

Più  importante  è  il  secondo  dispaccio,  dei  5  settembre,  in  cui 
Agostino  rende  parola  per  parola  una  sfuriata  di  papa  Leone 
contro — la  sua  vittima.  Alle  sommesse  rimostranze  dell'agente 
mantovano,  Sua  Santità  «  respose  in  questo  modo:  messer  Au- 
«  gustino,  voi  sapeti  quello  che  ve  dicessimo  alla  venuta  vostra 
«  in  Roma  circa  li  casi  de  quel  povero  homiciolo  de  Francesco 
«  Maria,  qual  verso  di  noi  havea  usato  termini,  che  non  solo  de 
«  privarlo  del  stato  havevamo  ragione  ma  de  mille  vite,  se  tante 
«  ne  havesse  havute;  et  certo  che  quando  voi  venisti  in  qua 
«  havevamo  tal  animo  verso  di  esso  che  non  solo  in  Mantua  o 
«  sul  mantuano,  dove  se  retrova,  non  lo  havressimo  lassato  stare, 
«  ma  in  loco  del  mondo,  se  ben  li  havessimo  dovuto  spender 
«  tutto  el  papato  nostro.  Pur  quando  voi  venisti  a  noi,  mandato 
«  dal  S.""  Marchese,  qual  certo  amamo  cordialissimamente,  ve  ve- 
«  dessimo  de  bonissima  voglia,  comò  anche  vi  veggiamo  bora  et 
«  se  resolvessemo  corno  sapeti.  Hora  ve  dicemo  che  siamo  con- 
«  lentissimi  che  Francesco  Maria  se  affermi  et  reposi  nel  paese 
«  del  S.'  Marchese,  ben  però  dandoci  quelle  cautioni  che  a  questi 

«  dì  li  forno  ricercate 

«  Perchè  voi  ce  havete  fatto  intendere  che  esso  Francesco 
«  Maria  è  contento  assentire  il  tutto  dal  capitolo  de  Sora  in 
«  fuori  (1),  volemo  che  voi  rescriviati  al  S.  Marchese  che  siamo 
«  contenti  che  ditto  F.  Maria  se  ne  possi  impacciar  a  modo  suo 
«  et  noi  promettemo  che  non  se  ne  impaccieremo.  Vero  è  che 
«non  volemo  che  questo  si  veddi  in  scritto,  perchè  seria  un 


(1)  li  duca  d'Urbino  non  voleva,Jcioè,  rinunciare  a'  suoi  diritti  sul  ducato 
di  Sora. 


COLTURA.  E  RELAZIONI   LETTERARIE  D'ISABELLA  d'eSTE     225 

«  pregiudicarne  de  le  ragioni  nostre  che  havimo  sopra  quel  feudo 
«  dil  Reame.  Et  circa  li  fideiussori  che  ci  faceti  intendere  detto 
«  Francesco  Maria  non  mancar  de  ogni  opera  perchè  se  trovino, 
«  li  volemo  in  ogni  modo. ...  Sì  che  scrivetilo  al  S.  Marchese  e 
«  fati  che  Sua  S."»  se  resolvi,  et  come  più  presto,  meglio  ;  signi- 
«  ficandoli  che  se  non  fosse  el  respetto  de  S.  Ex.  non  saressimo 
«  mai  venuti  a  questo.  Rengratiai  allora  S.  S>  in  nome  de  la 
«  Ex.  V.  e  li  soggionsi  ch'io  pensava  che  quella  ha  vesso  a  restar 
«  satifatta  de  S.  B.'»^  Vero  è  che  quando  la  havesse  potuto  con- 
«  tentarsi  acceptar  el  S.  Duca  solo  de  la  promissa(l),  che  V.  Ex. 
«  lo  haveria  reconosciuto  de  summa  gratia  da  detta  S.  B."»,  ma 
«  in  fine  niente  ne  volse  sentire  et  qui  fu  finito  el  ragionamento 
«  nostro 

«  Al  R.™o  Mons.  de  S.  Maria  in  Portico  ho  fatto  instantia  due 
«  0  tre  volte  aciò  che  S.  S.  R.™»  parli  cum  N.  S.  circa  la  dote 
«  de  la  ili."'*  S'*  Duchessa  figliola  de  V.  Ex.  comò  a  questi  di 
«  me  promise,  ma  S.  S.  R.™*  se  excusa  non  poter  se  non  li  viene 
«  el  tempo  opportuno,  et  dicemi  che  non  dubiti  che  omnino  ne 
«  parlerà.  Non  restarò  cum  destrezza  sollicitar  detto  R.™*»  e  se- 
«  cundo  la  resposta  che  N.  S.  li  farà,  subito  ne  darò  aviso  a  la 
«  Ex.  V.,  benché  mi  persuadi  che  non  hàbbi  ad  esser  meglio 
«  de  la  già  dalia  a  quelli  S."  R.™  che  parlarono  a  N.  S.  sopra 
«  tal  materia  ». 

In  un  successivo  dispaccio  del  31  sett.,  mettendo  i  punti  sugi' 2, 
l'inviato  gonzaghesco  concludeva  non  doversi  fare  più  che  tanto 
assegnamento  sulle  buone  parole  del  Bibbiena.  Riferendo  le  pra- 
tiche fatte  con  altri  personaggi  influenti.  Agostino  Gonzaga  sog- 
giungeva :  «  Parlerò  anche  al  R.™»  S.  M.  in  Portico,  dal  quale 
«  mai  ho  potuto  sapere  che  babbi  fatto  de  la  cosa  de  la  S.  Du- 
«  chessa  figliola  de  V.  Ex.,  havendorae  S.  S.  R."»»  sempre  ditto, 
«  quando  li  ne  ho  fatto  instantia,  che  mai  li  è  accaduto  al  tempo 
«  opportuno,  ma   che   lo  farà  in  ogni  modo.  Dubito  assai  che 


(1)  Yale  a  dire:  sulla  semplice  parola,  senza  bisogno  di  fideiussori. 

OiorwiU  siortco,  XXXIX,  fase.  116-117.  16 


226  LDZIO-RENIER 

«  S.  S.  R.°»*  non  osa  de  parlarne  et  che  me  vaddi  menando  al 
«  longo  in  questo  modo  ». 

Le  relazioni  del  Bibbiena  co'  marchesi  di  Mantova  non  rima- 
sero perciò  menomamente  turbate.  Le  gravi  incombenze,  che  egli 
aveva  da  disimpegnare  per  incarico  di  Leone  X,  gli  impedirono 
di  rinnovar  le  sue  visite,  come  avrebbe  desiderato,  alla  corte 
de'  Gonzaga  (1),  ma  durò  sempre  vivissimo  il  suo  attaccamento 
ad  Isabella,  di  cui  è  ovvio  credere  che  spesse  volte  ragionasse 
col  suo  amicissimo  Baldassar  Castiglione  (2).  La  calda  ammira- 
zione che  nutriva  sempre  per  lei  è  attestata  anche  da  una  let- 
tera grave  e  piena  di  buoni  consigli  che  il  Bibbiena  indirizzò  a 
Federico,  allorché  egli  fu  assunto  al  dominio  dopo  la  morte  del 
padre.  La  lettera  suona  così: 

Illustrissime  et  Excelientissime  Domine 

Per  la  molto  humana  et  amorevol  lettera  di  V.  S.  intesi  li  giorni  passati 
la  morte  dello  111.™"  et  Ex."^"  S.''  suo  patre  :  della  quale  io  presi  quel  dispia- 
cere che  havrei  fatto  se  mi  fusse  morto  un  mio  naturai  signore  et  padrone, 
per  la  grande  osservantia  mia  di  molt'anni  verso  di  quello,  et  per  la  sua 
sempre  cortese  dimostration  d'aflFettione  in  me.  Alla  cui  benedetta  anima 
priego  M.  Domenedio  che  si  degni  donar  di  là  quella  eterna  pace,  et  quella 
eterna  quiete,  che  si  conosce  la  bontà  et  il  valor  di  S.  Ex.  haver  di  qua 
meritato,  come  si  può  chiaro  comprendere  dalla  contritione  et  infinita  de- 
votione,  che  ha  mostrata  nel  passar  di  questa  all'altra  vita. 

È  il  vero,  che  io  mi  truovo  haver  mitigato  assai  di  questo  mio  dispiacere 
col  piacere,  che  io  ho  di  pensar  che  V.  Excellentia  sia  rimasa  in  legittima 


(i)  Già  in  un  poscritto  autografo  della  lettera  3  maggio  1516,  datata  da 
Modena,  quando  si  preparava  ad  una  delicata  missione  presso  l'imperatore 
(vedi  Bandini,  Il  Bibbiena,  pp.  26-28),  scriveva  il  Dovizi  alla  marchesa  : 
€  Raccomandandomi  a  quella,  li  baso  la  delicatissima  mano  et  comincio  a 
«  creder  non  la  bavere  per  bora  a  rivedere,  poiché  le  cose  de  Cesare  vanno 
«  secondo  el  consueto  dell'altre  ».  Nel  1519,  reduce  dalla  Francia,  dolevasi 
pure  di  non  potersi  recare  a  Mantova,  Vedi  Mantova  e  Urbino,  p.  241. 

(2)  Non  fa  mestieri  certo  di  qui  rammentare  la  bella  parte  che  ha  il  Bib- 
biena nel  Cortegiano.  Significantissima  pei  rapporti  affettuosi  del  Bibbiena 
e  del  Castiglione  è  la  lettera  del  30  agosto  1520,  che  il  cardinale  di  S.  Maria 
in  Portico  scrisse  al  marchese  di  Mantova.  Mantova  e  Urbino,  pp.  24546. 


COLTURA   E   RELAZIONI   LETTERARIE   D'ISABELLA   d'ESTE       227 

successione  così  delle  amicitie  et  benivolentie  paterne,  come  del  stato,  fra 
le  quali  la  mia  che  era  servitù,  son  certissimo  non  havrà  apresso  di  sé 
l'ultimo  luogo,  et  per  rispetto  della  bo.  me.  del  p.**  S""  suo  padre,  et  per  es- 
sere io  suto  deditissimo  alla  virtù,  di  che  V.  S.  ha  dato  segno  et  speranza 
non  piccola  fin  dai  suoi  più  teneri  anni,  la  qual  virtù  spero  sarà  tanta  et 
tale,  che  imitando  da  una  parte  le  virtuose  qualità  del  padre,  et  dall'altra 
la  bontà  della  sua  propria  natura,  a  V.  Ex.  parturirà  honore,  et  stabilimento 
di  tutte  le  sue  cose,  et  agli  amici  et  servidori  suoi  contento  et  satisfatti one. 
Et  perchè  per  l'amor  che  io  porto  a  V.  Ex.  et  per  la  età  mia  mi  par  di 
potere  a  sicurtà  seco  dirle  ogni  cosa,  non  lascierò  di  ricordarle,  et  di  con- 
fortarla a  mantener  buona  giustitia  ai  suoi  populi;  ad  bavere  in  questi  prin- 
cipij  et  sempre  apresso  di  sé  huomini  che  et  siano  et  sian  stimati  da  bene; 
et  finalmente  sopra  ogn'altra  cosa  bavere  la  illustrissima  et  virtuosissima 
signora  sua  madre  in  summo  honore  et  riverentia,  pigliando  in  ciò  esempio 
dal  Gh."""  Re,  il  quale  V.  Ex.  sa  quanto  rispetto  et  quanta  reverentia  porta 
a  madama  sua  madre;  la  qual  cosa  sua  M.t^  usa  dire  esser  causa  che 
M.  Domenedio  va  prosperando  così  felicemente  ogni  dì  i  suoi  desideri  et 
pensieri.  Queste  parti  non  ho  voluto  così  in  trascorso  pretermettere  di  scri- 
vere a  V.  Ex.,  considerando  che  et  per  le  medesime,  et  per  altre  simili  fa- 
cilmente i  signori  acquistano  la  gratia  di  Dio  et  l'amor  del  mondo,  come 
V.  S.  può  molto  meglio  da  sé  stessa  conoscere  et  considerare.  Del  desiderio 
che  io  ho,  et  havrò  sempre  di  servir  V.  Ex.  in  ogni  sua  occorrentia  come 
da  ogni  tempo  hebbi  il  signore  suo  padre,  et  tutta  la  Illustrissima  casa  sua, 
non  accade  che  io  bora  faccia  lunghe  né  cerimoniose  parole,  perciò  che  io 
mi  rimetto  agli  effetti,  nei  quali  sarò  così  pronto  con  ogni  mia  facultà,  in- 
dustria et  opera,  come  qual  si  sia  altro  affettionato  amico  et  servitore, 
ch'ella  si  habbia  al  mondo,  alla  quale  quanto  più  posso  mi  raccomando. 
Ex  S.'°  Germano,  ij.  Maij  M.D.XViiij. 

B.  Card.  S.'»  M.«  in  Porticu  Legatus. 

Quando  la  marchesa  si  recò  a  Roma  per  la  seconda  volta,  non 
vi  trovò  più  l'amico  suo,  ch'era  già  passato  di  vita  nel  1520  (1). 


(1)  La  morte  del  Bibbiena  fu  annunziata  subito  a  Mantova  tanto  dal  Casti- 
glione quanto  da  un  altro  agente  del  marchese  Gonzaga,  Achille  Borromeo  : 
ma  né  l'uno  né  l'altro  accennavano  a  sospetti  di  avvelenamento.  «  El  povero 
«  Cardinale  de  S.'*  Maria  in  Portico  alli  IX  del  presente  passò  di  questa 
«  vita   con   dispiacere   di   questa  cita  et  de  la  corte;  N.  S.  Dio  li  conceda 


228  ,  LDZIO-RENIER 

Bernardo  Accolti,  che  per  antonomasia  si  facea  chiamare 
X Unico,  era  un  altro  toscano  con  cui  Isabella  ebbe  rapporti. 
Mezzo  letterato  e  mezzo  giullare,  egli  fu  una  delle  meraviglie 
delia  corte  letteraria  di  Leone  X,  accarezzato  dai  cortigiani  e 
dalle  dame,  riccamente  regalato  dai  signori,  perchè  esercitasse 
a  loro  vantaggio  l'arte  sua  di  cicala  (1).  Allorché  Isabella  si  recò 
a  Roma  la  prima  volta  nell'autunno  del  1514,  \  Unico  fu  ad  in- 
contrarla a  Bolsena  col  card.  Dovizi  e  col  magnifico  Giuliano.  E 
in  quella  occasione  egli  non  mancò  di  buffoneggiare,  fingendo  di 
non  ravvisare  a  tutta  prima  la  marchesa  e  facendole  poi  intorno 
grandi  feste,  col  chiamarla,  come  soleva,  «  ingannatrice  fica- 
ie tella  »  (2).  Questo  tono  estremamente  confidenziale  era  tollerato, 
anzi  forse  desiderato,  dalle  grandi  signore  del  tempo,  perchè  an- 
dava unito  nell'Aretino  con  una  continua  finzione  d'innamorato 
spasimante  e  con  una  inesauribile  ammirazione  pel  sesso  gentile. 
Ciò  spiega  come  da  lui  si  lasciasse  spietatamente  corteggiare,  non 
pure  Lucrezia  Borgia  (3),  ma  persino  la  severa  Elisabetta  d'Ur- 


<  requie  »,  scriveva  il  Castiglione  frettolosamente  ;  e  con  sentimento  ingenuo 
ma  più  espressivo,  il  Borromeo  :  «  questa  note  passata  è  morto  el  R"»"  Gar- 
«  dinal  S.  M»  in  Portico;  Iddio  li  perdoni,  Tè  morto  un  gentil  signore».  Il 
Bibbiena  era  già  malato,  da  un  pezzo  ;  il  Gantelmo  in  una  sua  lettera  al- 
l'Equicola  del  4  febbr.  1520  diceva  in  proposito:  «  S.  M.  in  Portico  è  ama- 
«  lato  de solamenque  mali  de  culo  fistula  pendei  »  (modo  curioso  per  ac- 
cennare con  una  frase  virgiliana  che  era  malato  di  una  fistola  all'ano); 
«  così  amalato  spesso  ragionarne  de  voi;  et  summamente  ve  lauda  et  ve  ama; 
«  li  voglio  dire  de  la  sua  comedia  che  credo  li  piacerà  ».  Si  allude  con  ciò 
alla  recita  della  Calandria  che  fu  fatta  a  Mantova  il  20  febbraio  (D'Ancona, 
Origini  ',  II,  397)  :  la  notizia  di  quella  rappresentazione  avrà  certo  rallegrato 
il  Bibbiena,  travagliato  da  cosi  noiosa  infermità,  che  dovea  trarlo  entro 
quell'anno  al  sepolcro.  Ove  si  osservi  che  i  corrispondenti  mantovani,  dili- 
gentissimi,  solevano  mandare  in  cifra  le  notizie  più  gravi  e  delicate,  si  avrà 
dal  loro  silenzio  sulla  morte  del  Bibbiena  (dopo  quel  primo  e  secco  annuncio) 
la  conferma  che  i  sospetti  di  avvelenamento  erano  infondati. 

(1)  Vedansi  su  di  lui  le  notizie  ed  i  rinvìi  del  Gian  a  p.  xvii  della  sua 
ediz.  del  Cortegiano.  Si  aggiungano  Gnoli,  Cacce  di  Leone  X,  pp.  40-41  e 
la  monografia  di  Elvira  Guarnera,  Bernardo  Accolti,  Palermo  1901. 

(2)  Mantova  e  Urbino,  pp.  263-64.  Cfr.  Luzio,  Federico  ostaggio,  p.  11. 

(3)  Cfr.  Gian  nel  Giornale,  XXIX,  432  e  Luzio,  Precettori,  p.  42. 


COLTURA   E  RELAZIONI  LETTERARIE  d'iSABELLA  d'ESTE     229 

bino.  Ed  anche  alla  nostra  marchesana  l'Accolti  bruciava  il  suo 
incenso,  cosi  fuor  di  misura,  da  indurre  forse  al  riso  lei  stessa  (1). 
Certamente  poi,  quando  si  presentava  l'occasione,  la  vivace  si- 
gnora era  lieta  di  giuocargli  qualche  tiro  e  di  impaniarlo  in 
qualche  burla,  il  che  non  toglie  che  per  circa  un  ventennio  si 
mantenesse  con  lui  in  cordiali  relazioni  e  di  qualche  piccolo  fa- 
vore lo  ricercasse  (2). 

Fra  i  letterati  che  vissero  in  Roma  non  va  dimenticato  il  sa- 
bino Biagio  Pallai,  detto  Blosio  Palladio  nell'accademia  Pompo- 
niana,  elegante  poeta  latino  (3),  che  nel  1512,  quando  era  ancor 
giovine  (4),  scrisse  una  selva  per  la  morte  della  cagnetta  Aura  (5). 
In  seguito  egli  era  destinato  a  divenire  segretario  di  Clemente  VII 
e  di  Paolo  III,  a  procurare  nel  1524  la  stampa  della  Coryciana 


(1)  A  noi  sembra  d'intravvedere  il  sorrisetto  della  corbellatura  nella  risposta, 
gonfia  di  lodi,  che  la  Gonzaga  fece  scrivere  il  18  aprile  1502  all'Accolti 
(Gian,  Decennio,  p.  236)  per  compensarlo  delle  mirabolano  frasi  che  le  avea 
prodigate  nella  sua  lettera  del  15  marzo.  Gfr.  Luzio,  Precettori^  pp.  65-68  e 
GuARNERA,  Op.  cit.,  pp.  146-149,  nonché  pp.  78  sgg.  e  89  sgg. 

(2)  Non  ci  sembra  utile  replicare  qui  le  larghe  testimonianze  che  abbiamo 
date  di  tutto  questo  nel  nostro  volume  su  Mantova  e  Urbino^  pp.  259-70  e 
anche  109-10.  Vogliamo  solo  aggiungere  un  curioso  documento,  relativo  a 
quel  ducato  di  Nepi  che  doveva  essere  per  V  Unico  sorgente  di  tanti  affanni 
e  causa  della  sua  morte  (Mantova  e  Urbino,  p.  266).  Fu  l'Accolti  ad  atti- 
rarsi nel  1534  la  procella  sul  capo;  lo  stesso  Clemente  VII,  che  pur  gli  era 
benevolo,  si  vide  costretto  a  fiaccare  l'insolenza  deli' C/m'co  e  di  un  suo  degno 
figliolo.  Nell'agosto  di  quell'anno,  il  papa  mandò  sue  genti  d'arme  ad  assediar 
Nepi.  \S  Unico  si  difese  valorosamente  nella  rocca,  ma  il  paese  andò  poco 
meno  che  a  sacco.  L'ambasciatore  mantovano  Fabrizio  Peregrino,  in  un  di- 
spaccio del  14  agosto,  diceva  tutto  questo  putiferio  esser  successo  «  per  una 
«  disobbedientia  d'un  figlio  d'esso  Unico  di  poco  cervello  "per  non  degenerare 
«  dal  parentado,  et  a  questi  giorni  havea  fatto  ammazzare  uno  comissario 
«  andato  di  comissione  di  N.  S.  ». 

(3)  GiRALDi,  Dinlogus,  ediz.  Wotke,  pp.  41-42. 

(4)  Vedi  Marini,  Archiatri  pontifici,  II,  273-74. 

(5)  Isabella  a  Federico  il  28  marzo  1512:  «  Laudamoti  anchora  de  li  versi 
«  che  ni  hai  mandati,  composti  per  la  morte  dela  nostra  cagnolina,  che  tutti 
«  sono  belli  et  eleganti,  maximamente  la  silva  de  quello  mes.  Blosio.  Volemo 
«  che  ringratii  o  facci  ringratiar  lui  et  tutti  li  altri  da  nostra  parte,  cum 
«  gionta  da  quelle  offerte  te  parerano  convenire  *.  Bibliofilo,  IX,  56. 


230  LDZIO-RENIER 

e  a  finir  vescovo  di  Foligno  (1).  Ma  non  ci  è  noto  che  Isabella 
mantenesse  corrispondenza  con  lui.  Non  meno  del  Blosio  prese 
parte,  da  Roma,  alla  disgraziata  morte  della  cagnetta,  inviando 
una  notevole  serie  di  versi  giambici,  alcuni  dei  quali  furono  da 
noi  già  riferiti,  quel  Carlo  Agnello,  uscito  dalla  famiglia  manto- 
vana degli  Agnelli,  uomini  di  negozi,  diplomatici  e  cultori  insieme 
della  poesia  (2),  che  a  Roma  s'adoperò  nel  ricercare  cose  arti- 
stiche per  la  marchesa,  e  fu  entusiasticamente  lodato  dal  Fo- 
lengo (3).  Carlo  Agnello  procurava  anche  opere  letterarie  ad 
Isabella  ed  è  notevole  di  lui  una  lettera  semiburlesca  che  le 
diresse  nel  1520  e  che  mette  conto  il  riferire: 

Ill.™a  et  Ex.""»  s.'»  patrona  mia  ob.™^ 
Questi  sono  li  versi  de  lo  eminentissimo  S.  Jacomo  Sanazarro,  quali  dissi 


(1)  TiRABOSCHi,  Storia,  ediz.  Antonelli,  VII,  1820;  Ughelli,  Italia  sacrai 
1,  712;  Gian  in  questo  Giornale,  XVII,  279  e  281-82. 

(2)  Benedetto  Agnello,  fratello  di  Carlo,  fu  oratore  dei  Gonzaga  a  Venezia. 
Altro  fratello  di  Carlo  era  forse  quell'Antonio  Agnello,  egli  pure  verseggia- 
tore latino  ed  amico  del  Castiglione,  il  quale  nel  Cortegiano  riferisce  alcuni 
suoi  detti  spiritosi.  Vedasi  la  nota  che  gli  consacra  il  Cian  nella  sua  ediz. 
del  Cbrtegiano,  p.  185.  Di  Paolo  Agnello  è  una  lettera  da  Napoli  con  cui 
è  accompagnata  a  Isabella  nel  1517  un'  ecloga  del  Sannazaro.  La  vedremo 
nel  capitolo  intorno  al  gruppo  meridionale. 

(3)  Nella  Cipadense  è  un  epigramma  del  Folengo: 

In  obitu  Caroli  Agnelli: 
Carole,  quis  vatam  prestans  et  idoneas  adsit 
Qqì  satis  ad  tnmnlì  defleat  OBsa  tui? 

Probabilmente  è  l'Agnelli  quel  Carlo  a  cui  il  poeta  dì  Cipada,  concludendo 
il  Baldo,  si  confessa  di  tanto  inferiore: 

Nec  Merlinus  ego,  laus,  gloria,  fama  Cipadae, 
QnamTis  fautrices  habui  Tognamque  Gosaroque, 
QaatnTÌB  implevi  totum  Macaronibus  orbem, 
Qaamvis  promerui  Baldi  cantare  batajas, 
Non  taraen  altiloquis  Tiphi,  Caroloqne  futuris 
Par  ero,  vel  dìgnos  sibi  descalzare  stivallos. 

Cfr.  ediz.  Portioli,  II,  209.  Ed  è  per  avventura  Carlo  Agnello  quel  fratello 
di  Giovanni  Agnello,  di  cui  l'Aretino,  in  una  sua  lettera  del  febbraio  1530, 
rimpianse  aflFettuosameate  la  morte.  Vedi  Leti.  scr.  all'Aretino,  1, 52.  Il  Ban- 
dello,  nella  dedicatoria  della  nov.  42,  P.  I,  chiama  Carlo  Agnello  «  dotto  e 
*  virtuoso  ».  Vedi  anche  E.  Rostagno,  Il  Monumentum  Gonzagium  di 
G.  Benevoli,  Firenze,  1899,  p.  17,  n.  2. 


COLTURA   E   RELAZIONI    LETTERARIE    D'ISABELLA   d'ESTE     231 

a  V.  S.  111.™»  Credo  piaceranno  a  quella  non  mancho  per  la  devotione  del 
sugetto  che  per  la  nobiltà  de  lo  autore.  Non  altro.  A  V.  S.  111.™»  me  ricom- 
mando  ;  mi  par  però  conveniente  far  quatro  parolette  in  excusatione  che  io 
non  son  stato  lator  presente.  Sapi  V,  S.  certamente  che  io  venirei  ogni 
giorno  a  quella,  sì  per  lo  obligo  li  tengo  del  passato,  come  per  lo  aiuto  me 
ne  spero  per  lo  advenire;  ma  io  non  vorei  poter  esser  chiamato  importuno 
in  alcun  tempo,  et  anchor  a  pur  dir  la  verità  io  tengo  qualche  rispetto  a 
li  cavalli  mei,  li  quali  sono  imagriti  de  tal  sorte,  che  se  ne  potria  far  aru- 
spÌ3Ìo  in  vita  et  in  articulo  mortia,  presertim  de  quello  picciolo,  che  se 
V.  S.  lo  vedessi  li  pareria  vedere  aponto  al  Capitolo  de  jejuniis  nel  Decre- 
tale, e  se  poi  se  venisse  a  ventilar  di  la  condition  de'  fornimenti  seria  judi- 
cato  da  ogni  bono  ingegno  essere  el  mero  simbolo  de  Athanasio.  El  muletto, 
a  dir  la  verità,  è  anchor  lui  ridutto  a  tale  che  pare  la  penitentia  de  S.  Fran- 
cesco cum  tutta  la  vita  de'  Sancti  Patri,  non  senza  grande  discordanza  de 
fornimenti,  che  certo  me  representa  la  inscriptione  del  Crucifixo,  quale  era 
hebraice  greco  et  latine.  Se  volimo  venir  a  la  consideratione  del  cavallo 
grande,  non  sera  altro  che  vedere  el  Polesino  de  Ruigo  post  supremam 
vastationem  de'  Spagnoli,  over  la  armata  de  Venetiani  dopoi  el  saluto  de  la 
Pulesella.  Li  fornimenti  molto  meschini  et  degeneri  a  la  nobiltà  del  corsiero 
né  ne  li  posso  comparar  ad  cosa  alcuna,  tanto  sono  discomparabili  et  deformi 
dal  suo  obietto,  et  preter  comunem  opinionem  doctorum  V.  S.  III.™"  me 
bavera  adunque  per  excusato,  et  vedendo  tutto  el  censo  mio  in  sì  breve  in- 
ventario forsi  più  compassionevolmente  et  cum  più  celerità  si  moverà  a  pro- 
visione de  qualche  conveniente  recapito. 
Non  altro.  A  V.  S.  IH.""*  me  racomando. 
Mantue,  die  VII  JuUij  1520. 

Carlo  Agnello. 

Con  uno  di  quegli  Agnelli,  Girolamo,  fu  fortemente  corrucciato 
il  Molza  a  Roma,  e  da  certa  lettera  del  9  febbr.  1526  dell'am- 
basciatore Francesco  Gonzaga  apprendiamo  che  Isabella  dava 
opera  a  rappattumarli.  Con  esito  ottimo,  come  si  vede  in  altra 
lettera  dello  stesso  Francesco  in  data  12  febbraio  :  «  L'Agnello  e 
«  il  Molza  si  sono  pacificati  insieme  et  l'effetto  è  stato  pur  li  in 
«  Canzellaria  hogi,  che  cossi  è  parso  a  Madama  et  al  S.'  Duca 
«  di  Sessa  ».  Il  Molza  si  chiamò  in  colpa  e  chiese  scusa.  La  mar- 
chesa conobbe  appunto  in   Roma   il  virtuoso  Molza  gagliof- 


232  LUZIO-RENIER 

faccio  (1),  che  le  si  presentò  con  una  commendatizia  di  Ercole 
Gonzaga,  il  quale  avea  stretto  famigliarità  secolui  a  Bologna  (2). 
La  commendatizia  è  del  13  marzo  1525  (3)  e  suona  così  :  «  Il 
«  Molza,  virtuosissimo  giovane,  viene  a  Roma,  e  ben  ch'io  so  che 
«  senza  raccomandalione  la  vede  molto  voluntieri  li  homini  dotti, 
«  pur  non  dubito  punto  che  per  mio  rispetto  la  non  li  faci  anchor 
«  maggiore  ciera,  sì  per  esser  lui  meritevole,  sì  per  amor  mio. 
«  Lo  raccomando  dunque  a  V.  Ex.  non  in  altro  se  non  in  re- 
«  derlo  voluntieri  ;  scriverla  anchor  più  circa  ciò  se  io  non  sa- 
«  pesse  che  lui  per  se  stesso  sforzerà  lei  e  tutti  li  soi  a  farli 
«  carezze  »  (4).  E  diffatti  l'elegante  poeta  modenese  aveva  tutte 
le  qualità  per  cattivarsi  la  gente,  e  massimamente  le  donne: 
tanto  è  vero  che  indulgendo  al  suo  libertinaggio,  giunse  a  glo- 
rificarlo in  versi,  insieme  con  la  cortigiana  sua  amica,  la  severa 
Vittoria  Colonna  (5).  Ai  Gonzaga,  d'altronde,  lo  unirono  molte- 
plici vincoli.  Oltreché  amico  di  Ercole,  egli  corteggiò,  insieme 
col  Bembo,  Camilla  Gonzaga  del  ramo  dei  conti  di  Novellara  (6), 


(1)  Berni,  Rime,  ediz.  Virgili,  p.  125. 

(2)  Vedi  Giornale,  Vili,  385. 

(3)  Sarà  dunque  da  rettificare  il  Serassi  (  Vita  di  Fr.  Maria  Molza,  Ber- 
gamo, 1747,  p.  xviii),  che  afferma  essere  il  Molza  tornato  da  Bologna  a  Roma 
in  sul  principio  del  1526. 

(4)  Giornale,  VI,  271,  n.  1. 

(5)  Virgili,  Un  sonetto  di  Vittoria  Colonna,  nella  Rassegna  settimanale. 
Vili,  251. 

(6)  Vedi  Gian,  Decennio,  pp.  27-31.  Il  Molza  aveva  conosciuto  Camilla  a 
Bologna  nel  1524,  e  dieci  anni  più  tardi  la  rivide  a  Roma,  dove  la  briosa  e 
colta  dama  aveva  destato  una  viva  passione  nell'impetuoso  cardinale  Ippolito 
de'  Medici.  Come  familiare  del  cardinale,  il  Molza  ebbe  più  d'una  occasione 
d'interporre  allora  i  suoi  buoni  offici,  per  riconciliare  gli  amanti,  dopo  qualche 
scena  violenta  di  gelosia.  Di  una  di  queste  scene  curiosissime  dava  raggua- 
glio ad  Isabella  d'Este  Imperio  Ricordati,  segretario  del  cardinale  Cibo, 
il  quale  sotto  il  vincolo  del  più  scrupoloso  segreto  le  raccontava,  in  una  let- 
tera del  29  ottobre  1534,  quanto  aveva  visto  cogli  occhi  propri:  «  Hieri  sera 

«il  Cardinale  et  io  fussimo  a  casa  della  S.""'  Camilla et  trovassimo  la 

«  detta  S.""»  tutta  travagliata  et  affanata,  la  causa  perchè  il  R."""  de  Me- 
«  dici  era  stato  de  poco  inanti  de  noi  per  andar  da  lei  et  trovata  la  casa 
«  serata  batè  alla  porta  più  volte,  né  mai  li  fu  risposto,  de  sorte  che  S.  S.  R."»* 
«  cominciò  a  dimandar  scala  per  voler  intrare;  la  detta  S.""'  Camilla  giocava 


COLTURA   E  RELAZIONI   LETTERARIE   D'ISABELLA   D'ESTE     233 

fu  in  corrispondenza  con  Ferrante  Gonzaga  (1)  e  godette  le  grazie 
della  celebre  Giulia  Gonzaga,  sul  cui  ritratto,  dipinto  da  Seba- 
stiano del  Piombo,  dettò  alcune  ottave  molto  note  (2). 

Il  bellunese  Giampietro  Bolzani  (3),  che  si  disse  e  fu  detto 
Pierio  Valeriano  (4),  era  in  Roma  quando  vi  giunse  nel  1522 
Ercole  Gonzaga.  Il  2  febbraio  di  quell'anno,  Alfonso  Facino,  che 
accompagnava  il  giovane  prelato,  partecipava  ad  Isabella:  «Non 
«  avendo  da  Sua  S.*^  se  non  carecie  e  profferte,  gli  son  state  da 
«  questi  literati  date  molte  compositione,  tra  li  altri  un  /fnisej'  ^i6^^'^ 
«  Pierio  li  ha  date  certe  anotatione  di  Virgilio,  che  secondo 
<  questi  dotti  è  bella  opera  (5),  e  mi  par  anchor  che  compone 


«a  primera  con  alcuni  et  dice  che  non  sentiva  a  battere,  come  sia  non 
«  so.  Pur  in  quello  tempo  che  il  Cardinale  dimandava  modo  per  intrare,  il 
«  S.'  Ascanio  Gesarino  et  uno  spagnolo  di  compagnia  se  partivan  et  aperseno 
«e  la  porta,  del  che  il  Gar.i«  intrò  et  con  quelli  usò  de  male  parole,  poi  andò 
«  di  sopra  dove  stava  detta  S."  giocando,  et  credendo  che  le  sue  pute  non 
«  erano  fuori,  volse  che  la  porta  della  camera  fusse  aperta  et  volse  veder  se 
<  '1  v'era  huomo  alcuno,  poi  se  partì  in  colera.  Vero  è  che  stando  con  lei 
«  il  Car.i«  mio  patrone,  il  detto  R."»»  de  Medici  mandò  il  Molza  a  far  la 
«  sua  scusa,  che  quello  havea  fatto  non  era  stato  per  far  dispiacer  a  lei,  ma 
«  per  chiarirsi  de  Vanimo  suo,  del  che  credo  sarà  fatta  la  pace.  Et  quello 
«  fu  a  bora  una  de  notte  ». 

(1)  Una  lettera  del  Molza  a  Ferrante  Gonzaga  pubblica  il  Tiraboschi, 
Bibl.  modenese,  111,  241-43. 

(2)  B.  Amante,  Giulia  Gonzaga,  Bologna,  1896,  pp.  137-40.  Cfr.  gli  arti- 
coli a  cui  si  rinvia  in  questo  Giornale,  Vili,  326  e  469. 

(3)  Veramente  della  famiglia  Dalle  Fosse  di  Bolzano,  piccolo  paese  non 
lontano  da  Belluno.  Vedi  l'albero  di  detta  famiglia,  tratto  dal  Museo  civico 
di  Belluno,  nell'articolo  di  G.  Bustico,  Un  poeta  bellunese  dimenticato,  nel 
periodico  Studi  bellunesi,  an.  II,  n°  4. 

(4)  A  questo  mutamento  di  nome  allude  l'Ariosto  nei  famosi  versi  della 
satira  al  Bembo  (ediz.  Polidori,  I,  203):  «Altri  Pietro  in  Pierio,  altri  Gio- 
«  vanni  |  In  Giano  o  in  Giovlan  va  riconciando  ».  Gon  Gioviano  allude  al 
Pontano  ;  con  Giano  forse  al  Parrasio. 

(5)  Castigationes  et  varietates  Virgilianae  lectionis  per  Joannem  Petrum, 
Valerianum,  Roma,  Biado,  1521,  opera  che  ebbe  poi  parecchie  altre  edizioni. 
Vedi  BuzzATi,  Bibliografìa  bellunese,  Venezia,  1890,  pp.  2-4.  Fu  uno  dei 
primi  libri  stampati  a  Roma  da  Antonio  Biado.  Cfr.  Bernoni,  Dei  Torre- 
sani.  Biado  e  Ragazzoni,  Milano,  1890,  p.  335  e  Fumagalli-Belli,  Catalogo 
delle  edizioni  romane  di  Ant.  Biado,  Roma,  1891,  p.  2. 


234  LUZIO-RENIER 

«  per  V.  S.  certe  opere  quale  mandarà  comò  semo  a  Mantua  e 
«  voi  che  M  Signor  mio  le  apresenti  a  quella  ».  Il  Valeriano,  che 
in  Roma  ottenne  cariche  lucrose  e  fu  dai  papi  assai  favorito  (i), 
consacrò  ai  Gonzaga  molti  di  quei  suoi  carmi  latini,  che  per  la 
storia  letteraria  del  tempo  hanno  importanza  assai  maggiore  della 
notorietà  che  godono.  Il  L.  I  dell'edizione  giolitina  de' suoi  Amores 
s'apre  con  un  carme  diretto  a  Isabella  Gonzaga,  nel  quale  è  detto 
che  per  consiglio  di  lei  il  poeta  s'è  indotto  a  scrivere.  Il  L.  Ili 
s'inaugura  con  dei  versi  diretti  ad  Ercole  Gonzaga  ;  il  L.  II  con 
altri  rivolti  a  Federico  Gonzaga,  al  quale  pure  è  indirizzato  il 
primo  carme  del  L.  V.  E  che  Pierio  si  recasse  anche  a  Mantova 
attesta  l'epigramma  seguente: 

Cupido  Fontanus  in  hortis 

illustris.  Isabellae 

Mani.  Princ. 

Aqua  haec,  perenni  quae  redundat  flamine. 
Non  est,  ut  ominare,  venis  eruta: 
Non  fistulatim  ductus  humor  pensilis. 
Non  per  meatus  lympha  subterraneos 
Emissa  plumbo  prosilit  foratili; 
Non  spiritali  pulsa  folle  excluditur; 
Sed  ex  amantum  lacrymis,  quas  improbus 
Pascit  Cupido,  manat  unda  lugubris  (2). 

L'amorino  dei  giardini  d'Isabella,  che  diede  occasione  a  codesti 
versi,  non  ha  nulla  che  vedere  (è  appena  necessario  l'aggiun- 
gerlo) col  famosissimo  Cupido  dormiente  di  Mantova. 

Se  peraltro  fu  in  Roma  che  parecchi  di  questi  letterati,  non 


(1)  Le  maggiori  notizie  di  lui  sono  nel  Ticozzi,  Storia  dei  letterati  e  degli 
artisti  del  dipartimento  della  Piave,  Belluno,  1813,  pp.  85-150.  Un  riassunto 
di  quelle  notizie  diede  il  Bossi  nella  sua  traduzione  del  Roscoe,  Leone  X,  X, 
115-22.  Gfr.  TiRABoscHi,  Storia,  ediz.  Antonelli,  VII,  1166  sgg.  e  fra  i  moderni 
Gian,  Rime  del  Cavassico,  1,  x-xiv,  clix-lx,  e  il   Giornale,  XXIX,  445. 

(2)  Hexametri,  odae  et  epigrammata  del  Valeriano,  ediz.  Giolito  del  1550, 
e.  132  V.  Gfr.  K.  Lange,  Ber  schlafende  Amor  des  Michelangelo,  Leipzig, 
1898,  p.  88. 


COLTURA   E   RELAZIONI   LETTERARIE   d'ISABELLA   d'ESTE     235 

romani,  avvicinarono  la  marchesa,  ovvero  da  Roma  secolei  car- 
teggiarono, i  più  notevoli  personaggi  della  illustre  famiglia  ro- 
mana dei  Colonna,  cara  alle  lettere  non  meno  che  alle  armi, 
Isabella  conobbe  ed  apprezzò  fuori  di  Roma.  In  Ferrara  potè  per 
avventura  trovarsi  la  marchesa  con  quel  solenne  maestro  nelle 
cose  guerresche  che  fu  Fabrizio  Colonna,  il  quale  nel  1512  fu 
fatto  prigioniero,  nella  battaglia  di  Ravenna,  da  Alfonso  d'Este, 
e  s'ebbe  presso  gli  Estensi  ogni  maggior  dimostrazione  di  defe- 
renza (1).  L'amore  di  Fabrizio  per  le  arti  e  per  le  lettere  è  cosa 
nota  (2);  ma  solo  da  un  paio  di  lettere  che  Battista  Stabellino 
scrisse  a  Isabella  da  Ferrara  (3),  quando  il  Colonna  vi  era  pri- 
gioniero, apprendiamo  ch'egli  medesimo  scriveva  versi.  Lo  Sta- 
bellino facea  di  tutto  per  procurarne  qualcuno  alla  marchesa, 
ghiottissima  di  simili  curiosità.  L'estro  poetico  di  quel  severo 
personaggio,  che  per  giunta  era  marito  alla  virtuosissima  Agne- 
sina  Montefeltro  (4)  e  ne  avea  avuto  parecchi  figliuoli,  era  ac- 
ceso delle  grazie  di  una  donzella  di  Lucrezia  Borgia,  Nicola 
Trotti,  moglie  di  un  Bighino  de' Trotti  (5),  e  di  quella  sua  pas- 


(1)  Vedasi  il  ricordo  che  fa  di  questo  fatto  I'Ariosto  nel  Furioso,  XIV, 
4-5.  Cfr.  Gampori,  Vittoria  Colonna,  in  Atti  Emilia,  N.  S.,  voi.  Ili,  P.  II, 
pp.  4-5. 

(2)  Cfr.  il  bell'articolo  di  B.  Capasso,  Il  palazzo  di  Fabrizio  Colonna  a 
Mezzocannone,  nella  Napoli  nobilissima.  Ili,  53  sgg. 

(3)  Abbiamo  già  più  volte  accennato  allo  Stabellino,  attore  e  cortigiano, 
che  fu  uno  dei  più  fidi  e  minuziosi  informatori  che  Isabella  s'avesse  a  Fer- 
rara. Le  più  importanti  lettere  sue  alla  marchesa  sono  pubblicate  da  B.  Fon- 
tana nel  libro  su  Renata  di  Francia.  Lo  Stabellino  fu  servitore  dei  Gan- 
telmo  e  nelle  sue  lettere  nomina  spesso,  come  sua  cara  padrona,  Margherita 
Cantelmo,  grande  amica  di  Isabella.  Essendosi  recato  il  Cantelmo  in  Fiandra 
e  non  potendolo  lo  Stabellino  seguir  colà  «  per  esser  de  debole  complexione  » 
(come  egli  scrive),  fu  lasciato  in  Ferrara  alla  guardia  del  palazzo  di  Schi- 
fano! a. 

(4)  Vedi  su  Agnesina  la  nostra  nota  di  p.  42  nel  voi.  su  Mantova  e  Urbino. 

(5)  Già  notò  il  Gampori  che  codesta  Nicola  carteggiò  con  Pietro  Aretino. 
Che  i  suoi  costumi  fossero  parecchio  liberi  attesta  quanto  di  lei  diceva  il 
marito,  a  proposito  di  certo  casette  che  lo  Stabellino  così  narrava  alla  mar- 
chesa di  Mantova  : 

L'è  accaduto  nn  novo  caso  qui  da  nuì,  Ill.ma  M.ma,  il  quale  per  esser  risìbile  mi  rendo  certo 
y.  S.  baveri  piacere  intenderlo,  se  ben   bo   comandamento  non  scrivere  altro  che  una   volta  la 


236  LUZIO-RENIER 

sione  i  cortigiani  eran  assai  disposti  a  burlarsi.  Ecco  le  lettere 
dello  Stabellino,  di  cui  la  prima  solamente  era  edita  finora  (1): 

II.™»  et  Ex°i'.  Come  V.  lli,°i»  S.  debbe  sapere,  il  sig.  Fabritio  Co- 
lonna è  qui  pregione  de  la  Ex.  del  Duca  nostro,  il  quale  per  honorarlo  gli 
è  stato  dato  per  compagnia  il  modenese  Dal  Forno  che  non  li  lasci  man- 
chare  cosa  alcuna,  il  quale  modenese  ha  induto  molte  de  queste  nostre  gen- 
tildonne spesse  volte  a  diverse  cene  in  diversi  lochi  cum  il  ditto  S.  Fabritio, 
et  dominica  che  viene  che  sarà  alli  XXX  di  questo  M»  Diana  li  fa  una 
bella  cena  in  casa  sua.  Prima  ch'io  dica  quello  che  ho  in  pensiero  de  dire 
è  necessario  scrivere  tutte  le  donne  che  intervene  a  queste  cene.  Madonna 
Diana  per  la  principale  è  una  di  queste,  la  Lucia  Perondola,  la  Lera,  la 
Bagnacavala,  la  Alexandra  Stroza,  la  Nicola  de  la  Duchessa,  la  Mentina,  la 
moglie  di  m.  Rainaldo  de  li  Ariosti  romanescha  et  altre  ancora  che  non  mi 
racordo  il  nome.  Hor  facendosi  queste  cene,  come  la  sorte  ha  voluto,  il 
sig.  Fabritio  s"è  inamorato  de  Nicola,  et  per  quanto  dice  non  ha  mai  riposo 


septimana,  pur  saranno  daa  a  questo  tratto,  tanto  mancho  serò  debitore.  Bigo  da  Bagno,  gentil- 
homo  mantuano,  come  sa  V.  S.  Ill.ma,  et  catnariero  del  nostro  B.mo  Car.le,  teneva  et  tiene  una 
fanciulla  senatrice  et  cantatrice  a  sua  posta,  bella  et  gallante,  ma  la  tenìva  sequestrata  da  la  sua 
camara  in  una  casetta  ricino  alla  piaza.  Costei  stimolata  da  Bighino  de'  Trotti  marito  de  Nicola 
è  stata  contenta  compiacere  al  ditto  Bighino,  il  quale  cum  doni  et  offerte  grande  l' ha  tirata  a 
questo.  Hor  che  voi  la  fortuna  il  Bagno  ha  intesa  la  trama  et  ha  trovato  Bighino  in  casa  de  la 
cantatrice,  il  quale  dubitando  de  non  incapare  in  la  mala  ventura  se  mise  a  fugìre  suso  per  il 
tetto,  et  lasciato  il  robone  in  ziparello  se  ne  andò.  Il  Bagno  cum  li  compagni  tanto  lo  seguirne 
che  lo  gionseno  in  una  casa  d'un  vicino  et  lo  afirmorno.  Il  Bagno  d'un'altra  casa  lo  chiamava 
dicendo  che  non  dubitasse  et  che  venisse  a  lui,  quello  tremando  de  paura  non  volse  mai  andare 
et  disse  a  quelli  compagni  del  Bagno  che  l'havevano  firmato:  diceti  pure  al  Bagno  che  la  va  mo' 
de  pari  et  che  lui  l'ha  voluto  fare  o  che  l'ha  facto  a  mia  moglie  et  io  l'ho  facto  alla  femina  sua, 
et  ch'io  voglio  esser  suo  amico  volendo  et  voglio  che  facia  né  più  né  meno  in  casa  mia  come  era 
solito  a  fare,  perchè  mi  pare  che  '1  Bagno  frequentava  molto  la  casa  de  Bighino  per  quanto  in- 
tendo. Et  così  senza  fare  altro  rumore  se  sono  accordati,  et  si  crede  che  tutte  le  parte  se  con- 
tentarano  benissimo.  Ho  voluto  scrivere  questo  alla  S.  V.  ad  ciò  che  quella  intenda  che  se  ben 
Marte  al  presente  fa  tremar  tutta  la  terra.  Venere  anchora  lei  non  perde  tempo  in  esercitar  li 
suoi  seguazi.  Viva  sana  la  vostra  virtute,  alla  quale  basando  la  mano  humilmente  mi  racomando, 
et  prego  il  nostro  S.r  Dio  che  lungamente  conservi  la  S.ra  M.na  Alda. 
In  Ferrara,  adì  6  de  febr.  MDXII  in  Schivanoglia. 
De  V.  Ill.ma  S. 

servitore 
Bat.  Stabellino. 

(1)  Dal  Gampori  nella  menzionata  memoria  su  Vitt.  Colonna,  pp.  25-26. 
Ne  trasse  partito  il  Reumont,  Vittoria  Colonna,  trad.  ital.,  pp.  22-23  e  302. 
Si  noti  che  Isabella  aveva  dal  canto  suo  contribuito  a  che  Fabrizio  non  fosse 
ceduto  ai  Francesi.  11  25  apr.  1512  la  marchesa  scriveva  ali  Equicola:  «  El 
«  S.'  Fabritio  Colonna  per  uno  suo  mandato  qua  ne  ha  fatto  pregar  che  lo 
«  raccomandiamo  al  S.""  Duca,  non  per  bono  trattamento,  che  di  questo  si 
1  lauda  summamente,  ma  per  non  andar  in  altrui  mani  ».  Luzio,  in  Riv.  slor. 
mantovana,  1,  8. 


COLTURA  E  RELAZIONI   LETTERARIE  d'ISABELLA  D'ESTE     237 

per  lei,  et  ha  cominciato  a  far  capitoli  et  sonetti  et  mandarli  alla  Nicola. 
Questa  li  acepta  di  ben  volere  et  credo  non  passarà  molto  che  V.  Ex.  inten- 
derà qualche  bel  tracto,  perchè  so  certo  apparechiarsi  un  belo  stratagema, 
se  '1  riesce  come  credo  V.  Ex.  ne  sarà  advisata.  La  quale  prego  non  ne 
parli  cum  alcuno  di  questo  per  bon  rispetto,  perchè  mi  potrebbe  tornare  a 
grande  danno  a  me  se  '1  se  intendesse  che  queste  cose  fusseno  palesate  per 
mio  mezo.  Vederò  de  bavere  se  Tè  possibile  uno  de  questi  capitoli  o  uno 
sonetto  et  mandaròlo  alla  S.  V.:  in  questo  mezo  quella  atenda  ad  mantenirse 
sana  et  a  menar  vita  lieta,  perchè  sapeti  bene  come  altra   volta   ho    ditto 

esser  questa  la  vera  philosophia 

Da  Ferr.  adi  XXVIIl  de  mazo  MDXII  ad  bore  XI  in  Schivanoglia. 
De  V.  Ex. 

servitore 
Bat.  Stabellino. 

Per  un'  altra  mia  V.  Ex.  è  advisata  de  Tinamoramento  del  S.  Fabritio  in 
Nicola,  moglie  di  Righino  de  Trotti  et  come  m»  Diana  dommica  p.  p.  li  do- 
veva fare  una  bella  cena  a  sua  S.  et  a  tutta  la  compagnia  che  ho  scritto. 
La  cena  ampia  et  signorile  fu  facta,  ma  cum  poco  piacere  del  S.  Fabritio  per 
bavere  sua  S.  nova  che  '1  Re  de  Pranza  lo  voleva  in  Franza.  Niente  di  meno 
per  recrearlo  alquanto  fu  miso  in  capo  de  tavola  et  da  un  canto  Nicola  et 
da  l'altro  la  Montina,  e  a  questo  modo  passò  la  phantasia  fastidiosa  al  meglio 
che  puotè. 

Uno  il  cui  nome  non  se  intende  gli  ha  dato  ad  intendere  che  le  gentili 
donne  de  Ferrara  hanno  questa  conditione  in  loro  che  dessotto  alla  veste 
portano  ziponi  et  calzoni  bordati  d'oro  et  de  veluto  molto  galanti,  et  che 
quando  sono  domestiche  cum  chichesia  et  che  dancino  tra  loro  in  festini  pri- 
vati che  inmediate  quando  vogliono  fare  una  cosa  gallosa  essendo  in  ballo 
se  fanno  levare  la  veste  et  restano  in  ziparello  et  fanno  cum  tanta  agilitate 
cose  de  la  persona  che  fariano  meraviglioso  ogni  animo  gentile,  usato  spesse 
volte  ad  vedere  cose  excellente.  Et  costui  gli  ha  promise  farli  vedere  quanto 
gli  dice.  Hor  se  è  restato  maravigliato  di  tal  pratica  non  ve  ne  dico  co  veli  e, 
basta  che  immediate  ha  facto  fare  un  ziparello  et  un  paro  de  calcioni  bor- 
dati et  bigarati  al  possibile  et  li  ha  mandati  a  donare  alla  sua  diva  Nicola. 
Io  non  ho  anchora  possuto  bavere  né  capitolo  né  soneto  de'  soi ,  ma  creda 
certo  V.  Ex.  ch'io  non  li  mancho 

In  Ferr.  in  Schivanoglia,  a  dì  p.*  de  zugno  1512  ad  bore  vinti. 
De  V.  Ex. 

servitore  de  core 
Batista  Stabellino. 


238  LUZIO-RENIER 

Fabrizio  Colonna,  liberato,  fu  poscia  mediatore  della  conciliazione 
tra  Alfonso  d'Este  e  papa  Giulio  II,  contro  l'ira  del  quale  lo  di- 
fese con  rara  energia  sfidando  i  fulmini  del  bilioso  pontefice. 
Non  minor  gratitudine  mostrò  ad  Isabella  per  le  gentilezze  usa- 
tegli; e  quando  la  marchesa  nel  1514,  nel  suo  viaggio  di  Roma, 
fece  una  scorsa  a  Napoli,  ove  teneva  suntuoso  palazzo  la  gran 
Colonna  del  nome  romano  (1),  Fabrizio  le  fece  le  migliori  ac- 
coglienze. Fra  gli  onori  prodigatile  merita  specialmente  nota  un 
convito,  su  cui  Isabella  cosi  si  trattiene  scrivendone  da  Napoli, 
il  12  die.  1514,  al  marito:  «  Sabbato  raatina,  invitata  dal  sig.'  Fa- 
«  britio  CoIona  ad  andare  a  uno  loco  suo  fori  de  la  cita  circa  dua 
«  miglia  a  disinare  con  lui,  montai  a  cavallo  et  vi  andai.  Gionta 
«  là,  parendomi  troppo  a  bonhora,  non  volsi  smontare,  ma  pigliai 
«  expediente  de  salire  il  monte  et  andare  a  S*»  Martino,  loco  de 
«  li  frati  de  la  Certosa,  essendomi  ditto  essere  loco  molto  ameno 
«  et  bello,  come  in  effetto  lo  trovai,  perchè  quella  è  la  più  bella 
«  vedetta  et  più  bello  sito  ch'io  vedessi  mai,  con  uno  aere  tanto 
«  gentile  dil  mondo.  Smontata  là  al  p.*"  Monastero  et  stata  un 
«  pezo  a  vaghezare  quello  loco,  remontai  a  cavallo  et  desesi 
«  giù  al  loco  del  S.  Fabritio,  dove  era  aparato  uno  bellissimo 
«  convito.  Alle  18  bore  andai  a  tavola  et  alle  21  fu  fornito  il 
«  pasto,  qual  fu  molto  sumptuoso  et  bello.  Alla  tavola  nostra  non 
«  erano  se  non  la  Marchesa  di  Massa,  M.'  Diana  da  Este,  M.  Julio 
«  nostro  et  m.  Paulo  Semenza.  Foresterl  non  vi  erano  se  non  a 
«  servirmi  alla  tavola  et  erano  tutti  sig."  Conti  et  gentilhomi.  Il 
«  figliolo  del  S.  Fabritio  mi  servì  sempre  con  tutte  le  cerimonie 
«  che  debbe  fare  uno  pratico  scalcho.  Fornito  il  pasto  et  dime- 
«  rato  un  pochetto,  se  recitò  una  Egloga  così  bella  et  ben  reci- 
«  tata  come  audisse  già  parecchi  giorni.  Il  compositore  fu  uno 
«  giovine  di  età  circa  24  anni  molto  virtuoso  et  gentile,  una  parte 
«  recitò  anchor  lui  con  tanta  bona  gratia,  che  meglio  non  si  pò- 


(1)  Per  Fabrizio  Colonna  in  Napoli  rimandiamo  al  menzionato  articolo  del 
Capasse  nel  voi.  Ili  della  Napoli  nobilissima. 


COLTURA  E   RELAZIONI   LETTERARIE   d'iSABELLA   d'ESTE     239 

«  leva  imaginare.  Finita  la  Egloga,  quale  durò  circa  due  bore, 
«  montai  a  cavallo  et  veni  a  casa  »  (1).  Dov'è  curioso  special- 
mente l'osservare  che  quel  fastoso  banchetto  era  servito  da  gen- 
tiluomini, fra  i  quali  anche  un  figliuolo  di  Fabrizio,  forse  Ascanio, 
allora  quattordicenne.  Allorché,  nel  1521,  Ascanio  prese  in  moglie 
la  bellissima  Giovanna  d'Aragona,  Isabella  fece  presentare  i  suoi 
auguri  agli  sposi  e  fu  minutamente  ragguagliata  delle  feste  che 
si  fecero  in  quella  congiuntura  (2). 

Non  furono  molti  ne  eccessivamente  cordiali  i  rapporti  di  Isa- 
bella con  la  celebre  figliuola  di  Fabrizio,  Vittoria  Colonna.  Amiamo 
credere  che  la  marchesa  ignorasse  la  passionaccia  che  una  sua 
damigella  aveva  fatto  nascere  nell'animo  del  Pescara,  il  quale 
trovava  nell'Equicola  un  compiacente  mezzano  alle  sue  focose 
dichiarazioni  (3).  Sta  però  il  fatto  che  mentre  vìsse  il  Pescara 
non  abbiamo  alcun  indizio  di  relazione  diretta  della  marchesa 
di  Mantova  con  Vittoria,  e  che  la  lettera  al  march.  Federico, 
con  la  quale  la  Colonna,  nel  1523,  esigeva  un  credito  di  quattro- 
mila ducati  è  per  una  dama  insolitamente  aspra  (4).  Al  marchese 
fu  dato  conto,  poco  appresso,  della  cupa  desolazione  di  Vittoria 


(1)  Nel  ritorno  da  Napoli,  la  Gonzaga  si  trattenne  a  Marino,  nel  castello 
avito  dei  Colonna,  ove  Agnesina  le  si  addimostrò  molto  espansiva.  Così  dice 
il  24  die.  1514  al  marchese:  «  Le  demonstratione  sue  (di  Agnesina)  fumo 
«  a  la  napolitana  :  lasso  mò  pensare  a  V.  Ex.  di  che  sorta  siano  state  ». 

(2)  Abbiamo  una  lettera  di  Gio.  Tommaso  Tucca  in  data  25  maggio  1521, 
ch'è  un  vero  modello  di  descrizione  delle  cerimonie,  delle  feste  e  degli  ab- 
bigliamenti. Di  quella  lettera  fu  riferito  solo  un  brano  dal  Luzio,  nella  i2tV. 
stor.  mantovana,  i,  9,  n.  4.  Ne  vien  rettificata  l'asserzione  del  Reumont 
(  Vitt.  Colonna,  p.  105)  che  le  nozze  di  Ascanio  seguissero  «  verso  Tanno 
«  1518  »  (cfr.  anche  Napoli  nobilissima,  HI,  86).  Il  Tucca  scrive  ad  Isabella: 
«  lo  me  andai  ad  allegrare  con  il  S.""  Duca  et  S.""»  Duchessa  et  la  sposa  da 
«  parte  de  V.  S.  con  quelle  parole  che  a  la  crianza  napolitana  et  a  servitore 
«  de  V.  S.  se  richiedea.  Mi  fo  risposto  per  crianza  spagnuola  mista  con  na- 
«  politana  ».  L'allusione  indica,  ci  pare,  che  le  smancerie  napoletane  unite 
al  cerimoniale  spagnolo  erano  parecchio  insopportabili:  e  perciò  il  Tucca 
si  trovava  a  disagio  in  quella  eh'  ei  chiamava  nella  medesima  lettera  «  fa- 
«stidiosa  Napole  ». 

(3)  Vedi  Luzio,  Vittoria  Colonna,  nella  Riv.  stor.  mantovana,  I,  3-8. 

(4)  Carteggio  di  Vitt.  Colonna,  ediz.  Ferrero-MùUer,  Torino,  1889,  pp.  1-2. 
Cfr.  REU^f0NT,   Vitt.  Colonna,  p.  44. 


240  LUZIO-RENIER 

per  la  morte  del  marito  (1),  e  certo  i  suoi  sentimenti  verso  la 
illustre  gentildonna  ebbero  a  farsi  assai  deferenti,  poiché  nel  1531 
assistiamo  ad  uno  scambio  cordialissimo  di  doni  e  complimenti: 
la  marchesa  di  Pescara  mandò  al  Gonzaga  cuscinetti  «  di  odo- 
«  ratissime  rose»  e  Federico,  a  sua  volta,  ordinò  per  lei  a  Ti- 
ziano una  Maddalena  «  bellissima,  lagrimosa  più  che  si  può  »  (2). 
Ma  forse  troppo  mondano  dovette  sembrare  quel  quadro  (una 
delle  tante  repliche  forse  della  celebre  Maddalena  tizianesca  dai 
capelli  biondi  pioventi  sul  petto  formoso,  che  si  trovano  in  tante 
gallerie  europee)  alla  mesta  marchesana  di  Pescara,  giacché  due 
anni  appresso,  per  mezzo  del  marchese  del  Vasto,  ella  espresse 
il  desiderio  di  avere  la  Maddalena  che  possedeva  Isabella,  la 
quale  si  affrettò  a  compiacerla  (3).  La  nostra  marchesa  s'incontrò 
con  Vittoria  in  Ferrara,  allorché  la  Colonna  era  là  per  coadiu- 
vare rOchino  nella  fondazione  d'un  monastero  di  cappuccini  e 
fors'anche  per  raddrizzare  le  opinioni  religiose  di  Renata.  Vi 
stette  a  lungo,  dall'aprile  del  1537  al  febbraio  del  1538,  e  la  mar- 
chesa di  Mantova,  omai  vecchia,  rallegrò  la  abituale  melanconia 
di  lei  (che  un  giorno  avea  fatto  leggere,  dopo  la  cena  di  com- 
miato del  duca,  cinque  sonetti  suoi,  «  tanto  belli  che  io  non 
«  credo  che  uno  angelo  del  Paradiso  li  potesse  far  più  perfetti  »), 
rallegrò,  ripetiamo,  quella  melanconica  signora  coi  balli  delle  sue 
damigelle  e  de'  suoi  buffoni  (4).  Ma,  ciò  non  ostante,  gli  è  indu- 
bitato che  una  certa  freddezza  vi  fu  sempre  tra  le  due  gentil- 


(1)  Riv.  stor,  mantovana,  I,  13,  n.  2. 

(2)  Carteggio  cit.,  pp.  64-67,  70-71,  71-72.  Cfr.  Riv.  stor.  mantovana,  1, 
18.  In  quel  medesimo  anno  Vittoria  si  rallegrava  col  marchese  pel  suo  ma- 
trimonio con  Margherita  Paleologa  e  per  mezzo  del  Giovio  gli  faceva  dono 
di  alcuni  suoi  «sonetti  de' più  freschi».  Federico  diceva  alla  Colonna  che 
la  sua  sposa  «  ha  piacer  grandissimo  di  conoscere  V.  S.,  e  la  ringratia  senza 
€  fine,  pregandola,  come  faccio  anch'io,  che  di  lei  et  di  me  la  voglia  valersi 
«  come  de  proprii  fratello  et  sorella  ».  Carteggio  cit.,  pp.  73-75. 

(3)  Riv.  stor.  mantovana,  I,  19. 

(4)  Reumont,  Vitt.  Colonna,  pp.  158-169;  Luzio  in  Riv.  stor.  mantovana, 
1,  29-33. 


COLTURA   E   RELAZIONI  LETTERARIE  D'ISABELLA   D'ESTE       241 

donne  (1):  i  loro  temperamenti  erano  troppo  diversi.  Invece,  le 
comuni  preoccupazioni  ecclesiastiche  e  religiose,  stabilirono  una 
certa  corrente  di  simpatia  tra  Vittoria  ed  il  card.  Ercole  Gon- 
zaga, dal  quale  la  marchesa  di  Pescara  attendeva  favori  pei  suoi 
cappuccini  e  per  l'Ochino  (2).  Ercole  cercò  persino  d'indurla  a 
venire  a  Mantova  (3);  ma  non  vi  riuscì.  Maggior  dimestichezza 
ebbe  Vittoria  con  la  figliuola  d'Isabella,  Leonora,  la  quale  era 
divenuta  nipote  della  Colonna  dando  la  mano  di  sposa  a  Fran- 
cesco Maria  Della  Rovere.  Oltreché  la  parentela,  univa  Vittoria 
a  Leonora  l'omogeneità  d'opinioni  nel  patrocinare  quella  riforma 
religiosa  nel  grembo  stesso  della  Chiesa  cattolica,  che  Vittoria 
caldeggiò  tanto  ed  a  cui  invece  Isabella  rimase  completamente 
estranea  (4). 

L' intima  amicizia  che  strinse  la  marchesa  di  Mantova  ad 
Elisabetta  Montefeltro,  giovò  a  farle  conoscere  anche  i  letterati 
di  minor  conto  che  stettero  qualche  tempo  alla  corte  urbinate. 

Vincenzo  Colli  di  Castelnuovo,  sopranominato  «  il  Galmeta  », 
il  mediocre  verseggiatore  pien  di  fumo  e  fasto  (5),  è  assai  proba- 
bile che  sia  stato  conosciuto  da  Isabella  quand'  era  a  Milano  al 
servizio  di  Beatrice  Sforza  (6),  ed  è  certo  che  già  sul  finire  del 


(1)  Gfr.  A.  MoRPURGO,  Yitt.  Colonna,  Trieste,  1888,  p.  33,  e  anche,passm, 
il  riassunto  biografico  di  R.  Mazzoni,   Yitt.  Colonna,  Marsala,  1897. 

(2)  Vedi  Carteggio  cit.,  pp.  100  e  137-140. 

(3)  Riv.  stor.  mantovana,  I,  30  n.  e  Carteggio,  143-146. 

(4)  Nel  Carteggio  si  possono  leggere  non  poche  lettere  di  Vittoria  a  Leo- 
nora, quasi  tutte  di  poco  valore.  Richiamiamo  però  l'attenzione  su  quella 
del  27  giugno  1536,  che  è  una  calorosa  difesa  e  raccomandazione  dei  cap* 
puccini  (pp.  106-10). 

(5)  L'altro  è  il  Calmeta  pien  di  fumo  e  fasto,  scrive  Lelio  Manfredi  (v. 
Flamini,  nel  voi.  per  Nozze  Cian,  p.  297),  e  sembra  questa  una  stonatura 
fra  gli  elogi  sbalorditoi  che  di  lui  ci  lasciarono  i  contemporanei,  pei  quali 
elogi  vedasi  la  nota  del  Flamini  al  luogo  cit.  e  la  Rass.  critica  della  leit. 
ital.,  l,  148.  Ma  il  Manfredi  diceva  giusto  e  gli  altri  mentivano,  o  esagera- 
vano, 0  aveano  le  traveggole.  Per  la  parte  che  il  Calmeta  ebbe  nella  storia 
della  question  della  lingua  cfr.  Rajna,  La  lingua  cortigiana,  nella  Miscel- 
lanea linguistica  in  onore  di  G.  Ascoli,  Torino,  1901,  pp.  296  sgg. 

(6)  Sino  a  poco  tempo  fa,  della  dimora  milanese  del  Galmeta  era  il  mag- 
gior documento  la  sua  Vita  di  Serafino  inserita  nelle  Collettanee  deir.\chil- 

QiornaU  storico^  XXXIX,  fase.  116-117.  16 


242  LDZIO-RENIER 

sec.  XV  egli  s'era  recato  a  Mantova  (1);  ma  se  non  vi  fosse  stata 
di  mezzo  la  dimora  urbinate  di  lui,  durante  la  quale  gli  avvenne 
di  frequentare  tanti  personaggi  devoti  a  Isabella,  egli  forse  non 
avrebbe  intitolato  suoi  versi  alla  marchesa  e  non  ne  avrebbe 
ottenuto  gentile  corrispondenza  (2).  Ma  né  la  deferenza  di  Isa- 
bella, né  la  mediazione  premurosa  di  Elisabetta,  impedirono  che 
negli  ultimi  anni  di  sua  vita  il  Galmeta  cadesse  in  disgrazia  del 
marchese  Francesco,  il  quale  impedi  ch'egli  entrasse  al  servigio 
del  cardinale  Sigismondo  G-onzaga  e  non  esitò  a  chiamarlo 
«  persona  tanto  odiata  da  noi  »  (3). 

Nel  1509  Gio.  Bruno  de'  Parcitadi  da  Rimini  (4),  il  quale  avea 
già  promesso  l'anno  innanzi  d'intitolare  a  Isabella  i  suoi   versi 


lini  e  oggi  ristampata  da  M.  Menghini  in  testa  alla  sua  ediz.  delle  Rime 
di  Serafino  de'  Ciminelli  dall'Aquila.  Ma  il  Pèrcopo  rinvenne  nella  Pala- 
tina di  Parma  l'edizione  pesarese  di  un  suo  poemetto  intitolato  Triuntphi, 
scritto  per  la  morte  immatura  della  consorte  del  Moro.  Di  quel  poemetto  il 
PÈRCOPO  diede  notizia  nella  Rass.  critica  della  leti,  italiana,  1,  143  sgg., 
ove  raccolse  anche  copiose  e  sicure  informazioni  intorno  agli  scritti  finora 
noti  di  Vincenzo.  Per  la  biografia  di  lui  vedi  specialmente  Gian  nella  sua 
ediz.  del  Cortegiano,  p.  xviii. 

(1)  Mantova  e  Urbino,  p.  97.  11  29  marzo  1495  il  Tebaldeo  aveva  racco- 
mandato a  Isabella,  da  Bologna,  il  Galmeta. 

(2)  l  documenti  che  attestano  le  relazioni  col  Galmeta  così  della  Gonzaga 
come  della  Montefeltro  furono  da  noi  messi  in  luce  e  illustrati  nel  voi.  Man- 
tova e  Urbino,  pp.  96-103  e  116  sgg. 

(3)  Vedi  Mantova  e  Urbino,  pp.  100-101.  I  motivi  di  quell'odio  ci  sfug- 
gono. Passò  di  vita  il  Galmeta  nell'estate  del  1508. 

(4)  Gio.  Bruno  da  Rimini,  nato  il  26  die.  1474,  assunse  il  cognome  della 
madre,  che  appartenne  alla  nobile  famiglia  dei  Parcitadi.  Amò  una  donzella 
rimìnese,  da  lui  cantata  col  nome  di  Euridice,  ma  essendogli  essa  morta  il 
20  aprile  1500,  si  consolò  con  altri  amori,  e  sposò  Vannetta  de'  Battagli,  che 
gli  regalò  dieci  figliuoli.  Gercò  agiatezza  nella  mercatura  e  fece  un  lungo 
viaggio  marittimo;  ma  la  fortuna  pare  non  gli  arridesse  mai.  Ebbe  amicizia 
con  letterati  e  principi  del  suo  tempo.  Frequentò  specialmente  la  corte  d'Ur- 
bino, ove  godette  la  benevolenza  delle  duchesse  Elisabetta  e  Leonora  e  di 
Emilia  Pia.  Ad  Isabella  Gonzaga  dicesi  sia  stato  fatto  conoscere  da  Benedetto 
Capilupi.  Mori  il  15  ott.  1540.  Le  migliori  notizie  di  lui  ci  furono  traman- 
date da  Angelo  Battaglini,  e  son  riferite  da  G.  Tonini,  La  coltura  letteraria 
e  scientifica  in  Rimini,  Rimini,  1884,  I,  278  sgg.  Gfr.  anche  Mazzuchblli, 
Scrittori,  II,  P.  IV,  2192-93. 


COLTURA   E   RELAZIONI  LETTERARIE   D'iSABELLA   D'ESTE      243 

d'amore  (1),  la  pregò  di  raccomandarlo  al  papa,  mandandole  in- 
sieme un  sonetto.  La  marchesa  rispose  in  questi  termini: 

Sp.  amice  n.  charissime.  —  Havessimo  gli  giorni  passati  insieme  cuna 
la  littera  vostra  el  gentil  soneto  che  ni  mandasti,  el  qual  non  mancho  ni 
piacque,  né  menore  piacere  sentissimo  legendolo  di  quello  egli  era  elegante 
«t  ingenioso.  Però  et  di  esso  et  de  la  littera  vostra  vi  liferiamo  gratie  infinite. 
Di  quello  che  ni  è  parso  potervi  compiacere  circa  la  rechiesta  che  ni  fati 
di  favore  presso  la  S.tà  di  nostro  S.',  voluntieri  vi  havimo  compiaciuto,  che 
è  stato  raccomandandovi  cum  ogni  efficacia  per  l'alligata  nostra  al  S.'  Duca 
de  Urbino,  li  medesimo  haveressimo  facto  ancora  a  S.  B.ne,  ma  siamo  re- 
state per  non  essere  di  nostro  costume  mai,  pure  ne  le  occurrentie  proprie, 
bavere  recorso  immediate  a  Lei,  ma  servimi  del  meggio  de  altri  anchor  noi, 
sì  che  per  questo  rispecto  el  non  ni  è  parso  di  altramente  scrivergli.  Se  in 
qualche  altra  cosa  voi  conosceti  l'opera  nostra  proficua  a  voi  et  utile,  ve  la 
offeriamo  prompta  sempre  et  dispostissima.  Bene  valete.  —  Mantuae,  XI  Julii 
MDVIIII. 

Ma  presso  papa  Giulio  non  avea  d'uopo  il  poeta  riminese  che 
intercedesse  per  lui  il  duca  d'Urbino,  sollecitato  da  Isabella, 
poiché  ai  Montefeltro  egli  era  già  legato  di  famigliarità  e  alla 
duchessa  Elisabetta  anzi  dedicò  le  prime  edizioni  della  sua  silloge 
di  rime  amorose,  composta  per  la  giovinetta  ch'egli  si  compia- 
ceva di  chiamare  Euridice  (2).  Molti  anni  trascorsero,  del  resto, 
"finché  uscì  per  le  stampe  il  canzoniere  di  Giov.  Bruno  intitolato 
alla  marchesa  di  Mantova.  Quel  canzoniere,  composto  di  rime 
d'amore   petrarcheggianti ,  con  preziosismi  di  forma  dovuti  al- 


ci) L'H  sett.  1508  Isabella  ringrazia  Gio.  Bruno  di  quattro  sonetti  e  «  di 
*  la  dispositione  in  dedicami  l'opera  vostra».  Aggiunge:  «Non  pigliareti 
<  cura  di  fare  altra  mentione  dil  nome  nostro  in  le  compositione  vostre,  sol 
■«  contentandoni  de  la  intitulatione  ». 

(2)  Le  edizioni  delle  Cose  volgari  di  Giov.  Bruno  dal  1506  al  1522  e  forse 
più  in  là,  per  cui  vedi  Mazzuchelli,  1.  cit.;  Grescimbeni,  I.  d.  v.  p.,  V,  7; 
Tonini,  Op.  cit.,  I,  285.  L'ediz.  rusconiana  del  1522  fu  replicate  volte  ram- 
mentata e  descritta  dal  Flamini,  nella  Rass.  bibl.  della  letteratura  italiana, 
1,  258  e  li,  301.  Se  propriamente  in  tutte  le  edizioni  numerose  del  canzo- 
niere del  Bruno  uscite  in  quel  periodo  ricompaia  la  dedica  ad  Isabella  non 
potemmo  coi  nostri  occhi  verificare,  perchè  quelle  stampe  sono  assai  rare. 


244  LUZIO-RENIER 

l'imitazione  di  Serafino  Aquilano  e  degli  altri  lirici  artiflcialis- 
sirai  della  fine  del  Quattrocento  (1),  venne  a  luce  in  Venezia,  per 
Bernardino  Vitale,  nel  1533  col  titolo  :  Rime  |  nvove  amo  |  rose 
di  M.  Giovanni  \  Bruno  Patritio  Riminese  (2).  Nella  dedicatoria 
a  Isabella  il  poeta  scrive  :  «  dovendo  io  bora  porre  {le  mie  rime) 
«  al  giuditio  universale,  et  veggendo  il  numero  delli  detrattori  et 
«  mal  dicenti  etiaradio  delle  cose  perfette  essere  hoggidi  quasi 
«  moltiplicato  in  infinito,  ho  fatto  sano  giuditio  che  sotto  la  felice 
«  ombra  et  altero  nome  di  V.  S.  potranno  andare  sincere  et  in- 
«  tegre  per  tutto,  non  altrimente  che  facciano  coloro  che,  ful- 
*  minando  il  cielo,  sotto  l'ombra  del  verde  lauro  sicuramente  si 
«  ricoverano  ».  Possediamo  anche  la  lettera  privata  con  cui  il 
Parcitadi  accompagnò  alla  marchesa  quel  dono,  e  non  sarà  male 
il  riferirla  intera: 

111."»  et  Ecc.""»  Signora  et  Padrona  mia  oss.™*  Son  scorsi  molti  anni  che 
io  non  ho  scritto  a  V.  S.  111.^*;  non  è  processo  perchè  io  sia  mancato  di 
quella  solita  et  sincera  servitù  che  sempre  ho  tenuto  et  tengo  con  V.  S.  111.™'» 
ma  solum  da  somma  verecondia,  per  non  haver  io  osservato  la  promessa  di 
dar  fuori  l'opera  mia  volgare  intitulata  et  dedicata  a  quella,  benché  più 
tosto  è  causato  dalli  stampatori  che  da  me,  anchora  che  da  la  tardità  ne  sia 
risultato  più  tosto  honore  che  altrimenti  per  haverla  limata  et  ricoretta  se- 


(1)  Il  ms.  Vaticano  5151,  silloge  di  rime  di  Serafino  e  d'altri  poeti  a  lui 
contemporanei,  fu  messo  insieme  da  Gio.  Bruno.  Vedi  Menghini,  Rime  di 
Serafino  de'Ciminelli,  I,  vii,  n.  1.  Intorno  al  valore  delle  sue  poesie  è  dato 
troppo  benevolo  giudizio  nella  cit,  opera  del  Tonini,  I,  286-90.  Anche  nei 
metri  egli  volle  introdurre  novità,  e  il  Quadrio,  Storia  e  rag..  Ili,  13,  e 
dietro  a  lui  molti  altri  (Affò,  Vallauri,  ecc.),  gli  danno  il  vanto  d'aver  usato 
per  primo  il  sonetto  composto  di  ottonari  (vedi  nella  Scelta  del  Gobbi,  I, 
205).  Questa  maniera  di  sonetto  appartiene  veramente  alla  categoria  dei  so- 
netti minori,  che  gli  antichi  trattatisti  conoscono;  ma  all'infuori  che  nei  loro 
trattati  non  ve  n'ha  esem.pio  nei  primi  secoli.  Cfr.  Biadene,  Morfologia  del 
sonetto,  p.  62  e  Guarnerio,  Manuale  di  versificazione  italiana,  MilanO; 
1893,  p.  158. 

(2)  Di  quest'edizione  studiammo  il  bell'esemplare  della  Palatina  di  Firenze 
segnato  12.2.3.27.  Un  altro  esemplare  ve  n'ha  nella  miscellanea  Zeniana 
2378  della  Marciana.  Un  terzo  è  nell'Estense,  e  parecchi  altri  ancora  ve  ne 
saranno  nei  grandi  depositi. 


COLTORA  E  RELAZIONI   LETTERARIE   d'ISABELLA   D'ESTE      245 

condo  le  hodierne  regole  et  modi.  Benché  so  non  essere  con  quella  suffi- 
cientia  che  converebbe  a  V.  S.  111."**,  pure  quella  si  dignerà  per  sua  innata 
clementia  et  benignità  di  accettarla  et  insieme  con  quella  non  solamente  la 
fede  et  divotione  mia,  ma  etiandio  lo  servitio  de' cinque  mie'  figliuoli,  li 
quali  saranno  meco  sempre  devoti  di  V.  S.  111."*  (1).  La  quale  humilmente 
supplico  et  prego  che  ne  voglia  accettare  et  conuraerare  nel  numero  de'  suoi 
fidelissimi  servitori,  come  sempre  ne  ha  havuto  nel  tempo  adietro,  et  quel 
poco  de  vivere  che  ne  avanza  disporre  di  me  et  de  tutti  noi  come  de  suoi 
fidelissimi  servi,  et  degnarsi  di  recomandarne  allo  111.""*  et  Exc.°">  S/  Duca 
et  alli  R.™'  suoi  diletissirai  figliuoli  et  a  la  Ex."*  de  la  S.""»  Duchessa,  a  la 
cui  bona  gratia  ginocchiati  tutti  humilmente  ci  raccomandiamo  baciandole 
la  bella  mano.  —  Di  Venetia,  alli  XXIIII  de  aprile  MDXXXllI. 

Di  V.  SJ^'  111.""» 

minimo  servitore 

Giovanni  Bruno 

da  Rimìni  (2). 

Ma  quella  stampa  del  1533  non  è  la  sola  raccolta  di  versi  che 
il  Bruno  dedicasse  a  Isabella.  Nella  casa  dei  conti  Battaglini  di 
Rimini  esiste  di  lui  un  ricchissimo  codice,  che  è  solo  incompiu- 
tamente rappresentato  dalle  stampe.  Il  primo  libro  di  questo  pre- 
zioso manoscritto  è  dedicato  ad  Elisabetta  Montefeltro,  il  secondo 
ad  Emilia  Pia,  il  terzo  ed  il  quarto  ad  Isabella  Gonzaga  (3).  Ri- 
feriamo per  saggio  uno  dei  sonetti  di  dedica  alla  marchesa  di 
Mantova  : 

Joannes  Brunus  da  Pardtadis  Ariminen.  ad  Divam 
Isabellam  de  Gonzaga. 

Pres'  ho  con  l'ali  del  pensiero  il  volo, 
Lume  del  viver  nostro  et  lampo  ardente, 


(1)  Tra  i  figliuoli  di  Gio.  Bruno,  Matteo,  dottore  in  leggi,  offre  diretta- 
mente la  sua  servitù  alla  Gonzaga  con  una  lettera  del  25  aprile  1533.  Fu 
codesto  Matteo  stimato  autore  di  opere  giuridiche.  Gfr.  quel  che  ne  dice,  se- 
guendo il  Battaglini,  C.  Tonini,  .Op.  cit.,  1,  446  sgg.  Ma  si  esercitò  con  valore 
anche  nella  poesia  latina,  e  un  codice  de'  suoi  versi  è  il  D.  II.  4  della  Gam- 
balunghiana  di  Rimini,  di  cui  s'ha  la  tavola  in  Mazzatinti,  Inventarti,  II, 
141-43. 

(2)  Bibliofilo,  Vili,  77. 

(3)  Vedi  ciò  che  è  detto  del  cod.  Battaglini  in  Tonini,  Op.  cit.,  1, 283-85. 


246  LUZIO-RENIER 

Cercando  da  l'occaso  all'oriente 

La  terra  et  l'acque,  et  l'uno  et  l'altro  polo, 
Per  consecrare  il  mio  Poema  solo 

A  un  spirto  di  virtù  chiaro  et  lucente, 

Né  ritrovato  ho  in  questa  età  presente 

Altro  che  te,  cui  sempre  honoro  et  colo. 
Et  se  '1  mio  basso  stile  et  rauco  suono 

Al  tuo  sacro  valor  non  se  richiede, 

Accetta  il  cor,  non  il  mio  picciol  dono, 
Et  la  mia  servitù,  ch'ogni  altra  excede, 

D'un  fido  et  vero  amor,  perfetto  et  buono. 

Con  l'integra  mia  pura  unica  fede. 

Vogliamo  anche  si  noli  che  nell'inventario  dei  libri  d'Isabella  si 
registra  un  codice  di  «  Sonetti  di  G.  Bruno  scritti  a  mano  »  (1). 
Il  che  ci  mostra  che  fu  veramente  grande  la  devozione  di  questa 
riminese  verso  la  nostra  marchesa.  Né  fu  il  solo  letterato  di 
quella  città  che  avesse  rapporti  con  Isabella.  Il  3  agosto  1490 
Francesco  Roello  da  Rimini,  cultore  delle  lettere  e  «  povero  zen- 
«  tillomo  deschagiuto  »,  chiedeva  soccorsi  alla  Gonzaga,  proffe- 
rendosi di  darle  «  fama  perpetua  et  immortale  in  prosa  et  in 
«  verso  per  tutto  l'universo  mondo  ».  Sa  che  ella  «  è  doctissima, 
<  che  è  stata  al  monte  de  Parnaso  et  a  la  fonte  pegasea  »  e  che 
è  «  tucta  dedita  a  le  Muse  »,  onde  non  dubita  d'averla  protet- 
trice (2). 
Pel  tramite  urbinate  conobbero  verosimilmente  i  Gonzaga  l'an- 


Altre  notizie  e  la  copia  del  sonetto  che  riferiamo  si  debbono  da  noi  alla 
gentilezza  del  dott.  Tonini  medesimo;  ma  lo  studio  comparativo  diretto  fra 
le  stampe  ed  il  codice  resta  ancora  da  fare. 

(1)  Vedi  Invent.  1,  n"  40  della  nostra  prima  Appendice.  Un  codice  di  rime 
di  Gio.  Bruno  trovasi,  col  n"  192,  nella  Classense  di  Ravenna,  e  a  quanto 
ci  assicura  il  sig.  Bernicoli,  non  pare  sia  copia  di  una  stampa,  per  la  qualità 
della  grafia  e  delle  abbreviature.  Cfr.  Mazzatinti,  Inventarti,  IV,  189. 

(2)  Poche  ed  incerte  sono  le  notizie  che  di  questo  Roello  dà  il  Tonini, 
Op.  cit.,  I,  240.  Da  una,  peraltro,  di  quelle  notizie  si  può  congetturare  che 
il  Roello  fosse  in  relazione  col  Guarino,  il  che  può  trovar  conferma  nel  fatto 
che  la  lettera  da  noi  riferita  è  datata  da  Ferrara.  Per  mezzo  del  Guarino 
può  averlo  conosciuto  Isabella. 


COLTURA   E   RELAZIONI    LETTERARIE    d'ISABELLA   D'ESTE       247 

conilano  Marco  Cavallo.  Da  Urbino  presentava  nel  1512  Marghe- 
rita Gonzaga,  la  gioconda  figliuola  naturale  del  marchese  Fran- 
cesco (1),  a  Federico  «  Marco  Cavallo,  homo  dottissimo  et  da  me 
«  molto  amato  ».  Nell'anno  stesso  lo  troviamo  in  Roma  tra  i 
letterati  che  Federico  convitò,  e  dalla  lettera  di  Stazio  Gadio 
relativa  a  quel  banchetto  apprendiamo  che  il  Cavallo  avea  scritto 
l'epigramma  pel  Cupido  dormiente  della  Gonzaga  (2).  Vuoisi  tut- 
tavia osservare  che  prima  il  Cavallo  aveva  non  brevemente 
dimorato  in  Ferrara,  ove  imparò  a  conoscerlo  ed  a  stimarlo 
l'Ariosto,  che  lo  menzionò  ad  onore  nel  Furioso  : 

Et  un  Marco  Cavallo,  che  tal  fonte 
Farà  di  poesìa  nascer  d'Ancona, 
Qua!  fé  il  cavallo  alato  uscir  dal  monte 
Non  so  se  di  Parnaso  o  d'Elicona  (3). 

L'elogio  è  certamente  esagerato,  ma  non  v'ha  dubbio  che  il  Ca- 
vallo si  esercitò  con  qualche  onore  nella  poesia  latina  e  nella 
volgare  (4),  e  fors' anche  partecipò  alla  composizione  di  un  poema 


(1)  Vedi  a  p.  xxiii  il  dizionarietto  biografico  del  Gian,  in  testa  alla  sua 
ediz.  del  Cortegiano. 

(2)  Il  modo  come  Stazio  ne  parla  è  indizio  manifesto  che  Isabella  non 
avea  allora  relazioni  personali  col  Cavallo.  Tra  i  letterati  convitati  si  nomi- 
nano, oltre  il  Bembo  e  Fil.  Beroaldo,  «  m.  Marco  Cavallo,  quello  che  fece 
«  lo  epigramma  del  Cupidine  di  V.  Ex.  ».  Vedi  Luzio,  Federico  ostaggio,  p.  32, 
n.  1.  L'epigramma  del  Cavallo  non  è  conosciuto  in  quella  abbondante  lette- 
ratura epigrammatica  che  abbiamo  sui  Cupidi  di  Isabella.  Vedi  Lange,  Ber 
schla fende  Amor  des  Michelangelo,  Leipzig,  1898,  pp.  86-87  e  88-89;  cfr. 
Arch.  stor.  dell'arte,  1,  7,  n.  4. 

(3)  Canto  XLII,  st.  91.  Si  osservi  la  rispondenza  di  questi  versi  alla  prima 
quartina  del  sonetto  che  al  Cavallo  diresse  il  Cariteo: 

Viro  taìgor  del  bel  campo  Piceno, 
Marco,  altro  Ciceron,  dotto,  eloqaente. 
Pegaso  novo,  al  cai  pede  un  finente 
Fonte  risorge  in  arido  terreno. 

Pèrcopo,  Rime  del  Chariteo,  p.  223  ;  cfr.  p.  clii. 

(4)  Come  rileva  il  Tiraboschi  (Storia,  VII,  1832),  seguito  dal  Pèrcopo  nel 
commento  al  cit.  sonetto  del  Cariteo,  il  Cavallo  fu  lodato,  quale  poeta  latino, 
dall' Arsilli  e  dal  Giraldi,  e  alcuni  suoi  versi  latini  sono  inseriti  nella  Cory^ 


248  LUZIO-RENIER 

cavalleresco  (1).  L'ufficio  suo,  come  di  tanti  altri  letterati  suoi 
simili,  fu  di  segretario  presso  vari  monsignori  (2)  e  finalmente 
presso  il  cardinale  Marco  Corna ro,  cho  lo  prese  a  proteggere  e 
gli  procurò  cospicui  benefici  ecclesiastici  (3).  Mentre  si  trovava 
presso  quel  prelato,  egli  si  recò  a  visitare  a  Mantova  la  nostra 
marchesa  e  la  sua  maggiore  amica  Elisabetta,  come  notifica  al 
march.  Federico,  il  7  agosto  1521,  Mario  Equicola:  «  Marco  Ga- 
«  vallo,  secretarlo  del  R.""**  mons.  Cornare,  è  venuto  qui  da  Ve- 
4.  rona,  dice  per  visitare  M.'  111.'"''  et  la  S."  Duchessa  de  Urbino 
«  vidua  ».  Durante  il  pontificato  di  Leone  X,  fu  in  Roma  fra  gli 
uomini  di  lettere  più  festeggiati  (4),  e  non  molti  anni  dopo  la 


ciana.  Rime  sue  italiane  si  leggono  nei  mss.  Magliabechiani  II.  I.  60  e  VII. 
9.  720,  d'onde  le  trasse  M.  Maroni  nel  commentario  Della  vita  e  degli 
scritti  di  Marco  Antonio  Cavalli,  in  Rivista  bolognese,  serie  II,  anno  III 
(1869),  pp.  210  sgg.  Gli  elogi  che  il  Cavallo  s'ebbe  dai  letterati  contempo- 
ranei furono  messi  insieme  nell'opusc.  cit.  dal  Maroni,  il  quale  omise  il  cenno 
che  ne  fa  Andrea  Stagi  neW Amazonide,  cenno  rammentato  da  altri  e  ora 
rievocato  dal  Maroni  medesimo  in  un  opuscolo  nuziale  (cfr.  Giornale,  XXV, 
457-58).  Le  migliori  notizie  biografiche  sul  poeta  anconitano  sono  pur  sempre 
quelle  del  Golucci  nel  voi.  XVII,  pp.  39  sgg.  delle  Antichità  picene,  notizie 
che  il  Maroni  allargò  nei  commentario  menzionato  (v.  su  di  esso  Camerini, 
Epistolario,  Ancona,  1882,  p.  22)  e  poi  di  nuovo  riferì  brevemente  nel  vo- 
lumetto, da  lui  edito  col  pseudonimo  di  G.  Fbroso,  Ancona  semper  opti- 
morum  ingeniorum  domi  pacisque  praestantium  foecunda  genitrix,  Ancona, 
1883,  pp.  30-31. 

(1)  Il  Rinaldo  Furioso,  di  cui  un  esemplare  era  nella  libreria  di  Federico 
Gonzaga.  Vedi  nella  nostra  Appendice  Invent.  II,  n»  92.  Registrano  Melzi 
e  Tosi  {Bibl.  rem.  cavali.,  p.  120)  l'ediz.  1526  del  Rinaldo,  ove  il  Cavallo 
è  indicato  come  l'unico  autore;  ma  ritengono  che  quel  poema  non  sia  di 
lui,  sì  bene  di  Francesco  Tromba.  Reputa  il  Maroni  nel  cit.  commentario 
(pp.  230-40)  che  la  prima  parte  del  poema  sia  veramente  stata  scritta  dal 
Cavallo,  la  seconda  dal  Tromba.  Il  quesito  bibliografico  meriterebbe  indagini 
ulteriori. 

(2)  In  una  lettera  d'Isabella  del  6  febbr.  1516,  ch'è  nel  L.  32  del  suo  Co- 
pialettere, il  Cavallo  è  chiamato  «  secretarlo  di  Mons.  d'Aragona  ».  Ai  ser- 
vigi del  nostro  poeta  presso  il  card.  Farnese  e  presso  il  card.  Giuliano  Ge- 
sarini  accenna  il  Cariteo  nel  menzionato  sonetto. 

(3)  Vedansi  Golucci  e  Maroni,  negli  scritti  citati. 

(4)  L'Ariosto  nella  sesta  satira,  alludendo  ai  letterati  che  ornavano  Roma 
al  tempo  di  papa  Leone,  scrive: 


COLTURA   E   RELAZIONI   LETTERARIE   d'ISABELLA   d'ESTE       249 

morte  di  quel  pontefice  si  spense  egli  pure,  violentemente,  dicesi 
per  suicidio  (1). 

Degna  fine  avrà  questo  capitolo  con  un  paio  di  documenti,  che 
ci  attestano  la  relazione  di  Isabella  col  dotto  vescovo  camerte 
Fabrizio  Varano,  noto  come  autore  di  non  ineleganti  poesie  la- 
tine (2).  Il  27  sett.  1494,  la  vivace  e  curiosa  gentildonna  nostra, 
avendo  inteso  da  Teofilo  CoUenuccio  che  il  Varano  avea  com- 


Dimmi  che  al  Bembo,  al  Sadoleto,  al  dotto 
Qiorio,  al  Cavallo,  al  Blosio,  al  Molza,  al  Vida 
Potrò  ogni  giorno  e  al  Tibaldeo  far  motto. 

Ediz.  Polidori.  I,  199-200.  Fra  quei  poeti  è  annoverato  anche  in  uno  dei 
sonetti  satirici  pel  conclave  di  Adriano  VI  (Rossi,  Pasquinate,  p.  22).  Una 
topica  solenne  fece  in  una  caccia  descritta  da  Guido  Postumo  Silvestri.  Cfr. 
Gnoli,  Le  cacce  di  Leone  X,  Roma,  1893,  pp.  54-55. 

(1)  Così  i  biografi  menzionati;  ma  il  Cresci,  e  dietro  a  lui  vari  scrittori 
anconitani  sospettano  d'assassinio.  Vedi  Maroni,  Op.  cit.,  pp.  240-46.  Ecco 
quel  che  scrive  della  sua  fine  lo  Ziliou,  in  cod.  Marciano  X,  1,  p.  76:  «  Diede 
«  molto  e  compassionevol  spettacolo  a  tutta  Roma  la  morte  infelice  di  Maico 
«  Cavallo,  gentilissimo  poeta  anconitano,  perciochè  dopo  l'essere  stato  più 
«  giorni  rinchiuso  nella  propria  camera,  fu  dagli  amici,  che  venuti  in  sospetto 
€  ruppero  la  porta  di  essa,  ritrovato  disteso  in  terra  morto,  e  trapassato  per 
«  il  mezzo  del  petto  da  una  lunga  spada,  la  quale,  come  apparisce,  con  le 
«  proprie  mani  s'aveva  ficcata  nelle  viscere.  Fu  detto  che  questo  accidente 
«  procedesse  da  umore  malinconico,  e  da  disperatione  cagionata  dalla  perdita 
«d'un  amico,  il  quale  sfacciatamente  gli  aveva  negato  alcuni  denari,  che 
«  egli,  confidato  nella  fede  dell'amicizia,  gli  aveva  dati  a  serbare,  acciochè 
«  i  cortegiani  invidiosi,  e  gli  altri  famigliari  della  Casa,  dove  egli  si  ripo- 
«  sava,  non  avessero  occasione  d'invidiarlo,  e  di  machinargli  qualche  insidia. 
«  Ma  le  calamità  di  questo  valentuomo  non  furono  piante  con  più  vere  la- 
«  grime  da  nessuno  che  da  Marco  Cardinale  Cornerò,  di  cui  era  segretario: 
«  il  quale  affezionato  alla  modestia  del  Cavallo,  aveva  tolto  con  particolar 
«  cura  a  favorirlo,  a  procurargli  ogni  bene  nella  Corte  di  Roma:  onde  aven- 
«  dolo  con  onorate  essequie  fatto  sepellire,  non  mancò  di  celebrar  la  memoria 
*  delle  virtù  sue,  e  di  accarezzare  tutti  quelli  della  sua  famiglia,  dalla  quale 
«  sono  usciti  in  ogni  tempo  uomini  oflBciosi  e  dotti,  e  buoni  poeti  ». 

(2)  Fabrizio  Varano,  figlio  di  Rodolfo  IV  e  di  Camilla  di  Niccolò  d'Este, 
fu  educato  da  Ludovico  Lazzarelli  e  divenne  dottissimo  nelle  umane  e  nelle 
divine  lettere.  Il  13  giugno  1482  Sisto  IV  lo  elesse  vescovo  di  Camerino. 
Dopo  aver  retto  la  chiesa  camerinese  per  quasi  27  anni,  mori  a  Fabriano 
nel  1508.  Vedi  0.  Turchi,  Camerinum  sacrum,  Roma,  1762,  pp.  296-98.  Il 
Lancellotti,  nell'ediz.  del  Bombix  di  L.  Lazzarelli,  Iesi,  1765,  pp.  44-46, 
menziona  parecchi  scritti  d'erudizione  storica  di  Fabrizio  Varano  e  aggiunge 


250  LUZIO-RENIER 

posto  una  stanza  di  strambotto  «  ad  imitatione  de  uno  altro  che 
«  haveva  prima  formato  messer  Alphano  de  li  Alphani  da  Perosa, 
«  il  quale  strambotto  era  facto  cum  tale  arte,  che  chi  lo  legeva 
«  a  la  directa  laudava  una  donna,  et  chi  cominciava  a  la  fine 
«  d'esso,  legendolo  indreto  al  reverso,  era  tuto  contrario ,  et  la 
«  vituperava  »,  mossa  dal  desiderio  di  veder  quella  bizzarra 
poesia,  che  reputava  «  deba  esser  bona,  havendola  composta  la 
«  S.  V.,  quale  intendémo  esser  persona  virtuosa  et  docta  »,  gliela 
chiedeva,  «d  insieme  anche  quella  di  Alfano  (1).  Il  Varano  era 
allora  nel  borgo  di  S.  Anatolia  (oggi  Esanatolia),  d'onde  rispon- 
deva alla  marchesa  cosi: 

111.""*  et  Ex."»»  D.na  ecc.  Recevute  le  lettere  de  V.  Ex.,  mandai  subito  uno 
mio  ad  Camerino  per  satisfare  ad  la  domanda,  non  ad  la  expectatione  de 
quella,  li  quali  retrovati  gli  mando.  Non  che  io  presuma  quelli  esser  degni, 
non  dico  solo  de  comparire  al  conspecto,  ma  né  essere  ascoltati  da  la  Ex.  V.; 
ma  desideroso  demonstrarli  etiam  in  minimis  voler  satisfarli  comò  affectio- 
natissimo  mancipio  tali  quali  sono  gli  mando;  perhò  che  non  fuorono  com- 
posti né  per  elegantia  né  per  fama,  ma  per  prova  se  erano  possibili  ad  farsi 
così  vulgari  corno  latini,  et  sì  corno  potrà  cognoscere  in  epsi,  essendo  comò 
sono  ineleganti  cognoscerà  facilmente  non  esser  mio  tale  exercitio.  Quale 
sia  de  Alfano  o  mio  non  lo  recognosco  per  non  haverci  trovato  il  titulo,  né 
in  ciò  faccio  diflScultà  essendo  infra  ambedoi  una  anima  ;  in  modo  che  mentre 
tale  rasonamento  era  infra  de  noi,  volendo  exemplificare  quello  che  volevamo 
intendere  cum  la  penna,  benché  separati  componessimo  uno  medesmo  verso, 
et  havuta  insiemi  qualche  dolce  parola  de  la  nostra  unanimità,  epso  ne  com- 
pose uno  et  io  l'altro.  Atribuischa  V.  S.  111.™*  il  megliore  ad  Alfano  et  l'altro 
ad  me;  et  havevo  facto  in  lo  medesmo  artificio  uno  sonecto  borchiellesco, 
quale  per  non  haverlo  retrovato  non  lo  mando.  Queste  simili  rime  primo 
aspectu  apaiono  alquanto  durecte  o  aspre  ad  leggere  per  la  difficile  loro 
compositione.  Me  rendo  certo  vedendosi  tal  principio   per  li   ingegni   de  li 


ch'egli  dettò  «  plurima  carmina  latina  »,  due  dei  quali  riporta  per   saggio. 
11  LiTTA  (  Varano,  tav.  IV)  afferma  d'aver  veduto  una  sua  elegia  inedita  in 
un  codice  della  biblioteca  di  Perugia.  Cfr.  infatti    Mazzatinti,  Inventarti, 
V,  96. 
(1)  Bibliofilo,  IX,  11. 


COLTURA  E  RELAZIONI  LETTERARIE  D'ISABELLA  D'ESTE      251 

vostri  de  là  se  ne  faranno  de  più  eleganti  et  che  più  piaceranno  ad  V.  Ex. 
Ad  noi  basterà  haverli  retrovati  in  tale  artificio.  Me  racomando  iterum  ad 
li  piedi  di  quella  ecc. 

Ex  S.»»  Anatolia,  XI  oct.  1494. 

Servulus 
F.  Varanus  Episcopus  Camerini. 

Di  questa  lettera  non  isfuggirà'ai  nostri  lettori  lo  speciale  va- 
lore. I  componimenti  di  cui  Isabella  era  bramosa  e  che  il  cortese 
vescovo  le  inviò,  appartenevano  alla  numerosa  ed  antica  famiglia 
dei  versi  retrogradi,  giuocherello  poetico  diversamente  praticato 
fin  da  tempi  molto  remoti,  di  cui  registrarono  l'uso  e  le  regole 
già  i  due  maggiori  nostri  trattatisti  del  Trecento  (1).  Il  verseg- 
giatore Alfano,  che  pur  si  dilettava  di  questo  genere  di  trastulli 
poetici  e  che  Fabrizio  Varano  chiamava  amicissimo  suo,  era  il 
colto  mercatante  perugino  Alfano  degli  Alfani,  tenuto  in  qualche 
conto  dagli  uomini  di  lettere  de'  tempi  suoi,  fra  gli  altri  da  Pietro 
Aretino,  favorito  in  guisa  speciale  da  Paolo  III,  morto  nel  1550 
in  tardissima  età  (2).  A  questo  rimatore  il  Vermiglioli  attribuisce 
il  merito  d'aver  dato  i  primi  saggi  dell'epigramma  italiano,  com- 
posto alla  maniera  che  tanto  piaceva  ai  latini. 

Alessandro  Luzio  -  Rodolfo  Renier. 


(1)  Vedasi  quel  che  ne  dice  I'Affò  nel  suo  Dizionario  precettivo.  Molte 
notizie  sui  versi  retrogradi  sono  disseminate  nei  primi  volumi  del  Giornale 
degli  eruditi  e  curiosi.  Ivi  (1, 157-58)  è  la  risposta  di  L.  B.  (crediamo  Leandro 
Biadene),  che  rimanda  alle  regole  di  Antonio  Da  Tempo  e  di  Gidino,  osser- 
vando, peraltro,  che  dei  primi  secoli  non  ci  rimasero  altri  esempi  di  quelle 
artificiate  poesie,  all'infuori  di  quelli  che  i  due  trattatisti  menzionati  com- 
posero per  inserirli  ad  illustrazione  delle  loro  regole. 

(2)  Vermigligli,  Biografia  degli  scrittori  perugini,  I,  10-17.  L'erudito 
perugino  Conestabile  scrisse  sull'Alfani  una  monografia,  che  non  potemmo 
consultare. 


'■  LIBEH  DB  CLARI8  MULIERIBUS  „ 


DI 

GIOVANNI  BOCCACCIO 


Parte  Prima. 
Il  "  Lìber  de  claris  mulìeribus 


I. 


Accingendosi  a  comporre  il  Liber  de  ci.  'mul.  il  Boccaccio 
osservava  che  mentre  le  vite  degli  uomini  illustri  erano  state 
narrate  da  parecchi  scrittori,  quelle  delle  donne  celebri  non 
avevano  mai  rinvenuto  alcuna  <  memoriae  gratiam  in  speciali 
«  aliqua  descriptione  »  (1),  pur  essendo  noto  che  molte  femmine 
si  erano  segnalate  per  opere  egregie  e  preclare  virtù.  Ma  se  il 
Certaldese  si  stupiva  di  questo  fatto  che  gli  riusciva  forse  inespli- 
cabile, noi  comprendiamo  che  non  fuor  di  ragione  le  gesta  fem- 
minili furono  per  tanti  secoli  neglette,  e  non  crediamo  senza 
significato  l'apparire  della  prima  storia  delle  donne  sulla  fine 
del  Medio  Evo  ed  agli  inizi  del  Rinascimento.  Ci  sembra  che  il 


(1)  De  ci.  mul..  Proemio. 


IL   «  LIBER  DE  CLARIS   MULIERIBUS  »  253 

Liber  de  ci.  miU.,  il  quale,  considerato  in  sé  stesso,  non  risulta 
oggiraai  che  una  pedantesca  congerie  di  fatti,  di  aneddoti,  di 
considerazioni,  rispetto  al  criterio  con  cui  la  società  umana  con- 
siderò la  donna  ed  all'importanza  che  le  aggiudicò  nei  diversi 
tempi,  resti  ad  indicare  il  termine  di  un'  età  e  il  principio  di 
un'altra. 

È  noto  come  attraverso  i  secoli  di  mezzo  la  letteratura  riveli 
una  spiccata  tendenza  misogina  che  opprime  le  sventurate  figlie 
di  Eva  sotto  i  colpi  di  feroci  insulti  e  di  acerbe  invettive  (1). 
Tale  corrente  antifemminile,  traendo  le  scaturigini  remote  dagli 
scritti  pagani  colle  accuse  di  Euripide  e  di  Simonide,  la  satira 
sanguinosa  di  Aristofane  e  le  acri  punture  che  Plauto,  Ovidio, 
Giovenale  non  risparmiarono  al  sesso  debole  e  vano,  fu  ravvi- 
vata con  nuovi  intenti  e  nuova  veemenza  dagli  autori  cristiani; 
1  quali,  esecrando  i  fascini  femminili  come  mezzi  di  corruzione, 
considerarono  per  lo  più  la  donna  quasi  cosa  impura,  strumento 
di  peccato  ed  insistettero  sulla  sua  inferiorità  di  fronte  all'uomo, 
studiandosi  di  dimostrare  con  sottili  ragionamenti  che  «  mulier 
«  non  est  facta  ad  imaginem  dei  »  ;  finché  trovò  un  largo  campo, 
ove  potè  sfogare  tutta  la  torbida  fiumana  delle  ingiurie  più  gros- 
solane e  triviali,  nei  FaMeaux,  nel  Roman  de  Renart  e  nella 
seconda  parte  del  Roman  de  la  Rose,  che  esercitarono  il  loro 
influsso  anche  sulla  letteratura  italiana.  Tristi  furono  certo  nel 
Medio  Evo  le  condizioni  della  donna,  isolata  e  circoscritta  fra 
le  mura  domestiche,  costretta  per  lo  più  a  celare  come  peccato 
la  sua  stessa  bellezza,  condannata  all'ignoranza  e  all'obbedienza 
cieca  e  passiva  al  suo  signore  (2),  oppressa  dai  trattamenti  più 
brutali  (3),  riservata  alla  sola  continuazione  della  specie  ed  umi- 


(1)  Cfr.  NovATi,  Recensione  ai  Proverbia  quae  dicuntur  super  natura 
feminarum,  in  questo  Giornale,  VII,  432.  Vedi  anche  recentemente  Alice 
ViSMARA  Mazzuchelli,  Come  si  venne  formando  V antifemminismo  nella 
letterat.  ital.,  Trani,  1901. 

(2)  Gfr.  Gorra,  Fra  drammi  e  poemi,  Milano,  1900,  p.  316. 

(3)  Gfr,  Op.  cit.,  p.  307. 


254  L.   TORRETTA 

liata  dai  giudizi  oltraggiosi  degli  scrittori,  che  la  dipinsero  come 
vaso  d'iniquità,  sentina  di  vizi,  causa  di  pericoli  e  di  rovina, 
sorgente  prima  di  tutti  i  mali.  Gol  sorgere  della  cavalleria  e  col 
nascere  dello  spirito  di  galanteria,  che  costituì  la  prima  delle 
virtù  cavalleresche,  si  elevò  ed  idealizzò  bensì  il  culto  della 
donna,  la  quale,  circondata  e  protetta  dall'ossequio  di  splendidi 
cavalieri,  venne  innalzata  sopra  un  piedestallo  ed  adorata  come 
una  dea  ;  senonchè,  come  bene  osserva  fra  altri  il  Mounier,  «  l'o- 
«  maggio  dei  poeti  e  l'ingegnoso  artificio  delle  corti  d'amore 
«  non  debbono  illuderci  a  questo  riguardo  :  sono  bei  propositi, 
«  esplicazioni  letterarie  di  sentimenti  ideali  che  hanno  valore  nei 
«  libri  ed  al  tempo  della  giovinezza,  ma  non  hanno  sensibilmente 
«  alterato  la  disciplina  rigida  e  nello  stesso  tempo  monastica  e 
«  romana  della  famiglia  italiana.  Il  Petrarca  può  ben  cantare 
«  Laura:  in  pari  tempo  però  egli  detesta  la  donna  che  tiene  lon- 
«  tana  dalla  sua  casa  e  dalle  sue  cure  ».  «  La  donna  »  egli  scrive, 
«  è  per  lo  più  il  diavolo  incarnato,  nemica  d'ogni  pace,  occa- 
«  sione  d'impazienza,  argomento  di  contese,  della  quale  la  man- 
«  canza  sola  procurerà  certa  tranquillità  »  (1).  Accanto  alla 
tendenza  che  idealizzava  la  donna  giungendo  alla  concezione  di 
tipi  femminili  completamente  astratti  dalla  realtà,  perdurava 
dunque  tuttavia  l'antica  corrente  realistica,  la  quale  s' ostinava 
a  veder  nella  femmina  non  altro  che  uno  strumento  di  piacere 
e  di  peccato  ed  a  ricoprirla  di  volgari  oltraggi  (2). 

Solo  la  rinascenza  portò  un  vero  e  notevole  mutamento  nelle 
condizioni  della  donna.  Ella  cessò  di  apparire  queir  essere  mal- 
vagio e  diabolico  che  aveano  dipinto  i  moralisti,  o  quella  par- 
venza angelica  irreale  ed  inaccessibile  che  aveano  sognato  i 
poeti.  Uscita  dal  silenzio  della  casa  e  dall'oppressione  di  una 
morale  tirannica,  ella  risplende  nella  società,  dove ,  al  fianco 
dell'uomo,  afferma  sé  stessa,  lavora,  combatte,  sorride,  gioisce, 
vive  insomma  con  lui.  Il  Rinascimento  vanta  un  numero  consi- 


(1)  Philippe  Monnier,  Le  Quattrocento,  Paris,  1901,  t.  l,  p.  65. 

(2)  Gfr.  Gorra,  Op.  cit.,  pp.  216  sgg. 


IL   «  LIBER   DE   CLARIS   MULIERIBDS  »■  255 

derevole  di  donne  che  levarono  alto  grido  di  sé,  donne  che 
quell'età  chiamò  col  nome  di  viragini,  a  titolo  d'altissimo 
elogio  (1).  Già  il  300  aveva  veduto  Andrea  Novella  sostituire  il 
padre  nella  cattedra  bolognese  di  diritto  canonico,  Già  degli 
Ubaldini  spiegare  un'eroica  fermezza  nella  difesa  della  città  di 
Cesena,  Maddalena  degli  Scrovegni  dettar  epistole  latine  alla 
corte  di  Gian  Galeazzo  Visconti  (2). 

Ma  i  nomi  che  sono  decoro  dell'età  seguente  suonano  ben  più 
alti  e  gloriosi.  Al  sec.  XV  doveva  toccar  la  sorte  di  veder  sor- 
gere una  schiera  di  donne  ammirate  vuoi  per  l'ingegno  e  la 
coltura,  vuoi  per  la  grazia,  e  divenire  il  centro  delle  corti  e 
degli  altri  circoli  ove  si  radunava  il  fiore  dei  letterati  e  dei  dotti 
dell'epoca;  delle  quali  non  farò  io  adesso  i  nomi  perchè  troppo 
conosciuti. 

Ma  anche  prescindendo  dalle  donne  illustri,  non  mai  il  livello 
medio  della  cultura  femminile  fu  più  elevato  che  in  quest'  età. 
<  Non  è  un'esagerazione  il  dire  »,  asserisce  il  Gregorovius,  «  che 
«  le  donne  della  buona  società  dei  sec.  XV  e  XVI  possedevano 
«  una  cultura  più  profonda  ed  erudita  di  quella  che  non  pos- 
«  seggano  ai  nostri  giorni  ». 

Anche  i  giudizi  degli  scrittori  sul  sesso  femminile  offrono  na- 
turalmente un  contrasto  colle  opinioni  del  Medio  Evo.  Se  allora 
le  accuse  e  le  invettive  contro  le  femmine  si  moltiplicano  con 
brutale  accanimento,  nella  nuova  età  pullulano  numerosi  i  trat- 
tati che  ribattono  quelle  accuse  e  quelle  invettive  ed  esaltano 
l'ingegno,  le  virtù,  le  grazie  femminili. 

Un  primo  indizio  di  questa  maggiore  considerazione  e  di  questa 
importanza  assunta  dalla  donna  nella  società  del  Rinascimento 
ci  è  dato  appunto  dal  De  ci.  mul.  del  Boccaccio.  Che  quest'opera 
fosse  veramente  la  manifestazione  di  una  nuova  tendenza  e  di 
un  nuovo  bisogno,  è  dimostrato  dalla  rapidità  colla  quale  essa 


(1)  Grbgorovius,  Lucrezia  Borgia,  Stuttgart,  1870,  p.  27. 

(2)  Gfr.  Medin,  Madd.  degli  Scrovegni  e  le  discordie  tra  i  Carraresi  e 
gli  Scrovegni,  Padova,  1896. 


256  L.   TORRETTA 

si  diffuse  e  dalla  fama  che  ben  presto  acquistò;  dalle  numerose 
versioni  che  ne  furono  fatte  nelle  lingue  straniere,  dalle  imita- 
zioni e  dai  plagi.  E  non  stupisce  il  fatto  che  il  primo  storiografo 
del  sesso  gentile  sia  il  Boccaccio,  nella  vita  del  quale  si  larga 
parte  ebbero  le  donne  ;  egli  che  vagheggiò  nel  pensiero  creatore 
tante  leggiadre  immagini  femminili,  che  con  si  vivi  colori  de- 
scrisse la  bellezza,  le  lusinghe,  le  attrattive  delle  figlie  d'Eva; 
egli  che  tanto  indulse  alle  loro  debolezze,  e  la  maggior  parte 
delle  sue  opere  compose  vagheggiando  il  proposito  di  procurar 
loro  qualche  diletto;  egli  infine  che  dettò  il  Decameron  per  ub- 
bidire 0  per  compiacere  alla  regina  Giovanna  {maioris  coactus 
imperio  (1)),  che  dettò  il  Filocolo,  mosso  dalle  preghiere  di  Maria, 
e  il  Filosirato  ispirato  dal  dolore  per  la  sua  lontananza  e  dalla 
bramosia  di  rivederla,  che  le  offri  la  Teseide  per  indurla  alla 
riconciliazione,  e  per  farle  cosa  gradita  immaginò  quelle  storie 
d'amore  che  le  procuravan  tanto  diletto. 

Per  di  più  il  Boccaccio,  vivendo  alla  brillante  corte  napoletana, 
dove  conobbe  l'avvenente,  colta  e  perversa  regina  Giovanna,  av- 
vicinò Filippa  la  Gatanese,  Maria  di  Durazzo  e  Caterina  II  di 
Courtenay-Valois,  e  potè  scorgere  quanto  potere  nel  determinare 
le  grandi  vicende  politiche  avessero  la  loro  volontà,  le  loro 
passioni,  i  loro  capricci,  dovette  certo  pensare  che  anche  le 
gesta  femminili  fossero  degne  di  storia. 

Il  Petrarca  avea  testé  composto  un  libro  degli  uomini  illustri 
d'ogni  tempo  e  nazione,  al  quale  il  Certaldese  accenna  nella 
prefazione  al  De  ci.  mul.,  e  che  dovette  certo  contribuire  a 
suggerirgli  l'idea  di  un  libro  consimile  intorno  alle  donne;  tanto 
più  che  egli  possedeva,  quanto  e  forse  più  del  Petrarca,  nella 
vasta  sua  erudizione,  il  materiale  necessario  ad  un  libro  di 
questo  genere. 

In  tal  guisa  dunque,  come  portato  dei  tempi,  come  risultato 


(1)  Lettera  a  Mainando  Cavalcanti.  Vedi  Gorazzini,  Lettere  edite  ed  ined. 
di  M.  O.  Boccaccio,  Firenze,  1877,  p.  298. 


IL    «  LIBER   DE   CLARIS   MDLIERIBUS  »  257 

delle  disposizioni  morali  del  Boccaccio,  come  frutto  della  sua 
cultura  classica,  come  contrapposto  al  De  viris  illustribios  del 
Petrarca,  si  ebbe  il  Liber  de  clarts  mMlierihus. 


II. 


Il  Boccaccio  avverte  nella  prefazione  del  libro  che  egli  non 
intende  far  memoria  soltanto  delle  donne  illustri  per  virtù  e  per 
nobili  azioni,  ma  anche  di  quelle  famose  per  vizi  e  scelleratezze 
ed  in  generale  di  tutte  coloro  che  ebbero  una  certa  celebrità. 
Sono  perciò  menzionate  nell'opera  così  la  casta  Lucrezia  e  la 
virtuosa  consorte  di  Seneca,  come  la  lussuriosa  Cleopatra  e 
Poppea  scellerata;  insieme  con  Irene,  con  Saffo,  con  Proba,  le 
quali  si  segnalarono  per  la  nobiltà  dell'ingegno,  appaiono  Me- 
gulia,  che  per  aver  portato  in  dote  cinquecentomila  sesterzi 
s'ebbe  il  soprannome  di  «  Dotata  »,  e  Dripetrua,  figlia  di  Mitri- 
date, che  diede  ai  suoi  tempi  «  monstruosum  de  se  spectaculum  », 
essendo  nata  con  un  doppio  ordine  di  denti,  e  Paolina  romana 
famosa  per  la  sciocca  dabbenaggine. 

L'autore  passa  in  rassegna  le  donne  della  mitologia  e  quelle 
del  mondo  greco  e  romano,  cominciando  da  Eva,  «  parente  prima  », 
e  proseguendo  press'  a  poco  in  ordine  cronologico  fino  a  Zenobia, 
regina  di  Palmira.  Tratta  poi  di  alcune  donne  del  Medio  Evo 
per  chiudere  con  Giovanna,  regina  di  Gerusalemme  e  di  Sicilia. 
Nella  sua  noncuranza  di  tutto  ciò  che  non  è  greco  o  romano, 
egli  trascorre  rapidamente  sull'età  medievali,  dimenticando  donne 
veramente  insigni  e  certo  più  degne  di  trovare  uno  storico  di 
quel  che  non  fossero  Opi  e  Garmenta,  Panfila  e  Dripetrua.  Tale 
difetto  è  bentosto  sentito  dagli  imitatori  e  dai  prosecutori  del- 
l'opera sua,  1  quali  si  affrettano  a  riempire  la  lacuna.  Fra  questi 
il  Betussi,  pur  proponendosi  di  continuare  la  storia  del  Boccaccio 
dal  punto  in  cui  egli  l'ha  lasciata,  asserisce  di  trovarsi  costretto 
a  ripigliarla  un  po'  più  addietro,  e  si  stupisce  che  l'autore  abbia 
taciuto  di   donne  insigni  come,  ad.  es.,  Galla  Placidia;  non  sa- 

OiorrMÌ»  itorico,  XXXIX,  fase.  116-117.  17    • 


258  L.   TORRETTA 

pendo  trovare  ragione  di  ciò  se  non  nel  difetto  della  memoria; 
«  imperocché,  siccome  ha  donato  all'  eternità  il  nome  di  Elena, 
«  che  fu  cagione  della  rovina  di  Troia  e  di  molt'altre  provincie, 
«  non  è  da  credere  che  avesse  lasciato  indietro  questa,  che  ha 
«  conservato  l'Italia  »  (1).  E  altrove,  parlando  della  dotta  Ilde- 
garda, lamenta  il  costume  di  coloro,  che  sprezzavano  le  età  più 
vicine  solo  lodando  l'antichità  classica.  «  Risguardino  »,  egli  dice, 
«  pur  quanto  sanno,  se  mai  appo  Latini  o  Greci  hanno  ritrovato 
«  donna  di  spirito  così  saputo,  che  senza  dubbio  è  degnissima  da 
«  esser  preposta  a  tutte  l'altre  »  (2). 

Il  Boccaccio  esclude  poi  totalmente  dal  suo  libro  le  donne 
della  Scrittura  e  le  sante  del  Cristianesimo  perchè  gli  pare 
un'  irriverenza  mischiarle  alla  folla  delle  donne  gentili.  Esse 
risplendono  già  d'eterna  luce  in  cielo  e,  a  differenza  delle  altre, 
anche  sulla  terra  godono  della  fama  meritata  poiché  molti  santi 
e  dotti  uomini  ne  hanno  descritto  le  virtù.  Sebbene  però  asse- 
risca che  le  cristiane  sono  di  gran  lunga  superiori  alle  pagane, 
par  quasi  che  il  Boccaccio  riconosca  a  queste  un  merito  mag- 
giore, poiché,  senza  essere  illuminate  dalla  verità  e  senza  mirare 
ad  acquistarsi  il  premio  eterno,  pervennero  alla  celebrità. 

Le  biografie  del  libro  delle  donne  illustri  sono,  in  tutto,  cen- 
toquattro  (3).  L'edizione  di  Berna  ne  porta  centocinque,  poiché 
comprende  anche  il  capitolo  di  Brunechilde,  il  quale  non  appar- 
tiene a  questo  libro,  ma  al  De  casibus  virorum  illustrium  (4). 


(1)  Betussi,  Aggiunta  al  libro  delle  donne  illustri  del  Boccaccio,  Fi- 
renze, 1598,  cap.  I. 

(2)  Op.  cit.,  cap.  II. 

(3)  Per  le  ediz.  del  Liber  de  ci.  mul.,  vedi  Hortis,  Op.  lat.  del  B.,  p.  756. 
Noi  useremo  l'edizione  di  Berna,  1539,  che,  mentre  non  appare  più  scorretta 
dell'altra,  assai  rara,  di  Ulma,  1473,  è  la  più  nota  e  la  più  facile  a  trovarsi. 

(4)  Oltreché  per  la  forma  drammatica  del  racconto,  come  osserva  l'Hortis, 
risulta  evidente  che  questo  capitolo  appartiene  al  De  casibus  anche  per  l'ac- 
cenno che  l'autore  vi  fa  sul  principio  all'apparizione  del  Petrarca,  della 
quale  avea  parlato  appunto  poco  prima  in  questo  trattato,  e  agli  illustri  in- 
felici dei  quali  avea  già  narrato  le  vicende  :  accenni  che  non  si  compren- 
derebbero in  alcun  modo  nel  Liber  de  claris  mulieribus. 


IL   «  LIBER   DE   CLARIS   MULIERIBUS  »  259 

Fra  i  codici  del  De  ci.  mul.  il  più  notevole,  secondo  rHortis(l), 
è  un  Laurenziano  segn.  PI.  LII.  29.  Di  alcune  biografie  questo 
codice  contiene  non  solo  il  testo  qual  leggesi  nelle  stampe,  ma 
anche  un'altra  redazione  più  semplice,  breve  e  disadorna,  che 
l'Hortis  giudica  la  prima.  Presenta  inoltre  una  successione  di 
capitoli  tutta  diversa  dal  testo  stampato,  e  —  ciò  che  fu  notato 
dall' Hecker  in  una  sua  recentissima  pubblicazione  —  vi  man- 
cano le  biografie  di  Megulia,  Irene,  Leonzio,  Olimpiade,  Virginia, 
Cornificia,  Camiola,  Giovanna.  La  supposizione  dell' Hortis  che 
questo  codice  potesse  risalire  a  una  redazione  anteriore  del  De 
ci.  mul.  è  ora  convalidata  dall' Hecker  (2),  il  quale  ha  potuto, 
con  convincente  argomentazione,  sostenere  che  quel  manoscritto 
non  è  che  la  riproduzione  di  uno  dei  due  diversi  esemplari  del 
libro  boccaccesco  appartenenti  alla  parva  libraria  del  convento 
di  S.  Spirito,  l'identità  della  quale  con  la  biblioteca  del  Certal- 
dese fu  luminosamente  dimostrata  dal  Novali  (3).  Crediamo  perciò 
ornai  fuor  di  dubbio  che  anche  del  Liber  de  ck  mul.  il  Boccaccio 
facesse  due  redazioni,  come  l'Hauvette  riuscì  ottimamente  a  pro- 
vare per  il  De  casibus  virorum  illusirium  (4);  e  verosimile 
assai  ci  sembra  che  la  prima  di  esse  ci  sia  conservata  nel  co- 
dice 29  del  Pluteo  LII. 

Quanto  all'anno  della  pubblicazione  dell'opera  cosi  ragiona  il 
Landau  :  «  Noi  troviamo  alla  chiusa  del  libro  la  biografia  della 
^  regina  Giovanna,  nella  quale  il  Boccaccio  parla  dei  dolori  che 
•«  le  cagionarono  i  tristi  e  rozzi  costumi  dei  mariti  di  lei.  Tale 
«  espressione  non  avrebbe  egli  usato  mentre  Giovanna  era  ma- 
«  ritata,  e  perciò  il  libro  è  stato  compiuto  nel  breve  spazio  di 
«  tempo  fra  il  secondo  e  il  terzo  matrimonio,  maggio-dicembre 
«1362;  non  fra  il  terzo  e  il  quarto  perchè  il  Boccaccio  fu  fa- 


(1)  Hortis,  Op.  cit.,  p.  Ili,  e  pp.  912  sgg. 

(2)  Oskar  Hecker,  Boccaccio- Funde,  Braunschweig,  1902,  p.  132,  n. 

(3)  Gfr.  questo  Giornale,  10,  419. 

(4)  Hauvette,  Recherches  sur  le  «  De  Cas.  viror.  illustr.  »  de  Boccace, 
€str.  dal  volume  Entre  Camarades,  Paris,  1901. 


260  L.   TORRETTA 

<i  vorito  dal  re  Giacomo,  il  terzo  marito  di  Giovanna,  ed  aveva 
<  buona  opinione  di  lui  >  (1).  Ma  se,  come  si  è  detto  di  sopra, 
il  capitolo  di  Giovanna  è  uno  di  quelli  aggiunti  nella  seconda 
redazione  dell'opera,  l'arguto  ragionamento  del  Landau  vale  sol- 
tanto per  questa,  non  già  per  la  prima,  la  quale  potrebbe  essere 
giunta  alla  pubblicità  —  e  l' Becker  se  ne  mostra  convinto  — 
in  epoca  più  remota. 

Senonchè  noi  non  possiamo  ammettere  una  data  molto  ante- 
riore al  1362  neppure  per  questa  prima  redazione,  la  quale  del 
resto  non  difftirisce  dal  testo  divulgato  che  per  la  mancanza  di 
qualche  capitolo  e  la  minore  complessità  di  qualche  altro;  e 
ciò  perchè  la  rigida  moralità  a  cui  il  libro  s'ispira  e  lo  zelo 
quasi  ascetico  che  tutto  lo  compenetra  ci  persuadono  che  il 
Liber  de  ci.  mul.  dev'  essere  stato  composto,  almeno  nella  sua 
parte  essenziale,  in  quel  periodo  della  vita  del  Boccaccio  in  cui 
l'animo  suo,  turbato  dagli  ammonimenti  e  dalle  predizioni  di 
Gioacchino  Giani,  aveva  abbracciato  con  fervore  il  proposito  di 
mutar  vita  e  di  espiare  gli  errori  della  giovinezza. 

Il  Liber  de  ci.  mul.  segna,  come  già  dissi,  il  trapasso  fra  due 
età,  l'una  delle  quali  troppo  vilipese,  l'altra  forse  glorificò  troppo 
la  donna  :  esso  ritiene  dell'una  e  dell'altra  ;  e  perciò  mentre  da 
un  lato  ne  traspare  il  desiderio  o  il  proposito  dell'autore  di  ispi- 
rarsi a  nuovi  ideali,  vi  si  rinvengono  dall'altro  le  traccio  evi- 
denti di  opinioni,  di  giudizi,  di  principi,  che  sono  retaggio  del 
passato. 

Il  Baldelli  pensa  che  il  Boccaccio  scrivesse  questo  libro  perchè, 
divenuto  virtuoso,  doveva  alle  donne  un  manifesto  segno  di 
pentimento  (2).  E  per  vero  il  De  ci.  mul.,  ch'egli  dedica  a  ma- 
donna Andrea  degli  Acciainoli,  summ,um  matronarum,  decus, 
vorrebbe  essere  un  omaggio  reso  dall'autore  non  solo  all'egregia 
gentildonna,  ma  a  tutto  il  sesso  femminile.  Il  Boccaccio  si  di- 


(1)  Landau,  Boccaccio,  sein  Leben  und  seine  Werke,  p.  213. 

(2)  Baldelli,  Vita  di  Giovanni  Boccacci,  Firenze,  1806,  lib.  Ili,  p.  180. 


IL    «  LIBER   DE   CLARIS   MULIERIBUS  »  261 

mostra  certo  animato  da  un  sentimento  di  benevolenza  e  di 
giustizia  verso  le  donne,  quando,  riconoscendo  che  in  ogni  età 
molte  di  esse  rifulsero  per  virtù,  per  fortezza,  per  ingegno, 
sostiene  che  non  si  debba  negar  loro  il  premio  che  per  gli  stessi 
meriti  si  suol  concedere  agli  uomini,  col  tramandarne  la  me- 
moria ai  posteri.  E  sebbene  egli  faccia  parte,  nella  sua  storia, 
anche  alle  donne  perverse  e  di  perduta  fama,  tuttavia  parrebbe 
di  vedere  in  lui,  non  di  rado,  il  desiderio  di  restringere  il  nu- 
mero di  queste  per  accrescere  quello  delle  illustri  ;  poiché,  quando 
deve  scegliere  fra  due  versioni  di  uno  stesso  fatto,  l' una  delle 
quali  tornerebbe  ad  onore,  l'altra  a  disdoro  delle  sue  eroine, 
non  esita  a  dichiararsi  per  la  prima  invece  che  per  la  seconda. 
Cosi  si  scaglia  contro  Licofrone  (1),  greco  poeta,  che  avea  tentato 
di  macchiare  la  fama  illibata  della  casta  Penelope;  rigetta  il 
racconto  di  Virgilio  che  fa  Bidone  infedele  al  cenere  di  Sicheo 
e  innamorata  d'Enea,  per  accettare  quello  di  Giustino,  secondo 
cui  ella  si  uccise  per  non  venir  meno  ai  suoi  propositi  di  ca- 
stità (2);  ed  intorno  a  Pompea  Paolina  (3),  la  moglie  di  Seneca, 
egli  ripete  bensì  la  narrazione  di  Tacito,  che  ce  la  mostra  af- 
frontare impavida  la  morte  per  seguire  il  marito;  ma  tralascia 
affatto  d'accennare  alle  voci  che  lo  stesso  storico  raccoglie,  dal 
volgo,  secondo  le  quali  ella  avrebbe  voluto  morire  per  timore 
di  Nerone ,  e  per  acquistarsi  «  famam  sociatae  cum  marito 
«mortis»;  ma  poi,  subentrata  nell'animo  suo  migliore  speranza, 
avrebbe  acconsentito  ben  volontieri  a  restare  sulla  terra.  Noi 
dovremmo  di  qui  giudicare  il  Boccaccio  storico  indulgente  e, 
benevolo;  e,  leggendo  i  solenni  e  interminabili  elogi,  che  egli 
intesse  alle  donne  celebri,  saremmo  indotti  a  considerarlo  quasi 
un  precursore  dei  molti  apologisti  che  la  donna  trovò  ne'  se- 
coli XV  e  XVI. 
Ma  qual'  è  il  criterio  su  cui  fonda  il   Certaldese  questi   suoi 


(1)  De  ci.  mul,  cap.  XXXVIII. 

(2)  Op.  cit.,  cap.  XL. 

(3)  Op.  cit..  cap.  XGII. 


262  L.   TORRETTA 

elogi  delle  donne  illustri?  Ahimè!  Esso  non  è  troppo  consolante 
per  quelle  non  illustri  !  Il  Boccaccio  non  arriva,  si  deve  confes- 
sarlo, ad  asserire  qui,  come  nel  Corpaccio,  «  il  più  vile  e  '1  più 
«  minimo  uomo  del  mondo,  il  quale  del  bene  dello  'ntelletto 
«  privato  non  sia,  prevalere  a  quella  femmina,  in  quanto  fem- 
«  mina,  che  temporalmente  è  tenuta  più  che  niun'  altra  eccel- 
«  lente  »  (1);  ma  dichiara  che  «le  donne  si  debbono  onorare 
«  più  degli  uomini,  quando  compiono  cose  grandi  »,  perchè  esse 
hanno  da  natura  «  mollities  insita  ac  corpus  debile  ac  tardum 
«  ingenium  »  (2).  Dopo  ciò  non  avremo  a  meravigliarci,  vedendo 
come  il  massimo  elogio  che  il  Boccaccio  sappia  tributare  ad  una 
donna,  sia  di  paragonarla  ad  un  uomo. 

Volendo  esaltare  le  mogli  dei  Meni,  che,  recatesi  al  carcere 
a  visitare  i  mariti  condannati,  scambiarono  gli  abiti  con  essi,  e 
ne  preser  il  posto  mentre  quelli  fuggivano,  esclama  :  «  Attamen 
«  ut  multa  paucis  claudam,  has  asserere  audeo  veros  certosque 
«  fuisse  viros,  Meniasque  iuvenes  quas  simulabant  foeminas 
«  extitissé  »  (3).  Egli  ammira  Saffo  che  sapea  danzare,  suonare 
la  cetra  e  poetare,  «  quae  etiam  studiosissimis  viris  difflcillima 
«  visa  sunt  »  (4);  e  Zenobia  che  resse  lo  stato  fortemente,  «  longe 
«  magis  quam  sexui  conveniret  »  (5);  e  il  valor  militare  di  Ar- 
temisia (6),  e  il  coraggio  eroico  di  Epicari  (7)  egli  attribuisce  ad 
un  errore  della  natura,  che,  qualche  volta,  infonde  in  un  petto 
femminile  l'anima  che  era  destinata  ad  un  uomo. 

Ci  meravigliamo  non  poco  di  sentire  proclamata  con  tanta 
.insistenza  la  inferiorità  del  sesso  femminile  proprio  nella  storia 
delle  donne   illustri;   ma  ci  stupiamo   tanto  più  vedendo  rifar 


(1)  11  Corbaccio   nelle    Opere  volgari  di  G.  B.,  edite   a   Firenze   per   il 
Magheri,  1828,  t.  V,  p.  200. 

(2)  De  ci.  mul..  Proemio. 

(3)  Op.  cit,  cap.  XXIX. 

(4)  Op.  cit.,  cap.  XLV. 

(5)  Op.  cit.,  cap.  XGVIII, 

(6)  Op.  cit.,  cap.  LV. 

(7)  Op.  cit,  cap.  XCI. 


IL   «  LIBER   DE   GLA.RIS   MULIERIBUS  »  263 

capolino  qua  e  là,  fra  gli  elogi,  i  panegirici  e  le  pompose  decla- 
mazioni, tutte  le  vecchie  accuse  medievali  contro  il  sesso  debole 
che  il  nostro  autore  avea  già  accolte  nel  Corbaccio.  Se  in  questo 
libro  asserisce  che  la  lussuria  nelle  donne  è  «  focosa  e  insazia- 
«  bile  »  (1),  nel  De  ci.  mul.  proclama  la  lascivia  «  commune 
«  mulierum  criraen  »  (2).  Là  egli  pensa  che  «l'empia  genera- 
«  zione  delle  donne  è  avarissima  »  (3),  e  di  donna  reputata  gene- 
rosa fa  dire  che  «  oltre  il  naturai  delle  femmine  »  (4)  ella  s'in- 
gegnava di  mostrarsi  un  Alessandro;  e  similmente  qui  riconosce 
che  Busa  Ganusina  è  più  degna  di  lode  dell'eroe  Macedone, 
perchè  questi  fu  uomo,  ed  essa  donna,  «  quibus  familiaris,  immo 
«  innata  tenacitas  est  »  (5).  Là  si  osserva  che  le  donne  sono 
«ritrose  e  inobbedienti  »  (6);  qui  si  sostiene  che  esse  sono  «in 
«  quocumque  proposito  obstinatae  opinionis  atque  inflexibilis 
«  pertinaciae  »  (7).  Là  si  dipingono  come  «  di  malizia  abbon- 
«  danti  »  (8)  e  alla  loro  malizia  si  accenna  qui  nei  capitoli  di 
Iole  (XXI)  e  di  Irene  (G).  Nel  Corpaccio  si  osserva:  «  Ninna 
«  cosa  si  potrà  con  vicino,  con  parente,  o  con  amico  trattare, 
«  che  se  loro  non  è  palese,  esse  subitamente  non  suspichino 
«  contro  loro  adoperarsi  e  i  loro  detrimenti  trattarsi  :  benché  di 
«  ciò  gli  huomini  non  si  debbono  molto  meravigliare,  perciocché 
«  naturai  cosa  é  di  quelle  cose,  che  altri  sempre  opera  in  altrui,  di 
«  quelle  da  altrui  sempre  temere;  e  per  questo  sogliono  i  ladroni 
«  tener  ben  riposte  le  cose  loro  »  (9).  E  nel  De  ci.  mul.  si  nota  che 
«  seu  fragilitate  sexus  eveniat,  seu  minus  bona  de  se  opinione 
«  faciente,  suspitiosissimum  animai  foemina  »  (10).  Si  legge  ancora 


(1)  Il  Corbaccio,  p.  192. 

(2)  De  ci.  mul.,  De  Sabina  Poppea,  cap.  XGIII. 

(3)  Il  Corbaccio,  p.  192. 

(4)  Op.  cit.,  p.  175. 

(5)  De  ci.  mul..  De  Busa  Canusina,  cap.  LXVII. 

(6)  //  Corbaccio,  p.  194. 

(7)  De  ci.  mul..  De  Sempronia,  cap.  LXXIV. 

(8)  Il  Corbaccio,  p.  187. 

(9)  Il  Corbaccio,  p.  191. 

(10)  De  ci.  mul..  De  Tertia  JSmilia,  cap.  LXXII. 


264  L.   TORRETTA 

nel  Corbaccio:  «Esse  si  mostrano  timide  e  paurose  e,  coman- 
«  dandolo  il  marito,  quantunque  la  cagion  fosse  onesta,  non  sa- 
«rebbero  in  luogo  alto;  che  dicono  che  vien  meno  loro  il  ce- 
«rébro;  non  entrerebbono  in  mare,  che  dicono  che  lo  stomaco 
*  noi  patisce;  non  andrebbono  di  notte,  che  dicono  che  temono 
«  gli  spiriti,  l'anime  e  le  fantasime.  Se  sentono  un  topo  andar 
«  per  la  casa  o  che  il  vento  muova  una  finestra  o  che  una  piccola 
«  pietra  caggia,  tutte  si  riscuotono  e  fugge  loro  il  sangue  e  la 
«  forza,  come  se  a  un  mortai  nemico  soprastessono.  Ma  esse 
«  prestano  fortissimi  animi  a  quelle  cose  le  quali  esse  vogliono 
«  disonestamente  adoperare.  Quante  già  su  per  le  sommità  delle 
«  case,  de'  palagi,  delle  torri  andate  sono  e  vanno,  da'  loro  amanti 
«  chiamate  o  aspettate  »  (1).  E  lo  stesso  concetto  è  ripetuto  nel 
trattato  latino,  ove  si  rimproverano  le  donne  «  quae  prò  com- 
«  muni  coniugii  commodo  nauseam  tiraent,  laevi  solvuntur  labore, 
«  nationes  exteras  horrent  et  expallent,  bovis  forsan  audito  mu- 
«  gitu,  cum  insectandis  maechis  fugam  laudanti  {l.  laudentF), 
«maria  placeant,  fortemque  animam  quibuscumque  opportuni- 
«  tatibus  scelestissime  prestent  »  (2). 

L'asprezza  di  giudizio  del  Corbaccio  è  temperata  dunque  assai 
poco  nel  De  ci.  muL,  se  anche  qui  la  donna  appare  dipinta  la- 
sciva, avara,  caparbia,  astuta,  sospettosa,  vile  in  faccia  al  dovere, 
temeraria  di  fronte  al  peccato.  È  vero  bensì  che  nel  De  ci.  mul. 
si  ammette  essere  gli  animi  femminili  facilmente  accessibili  alla 
pietà;  ma  le  espressioni  con  cui  l'autore  afferma  questo,  ci  av- 
vertono che  egli  non  intende  di  lodare  una  virtù,  ma  di  stigma- 
tizzare una  debolezza  della  donna  ;  tanto  più  se  si  pensa  al  modo 
sprezzante,  con  cui  altrove  narra  che  Tamiri,  udita  la  morte  del 
figlio,  non  si  diede  a  piangere  «  foemineo  more  »;  o  quando  mette 
in  guardia  contro  le  lacrime  muliebri,  «  certissimum  ac  perni- 
«  ciosissimum  virus  credentium  animorum  »  (3). 


(1)  //  Corbaccio,  p.  190. 

(2)  De  ci.  mul.,  De  Sulpitia  Truscellionis  coniuge,  cap.  LXXXIII. 

(3)  Op.  cit,.  De  Sabina  Poppea,  cap.  XGIII. 


IL    «  LIBER   DE   CLARIS   MULIERIBUS  »  265 

Ma  l'ira  boccaccesca  contro  il  sesso  femminile  ci  sembra  sor- 
passare ogni  limite  quando,  considerando  il  fatto  di  Veturia,  onde 
nacque  il  costume  che  gli  uomini  cominciassero  a  levarsi  al 
passaggio  delle  donne,  ed  a  conceder  loro  onori  e  diritti,  che 
prima  non  avevano  mai  goduto,  vorrebbe  maledire  la  romana 
matrona  per  la  superbia  che  nelle  donne  quei  diritti  generarono, 
se  non  pensasse  alla  salvezza  di  Roma  per  merito  suo  conse- 
guita !  (1). 

Ecco  dunque  lo  scrittore  stesso,  il  quale  per  primo  pensa  ad 
innalzare  un  monumento  a  gloria  del  sesso  femminile,  incapace 
d'infrenare  le  tendenze  misogine  ereditate  dal  passato;  sicché 
mentre  da  un  lato  mostra  di  tributare  alla  donna  quell'ammi- 
razione onde  le  fu  largo  il  Rinascimento,  la  giudica  dall'altro 
coi  criteri  ostili  e  pieni  di  sprezzo  con  cui  l'avea  giudicata  il 
Medio  Evo. 

Saremo  colpiti  da  un  contrasto  dello  stesso  genere  se  ci  faremo 
a  considerare  quali  opinioni  dimostri  il  Boccaccio  sull'educazione 
femminile  e  quale  sia  per  lui  il  tipo  ideale  di  donna;  poiché 
mentre  talvolta  egli  si  mostra  d'accordo  coi  moralisti  medievali, 
dei  quali  ripete  le  sentènze,  ostenta  tal'altra  idee  nuove  ed  inu- 
sitate che  sono  inconciliabili  colle  prime.  Cosi  egli  asserisce  più 
volte  che  le  fanciulle  vanno  tenute  sotto  severa  disciplina,  che 
non  è  bene  conceder  loro  «  vagari  nimia  licentia  et  aures  faciles 
«  cuiuscumque  verbis  praebere  »  (2),  né  usar  loro  troppa  mise- 
ricordia quando  sbagliano,  perchè  spesse  volte  «  lasciviens  opu- 
«  lentia  domus  et  parentura  indulgentia  nimia  virgines  deduxit 
«in  lubricum  »  (3);  raccomanda  alla  donna  di  frenare  la  mo- 
bilità dello  sguardo,  ed  ammonisce  ripetutamente  contro  i  pericoli 
che  s' incorrono  a  cagione  degli  occhi  (4),  ribadendo  un  precetto 


(1)  De  ci.  mul.,  cap.  LUI. 

(2)  Op  cit.,  De  Europa,  cap.  IX. 

(3)  Op.  cit.  De  Leaena,  cap.  XLVIII.  Vedi  anche  riguardo  alla  «  nimia 
«  indulgentia  maiorum  »  il  cap.  LXXYII  De  Sempronia  Romana. 

(4)  «  Frenandi  sunt  oculi  ne  videant  vanitates  »,  esorta  egli  nel  cap.  XXI 
{De  Jole).  E  nel  cap.  XVI  (De  Medea):  «  Non  omnia  oculis  praestanda  li- 


266  L.   TORRETTA 

che  ricorre  innumerevoli  volte  negli  scrittori  medievali  (1);  ed 
ugualmente  accordandosi  con  questi  (2),  esorta  con  insistenza  la 
donna  a  fuggire  l'ozio  come  nemico  dell'onestà,  a  parlar  poco, 
ad  essere  temperante  nei  cibi  e  nelle  bevande,  a  fuggire  i  so- 
verchi ornamenti,  ad  amare  con  tutta  l'anima  solamente  il  ma- 
rito ;  ed  a  sostenere  per  lui,  ove  il  bisogno  lo  richieda,  disagi  e 
privazioni  (3).  Se  san  Paolo  crede  consigliabile  il  matrimonio  alle 
vedove  che  bramino  ciò,  il  Boccaccio  preferisce  schierarsi  dalla 
parte  di  san  Gerolamo,  il  quale  pensa  recisamente  il  contrario  ; 
e  mentre  questi  confuta  il  detto  di  san  Paolo  «  melius  est  nubere 
«  quam  uri  »  dicendo  sospetta  la  bontà  di  quella  cosa  la  quale 
non  è  che  il  minore  fra  due  mali  (4),  il  Certaldese  trova  argomenti 
non  meno  ingegnosi  a  dimostrare  che  non  vi  può  essere  scusa 
alcuna  per  la  donna  che  riprende  marito,  ed  esorta  la  vedova  a 
restar  ferma  ed  insensibile  come  uno  scoglio  contro  alle  lusinghe 
ed  alle  tentazioni  del  mondo:  «  Flecte  in  terram  oculos  et  aures 
«  obsera  atque  adinstar  scopuli  undas  venientes  expelle  et  im- 
«  mota  ventos  afflare  sine  :  salvaberis  »  (5). 

Ma  accanto  a  questo  tipo  femminile  più  che  modesto,  umile 
addirittura,  dagli  occhi  bassi,  e  dalla  compostezza  rigidamente 
ascetica,  senza  desideri  e  senza  volontà,  noi  vediamo  delinearsi 
nelle  pagine  del  De  ci.  mul.  un  altro  ideale  di  donna,  operosa 
ed  ardita,  che  spiega  la  sua  attività  fuori   della  cerchia  dome- 


«  centia  est  ;  eis  enim  spectantibus,  splendores  cognoscimus,  invidiam  intro- 
«  ducimus,  concubinas  attrahimus,  omnis,  eis  agentibus,  excitatur  audacia, 
«  laudatur  formositas,  damnatur  squalor  et  paupertas  indigne  ». 

(1)  «  Concordi sono  gli  autori  medievali  nell'attribuire  una  grande 

«  potenza  allo  sguardo  della  donna,  concordi  i  moralisti  nel  temerne  gli 
«  effetti  e  nel  considerarlo  come  una  fonte  di  corruzione  e  di  sciagure  ». 
E  Gorra,  Op.  cit.,  p.  317. 

(2)  Vedi  Gorra,  Op.  cit.,  p.  313  e  pp.  319-320. 

(3)  Be  ci.  mul..  De  Sulpitia  Fulvii  Flacci  coniuge,  cap.  LXV;  De  Sul- 
pitia  Truscellionis  coniuge,  cap.  LXXXIII. 

(4)  «  Suspecta  est  mihi  bonitas  eius  rei  quam  magnitudo  alterius  mali 
«  malum  esse  cogit  inferius.  Ego  autem  non  levius  malum  sed  simplex  per 
«  se  bonum  volo  »  {Adv.  lovin.  Epist.  I). 

(5)  De  ci.  mul..  De  Didone,  cap.  XL. 


IL   «  LIBER   DE   CLARIS   MULIERIBUS  >  267 

stica,  nelle  lettere,  nelle  arti,  nelle  armi  stesse,  e  che  il  Boc- 
caccio osa  proporre  come  modello  alle  donne  de'  suoi  tempi. 

Prendano  esempio  le  fanciulle  dalla  vergine  Camilla,  che  se 
ne  va  errando  per  le  selve  coll'arco  e  col  turcasso;  e  le  donne 
gettino  l'ago  ed  il  fuso  e  coltivino  l'ingegno:  non  quelle  che 
vivono  fra  le  mura  della  casa  intente  agli  uffici  domestici  sono 
degne  d'encomio,  bensì  Zenobia,  che  «  spretis  muliebribus  offlciis  » 
guerreggiò  e  resse  lo  stato  ;  Tamiri  pittrice,  la  quale  è  tanto  più 
lodevole  «si  prospectemus  fusos  et  calathos  aliarum»;  Corni- 
ficia,  che  «  reiecto  colo  »  si  diede  a  studiare  i  grandi  poeti  e  fu 
«  foeminarum  decus  »  appunto  perchè  «  neglexit  muliebria  »;  e 
Proba  che  si  applicò  agli  studi,  mentre  avrebbe  potuto  «  morte 
«  plurium  torpere  »  accontentandosi  della  rocca,  dell'ago  e  del 
telaio. 

Qui  poi  il  Boccaccio  è  in  pieno  disaccordo  colle  idee  de'  suoi 
giorni  e  dei  tempi  anteriori.  Sappiamo  che  Francesco  da  Barbe- 
rino consigliava  a  tutte  le  donne,  anche  quando  fossero  nate  in 
altissimo  grado,  di  imparare  a  cucire,  a  filare  ed  eziandio  a  cu- 
cinare (i),  se  non  altro  per  essere  in  grado  di  esercitar  bene 
gli  uffici  di  padrone  di  casa;  ma  quanto  al  leggere  ed  allo  scri- 
vere, egli  considerava  che  ove  queste  non  possano  precisamente 
dirsi  le  cause  del  peccato,  ne  sono  certo  efficacissimi  stimoli  ;  e 
che  se  alcuno  avesse  modo  d'accertarsi  della  virtù  della  propria 
figliuola,  potrebbe  arrischiarsi  ad  insegnarle  siffatte  arti.  Nel 
dubbio  però  è  meglio  prendere  la  via  più  sicura  ;  onde  conclu- 
deva che  la  fanciulla,  a  meno  che  non  si  voglia  far  monaca, 

«...     fatichi  a  imprender  altre  cose 
«  E  quello  lasci  stare  »  (2). 

Il  Gorra  osserva  (3)  come  con  queste  parole  di  messer  Fran- 


(1)  Francesco  da  Barberino,  Del  reggimento  e  de'  costumi  delle  donne, 
Bologna,  1875,  P.  I,  XI. 

(2)  Op.  cit.,  P.  I,  XII. 

(3)  Gorra,  Op.  cit.,  p.  309. 


268  L.   TORRETTA 

Cesco  si  accordino  quelle  di  Filippo  da  Novara,  secondo  il  quale 
«  toutes  fames  doivent  savoir  filer  e  coudre  car  la  povre  en 
«  aura  mestier  et  la  riche  conoistra  mieux  l'ovre  des  autres.  A 
«  fame  ne  doit  on   apanre   lelres   ne  escrire,  se  ce  n'est  espe- 
«  ciaument  por  estro  nonain   car   par  lire  et  escrire  de  fame 
«  sont  mal  avenue;  car  tiex  li  oserà  baillier  ou   anvoier  letres 
«  ou  faire  giter  devant   li   qui   seront  de  folle  ou  de  priere  en 
«  changon  ou  en  rime  ou   en  conte  »  (1).  È  vero  che  invece  il 
Ghevalier  de  la  Tour  Landry  (2),  citato  dallo  stesso  erudito,  crede 
necessaria  l'istruzione  alle  fanciulle,  perchè   esse  col  sapere 
meglio  provvederanno  alla  loro  salvezza,  e  meglio  riconosceranno 
il  bene  dal  male;  ma  egli  intende  per  istruzione  soltanto  il  leg- 
gere e  non  lo  scrivere,  che  non  repula  ugualmente  consigliabile. 
Il  Boccaccio  è  dunque  innovatore  ben  audace  dell'educazione 
femminile  se  non  solo   incoraggia   apertamente  la   donna  alle 
lettere  e  alle  arti,  ma  osa  disprezzare  gli  esercizi  muliebri  che 
tutti  i    moralisti    le    aveano   sempre    raccomandati!    Senonchè 
questi  consigli  mal  s'accordano  cogli  altri  che  ho  esposto  di  sopra 
e  le  contraddizioni,  che  in  base  a  tali  opposti  principi  si  affol- 
lano nelle  pagine  del  libro,  non  possono  che  generare  nel  lettore 
un  curioso  senso  di  perplessità.   Come  può  infatti  comprendersi 
che  lo  stesso  autore  in  un  luogo  consigli  alle  fanciulle  di  vivere 
ritirate  in  casa  ed   in  un  altro  le  esorti  ad  imitare  la  vergine 
Camilla  «  nunc  latos  agros,  nunc  silvas  et  lustra   ferarum  ac- 
«  cinctam  pharetra  discurrentem  »  ?  Che  se  il  Boccaccio  ha  in 
si  alto  concetto   le  «  sacrae   nuptiae  »  e  pensa   che   le  donne 
debbano  maritarsi  non  già   di  loro  elezione,  bensì  «  raaioribus 
«  obtemperantes  suis  »  (3)  e  che  la  moglie  debba  in  ogni  caso 
portare  cieca  affezione   al   marito  (4),  perchè  accenna  altrove 


(1)  Tratte  des  quatres  dges  de  l'homme,  in  Bibliothèque  de  l'École  des 
Charles,  II,  pp.  25-26. 

(2)  Le  livre  du  chevalier  de  la  Tour  Landry  pour  Venseignemeni  de 
ses  filles,  publié  par  A.  De  Montaiglon,  Paris,  1864,  cap.  XC. 

(3)  De  ci.  mul.,  De  Camilla,  cap.  XXXVII. 

(4)  Gfr.  i  cap.  LXV,  De  Sulpitia  Fulvii  Placet  coniuge,  e  LXXXVIII, 
De  Sulpitia  Truscellionis  coniuge. 


IL    «  LIBER   DE   CLARIS   MELIERIBUS  »  269 

con  maliziosa  ironia,  quasi  come  a  cosa  sciocca  e  ridicola,  al 
costume  delle  fanciulle  che,  sposato  un  uomo,  subito  prendono 
ad  amarlo?  (1).  E  se  le  donne  debbono  essere  umili,  modeste,  rac- 
colte, se  è  giusto  che  vengano  punite  da  Dio  ogniqualvolta  sor- 
passino i  termini  della  loro  debolezza  (2),  perchè  le  sprona  ei 
dunque  a  divenire  eroine  ? 

Ancora  una  volta  noi  dobbiamo  notare  il  contrasto  fra  le  aspi- 
razioni all'avvenire  e  le  vecchie  opinioni  tenacemente  radicate 
nell'animo  del  Nostro  dall'inveterata  consuetudine. 

Nell'impazienza  di  uscire  dal  Medio  Evo  e  nel  presentimento 
dell'età  nella  quale  il  sesso  femminile  sorgerà  dall'ombra,  in  cui 
ha  per  lunghi  secoli  languito,  alla  luce  ed  all'operosità,  coltiverà 
gli  studi  e  darà  prove  non  spregevoli  del  proprio  ingegno,  il 
Boccaccio  si  foggia  un  ideale  di  donna  nuova,  mostrando  un'in- 
dipendenza di  giudizio  singolare  pei  tempi  suoi;  ma  egli  viene 
riafferrato  dalla  corrente  di  idee  e  di  opinioni  consacrate  dal 
passato;  ed  impone  a  quel  tipo  di  donna  libera,  ardita  e  forte, 
che  vagheggia  nel  pensiero,  le  vecchie  strettoie  della  morale 
gretta  e  superstiziosa,  che  aveano  paralizzato  pressoché  ogni  vita 
intellettuale  nella  donna  durante  il  Medio  Evo. 

Queste  tendenze  moraleggianti  del  resto  doveano  accentuarsi 
tanto  più  ora  che  il  Boccaccio  cominciava  a  declinare  verso  la 
vecchiaia  e  ad  accogliere  nell'animo,  insieme  colle  paure  dell'ol- 
tretomba, il  pentimento  degli  errori  giovanili  e  il  proposito  di 
espiarli.  Egli  non  è  più  il  narratore  spregiudicato  del  Deca- 
meron; è  un  severo  pedagogo  che  si  dà  cura  di  ammaestrare 
e  di  guidare  altrui  alla  virtù.  Da  ogni  argomento  egli  trae  perciò 
occasione  di  sentenziare  e  di  declamare.  Dove  parla  delle  eroiche 
mogli  dei  Meni,  egli  si  dilunga  in  considerazioni  sulla  forza  e 
la  nobiltà  del  santo  amor  coniugale  (3);  dove  narra  di  Claudia 
vestale,  la  quale  scaccia  il  tribuno  che  si  oppone  al  padre  cele- 


(1)  De  ci.  mul.,  De  Hypermnestra,  cap.  XIIl. 

(2)  Op.  cit.,  De  Niobe,  cap.  XIV. 

(3)  Op.  cit.,  cap.  XXIX. 


270  L.   TORRETTA 

brante  il  suo  trionfo  (1),  o  della  giovinetta  romana  che  sostenta 
nel  carcere  la  madre  con  proprio  latte  (2),  egli  si  profonde  in 
elogi  sulla  pietà  dei  figli  verso  i  genitori.  I  casi  di  Rea  Illa  gli 
offrono  l'occasione  di  deplorare  con  aspre  parole  il  costume  di 
rinchiudere  nei  chiostri  le  giovinette  per  evitar  di  dotarle  (3). 
A  proposito  della  crudeltà  con  cui  Atalia  acquistò  la  corona  reale, 
si  scaglia  contro  la  brama  di  regno,  il  quale  non  si  può  conse- 
guire che  colla  frode,  o  colla  forza,  ed  in  ogni  caso  non  senza 
l'aiuto  degli  scellerati  e  senza  che  il  cuore  s'induri,  come  sasso, 
innanzi  ai  mali  che  si  debbono  cagionare  (4).  Megulia,  la  «  Dotata  », 
gli  dà  modo  di  tessere  il  panegirico  della  buona  semplicità  dei 
tempi  antichi  (5);  e  Busa  di  Canusio,  che  ospitò  i  feriti  della  bat- 
taglia di  Canne,  quello  della  prodigalità  contro  l'avarizia  (6). 
Medusa  (7)  e  Procri  (8)  gli  ispirano  delle  sonanti  declamazioni 
contro  la  sete  dell'oro;  Cerere  (9),  che  insegnò  agli  uomini  l'agri- 
coltura, traendoli  dallo  stato  selvaggio,  gli  detta  un  lunghissimo 
ragionamento  per  indagare  se  ciò  sia  stato  un  bene  o  un  male. 
V'ha  però  un  vizio  contro  il  quale  il  suo  sdegno  e  il  suo  or- 
rore si  manifestano  con  particolare  veemenza  :  la  lussuria.  Al 
Certaldese,  pentito  dei  trascorsi  giovanili,  e  deciso  a  mutar  vita, 
pesano  tormentosamente  sulla  coscienza  conturbata  dai  rimorsi 
gli  scritti  licenziosi  coi  quali  avea  peccato  e  fatto  peccare.  Con 
quanto  accoramento  ricordava  le  lascivie  del  Cento  Novelle 
supplicando  Mainardo  Cavalcanti  di  non  concederne  la  lettura 
alle  donne  della  sua  casa  !  (10). 


(1)  Be  ci.  mul.,  cap.  LX. 

(2)  Op.  cit.,  cap.  LXIIl. 

(3)  Op.  cit.,  cap.  XLIII. 

(4)  Op.  cit,  cap.  XLIX. 

(5)  Op.  cit.,  cap.  Lll. 

(6)  Op.  cit.,  cap.  LXVII.      ' 

(7)  Op.  cit.,  cap.  XX. 

(8)  Op.  cit.,  cap.  XXVI. 

(9)  Op.  cit.,  cap.  V. 

(10)  «  Cave meo   monitu    precibusque  ne    feceris.  Sine  illas  iuvenibus 

€  passionum  sectatoribus,  quibus   loco    magni   muneris  est,  vulgo  arbitrari 


IL    «  LIBER   DE   CLARIS   MDLIERIBUS  >  271 

Ma  il  proposito  di  mutar  vita  non  poteva  bastare  a  riparare 
ai  tristi  effetti  esercitati  dalle  opere  che  contenevano  «  minus 
«  decentia  et  adversantia  honestati...  Veneris  infaustae  aculaei... 
«  in  scelus  impellentia  etiam  si  sint  ferrea  pectora  »  (1).  Pubblico 
era  stato  il  peccato  e  pubblica  doveva  essere  l'espiazione.  Ecco 
perchè  l'autore  non  si  stanca  d'esaltare  tutte  le  virtù  e  di  vitu- 
perare tutti  i  vizi  e  le  passioni  e  specialmente  quella  passione 
che  egli  stesso  aveva  dipinto  con  colori  lusinghieri  nelle  sue 
opere  giovanili.  Ecco  perchè  egli  condanna  con  inesorabile  se- 
verità questa  «  peslis  et  tìagitium  »  (2)  la  quale  «  sensim  incautas 
«  mentes  occupans,  et  in  precipicium  trahens,  omne  decus  turpi 
«  nota  commaculat  »  (3). 

Senonchè  il  Boccaccio  non  riesce,  con  questi  suoi  ampollosi 
precetti,  a  convincerci.  Malgrado  il  suo  sforzo  di  manifestare  nei 
termini  più  vibrati  il  suo  orrore  pel  male  e  il  suo  zelo  pel  bene, 
egli  non  trova  la  via  del  nostro  cuore.  Par  quasi  ch'egli  sostenga 
una  parte  a  cui  non  era  chiamato;  egli  adopera  bensì  il  mas- 
simo buon  volere  per  recitarla  con  convinzione;  ma  la  parte 
non  è  fatta  per  lui,  non  si  adatta  alla  sua  natura  e  lascia  indif- 
ferente l'ascoltatore. 

Qualche  volta  però  l'antico  Boccaccio  indulgente  agli  amanti 
e  ai  peccati  d'amore,  fa  capolino  sotto  il  cappuccio  del  mora- 
lista. Quand'egli  narra  la  storia  dell'ingenua  Paolina,  che  il  gio- 
vane Mundo  inganna  sotto  le  spoglie  del  dio  Anubi  (4),  ritrova 
il  giocondo  e  poco  castigato  linguaggio  del  Decamerone.  Di  fronte 


«  quod  multas  iafecerint  petulantia  sua  pudicitìas  matronarum.  Et  si  decori 
«  dominarum  tuarum  parcere  non  vis,  parce  saltem  honori  meo,  si  adeo  me 
«  diligis,  ut  lacrymas  in  passionibus  meis  efiundas.  Existimabunt  enim  le- 
«  gentes  me  spurgidum  lenonem,  incestuosum  senem,  impurum  hominem, 
«  turpiloquum  maledicum  et  alienorum  scelerum  avidum  relatorem  ».  Coraz- 
ziNi,  Lettere  edite  e  inedite  di  M.  Giov.  Boccaccio,  p.  298. 

(1)  Lett.  cit.  in  Gorazzini,  Op.  e  loc.  cit. 

(2)  De  ci,  mul..  De  Thysbe,  cap.  XII. 

(3)  Op.  cit..  De  Semiramide,  cap.  Il 

(4)  Op.  cit..  cap.  LXXXIX. 


272  L.   TORRETTA 

alla  lagrimevole  sorte  di  Tisbe,  egli  non  sa  condannare  i  due 
giovani  amanti,  pensando  che,  se  vi  fu  colpa,  fu  della  sorte  e 
dei  parenti  ed  esclama:  «  Quis  non  compatietur  iuvenibus?  quis 
«  tam  infelici  exitui  lacrymulam  saltem  unam  non  concedit? 
«  saxeus  erit!  »  (1).  E  considerando  le  sventure  di  Saffo,  egli 
accusa  le  Pieridi  perchè,  suonando  Anflone  la  lira,  poterono  smuo- 
vere i  sassi,  e  al  canto  della  fanciulla  di  Lesbo,  non  vollero  toc- 
care il  cuore  di  un  giovinetto  (2). 

Si  può  di  leggieri  comprendere  come  tali  brani  declamatori 
non  aggiungano  interesse  all'esposizione  delle  diverse  biografie. 
Non  troviamo  la  successione  rapida  ed  efficacemente  dramma- 
tica dei  fatti,  ma  un  racconto  continuamente  intralciato  e  inter- 
rotto da  considerazioni  lunghe  e  monotone.  Più  che  il  discerni- 
mento dello  storico,  ci  si  discopre  la  pedanteria  del  moralista; 
anzi  di  quello  non  troviamo  neppur  l'ombra  nelle  pagine  del 
De  ci.  mul.  I  nomi  stessi  delle  donne  che  il  Certaldese  ha  com- 
preso nella  sua  storia,  bastano  a  darci  avviso  della  facile  credulità 
dell'autore.  Seguendo  le  teorie  degli  Evemeristi,  egli  considera 
come  donne  vere  le  dee  della  mitologia  ellenica  e  ne  espone  la 
vita  con  scrupolosa  minuzia,  quasi  temendo  di  venir  meno  in 
qualche  cosa  alla  verità  ;  poi  si  scaglia  ad  ogni  pie  sospinto  con 
un  furore  che  ci  fa  sorridere  contro  r«  error  mortalium  »  e  la 
«  cecitas  hominum  »  che  han  fatto  di  esse  altrettante  divinità. 
Ed  anche  qui,  abbandonandosi  all'impeto  della  declamazione, 
arriva  a  dire  ciò  che  egli,  studioso  appassionato  del  mondo  clas- 
sico, non  poteva  certo  pensare,  quando  deplora  che  il  tempo  non 
abbia  distrutto  fin  la  memoria  dell'antica  mitologia  (3). 

Come  le  favole  ed  i  miti  della  religione  greca,  ogni  altra  leg- 
genda tramandata  dall'antichità  riguardo  a  donne  famose  rin- 


(1)  Op.  cit.,  cap.  XII. 

(2)  Op.  cit.,  cap.  XLV. 

(3)  «  luno poetarum  Carmine  et  errore  gentilium celeberrima  facta 

«  est:  in  tantum  ut  nequiverint  taciti  temporum  dentes  (cum  cuncta  corro- 
«  derent)  adeo  infame  exedisse  opus,  quin  ad  aetatem  usque  nostrani  notissi- 
«  mum  eius  non  evaserit  nomea  »  (De  lunone,  cap.  IV). 


IL    «  LIBER   DE   CLARIS   MULIERIBUS  »  273 

viene  nel  Nostro  un  tanto  accurato  quanto  credulo  riferitore. 
Sicché  in  conclusione  poco  onore  fa  al  Boccaccio,  considerato 
siccome  storico,  codesto  libro,  dove  l'erudizione  abbonda,  anzi 
soverchia,  confusa  qual  v'appare  e  mal  digesta,  mentre  la  cri- 
tica fa  completamente  difetto. 

Ad  ogni  modo,  acciarpato  com'è,  il  De  ci.  mul.  riman  sempre 
un  notevole  documento  della  larga  cultura  boccaccesca.  Prezzo 
dell'opera  ci  parve  quindi  esplorarne  diligentemente  —  ciò  che 
mai  non  s'era  fatto  prima  d'ora  —  i  fonti,  ed  a  questa  ricerca 
sarà  dedicata  la  seconda  parte  del  nostro  modesto  lavoro. 


Parte  II. 
I  fonti  del  "  Libar   de  claris  mulieribus  „. 

I. 

Della  cultura  classica  del  Boccaccio  discorre  ampiamente 
l'Hortis  nella  parte  del  suo  libro  la  quale  reca  per  titolo:  «  Degli 
«  autori  consultati  dal  Boccaccio  per  le  opere  latine  »  (1).  Ma 
sebbene  egli  enumeri  pressoché  tutti  gli  scrittori  che  il  Boccaccio 
conobbe,  non  sempre  determina  quali  furono  i  fonti  delle  singole 
opere  latine  del  Certaldese;  o  se  pur  dice  che  Virgilio,  Plinio, 
Valerio  Massimo  vennero  da  lui  consultati  per  la  compilazione 
del  libro  di  cui  discorriamo,  raramente  viene  a  precisare  di  quali 
passi  delle  loro  opere  e  per  quali  capitoli  del  suo  libro  l'autore 
se  ne  sia  giovato.  Lasciando  perciò  da  parte  l'esame  generale 
della  cultura  classica  del  Certaldese,  verremo  a  ricercare  e  a 
stabilire  quali  furono  gli  scrittori  a  cui  egli  attinse  in  partico- 
lare per  la  composizione  del  suo  trattato  sulle  donne. 


{i\  Op.  cit.,  p.  363. 

fliornaU  tiorico,  XXXIX.  fase.  116-117.  18 


274  L.  TORRETTA 

Questi  scrittori  il  Boccaccio  non  cita  mai  (nell'opera  non  ri- 
corrono che  i  nomi  di  Licofrone  (1),  di  cui  si  combatte  un'  opi- 
nione, e  di.  San  Gerolamo  (2);  ciononostante  a  chi  esamini  con 
attenzione  il  contesto,  non  riesce  difficile  porre  a  riscontro  a  cia- 
scuna biografia  i  brani  di  Livio,  di  Tacito,  di  Ovidio  e  di  altri 
molti,  che  ne  furono  i  fonti  ;  risultando  si  evidente  la  derivazione 
di  quelle  da  questi,  da  non  lasciar  luogo  a  dubbio  alcuno. 

Tali  fonti  sono  tutti  latini;  ad  eccezione  di  Giuseppe  Flavio 
(che  fu  letto  però  nella  versione  latina  (3))  dal  quale  derivano 
le  biografie  di  Nicaula  (cap.  XLI)  (4),  Atalia  (cap.  XLIX)  (5), 
Marianna  (cap.  LXXXV)  (6),  Paolina  (cap.  LXXXIX)  (7). 

Lo  scrittore  che  possiam  dire  più  di  sovente  saccheggiato  dal 
Boccaccio  è  Valerio  Massimo.  I  brevi  cenni  con  cui  quest'autore 
tocca  delle  diverse  donne  che  si  segnalarono  per  qualche  virtù, 
per  qualche  impresa,  o  per  qualche  particolarità  degna  di  nota 
sono  generalmente  ampliati  e  coloriti  con  maggior  vivezza  di 
tinte  dal  Boccaccio,  il  quale  ne  trae  argomento  per  una  ventina 
di  capitoli  all' incirca,  vale  a  dire:  De  coniugibus  Meniarum 
(cap.  XXIX)  (8);  De  Hippone  (cap.  LI)  (9);  De  Megulia  dotata 
(cap.  LII)  (10);  De  Claudia  Vestali  virgine  (cap.  LX)  (11)  ;  De  Ro- 


(1)  De  ci.  mul,  De  Penelope,  cap.  XXXVIIl. 

(2)  Op.  cit.  De  Cornifitia,  cap.  LXXXIV. 

(3)  «  È  certo  *  asserisce  I'Hortis,  Op.  cit.,  p.  283,  «  che  delle  storie  giù- 
«  daiche  di  Giuseppe  Flavio  esisteva  un'antica  traduzione  latina  che  figura 
«  nel  catalogo  bobbiese  e  che  fu  veduta  probabilmente  da  Goffredo  da  Viterbo, 
«  da  Giovanni  di  Salisbury  e  da  quei  poeti  che  nel  Medio  Evo  misero  in 
«  romanzo  la  storia  dei  Maccabei  ».  Tale  versione  latina  fu  conosciuta  pro- 
babilmente anche  da  Dante  ed  a  questo  proposito  vedi  Sgherillo,  Alcuni 
capitoli  della  biografia  di  Dante,  Torino,  1896,  pp.  443-444. 

(4)  JosEPHi  Flavii,  Antiquit.  Judaic.  Vili,  vi,  2  e  5. 

(5)  Op.  cit.,  VIII,  XV,  3;  IX,  vii,  1-3. 

(6)  Op.  cit.,  XIV,  XII,  1;  XV,  14;  XV,  iii,  5,  6,  9;  vii,  1,  4. 

(7)  Op.  cit.,  XVIII,  III,  4. 

(8)  Valerii  Maximi,  De  dictis  factisque  memorab.,  IV,  vi,  ext.  3. 

(9)  Op.  cit.,  VI,  I,  ext.  1. 

(10)  Op.  cit.,  IV,  IV,  10. 

(11)  0^.  cit.,  V,  rv,  6. 


IL   «  LIBER   DE   CLARIS  MULIERIBUS  »  275 

maìia  iuvencula  (cap.  LXIII)  (1);  De  Sulpicia  Fulvii  Flacci 
coniuge  {cd^^.  LXV)  (2);  De  Armonia  (cap.  LXVI)  (3);  De  Busa 
Canusina  (cap.  LXVII)  (4);  De  coniuge  Orgiagontis  Oallógraeci 
(cap.  LXXI)  (5);  De  Berenice  (cap.  LXX)  (6);  De  Tertia  ^Emilia 
(cap.  LXXIl)  (7);  De  Dripetrua  (cap.  LXXIII)  (8);  De  Semijronia 
Graccorum  (cap.  LXXIV)(9);  De  Hypsicratea  (cap.  LXXVI)  (10); 
De  Julia  Gai  Caesaris  filia  (cap.  LXXIX)  (11);  De  Portia 
(cap.  LXXX)  (12);  De  Curia  (cap.  LXXXI)  (13);  De  Horiensia 
(cap.  LXXXII)  (14);  De  Sulpitia  TrusceUionis  coniuge  (capi- 
tolo LXXXIII)  (15);  De  Antonia  (cap.  LXXXVII)  (16). 

A  Valerio  Massimo  attinge  inoltre  un  episodio  della  vita  di 
Semiramide  (cap.  II)  (17),  uno  di  quella  di  Artemisia  (cap.  LV)  (18) 
ed  una  parte  della  narrazione  intorno  alle  mogli  dei  Cimbri 
(cap.  LXXVIII)  (19). 

Anche  le  storie  di  Livio  recano  il  loro  contributo  al  libro  del 
Boccaccio.  Anzitutto  esse  gli  servono  per  completare  i  capitoli 
di  Armonia  (20),  di   Busa  Canusina  (21),  della  moglie  di  Orgia- 


(1)  Valerii  Maximi,  V,  iv,  7  (anche  Plinio,  VII,  36,  1). 

(2)  Op.  cit..  Vili,  XV,  12. 

(3)  Op.  cit..  Ili,  II,  ext.  9. 

(4)  Op.  cit.,  IV,  vili,  2. 

(5)  Op.  cit.,  VI,  I,  ext.  2. 

(6)  Op.  cit.,  IX,  X,  ext.  1. 

(7)  Op.  cit.,  VI,  VII,  1. 

(8)  Op.  cit.,  I,  vili,  ext.  13. 

(9)  Op.  cit..  Ili,  vili,  6. 
<10)  Op.  cit.,  IV,  VI,  ext.  2. 
(il)  Op.  cit.,  IV,  VI,  4. 

(12)  Op.  cit.,  II,  II,  15  e  IV,  VI,  5. 

(13)  Op.  cit.,  VI,  VII,  2. 

(14)  Op.  cit..  Vili.  Ili,  3. 

(15)  Op.  cit.,  VI,  VII,  3. 
<16)  Op.  cit.,  IV,  III,  3. 

(17)  Op.  cit.,  IX,  III,  ext.  4. 

(18)  Op.  cit.,  IV,  VI,  ext.  1. 
<19)  Op.  cit.,  VI,  I,  ext.  3. 

(20)  T.  Livii,  Hist.,  XXIV,  25. 

(21)  Op.  cit.,  XXII,  52. 


276  L.  TORRETTA 

gonte  (1);  che  vedemmo  derivare  da  Valerio  Massimo,  e  gli  forni- 
scono alcune  notizie  per  le  biografie  di  Lavinia  (cap.  XXXIX)  (2), 
di  Rea  Ilia  (cap.  XLIII)  (3),  di  Opi  (cap.  Ili)  (4),  di  Garmenta 
(cap.  XXV)  (5).  Ma  interamente  attinte  a  Livio  sono  le  narra- 
zioni di  Lucrezia  (cap.  XLVI)  (6),  di  Clelia  (cap.  L)  (7),  di  Ve- 
turia  (cap.  LUI)  (8),  di  Virginia,  figliuola  di  Virginio  (cap.  LVI)  (9), 
di  Virginia,  moglie  di  Lucio  Volumnio  (cap.  LXI)  (10),  di  Sofo- 
nisba  (cap.  LXVIII)  (11),  di  Teossena  (cap.  LXIX)  (12). 

Da  Tacito  ricava  i  capitoli  riguardanti  Agrippina,  madre  di 
Nerone  (XG)  (13),  Epicari  (XGI)  (14),  Pompea  Paolina  (XGII)  (15), 
Sabina  Poppea  (XGIII)  (16),  Triaria  (XGIV)  (17);  da  Svetonio  quello 
di  Agrippina  moglie  di  Germanico  (18)  (cap.  LXXXVIII). 

Fra  gli  scrittori  della  storia  augustea,  Capitolino  (19)  è  consul- 
tato per  la  vita  di  Faustina  (cap.  XCVI),  Lampridio  e  Capito- 
lino (20)  ancora  per  quella  di  Semiamira  (cap.  XCVII),  Vopisco 
e  specialmente   Trebellio  Pollione  (21)  per  quella  di    Zenobia 


(1)  T.  Livii,  Hist.,  XXXVIII,  12  e  24. 

(2)  Op.  ciU,  1,  1. 

(3)  Op.  cit,  I,  4. 

(4)  Op.  cit.,  XXIX,  10  e  11. 

(5)  Op.  cit,  I,  7. 

(6)  Op.  cit.,  I,  57  e  58. 

(7)  Op.  cit,  II,  13. 

(8)  Op.  cit,  II,  40. 

(9)  Op.  cit.  III,  44-48  e  58. 

(10)  Op.  cit,  X,  23. 

(11)  Op.  cit,  XXX,  12,  15. 

(12)  Op.  cit,  XL,  4. 

(13)  Taciti,  Annales,  XII,  XIV. 

(14)  Op.  cit,  XV,  51  e  57. 

(15)  Op.  cit,  XV,  63  e  64. 

(16)  Op.  cit,  XIII,  45,  46  ;  XIV,  63;  XV,  23;  XVI,  6. 

(17)  Taciti,  Hist,  II,  53;  Ili,  76  e  77. 

(18)  SvETONii,  Caligula,  VII  e  XXIII;  Tiberius,  LII  e  LUI.     * 

(19)  luLii  Capitolini,  M.  Anton.  Philos.,  VI  e  XIX  principalmente;  XXVI. 

(20)  luLii  Capitolini,  Macrinus,  VIII  e  IX;  Mui  Lampridii,  Helioga- 
halus.  Il  e  IV. 

(21)  Flavii  Vopisci,  Aurelianus,  brevemente  in  diversi  luoghi  dei  cap.  XXV, 
XXVI,  XXVII,  XXX,  XXXIII;  Trebellii  Pollionis,  Triginta  Tyranni, 
cap.  XXIX,  Zenobia. 


IL   «  LIBER   DE   CLARIS   MULIERIBUS  »  277 

(cap.  XGVIII).  Sallustio  è  la  fonte  della  sola  biografia  di  Sera- 
pronia  (cap.  LXXVII)  (1). 

Poco  attinge  il  Boccaccio  a  Cicerone:  il  capitolo  di  Leonzio 
(LVIII),  che  egli  compone  ampliando  un  semplice  cenno,  che 
questo  scrittore  gli  dà  nel  De  Natura  Deorura  (2),  e  una  parte 
del  capitolo  di  Elena  (XXXV)  (3)  che  narra  il  modo  pel  quale  il 
pittore  Zeusi  potè  dipingerne  il  ritratto.  Il  capitolo  di  Gaia  Ci- 
rilla (XLIV)  è  tolto  a  queir  operetta  De  praenominibus  di  in- 
certo autore,  che  erroneamente  fu  attribuita  a  Valerio  Mas- 
simo (4).  Della  stessa  Gaia  parla  anche  Plinio,  Nat.  HisL,  Vili,  74; 
ma  evidentemente  il  Boccaccio  segui  r«auctor  de  praenomini- 
«  bus  »  togliendone  non  soltanto  il  concetto,  bensì  anche  la  forma. 

Non  molto  materiale  pel  De  ci.  mul.  è  offerto  al  Boccaccio 
da  Virgilio,  il  poeta  pur  da  lui  tanto  prediletto.  Dietro  di  lui  si 
narra  di  Lavinia  (5)  e  di  Camilla  (6);  da  lui  attingesi  qualche 
notizia  intorno  a  Cassandra  (7);  ma  riguardo  a  Didone  il  Boc- 
caccio preferisce  accettare  il  racconto  di  Giustino  (8),  e  proba- 
bilmente non  tanto  per  le  ragioni  esposte  nel  Commento  a 
Dante  (9),  ove  vuol  dimostrare  che  nel  racconto  Virgiliano  vi 
sarebbe  un  grave  anacronismo  e  che  Enea  non  può  aver  cono- 
sciuto Didone,  quanto  per  un'altra  considerazione;  perchè  la 
Didone  virgiliana,  la  tragica  eroina  dell'amore,  si  sarebbe  atti- 
rata sul  capo  tutte  le  invettive  che  il  Boccaccio  lancia  contro 
le  vedove  che  cedono  a  nuovi  amori,  mentre  la  casta  Didone  di 
Giustino,  non  solo  poteva  servire  come   uno  splendido  esempio 


(1)  Sallustii,  De  Catti,  coniur.,  XXV  e  XL. 

(2)  GiCERONis,  De  Nat.  Deor.,  I,  33. 

(3)  GiCEROMS,  De  Invent.  Rhetor.,  II,  1. 

(4)  Incerti  aucloris  liber  «  De  praenominibus  »,  in  epitomen   redactis  a 
lulio  Paride  (Lipsiae,  1865),  7. 

(5)  VlRGILII,  yEn.,  VII,  45  sgg. 

(6)  Op.  cit.,  XI,  539-848. 

(7)  Op.  cit.,  II,  342  sgg. 

(8)  lusTiNi,  Epitome,  lib.  XVIII,  4,  5,  6. 

(9)  Il  Comento  di   Giovanni  Boccacci,  a  cura  di  G.   Milanesi,  Firenze, 
1863,  lez.  XVllI,  canto  V. 


278  L.   TORRETTA 

da  porre  innanzi  alle  vedove  del  suo  tempo,  ma  gli  offriva  una 
bella  occasione  di  predicare  un  poco  sui  doveri  della  vedovanza. 

Senonchè,  quasi  gli  dolesse  di  lasciare  completamente  in 
disparte  il  racconto  di  Virgilio,  egli  fece  arrivare  Enea  a  Car- 
tagine nel  momento  della  morte  di  Bidone  ;  incorrendo  così  nel- 
l'anacronismo da  lui  stesso  rimproverato  al  mantovano  nel  Com- 
mento a  Dante,  senza  perciò  accrescere  interesse  al  suo  racconto 
ponendo  in  scena  assai  inopportunamente  questo  personaggio, 
che  resta  affatto  passivo  e  senza  significato,  dal  momento  che 
non  ha  alcuna  relazione  con  Bidone  e  col  resto  del  racconto. 

Il  Boccaccio  si  giova  invece  ampiamente  del  Commento  scritto 
da  Servio;  ma  di  questo  parleremo  più  tardi. 

La  Naturalis  Historia  di  Plinio  è  messa  a  profitto  per  le  bio- 
grafìe di  Tamiri  (cap.  LIV)  (1),  Irene  (cap.  LVII)  (2)  e  Marzia 
(cap.  LXIV)  (3),  pittrici,  per  quella  di  Panfìla  (cap.  XLII)  (4),  per 
quella  di  Leena  (cap.  XLVIII)  (5)  che,  implicata  nella  congiura 
di  Armodio  ed  Aristogitone,  si  lasciò  torturare  senza  tradire  i 
congiurati,  e  per  alcuni  particolari  delle  vite  di  Artemisia 
(cap.  LV)  (6)  e  di  Cleopatra  (cap.  LXXXVI)  (7). 

Un'altra  parte  della  storia  di  Artemisia  è  tolta  al  trattato  di 
Vitruvio  De  Architeciura  (8).  Pomponio  Mela  è  consultato  per 
qualche  notizia  intorno  a  Semiramide  (cap.  II)  (9)  ed  a  Manto 
(cap.  XXVIII)  (10).  Alla  storia  di  Anneo  Floro  è  attinta  la  parte  essen- 
ziale del  racconto  intorno  alle  mogli  dei  Cimbri  (cap.  LXXVIII)(11). 

Assai  più  frequente  è  l'uso  del  Compendio  delle  storie  di  Trogo 


(1)  G.  Punii  Secondi,  Hist.  nat,  XXXV,  35,  2;  40,  22. 

(2)  Op.  cit.,  XXXV,  40,  22. 

(3)  Op.  cit,  XXXV,  40,  22  e  23. 

(4)  Op.  cit,   XI,  26,  1. 

(5)  Op.  cit.,  VII,  23,  1. 

(6)  Op.  cit,  XXXVI,  4,  18  e  19. 

(7)  Op.  cit,  IX,  58,  3,  4,  5;  XIX,  5;  XXI,  9. 

(8)  ViTRUvii,  De  Architect.,  II,  8. 

(9)  PoMPONii  Melae,  Be  situ  orhis,  I,  11. 

(10)  Op.  cit,  I,  XVII. 

(11)  Annaei  Plori,  Epitome  de  Oestis  Romanorum,  IH,  4. 


IL    «  LIBER   DE   CLARIS   MDLIERIBDS  »  279 

Pompeo  fatto  da  Giustino.  Da  questo  troviamo  derivate  in  tutto  o  in 
parte  le  biografie  di  Semiramide  (1),  di  Bidone  (cap.  XL)  (2)  (come 
già  avemmo  occasione  di  notare),  delle  Amazzoni,  cioè  di  Marpesia 
e  Lampedo  (cap.  XI)  (3),  di  Orizia  ed  Antiope  (cap.  XVIII)  (4)  e  di 
Pentesilea(cap.  XXX)(5),  di  Tamiri,  regina  di  Scizia  (cap.  XLVII)  (6), 
di  Olimpiade  (cap.  LIX)  (7),  di  Berenice  (cap.  LXX)  (8). 

Di  Orosio  non  usufruisce  che  due  brani  i  quali  espongono  fatti 
riguardanti  Semiramide  (cap.  II)  (9)  e  Artemisia  (cap.  LV)  (10). 

Nella  Cronaca  di  Eusebio  tradotta  da  S.  Gerolamo  si  legge  la 
breve  notizia  che  dà  modo  al  Boccaccio  di  comporre  il  capitolo 
di  Cornificia  (LXXXIV)  (11).  E  per  la  vita  di  Proba  si  servì  pro- 
babilmente di  un  passo  di  Isidoro  (12). 

Quanto  alla  parte  mitologica  (che  il  Boccaccio,  come  già  di- 
cemmo, considera  come  vera  storia),  una  larga  messe  di  notizie 
gli  è  offerta  dalle  opere  di  Ovidio  e  specialmente  dalle  Metamor- 
fosi e  dalle  Epistole  (Heroides);  egli  ne  toglie  le  favole  di  Aracne 
(cap.  XVII)  (13),  di  Procri  (cap.  XXVI)  (14),  di  Niobe(cap.XIV)(15), 
diTisbe(cap.XII)(16),diMedea(cap.XVI)(17),diIole(cap.XXI)(18), 
di  Deianira  (cap.  XXII)  (19),  di  Ipermnestra  (cap.  XIII)  (20);  e  molte 


(1)  lusTiNi,  Epitome,  I,  1,  2. 

(2)  Op.  cit.,  XVIII,  4,  5,  6. 

(3)  Op.  cit.,  II,  4. 

(4)  Op.  e  loc.  cit. 

(5)  Op.  e  loc.  cit. 

(6)  Op.  cit.,  I,  8. 

(7)  Op.  cit.,  VII,  6;  IX,  5,  7;  XIV,  5,  6. 

(8)  Op.  cit.,  XXXVIII,  1,  2. 

(9)  P.  Orosii,  Hist.  adv.  Pag.,  lib.  I,  4. 

(10)  Op.  cit.,  II,  10. 

(11)  Chron.  Euseb.,  01.  184,  4,  41  a.  G.  =  713  di  R. 

(12)  IsiDORi  HisPAL.,  De  script,  eccles.,  V. 

(13)  OviDii  Nasonis,  Metam.,  lib.  VI,  vv.  1-154. 

(14)  Op.  cit.,  VII,  694  sgg. 

(15)  Op.  cit.,  VI,  154-312. 

(16)  Op.  cit.,  IV,  55  sgg. 

(17)  Op.  cit.,  VII,  1-450. 

(18)  Op.  cit.,  IX,  140  sgg.  ;  ed  Ep.  IX. 

(19)  Op.  cit.,  IX,  133  sgg. 

(20)  OviDii,  Her.  Epist.,  XIV. 


280  L.   TORRETTA 

notizie  secondarie  qua  e  là  sparse  nei  capitoli  di  Circe  (XXXVI)  (1), 
di  Penelope  (XXXVIII)  (2),  di  Polissena  (XXXI)  (3),  di  Rea  Ilia 
(XLIII)  (4),  di  Flora  (LXII)  (5). 

Però  il  capitolo  di  Isifile  (XV),  contrariamente  a  quanto  asse- 
risce l'Hortis  (6),  non  ha  nulla  a  che  fare  con  Ovidio  (7),  mentre 
rivela  evidentissima  la  sua  derivazione  da  due  favole  di  Igino 
(fab.  XV  e  LXXIV). 

Anche  Tibullo  è  in  qualche  punto  consultato  dal  Boccaccio, 
come  ad  esempio  per  un  particolare  della  biografia  di  Amaltea 
(cap.  XXIV)  (8),  mentre  un'altra  parte  di  questa  stessa  biografia 
è  tolta  ad  Isidoro  (9). 

Largamente  usate  dal  Boccaccio  pel  suo  libro  sono  le  favole 
di  Igino,  e  specialmente  pei  capitoli  di  Elena  (cap.  XXXV)  (10),  di 
Circe  (cap.  XXXVI)  (11),  di  Carmenta  (cap.  XXV)  (12),  di  Iper- 
mnestra  (cap.  XIII)  (13),  di  Giocasta  (cap.  XXIII)  (14),  di  Argia 
(cap.  XXVII)  (15),  e,  come  già  dissi,  di  Isifile  (cap.  XV)  (16). 

Anche  Lattanzio  vien  consultato  dal  Nostro  per  alcune  parti 
dei  capitoli  di  Giunone  (IV)  (17),  di  Iole  (XXI)  (18),  di  Eritrea  Si- 


(1)  OviDii,  Metam.,  XIV,  248  sgg. 

(2)  OviDii,  Her.  Epist.,  1  (anche  Iginus,  fab.  125  e  i26). 

(3)  OviDii,  Sfetam.,  XIII,  448  sgg. 

(4)  OviDii,  Fasti,  IV,  54-55. 

(5)  Op.  cit.,  V,  194-212. 

(6)  Op.  cit.,  p.  401. 

(7)  Ovidio  parla  di  Isifile  nell'  Epistola  VI  delle  Heroides  ove  essa  si  ri- 
volge a  Giasone,  lamentandosi  di  essere  stata  posposta  alla  maga  Medea,  e 
rammentandogli  le  nozze  con  lei  contratte  e  la  fede  giurata  ;  sentimenti  che 
non  sono  neppure  accennati  nel  racconto  del  Boccaccio. 

(8)  TiBULLi,  Eleg.,  II,  v,  67. 

(9)  IsiDORi  HisPAL.,   Orig.,  Vili,  8,  5. 

(10)  Bigini,  Fab.,  LXXIX,  GXVIII,  GXXII. 

(11)  Op.  cit.,  GLVI  e  GXXV. 

(12)  Op.  cit.,  GGLXXVII. 

(13)  Op.  cit.,  GLXX  e  GLXVIII. 

(14)  Op.  cit.,  LXVI-LXVII-LXVIII. 

(15)  Op.  cit.,  LXIX,  LXXI,  LXXII,  LXXIII. 

(16)  Op.  cit.,  XV  e  LXXIV. 

(17)  Caelii  Firmiani  Lactantii,  Divin.  instit.,  lib.  I,  17  (8). 

(18)  Id.,  Instit.  epit.,  VII  (3,  5). 


IL    «  LIBER   DE   CLARIS   MULIERIBDS  »  281 

bilia  (XIX)  (1),  di  Flora  (LXII)  (2).  La  parte  principale  però  del 
capitolo  di  Flora  è  tolta  ai  Saturnalia  di  Macrobio  (3). 

Fonte  abbondante  di  notizie  rispetto  alla  parte  mitologica  è  pure, 
come  ho  già  detto,  il  Commento  di  Servio  a  Virgilio.  A  questo  si 
devono  molti  tratti  delle  biografie  di  Iole  (cap.  XXI)  (4),  di  Deia- 
nira  (cap.  XXII)  (5),  di  Circe  (cap.  XXXVI)  (6),  di  Amaltea 
(cap.  XXIV)  (7),  di  Manto  (cap.  XXVIII)  (8),  di  Carmenta 
(cap.  XXV)  (9),  di  Polissena  (cap.  XXXI)  (10),  di  Cassandra 
(cap.  XXXIII)  (11). 

Riguardo  ai  dati  mitologici,  però,  devesi  notare  come  riesca 
assai  più  difficile  il  determinare  con  sicurezza  i  passi  dei  diversi 
autori,  di  cui  il  Boccaccio  si  è  giovato.  Le  stesse  notizie  sono 
spesso  date  da  molti  autori,  che  il  Boccaccio  conosceva,  press'a 
poco  nella  stessa  guisa;  ed  è  impossibile  in  molti  casi  determi- 
nare quale  fra  essi  egli  abbia  avuto  dinanzi  scrivendo;  di  modo 
che  per  quanto  noi  abbiamo  tentato  anche  in  questa  parte  di 
porre  di  fronte  a  ciascun  capitolo  il  corrispondente,  o  i  corri- 
spondenti brani  latini,  non  ci  riuscì  sempre  di  farlo,  come  pel 
resto  del  libro. 


IL 


Quanto  al  modo  di  usare  questi  fonti,  non  e'  è  molto  da  osser- 
vare. Il  metodo  più  frequentemente  usato  dal  Boccaccio  è  quello 


(1)  Id..  Divin.  instit.,  lib.  I,  6  (9). 

(2)  Op.  cit.,  1,  2C  (6-10). 

(3)  Macrobii,  Saturn.,  I,  10. 

(4)  Servii,  Comment.  in  Yirgilii  Mn.,  lib.  VIII,  291. 

(5)  Op.  cit,  Vili,  300. 

(6)  Op.  cit.,  VII,  190. 

(7)  Op.  cit.,  VI,  72. 

(8)  Op.  cit.,  X,  198. 

(9)  Op.  cit..  Vili,  51. 

(10)  Op.  cit..  Ili,  322. 

(11)  Op.  cit.,  II,  247. 


282 


L.   TORRETTA 


di  ampliare  dei  brevissimi  brani,  rivestendoli  di  una  forma  più 
lussureggiante  e  più  ricca  di  aggettivi,  aggiungendovi  conside- 
razioni morali,  spiegando  i  moventi  delle  azioni,  dando  insomma 
ai  brani  stessi  un  aspetto  più  complesso  e  le  proporzioni  occor- 
renti a  cavarne  fuori  un  capitolo.  Cicerone  nomina,  ad  esempio, 
per  incidenza,  Leonzio,  meretrice,  che  osò  scrivere  contro  Teo- 
frasto  ?  (1).  Dietro  questo  semplice  accenno  il  Boccaccio  scrive 
una  pagina.  Plinio  gli  ricorda  Timarete,  figlia  di  Micene,  che 
dipinse  un'immagine  di  Diana  che  si  trovava  ad  Efeso  (2);  o  ac- 
cenna a  Panfila  che  «  telas  araneorum  redordiri  rursusque 
«  texere  invenit?  »  (3).  All'una  e  all'altra  il  Certaldese  dedica 
un  capitolo.  Di  tal  genere  sono  la  maggior  parte  delle  narrazioni 
attinte  a  Plinio  ed  a  Valerio  Massimo.  Valga  per  tutte  quella  di 
Megulia  Dotata,  che  qui  riferiremo: 


Valerio  Massimo  (4). 

et  Megulia,  quia  cum 

quinquaginta  millibus  aeris  mariti 
domum  intravit,  Dotatae  cognomen 
invenerat. 


Boccaccio. 

Meguliam  quam  Romani  veteres 
cognominavere  Dotatam,  Romanam 
fuisse  foeminam,  atque  nobilem  reor 
rudi  ilio  atque  (ut  ita  dixerim)  sancto 
aevo,  quo  nondum  ex  ulnis  pauper- 
tatis  altricis  optimae  Quirites  in  splen- 
dores  Asiaticos,  et  magnorum  regum 
Gazas  ea  neglecta  proruperant,  illu- 
strem  habitam.  Quae  quidam  hoc 
Dotatae  consecuta  cognomen  est  (ut 
arbitror)  magis  maiorum  suorum  pro- 
digalitate,  quam  aliquo  sui  operi s 
merito.  Nam  datis  in  dotem  viro 
quingentis  millibus  aeris,  adeo  mon- 
struosum  ilio  seculo  visura  est,  ut 
danti  sit  Dotatae  cognomen  inditum, 


(1)  Cicero,  De  Nat.  Deorum,  I,  33. 

(2)  C.  Punii  Secundi,  Eist.  nat.,  XXXV,  40,  22. 

(3)  Op.  cit.,  XI,  26,  1. 

(4)  De  dictis  factisque  memorab.,  IV,  iv,  40. 


IL   «  LIBER  DE  CLARIS  MULIERIBUS  »  283 

et  per  multa  severatum  tempora,  in 
tantum,  ut  siquid  praeter  consuetum 
civium  morem  doti  superadderetur 
caiquam  virgini,  confestim  et  ipsa 
dotata  Megulia  diceretur.  0  bona 
simplicitas,  o  laudanda  paupertas  etc. 
De  ci.  mul.,  cap.  Lll. 

Da  questi  ampliamenti  (occorre  dirlo?)  non  sempre  l'espo- 
sizione cava  profitto.  L'autore  riesce  però  qualche  volta  ad 
infondere  un  certo  calore  di  vita  e  a  dare  un  certo  interesse 
ad  aride  notizie  che  gli  sono  offerte  in  veste  più  povera  e 
succinta.  Si  osservi,  ad  esempio,  il  modo  con  cui  egli  cerca  di 
svolgere  e  drammatizzare  questa  breve  narrazione  di  Livio  in- 
torno a  Clelia: 

Cui  cum  forsan  videretur 

et  Cloelia  virgo,  una  ex  ob-      minus  de  republica  apud  exterum  re- 

sidibus,  cum  castra  JEtruscorum  forte      gem  tot  detineri  virgines,inaudaciam 

haud  procul  ripa  Tiberis  locata  es-      virilem  virgineum  pectus  armavit,  et 

sent,  frustrata  custodes,  dux  agminis      deceptis  custodibus  equum  quem  forte 

virginum  inter  tela  hostium  Tiberim      non    ante    conscenderat,    pascentem 

tranavit,  sospitesque  omnes  Romam      secus    Tiberim,   nocte    cum   multas 

ad  propinquos  restituit.  eduxisset   in   ripam   conscendit,  nec 

Liv.  Hist.   Il   XIII   6.  exterrita    profunditate    fluminis    aut 

aquarum  vertiginibus,  sospites  in  ad- 

versam  partem  omnes  eduxit  suisque 

restituit. 

De  ci.  mul.,  cap.  L. 

Ma  più  spesso  nello  sforzo  evidente  di  allargare  in  un  intero 
capitolo  ciò  che  altri  ha  potuto  dire  con  un  solo  periodo,  talora 
con  una  semplice  proposizione,  lo  stile  del  Boccaccio  diventa  di 
prolissità  stucchevole  ;  sicché  in  conclusione  questo  metodo,  lungi 
dal  rendere  il  racconto  più  drammatico,  gli  fa  perdere  ogni  effi- 
cacia stemperandolo  in  un  mare  di  vane  parole. 

Talora  invece  il  Boccaccio  non  introduce  modificazioni,  né 
ampliamenti  notevoli  nei  brani  che  ha  dinanzi,  ma  li  riproduce 


284  L.   TORRETTA 

senza  quasi  alterarli,  seguendo  il  medesimo  ordine  nell'esposi- 
zione dei  fatti,  spesso  serbando  anche  le  stesse  espressioni. 

Tali  sono  quasi  tutte  le  narrazioni  tolte  a  Livio,  Tacito,  Giu- 
stino, Orosio. 

Noi)  di  rado  poi  i  capitoli  del  De  ci.  mul.  risultano  composti 
di  brani  d'autori  diversi,  raccolti  e  legati  insieme  in  modo  da 
formare  una  biografia  completa,  per  quanto  è  possibile,  delle 
donne  di  cui  l'autore  si  propone  di  parlare.  Tale  è  il  capitolo  di 
Semiramide,  preso  a  Giustino,  "Valerio  Massimo  e  Orosio  (1);  di 
Didone,  che  è  attinto  in  parte  a  Virgilio,  in  parte  a  Giustino  (2)  ; 
di  Lavinia,  a  cui  Livio,  Virgilio,  Servio  portano  il  loro  contri- 
buto (3);  di  Artemisia,  che  risulta  composto  di  brani  di  Valerio 
Massimo,  Plinio,  Vitruvio,  Orosio,  Giustino  (4);  di  Flora,  che  è 
dovuto  a  Lattanzio,  a  Macrobio,  a  Ovidio  (5),  e  di  altri  ancora. 

Ma  prescindendo  dalla  forma  e  dal  metodo  esteriore  di  trattare 
i  fonti,  e  venendo  ad  esaminare  con  quanta  fedeltà  ed  esattezza 
ne  sia  riportato  l'intrinseco  contenuto,  noi  non  potremo  rispar- 
miare al  Boccaccio  parecchi  appunti,  giacché  la  poca  precisione, 
la  scarsa  accuratezza  e  la  fretta  soverchia  spesso  lo  traggono 
ad  inesattezze  ed  errori  non  lievi.  Sarebbe  però  ingiustizia  il 
non  riconoscere  che  buona  parte  di  questi  difetti  vanno  attri- 
buiti alia  scorrettezza  dei  manoscritti  di  cui  l'autore  era  costretto 
a  servirsi;  della  qual  cosa  basta  a  convincerci  il  fatto  che  gli 
svarioni  sono  più  frequenti  e  più  gravi  quando  il  Nostro  attinge 
a  taluni  autori,  come  Plinio  e  Giustino,  che  non  quando  si  giova 
di   certi   altri,  come  Livio,  Tacito,  Valerio  Massimo.  A   Plinio, 


(1)  Semiramide:  vedi  Iustini,  E-pit.  I,  1,  2;  Val.  Maximi,  De  dictis 
factisque  memorab.,  IX,  iii,  ext.  4  ;  Oaosii,  Hist.  adv.  Pag.,  I,  4. 

(2)  Didone:  vedi  Virgilii,  /Bn.,  IV;  Iustini,  Epit.,  XVIII,  iv,  v,  vi. 

(3)  Lavinia:  vedi  Virgilii,  jEh.,  VII,  45  sgg.;  Livii,  Hist.,  1,  1. 

(4)  Artemisia:  vedi  Val.  Maximi,  De  dictis  factisque  memorab.,  IV,  vi, 
ext.  1  ;  ViTRUVii,  De  Architeci.,  II,  8;  Plinii,  Nat.  Hist.,  XXXVI,  4,  18,  19; 
Orosii,  Hist.  adv.  Pag.,  II,  10. 

(5)  Flora:  vedi  Lactantu,  Diwm.  Instit.,1,20  (ò-ìO);  Macrobii,  Saturn., 
I,  10;  OviDii,  Fasti,  V,  194-212. 


IL    «  LIBER   DE   CLARIS  MDLIERIBUS  »  285 

secondochè  dicemmo,  egli  toglie  cinque  capitoli;  orbene,  nessuno 
di  essi  è  esente  da  inesattezze  più  o  meno  gravi.  E  cominciando 
dal  capitolo  LIV,  notisi  che  il  Boccaccio  chiama  l'eroina  Tami  ri, 
con  notevole  corruzione  del  nome  Ti  ma  re  te,  con  cui  è  desi- 
gnata in  Plinio;  s'aggiunga  pure  ch'egli  la  pone  nella  novante- 
sima Olimpiade,  mentre  Plinio  non  accenna  in  alcun  luogo 
all'epoca  in  cui  visse.  Ed  ecco  come  egli  dà  questa  notizia  affatto 
arbitraria,  e  quindi,  probabilmente,  inesatta  :  Plinio  (1)  dopo  aver 
parlato  di  Micone,  dipintore  del  Pocile,  avverte  per  incidenza 
che  con  lui  non  va  confuso  un  altro  Micone,  la  cui  figlia  fu  pure 
pittrice.  E  passa  poi  a  parlare  dei  pittori  '  della  novantesima 
Olimpiade  nel  capitolo  seguente:  «  Fuit  et  alius  Micon,  qui 
«  minoris  cognomine  distinguitur,  cuius  filia  Timarete  et  ipsa 
«  pinxit.  XXXVI.  Nonagesima  autem  Olympiade  fuere  Aglaophon, 
«  Cefisodorus,  etc.  ».   Il   Boccaccio    evidentemente    congiunge: 

« cuius  fìlia  Timarete  et  ipsa   pinxit  nonagesima  Olym- 

«  piade  ». 

Nella  biografia  di  Irene,  pur  ella  pittrice,  avviene  una  confu- 
sione più  grave.  Dice  Plinio  (2);  «  Pinxere  et  mulieres:  ...Irene 
«  ...  puellam  quae  est  Eleusinae,  Galipso  senem  et  praestigiatorem 
«  Theodorum,  Alcisthene  saltatorem  ».  Il  Boccaccio  prende  «  Ga- 
«  lipso  e  Alcisthene  »  per  due  accusativi,  anziché  per  i  nomi  di 
due  altre  pittrici,  ed  annovera  fra  i  dipinti  di  Irene,  Galipso 
vecchia,  Teodoro  prestigiatore,  ed  Alcistene  saltatore.  Né  meno 
grave  è  la  confusione  che  notiamo  nel  capitolo  LXIV  {De  Martia 
Varronis,  vù^gine  perpetua).  In  Plinio  (3)  è  detto:  «  Lala  Gy- 
«  zicena,  perpetua  virgo,  Marci  Varronis  iuventa  Romae  et  peni- 
«  cillo  pinxit  ».  Ed  ecco  il  Nostro  prender  la  parola  «  iuventa  » 
per  un  nominativo  ed  intendere  «  giovinetta  o  figlia  di  Varrone  », 
anziché  «  durante  la  giovinezza  di  Marco  Varrone  ».  Ghe  quest'er- 
rore, come  quello  del  capitolo  precedente  su  Irene,  siano  originati 


(1)  Hist.  nat.,  XXXV,  35,  2. 

(2)  Op.  cit.,  XXXV,  40,  22. 

(3)  Op.  cit.,  XXXV,  40,  22. 


286  L.   TORRETTA 

da  false  letture  introdottesi  in  manoscritti  dell'opera  di  Plinio 
noi  possiamo  chiarire  esaminando  le  prime  edizioni  e  le  prime 
traduzioni  di  Plinio  nel  secolo  XV,  le  quali,  al  passo  suddetto, 
danno  lezioni   ed    interpretazioni  errate:   Un'edizione   del    1469 

infatti  reca  :  «  Pinxere  et  mulieres Irene  Gratini  pictoris 

«  Alia  et  discipula  puellam  quae  est  Eleusine  Galipso  senem  et 
«  praeterea  gladiatorem  Theodorum  Alistenem  saltatorem  :  Arista 
«  Nearchi  filia  et  discipula  Esculapium.  Lala  Cizicena  perpetua 

«  virgo  Martia  Varronis  inventa  Romae  et  penicillo  pinxit ». 

É  dato  dunque  «  Alistenem  »  quale  accusativo  e  «  Martia  »  qual 
nome  della  pittrice,  proprio  come  intese  il  Boccaccio.  Un'altra 
edizione  del  1470  pone  un  punto  fermo  dopo  «  Lala  Cizicena 
«  perpetua  virgo  »  e  comincia  poi  la  nuova  proposizione,  di  cui 
è  soggetto   «  Martia  Varronis  ».   Lo   stesso   errore   si   ripete  in 

altre  edizioni.  Cristoforo  Landino  traduce:  « dipinse Escu- 

«  lapio  Lala  Cizicena  sempre  vergine.  Marzia  nella  gioventù 
«  di  M.  Varrone  dipinse  col  pennello  a  Roma  ».  In  tanta  in- 
certezza e  confusione  non  è  il  caso  di  meravigliarsi  se  anche 
il  Boccaccio  non  seppe  stabilire  la  giusta  lezione  e  cadde  negli 
stessi  sbagli  in  cui  altri  erano  caduti.  E  veniamo  a  Panflla.  Qui 
non  si  tratta  precisamente  di  un  errore,  ma  di  un'  asserzione 
del  Boccaccio,  che  tradisce  una  lacuna  nel  testo  ch'egli  aveva 
dinanzi.  Afferma  esso  che  Panfila  fu  greca,  ma  aggiunge  che 
l'antichità  ci  invidiò  il  nome  della  sua  patria,  mentre  Plinio  dice 
esplicitamente  che  essa  era  di  Geo.  Quanto  a  Leena  la  modifi- 
cazione introdotta  nel  racconto  di  Plinio  potrebbe  anche  essere 
voluta  dal  Boccaccio.  Plinio  accenna  a  due  esempì  di  «  patientia 
«  corporis  »  (1):  quello  di  Leena,  che  seppe  sopportare  i  tormenti 
senza  svelare  i  nomi  di  Armodio  e  di  Aristogitone,  e  quello  di 
Anassarco  che,  torturalo  per  una  causa  simile,  si  tagliò  con  un 
morso  la  lingua.  Il  Boccaccio  confonde  insieme  i  due  personaggi, 
ma  probabilmente,  come  già   dicemmo,  a  bella  posta,  per  poter 


(1)  G.  Punii  Secondi,  Hist.  nat.,  VII,  23,  1. 


IL   «  LIBER   DE   CLARIS   MDLIERIBDS  »  287 

attribuire  un  si  tragico  particolare  alla  sua  eroina.  D'altra  parte 
egli  conosce  anche  Eusebio  (1)  e  Tertulliano  (2),  che  attribuiscono 
a  Leena,  a  mio  avviso  erroneamente  (3),  tale  atto  di  fermezza  ; 
e  mentre  ha  di  fronte  il  testo  di  Plinio,  e  lo  segue  per  l'orditura 
generale  del  racconto,  accetta,  perchè  gli  torna  opportuno,  l'iden- 
tiflcazione  dei  due  personaggi,  che  trova  in  quegli  scrittori.  Sono 
pure  riferite  in  modo  sbagliato  le  misure  del  mausoleo  nella 
parte  del  capitolo  di  A.rtemisia  che  il  Boccaccio  attinse  a  Plinio. 

Anche  la  inesatta  interpretazione  di  qualche  passo  di  Giustino 
è  dovuta  indubbiamente  ad  errori  dei  codici  delle  Istorie,  errori 
ripetuti  poi  nelle  prime  edizioni.  Per  es.,  Giustino,  parlando 
delle  mura  di  cui  Semiramide  circondò  Babilonia,  dice  che  la 
loro  compagine  era  costituita  non  da  arena,  bensì  da  bitume, 
poiché  questa  materia  stillava  dal  suolo  stesso  del  paese  : 
« arenae  vice,  bitumine  interstrato  ».  Ed  il  Boccaccio  leg- 
gendo «  pice  »  per  «  vice  »  trascrive  :  « arena  pice  ac  bi- 

«  tumine  compactis  ».  Orbene,  osservando  le  edizioni  del  400, 
vediamo  appunto  che  esse  recano  lo  stesso  errore:  «  arena,  pice, 
«  bitumine  interstrato  ». 

In  molti  casi  adunque  alle  scorrezioni  commesse  dal  Boccaccio 
noi  possiamo  assegnar  quale  causa  la  negligenza  dei  manoscritti 
di  cui  si  serviva.  Malgrado  ciò,  quando  osserviamo  il  modo  trascu- 
rato con  cui  egli  butta  giù  certi  capitoli,  s'insinua  in  noi  il  so- 
spetto che  qualche  volta  ei  non  si  sia  dato  la  pena  di  indagare 
e  riflettere  per  stabilire  ciò  che  era  nell'intenzione  dell'autore 
di  voler  dire,  ed  abbia  interpretato  in  modo  arbitrario,  senza 
andar  troppo  pel  sottile,  i  passi  che  non  gli  risultavan  chiari  a 
prima  vista.  Eccone  qualche  saggio:  Giustino,  narrando  le  im- 


(1)  EuSEBH  Gaesar.,  Chron.,  S.  Jeron.  interprete,  01.  LXV. 

(2)  Tbrtull.,  Ad  nationes,  I,  18,  5. 

(3)  Erroneamente,  perchè  i  fonti  greci  più  autorevoli  riportano  il  fatto 
come  lo  riferisce  Plinio.  Cosi  Pausania,  1,23,  2;  così  Plutarco,  De  garru- 
litate.  Vili,  il  quale  però  attribuisce  al  filosofo  Zeno  il  fatto  che  Plinio  as- 
segna ad  Anassarco. 


288  L.   TORRETTA 

prese  di  Semiramide,  scrive  (1):  «  Sed  et  Indiae  bellum  intulit 
«  quo  praeter  illam  et  Alexandrum  Magnum  nemo  intravit  ».  — 
Ed  il  Boccaccio  a  sua  volta  :  «  et  inde  in  Indos  vehementia  arma 
«  convertit,  ad  quos  nondum  praeter  virum  quispiam  acces- 
«  serat  »  (2),  intendendo  «  fuorché  il  marito,  cioè  Nino  »  (3).  Ma 
donde  trasse  il  Certaldese  tale  notizia  che  non  è  data  né  da 
Giustino,  né  da  alcun  altro  scrittore?  Qui,  anche  ammettendo 
una  lacuna  o  un  errore  nel  codice ,  forza  ci  è  pensare  che  il 
Boccaccio  avrebbe  potuto  facilmente  integrarlo  e  correggerlo 
con  un  esame  accurato  del  contesto,  da  cui  gli  sarebbe  risultato 
che  una  spedizione  in  India  non  veniva  in  alcun  luogo  attribuita  a 
Nino;  0  con  qualche  altro  autore,  come  ad  es.  colle  storie  di  Paolo 
Orosio,  che  il  Boccaccio  conosceva  e  di  cui  si  servi  per  alcuni 
particolari  della  vita  di  Semiramide  stessa,  nelle  quali  il  passo 
sopra  citato  di  Giustino  è  quasi  testualmente  riprodotto  :  «  ^thio- 
«  piam  bello  pressa  m,  sanguine  interlitam,  imperio  adiecit.  Indis 
«  quoque  bellum  intulit,  quo  praeter  illam  et  Alexandrum  Ma- 
«  gnura  nemo  intravit  »  {Hist.  ad.  Paganos,  I,  4). 

Un'altra  confusione  riscontriamo  nel  capitolo  XXX  dedicato  a 
Pentesilea.  Giustino  cosi  ne  parla  :  «  Post  Orithyam  Penthesilea 
«  regno  potita  est,  cuius  Troiano  bello  inter  fortissimos  viros, 
«  quura  auxilium  adversus  Graecos  ferret,  magna  virtutis  docu- 
«  menta  extitere  ».  Tocca  quindi  di  Minithya  o  Talestri,  la  quale 
si  recò  ad  Alessandro  per  concepire  da  lui  un  figliuolo.  Il  Boc- 
caccio, confondendo  le  due  regine,  attribuisce  a  Pentesilea,  che 
muove  in  soccorso  dei  Troiani,  l'amore  ardentissimo  per  Ettore 
e  il  desiderio  di  averne  una  figlia.  Ma  a  tale  confusione  dovette 


(1)  luSTINI,   Epit.,  I,  I,  2. 

(2)  De  ci.  mul.,  cap.  II. 

(3)  Così  traducono  l'Albanzani  e  il  Betussi  ;  e  che  si  interpreti  il  pensiero 
del  Boccaccio  traducendo  così,  anziché  :  «  a  cui  nessuno  se  non  uomo  era 
«  mai  penetrato  »  appare  fuor  di  dubbio  a  chi  confronti  il  luogo  del  Com- 
mento a  Dante  (canto  V)  che   parla  di  Semiramide,  ove  è  detto  : «  alla 

«  quale  alcun  altro  mortale,  fuorché  il  marito,  non  era  stato  insino  a  quel 
«  tempo  ardito  d'entrar  con  arme  ». 


IL    «  LIHER   DE   CLARIS   MULIERIBUS  »  289 

certo  contribuire  il  luogo  del  Roman  de  Troie  di  Benoit  de 
Saint-More  (1),  dove  l'autore  esagerando  e  travisando  le  parole 
di  Ditti  Cretese  (2)  descrive  il  desiderio  della  regina  di  conoscere 
l'eroe  Troiano,  la  sua  ammirazione  per  lui,  il  suo  dolore  nell'ap- 
prenderne  la  morte. 

Non  di  rado  modifica  a  piacer  suo  quel  che  gli  torna  comodo 
modificare,  e  traspone  e  confonde  fatti  e  avvenimenti. 

Nel  capitolo  LXX  (Berenice)  confonde  Berenice  ricordata  da 
Valerio  Massimo  (3)  che  si  vendicò  fieramente  dell'uccisione  del 
figlio,  avvenuta  per  opera  di  una  certa  Laodice ,  sopra  il  sa- 
tellite di  lei ,  esecutore  del  misfatto,  colla  regina  Laodice,  di 
cui  parla  Giustino  (4),  sorella  di  Mitridate,  moglie  di  Ariarate, 
re  di  Gappadocia,  a  cui  il  fratello  uccide  il  marito  e  poi  i  figli. 
Ed  ecco  come  è  nata  cotal  confusione.  Valerio  Massimo  si 
esprime  cosi  :  «  Beronice  quae  Laodices  ìnsidiis  interceptura  sibi 
«  filium  »...  Ed  il  Boccaccio  legge  probabilmente...  «  Berenice  seu 
«  Laodice  »...  Quanto  Giustino  racconta  di  Berenice  s'accorda  con 
questa  notizia  di  Valerio  Massimo.  Colà  si  espone  il  misfatto,  qui 
la  vendetta;  e  il  Boccaccio  non  esita  a  congiungere  i  due  racconti. 
Ma  non  basta:  per  congiungerli  egli  deve  modificare  il  racconto 
di  Giustino.  Questi  narra  che  Mitridate,  tolto  di  mezzo  Ariarate, 
re  di  Cappadocia,  marito  della  propria  sorella  Laodice,  ne  pone 
sul  trono  il  figlio,  che  poi  uccide  a  tradimento;  i  Cappadoci  ri- 
chiamano dall'Asia  il  fratello  minore  dell'ucciso,  e  Mitridate  lo 
vince  e  lo  espelle  dal  regno;  sicché  poco  dopo  il  giovinetto, 
«  ex  aegritudine  collecta  infirmitate,  decedit  ».  Il  Boccaccio  in- 


(i)  Benoit  de  Saint-More,  Le  Roman  de  Troie,  Paris,  1871,  ed.  Joly, 
vv.  23283-23342. 

(2)  Ditti  dice  soltanto  che  Ettore  mosse  incontro  a  Pentesilea,  la  quale 
veniva  in  soccorso  dei  Troiani;  e  poiché  egli  fu  ucciso,  la  sopraggiunta 
regina,  colpita  dalla  novella  di  tal  morte,  voleva  tornare  indietro  (V.  Dictys 
Cretensis  et  Darks  Phryqivs,  Lutetiae  Parisiorum,  MDGLXXX,  lib.  Ili, 
p.  75  e  lib.  IV,  p.  87). 

(3)  Val.  Max.,  De  dictis  factisque  memor.,  IX,  x,  ext.  1. 

(4)  lusTiNi,  Epit.,  XXXVIII,  1,  2. 

GiornaU  liorico,  XXXIX,  fase.  116-117.  19 


290  L.   TORRETTA 

vece,  affatto  arbitrariamente,  vuole  che  questo  secondo  figlio  di 
Laodice  sia  stato  «  per  insidias  etiam  trucidatus  »  e  vendicato 
dalla  madre  in  quel  modo  che  racconta  Valerio  Massimo.  Come 
già  dissi,  il  Nostro  è  indotto  a  falsare  la  storia  dalla  necessità 
di  conciliare  i  racconti  dei  due  autori,  dei  quali  egli  crede  sia 
oggetto  una  stessa  persona.  Secondo  Valerio  Massimo,  l'esecutore 
del  misfatto,  vittima  della  vendetta  di  Berenice,  è  un  satellite 
regio  di  nome  Geneo;  ma  il  primo  figlio  di  Laodice,  chi  creda 
a  Giustino,  fu  ucciso  bensì  «  per  insidias  »  ma  da  Mitridate 
stesso  ;  il  racconto  di  Valerio  Massimo  non  può  dunque  riferirsi 
che  al  secondo;  ed  il  Boccaccio,  per  riuscire  a  ciò,  deve  dire 
che  egli  pure  venne  ucciso  a  tradimento.  Senonchè  alla  fine  del 
capitolo,  dopo  aver  fatto  le  solite  considerazioni,  quasi  preso  da 
scrupolo  e  pentito  di  aver  dato  una  notizia  arbitraria,  accenna 
anche  alla  versione  di  Giustino,  ammettendo  che  la  vendetta 
della  madre  si  possa  riferire  al  primo  figliuolo. 

Colla  stessa  leggerezza,  nell'esporre  i  casi  di  Tamiri,  regina 
di  Scizia,  pure  attinti  a  Giustino,  non  serba  l'ordine  esatto  della 
narrazione.  Giustino  (1)  dice  che  Tamiri,  allorché  Giro  simula 
la  fuga,  ordina  al  figliuolo  di  inseguirlo.  Ed  il  Boccaccio  (2) 
racconta  invece  che,  non  appena  Giro  mise  piedi  nella  Scizia, 
Tamiri  gli  mandò  incontro  il  figliuolo,  perchè  lo  debellasse;  e 
che  alla  notizia  del  suo  appressarsi,  Giro  simulò  la  fuga. 

Nel  capitolo  di  Artemisia  il  Nostro  confonde  i  fatti  di  due 
eroine  omonime  :  l'una,  figlia  di  Lygdamide  e  moglie  di  Mausolo  I, 
re  di  Garia,  che  combattè  con  Serse  nella  battaglia  di  Sala  mina, 
della  quale  parla  Erodoto  (VII,  99  e  in  molti  altri  passi)  ed  alla 
quale  si  riferiscono  i  luoghi  di  Giustino  e  di  Orosio  a  cui  attinge 
il  Nostro  ;  l'altra,  figlia  di  Ecatomne,  moglie  di  Mausolo  II,  a  cui 
accenna  Strabene  {Oeogr.,  XIV,  II,  17),  la  celebre  edificatrice  del 
Mausoleo.  —  Ora  il  Boccaccio  nota  bensì  che  Orosio  chiama  Ar- 


(1)  luSTINI,  Epit.,  I,  vili. 

(2)  De  ci  mul.,  cap.  XLVII. 


IL   «  LIBER  DE  CLARIS   MDLIERIBUS  »  291 

teinidora,  anziché  Artemisia,  la  regina  di  Alicarnasso,  la  quale 
pugnò  con  Serse  alla  battaglia  di  Salamina,  ed  avverte  la  scon- 
cordanza di  date  fra  l'epoca  in  cui  questa  battaglia  fu  combattuta 
e  quella  della  costruzione  del  Mausoleo;  ma  invece  di  fermarsi 
dinanzi  a  tal  dubbio,  o  di  vagliare  e  discutere  le  notizie  raccolte, 
egli  dichiara  senz'altro  di  essere  tuttavia  convinto  che  Artemisia 
e  Artemidora  siano  una  persona  sola,  per  concludere  con  ingenua 
noncuranza  che  le  imprese  narrate,  sia  che  si  credano  opera  di 
una  sola  donna,  o  di  due  donne  diverse,  furono  in  ogni  modo 
imprese  femminili. 

Moltissime  sono  poi  le  corruzioni  di  nomi  propri  e  le  grafie 
errate  che  troviamo  nell'opera  boccaccesca.  Per  ricordarne  ta- 
lune, Ylinos  e  Scolopitus,  i  due  giovani  di  schiatta  reale,  che 
furon  cacciati  dalla  Scizia  e  spinti  in  Gappadocia  (1),  diventano 
PUnos  et  Scholopythus',  Caia  Caecilia  (2)  si  trasforma  niente- 
meno che  in  Caia  Cirilla  ;  Tomiris  (3)  regina  di  Scizia  in  Ta- 
miris;  Timarete  (4),  pittrice,  pure  in  Tamiris;  Carucius  {?>),  il 
ricco  romano  che  sposò  Flora,  in  Fanitius.  Qui  però  giova  ri- 
cordare quanto  già  s'è  detto:  che  il  Boccaccio  era  pur  esso  vit- 
tima degli  spropositi  altrui. 

Il  Certaldese  non  si  dimostra  dunque  molto  preciso  e  scrupoloso 
nell'interpretazione  dei  testi  antichi.  Se  la  sua  erudizione  è  molto 
vasta,  non  è  molto  ordinata,  né  molto  illuminata.  Ma  occorre 
tener  presente  che  il  Boccaccio  è  uno  dei  primi  studiosi  del 
mondo  classico  e  che  non  si  potrebbe  perciò  da  lui  ragionevol- 
mente pretendere  lo  spirito  critico  di  una  mente  già  da  lungo 
versata  in  tali  studi.  Forse  appunto  quei  testi,  eh'  egli  andava 
detergendo  dalla  polvere  dei  secoli,  e  che  gli  rivelavano  la  splen- 
dida immagine   di    una    fiorentissima  civiltà   passata,  dovevano 


(1)  JusTiNi,  Epit.,  II,  IV ;  De  ci.  mul.,  cap.  XI. 

(2)  Auctor  de  praenominibus,  7;  De  ci.  mul.,  cap.  XLIV. 

(3)  lusTiNi,  Epit.,  1,  vili;  De  ci.  mul.,  cap.  XLVII. 

(4)  Punii,  Nat.  Hist.,  XXXV,  35,  2  e  40,  22;  De  ci.  mul.,  cap.  LIV. 

(5)  Magrobii,  Saturn.,  I,  x;  De  ci.  mul.,  cap.  LXII. 


292  L.  TORRETTA 

ispirargli  un  sacro  rispetto  ed -imporsi  alla  sua  mente  come  de- 
positari di  verità  indiscutibili.  Ed  è  cosi  eh'  egli  crede  a  tutto 
quanto  vi  trova  scritto,  né  mai  s'  attenta  a  sollevare  il  minimo 
dubbio.  Pare  eh'  egli  sia  come  sopraffatto  dalla  mole  de'  mate- 
riali ch'e  ha  fra  le  mani.  Questi  materiali  sono  così  ingenti  che 
egli  non  può  padroneggiarli;  non  sa  guardarli  dall'alto  colla 
avvedutezza  e  la  sagacia  del  critico  ;  non  pensa  a  sceverarne  il 
vero  dal  falso,  il  verosimile  dall'inverosimile  ;  perciò  il  suo  libro 
riesce  un'opera  di  grossolana  compilazione. 

Laura  Torretta. 


(Seguiranno  la  Parte  III  e  la  IV J. 


LA  QUESTIONE  FRANCESCANA 


Il  vigoroso  incremento  che  da  molt'  anni  ormai  hanno  preso 
gli  studi  francescani,  conforta  non  soltanto  gli  eruditi,  ne  gl'ita- 
liani soli;  ma  tutti,  bensì,  quanti,  nella  gran  famiglia  umana, 
tendono  per  forza  misteriosa  ad  elevarsi  ognor  più  nelle  re- 
gioni del  bene.  Perchè  san  Francesco  d'Assisi  nella  storia  è 
pur  uno  di  quei  rari  «  spiriti  magni  »,  come  Socrate,  Mosè,  il 
Buddha,  Confucio,  —  e  Gesù  Cristo  a  tutti  incomparabile,  —  che 
hanno  edificata,  rinnovata,  redenta  l'umanità,  con  i  loro  insegna- 
menti e  più  con  l'esempio  della  vita. 

Chi,  però,  avesse  detto  a  Paolo  Sabatier,  quando,  nel  mosso 
terreno  della  nostr'  anima  moderna,  spargeva  il  seme  geniale 
della  Vie  de  Saint  Francois,  che  le  sue  nuove  ricerche,  le  ipo- 
tesi sue  intorno  agli  antichi  documenti  francescani  sarebbero  cre- 
sciute, fra  le  mani  degli  studiosi,  in  cosi  folta  vegetazione  lette- 
raria; forse  Io  avrebbe  reso  perplesso,  se  davvero  meritasse  la 
pena  di  svegliare  un  formicolio  cosi  vivo  di  questioni  apparen- 
temente insolubili.  Che,  forse,  egli  avrebbe  preferito  ancora  la 
quiete  del  pensiero,  per  trovare  la  dimostrazione  scientifica,  che 
impedisse  in  radice  questa  fioritura,  che  par  quasi  il  poderetto 
del  buon  Renzo  dopo  la  peste. 

E  poi  lo  so;  vi  sono  qua  e  là  gli  spiriti  forti  della  scienza 
storica,  certi  filosofi,  cui  la  superbia  del  sapere  tien  luogo  di 
ricerche  documentarie.  Costoro,  come  la  volpe  della  favola, 
sdegnano  l'uva  acerba  della  critica,  onde  tenterebbero  invano 


294  S.  MINOGCHI 

di  assorgere  alla  sintesi  della  storia  fondata  sullo  smalto  dei  fatti  : 
e  ridono  ora  di  questo  ingarbugliarsi  degli  studi  francescani, 
e  ne  traggono  facili  arguzie,  su  l'inutilità  e  la  vanità  della  critica 
storica. 

Ma  non  da  tali  è  offesa  la  nostra  dignità  di  studiosi;  e  i  di- 
ritti della  critica  rimangono  ancora  sovrani.  Che,  per  esempio, 
gl'inetti  od  ignoranti  ben  potranno  ridere  a  loro  talento  di  quel 
vasto  lavoro  critico  moderno,  che  nei  libri  di  Mosè  ha  scoperto 
e  messo  a  nudo  le  vestigia  d'autori  e  di  età  differenti;  non  per 
ciò,  l'aver  determinato  i  vari  documenti,  onde  fu  compilata  lungo 
i  secoli  l'opera  mosaica,  sarà  meno  una  scoperta  fra  le  più 
grandi  dell'ingegno  umano,  dalla  quale  si  rivelò  dapprima  l'evo- 
luzione storica  del  popolo  d'Israele.  E  si  disprezzino  anche  le 
minute,  infinite  ricerche,  nel  tramontato  secolo  compiute  sui 
primitivi  monumenti  del  pensiero  e  dell'arte  cristiana;  sta  il  fatto, 
però,  che  mai,  come  alla  luce  della  nuova  età  nostra,  non  si 
conobbero  meglio  le  origini  del  Cristianesimo,  ne  più  sicura- 
mente fu  delineata  mai  la  figura  storica  di  Gesù. 

Davvero,  la  confusione  apparente  negli  studi  francescani  si 
paragona  bene  a  quest'altra,  di  tante  ipotesi,  affermazioni,  pa- 
rallelismi letterari  e  storici,  che  da  più  d'  un  secolo  affannano 
gli  eruditi,  intorno  ai  Vangeli  e  alle  Lettere  di  san  Paolo.  Sarà 
facile  il  dirle  minuzie  inutili  o  dannose  di  gente  che  ama  per- 
dersi nella  lettera  dei  codici  e  delle  varianti,  senza  penetrarne 
lo  spirito;  ma  poi  dalle  sue  terribili  conseguenze  misureremo 
il  valore  della  critica  dei  Vangeli,  quando  vedremo  sorgere  alla 
Ilice  della  storia  figure  di  Gesù  cosi  diverse,  a  seconda  che  lo 
storico  è  lo  Strauss,  o  il  Renan,  il  Réville,  lo  Stapfer,  0.  Holtz- 
mann,  lo  Stalker  o  il  Le  Camus. 

Così  per  san  Francesco.  Dal  concetto  critico  diverso  circa  le 
sue  fonti  biografiche,  nasce  pure  una  sua  varia  immagine  sto- 
rica; che  il  san  Francesco  di  san  Bonaventura  non  è  punto  il 
San  Francesco  di  fra  Leone,  e  nessuno  dei  due  si  accorderà 
con  l'altro  di  Tommaso  da  Celano.  Non  occorre  dimostrare,  come 
per  noi  rimanga  di  capitale  importanza  il  ritrarre  con  precisione 


LA   QUESTIONE  FRANCESCANA  295 

la  vita  e  lo  spirito  dell'Assisiate,  da  cui  l'età  moderna  attende 
nuova  forza  psichica,  per  raggiungere  gli  eterni  ideali  della  ci- 
viltà cristiana;  ma  è  chiaro  da  sé,  che  tanto  non  potremmo 
sperar  mai  d'ottenere,  se  non  passando  attraverso  la  prova  ar- 
dente della  critica. 

Pur  troppo  è  noto  :  in  questi  ultimi  tempi,  tutti  gli  studi  e  le 
ricerche  fatte,  e  tante  ipotesi  arrischiate  circa  le  origini  fran- 
cescane e  sulle  fonti  biografiche  di  san  Francesco,  sono  passate 
senza  che  nessuno  desse  della  spinosa  questione  un  risolvimento 
dagli  eruditi  comunemente  accettato;  che,  anzi,  essa  divenne 
più  che  mai  difficile  ed  intricata.  Epperò,  tuttora  essendo  cosi 
viva  la  questione  francescana,  mi  parve  ben  fatto  di  riandarne 
le  origini  e  lo  svolgimento,  rintracciare  il  suo  presente  stato,  e 
quello  cui  sembra  avviarsi.  È  un  riassunto  generico  e  succinto, 
ma  spero  tornerà  utile  al  pubblico  dei  lettori ,  che  s' interessa 
agli  studi  francescani,  e  da  qui  avanti  comincia  a  non  capirvi 
più  nulla  ;  e  gioverà  fors'  anche  agli  eruditi ,  che  fra  la  nebbia 
delle  ipotesi  rischiano  vie  più  di  perdersi  nella  selva  aspra  e 
forte  della  critica  documentaria. 


I. 


Determiniamo  prima,  quali  sono  le  leggende  intorno  a  cui 
tanto  affaticasi  la  critica  storica. 

Gli  antichi  scrittori  francescani  Bernardo  da  Bessa  (1)  e  l'A- 
nonimo Gapponiano  (2)  concordemente  affermano,  che  furon 
quattro  i  biografi  di  san  Francesco  d'Assisi;  cioè,  dice  fra  Ber- 


(1)  Nell'opuscolo  De  Laudibus  beati  Francisci,  scritto  verso  il  1275  (il 
Da  Bessa  era  stato  già  segretario  di  san  Bonaventura)  e  pubblicato  recen- 
temente dal  p.  Ilarino  da  Lucerna  (1897)  e  negli  Analecta  Franciscana  di 
Quaracchi  (voi.  Ili,  pp.  666  sgg.}. 

(2)  Cioè  la  «  Leggenda  antica  »  di  san  Francesco,  da  me  ritrovata  nel 
codice  Vaticano  Gapponiano  207,  e  che  si  pubblica  nella  Rivista  critica  e 
storica  di  studi  religiosi  (Firenze,  1901,  fasce.  IV  sgg.),  cap.  1  in  principio. 
Sinora  questa  testimonianza  traevasi  dal  principio  della  Cronaca  delle  Tri- 


296  S.   MINOGGHI 

nardo,  Tommaso  da  Gelano,  Giuliano  da  Spira,  Giovanni  Notaro 
della  Sede  Apostolica,  e  san  Bonaventura  (1).  Di  fra  Tommaso 
poi  sappiamo,  che  in  tre  volte  e  con  tre  diverse  opere  scrisse 
la  vita  dell'Assisiate;  la  prima  verso  il  1229,  poco  dopo  la  san- 
tificazione di  lui,  e  perciò  vien  detta  Vita  prima  (I  Gel.);  verso 
il  1247  ne  fece  un'altra  di  complemento,  detta  Vita  seconda 
(II  Gel.)  (2);  una  terza  fu  da  lui  pubblicata  verso  il  1260,  che  è 
il  Trattato  dei  miracoli  del  Santo. 

La  biografia  di  Giuliano  da  Spira,  composta  verso  il  1236, 
sappiamo  che  servi  per  l'ufficio  corale  di  san  Francesco  nei 
vecchi  breviari  dell'Ordine  (3).  Incerta  è  la  notizia  relativa  al 
Notaro  Giovanni;  fra  Bernardo  attesta,  però,  che  principiava 
con  la  frase:  Quasi  stella  matutina  (4).  Notissima,  invece,  la 
biografia  compilata  da  san  Bonaventura  verso  il  1263  (5). 

La  mia  «  Leggenda  antica  »  del  codice  Gapponiano,  mentre 
conosce  essa  pure  quattro  biografi  di  san  Francesco,  ha  una 
variante  di  nomi  :  Giuliano  da  Spira  vi  è  taciuto,  e  citasi  per 
quarto  fra  Leone,  l'amico  intimo  di  san  Francesco  (6).  Qual'  è 
quest'opera  di  fra  Leone? 


holazioni  di  Angelo  Glareno,  ma  la  Leggenda  dei  codice  Gapponiano  merita 
la  preferenza,  perchè  anteriore  forse  al  Glareno,  e  perchè  è  una  nuova  fonte 
biografica  di  san  Francesco,  come  avrò  luogo  di  dimostrare  negli  stessi 
Studi  religiosi. 

(1)  Sulle  antiche  biografie  di  san  Francesco,  v.  in  genere  il  mio  lavoro: 
La  «  Legenda  trium  sociorum  »  ;  nuovi  studi  sulle  fonti  biografiche  di 
san  Francesco  d'Assisi.  Estratto  (8°,  pp.  139)  daW Archivio  storico  italiano, 
1899  (disp.  4»,  P.  I)  e  1900  (disp.  3»,  P.  II).  L'Estratto  non  essendo  pubblicato 
che  in  pochi  esemplari,  citerò  a  vicenda  la  P.  I  o  II  nell'ediz.  àelV Archivio. 

(2)  Di  ambedue  le  vite,  edite  già  più  volte,  il  P.  D'Alengon  sta  preparando 
un'edizione  critica  desideratissima.  Sul  loro  carattere  critico  e  storico,  vedi 
i  miei  Nuovi  studi,  specialmente  P.  II,  §  1. 

(3)  Gfr.  Nuovi  studi  ecc.,  II,  p.  98  sgg. 

(4)  Anal.  frane,  loc.  cit.,  p.  666:  ...  et  (scripsit)  eam  quae  incipit:  Quasi 
stella  matutina,  vir  venerabilis  dominus,  ut  fertur,  Johannes,  apostolicae 
Sedis  notarius,  etc. 

(5)  Nuovi  studi,  II,  pp.  95  sgg. 

(6)  «  La  quale  vita  scripsero  quattro  sollempne  persone,  preclari  de  scientia 
«  et  de  sanctitade,  cioè  :  Frate  Johanni  et  Frate  Thomasso  da  Gelano,  Frate 


LA  QUESTIONE   FRANCESCANA  297 

La  domanda  ci  porta  già  fino  al  centro  della  questione  fran- 
cescana. Ma  innanzi  di  procedere  nella  nostra  indagine,  bisogna 
fare  un'osservazione  storica  di  molta  importanza  ;  bisogna  tener 
conto,  cioè,  delle  condizioni  in  mezzo  a  cui  formaronsi  e  crebbero 
le  leggende  francescane. 

Fin  da'  suoi  primi  tempi,  l'Ordine  dei  Minori  fu  turbato  pro- 
fondamente dal  sorgere  di  avversi  partiti.  Esigevasi  da  una  parte 
con  durezza  la  pratica  della  vita  povera  ed  umile,  l'osservanza 
della  Regola  pura  e  semplice,  come  san  Francesco  l'aveva  con- 
cepita ed  intesa  ;  ed  era  questa  la  parte  degli  Zelanti,  dai  quali 
originarono  poi,  cadente  il  secolo  XIII  e  nel  XIV,  le  fazioni 
degli  Spirituali  ed  altre  sette  eretiche.  Ma  d'altro  lato  volevasi, 
che  la  Regola  nuda  e  cruda,  quale  nella  prima  età  dei  Minori 
fu  appropriata  ai  frati  dell'Ordine  nascente,  fosse  variamente 
piegata  ed  applicata  poi  che  l'Ordine  era  ormai  divenuto  un 
esercito  numerosissimo,  da  organizzare  con  intenti  sociali  ed 
umani,  e  con  leggi  che  ciascuno  potesse  presumere  di  osservare; 
e  questi  erano  i  Rilassati,  il  partito  di  frate  Elia,  onde  poi  ven- 
nero quei  Conventuali,  frati  ricchi  e  monconi,  che  Dante  se- 
gnava d'infamia. 

Siffatte  discordie,  assai  vive  tra  i  Minori  prima  che  san  Fran- 
cesco morisse,  che,  anzi,  gli  amareggiarono  gli  ultimi  anni,  dopo  la 
sua  morte  —  4  ottobre  1226  —  scoppiarono  tanto  più  forti,  quanto 
più  ritenuta  dalla  presenza  del  Santo  era  già  stata  la  loro  forza 
latente.  L'astuto  frate  Elia  si  mise  a  capo  dei  rilassati,  e. quasi 
ne  impersonò  il  partito;  gli  zelanti,  invece,  si  conobbero  rappre- 
sentati in  fra  Leone,  quello  che  san  Francesco  chiamava  suo 
«  frate  Pecorella  »,  giovane  buono  e  semplice  come  una  colomba, 
ma,  nella  lotta  per  l'idea,  fiero  e  ardito  come  un'aquila. 


«  Bonaventura,  et  l'homo  de  mirabile  simplicitade  et  sanctitate  Frate  Leone 
«  compagno  de  sancto  Francesco  ».  Leggenda  antica,  cap.  I  (Studi  religiosi, 
IV,  1901,  p.  1). 


298  S.   MINOCCHI 

E  perciò  stesso  le  biografie  di  san  Francesco  non  solo  vennero 
a  mancare  di  storica  imparzialità  —  prerogativa,  del  resto,  che 
il  Medio  Evo  non  conobbe,  —  ma  risultarono,  più  o  meno,  dimo- 
strazioni a  tesi,  che  rappresentavano  un  san  Francesco,  ora  fa- 
vorevole ai  rilassati  e  propenso  a  frate  Elia,  ora  simile  agli 
zelanti,  quasi  partecipasse  delle  povere  loro  passioni. 

Ma,  com'  è  delle  umane  vicende,  un  partito  nuovo  presto  si 
formò  tra  i  Minori,  quello  dei  moderati,  —  che  spesso  è  dei 
mediocri,  —  di  quei  molti,  cioè,  che  vedendo  per  tali  discordie 
lacerarsi  l'Ordine  e  cadere  in  rovina,  uscirono  dal  lungo  silenzio 
in  cerca  di  mezzi  termini,  per  salvare  almeno  la  parte  ascetica, 
per  loro  più  interessante,  dell'idea  francescana.  Questo  partito 
medio,  —  sovente  gli  storici  si  danno  l'illusione  di  chiamarlo 
dei  ben  pensanti,  —  fu  numerosissimo,  e  alla  fine  prevalente 
nell'Ordine. 

Ora,  Tommaso  da  Gelano  scrisse,  per  ordine  di  Papa  Gre- 
gorio IX,  la  Vita  prima,  e  gli  riusci  tutta  in  servigio  dei  rilassati, 
ed  anzi  preparò  efficacemente  frate  Elia  a  prendersi  il  generalato 
dell'Ordine.  Ma  il  Celanese  non  era,  a  dir  vero,  un  partitante; 
e  commosso  poi  dalla  defezione  e  conseguente  scomunica  di  Elia, 
non  tardò  a  volgersi  verso  gli  zelanti  ;  a  questi,  infatti,  è  oltre- 
modo favorevole  la  sua  Vita  seconda,  composta,  ad  incarico  del 
Ministro  Generale,  per  raccontare  di  san  Francesco  molti  fatti 
non  registrati  o  mal  riferiti  nella  prima.  I  Miracoli,  compilati 
un  dieci  anni  dopo,  si  direbbero  piuttosto  opera  d'un  moderato. 

Che  moderata  fosse  la  leggenda  di  Giuliano  da  Spira,  si  ca- 
pisce da  sé.  Tutto  intento  il  buon  frate  a  diffondere  l'Ordine 
francescano  in  Germania,  non  poteva  occuparsi  gran  che  dei 
turbamenti  che  avvenivano  in  seno  ai  Minori  di  Francia  e  d'Italia. 

Incerta,  abbiamo  detto,  è  la  notizia  relativa  al  Notaro  aposto- 
lico Giovanni;  ma  è  chiaro,  che  la  stessa  condizione  dell'autore 
lo  faceva  estraneo  alle  discordie  francescane.  Nessun  motivo 
apparente  lo  spingeva  a  dichiararsi  per  gli  uni  o  per  gli  altri,, 
ed  anche,  forse,  egli  poteva  accarezzare  a  vicenda  le  tendenze 
dei  due  campi  contrari. 


LA   QUESTIONE   FRANCESCANA  299 

San  Bonaventura  fu  il  Generale  dei  moderali,  e  la  sua  leg- 
genda, rimasta  officiale  nell'Ordine,  ne  fu  l'espressione  caratte- 
ristica. 

Torniamo  all'  opera  di  fra  Leone.  Da  una  serie  di  docu- 
menti (1),  senza  dubbio  storici  nel  loro  complesso,  noi  possiamo 
con  sicurezza  delinearne  il  carattere;  uomo  fervido  e  sincero, 
amante  del  bene  e  della  verità  sino  alla  passione,  egli  portava 
in  ogni  azione  sua  l'impronta  dell'anima  forte  e  buona.  La  bat- 
taglia eroica,  che  per  tutta  una  lunga  vita  sostenne  a  voce  e  in 
iscritto  per  l'ideale  dei  primi  compagni  di  san  Francesco,  lo 
designò  a  capo  degli  zelanti  ;  ed  è  troppo  naturale  il  credere, 
che,  se  una  leggenda  compose  mai,  egli  dovesse  profondamente 
scolpirvi  l'idea  degli  zelanti. 

Tra  le  leggende  francescane,  una  rimasta  inedita  fino  al  se- 
colo XVIII,  e  pubblicata  dai  BoUandisti  (2)  col  titolo  Legenda 
trium  sociorum,  è  preceduta  appunto  da  una  lettera,  che  serve 
di  prologo  e  dedica,  nella  quale  tre  frati,  Leone,  Ruffino  ed  An- 
gelo, a  richiesta  del  Capitolo  dell'Ordine,  presentano  al  Generale 
fra  Crescenzio  una  raccolta  di  fatti  ignorati  o  mal  noti  intorno 
a  san  Francesco,  e  tali  da  potere  in  seguito  venir  usufruiti  dal 
biografo  designato  dall'Ordine,  che  nel  caso  è  Tommaso  da 
Celano  (3). 

Ma  di  qui  nasce  tosto  la  difficoltà,  di  cui  Paolo  Sabatier  scorse 
il  nodo  centrale:  questa  lettera  di  fra  Leone,  in  quanto  promette, 
poi  non  corrisponde  a  sufficienza  con  quel  tanto  che  la  leggenda 
ci  dà.  I  materiali  storici  nuovi,  non  ancora  usufruiti  dalle  bio- 
grafie precedenti,  che  i  Tre  Compagni  unicamente  dicono  di 
presentare  al  Generale,  e  che  ben  s'ha  il  diritto  di  attendere, 
non  si  trovano  poi  nella  leggenda  seguente;   nella   quale,  anzi, 


(1)  Cfr.  Sabatier,  Speculum  perf.,  lxii  sgg.  (  Vie  de  frère  Leon). 

(2)  Ada  SS.  octobris,  t.  II,  pp.  723-742. 

(3)  Vedi  il  testo  della  lettera,  notissima  del  resto,  anche  ne'  miei  Nuovi 
studi,  I,  p.  272. 


300  S.  MINOGGHI 

quel  che,  a  confronto  delle  leggende  anteriori,  può  dirsi  materiale 
nuovo,  è  si  poco  e  d' indole  tanto  secondaria,  che  il  Sabatier 
non  esitò  a  crederla  tutta  incompleta,  mutilata  per  opera  dei  rilas- 
sati, e  a  noi  pervenuta  in  istato  frammentario  (1).  Tanto  è  vero, 
diceva  il  Sabatier,  che  tuttora  si  possono  riconoscere,  dispersi 
qua  e  là,  i  frammenti  della  leggenda  intera  nell'antica  Miscel- 
lanea di  documenti  francescani,  tramandala  col  titolo  generico 
di  Speculum  vitae  sancii  Francisci  et  sociorum  eius  (2). 

Tale  fu  il  primo  passo,  dal  quale  il  Sabatier  procedette  fino 
alla  notissima  edizione  dello  Speculum  perfeciionis  (3).  Narra 
questa  leggenda  in  124  capitoli,  distribuiti  per  materie  in  ordine 
logico,  una  serie  di  fatti  particolari  della  vita  del  Santo,  pro- 
posto all'imitazione  dei  Minori,  come  specchio  di  cristiana 
virtù  (4).  In  più  codici  essa  è  tutta  spezzata  e  confusa  nella 
Miscellanea  del  citato  Speculum  vitae,  ma  in  altri  apparisce 
un'opera  separata  ed  avente  un'origine  ed  esistenza  propria. 
Aveva  già  detto  il  Sabatier,  che  i  presunti  frammenti  della  mu- 
tilata leggenda  dei  Tre  Compagni  trovavansi  qua  e  là  diffusi 
tra  i  capitoli  dello  Speculum,  vitae',  sì  come  corrispondevano 
con  altrettanti  capitoli  dello  Speculum,  perfectionis,  gli  restò 
facile  il  determinare,  che  la  parte  smarrita  dell'Opera  dei  Tre 
Compagni  era  precisamente  contenuta  in  quello. 

Ma  ben  altri  pregi  egli  vide  nel  suo  Speculum,,  e  cioè:  1°,  che 
fu  tutto  composto,  meno  aggiunte  e  varianti  secondarie,  prima 
dell'altra  Leg.  3  sociorum,',  e  2°,  che  fu  scritto  da  fra  Leone 
pochi  mesi  dopo  la  morte  di  san  Francesco,  precisamente  nel 
maggio  del  1227,  onde  sarebbe  documento  prezioso  delle  sue  lotte 
personali  a  quei  giorni  con  l'intrigante  frale  Elia  (5).  In  conclu- 


(1)  Gfr.   Yie  de  saint  Frangois,  p.  Lxvii  sgg. 

(2)  Edito  più  volte  nei  primordi  dell'invenzione  della  stampa  :  cfr.  la  de- 
scrizione in  Sabatier,  Spec.  perf.,  pp.  ccx  sgg. 

(3)  Nel  1898. 

(4)  Gfr.  una  descrizione  più  particolare  ne'  miei  Nuovi  studi,  1,  §  4. 

(5)  L'opera  del  Sabatier  è  notissima,  e  perciò  mi  astengo  dal  farne  più 
particolare  descrizione;  vedine  la  recensione  fatta  da  I.  Della  Giovanna, 
in  questo   Giornale,  voi.  32. 


LA  QUESTIONE  FRANCESCANA  301 

sione,  lo  storico  francese  credette  di  poter  asserire,  che  i  capi- 
toli dello  Speculum,  non  avrebbero  fatto  parte  della  Legenda 
3  sociorum,  che  a  guisa  di  seconda  edizione. 

Ipotesi  cosi  nuove  presto  parvero  ottenere  la  conferma  sicura 
dei  fatti,  poi  che  i  dotti  francescani  Marcellino  da  Givezza  e 
Teofilo  Domenichelli  presero  a  studiare  una  dimenticata  Leggenda 
dei  Tre  Compagni,  già  pubblicata  nel  1856,  e  la  ripubblicarono 
essi  stessi  come  fosse  appunto  quella  «  integra  »,  divinata  dal 
Sabatier  (1).  Questa  leggenda  francescana  contiene,  in  realtà, 
circa  ottanta  capitoli  più  della  vecchia  Leg.  3  sociorum,  edita 
dai  Bollandisti,  paralleli  quasi  tutti  con  altrettanti  capitoli  dello 
Speculum;  e  con  gli  ultimi  dello  stesso  Spec.  perfectionis 
sostituisce  la  finale  ordinaria  della  edizione  bollandista,  creduta 
appunto  una  tarda  interpolazione  in  calce  a  quella  supposta 
frammentaria. 

Il  Sabatier  consenti  nelle  conclusioni  dei  due  Minoriti,  com'essi 
avevano  lavorato  sulle  tracce  di  lui  (2):  ed  anzi,  mi  rammento  che, 
parlando  una  volta  con  me,  egli  era  preoccupato  dei  frequenti 
parallelismi  che  la  Leggenda  «  integra  »  porta  a  confronto  con 
la  Vita  li  del  Celanese,  fino  ad  abbandonare  per  quella  l'ordi- 
nario suo  parallelismo  con  lo  Speculum;  ond'egli  era  inclinato 
a  credere,  che  i  Tre  Compagni,  presentando  l'opera  loro  a  Cre- 
scenzio, non  si  erano  limitati  a  una  semplice  riproduzione  dello 
scritto  Leoniano  del  1227,  cioè  dello  Spec.perf.,  ma  ne  avevano 
elaborato  una  vera  seconda  edizione,  dalla  quale,  e  non  dallo 
Speculum,  dipenderebbe  spesso  Tommaso  da  Celano. 

Intanto,  altre  scoperte  di  varia  importanza  sopravvennero  ad 
arricchire  la  letteratura  francescana.  In  un  codice  della  già 
Biblioteca  del  principe  romano  Boncompagni,  acquistato  dai  Padri 


(1)  M.  Da  Civezza  e  T.  Domenichelli,  La  Leggenda  di  san  Francesco 
scritta  da  tre  suoi  compagni,  pubblicata  per  la  prima  volta  nella  vera  sua 
integrità;  Roma,  1899. 

(2)  Gfr.  Sabatier,  Fr.  F.  Bartholi,  tractatus  de  Indulgentia  etc.  Paris, 
1900,  n&W Introduzione. 


302  S.   MINOCCHI 

Cappuccini  di  Marsiglia,  il  P.  Van  Ortroy  riconosceva  il  perduto 
Trattato  dei  Miracoli  del  Celanese,  e  tosto  lo  pubblicava  dando 
così  un  contributo  prezioso  alle  ricerche  francescane  per  la  cri- 
tica documentaria  (1).  In  Francia,  il  bravo  cappuccino  Ferdi- 
nando d'Araules  determinava  felicemente  quale  fosse  con  preci- 
sione la  smarrita  leggenda  di  Giuliano  da  Spira,  cioè  quella 
pubblicata  a  brani  dai  BoUandisti,  e  da  loro  attribuita  per  gra- 
tuita ipotesi  a  Giovanni  da  Ceperano(2).  E  l'altro  dotto  cappuccino 
Edoardo  d'Alengon,  traeva  da  un  codice  di  Tolosa  e  pubblicava 
una  piccola  leggenda  corale,  designata  nel  codice  stesso  come 
sunto  della  maggiore  incipiente  Quasi  Stella,  che,  secondo  il 
testimonio  di  Bernardo  da  Bessa,  sarebbe  di  Giovanni  Notaro 
della  Sede  Apostolica  (3).  Quest'  ultima  rimase  fino  ad  ora,  mal- 
grado tante  ricerche,  irreperibile. 

Tale  apparente  soluzione  del  problema  francescano,  ben  lungi 
dall'essere  comunemente  accettata,  trovò  pochi  sostenitori,  oltre 
il  Sabatier  e  i  due  già  rammentati  Minoriti  :  cioè,  il  professor 
Tocco  di  Firenze,  con  notevoli  riserve,  e  il  Gòtz,  e,  secondo 
afferma  il  Sabatier,  il  dr.  Lempp.  Gli  altri  eruditi,  invece,  come 
il  P.  Van  Ortroy,  il  Faloci,  il  P.  Mandonnet,  il  Della  Giovanna, 
il  P.  d'Alengon,  per  non  citare  che  i  più  noti,  contraddissero 
unanimi  il  sistema  del  Sabatier,  ciascuno  poi  riconfermando  le 
proprie  vecchie  idee,  o  mettendosi  in  traccia  di  nuova  risolu- 
zione. Infatti,  negarono  che  la  pretesa  Leggenda  «  integra  »  dei 
Tre  Compagni  fosse  in  verun  modo  quella  veramente  uscita  dalle 
mani  dei  frati  Leone,  Ruffino  ed  Angelo;  e  non  riconobbero 
nello  scritto  ripubblicato  dai  PP.  Da  Givezza  e  Domenichelli,  che 


(1)  P.  Van  Ortroy,  Traile  des  Miracles...  par  Thomas  de  Celano  negli 
Analecta  BoUandiana  (1899)  t.  XVIII,  fase.  I  e  II. 

(2)  P.  F.  M.  D'Araules,  La  vie  de  saint  Antoine  de  Padoue  etc.  (Bor- 
deaux, 18S9),  pp.  162  8gg. 

(3)  Edita  nello  Spicilegium  franciscanum,  Romae,  1899  (Legenda  brevis 
sancti  Francisci  etc). 


LA  QUESTIONE  FRANCESCANA  303 

una  rozza  compilazione,  senza  special  valore,  e  di  età  recente 
assai. 

Parimenti,  e  con  maggior  efficacia,  fu  concordemente  rigettata 
l'altra  duplice  affermazione  del  Sabatier,  cioè,  che  lo  Spec.  perf. 
sia  tutto  opera  di  fra  Leone,  e  che  sia  stato  precisamente  com- 
posto nel  1227.  Circa  questa  leggenda,  però,  varie  furono  le 
ipotesi  evocate  a  determinarne  l'origine.  Il  P.  Mandonnet  e  il 
Faloci  ammisero  bene,  che  potesse  contenere  o  contenesse  real- 
mente antichi  documenti  storici,  magari  talvolta  opera  di  fra 
Leone  o  d'altri  compagni  di  san  Francesco,  ma  ne  ritardarono 
la  compilazione  fin  verso  il  1250.  Altri,  come  il  Della  Giovanna, 
persisterono  a  credere,  che  lo  Speculum  sia  compilazione,  o 
meglio,  invenzione  e  falsificazione  dei  Francescani  spirituali  del 
secolo  xrV;  ultimamente  anche  il  Faloci  s' è  accostato  a  siffatta 
conclusione,  pure  stimando,  che  vi  sian  forse  nello  Speculum 
tracce  di  più  antichi  documenti. 

E  cosi  anche  la  questione  iniziale  della  ordinaria  Leg.  3  soc, 
già  creduta  frammentaria,  fu  variamente  risoluta.  Il  Faloci  ha 
continuato  a  crederla  integra  e  perfetta  in  sé  stessa  qual'è,  non 
mutila  e  frammentaria  in  verun  modo,  negando  che  esista 
discrepanza  di  sorta  tra  essa  e  il  prologo  dedicatorio  ;  opinione, 
non  ha  molto,  difesa  dal  prof.  Barbi  (i).  Diversamente  il  P.  Van 
Ortroy,  persuaso  anch'  egli  delle  supposte  falsificazioni  france- 
scane del  secolo  XIV,  1'  ha  dichiarata  apocrifa,  in  nulla  opera 
genuina  dei  Tre  Compagni,  ma  compilazione  indigesta  di  più 
antichi  documenti,  e  redatta  da  ignoto  falsario  sul  finire  del 
sec.  XIII  0  nel  principio  del  XIV  <2). 

Quanto  al  Trattato  dei  Miracoli,  pubblicato  dallo  stesso  P.  Van 
Ortroy,  nessuno   l' ha    messo  in  dubbio  (3).  Varia   polemica   ha 


(1)  Nel  Bull,  della  Società  Dantesca  italiana,  N.  S.,  VII,  p.  73  sgg. 

(2)  Cfr.  P.  Van  Ortroy,  La  legende  de  saint  Francois  d'Assise,  dite 
€  Legenda  trium  sociorum  »,  negli  Analecta  Boliandiana,  1900,  t.  XIX, 
fase.  II. 

(3)  Gfr.  su  di  esso  i  miei  Nuovi  studi,  II,  p.  94  sgg. 


304  S.  MINOCGHl 

suscitato  lo  studio  del  P.  d'Araules,  ma  senz'eco  fra  gli  studiosi; 
e  la  leggenda  di  Griuliano  da  Spira  è  stata  definitivamente  ac- 
cettata, quale  la  ritrovò  nell'opera  dei  BoHandisti  il  cappuccino 
francese  (1).  Alla  piccola  leggenda  corale,  che  si  vuol  tratta  da 
quella  di  Giovanni  da  Geperano,  secondo  il  P.  d'AlenQon,  non  si 
è  fatta  speciale  attenzione. 

Tale,  in  tanta  diffusione  d'opere,  articoli,  polemiche,  recensioni, 
che  negli  ultimi  anni  han  sopraffatto  i  volenterosi  lettori,  era  lo 
stato  degli  studi  francescani,  allorché  penetrai,  novizio  ancora, 
nella  selva  di  cosi  varie  sentenze. 


IL 


Duplice  è  il  termine  della  questione  :  la  Legenda  3  soc.  da  un 
lato,  e  lo  Spec.  perf.  dall'altro,  che  poi  a  vicenda  si  complicano 
nei  parallelismi  loro  con  le  altre  biografie  di  san  Francesco. 

Ma  il  nodo  centrale  da  risolvere  sta  pur  sempre  nel  determi- 
nare l'indole  e  i  confini  dell'opera  di  fra  Leone  e  dei  suoi  com- 
pagni zelanti.  Ora,  per  ciò  che  spetta  alla  Leg.  3  soc,  è  facile 
restar  convinti,  che  nessuna  delle  proposte  soluzioni  spiega  a 
sufficienza  le  difficoltà  contrarie.  Infatti,  non  persuade  il  Sabatier, 
quando  afferma  il  suo  presente  stato  frammentario,  poiché  l'e- 
conomia del  lavoro,  l'ordine,  l'esposizione,  lo  stile  della  leggenda, 
sempre  uguale  a  sé  stesso,  la  manifesta  al  lettore  attento  e  scevro 
di  preoccupazioni,  come  un'  opera  in  sé  perfetta,  e  nella  sua 
specie  integra,  qual  dovè  concepirla  e  scriverla  l'autore  (2).  L'os- 
servazione, che  essa  non  è  compiuta  nell'esposizione  della  vita 


(1)  Gfr.  P.  E.  D'Alenjon  ,  De  Legenda  sancii  Francisci  a  Juliano  a 
Spira  conscripta  (Spicilegium  frandscanum,  Romae,  1900).  —  P.  Van  Or- 
TROY,  Julien  de  Spire  biographe  de  s.  Francois  d'Assise,  negli  Analecta 
Bollandiana,  1900,  fase.  Ili,  p.  321  sgg. 

(2)  La  dimostrazione  speciale  di  questa  naturale  integrità  della  Leg.  3  soc. 
trovasi  ne'  miei  Nuovi  studi,  1,  p.  275  sgg.  e  passim. 


LA   QUESTIONE   FRANCESCANA  305 

del  Santo,  e  che  molti  fatti  tralascia  i  quali  trovansi  registrati 
in  altre  biografie,  non  ha  serio  valore,  poiché  la  leggenda  ha 
spirito  compendioso,  meno  in  tre  o  quattro  capitoli,  per  motivi 
speciali;  e  d'altronde,  poi,  se  dovessimo  considerar  le  lacune 
che  sono  pure  nella  Vita  I  del  Celanese,  dovremmo  concludere 
che  anche  questa  è  frammentaria. 

Ma  le  pretese  lacune  come  vengono  colmate?  Non  con  altro, 
alla  fin  fine,  che  con  altrettanti  capitoli  dello  Speculum,  lonta- 
nissimi dalla  Leg.  3  soc,  per  concetto,  stile,  esposizione.  Se  a 
tutto  ciò  si  aggiunge,  che  i  manoscritti  conosciuti,  sino  i  più 
antichi,  tutti  concordemente  ci  danno  di  questa  leggenda  un 
testo  uguale,  né  recan  tracce  di  profonde  lacune,  dovremo  pur 
ammettere,  che  il  crederla  integra  e  perfetta  in  sé,  come  vuole 
il  Faloci,  sarà  sempre  una  conclusione  più  sicura  dell'altra  op- 
posta del  Sabatier. 

Ma  non  però,  d'altra  parte,  si  risolve  mai  bène  la  pregiudi- 
ziale dello  scrittore  francese,  che,  cioè,  nel  prologo  dedicatorio 
i  Tre  Compagni  assai  più  promettono ,  che  non  sia  dato  poi 
nell'opera  che  lo  segue;  poiché  promettono,  come  abbiamo  ac- 
cennato, intorno  al  Santo  materiali  storici  nuovi,  (i  senz'ordine 
biografico,  non  registrati  nelle  leggende  precedenti,  mentre  lo 
scritto  poi  narra  una  vera  e  propria,  ordinata  e  compendiosa, 
biografia  di  san  Francesco,  che  in  grandissima  parte  dipende, 
sino  alla  lettera  (1),  dalle  biografie  precedenti ,  specialmente  da 
quella,  a  tutti  notissima,  di  Tommaso  da  Celano  (I  Gel.).  La  parte 
inedita  si  riduce  a  forse  un  ottavo;  ma  i  Tre  Compagni,  certo, 
troppo  più  sapevano  intorno  a  san  Francesco,  per  loro  testimo- 
nianza oculare,  per  esempio,  su  l'ultima  sua  malattia  nel  palazzo 
vescovile  di  Assisi. 

Fra  le  due  asserzioni,  contradittorie  e  irresolubili,  non  stimai 
dunque  possibile  una  terza,  se  non  col  negare  in  radice,  che 
la  Leff.  3  soc.  sia  opera  dei  Tre  Compagni.  E  vidi  allora  come 


(1)  Gfr.   la  dimostrazione  di  tali   dipendenze   ne'  miei  Nuovi  studi,  I, 
p.  280  sgg. 

Giornal»  itorico,  XXXIX,  fase.  116-117.  80 


306  S.   MINOCGHI 

tutto  s'illuminava  della  sua  luce  naturale.  Considerando,  infatti, 
e  minutamente  confrontando  fra  loro  la  dedica  e  la  leggenda, 
potei  verificare,  che  non  soltanto  v'era  discrepanza  fra  le  due, 
ma  flagrante  e  perpetua  contradizione. 

E  invero,  i  Tre  Compagni  dicon  nel  prologo  di  voler  presen- 
tare al  Generale  Crescenzio;  1°,  una  raccolta  che  non  è  affatto 
una  leggenda,  cioè  una  vera  biografia  cronologicamente  ordinata 
del  Santo  ;  2°,  questa  raccolta  non  deve  contenere  che  una  serie 
di  fatti  sconosciuti  o  mal  noti  intorno  al  Santo,  in  qualità  di 
materiali  storici  nuovi  da  essere  usufruiti  dal  biografo  designato 
dall'Ordine  a  comporre  la  nuova  leggenda.  —  Ma,  invece,  l'opera 
che  segue  è  una  vera  e  propria  leggenda,  o  biografia  di  san  Fran- 
cesco, sul  genere  preciso  di  quella  prima  del  Celanese,  e  redatta, 
anzi,  con  più  rigoroso  ordine  cronologico  di  quella,  sebbene 
compendiosa  il  più  delle  volte;  la  parte  inedita,  come  abbiamo 
notato,  è  forse  un  ottavo,  e,  a  confronto  del  tutto,  affatto  se- 
condaria e  trascurabile.  La  Leg.  3  soc.  non  può  essere,  dunque, 
l'opera  di  fra  Leone  e  compagni. 

Siffatta  conclusione  è  confermata  dal  considerare  : 
1°,  che  si  trovan  nella  leggenda  maniere  di  pensare  e  dire, 
alienissime  dal  carattere  storico,  sicuramente  conosciuto,  di  fra 
Leone.  Poiché  nulla,  per  esempio,  era  più  contrario  all'  indole 
del  frate  zelante,  che  il  proclamare  ed  esaltare  la  Basilica  e  il 
Sacro  Convento,  capo  e  madre  dell'Ordine  (1),  o  rammentare  con 
tanta  frequenza  e  competenza  —  caso  unico,  del  resto,  nelle 
leggende  francescane  —  le  bolle  e  i  privilegi  concessi  dai  Papi 
ai  Minori,  e  pur  tanto  odiosi  a  san  Francesco  e  agli  zelanti. 

Né  si  opponga,  che  appunto  con  uno  scritto  privo  di  colore 
parti  tante,  fra  Leone  voleva  presentarsi  al  Generale  Crescenzio 


(1)  Basti  riferir  la  frase  relativa  alla  Basilica  del  sacro  Convento  (§  72)  : 
«  Quam  quidem  ecclesiam  (dominus  papa)  ab  omni  jurisdictione  inferiori 
«  exìmens,  auctoritate  apostolica  ipsam  caput  et  matrem  totius  ordinis  fra- 
€  truna  Minorum  instituit,  ut  patet  in  privilegio  publico  et  ballato  in  quo 
<  cardinales  communiter  subscripserunt  ». 


LA  QUESTIONE  FRANCESCANA  307 

quasi  a  tentare  una  conciliazione.  La  conoscenza  che  abbiamo 
del  carattere  di  fra  Leone  rende  impossibile  il  credere,  che 
questo  zelante,  gelosissimo  dell'antica  idea  francescana,  scendesse 
mai  a  così  umiliante  dedizione  dei  suoi  fortissimi  convincimenti, 
proprio  allora  che  gli  zelanti  erano  potenti  e  prepotenti,  si  da 
indurre  Crescenzio,  tutto  amico  dei  rilassati,  a  lasciar  pubblicare 
un'opera  favorevole  agli  zelanti  come  la  Vita  II  del  Celanese,  e 
da  sbalzarlo  poi  dal  generalato,  per  sostituirgli  lo  zelante  Gio- 
vanni da  Parma. 

2°,  La  tradizione  storica  della  Leg.  3  soc,  come  tale,  co- 
mincia assai  tardi;  cioè,  un  buon  secolo  e  mezzo  dopo  la  sua 
pubblicazione,  e  quando  già  le  lotte  degli  Spirituali  con  i  Con- 
ventuali avevano  stranamente  moltiplicate  lo  leggende,  profon- 
damente turbata  la  genuina  tradizione  francescana  (1).  I  più 
antichi  testimoni  della  Leff.  3  soc.  sono,  infatti,  nell'ultime  de- 
cadi del  secolo  XIV,  il  codice  di  Ognissanti  (2)  e  la  rozza  e  in- 
digesta compilazione  delle  Conformitates  del  buon  Bartolomeo 
da  Pisa.  Se  esaminiamo  la  tradizione  francescana  precedente, 
non  troviamo  alcuna  menzione  della  Leg.  3  soc.  La  Cronaca 
dei  XXI V  Generali,  di  poco  anteriore  al  Pisano,  narra,  è  vero, 
la  nota  origine  dell'opera  dei  Tre  Compagni,  ma  niente  vi  si  ac- 
cenna, che  a  questa  o  a  quella  leggenda  in  particolare  si  alluda. 
E,  del  resto,  si  alludesse  pure  alla  tradizionale  edita  dai  Bol- 
landisti,  nulla  potrebbe  superare  per  autorità  dimostrativa  l'ar- 
gomento che,  contro  la  sua  autenticità,  si  trae  dal  silenzio  dei 
più  antichi  polemisti  e  scrittori  francescani.  Infatti,  Alvaro  Pe- 
lagio, Ubertino  da  Casale,  Pier  Giovanni  Olivi,  Francesco  da 
Fabriano,  Bernardo  da  Bessa,  ed  altri  ancora,  spesso  valgonsi,  a 
fine  polemico,  degli  scritti  di  fra  Leone,  ma  non  citano  mai  né 
sembrano  pur  conoscere  la  nota  Leg.  3  soc,  come  opera  dei 


(1)  Gfr.  la  dimostrazione  particolare  nei  Nuovi  studi,  I,  §  5;  P.  Van  Or- 
TROY,  La  Leg.  3  soc,  Op.  cit.,  pp.  119  sgg. 

(2)  Descritto  ne'  miei  Nuovi  studi,  I,  p.  261  sgg. 


308  S.   MINOCCHI 

Tre  Compagni,  sebbene,  considerata  per  tale,  essa  avrebbe  con- 
cesso ampia  messe  di  prove  al  loro  scopo. 

Sin  qui  ero  giunto  con  le  mie  ricerche,  allorché  il  P.  Van 
Ortroy,  partendo  anch'egli  dalla  negazione  iniziale  dell'autenticità, 
fondato  a  mia  insaputa  quasi  su  gli  stessi  argomenti  ond'io  mi 
valevo,  pubblicò  un  suo  lavoro,  in  cui  tentava  di  provare,  che  la 
ormai  famosa  Leg.  3  soc,  integra  di  per  se,  o  frammentaria  che 
fosse,  altro  non  era  che  una  compilazione  di  brani  staccati  da 
tutte  le  precedenti  leggende,  e  a  bella  posta  creata,  come  ab- 
biamo accennato,  a  fine  polemico  e  in  mala  fede,  sul  principio 
del  secolo  XIV. 

Eziandio  quest'  ultima  ipotesi  sull'  origine  e  formazione  della 
Leff.  3  soc,  è  impossibile  accettarla:  perchè  talune  Leggende, 
fra  quelle  onde  il  p.  Van  Ortroy  dice  dipendere  la  reietta  opera 
dei  Tre  Compagni,  certissimamente  dipendono  invece  da  questa, 
e  le  sono  posteriori  di  origine.  Non  consideriamo  i  parallelismi 
delle  varie  leggende,  che  non  accusano  vere  dipendenze,  né  di 
qua  né  di  là;  tralasciamo  pure  il  confronto  della  Leg.  3  soc.  con 
l'opuscolo  di  Bernardo  da  Bessa,  che  per  me  conclude  certo 
alla  dipendenza  di  questo  da  quella.  In  ogni  modo  sta  il  fatto: 
1°,  che  la  Leff.  3  soc.  dipende  dalla  Vita  I  del  Celanese,  come 
tutti  ammettiamo  d'accordo  collo  stesso  P.  Van  Ortroy;  2'*,  che 
la  stessa  Leg.  3  soc,  a  sua  volta,  é  fonte  della  Vita  II  del  Ce- 
lanese, e  non  già,  come  vuole  il  P.  Van  Ortroy,  dipende  da 
questa.  E  la  prova  del  mio  secondo  asserto  é,  che  da  un  lato 
la  Leff.  3  soc.  riferisce  talvolta  dei  fatti  narrati  nella  Vita  I  del 
Celanese,  aggiungendovi  qualche  notizia  inedita  relativa;  e  dal- 
l'altro il  Celanese  nella  Vita  II,  che  a  detta  del  frate  è  un 
semplice  complemento  della  Vita  I,  si  dà  la  pena  di  riprodurre 
quasi  a  lettera  eventi  già  narrati  nella  Vita  I,  unicamente  per 
riferire  la  secondaria  notizia  inedita  ivi  stesso  incastrata  nella 
redazione  della  Leff.  3  soc  (1).  Il  P.  Van  Ortroy,  per  mostrare 


(1)  Gfr.  l'incontro,  per  esempio,  del  lebbroso  in  I  Gel.,  1,7,  onde  dipende 


LA   QUESTIONE  FRANCESCANA  309 

che  la  I^g.  3  soc.  dipende  dalla  Vita  li,  asserisce  appunto,  che 
il  Celanese,  pur  avendo  nella  Vila  II  tanti  parallelismi  con  la 
Leg.  3  soc,  non  ripete  mai  i  fatti  narrati  nella  I,  mentre  ciò 
non  gli  sarebbe  possibile  se  in  realtà  dipendesse  dalla  Leg.  3  soc. 
Dato  e  non  concesso  il  valore  di  quest'ultima  impossibilità,  ci  limi- 
teremo a  ripetere,  che  avviene  precisamente  il  contrario  di  quanto 
asserisce  il  dotto  Bollandista. 

Altre  difficoltà  grandissime,  le  accenniamo:  1',  come  mai  la 
Leg.  3  soc.  dipenderebbe  così  a  lungo  dalla  prima  parte  della 
Vita  II,  e  viceversa  poi  quasi  punto  dalla  seconda,  che  è  pure 
tanto  mteressante  ?  2°,  come  mai,  se  fu  falsificata  e  compilata  a 
servizio  delle  polemiche  spirituali,  pure  non  ha  il  menomo  co- 
lorito polemico,  com'  è  costretto  a  riconoscere  lo  stesso  P.  Van 
Ortroy  ?  3°,  come  e  dove  si  può  intravedere  un  confuso  centone 
di  notizie  vere  e  false,  in  una  leggenda  come  questa,  che  ogni 
spassionato  lettore  trova  così  ricca  di  senso  storico,  di  unità,  di 
armonia,  opera  insomma  di  un  sol  getto,  e  di  alto  valore?  4°,  e 
come  mai  quest'opera  falsificata  è  l'unica  fra  le  leggende  fran- 
cescane, come  abbiamo  detto,  che  sia  regolarmente  documentata 
con  la  menzione  esplicita  delle  bolle  pontificie?  (1). 

Insomma,  le  conclusioni  a  cui  necessariamente  bisogna  venire 
son  queste:  1°,  la  Leg.  3  soc.  non  è  opera  dei  Tre  Compagni; 
2°,  essa  dipende  dalla  Vita  I,  ed  è  posteriore  al  1229;  3°,  è  fonte 
della  Vila  II,  ed  è  anteriore  perciò  al  1247.  Chi  ne  fu  dunque 
l'autore? 

Esaminando  la  tradizione  francescana,  rileviamo  dall'opuscolo 


3  Soc,  11;  da  qui,  II  Gel.,  I,  5,  riproduce  il  fatto  nuovamente  per  segnalare 
la  circostanza  inedita  (3  Soc.)  della  presenza  dei  cavallo  e  dell'elemosina. 
Simile  caso  è  contenuto  nel  triplice  I  Gel.,  I,  2;  3  Soc,  5;  II  Gel.,  I,  2,  circa 
il  sogno  di  san  Francesco  che  vede  un  castello  pieno  d'armi  (I  Gel.)  e  abi- 
tato da  una  donna  bellissima  (5  Soc.  e  in  più  II  Gel.)- 

(1)  Gfr.  altre  argomentazioni  nell'opuscolo  di  P.  Sabatier,  De  Vauthenti' 
cité  de  la  Legende  de  saint  Francois  dite  des  Trois  Compagnons  (Revue 
historique,  1901,  voi.  LXXV). 


310  S.   MINOCCHI 

di  Bernardo  da  Bessa,  che  l'autore  della  vecchia  Leg.  3  soc. 
dovè  essere  Giovanni  Notaro  della  Sede  Apostolica.  Infatti,  Ber- 
nardo, che  più  volte  esplicitamente  ed  esclusivamente  riferisce 
tratti  della  creduta  operetta  dei  Tre  Compagni,  nel  prologo 
del  suo  scritto ,  come  abbiamo  già  notato ,  menziona  solo 
quattro  biografìe  di  san  Francesco,  come  quelle  dalle  quali  evi- 
dentemente esso  dipende,  cioè  di  Tommaso,  di  Giuliano,  di  Bo- 
naventura, di  Giovanni.  Ora,  noi  conosciamo  già  con  precisione 
tre  di  quelle  leggende  e  i  loro  correspettivi  autori,  dacché  pur 
quella  di  Giuliano  da  Spira  è  stata  sicuramente  identificata  ;  per 
esclusione,  dunque,  la  quarta  leggenda  citata  da  fra  Bernardo 
non  può  essere  che  del  quarto  biografo  nominato  nel  prologo, 
cioè  di  Giovanni  Notaro  della  Sede  Apostolica. 

Ammesso  questo,  nella  pretesa  Leg.  3  soc.  tutto  acquista  la 
sua  luce  naturale.  Invero,  facilmente  si  verifica  :  1°,  che  l'autore 
dipende  dalla  prima  biografia  del  Celanese,  eppure  correda  la 
sua  di  alquante  notizie  nuove,  frutto  di  personali  ricerche,  fatte 
nell'Umbria  ed  a  Roma,  stando  al  seguito  di  Gregorio  IX;  2°,  che, 
essendo  generalmente  compendioso,  tuttavia  si  preoccupa  di  nar- 
rare diffusamente  proprio  le  relazioni  fra  san  Francesco  e  la 
Curia,  e  di  citare,  lui  solo  fra  tutti  i  biografi' di  san  Francesco,  le 
bolle,  i  privilegi,  i  documenti  diplomatici  relativi  all'Ordine; 
3°,  che,  essendo  estraneo  all'Ordine  (1),  non  manifesta  mai  di  par- 
tecipare alle  discordie  minoritiche,  e  con  mirabile  imparzialità 
approva  a  vicenda  cose  odiosissime  e  carissime  ai  due  irrecon- 
ciliabili fra  Leone  e  frate  Elia. 

Ho  cercato  nell'Archivio  Vaticano  chi  fosse  mai  questo  Gio- 
vanni; mi  parve,  dopo  attento  e  paziente  esame  dei  voluminosi 
incartamenti,  di  poterlo  sicuramente  identificare  col  notaro  Gio- 
vanni de  Campania,  vivente  appunto  al  servigio  di  Gregorio  IX  (2). 


(1)  In  tutta  la  leggenda  soltanto  la  finale  ha  un  €  pater  noster  >,  detto 
di  san  Francesco,  da  cui  potrebbe  togliersi  indizio  che  l'autore  sia  stato  dei 
Minori.  Ma  si  può  benissimo  credere  che  non  fosse  più  che  un  terziario. 

(2)  Vedi  un'ampia  dimostrazione  di  questa  mia  nuova  ipotesi  sull'autore 
6  l'origine  della   Leg.  3  soc.  ne   Nuovi  studi.  II,  §  3;  circa  il  tempo  nel 


LA   QUESTIONE   FRANCESCANA  311 

Nella  tradizione  francescana  del  Wadding  questo  Giovanni  è 
detto  invece  de  Oberano;  non  conosciamo  nessun  documento 
che  ci  obblighi  a  porre  in  discussione  questa  variante  di  nome, 
che,  del  resto,  è  cosa  affatto  secondaria. 

I  sostenitori  della  tradizione  non  si  stancano  mai  di  ripetere, 
che  i  manoscritti  noti  a  noi  della  Leg.  3  soc.  recano  tutti,  non 
solo  un  testo  uguale,  ma  son  preceduti  dalla  lettera  dei  Tre  Com- 
pagni. L' osservazione  è  vera,  se  rivolta  contro  l' ipotesi  della 
Leggenda  «  integra  »  dei  PP.  Da  Givezza  e  Domenichelli  ;  ma 
per  la  mia,  trovo  aperta  un'esenzione. 

I  codici  della  Leg.  3  soc.  si  distinguono  bene  in  due  famiglie  : 
una,  dei  codici  spirituali,  e  sono  la  gran  maggioranza,  che  di- 
scendono tutti  dall'unico  tipo  porziuncolano,  simile  al  manoscritto 
d'Ognissanti  ;  l'altra,  dei  codici  indipendenti  dal  tipo  porziuncolano 
d'Ognissanti.  Non  guardiamo  ora  i  codici  spirituali,  compilati  e 
manipolati  e  confusi  e  diffusi  a  scopo  polemico;  ma,  della  seconda 
famiglia,  noi  conosciamo  fortunatamente  un  cod.,  il  Vaticano  7339. 
Esso  ha  una  Leg.  3  soc,  nel  cominciamento  diversa  da  quella 
degli  altri,  che  rappresentano  in  sostanza  un  unico  testimonio; 
contiene,  cioè,  due  prologhi  e  un  inizio  della  leggenda  proprio. 
Il  primo  prologo  è  come  staccato  materialmente  dalla  leggenda, 
ed  è  la  nota  lettera  dei  Tre  Compagni  (il  codice  è  del  sec.  XVI); 
ma  il  secondo  è  unito  alla  leggenda  in  maniera  indissolubile. 
Ora,  un  attento  esame  porta  a  concludere  :  i°,  la  Leg.  3  soc.  non 
potè  avere  due  prologhi;  2°,  comparato  il  secondo  prologo  nei 
suoi  parallelismi  certi  con  la  Vita  II  e  con  l'opuscolo  di  Ber- 
nardo da  Bessa,  rilevasi  fuor  d'ogni  dubbio,  che  è  originale,  e 
che  appartenne  al  primitivo  testo  della  leggenda;  S",  che,  dunque, 
il  principio  vero  della  L£ff.  3  soc.  nei  codici  spirituali  è  muti- 
lato (1).  Ma,  quel  che  è  più  notevole,  il  prologo  del  codice  Vati- 


quale  dovè  essere  scritta,  si  può  con  ogni  probabilità-  rimanere  vicini  al  1242 
poco  dopo  la  morte  di  Gregorio  IX  e  qualche  anno  avanti  l'edizione  della 
Vita  II  Celanense. 

(1)  Cfr.  la  citazione  del  testo  del  codice,  e  la   particolare   dimostrazione 
trattane,  nei  Nuovi  studi,  II,  p.  104  sgg. 


312  S.  MINOGGHI 

cano  incomincia:  Prefulgidus  ut  lucifer  et  sicut  stella  matu- 
tina  etc,  che  è  quasi  il  principio  della  leggenda,  che  Bernardo 
da  Bessa  ascrive  a  Giovanni  Notaro.  È  essenziale  per  me  che 
si  riconosca,  la  Leff.  3  soc.  non  essere  opera  dei  Tre  Compagni  ; 
non  insisto,  però,  troppo  a  dire  che,  all'infuori  di  loro,  è  del  tale 
o  tal  altro  autore.  Ma  come  spiegare  altrimenti  un  cumulo  cosi 
forte  di  probabilità,  se  non  attribuendo  realmente  a  Giovanni 
la  pretesa  leggenda  dei  Tre  Compagni?  Non  resta,  che  dare 
una  spiegazione  plausibile  del  come  essa  fu  poi  creduta  opera 
loro;  cosa  per  me  secondaria,  e  di  cui  pure  darò  fra  poco  un 
saggio. 

Concludendo  il  modesto  riassunto,  ecco  la  ragione  per  cui, 
ritrovate,  in  questo  rifiorire  degli  studi  francescani,  tutte  le  an- 
tiche leggende,  e  verificatine  gli  autori,  quella  di  Giovanni  era 
rimasta  irreperibile;  non  la  troveremo  mai,  finché  ci  ostineremo 
a  non  vederla  dov'  è,  se  pure  l'avremo  ognora  tra  mano. 

Osserva  il  Della  Giovanna  (1),  che  la  leggenda  corale  trovata 
dal  p.  D'Alengon,  estratta  da  quella  cosidetta  di  Giovanni  da 
Geperano,  è  contraria  a  queste  ipotesi;  ma  né  il  P.  D'Alengon, 
né  io,  vediamo  come  né  perché.  Accettiamo,  cosa  tutt'altro  che 
indubitabile,  che  sia  genuina  del  compilatore  l' iscrizione  del 
codice  tolosano:  ex  gestis  eius  quae  incipiunt :  Quasi  Stella;  il 
fatto  è,  che  l'estratto  corale  é  un  centone  di  più  leggende,  e 
ricopia  certo,  a  mio  vedere,  quelle  del  Celanese,  come  l'altra 
5  soc.  Insomma,  niente  si  può  argoMentare,  in  favore  né  contro 
la  mia  ipotesi,  che  poggia  su  ben  altri  argomenti. 


III. 


Resta  a  vedere  il   secondo  lato  della  questione  francescana, 
cioè  l'origine  e  formazione  dello  Speculum  perfeclionis. 


(1)  Nella  sua  recensione  a'  miei  Nuovi  studi,  in  questo  Giorn.,  37,  362  sgg. 


LA   QUESTIONE   FRANCESCANA  313 

Una  volta  rigettata  l'autenticità  della  tradizionale  opera  dei 
Tre  Compagni,  com'è  naturale  tuttavia  andar  in  traccia  di  quegli 
scritti  a  cui  alludono  essi  stessi  nella  loro  lettera,  autentica  senza 
dubbio,  altrettanto  è  naturale  cercarli  appunto  nello  Speculum. 

Però,  il  problema  storico  dello  Speculum  nasce  da  sé  fuor  dai 
termini  delle  opposte  opinioni,  e  del  Sabatier,  che  lo  ascrive 
tutto  a  fra  Leone  e  lo  fa  scritto  nel  1227,  e  del  Della  Giovanna 
che  persiste  a  crederlo  tutto  un'anonima  invenzione  del  sec.  XIV. 
Accade  qui  come  nella  discussione  della  Leff.  3  soc.  ;  forti  e  de- 
boli, a  vicenda,  i  due  termini  contradittori,  se  la  parte  dimo- 
strativa è  solida  qui  e  là  ne'  suoi  particolari,  non  così  può  dirsi 
di  quella  risolutiva  delle  difficoltà.  Il  Sabatier  non  potrà  mai 
dimostrare  a  sufficienza  che  tutto  lo  Speculum  sia  opera  di  fra 
Leone,  né  il  Della  Giovanna  che  sia  tutto  un'invenzione;  i  let- 
tori delle  loro  vicendevoli  argomentazioni  saranno  portati  sempre 
a  riconoscere  nello  Speculum,  contro  l'opinione  del  Sabatier, 
una  buona  parte  recente  e  vicina  al  secolo  XIV,  e,  più  che  mai, 
coiftro  il  Della  Giovanna,  che  molti  e  molti  capitoli  vi  sono  in- 
dubbiamente contemporanei  a  san  Francesco,  e  redatti  in  ma- 
niera, da  doverli  per  necessità  critica  ascrivere,  com'essi  stessi 
testimoniano,  all'opera  dei  suoi  Compagni. 

Se  questa  porzione  antica  dello  Speculum,,  numerose  volte 
qua  e  là  data  per  opera  dei  compagni  stessi  di  san  Francesco, 
anzi  talvolta  precisamente  di  ire  suoi  compagni  (1),  la  conside- 
riamo in  genere  per  l'opera  3  Soc.  presentata  a  fra  Crescenzio 
col  noto  prologo  dedica  torio,  cessa  come  per  incanto  ogni  con- 
tradizione  fra  la  lettera  dei  Tre  Compagni  e  lo  scritto  susseguente, 
e  tutto  s'illumina  della  sua  luce  naturale. 

1°,  i  fatti  narrati  nella  parte  antica  dello  Speculum  sono, 
come  i  Tre  Compagni  dicon  nella  lettera,  una  raccolta  grezza 
di  materiali  storici  intorno  a  san  Francesco,  ignoti  alle  leggende 
francescane  prima  del  1246; 


(1)  Gfr.  i  Nuovi  studt,  I,  p.  290  sgg.,  ove  se  ne  dà  la  dimostrazione. 


314  S.   MINOGCHI 

2°,  tali  fatti  son  di  natura  che  non  possono  formare  una 
leggenda  o  biografia  cronologicamente  ordinata  del  Santo;  e  ciò 
appunto  esplicitamente  confermano  i  Tre  Compagni  nella  citata 
lettera  a  Crescenzio; 

3°,  gli  stessi  Tre  Compagni  ofifrono  i  loro  nuovi  materiali, 
perchè  siano  usufruiti  dal  biografo  ufficiale  dell'Ordine;  ed  in- 
fatti, quei  tali  e  tali  capitoli  dello  Speculum  son  paralleli  alla 
Vita  II  di  Tommaso  da  Celano,  il  quale  certissimamente  tien 
da  loro  come  da  fonte. 

È  notevolissimo  pure,  che  di  quanto  la  Leg.  3  soc.  contraddice 
al  carattere  storicamente  noto  di  fra  Leone  e  Compagni,  di  tanto 
questa  presunta  parte  antica  dello  Speculum  è  in  armonia  col 
pensiero  e  con  l'opera  del  capo  degli  zelanti. 

Se  a  questo  aggiungesi,  che  la  stessa  tradizione  francescana 
riconosce  questa  sezione  dello  Speculum,  testimone,  per  es.,  il 
Wadding,  per  opera  dei  (Tre)  Compagni  di  san  Francesco,  e  che, 
anzi,  i  più  antichi  polemisti  francescani,  come  Alvaro  Pelagio  e 
gli  altri  sopra  rammentati,  non  conoscono  altra  opera  dei  C(5m- 
pagni  del  Santo  e  non  citano  che  lo  Speculum  (1),  noi  siamo 
in  diritto  di  concludere  ch'egli  è,  se  mai,  l'unica  vera  e  propria 
Leg.  3  soc. 

Ma  un  risultato  cosi  generico,  per  quanto  plausibile,  non  potrà 
mai  tornar  utile  alla  scienza  storica,  né  quindi  essere  bene  ac- 
colto fra  gli  eruditi  ,  se  non  possiamo  riuscir  a  stabilire ,  con 
argomenti  critici  obiettivi  e  sicuri,  quale  sia  precisamente  la 
parte  antica,  e  quale  la  moderna,  dello  Speculum  perfectionis. 
E  tanto  io  volli  fare  con  le  mie  ricerche  xìqW Archivio  Storico 
Italiano. 

Ciò  che  mi  ha  dato  buona  speranza  a  penetrare  sin  all'ultima 
radice  della  questione  francescana,  è  il  frequentissimo  paralle- 
lismo che  offre  lo  Speculum,  con   la  Vita  II  del  Celanese.  Per 


(1)  Cfr.  i  Nuovi  studi,  I,  p.  313  sgg. 


LA   QUESTIONE   FRANCESCANA  315 

buona  fortuna,  poi,  le  due  leggende  raccontano  i  medesimi  fatti, 
ma  conservando  funa  e  l'altra  i  suoi  particolari  caratteri.  Noi 
conosciamo  bene  le  qualità  intellettuali  e  stilistiche  di  fra  Tom- 
maso: buon  frate,  colto,  di  nobili  sensi  religiosi,  ma  retore  pe- 
dante, che  l'eccellenza  letteraria  credeva  raggiungere  con  arguzie 
e  contrasti  di  pensiero,  con  giochi  di  stile  e  di  parola;  la  sua 
maniera  di  scrivere  si  riconosce  a  prima  vista,  ove  si  ponga  a 
confronto  con  l'altra,  semplice  e  nobile  nella  sua  eleganza,  di 
san  Bonaventura.  Invece,  se  pensiamo  qual  dovè  essere,  a  tenore 
dell'indole  personale,  lo  stile  di  fra  Leone,  è  facile  persuadersi 
che  non  potè  essere  diverso  da  quello  che  dimostrano  molli  ca- 
pitoli dello  Speculum:  quel  «  frate  Pecorone»,  come  san  Fran- 
cesco lo  chiamava  per  ischerzo,  non  troppo  istruito,  non  letterato, 
non  vero  artista  del  pensiero,  ma  ardente  propagandista,  ingenuo 
ed  originale,  si  servirebbe  del  latino  solo  quel  tanto  che  gli  fosse 
necessario  ad  esprimere  con  vivezza  e  semplicità  i  fatti  della 
vita  serafica  di  cui  fu  testimonio. 

Ora,  se  con  tale  criterio  generale,  affatto  obiettivo,  noi  rileg- 
giamo lo  Speculum  perfectionis,  lo  riscontriamo,  a  vicenda,  im- 
presso di  un  carattere  di  pensiero  e  di  stile,  per  lo  meno  duplice, 
e,  in  tanti  casi,  contradittorio. 

Molti  capitoli  vi  sono,  infatti,  come  abbiamo  accennato,  che 
recano  appunto  quel  sigillo  intimo  d'ingenuità,  semplicità,  novità, 
originalità,  per  cui  si  manifestano  da  sé,  opera  di  fra  Leone. 
Altri,  invece,  e  non  pochi,  tutt'  a  un  tratto  assumono  stile  ricer- 
cato, prezioso,  d'effetti  retorici,  con  i  soliti  giochi  di  parola  e 
con  tutti  i  caratteri  delle  due  Vite  di  Tommaso  da  Gelano,  in 
guisa  da  non  potersi  attribuire  che  a  lui. 

Già  motivi  psicologici  imprescindibili  c'impedirebbero  di  cre- 
dere gli  uni  e  gli  altri  opera  d'un  solo  autore,  anche  se  non 
potessimo  identificare  lo  scrittore  dei  capitoli  che  non  han  ca- 
rattere Leoniano;  ma  la  dimostrazione  della  duplice  origine  delle 
due  serie  di  capitoli  è  di  assoluta  efficacia,  se  noi  realmente 
poniamo  a  confronto  lo  Speculum  con  la  triplice  Vita  di  Tom- 
maso da  Gelano. 


316  S.  MINOGCHI 

Infatti,  dopo  un  confronto  minuto  e  imparziale,  troviamo: 
1°,  molti  capitoli  dello  Speculum,  all'  infuori  di  qualunque 
carattere  stilistico,  si  manifestano  fonte  della  Vita  II,  che,  nar- 
rando gli  stessi  fatti,  dipende  esclusivamente  da  quelli,  a  volte 
li  compendia,  e  sempre  li  trasforma  nello  stile  proprio  del  Ce- 
lanese. 

2°,  molti  capitoli  dello  Speculum,  hanno,  meno  varianti 
accidentali,  un  testo  perfettamente  uguale  a  quello  della  Vita  II, 
in  guisa  che  non  solo  è  impossibile  dirli  fonte  di  quella,  ma  anzi 
si  manifestano  da  sé  come  tratti  dall'opera  celanense,  di  cui  ser- 
bano tutti  i  caratteri  ;  tali  capitoli  dello  Speculum  hanno  a  volte 
un  testo  compendiato,  a  confronto  di  quello  della  Vita  II,  che 
certissimamente  ne  è  la  fonte  prima. 

A  norma  di  questo  duplice  criterio,  resta  ovvio  il  concludere: 
1",  i  capitoli  da'  quali  dipende  la  Vita  II  appartengono  veramente 
a  queir  unica  Leg.  3  soc,  che  fra  Leone  presentò  a  Crescenzio, 
per  servire  come  fonte  del  biografo  ufficiale  di  san  Francesco, 
Tommaso  da  Celano;  2",  sono  stati  inseriti  più  tardi  nello  Spe- 
culum quegli  altri  capitoli  che  da  sé  manifestansi,  per  motivi 
di  stile  e  di  pensiero,  anzi  per  uguaglianza  di  testo  qua  e  là, 
come  tratti  dal  Celanese,   Vita  I  e  II  (i). 

Questa  é  la  regola  sicura  con  la  quale  ho  potuto  determinare 
la  parte  antica  e  la  moderna  dello  Speculum.  Ma  vari  altri 
criteri  m'hanno  efficacemente  coadiuvato.  Cosi,  per  es.,  non  ho 
trovato  mai,  che  i  numerosi  capitoli  ove  si  ha  la  esplicita  testi- 
monianza personale   dei    compagni   del   Santo,  per  altri  motivi 


(1)  Un'ampia  dimostrazione  del  mio  duplice  argomento  si  trova  nei  Nuovi 
studi,  II,  §  4.  Per  aver  un'  idea  pratica  della  forza  dimostrativa  di  questo 
asserto  si  paragoni,  per  esempio,  Spec.  perf.,  XXXVII,  con  II  Gel.,  Ili,  29  ; 
C,  con  li  Gel.,  Ili,  138;  GXV,  con  li  Gel.,  Ili,  102,  nei  quali  capitoli  è  evi- 
dentissimo che  il  Celanese  dipende  dallo  Speculum.  Al  contrario  si  confronti  : 
Spec.  perf.,  XLVIII,  con  li  Gel.,  Ili,  89;  XLIII,  con  II  Gel.,  Ili,  86  e  87; 
LXXIV,  con  II  Gei.,  III,  15;  LXXXIII,  con  I  Gel.,  II,  7;  in  questi  è  mani- 
festa la  priorità  di  composizione,  se  non  l'originalità,  del  Celanese,  di  cui  lo 
stile  conserva  tutte  le  proprietà. 


LA  QUESTIONE  FRANCESCANA  317 

dipendano  dal  Celanese  o  da  qualsiasi  altra  leggenda.  E  però, 
l'aver  riscontrato  genuino  e  veridico  in  tutti  i  casi  questo  testi- 
monio dei  Tre  Compagni,  mi  ha  concesso  il  diritto  di  ammettere 
senz'altro  nella  Leg.  3  soc.  certi  capitoli  che  pure  non  hanno  un 
parallelismo  di  riprova  con  la  Vita  li.  Per  i  capitoli  rimanenti 
ho  applicato,  con  più  o  meno  sicurezza,  le  norme  della  critica 
esterna  ed  interna,  e  così,  fra  tutti  i  124  dello  Speculum,  solo 
di  alcuni  pochi  ho  giudicato  senza  criteri  obiettivi,  riferendomi 
al  gusto  mio  personale.  E  son  giunto  felicemente  a  stabilire,  che 
nello  Speculum  perfectionis  80  capitoli  appartenevano  alla  parte 
antica  dell'opera  di  fra  Leone  e  Compagni,  e  i  rimanenti  44  for- 
marono la  sua  parte  moderna  (1). 

Però,  a  scanso  di   equivoci,  noterò  come  ho  sempre   intesa 
questa  soluzione  del  problema  francescano: 

1°,  la  parte  antica  dello  Speculum  costituisce,  si,  la  vera 
ed  unica  Leg.  3  soc,  ma,  nel  presente  stato  degli  studi  france- 
scani, non  si  può  dire  che  proprio  in  origine  fosse  nella  stessa 
condizione.  Certo,  quando  fra  Leone  la  presentò  a  Crescenzio, 
portò  lo  stesso  titolo  e  la  medesima  disposizione  logica  delle 
parti  principali,  ma  potè  essere,  anzi  fu  senza  dubbio  un  po' 
diversa,  e  contenne  cioè  più  capitoli  o  in  differente  redazione.  È 
troppo  naturale  il  supporre,  che  lo  Speculum,  3  soc,  com'è  rap- 
presentato da  quegli  80  capitoli ,  non  ci  sia  pervenuto  intero, 
ma  con  riduzioni,  interpolazioni,  lacune,  varianti  ; 

2",  questa  parte  antica  dello  Speculum  non  è  probabile  che 
fra  Leone  la  componesse  tutta  nel  1246  ;  anzi,  è  certo  che  egli 
stesso ,  di  cui  sappiamo  che  dalla  sua  gioventù  raccoglieva 
memorie  relative  al  Santo  ed  all'Ordine,  non  volle  presentare  a 
fra  Crescenzio  che  una  scelta  delle  tante  memorie  storiche  da 
lui  raccolte  più  anni  avanti,  e  conservate  presso  di  sé,  o  diffuse 
privatamente  tra  gli  zelanti; 


(1)  Gfr.  la  particolare  dimostrazione  di  tutti  questi  risultati  nei  Nuovi  studi, 
II,  §  4,  p,  318  sgg. 


318  S.   MINOGCHI 

3",  la  cosiddetta  parte  recente  dello  Speculum  certo  non  gli 
fu  aggiunta  tutta  dall'ultimo  redattore.  Questi  dovè  trovare  uno 
Speculum  di  già  interpolato,  e  con  interi  capitoli  nuovi,  più  o 
meno  d'origine  Leoniana. 

Però,  io  stimo,  che  fu  l'ultimo  redattore  quello  che  aggiunse 
allo  Speculum  i  molti  capitoli  tolti  a  lettera  o  compendiati  dalla 
VUa  7  e  7/  di  Tommaso  da  Gelano. 


La  data  precisa  del  rifacimento  dello  Speculum,  come  lo  pre- 
sentano separatamente  i  manoscritti,  ci  è  stata  felicemente  rive- 
lata dal  codice  di  Ognissanti,  ormai  notissimo  agli  studiosi,  e  che 
io  per  il  primo  ebbi  la  fortuna  di  pubblicare,  illustrandone  l'alto 
valore  critico  nella  questione  francescana.  Essa  è  l'il  maggio 
del  1318,  e  ci  porta  proprio  nel  fervore  delle  lotte  spirituali, 
che  nella  prima  metà  del  secolo  XIV  si  combattevano  dalla  im- 
mortale cittadella  dell'idea  francescana.  Santa  Maria  della  Por- 
zi  uncola.  Questa  edizione  dello  Speculum,  fu  composta,  certo,  a 
scopo  direttamente  polemico,  quale  più  tardi  la  «Leggenda  antica» 
del  codice  Capponiano;  e,  se  fa  d'uopo  credere  all'autorevole 
testimonianza  della  Legenda  antiqua  del  codice  Vaticano  4354, 
fu  precisamente  opera  di  Federigo  arcivescovo  di  Riga  (i). 

Però,  lo  Speculum  non  fu  già  pubblicato  come  un  tutto  a  sé  ; 
raa,  fin  dal  suo  nascere,  apparve  come  parte  di  un'antologia  pub- 
blicata dagli  Spirituali  per  la  loro  propaganda.  Di  tale  antologia 
non  sappiamo  quali  fossero,  nei  loro  genuini  termini,  le  parti 
originarie;  le  possiamo  studiare  tuttavia  nel  suo  più  antico  e 
puro  tipo  conosciuto  che  è  il  codice  di  Ognissanti,  dal  quale  ab- 
biamo finalmente  presa  la  chiave  a  sciogliere  l'enigma  delle 
molte  Miscellanee  francescane,  così  varie  e  insieme  di  carattere 
tanto  omogeneo. 


(1)  Gfr.  i  miei  Nuovi  studi,  I,  p.  116  sgg.,  e  II,  p.  112  sgg.,  ove  si  danno 
più  ampie  descrizioni  dell'origine  dello  Speculum  e  del  codice  porziuncolano 
spirituale. 


LA   QUESTIONE   FRANCESCANA  319 

La  Miscellanea  dell'll  maggio  del  1318  conteneva  i  seguenti 
documenti  : 

1",  la  Regola  di  san  Francesco;  2°,  le  lettere,  esortazioni, 
ammonizioni  del  Santo,  da  cui  risultava  l'ideale  della  vita  fran- 
cescana; 3°,  lo  Speculum,  in  nuova  e  più  ricca  redazione,  e 
fornito  di  un  nuovo  prologo  storico,  che  ne  stabiliva  il  carattere 
polemico,  in  luogo  dell'antica  lettera  dei  Tre  Compagni  ;  4°,  per 
ultimo,  una  serie  di  documenti  a  provare  la  dubbia  e  discussa 
autenticità  dell'Indulgenza  della  Porziuncola. 

Però,  nel  codice  d'Ognissanti,  posteriore  di  più  che  mezzo  se- 
colo a  quella  prima  edizione,  tra  lo  Speculum  e  i  documenti 
per  la  Indulgenza,  vi  è  già  la  Leg.  3  soc,  nella  sua  redazione 
tradizionale.  Se  la  leggenda,  invero,  non  è,  e  in  nessun  caso  può 
esser  opera  dei  Tre  Compagni,  riusciremo  noi  a  dare  almeno 
una  spiegazione  sufficiente  del  come  si  fece  la  fusione  tra  la 
lettera  dei  Tre  Compagni  e  la  seguente  Leggenda  di  Maestro 
Giovanni  ? 

Stabilito,  com'  è  chiaro,  il  carattere  miscellaneo  della  edizione 
porziuncolana,  possiamo  facilmente  credere,  che,  munito  lo  Spe- 
culum di  nuovo  prologo,  la  lettera  dei  Tre  Compagni,  in  ogni 
modo  pregevolissima,  fosse  dal  redattore  del  1318  semplicemente 
collocata  in  fine  ad  esso.  È  ammissibile  inoltre,  che  gli  Spiri- 
tuali arricchissero  presto  il  codice  con  quella  Leggenda  di  Gio- 
vanni, a  loro  assai  favorevole,  e  che  appunto  la  collocassero  là 
dov'era  logico  ed  ovvio,  cioè  dopo  lo  Speculum^.  L'unione  mate- 
riale della  lettera  dei  Tre  Compagni  con  la  leggenda  fu  così  bei- 
Te  ottenuta,  tal  quale  noi  la  troviamo  nel  codice  Vaticano  7339. 
Se  pensiamo,  poi,  che  il  suo  vero  autore  era  ito  in  dimenticanza 
—  Bernardo  da  Bessa  trova  già  la  tradizione  affievolita  un  mezzo 
secolo  prima  —  sarà  più  facile  che  mai  l'intendere,  come  alla 
leggenda  del  Notaro  Giovanni  presto  si  togliesse  il  prologo  ge- 
nuino, e  fosse  riunita  alla  lettera  dei  Tre  Compagni  che  davvero 
si  credette  appartenerle. 

Siffatta  spiegazione  noi  la  crediamo  abbastanza  naturale ,  ma 
non  escludiamo  che  altri  ne  dia  una  più  plausibile  ancora,  te- 


320  S.   MINOCCHI 

nendo  ferma,  però,  la  conclusione  fondata  su  tanti  argomenti,  che 
non  la  Leg.  3  soc.  è  l'opera  dei  Tre  Compagni,  ma  bensì  lo 
Speculum  perfectionis  nell'edizione  del  1246.  ' 

Gessate,  verso  la  metà  del  secolo  XIV,  le  discordie  france- 
scane, la  Miscellanea  porziuncolana,  diffusa  tra  i  Minori,  perse 
ognor  più  il  suo  carattere  di  propaganda  polemica,  per  sempli- 
cemente assumere  quello  di  una  preziosa  raccolta  di  antichi 
documenti. 

E  d'allora  in  poi,  sin  dal  sec.  XV,  si  verificò  quella  sua  disgre- 
gazione, di  cui  lo  stadio  primo  si  ha  nel  codice  Vaticano  7650, 
il  più  antico  dopo  quello  d'Ognissanti,  e  gli  altri  nei  codici  Fo- 
lignate,  Mazarini,  Bolognese  ecc.  (1). 

A  queste  Miscellanee  si  aggiunsero  nel  sec.  XVI  vari  altri 
antichi  documenti  francescani,  di  carattere  e  di  origine  più  o 
meno  Leoniana,  ed  esse  allora  subirono  una  più  radicale  disgre- 
gazione e  trasformazione  delle  varie  parti  fra  loro,  di  cui  tro- 
viamo un  esempio  caratteristico  nella  Legenda  antiqua  del  codice 
Vaticano  4354,  e  l'ultima  espressione  nel  rammentato  Speculum, 
vitae;  in  quello  Speculum,  vitae  dove  già  il  Sabatier  aveva  in- 
cominciato a  ripescare  i  confusi  frammenti  della  dispersa  opera 
dei  Tre  Compagni,  cioè,  per  dir  vero,  dello  Speculum,,  nella  sua 
prima  redazione  del  1246  (2). 

Ovvio  è  credere,  che  siffatta  compilazione  documentaria  degli 
Spirituali  non  fosse  la  sola.  Infatti,  ne  abbiamo  un'altra,  con- 
servataci in  versione  italiana  del  secolo  XIV,  come  abbiamo  ac- 
cennato più  volte,  nel  codice  Capponiano  207;  essa  porta  bene 
il  titolo  che  gli  ho  dato  di  «  Leggenda  antica  »,  e  dipende  dallo 
Speculum,  del  1318,  al  quale  certo  è  di  pochi  anni  posteriore. 
E  un'altra  ancora  ne  abbiamo  nella  famosa  Cronaca  delle  Tri- 
bolazioni (1333  circa)  di  frate  Angelo  Glareno;  questa  dipende 
in  parte,  secondo   l'autorevole  codice  Laurenziano,  da  una  Le- 


(1)  Descritti  nei  Nuovi  studi,  i,  p.  260,  286,  li,  p.  126  sgg.    v 

(2)  Una  dimostrazione  razionale  dell'origine  genuina  della  Legenda  antiqua 
trovasi  nei  Nuovi  studi,  II,  §  5, 


LA  QUESTIONE  FRANCESCANA  321 

genda  antiqua  finora  incognita,  e  della  quale  ho  trovato  appunto 
un  parallelo,  d'incerta  derivazione,  nel  mio  cod.  Capponiano  207. 
Per  quanto  più  da  vicino  concerne  la  mia  Leggenda  antica,  io 
non  la  considero  qui  come  nuova  fonte  biografica  di  san  Fran- 
cesco, ma  solo  mi  preme  osservare,  che  essa  pure,  oltre  che 
dello  Speculum,  si  giova  della  Vita  JJ  ài  Tommaso  da  Gelano, 
e  certamente  ne  dipende  (1). 

Quest'  ultima  osservazione  dice  chiaro,  che  la  Vita  II  era, 
dunque,  una  fonte  diretta  per  gli  scritti  polemici,  non  solo  degli 
Spirituali  che  non  conobbero  lo  Speculum  del  1318,  o  che  ap- 
punto lo  redassero,  ma  anche  di  quegli  altri  che,  dopo  il  1318, 
continuarono  a  studiare  e  valersi  dell'opera  del  Celanese. 

E  da  ciò  proviene  un  sicuro  argomento  a  spiegare  l'origine 
dell' «  integra  »  Leggenda  dei  Tre  Compagni,  pubblicata  dai 
PP.  Da  Givezza  e  Domenichelli  ;  essa  non  è,  in  sostanza,  che  una 
delle  molte  pubblicazioni  francescane  scritte  dal  sec.  XIV  al  XV. 
Il  vederla  qua  e  là  corredata  d'  un  testo,  ora  parallelo  a  quello 
dello  Speculum,  ora  a  quello  della  Vita  li,  non  giustifica  l'in- 
gegnosa ipotesi  a  me  comunicata  da  Paolo  Sabatier,  ma  dà  sol- 
tanto a  vedere  che  il  rozzo  compilatore  preferi  talvolta  il  testo 
dello  Speculum,,  tal'  altra  quello  in  genere  più  compendioso  di 
Tommaso  da  Celano.  Del  resto,  il  vedervi  inseriti  più  documenti, 
che  certo  son  di  origine  moderna,  e  pure  ne  fanno  parte  in- 
tegrale, esclude  assolutamente  che  si  possano  ammettere  come 
probabili  le  ipotesi  del  P.  Da  Givezza  e  del  P.  Domenichelli. 

Cosi  nel  mio  concetto,  è  da  sciogliersi  il  problema  delle  fonti 
biografiche  di  san  Francesco  d'Assisi. 


IV. 

Di  questo  lavoro,  alcuni  eruditi  sembrano  affatto  spaventati. 
Il  Della  Giovanna  esclama  (2)  in  tono  di  sfiducia  che,  ammessa 

(1)  La  piena  dimostrazione  di  ciò  sarà  pubblicata  neW" Introduzione  alla 
Leggenda  antica,  in  corso  di  edizione  nei  citati  Studi  religiosi. 

(2)  Nella  citata  recensione. 

Giornale  storico,  XXXIX,  faFC.  116-117.  21 


322  S.   MINOCCHI 

la  verità  delle  ipotesi  mie,  bisognerebbe  rinnovare  tutto  il  concetto 
che  abbiamo  delle  fonti  biografiche  di  san  Francesco  ;  e  il  Faloci 
poi  con  isgomento,  anch'egli  conviene  (1),  il  mio  lavoro  non  rap- 
presentar altro  che  l'esagerazione  della  critica,  spinta  agli  ul- 
timi termini. 

Tali  affermazioni,  certo  di  persone  degne  e  ragguardevoli,  è 
chiaro  che  hanno  un'autorità  molto  relativa  di  fronte  agli  ar- 
gomenti d'ogni  sorta,  che  mi  condussero  alle  accennate  conclu- 
sioni. Ma  poi  è  naturale  che  una  questione  così  intricata  e  quasi 
insolubile,  dopo  tanti  studi  fatti  sinora,  debba  avere  il  suo  nodo 
gordiano  in  qualche  cosa  di  essenziale,  e  che  il  risolverla  sia 
merito  d'una  ipotesi  che  profondamente  la  rinnuovi.  Del  resto, 
tutte  le  mie  ricerche  non  spettano  che  allo  Speculum  od  alla 
Leg.  3  soc,  i  due  scritti  sui  quali  ferve  la  discussione  ;  le  altre 
fonti  francescane  rimangono  indiscusse  nell'autorità  della  tradi- 
zione 0  delle  recenti  scoperte. 

Confesso,  inoltre,  di  non  intendere  in  che  senso  il  lavoro  mio 
debba  dirsi  non  più  che  l'esagerazione  della  critica.  Una  volta 
sorto  il  dubbio,  che  la  Leg.  3  soc.  non  sia  opera  dei  Tre  Com- 
pagni, era  pur  mio  dovere  non  solo  di  affermarlo,  ad  uso  degli 
storici  filosofi,  ma  di  provarlo  coi  fatti  della  critica  interna, 
dei  codici  testimonianti,  e  della  tradizione  storica  discussa  nei 
veri  suoi  limiti.  E,  quanto  allo  Speculum,  era  doveroso,  poiché 
lo  credevo  per  argomenti  generici  contenere  due  parti,  una  an- 
tica ed  una  recente,  di  stabilire,  fin  dov'era  possibile  con  argo- 
menti di  critica  interna  ed  esterna,  quali  precisamente  fossero 
i  limiti  di  ambedue.  Se  in  genere  mi  fossi  ristretto  a  dire, 
come  fa  sempre  il  Faloci,  che  v'è  o  vi  può  essere  una  porzione 
antica,  senza  preoccuparmi  di  designarla,  che  giovamento  mai 
ne  avrebbero  tratto  gli  studi  storici  ?  E  però,  non  capisco,  in 
fatto  di  studi  francescani,  cosa  il  Della  Giovanna  e  il  Faloci  in- 


(1)  Nella  Miscellanea  francescana   di  Foligno  (fase  luglio-agosto  1901, 
p.  128  sgg.). 


LA   QUESTIONE    FRANCESCANA  323 

tendano  per  critica  vera,  e  per  critica  esagerata;  se  pure  non 
vogliono  dire  che  critica  vera  è  la  loro  ed  esagerata  quella 
d'ogni  altro. 


Ma  consideriamo  di  nuovo  la  questione  francescana  nelle  sue 
grandi  linee,  come  oggi  si  presenta  agli  studiosi  dopo  le  ricerche 
e  le  pubblicazioni  fatte.  Il  pernio  della  discussione  tuttora  si 
mantiene  vivo  intorno  alla  Leg.  3  soc.  e  allo  Speculum  per- 
feciionis,  quasi  duplice  nucleo  di  queir  unica  cellula,  eh'  è  la 
ricerca  dell'opera  di  fra  Leone.  Orbene,  se  guardiamo  le  ten- 
denze odierne  degli  studi  francescani,  è  facile  il  riconoscere, 
non  solo  che  si  avviano,  in  mezzo  all'apparente  confusione,  ad 
una  soluzione  finale ,  ma  che  vanno  incontro  a  quella  solu- 
zione stessa  nella  quale  audacemente  io  mi  sono  spinto  avanti 
a  tutti. 

L'autenticità  della  Leg.  3  soc.,  già  da  nessuno  posta  in  dubbio, 
se  fosse  opera  o  no  dei  Tre  Compagni,  è  ormai  più  o  meno  ro- 
vinata. Il  P.  Van  Ortroy  l' ha  distrutta  per  un  verso,  e  la  sua 
dimostrazione  ha  scosso  la  fede  del  Della  Giovanna,  del  Cosmo, 
e  un  po' del  Faloci  stesso;  io  l'ho  distrutta  per  altro  verso,  e 
la  mia  dimostrazione  è  accettata  dal  Vernet,  dal  p.  D'Alengon, 
dal  p.   Lemmens,  competentissimi  tutti  negli  studi  francescani. 

Quanto  allo  Speculum  perfectionis,  il  Della  Giovanna  è  l'u- 
nico ormai  che  sostenga  esser  quello  una  pura  invenzione  del 
secolo  XIV.  Il  Faloci  non  è  mai  stato  alieno  dal  riconoscere  in 
quest'opera  una  parte  antica  ed  una  moderna  ;  salvo  che  prima 
lo  disse  scritto  verso  il  1250,  ora,  invece,  lo  ascrive  al  sec.  XIV. 
E  cosi  il  prof.  Tocco,  il  quale  accettò  già  in  massima  le  opinioni 
del  Sabatier  e  dei  pp.  Da  Civezza  e  Domenichelli,  si  è  compia- 
ciuto dirmi  a  voce  più  volte,  che  nello  Speculum  riconosce  una 
parte  moderna  insieme  all'antica;  e  lo  stesso  Paolo  Sabatier  ha 
dichiarato  al  signor  Carmichael,  un  altro  egregio  erudito  vicino 
alle  mie  opinioni,  che  ormai  non  tiene  poi  troppo  a  dir  lo  Spe- 
culum, opera  del   1227  o  del  1245,  o  a  riconoscervi  una  parte 


324  S.   MINOCCHI 

moderna  che  non  sia  di  fra  Leone  (1).  Affermazioni  queste  note- 
volissime, che  ad  esuberanza  mostrano,  come  quei  due  veri  dotti 
piuttosto  si  preoccupino,  secondo  è  doveroso  e  verissimo,  di  con- 
fermare, che,  dunque,  lo  Speculum,  nella  sua  maggior  parte, 
contien  l'opera  di  fra  Leone,  la  quale  ha  un  altissimo  valore 
storico  per  fonte  biografica  di  san  Francesco. 

Accettarono  le  mie  ipotesi,  anche  intorno  allo  Speculum,  il 
Vernet  (2),  il  d'Alengon ,  il  P.  Lemmens.  Non  posso  giudicare 
delle  opinioni  del  Miiller,  del  Lempp,  del  Gòtz,  del  Mandonnet, 
del  P.  d'Araules,  del  Barbi  ecc.,  perchè  nulla  scrissero  finora  in 
proposito. 

Ma  il  P.  Lemmens  ha  fatto  di  più  che  una  semplice  ricogni- 
zione scientifica  del  mio  lavoro;  egli  ha  recato  un  contributo 
nuovo  al  risolvimento  della  questione  francescana. 

Mi  ricordo  che  una  volta  il  prof  Tocco  mi  diceva,  le  ipo- 
tesi mie  essere  di  per  sé  ragionevoli,  e  gli  argomenti  ond'io  le 
confortavo  plausibili,  ma  che  in  fondo  nessun  codice  conosciuto 
risolveva  la  duplice  compilazione  dello  Speculum,  recando  per 
esempio  quella  parte  antica,  che  io  dicevo  costituire  la  vera  ed 
unica  leggenda  dei  Tre  Compagni.  Dovetti  pur  troppo  convenirne, 
e  non  potei  che  augurarmi  nuove  scoperte,  a  mettere  in  luce 
sovrana  la  mia  dimostrazione  critica. 


(1)  Gfr.  la  bella  e  istruttiva  polemica  francescana  avvenuta  tra  il  sig.  Gar- 
michael  e  il  sig.  Sabatier  nel  Weekly  Register  di  Londra,  1900,  n°  2656, 
p.  617;  n°  2660,  p.  750,  dove  il  sig.  P.  Sabatier  dichiara:  «  La  question  de 
«  la  date  précise  (dello  Spec.  perf.)  n'a  en  effet  ici  qu'une  importance  se- 
«  condaire.  La  seule  question  qui  soit  autre  chose  qu'un  pur  curiosum,  c'est 
«  de  savoir  si,  en  somme,  le  Speculum  perfectionts  est  antérieur  à  la  vie  de 
«  Saint  Francois  par  St.  Bonaventure,  et  s'il  est  de  Frère  Leon.  A  ces  deux 
«  questions  mes  adversaires  eux-mémes  ont  répondu  oui.  Ils  sont  donc  d'ac- 
ci cord  avec  moi,  car  ma  préoccupation  n'est  pas  de  fixer  une  date;  elle  est 
«  de  déterrainer  l'usage  que  doit  faire  du  Spec.  perf.  l'histoire  scientifique. 
«  Or,  que  cette  legende  soit  de  1227  ou  de  1245;  qu'elle  soit  de  Frère  Leon 
«  ou  de  Trois  Socii  comme  le  veut  le  très  sympatique  directeur  de  la  Revue 
«  bibliographique,  M.  l'Abbé  S.  Minocchi,  la  conclusion  pratique  est  iden- 
«  tique;  le  Speculum  perfectionis  constitue  la  vraie  base  de  la  biographie 
*  de  Saint  Francois  ».  Gfr.  no  2661,  p.  781;  n»  2665,  p.  73;  n"  2676,  p.  240. 

(2)  '^{etWUniversité  catholique  di  Lione,  t.  36  (genn.  1901),  p.  154  sgg. 


LA  QUESTIONE   FRANCESCANA  325 

Ora  il  P.  Lemmens  ha  ritrovato  appunto  e  pubblicato  un  nuovo 
e  sinora  sconosciuto  Speculum,  a  confermare  in  via  di  fatto  le 
mie  conclusioni.  Egli  ha  trovato,  nella  ricchissima  e  ancora  inesplo- 
rata biblioteca  del  convento  di  Sant'Isidoro  a  Roma,  una  reda- 
zione dello  Speculum,  più  piccola  assai  dell'ordinaria,  e  che  è 
senza  dubbio  anteriore  all'edizione  del  1318,  perchè  non  contiene 
verun  accenno  a  polemiche  spirituali,  né  traccia  di  quella  di- 
sgregazione documentaria  che  lo  Speculum  del  Sabatier  subì 
verso  la  fine  del  secolo  XIV  (1). 

Questa  nuova  redazione  non  vuol  esser  data  come  genuina  e 
propria  dello  stesso  fra  Leone  e  compilata  nel  1245;  infatti,  vi 
sono  capitoli  evidentemente  riassunti  (20,  22,  33,  33)  o  stral- 
ciati (24,  25  e  forse  qualche  altro)  da  altri  relativi  dello  Spe- 
culum, più  originali  ed  antichi  ;  essa  deve  considerarsi,  invece, 
come  un  primo  estratto  dello  Speculum  dei  Tre  Compagni,  fatto 
probabilmente  poco  dopo  la  morte  di  fra  Leone,  verso  il  1271.  È 
chiaro,  perciò,  che  esso  fu  composto  sulla  vera  Leggenda  dei 
Tre  Compagni,  ma  non  la  rappresenta  tutta  intera. 

Quello  che  però  è  notevolissimo,  i  documenti  del  nuovo  Spe- 
culum, quasi  tutti  appartengono  a  quella  parte  eh'  io  dissi,  per 
vari  argomenti,  essere  antica  e  del  1245;  essi  verificano  per  la- 
cune fino  le  interpolazioni,  che  io  sospettai  in  vari  capitoli  della 
edizione  del  1318. 

Cinque  sono  i  documenti  che  nel  «  presente  stato  degli  studi 
«  francescani  »  avevo  computato  fuori  dell'opera  dei  Tre  Com- 
pagni; ma  fra  questi,  solo  intorno  ad  uno  mi  ero  lasciato  gui- 
dare dal  mio  gusto  subiettivo  (n"  8),  e,  di  fronte  alla  testimonianza 
di  fatto,  son  pronto  a  riformare  la  mia  opinione.  Degli  altri  quattro, 
uno  (n°  7)  l'avevo  stimato  di  collocazione  incerta,  perchè  ci  scor- 
gevo un  colorito  spirituale  che  lo  ravvicinava  al  secolo  XIV; 
gli  altri  tre  (nn'  14, 16,  41)  gli  avevo  scartati  dall'opera  dei  Tre 


(1)  Cfr.  p.  L.  Lemmens,  Documenta  antiqua  franciscana  ;  li,  Speculum 
perfectionis,  Quaracchi,  1901. 


326  S.   MINOCCHI 

Compagni,  perchè  recavano  evidenti  tracce  di  dipendenza  dalla 
Vitali  del  Celanese.  E  avevo  ragione  in  tutt'e  quattro  i  casi; 
infatti,  i  quattro  capitoletti  citati,  sono  qui  in  redazione  diversa 
da  quella  ordinaria  dello  Speculum,  e  non  manifestano,  né  co- 
lorito Spirituale,  ne  traccia  di  dipendenza  dal  Celanese.  Come 
tali,  io  non  ho  più  difficoltà  a  farli  rientrare  nell'opera  dei  Tre 
Compagni. 

Tale  è  lo  stato  odierno  degli  studi  francescani  ;  e  mentre  da 
un  lato  consola  il  vedere,  per  molti  indizi,  che  noi  procediamo 
alla  definitiva  soluzione  dell'intricato  problema,  dall'altro  bisogna 
augurarci  che  i  dotti  Francescani  proseguano  a  far  luce  sui  te- 
sori inestimabili  e  ancora  ignoti  che  giacciono  nella  ricchissima 
biblioteca  di  Sant'Isidoro,  là  dove  il  celebre  Wadding  raccolse 
da  tutte  le  librerie  dell'Ordine  quanto  meglio  volle,  per  comporre 
l'opera  insigne  degli  Annali  Francescani. 

Salvatore  Minogchi. 


VARIETÀ 


ULTIMI  VERSI 

DI 

JACOPO  DA  DIACCETO 


Dei  versi  latini  con  i  quali  Jacopo  da  Diacceto  diede  l'addio 
alla  vita,  non  trovo  ricordo  né  presso  gli  storici  contemporanei 
della  congiura  contro  il  card.  Giulio  de'  Medici  (1),  compreso  il 
Nardi  che  pur  ce  ne  lasciò  il  racconto  più  completo  (2),  né  presso 
coloro  che  più  tardi  ne  investigarono  e  ne  studiarono  le  testi- 
monianze, da  Scipione  Ammirato  (3)  a  Gino  Capponi  (4),  Fran- 
cesco Perrens  (5),  Cesare  Guasti,  che  pubblicò  i  documenti 
riguardanti  questo  episodio  del  contrasto  fra  repubblica  e  princi- 
pato in  Firenze  (6),  e  Pasquale  Villari,  che  ne  ritrasse  l'ambiente 


(1)  V.  Gambi,  Storie  in  Leliz.  Erud.  Tose,  tt.  XX-XXIII,  voi.  Ili;  Nerli, 
Commentari  de'  fatti  civili  occorsi  dentro  la  città  di  Firenze  dall'anno 
MCCXV  al  MDXXVIl,  Uh.  VII. 

(2)  Istorie  della  città  di  Firenze,  Libb.  VII  e  X.  La  narrazione  del  Nardi 
è  autorevole  anche  perchè  in  Venezia  egli  potè  conoscere  uno  dei  cospira- 
tori, Antonio  Brucioli. 

(3)  Istorie  fiorentine,  Lib.  XXIX. 

(4)  Storia  della  Repubblica  di  Firenze,  Firenze,  Barbèra,  1875,  t.  I, 
lib.  VI,  cap.  VI. 

(5)  Histoire  de  Florence  depuis  la  domination  des  Médicis  jusqu'à  la 
chute  de  la  république  {1434-1531),  Paris,  Quantin,  1888-1890,  t.  II,  eh.  II. 

(6)  Documenti  della  congiura  fatta  contro  il  card.  Giulio  de'  Medici  nel 
1522,  in  Giornale  Storico  degli  Archivi  Toscani,  t.  III,  pp.  121  sgg. 


328  P.   PICCOLOMINI 

nella  sua  magistrale  opera  su  Niccolò  Machiavelli  (1).  Questi 
versi  ci  sono  stati  conservati  da  due  testi  quasi  ugualmente 
autorevoli,  l'uno  contemporaneo,  il  secondo  derivato  da  un  ma- 
noscritto pure  contemporaneo.  Dobbiamo  il  primo  allo  storico 
Sigismondo  Tizio,  che,  per  diligenza  nel  raccogliere  le  curio- 
sità del  suo  tempo,  ebbe  pochi  uguali  (2);  l'altro  a  Carlo  Strozzi, 
che  lo  trasse  da  un  «  Libro  di  Debitori,  Creditori  e  ricor- 
«  danze  di  Jacopo  di  Jacopo  Gherardi ,  che  comincia  l'anno 
«  1521  e  finisce  1524.  Existente  nell'Arte  dei  Mercatanti  di  Fi- 
«  renze  »  (3).  Il  nome  dello  Strozzi  è  arra  di  fedeltà  nella  tra- 
scrizione e  conferisce  alla  lezione  fiorentina  un'autorità  che 
altrimenti  forse  non  avrebbe. 

E  noto  a  qual  fatto  storico  unicamente  si  colleghi  la  memoria 
di  Jacopo  da  Diacceto.  Il  1°  dicembre  1521,  a  soli  quarantasette 


(1)  Niccolò  Machiavelli  e  i  suoi  tempi,  illustrati  con  nuovi  documenti, 
ultima  edizione,  Milano,  Hoepli,  1893,  voi  HI,  lib.  II,  cap.  IX. 

(2)  Hist.  Sen.  t.  IX,  f.  144  6-145  b  (Ms.  in  Roma,  Bibl.  Ghig.  G.  I.  30-35, 
G.  II.  36-40).  11  Tizio  fa  precedere  i  versi  dal  seguente  racconto  :  «  Die  iunii 
«  septima  et  hora  sexta  post  sabbatum,  duo  cives  Florentie  capite  plectuntur, 
«  Jacobus  scilicet  de  Glacieto,  iuvenis  peritus,  et  Alloysius  Alamannus,  qui 
«  apud  Boncon ventura,  Senensium  castellum,  captus  fuerat;  Sandrinus  autem 
«  Monaldus  ad  triremes  damnatur;  celeri  conspiratores  irl  Mediceum  cardi- 
«  nalem  hostes  declarantur.  Jacobus  ipse  in  carcere  detentus,  cura  non  igno- 
te raret  se  esse  necandum,  huiusmodi  edidit  carmina,  videlicet  :  ». 

(3)  Firenze,  Biblioteca  Naz.  Cod.  II.  IV.  380,  e.  293,  già  segnato  Strozz. 
TT.  1241,  quindi  Magliab.  GÌ.  XXV,  595.  Ne  debbo  la  notizia  al  sig.  cav.  Ales- 
sandro Gherardi,  cui  rendo  qui  pubbliche  grazie.  Debbo  ringraziare  altresì  il 
sig.  dott.  Gurzio  Mazzi,  che  si  compiacque  di  collazionare  per  me  la  lezione 
del  Tizio  con  quella  dello  Strozzi.  Quest'ultimo  copiò  anche  il  ricordo  di 
Jacopo  Gherardi  che  precede  i  versi  ed  è  così  concepito  :  «  Ricordo  come 
«  questo  di,  sabbato  e  villa  di  Pasqua  di  Spirito  Santo,  a  dì  7  di  giugno  1522, 
«  fu  mozzo  la  testa  a  Jacopo  di  Gio.  Bat.*  da  Diacceto,  giovane  d'anni  28  e 

«  litteratissimo,  e  Luigi  di {sic)  Alamanni,  soldato  e  giovane,  per   essere 

«  conscii  d'un  trattato  di  ammazzare  Mons.  Rev.™"  Cardinale  de'  Medici 
«  Julio,  et  Arcivescovo  di  Firenze;  e,  tre  di  incirca  innanzi  alla  loro  morte, 
«  il  sopradecto  Jacopo  da  Diacceto  in  prigione  compose  gli  infrascritti  versi, 
«  e' quali  a  lunga  memoria  descrivo».  Sono  di  opinione  che  questa  frase 
adoperata  da  Jacopo  di  Jacopo  Gherardi  «  a  lunga  memoria  »  debba  es- 
sere interpretata  nel  senso  di  :  «  perchè  ne  resti  lunga  memoria  »,  e  che 
sia  coniata  a  somiglianza  della  nota  formula  latina  «  ad  perpetuara  rei 
«  memoriam  ». 


VARIETÀ  329 

anni,  era  morto  Leone  X,  a  poca  distanza  da  suo  fratello  Giu- 
liano e  da  suo  nipote  Lorenzo,  spentisi  anch'essi  in  fresca  età, 
senza  prole  maschile  legittima,  rimanendo  così  vane  le  splendide 
nozze  loro  apprestate.  Rimaneva  a  tutelare  in  Firenze  la  fortuna 
della  stirpe  di  Cosimo  il  vecchio,  insieme  ai  bastardi,  Ippolito  di 
Giuliano  e  Alessandro  di  Lorenzo,  il  cardinale  Giulio  de'  Medici. 
Mentre  nel  conclave  onde  poi  usci  per  sorpresa  l'elezione  di 
Adriano  VI,  il  card.  Soderini  gli  disputava  accanitamente  la  tiara, 
e  mentre  nell'alta  Italia  proseguiva  la  lotta  tra  Francia  ed  Im- 
pero, spirava  in  Firenze  un  vento  infido  contro  quella  politica 
menzognera  che,  mentre  appariva  civiltà  e  libertà,  dissimulava 
il  principato  (1).  I  Soderini  soffiavano  nel  fuoco,  che  divampò, 
strano  a  dirsi,  nella  conversazione  raccolta  in  una  casa  di  medicei 
ferventi,  quali  erano  i  Rucellai.  In  quei  convegni  s'incontrano 
tutti  i  principali  fra  i  congiurati  del  1522:  Luigi  di  Tommaso  e 
Luigi  di  Piero  Alamanni,  Zanobi  Buondelraonti,  Antonio  Brucioli, 
Giovanni  Battista  della  Palla  ed  Jacopo  da  Diacceto. 

Figlio  di  Giovanni  Battista  di  Lapo,  della  stessa  famiglia  da 
altro  ramo  della  quale  erano  usciti  i  due  cugini,  Francesco,  detto 
il  Pagonazzo,  e  Francesco,  detto  il  Nero,  toccava  Jacopo  in  questo 
tempo  i  vent'otto  anni  (2).  Aveva  ricevuto  gli  insegnamenti  del 
Pagonazzo,  uno  dei  superstiti  dell'Accademia  Platonica,  già  ac- 
cettissimo al  Ficino  e  mediceo  furioso,  tanto  che  nel  1512,  ai 
primi  rumori  di  ristorazione  pallesca,  il  gonfaloniere  Soderini  lo 
aveva  fatto  arrestare.  Jacopo,  che  veniva  chiamato,  per  la  sua 
giovine  età  e  per  distinguerlo  dai  suoi  agnati,  il  Diaccetino,  era 
egli  pure  favorito  in  casa  Medici,  ed  anche  commensale  del  car- 
dinale Giulio,  cui  doveva  una  lettura  nello  studio  fiorentino.  Ma, 
testa  calda  ed  appassionata,  questo  giovane  «  letteratissimo  », 
come  concordano  a  rappresentarlo  le  testimonianze  de'  contempo- 
ranei, alimentava  collo  studio  dei  classici  il  fuoco  per  le  idee  di 
libertà.  Questo  è  il  poco  che  sappiamo  di  Jacopo  da  Diacceto 
fino  al  momento,  in  cui,  per  sua  mala  ventura,  usci  dai  limiti 
di  un  entusiasmo  retorico  quella  sua  passione;  della  quale,  finché 
s' era   contenuta,  il  cardinale,  pratico   dei   procedimenti  e  delle 


(1)  Nardi,  Op.  ciL,  lib.  VII. 

(2)  E  non  venticinque,  come  dice  il  Gambi  (Op.  cit.,  loc.  cit.),  il  quale  ri- 
ferisce altresì  (ibid.)  che  Jacopo  era  precettore  del  Buondelmonti.  La  veia 
età  di  lui  si  desume  dai  suoi  versi  stessi. 


330  P.   PIGGOLOMINI 

costumanze  della  maggior  parte  dei  letterati  del  suo  tempo,  si 
era  preso  poco  o  punto  pensiero. 

Il  conclave  non  era  ancor  terminato  allorché  i  Sederini  mac- 
chinarono una  impresa  che  doveva  abbattere  i  Medici  in  Firenze 
ed  i  Petrucci,  loro  alleati,  in  Siena.  Giovanni  Battista  della  Palla 
serviva  loro  di  intermediario  coi  malcontenti  fiorentini,  che  tutti, 
già  amici  più  o  meno  dei  Medici,  si  erano  disgustati  di  essi; 
quali,  come  il  della  Palla,  per  ambizione  o  speranze  deluse,  quali, 
come  Jacopo  da  Diacceto,  gli  Alamanni,  il  Buondelmonti,  per 
amor  di  patria  e  libertà,  nato  nelle  conversazioni  degli  Orti 
Oricellarì  inconsapevolmente,  cresciuto  per  gli  eventi  sciagurati 
degli  ultimi  anni  ed  imbaldanzito  alla  morte  di  Leone  X.  Fran- 
cesco Maria  della  Rovere,  duca  di  Urbino,  Malatesta  ed  Orazio 
Baglioni,  signori  di  Perugia,  Lorenzo  Orsini,  meglio  conosciuto  col 
nome  di  Renzo  di  Ceri,  con  l'aiuto  delle  milizie  francesi  che  si 
sarebbero  mosse  da  Genova,  erano  designati  per  eseguire  l'im- 
presa. Essa  doveva  mirare  prima  di  tutto  a  Siena,  d'onde,  espulsi 
i  Petrucci,  si  sarebbe  rivolta  ai  danni  dei  Medici.  L'assalto  esterno 
doveva  essere  aiutato  di  dentro  con  l'assassinio  del  card.  Giulio, 
tornato  a  Firenze  in  fretta  e  furia  dopo  l'elezione  di  Adriano  VI 
(9  gennaio  1522)  non  senza  qualche  sentore  di  quello  che  si  pre- 
parava. E  mentre  vigilava  e  porgeva  l'orecchio  ad  ogni  stormir 
di  foglia,  e  cercava  di  afferrar  qualche  cosa  di  positivo  nei  vaghi 
rumori  che  giungevano  sino  a  lui,  simulatore  e  dissimulatore 
abilissimo,  «  quasi  che  fosse  indotto  da  una  pietosa  afflizione  verso 
«  la  patria  »,  dava  voce,  «  per  mezzo  d'alcuni  molto  buoni  o  troppo 
«  creduli  cittadini  »,  di  esser  disposto  a  riformare  la  costituzione 
in  senso  popolare.  Molti  diedero  nella  ragna  e  si  fecero  innanzi 
offrendo  i  loro  consigli  ed  i  loro  studi  per  la  desiderata  ri- 
forma. Intanto  Renzo  di  Ceri  arrenava  davanti  a  Siena;  il  duca 
di  Urbino  ed  i  Baglioni  venivano  attirati  agli  stipendi  fiorentini; 
il  soccorso  francese  dovette  ritirarsi  dopo  la  battaglia  della  Bi- 
cocca. Il  cardinale,  ormai  sicuro  da  ogni  pericolo,  si  affrettò  a 
ringraziare  i  consiglieri  divenuti  importuni,  non  senza  scorbac- 
chiarli un  poco  (1).  Come  dovessero  rimanere  gli  illusi  ed  i  cospi- 


(1)  €  Piacerai  veramente  la  vostra  orazione;  ma  non  punto  il  soggetto  di 
«  quella  y.  Cosi  fra  Niccolò  Schomberg,  confessore  del  cardinale,  colui 
che  teneva  ambo   le    chiavi   del    suo  cuore,  disse  ad  Alessandro  Pazzi,  au- 


VARIETÀ  331 

ratori,  è  facile  immaginare.  Questi  ultimi  non  pensarono  più  ad 
altro  che  a  fare  sparire  le  tracce  del  loro  infelice  tentativo. 

Le  cose  erano  a  questo  punto,  allorquando  un  corriere  che 
aveva  recato  i  messaggi  di  Giovanni  Battista  della  Palla  ai  con- 
giurati, fu  catturato  e  rivelò  agli  Otto  di  aver  avuto  rapporto 
con  Jacopo  da  Diacceto,  il  quale  fu  arrestato  verso  il  22  maggio. 
Il  governo  del  cardinale  aveva  posto  le  mani  addosso  a  quello 
fra  i  cospiratori  che  era  più  debole  di  spirito.  Il  contegno  di 
Jacopo  durante  il  processo  non  poteva  essere  più  sconsiderato  ; 
esso  mostra  all'evidenza  che  il  giovine  si  era  gettato  nella  con- 
giura all'impazzata  e  che  l'arresto  non  aveva  fatto  che  aumen- 
tare il  suo  accecamento.  Invero,  il  magistrato  degli  Otto,  allorché 
incominciò  l'esamina  del  captivo,  non  aveva  la  più  lontana  idea 
del  pericolo  corso  dalla  persona  stessa  del  cardinale;  quest'ul- 
timo probabilmente  si  sarebbe  contentato,  anche  senza  spargere 
sangue,  di  valersi  dell'occasione  per  spaventare  i  malevoli  ed  aprir 
gli  occhi  agli  illusi  ingenui,  che  si  ostinavano  a  fantasticar  dì 
riforma.  Ma  per  il  contegno  di  Jacopo  le  cose  andarono  diversa- 
mente. Il  disgraziato,  alle  prime  minacce,  ai  primi  tratti  di  corda, 
usci  senz'altro  a  dire;  «Io  mi  voglio  cavare  questo  cocomero 
«di  corpo:  noi  abbiamo  voluto  ammazzare  il  cardinale».  Una 
volta  fatto  il  primo  passo  ed  il  più  importante,  non  fu  difficile 
cavargli  di  bocca  il  resto  :  e  i  particolari  della  congiura  e  i  nomi 
dei  complici.  Corse  anzi  voce  che  gli  accades.se  di  dire  più  della 
verità,  senza  che  poi  si  volesse  tener  conto  della  smentita  ch'egli 
aveva  inflitta  a  sé  stesso  in  punto  di  morte.  I  complici  di  Jacopo, 
per  loro  gran  fortuna,  ebbero  subito  notizia  dell'  arresto  di  lui 
e,  forse  consapevoli  della  sua  indole  e  del  suo  carattere,  presero 
la  fuga.  Il  solo  Luigi  di  Tommaso  Alamanni  cadde  nelle  mani 
dei  medicei,  ed  egli  e  Jacopo  da  Diacceto  pagarono  per  tutti.  Il 
6  giugno  furono  condannati  nel  capo;  la  sentenza  fu  eseguita  il  7, 
avanti  giorno.  A  soli  ventott'anni,  Jacopo  vide  avvicinarsi  l'ul- 
timo momento  con  calma  e  coraggio.  Questo  fatto,  che  pienamente 
è  provato  dagli  ultimi  versi  di  lui,  può  apparire  un'espiazione  del 
contegno  imprudente  e  quasi  colpevole  ch'egli  aveva  tenuto  di 
fronte  ai  giudici.  Ma  più  che  rassegnazione  di  fronte  alla  morte 
spira  dai  versi  di  Jacopo  da  Diacceto  stanchezza  della  vita;  stan- 


tore  di  una  orazione   in  lode  della  libertà,  ed    anche  di  sua  illustrissima 
signoria  (Nardi,  ib.). 


332  P.   PICGOLOMINI 

chezza,  che  in  lui,  giovine  sul  fior  degli  anni,  divien  quasi  paura. 
Egli  ha  trovato  dura  la  vita,  dice,  ed  è  lieto  di  ricoverarsi  nell'e- 
ternità, anche  se  la  porta  dell'eternità  deve  schiudergliela  il  car- 
nefice. Non  voglio  esaminar  tutte  le  poesie  che  hanno  salutato 
l'appressamento  della  morte,  che  non  sarebbe  davvero  il  caso 
trattandosi  qui  di  un  componimento,  il  quale,  anche  quando  si 
tenga  conto  delle  circostanze  in  cui  vide  la  luce,  non  è  per  nulla 
una  delle  migliori  o  delle  buone  poesie  composte  allorché  la  clas- 
sica latinità  era  stata  restaurata,  se  non  nella  sostanza,  nelle 
forme.  Aggiungerò  anzi  come  esso  acquista  importanza  solo  pel 
fatto  che  ci  rivela  qualche  notizia  particolare  intorno  ad  un  per- 
sonaggio il  quale,  in  sé  stesso,  tuttora  è  assai  poco  noto.  Ciò  pre- 
messo, mi  basterà  di  porre  a  raffronto  cogli  ultimi  versi  di  Jacopo 
da  Diacceto  —  l'unico  componimento  che  conosciamo  di  lui  — 
quelli  usciti,  in  circostanze  quasi  identiche,  dalla  fantasia  di  Andrea 
Ghénier,  giustiziato  egli  pure  assai  giovine  ed  afl3ne  a  lui  per 
inclinazioni  e  per  studi,  con  l'intento  di  rilevare  una  differenza 
di  pensieri  e  di  atteggiamento  in  faccia  alla  morte,  che  è  tutta  a 
svantaggio  del  primo  (1).  Andrea  Ghénier  si  è  risvegliato  da  uno 
splendido  sogno;  la  realtà  lo  ha  disgustato  e  sgomentato;  eppure, 
dopo  avere  invocato  la  morte,  ritorna  su  sé  stesso  e  tiene  a  vi- 
vere almeno  quel  tanto  che  basti  a  far  le  vendette  della  patria 
ridotta  in  schiavitù  e  della  virtù  assassinata  (2).  Nulla  di  tutto 
questo  nel  letterato  cinquecentista;  null'altro  che  il  cupio  dissolvi. 
Quindi  mi  pare  che  a  quello  che  gli  storici  contemporanei  ci  di- 
cono del  carattere  di  Jacopo  da  Diacceto,  cioè  che  fosse  facile 
ad  infiammarsi,  si  possa  aggiungere  quello  che  tacciono,  ma  che 
il  loro  racconto  ci  lascia  dedurre  e  questo  documento  conferma: 
che,  cioè,  esso  era  altrettanto  facile  ad  abbandonarsi,  una  volta 
sbollito  per  i  casi  avversi  il  suo  entusiasmo.  Fu  un  carattere  de- 


(1)  V.  GEuvres  poétiques  de  André  de  Ghénier  avec  une  notice  et  des  notes 
par  M.  Gabriel  de  Chénier,  Paris,  Lemerre,  t.  Ili,  p.  287,  Jambes,  X.  Ve- 
ramente questa  poesia  non  è  l'ultima  di  Andrea  Ghénier,  come  a  lungo  si 
è  creduto  (V.  Notice,  t.  I,  pp.  lxxiv-cxxxiv,  t.  Ili,  Notes,  p.  369),  certo  però 
una  delle  ultime. 

(2)  «....Ah!  làches  que  nous  sommes!  Tous,  oui,  tous!  Adieu,  terre,  adieu. 
«  Vienne,  vienne  la  mort  !  Que  la  mort  me  délivre!....  Non,  non,  puissé-je 
*  vivrà  !  Ma  vie  importe  à  la  vertu....  Soufifre,  ò  coeur  gros  de  haine,  aflFamé 
«  de  justice.  Toi,  vertu,  pleure,  si  je  meurs  ». 


VARIETÀ  333 

bole  insomma.  Jacopo,  pieno  la  testa  di  reminiscenze  classiche, 
inebriatosi  nei  colloqui  coi  suoi  complici  fiduciosi,  si  gettò  anima 
e  corpo  nella  cospirazione.  Fallita  l'impresa,  gettato  in  un  car- 
cere, si  perde  totalmente  di  animo  e  vide  quasi  di  buon  grado 
la  morte,  che  salutò  come  aurora  per  sé  di  pace  perpetua. 

Ecco  ora  i  suoi  versi  : 

Este  procul,  tristes  animum  dimictite,  cure  ; 

libera  non  intret  in  mea  corda  pavor. 
an  mihi  tu  sevas  ostentas,  Parca,  secures? 

at  patuit  multis  hec  quoque  in  astra  via. 
5        mortali  pereunt  mortalia  cuncta  ruina  ; 

surgimus  alternis  concidimusque  modis. 
est  tamen  in  nobis  mens  incorrupta  manetque 

spiritus;  abruptos  nesciet  ille  dies. 
hunc,  pater  omnipotens,  sumrais  heu  respice  ab  astris; 
10  terrenisque,  precor,  subtrahe  blanditiis, 

purus  ut  in  patriam  remeet  vitamque  beatam 

hauriat  eternis  ambrosie  poculis. 
tu  quoque  demissus  cuius  per  vulnera  sanguis 

remedium  nostris  actulit  ulceribus, 
15        discute  que  seva  tentant  dulcedine  pectus; 

huius  spe  lucis  fac  meliora  sequar. 
te  sequar,  o  nostre  spes  o  fidissima  mentis, 

te  cupiam,  tecum  vivam  obeamque  libens. 
que  mihi  septenos  quater  est  perducta  per  annos 
20  vita  brevis,  nullo  iam  placet  illa  bono. 

mista  dolore  fuit  multoque  labore  voluptas, 

que  tamen,  ut  fuerit,  sic  quoque  rara  fuit. 
at  mea  viderunt  incondita  lumina  noctes 

in  matutinum  pervigilare  iubar; 
25        vidit  bruma  rigens,  vidit  gravis  bora  leonis; 

paupertas  vidit  mi  comes  assidua, 
nunc  mihi  finis  adest  vite  pariterque  laboris: 

sit,  precor;  usque  meas  excipe,  Christe,  preces. 
audior?  an  tales  unquam  aspernabere  voces? 
30  audior  ;  etherea  fulsit  ab  arce  Deus. 

terra,  vale,  olim  grata  mihi  ;  novus  incola  poscor 

T.  =  Tizio  ;  S.  =  strozzi. 

1.  S.  animam.  —  2,  intret  in]  T.  uret  iam.  —  3.  S.  onutt*  l'intiero  verso.  —  4.  patnit] 
T.  placnit.  —  T.  vias.  —  6.  S.  omette  perennt.  —  8.  S.  illa.  —  11.  T.  patria.  —  12.  eternis] 
T.  ethereis.  —  13.  S.  omette  cnius.  —  15.  S.  tentai.  —  16.  T.  huius  spem.  S.  cuius  spem.  — 
19.  S.  quatuor.  —  20.  T.  brevi.  —  21.  labore]  S.  dolore.  —  24.  S.  mattntinnm.  —  25.  T.  S.  or». 
—  26.  S.  comis.  —  27.  S.  laborum.  —  28.  sit]  S.  eie.  —  30.  falsit]  S.  snlsit. 


334  .  P.   PICCOLOMINI 

mine  celo;  rursus,  patria  terra,  vale, 
tu  quoque,