Skip to main content

Full text of "La Rassegna della letteratura italiana"

See other formats



•^P^f^^^^^ J^T^^'s^^ 






^v-ll • II- 




0^ y ^\r 


'/W^ 


j^y^i^^ ^S"^^^^ 




\-\\ ■ 11- 


r-«. zJ^f^^'^i-^ .^^n0^^^^ 


J?r^ ' ^ • i 


fèà 


■-s-W^SÌS^t ^ —aSSV^'Cì^ — 




^w•li • II- 


"- __ w3?^V^>w -.Jf&^^àX^^, 


0%^ 




J?^"^^^ 




-.*»^^^\v^ 




^u- Il ■ ii-/-^*>\- Il • iivi^fSw 


>\,-li • 














— -^^^^fsN; ><^^''?c< ^f^yiyT^^. 


U-ii • !l- 




7^^:^^.^^ 


J^^^^'^ 


.^ WaI>.. 


>5^ f Vi 

/8^ 








-^t S\ . ii . iiv^*A%/ii ; II-/ 






— ::*^X4Vvt>^ --i^ViV^^ 






;<A- ^ ^ Il ■ s ■ ^ 


rw-ìi-ii- 


K^ ..^^>S^'v?-». -^Xt^K^ 


^^ 




t — .-^^^ 


TTT 


>^ A\- Il ■ Il v'^'A^»- 1 1 ; 1 1 V' 

5^ -^^^#Ì^^Ì^- i-r9^l«^^ 


"Mk 






'^ i 't 


-//?::*^\-riT-F- .>t^*Av 1 ' . ' 1 >^ 

^*^ .j^^f^^^ -^f^y^^^s 






^^ 


■^^ ^A^t^ _ .^r?r-Wwr-<;^ . — — 


L-ii-iiv^V^" 


^ . n . ir. 


^;f7>^♦^^\>-Tr-TT--rié•^51vr r^-TT-r^^ 


^/^r>\^ 



RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

DELLA LETTERATURA ITALIANA 



DIRETTORI 



ALESSANDRO D'ANCONA e FRANCESCO FLAMINI 



ANNO ^III. 



1900. 



COLLABORARONO : 



BACCI - M. BARBI - E. BERTANA - A. BERTOLDI - L. BIADENE - A. BONAVEN- 
TOKA - G. BRIZZOLARA - V. CIAN - B. COTKONEI - V. CRESCINI - A. D ANCONA - 
F DE SIMONE BROUWER - F. o'oVlDIO - L. FERRARI - F. FLAMINI - C. FORMKITI 
- L FRATI - G. GENTILE - G. LISIO - G. LOMBARDO - GUI. MANACORDA - G. B. MAR- 
CHESI - A. MEDIN - A. MICHIELT - A. MOSCHETTI - A. NERI " T. ORTOLANI - E. 
G PARODI - M. PELAEZ - F. PELLEGRINI " L. PICCIONI - F. PINTOR - Y. ROSSI 
-'a salza - I. SANESI - A. SOLERTI - E. TEZA - R. TRUFFI - G. VALEGGIA. 



PISA 

TIPOGRAFIA -EDITRICE DEL CAV. F. MARIOTTI 
Piazia dei CaTalleri, 6. 

1900 




PQ ■ 

tfOO) 
'K37 



INDICE DEL VOLUME Vili 



Recensioni. 



Giuseppe Manacorda, Galeotto del Carretto, poeta Urico e drammatico vumferrino 

(V. Rossi) p. 1 

G. Volpi, il Trecento (I. Sanesi) p. 6 

C.Dbjob, Lesfemmea dans la comédie fran^aise et italienne. au XVIII siede (A. Neri) p. 12 
Ojiere inedite o rare di AliEssandro Manzoni, pubblicate per cura di Pietro Brambilla, 

Buggero Bonghi e G. Sforza (G. Lisio) p. 15 

A. Bertoldi, Prose critiche di storia e d' arte (A. Miohieli) p. 19 

A. Galletti, Fra' Giordano da Pisa predicatore del secolo X7F (G. Brizzolara) . p. 21 
G. Pascoli, Minerva oscura. Prolegomeni: la costruzione morale del Poema di Dante 

(E.G.Parodi) p. 23 

Biblioteca storico-critica della letteratura dantesca diretta da G. L. Passerini e da G. Papa 
[Paget Toynbee, G. Boccaccio, (E. Rostagno), Nicola Zinoarblli, Egidio Gorra, Fe- 
lice Tocco, Francesco Torraca] (M. Pelaez) p. 33 

\. Mussato, Eccerinide, tragedia, a cura di Luigi Padriv, con nno studio di Giosuè Car- 
ducci (A. Medin) p. 49 

F. NovATi, Indagini e Postille dantesche. Serie prima (F. D' Ovidio) p. 54 

Un nomo d'antica probità.— Epistolario di L. Fornaciari scelto e illustrato pel cente- 
nario della sua nascita per cura di Raffaello ^jr?<o di lui (A. Bertoldi) . . p. 61 

L. Piccioni, StudJ e ricerche intorno a G. Baretti, con lettere e documenti inediti (T. Or- 
tolani) p. 65 

T. Mamiani, Lettere dall'esilio, a cura di E. Viterbo (G. Gentile) p. 72 

D. Mantovani, /? poeta soldato: Ippolito Nievo (V. Gian) p. 75 

K. Farsetti, Quattro Bruscelli senesi preceduti da uno studio sul Bruscello in genere 

(M. Barbi) * p. 84 

A. Paoli, La scuola di Galileo nella storia della filosofia (G. Lombardo) ... p. 88 
K. Vossleb, Benvenuto Cellini 's Stil in seiner Vita, Versuch einer psychologischen Stil- 

betrachtung (O. Bacci) p. 113 

K. Fedebn, Dante (Gai. Manacorda) p. 1^ 

W. FisKB, Remarks introductury fo the Dante Catalogue publiahed by Cornell University 

(C. Formichi) p. 128 

E. Gorra, Fra drammi e poemi, saggi e ricerche (E. Bertana) p. 132 

G. F. Damiani, Sopra la poesia del cavalier Marino. Studio (I. Sanesi) p. 138 

N. Machiavelli, Il Principe, teMo critico a cura di G. Lisio. — Lo Stesso, Il Principe, 

con commento storico filologico (F. Flamini) p. 144 

T. CoNCARi, Il Settecento (L. Piccioni) p. 149 

E. SiCARDi, Gli amori estravaganti e molteplici di F. Petrarca e V amm-e unico per ma- 
donna Laura de Sade (A. Moschetti) p. 166 



IV RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

A. Bonaventura, La poesia neo-latina in Italia dal secolo XJV al presente. Sagg o e ver- 
sioni poeticlie (V. Rossi) , . . . . p. 218 

Biblioteca critica della letteratura italiana diretta da F. Torraca: fase. 31-85: N. Impal- 
T.oMENi, F. MooBE, F. PERSICO, A. FARINELLI, A. S. Barbi (Guì. Manacorda) . . p. 228 

F. NovATi, Sedici lettere inedite di M. Girolamo Vida vescovo d'Alba (B. Cotronei) p. 248 
L. Ferrari, De? «Ca/^è>, periodico milanese del sec. XVIII (F. Pellegrini) . . . p. 265 
R. LoNGLEY Taylor, Alliteration in italian (C. Formichi) p. 269 

G. Sanesi, La Vita e le Opere di Donato Giannotti (F. Pintor) p. 273 

Comunicazioni. 

A. Solerti, Amante e Caronte (lettera al prof. D' Ancona) p. 89 

A. Skvzk, L'anima innamorata e Caronte p. 172 

A. MiCHiELi, Spigolature Foscoliane p- 237 e 277 

E. Teza, Il Tasso e il Guizot p- 3^ 

R. Truffi, La prima rappresentazione del Pastor Fido e il Tentro a Crema nei sec. XV\ 
e XVII v^P^ 

Annunzi bibliografici. 

P. Mauciiot, Le Roman Breton en France au Moyen Age (V. Crescini) ; p. 39. — A. Man- 
zoni, I Promessi sposi, edizione illustrata da G. Previati e preceduta da cenni biogra- 
fici per cura di L. Beltrami (L. Frati) ; p. 40. — M. Martinozzi, Il frammento XXXIX 
di Giacomo Leopardi (A. Salza); p. 91. — A. Miola, Discorso in memoria di P. Baffi 
(P. De Simone Brouwer); p. 92. — G. Mari, La sestina di Arnaldo, La terzina di 
Dante (L. Biadene); p. 93. — Biblioteca critica della letteratura italiana, fase. 28-30 
[G. A. Fabris, Pikroili, Zingarelli] (Guì. Manacorda) ; p. 94. — E. Rossi, Dalla mente 
e dal cuore di Giovanni Boccaccio (L. Ferrari) ; p. 173. — L. Frati, La vita privata di 
Bologna dal sec. XIII al XIV con appendice ecc. (A. D'A.); p. 174. — G. Natali, La 
mente e l'anima di G.Parini. V.Bertolotti e G. Parini, Vita opere e tempi (L. Ferrari); 
p. 175. — C.M. Maggi, Scelta di poesie e prose edite ed inedite (A. D'Ancona); p. 177. — 
V. Morello, Neil' Ai-te e nella Vita (A. D'Ancona); p. 180. — F. Martini, Simpatie (A 
D'Ancona); p. 181. — A. Giordano, Breve esj^osizione della Divina Commedia spiegata 
nelle sue principali allegorie (A. D'Ancona) ; p. 183. — A. Ciampoli, Nuovi studi lette- 
rari e bibliografici (G.B. Marchesi); p. 252. — Q.'PiTRh, Feste itatronali in Sicilia (L. 
Lombardo); p. 255, — E. De Benedetti, La vita e le oliere di Francesco d'Ambra (F. 
Pintor): p. 257. — A. Loporte-Randi, Nelle letterature straniere (A. Bonaventura); 
p. 289. — L. Pulci, Il Morgante, testo e note a cura di G. Volpi (A. D'Ancona); p. 290. 
— G. B. Marchesi, I romanzi dell'abate Chiari (A. D'Ancona); p. 291. - A. Serena, 
Pagine letterarie (A. D' Ancona) ; p. 292. — P. Caliari, Antiche Villotte e altri canti 
del Folklore veronese (A. D' Ancona) ; p. 293. — K. McKenzie, Dante 's re/erences to 
Aesop (C. Formichi); p. 317. — E. Sindoni, La topografia dei Promessi Sposi (E. Val- 
leggia); p.320. — L. Marengo, L' Oratoria sacra italiana nel Medio Evo (A. D'Ancona); 
p. 322. — G. Greppi, La rivoluzione francese nel carteggio di un osservatore (A. D'An- 
cona) ; p. 324. — A. Marohesan, Detta vita e delle opere di L. Da Ponte (A. D'Ancona) ; 
p. 326. — A. Gallktti, Carlo Tedaldi Fares. (F. Flamini] ; p. 328. 

Cronaca pp. 41-48 j pp. 96-108; pp. 192-210; pp. 29B-316 

Dantesca p. 336 

Pubblicazioni scolastiche p. 344 

Necrologie. 

Bernardo Morsolin P- 1^ 

Salvatore Bongi p. 110 

Giovanni Nicolussi P- 816 

Pubblicazioni di storia del risorgimento italiano p. 184 (A.D'A.) — p. 259 
(F. De Simone Brouwer). 

Lettera del dott. Biadego al Direttore della Rassegna P- '^^^ 

Lettera del prof. G. Fbderzoni al Direttore della Rassegna P» 264 



RASSEGNA BIBLIOaRAFICA 

DELLA lETTERATUEA ITALIANA 

Diitttmi: A. D'ANCONA e F. FLAMINI. fkUtore: F. MARIOTTI. 



Anno Vili. Pisa, Gennafo-Febbbaio 1899. " ' N." 1-2. 



Abbonamento annuo \ ^g' fisterò '. '. ^'J* ». ( Un num. separato Cent. 



SOMM.\RIO: (ì. ItkTXKConDk, Galeotto Del Carretto poeta Urico e drammatico man- 

ferrino (14...-1530) (V. Rossi). — (J. Volpi, Il Trecento (I. Sanasi). — C. Dejob, Les 
femmes dans la comMie fran^aise et italienne au XV HI siede fA. Neri). — Opere 
inedite o rare di Alessandro Manzoni pubblicate por cura di P. Brambilla, R Bonghi 
e G. Sforza (G. Lisio). — A. BEaTOLDi, Prose critiche di Storia e d'Arte (A. Michieli). 

— A. Oalletti, Fra' Giordano da Pisa, Predicatore del Secolo XIV (G. Brizsolara). 

— <i. Pascoli, Minerva oscura ; Prolegomeni: la costruziotte morale del poema di 
Dante (E. G. Parodi). — G. Fasserini e P. Papa, Biblioteca Storico-Critica della l,et- 
teratura Dantesca (M.Polaez). — Annnnsi bibliografici {Vi si parla di: P. Mar- 
chot - A. Manzoni). — Cronaca. 



Giuseppe Manacorda. — Galeotto Del Carretto poeta lirico e dram- 
matico mov ferrino (14... -1530). — Torino, Clausen, 1899 (estr. 
dalle Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino, 
S. II, voi. XLIX). 

Galeotto del Carretto, uno dei pili cospicui tra i poeti che 
frequentarono le corti dell'Italia superiore nel periodo a cava- 
liere fra il Quattro e il Cinquecento, era ben degno di una spe- 
ciale monografia, che non pur la vita nobile ed operosa, ma ne 
studiasse ed illustrasse anche gli scritti, varj e per molti rispetti 
importanti. Vi si era accinto, or sono molti anni, un giovane pie- 
montese, di cui mi è caro rinnovar qui la memoria, Giovanni 
Girelli; ma la morte gli tolse di venirne a capo. Altri recarono 
poi pregevoli contrihuti a codesta desiderata monografia, massime 
il dott. Giuseppe Giorcelli, che pubblicando la cronaca di Galeotto 
in ottave, le premise uno studio ricco e ordinato sulla famiglia 
e la vita dello scrittore (cfr. Rassegna, VI, 96-7). Ora finalmente 
il dott. Manacorda, traendo profitto dall'opera de' suoi predeces- 
sori, arricchendone i risultati per via di nuove ricerche e pren- 
dendo in esame tutte le scritture delcarrettiane, ci offre appunto 
lo studio pieno e definitivo sul suo antico concittadino. 

Viene in pi-imo luogo un quadro della coltura monferrina 
nel Rinascimento acconciamente incorniciato in più brevi rag- 
guagli intorno all'età precedente ed alla successiva, ed è quadro 
copioso di notizie non tutte ovvie e di assennate osservazioni. 



2 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Rilevo le pagine dove il Manacorda parla del soggiorno in Casale 
di Antonio Astesano e di Giammario Filelfo (pp. 2-5), giovandosi 
delle inedite epistole metriche del primo, e pel secondo del Mi- 
nervae Carmen fatto conoscere dal Flamini e del capitolo ternario 
daini pubblicato (Livorno, 1892): non che di un nuovo docu- 
mento (lo pubblica per intero nell'appendice): notevole perché 
colma una lacuna nella vita dell'irrequieto umanista e ci fa sapere 
come il marchese di Monferrato Giovanni Vili lo creasse suo 
consigliere nell'ottobre del 1458. ^ Di qualche inesattezza di que- 
ste stesse pagine non mette conto che mi fermi a dire; piuttosto 
osserverò che nella nota 1. della pag. 2, dove sono citate scrit- 
ture attinenti alle relazioni degli Aleramici del sec. XII coi tro- 
vatori, sarebbero stati opportunamente ricordati i recenti lavori 
dello Schultz-Gora e del Crescini su Le epistole di Ramhaldo di 
Vaqueiras al march. Bonifazio I di Monferrato ^ e che non tra- 
scurabile prova dell'amor per gli studj ond'era animato Guglielmo 
Vili (settimo tra i marchesi di Monferrato di quel nome, che il 
precedente Guglielmo non tenne il governo) è la corrispondenza 
ch'egli ebbe nel 1446 con Giovanni di Cosimo de' Medici per pro- 
curarsi una copia delle epistole del Poggio. ^ 

Nel secondo capitolo il M. tesse la biografia del suo poeta, me- 
glio determinando alcuni dei fatti già noti e qualcuno nuovo ag- 
giungendo. E probabile che Galeotto nascesse prima del 1455, ma 
se a Casale o in Acqui od altrove non è ben sicuro. Non sappiamo 
nulla della sua prima età; non molto anche del resto di sua vita. 
Fu dapprima alla corte sforzesca e ne ebbe nel 1488 e nel '92 
incarico di onorevoli ambascerie; più tardi fece gite frequenti a 
Mantova e tenne cordiale relazione con Isabella Gonzaga; nel 
1498 fatto prigioniero dal conte di Caiazzo, fu alcuni mesi lasciato 
in custodia al castellano di Trezzo, e questo episodio, primamente 
posto in luce dal M., lascia sospettare che Galeotto perdesse le 
grazie del Moro e impugnasse le armi contro di lui. Nel luglio 



1 n Gabotto, al quale dobbiamo la più compinta biografia di Giammario, non trovò 
notizie di lui appunto per il periodo che va dal 25 maggio 1457, quando il Filelfo era an- 
cora a Torino, all'ottobre del '59, quando era a Milano (vedi il suo Nuovo contributo alla 
storia dell'umanismo Uqìire, negìi Atti della Società ligure di storia patria, XXIV, 79), né reca- 
rono luce su questo punto oscuro i docu»nenti del soggiorno torinese dell'umanista, re- 
centemente illustrati da Th. Klbtte, loliannes Herrf/ot mtd Io. Marius Pliilelphus in Twin, 
Bonn, 1898. 

2 n lavoro dello Schultz-Gora, tradotto in italiano da G. Del Noce forma i volumetti 
23-2é (Firenze, 1898) della Biblioteca critica del.a letteratura ilnliana del Torraca; quello del 
Crescini è inserito nel voi. XV (1899) degli Atti e Memorie della R. Accademia di Padova. 
Cfr. anche Crescini, nel Giornale storico, XXXW, 231 sgg. 

3 Rendiconti delle R. Accad. dei Lincei, 01. di scienze mor., 8. V. voi. II, 1893, p. 146-6. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 3 

del 1501 fa dal marchese di Monferrato mandato a confine a 
Vercelli, come fautore di parte imperiale, ma potè dopo pochi 
mesi ritornare a Casale, dove aveva fissata la sua dimora e donde 
non si mosse più se non per qualche viaggio od ambasceria. 
Legato da vincoli di vassallaggio e di affetto alla famiglia do- 
minante, le prestò ufficj di suddito fedele e partecipò alle sue gioie 
e a' suoi dolori. Servi pure il Comune di Casale, mentre rivolgeva 
le sue cure alla saggia amministrazione de' propri feudi. In com- 
plesso, Galeotto ci appare quale un nobile e cortese cavaliere, 
pronto ai maneggi politici, non alieno forse dalle armi, esperto 
nel trattare la penna, vago di canti e di suoni. La data della sua 
morte, incerta finora, è dal M. determinata con sicurezza: 31 ot- 
tobre 1.530. Che il Del Carretto morisse per mano di un servo, 
parve allo Spinelli attestato da un sonetto di Timoteo [Bendidio]; 
ma il M. dubita della testimonianza. Ben a ragione, aggiungo, 
poiché il sonetto, che forse non è di Timoteo ma di Iacopo Corsi, 
si riferisce certamente all' uccisione di Galeotto Manfredi e di 
Girolamo Riario avvenuta, si sa, nel 1488. ^ 

Nei due capitoli seguenti il M. considera le opere poetiche 
di Galeotto. Le liriche, ch'egli distingue in quattro categorie: 
erotiche, politiche, morali e polemiche, non sono in generale di- 
verse per pregj d' arte dalle altre infinite composte in quel tempo 
con faticoso artificio nelle corti dei principi. Graziose per anda- 
tura semplice e spigliata sono però alcune barzellette, ed un 
certo calore di sentimento ha il capitolo in morte di Maria di 
Servia, marchesa di Monferrato. Dietro ad una canzone di Galeotto 
si leggono adespote in un ms. della Biblioteca Reale di Torino 
una ballata, una breve canzone (il M. dice inesattamente due 
canzoni, p. 35) e due barzellette, che tutte sono ora pubblicate 
nell'Appendice. Questi componimenti possono ragionevolmente 
attribuirsi anch'essi al poeta monferrino, ma è più che dubbio che 
siano sue le poesie spagnuole poste in luce dallo Spinelli. 

Pili importanti delle liriche nel rispetto storico sono le com- 



1 II sonetto, che com. Come va il fasto uinan alto e protervo fu pubblicato di sul cod. 
mglb. 11,11,75 che lo ascrive a Timoteo, dal Trucchi (III, 76) e dal Flamini {Tre sonetti pa- 
triottici di poeti dell'estremo quattrocento, Pisa. 1895, per nozze Crivellucci-von Brunst), e di 
sul codice parmense HH, IX, 201 che lo attribuisce al Corsi, da me nel Giornale storico, 
XV, 1890, p. 25, e tutti e tre uè demmo l'interpretazione accennata qui sopra. Diversa è 
certo la fonte da cui lo prese lo Spinelli, ma non so quale essa sia, non avendo ora a 
mano il suo opuscolo Cinque poesie spagnuole attribuite a G. d C, Carpi, 1891. Per un di più 
sia anclie notato che cosi il Corsi come Timoteo morirono assai prima di Galeotto: il 
Corsi prima del 1500 (Giornale Storico, XXX, 'il e Timoteo prima del 1525, essendovi un te- 
trastico in sua lode tra gli Epitafi del Casio pubblicati in quell'anno. Il Mazzuchelli anzi 
lo fa morto uel 1517; ma le sue fonti non sono su questo punto delle più schietto. 



4 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

posizioni drammatiche delcarrettiane, che il M. studia con dili- 
genza, con acume e con adeguata ampiezza. Il Timon greco, ch'era 
già compiuto alla fine del 1497, la Sofonisba dedicata a Isabella 
Gonzaga con lettera del 22 maggio 1502 e le Nozze di Psiche e 
Cupidine composte probabilmente in quell'anno stesso, apparten- 
gono alla categoria dei drammi « mescidati », di quei drammi 
cioè nei quali le libere forme del teatro sacro popolaresco accol- 
gono argomenti profani di vario genere e mostrano esse stesse 
per qualche particolare modificazione l'efficacia del teatro classico. 
Il primo e il terzo sono rielaborazioni fedeli rispettivamente del 
dialogo lucianeo e della favola apuleiana; il secondo è una ri- 
duzione a forma drammatica del racconto liviano, dal quale gli 
derivano gli scarsi pregj della rappresentazione dei caratteri e 
degli affetti. Dei tre il più caratteristico è .senza dubbio la Sofo- 
nisba, che per il continuo vari-are della scena e del tempo e per 
la vastità e molteplicità dell'azione appare foggiata sui sacri 
drammi e forse in special modo sui misteri francesi, mentre l'uso 
del coro, sebben questo abbia generalmente un ufficio diverso dal 
coro di Seneca, e un cotal riserbo nella rappresentazione della 
tragica catastrofe, lascino intendere che l'ideale di un'arte più 
raffinata balenava alla mente dello scrittore. — Il Tempio d'amore, 
scritto, secondo che è verosimile, nel 1504, è invece un dramma 
allegorico, in cui Galeotto volle, giusta una ragionevole conget- 
tura del M., raffigurare il suo esigilo e il suo ritorno alla corte 
casalese, satireggiare velatamente i vizj dei cortigiani e render 
omaggio di lodi al suo principe Guglielmo IX, adombrato nel 
Dio d'Amore. L'esame di quest'opera, nella quale sono inseriti 
una versione in terza rima della Tavola di Cebete, un riassunto 
nello stesso metro deìV Asino d'oro d'Apuleio e, lungo episodio, 
una particolareggiata descrizione del tempio di Amore, è con- 
dotto dal M. colla consueta diligenza; ma egli ha trascurato di 
indagare in qual relazione si trovi con altre opere congeneri 
francesi e italiane. Un confronto coW Amorosa Visione e col 
Quadriregio non sarebbe forse rimasto senza buoni frutti, e, seb- 
bene probabilmente posteriori, non sarebbero riusciti inutili a 
quell'intento i poemetti allegorici di Antonio Fregoso, che nella 
Cerva bianca descrive pure un tempio d' Amore e ricorda appunto 
anche Galeotto tra i poeti che immagina di trovare neW Emporio 
di Minerva.^ Ultima in ordine di tempo fra le composizioni sce- 



i Vedi Flamini, nella MisceUanea per Nozze Gian-Sappa Flandiiu/, Bergamo, 1894, p. 286. 
Nei molti, troppi, riscontri additati da A. Dobklli nello studioso L'Opera letteraria di An- 
tonio Philfremo Fiegoso, Modena 1898, il M. avrebbe forse potuto trovare buon avviamento 
alla ricerca cui qui si accenna, 



DELLA LETTERATURA ITALIANA S 

niche dello scrittor monferrino, pare sia la commedia I sei còfi'- 
tenti, di stampo schiettamente classico. Al M. non venne fatto di 
leggerla, sicché si restrinse a riassumere il recente articolo di 
Camillo Gaidano {Gioni. stor., XXIX, 368 sgg.)- 

Il quinto capitolo è consacrato alle forme metriche usate dal 
Del Carretto. Il M. gli riconosce il vanto di avere per primo ri- 
preso il verso sciolto dopo che era caduto in disuso e di esser- 
sene servito in un componimento drammatico, la Sofonisba; ma 
per ciò che spetta all' invenzione della saffica rimata resta in dub- 
bio, perché non abbiamo esatte notizie cronologiche su quel 
B. Casanova di cui il Torraca {Discnssiom e ricerche, p. 189 e sg.) 
pubblicò una lirica di quel metro (AB Ab), e d'altro canto è • 
pur ignota la data di quel componimento delcarrettiano edito 
dallo Spinelli, che solo meriterebbe il nome di saffica rimata. 
Le cosiddette saffiche del Tempio cV Amore sarebbero, secondo il 
M., una particolare foggia della frottola o barzelletta, perché vi 
si notano le rime interne, così: aB, aB, bC, e. Non è questo il 
luogo più acconcio ad una discussione ampia della non facile 
materia; tuttavia noterò che a codesto modo di considerar le cose 
possono farsi due non lievi obbiezioni. Il componimento di Bi- 
sanzio de Lupis che il M. cita siccome perfettamente identico 
nell'assetto ritmico alle discusse saffiche delcarrettiane, reca in 
fronte nell'antica edizione (e quindi anche nella recente curata 
da M. Menghini) l'intitolazione Frottola vj Ad Hynno, il che fa 
proprio pensare che il rimatore avesse presente la forma della 
saffica, non rara nell'innologia cristiana. In secondo luogo, le di- 
versità fra la saffica con rime al mezzo e la vecchia frottola giul- 
laresca, la cui affinità colla frottola-barzelletta sostenne il Flamini 
citanto in proposito la frottola del De Lupis {Giorn. stor. XXIV, 
247), mi paiono gravi e profonde. Lasciando pur da parte l'al- 
ternanza delle rime nei primi quattro emistichi della saffica a rime 
inteme, resta che in questa l'endecasillabo risulta dall'unione di 
un quinario con un senario, laddove nella frottola giullaresca 
dall' unione di un settenario con un quadernario. Perciò nella 
strofa di Galeotto e del De Lupis la divisione dell'endecasillabo 
segnata dalla rima interna corrisponde perfettamente alla divi- 
sione del saffico minore per mezzo delle cesure, come giustamente 
osservò E. Proto in un articolo che cosi per la presente questione, 
come per l'altra dell'endecasillabo sciolto meritava di esser te- 
nuto in qualche conto {Rassegna critica, II, 68). 

Nel sesto ed ultimo capitolo il M. parla brevemente delle due 
cronache di Galeotto, l'una in ottava rima che giunge fino al 
1493, l'altra in prosa che si protrae fino al 1530. Importanti spe- 



6 RASSEGNA BIBLIOGRAICA 

cialraente per i tempi dello scrittore, esse erano già state stu- 
diate largamente da altri, e poco di nuovo aggiunge il M. alle 
osservazioni altrui. Una metodica ricerca delle fonti, quale finora 
non fu fatta, sarebbe stata desiderabile, ma forse ne lo dissuase 
il carattere prevalentemente letterario del suo lavoro. Il quale, 
considerato nel complesso, ha certi giovanili difetti di ridondanza 
e di sconnessione, ma è tuttavia un buono e solido contributo 
alla storia letteraria del più simpatico periodo del Rinasciuiento. 
Dopo le monografie su Gaspare Visconti e su Niccolò da Cor- 
reggio, è venuta dunque anche quella su Galeotto del Carretto: 
quando ne avremo una sul Tebaldeo, su Antonio Fregoso e su qual- 
che altro poeta loro coetaneo, che pur merita speciale conside- 
razione? Vittorio Kossi. 



G. Volpi. — Il Trecento. — Milano, Vallardi (1 voi. in 8.» gr. di pp. X-276). 

Quale sia stata la ragione per cui si credette utile dedicare, nella nuova 
Storia letteraria d' Italia che si va attualmente pubblicando dalla casa Val- 
lardi, uno speciale volume a Dante Alighieri, distaccando cosi il nostro mag- 
gior poeta da quel secolo nel quale trascorsero gli ^ultimi dolorosi anni della 
sua vita e nel quale massimamente si esplicò la prodigiosa attività del suo 
spirito, non è difficile indovinare. Dovè, certo, parer quasi un necessario 
omaggio a quell'uomo che le Muse lattar più ch'altro mai, a quell'uomo il 
cui nome solo basta a far tremare di commozione le anime nostre, poiché in 
lui s'incarnano e si concretizzano i caratteri della nostra stirpe e del no- 
stro genio. Né potrebbe dirsi che l'idea, considerata in sé stessa, fosse er- 
ronea od ingiusta: che, anzi, quando si pensi all'immensa superiorità del- 
l'Alighieri su tutti gli altri scrittori della nostra letteratura, e quando si con- 
sideri il fecondo lavoro compiutosi in questi ultimi anni intorno alla vita, 
alle opere e ai tempi di lui, si deve certo concludere che un volume con- 
sacrato a Dante, nel quale si espongano e si riassumano i resultati della 
critica moderna, lungi dall' esser superfluo, è utile ed opportuno. Sennonché 
ciò sarebbe stato ottimo solo nel caso che un unico autore si fosse accinto 
all'immane fatica di scrivere una grande storia della letteratura italiana, 
poiché alla sua mente tutti i fatti si sarebbero presentati logicamente con- 
nessi e tutte le parti dell'opera armonicamente disposte: e il voluine dan- 
tesco sarebbe venuto ad avere, nell' organismo generale dell' opera slessa, 
il valore medesimo di un capitolo collocato al suo proprio posto secondo le 
esigenze della trattazione. Ma la nuova collezione Vallardi è, come l'antica, 
il prodotto di molte intelligenze, e le sue parti, nelle quaU si è strettamente 
seguito il criterio cronologico, sono in realtà altrettante monografie, che si 
ricollegano bensì l'una all'altra con deboli fili, ma che, a ben considerarle, 
stanno ciascuna per sé stessa, E dato ciò, ognun vede come dovesse ne- 
cessariamente riuscir manchevole ed imperfetto il volume nel quale si 
studia la letteratura nostra del Trecento senza che vi si parli di Daate. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 7 

Al V. toccò appunto il difficile compito di scrivere questo volume. Non 
è, dunque, da meravigliare se il lavoro suo produce, direi quasi, il senso 
del vuoto e apparisce simile ad un corpo cui mani violente abbiano tron- 
cato il capo dal busto. Egli però non ne ha colpa: tanto poca ne ha che, 
a p. 13, discorrendo dello stil nuovo, mostra di aver piena coscienza di ciò 
che avrebbe dovuto, ma non ha potuto fare, là dove scrive: "Non gaiezza 
" di cielo, d'aria e di campagna ha l'ammiratore e poi oscuratore di Guido, 
* Dante, della cui lirica amorosa devo toccare brevemente quanto è neces- 
' sa rio per la continuità dell'argomento „. Egli vede bene la necessità ine- 
vitabile di parlare dell'Alighieri e di non lasciar lacune nella sua trattazione; 
ma, d' altra parte, un' altra inevitabile necessità, quella di non fare una ri- 
petizione oziosa dicendo le cose medesime che avrebbero trovato luogo an- 
che nel volume speciale o di non cadere in una involontaria contradizione 
esprimendo concetti che da quelli del volume speciale discordassero, lo co- 
stringe ad esser breve. Intanto, da questo conflitto di due obblighi contrai-j 
ed ugualmente imperiosi nasce una deplorevole conseguenza : la conseguenza, 
cioè, che tre intere pagine siano dedicate alla Urica del Cavalcanti, quattro 
a quella di Gino, una a quella di Dino Frescobaldi e poco più che mezza 
a quella dell'Alighieri; di guisa che, se il nome glorioso di lui non ci fosse 
noto fin dall'infanzia e se non sapessimo nulla di quel tal volume speciale 
che gli è destinato, potremmo, anzi dovremmo, concludere aver egli occu- 
palo fra i poeti del nuovo stile un posto affatto secondario, press' a poco 
simile a quello che tennero, per es., Gianni Alfani e Guido Orlandi! Ciò 
riesce davvero intollerabile; ma non sarebbe giustizia far ricadere la respon- 
sabilità di questa anormale condizione di cose sull'autore del presente vo- 
lume. Rassegnamoci dunque al fatto compiuto e vediamo quello che il V. 
ha saputo darci là dove non erano imposte limitazioni alla sua volontà. 

Il capitolo primo tratta appunto de La scuola toscana del " dolce stil 
nuovo ,. Di essa il V. determina innanzi tutto i caratteri generali che pos- 
sono essenzialmente ridursi a questi quattro : sincerità dell' affetto, dolcezza 
di lingua e di stile, idealizzazione della donna, personificazione dei senti- 
menti raffigurati simbolicamente come spiriti operanti e parlanti. Egli ha 
certo ragione di credere che l'idealità di questi rimatori toscani sia stata 
" pili che altro effetto dell'elemento filosofico, che è parte cosi importante 
"della lirica dello stil nuovo, (p. 9); ma qualche impulso le sarà pur ve- 
nuto dalla tradizione poetica della scuola siculo-provenzale, poiché, se non 
m'inganno, non occorreva far molto cammino per giungere dalla donna 
sovrana, fiore d'ogni bellezza e d'ogni virtù, e dalla timidezza dei poeti si- 
ciliani nel chiederle il premio del loro lungo servire alla donna-angelo dei 
poeti dello stil nuovo e al quasi morboso sbigottimento da essi provato alla 
presenza di lei. Fissati i caratteri generali della scuola, passa il V. a dar 
notizie biografiche dei singoli rimatori e ad esaminarne, più o meno a lungo, 
le Uriche: dal quale esame si rileva che qualche differenza esiste pure fra 
gli uni e gU altri poeti, nonostante i comuni criterj artistici secondo cui si 
regolavano. ' Cosi il Cavalcanti ha, come il suo predecessore Guido Guini- 
zeUi, una speciale predilezione per le immagini tratte dalla natura a descri- 
vere la bellezza della donna amata; Dante è, nella sua seconda maniera, 



8 tlASSfiGNA filBLlOGRAli'ICA 

austero e solenne, quasi potremmo dir religioso; Dino Frescobaldi rniisiima- 
niente si compiace della giovinezza della sua donna; in Guido Orlandi si 
osserva, come dice il Del Lungo, " oiiginalilà gagliarda d'imagini e di locu- 
" zioni, talvolta anche un po' dura „ ; Gino da Pistoia prova ed esprime nelle 
sue rime, più ch'altri non avesse fatto, la voluttà del dolore. Tutto ciò, non 
nuovo nella sostanza, è garbatamente esposto e vale a dare un'idea suffi- 
cientemente esatta di quel che fosse lo atil nuovo e di come, pur essendo 
serrato fra le morse di un rigido convenzionalismo, persistesse e trovasse 
modo di manifestarsi anche l' elemento personale. Tuttavia ci sarebbe pia- 
ciuto che il V. si fosse trattenuto più a lungo su questa interessant-e scuola poe- 
tica delle origini, che ne avesse fatto una più minuta analisi, che avesse 
cercato di procurarne al lettore una più ampia, se non più sicura, conoscenza. 
La brevità è, senza dubbio, un pregio; ma non deve essere eccessiva, anche 
a danno della chiarezza o, per lo meno, della compiutezza, se non vuol de- 
generare in difetto. Aggiungo, di passaggio, che la nuova ipotesi messa innanzi 
dal V., secondo la quale la ballata del Cavalcanti Perch' i' non spero sarebbe 
stata scritta a Tolosa invece che a Sarzana, non mi pare in nessun modo 
resa probabile dagli argomenti ch'egli porta in appendice a p. 257-8. Non mi 
fermo a discuterla, perché già altri l'ha combattuta, e con buone ragioni.' 
Di gran lunga migliore è il capitolo seguente nel quale viene studiato 
Il Petrarca. Anche qui, perché no?, un critico minuzioso troverebbe pure da 
ridir qualche cosa. Potrebbe, ad es., desiderare che della questione sulla iden- 
tificazione della Laura petrarchesca con Laura De Sade avesse il V., non 
foss' altro nell'appendice, dato un cenno meno fuggevole di quel che le ha 
consacrato a pp. 69-70. Potrebbe maravigliarsi di leggere, a p. 34, che il Pe- 
trarca " è il primo nel medio evo ad avere chiaro e preciso il concetto di 
" sopravvivere nella memoria degli uomini per opere egregie „; quasiché non 
l'avesse avuto altrettanto chiaro e preciso anche Dante che sapeva d'infu- 
turarsi e tante speranze riponeva nel suo sacro poema.* Potrebbe trovar 
deficiente per molti rispetti l'esame delle poesie di argomento vario, le quali 
han pure cosi grandi bellezze e, massimamente alcune (i sonetti, ad es., con- 
tro la corte papale di Avignone) cosi alta importanza storica. Potrebbe do- 
lersi che si affermi recisamente, a p. 80, essere la canzone aspettata in 
del beata e bella " indirizzata a Giovanni Colonna , (dove quel Giovanni 
è, senza dubbio, errore di stampa per Giacomo), senza che nelle note biblio- 
grafiche e critiche si dica pur una parola della controversia agitatasi ap- 
punto intorno alla persona cui il poeta indirizzò quella canzone. E altre os- 
servazioni ancora potrebbersi fare, su cui stimo inutile, per amore di brevità, 
intrattenermi. Ma, ciò non ostante, a me sembra che questo capitolo sia stalo 
egregiamente pensato e scritto. Il Petrarca vi è considerato sotto tutti gli 
aspetti: nella sua vita, nel suo carattere, nelle sue abitudini, nelle sue ami- 



i F. Beneducci, Scuinpuli critici, (Jnegliii, Ghiliui, 1899, pp. 18-9 ii. 

2 E chi uou ricorda ciò che, uel cielo di Venere, dice, prendendone occasione dalla gloria 
conseguita da Folco, l'anima di Ciuiizza?: 

Vedi se far ai dèe l'uomo eccellente, 
si uh' altra vita la prima relinqua ! 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 9 

cizie. nelle sue idee politiche, ne' suoi studj. nelle opere sue. E la tratlazione 
procede serrata ed organica, cuu opportuni legamenti fra le varie patti ondo 
resulta, senza frondosità e senza neppure (tranne in alcuni luoghi, fra cui 
quello al quale ho sopra accennato) soverchia aridità. Insomma, esso ca- 
pitolo mi fa r effetto di un quadro in cui le figure, se pur manchino tal* 
volta del necessario rilievo, sono però ben disposte e ben disegnate, e la 
composizione, nelle sue linee generali, mostra l'abilità dell'artefice e induce 
godimento in chi la contempla. 

Anche assai buono, benché non cosi felicemente riuscito come quello 
sul Petrarca, è il capitolo intitolato II Boccaccio e i suoi imitatori. Chiara 
e ordinata l'esposizione della biografia boccaccesca; diligente l'analisi delle 
minori opere volgari; ben fatta quella del Decameron, di cui però sarebbe 
stato bene, data la grande importanza che quest'opera ha nella storia della 
prosa italiana, mettere in maggior luce i caratteri stilistici. Ma sulle scritture 
latine il V. sorvola con tanta rapidità, che il lettore non ha modo alcuno di 
formarsene un'idea adeguata. Specialmente le egloghe sono, si può dire, ap- 
pena menzionate : non una parola del loro valore psicologico, storico ed e- 
sletico; non un cenno sulla questione della loro cronologia. Eppure, egli che 
afferma a p. l!25 essere stata la pili antica di esse composta nel 1348, menr 
tre in appendice, nella nota relativa a questa pagina, avverte che, secondo 
l'Hauvetle, le egloghe devono reputarsi scritte fra il 1351 e il 1367, avrebbe 
potuto dirci per quali ragioni non ha creduto di accettare i resultati del- 
l'argomentazione dell' Hauvette, che a me. per es., sembra assai persuasiva. 

Molto opportunamente il V. dedica uno speciale capitolo a La letteratura 
borghese e con giusto criterio discorrre in esso, invece che nel capitolo pre- 
cedente, di Franco Sacchetti. Il Gaspary lo aveva classificato fra gli epigoni 
del Boccaccio, a ciò probabilmente indotto dalla confessione del Sacchetti 
medesimo, che esplicitamente dichiara essere egli stato spinto a scriver le sue 
novelle dall'esempio del gran certaldese; ma aveva, in pari tempo, osservato 
che, nonostante questa sua modesta dichiarazione, egli " non ha nessuna so^ 
miglianza col suo ammirato predecessore ,.' É certo, insomma, che l' efficacia 
esercitata dal Boccaccio sul Sacchetti fu puramente estrinseca, né valse a 
modificare le naturali attitudini del suo ingegno, né può, per conseguenza, 
valere oggi a farci riporre il secondo nel novero degli imitatori del primo. 
Il V., dunque, mi piace ripeterlo, ha fatto benissimo a distaccare il Sacchetti 
da Ser Giovanni Fiorentino e dal Sercambi e ad aggregarlo alla simpatica 
schiera degli scrittori cosiddetti borghesi: coi quali egli ha veramente a co- 
mune lo spirito motteggevole, il senso della realtà, la propensione alla satira, 
la disinvolta familiarità dello stile. E mi piace aggiungere che, nell' attuare 
questo suo ottimo disegno, l'A. ha avuto la mano felice e ci ha dato un'e- 
sposizione svelta e garbata, quale si conveniva appunto alla graziosa vivacità 
di quelli scrittori. Solamente mi sembra che si trovino fuor di luogo, non 
già per il carattere delle loro poesie, sibbene per l' epoca nella quale esse 
poesie furono probabilmente composte, Cecco Angiolieri e Folgore da S. Ge- 
mignano. L' uno e l' altro, benché la loro vita si prolunghi nel sec. XIV, ap- 



3 Slor. d. kilt, il, voi. II, I, 69. 



10 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

parlengono più propriamente al periodo delle origini, cosicché non avreb- 
bero dovuto trovar luogo in questo volume nel quale si studia la letteratura 
del Trecento. E meno male se il V. avesse mostrato, rispetto a Folgore, di 
accostarsi alle conclusioni del Navone piuttosto che a quelle del Bartoli o 
di avere, per lo meno, un'ombra di dubbio in proposito! Ma no. Egli scrive, 
con piena sicurezza, a p. lil: "Alla 'brigata nobile e cortese' a cui ac- 

• canna anche Dante, offri Folgore i servigj della sua musa ecc. , ; senza fare 
il pili piccolo accenno all' opinione contraria né qui nel testo né, in seguito, 
nelle note bibliografiche e critiche. Apparisce dunque strano che di un poeta, 
il quale scrisse la sua corona di sonetti dei mesi verso il 1280, si abbia a 
parlare nel volume dedicato al Trecento. Una volta, però, che si era creduto 
bene di far cosi, bisognava che il V. avesse un po' più di riguardo per quel 
povero Gene della Chitarra, che è intimamente connesso a Folgore da S. Ge- 
mignano, che ha pure una non mediocre importanza, e del quale, ciò nono- 
stante, si direbbe che i'A. abbia voluto far giustizia sommaria sbrigandosene 
col seguente brevissimo periodetto : * Di questi sonetti dei mesi fece la pa- 
" rodia un Aretino, Cene della Chitarra , (p. 141). 

Il capitolo quinto studia La Urica d'arie nazionale, cosi designata dal V. 
sia perché, dopo le opere dei tre grandi fiorentini, il dialetto toscano s'era 
ormai aperto la strada a divenir lingua nazionale e lo adopravano nelle 
loro composizioni liriche anche i rimatori di altre province, sia perché co- 
mincia oramai, appunto nella lirica, a farsi più generale il sentimento del- 
l' italianità. Apre la serie dei poeti che trovan posto nel presente capitolo, 
Fazio degli liberti, il quale " riunisce in sé diverse tendenze e segna come il 
'punto di passaggio dalla scuola toscana alla nuova,, (p. 160); la chiude 
Gino Rinuccini, che vanamente s' adoperò * a ridare fisonomia più toscana 
" alla lirica d' arte e a richiamarla verso le altezze cui era giunta al principio 
" del secolo , (p. 175); stanno fra l'uno e l'altro Pietro Alighieri, Giovanni 
Quirini, Niccolò De' Rossi, Antonio da Ferrara, Francesco di Vannozzo, Braccio 
Bracci, Matteo Gorreggiaio, Giovanni Dondi dall'Orologio, Bartolommeo da 
Castel della Pieve, Simone Serdini, Franco Sacchetti (che, per certe sue rime, 
si scosta dai poeti borghesi), Bruscaccio da Rovezzano e Guido del Palagio. 
Una bella schiera, come si vede; nel presentar la quale ai lettori, il V. si 
sofferma più o meno, a seconda della maggiore o minore importanza che a 
ciascuno di quei rimatori compete e anche a seconda del maggiore o mi- 
nore lavorio critico che intorno a ciascuno di essi è stato fatto sin qui. Per 
ciò i più ampiamente studiati sono Fazio degli Uberti e maestro Antonio da 
Ferrara, per i quali I'A. potè valersi di ottimi lavori altrui, e Simone Ser- 
dini da Siena a cui egli stesso aveva, anni addietro, consacrato una eccel- 
lente monografìa. Gli altri rimangono un po' più nell'ombra; ed era natu- 
rale che cosi fosse, data l'impossibilità nella quale si trova chi abbia da 
scrivere un libro sintetico di far prima per conto proprio uno studio spe- 
ciale e definitivo su tutti i singoli scrittori. A ogni modo, nuova ed impor- 
tante, se anche per certi rispetti discutibile, è la determinazione di questo 
particolar gruppo di poeti. Del quale cosi vengono delineati dal V., in brevi 
e chiare parole, i caratteri generali: " È una lirica questa, che a differenza 

• di quella dello stil nuovo trae immagini e motivi dalla mitologia e dalle 



DKI.LA LETTERATURA ITALIANA 11 

" leggende e dalle storie del mondo antico, che a differenza della poesia bor- 

• ghese tratta l'amore in una t'urma convenzionale e ia politica vajjheggia 
" ideali di monarchie, a cui per il momento non corrisponde la realtà delle 
" cose, che a differenza della poesia popolare adopra una lingua affettata, in- 

• farcita di latinismi; e sta quindi bene da sé , (p. 160). 

La letteratura didascalica e allegorica viene studiata assai bene nel ca- 
pitolo sesto. Prima ci sfilano dinanzi gli imitatori della Commedia dantesca, 
compreso quel bizzarro Cecco d'Ascoli che, nella sua stessa avversione per 
l'Alighieri, dimostra di averne subito, quasi suo malgrado, l'efficacia; poi 
sono menzionati i compendj, le dicliiarazioni e i commenti che dell'opera di 
Dante si fecero durante il sec. XIV. 11 V., a rapidi ma sicuri tratti, determina 
di ciascun commento il carattere e il pregio; e merita lode per non aver 
trascurato, come i suoi predecessori fecero, questo importaatissimo aspetto 
della nostra letteratura trecentistica. 

Meno felice è il capitolo dedicato a La letteratura morale ed ascetica, 
specie per ciò che riguarda i poeti gnomici, dei quali si fa poco pili che 
un'enumerazione. Ma convien riflettere alle difficoltà che presenta la storia 
letteraria dei primi secoli, sopra tutto pel fatto che il materiale è, per gran 
parte, ancora manoscritto e ancora si desiderano su molti scrittori speciali 
studj analitici. Non sarebbe dunque giusto far carico al V. di una incompiu- 
tezza che, nel maggior numero dei casi, non dipende da lui ma piuttosto de- 
riva dalla natura stessa delle cose. Pur tuttavia, qualche omissione esclusi- 
vamente imputabile all'autore possiamo notare e deplorare. Tale è^ ad es., 
quella di fra Simone da Cascia, che il V. non ricorda neppure e che, es- 
sendo nato negli ultimi anni del sec. Xlil e morto il 2 febbraio 1348, doveva 
esser messo (certo, con assai maggior diritto di fra Giordano da Rivallo) 
In compagnia del Passavano e del Cavalca, del beato Colombini e di Cate- 
rina da Siena. Singolare dimenticanza ! Tanto pili singolare in quanto che 
il nome di fra Simone si presenta intimamente collegato con quello appunto 
del Cavalca, per la controversia, dibattutasi, e ora rinnovata, fra gli eruditi, circa 
l'autenticità delle opere attribuite a quest'ultimo. Ma anche di questa con- 
troversia inutilmente si cercherebbe, sia nel lesto sia nelle note, la più fug- 
gevole menzione. 

Gli ultimi quattro capitoli sono rispettivamente intitolati: La letteratura 
popolare e popolareggiante ; Le cronache volgari; Le traduzioni e le com' 
pilazioni; Gli scrittori latini minori. Tutti sono, più o meno, pregevoli e, 
se non recano contributo di fatti nuovi, riescono però, ad ogni modo, assai 
utili e riassumono con chiarezza quanto di più certo si è potuto fin oggi 
stabilire. Migliori fra tutte, com' era, del resto, da aspettarsi, sono le pagine 
consacrate a Dino Compagni, a Giovanni Villani e ad Albertino Mussato. 

Concludendo, nuoce a questo volume del V. l'ostracismo, per dir cosi, 
inflitto a Dante; ma di ciò egli non è punto responsabile e sarebbe assurdo, 
come già dicemmo in principio, imputare a lui questo difetto, che è pure il 
difetto capitale del libro. Anche gli nuoce l'evidente proposito di esser breve 
quanto più fosse possibile, cosicché talvolta l'immagine degli scrittori non 
riesce ad imprimersi nella mente di chi legge, tal' altra appariscono appe- 
na delineate certe forme del pensiero, tal' altra, infine, o non si accenna 



té RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

punto o troppo fugacemente si sorvola su questioni di molta importanza; 
ed in ciò è d' uopo riconoscere che, per una parte almeno, il torto spetta 
all'autore. Egli probabilmente sapeva che, secondo gl'intendimenti dell'edi- 
tore, il libro doveva aver carattere, come suol dirsi, di volgarizzazione; e, per 
corrispondere a quegli intendimenti, ha, direi quasi, costretto il proprio in- 
gegno e la propria cultura (ben noti per altri suoi lavori ed attestati anche 
dal presente volume) ad accomodarsi in una specie di Ietto di Procuste. 
Ma, data pure la necessità di non venir meno al carattere generale dell'o- 
pera, non aveva egli un mezzo di supplire alle deficienze inevitabili che 
quella necessità avrebbe prodotte? non poteva maggiormente abbondar, nelle 
note, di richiami, di citazioni, di osservazioni, di raffronti, e riserbare ad 
esse tutto ciò che non poteva trovar luogo nel testo? E invece anche le 
note sono estremamente parche. 

Ma, con tutto ciò, il volume, considerato nel suo complesso, ci sembra 
molto più meritevole di lode che di biasimo. Se non vi si trova tutto quello 
che avrebbe potuto trovarvisi, vi si riscontrano però molteplici pregj: buona e 
in gran parte nuova la distiibuzione della materia che, a nostro credere, supera 
di gran lunga, per ordine e per chiarezza, quella adottata dal Gaspary nella 
sua Storia; precise e quasi sempre complete le notizie biografiche di cia- 
scuno scrittore; felice, il pili delle volte, l'esame estetico delle opere più 
importanti o più caratteristiche; alcune parti, poi, addirittura eccellenti. In 
una parola, il volume del V., malgrado le sue lacune ed i suoi difetti, ha un 
notevole valore intrinseco, può riuscire di non poco vantaggio agli studiosi 
e degnamente trovar luogo, rispetto al periodo di cui tratta, accanto alle 
due storie del Gaspary e del Bartoli. Ireneo Sanesi. 

Gharle Dejob. — Les femmes dans la comédie frangaise et ifalienne au 
XVIIl siede. — Paris, Fontemoing, 1899; di pp. 417. 

Lo studio della commedia, non già dall'aspetto dell'arte, si bene da quello 
delle condizioni morali in cui si manifesta, e che intende con più o meno 
arditezza rappresentare, dà ampia e geniale materia a questo rilevante volume 
dell'erudito critico francese, cosi addentro, lo sappiamo ormai per tante prove, 
nella conoscenza della letteratura italiana. Per raggiungere il fine eh' egli 
si è proposto, la ricerca cioè della critica morale nel teatro del secolo scorso, 
non avvertita, o per lo meno fugacemente e incompiutamente, da altri, specie 
per quel che tocca ad alcuni aspetti particolari, ha proceduto all'esame ed 
allo studio delle commedie, donde ha tratto argomento alla trattazione, con 
metodo razionale e senza preconcetti lelterarj. Posto che gli scrittori, e sono 
molli, del passato secolo, pur essendo mediocri a petto de' grandissimi, * ont 
"osé signaler les plaies honteuses de leur temps ,, non conviene all'uopo 
' examìner la contexture de leurs ouvrages, qui est souvent d' emprunt, ni 

* chercher dans les caractères une suite, surtout un relief, que dans les na- 

* tions les plus favorisées trois ou quatre hommes seuls parviennent à at- 
" teindre „, ma importa studiare le loro commedie " plus encore en moraliste 
" qu'en lettre et les analyser suivant l'ordre métodique et non suivant l'or- 
" dre alphabetique, e' est-à-dire qu' il convient de chercher, en passanl libre- 
" ment de V un à l' autre, dans quelle mesure ils ont apergu et traité certains 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 13 

" thémes particulièreraenl délicals que les raoeurs nouvelles leur ofTraient ,. 
Con questo intento il D. ha preso a trattare delle donne nel teatro francese 
ed italiano del settecento, rilevando con acutezza gli atteggiamenti in cui 
vengono rappresentate, e le intenzioni critiche dalle quali si veggono guidati 
gli autori nello sferzare più o meno apeitamente il vizio nelle diverse for- 
me che assume, a seconda della classe sociale che ne apparisce inquinata. 
Ma la considerazione della donna non è, né può essere, esclusiva, poiché 
nelle varie condizioni sociali in cui si trova, costituisce sempre uno de' fat- 
tori pili importanti dell'ambiente morale; onde di necessità il trattare di 
lei porta con se un largo sviluppo della materia, che abbraccia la parte 
principale e più numerosa della società stessa, ne rileva i caratteri, ne deter- 
mina la ragione e la gravità della corruttela, facendo spiccare i sentimenti 
virtuosi. Infatti sotto qualunque aspetto si riguardi la donna, sia direttamente 
come indirettamente, vien considerata nella famiglia, ed in relazione a quei 
legami che assume coli' uomo, e perciò l'argomento, che potrebbe a bella 
prima sembrar di lieve momento, acquista importanza notevole, ed una esten- 
sione che nell'ordine morale a tutta quanta la società si riferisce. Di qui 
l'ampio svolgimento che il D. ha dato al suo soggetto e la divisione stessa 
dell'opera. Poiché se da prima ci mette dinanzi il modo col quale i comme- 
diografi del settecento hanno posto sulla scena le condizioni e le classi di- 
verse onde si soleva distinguere la donna nella vita sociale ; viene poi at- 
teggiando tutte le figure varie e molteplici, secondo ci sono dipinte dagli 
scrittori, pur in brevi tocchi e senza forti rilievi di caratteri. Cosi ci passano 
sotto gli occhi le ingenue, le fidanzate, i fratelli e le sorelle ne' reciproci 
rapporti; le donne imprudenti, vanitose e civette; lusingate dalle adulazioni 
degli adoratori ; che esercitano un impero sconfinato, s' impongono e super- 
biscono delle vittorie; madri rivali delle figliuole, scuola perciò di mal co- 
stume, senza la coscienza di errare, cattive educatrici pur affettando sa- 
viezza, pessime massaie credendosi ottime. 

Né il quadro qui si arresta; che se la commedia procede fino ad un 
certo tempo alquanto riservata cosi nella determinazione dei tipi come nel 
linguagggio; della qual riserva è da ricercarsi la ragione nel teatro spagnuolo; 
in seguito e man mano che il secolo volge al suo fine la satira si mostra 
più scoperta, la parola diventa più acre, la sferza fischia più sinistra. E 
mentre vien posto alla gogna il seduttore, i cui accorgimenti e le cui im- 
prese ricevono illustrazioni molteplici ; non si risparmiano le donne cadute, 
gli intrighi amorosi anche bassi e spregevoli, le famiglie illegali, i figli ba- 
stardi. Di qui il passo è breve per rappresentare le cortigiane, e le donne di 
teatro; i dissesti delle famiglie; i mariti infedeli; le mogli ingannate, e tutta 
la sequela di quegU individui immorali, che a lutti costoro fanno necessa- 
riamente corona, e sono come ombre che meglio rilevano le figure principali 
del quadro. Infine l'autore, dopo aver toccato della morale negli scrittori di 
commedie inglesi e tedeschi, chiude con la rassegna delle virtù femminili, 
le quali tanto più risplendono, quanto maggiormente si trovano in mezzo ad 
un ambiente leggiero, a coscienze elastiche, a sensualità morbose, alla cor- 
ixizione elegante ed accomodante, caratteristica del tempo e della educazione. 
B4^ se da lutto ciò si volesse conchiudere che i commediografi cosi francesi 



14 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

come italiani pecchino essi stessi d' immoralità per aver rappresentato con 
vivaci colori i vizj grandi e piccoli, e quindi lusingate le passioni e in- 
filtrato il veleno col lenocinlo del linguaggio salace nelle vene degli spet- 
tatori, s'andrebbe assai lungi dal vero; poiché invece essi hanno trattato 
sotto ogni riguardo delicatamente il lubrico argomento, restando, ne' fini e 
nei mezzi, entro que' limiti ragionevoli richiesti dalla morale. Secondando la 
natura e attingendo da questa sono riusciti piacevolmente veri, senza cadere 
in quel verismo malsano che nulla rispetta, e fa salire le fiamme al viso 
al pubblico men riservato e più indulgente. 

Il D. con la piena conoscenza del teatro francese ed italiano reca innanzi 
per via di esempj calzanti e di felici riscontri numerose prove a persuadere 
chi legge della verità de' suoi rilievi, e dei principj da lui svolti. Dai quali 
riscontri espressi od impliciti fra gli scrittori de' due paesi, si trae un altro 
e non lieve vantaggio, quello cioè di riconoscere certi punti di contatto mal 
noti o non avvertiti, anche là dove potrebbe parere vi fosse diversità di 
vedute e di intenti. E non è di piccola soddisfazione per noi il vedere come 
il Goldoni assuma in queste pagine nuova e più spiccata importanza, non 
solo come quegli che colorisce con vivacità e dialogizza da maestro, ma 
che sa far suo prò d' ogni manifestazione, colta in ogni ordine e in ogni 
classe di persone, per pungere col suo umorismo bonario, pur in pochi ac- 
cenni in tocchi fugaci, certe piccole e grandi storture de'suoi contemporanei. 
Donde a poco a poco si vien meglio dimostrando che al nostro commedio- 
grafo non va sottratta la lode di osservatore pili serio e più profondo di 
quel che non si creda ; e che la superficialità talvolta rimproveratagli, sta 
sovente assai più nelle apparenze che nella sostanza. 

Se non bastassero in prova, e davvero son più del bisogno, i molti luoghi 
recati nel processo della sua trattazione dal D., si aggiungono alcune delle 
appendici, singolarmente quella in cui rileva " l' art de meltre la vie et le 
mouvement sur les planches „, e l'influenza esercitata dal Goldoni sul Beau- 
marchais, Picard ed altri scrittori francesi; argomento curioso e di non lieve 
interesse, di cui abbiamo qui alcune linee abilmente tracciate, ma che per 
la sua notevole importanza meriterebbe d'essere approfondito e svolto con 
una speciale monografia. D'altri drammaturghi italiani si tocca altresì; e la- 
sciando da parte il Metastasio, lo Zeno, l'Alfieri; ricorrono i nomi e gli esempj 
del Gigli, del Fagiuoli (di cui si esaminano brevemente in appendice due 
commedie), dell'Albergati, del Federici, del Giraud, del Nota, al quale pur si 
consacra un'appendice assai rilevante, come avviamento a più largo studio 
sul testo del commediografo piemontese considerato in ispecie nelle sue re- 
lazioni col teatro francese. Né si deve finalmente tacere che fra i riscontri 
tratti da autori italiani, ci sembrano opportuni quelli del Gozzi, e del Bondi 
nel noto poemetto della Conversazione, che offre tanti punti di contatto con 
l'altro di pari titolo scritto posteriormente dal Delille, e segnalati dal D. con 
acume. 

Questo nuovo libro mentre reca un utile contributo alla storia del teatro 
in generale, costituisce uno studio comparativo non solo nel campo dell'arte, 
ma eziandio in quello dell'ambiente sociale. 

Nella sua struttura e nel suo organismo riesce in complesso di piace- 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 15 

vole lettura, sebbene qua e là si abbiano forse a notare alcune cose che 
si potevano tralasciare senza danno, né sempre certi rilievi, certe osserva- 
zioni appariscano ugualmente calzanti o opportune. La materia davvero 
copiosa ha preso la mano qualche volta allo scrittore, che nell'intento d'es- 
sere persuasivo è divenuto abbondante; ed il soggetto, ond'egli si mostra 
tutto compreso e quasi posseduto, l'ha alcun poco allontanato in qualche 
luogo dal giudizioso acume, che è dote singolare di tutta l'opera. Alla quale 
nulla tolgono si fatti nei, sicché giustamente va noverata fra quelle onde si 
onora la critica letteraria. Achille Neri. 

Opere inedite o rare di Alessandro Manzoni pubblicate per cura di Pietro 
Brambilla, Ruggero Bonghi e Giovanni Sforza. — Voi. V, Milano, Enrico 
Rechiedei, 1898 (pp. I-XVI, 1-384). 

Con questo volume si chiude la serie delle Opere inedite; un'altra degli 
Scritti postumi sarà aperta, sempre a cura del benemerito Brambilla, da 
Giovanni Sforza ; e tutt' e due gioveranno, sopra tutto, a metterci come sott'oc- 
chio il modo in che nacquero nella mente del Manzoni certe idee e certe 
opere, la cura tormentosa con che, a più riprese, le rimuginava e rilavorava; 
a raccogliere, sia pure in un accozzo casuale, que' frammehti dispersi del pen- 
siero manzoniano, i quali furono da lui o gettati via o cementati in più du- 
revoli e salde costruzioni. Il volume risente, nella prima parte, della trascu- 
ratezza naturale al Bonghi, travagliato già dal male che lo spense; nell'as- 
sieme, di quel disordine che deriva dall'opera sovrapposta di due persone. 
Ma giustizia vuole si riconosca avere lo Sforza rimediato, con note e giunte, 
per quanto gli era possibile, al primo difetto; né merito e lode minore gli 
vanno attribuiti per la felice distinzione da lui fatta dell' Esame del sistema 
del Padre Cesari, che il Bonghi giudicava doversi porre tra le Appendici ed egli 
intuisce parte integrante dell'opera su la Lingua italiana; come anche per la 
paziente ricerca con che egli ha raccolto tra' manoscritti, e spartito, non sem- 
pre però felicemente,* passi interi o frammeutarj, periodi o pensieri compiuti 
o interrotti, ma tutti aggirantisi intorno al medesimo soggetto. Cosi che, di 
quell'opera tanto aspettata, potremmo ora come ricostruire e i momenti di- 
versive infiniti del suo nascere e, forse, il disegno generale, se non l'imagine 
intera troppo vacillante nell'intelletto stesso del Manzoni. In due cose, per 
altro, non saprei andar d'accordo né con l'uno né con l'altro editore: e son 
tali errori, che rendono difficile, saltuaria, tal volta poco utile, la lettura e 
lo studio. In una " Avvertenza , (p. 211) dice lo Sforza, " Il Manzoni scri- 

* veva più volte la stessa cosa, ma non si ricopiava mai : e, come notò il 
" Bonghi, la prima stesura gli serviva di gradino e di ()reparazinne a una 
" più perfetta, sino a quella tuLt' altro che perfetta al parer suo, che finiva, 

* come si sia, coli' esser l'ultima',. La quale opinione ha portato per conse- 



1 Ad esemplo, a p. 305, si riproduce staccato un paragrafo, che nella prima parte si riat- 
tacca all'argomento àe* derivativi, di cui nelle pagine precedenti, e che nella seconda, a p.307, 
tratta delle lingue primitive, argomento del tutto diverso. Ma può ben essere che il ms. 
mi dia torto, 

^ Cfr. p. 123 del voi. Ili della medesima raccolta. 



16 RASSEGNA BIBI.IOORAFICA 

guenza che si riproducano le molteplici stesure di ogni articolo e talvolta di 
ogni pensiero manzoniano; onde la ripetizione senza fine detle medesime 
cose. Ora, un attento esame delle cose ripetute, m' induce a conchiudere al- 
quanto diversamente: che il Manzoni cioè scriveva e ricopiava, e scrivendo 
e ricopiando rifaceva e aggiungeva o toglieva; cosi che le stesure diverse 
riuscivano, non eguali, ma simili. Dato questo, non sarebbe stato più oppor- 
tuno e fecondo di resultati il riprodurre quella che pare ed è l'ultima ste- 
sura, interlineando o ponendo a pie di pagina o in colonne le varianti delle 
prime stesure? In tal guisa, noi avremmo sott' occhio, tutt' assieme, il nascere, 
lo svilupparsi, il fissarsi del pensiero manzoniano, ed eviteremmo quel con- 
tinuo tornar a leggere le stesse cose, che a volte, per lunghe pagine, sono 
espresse con alti'ettanla precisione e uguaglianza di forma. Tali, ad esempio, 
la lunga nota che va da p. 11 a 2G, e gran parte dell' Esame della dottrina 
del Locke e del Condillac sull'Origine del Lingnagciio, e la prima e seconda 
lettera a Niccolò Tommaseo sul Dizionario de' Sinonimi. 

Dalla stessa incertezza di criterj, a mio modo di vedere, nasce l'agglo- 
nfierkmento alla rinfusa che si è fatto di tali scritti: i quali tutti riguardano, 
più o meno da lontano, la questione della Lingua; ma ve n'ha di valore 
puramente filosofico, ed altri del tutto filologici, o soltanto storici. Non mi 
sembra, insomma, che, ad esempio, le tre critiche sul Locke e sul Condillac 
è i frammenti inediti per l'Introduzione all'opera Della lingua italiana libri 
due, dove, in sostanza, si discorre della lingua primitiva e dell'origine delle 
idee secondo il Rosmini, vadano rimescolate o con i vicini Pensieri o con le 
Note di tanto diversa natura o con la Discussione su' dialetti del sec. XVIII 
o con i frammenti su' Traslati. I primi quattro scritti ravvicinati, e di essi 
alcune parti collazionate tra loro, potevano offrirci un assieme sistematico di 
concetti speculativi, mossi direttamente dalla reazione al sensismo del sec. 
XVin, dall'azione benefica esercitata sul Manzoni dall'alta mente del Rosmini. 
Così pure non aiuta di certo a intendere e gustare la produzione del grande 
scrittore l' accozzamento di quello che è semplice appunto, talvolta a mala 
pena proposizione incompiuta, con quello che ne appare o pensiero finito 
in sé trattazione intera di un argomento. Non poche tra queste pagine, 
non pochi tra questi scritti, sempre vigorosi di dialettica, sembrano già con- 
dotti a pulimento, e dovrebbero entrare nel ricco patrimonio della prosa 
manzoniana ed essere proposti all'ammirazione degli studiosi. Un giusto di- 
scernimento artistico poteva sceverarli e collocarli nella debita luce. E, senza 
andare tanto per le lunghe, basta che io accenni alle Pagine sparse (342-44), 
ad alcuni tra i Frammenti di critica al Sistema del Padre Cesari, ad alcuni 
de' così detti Brani inediti su la Lingua, ad una delle due Lettere, qualun- 
que si voglia, rimaste interrotte, al Tommaseo, sul Dizionario de' Sinonimi 
Di queste, la seconda stesura appare certamente migliore; ma l'una e l'al- 
tra, composte intorno al 1830, nel periodo più florido dell' attività e dell' in- 
gegno manzoniano, riescono splendido esempio di stile e di lingua, di logico 
argomentare, di potenza artistica e umoristica, di vivace movimento: talché, 
sebbene interrotte, si giudicano a prima vista assai superiori ad altre cose 
edile qui, che appaiono finite; nelle quali predomina, in generale, certa ari- 
dità, anche dove l'intelletto loico si dimostra più forte e stringente che mai, 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 17 

II volume comprende scritti di un'epoca cosi larga nella vita del Man- 
zoni, che da una lettera al padre Cesari, del 1827, si arriva fino ad alcuni 
appunti su la Parte che possa competere agli scrittori nelle lingue, intorno 
a cui egli lavorava nel marzo del 1871, mosso dal rimprovero degli oppo- 
sitori, che egli con le teorie su la lingua non attribuisse nessuna efficacia agli 
scrittori. I titoli in parte sì sono già ricordati; accenno, a compimento, i 
frammenti su le Regole grammaticali, su i Modi di dire irregolari, una Let- 
tera a Giacinto Mompiani sul Vocabolario agrario toscano: che io direi, se 
non finita, sicuramente terminata, e che, distesa nel 1843 dopo la correzione 
e la ristampa famosa àe' Promessi Sposi, verrebbe ad essere come un'apo- 
logia della teorica "de' fatti compiuti „ applicata alla lingua. Lo Sforza ri- 
produce per la terza volta, ma di su l'autografo ora, una lettera in data 14 
ottobre 1843, con cui il Rosmini accompagna, restituendo, la parte che già 
conosciamo dell'opera Della lingua italiana. II Roveretano trova gran dif- 
ficoltà nel persuadere gl'Italiani ad unificare la lingua, e sprona l'amico suo 
a cercarne i mezzi: loda intanto il suo ragionamento e vi trova * bellezza 
potente , e lo chiama " filosofico ,. Né poteva meglio definire la natura del- 
l' opera manzoniana sulla lingua ; tutto quello che ne leggiamo, compiuto o 
no, ci rivela il metodo della filosofia speculativa, non quello della scienza, 
analitica e raccoglitrice di fatti. E chi ne voglia una prova materiale, scorra 
lo scritto su' Modi di dire irregolari, che al Bonghi sembra già una quarta 
stesura, e a me pare un primo getto di pensieri, nati a caso nella mente 
del Manzoni, e buttati giù col proposito di unirli: tanto essi sono slegati, 
interrotti nel concetto, e nella sintassi per fino. Or bene, a canto ad ogni 
affermazione importante, si legge: Esempi . . . : e questi non si citano: il che 
porterebbe a conchiudere che al Manzoni sovvenisse prima la teoria; a' fatti 
su cui fondarla avrebbe pensato dipoi. 

Larga niesse di osservazioni e di induzioni potrebbe accumulare, chi vo- 
lesse, da queste disiecfa membra poetae. Mi restringerò a spigolarne qualcuna, 
per adombrare, se mi riesce, l'importanza del volume. A p. 381 si legge: 
" Ci sono in un popolo, numeroso abbastanza per avere una lingua propria, 

* degli uomini d'ingegno pili sveglio, e per ciò più inclinati a osservare ef- 

* fetti diversi d'ogni genere e relazioni non avvertite comunemente tra le 
" diverse cose; e trovano quindi novi accozzi di vocaboli, e anche novi vo- 
" caboli per esprimere que'novi concetti, in un modo, non di rado arguto, 
" vivace, inaspettato, ma che contenta, per dir cosf, un desiderio indistinto 
' delle menti altrui : accozzi e vocaboli che, gustati da chi li sente, e passati 
"di bocca in bocca, accrescono il tesoro del parlar comune. È stile diven- 
" tato lingua ,. Anche il Manzoni dunque, come già Dante almeno nel se- 
condo libro del De vulgari eloquentia, cadde a confondere lingua e stile: e 
tutta l'opera sua fu dì certo pili efficace e più feconda di larghi efi"etti ne' ri- 
spetti dello stile. Altrove afferma: * La pratica erra meno delle teorie , 
(p. 285): e non poteva dire pili giusto: né egli si abbassò mai al " manzo- 

* nismo degli Stenterelli „ né Dante ricercò mai, se non rarissime volte, le 
preziosità faticose che il volgare aulico, illustre, curiale, dovea di necessità 
portare con sé. Tutti e due, grandi teorici della Hngua, (non so donde mosse 
quella brama, che nel più moderno divenne quasi mania persistente, di stu- 



18 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

diare da vicino e sillogizzare su la natura dello strumento che sapevano 
adoperare con arte tanto mirabile), tutti e due, nella pratica, furono costretti, 
in pili meno larga misura, a contradirsi: tanto le teorie sono difficili e, 
sopra tutto, poco comprensive. 

Nella minuta originale d'una prima lettera all'abate Cesari (v. nota a 
p. 192-8) si trovava un passo, che poi il Manzoni, come inopportuno forse, 
tolse via. Vi si legge; " Io mi ricordo d'un tempo in cui la dottrina più 
" generale intorno alla lingua non era quasi altro che una ragione di non 
" curarsene: alle cose volersi badare, si diceva, non alle parole: come se le 
" cose, in fatto di parlare e di scrivere, potessero esser altro che parole. Anzi 
"correva per le bocche dei più quella sentenza: esser lo studio della lingua 
* cosa da pedanti. Sentenza troppo strana, e lo dico tanto più liberamente, 
" che anch'io sono stato uno di quei più ecc. ecc. „. Alla confessione esplicita, 
venuta giù nella sincerità naturale del primo impeto della composizione, non 
si può negar fede: e non soltanto essa ci presta sicura testimonianza del 
fatto di un rivolgimento cosciente nel Manzoni, ma ne apre anche la via a 
discernere, forse, il primo germe di tutta quell'attività che fu volta, in pra- 
tica, alla correzione del romanzo, in teoria, alle questioni su la lingua, rin- 
novellate ora e, per merito del Manzoni, divenute da vero più feconde di bene. 

Durante il tempo in che egli attendeva soltanto " alle cose , (e fu grande 
fortuna!), dovè di certo assistere al sorgere delle opinioni su "le parole, 
e alle fiere battaglie accesevi intorno; le quali, movendo dalla nota Disser- 
tazione del padre Cesari (1810), dalle discordie sorte tra la Crusca e VAc- 
cademia di Milano a proposito di un nuovo Vocabolario, si andarono allar- 
gando sino alla famosa Proposta del Monti e del Perticari (1817-1826) e alle 
molte scritture polemiche di Pellegrino Rossi, del Biamonti, del Tommaseo, 
per tacere di altri. 

Della Proposta, il cui periodo più fiorente va dal '17 al '22, e delle opere 
perticariane compresevi, sicure influenze, non derivazioni si manifestano 
ne' passi che il Manzoni cita qua e là, come in altri scritti, cosi in questi 
frammenti inediti. Ma la sua attenzione dovè prima fissarsi su l'opera e sul 
pensiero del padre Cesari, che più semplice, più temperato e ragionato, riu- 
sciva più affine all' indole del suo spirito. Dell' esame critico di tutti i si- 
stemi escogitati su la lingua, che egli intendeva introdurre tia i due Hbri 
della grande opera interrotta, ci è rimasta soltanto una parte; assai proba- 
bilmente non ne scrisse altra: e questa riguarda appunto il pensiero del 
Cesari. La vasta e poderosa analisi è contenuta in una serie lunga di ap- 
punti e in dieci estesi frammenti, i quali tutti occupano più di settanta pa- 
gine. Secondo il Bonghi, fu stesa dopo il 1829, poiché il Manzoni cita sem- 
pre la Dissertazione nella stampa del Silvestri, postillata anche di sua mano. 
Ma questo non toghe che la conoscesse prima; per lo meno, doveva aver 
inteso pienamente il sistema del Cesari. Di fatti, in questo volume, son 
pubblicate per la prima volta due lettere destinate, ma non credo inviate, 
al padre Cesari; e sono l' una rifacimento dell'altra, e dovevano rispon- 
dere ad altra del veronese, scritta a' primi di dicembre del 1827. Da esse 
risulta che il Manzoni conosceva e stimava non solo il sistema purista, 
ma, per conto suo, era andato anche più in là. In teoria il Cesari voleva 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 19 

ridurre tutto al Trecento, e in pratica (già questa cria sempre meno di 
quella) si spingeva fino al Cinquecento. Ma il Manzoni osservava che gli 
scrittori trecentisti avevano adoperato il linguaggio vivo di Toscana, che 
le loro parole e frasi vivevano tuttavia in Toscana e in Italia: tant'è vero 
che alle femminette dell' Oratorio veronese il linguaggio del Cesari riusciva 
più intelligibile che di ogni altro oratore. Perché dunque non tornare, senz'al- 
tro, alla fonte sempre fresca e perenne dell'uso vivo di Toscana? Al Cesari egli 
riconosceva il merito grandissimo di aver fatto tornare in onore quel ricco 
patrimonio di eleganze antiche e di vocaboli puri e proprj, che per lui non 
era già cosa morta ne' libri. 

11 Manzoni, adunque, dalle questioni agitate al tempo della sua maturità, 
fu tratto anch' egli a dedicarsi anima e corpo allo studio teorico e pratico 
della lingua: il che non sembrerà affermazione nuova. Ma nuova, io credo, 
e se altre prove la conforteranno, vera, l' ipotesi che 1' opera e il pensiero 
manzoniano rispetto alla lingua non siano altro che naturale derivazione e 
svolgimento dell'opera e del pensiero purista di Antonio Cesari. S'intende 
bene che la potenza critica e il genio del buon senso non potevano al Man- 
zoni far accettare quanto di falso di pedantesco di nocivo all'unità della 
lingua italiana sosteneva il Cesari; come anche s'intende che la mia ipotesi 
non esclude quale causa di moto iniziale, anche il continuo paragone che 
tra la fissità della lingua francese e la variabilità dell'italiana egh veniva 
facendo. Di che altre prove infinite si possono raccogliere negli appunti e 
ne' pensieri che si trovano per questo volume. 

Quanto si è detto basterà a significare l'i mportanza degli scritti qui pub- 
blicati. Frutto migliore e più copioso potremmo trarre da tutta la raccolta, 
se una ricerca fortunata mettesse alla luce le congiunzioni di que' molti passi, 
il cui principio monco ne rileva chiaramente la composizione intera; se una 
critica superiore giungesse ad ordinare secondo il tempo, la materia, il pregio 
d'arte, la sparsa opera del Manzoni. G. Lisio. 

Alfonso Bertoldi. — Prose critiche di Storia e d' Arte. — Firenze, G. C. 
Sansoni, editore, 1900. 

Nel presente volume l'operoso prof. Bertoldi raccoglie alcuni suoi scritti, dei 
quali due inediti, otto già pubblicati, dall' 89 al '95, nella Nuova Antologia e 
nel Giornale storico, ma ora qua e là ritoccati e notevolmente accresciuti. 
Dei quattro saggi pariniani che iniziano il volume, il secondo e il terzo sono 
recensioni, il primo e il quarto ricerche originali, e chi sappia quante cure 
abbia speso l'Autore intorno al commento generale e parziale delle Odi del- 
l'immortale poeta brianzuolo, potrà facilmente immaginarne l'importanza. 
Nel primo s'illustra accuratamente, ne' rispetti metrici, filologici e storici, 
l'ode Per l'inclita Nice {Il messaggio del Reina) e, alle preziose osservazioni 
esposte dal D'Ancona fin da V 8i nel suo commento lemonnieriano delle 
Odi, se ne aggiungono altre più minute e speciali. 

Lo scritto secondo è una rassegna delle Poesie del Parini, illustrate dal 
De Castro, e sé gli appunti che il B. move a quell'edizione sono da un lato 
acuti e giustissimi, non erano forse da l'altro, di un interesse cosi generale da 
non aver potuto senza danno essere qua e là ristretti. Alle incisioni, che ac- 
compagnano tale stampa del De Castro, egli fa, a ragione, dei rilievi, e de- 



20 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

plora che gli artisti che la illustrarono non abbiano pensato di corredarla 
dei ritratti dei personaggi più stretti al Parlai dai vincoli della vita e del- 
l'arte; idea oggi, più largamente ancora, attuata dal valente Fumagalli, 
che, con VAlbo testé escito dall'Istituto d'arti grafiche, ha arricchito gli 
studi pariniani d'una preziosa iconografia. Viene terza la ristampa d'una ras- 
segna della magistrale Storia del Giorno del Carducci, nella .quale, secondo 
i più, e mi pare a ragione, non resta da deplorare che la scelta del testo 
Cantù. E il B. ne fa una accurata disamina, rincalzando di nuovi argomenti 
alcune opinioni del maestro. 

Nel saggio quarto, che è anche, come si disse, l'ultimo dei pariniani, il 
B. prende motivo dalla scoperta e pubblicazione d'una lettera del Parini al 
Duranti, autore dell' Uso, per illustrare vie meglio le relazioni corse tra il 
poeta del Giorno e l'imitatore più che modesto, ma non ultimo, di lui. 

Seguono a questi due studj foscoliani, nel primo dei quali il B. aggiunge 
nuove notizie alla biografia della famosa Antonietta Fagnani-Arese, che ha 
per unico titolo alla nostra memoria (titolo unico ma grande) l'avere ispirato 
al poeta zacintio la mirabile ode All'amica risanata, cui il Bertoldi ci dimo- 
stra che fornirono motivi ed immagini Virgilio, ma in special modo Pro- 
perzio. Nel secondo, auspice l'impareggiabile Bianchini, si pubblicano, illu- 
strandole in modo quasi definitivo, tre importanti lettere inedite del Foscolo 
a Silvio Pellico (12 settembre 1812), ad A. Marca governatore elvetico (1 ot- 
tobre 1815), e a Sigismondo Trechi (2 marzo 1816). A quella diretta a que- 
st'ultimo, preziosa per più motivi, si aggiungono parecchie lettere del Tre- 
chi al Foscolo, che recano gran luce su alcuni fatti ed episodj. 

Il settimo, ottavo e nono studio vertono sul Giordani, la sua scuola e i 
suoi amici, e il B. ne parla con simpatia e cura maggiore di quel che si 
sia fatto fino adesso. Il Giordani, come altri uomini illustri, ebbe " la fan- 
" tasia „ che, per quanto fosse possibile, non durasse " una linea di sua 

* mano „; e pregava e ripregava gli amici * di bruciare subito (senza ecce- 
" zione) ogni sua lettera ,. E in parte fu ascoltato, ma per fortuna in parte 
no, e parecchie delle molte lettere ch'ei scrisse vennero e seguitano a venire 
or qua, or là alla luce. Notevoli quelle che, nei tre studj {Pietro Giordani 
e altri personaggi del tempo; L'amicizia di Pietro Giordani con Antonio 
Cesari; Il Giordani, il Betti e vatj altri), pubblica il Bertoldi, traendole da 
grafoteche pubbliche e private; e più che notevoli, preziose, per la storia let- 
teraria e in parte anche politica della prima metà del secolo, le illustrazioni 
ch'esso vi aggiunge. 

Ultimo saggio del volume è una geniale ricerca sul Movente e significato 
della Bassvilliana, su cui il B., benemerito anche del Monti per più riguardi, 
su le traccie del Vicchi e del Casini, fa nuove ed acute osservazioni, mo- 
strando le debolezze del poeta e insieme la sincerità della sua splendida 
cantica, non dettata da " fredda paura ,, come per giacobina viltà ebbe a 
dichiarare nel '97 il poeta stesso, " bensì' dalla più schietta viva zampillante 

• ispirazione ,. Il libro, come si vede, reca un notevole contributo a diversi 
capitoli della nostra storia letteraria e, pur desiderando in qualcuna delle 
sue pagine maggiore sobrietà e scioltezza, si può meritamente riporre tra 
i saggi più diligenti e pensati della nostra produzione critica. 

Augusto Michieli. 



Della letteratura italiana 21 



A. Galletti: Fra' Giordano da Pisa, Predicatore del Secolo XIV, 1898-99 (in 
" Giorn. Stor. d. Letter. ital. ,, XXXI, fase. 91 e 9"2-93, XXXIII, fase. 98-99). 

Dobbiamo essere grati al sig. Galletti di questo suo studio che è il primo, 
senza dubbio, su fra' Giordano condotto con metodo e intenti veramente cri- 
tici. Qualche buona pagina, intorno al predicatore trecentista, aveva scritto, 
nel secolo scorso, il Manni; diligenti, se non compiute, ricerche bibliografiche 
aveva fatte, in questo, il Narducci; alcune osservazioni non prive d'acutezza 
avevano dettate l'Affò, il Bonaini, il Sainati e il Falco; ma la letteratura del 
Beato (non iscarsa, del resto) peccava, in genere, d' un grave e fondamen- 
tale difetto, d'un' ammirazione, cioè, esagerata e, quel che è peggio, troppe 
volte deliberata, per l'autore, che faceva, naturalmente, velo al giudizio e gli 
toglieva ogni forza di persuasione. Da questo difetto ha saputo guardarsi il 
G., che del predicatore parla fondandosi sui fatti, esaminandolo con critica 
serena coscenziosa e sagace da ogni aspetto, cosi da darci, finalmente, di 
lui e dell' opera sua notizia quanto basta esatta e compiuta. 

Non daremo del lavoro relazione particolareggiata, per non dilungarci 
troppo e, specialmente, perché esso ha veduto la luce in un periodico no- 
tissimo agli studiosi e di facile consultazione; faremo soltanto qualche os- 
servazione qua e là, fermandoci più di proposito su quei punti (e sono assai 
pochi) nei quali non ci troviamo in tutto d'accordo con l'autore. 

Non oseremmo, per esempio, com'egli fa, sostituire senz'altro al nome, 
da gran tempo oramai passato nell' uso, di Giordano da Rivallo quello di 
Giordano da Pisa; non l'oseremmo nello stato attuale della quistione e, 
soprattutto, colle notizie oggi note. A noi pare, francamente, che gli argo- 
menti in prò dell'uno e dell'altro luogo di nascita per lo meno si bilancino; 
che se la seconda indicazione è pili antica, la prima ha per sé il suffragio 
della grande maggioranza di coloro che, in questo secolo e nel precedente, 
parlarono del Beato. La maggiore antichità, poi, avrebbe certo un indiscu- 
tibile valore se le sole fonti a cui possiamo ricorrere per la vita del Nostro 
portassero notizie determinate, precise e sempre esatte; ma gli Ann. del Conv. 
di S. Caterina di Pisa dipendono dalla Cronaca del Convento stesso e la 
parafrasano e, dove non parafrasano, sbagliano;* e la Cronaca tace perfino 
l'anno della nascita del predicatore e, con esso, altri particolari di capitale 
importanza. Inoltre, pisanus il frale poteva esser detto, pur essendo nato a 
Rivallo, e per l'origine della famiglia e per avere a Pisa trascorsa gran 
parte della giovinezza e per la vicinanza grandissima del primo luogo al 
secondo; per tutto quel complesso di ragioni, insomma, per cui anche oggi 
sentiamo spesso chiamare, a mo' d'esempio, fiorentino o romano anche chi 
non sia proprio di Firenze o di Roma, ma solo delle vicinanze. La quistione 
del luogo di nascita non può essere risolta se non lo è, prima, quella che è 
ad essa strettamente congiunta, della famiglia; ma per l'una e per l'altra man- 



l Sbagliano, per esempio, quando fanno morire il predicatore il 14 aprile 1311, mentre 
la data pili probabile della sua morte, accertata concordemeute dai biografi, è quella del 
19 agosto. 



Sì2 RASSÉGNA HIBLIOGRAPICA 

cano i documenti. Per questa impossibilità e mancanza appunto, che anche 

r A. rileva, noi non crediamo ancora che sia il caso di bandire un nome 

che ha per sé, come dicevamo, una tradizione oramai lunga e non del tutto 

infondata. 

Con maggior ragione, a nostro avviso, il G. nega che, dopo gli sludj uni- 
versitarj a Bologna, Giordano siasi recato a perfezionarsi a Perugia, come il 
Manni, il Fabroni e altri vogliono, e si schiera con coloro che lo fanno an- 
dare, invece, a Parigi, L'errore dei primi, come anche TAfTò aveva avvertito, 
ha precisamente la sua origine nella falsa interpretazione della voce p'isino 
della Cronaca, sciolta in pensino e fatta poi perusino. Aggiungeremo che 
il primo esempio della falsa interpretazione e quindi la prima fonte del- 
l'errore, debbonsi, molto verisimilmente, trovare nei già citati Annali del 
sec. XVI. Essi infatti dicono: "Artes, quas liberales vocant, apprime (Jord.) 
edoctus fuit, Bononìae et Perusiae studio vacavit ,. Ma queste parole non 
sono che una ripetizione o parafrasi di quelle della Cronaca, che 1' anna- 
lista doveva indubbiamente aver dinanzi: * Literis, quas liberales vocant, 
funditus apprehensis ac doctis studiis bononiense et pisi no discursis etc. ,. 
Siccome molti dei biografi posteriori del frate attinsero lor notizie o con- 
temporaneamente dalla Cronaca e dagli Annali, o da quella, indiretta- 
mente, per la trafila di questi, è pili che probabile che alcuni di essi, tro- 
vatisi davanti a queir oscura voce plsino, abbiano accettata, senz' altro, la 
spiegazione degli Annali senza verificarne l'esattezza, o abbiano fatto an- 
dare il predicatore a Perugia, solo perché gli Annali medesimi cosi porta- 
vano, non curando o non avendo modo d' accertare sulla Cronaca la notizia. 

Ci sarebbe poi piaciuto che l'A. si fosse fermato un po' di più sulla parte 
strettamente formale delle prediche, sulla loro intima struttura, sui loro 
caratteri Unguistici. È verissimo che questi variano, e molto, non pure tra 
raccolta e raccolta, ma anche tra predica e predica di una stessa raccolta; 
ma si potevano, appunto, mettere brevemente in rilievo le differenze, e, vi- 
ceversa, cogliere e dimostrare le affinità, i)er risalire poi a giudizj più sintetici 
e complessivi. E tutto ciò, a nostro avviso, anche coli' impossibilità in cui ci 
troviamo di conoscere i collettori e di sceverare ciò che a questi appartiene 
da quello che è del frate : astraendo, cioè, dallo scrittore, solo per vedere che 
cosa rappresentino le prediche e che grado loro spetti nello svolgimento 
della nostra lingua. 

Dissentiamo infine dall' A. quand'egli dall'affetto del popolo perii frate, 
dalla considerazione in che era tenuto e dall'interesse, grande certamente, 
con cui si seguivano le sue prediche, trae la conclusione * che il sen- 
" timento religioso non s'era punto affievolito né corrotto e che di certe 
" ripugnanze e diffidenze suscitate negli animi, avevan colpa veramente gh 
" ecclesiastici,, (p. 248). D'accordo con l'egregio A. nella seconda parte del- 
l'affermazione, non sottoscriviamo alla prima, che ci sembra troppo assoluta 
e generale. Può essere, e lo ammettiamo volentieri, che il predicatore, per in- 
contentabilità e rigorismo d'asceta, abbia, talvolta, colorito un po' troppo il 
quadro della corruzione del tempo e rappresentata con un po' d'esagerazione 
la decadenza del sentimento religioso; ma i costumi e i fatti ch'egli cita 
e specifica ne' suoi sermoni, ripetendoli con molla insistenza (alcuni dei quali, 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 23 

molto significanti, il G. stesso raccoglie nel suo bel lavoro) bastano, per noi, 
ad attestare con sicurezza che il tempo della fede universale, della fede 
schietta e ardente, se non era tramontato, era prossimo oramai al suo tra- 
monto. Che se fra' Giordano operò delie conversioni ed ebbe largo seguito di 
ascoltatori e di ammiratori, questo non basta alla conclusione dell' A.: come, 
fatta pur ragione dei tempi, non basterebbero oggi a dimostrare un risveglio 
del sentimento religioso, la curiosità, l'interesse, l'entusiasmo anche che po- 
tesse destare un predicatore. 

All'opposto del G., noi consideriamo le prediche come un documento 
molto notevole dell'affìevolimenlo della fede già prodottosi nel popolo; affievo- 
limento contro il quale appunto furono diretti gli sforzi del buon frate e con 
qualche successo, troppo temporaneo e parziale però per avere un'efficacia 
complessa e veramente generale, personificando egli assai bene in sé lo 
sforzo opposto alle nuove aspirazioni e tendenze, vicine ad affermarsi e a 
trionfare. In ciò specialmente, secondo noi, sta l'importanza di fra' Giordano. 

Ma questa, che è, pili che altro, una diversa veduta, e le osservazioni 
precedenti debbono aversi soltanto come una prova dell'interesse che il 
lavoro, veramente solido e nutrito, del Galletti ci ha ispirato; lavoro che 
noi salutiamo come lieto indizio che anche la nostra predicazione, miniera 
in gran parte inesplorata, cominci a studiarsi criticamente, come è già stata 
studiata, e con tanto successo, quella d'altri paesi. 

Giuseppe Brizzolara. 

Giovanni Pascoli. — Minerva oscura. - Prolegomeni : la costruzione morale del 
poema di Dante. — Livorno, Giusti, 1898 (16.", pp. IX-216). 

Il Pascoli, dopo alcune considerazioni introduttive, specialmente sulle dif- 
ficoltà che presenta l'interpretazione di Dante e sulla necessità di non di- 
menticar mai ch'egli non é soltanto l'autore, ma anche l'attore, il quale 

* ammaestrato nella verità via via, non può dire la verità, quale è, d'un tratto ,, 
si dispone a studiare a fondo l'ordinamento penale iìqW Inferno dantesco, 
ed espone anzitutto l'argomento capitale della sua nuova ricostruzione. 

Virgilio, nell'undicesimo canto dell' /«/"e/vio, distingue nettamente " le tre 
disposizion che il ciel non vuole „, incontinenza, violenza (che è senza dubbio, 
come dice il P., tutta una cosa colla matta bestialitade) e malizia o frode. 
Dei peccati d'incontinenza, tre non lasciano luogo a dubbj e controversie; raa 
nella palude stigia è da ritenere che sia punita l'ira, e insieme con essa, 
con procedimento uguale a quello del quarto cerchio, anche il suo contrario, l'ac- 
cidia. Senonché l'esposizione di Virgilio, che sulle prime sembra chiara, non lo 
é di fatto: " stringendo in poche parole il molto che si é scritto, come mai 

* dei sette peccati capitali, due, l'Invidia e la Superbia, non sono puniti nel- 
" l'inferno D.intesco? sono puniti si, ma con altro nome e con altro siste- 
" ma. dentro Dite, dove con l'Invidia e la Superbia, avrebbero la loro pena 

* un'Ira, una Lussuria, una Cupidigia o che so io, più gravi di quelle dei cerchi 
" primi e dello Stige? Ma perché, se questi che sono peccati minori hanno 
' un luogo a loro ordinato fuori di Dite, e qua e là, dentro, la Superbia e l'In- 
" vidia l'avrebbero solo dentro Dite? Non si risponda: sono più gravi; perché 

* di qua da Dite quella gradazione, per cui Lussuria è meno grave di Gola e 



24 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

"Gola di Avarizia e Avarizia di Ira e Accidia, non si potrebbe trovare più os- 
" servata ... E cosi come di questi cinque peccali, si troverebbe degli altri due ,. 
Che se di questi due alcuno volesse dire che sien puniti nello Stige, si do- 
vrebbe sempre concludere " che l'insegnamento di Virgilio é oscuro, o per- 
" che la ragione, sebbene illuminala dalla filosofia Aristotelica, non vede assai, 
" perché il Maestro vuole esercitare il discepolo e avvezzarlo a cercar da 
" sé, o per tutte due le ragioni insieme , (pp. 19 sg.). 

Si vede che il PascoU presuppone, come una verità inconcussa, che nel- 
V Inferno Dante abbia fondato la sua ripartizione sui sette peccati capitali. Può 
quindi paragonare l'esposizione, fatta qui da Virgilio al discepolo, dell'ordi- 
namento penale dell' Inferno, con quella che gli fa poi nel Purgatorio del- 
l' ordinamento di questo. Nella prima, egli dice, Virgilio ragiona partitamente 
dei tre cerchi che restano da vedere; nella seconda tace degli ultimi tre. Il 
P. vede qui una corrispondenza almeno esteriore, * poiché nell'Inferno si 
" parla di ciò che è da vedere e si tace, sulle prime, di ciò che si è veduto, 
" e nel Purgatorio, al contrario, si parla di ciò che si è veduto e si tace, 
" almeno in parte, di ciò che è da vedere , (p. 21). Veramente gli incisi del 
P., sulle prime, almeno in parte, sanno di contradizione e mostrano da sé 
quanto codesta imaginata corrispondenza sia difficile a cogliere e determi- 
nare; ma egli trae ciononostante da essa conseguenze molto ardile. Virgilio, 
cioè, non avrebbe creduto necessario di riparlare ancora al discepolo dei 
peccati d'avarizia, gola e lussuria, perché egli doveva ricordarsene bene; e 
invece avrebbe consideralo come meno facili ad esser riconosciuti da lui 
quegli altri tre peccati, di cui gli parla: superbia, invidia ed ira. Ma perché 
meno facili, si domanda il P. : forse perché nell' Inferno non li aveva visti? 
Se questo non può affermarsi dell' ira, punita nel quinto cerchio, " può an- 
" che essere che se ne discorra ora più chiaramente, perché allora ne fu 
" parlato oscuramente. E, accettando per un momento quest'ultima suppo- 
" sizione „ (p. 22), vedremmo illuminarsi quella prima corrispondenza : le due 
esposizioni, che hanno ciascuna una parie chiara ed una oscura, son' fatte 
per completarsi e rischiararsi a vicenda. E Dante, confrontandole insieme, e 
riconosciuto facilmente che gli ultimi tre cerchi d' anime purganti rispon- 
dono ai dannati per incontinenza, doveva pur trovar nell'Inferno un paral- 
lelo ai superbi, agi' invidi, agi' irosi, che espiano nel Purgatorio "il triforme 
" amore del male , e " concludere che i peccatori dei tre cerchietti, rei di 
" malizia, di cui ingiuria è il fine e che si distinguono in tre specie,... erano 
" appuntò irosi, invidi e superbi „ (p. 2.3). Pare dunque che, secondo il P., 
anche i lettori dell' ÌM/"errto, per avere un qualche barlume sull'ordinamento 
penale di questo, devono aspettare fino al diciassettesimo canto del Purga- 
torio. 

Ma pur troppo è difficile ammettere che, anche arrivati fin \\, riescano a 
scoprir qualcosa che serva, o a persuadersi che le due esposizioni non sieno 
entrambe chiare e compiute, e, almeno nei particolari, indipendenti l' una 
dall' altra. 

Infatti, nel Purgatorio non è taciuto se non quello che, posti i principi 
fondamentali della sua ripartizione, evidentemente riducibile ai peccati capi- 
tali, era troppo facile capire, seuz' altri schiarimenti; e nell' //t/'erwo non manca 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 25 

nulla, non è taciuto né sottinteso nulla, sia riguardo ai cerchi inferiori, sia 
riguardo ai superiori, di ciò che possa concernere l'ordinamento teorico e gene- 
rale; e infatti il poeta non solo non fa nessuna allusione ad un'incompiutezza 
qualsiasi, ma rivolgendosi, nella sua qualità di discepolo, a Virgilio, si com- 
piace della sua perspicuità : 

Maestro, assai chiaro procede 
La tna ragione, e assai bcue distingue 
Questo baratro e il popol che il possiede. 

Ora noi, invece di starcene alle parole del poeta, il quale sapeva certo 
assai bene esprimere o significare i suoi intendimenti e non mostra in nes- 
suna parte del poema di aspirare alla gloria di un Licofrone, dovremmo, per 
foggiarci un Inferno a modo nostro, interpretare, non ciò che dice, ma ciò 
che non dice, e per mezzo del suo silenzio alterare e confutare le sue e- 
spresse parole. Per foggiarci cioè, a costo d'incredibili sforzi d'ermeneutica, 
rinnegando continuamente il senso letterale, addensando su ogni punto la più 
fastidiosa nebbia, tendendo tutt' intorno i più sottili lacciuoU della scolastica, 
un Inferno, il cui ordinamento sia parallelo a quello del Purgatorio,'^ e cioè 
la sapiente e ricca varietà che ammiravamo, si tramuti in una pedantesca 
uniformità. Devon dunque succedersi, secondo il P., anche neW Inferno, seb- 
bene in ordine inverso, tutti e sette i peccati capitali: dei quali tre, la lus- 
suria, la gola e l'avarizia, costretti a rinchiudersi del tutto, e non si capisce 
perché, nei confini dell'incontinenza, occupano esclusivamente i cerchi supe- 
riori, dal secondo al quarto; uno, l'accidia, pencolando fra l'incontinenza e 
la malizia, si ripartisce fra il quinto e il sesto cerchio; gli altri tre, ira, 
invidia e superbia, decisamente maliziosi, sono rilegali rispettivamente nei 
cerchi settimo, ottavo e nono, e corrispondono cioè — ecco il punto — 
l'ira alla violenza, l'invidia alla frode contro chi non si fida, la superbia al 
tradimento.' Ma, dice il P., 1' esposizione che Virgilio fa dell'ordinamento del- 
l' Zn/'erwo è oscura. E infatti è terribilmente oscura per chi, senza accorgersi 
di girare in un circolo vizioso, voglia ritrovare in essa la teoria dei peccati 



• E anche a quello del Paiadiso: ma io di questo non m'occupo affatto, e per non an- 
dar troppo per le lunghe, e perché sono profondamente persuaso che qui Dante fosse gui- 
dato, nella sua costruzione, da un criterio astrologico. Si veda l'eccellente articolo di 
Fbanc. Paolo Luiso, Costruzione morale e poetica del Paradiso dantesco, nella Rassegna timio- 
vale del 16 luglio 1898 (e sì completi colle belle osservazioni di V. Rossi, Bullelt. d. soc. 
<ftfH<.,N.S.,VI, 236 sgg.). 

2 Ecco, per maggior chiarezza, come il P. confronta l'ordinamento deìl' Inferno con 
quello del Purgatorio: 

Accidiosi di là e di qua d'Ache- 4 4 Accidiosi nell'Antipurgatorio, sco- 

ronte. \ \ muuicati e non scomunicati. 

nobile castello valletta amena 

I tre peccati carnali I tre peccati spirituali 

Accidia : 1. nella vita attiva (Stige); ( ( ^^^j^j^ . ^ „g, ^^^^^^ ^ ^ „^„. 

sla'ì'chn'' * "' ì ! cquistare il vero bene. 

I tre peccati spirituali I tre peccati carnali. 

Che il proprio Antinferuo suggerisse a Dante anche un Antipurgatorio, sembra probabile. 

Delle relazioni fra il ìiohile cnslelìo e la Valletta dei principi ho toccato anch'io nel BuUett. d. 

soc. danl., N. 8.. IV, 192. 



1 

26^ RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

capitali. V è forse nulla di più singolare o di più oscuro, che dover ribat- 
tezzare per accidiosi " l'anime di color cui vinse l'ira „, o riconoscere negli 
usurai e, peggio ancora, nei sodomiti dei peccatori d'iracondia? Ma certo 
non è invece disposto a trovar oscura, se non in singoli particolari, che im- 
portano meno, l'esposizione di Virgilio, chi, contentandosi di quello che le 
parole di Dante dicono veramente, se ne sta alle due grandi divisioni, da lui 
stabilite, di peccati senza malizia e peccati con malizia, vale a dire che hanno 
per fine l'ingiuria; e riconosce quindi che, potendo ogni singolo peccato 
riuscir più o meno grave, secondo il suo fine, neppur la lussuria o l'avarizia 
o l'ira o l'accidia, punite nei primi cerchi, non sono i peccati capitali dello 
stesso nome, ma soltanto le più naturali ramificazioni di queste male radici, 
che spingono poi dentro Dite altri e più velenosi rampolli. 

Non è mia intenzione di riassumere e discutere partitamente i capitoli 
che seguono, vale a dire la massima parte del volume; non solo perché fu 
già fatto, e molto bene, da altri prima che da me; * ma inoltre perché il P., 
dopo aver mostrato, secondo che s'è visto, di considerar come provvisoria 
la sua dimostrazione, fondata sulla corrispondenza delle due esposizioni vir- 
giliane, se ne valse nel resto del lavoro come se fosse definitiva, e non ag- 
giunse più nessuna prova diretta, se non di particolari. Cosicché, in fondo, 
tutta la sua lunga disquisizione, che pur è frutto di grande acume e di molta 
dottrina, si riduce a questo: a ricercare se ed in qual modo, secondo le sot- 
tigUezze della teologia e della scolastica, la frode contro chi si fida possa 
equivalere alla superbia, la frode contro chi non si fida all'invidia, la violenza 
all'ira. Ora, colla teologia e colla scolastica si può dimostrare, o aver l'ap- 
parenza d'aver dimostrato tutto ciò che si vuole; ma dalla dimostrazione 
non scaturisce la menoma prova che quello fosse il pensiero di Dante. Ne 
viene anzi in certo modo la prova contraria. L'esperienza c'insegna che, in 
qualsiasi ordine di ricerche, la probabilità che un ragionamento sia vero sta 
in ragione inversa della sua sottigliezza: che diremo dunque di ragionamenti 
come questi, che non si possono seguire se non con grande fatica, e non 
arrivano allo scopo, se non per i più tortuosi meandri? Se Dante nel co- 
struire il suo Inferno avesse ragionato anche una metà meno sottilmente 
di quel che gli attribuisce il P., dovremmo disperare di giunger mai al 
fondo del suo pensiero; ma si può anche asserire che la sottigliezza, di cui 
gli piacque far sfoggio nelle interpretazioni allegoriche, e a posteriori, del 
Convivio, non gli avrebbe mai suggerito la poderosa architettura deW Inferno. 
La sottigliezza è impotente alle grandi creazioni dell'arte. 

Del resto, la costruzione del P., anche considerata in sé stessa, mostra 
parecchie screpolature. Quando egli ha finito di dimostrare (il Fraccaroli ha 
detto queste cose prima di me) che le due specie di frode possono, secondo 
i concetti medievali, corrispondere alla superbia e all'invidia, non ha ottenuto 
gran cosa; perché gli resterebbe da dimostrare l'inverso, che cioè ogni pec- 
cato di superbia e d'invidia non è mai altroché frode. Altrimenti, avremmo 



> Vedi il Luiso,7>i' un libro recente sulla contrtizinne morale del Poema di Dante, nella Rivista 
6tl/%ra/. i<ffi., fascicoli del 10 e 26 giugno 1898; e il Fbaccaroli, nel Gioni. stor. d. htterat. 
Hai., XXXIII, pp. 365 sgg. E sia iiiBue riooraato aucUo il B ullett. d. soc. dant., N. S., V, 49 sgg. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 27 

il diritto di chiedergli dove si nascondano quegli altri superbi e quegli altri 
invidiosi, e dovrebbe ricominciare T affannosa caccia " per tutti i cerchi del- 
l' Inferno oscuri ,, dietro gl'irreperibili peccatori. D'altra parte, il P. che iden- 
tifica i violenti cogl' iracondi, è pur costretto a riconoscere in qualche modo 
che vi sono degli iracondi anche fra gl'incontinenti della palude Stigia; egli, 
che vuole accidiosi gli eresiarchi, vede incontinenti d'accidia e nella stessa 
palude, e nel Limbo, e nell'Antinferno; cosicché, distruggendo, sto per dire, 
da sé stesso l'imaginata divisione dell'Inferno nei sette peccati capitali, 
viene a riconoscere invece, almeno per due di essi, la grande divisione d' In- 
continenza e Malizia, e a render cosi vano lo sforzo fatto per raggiungere 
una perfetta simmetria coli' ordinamento del Purgatorio. 

Ho detto che il P. è costretto, di buono o di cattivo grado, ad ammettere 
che Filippo Argenti è un iracondo; e questo risulta dai passi che ho ripor- 
tato e da un altro a pp. 91 sgg. Ma come sia pure accidioso, egli spiega, 
secondo che suole, molto sottilmente. Anzitutto osserva che accidiosi sono 
senza dubbio quelli iìtti nel limo, e qui sarà difficile contradirgli e negare 
importanza alla sua citazione di Gregorio Nisseno: l'accidia è " tristitia vo- 
" ceni amputans „.* Senonché, invece di ripetere semplicemente quello che 
aveva prima affermato, che iracondi e accidiosi stanno accanto, per la stessa 
ragione che stanno accanto avari e prodighi, perchè cioè i due peccati son 
considerati come contrapposti,* egli, ripensando alle "anime tristi di coloro 
" Che visser senza infamia e senza lodo „, le quali sono e furono tristi come 
quelle del quinto cerchio, e s'accompagnano per la pena cogli accidiosi del 
Purgatorio, che corrono sempre, sospetta prima e afferma da ultimo che le 
due schiere della palude stigia sieno entrambe d'accidiosi, perché non fecero 
il bene (" Bontà non è che sua memoria fregi „), né fecero il male (se no 
sarebbero tra i violenti). Cosi appunto, egli dice, " i vili dell' Antinferno, ma 
" con la differenza che questi sciaurati mai non fur vivi, ossia non si giova- 
" rono della libertà del volere concesso da Dio per suo maggior dono, e gli 
" incontinenti d'ira ne profittarono si, per amare il male, ma non fecero poi 
* né male né bene , (p. 95). A noi basta, per tutta risposta e come sufficente 
difesa contro l'insidia dei sillogismi, ripetere l'esplicita affermazione di Vir- 
gilio: "Figlio, or vedi L'anime di color cui vinse l'ira,. Meglio, se il P. con- 
sideiando il passo di San Tommaso, a lui noto, e già ricordato dal Barbi; 
{Bullett. d. società dant., N. S., IV, 9 sg. e n.) avesse, nei compagni dell'Ar- 
genti riconosciuto senz'altro gli iracondi acuti (e i difficiles); salvo poi, se 
credeva, a far tutta una cosa, come credo sia lecito, degli iracondi amari 
e degli accidiosi. Ma il fatto è che il suo ragionamento ha avuto origine 
dalla necessità in cui egli era, in forza del sistema, di trovare un buon pa- 
rallelo agli accidiosi del Purgatorio, e di toglier via, ad ogni costo," quel cuneo 
degli iracondi, che distruggeva la simmetria. 



1 Anche Oiovanni Damasceno, cit. dallo Scherillo, Alcuni capitoli della biografia di D., 
402 n., dice: « Accidia est tristitia qiiae tacitnrnitatem defectumque vocis inducit ». 

2 O meglio perché provengono dalla medesima radice : « ira causatur ex tristitia». Del 
resto mi pare che il P. in questa parte abbia osservazioni buone e utili; e crederei volen- 
tieri con lui (p. 96) che incontinenza, pei dannati dello Stige, e non per essi soltanto, sia 
da interpretare disordine e squilibrio, si che possa rientrarci anche l'accidia. 



28 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Per la medesima ragione egli vuole accidiosi anche i peccatori del sesto 
cerchio, e qui la sua dichiarazione, presa da sé, mi par meglio riuscita. Essi 
stanno sepolti nelle arche " non per altro rio che per non avere adorato o 

* riconosciuto il Creatore e per aver fatto morta l'anima col corpo , (p. 108): 
volontaria fu in essi la mancanza di fede, e quindi sono rei di malizia; ma 
sebbene fosse malvagia la loro volontà, rispetto a Dio, " pure,- umanamente 

* parlando, posero gl'ingegni a ben fare, e perciò non furono messi più sotto , 
(p. 111). Inoltre, codesta loro malvagia volontà provenne dall'ignoranza, e, 
secondo San Tommaso, tutti i peccati che dall'ignoranza provengono, si pos- 
son ridurre all' accidia. 

Certo è che Dante non ha voluto spiegar chiaramente il proprio pensiero, 
e che é difficile e pericoloso volerlo penetrare per forza. D' una cosa pos- 
siamo però tenerci ben sicuri rispetto agli eresiarchi: che essi non sono vio- 
lenti, perché la violenza si manifesta in atti esteriori, mentre il loro peccato 
fu di puro pensiero. Dice Virgilio: 

Pnossi far forza nella Deitade, 

Col cor negando e bestemmiando quella .... 

£ però lo minor giron suggella 
Col sogno suo . . . 
. . . chi, spregiando Dio col cor, favella. 

L'uso comune è di porre in quest'ultimo verso la virgola dopo Dio, anzi- 
ché dopo cor, come ho creduto di dover fare; e l'uso comune è seguito dal 
P., che a quel piccoletto cor attribuisce un senso molto profondo. Ma chi 
consideri come questo verso sia parallelo all' altro " Col cor negando e be- 
" stemmiando quella,,, non potrà dubitare che il primo memhvo, spregiando 
Dio col cor, corrisponde al primo, col cor negando, e il secondo, favella, al 
secondo, bestemmiando quella. Dunque non sono violenti, fra i dispregiatori 
della deità, se non i bestemmiatori; e n&W Inferno, dove generalmente si 
puniscono colpe positive e manifeste, gli eresiarchi si distinguono dagli altri 
gravi cittadini di Dite, come meno colpevoli, perché al pensiero malvagio 
non accompagnarono gli atti. Si può anche dire: l'ingiuria, eh' é fine di ogni 
malizia, rimase in essi come in potenza, e perciò stanno di mezzo fra gl'in- 
continenti; che ingiuria non intesero fare, e i maliziosi veri, ne' quali invece 
l'ingiuria è aperta, e cresce di gravità, dalla violenza alla frode semplice e 
al tradimento. 

Il P., che vuol punita nelle arche l'accidia, la ritrova pure nel Vestibolo 
à&W Inferno e nel Limbo. Del Limbo, che del resto era fornito a Dante dalla 
tradizione cristiana, non saprei cosa dire; ma forse basta riconoscere col P. 
una certa relazione e simmetria fra questo quasi atrio del vero Inferno, dove 
stanno senza tormenti quelli che, senza loro colpa, non furono perfettamente 
in regola colla fede, e il cerchio degli eresiarchi, o quasi Antidite, dove pe- 
nano i veri miscredenti. Quanto al Vestibolo, è anche pili difficile giudicarne, 
ma può essere che Dante, se fosse stato costretto a giustificar la condanna 
degli " sciaurati che mai non fur vivi „, riducendone la colpa a qualche pec- 
cato capitale, non avrebbe trovato di meglio dell'accidia; e, fossero pure egoisti, 
come li vuole il Del Noce, nell'accidia l'egoismo ci si fa rientrar senza sforzo. 
Ma neppur essi furouo rei di colpe positive; cosicché restano fuori dell'In- 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 29 

ferno, come restano, in certo modo, fuori di Dite i compagni di Farinata. Se- 
nonché il Vestibolo è innanzi tutto una mirabile concezione poetica, che gua- 
steremmo sillogizzandovi su, per voler troppo determinare. Contentiamoci di 
ricercarne col D'Ovidio i primi elementi negli insepolti di Virgilio e negli 
angeli caldi e freddi dell' Apocalisse, ma sopratutto riconosciamone la vera 
e profonda ragion d'essere nell'anima di Dante, piena di magnanimi dispregj, 
che qui, più che in qualunque altra linea dell'architettura infernale, lasciò 
il proprio suggello. 

La faticosa ricerca, tentata dal P., dei sette peccati capitali per V Inferno 
dantesco, se non avesse altro fondamento o altro motivo che di dimostrare 
simmetrica la costruzione di questo e del Purgatorio, apparirebbe veramente 
troppo poco giustificata; ma forse egli fu mosso anzitutto dal pensiero, che 
Dante non potesse, proprio nell' Inferno, abbandonare la classificazione dei 
peccati, che la Chiesa gli forniva. E si deve concedere che uno studioso del 
poema ha il diritto, e forse il dovere, di proporsi la domanda, se Dante pen- 
sasse a metter d'accordo, nella sua costruzione, la triplice suddivisione aristo- 
telica e quella cristiana dei sette peccati; ma uno stretto accordo di esse non 
sì può dimostrar necessario con nessun ragionamento o teorico o storico, 
e infine tutto si ridurrà sempre, nonostante qualche diversità di particolari, 
all'osservazione non nuova, che neW Inferno si puniscono le colpe in atto, 
cioè le varie esplicazioni peccaminose, variamente enumerate anche dai teo- 
logi, delle quali i peccati capitali sono le radici. Fu pure osservato rettamente 
che la superbia e la sua figliuola primogenita, l'invidia, e con qualche re- 
strizione anche il loro primo effetto, ch'é l'ira, sono ignote, come colpe spe- 
cifiche, alla giustizia umana, e in parte sfuggono anche alla giustizia divina, 
finché rimangono innocue manifestazioni esteriori di semplici disposizioni del- 
l'animo: finché cioè, quasi componendosi con altri elementi, non si esplicano 
in qualche atto di violenza o di frode. E, volendo, si potrà concedere che 
Dite sia il proprio luogo di questi tre peccati fondamentali, e che essi nel 
pensiero di Dante formassero in certo modo una cosa sola colla malizia, 
determinata dal fine ingiurioso; cosicché, pur senza spingerci fino a credere 
col Fraccaroli che la teoria dell' «more sia applicabile anche aW Inferno in 
tutti i suoi particolari, dai tre peccati del malo abbietto si genererebbero, per 
via di tristi accoppiamenti cogli altri, tutti i misfatti di violenza e di frode. 

Solo in qualche specie di dannati, l'uno o l'altro o più d'uno di quei 
tre peccati maliziosi potrebbe, per la natura della colpa, apparire pili puro, 
a un dipresso come accade nei peccati d'incontinenza; cosicché Dante, non 
trovando come allogarli convenientemente fra le colpe miste di Dite, dovesse 
pensare a provvederli d'uno speciale ricovero. Alludo in primo luogo agli 
eresiarchi, superbi contemplativi, che, nati o no in grembo della Chiesa, 
non riconobbero debitamente Iddio e credettero di poter veder meglio colla 
loro umana ragione; senza però giungere mai fino alla bestemmia o a qual- 
siasi offesa violenta, indegna dei magnanimi spìriti, ai quali probabilmente 
il poeta aveva rivolto il pensiero. Essi adunque, che formano come un An- 
tidite, hanno questo di comune cogli abitatori del Vestibolo e del Limbo, 
neppur essi nominati nell' esposizione di Virgilio, che la loro colpa fu piut- 
tosto negativa che positiva; ma stanno all'avanguardia delle colpe che se- 



30 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

guono, perchè queste hanno tutte il loro fondamento nel dispregio di Dio 
e delle verità rivelate. 

E forse (se è lecito continuare in questo esercizio d'interpretazione del 
silenzio) tendono la mano ai Giganti. Questi sono in primo luogo traditori 
e custodi dei traditori; ma nel tempo stesso fanno da precursori a Lucifero, 
e tengono com'esso un posto distinto d'Inferno, perché la loro colpa non può 
accomunarsi con nessun' altra colpa umana. La superbia, che negli eresiarchi 
non si esplicò in atti esteriori, solo in esseri superiori all'uomo, cioè in Lu- 
cifero e nei Giganti, potè raggiungere, insieme coU'invidia e coU'ira, la sua 
pili pura e più compiuta manifestazione, di ribellione e di guerra aperta 
contro Dio, che non ha luogo conveniente fra le colpe proprie dell'uomo. 
Così Dite va dai superbi contemplativi a quelli che furono più empiamente 
attivi; dalla superbia pura, quale può concepirsi nell'uomo, al più alto ver- 
tice della pura malizia, non più umana, col suo triplice contenuto di superbia, 
invidia e ira. Potrebbe osservare qualcuno che in tal caso il posto dei Giganti 
sarebbe piuttosto intorno a Lucifero; ma la risposta sarebbe troppo facile, e 
troppo evidenti le ragioni e tradizionali e di convenienza simmetrica, che 
mossero Dante. Che però i Giganti rappresentino qualcosa più d'un sem- 
plice simbolo, come il Minotauro o Gerione, mi persuade, a tacer delle catene 
onde alcuni sono avvinti, la menzione del semibiblico Nembrotte, il superbo 
che fece credere all'uomo di potere " arte sua non solum superare Naturam, 
" aed etiam ipsum Naturantem, qui Deus est „. 

Se qua e là, nei particolari, abbiam visto che si potrebbe andar d'accordo 
col P., o che almeno le sue ipotesi non valgon meno di altre già manifestate 

che si possono manifestare, resta però che nell'insieme il suo sistema non 
ci sembra sostenibile, né tale da condurre allo scopo ci sembra il metodo del 
suo studio. Nulla di più pericoloso che spiegar Dante coi soli teologi : questi 
possono aiutarci a comprendere qualche singolo passo ; ma congegnando in- 
sieme citazioni, tratte sparsamente dall'uno e dall'altro, e ragionandovi su, 
com'è necessario, sottilmente, per ridurle ad unità e formarne un sistema 
da applicare al poeta, non si può che smarrire la strada, prendendo per le- 
gittime deduzioni le proprie fantasie. E nulla di più pericoloso che sdegnare 
contìnuamente il senso letterale dei versi, e andar investigando in essi non 
so che sensi remoti e profondi, come se la grande poesia non fosse di per 
sé stessa abbastanza significativa e profonda. Peggio é che fra tanta oscurità 
e complicazione di significati e di simboli, anche la poesia s'annebbia e si 
turba: la poesia dell'insieme, perché sotto i faticosi simboli si confondono 
all'occhio le decise e robuste linee del poema, e la poesia dei particolari. 

1 versi del diciassettesimo canto * la vostra avarizia il mondo attrista Cal- 
cando 1 buoni e sollevando i pravi „, sono costretti ad esprimere l'invidia dei 
simoniaci: " il mondo attrista; cioè danneggia il genere umano, a cui volete 
" male, a cui invidiate il bene, come già Satana; calcando i buoni, cioè fa- 
• cendo quello che l'invido fa „. ecc. (pp. 46 sg.); e senza voler rilevare che 
i simboli stessi, spiegati a questo modo, diventano uggiosamente uniformi 
e monotoni, e che a questo modo tutto si può ridurre a tutto, è chiaro che 
nella mente del lettore qneWavarizin, capace di tramutarsi in invidia, deve 
far l'effetto d'un indovinello, e che se n'offusca il sentimento dell'espressione 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 31 

e dell'iraagine. E quando il ragionamento di Dante sulla natura del peccato 
degli usurai è interpretato in modo da divenire tutt' un' altra cosa e da poter 
servire, su per giù, anche pei sodomiti; o quando in Gerione, fatto per forza 
tricorpore, affin di scoprire nelle sue tre nature il simbolo del simbolo, si 
riconosce l'invidia infernale, affermando che * se invidia sì sostituisce a frode, 

* tutto parrà più chiaro „ nella descrizione di esso, non è da temere che il 
lettore, smarrito e confuso, butti Dante lontano, disperando di riuscire a rac- 
capezzarsi in un poeta, che, peggio del suo Giampolo, nasconde in ogni parola 
un' insidia?* Ancora. Gapaneo e Vanni Facci son chiamati da Dante superbi, e 
bisogna pur credere che la superbia gli paresse il fondo del loro carattere; ma 
il P., per ubbidire al sistema, è costretto a far del primo un iracondo, che non 
sarebbe un gran male, e del secondo un invidioso, che è male assai grave: 
' E tornavo a Vanni Pucci, che più d' ogni altro peccatore di Malebolge fa 
" pensare all'invidia con quel sinistro vaticinio, che fa solo perché Dante 
" doler sen debbia. Nel fatto, anche dopo che Dante se ne sarà doluto, che 
"ne viene al ladro di quel dolore?. Invidioso e ipocrita; poiché vuol far 
credere a Dante che il proprio posto sarebbe tra i violenti, e se ne ingegna 
colle parole "Vita bestiai mi piacque e non umana ,, e coli' atto bestiale 
contro Dio : * quando ancor dopo scoperto per quello che è, grida : Togli 
" Dio, che a te le squadro, si comprende bene che il ladro vuol continuare 

* il suo gioco di passare per quello che non è,... ma non si comprende bene 

* se egli ora pretenda di meritare più grave o più leggera la pena e di essere 
" meglio violento o superbo, violento come Gapaneo o superbo come Lucifero; 
" SI che Dante stesso, che con la distinzione Aristotelica delle disposizioni 
" mostra di non ritrovar più la divisione cristiana, soggiunge : ' Per tutti i cer- 
" chi dell'inferno oscuri Non vidi spirto in Dio tanto superbo', pp. 62 sg.). Pur 
troppo la verità è invece questa: che un poeta come il Pascoli, correndo dietro 
ad un miraggio di vana profondità scolastico-teologica, non ritrova più la 
vera profondità della poesia, e travisa il meraviglioso Vanni Pucci dantesco. 
Infatti, l'originalità, fra epica e drammatica, di questo consiste nell'atroce or- 
goglio, in cui si assommano sentimenti quasi cozzanti fra loro; e nell'azione 
energica, efficace e fulminea, con cui egli, dannalo impotente, si vendica del 
poeta che l'ha costretto a scoprirsi, e, quanto è da lui, perfino del Dio che 
lo punisce. Gapaneo sotto la pioggia di fuoco si sfoga in una lunga sfida a 
Giove, che si riassume in un'esaltazione della propria magnanimità; ma quelle 
ampollose parole sono in singolare contrasto coli' immobilità del gran corpo 
disteso e coli' implacabilità del tormento: si direbbe ch'egli cerchi di per- 
suadere della propria forza sé stesso. Ma Vanni Pucci opera più che non 
parli: nelle prime rozze e violente parole è già tutto lui; messo alle strette 



1 Vedi a pp. 47 sgg. le altre prove, che il P. arreca, di codesta sna riduzione della frode 
semplice all'invidia: " gì' indovini, che non vedono dinanzi pili che Satana quando diceva, 
' Sarete come Iddii „, e " quelli che falsificarono sé in altrui forma, come Satana che si 
"mutò in serpente, e papa Niccolò, che per invìdia storce i piedi, quando apprende che 
il nuovo Venuto non è Bonifazio, e i due frati godenti e maestro Adamo che, pur per in- 
vidia, si dolgono dei due poeti, dicendo, i primi: "s'ei son morti, per qual privilegio Vanno 
' scoperti della grave tola?, e il secondo: " O voi che senza alcuna pena siete, E non so 
" io perché ,, ecc. ecc. 



82 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

da Dante, non s'infinge (altro che ipocrita!), ma dipinto di trista vergogna, 
segno di traviato orgoglio, protendendosi tutto, anima e volto, contro il poeta, 
rivela con amara franchezza d'essere stato un ladro. E suhito, come un ful- 
mine, la vendetta, nella terribile predizione dell'esilio, dove il feroce orgoglio 
offeso d'un animo perverso, ma pur grande nel male, rugge come lontana 
tempesta, fino allo scroscio del penultimo verso " Si ch'ogni Bianco ne sarà 

* feruto „ e «Ila satanica gioia dell'ultimo: "E detto l'ho perché doler ten 

• debbia „. Sembrerebbe impossibile spingersi pili oltre: l'uomo di sangue e di 
corrucci sorge vivo davanti a noi, spirante rabbia e odio implacabile. Ma Dante 
ha bisogno d'un ultimo tocco: nelle cruente lotte dei piccoli Comuni rivive 
lo spirito dell'antica epopea, e Vanni Fucci è un novello Gapaneo, più su- 
perbo e pili vero. In quell'audace terzina, di plasticità bronzea, che apre con 
cosi improvviso colpo di scena il nuovo Canto — stavo per dire il nuovo 
atto — il ladro che traendo rabbia dalla propria rabbia, squadra le fiche 
contro il Dio che l' atterra, campeggia, pur nel suo gesto sacrilego e grotte- 
sco, in una grandiosità di Lucifero, e coli' orrore si mescola la paurosa am- 
mirazione d'un' energia indomabile. 

Il libro del P. si chiude con alcune appendici: sul messo del cielo, che, 
riprendendo una poco felice ipotesi del duca di Sermoneta, si vuol dimo- 
strare sia Enea; sai Conte Ugolino, che avrebbe mangiato de' suoi figliuoli 
e per ciò solo starebbe nella Gaina (vale a dire che Dante avrebbe inven- 
tato un'orribile colpa,* per ficcarlo laggiù, e non avrebbe nemmeno concesso 
le attenuanti al disgraziato che, dopo otto giorni di digiuno, si sarebbe la- 
sciato andare ad un atto di bestialità incosciente); su Le difficoltà del Bar- 
tali e di altri commentatori e critici, ecc. Anche in queste appendici molta 
è la dottrina e molto l'acume; ma pur troppo anche qui spesso " per troppa 
" sottiglianza il fil si rompe,. Io, che ho la più grande stima dell'ingegno 
(e dell'animo) del Pascoli, e da essa ho tratto il coraggio di parlargli, come 
si conviene, con libera franchezza, e che ammiro sopratutto il Pascoli poeta, 
-quando non si lascia trascinare da certa occulta inclinazione del suo spirito a 
sottigliezze, a raffinatezze e preziosità alessandrine, desidero e spero di poter 
presto ammirare schiettamente e lodare anche il Pascoli critico. Ma in que- 
sto volume, nel quale son pur molte cose o buone o suggestive,^ quella men 
felice inchnazione del suo ingegno, tenuta di solito a freno nella poesia, s'è 
vendicata di lui prendendogli la mano, e s'è sbizzarrita liberamente. 

E. G. Parodi. 



t Dico intentato, perché il P. non sa d'un passo d'un' antica cronaca fiorentina, edita 
dal Vinari, ov'è detto " e quivi si trovò che ll'uno mangiò le carni all'altro»; passo che 
a me è suggerito dal Gorra, Il soggettivismo di Dante, Bologna, Zanichelli, 1899 {Bililioteca 
stoHco-crit. d. Ietterai, dantesca, ecc.), p. 52. Ma Dante seppe nulla di questa diceria ? E sapen- 
done, ci credette? 

2 È notevole, per esempio, che il P., senza saper del Oasella, riconobbe nelle tre fiere 
simboliche del primo Canto «le tre disposizion che 11 elei non vuole», sebbene nei par- 
ticolari ai accordi con Ini solo rispetto al leone, la violenza, mentre rovescia il suo con- 
cetto, vedendo nella lonza l'Incontinenza e nella lupa la frode. Io, fautore cosi deciso del 
Casella, da ritener quasi oziosa ogni altra discussione sul significato morale delle tre fiere, 
mi domando come il P. spieglii che Gerione sia tratto su dall'abisso con quella corda me- 
desima con cui Dante aveva creduto < alcuna volta Prender la lonza alla pelle dipinta ». 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 33 

Biblioteca storico-critica della letteratura dantesca diretta da G. L. Passerini 
e da P. Papa, Bologna, Zanichelli. 

Questa collezione di studj danteschi fu a suo tempo annunziata dalla 
Rassegna (VII, 54-55) quando venne alla luce il primo volume. Da allora 
è passato poco meno che un anno e i benemeriti direttori di essa hanno 
potuto dar fuori otto volumetti. Alcuni contengono dissertazioni che vedono 
qui per la prima volta la luce, altre sono utili ristampe di lavori già editi, 
ma accresciuti e migliorali per la nuova impressione. Nel complesso ci pare 
che lo studioso di Dante potrà ricavarne non poco utile, e però auguriamo 
alla raccolta la fortuna che merita. Qui intanto ci proponiamo di dare ai 
lettori qualche informazione di ciascuno dei volumetti. 

I. Pagbt Toynbee, Ricerche e Note dantesche. — Contiene cinque studj 
dell'illustre dantista inglese, sulle fonti classiche e medievali di Dante e uno 
sulle teorie dantesche intorno alle macchie lunari, raccolti dalla Romania e 
dal Gioì'nale storico dove vennero primamente alla luce. Inutile dire qui 
come questi studj (che il Toynbee in un'acconcia prefazione raccomanda 
come fecondi di utili risultati) giovino non pure a chiarirci dei particolari 
della cultura di Dante, ma a fornirci spesso un aiuto per la critica e la in- 
terpretazione del testo delle opere di lui. La natura di questi scritti impe- , 
disce che se ne possa dare qui un sunto; ci contentiamo quindi di riman- 
dare per l'indice dei varj capitoli al luogo citato di questa Rassegna. 

II-IIL La Vita di Dante; testo del cosi detto " Compendio , attribuito a 
GmvANNi Boccaccio, per cura di E. Ro.stagso. — Questo volumetto scioglie 
un antico voto degli studiosi, di avere cioè un'edizione alla mano del testo 
del Compendio della Vita di Dante, attribuito al Boccaccio, non essendo 
facili a trovarsi le quattro stampe che se ne fecero nella prima metà di questo 
secolo. Il Rostagno con ottimo pensiero risalendo alle fonti manoscritte offre 
un testo ' riveduto su varj codici fiorentini e corredato di lezioni tratte da 
" un codice magliabechiano (VIII. 10. 1430) ,. In calce poi sono aggiunte 
■' le lezioni di due tra i codici che comprendono il cosidetto secondo Com- 
" pendio (o terza redazione), cioè del Chigiano L. V. 176 e del Palatino 561 

* (280. — E, 5, 4, 57) perché i lettori possano farsi subito un'idea cosi delle 

* differenze come dello stretto rapporto che è fra il primo e il secondo di essi ,. 

Come gli studiosi sanno, il Macri-Leone, editore della redazione maggiore e 
pili divulgata della Vita di Dante del Boccaccio {Vtta intera), riconobbe, oltre 
questa, tre altre redazioni dell'operetta, di cui le prime due sono quelle che il 
Hostagno pubblica nel presente volume (la prima nel testo intero, la seconda 
in forma di varianti lezioni) e l'ultima, perché,non è compiuta, si può dire 
piuttosto il tentativo di una quarta redazione. Intorno alle relazioni fra la 
prima e le altre tre redazioni gli studiosi non sono tutti concordi, come pure 
non la pensano allo stesso modo circa la paternità di esse: giacché se siamo 
sicuri che la più divulgata è opera del Boccaccio, non sappiamo se a lui o 
ad altri debbano attribuirsi le altre o qualcuna delle altre. 

Il Rostagno, desideroso di offrire un volumetto possibilmente completo, 
in un succoso e lucido discorso fa la storia della questione e riferisce la opi- 
nione eh' egli si è venuto formando, collo studio di quel che è stato scritto ìq 



l 



34 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

proposito, senza l'intenzione di comunicare risultati di mature e complete in- 
dagini intorno all' argomento. Tuttavia le sue ricerche sono assai- degne di 
esser prese in considerazione. 

Comincia egli col notare le principali differenze fra il 1." e 2.» Compendio, 
(2.* e 3." redazione) le quali cominciano a essere di una qualche importanza 
alla fine del § 19, e consistono in ciò che il 2." Compendio è qua e là più breve 
del primo senza alterazione alcuna, però, del senso generale; ma qualche 
volta somiglia più alla Vita intera che al 1." Compendio. Passa poi a esa- 
minare le differenze fra la Vita intera e il 1.» Compendio, le quali sono tante 
e tali, che per notarle tutte occorrerebbe porre a riscontro le due redazioni; 
tuttavia, sulla scorta del Moore, il Rostagno enumera le differenze di fatto che 
sono le più importanti ed è bene che il lettore abbia dinanzi agli occhi. 
Infine esposte le opinioni degli altri sull'autenticità del 1." Compendio e sulla 
attribuzione di esso al Boccaccio, il Rostagno, considerata la natura delle 
differenze che corrono fra la Vita e il 1.» Compendio, mette innanzi la con- 
gettura, che questo si possa giudicare come il primo abbozzo (abbastanza del 
resto elaborato) dell'operetta, che fu poi sostituito, dopo alcuni anni, dalla 
Vita intera. 

Il Rostagno però non nasconde che una difficoltà grave per istrigar la 
matassa è presentata dalla esistenza di un secondo compendio che bisogne- 
rebbe attribuire anch'esso al Boccaccio; né egli sarebbe alieno dal creder ciò. 
Se non che a più d'uno sembrerà, che la congettura offra qualche lato de- 
bole. E vero che del 1.° Compendio vi sono o vi erano dei codici del sec. XIV, 
ma è certo che abbondano quelli del sec. XV; ora come avviene che questa 
redazione si diffonda tanto, quando si ammetta che la Vita è un rifacimento, un 
ampliamento, una revisione di essa, ed è la forma utiica dell'operetta, ricono- 
sciuta dal Boccaccio e alla quale egli si riferisce nel commento aìV Inferno? E 
non solo la prima redazione, ma anche la seconda ebbe una certa diffusione. 
Il Rostagno previene l'obbiezione, e vi risponde dicendo, che il nome del- 
l'autore "che tradizionalmente le accompagnava e le raccomandava, le fa- 
" ceva tuttavia leggere e divulgare, accanto alla redazione definitiva ,. Questo 
sembra difficile ad ammettersi, perché apparisce un po' strano che man mano 
che il Boccaccio veniva elaborando la sua operetta, le successive redazioni 
circolassero quasi, bisogna dire, col consenso dell'autore e se ne moltipli- 
cassero le copie in modo, che la pubblicazione dell' ultima redazione non 
valesse a impedire una ulteriore diffusione delle prime. Ad ogni modo poi 
quello che noi chiamiamo 2.° Compendio, perché nel complesso è più breve 
del 1.», dovrebb' essere considerato a rigore come il primo abbozzo. Ma il 
confronto fra il primo e il secondo Compendio dev' essere ancora approfon- 
dito, prima che si possa risolvere la questione. 

Intanto qualunque sia per essere la fortuna dell'opinione del Rostagno, è 
fuori di dubbio che egli ha reso un servigio agli studiosi ponendo nettamente 
la questione e procurando una buona edizione del 1." Compendio, che si legge 
molto volentieri e del quale giustamente scrisse il Gamba paragonandolo 
colla Vita intera, che è " una lettura più concisa ed ugualmente ordinata, e 
" che tolto via il corredo dei retorici ornamenti, serba nelle parti ogni evi- 
" denza e nello stile ogni purità ed eleganza ,. Il tentativo di una quarta 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 35 

redazione che ci si è conservata in un codice miscellaneo (Mgb. Il, 1, 62) e 
dobbiamo alla mano di un " Baldese di Maltio Baldesi vinattiere alla nave , 
ha, per dire il vero, una importanza limitata alla storia della fortuna toc- 
cata al libretto boccaccesco. Il Rostagno pensa che " il Baldese si provò e 

* ridurre il testo del compendio che s' era proposto di trascrivere, alla forma 
" più vicina che potesse a quella della Vita intera, che aveva innanzi agli 

" occhi; ma non vi riuscì „. Ma, si potrebbe domandare: se voleva ridurre 

il Compendio alla forma della Vita intera e avea dinanzi agli occhi questa, 
perché non la ricopiava addirittura? 

IV. Nicola Zingarelli, La personalità storica di Folchetto di Marsiglia 
nella Commedia di Dante con appendice. — Nuova edizione accresciuta e 
corretta. 

Di questa memoria fu reso conto nella Rassegna (V, 127) quando com- 
parve la prima edizione. Perciò non occorre ora dire altro che l'autore 
in questa seconda edizione, l'ha qua e là corretta ed accresciuta giovandosi 
di osservazioni sue e d'altri. Rileviamo a pp. 21-26 alcuni altri riscontri fra 
una canzone di Dante e la lirica volgare contemporanea. Ma sostanzialmente 
il lavoro rimane lo stesso. 

V. Egidio Gorra, TI soggettivismo di Dante. — Questo scritto del Gorra 
non è forse organicamente ben pensato, specialmente nelle prime pagine da 
cui abbiamo ricevuto l' impressione che siano un po' slegate, ma man mano 
che si procede innanzi, l'autore addentrandosi sempre di più nell'argomento 
riesce a prendere l'animo del lettore, giacché offre belle osservazioni e scrive 
pagine che dimostrano com' egli penetri acutamente nel pensiero e nell' arte 
di Dante. L'argomento da lui trattato studia una parte, si può dire, della 
ragion poetica di Dante, che è la critica più alta che si possa esercitare sul 
poema e le cui conclusioni debbono essere, a parte il sentimento particolare 
di ciascun lettore, la guida per l'apprezzamento e il giudizio finale dell'arte 
dantesca; senza dire della utilità che se ne può ricavare per la risoluzione 
di altre questioni secondarie. Il soggetto non è nuovo nella letteratura dan- 
tesca, perchè il Foscolo, il De Sanctis, il Bartoli, il D' Ovidio, il Del Lungo nei 
loro scritti, chi più, chi meno già ne toccarono; nessuno però si propose 
mai di trattario di proposito e con qualche ampiezza come ora ha tentato 
di fare il Gorra. 

Premessa la necessità di studiare fra quali avvenimenti generali e parti- 
colari alla sua vita si venne svolgendo la giovinezza di Dante, passa il Gorra 
ad accennare l'impressione che dovettero suscitare in lui gli avvenimenti degli 
anni 1289 e 1290 alcuni lieti, altri, e più spesso, dolorosi, che lasciarono una 
traccia notevole nella Commedia. Indi enunciato che " oggettivismo nell'arte 
" significa la rappresentazione della realtà esteriore senza partecipazione della 
"personalità dell'artista.... e soggettivismo, al contrario, vuol dire mani- 

* festazione nell'opera d'arte dell'elemento interiore, del temperamento del- 
" l'artista ,, passa ad esaminare la contenenza della Vita Nuova nella quale 
l'elemento fantastico ha tal preponderanza sul reale, da turbare l'equilibrio 
delle due parli; non tanto però che questa scrittura non preannunzi " quello 

* che sarà uno dei più mirabili e nello stesso tempo dei più disconosciuti 
" segreti dell'arte dantesca: la coesistenza perenne, inamanchevole, a volt^ 



36 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

' inconsapevole, spesso pazientemente e sapientemente dal poeta cercata e 
" voluta, del più profondo soggettivismo e del piia esatto obbiettivismo... ,. 
Il soggettivismo di Dante si rivela anche nel Convivio, specialmente nel 
Trattato primo; ma è elemento cospicuo soprattutto nella Divina Commedia, 
alla quale il Gorra restringe il suo discorso, proponendosi il seguente quesito: 
" Quali sono gli effetti che al poema derivano dall'incessante; indomato ap- 

* parire della persona e del cuore di Dante, dal suo prepotente soggettivismo? 
•Quali gl'influssi sulla pittura dei personaggi, sulla loro scelta e distribu- 

* zione nei tre regni della morta gente; sul carattere generale del poema, 
"infine sull'arte della Commedia?, 

In questa ricerca trascura il G. di proposito i luoghi autobiografici e le 
rappresentazioni dirette in cui riproduce volutamente se stesso, e rivolge in- 
vece la sua attenzione a quei personaggi e a quegli oggetti che avrebbero do- 
vuto essere rappresentati obbiettivamente. * Perché anche qui (riferisco le 
" parole del Gorra p. 20-21) il poeta spesso, certo a sua insaputa, trasfonde se 
" stesso in ciò ch'egli avvicina, e proietta all'intorno la luce del suo interiore, 

* oppure stende quell'ombra che il cumulo di tanti dolori ha addensato sul- 
" l'anima sua. Anche allora accade a lui di ritrarre sé, di guisa che le nuove 
" parvenze mal celano le sembianze dantesche. E allora tu senti palpitare 

* desiderj arcani che egli ha ripreso, forse arrossendo, nel segreto della co- 
" scienza; o aspirazioni ch'egli ha altrove arditamente bandite; o senti fre- 
" mere un pensiero che si direbbe mal domo dalle esigenze del dogma, o 

* vibrare affetti domestici, alla cui santità ben si addice il mistero, o sin- 
" ghiozzare le umiliazioni di una povertà, che il mondo chiama ignominia ,. 

Esamina quindi sotto questo rispetto alcuni dei principali episodj ed e- 
stende le sue osservazioni alle similitudini, alle immagini, al sentimento della 
natura, alle descrizioni dei luoghi (si ricordi, sopratutto, la descrizione del 
corso dell'Arno), nelle quali ultime nota come nei primi una fu.sione mirabile 
di soggettivismo e obbiettivismo. 

Venendo poi al soggettivismo storico, la parte pili difficile e più delicata 
dell'argomento, il Gorra espone le opinioni in proposito del Bartoli, del Del 
Lungo, del D'Ovidio e del Lajolo, dichiarando di avvicinarsi in parte alle 
idee di quest'ultimo e del Del Lungo, che egli integra e modifica però alcun 
poco, e combattendo risolutamente la teorica del diritto di grazia che Dante 
si sarebbe, secondo il D'Ovidio, riservato per salvare alcuni celebri pecca- 
tori. Come sappiamo ora per le ricerche del Novati che la salvezza di 
Manfredi ha suo fondamento nella tradizione del tempo, cosi, arguisce il 
G., possiamo pensare che avvenga per la condanna di Guido da Montefeltro 
e per la salvezza di Buonconte. Si potrebbe credere anzi, che come sulla 
battaglia di Benevento e su Manfredi, cosi sulla battaglia di Preneste e 
di Gampaldino si componessero e diffondessero numerosi racconti e spe- 
ciali canti poetici, i quali da Dante fossero elaborati secondo il suo parti- 
colare soggettivismo. Ma su questo argomento delle tradizioni popolari poe- 
tiche e sul fondamento che in essi troverebbero altri episodj del poema, 
come quello p. es. del Conte Ugolino, ci pare che il G. insista troppo, con 
pericolo di non costruire su solide basi la sua congettura. Perché, per quanto 
si dica, non può non maravigliare il fatto che di questa congetturata prò- 



DELLA LBTTERATUftA ITALIANA 37 

dazione di leggende non sia rimasta qualche traccia maggiore, che non siano 
i semplici indizi dal Gorra abilmente raccolti e interpretati. Tradizioni orah 
e opinioni correnti al tempo suo, si, Dante ne raccolse, anzi spesso, come 
ben dimostra il G., sono il fondamento dei giudizj di condanna o di salvezza; 
ma che ci fosse una vera produzione letteraria del genere di quella a cui ha 
pensato il Gorra, non possiamo così facilmente credere. Ma siamo pienamente 
d'accordo con lui quando rileva che Dante non fu il primo a biasimare i 
Pontefici, opportunamente ricordando VArbor vUae crucifixae di Ubertino da 
Casale (nel quale non si dà buon giudizio di Celestino V, che cagionò l'usur- 
pazione di Bonifazio Vili), e la profezia del Veltro eh' egli raccolse da un' ante- 
riore tradizione poetica. 

Però giusta parrà la osservazione (se non nuova, certo qui ben confer- 
mata) che nella Commedia è la sintesi del pensiero medievale rianimato dal 
soggettivismo dantesco; ed efficace il paragone di Dante coli' architetto che non 
crea la materia prima, ma a questa già pronta imprime il suggello dell'arte. 

Ma stabilito che Dante s'attenga nella rappresentazione dei personaggi 
al giudizio dei contemporanei, si può domandare qual criterio seguisse nella 
scelta dei dannati e dei beati. Il Gorra risponde dicendo che il soggetti- 
vismo storico di Dante consiste " non nella libertà eh' egli si prenda di 
" condannare od assolvere a suo capriccio, bensi nella scelta ch'ei fa dei 
•suoi personaggi; in altre parole non nel diritto di grazia, sibbene nel 

* diritto di scelta ,. In ciò s' accorda col D' Ovidio il quale dice: " Come poeta 
" Dante incontra chi vuole incontrare; ed in questa scelta rivela i suoi 

* odj od amori, le sue simpatie o antipatie, i suoi fini particolari di pensatore, 

* di patriotta, di artista ,. Se non che questa scelta era pur disciplinata da ra- 
rajfioni diverse. Per gli antichi personaggi ebbero efficacia su Dante gli studj e i 
libri che potè leggere; per i contemporanei lo stato dell'animo suo rispetto 
ad essi; degli uni e degli altri dovea pensare a quelli che soii di fama noti; 
senza dire poi delle ragioni artistiche che doveano determinarlo a scegliere 
Brunetto Latini, p. es., piuttosto che un altro per una delle predizioni del- 
l'esilio. Ma una volta scelto Brunetto Latini non poteva non condannarlo, 
se questa condanna era nella coscienza dei suoi contemporanei; poteva, 
come fece, presentarlo circondato da quella reverenza che dimostra la gra- 
titudine e l'affetto di Dante per lui. In ciò consiste il suo soggettivismo; e 
a noi pare che il Gorra lo abbia saputo assai bene mettere in evidenza. 

Rispetto all'ultima parte dell'argomento trattato in questa Memoria, cioè 
qual sia il carattere che il soggettivismo di Dante ha impresso al suo poema, 
il Gorra discute se il poema sia epico o drammatico, e allontanandosi dalla 
comune opinione giudica che l'opera di Dante sia essenzialmente lirica, 
mostrando che essa corrisponda alla definizione che della lirica ha dato 
l'Hegel. Per questo taluni episodj sono poco sviluppati per la loro natura 
lirica, e a torto alcuni hanno creduto di dovere di ciò rimproverare Dante. 

Questa classificazione del poema di Dante al genere hrico, come si vede, 
è conseguenza nella mente del Gorra di tutto il soggettivismo ch'egli è venuto 
rilevando nell'opera dantesca; ma sarà accolta con favore dagli studiosi? 

Il Gorra nelle pagine di cui abbiamo qui reso conto, si è industriato di 
mostrare la perfetta fusione del soggettivismo coli' obbiettivismo ; non pos- 



l 



ÓG RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

siamo quindi dare al primo di questi elementi una prevalenza sul secondo, 
e giudicare essenziale alla Divina Commedia un carattere che, sebbene per 
la particolare disposizione d'animo dell'autore compenetri tutta l'opera, non 
dà tuttavia ad essa le linee generali. Il poema di Dante è il racconto di una 
azione nella forma allegorico-didattica, secondo le tendenze medievali, e in 
essa confluiscono tutte le forme poetiche, secondo il carattere precipuo delle 
grandi opere d'arte; ma l'architettura geneiale rimane sempre quella del 
poema epico. Salvo che non si voglia ricorrere ad una denominazione simile 
a quella che il Carducci usò per un altro poema, e dire che la Divina Com- 
media è l'ep/ca della /tWt'rt, denominazione che più s'avvicinerebbe all'opi- 
nione del Gorra. Il quale in questo suo libro ha mostrato di saper trattare 
con finezza di gusto, con cultura non comune e padronanza della materia 
uno degli argomenti più difficili e più importanti della critica dantesca. Perciò 
raccomandiamo ai lettori specialmente alcune pagine di esso calde ed elo- 
quenti e qua e là osservazioni su episodj e luoghi particolari del poema, 
che sfuggono naturalmente in un breve riassunto fatto più, in questo caso, 
per invogliare a leggere il libro che per sostituirsi ad esso. 

VI. Felice Tocco, Quel che non c'è nella Divina Commedia o Dante e 
l'eresia con documenti e con la ristampa delle Questioni dantesche. 

Il Tocco considerando che Dante non ricorda altra eresia medievale al- 
l' infuori di quella di Fra Dolcino, si propone d'indagare la ragione di questo 
silenzio. Secondo lui, dei Gattari non dice nulla, perché al tempo suo l'eresia 
dì questi (sebbene gl'inquisitori in Firenze stessa promovessero processi, di 
cui il Tocco pubblica alcuni nuovi documenti da lui rinvenuti) era pressoché 
spenta, e lo zelo dell'inquisitore trova una spiegazione più nell'avidità dei 
beni altrui, che nel timore di pericoli per la fede. L'eresia dei Valdesi, piìi fa- 
mosa di quella dei Gattari, non fu tenuta da Dante in alcuna considerazione, 
perché la riforma e la povertà da loro predicata era per essi un'arma d'op- 
posizione alla Chiesa, laddove S, Francesco è glorificato, perché l'opera sua 
intendeva a sorreggere la vacillante fede. Quanto agli Arnaldisti, pare che 
quello che Dante potè sapere, dalle opere di S. Bernardo, del loro capo fosse 
sufficiente perché egli Io giudicasse pericoloso nemico della chiesa; la vera 
figura di Arnaldo quindi gli sarebbe rimasta ignota. Per ispiegare infine come 
Dante nulla dica del famoso Abelardo, delle eresie procedute dalla interpre- 
tazione integrazione del pensiero di Gioacchino, dei flagellanti, di lacopone 
da Todi (il cui nome si collega pure con Bonifazio VIII), di Pier di Giovanni 
Olivi, capo degli spirituali, ch'egli avrebbe potuto contrapporre all'Acquaspar- 
tano invece di Ubertino di Gasale; bisogna, secondo il Tocco, persuadersi che le 
cognizioni storiche di Dante non sono alla medesima altezza dei suoi pen- 
sieri filosofici o teologici e delle sue creazioni poetiche. Dante ha delle ere- 
sie a lui contemporanee scarsa e malsicura notizia; come si può dimostrare 
considerando che cosa intendesse egli per epicurei e che Fotino e Fra Dol- 
cino da lui menzionati non sono propriamente eretici; l'ultimo anzi è posto 
fra gli scismatici. 

Tutto questo potrebbe confermarci (se ce ne fosse bisogno) che Dante 
non fu eretico; eretico apparve agli occhi di chi ordinò la condanna del De 
Monarchia, perchè in questo libro erano ridotte a una teoria compiuta, che 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 39 

assomigliava a quella di Arnaldo, le idee ghibelline. Per questo rispetto Dante 
era giudicato pila pericoloso che non qualsiasi altro eretico che avesse de- 
vialo dal dogma religioso. 

Per le due questioni dantesche, ristampate dal Tocco in appendice, riman- 
diamo a quel che ne fu detto già in questa Rassegna (V, 64). 

VII- Vili. Francesco Torraca, DI un Commento nuovo alla Divina Commedia. 

Il Commento nuovo è quello di Giacomo Poletto. Il Torraca prese ad 
esaminarlo quando fu pubblicato qualche anno fa e in quell'occasione rac- 
colse una lunga serie di osservazioni, chiose e riscontri suoi, sia sull'inter- 
pretazione del testo, sia sulla illustrazione storica, che pubblicò in parte nel 
Bull. d. Soc. dant. ital. (II, 1895), in parte in questa Rassegna (III, 1895). Ora 
ha riunito le due recensioni e ne ha formato un giusto volume che tornerà 
gradito agli studiosi, i quali per tal modo potranno servirsi più comodamente di 
un lavoro, cui ormai bisognerà ricorrere come si ricorre agli altri commenti. 

Mario Pelaez. 



ANNUNZI BIBLIOGRAFICI. 

P. Marchot. — Le Roman Breton en France au Mogen Age. — Fribourg 
(Suisse), Librairie de l'Université, 1898; (pp. 90, in 8°). 

Il Marchot, professore di lingua e letteratura francese del medioevo nella 
Università di Friburgo, in Isvizzera, ha pensato che fosse per tornare utile 
a chi ama gli studj letterarj, e particolarmente a <;hi voglia dedicarsi alla 
filologia romanza, il pubblicare quella parte de' suoi corsi, che riguarda la 
fortuna del ciclo brettone in Francia. Per il quale, nota egli, nulla s'è fatto 
che eguagli i manuali compilati per la divulgazione del sapere moderno circa 
r epopea, la storiografia, il teatro della Francia medievale. D' altro canto il 
capitolo consecrato al ciclo brettone nella Histoire de la langue et de la lit- 
térature frangaise, diretta dal Petit de Julleville, è si mal riuscito che, secondo 
il giudizio tanto competente del Paris, converrebbe rifarlo. Nessuna preten- 
sione dunque negl'intendimenti e nello scritto del Marchot, che s'è proposto 
solo di far conoscere il frutto delle altrui più recenti indagini, con brevità, 
con semplicità e con chiarezza. 

Il volumetto è diviso in sette capitoli: 1. le origini del romanzo brettone; 
2. i lais; 3. gli amori favolosi di Tristano e Isotta; 4. Chrétien de Troyes; 
h. gV imitatori di Chrétien; 6. Perceval; il santo Graal; 7. voga e influenza 
de' romanzi brettoni. 

Scorrendo queste pagine, troverei da ridire parecchio; a cominciare, per 
esempio, da quanto s'avverte circa il titolo di " romanzi , dato, nel medioevo, 
con ben altra larghezza che oggi non usi; ma non è questo il luogo acconcio 
per una recensione minuziosa. Certo riesce arduo conciliare insieme in cosi 
fatti lavori la brevità e la perspicuità e una relativa compiutezza; ma è pur 
necessario superare il grave ostacolo. Non basta asserire che nel medioevo 
si dava nome di ' romanzi , anche a composizioni non affatto fantastiche: 
bisogna accennare anche perchè, e chiarire, per quanto alla spiccia, l' origine 



40 Rassegna bibliografica 

e il senso primitivo delia parola. E più avanti perchè, prima della Historia 
attribuita a Nennius, non si menziona l'opera di Gilda? La Historia poi, 
che a p. 7 è assegnata al secolo X, a p. 8 è fatta invecchiare di cento anni 
(" . . . V Historia Brittonum, dite de Nennius du IX siede ...,). Circa l'etimo 
del nome lais s'accenna solo all'irlandese (p. 10), ma non era da tacere che 
lo si vorrebbe altrimenti di origine anglosassone. Ancora: sta bene che il 
compilatore, per quanto non si proponga di far opera originale, risalga ai testi 
ed alle fonti, e non pigli da altri lavori di divulgazione, così ampiamente 
almeno come il nostro A.: per esempio dov'egli espone la contenenza di 
alcuni lais, per offrire una idea di questi fantasiosi e patetici racconti. 
Curioso è poi che il Marchot si serva talora di quello stesso capitolo sul 
ciclo brettone compreso nella Histoire del Petit de JuUeville, del quale ha 
pur detto tanto male (pp. 21, 69, 77, 86, 87, 89). E caso mai, non son da ci- 
tare gli altrui libri senza la indicazione completa del luogo, da cui si prenda 
(pp. 3, 4, 6, 10, 11 ecc.). Chi volesse verificare e studiar su que' libri slessi, 
si troverebbe impacciato; mentre il divulgatore deve anzi agevolare i ri- 
scontri, e suscitar la voglia di vedere più in largo che nel suo compendio. 
Ora, il raanualetlo del Marchot non presenta solo citazioni incomplete, ma è 
quasi privo di bibliografia. Parrebbe che volesse essere, per il ciclo arturiano, 
quello che il manuale del Nyrop per il carolingio: ma che abisso tra i due 
lavori, non foss'altro per la ricchezza bibliografica di quest'ultimo!* Insomma, 
qui abbiamo gli appunti messi insieme per la lezione e non compiuti abba- 
stanza per servire al fine, sìa pur modesto, che l'A. si propose. Tuttavia, an- 
che così com'è, il manualetto non va trascurato da que' principianti che poi 
mirino a più profondi studj; e a me parve opportuno toccarne in questo 
periodico, poiché mollo c'è da fare sulla fortuna de' bei sogni brettoni nel 
nostro paese, e il piccolo volume del Marchot potrebbe pur valere come im- 
pulso ed avviamento a qualche ricercatore italiano. 

V. Cresgini. 



A. Manzoni. — / Promessi sposi. — Edizione illustrata da Gaetano Previati 
e preceduta da cenni biografici per cura di Luca Beltrami (Milano, U. 
Hoepli, 1900, in 4.»). 

È adesso compiuta la splendida edizione dei Promessi sposi illustrata da 
Gaetano Previati, incominciata nel 1897, e di cui fu già dato un annunzio 
in questa Rassegna, (Novembre 1897, p. 264). 

Come già poteva prevedersi dai primi fascicoli usciti, la publ)licazioae 
nulla lascia desiderare per ciò che riguarda l'eleganza e magnificenza del- 
l'edizione, veramente degna dell'immortale romanzo. Gaetano Previati è una 
tempra d' artista cosi rara e complessa, e tanto si scosta dagli illlstratori 



» Il Marchot giustifica l'assenza dell'apparato bibliografico notando che questo si rin- 
viene altrove (Zeitachrift fùr rom. Philologie, XXIII, 581); rua i lettori, per cui son fatti cotali 
scritti, non cercano né debbono né talora possono cercare altrove, massiiuo se non si dica 
Ijrecisauiciite dove abbiano a ricurrurc. 



DELLA LEtTERATOKA ItAlJANA 4l 

contemporanei, che non v' ha chi gli si possa porre al confronto. Le sue 
illustrazioni susciteranno tuttavia vive polemiche, e non a tutti potranno 
piacere per quella nebulosità nel contorno del disegno, che è a volte esa- 
gerata dall'artista per dare un maggior rilievo all'espressione sentimentale 
delle sue illustrazioni. Pure se si considerino attentamente i disegni del Pre- 
viati non si può non ammirare l'arte finissima e originale dell'illustratore, 
che seppe tanto immedesimuisi col soggetto del romanzo Manzoniano, da 
presentarci scene di una sorprendente fedeltà storica e topografica. Altri 
potrà parlare più diffusamente e con maggior competenza dei pregj artistici 
di questa bella pubblicazione: a noi spetta soltanto di metterne in evidenza il 
il singoiar inerito letterario, per le diligenti cure onde il testo fu riveduto 
dal prof. A. Cerquetti, e pili ancora pei pregevoli cenni biografici premessi 
al volume, e dovati alle pazienti e accurate ricerche dell'architetto Luca Bel- 
trami. Le lievi inesattezze che già furono notate in questa Rassegna (1. e.) 
non tolgono il merito che ha la biografia del Beltrami per le cure eh' egli 
vi adoprò onde riescisse degna della notevolissima pubblicazione cui era 
destinata, e che avrà certo la fortuna che merita presso lutti coloro che 
s'interessano di quanto si produce di buono dalla benemerita casa editrice 
di Ulrico Hoepli, e della fama dell'immortale romanzo. 

Ludovico Frati. 



CRONACA. 

.•. I due volumetti del prof. Corrado Zacchetti, Note dantesche (Roma, 
Società editrice D. Alighieri 1899, pp. VI-52 in 8.) e Di palo in frasca (Torino, 
Paravia, 1899, pp. 127 in 8.) si possono fr.i loro appajire, per essere entrambi 
una raccolta di appunti staccali: nel primo, ridotti ad una certa unità solo in 
grazia dell'argomento, che è dantesco; nel secondo, di soggetti svariatissimi. 
Le " note dantesche „, tutte d'indole ermeneutica, sono sette. Alcune di esse 
(la 1.* Un apparente contraddizione, la 5." il silenzio di D. nell'ingresso del 
Limbo e la 7." Per la * voce disconvenevole ,) racchiudono spiegazioni troppo 
ovvie, a dir vero; nella 2.* sulla Bufera infernale dell' /nf. V, 31, 96, lo Z. 
ammette, fuori del giro vorticoso del turbine, l'esistenza d'una zona calma, 
e questa chiosa, per quanto ingegnosa e ingegnosamente difesa, ci sembra 
discutibile. Invece ci è parso sempre probabile ciò che ora anche lo Z. so- 
stiene nella nota terza, aver voluto Dante coi " due giusti , fiorentini, del- 
l' /nf. VI, 73, alludere a se medesimo e forse a Guido Cavalcanti; e ci accor- 
diamo con lui nel combattere (nota sesta) la pretesa antropofagia del Conte 
Ugolino, risuscitata ai giorni nostri da un valoroso dantista e poeta, il Pascoli, 
e contro la quale si muove ora con un succoso opuscolo anche il prof. Nino 
Quarta, Di che è reo Ugolino secondo Dante ? (Rocca S. Casciano, 1899, estr. 
dalla Roma letteraria, anno VII, 1899). L'A. poteva rinfiancare la sua giusta 
tesi, notando essere un dello tradizionale, il quale trova riscontro in nume- 
rosi proverbj schiettamente popolari, che il dolore non uccide. Cosi Dante, 
nel famoso verso " Poscia pili che il dolor potè il digiuno „, espresse il con- 
cetto semplicissimo: " Poscia io venni meno e morii ,, ricorrendo però ad una 



42 RASSEGNA HIBLIOGRFIACA 

efficace perifrasi, nella quale si accenna alla causa vera della morte: "Ciò 
che non potè fare il dolore, per quanto terribile, fece la fame, che mi uccise ,, 
La Primavera di Proserpina (nota quarta) nel Purgai. XXVIII, 50, non sa- 
rebbero i fiori, come intendono comunemente gì' interpreti, ma " le incante- 
* voli bellezze della natura terrestre in contrapposto all'orrore delle tenebre 
"infernali, dove Proserpina dovette discendere,,. Si tratta d'una ragionevole 
estensione da dare al significato di primavera: i fiori primaverili in quanto 
rappresentano la maggior bellezza della terra. Lo Z. poteva avvertire che il 
riscontro ovidiano era stato fatto, sebbene non discusso, dallo Scherillo, 
Alcuni capitoli ecc., p. 473 — . Nel volumetto Di Palo in frasca si discorre 
di troppe cose, troppo disparate e disgregate, vere " minuterie ,, non inutili, 
non prive talora di notizie nuove (come quelle pagine su Donne e scrittori 
riguardanti la letteratura misoginica), di osservazioni acute, se non sempre 
misurate (p. e. nel capitoletto sul verismo del Parini, nell'altro sulla poesia 
ritmica), ma tal altra troppo tenui, tirate giù alla lesta, con un fare gior- 
nalistico, che non vale certo ad accrescere pregio alla materia. Anche qui 
lo Z. dimostra vivacità e arguzia d'ingegno e varietà di coltura; ma egli 
che ha queste ed altre doti, continui a studiare di buona lena e con calma, 
lasci ad altri le impazienze dannose, ed invece di offrire queste schegge, 
dopo essersi provato utilmente in una monografia come quella sul Ricciar- 
detto (Gfr. in questa Rassegna, VII, 293-9), ci prepari nuovi lavori larghi, 
pensati ed organici. 

.•. Per il capo d'anno del 19CK) e a profitto della Società Dante Alighieri, 
il prof. S. MoRPURGO ha pubblicato un opuscolo intitolato // Romeo e la For- 
tuna: sonetti antichi (Venezia, Ferrari, di pagg. 12 in 16.°). Dal cod. lauren- 
ziano onde furono tratti, sarebbero attribuiti a Dante, come a lui si ascriverebbe 
un altro che li precede, e che altrove è dato ad Antonio Pucci ; e proba- 
bilmente anche questi quattro, di soggetto morale, i quali consigliano l'uomo 
pellegrinante sulla terra nelle sue relazioni colla fortuna, sono del Pucci, 
fedele seguace nelle sue rime, più o meno eulte, della tradizione dantesca. 

.". Il sac. Salvatore Minogghi, che ritiene autentico il Cantico del Sole 
attribuito a S. Francesco, ha intanto messo a luce in un foglietto di 4 pagg. 
presso la Galilejana, la lezione di esso che si trova in un cod. del convento di 
Ognissanti, scritto circa il 1370, e il più antico di quanti contengono lo Spe- 
culum perfectionis. In un lavoro annunziato di prossima pubblicazione sarà 
discussa in modo ampio l'autenticità del documento. 

.". Di parecchi scrittarelli il prof. Fr. Beneducci ha messso insieme un 
volumetto intitolato Scampoli critici (Oneglia, Ghilini, 1899, di pagg. 139 in 
16.° picc), nel quale ci sembra siavi una mescolanza di cose utili e di meno 
utili, di studj abbastanza maturati e di fugaci impressioni. Il miglior lavoro di- 
remmo esser quello, che è anche maggiormente svolto, su Aristodemo nelle 
tragedie dal suo nome intitolate, del Dottori, del Paradisi e del Monti, dove, 
con buoni argomenti e con copia di ragioni, si biasima la tragedia del secondo, 
pili poetica è giudicata quella del terzo, ma è provato esser la prima più 
conforme all' idea tragica. Vivace è la notizia su Un povero impresario, nella 
quale si parla delle Convenienze teatrali del Sografi. L'ultimo scritto. La 
novissima scuola guittoniana, sarebbe da lodare se alcune buone osservazioni 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 4S 

non fossero guastale da violenza, e spesso trivialità di linguaggio, e da a- 
credine polemica: ma il B. pare abbia una naturai tendenza, che gli anni e 
la maturità degli studj auguriamo possano modificare, alle forme angolose, ai 
giudìzj sommar,]', alle asserzioni temerarie e paradossastiche. Un esempio ne 
abbiamo in questo scritto a pag. 128 dove senz'altro è affermato che "in fin 

• dei conti, stilista è sempre stato sinonimo di pedante, di schifo vagliatore 

• e intarsiator di parole „. E dire, poi, che chi legga gli scritti del B., per 
certa vaghezza di forme, qualchevolta anche un po' pretenziose e preziose, lo 
dovrebbe appunto credere uno stilista f — ho scampolo che meno ci piace è 
quello dal titolo: Se l' Innominato si è convertito davvero, nel quale, annuendo 
al Morselli e a non sappiamo quali altri psichiatri della scuola moderna, 
contraddice alle opinioni del Graf e del D'Ovidio. Ognuno può avere l'opi- 
nione che pili gli piace: ma modus est in rebus, e non ci sembra che trat- 
tandosi del controverso episodio si abbia senz'altro, ad asserire che è * am- 
" manierato e convenzionale , e, tanto meno, che il Manzoni abbia a desi- 
gnarsi per il * timidissimo Sandro „, usando verso di lui una familiarità di 
forme che appena si comporterebbe con un compagno di collegio o di caffè. 
E poi la timidezza può al Manzoni riconoscersi nella vita; mai nell' arte ! 

— Tutt' assieme, se dobbiamo dir l'opinione nostra, questa è una raccolta di 
scritti, dei quali taluni potevano restare fra le carte dell'autore, o per avere 
alterior svolgimento più ampio e pensato, o per esserne cavati fuori dopo 
pili maturo esame. L'a. ad ogni modo dimostra buona attitudine allo scri- 
vere e incontestabile indipendenza di giudizj: e sono qualità ottime in se 
stesse e non comuni, le quali temperate e governate da uso sapiente e me- 
ditato, potranno nell'avvenire uìeritargli lodi senza restrizione alcuna. 

.*. Il discorso pronunzialo il 6 nov. 1999 dal prof. V. Gian per V apertura 
degli studj nell'Università di Messina è sommaria, ma pur compiuta e pre- 
cisa tratlaziane del tema da lui proscelto, e che riguarda / contatti lette- 
rarj italo-provenzali e la prima rivoluzione poetica della letteratura italiana 
(Messina. D' Amico, 1900, di pagg. 49 in 18.). Quello che per necessità di 
forma non è potuto entrare nel testo viene discusso più ampiamente nelle 
note: la materia del resto, potrebbe dar occasione a un giusto volume, e il 
Gian si mostra alto e preparato a comporlo un di o l'altro, con vantaggio 
degli studiosi. Riassumere questo scritto sarebbe quasi impossibile : diremo 
soltanto che deve esser lotto e meditalo da chiunque si occupi delle origini 
delle nostre lettere. La forma che forse a parer nostro vorrebbe qualche 
ritocco — saremo pedanti ma, ad es., quel rivoluzione del titolo, non ci garba 

— è però sempre perspicua e di frequente viva ed efficace. 

.*. Le arti e la letteratura porgono argomento alla Prolusione letta nel- 
l'Università di Padova dal prof. Andrea Moschetti qual libero docente di 
lettere italiane (Padova, Gallina, 1900, di pagg. 44 in 18. picc). In essa si 
vuol mostrare " quali vincoli stretti leghino in ogni tempo le forme del di- 
segno a quelle letterarie, come avvengano per gradi simmetrici l'evoluzione 
storica delle lettere e l'evoluzione slorica delle arti, quale influenza reciproca 
esercitino le une sulle altre, quali leggi comuni imprescrittibili le reggano 
tulle , (pag. 14), e come mai non si trovi " per scartabellar di storie, aver 
una delle arti seguilo per un corto tempo, isolata da tulle le altre, un cam- 



44 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

mino, senza che tutte le altre non abbiano o prima o dopo tenuto la stessa' 
via (pag. 20) „; e la dimostrazione è data con la parsimonia, che è propria 
a un discorso, ma con evidenza di richiami e opportunità di esempj, e in 
forma assai efficace. Poiché ancora nelle nostre università manca T insegna- 
mento della Storia dell'Arte, ci compiacciamo con l'Ateneo padovano che in 
esso sia svolto coinprendendolo in un corso letterario, da un uomo cosi' 
competente, com'è l'amico nostro, nell'una e nell'altra materia. 

.". Come sia stato meritamente apprezzato il Piccolo manuale di metrica 
italiana compilato ad uso delle scuole da 6. Maruffi, apparisce dal fatto che 
ne è uscita ora la terza edizione (Torino, Glausen, 1900; 8.°, pp. 118); nella 
quale si tiene il debito conto delle osservazioni e degli studj in genere che 
sulla ritmica italiana si sono venuti facendo dopo che era apparsa la seconda 
edizione. 

.". Il prof. Em. Bertana ha dato in luce la sua Prelezione al corso su la 
tragedia italiana del sec.XVIH (Monselice, Lugo, di pagg. 29 in 16.), eh' egU 
terrà quest'anno come libero docente nell'Università di Torino. La vasta 
materia vi è pienamente discorsa, ma rapidamente e per sommi capi, co- 
me si conviene a un discorso introduttivo: alcuni punti tuttavia, come ad 
es. quello della probabil ragione per la quale nel settecento fosse tanto colti- 
vata la forma trai^'ica, sono trattati con cura particolare. Noi siamo lieti che 
un argomento come questo, che non ha avuto finora speciali cultori, salvo 
pei tre massimi autori drammatici del tempo, abbia attratto a se il Bertana, 
che, com'è nolo, a molto buon criterio unisce una particolar conoscenza 
della letteratura del secolo decimoltavo, e che dal suo corso saprà poi ca- 
vare un utile libro sull'argomento. 

.'. Dopo aver raccolto dall'autobiografia quei passi nei quali l'Alfieri 
parla delle sue letture di Seneca e dopo aver posto in rilievo l'affinità dello 
stile secco e conciso del tragico romano con quello dell' Alfieri, il dott. Bar- 
tolomeo AuGUGLiARO nel suo scritto Seneca nel teatro alfieriano (Trapani, 
Messina, 1899, di pagg. 51 in 18.°), pone a raffronto numerosi passi tolti dalle 
tragedie dei due autori. È evidente che spesso l'Alfieri se pure non imitò, 
certo ricordò qualche concetto e qualche verso di Seneca; talora però i 
raffronti lasciano il lettore in dubbio che non vi sia altro se non coincidenza 
fortuita, facilmente spiegabile colla somiglianza dell' argomento o della si- 
tuazione. Le tragedie poste pili specialmente a confronto sono V Agamennotìe 
dell'Alfieri col "pessimo, Agamennone di Seneca, l'Ottavia e la Merope 
dell'uno rispettivamente con l'Ottavia e V Hercules furens dell'altro. In com- 
plesso non sappiamo però se si possa ritenere provato che nell' Alfieri * oltre 
" all'imitazione, sia un po' chiara anche qualche altra cosa che passa i con- 
* fini di essa , (pag. 40). 

.•. La donna di garbo di Carlo Goldoni, cioè la prima commedia che l'autore 
scrivesse compiutamente, senza lasciar luogo alle improvvisazioni dei comici, 
dà argomento a uno scritto del dott. R. Bonfanti (Noto, Zammit, di pagg. 108 
in 18.»), che è riuscito più ampio di quello che comporterebbe l'esame di un 
singolo componimento teatrale, e non dei migliori, perché offre l'adito a ra- 
gionare della riforma teatrale pensata e preparata dal Goldoni, e con questa 
commedia appunto iniziata riscotendoue applauso ed incoraggiamento dal 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 46 

pubblico; cosicché è naturale che la donna di garbo sia posta in relazione 
coi tentativi drammatici anteriori, e coi capolavori che le tengon dietro. E lo 
scritto del B. è riuscito ampio, anche perché è quasi preliminare introduzione 
e insieme sommaria esposizione degli studj e delle ricerche da lui compiute 
sul vasto tema del teatro goldoniano. Salvo questa sproporzione, della quale 
abbiam accennato le cause e le ragioni, il presente saggio ci sembra assai no- 
tevole ed importante, per sicura conoscenza della materia, copia di notizie 
e buon criterio estetico e storico. Utili sono anche i ragguagli su commedie 
pili antiche, che possono esser considerate come fonti della Donna di gar- 
bo, l'esame delle quali però conduce l'autore di questo lavoro a concludere, 
che un concetto esatto del teatro di Goldoni e de' meriti suoi non può farsi 
se non studiando in esso gli elementi tradizionali e insieme ciò che a lui 
venne di nuovo dall'osservazione dei caratteri, dall' esperienza della vita e dal 
suo genio comico. 

.'. Neil' occasione del cinquantesimo anniversario della laurea dottorale 
paterna, il prof. Gius. Albertotti ha messo a luce alcuni Scritti inediti di 
Giulio Cesare Cordava (Modena. Società tipograf., 1899, di pagg. 90 in 4.»), 
dando insieme testimonianza di filiale devozione e di amore al luogo natio, che 
è Calamandrana in quel d'Alessandria. Ivi pur nacque il padre Gordara, noto 
fra i letterati del secolo scorso per perizia di latinità, per varia dottrina e 
per spiriti batlaglieri, e non dimenticato del tutto ai di nostri, come scrittore 
di quella narrazione delle imprese dell'ultimo Stuardo, che ai conforti del 
Giordani fu dal Gussalli tradotta, nonché come autore del poema il Fodero. I 
materiali qui raccolti sono molti, e rilevanti assai per la bio bibliografìa del 
Gesuita; sono notizie sulla postuma stampa delle sue opere; lettere inedite; 
varie lezioni del poema; indici delle opere inedite, fra le quali eccitano 
legittima curiosità i titoli di alcune; e ricordi degli scrittori che parlarono 
del Gordara. Farà piacere l' apprendere che l' opera del gesuita De suìs 
ae suortim rebus aliisque suorum temporum ttsque ad occasum Societatin 
Jesu commentarii, non è perduta, ma si trova in originale presso il collegio 
dei Gesuiti di Ghieri e in copia presso il conte Bernabei di Fermo: la qual cosa 
fa sperare che o per intero o per estratto possa un giorno esser comunicata 
agli studiosi. D'altra parte, sono ormai passati troppi anni e troppe gene- 
razioni, perché a farla conoscere sia d'ostacolo la probabile acredine di 
quella scrittura. Abbiamo detto che questa è una copiosa raccolta di ma- 
teriali: aggiungiamo che ognuno d'essi è illustrato con la diligenza di uno 
scienziato scrupoloso com'è l' Albertotti: ma avremmo desiderato ch'egli 
facesse ciò che forse per diffidenza dell'altitudine propria in un genere 
di studj diversi dai suoi, egli non ha voluto fare ed ha lasciato ad altri : 
un compiuto lavoro su codesto suo conterraneo, del quale fa intravedere 
l'originale e bizzara figura. La pubblicazione è arricchita di figure e di 
facsimili: quanto e più della veduta del castello di Calamandrana confes- 
siamo ci sarebbe piaciuto il ritratto del Gordara: forse l'a. non ne ha 
saputo rintracciare nessuno? 

.•. Per nozze Giovannini-Garobbi il sig. Pietro Bologna ha pubblicato 
Quattro lettere d' illustri toscani (Firenze, Laudi, 1900, di pagg. 23 in 16.°). Gli 
autori sono il Giusti, il Guerrazzi e il Guadagnoli ; e in ciascuna lettera, per 



46 RASSEGNA BIBLIOGRAICA 

quanto sieno esse brevi e familiari, si ravvisano i traili essenziali di chi l'ha 
scritta. Le due del Giusti al padre hanno quel fare un po' tepido, eh' egli usava, 
di necessità, col cav. Domenico: l'ultima, anteriore di un par di mesi alla 
morte, contiene in germe il sonetto Granduca e Tedeschi imitato da quello 
del Berni Ser Cecco e la Corte; la lettera del Guerrazzi ha qualche sprazzo 
della bile consueta, come quella del Guadagnoli lo ha di giocondità spontanea 
anche nell'angustia dei casi avversi: e tutte foimano un bel dono nuziale, 
che l'arte del tipografo ha saputo illeggiadrire. 

.". Una insigne collezione di autografi ci fa conoscere il prof. Annibale 
Campani illustrando la raccolta depositata dagli eredi di Pietro Rolandi nel 
Museo Civico di Varallo (Milano, Albrighi e Segati, 1900, di pagg. 42 in 18.°). 
Gli italiani non ignorano quali fossero le benemerenze e le virtù di Pietro 
Rolandi, del quale qui troveranno più ampie notizie, e l'indice illustrato di 
una buona porzione del suo carteggio, al quale altri autografi si sono aggiunti 
provenienti da Luigi Angeloni e da Silvio Giannini: onde una triplice clas- 
sificazione della intera collezione. Per dar una idea di questa raccolta che, 
capo per capo, è illustrala ampiamente dal sig. Campani, rammenteremo i 
nomi di alcuni fra i pili insigni scrittori di queste lettere: Amari, Angeloni, 
Arrivabene, Azeglio, Balbo, Berchet, Brofferio, Bonaparte di Canino, Buonar- 
roti Filippo, Canova, Capponi, Cavour, Cesari, Foscolo, Garibaldi, Giannone 
(l'autor deìVL'sule), Gioberti, Giusti, Grossi, Guerrazzi, Mamiani, Manzoni, Maz- 
zini, Melzi d'Eril, Modena, Monti, Niccolini, Orsini, Panizzi, Pecchio, Pellico, 
Pepe, Rossetti, Santarosa, Tommaseo, Ugoni, Vannucci ecc. Faremo qui al- 
cune minime osservazioni: pag. XIV: le notizie desiderate dall'a. sulla Bianca 
Milesi Mojon, ei potrà trovarle, oltre che in una nota a pag, 234 del Con- 
falonieri del D'Ancona, in un hbretlo dedicato alla memoria di lei da Eraile 
Souvestre, Notice biographique, Paris, 1854. — Pag. 3, è menzionato in una let- 
tera del D'Azeglio al Giannini a Livorno uno * spiacentissimo affare, ch'egli 
ebbe " coli' antipoetico poeta calzolaio „: se non v' è una allusione difficile a sco- 
prirsi, il vero è che allora, nel 44, a Livorno visse veramente un poeta calzolajo, 
certo Bracci: ma che cosa fosse l'affare spiacevole, non sappiamo. — pag. 4 
De BoNis Filippo, leggasi De Bonl — pag. 10, leggasi Cimitile in luogo di Cimi- 
tih (?) — pag. 15, Nistri in Pavia, corr. Pisa. — pag, 28, Polidori G, o F, ?; 
senza dubbio 6. cioè Gaetano, antico segretario dell'Alfieri e traduttore del 
libro su Dante del Lyell: ma dal n.° 5 in giù, si tratta di Filippo, letterato fanese 
e collaboratore deìV Archivio storico ecc. Nella prefazione, nelle note, nelle 
singole illustrazioni dei documenti sono accennali particolari letterarj e po- 
litici assai notevoli ; e forse l' egregio compilatore poteva dalla congerie 
dei documenti, trar fuori un articolo non privo di curiosità sui tempi e gli 
uomini anteriori al risorgimento, come già da queste carte e da altre ha 
cavato un saggio, di prossima pubblicazione, su Luigi Angeloni, l' antico 
triumviro della effimera repubblica romana e nestore degli esuli italiani io 
Inghilterra. 

.•. È uscito a luce il 2." voi. dell' ^nwMar/o storieo-metereologico italiano 
per Vanno 1900 compilato dai pp. Gius. Boffito e Pietro Maffi degli Osser- 
vatorj di Moncalieri e Pavia, (Torino, Artigianelli, di pagg. VIII-398, in 16.° 
picc), cresciuto di mole e d'importanza in confronto al voi. anteriore. Noi 




DELLA LETTERATURA ITALIANA 47 

vogliamo darne un cenno, perché indipendentemente dalla parte scientifica, 
ci interessano gli articoli letterarj e bibliografici fra i quali segnaliamo i 
seguenti: P. Maffi, Due lettere ined. di Alessandro Volta, le quali, sebbene 
di carattere familiare, rivelano, colla bontà del cuore, lo spirito di osserva- 
zione e di ricerca proprio al grandissimo fisico. — 0. Zanotti-Bianco, Sul- 
V epoca della nascita di Dante: discusse le varie sentenze, si conclude, che 
" siccome qui si trattta di fatti e non di opinioni, non può esser che uno 
"il dato giusto. Il sole nel 1265 entrava in Gemini il 14 maggio e n'usciva 
"il 13 giugno: quindi, data l'affermazione di Pier Giardino al Boccaccio, 
" Dante è nato tra il 14 e il 31 di maggio. Se in questo caso fosse, e non 
" è, applicabile il dato della media aritmetica, si potrebbe azzardare il dubbio 
* che la nascita di D. sia avvenuta il 24 od il 23 maggio 1265 „. — G. Bof- 
FiTO, Il fumo e il vento: noterella dantesca: a proposito dell'episodio di Buon- 
conte nel V Purgat., divergendo da coloro che interpretano fumo per esa- 
lazioni umide, vapori, nebbie ecc., l'a. crede che con la parola fumo. Dante 
non abbia voluto indicar cosa essenzialmente diversa da quello che significa 
la parola vento, indicando però colla prima la causa, colla seconda l'effetto, 
e in ciò seguendo le dottrine aristoteliche, che distinguono le due esalazioni, 
l'umida e la secca, e quest'ultima, che è causa del vento e del terremoto,, 
chiamando fumosa, o a dirittura fumo. — Alla bio-bibliografia appartengono 
l'articolo I nostri metereologisti (Schiaparelli, Del Gaizo, Lais, Bertelli) con 
cenni biografici, bibliografia dei loro scritti, e ritratti, nonché un copioso Bai- 
lettino bibliografico adro-metereologico italiano ed, estero (nel quale sono per 
noi notevoli le rubriche riguardanti gli scritti dell' Angelitti su Dante, quella 
sul Giovanni Fontano del p. Boffito ecc.) e i Cenni bio-bibliografici di mete- 
reologisti defunti (Cantoni, Riccardi (con ritratti) De Rossi) ecc. Tutt' assieme, 
una pubblicazione utile, che fa onore agli istituti che l'hanno promossa e 
agli scrittori che l'hanno compilata, e alla quale auguriamo lungo e prospero 
successo. 

/. La signorina Eugenia Levi ha pubblicato in elegantissima edizione un 
volume intitolato Lieder, Cento liriche tedesche scelte nella letteratura dei 
sec. XVIII e IX, trad tte e annotate, con nove melodie (Firenze, Bemporad, 
1900, di pag. XVI-306 in 16. picc). La scelta è fatta con ottimo criterio, fra 
i migliori Lieder del Brentano, del Chamisso, del Freiligrath, del Geibel, del 
Goethe, del Griin, dell'Heine, del Kerner, del Klopstock, del Lenau, dello 
Schiller, del Tieck, dell'Uhland e di altri poeti tedeschi, ammesso dei viventi 
il solo Paul Heyse. A chi conosce la lingua tedesca piacerà questa raccolta 
del fiore dei Lieder; genere di poesia essenzialmente musicale e nel quale 
la melodia feta già nella parola e nel verso, indipendentemente dalla no- 
tazione che possa avervi aggiunta un qualche maestro. Agli ignari soccor- 
rerà la traduzione interlineare della compilatrice, che, confortata anche dalla 
forma propria di questo genere, ha potuto render il testo senza sforzi e 
contorcimenti, e fa perciò gustare il componimento nella sua veste sem- 
plice e schietta. Aggiungono pregio al libro, oltre nove notazioni musicali, 
alcune note finali, dove si raccolgono utili ragguagli sugli autori, sui maestri 



48 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

che musicarono i Lieder, sui traduttori italiani di taluni fra essi, sulle origini 
e occasioni di alcuni canti. L'autrice, alla quale già dobbiamo altri florilegj 
consimili, con questa nuova pubblicazione prosegue il suo intento di fornir 
libri piacevoli, e giovevoli insieme alle scuole, alla gioventù, alle famiglie, 
e atti a servire come strenne o doni o premj. 

.*. A proposito di Lieder tedeschi ci piace rilevare ciò che è detto nel- 
l'ultimo numero della Zeitschrift d. Internat. Musikgesellschaft intorno alla 
notissima serenata messa in musica dal Braga: Oh quali mi risvegliano, che 
non è, come c'informa il dott. J. Bolte una tradizione valacca, come la 
qualificò il maestro Marcello che ne compose le parole, ma è traduzione di 
una ballata di Uhland. Ciò è chiaramente dimostrato dal confronto dei testi, 
ai quali il sig. Bolte aggiunge una consimile ballata di J. Lasker. 

.'. Un'opera di grande curiosità e di non minore importanza è quella 
impresa a pubblicare dal sig. Alfredo Gomandini per mezzo dell'editore mi- 
lanese Antonio Vallardi, col titolo: V Italia nei cento anni del secolo XIX, 
giorno per giorno illustrata, della quale abbiamo innanzi a noi quattro fasci- 
coli. Il titolo spiega il contenuto dell'opera, che è un diario illustrato dei fatti 
avvenuti in Italia in un secolo cosi fecondo di avvenimenti, qual'é quello che 
corre dal 1." gennajo 1801 in poi, e che contiene il nascere e il cadere del 
regno italico, le congiure che prepararono il risorgimento nazionale, le guerre 
dell'indipendenza e la formazione dell'unità con Roma capitale. L'autore, che 
è cultore appassionato degli studj storici e indagatore di documenti diligente 
e paziente, ha raccolto e disposto i fatti d'ogni parte d'Italia in ordine di 
data, illustrandoli con ritratti, quadri, stampe, medaglie, monete, oggetti del 
tempo ecc. I ritratti non saranno meno di 4 mila e 500 le incisioni grandi, 
oltre un gran numero di piccole intercalate nel testo. Di tutte queste illu- 
strazioni offrono un saggio i fascicoli già usciti a luce, dove troviamo, fra le 
altre cose, i ritratti dei più celebri generali, letterali, cantanti e musicisti, di 
Lesbia Gidonia, di Gimarosa, del card. Visconti, del Melzi, di Carlo Emanuele IV 
ecc., e riproduzioni dei quadri rappresentanti l'apertura della Consulta di Lione, 
la incoronazione di Napoleone e di Giuseppina ecc. Insomma un vero emporio 
di notizie, di documenti, di curiosità, che, giunto al suo compimento, farà 
onore a chi l'ha raccolto e alla coraggiosa ditta editrice, che l'ha pubblicato; 
e sul quale ci riserbiamo d'intrattenerci a lavoro più inoltrato. 

.•. Ci chiamiamo volentieri in colpa di un errore in che siamo caduti ne 
fase, anteriore (VII, 238), laddove parlando delle Odi oraziane tradotte dal 
prof Federzona lo incolpammo di uno "svarione,, in che l'egregio uomo 
sarebbe caduto. Lo " svarione * l'abbiamo invece commesso noi, per una di 
quelle illusioni dell'occhio, che difficilmente si correggono da chi vi è una 
volta caduto. Confessiamo dunque l'errore e . . . peccato confessato è mezzo 
perdonato. 



A. D'Ancona direttore responsabile. 

Fisa, 'ripotfrafla F. Mariotti 1900. 



RASSEdM BIBLIOGRAFICA 

DELLA LETTERATTIEA ITALIANA 

Direttori: A. D'ANCONA e F. FLAMINI. . Editore: F. MARIOTTI. 



Anno Vili. Pisa, Marzo 1900. N.° 3. 



Abbonamento annuo ì ^^ l'Estero T* » ( Un nnm. separato Cent. 



SOMMARIO: A. Mussato, Eeerinide, tragedia, a cura di Luigi Padrin, con uno studio 
di G. Carducci {k. Medin). — F. Notati, Indagini e postille dantesche (P. D'Ovidio). 
— Un uomo d'antica probità: Epistolario di L. Fornaciari (A. Bertoldi). — L. 
Piccioni, Studj e ricerche intorno a Giuseppe Baretti, con lettere e documenti 
inediti (T. Ortolani). — T. Mamiani, Lettere dall'esilio (G. fìentile). — D. Mantovani, 
Il poeta soldato: Ippolito Nievo, 1B81-1861 (V. Gian). — K. Farsetti, Quattro 
Bruseelli senesi preceduti da uno studio sul Bruscello in genere (M. Barbi). — 
A. Paoli, La scuola di Galileo nella storia della filosofìa (G. Lombardo). — Comun i- 
cazloni. A. Solerti, -4 wan^e e Caronte. — Annunzi bibliografici (Vi si parla 
di: M. MartinoKJ - A. Miola - G. Mari - G. A. Fabris, Q. Piergili e N. Zingarelli). — 
Cronaca. — Necrologie: B. Morsolin; S. Bongì. 



A T.BERTiNO Mussato. — Eeerinide, tragedia, a cura di Luigi Padrin^ 
con uno studio di Giosuè Carducci. — Bologna, Zanichelli, 1900, 
(8.°, di pagg. LIX-283). 

La serie dei volumi destinati, secondo l'intenzione dell'illustre 
promotore, a raccogliere il Teatro Antico Italiano, si è finalmente, 
dopo una lunga attesa, iniziata con V Ecerinis del Mussato. E il 
ritardo è tanto piìi deplorevole, in quanto l'egregio editore della 
tragedia mussatiana non ebbe il conforto di veder pubblicata que- 
sta sua opera, che egli curò con lungo amore e con sicura dot- 
trina. Il prof. ab. Luigi Padrin, che pel valor suo come erudito 
ed insegnante e per la sua rara modestia si era guadagnata l'e- 
stimazione di tutti, mori sessantenne nel settembre scorso; e negli 
ultimi giorni del '99 lo Zanichelli pubblicò V Ecerinis, che già era 
tutta stampata fin dal febbraio del '96. I carmi del Lovato, del 
Bovetini, del Mussato e del Favafoschi editi da lui nell' '86, il Prin- 
cipato di Giacomo da Carrara secondo le storie inedite del Mussato, 
uscito in luce nel '91, nonché altre pubblicazioni minori, già ave- 
vano indicato a chi si sarebbe dovuto affidare l'edizione critica 
dieW Ecerinis. Il Padrin con una solida preparazione storica e 
filologica da parecchi anni attendeva ad illustrare la vita, le o- 
pere e i tempi di Albertino Mussato: la morte troncò questo suo 
alto divisamento; ma, per fortuna, oltre all'edizione àeW Ecerinis, 



50 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

di cui ora parleremo, egli lasciò pure tutto pronto il testo emen- 
dato dei sette libri inediti delle storie mussatiane, di cui chi scrive 
questa rassegna, per l' affetto che lo legava a quel suo dilettissimo 
amico, curerà tra non molto la .stampa. 

Tutte le edizioni precedenti deìV Eceriuis risalgono diretta- 
mente con poche varietà alla veneta di Felice Osio (1636), ristam- 
pata nel secolo appresso dal Grevio e dal Muratori, dai quali la 
tolsero gli editori successivi. Quale fosse questo testo, non è bi- 
sogno ch'io dica qui: errori di senso e di metrica, arbitrarie mo- 
dificazioni e curiose interpolazioni ne rendevano qua e là difficile 
e talvolta incomprensibile la lettura. Era quindi necessario di 
ricorrere ai manoscritti, e, poiché l'autografo manca, di ricosti- 
tuire il testo con l'esame critico delle varie lezioni. Dei quattro 
codici onde si era servito l'Osio ora non si ha più notizia; ma 
il danno non è grande, poiché non erano certo dei migliori: il 
Padrin ne conobbe, in cambio, ventitre, taluni dei quali assai 
più autorevoli degli adoperati dall' Osio. Classificati i mss. per età, 
egli prese per punto di partenza il testo dato dal Magliabechiano 
col commento dei maestri Guizzardo e Castellano, notando codice 
per codice tutte le diversità, anche le più lievi, verso per verso. 
In tal modo potè dedurre la filiazione dei mss. e il loro raggrup- 
pamento in famiglie ed eliminare i testi inutili, riducendo il nu- 
mero dei mss. dentro la cerchia di quelli appartenenti al sec. XIV, 
i quali alla lor volta « si rannodano tutti per vincoli di cogna- 
« zione intorno a due antichissimi e meno scorretti degli altri, il 
« Magliabechiano e il Londinese » scritto di mano di Coluccio Sa- 
lutati. La divulgazione deW Ecerini s avvenne fra l'ottobre del 
1314 e il dicembre del 1315: quindi il Commento, che era finito 
il 21 dicembre del 1317, « tanto per la vicinanza di tempo quanto 
« per la qualità delle persone che lo estesero, sarà stato presumi- 
« bilmente condotto sopra un testo, che, se non era identico al- 
« l'originale, è probabile che se ne scostasse assai poco». Nel 
codice Magliabechiano si riconoscono le impronte caratteristiche 
di quello citato dai due commentatori, ma la redazione del Ma- 
gliab. non è però in tutto e per tutto eguale a quella del testo 
da essi adoperato; sicché l'amanuense di questo codice deve, 
prima d'ogni altra cosa, aver trascritto il Commento e poi copiata 
la tragedia da un codice della stessa origine di quello onde fu 
tratto il testo adoperato nel Commento. 

Il codice Londinese appartiene ad una famiglia diversa dal Ma- 
gliab.; cioè l'esemplare adoperato dal Salutati «conteneva spe- 
« ciati divergenze da quel supposto cod. secondario, a cui risalgono 
« il testo contenuto dal Commento e quello dato dal cod. Magliab. », 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 51 

E dopo un e?auie particolareggiato dei codici della seconda fa- 
miglia, il P. conclude che essi derivano tutti, sebbene per vie 
diverse, da un medesimo supposto codice secondario, che il Lon- 
dinese e l'Ambrosiano D. 11, inf. riproducono meno inesattamente 
degli altri. 

Da ciò ne consegue che il fondamento della nuova edizione 
è nei testi dati dai passi citati nel Commento e dai codici Ma- 
gliabechiano. Londinese e Ambrosiano, distinti in due famiglie 
originate da due supposti mss. secondarj, ciascuno dei quali con 
caratteri proprj : risalenti però entrambi ad un solo archetipo co- 
mune, il cui trascrittore si credette leciti taluni mutamenti che 
appianano il senso, ma guastano i versi. 

Nel testo il P. rispettò religiosamente l'autorità dei codici, 
proponendo appiè di pagina le correzioni agli errori lampanti, 
dovuti senza dubbio al menante. Con l'archetipo attuale, quale 
si potè ricostituire con i quattro mss. principali più volte ricor- 
dati, il benemerito editore raggiunse una buonissima lezione, senza 
confronto molto migliore della volgata e che si avvicina assai 
alla originale, ma che non è certo esattamente identica a questa, 
come lo dimostra la lacuna che si riscontra dopo il verso 564. 

Il prof. E. Mestica {A. Mussato e la stia tragedia, Perugia, 1889, 
p. 30 e seg.) biasimò la divisione e la disposizione irrazionale delle 
quattro parti e più specialmente dei Cori neW Ecerinis; ma la 
divisione in atti e scene non è data dai mss. che si conoscono, 
sicché assai probabilmente è dovuta, non al Mussato, ma ai com- 
mentatori e agli editori. 

Alla tragedia, con appiedi le varianti, segue intero il testo del 
Commento dei due maestri: a Guizzardo è dovuta la parte gram- 
maticale, che il bassanese Castellano rettificò e arricchì delle no- 
tizie storiche. Di questo Commento e de' suoi autori discorse con 
diligenza B. Colfi nella Rassegna Emiliana del 1891 (Anno II, 
fase. VIII-XII); e nel '98, cioè quando il voi. del Padrin era già 
da due anni stampato (non pubblicato), il dott. L. Fabris raccolse 
in un opuscolo tutte le notizie sparse in varie opere d'erudizione 
intorno al Castellano, e studiò il noto poema di questo sulla pace 
tra il Barbarossa e Alessandro III {Di Castellano Castellani e del 
suo poema, Èassano, tipogr. S. Pozzato, 1898). Si potrà forse dubi- 
tare dell'utilità della riproduzione integra del Commento; e in- 
fatti ricordo che lo stesso Padrin avrebbe preferito di pubblicarne 
la sola parte storica, omettendo la grammaticale e retorica che, 
con le solite suddivisioni e definizioni, non ha più alcun valore 
per noi. Le note illustrative e i rafi'ronti con i cronisti e con le 
altre opere del Mussato, che l'editore vi appose, mostrano all'e- 



52 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

videnza quale sia la parte sempre viva di questo Commento: 
quella cioè dovuta più specialmente all'umanista bassanese. 

Una larga preparazione storica aveva messo il compianto e- 
ditore in grado di apprezzare meglio d'ogni altro il valore po- 
litico e civile deW Ecerinis, che viene lumeggiato, meglio che dai 
due commentatori e dai cronisti, dalle altre opere del Mussato 
stesso. Parecchi anni or sono il prof. Zardo considerò VEcerinis 
sotto l'aspetto storico {Rivista storica ital., voi. VI, fase. Ili), ma 
questo lavoro non è più che un modesto saggio, il quale dopo gli 
studj più recenti dovrebbe essere corretto e ampliato di molto. Non 
è certo necessario ch'io ricordi qui gli altri critici (e sono molti) 
che parlarono deWEcerinis, avendone già fatta un' analisi accura- 
tissima il Cloetta nel secondo voi. dei suoi Beitràge zur Litteratur- 
geschichte des Mittelalters und der Renaissance (Halle, 1892); chi 
poi volesse conoscere i varj giudizj vecchi e recenti su questa trage- 
dia, può ricorrere allo studio che il Carducci pubblicò dapprima 
nella Nuova Antologia e ora accodò alla novissima edizione di cui 
parliamo; nel quale discorre da pari suo della tragedia nel medio- 
evo anteriormente al Mussato e della materia, dello spirito e delle 
forme dell' Ecerinis. 

Primo il Napoli-Signorelli aveva ravvisato neW Ecerinis « un 
« interesse nazionale che ravviva tutte le parti del dramma »; ma 
chi giudicò esattamente, penetrando nell'intima essenza di questa 
tragedia e rendendosi piena ragione della sua forma, fu lo Za- 
nella, che la disse, più che una tragedia vera e propria, « l'inno 
«della libertà padovana». Ora il Carducci, confermando questo 
giudizio, la definì un epos tragico, « ciò insomma che il medioevo 
« intendeva per tragedia, un carme di battaglie, di morti, di mine, 
« da cantare e da leggere, ... di atteggiamento e versificazione 
« senechiana »; soggiungendo poi, e in ciò è la ragion vera della 
fama imperitura deWEcerinis a difi'erenza di quasi tutte le altre 
tragedie medievali, che essa « è una rappresentazione di cose del 
« tempo con fine civile, della quale l' elemento realmente vivo è 
« il patriottismo dell'autore ». Ora, in questa vita, che è cosi nella 
tragedia come in quasi tutte le opere del Mussato, si rivela la 
schietta e potente originalità di lui; nel quale per opera dell'ani- 
mo e dell'ingegno suo, ardenti del pari, ammiriamo mirabilmente 
fusi in una sola superba figura, il cittadino, il soldato, il magi- 
strato e lo scrittore. 

Il Carducci afferma che il Mussato ebbe l'onore dell'incoro- 
nazione in premio deW Ecerinis, dimenticando forse che, come già 
il Padrin aveva notato, i Padovani vollero rimeritare cosi non solo 
il poeta, ma ben anche lo storico, che nella Storia Augusta aveva 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 53 

levata alta la voce contro il pericolo della tirannide, accennando 
a Cangrande come ad un Ezzelino redivivo {ad instar infandissimi 
Ecerini de Romano).^ Tutti i critici deìV Ecerinis ripetono che il 
Mussato ci addita nel tiranno d'un tempo quello del tempo suo, 
riferendosi ai celebri versi: 

O, semper huins Marcbiae clades vetus. 
Verona, limen hostium et bellis iter, 
Sedes tyranni; sive sit terrae situs 
Belli capacis, sive tale bominum genus 
Natura ab ipsa tale producat solnm. 

Senonchè nessuno, ch'io sappia, ricordò il più bel commento di 
questi versi, che si legge nel libro VI della Storia Augusta, in quel 
solenne discorso che Rolando da Piazzola tenne nel Consiglio di 
Padova subito dopo la nomima di Cangrande a vicario imperiale 
(1312) avvenuta in Vicenza, che a sommossa dello Scaligero si era 
liberata dalla soggezione di Padova: « Non quippe puduit, o cives, 
« immo ex partiariorum consulto, ut vos Me Canis in tirannidem 
« trahat, bellura intestinum propinquis in huius civitatis sinu mo- 
« veat? in memoriam veniat patrum nostrorum fera ac foeda 
«ipso relatu clades! Ille scilicet Sathanae fìlius Ecerinus de Ro- 
« mano, quem huius Henrici de Lucemborc scelestus Fridericus 
« praedecessor ad solas neces ministrum hoc falso Vicariatus Im- 
« perii nomine constituit. Proh dolor! quantum reminiscentia ani- 
« madvertere opus sit nobis; qua solertia has reservare reliquias! 
« Haec sunt vestigia, cives, illis simillima, si vos ad vitam et mores 
«huius ab infantia Canis vos retuleritis: Me nempe Ecerino ilio 
« ferocior. Taceo quam maturior aevo sanguine suorum manus 
« pollutas habuerit, nec vobis parciturus semper invisis, semper 
« exosis, ilio natus, ilio educatus loco, quo undecim millium patrum 
« vestrorum funera una simili nece defunctorum adMic vivens me- 
« moria non abiecit ». 

Il ravvicinamento dunque di Cangrande con Ezzelino III non 
era un artificio poetico del Mussato, ma correva spontaneo nella 
mente e sulla bocca di tutti i padovani; onde l'alto significato 
politico della tragedia. Mi sarebbe assai agevole, anche a merito 
dei numerosi appunti intorno al Mussato lasciati dal mio com- 
pianto amico Padrin, moltiplicare questi raffronti notevolissimi; 
i quali ci porterebbero alla conclusione, che il miglior commento 



1 II principato di Giacomo da Carrara cit., p. 12. Mi permetto di osservare qui in nota, che 
11 primo editore dell' ^ce/Twts fu Felice Osio, non, come vuole il Carducci, Nicola Villani, 
che di suo aggiunse le note (vedi anche a pag. II di questa ultima edizione); che i tre 
libri in versi sull'assedio di Padova del 1320 non vanno intramessi al De gestis Italicorum, 
ma costituiscono un'opera a parte, e che, finalmente, l'eccidio d^li Ezzelini avvenne il 1260 
e non il 1264, come scrive il Carducci stesso. : • j.a- _ jti: 



54 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

àeìV Ecerìnis è nella Storia Augusta, nel De gestis Italicorum 
e nelle Epistole, e che l'importanza storica àeW Ecer'mis non può 
essere pienamente apprezzata se non da chi la ricolleghi con 
queste opere, animate tutte dallo stesso infiammato amore per la 
libertà repubblicana, dallo stesso odio implacabile verso tutti i 
tiranni, che spirano con tanta ardenza nella tragedia famosa. 

A. Medin. 

F. NovATi. — Indagini e postille dantesche. Serie prima. — Bologna, Zani- 
chelli, 1899, (n. IX-X della Bibliot. di letterat. dantesca; di (pp. 178 in 8.»). 

Aureo libretto è questo, e, finito che si sia di leggerlo, quelle due paroline 
del frontespizio, serie prima, richiamano meglio l' attenzione sopra di sé e 
danno una lieta speranza. Delle sei cose che lo compongono, le prime tre 
hanno fra loro un intimo legame e son nuove del tutto; le altre, inserite 
in Atti accademici e poi divulgate in piccol numero d' esemplari, sono ri- 
stampate con nuove cure. 

Nella prima di tutte l'A. muove dalla dibattuta, e si potrebbe dire sbat- 
tuta, testimonianza di Ubaldo da Gubbio, da cui nel Teleutelogio Dante è ri- 
cordato qual sue a teneris annis adolescentie preceptor: parole che furon 
prese per indizio d'una dimora di Dante in Gubbio, o si ebbero in poca fede. 
Lo Zingarelli con diligenti ricerche mise in chiaro, tra l'altro, che il 1326 
Ubaldo andò in Firenze dopo avere studiato diritto a Bologna, e pubblicò 
allora il suo trattato. Ma, non distaccandosi dalla tradizionale idea che quelle 
parole significhino aver Dante davvero insegnato a Ubaldo fanciullo e adole- 
scente, egli insistè sulla congettura che tale onore fosse toccato a Dante in 
Bologna. Il Novati si separa da lui su questo punto capitale, e, dimostrando 
che nella latinità classica e medievale il vocabolo precettore può aver sensi 
ben più ideali di quel che oggi suona a noi, gli ascrive qui il significato 
più alto, il quale non implica nemmeno che Ubaldo avesse mai visto Dante. 
Fra gh esempj che adduce in nota, quello di praeceptor morum può parer 
che non dica molto; ma è addotto per lusso, e la tesi lessicale, come la sua 
apphcazione a questo caso particolare, mi paiono ormai fuor di dubbio. È 
vero che Ubaldo parla dei teneri anni, ma anche per questo il N. arreca 
esempj che liberano da ogni scrupolo. Ed uno scrupolo ben altrimenti le- 
gittimo è l'osservare che, a voler prender la cosa alla lettera, troppi anni 
avrebbe dovuto Dante far da pedagogo ad Ubaldo, perché questi potesse 
dire d'averlo avuto nell'adolescenza incominciando dai teneri anni. Credo 
inoltre si debba considerare un po' più insistentemente il valore di adole- 
scentia, che a noi moderni richiama un concetto alquanto diverso da quello 
che richiamava ai latini ed anche ai dotli del medio evo. Nei classici é ap- 
plicato a uomini di tale età ed a tali personaggi, che sulle prime ne re- 
stiamo sorpresi. Al confronto è ben discreto Varrone che fa cominciare 
l'adolescenza al quindicesimo anno e finire al trentesimo. Isidoro, che più 
importa qui, la poneva tra il decimoquarto e il ventesimottavo; e Dante ci 
sa ancora d'antico quando la protrae fino a tutto il venticinquesimo. Si 
fa conto che Ubaldo polcss' aver treni' anni (o anche meno) nel '26; uù sembra 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 55 

dunque che colui potesse parlar dell'adolescenza non come d'un' età pas- 
sata, a cui riportasse l'aver avuto a pedagogo il tale o il tal altro, ma 
come dell'età in cui tuttora si trovasse, sicché in fondo venisse a dire: Dante 
è il faro della mia gioventù, fin dagl'inizj di questa l'ho per modello. 

Sennonché, codesta efficace discussione, che ha già un valore per sé stessa 
(anche quello di mostrare che quest'Ubaldo non si vantò con una bugia, 
come ne fu sospettato per aver solo espresso, poveretto, un sentimento gen- 
tile), non è che l'avviamento al discorso principale con cui il N. scuote l'at- 
traente supposizione di Corrado Ricci, che Dante finisse lettore di rettorica 
latina o volgare nello Studio di Ravenna, Pel N., come l'insegnamento pri- 
vato, cosi non è credibile nemmeno l'insegnamento pubblico di Dante. Se 
il Roccaccio dice che questi in Ravenna " con le sue dimostrazioni fece più 
" scolari in poesia e massimamente nella volgare „, ciò importerà solo che 
l'esempio del poeta (e dimostrazioni mi pare appunto che debba valere e- 
sempj) suscitò la vena e fu di scorta a quelli che ebbero la fortuna di av- 
vicinarlo in quegli anni di maggior riposo e bonomia. Le poche testimonianze 
posteriori non son che rifioriture ed esagerazioni della boccaccesca. Del resto, 
uno Studio ravennate, continua l'A., nei s. XRl e XIV non v'era più: solo 
si ha qualche prova che ve ne fosse un piccolo strascico. Ma, anche sorvo- 
lando su questo, se allora s'ebbero libri rettorici in volgare, si dirigevano 
agli uomini di mondo, ai laici bisognosi d'acquistare una certa abilità di 
parola nella vita pubblica, e supplivano in ciò al difetto della scuola, appunto 
perché nella scuola sarebbe parsa una stonatura l'uscire dal solito insegna- 
mento latino. Un quissimile è a dire dei trattatelli di ritmica volgare; e An- 
tonio da Tempo era un magistrato, non un professore. Anche i trattati sul 
provenzale, aggiungerei, non indicano punto una vera e propria scuola, e il 
caso semiserio di maestro Tuisio non dice nulla in contrario; e i primi veri 
insegnamenti di poesia e lingua volgare furono in fondo quelli sui generis 
ch'erano impliciti nelle pubbliche lezioni sulla Divina Commedia. L'istitu- 
zione dunque di una cattedra predantesca conferita a Dante è tal singolarità, 
che ci vorrebbero documenti irrecusabili per credervi: il supporla come una 
cosa facile è un anacronismo. Chi si limitasse a credere che invece la cat- 
tedra conferitagli fosse addirittura di rettorica o di poesia latina, cadrebbe 
secondo il N. in un altro anacronismo, reputando che allora si potesse in- 
segnare in uno Studio senz'averne la regolare abilitazione, il dottorato, il 
convento. La patente per titoli e l'insegnamento pubblico abusivo, a quanto 
pare, non esistevano in quei tempi men leggiadri. Il N. dimostra tale assunto 
in ispecie con l'esempio dello Studio di Rologna. Al più, nelle condizioni 
legali in cui Dante si trovava, gli sarebbe stato lecito d'insegnar gramma- 
tichetta; e quest'insegnamento, non altro, resulterebbe dai primi versi della 
prima egloga di Dante, se pur se ne desumesse, come si credette, che quivi 
l'insegnante sia lui. Ma la fine analisi del N. chiarisce, oltre il resto, come 
l'insegnante di grammatica sia l'altro cui Dante accenna, cioè ser Dino Pe- 
rini. E in ultimo, non è punto verosimile che il poeta si piegasse a far il 
maestro, né v'è nulla di men che conveniente e bello che il suo rifugio in 
Ravenna fosse semplice ospitalità del Polentano. Dante nell'esilio fece l'uomo 
di corte e il negoziatore politico: vita non priva d'affanni né d'amarezze, ma 

/ . 



56 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

che era la vita sua, com'è pur indicato dalie lodi che faceva dei signori o- 
spitali e generosi e dai violenti rimproveri a quelli avari. E ben conclude il 
N. che l'ipotesi della cattedra non solo non si deve accettare in quanto non 
è né provata né probabile, ma in quanto verrebbe a smentire ciò che non 
è un'ipotesi: l'ospitalità benigna e deferente di Guido, della quale si hanno 
tante attestazioni, di cui alcune egli mette nuovamente in rilievo e un' altra 
assai significativa n'aggiunge. 

Là dove Dante scrive bucolicamente a Giovanni del Virgilio d'aver seco 
una pecora piena di latte che spontaneamente chiede d'esser munta, e le 
sue mani essere pronte a mungerla, e voler egli empire dieci mastelli di 
latte da mandare a lui Mopso, cioè Giovanni; una congiura di aberrazioni 
critiche aveva ormai resa tradizionale la storta chiosa, che quei dieci vasi 
fossero dieci canti del Paradiso. Anch' io la ripetei, mentre pure una di quelle 
riflessioni mezzo inconsapevoli, a cui talvolta non si dà abbastanza retta, 
mi susurrava dentro: il grammatico era stufo della poesia volgare, e lui 
per tutta risposta gliene voleva mandare altri dieci canti? e con tanta di- 
sinvoltura dava il volo ad un terzo del Paradiso ? — Son riconoscente al 
mio nobile amico d'avermi bene aperto gli occhi, con la sua seconda dis- 
sertazione, e agli altri auguro non li tengan chiusi per forza. Rifacendosi a 
due sobrie chiose dell'antico postillatore laurenziano e discutendo in lungo 
e in largo gli errori parziali o generali dal Dionisi in poi, ei prova nel modo 
più luculento che la solitaria pecora smaniosa d'esser munta è la poesia 
bucoHca latina da tanti secoli negletta, e i dieci vasi di latte son dieci eglo- 
ghe che Dante si proponeva di mettere insieme. Codesto nùmero che Vir- 
gilio aveva ereditato da Teocrito sembrava poco meno che essenziale al 
genere, di cui la Bucolica virgiliana era il solo modello che allora tenesser 
presente; né Dante era uomo da non dar peso ai nunieri, o da non trovar 
gusto in un genere di poesia imbevutosi tanto di quel simbolismo ch'era 
cosi familiare al suo spirito. L'egloga era e seguitò ad essere considerata, 
pili che come un componimento a sé, come un capitolo d' un tutto che sì 
diceva hucolicum Carmen. Il povero esule non arrivò che a scriverne due 
capitoli, e di ciò fa lamento un disti^co dell' epigramma necrologico dettato 
da Giovanni del Virgilio. Non è che Dante abbracciasse i gretti pregiudizi 
di quel suo simpatico ammiratore iu fatto di poesia volgare, o le esortazioni 
di lui gli facessero di punto in bianco venir l' estro della latina. Già ci pen- 
sava, è lui che lo fa intendere ; e quelle esortazioni gli vennero in taglio pei 
suoi nuovi propositi poetici, e per qualche ambizioncella a cui aveva volto 
r animo. 

Sdruccioliamo cosi nella dissertazione successiva, che concerne la laurea 
poetica vagheggiata da Dante. Tutti intesero che ad essa accenni il cappello, 
salvo il Todeschini che scorse in questo il berretto di dottore in teologia: 
pensiero felice in apparenza, poiché di quel cappello Dante tocca subito 
dopo che San Pietro lo ha approvato nella fede, e a proposito del poema 
sacro, e dice volerselo mettere in capo sul fonte stesso ove col battesimo 
era entrato nella fede; in quel San Giovanni ove s'onoravano, secondo un'an- 
tica attestazione, gli scienziati che venissero di Bologna. Ma il N. con pili 
felice analisi demolisce la bella costruzione. Nessuno Studio italiano confe- 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 57 

riva la laurea in teologia, ed a Parigi né risulta seriamente che Dante fosse 
né ci volevan meno di nove anni di studio e meno di due esami per con- 
seguirla. Era in^rece tradizionale il concetto che un intimo legame stringesse 
la teologia e la poesia, ond'è tutt'altro che una stonatura che la speranza 
della laurea poetica s'avvalorasse in Dante per l'essergli stata in Paradiso 
recinta la fronte d'apostolico lume. D'altro lato però, la generale credenza 
che cappello significhi qui gallicamente ghirlanda, il N. non crede poterla 
accogUere, che veri esempj di tal gallicismo egli prova non essersene an- 
cora allegati in italiano. Gli è piuttosto, ei continua, che la coronazione 
poetica assumeva tutto il carattere e tutte le forme d'un addottoramento, 
d'un conferimento del berretto dottorale; ed alle forme si badava allora 
moltissimo, né è poca ingenuità credere che per amor del nostro Dante i 
suoi contemporanei fossero disposti a far man bassa su tutte le norme più 
stabilite. E qui il N. s'addentra in una bella ricerca, dalla quale risultano 
tante cose che non le posso riassumere. Riduce a due soli i veri laureati in 
poesia : Bono da Bergamo, di cui si sa pochissimo, e il Mussato. Il che ri- 
sponde bene al rammarico di Dante che sì rade volte l'alloro si colga pel 
trionfa d'un poeta o d'un Cesare. Il trionfo del Mussato a Padova nel 1315 
dovè suscitare o rinfocolare nel rnen fortunato poeta fiorentino la speranza 
dell' alloro, e giusto con l' esempio del Mussato gh stuzzicava l' emulazione 
Giovanni del Virgilio. Dante dovè, per affinità d' opinioni e di aderenze po- 
litiche e pel suo aggirarsi nel territorio veneto-emiliano, conoscer forse di per- 
sona il Mussato; certo averlo presente al pensiero, e sentirsi rimescolare per 
quella cerimonia, che destò tanto rumore. Or di essa ci rimane la descrizione 
del Mussato medesimo; e ne appare che la pubblica festa, approvata dalle 
autorità cittadine che poi vi presero parte diretta, fu promossa dal collegio 
dei dottori, e nella sostanza fu in lutto il rituale un addottoramento. Il con- 
fronto con la coronazione del Petrarca e con altre aiuta il N. a ribadir co- 
desto concetto. Il diritto di crear dottori, proprio delle corporazioni accade- 
miche, alcuni principi lo ascrivevano a sé, e perciò appunto si credettero le- 
cito di coronar qualche poeta: facendo, già si sa, di cotali prerogative quel- 
l'uso sempre discreto che oggi i ministri fanno dell'articolo 69. I principi 
concessero la prerogativa pure ad alcune città, e ad una concessione impe- 
riale rimonta la facile largizione di lauree poetiche che Firenze fece nel se- 
colo XV. Insomma la laurea poetica era cosa eccezionale, rarissima ai tempi 
di Dante e Petrarca, ma s'inquadrava nelle regole ordinarie e nella varia 
legislazione scolastica d' allora. Sicché ottener quella laurea, come franca- 
mente dice qualche antico chiosatore, era un conventarsi in scienza poetica ; 
e golìa supposizione è invece quella di qualche storico moderno, che Dante 
pensasse di mettersi in capo con le proprie mani T alloro sul fonte del suo 
battesimo. Finalmente, poiché la scienza e la poesia avevano a sola degna 
veste dotta il latino, e la laurea del Mussato riguardava di fatto la sua tra- 
gedia, Dante poteva solo dalla poesia latina ripromettersi l'alloro. Per ciò 
s'arrese subito al consiglio dell'amico di Bologna, e si diede al carmen 
bucolicum. Né era assurdo che, mentre gli si faceva sperare la laurea a Bo- 
logna, egli rivolgesse l'animo piuttosto alla sua Firenze dove non era uno 
Studio. Pochi mesi prima della morte di lui, Firenze decretò d'aprire uno 



68 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Studio generale, e quel solenne decreto doveva ben essere stato preceduto 
da necessarie pratiche col Pontefice, col Re di Napoli e con altri; sicché 
quei preparativi doveron giungere al suo orecchio e destargli la tenera spe- 
ranza che la pubblicazione completa della Commedia gli ottenesse il rimpa- 
trio e la laurea in scienza poetica. 

La severa e sapiente argomentazione mi riesce nel tutto' insieme assai 
persuasiva, e ciò nonostante mi lascia in qualche perplessità. Il N. scrive 
(p. 99): * Quand'egli avesse alla Commedia congiunto il poema per cai ri- 
" viver doveva la musa di Titiro, chi avrebbe ardito di contrastargli il cap- 
" pello? E chi vietargli di sovrapporvi l'alloro? „ — Ma, domando io: si tratta 
qui d'una sovrapposizione addirittura materiale? o di due cerimonie succes- 
sive? E se è cosi, il poeta accennerebbe alla prima delle due, che rendesse 
possibile l'altra, e si contenterebbe di sottintender l'altra, che pur era la 
maggiore e costituiva la vera sua brama? Ed è poi proprio certo che l'alloro 
poetico dovess' esser preceduto, come da conditione sine qua non, da un ad- 
dottoramento in arti o hervettazione ? — Sono quesiti che avrebbe fatto bene 
ad affrontar lui, tanto meglio preparato, anziché abbandonarli alle modeste 
titubanze o alle audaci presunzioni dei diversi lettori. Inoltre, saranno stati 
ingenui tutti quei dantisti che non si resero conto delle difficoltà d'una laurea 
poetica che allora si volesse per la semplice poesia volgare, ma bisogna con- 
venire che il primo ingenuo fu Dante stesso, che nell'esordio del Paradiso 
disse esplicitamente sperar solo da quest'ultimo la fronda cara ad Apollo: 

Oli divina virtù, se mi ti presti 
Tanto elle l'ombra del beato regno 
Segnata nel mio capo io manifesti, 
' Venir vedrà' mi al tuo diletto legno 

E coronarmi allor di (luelle foglie 
Che /(( nmleriii e tu mi farai degno. 

O è forse da credere che nell'esordio del e. XXV egli mutasse tono, quasi 
a correggere quel che v'era stalo di precipitoso nella sua prima speranza? 
La compattezza della limatissima cantica, e una certa prosaicità che vi sa- 
rebbe in una correzione di tal fatta, distolgono dall' appigliarsi a questo par- 
tito. Il Todeschini pensò che dal poema sacro Dante non s' aspetti che 
il rimpatrio, e quindi la sola possibilità di avere in patria la laurea; ma 
è una stiracchiatura. Non bisogna sciupare il beli' insieme del discorso, 
che in fondo è: "se la Commedia mi riaprirà le porte di Firenze, io, ritor- 
" nandovi poeta ben pili maturo oramai e ben più grave o famoso di quel 
" che ero quando ne uscii e non avevo fatto che liriche più o meno amo- 
" rose, vorrò prendere proprio H dove fui battezzato quella laurea poetica 
• che ho detto aspettarmi specialmente dal Paradiso ,. Ha fatto bene il N. 
a mostrare come non senza precipitazione s'insinui esser allora ovvio tra 
noi cappello pev ghirlanda; ma nulla poi c'impedisce d'ammettere che Dante 
qui si valesse d' un non comune gallicismo, tanto più in rima e trattandosi 
di poesia e di poetica, e vedendosi che molti antichi fiutano il gallicismo 
senz' alcuna esitazione o scandalo. La questione è secondaria, e il ritorno 
nir interpretazione tradizionale non guasterebbe 1' assunto del N., anzi lo 
disimpaccerebbe d' un problem uccio angoscioso. Cosi pure, egli ha fatto bene 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 59 

a insegnarci come la laurea in poesia rivestisse le forme del doltorato, ma 
ciò non è luti' uno con l'aver dimostrato o col dover sospettare che quella 
laurea presupponesse il possesso d'un dottorato ordinario, come l'aveva 
il Mussato che già era del Collegio dei giuristi, ovvero il preliminare confe- 
rimento onorifico del dottorato a chi ne fosse sprovvisto. Non solo a ciò 
mancano le prove, ma ci manca in un certo senso la materia provabile; poi- 
ché la laurea in poesia era eccezionale per sua natura, e per di pili raris- 
sima, secondo il N. stesso ha chiarito, secondo Dante stesso lamenta, e se- 
condo il Boccaccio viene a dire qualificandola " inusitato e pomposo onore „. 
V'é intrinseca ripugnanza nel supporre norme predeterminate, rigide, quasi 
vessatorie, ad un'onoranza insolita, imprevista, graziosa. Solo, si adattava alle 
forme convenzionali del tempo, simulando le apparenze, ingrandite, d'un dot- 
torato in grande. Ed appunto poi perché era cosa eslege, il maraviglioso di- 
lettante potè, con ingenuità non goffa, lusingarsi d' ottenere la laurea per la 
poesia volgare. La scienza regolare e ufficiale non la intendeva cosi, e un 
rappresentante di essa con amorevole premura scosse il poeta dalla facile 
illusione. E il poeta, che infine era di questo mondo benché dicesse d'essere 
stalo in quell'altro, capi il Ialino, e condiscese tanto più volentieri in quanto 
che era naturale in lui di non istarsene con le mani a cintola, finito che 
avesse il poema, e di voler imitare del suo Virgilio la Bucolica dopo che 
n'aveva esemplato in volgare l'Eneide. Ma se con l'attendere a farsi dei 
titoli anche per il latino compiaceva il proprio genio, assecondava un amico 
un po' corto ma devolo e più esperto dell'umore dei dotti di professione, e 
si agevolava l'adempimento di una speranza innocente, non giungeva fino a 
rinnegare la sua maggior gloria e la sua gran fede nel volgare; tanto più che 
i saggi latini dovevan servire ad eliminare le difficoltà, a far tacere un pre- 
giudizio, ma si capiva bene che la sua fama di poeta volgare era il vero 
sostegno dell' aspirazione sua e dell' altrui desiderio d' appagarla. Perché il 
bolognese aveva tanta smania di spingerlo al Ialino? Perché già lo am- 
mirava e lo sentiva ammirare pel divino ingegno mostrato nella poesia vol- 
gare. 

Per fare un paragone approssimativo, poniamo che a Carlo Porta fosse 
venuto l'uzzolo d'essere ascritto all'Istituto lombardo, e il Monti gli dicesse: 
con tutto il cuore, ma lascia una buona volta il meneghino e fa qualcosa 
in italiano! Se il Porta ci si fosse piegalo, era sottinteso per tutti, e più 
ancora per lui, che però il suo volume vernacolo reslava la base della sua 
riputazione, e la vera ragione, operante anche su quelli che se ne sarebbero 
voluti sottrarre, della comune arrendevolezza. Cosi Dante non ebbe nulla da 
cancellare di ciò che aveva scritto nel Paradiso, pur piegandosi in pratica 
al consiglio benevolo. Mi pare che in tal modo tutto s'appiani. 

I tre capitoli del Novali, oltre all'erudizione abbondante, spesso recondita, 
che arriva dappertutto, che esplora, per cosi dire, anche il sottosuolo e le 
zone laterali della via che percorre; oltre al ragionamento diritto e sobrio 
(sobrietà conciliabile pur con una certa esuberanza nel fraseggio e nel pe- 
riodo); hanno il merito di svolgere tre tesi che si collegano fra loro e si 
sorreggono a vicenda: indizio manifesto d'un metodo costante, d'un pen- 
siero coerente e perfettamente organico. I capitoli rampollano bellamente 



éO RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

l'uno dall'altro, come tutti son radicati nel suo ottimo libro sull'influsso del 
pensiero latino sopra la civiltà italiana del medio evo. 

Circa i rimanenti non occorre indugiarsi, che i periodici ne esposero a 
suo tempo il contenuto. Basti dire che nel quarto sono additati i leggendari 
racconti sul pentimento di Manfredi in punto di morte, ed agitate le questioni 
particolari (con qualche buon ritocco alle ipotesi proposte nella prima edi- 
zione) a cui essi dan luogo; e se ne desume che l'episodio dantesco potè 
aver qualche appoggio nella tradizione. Il che mi par giusto, e, poiché può 
parer che turbi una tesi mia ove Manfredi è implicato, mostrerò altrove come 
in verità non la turbi. Qui mi contenterò di dire che nel modo di allacciare 
l'investigazione storica alle questioni di esegesi dantesca, l' espressione del 
nostro autore, se non il pensiero, oltrepassa un tantino quella che a me sem- 
bra la giusta misura. Per es. scrive doversi cercare " su quali fondamenti il 
" poeta abbia poggiata l'affermazione sua cotanto franca ed aperta che lo 
" Svevo non è dannato „; e si chiede: del ritorno di Manfredi a Dio " ondede- 
" rivo contezza il poeta? , Ma ciò, a rigore, condurrebbe a limitare la libertà in- 
ventiva del poeta in un modo troppo bonario, e molto compromettente per chi 
voglia penetrare nelle intime ragioni della creazione poetica. M'è necessario 
avvertirlo, perché l'autorità grande del Nevati può sviare altri e condurli 
dove egli non vorrebbe veder arrivare alcuno. Dante era liberissimo di salvar 
Manfredi, nel modo che lo salva, ancorché tutti lo facessero dannato; ed era 
padrone di metterlo nel suo inferno, anche se dieci leggende s'accordassero 
ad ascrivergli il pentimento dell'ultim'ora. Che di solitoci s'abbandoni alla 
storia alla pubblica credenza, che da una leggenda gli potesse venire sug- 
gerimento o conforto, che egli non avrebbe mai fatto un poema in cui pre- 
valessero dannazioni o salvazioni che riuscissero inaspettate e inverosimili 
ai suoi contemporanei: tutto ciò è vero, ma è un tutt' altro discorso, che 
non ha niente da fare con quello di chi ingenuamente credesse come in 
ogni caso particolare Dante si sentisse legate le mani dall'opinione comune, 
dalle leggende o da altro di simile. Animo sincero, intelletto avveduto, co- 
scienza pia, sarebbe assurdo attribuirgli un fare capriccioso e sistematica- 
mente arbitrario. Ma faceva un poema, in cui rappresentava realizzato un 
suo mondo ideale, ed aveva tutta la libertà di poeta e d' idealista, non 
confondeva il mestiere suo con quello d'un mero storico o d'un teologo. 
Questa confusione è difficile che si eviti sempre da chi illustra Dante con 
la storia, o viceversa s'adopera a estrarre da Dante quello che possa equi- 
valere ad una testimonianza storica. È necessario che ne stiamo assidua- 
mente in guardia, e che dopo aver negata a Dante la laurea in teologia non 
gli vogliamo conferire per distrazione quella in istoria. 

Ma ben la meriterebbe il N. anche per la quinta Nota, sulla squilla che 
par piangere il giorno. L'ermeneutica degli ultimi secoli s'era determinata 
per l'Avemmaria. L'abbaglio era pili che perdonabile, ma tanto maggiore è 
il merito di chi ci ha scossi dalla sonnolente fiducia. L'Avemmaria o Angelus 
fu istituzione di Giovanni XXII, che con bolla del 1318 prescrisse a tutte le 
chiese l'esempio d'una piccola città di Francia (Saintes), ed ebbe a insister 
sulla prescrizione anche dopo. Prima che la consuetudine pigliasse piede fra 
noi ci volle tempo, di che il N. addita i segni per varie città. Certo, se la 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 61 

bolla fosse del 1322, non ci sarebbe nemmen da tentare un sofisma; ma 
nient'altro che una sofisticheria sarebbe pure il far assegnamento su quel trien- 
nio che separa l'istituzione deWAngehis dalla morte di Dante. Nel'lS il Pur- 
gatorio era forse già pubblicato, e ad ogni modo terminato : di certo la squilla 
di Dante non è l'Avemmaria. Sarebbe mai la campana serale o del copri- 
fuoco, che si sonava pegli usi civili, come la chiusura delle bettole e delle 
porte della città? Nemmeno, benché chiosatori antichi v'abbian pensato e 
ricamatovi sopra qualche grossolanità ermeneutica. E invece sicuramente la 
campana che chiama a compieta. Esteticamente potrebbe parere indifferente 
che si tratti d'uno o d'altro abituale suono di squilla, o che anzi basti per- 
fino un suono casuale, purché capili nell'ora malinconica del tramonto. Ma 
gl'inni che le anime della valletta intuonano son proprio quelli che si can- 
tano a compieta, onde il N. a ragione presume che qui l'illustrazione storica, 
meglio che appagare una semplice curiosità per quanto legittima, giovi a far 
risplendere di più viva luce i bei colori del quadro dantesco. 

La vipera che 'l Meìanese (o / Melanesi) accampa è la vipera che il Vi- 
sconti il popolo milanese porta nel campo del suo scudo, ovvero la vipera 
che conduce il popolo milanese in campo di battaglia? Né l'uno né l'altro; 
bensì, la vipera che attenda i milanesi, che concede loro di prendere gli 
alloggiamenti. I milanesi non potevano piantare le tende e inalberare altre 
insegne se non dove e quando fosse stala già inalberala la vipera viscontea. 
Era un privilegio dato ai Visconti fin dai tempi repubblicani. Tutto ciò è 
provato, con diligente esplorazione delle antiche chiose e dei cronisti, nel- 
l'ultimo e breve discorso del N. ; che deve averne avuta l'ispirazione dalla 
interessante cronaca latina di Bonvesin, da lui poco innanzi pubblicata. 

Non poco istruttiva è l'appendice di Alessandro Lattes, che vi registra 
tutto quanto gli è riuscito di scovare nelle carte italiane dei s. XIII e XIV 
intorno alla campana serale, al modo diverso di sonarla, alla sua distinzione 
dalla squilla religiosa o alla sua unificazione qua e là con l'avemmaria o 
con la compieta, alle varietà d'orario circa l'inizio legale della notte nei 
varj luoghi e stagioni, ai divieti o alle parziali concessioni per le ore not- 
turne, alle pene per le contravvenzioni, e cosi via. Vi registra pure i pochi 
accenni rinvenuti ad una campana mattinale. E con codest' Appendice si 
chiude il volume, che, come abbiam dello in principio, è uno squisito dono 
che porta scritta in fronte una bella promessa. F. d'Ovidio. 

Un uomo d' antica probità. — Epistolario di Luigi Fornaciari scelto e illu- 
strato pel centenario dalla sua nascita per cura di Raffaello figlio di 
lui. — Firenze, G. G. Sansoni, 1899 (8.° pp. XXIII-527). 

Il 17 settembre dello scorso anno 1898 compi vasi il primo centenario dalla 
nascita di Luigi Fornaciari; e il 18, la città di Lucca, che gli aveva dato i 
natali, ne trasferiva le ceneri, con solennità di cerimonia e sincerità di affetto 
materno, dall'umile tomba nella chiesa di S. Maria Gorteorlandinì, ove gia- 
cevano da quaranl'anni pressoché ignorate, al civico Camposanto, nella cap- 
pella degli illustri Lucchesi. A durevole commemorazione del fausto avveni- 
mento, il prof Idelfonso Nieri pubblicò subito in Lucca un helV Elogio del 



62 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

cosi meritamente onorato, che si venne ad aggiungere alle scritture che in- 
torno a lui già si avevano di Augusto Conti, di Telesforo Bini, di Raffaello 
Francesconi, di Pietro Fanfani ; e ora (a quasi un anno di distanza, non per 
incuria di nessuno, ina per la mole del tipografico lavoro) Raffaello Forna- 
ciari, in cui discendono e la probità e l'operosità e il sapere del padre, offre 
alla città natale e all' Italia questa copiosissima raccolta di lettere, cronolo- 
gicamente ordinate e accompagnate di continue amorose cure e di tutte quelle 
note su fatti e personaggi ricordati, che occorrevano a pienamente illustrarle. 

Chi pensi all'utilità non dubbia degli epistolarj, che oggi più che per il 
passato si ricercano e si studiano, appunto perché sono tra le fonti più lim- 
pide e sincere della storia civile e letteraria, e chi, d'altra parte, consideri 
quanto desiderio delle lettere del Fornaciari si fosse destato negli studiosi, 
fin da quando Amalia Paladini dava in luce molte lettere di lui alla fami- 
glia e a lei stessa, che parvero ai dotti e agi' indotti esempio di nobile schiet- 
lezia. di sentimento e di semplicità pura e squisita di forma, plaudirà certo 
a questa raccolta, che ha davvero " il pregio non comune di offrire al let- 
* tore un vivo e compiuto ritratto di chi lo scrisse, dell'animo, degli affetti, 
' delle opinioni, dei desiderj, dell'ingegno e degli studj, e di quanto ebbe a 
" fare o soffrire di più importante nella sua vita „. La quale, iniziatasi, come 
s'è accennato, nel '98 e compiutasi sessant'anni dopo, fu modesta assai più 
di quello che gli eccellenti meriti di dottrina e d'onestà avrebber fatto sup- 
porre : e ciò sia per il carattere del personaggio stesso, sempre dubitoso di 
sé e delle proprie forze, né certo di quelli che, per diritto o per traverso, 
sanno cacciarsi innanzi e gridare, ad ogni occasione, io mi sobbarco; sia per 
le infelici condizioni politiche d' allora, che più d'una volta gli furono osta- 
colo ad essere nominato professore nell' Università pisana. 11 passar da Lucca 
a Pisa era allora un andar fuori di stato! Ma se fu modesta, fu veramente 
di antica probità e degna d' esser recata in esempio, perché tutta dedita al 
paziente e scrupoloso adempimento del dovere, al culto appassionato e ope- 
roso delle lettere, all'affetto amorosissimo (e più direi, se potessi) della fami- 
glia e del luogo natio, al soccorso dei miseri e derelitti, che per un alto 
sentimento di religione e di pietà il Fornaciari amò e protesse con nobile 
sacrifizio di studj, di tempo e di denaro. 

Cresciuto alla scuola di Cesare Lucchesini, che soleva dire * doversi nelle 
" cose letterarie come nelle morali tendere a un'alta meta: cosi facendo, l'a- 
" nimo pare che acquisti forze maggiori, e se non assegue lo scopo, va però 
" più alto che in altro modo non andrebbe „, Luigi Fornaciari, dal novem- 
bre del '24 all'ottobre del '30, fu professore di retorica e di lingua greca nel 
patrio ginnasio ; dal novembre del '30 a tutto il '37, presidente (pur conser- 
vando l'incarico del greco) della Rota Criminale; dal '37 al '45, avvocato 
regio; dal '45 al '47, di nuovo presidente della Rota, che, a giudizio del duca 
Carlo Lodovico, senza lui non girava; finalmente, dopo alcuni mesi d'inter- 
vallo per fatto a lui molto onorevole, ebbe sino alla morte la vice-presi- 
denza della Corte Regia e la presidenza del Tribunale Criminale. 

GÌ' * ingiati studj „ della magistratura, appunto perché compiuti con one- 
stà e operosità portate direi quasi all' eccesso, gli toglievano di dedicarsi 
alle lettere, sua vera passione, quanto e come avrebbe voluto, e però furono 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 63 

il suo * martorio, cosi doloroso, che poco è pili morte ,. Pure, come durante 
le gravi cure dell' insegnamento aveva trovato modo di dar in luce i notis- 
simi e già celebratissimi Esempj di bello scrivere (quello de' suoi lavori che 
più d' ogni altro servi a diffonderne e a mantenerne la fama, benché non 
ne volesse mai dagli editori denaro o altri regali, per la ragione che * un giu- 

* dice dee non solo essere disinteressato, ma anche apparire ,), cosi, durante 
l'esercizio delle leggi, " a tempo rubato, e nelle ore che vorrebbe il sonno 

* e il necessario sollazzo, e a discapito della salute „, compose la maggiore 
e miglior parte delle sue linde scritture: insigne fra tutte i Discorsi sulla 
povertà, onde tre secoli dopo rinnovò l'opera d'un galantuomo suo concit- 
tadino, Gio. Guidiccioni, in prolezione e vantaggio della povera gente. Sono 
tre, e in essi e per essi egli solo osò e tentò nel 1841 * proporre una riforma, 

* che appena in alcuna delle maggiori città d'Italia avea potuto iniziarsi, quella 
" di togliere dalle vie della città la poveraglia corrotta dalle mal fatte ele- 
' mosine, per ricoverarla e mantenerla con un sistema bene ordinato di sus- 

* sidj a domicilio, in guisa da correggerne i costumi e vigilare sull'educa- 

* zione della misera prole „. Con quanto calore si fosse posto alla nobile 
impresa appar chiaro da queste parole a G. B. Rambelli, del 31 luglio dello 
stesso anno: "Da che sono fra' poveri, non conosco più altri. Oh! quanta, 

* quanta, quanta miseria! Non mi lascia più pensare agli amici.. . Non ho 

* tempo, non ho dirittamente tempo di badar loro. Quando avrò pensalo a chi 

* muore di fame . . . penserò a me, vale a dire agli amici, più cara parte di 
"me... Vorrei che il verno non cogliesse i miei poveri alla sprovvista; e 
" bisogna che mi affretti e mi arrabatti quanto Iddìo vel dica, per fare ciò 
'che è mestieri; vincere ostacoli, trovar rimedj...,. Non ostante, la bella 
impresa, che s'ebbe le lodi del Giordani e di tutta la gente d'intelletto e di 
cuore, falli, osteggiata (come spesso accade) da quelli che avrebbe dovuto 
favorirla, da certuni, ' i quali si hanno per male che si provvegga ai po- 

* veri, e credono che puzzi d'irreligione il por modo alla vagabondila ,. Se 
non che fu occasione ed impulso " al tentativo, da altri fatto invano e poi 

* nel settembre del 1843 riuscito al buono e fervido prof. Luigi Pacini, di 
" aprire con limosine di privati un Asilo Infantile ,. 

Non meno alti e generosi sensi mostrò il Fornaciari nel '46-47, quando 
udi notizia dell'amnistia concessa da Pio IX, e quando a lui come a tanti 
altri parve giunta finalmente l'ora che, secondo 1' espres.sione del Leopardi, 
si sarebbe riposto mano alla virtù rugginosa dell'itala natura. Avvivato e, 
come a dire, illuminato dall'idea della libertà, fece prima un entusiastico 
elogio, che si vendeva a benefizio de' poveri e che fu anche affisso a' canti, 
del novello pontefice ; fece poi, con una vibrala lettera del 12 agosto del '47 
(preceduta da altra pur nobilissima del 24 luglio), una pubblica protesta al 
duca Carlo Lodovico, richiamandolo all'osservanza di que' patti, onde la fa- 
miglia borbonica era slata investita del ducato di Lucca. Come è facile imma- 
ginare, l'ardito e integerrimo magistrato venne, per tale atto, salutato, ne' pub- 
blici ritrovi, nelle piazze e ne'giornali, uno tra i più egregi patriolti; e quando 
il duca, per tutta risposta alla lettera, lo ebbe privato degli onori e dell'im- 
piego, gli fu anche offerta una sovvenzione da' suoi amici ed ammiratori, 
ch'egli rifiutò. Si * ritrasse in bando volontario , a Firenze, donde non tornò 



64 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

in Lucca se non la sera del 14 settembre, quando i! principe n'era già partito 
il 9 per Massa e Modena, dove poi il 5 ottobre firmò l'atto di cessione del 
ducato alla Toscana. Sarebbe tornato anche prima, ma a certe condizioni, 
perché " non reo che di virtù ,. ' Io, (aveva sciitto al Mazzarosa il 3 set- 

* tembre), senza esser chiamato e senza le mie convenienze, non torno certo. 
" Non voglio oscurare il fatto ardimentoso che Iddio m' ispirò e mi aiutò a 
" fare „. E il giorno dopo: "Già le scrissi ieri che tornerei di buon grado 

* in patria ... ma purché il Principe mi richiami, e mi richiami come merita 

* chi per il bene di lui e del paese (beni cosi indivisibili, che uno non può 
" essere senza l' altro) aveva sacrificato il pane, andando a cercarlo altrove 
" per sé e per l'adorata famiglia. Io giurerei che il Principe in fondo al suo 

* cuore mi apprezza e mi ama: i bricconi per altro soffocarono le voci di 
' quel bel cuore, e gli fecero dimenticare i quasi cinque lustri di miei ser- 
"vigi; il quale tempo tutto pieno di fatiche sostenute con integrità e con 
" zelo quasi unico (mi si perdoni in questo esilio il superbire alquanto) 
" avrebbero dovuto fargl' passar sopra il mio ardimento, ancorché fosse 
"stato colpevole, e non (come era, e come tutti l'hanno tenuto) nobile e 
" commendevole. E certo un padre e un marito amante non può avere fini 
" torti, quando con una sua azione si espone a perdere la sussistenza per 
" sé e per la famiglia, e ad ire ad accattare in estei-a terra. E poi non 
" rifiutai io (cosi privo di beni e di fortuna con una limosina si scarsa data 
'^provvisoriamente alla moglie) non rifiutai le sovvenzioni offertemi? Il che 
" mostra che il mio carattere è indipendente con tutti, e solo piego il capo 
" a Dio, per amore del quale venero il Principe (ma solo nelle cose giuste) 
" e fo tutte le azioni che fo „. Per tale sincerità e nobiltà di carattere, tor- 
nato, come s'è detto, in Lucca, poteva, il 4 ottobre, dignitosamente scrivere 
a Salvatore Betti: " Io (vermiciattolo cosi) sono entrato in una schiera di 

* molti gloriosi, alla testa dei quali è il Cristo, che c'incoraggia col suo 

* esempio, e ci aiuta a soffrire con rassegnazione ed anche non senza con- 

* tentezza „. E viva contentezza, perchè accompagnata da ferma speranza 

* che un nuovo ordine di cose nascesse a benefizio di questo ostello già 
" di dolore ,, mostrò nel '48, quando nell'albo che le signore fiorentine pre- 
sentarono a Vincenzo Gioberti (del quale con grande piacere aveva letto 
allora allora le opere) scriveva questi versi: 

Per te Religione 

Tornò amica a Ragione, 

E a Civiltà sorella : 

Tornò pietosa e bella 

Qual sul Golgota use/o 

Dal sen dell'Uomo Dio. 

Ecco perché l'Italia, ov' Ella ha reggia. 

Ruppe le sue catene : 

Ecco perché si accesa oggi è la spene 

D' un Pastor solo e d'una sola Greggia. 

Vero è che pili tardi, dopo le sventure del '49, nel tempo della dolorosa 
preparazione decenne alla riscossa, sotto la bozza che pur volle conservare 
di tali versi, aggiunse.* higannati tutti! Un simil giudizio si deve certo spie- 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 65 

gare quale effetto non dubbio di profondo sconforto nell' opera della civile 
libertà; ma che né egli né gli altri si fossero ingannati, mostrarono gli eroismi 
dell'anno che segui la sua morte, avveranti, almeno in parte, quelle giuste e 
bene auspicate parole che egli, già fin dal '41, aveva detto in encomio del- 
l' età che fu sua : * la quale (si lasci dir chi vuole) è tutta volta e, direi quasi, 
* dai circostanti bisogni incalzata verso il bene ,. 

Queste e altre belle cose contiene l'Epistolario, che s'adorna di lettere 
a quasi tutti i principali personaggi del tempo e di giudizj notabili (troppo 
ci vorrebbe a raccoglierli qui) su scritture venute a luce in quegli anni, pre- 
zioso documento di storia a chi saprà abilmente giovarsene. Ond'è che Raf- 
faello Fornaciari può bene compiacersi della assennata e laboriosa opera sua, 
che è certo il più degno omaggio ch'egli potesse fare alla onorata memoria 
del padre, e insieme un nuovo servigio che bellamente s'accoppia a' molti 
già da lui resi alla letteratura nazionale. 

Alfonso Bertoldi. 

Luigi Piccioni. — Studj e ricerche intorno a Giuseppe Baretti, con lettere e 
documenti inediti. — Livorno, Raffaello Giusti, editore. 1899 (pp. VI-634). 

Dire dei pregj del presente libro è assai pili facile che dei difetti, i quali 
possono raccogliersi in questo principalissimo: l'Autore non ci pone sott' oc- 
chio, come vivamente avremmo desiderato, una compiuta e ordinata biografia 
barettiana, ma, come il titolo e la prefazione pur troppo avvertono, una serie 
di monografie su' tre periodi più importanti della vita del Baretti. Consen- 
tiamo con il P. quando, con disdegno forso soverchio, assale (p. 434) gli 
rt/inas/jn<ort di sintesi ; però dobbiamo essere ormai d'accordo che, a tempo 
opportuno, chi voglia riuscire ottimo deve fare e l'analisi e la sintesi. Nel 
caso presente poi tanto più ci dispiace che la seconda sia mancata, in quanto 
riconosciamo nell'Autore molte delle qualità per quella necessarie. Monografie, 
dunque, ma — riconosciamolo subito — preziosissime, e più le ultime che le 
tre prime, già edite, dove il P. talvolta volentieri indugia su cose non sempre 
utili. Se infatti vogliamo perdonare al bravo professore il primo capitolo 
// Baretti nella scuola (recensione già stampata su due lavori composti in 
servizio delle scuole dal Serena e dal Menghini) quando fosse relegato nel- 
r Appendice, non gli potremo interamente scusare la soverchia ampiezza di 
quelli che seguono, su' quali la critica ha già dato il suo giudizio, circa Gli 
antenati e la famiglia dell'autore della " Frusta ,, e Intorno alla data della 
nascita. Soverchia ampiezza dall' A. stesso avvertita, quando osserva (p. 25) 
che • forse in uno studio biografico sarebbe più opportuno restringere e con- 
" densare questa parte ,. Forse? Noi crediamo senz'altro; e pur qui si poteva 
restringere, limitandosi a corredare di chiare ed opportune illustrazioni l'al- 
bero genealogico, con buon consiglio compilato. La difesa che il P. tenta del 
metodo suo (p. 556) contro le osservazioni mossegli in questa stessa Rassegna, 
(VII, 59) non ci persuade, e quelle osservazioni si potrebbero anche oggi 
ripetere giustamente. 

Con il quarto capitolo. Il Baretti traduttore, comincia il P. la parte in- 
teramente nuova dei suoi studj. In questo egli esamina con larghezza la 



66 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

traduzione degli Amori e dei Rimedj d'Ovidio e quella delle Tragedie di 
Corneille; fissa il tempo in che vennero scritte, rileva le cagioni che mossero 
il Baretti al lavoro, i criterj artistici non sempre sicuri da lui segufti, il va- 
lore intrinseco assai mediocre, l'importanza che possono assumere nello svol- 
gimento dell'opera letteraria, gl'indizj degli intenti morali, i segni precursori, 
quantunque ancora involuti e poco chiari, dello scrittore futuro. Infatti alcuni 
dei principali concetti esposti nelle lettere che tengono luogo di prefazione 
a' diversi tomi in che sono ripartite le tragedie del Corneille, costituiscono il 
punto di partenza dal quale muove il P. a ricercare nel capitolo seguente, 
con acutezza e pazienza, gli antecedenti della Frusta Letteraria. Le pagine 
eh' egli dedica al nuovo importante soggetto hanno, oltre il merito che mai 
non manca di sicura dottrina, quello d'una leggiadra spigliatezza, là sovra 
tutto dove si narra delle prime acerbe polemiche del Baretti — che fan 
presentire davvero la Frusta — con Biagio Schiavo e Giuseppe Bartoli. Ri- 
cercansi quindi i concetti critici sparsi nelle varie scritture dettate dal Baretti 
in Inghilterra prima del 1763, e specialmente in quelle di carattere polemico 
* contro il Voltaire e gli altri stranieri, che, poco o male conoscendo il suo 
" paese, avevano tuttavia osato ed osavano darne de' giudizj or falsi ed ora 
" irriverenti, ma quasi sempre ingiusti ,. Non minore importanza ha la mo- 
nografia che segue su G. Baretti e G. B. Chiaramonti, cui conferiscono sin- 
golare valore dodici lettere del primo al secondo fin qui inedite, e delle quali 
dobbiamo la conoscenza alle diligenti ricerche del P. Con la scorta di queste 
e di altre, la terribile lotta combattuta da Aristarco Scannabue negli anni 
'63-65 — gli anni della Frusta — con animo arditissimo, se non sempre sereno 
ed equanime, viene mirabilmente lumeggiata, quasi diremmo ricostruita. Meno 
importante l'altro capitolo, 7? Baretti educatore, ma che sarebbe acconcio a 
molte più osservazioni sulla educazione e gli scrittori nel Settecento ; vi si 
commentano alcune lettere del Baretti (del '75) al nipote Giuseppino e una 
a Vincenzo Bujovich (del '71). Importantissimo invece l'ultimo, G. Baretti e 
Lord Charlemont, che offre preziose notizie suU' amicizia del generoso conte 
e di qualche altro inglese per il terribile critico, e tende ad illustrare, insieme 
con alcuni altri episodj, il curioso processo che il Baretti ebbe a subire nel 
1769 per l'omicidio da lui commesso in propria difesa. Termina il grosso 
libro con parecchie lettere inedite, arricchite di note dal Piccioni, con nn' Ap- 
pendice di documenti e con più indici esatti e utili. La diligenza del P. non 
potrebbe essere abbastanza lodata, e pecca di questo solo, che non sa mai 
nascondersi. 

Se l'amore al Baretti induce talvolta l'autore a soverchia ammirazione, 
l'alta coscienza di critico storico lo conforta a lunghe, ampie, difflcih ricerche. 
Nel testo e nelle annotazioni abbondano cenni d'ogni specie su uomini e 
cose del Settecento: bibhografo tale è poi il P., da non potersi quasi co- 
gliere in fallo. Certo non poche aggiunte sarebbe agevole consigliare qua o 
là. Perché a p. 154 non si ricorda su Biagio Schiavo la storia letteraria del 
Moschini, il quale cita l'ab. Carrara? e a p. 171, a proposito del dott. Giuseppe 
Bartoli, perché è taciuta la Galleria del Gamba? e a p. 259, sul cav. Duranti 
e su Don Marco Cappello, perché è dimenticato ancora il Moschini? Di questi 
due ultimi accolse parecchie liriche il co. Roncalli Parolino nelle Rime di 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 67 

varj autori bresciani} A p. 466, n. 1, si poteva ricordare che di Pietro Paclo 
Celesia esiste un elogio inserito nelle Memorie dell' Accademia di Genova,^ 
tradotto in francese e ripubblicalo a parte; ^ che una necrologia ne comparve 
nella Gazzetta di Genova;* che nell'Archivio di stato genovese si trova la 
sua corrispondenza delle ambascierie sostenute in Inghilterra e nella Spagna, 
e nella biblioteca Marucelliana il carteggio con Ang. Maria Bandini; che è 
poi nominato dal Marmontel \\&' Memoires, AaX Galiani ne\[& Correspondance, 
dal Mazzei nelle Memorie. Cosi, a tacer d'altri per brevità, si poteva a p. 316 
aggiungere altre notizie, specie bibliografiche, suU'ab. Vicini, e non si doveva 
nel medesimo capitolo passare in silenzio, solo fra i bresciani, l'ab. Chiari, 
benché più noto. Pietro Chiari il quale, come ad altri (il fratello mio Giu- 
seppe) è riuscito di osservare, in un suo romanzo, V Amante incognita, edito 
nel 1765 5 un po' dopo i versi del Frugoni alla marchesa Malaspina" e un 
po' prima del sonetto caudato,'' dove il Frugoni dà del cane ad Aristarco, 
schizza un ritratto disonorevole del Baretti sotto l'anagrammatico nome di 
Tiborn (Torino), e gli fa compiere tra i varj personaggi, nel seguito del rac- 
conto, le pili tristi azioni. La protagonista, che narra le proprie avventure 
in persona prima, come sempre usa il Chiari, dice nel primo capitolo delle 
sue memorie: " Non mancherà poi pili d'uno tra belli ingegni ridicolo, e tra 

• gl'impostori fanatico, che senza averle vedute, e senza saperne fare di meglio, 
" le tratterà da bislaccherie perniciose ed insopportabili . . . Per essi i libri 
" tutti sono cattivi, eccettuatine i libri loro, che non si videro mai, o scritti 
" si veggiono col fiele della maldicenza, che suol costare meno assai dell' in- 

* chiostro, rna rode più presto le pagine, e le divora fino a distruggerne la 
"memoria,.* S'accumulavano tutt' intorno al Baretti, pel suo violento ca- 



1 Brescia, P. Pianta, 1761. 

2 Voi. %; p. 138. 

3 Génes, Giossi 1809. 

4 Anuo 1806, n. 10. 

3 L'Amante incognita o sia le avcenture d'una principessa svedese scritte da lei medesima e 
pubblicate per ordine sìio dall' uh. Pietro Ciliari. Parma, Filippo Carmignani, MDCCLXV (t. 2), 

6 Poesie deìl'ab. C. 1. Frugoni, Liicca, 1779, t. XIV, p. 178. 

7 L. cit., t. VI, p. 175. 

8 La protagonista del romanzo del Chiari incontra la prima volta Tiborn (a p. 86 del 
t. I). recandosi dall'Inghilterra in Olanda, sulla nave stessa. Egli chiama tutti ignoranti e 
scellerati (p. 80): «11 ridicolo vanto, che davasi, d'essere egli solo uomo universale, intelll- 
« gente, onesto e discreto, che girasse la terra, bastò a convincermi {dice la protagonista) 
« subito che di luì (p. 87) meno appunto fidarmi io doveva, che non farei degli altri tutti 
t COSI da lui screditati senza ancora conoscerli. Per altro l'indole sua medesima non pre- 
- saL'iva nulla di meglio del suo pericoloso carattere. Era e^li di bassa e piuttosto groa- 
« solana statura, d'un livido e terrreo colore in volto; d'una guardatura assai torva, d'un 
« ceffo smunto, e cagnesco, e d'una rabbiosa energia nel suo ragionare, che sola bastava a 
« dimostrare il maledico, e velenoso fiele dell'animo •. Il servo della protagonista si informa 
presso l'equipaggio e a lei riferisce (p. 87) « che era uscito colui da non so qual angolo 
« montuoso d'Italia, che aveva nome Tiborn, e che dall'età sua pili verde, non avendo di 
«che vivere a casa sua, s'era dato a far il viaggiatore, o sia il vagabondo, per vivere di 
« sola industria a spese degli altri ». Pili volte lo ritrova e finalmente a Londra, di notte, 
nascosto in un angolo della via. 11 servo della protagonista; fingendo di colpire un cane 
che s' era messo ad abbaiare, scaglia una pietra allo spione gettandolo al suolo (p. 239) « e 
« dopo pili d'una settimana l'ospitale lo mette alla dura necessità di zoppicare p«r quanto 



68 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ratiere e per l'intemperante lingua, indignazione ed odj da ogni parte d'I- 
talia: SI che sei anni più tardi, a Londra, l'ignominioso libello del Badini' 
si può quasi dire che raccogliesse contro l'esule i molti rancori della patria 
lontana. 

Di questi troviamo cenno anche in un Capitolo di J. A. J. su l'invito 
fattogli dal Signor Conte R. da T. di confutare il Ragguaglio sopra V Italia 
scritto in inglese da G. Baretti e ristampato in Londra nel 1769,^ affatto 
ignoto e che poteva essere opportunamente citato dal P. a p. 503 del suo 
volume, là dove accenna alla pubblicazione del Baretti An Account of the 
manners and customs of Italy ecc., o a p. 365, dove si ricorda la Lettera di 
un Piemontese al Sig. Conte di Charlemont sopra la Relazione d'Italia del 
Sig. Baretti.^ 

Altro segno dell' odio da cui fu il Baretti perseguito, abbiamo nella V delle 
Satire di Pietro Napoli Signorelli, il Convito,* pur questa dimenticata dal P. 



( egli visse. Ben gli stava per verità, che un nialdiceute fanatico della sua sorte preso fosse 
«in iscambio d'un cane arrabbiato, e de'raaligni latrati suoi cosi portasse la pena»., Ri- 
dicole invettive, di cui è pieno il settecento, e di cui nemmeno il Baretti, confessiamo, fece 
troppo risparmio ! 

1 V. Achille Neri in Fanfulla della domenica, 1886, n. 10. 

2 MDCCLXX (s. n. tip). 

3 Per la rarità dell'opuscolo, a pochi accessibile, crediamo non inutile darne qui in nota 
meno fuggevole cenno. Il poeta, chiamiamolo cosi, dichiara degno della « beli' alma » del 
conte R. da T. lo sdegno da cui questi è preso per la pubblicazione del Baretti dove — 
usiamo le parole del Piemontese nella Lettera al Signor Conte di Cliarlemont — « sono scritte 
«parecchie cose, le quali ... gioverebbero mirabilmente a disonorarlo ed avvilirlo» (si ac- 
cenna al Piemonte), ma egli non si sente troppo spinto a « vibrar l'arme febèa » perché 

.... con caparbio detrattore è vana 
opra l'opporre verità e ragione 
a caliinnia, ed ingiuria grossolana. 

Però un poco s'accende e grida: 

E chi è costui che in tuono da pedante 
osa di malmenare il suo paese, 
di barbaro accusandolo, e ignorante ? 



Ben fé* palese. Italia in qual dispregio 
ebbe la ferrea Frusta d'Aristarco 
che pur di Scannabue s'assunse il pregio. 

Se la patria a ragione lo detesti. 
Signor, tu '1 sai, che ancora in grembo a lei 
intento ad insultarla lo vedesti. 

Ond'è vano pensiero agli aspri, e rei 
di lui modi, e al maledico costume 
voler ch'io ponga fren co' versi miei. 

E indarno d'ottenerla alcun presume, 
se non avvien che da furore oppresso 
tutta l'atra sua bile egli consume, 

Quand' altri non vi sia, contro sé stesso. 



Conveniamo che il Baretti, per attirarsi odj si ciechi, doveva aver tócco sul vivo e bene e 
spesso molti suoi conna/.ionalil 

'* Napoli, dalla stamperia Orsiniana, 1793. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 69 

aeW Indice Bibliografico.^ la nota alla satira si cita un capitolo contro il 
Baretti di Felice Ronchi, diretto a Cariò Vespasiano, intorno alla Frusta 
letteraria* Anche potrebbe esser ricordato nell' Indice un Capitolo Burlesco 
di Luigi Schiapparelli, Il Barelli,^ di lode, questo. Ma V elogiato era già morto 
da un pezzo!* 



t Kiferiamo i versi allusivi: (p. 73) 

Ripiglia poi Narciso: ma qual poesia vantiamo. 
Se l'Italiana liiigua ancora ignoriamo f 
Punto di meratiglia: itti gusto grossolano 
Fin qui ci fé' in Italia studiar V llatiano. 
E che? fremendo io dissi, nel Monoemugi 
Apprenderlo dovremo? Ed egli: Eia, si, si! 
Che pitojabil siete! si apprende da' Francesi 
Il vero Italiano, o almeno dagV Inglesi. 
Al diavolo il Boccaccio e i giri suoi rabeschi: 
S'iio da lasciarci 'l fato, non sa quel che si peschi. 
Il retto sempre (nnami, e segua il terbo appresso. 
Va Francia, Italo, impara sema intrigar te stesso. 
Oh bestia più che rara! Oh pecoron bastardo! 
Fra' denti io mormorava: egli seguia befifardo: 
Rischiarirà l'Italia ben presto Scannabue 
Ultimo picciol figlio del chiaro Cimabue. 
Noi stìuliammo insieme sotto di un sol maestro: 
E certo, o parli o scriva non è di me men destro. 
Al lampo, al tuono, al fulmine de la sua Fiitsta brusca 
Ammtitirà confusa la fvdrojata Crusca. 
2 Trovasi inedito in un Codice Oampori, ora nella Estense, che porta questo titolo: Ve- 
spasiano Carlo : il tempio di Gnido. Ms. cart. in 4.» di carte 246. È specialmente vol'o a di- 
fendere la lingua e la poesia italiana, la Crusca e l'Arcadia, dagli attacchi del Baretti. Si 
critica la corruzione della lingua guasta dagli influssi d'oltre alpe, e si scagiona l'Italia 
dalla accusa di povertà letteraria. Il Baretti è dipinto cosi: 

Or di lince ha lo sguardo, ed or l'ha fosco. 

Quando gli salta per la testa il grillo, 

Di Febo diria mal, di Orfeo, di Mosco. 
Di qual fango non so Prometeo ordillo. 

Né da qual torba sfera scese il foco 

Che a tal' olla potè dar tanto squillo. 
Fatto meglio egli avria non cangiar loco. 

Che rotolar sul globo a tondo a tondo. 

Per scordar l'imparato, o imparar poco. 
Tal fanno quei che andando per lo mondo 

Con poca levatura di cervello, 

Tornano in patria poi con minor fondo; 
E cose che non vagliono un baccello 

Van dispensando come gemme ed oro. 

Ai tordi ch'essi acchiappan col zimbello. 

Il Vespasiano in una serie prolissa di note spiega questa epistola e rincara la dose di 
villanie contro il Baretti. 

3 Pubblicato per occasione di nozze da Gaspare de Mezzan. Venezia, Tip . Giuseppe An- 
tonelli, MDCCCXXXVI. 

■* Vogliamo qui indicare altre possibili fonti di notizie barettiane, trascurate dal P., e 
cioè le lettere dell' ab. Secondo Sinesio (Teofrasto Mastigoforo) [n. 34], quelle di Giuseppe 
Bartoli (n. 15), di Filippo de Gregori (n. 3), di Fil. Nic. Durando (n. 7), nella corrispondenza 
del Lami conservata nella bibliot. Biccardiana. 



70 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Per scendere a scrittori più recenti, non sarebbe stato inutile al P. lo 
studio di N. Tommaseo su G. Gozzi nella sua Storia civile nella letteraria^ 
dove son riferite le poche serene parole del Goldoni su l'autore della " Frusta , : 
" Non criticava, ma insultava. Ha finito come doveva finire ,, con che si al- 
lude alla cacciata del Baretti da Venezia in seguito alle sue critiche sul 
Bembo. Sono (annota il Tommaseo) delle più acerbe parole che il Goldoni 
abbia scritte ! Nello studio del Tommaseo è poi più volte fatto cenno delle 
lettere dì Gasparo Patriarchi, che si conservano inedite nella Biblioteca del 
Seminario di Padova, delle quali in parte valendosi, dà del Gozzi, per ciò 
che si riferisce alla sua relazione con il Baretti, aspro giudizio che non 
diremmo assolutamente fondato.* Sono poi nelle lettere del Patriarchi alcuni 
giudizj, non citati dal Tommaseo, sul Baretti e la " Frusta ,, ch'era forse utile 
che il P. conoscesse.^ 

Per le Lettere e frammenti inediti il P. s'è limitato a riportare solo quelle 
trovate tra i manoscritti Custodi, eccettuato il frammento XI. S'egli avesse 
voluto allargare le ricerche, in altre lettere gli sarebbe stato possibile imbat- 
tersi, non forse inutili per i suoi studj. E con due inedite, le quali dobbiamo 
alla squisita gentilezza del prof. A, Neri,^ ci piace chiudere questa recensióne. 
Son dirette all'abate Batarra, e la prima si trova in un Codice Morbio della 
Biblioteca di Brera:* 

Da Parigi 13 Giugno 1768. 

Battarra mio, voi vi stupirete, e non senza ragione, di non a- 
vere mie Lettere. Ma il caso ha voluto cosi, che poco dopo d'aver 
ricevuti i vostri Libri ho dovuto passar il canale della Manica 
per qualche affare, né potrò forse tornare a Londra che fra due 
mesi. Que' vostri Libri mi giunsero colà in tempo che la Metropoli 
e il Regno tutto riboccava di sedizione e di tumulto, né vi fu 



1 Ecco lo parole del Tommaseo : « Cbe all'animo del Gozzi non mancasse acrimonia, ce 
« lo prova la parte segreta eh' e* prese nelle villanie del Baretti, in quella Frnst» termine 
« veramente odioso e degno forse dell'autore (Patriarchi, lett. 389). Al qual proposito il Pa- 
li triarchi, toccando del Gozzi: « Temo, dice, tanto di Simone che scorticava, quanto del corn- 
ei paguo che dava il fiato» (Patriarclii, lett. 395). Che gli amici del mal gusto fossero allora 
« potenti, e dimostrassero il torto proprio non tanto con lo stile sguajato, quanto con le ancora 
« pili sguajate vendette, io dice il modo come la Frusta l'u rotta, e l'autore se ne parti di 
« Venezia. Le quali cose prevedendo il Gozzi, che ben conosceva il paese, stette alla macchia, 
« tirando il sasso e nascondendo la mano ». Pag. 215. 

2 Kiferiamone due: « La Frusta si stancherà presto, e sono quasi che certo che ne verrà 
« proibita la continuazione. Non vi potrei dire lo spavento e il remore che levò noi paese. 
« Appena l'usci, che udissi per ogni contrada un leva, un Uva a tin trailo, wi serra seira, e 
« continua ancora, anzi s'accresce il terrore. Non vi posso dir tutto, e vi basti sapere que- 
« sto scandalo di frustare le spalle agli ignoranti verrà tolto». (In lettera da Venezia 6 
ott. 1763). E in data 23 gennaio 1764: « La Frusta non è sospesa né, a ciò che ni'è noto, 
( verrà sospesa giammai. Ha cotesta un Primasso che la sostenta e protegge, senza parlare 
« delle sferzate che a poco a poco si vanno cangiando in fregazioni e carezze ». 

3 Ci è assai caro il poter qui pubblicamente ringraziare il chiarissimo Professore, che 
di altre utili notizie per questo articolo volle darci gentile comunicazione. 

i N.» 4. Descritto da L. Frati, 1 Codici Morbio della A'. Biblioteca di Brera. Forlì, Borda- 
uiui, 18'J7, p. 13. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 71 

modo di far nulla de' vostri Libri, poiché la pubblica attenzione 
era tutta ingoiata dall'interesse pubblico, né avrei potuto in quel 
disordine far cosa buona per voi. Quindi mi convenne partire. Grli 
è vero che prima di passar il mare lasciai que' vostri Libri ad un 
Amico con ordine di cercarne lo spaccio; ma e' m' ha ripetuta- 
mente scritto che non li può smaltire se non a cambio d'altri 
Libri. E perché questo non fa il fatto vostro non ho voluto per- 
metterglielo. Al mio ritorno colà o a contanti o a cambio ne di- 
sporrò e se a cambio, mi riterrò i libri che n' avrò e vi rimetterò 
l'equivalente il pili tosto che potrò. Spero che fra otto o dieci 
di mi torrò da qui per andare a Brusselle, poi a Lilla e poi a 
Londra. Un professore di Cambridge m'ha mandato un buon nu- 
mero di petrificazioni che gli ho chieste per voi, ma la mia subita 
e non preveduta partenza m'ha obbligato a posporre l'invio. 
Anche quelle le avrete quando tornerò ad essere in Londra per 
mezzo del fratello, che ho a Livorno. Intanto scusate queste tar- 
danze, reveritenii il dottor Bianchi, state sano. 

n Baretti vostro. 

A Monsieur 
MoDsieur l'Abbé Battarra 
Rimlni 
(en Italie). 

La seconda si conserva autografa * nella Biblioteca Comunale di Ferrara: 

Di Londra li 19 Aprile 1776. 

Batarra mio, ecco il mio viaggio ito tutto per aria, che tre di 
prima del di stabilito per la nostra partenza, una colica orribile 
si portò via in meno di quattr'ore l'unico figlio maschio di quel 
Signore, con cui ivo per compagno; sicché, in vece di partire, 
bisognò scrivere a Calais per far tornare indietro le robe nostre 
già incamminate colà, che i poveri genitori non possono più pen- 
sare ad un viaggio di piacere subito dietro ad una calamità quale 
è quella in cui sono d'improvviso sfondolati; e si che ho ancora 
a ringraziar Iddio, che la mia dolce Esteruccia non è ita dietro 
al fratellino, come ho avuta più che cagione di temere, che se 
quella moriva pure, credo certamente sarei morto anch'io. Oh 
Batarra! se sapeste in quanta doglia sono stato queste tre set- 
timane passate! Non mi rimane dunque che ringraziare voi e i 
vostri amici delle cortesie che preparavate a me ed a' miei amici; 
e si che mi dispiace di non avervi potuto procurare il transitorio 
piacere di dar un bacio a quella mia angelica Bimba, che voglio 
perder gli occhi se vedeste mai una più cara cosa in tutta la vita 

1 N.o 257. 



72 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

vostra. Oh mondo traditore! Quanti be' pensieri m'hai buttati in 
terra ad un urto solo! Pazienza! Fiat voluntas tua. Quando il 
mio affanno sarà un po' calmato vi scriverò più a lungo. Intanto 
addio. Il Baretti vostro. 

AirOrnatissimo Signore 

n Sig. Abate Batarra 
Bimini 
(Italy). 

\ 

Il libro del Piccioni, affettuosamente dedicato al prof. Guido Mazzoni, 
onora certamente la critica nostra, cosi paziente, così dotta, cosi modesta. 
Negletta e mal compensata, la critica italiana diventa sempre più meritevole 
di plauso fra quella di tutte le nazioni : specie se, come nel libro del P., sia 
ornata d'una lingua piana si, ma schietta e attinta ad ottime fonti. 

L'edizione del Giusti di Livorno è sotto ogni rispetto degna di lode. 

Tullio Ortolani. 

Terenzio Mamiani, Lettere dall'esilio, a cura di Ettore Viterbo. — Roma, So- 
cietà editr. " D. Alighieri „ 1899, (voli. 2; pp. XV-339, 378; Biblioteca del 
Risorgim. ital., serie 2.*, n. 5-6, 7-8). 

Era comune desiderio degli studiosi, già da altri espresso in questa 
Rassegna (IV, 284), che si facesse una buona scelta del copioso carteggio 
del Mamiani conservato nella Biblioteca Olivierana di Pesaro, e la si desse 
in luce col corredo delle necessarie postille. Questo desiderio è ora in parte 
soddisfatto dai due volumi di lettere pubblicati a cura del prof. Viterbo nella 
Biblioteca storica del Risorgimento italiano. Dico in parte, perché né la scelta 
riesce in tutto soddisfacente (talune lettere essendavi comprese d' argomento 
strettamente privato, che potevano ben tralasciarsi), né può dirsi che sieno 
ora a stampa le lettere più importanti del carteggio, né queste quattrocento 
circa siano fornite, come sarebbe stato opportuno, delle necessarie annota- 
zioni. Si riferiscono quasi tutte al periodo dell'esilio del M.; periodo già stu- 
diato con ogni diligenza dal Casini, che queste lettere aveva avute sott' oc- 
chio, e parecchie ne aveva riferite testualmente. Qualcuna di argomento po- 
litico era stata dal M. stesso pubblicata negh Scritti politici', ben ventidue, 
dalle più interessanti, dirette al sen. Sansone D' Ancona, erano edite an- 
ch' esse fin dal 1894 nell'opuscolo In memoria del Senatore S. D' A. (Roma, 
tip. nazionale); e non poche, utili allo storico del nostro pensiero filosofico, 
si leggevano nel Carteggio del Gioberti. Tutte queste anticipazioni scemano 
alquanto l'interesse della novissima pubblicazione; ma è utile il trovarle tutte 
in essa raccolte in ordine cronologico. E certamente non ha torto l'editore 
di affermare che queste Lettere " provvedono decorosamente alla fama del M., 
perché, col mostrarne schietto il pensiero nel periodo più triste della sua 
vita, mettono maggiormente in rilievo e fanno veneranda la bella, fiera anima 
dell'esule ,. E poi, per classica purezza di lingua e per grazia ed eleganza 
di stile, si leggono tutte quasi con vero diletto, come un' opera d' arte. 

Non è propriamente ir filosofo quello che più apparisce nell'intimità 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 73 

dell'epistolario, ma il cittadino esemplare e il letterato marchigiano della scuo- 
la del Peiticari, studiosissimo della lingua e della forma classica. Lo studioso 
di filosofia scorge anche qui agevolmente quel vago scetticismo che nel M. fu 
giustamente rilevato, anche nella sua maggior produzione di cotesto periodo: i 
Dialoghi di scienza prima. In una lett. del 1841 al fratello Giuseppe, notando 
maUnconicamente che essi invecchiavano e le ultime dolcezze della vita se ne 
andavano insieme con le speranze e con le illusioni, e che solo il bene ha 
' taluna cosa di eterno, d'immutabile e di universale, che sopravanza le sorti 
mondane e si congiunge con l' infinito ,, soggiunge : " Spieghino i filosofi a 
posta loro il fatto: a me basta che noi possan negare senza contraddire 
insieme alla voce perpetua di tutti i popoli e di tutte le coscienze umane, 
e che però è voce santa della nostra madre natura ; ed io poi credo che il 
filosofo il quale presume di essere o pili saggio o più sapiente della natura, 
è uomo da consegnarsi ai medici e da purgarlo ogni quindici dì , (I, 76). 
La conclusione non può essere che questa : stiamoci contenti alla voce della 
natura, e lasciamo andare la fallace filosofia. — Cosi quando, sulla fine di 
quello stesso anno, andava mulinando un libro di metafisica (che poi furono 
i Dialoghi), in cui avrebbe dato intero il suo sistema di filosofia puramente 
speculativa : " E sarà, — scriveva al fratello, — l' ultimo scritto di questo 
" genere perché sono stanco di errare per le astrattezze e qualora abbia vita 
" e un po' di sanità discenderò alle cose pratiche. . . Ma sonomi accorto che 
" o non bisogna impacciarsi di metafisica o convien produrre un sistema, che 
• è la parola magica per i gonzi, e sono la maggioranza, i quali domandano 
" a quella scienza ciò che in buona fede non può dare , (I, 88) ; dichiarazione 
non soltanto scettica, ma del tutto antifilosofica; giacché il M. veniva così 
a dire, che egli avrebbe fatto un libro, che " in buona fede , non si sarebbe 
potuto fare. 

E invero l'animo suo era pili di letterato e d' artista, che di filosofo. In non 
poche di queste lettere è detta la fatica da lui durata a scrivere i Dialoghi tra 
le difficoltà oppostegli dall'ardua materia; e in una del 24 giugno 1844 al 
poeta Gagnoli egli scriveva: 'Io sto di presente affogato nella metafisica, 
ma se a Dio piace che ne esca sano e ancora in cervello, voglio per cinque 
anni interi amoreggiare con la poesia , (I, 238) ; e a G. Zirardini, nel luglio 
del 46, confessava candidamente : " La metafisica mi è venuta a fastidio e 
mi rallegro e ringalluzzo a pensare che sol di qui a pochi giorni ripiglierò 
la mia chitarra e presto ne sentirete i strimpellamenti , (II, 25). 

Per questa segreta e quasi incoscia avversione alla filosofia, o, se si vuole 
alla filosofia speculativa, il 22 decerabre 1844, pure annunziando come gau- 
dium magnum che fra non guari la Prussia avrebbe acquistato un governo 
rappresentativo, usciva nella curiosa osservazione che si trattava però di 
" di cervelli tedeschi, cioè speculativi, balzani e inetti a dar dentro davvero , 
(I, 270); opinione, del resto, non più abbandonata dal M. e partecipata da pa- 
recchi nostri, anche benemeriti della cultura italiana in questa seconda metà 
di secolo (cfr. 208, 211, 314, dove pure il M. accenna al velo, alle nubi, alla 
nebbia e alle tenebre sacre de' Tedeschi). 

Quanto sincero e profondo, per contro, sentisse il bisogno estetico, diciamo 
così, del letterato, si vede da moltissime riflessioni e giudizj letterarj sparsi 



74 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

in questo epistolario; ma segnatamente dalle ragioni, più volte dichiarate a- 
gli amici, del suo vivissimo desiderio di tornare in patria. Patria e lingua 
italiana per lui erano quasi tutt'uno; quindi una continua preoccupazione 
pei pericoli che la sua lingua materna correva in Francia. Risoluto " a smet- 
" tere di scrivere e andare in qualche orto a coltivare i cavoli e le lattughe , 
innanzi di adoprare una lingua " lorda, vile e infrancesata „ (l; 236), scriveva 
a P. Viani, l'S decembre 1842: " Amico mio caro, io non reggo più a que- 

* sto maledetto francese, che m' entra per tutti i pori e s' infiltra per ogni 
" meato. Ei si converrebbe star sempre o con le orecchie turate, o con un 
" testo di lingua in mano, il che poi menerebbe a scrivere ed a parlare con 

* le parole dei morti non con quelle dei vivi , (I, 102). E quando gli amici 
toscani cercavano di aprirgli le porte di Lucca, ei si consolava pensando che 
se scambiava " la metropoli del mondo civile odierno con una quasi bicocca, i 
" suoni che qui avrebbe intesi, sarebbero stati quelli della sua lingua (1, 144);, 
e poiché quelle pratiche, dopo i lunghi tentennamenti del Duca, andarono 
a vuoto, ecco come il M. apriva l'animo suo a M. Bufalini: "Il desiderio 
" mio tornando in Italia, si era principalmente di rinsanguinarmi un poco 
" della più scelta nostra letteratura, e conversando spesso col popolo racqui- 
" stare il senso della pura e semphce lingua nostra e sopra tutto del parlar 
" familiare, il quale ò sempre conosciuto scarsamente e male, ma di pre- 

* sente ho scordato affatto; e il mio stile perde ogni giorno di spontaneità, 
" e puzza più che mai di lucerna , (II, 106). 

Per lo studio del Mamiani letterato questi due volumi offrono pertanto 
materiali preziosi, che possono servire e all'intelligenza della poesia di lui 
e alla esatta determinazione del posto che gli spetta nel movimento lette- 
rario della prima metà del secolo, tra i romantici e i classicisti; ai quali 
ultimi sta più da presso, senza potersi dire perciò un puro classicista, che 
romantico è il suo concetto dell'ufficio civile della poesia (vedi p. es. la 
lett. 166, al Gagnoli) e romantica è anche la contenenza de' suoi Inni. 

Ma quel che più piace conoscere in questo epistolario è il cittadino col 
suo animo diritto, dignitoso, fiero e sollecito sempre del bene patrio. Giova 
notare in parecchie lettere al Gioberti e ad altri, i germi di quel concetto del 
Papato, da poi sviluppato nella sua opera postuma. Appena letto il Primato, 
tra l'altre osservazioni, scriveva liberamente all'autore: " I fatti storici, ai 
" quali avete voluto applicare tutta l'idea del primato religioso e civile, non 
" nego che mi paiono aver sofferto e perduto nelle vostre mani della loro 
" schietta verità, e che non siasi nella realità veduto mai una Roma e un 
" Papato quale da voi si dipinge, ma invece siensi vedute troppo spesso di 
" brutte e manifeste smentite a quella bontà e civiltà suprema dei pontefici 

* da voi predicata, (I, 1,60); e poco appresso a P. S. Mancini dichiarava 
"essere sventura grande d'Italia che un intelletto si acuto e meraviglio- 
" samente fecondo abbia dato in secco „ (I, 219). A tali idee egli tenne 
fede per tutta la vita; e per questo rispetto il libro si vorrebbe mettere in 
mano dei giovani, come strumento certamente efficace di civile educazione 
in questo tempo di caratteri frolli e di sentimenti malnati. Né piccol van- 
taggio esso arreca alla storia dei tempi e alla conoscenza delle idee e delle 
speranze alimentate durante quella gloriosa preparazione del '48 dai nostri 
migliori, che promossero con l' opera e con gli scritti il risorgimento politico. 



DELLA I.KTTERATURA ITALIANA 75 

E ora è da augurarsi che il Viterbo voglia e possa presto compire que- 
sta pubblicazione, dando alle slampe il resto del carteggio, senza tralasciare 
quelle lettere d'altri al M., onde il Vanzolini diede notizia, e senza rispar- 
miare cure e fatiche di opportune illustrazioni.* Giovanni Gentile. 

Dino Mantovani. — Il poeta soldato: Ippolito Nievo, 1831-1861 — Milano 
Treves, 1899 (8.°, pp. XII-410). 

Tra le frasi più comuni, entrate a far parte dell' odierno linguaggio cri- 
tico, v'ha quella dei " tèmi maturi „, cioè di quei soggetti intorno ai quali 
i lavori preparatorj, comunque diversi per indole, per intendimenti, per va- 
lore, sono arrivati a tal grado, che negli studiosi sorge legittima 1' aspetta- 
zione d'un altro lavoro complessivo, che raccolga e disponga ad unita i ri- 
sultamenti di quelle indagini e illustrazioni parziali. Allora — e allora sol- 
tanto — il frutto potrà staccarsi dall' albero, senza sforzo, e sarà un frutto 
maturo. Ciò appunto è avvenuto di Ippolito Nievo: un bel tèma, che in que- 
st'ultimo ventennio s'è lentamente maturato, cosicché, continuando la me- 
tafora, possiamo dire, senza timore di esagerare, che il presente volume è 
un frutto giunto felicemente a maturazione. 

E infatti le pubblicazioni preparatorie ^ non erano mancate: neir82 R. 
Barbiera pubblicava una scelta di poesie del Nievo (riprodotta neir89), e del 
N. poeta discorsero G. Salvadori, il Panzacchi ed il Luzio. Lo stesso Bar- 
biera contribuiva a rinfrescare la fama di Ippolito parlando, nelle sue Sim- 



1 n pregio di questa pubblicazione, pur cosi degna di elogio, sarebbe maggiore, uon solo 
se vi si fossero aggiunte brevi illustrazioni in nota, su uomini e cose, ma anche se la stampa 
fosso pili corretta. Diamo un saggio degli errori più patenti e più nocivi al senso, intrala- 
sciando (luelli, assai frequenti, di nomi di individui e di luoghi. I, pag. 34 ci sieno — ei sieuo 

— p. 41 se poucais - je p. — se vous prie — je o. — p. 43 ma siffatta pietà = una — p. 50 e 
non tornando ogni cosa pili che inefficace e infruttifera - e tornando . . . inefficace, infr. — p. 51 
perché al viver io quivi perché oltre al v. -- p. 57 metà -^ méta — p. 69 il [Mmeiinais non 
era-- non è ora — p. 71 vi muovono a scusare ... il passato ~~ il Papato — p.77 l'Italia t provincia 

— provinciale — p.79 una generazione indigena — rigenerazione — p. 92 gì' indicate del valor 
morale giudicate — p. 93 vale re sprone — di spr. — p. 158 La lettera par diretta al Matteucci 

— p. 161 ai cardinali, che -- e che — p. 170 Evidentem. non è indirizzata all' editore Dnprè (?) 
a Firenze, ma all'editor Tasso a Venezia — p. 175 Pare alla fine = Pure — p. 183 con grande 
effetto = affetto — p.l86 dell'animo! S'io " animo, s'io — p. 195 Cimorelli (?). Si tolga l'in- 
terrogativo; Michele Cimorelli è realmente autore di una Storia della letterat. ital. stampata 
a Milano nel '45 — p. 201 foglie - foglio — p. 218 il pregiano delle composizioni loro fregiano 

— p. 305 e G. Cavalcanti | la sua donna ecc. ^ e Or. C. la sua | Donna ecc. — p. 328 Fere per 
finirla Per f. — II, p. 20 La lettera è evidentemente indirizzata ad Enrico Martini — p. 56 
e non m'ingannale se — p. 65 che la grazia --ae la gr. — p. Ili il quale, alto dicecami il 
quale atto, dicev. — p. 121 La lettera è diretta all' Ameriga; aggiungasi: Vespucci — p.l79 
La lettera che è data, come diretta al Wieusseux, deve esser stata scritta al Predari — p. 194 

e i -gesuiti — p. 203 la sigla ('. F. vuol signiftcare Caro Fratello, e cosi l'altra a p. 

217 — p. 270 E tu — e se tu — p. 271 inf rullila — infrollita — p. 299 dans ce périlleiix me force —. 
dans ce péri! me f . — ecc, 

2 Per più esatta notizia di queste pubblicazioni rimando alla Appendice bibliografica, che 
trovasi in fine al volume (pp. 399-403) e che poteva essere meglio disposta, o secondo la 
cronologia oppure secondo l'ordine alfabetico degli autori. Per la compiutezza bibliografica 
aggiungasi che il Barbiera fino da! 1881 aveva dato un degno posto alle poesie del N. fra 
le Liriche moderne, Milano, Ottino, pp. 216-25. 



76 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

patie, delle Lucciole e poi facendocelo ritrovare nel salotto della contessa 
Maffei; più tardi il Fleres consacrava alle Confessioni alcune pagine eccel- 
lenti, e il canonico Degani di Portogruaro tentava d'illustrare in un suo opu- 
scoletto il castello di Fratta e le Confessioni. Intanto il M. veniva prepa- 
rando questa monografìa; e dei suoi studj preliminari sull'argomento diede 
saggio neir articolo intorno al castello di Colloredo, nella pubblicazione di 
sei canti popolari della Grecia moderna e di alcune strofe d'amore, e, me- 
glio, in una larga notizia delle opere inedite del N. 

Con savio accorgimento di editore e di critico il M. faceva precedere que- 
sto volume dalla ristampa delle Confessioni, la quale, a dir vero, non ebbe 
tutte quelle cure che il frontespizio sembra promettere ' e che gli studiosi 



1 È vero che la ristampa, fatta per la Biblioteca Amena ad una lira, del Treves, non pre- 
tende d'essere una edizione critica, ma è anche vero che la correttezza è lodevole e do- 
verosa sempre e ad ogni costo, e che in questo dovrebbe servirci l' esempio di certe famose 
collezioni popolari straniere, specie tedesche, nelle quali la pili scrupolosa fedeltà del testo 
si concilia con la modestia della veste tipografica e con la mitezza del prezzo. D'altra parte 
il M. stesso fa capire che all'opera sua di editore annette non piccolo peso, dacché nel 
frontispizio annuncia la nuova edizione come « riveduta su l'autografo e corretta » e nella 
Pref astone (p. XVII) dice d'essersi « studiato di introdurre que' miglioramenti che vi avrebbe 
«introdotto l'autore medesimo, se gli fosse bastata la vita». Si tratterebbe non di € mo- 
« diflcazioni sostanziali », ma di « modificazioni puramente verbali » (cioè di « costrutti rav- 
II viati, locuzioni ritoccate, sviste rimediate ») che il nuovo editore credette di poter fare 
« senza ombra d'arbitrio », anzi « con piena certezza di adempiere quasi a una volontà del 
« morto poeta », al quale « tante piccole mende di forma » erano sfuggite nella fretta del 
comporre. Non discuto qui, rilevo soltanto questo criterio, che è, evidentemente, pericoloso, 
come quello che, applicato anche con grande cautela, rischia di menare diritto diritto al- 
l'arbitrio. In fondo, il M., sostituendosi al Nievo, avrebbe tentato o inteso di fare pel suo 
romanzo quel lavoro di revisione formale che fece, durante parecchi anni, il Manzoni pei 
Promessi Sposi! Sta intanto il fatto che, pur adottando il criterio del M., questa ristampa 
lascia non poco da desiderare per la correttezza, non sempre tipografica, anche in confi'onto 
con le riproduzioni del Le Mounier. Mi rincresce di muovere questo rimprovero all'egregio 
amico, e appunto perciò mi sento in obbligo di confortare di prove il mio giudizio. 

Voi. I, p. 26-7 peggio come mai, ... e questi come sempre erano, mentre nella ediz. Le M. 
leggesi peggio che mai ... e questi, come sempre, erano; p. 63 rosicchiava gli occhi in cucina; 
ed. Le M. gli ossi; p. 83 conseguire quella benedetta laura, ed. Le M. laurea; p. 126 La Clara 
entrò nel bugigattolo per ascoltare ... e confortami, ed. Le M. confortarmi. Non sono punto 
« ravviati » certi costrutti come i seguenti; (1, 131) « Credo che (io) . . . mi sia condotto ...» ; 
e (II, 180) « Io mi maraviglio ancora che (io) . . . avessi potuto serbare ... ». Né sono « rimediate » 
sviste come questa (III, 142): « Il commercio della mia Ditta . . . mi mettevano ecc. », che nel- 
l'ed. Le M. è corretta in mi metteva; e come quest'altre (II, 140): « Se fosti stato », e (II, 138) 
« Mio padre era proprio tornato in Turchia », invece che « di Turchia », come nell'ed. Le M., 
e (1, 146) Leopoldo invece di Leopardo, che appare nell'ed. Le M. Un'altra svista evidente, con- 
servatasi in ambedue le edizioni, ed è in quel passo (I, 217) : « il fattore si pentiva di avermi 
* posposto ad un girarrosto », che va corretto in preposto (cfr. infatti I. 98), e in quest'altro 
(III, 253): «purché la società possa fidarsi» invece di n perché ecc.». Inoltre, per quanto 
veneto, dubito che il Nievo, pur nella fretta, commettesse scorrezioni ortografiche, come le 
seguenti: salsicioti (l, li6), s' affacendava {li, 121), abbacarmi (11,211) e bocheggiante (III, 126), 
ammanisce (II, 275), « disseccando alla maniera dei notomisti » (II, 47), invece di dissecando ecc. 
Di altre inesattezze di minor conto mi passo per brevità; aggiungerò solo che certi crudi 
idiotismi veneti, anzi friulani, andavano stampati in corsivo, come in un caso (I, 69 ribolla) 
fece l'edit., e spiegati col sussidio d'una nota. Valga per tutti l'esempio di quelle caldane 
paludose (III, 125), che nessun lettore non veneto e ben pochi veneti possono comprendere, 
anche con l'aiuto del Boerio. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 77 

avevano ragione di attendersi. Egli si trovò nelle più felici condizioni per 
condurre a buon fine l'impresa. Veneto e vissuto niolt'anni nel Friuli, potè 
studiar davvicino i luoghi ritratti nelle pili mirabili pagine delle Confessioni, 
rivivere in quell'ambiente cosi singolare, sorprendere quasi, in quell'aria re- 
spirata dal Nievo, lo spirito animatore del suo capolavoro; inoltre dalla fa- 
miglia del romanziere ottenne di esaminare tutte le sue carte autografe, e 
trovò persone dotte e gentili, sollecite ad aiutarlo nelle sue ricerche. Di 
queste fortune l'A. si mostrò degno e ne è prova il presente volume. 

Caso raro in lavori di storia letteraria fra noi, esso si legge d'un fiato. 
Il che sarà in parte merito del tèma, fornito d'una singolare attraenza, ma 
è anche merito dello scrittore, ohe se n'è saputo valere egregiamente. Ognuno 
sa, per esempio, (i paragoni sono odiosi, si suol dire, ma senza * la pietra 
" del paragone „ la critica, anzi la scienza sarebbe impossibile), ognun sa che 
anche Arnaldo Fusinato era un bel tèma; purtuttavia, senza voler disprez- 
zare l'opera del Cimegotto, è innegabile che esso non seppe trarne un 
buon libro e di agevole lettura. Questo del M. è invece un libro bello e 
buono ad un tempo. Direi quasi che, dato l'argomento, era difficile far me- 
glio: facilissimo far peggio, sciupandolo. L'A. che ha studiato con cura ed a- 
more, se non sempre approfondito, la materia che aveva fra mano, il tempo 
del Nievo e quello nel quale cade il racconto delle Confessioni, e queste in atti- 
nenza con la restante e consimile produzione nostra; ha elaborato e disposto 
convenientemente il suo materiale, 1' ha trattato con garbo e scioltezza di 
forma, senza civetterie e senza pedanterie, ma senza leggerezza, quasi sem- 
pre con giusta efficacia. L'architettura del volume è lodevole; felice, l' in- 
treccio della parte biografica con la letteraria, la trattazione della vita e 
insieme delle opere del N. 

L'uomo e lo scrittore ci si svolgono dinanzi agli occhi, in modo abba- 
stanza chiaro e preciso. Maggior luce sarebbe venuta alla conoscenza del 
secondo, sovrattutlo nel periodo della lunga e complessa sua formazione, se 
l'A. avesse spinto più oltre l'indagine degli studj e della cultura di Ippolito : 
indagine alla quale dovevano giovargli, oltre le lettere sue, la biblioteca della 
famiglia Nievo, i libri postillati e sicuramente posseduti e letti da lui. 

Nato in Padova il 30 novembre del '31, ma di famiglia mantovana, ve- 
neziano e friulano dal lato materno, vediamo Ippolito studente nel Seminario 
di Verona, in Mantova, a Pisa, iscritto, pare, a quella Facoltà di leggi, quindi 
a Padova, dove studia e cospira. Lo seguiamo a Mantova e a Fossato, a 
Castelfranco, in Venezia e nel Friuli, a Milano ; giornalista ribelle, novelliere 
processato, sognatore instancabile e sovrattutto poeta nell'anima, innamorato, 
garibaldino; lo seguiamo fin sullo Stelvio, fino in Sicilia, capitano, colonnello 
e tesoriere, intendente eroico, fino nei gorghi del Tirreno, dove trovava la 
morte, naufrago neWErcole, probabilmente nella notte dal 4 al 5 marzo '61.' 



1 Che i giornali officiali ed officiosi del tempo ordissero una specie di congiura del si- 
lenzio sul grave fatto, si capisce, per quanto sia deplorevole; si capisce che tacessero del 
naufragio AelV Ercole, mentre davano notizie, perfino telegrafiche, delle terribili tempeste 
che in quei primi giorni di marzo s'erano scatenate in altri paesi, sulle coste dell'Inghil- 
terra e fino sul lago di Costanza. Ma è strano che nn periodico autorevole e solitamente 



78 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Questo, l'uomo, fatto di forza, di bontà, di dolcezza pensosa e di ardente 
passione, d' intelligenza vivida e aperta, e che nella sua figura fisica aveva 
una trasparenza, alla quale egli accennava talvolta scherzando (lett. alla sua 
Bice, p. 376), e attraverso la quale pareva di leggere V anima sua. Il ritratto, 
che sta in testa al volume, è perciò una efficace illustrazione a questa parte 
della monografia. 

Lo scrittore, l' artista si venne formando sin dai primi anni, con grande 
precocità, in mezzo a incertezze e ondeggiamenti, attraverso ai tentativi let- 
terari molteplici dello studente e del giovanotto irrequieto, saggi poelico- 
drammatici, articoli polemici e critici di giornali, opuscoli, novelle campa- 
gnuole, bozzetti e romanzi : tentativi, che anche quando sono meno felici, 
ben ritraggono le varie tendenze dominanti e cozzanti nell'età sua, varie, 
come fu varia e meravigliosa l'attività del N. In questa disamina il M. è in 
generale sobrio ed obbiettivo; men sobrio (tanto più che aveva dette le stesse 
cose nel Giornale storico) e forse troppo largo, come il Salvadori, di lodi, si 
mostra invece al poeta tragico.' Durante le prime prove e, in séguito, nei 
lavori pili poderosi, Ippolito fu guidato da un istinto felice all' osservazione, 
allo studio diretto della vita e della natura, sovrattutto dei campi, della poesia 
e delle tradizioni popolari, onde sorprendiamo in lui un folklorista entusiasta, 
che porge la mano al poeta.^ 

Delle molte — anzi troppe — cose uscite da quella che il M. dice bene 
la * furia creatrice , di questo giovane, morto non ancora trentenne, soprav- 
viveranno, legate al suo nome, le parli migliori delle Lucciole e degli Amori 
garibaldini, notevoli anche per una vena di originale umorismo, e soprattutto 
le Confessioni d' un ottuagenario. 

Queste sono, senza dubbio, come le battezza il M. " il capolavoro „ del N.: 
mirabili, chi pensi che furono scritte a ventisei anni; ma non perciò le direi 



bene infonnato come la Rivista contemporanea di Torino, accogliendo la notizia, nella sua 
corrispondenza da Napoli, e solo in data del 27 marzo, asserisse che sul legno naufragato 
si trovavano la Contessa Teleki (che non appare nella lista riferita dal M.), il corriere 
postale e pareccìii pusstgf/eri. Del povero Ippolito manco il nome, come d'un ignoto pas- 
seggero qualunque! Eppure il suo nome solo, fra quelli dei naufraghi, doveva vincere la 
congiura dei silenzj politici, l'odio di parte, l'ira dei flutti. 

i Dico « forse » perché di queste due tragedie, o poemi drammatici del N.,lo Sfiaitnco e 
i Capuani, inediti, non conosco che i pochi saggi e i riassunti del M.; ma anche qui sospetto 
ch'egli, per simpatia verso il suo poeta, si sia lasciato andare a qualche esagerazione di 
giudizio, sovrattutto a pp. 202-3, dove considera Ippolito come novatore e come grande pre- 
cursore del Cossa, mentre riconosce che egli aveva accettata la riforma del Manzoni e as- 
serisce che in lui abbiamo • la vera tragedia moderna, che risale allo Shakespeare come a 
« suo massimo esempio ». In ogni caso, codeste relazioni del poeta tragico col Manzoni e 
con lo Shakespeare andavano toccate meno fuggevolmente. 

2 Con questo, pili che agli Siudj sulla poesia popolare e civile, del quali 11 M. nota il giusto 
valore, alludo a quanto trasparo da certe novelle rusticane del N. e da un passo della can- 
zone composta da Erminia Fusinato in memoria dell'amico perduto, dove, parlando delle 
corse che Ippolito faceva pel Friuli, si legge: «... Ed Ei talvolta, arguto | E sapiente in- 
« terprete, godea | Le pie tradizioni e le leggende | Strane narrarci, da mille anni e mille | 
« Ivi serbato dalla facil fede | Dei semplici pastor ... ». Attestazione non rilevata dal M., 
ma preziosa, perché conferma quell'amore al meraviglioso, al fantastico, che nel N. era vl- 
viBsimo e che trovava alimento ed eccitamento nelle leggende e nelle fantasie popolari. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 79 

un capolavoro, come altrove scrive VA. (p. 253). Ad esse egli consacra giu- 
stamente un ampio capitolo, l'VIlI, al quale va collegato il IV, che è neces- 
sario a chi voglia intendere bene il romanzo, conoscendo davvicino i luoghi 
del Friuli che furono la principal scena di esso, la realtà ispiratrice del gio- 
vane romanziere. Le Confessioni furono scritte con una rapidità che sa di 
portento, in otto mesi (dal die. '57 all'agosto '58); ma ciononostante sarebbe 
erroneo ed ingiusto dirle una improvvisazione. 

Infatti anch'esse si vennero maturando nella mente, nell'arte del N., e fu- 
rono immediatamente precedute e quindi preparate, da altri due romanzi: 
L' Angelo di Bontà, uscito nel '56, e II Conte pecoraio, pubblicatosi l'anno 
seguente, schietta e diretta derivazione manzoniana; e da una novella cam- 
pagnuola, il Varmo, notevolissima, perché può dirsi davvero un primo em- 
brione delle Confessioni. 

E dacché queste sono il principale fondamento della fama del N., è na- 
turale che anche il capitolo che ne tratta lungamente e degnamente, richiami 
più degli altri l'attenzione dello studioso. In esso il M. illustra la genesi, la 
composizione del libro, ne misura il valore in relazione con le vicende ed 
il carattere del romanzo storico italiano ed in ispecie con quello del Man- 
zoni, ne studia le fonti reali e psicologiche, la materia e la forma, ne indaga 
i pregj e i difetti. Buon capitolo, amo ripetere, temperato, in generale, e as- 
sennato, anche se non tutti i giudizj e le osservazioni ne paiano accettabili, 
e parecchie anzi sieno discutibili. 

Ammetto .senza esitanza che una delle maggiori cagioni di meravigUa al 
lettore delle Confessioni sia ancor oggi quella ricchezza, quella densità, quella 
originalità e potenza di osservazione e di rappresentazione della vita inte- 
riore, della psicologia di individui singoli e d'un' intera età, anzi d'un grande 
ciclo storico. Ma stimo esagerato l' affermare col M. (p. 258) che quel disegno 
d' un romanzo autobiografico e storico, nel quale la vita d' un popolo si riper- 
cuotesse in quella di pochi individui, il N. l'abbia svolto "in modo cosi 
nuovo " e cosi suo, da uscire affatto, non pure dalle tradizioni del romanzo 
" storico, ma da quelle del romanzo in generale ,. A corroborare il suo giu- 
dizio l'A. riassume in un pajo di pagine la fortuna del nostro romanzo storico 
durante la prima metà del secolo, e solo trova da riavvicinare alle Confes- 
sioni, per ciò che s' attiene al vasto disegno di una rappresentazione indi- 
viduale e insieme collettiva, 1' Education sentimentale del Flaubert e La guerra 
e la pace del Tolstoi. Ed aggiunge: le Confessioni sono il solo romanzo man- 
zoniano, e appunto per questo non sono un vero romanzo storico (p. 266). 
Vediamo. 

m'inganno, o v'è tutta una tradizione romanzesca, alla quale va ri- 
collegato il libro del N., in quanto esso è, nella sua peculiare forma auto- 
biografica, una vasta rappresentazione ciclica della vita d'un uomo e d'una 
generazione e insieme d'un intero periodo storico; e questa tradizione devesi 
rintracciare non nella letteratura nostra, ma in quella d'oltr'Alpe, specie di 
Francia, cioè in una varietà del romanzo storico che ebbe una grande fortuna 
presso la nazione sorella. Anche m' ingannerò, ma ho fisso in mente da un 
pezzo che fra i libri letti dal N., e forse tuttora posseduti dalla sua famiglia, 
fossero appunto quei romanzi francesi, spuntati e ben presto pullulati nel 



80 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

sec. XVIIl e nel nostro col titolo di Memorie e di Storie, che avevano il 
carattere d'autobiografia e godettero d'una larj;a diffusione anche fra noi, 
a cominciare da alcuni dell'abate Prévost, la cui fama fu rinfrescata ai giorni 
nostri, sovrattutto dalla Histoire du chevalier de.s Grioux et de Manon Le- 
scaut. Inoltre nella Histoire de Monsieur de Cleveland écrite par lui méme 
è notevole, come nelle Confessioni, la frequenza di digressioni e considera- 
zioni teoriche, su argomenti morali, filosofici e sociali. 

Non di rado troviamo riscontri perfino nel titolo, come nel romanzo del 
Duclos (1704-72), Les confeasions du comte de** (1741). E lasciando anche 
la Religieuse del Diderot, che ha la forma di romanzo autobiografico, e le 
Confessions del Rousseau, che hanno il fascino e molti elementi del romanzo, 
si potrà ricordare la Vie de mon pere (1779) del Restif de la Bretonne, che 
contiene per giunta una pittura felice dei costumi patriarcali delle campagne. 
Anche il Chateaubriand, infine, l'autore dei Mémoires d' outre-tombe, ci offerse 
neìV Atala un romanzo autobiografico, dacché, com'è noto, in esso il vecchio 
Chactas racconta a Renato le memorie della sua giovinezza, le sue confes- 
sioni, i suoi amori per Atala ecc. 

Intendiamoci bene: con questo non pretendo già di additare fonti sicu- 
ramente note al N., ma esprimo il convincimento ch'egli, nella scelta di 
quella materia e in certi svolgimenti ed atteggiamenti dati ad essa, obbedisse, 
fors' anche inconsciamente, allo stimolo d'una tradizione romanzesca venutaci 
di Francia. Fatto sta, che questa del romanzo, pili o meno storico, in forma 
di Memorie o Confessioni, fu uno dei prodotti prediletti e caratteristici del 
Romanticismo, del quale soddisfaceva il bisogno di ricercare e ritrarre il 
verisimile artistico ed umano nella rappresentazione della vita d'un individuo 
o d'una società intera in un dato periodo storico. Sotto questo rispetto, della 
cercata e tentata pittura della verità storica ed umana insieme conciliate, il 
N., che pure traeva l'esempio dal Manzoni, si può dire abbia fatto un pro- 
gresso in confronto dell'immortale lombardo, autore alla sua volta del pili 
meraviglioso avanzamento compiuto del romanzo storico. Infatti, mentre in 
Francia ed in Italia era in gran voga, quasi materia obbligatoria, il Medio 
Evo, del quale si rimaneggiavano perfino e parafrasavano vecchie cronache, 
il Manzoni si volse al Secento e alla sua Lombardia, studiandone con seve- 
rità di storico e mirandone e dipingendone con occhio d' artista la vita in- 
tima. Il Nievo scelse la sua materia da un'epoca ancor più recente, che, 
essendo scesa appena dall'orizzonte della storia contemporanea, sopravvi- 
veva ancora nei ricordi dei più vecchi superstiti d'una generazione e serbava 
tutto il fascino e l'alta malinconia dei grandi tramonti — tramonto d'un' età 
luminosa, il Settecento, e d' un popolo illustre e geniale, il Veneziano — e 
a quella materia diede per isfondo principale luoghi a lui più noti e più 
cari, da lui, quasi a dire, vissuti nella sua fervida e sensitiva giovinezza. 

Cosi Ippolito fece un passo innanzi sulla via che doveva condurre dal 
romanzo storico a quello contemporaneo, realistico, psicologico e sperimentale. 
11 che, mentre gli recava il vantaggio d'una più diretta e sicura conoscenza 
della materia storica e quindi d'una maggiore verisimiglianza in confronto 
dei romanzieri medievalisti, d'una più viva compenetrazione di quella ma- 
teria con la fantastica umana, gli assicurava un altro vantaggio, che nei ro- 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 81 

manzi moderni è necessariamente scomparso, voglio dire la poesia della lonta- 
nanza, della prospettiva storica, la poesia del passato. 

Questo del N. è l'unico romanzo manzoniano, scrive il M. ; ed io non ho 
difficoltà ad ammetterlo. Ma perché negar poi ai Promessi Sposi e alle Con- 
fessioni la qualità di romanzi storici, e agli autori loro le qualità e i carat- 
teri proprj del Romanticismo? In siffatte questioni non bisogna sottilizzare 
troppo, altrimenti si verrebbe alla conseguenza di negare ogni classificazione 
nel campo dell'arte letteraria, di negar perfino (come tentò con la sua lo- 
gica audace l'amico Croce) la ragionevolezza, l'utilità e la convenienza delle 
divisioni di generi letterarj. 

Sta bene che gli scrittori veramente grandi rimangono al di sopra e al 
di fuori delle scuole, delle chiesuole, delle fazioni ; ma ciononostante, pur 
dopo lo studio magistrale del Graf, anzi per le ragioni in esso cosi bene 
illustrate, continueremo a considerare " in un certo senso e fino a un certo 
" punto ,, il Manzoni come il rappresentante migliore, cioè più temperato ed 
equilibrato, di quelle tendenze che furono caratteristiche della scuola roman- 
tica. Appunto per quella sua superiorità e perfezióne, relativa, s'intendo, il 
Lombardo, mentre diede la vita della immortalità al suo romanzo storico, 
parve decretare — e non in teoria soltanto — la fine del genere stesso, 
proprio nell'atto che gli additava la via per rinnovarsi e trasformarsi. Il N. 
ritrae, come si è detto, uno stadio ulteriore del genere, un momento succes- 
sivo della sua evoluzione verso il romanzo più moderno, raccogliendo in sé 
quelle tre correnti che un recentissimo illustratore del romanzo storico fran- 
cese, il Maigron,* distinse nella storia di quel genere : la corrente ideahstica, 
la realistica e quella pittoresca, ma quest'ultima in assai minore misura, 
come era avvenuto anche nel Manzoni. 

Del resto l'A. stesso, contraddicendosi alquanto, viene ad assegnare — 
inevitabilmente — i Promessi Sposi al genere del romanzo storico,' e alla 
stessa guisa, se l'economia del libro gli avesse concesso di addentrarsi in 
una disamina più particolare dei varj elementi onde si compongono le Con- 
fessioni, avrebbe finito, io credo, col riconoscere che e per la materia stessa 
di racconto autobiografico fuso in una larga narrazione storica, per gli ele- 
menti descrittivi, pei paesaggi, sovrattutto campestri, per la cura di quel 
giusto color locale, che fu una delle ricette romantiche di cui più s' abusò 
nella decadenza del romanticismo e che trovò il suo apostolo nel Mérimée, 
pel gusto della storia, pel metodo di atteggiare e svolgere i caratteri umani 
in un dato ambiente storico, per questi ed altri motivi le Confessioni appar- 
tengono alla grande famiglia romantica, sia pure — e tanto meglio — ai 
pochissimi prodotti veramente vitali di essa. Son certo che, pensandoci me- 



i Le loman historique d l'epoque rmnantique — Essai sttr Vinfluence de W, Scott, Paris, 
Hachette, 1898, lib. 1.» 

2 A p. 285 il M., parlando delle Confessioni, scrive : « Il romanzo storico può essere bello 
« e buono, checché ne abbia voluto dire il Manzoni, fortunatamente dopo avere scritto i Pr. 
« Sp. ». Vero, che poco oltre (p. 286) egli, quasi ritornando sopra sé medesimo, asserisce ohe 
negli ultimi capitoli delle Confessioni il N. cessa d'essere manzoniano e < si svia nel vecchio 
«genere del romanzo storico e d'avverture ». 



82 RASSEGNA BIBLIOGRFIACA 

glio, anche il M. troverà soverchia e imprudente l' affermazione sua (p. 15) 
che il N. non fu mai romantico, e che le Confessioni escono affatto dalle 
tradizioni del romanzo storico. 

Ma FA. non s'accontenta di rilevare le somiglianze delle Confessioni coi 
Promessi Sposi, egli ne coglie pure alcune differenze, fra le quali considera 
-(p. 267) come " capitale , quella che dicevamo il suo carattere ciclico, pel quale 
il romanzo del N. non è solo la rappresentazione continuata di tutta la vita 
d'un individuo, ma anche d'una intera generazione storica, "sicché il suo 
" racconto non comprende una biografia, ma quindici o venti biografie, e non 
" un romanzo, ma cinque o sei romanzi intrecciati naturalmente insieme dalla 

* sorte, e tutti completi, esaurienti, definitivi „. Qui pare a me che il M. vada 
un po' troppo oltre il giusto segno, giacché in ogni caso, non si tratta d'una 
differenza fondamentale, cioè qualitativa, ma d' una questione di grado, vale 
a dire quantitativa. 

Del resto, sarebbe da chiedersi se questo tentativo di forzare a tal punto 
la potenzialità, a dir cosi, del romanzo storico e d' allargarne tanto arditamente 
i confini, sia stato un bene od un male. Anch' egli, il M., riconosce (p. 283 sgg.) 
che l'ultima parte delle Confessioni — ossia gli ultimi 13 capitoli — non 
regge a confronto della prima, perché, volendo eseguire sino alla fine il suo 
troppo vasto disegno, Ippolito, spinto da quella sua * furia creatrice „, en- 
trando nel sec. XIX ed uscendo dalla Venezia e dalla Lombardia, errando 
per molte parti dell'Italia e perfino nell' Inghilterra, in regioni a lui scono- 
sciute, non ebbe il tempo e l'agio di appi ofondire lo studio di quel periodo 
storico posteriore, di acquistare di tanti paesi e ambienti diversi quella co- 
noscenza diretta e viva, che conferisce ai primi dieci capitoli un rigoglio e 
un valore artistico grandissimi. Invece di giovarsi, come aveva fatto per 
questi, della osservazione immediata, personale, lavorò di fantasia, di remi- 
niscenze monche ed incerte, di informazioni insufficienti e cadde nel super- 
ficiale e nell'esteriore. 

Tra i difetti delle Confessioni il M. annovera (p. 291) anche la lunghezza 
(nella prefaz. alla ristampa del romanzo, p. XVll, egli dice " eccessiva lun- 
ghezza ,): io l'avrei detta, senz'altro, prolissità talora fastidiosa, specie negli 
ultimi capitoli e, anche in certe dissertazioni e digressioni troppo frequenti, 
che sanno a volte d'imparaticcio e di zeppa rettorica, intollerabili pure in 
bocca o sotto la penna d'un ottuagenario brontolone, predicatore e mora- 
Hzzatore. ' 

Non sempre i giudizj che l'A. esprime discorrendo delle Confessioni, s'accor- 
dano interamente fra loro. Per es. ammettiamo pure che altri difetti * di com- 

* posizione, di stile, di lingua, di dialogo „ sien dovuti solo alla fretta con 
cui il romanzo fu scritto; ma dopo questo sarà troppo il dire che quanto a 
stile esso è " un modello , di efficacia e di Umpidezza, che la forma è * sem- 



l Come esempio caratteristico di coleste digressioni, vere lungagnate clie si potrebbero 
sopprimere senz' alcun danno, anzi con non piccolo vantaggio, anche nella prima parte, cito 
quella cui si lascia andare (Gap. III. pp. 123-4) Carlo Altoviti nel ricordare la ciocca di ca- 
pelli fattasi strappare dalla Pisana, e da lui serbata come reliquia preziosa. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 83 

pre proporzionata al pensiero ,, e, più innanzi, che lo stile del N. " non perde 
* mai misura e decoro ,. Infatti, è appunto il frequente difetto di misura nella 
materia e nello stile, che cagiona l'inferiorità della seconda parte delle Con- 
fessioni, e scema perfezione anche alla prima. Le Confessioni, così come sono, 
posson dirsi un prodotto prezioso di arte, ma manchevole e bisognoso assai 
di quel limae labor et mora, che nell'arte vera ha un'importanza cosi grande. 
Esse danno la misura d' una potenza artistica, che non ebbe tempo di espli- 
carsi ed affermarsi in tutta la sua pienezza. E possiamo veramente deplorare 
anche noi che le onde del Tirreno abbiano invidiato all'Italia un vero ca- 
polavoro, quale forse sarebbe diventato l'altro romanzo I pescatori di anime. 

Alla memoria di questo ingegno profondamente itahano, che, scomparso 
nel fiore degli anni, diede frutti cosi precoci e squisiti, ha reso dunque un 
insigne omaggio il M. col suo volume, anche se qualche desiderio dei lettori 
incontentabili è rimasto insoddisfatto. » Auguriamoci ch'egli compia e coroni 
presto l'opera sua pubblicando quella scelta giudiziosa di lettere inedite, che 
annunzia e della quale ha inserito nelle sue pagine alcuni saggi notevolis- 
simi. Più che agli sludj letterarj renderà un servizio morale a questa Italia, 
riuscita tanto diversa da quella che aveva sognata il povero Ippolito, il quale 
non fu solo poeta e romanziere soldato, ma dimostrò senno e vigoria d' in- 
telletto e in giovane età mente matura e anima nobilissima, e nel trattare 
e meditare con sagacia virile i più gravi problemi della nostra vita politica 
e sociale, seppe esprimere in prose d' occasione o in versi satirici certe ve- 
rità che paiono pensate oggi.* 

Per chiudere : Alla storia degli studj danteschi, nonché alla storia del 
patriottismo letterario, gioverà ricordare che il Nievo, anche fra lo strepito 
delle armi, sui campi di battaglia, portava sempre con sé, vero " viatico del- 
l' anima,, un Dantino — e che proprio sopra il Dantino prediletto, il 27 
marzo '59, a S. Fermo, piegava il capo, mortalmento ferito, il garibaldino Gia- 
como Battaglia, critico e degno amico e commihtone di Ippolito Nievo. 

Vittorio Gian. 



1 Sovrattutto con l'aiuto del carteggio del N., il M. avrebbe potuto darci un capitolo 
prezioso e gustoso sugli amici suoi ; dei quali dice troppo poco e sparsamente, come di Em. 
Ottolengbi, di Francesco Rosari e dei Fnsinato. Un passo della citata canzone d'Erminia 
rievoca alcuni episodj gentili di quell'amicizia, narrando della visita da lei fatta al Castello 
di Colloredo : «... Oh! forse ancora | Il vetusto caste! di CoUoredo | Rammenta il conversar 
• di quel giocondo | Stuolo d'amici, e gli agguati innocenti | Apparecchiati a festeggiar l'ar- 
€ rivo I Di caro ospite atteso », che era un altro amico. Teobaldo Ciconi. I versi che seguono, 
ci permettono di comprender meglio certi tratti delle Confessioni, la poesia del paesaggio 
friulano, cbe Ippolito seppe trasfondere nelle sue pagine, perché ne aveva sentito vibrare 
prima l'anima sua. Meritava anche d'essere almeno rilevata l'attestazione del culto che il 
N„ anche in questo simile al Manzoni, ebbe pel Rosmini : attestazione che ai desume da 
quella specie di visione satirica e patriottica, che è nell' Ultimo esilio (cfr. p. 219). 

i TìieWUUiwo esilio, il pia notevole degli Apologhi satìrici, si legge un verso, che compendia 
il pensiero onesto e severo del poeta garibaldino: «Progresso c'è, ma fretta lo travolge». 
Oggi questo garibaldino sembrerebbe un pezzo da- museo a molti: oggi eh' è di moda cor- 
rere in fretta, sia pure a rompicollo, pel gusto di travolgere e di farsi travolgere! 



84 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Knisella Fabsetti. — Quattro Bruscelli senesi preceduti da uno stu- 
dio sul Bruscello in genere. — Firenze, tipografia Landi, 1899 ; 
16.», pp. XLVI-48. 

I quattro Bruscelli che la signorina Farsetti raccoglie in questo 
volumetto furono rappresentati recentemente in tre diversi luo- 
ghi del Senese: i primi due [Il Consiglio dei dodici Iddei e La 
Distruzione di Troia a Colle d'Elsa,' il terzo {La ragazza can- 
zonata) a Lecchi nella valle superiore dell' Arbia, il quarto {La 
Caccia) a Torrita nella Chiana. L'A. presenta cosi un saggio dei 
differenti generi di Bruscello più in uso nelle campagne senesi : 
la mascherata sui carri, la rappresentazione drammatica di un 
fatto storico o leggendario, come nei Maggi (a p. xxxiii cita altri 
esempj: Baldassarre re di Babilonia, Catone in litica, Susanna, 
Fioravante, Pia dei Tolomei ecc.), il mogliazzo, e la caccia; e della 
rappresentazione di ciascuno dà precise informazioni. Discorre 
nell'introduzione anche dell'origine, svolgimento e caratteri del 
Bruscello, ma più riferendo le opinioni altrui, che esprimendo 
una propria idea. Fa anzi maraviglia che cogli esempj ch'ella ha 
raccolti e pur sapendo che nel Senese si scelgono ad argomento 
dei Bruscelli « fatti della vita familiare e fatti allegri », e ad 
Asciano in generale « si rappresentano le arti, i mestieri, le sta- 
gioni 2 » le caccie, (pp.xxiv), ripeta ancora che il Bruscello odierno 
nulla ha che fare con quello accademico dei Rozzi (p. xix), il 
quale, per dirla col D'Ancona, « è un piccolo dramma ampliatosi 
via via dalla prima forma della mascherata di due o tre perso- 
naggi poco pili, e ritraente la lingua e i costumi non dei soli 
bruscellanti o uccellatori, ma quelli anche, successivamente, di 
tutta la gente di contado ». Finché dei bruscelli non si conosce- 
vano altri esempj che quelli rappresentanti fatti storici o leg- 
gendarj oppure mogliazzi, il genere campagnolo appariva diverso 
da quello ^ei Rozzi: ora si può dire che il primo ha avuto un 
più largo sviluppo, forse per influenza del Maggio; ma che delle 
varie rappresentazioni del bruscello cittadino non si abbia il cor- 
rispondente in quello di campagna, anche se gli esempj che ri- 
mangono sono in scarso numero, non si deve più negare. Agli 
esempj e alle testimonianze raccolte dalla signorina Farsetti ag- 



1 Del primo vien detto autore un Tobia Masoiii, ancora vivente; del secondo, un Luigi 
Paganini, morto l'anno scorso; e furono anche stampati a Siena dalla tipografia Cooperativa 

I « So dì sicuro che ve ne fu rappresentato uno delle Quattro stagioni, dove era : la Prl- 
( mavera, coli' ortolano e giardiniera, —l'Estate, col mietitore e mietitrice, — l'Autunno col 
(Cacciatore e vepdemmiatrice, — l'Inverno, con lo sposo, la sposa e il vecchio». 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 85 

giungerò che io pure a Cambiano in Valdelsa, accanto a un 
Bemofoontc, derivato dal dramma metastasiano, e a due mogliazzi 
(uno rappresentato nel 1893, l'altro nel 1834), ^ ho trovato due ma- 
scherate d'arti e mestieri; e poiché di tali mascherate la sig. Far- 
setti non reca esempio nella sua raccoltina, sarà utile riferirne una: 

CAPO DI BKUSCELLO. 
Vedo tanti augellini alzare il volo, 

Che fanno il viva al nostro carnevale; 
E se ne stanno lì a stelo a stolo, 
Che su r alloro mio voglian cantare: 
Se canteranno su l'alloro mio, 
Per contentezza vo' cantare anch' io. 

VECCHIO. 
Quando ero su tior degli anni, o figlio mio. 
Me ne stavo a cantar sera e mattina; 
BM ora di cantare ho perso il brio, 
Non cammino più a l'erta né alla china: 
Se mi mettessi a fare una gran corsa, 
A ruzzoloni anderei in una fossa. 

STENTAKELLO. 

Dio voglia vu' vi tribbi tutte le osse ! 
— Sarebbe un giorno di ricreazione. 
Avete in capo una patata grossa, 
Che mettete alle genti derisione. — 
Che io vi ci lasserei : cosi copiosa 
A vostri ereditari, è ogni cosa. 

CACCIATOItE. 

L'arte del cacciatore è dilettosa; 

E tutto il giorno me ne vo a girare. 
Per veder se ammazzase qualche cosa, 
Per poterla la cena rimediare. 
Mi si è inalzata una lepre furiosa. 
Che in verità non li potei tirare. 
Sentite, cacciatori, il mio discorso : 
Tutta la caccia ho morto un pettirosso. 

t Comincia cosi il Capo bruscellaute; 

Oiaucbé in quest'anno siamo tutti vivi 

Ed il colera non ci tolse il brio . . . 
e fluisce con un brindisi che.vien « cantato da tutta la comitiva sull'aria della mascherata 
« dei 'l'renta pagliacci Nel teatro vi è il comtyìto ...» : 

Ma or prima d'andar via 

Tutti insieme qui briosi 
' S Noi facciam dell'allegria 

Ad onore degli sposi. 

Sten felici, sien contenti, 

La delizia dei parenti 

E di tutto il vicinato. 

Che è presente al suo gioir. 

Evviva, evviva, evviva questi sposi 

Fino a che ne darà il di 
n di. il di . . 



86 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

PENTOLAIO. 

Io faccio il pentolaio e porlo addosso, 
Porto di brai tegami e bastardelle; 
E ogni massaia gli chiedo soccorso, 
Perché mi sento sbuccicar la pelle; 
' E vi ho portato un tegame si grosso. 
Ci cuocerebbe cento coratelle; 
L'ho porto a una massaia che li basta, 
L'ho fatto un barattin 'n una pollastra. 

DENTISTA. 

Faccio il dentista e viengo dalla Lastra, 
E l'ho cavato un dente macellaro; 
Se un è buon questo, ci metto la tasta, 
Ma nella spesa non ve la rincaro ; 
E vi darò un'unzione che vi basta. 
Altro che in bocca vi parrà un po' amaro : 
Questa sarà l'unzion che dò per denti, 
Grasso di chiodi e brodo di serpenti. 

DOTTORE. 

Io lo faccio il dottore, e state attenti: 
E lo studio l'ho avuto di Milano: 
E gli ho curati gli amici e parenti, 
E alla ricòrta mi daranno il grano: 
Ebbi la loppa - mi portonno i venti - 
Perché me l'ha portata il tramontano; 
Ma gli ho curati con erbe degli orti : 
Quattro mi son guariti e cento morti. 

CALZOLARO. 

Io faccio il calzolaro, giovanotti, 
E risolo le scalpe e le scianlelle ; 
I punti faccio mar tirati e torti, 
Perché l'ho da campa quattro sorelle; 
GH spaghi faccio tanto bene avvorti. 
Perché le scarpe mi venghi si belle, 
E al contadin, per far forte le piante, 
' Gli ho messi i fondi di foglio sugante. 

CONTADINO. 

Io sono il contadin, zappo le piante; 
Me ne vado a pagare il calzolaio, 
• E delle scarpe me ne ha fatte tante, 

Specialmente ddi mese di gennaio; 
Se la raccolta mia sarà abbondante. 
Alla mia morte gUene lascio un paio. 
Crede di avermi fatto un lavor bono, 
E a casa sono scarsi quanti sono. 

A giudicare rettamente del bruscello campagnuolo in rela- 
zione con quello dei Rozzi, l'A. poteva esser messo sulla buona 
strada, oltre che dalla novità degli esempj raccolti, dal nome 
stesso di bruscello^ se con più cura avesse cercato di determi- 
narne il vero significato; che troppo facilmente si è lasciata 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 87 

persuadere dal Lombardi^ a rigettare l'opinione che sia una 
specie di caccia al frugnolo. Il Lombardi chiede le ragioni o 
almeno i documenti di questo signifificato: ebbene, se bruscello 
deriva, come egli vuole da arbusceUo, l'albero paniato, di cui si 
servono in queste caccie notturne, può dar ragione del nome 
attribuito a una varietà di tali caccie; quanto agli esempj poi, 
la signorina Farsetti li aveva nel Bruscello e nel Boschetto del 
Falotico dell'Accademia dei Rozzi, che cita a p. xiy:^ 

(e. 2 a) Noi siain, donne vezzose, bruscellieri, 

Gh'andiarn la notte attorno... 
Noi portiam sempre con noi la lanterna 

Per veder ben le macchie, 

Se c'è merli o cornacchie. 

Et a quel ch'altri tiri ognun discerna... 
Chi quest' arte vuol far del bruscellare 

Vuol aver buon pulzoni, 

A tutti e paragoni y^ 

E la balestra da farli scoccare. -J 

(c. il b) D' una macchia, ove è abbondanza d'uccelli, si dice: 
Qui merta il contio venirci a bruscello. 

(e. 12 6) Ho a' mie' di' tante volte ucellato 

Al boschetto, alla ragna e a bruscello. 

Si osservi bene come i due generi di caccia, al bruscello e al bo- 
schetto, diano il nome ai due componimenti del Falotico, e come 
l'uso mantenutosi in campagna di fare la rappresentazione at- 
torno a un leccio o a un alloro, anche se si tratti di sposalizj o 
di argomenti leggeudarj, ci attesti che in origine il bruscello dove 
rappresentare scene di caccia, dove cotesto albero avesse parte. 
Resta sempre aperta la questione, se il bruscello che rappre- 
senta scene di caccia sia di origine cittadina o campagnola, lo 
sto per la città, né vedo difficoltà ad ammettere che quei di con- 
tado, assistendo in Siena ^ alle mascherate carnevalesche, abbiano 
avuto il desiderio di riprodurle nelle loro terre: tanto più che le 
primitive, come il Boschetto e il Bruscello del Falotico, non sem- 
bra mettessero in ridicolo i costumi campagnoli, avendo presso 
a poco un contenuto uguale, sebbene in forma più drammatica, 
alle Caccie fiorentine, raccolte dal Carducci. La mascherata avreb- 
be avuto poi in campagna uno svolgimento diverso dalla città, 
e mentre qui avrebbe messo capo alla commedia rusticale, là sa- 
rebbe arrivata a confondersi quasi col Maggio. M. Barbi. 



1 Mascarata villanesca recitata nel mese di maf/gio 1386 di M. àlessandbo Sozzisi, ora per 
la prima volta pubbl., con prefaz. e note dal prof. A. Lombardi. Siena, I. Gati, 1879. 

2 Non deve però averne presa cognizione diretta, dicendo che dei due componimenti è 
intitolato «l'uno: Il Bruscello ed il Boschetto ... V altro semplicemente 11 Bruscello ». No, il 
primo è intitolato semplicemente 11 Bruscello, e il secondo 11 Boschetto. 

8 U Bruscello è d'origine senese; ma dalle campagne di Siena s'è allargato fino a toc- 
care il territorio fiorentino, pistojese (soltanto però dalla parte del Pesciatino) e lucchese. 



88 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Alessandro Paoli. — La scuola di Galileo nella storia della filosofia. — Parte I. 
Pisa, Vannucchi 1899. (Dagli Annali delle Università toscane, voi. XXII), 
di pp. GGGXXVII in 4.» 

Indichiamo in questa pubblicazione del chiarissimo prof.' Paoli quanto 
può interessare anche gli studiosi della nostra letteratura, non polendosi da 
noi entrare, per la natura della Rassegna, nella parte filosofica del libro. 

Egli ritrae con fedeltà i caratteri del tempo di Galileo: "Nel fatto di 

• Galileo l'Italia, primogenita nel rinnovamento intellettuale, era respinta ai 
" tempi più crudi delle barbarie, al fato della Grecia primitiva, trasformato 

* dalle superstizioni scolastiche in volontà di Dio benedetto „. " Questa espres- 
" sione gente astuta e fanatica metteva in bocca al pontefice, uomo dotto e 
"insofferente di opposizioni, contro gli argomenti di Galileo; espressione 
" che innanzi alle plebi ripiombate nell' ignoranza, adombrava in un linguag- 
" gio da sagrestia la piìi volgare fra le concezioni antropomorfiche , (p. IV). 

Urbano Vili rappresenta più d' ogni altro questa miseria morale. Gè ne 
dà una notevole prova quanìdo, appena si diffonde la notizia della morte di 
Galileo, con destrezza di inquisitore mette in guardia il governo granducale 
quanto alle onoranze che questo avrebbe voluto rendere a memoria d'uomo 
tanto inquisito e la cui opera è stata condannata e proibita. 

I documenti delle note 3 e 4 al paragrafo I ci danno una idea di quel 
pontefice, ostinato, ipocrita e doppio (Gfr. p. IX, XVI-XXXII). Per quanto poi 
riguarda la Toscana, quelli in nota al paragr. II mettono in luce tutti gli ar- 
tifizj che si usavano per mantenere il buon nome de' Medici e mostrano la 
assoluta dipendenza del Granduca dalla Guria Romana. 

Ne rileviamo due di speciale interesse: a. p. I, II-IV. L'ambasciatore dà 
avviso che " un padre Bzovio domenicano polacco , in una storia che aveva 
cominciato a scrivere " de' Medici non parli molto bene, anzi accenni che 
" Clemente fosse assunto al Pontificato simoniacamente e dell' elezione del 
" Granduca Gosimo I — che sia in gloria — non parla molto bene ,. Pare però 
che il frate tirasse a qualche donativo. Infatti cede facilmente alle racco- 
mandazioni dell'ambasciatore e si lasciò corrompere da venticinque scudi. 

Notevolissimi pure a p. I, IX, i documenti che si riferiscono alla licenza 
che il Granduca chiedeva per la lettura del Machiavelli. Sua Santità, narra 
l'ambasciatore, ha intenzione di mandarne una sua copia con cancellate le 
parti infette! "Dice essere esempio mollo pessimo un parallelo (che il M. 
fa) della " Rehgione cattolica con la religione de' Gentili,. Un'altra lettera 
comunica " Ghe non è da sperare di ottenere la licenza del Machiavello,. 

Ma, lasciando di spigolare delle abbondantissime note, notiamo con viva 
soddisfazione che quest'opera ha una vera importanza e colma una lacuna, 
per la publicazione che il prof. Paoli fa di lettere di inestimabile valore di 
illustri scienziati stranieri e italiani, continuatori dell'opera del grande e ve- 
nerato maestro. 

Nella nota al § III sono riportate lettere e frammenti di lettere del 
Leibniz al Magliabechi da Modena e da Hannover, di Giov. Wallis, di Tom- 
maso Hobbes, e di Leibniz a Ferdinando. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 89 

Alle molte lettere, pubblicate dal Fabroni, degli immediati discepoli del 
Galilei era desiderabile si aggiungessero le corrispondenze degli Accademici 
del Cimento. Il prof. Paoli ce ne dà saggi (XGVII-GIV) del Borelli al Viviaai, 
del Rinaldini, del Ricci. Peccato che non siano più che un solo saggio! 

Concludendo, additiamo questo libro agli studiosi sia per le particolari 
notizie, sia per il quadro assai veritiero che ci dà delle condizioni intellet- 
tuali dell'epoca, in cui come diceva il De Sanctis " il dominatore non ha 
* coscienza della sua violenza, e il dominato non ha coscienza della sua 
" servitù , (cfr. p. LXXV). Esso fornisce utili indicazioni e nuovo materiale 
a chi voglia studiare il pontificato di Urbano e le condizioni politiche e mo- 
rali del granducato in quel tempo; e a chi voglia conoscere quanto pur v'era 
di buono in quella triste epoca, e come fosse continuo il commercio di idee 
fra i nostri e gli scienziati e pensatori d'oltralpe. Bello e confortante spet- 
tacolo, perché ci prova come non del tutto in quel secolo l'Italia rimanesse 
sequestrata dal movimento intellettuale europeo, ma, sebbene le condizioni 
miserevoli della nostra politica a ciò fossero di ostacolo, vi partecipasse 
onorevolmente, Giuseppe Lombardo. 

COMUNICAZIONI. 

AMANTB E CARONTE. 

(lettera al prof, d'ancona). 
Caro professore 

Ricorda? Nel 1889 Ella cercò per mezzo del Giornale d' Erudizione (an. 
I, n.° 18) l'originale italiano di un noto sonetto di Oliviero De Magny. Io Le 
additai allora (ib. n.' 23-24) uno strambotto, che il ms. 1882 dell'Angelica 
attribuisce al Tassino; il quale però, se del Tasso, difficilmente poteva essere il 
modello cercato, perché i Soupirs del poeta francese erano già in luco nel 1557. 

In questo tempo le mie note intorno allo strambotto si sono aumentate, 
e dovendo toglierlo di fra le altre rime tassiane perché del Tasso non è, ho 
pensato di mandarle la raccolta fatta, benché l'occasione sia passata e lontana. 

L'attribuzione del ms. 1882 dell'Angelica, assai autorevole del resto per 
ciò che riguarda il Tasso, rimane distrutta dal fatto che lo stesso strambotto 
si ritrova in due altri zibaldoni di rime, e cioè nel Vaticano-Regina 1591, p. 
91, e nel Marciano IX, 492, p. 90, entrambi della prima metà del secolo de» 
cimosesto: e però esso potè esser conosciuto dal De Magny nella sua non 
breve dimora tra noi fino al 1560. 

Ecco il testo del madrigale secondo i due mss. più antichi, con in nota 
le poche varianti del ms. dell'Angelica : 

Strambotto. 

A. Caron, Caron! — C. Chi è l'importun che grida? 
A. Un amaute fldel. — C. Che cerchi? — A. Il passo. 
C. Oh nuova crudeltà! Chi è l'omicida 

Che talmente t'ha morto? — A. Amor, ahi lasso! 
C. Non varco amanti. — A. Deh, si! — C. Cerca altra guida. 
A. Al tuo dispetto calarommi al basso, 

C'ho tanti strali al petto et acqua ai lumi 
Che me farò la barca, i remi e i fiumi ! 
3. Ahi dura crtuleltà. 5. Kon varca amanti qui, cerca. 

7. strali al aior. 8. Cìiio me. — Marciano: Che 

mi faran. 



90 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Il Sainte-Beuve * scrive che questo sonetto " fit longtemps, nous dit Col- 
" letet, l'entretien de la cour et des curieux; les plus habiles musiciens, 
* cornine Orlando le jeune et plusleurs autres, le mireut en musique à l'en- 
" vie „. Altrettanto accadde presso di noi: infatti questo strambotto si trova 
musicato fin dal 1558 ne Li madrigali a V, VII, Vili. Novamente dati in 
luce di Paolo Arktino, Vinezia, appresso Gierolamo Scotto ;2 e lo si trova 
ancora ne II secondo libro de Madrigali a cinque et a sei voci ecc. di Giovan 
Francesco Algarotti, Venetia, appresso Antonio Gardano, 1569; ^ e ne // 
primo libro de Madrigali a cinque voci ecc. di Don Marco Antonio Mazzone, 
Vinezia, appresso Girolamo Scotto, MDLXIX.* 

Di li a una ventina d'anni, quando cominciarono a trionfare le forme pili 
agili della lirica in servizio della musica, lo strambotto ci si presenta prima 
ne II terzo libro de' Madrigali a cinque et a sei voci di Hippolito Sabino ecc., 
Venetia, appresso Angelo Gardano, MDLXXXIl;^ pili tardi ne II secondo libro 
de Madrigali di diversi Autori posti in musica da Bartolomeo Barbarino 
da Fabriano detto il Pesarino ecc., Venetia, appresso Ricciardo Amadino, 
MDGVII;® e da ultimo nel Secondo libro de' Madrigali ariosi a quattro voci 
di Camillo Lomrardi, Napoli, nella stampa di G. B. Gargano et Lucrezio Nucci, 
MDCIX,' cosi trasformato: 

A. Ferma, ferma, Caronte ! 
C. Chi è colui che grida? 
A. La pili anima fida 

Ch'avesse al mondo Amore. 
C. Che cerchi? — A. Il i^asso 

Per gir tosto all' inferno 

E far che del mio foco arda in eterno. 
C. Il passo non darò; trova altra guida, 

Perché non saria gioco 

Portar nella mia barca il tuo gran foco. 
.1. Al tuo dispetto andrò sull'altra riva 

Con la mia fiamma viva, 

C'ho tanti strali al cor, tan t'acqua ai lumi 

Che mi farò la barca, i remi e i fiumi. 

Ma non sempre Caronte si mostrò cosf inumano negando perfino l'in- 
ferno agli amanti infelici: tra le Rime di Bartolomeo Cavassico edite dal Gian* 
è pure un dialogo tra un Amante e Caronte, e quest'ultimo finisce col con- 
sentire a traghettare l'anima; ancor più cortese ci si mostra ii nocchiero 
della livida palude in questo sonetto che trovo del Marciano IX, 487, e. 118 r.: 



i Tableau historiqiie et critique de la poesie franQaise et du thèatre frani ais au XVI siede, 
Paris, Charpentier, 1869, p. 94 n. 

2 E. VoGEL, Bihliotek der gedrukten Weltlicìien Vocalnmsik Italiens aus d. lalnen 1300-1700 
ecc., Berlin, Haach, 1892, voi. I, p. 41. 

8 VoGEL, Op. cit., I, p. 14. 

4 VoGEii, Op. cit. , I, p. 440. 

5 VOGEL, Op. cit., Il, p. 185. 

6 VoGEL, Op. cit., I, p. 64. 

7 VoGEL, Op. cit., I, p. 339. 

8 Nella Scelta di curiosità letterarie, Bologna, Romagnoli-Dall'Acqua, 1893-4, voi. II, pp. 7-8. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 91 

Sonetto in dialogo, Anima e Caronte. 

A. Carou, Csron! — C. Che vuoi? — A. Passar vorrei. 

C. Chi sei? — A. Un fido amante, — CE quando fuora 

Di vita uscisti? — A. Ahimè, Caronte, or ora. 
t'. K chi ne fu cagion? — A. Pianti ed omèi. 
C. A' campi elisi, u' son nomini e dèi 

Andar servo d'Amor grato ti fora. 
A. Nel pili profondo inferno audrommi ancora 
Pur che sia meco Amor e i sospir miei! 
C. Entra, anima gentil, entra nel legno; 

Vedi che Lethe non ti tocchi o lave. 
Se non vuoi far del mondo eterno oblio. 
A. Son entro ; or fla che avventuroso e degno 
Averò guiderdon dell'amor mio, 
Se chi se uccide per amor merto bave. 

Con ossequio ed affetto, suo 

Venezia, 20 aprile 1899. AnGKLO SoLERTl. 

ANNUNZI BIBLIOaRAFICI. 

Mario Martinozzi. Il frammento XXXIX di Giacomo Leopardi. (Modena; 
Soc. tipogr., 1899, di pag. 24, in 18.°), 

E questa una breve e garbata conferenza, tenuta alla Società degl'Inse- 
gnanti di Modena, con la quale l'A. propone un' interpretazione simbolica di 
quelle terzine che il Leopardi negli ultimi anni suoi (1835) trasse dalla 
giovanile cantica deW Appressamento della morte (1816). Il M., com'egli stesso 
avverte, muove da alcune parole pel Carducci {Spiriti e forme d. lirica di 
G. Leop., Bologna, Zanichelli, 1898, p. 42 sg.), il quale vide nella giovane 
viaggiatrice notturna del framm . Leopardiano una " pellegrina d' amore e di 
• verità ,. Dopo aver premesse alcune considerazioni sul simbolo nella poesia, 
sostiene l'A. che nella giovine donna è da rintracciare * l'anima che trae di 
per sé, di proprio istinto, verso mela d'amore (quale? il poeta non può dire 
perché non sa, forse, neppur lui): " oppure è la vita concepita nella giovi- 
nezza sua,. Meglio, senza dubbio, l'anima, poiché, ci pare, se si considera 
che neir appressamento della morte è il poeta stesso che ci si presenta nella 
inane lotta contro la tempesta improvvisa, è facile capire per quale relazione 
nel frammento si abbia una donna, e chi essa rappresenti: è l'anima (ci ac- 
cordiamo dunque col M.), l'anima stessa del poeta; e a niuno sfugge la gran-; 
diosità del tutto nuova che viene aggiunta all'immaginazione giovanile del 
poeta. Solo quel frammento approvò più tardi il Leopardi : né poteva più 
rispondere ai suoi sentimenti quell'inatteso ajuto celeste che è nélV Appres- 
samento La poesia giovanile fu ripensata dal poeta, maturo all' arte e al do- 
lore, e riusci, con le debite mutazioni, quale egli l' avrebbe potuta concepire 
allora. E si osservi: neW appressamento egli è " volto a cercare eccelsa meta ,; 
ma la donna (l'anima) del frammento è " volta all'amorosa meta,; ebbene 
in questa variante v'è la sua ragione psicologica, e il poeta concorda con 
quei suo abbozzato terribile Inno ad Arimane, nel quale al malefico genio 



92 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

non chiede " nessuno di quelli che il mondo chiama beni „; non le ricchezze, 
"non amore, sola causa degna di vivere „; ma la morte. V è nel frammento 
l'imperversare di una tempesta: l'animo deluso nel desiderio d'amore; al- 
lora tace il tutto e il cuore impietra. Contro l'interpretazione data dallo Strac- 
cali della frase era di pietra per era freddo e rigido cadavere, notiamo che 
né\V appressamento quella aveva appunto il valore dantesco' di impietrare: 
pare strano, che il Leopardi conservasse quell'espressione per un significato 
cosi diverso. Insomma l'interpretazione del M. pare a noi che venga a legit- 
timare, per cosi ([i\e,'\\ frammento leopardiano, che prima ci dava l'idea di 
un abito rivoltato. A. Salza. 

A. MiOLA. — Discorso in memoria di Pasquale Baffi (1749-1799). — Napoli, 
tipogr. della R. Università, 1900 (pp. 19, 4.°, estr. dal voi. XXIX dagli Atti 
deW Accademia Pontaniana). 

Pasquale Baffi fu una delle più intelligenti vittimo che, nella feroce rea- 
zione del 1799, ascesero al patibolo sulla piazza del Mercato. Nato di nobile 
famiglia in Cosenza, presto si fé' notare pel suo valore negli studj filosofici 
e giuridici. A vent'anni fu professore di greco nelle R. Scuole di Salerno, 
e nel '73 con parole di grande encomio venne chiamato ad insegnar lettere 
classiche nel R. Convitto della Nunziatella. Buono ed affettuoso ma insoffe- 
rente di servitù, nel giugno '74 si ascrisse alla Massoneria. Il 2 marzo '76, 
in seguilo al severissimo editto provocalo dal Tanucci contro i Liberi Mu- 
ratori (12 settembre '75), fu arrestalo in una riunione massonica; ma il pro- 
cesso finì nel febbraio '77 col proscioglimento degli accusati. Nonostante 
questo precedente, " continuò ad esser ben visto in alto ,, anzi nel '79 fu scelto 
a socio residente dell'Accademia Reale delle Scienze e delle Belle Lettere, 
che allora si istituiva, e della quale fu poi anche bibliotecario. Avvocato del 
Monastero della S. Trinità di Cava, trascrisse e tradusse in Ialino più di cento 
pergamene dei sec. XI e XII: e nell'SG fu nominalo bibliotecario nella * nuova 
* Beai Biblioteca , (l'attuale Biblioteca Nazionale) con lo stipendio di 75 
ducali al mese. Altri notevoli incarichi ebbe dallo Slato, fra cui quello d' un 
catalogo dei codici greci della R. Bibl. per l'Harles, che gli fu amico caris- 
simo, come pure lo Zoega, il Miinter, lo Schow, il Villoison e i più celebri 
dotti d'Europa. Infine, mentre attendeva al catalogo dei libri a stampa per- 
chè potesse aprirsi al pubblico la R. Biblioteca, sopravenne la rivoluzione; 
e nel Governo provvisorio egli fu presidente del comitato dell'amministra- 
zione interna. Spento quel fugace bagliore di libertà, con vera fede e cri- 
stiana rassegnazione andò incontro alla morte : ne fan testimonianza le let- 
tere scritte alla moglie Teresa Caldora, che nella loro evangelica semplicità 
profondamente commuovono. Delle ceneri di lui non si ha ora notizia al- 
cuna; la chiesa di S. Lazzaro al La vinaio, ove fu seppellito, più non esiste 
da molli anni. Giusta lode merita il M. per aver nel tristo centenario, rin- 
novala la memoria del colto e onesto cittadino, cui non il volere dell' Eterno, 
ma la umana barbarie troncò anzi tempo la vita. 

P. DK Simone Brouwer. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA SS 

Giovanni Mari. — La sestina d'Arnaldo, La terzina di Dante, — Milano, 
Hoepli, 1899 (8.», pp. 33). 

Il prof. G. Mari, continuando i suoi lodati studj sulla ritmica medievale, 
ci presenta, col titolo ora riferito, un opuscolo, in cui si propone appunto 
d'indagare e illustrare la genesi della sestina d'Arnaldo e della terzina di 
di Dante. L'opuscolo è certamente notevole, quantunque qua e là divaghi 
in osservazioni la cui attinenza coli' argomento principale non è sempre ma- 
nifesta. In fondo, se non abbiamo letto male, quanto alla sestina, si può 
dire che la sola osservazione nuova insieme e sicura fatta dal M. sia questa : 
che si ricollega alle tradizioni e alle teorie ritmiche medievali per ciò che 
in essa si attuano i due artifici della crucifixio e della retrogradatio (pp. 17-18). 
Che sia per un certo rispetto da ravvicinare al metrum quadrangulare (cfr. p. 5) 
potrà darsi, ma non apparisce chiaro, e cosi dell'essere posto a base dell'ar- 
tificio della sestina il numero sei non s'avrà la spiegazione principale, come 
inchinerebbe a credere il M.,(p. 7), nel fatto che il sei è il primo multiplo del 
tre, numerus sacer nel medio evo. Una volta che Arnaldo facendo l'ultimo 
pa.sso in una via nella quale era già andato più innanzi degli altri trova- 
tori, si decise a intessere un componimento di strofe, le quali prese ad 
una ad una constano di versi sciolti, ma sono poi collegate fra loro nei due 
modi sopra detti ; i versi di coteste strofe non potevano essere, appunto per 
la ragione stessa della maniera di collegamento strofico prescelta, che di 
numero pari. Ora se avesse fatto ciascuna strofa di quattro versi, anche il 
componimento non avrebbe avuto che quattro strofe, e in tal gu'sa tanto la 
lunghezza delle singola strofe quanto quella dell'intero componimento, che 
è una varietà della Canzone, sarebbe stata inferiore dell'ordinaria; e, pur 
tenendo conto che si dovevano conservare in rima sempre le medesime 
parole, la difficoltà tecnica non sarebbe poi stala grande. E Arnaldo volle 
certamente nella sestina mostrare 1' abilità sua nel superare una grande dif- 
ficoltà. Per contro, se invece che di quattro avesse composto le strofe di 
otto o dieci versi, anche il componimento avrebbe avuto otto o dieci strofe ; 
e cosf sì, oltre che esso sarebbe riuscito un po' più lungo di quel che di 
solito non sia la Canzone, la difficoltà cresceva a dismisura. Si fermò dunque 
al numero sei; si fermò ad esso, secondo noi, per un certo senso della mi- 
sura, che in tal caso non gli fece difetto. Se nella costruzione della sestina 
ebbe qualche parte l'idea del numero tre, tlev' essere una parte ben piccola. 

Passando a discorrere dell'origine della terzina dantesca, il M. crede che 
essa non sia che una modificazione del serventese caudato semplice (p. 27). 
Tale conchiusione, a cui giunge un po' per le lunghe e che del resto era 
stata intravista e più o meno esplicitamente affermata anche da altri, ha tutta 
la probabilità di essere giusta. Ma sarà del pari da ammettere la parentela, 
che il M. vorrebbe riconoscere fra la sestina e la terzina? Se mai, sarà una 
parentela molto più lontana di quella che egli pensa. Resta ad ogni modo 
assai ingegnosa la spiegazione, che appunto ammettendo tale parentela, egli 
dadi un passo di Benvenuto da Imola (p. 28); secondo il quale il Petrarca 
confesserebbe di aver tolto a imitate la terzina non da Dante, ma indiretta- 
mente da Arnaldo, che gliene avrebbe suscitata l'idea colla sestina! 

Leandbo Biadenk. 



04 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



Biblioteca critica delia Letteratura italiana: fascic. 28-30: G. A. Fabris, 
PiERGiLi, ZiNGARELLi. — Firenze, Sansoni, 1899. 

Di questa raccolta, diretta da Francesco Torraca abbiamo volta a volta 
annunziato i volumi, ed ora annunziamo di essa i numeri 28-30. 

Il primo contiene un breve studio di G. A. Fabris su / primi scritti in 
prosa di Vittorio Alfieri (pagg, 37 in 16.°). Il F., noto cultore di cose alfie- 
riane, dà notizia di tutte le scritture in prosa, edite od inedite anteriori al 1777; 
nel quale anno il grande tragico concepì e scrisse il libro sulla " Tirannide ,. 
Soffermandosi specialmente sulla prima prosa francese Le jugement universel, 
VA. riporta quanto altra volta ebbe occasione di notare intorno all'ispirazione 
di questo Scritto daW Esprit dell' Helvetius (cfr. Giorn. Stor., XXVIII, 237). Dei 
Giornali ed Annali (di cui la prima parte, com'è noto, fu scritta in francese) 
parla con diligenza e con garbo, mostrandone tutta l'importanza, sino ad 
oggi da pochi riconosciuta. Il Carducci nella sua Storia dell' Aminta (voi. II, 
p. IIM12, della Bibl. Crii, cil.) ci aveva già fatto conoscere l'aspro giudizio 
dell'Alfieri su quella favola pastorale. Qui per cura del Fabris appaiono per 
la prima volta, tratti dagli stessi mss. laurenziani, i giudizj del tragico sulla 
Secchia Rapita, sulla Gerusalemme e sull' Orlando furioso. Non è chi non 
veda l'importanza di questa pubblicazione per la conoscenza dei criterj estetici 
alfieriani: i giudizj, mirabili spesso per acutezza geniale ma non di rado anche 
strani e poco giustificabili, servono, sebbene racchiusi in poche pagine, forse 
pili di opere voluminose a darci esatto concetto del modo di sentire che fu 
tutto proprio del poeta. 

Dobbiamo al Piergili, che tanta parte della sua operosità dedica conti- 
nuamente agli studj leopardiani, la diligente Notizia della Vita e degli Scritti 
del Conte Monaldo Leopardi (di pagg. 78 in 16."^), che forma il fase. 29 della 
raccolta. Per quel che propriamente riguarda le notizie biografiche e l' esame 
delle opere del Conte, possiamo ben dire che l'A. abbia raggiunto pienamente 
il suo intento. Il nobile recanatese dalla mente ristretta ed imbevuta di pre- 
giudizj, ma nel tempo stesso dal carattere saldo e Serissimo, intollerante dei 
soprusi, sia eh' essi venissero da laici, o da sacerdoti, o dagli stessi pontefici 
troppo spesso immemori dello zelantissimo difensore dell' altare e del trono, 
è dipinto dal P. con efficacia e maestria. Accuratamente studiata è l'opero- 
sità dell'erudito di cose locali, e giudicata con sani criterj. Molto opportuno 
è stato poi il pensiero di dare in Appendice una diligente bibliografia di tutti 
gli scritti editi ed inediti di Monaldo. Se non che lo scopo vero del libro come 
chiaramente traspare da quasi tutte le sue pagine, dalla prefazione e più 
ancora dai versi danteschi: E se il mondo sapesse il cor ch'egli ebbe * Poco , 
lo loda e * assai „ lo loderebbe, che l' A. pone a capo della prima pagina 
quasi a suggello di quanto ci espone, si è di purgare il Conte dalle nume- 
rose e talvolta esagerate accuse, di cui da lungo tempo fu fatto segno, relativa- 
mente alle relazioni sue col figlio Giacomo. Ci sia lecito tuttavia dire fran- 
camente la nostra opinione: quei due versi, alterati per l'occasione, davanti 
ai quali alla prima apertura del libro abbiamo provato — non lo nascon- 
diamo — un certo senso di stupore, non ci sono sembrati megho giustifi- 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 95 

cabili a lettura finita. Siamo sinceri: si * può „ anzi si " deve , proprio lo- 
dare " assai , un padre, il quale, come ammette lo stesso P,, concorre colla 
madre a tenere il figlio già adulto in una perfetta ignoranza delle vere 
condizioni economiche della famiglia; (p. 26) apre ed intercetta le sue let- 
tere; (p. 27-28) cede soltanto in apparenza ai suoi desiderj e lo tiene a bada 
con buone parole, risoluto di opporglisi con tutte le forze (p. 28) ; fa " opera 
" di repressione , continua su di lui, a ciò incoraggiato dal cognato; (p. 33) 
si mostra contento della fermezza con cui gli ha saputo resistere, (p. 35) im- 
pedendogli la tanto desiderata pubblicazione di un componimento poetico 
per il solo fatto che a lui non va a genio? (p. 36). Certo nel Conte Monaldo 
non era sciolto 'quel vincolo d'amor che fa natura,; anzi egli amava il 
figUo intensamente com'è facile provare da molti passi della sua corrispon-. 
denza; ma il suo era un benedetto amore che finiva quasi sempre col di- 
ventare un' oppressione, un tormento continuo per la persona amata (cfr. 
p. 27). E poi r austero Conte, la gran " testa quadra ,, che parlando di Galileo 
invocava un nuovo " scienziato il quale restituisse alla terra l'antico onore, 
* mettendola nel centro dell'universo e liberandola dal fastidio di tanti moti „ 
(p. 43), che applaudiva alle " tante pellegrine spade , che venivano a stra- 
ziare l'Italia, non era, dobbiam pure convenirne, la figura più simpatica di 
questo mondo. Che se per alcune cose pareva esagerato e falso ad amici, 
che in fin dei conti partecipavano alle sue idee, quale non doveva parere ad 
un giovane come Giacomo, caldo di affetti e pieno di intelligenza? Con tutto 
ciò siamo ben lontanti dal disconoscere che molte delle ragioni portate dal 
P. a favore del padre dell'infelice poeta non siano buone e convincenti; solo 
vorremmo che dopo aver evitato una pericolosa esagerazione, non si ac- 
cennasse a cadere in un' altra non meno pericolosa ed erronea. 

I due scritti dello Zingarelli Intorno a due Trovatori in Italia (di pagg. 
75 in 16.»), che formano il fascicolo 30, riguardano Ugo di Saint Circ ed 
Amerigo di Pegugliano. Lo Z. ripubblica, col sussidio dei tre mss. conosciuti, 
il serventese di Ugo che comincia " Un sirventes vuelh faire ..... scritto 
per gli assediati in Faenza del 1240, accuratamente mostrandone il valore 
storico in relazione cogli uomini e cogli avvenimenti del tempo. Assai più 
importante è il secondo scritto. Pur avendo principalmemte di mira il noto 
" descort , di Amerigo: "Qui la ve en ditz , lo Z. s'occupa diffusamente 
anche del " planh , mostrando e discutendo con analisi sottilissima le diverse 
ipotesi sorte per determinare la personalità storica della Beatrice di cui nel 
componimento si piange la morte e ch'egli inclina a credere sia la Beatrice 
stessa del " descort , cioè la estense. Un elaborato studio metrico precede 
la pubblicazione del " descort , fatta col sussidio dei dieci mss. conosciuti. 
Trovan luogo nel volume, pubblicati diligentissimamente, altri quattro lesti 
provenzali, e precisamente: una strofa della canzone di Amerigo * Per razo 
" naturai , il planh (secondo lo Z. falsamente a lui attribuito) che comincia 
" Ab marrimenz angoissos . . . ,, la canzone " Per solatz d'autrui , pure di 
Amerigo e finalmente un'aggiunta al descort di anonimo, che trovasi nel 
cod. Parig. 844 (Sili, qu' es caps e guilz . . .). Guido Manacorda 



96 RASSEGNA BIBLIOGRAICA 

CRONACA. 

.'. Buone osservazioni circa // dolore del Virgilio dantesco, definendolo 
secondo ragioni psichiche e dottrine teologiche, e contraddicendo opinioni 
non ben ponderate, raccoglie in un suo scritto il prof. Gius. Barone (Roma, 
Loescher, 1899, di pagg. 59 in 16.»), il quale ha modo di trattare anche altre 
coutroversie, recentemente rinnovate, sulla sorte che attende Virgilio dopo 
il gran giudizio, e sul valore della promessa di Beatrice, di lodarsi sovente 
a Dio del poeta relegato nel limbo. Coleste parole non significano, secondo 
r A. — e ci par che abbia ragioae — se non questo : che, cioè " caro sopra 
ogni cosa, poiché non può sperare e non spera di pili , debba essere a Vir- 
* gilio il venir ricordato nella patria vera ,: cara debba riuscirgli " la stima, 
" la lode, la pietà dei beati al cospetto di Dio (pag. 37) „. Tanto e non più 
può esser il significato di quelle parole di Beatrice: e l'aver certezza di ciò 
è come "il conforto di un esule: ma d'un esule ben più sventurato e ras- 
segnato dell'Alighieri ,. E la mestizia, il dolore appunto, che è proprio del 
Virgilio dantesco per la certezza di dover sempre vivere senza speme in 
desio, è finamente analizzato dal sig. B. in quest'opuscolo, notevole per molti 
pregj, e al quale gioverebbe forse soltanto una forma più stringata, che 
conferirebbe al discorso maggior efficacia. 

.". Il prof. Alb. Scrocca esamina in un suo saggio critico qual sia II pec- 
cato di Dante (Roma, Loescher, di pagg. 70 in 16.°), vale a dire di che cosa 
precisamenle lo rimproveri Beatrice quando il poeta da lei tratto fuori dalla 
selva selvaggia, sta al suo cospetto nella divina foresta del Purgatorio: e 
conclude (pag. 40) dopo esaminale e vagliate le altrui opinioni, che due sono 
i falli di Dante e due le accuse fattegli da Beatrice, l'una nel. e. XXX, l'altra 
nel XXXIII, che cioè, morta la donna amata, si desse in preda a vani e di- 
sonesti amori, e che tenesse in pregio non la filosofia in generale, ma la 
dottrina aristotelica; la quale, non corretta dalla teologia cristiana, può trarre 
in errore. E sono conclusioni, che se non persuadono in modo da diventar 
convinzioni nell' animo di chi legga, certo sono ben esposte e ben dedotte 
e concatenate; ma non ben chiaro ci appare quello che è contenuto nel- 
l'Appendice su La Donna gentile, benché ci sembri intravedere che l'a. non 
creda alla realtà storica di cotesta donna, e ad un amore effettivo, o prin- 
cipio di amore per lei dopo la morte di Beatrice: nella qual cosa non sa- 
premmo consentire. Ad ogni modo questo del sig. S. ci pare un lavoro me- 
ditato, e degno di attenzione. Alcune piccole cose potremmo osservare, come 
il rimprovero che si fa al poeta (pag. 66) di aver fatto fuggire il tempo in 
Paradiso, pel verso messo in bocca a S. Bernardo: Ma perché il tempo fugge 
che ti assonna, il che non vuol dire che in Paradiso passi il tempo, ma che 
scorre il tempo concesso a Dante vivo per la sua visione delle cose eterne. 

.*. Dante e gli Scaligeri è il titolo di un elegante Discorso del dott. G. 
BiADEGo letto nella solenne adunanza della Deputazione veneta di Storia 
patria ai 5 nov. 1899 (Venezia, Visentini, 1899, di pagg. 33 in 18.»). In esso 
l'a. con copia e sicurezza di dottrina riassume quanto si sa e quanto si è 
detto delle relazioni fra Dante e i signori di Verona. Secondo lui, Dante non 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 97 

conobbe Alberto, morto nel 1301 ; potè conosoere V ubate di S. Zeno, vis- 
suto fino al 13J3; ebbe certo familiarità con Alboino, successore nel 1304 a 
Bartoloinmeo, presso il quale vide Cane ancor fanciullo. Qui ei prende a dir 
le lodi di Gangrande, che veramente, per privarlo del merito di esser l' atteso 
veltro, fu forse soverchiamente bistrattato; ma ci par vada un po' troppo oltre 
nel riprender l'ipotesi che pareva abbandonata, e rispetto alla quale si con- 
forta anche dell' autorità del prof. Cipolla. Quanto di spiriti palrj veronesi 
entri in questo nuovo risorgere dell'opinione che Dante nel veltro adombrasse 
lo Scaligero, non andremo cercando : ma è cosa curiosa il notare come ogni 
tanti anni ritorni su, presso a poco come per lo Spirito gentile della canzone 
petrarchesca, una congettura che si sarebbe ormai credula tramontata del 
tutto. E quasi verrebbe voglia di richiamare l'arguto motto del Manzoni, che 
convenga rispettare la volontà di Dante, laddove egli volle mantenersi enigma- 
ticamente oscuro. Si poteva supporre che la controversia fosse ormai ri- 
stretta, nell'appropriazione del simbolo, alle persone di un Imperatore o dì 
un Pontefice, esclusi i capi di parte o i duci militari: eppure ecco ritornare 
in scena il signore di Verona. Se non che, il Biadego da cospicuo e munifico 
guidatore di fazioni e di eserciti fa che Cane diventi qualche cosa di pili: e ci 
presenta "un Gangrande che aspirava alla monarchia universale „ (p. 21): 
ma questo ci pare non conforme alla storia, e molto al di sopra del vero. 
Schiettamente diremo dunque, che il B. ci è parso assai felice nel delineare, 
contro i troppo acerbi oppositori, ciò che fu veramente ai suoi giorni e ciò 
che parve ai contemporanei, Gangrande Scaligero : ma che nessuna delle 
azioni del valoroso principe giustifica l' auto-candidatura di lui alla monar- 
chia universale. 

.'. Il prof. Giov. Fkderzoni ci dà una Interpretazione nuova di due passi 
della Div. Commedia (Bologna, Zamorani, di pagg. 23 in 16.°): l'una su la 
pena dei golosi, intendendo la grandine grossa ed acqua tinta e neve che si ro- 
vescia loro addosso, non nel senso in che vengono comunemente intese, ma, 
con più convenienza col peccato commesso, per lo * schifoso reciticcio , delle 
crapule, convertito in nauseabondo strumento di pena. Ghe la lurida ma- 
teria, avanzo degli stomachi umani, potesse conservarsi e convertirsi a tor- 
mento di cotesta specie di dannali, se ne avrebbe riscontro in ciò che serve 
alla punizione degli adulatori. La dimostrazione del sig. F. è fatta con molto 
acume, come anche l'altra nuova interpretazione sulla delfica deità, del Purg. 
I, 32, secondo la quale si avrebbe in deità un astratto collettivo a indicare 
la non numerosa schiera dei divini poeti, di coloro cui arride la grazia del 
dono poetico. 

.*. Un astronomo dantofilo del Cinquecento., del quale ci parla il sig. L. 
Perroni-Grande (estr. dalla Riv. Abruzzese, di pagg. 8 in 16.°) è un messer 
Benedetto Maggiorino, che nel 1537 stampò a Venezia presso il MarcoHni 
una specie di calendario, divenuto rarissimo ormai, come tutti i libri di tal 
genere. Tre volte egli cita Dante a conforto della materia che espone, e 
nell'ultima afferra rettamente il pensiero del poeta nel IX del Purgatorio no- 
tando la contrapposizione fra l'ora del nostro emisfero, che era Falba solare, 
e l'ora notturna nell'emisfero opposto. 

.". Il p. Gius. Boffito, che sa cosi bene congiungere gli studj scientifici 

7 
# 



98 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

con quelli storici e letterarj, si dimanda in una sua Memoria Perché fu con- 
dannato al fuoco l'astrologo Cecco d' Ascoli (Roma, lipogr. Poliglotta, di pagg. 
28 in 4.")? Si sa che sono disparatissime le opinioni in proposito, e si è 
giunti persino a darne un po' di colpa a Dante: che è foise la più aliena 
del vero di tutte le disparate sentenze. Più insistente invoce e più probahiliì è 
quella secondo la quale molto vi avrebbe conferito T inimicizia di Dino del 
Garbo. Ad ogni modo, sia che vi fosse aperta denunzia, o tepido soffio del 
venticello di Don BasiUo, sembra ben accertato che ragione, o pretesto, al- 
l'orrendo supplizio furono le dottrine astrologiche, dall'ascolano troppo aper- 
tamente affermale. L'a. prende ad esame con diligenza e vaglia con acume, 
tutte le varie sentenze di scrittori antichi e [iioderui, dal Villani al sig. Castelli, 
che del suo concittadino sc-isse più con pompa di frasi che con saldezza di 
temperata dottrina, e propende a credere che il vecchio cronista, contempo, 
raneo del fatto, l'abbia meglio d'ogni altro narrato anche nelle sue cagioni. Ma 
aggiunge, e con ciò conclude la sua disamina: " aspettiamo la luce di nuovi do- 
cumenti , ; ed è senza dubbio prudente cautela, ma ormai sarà diffìcile credere 
che tal speranza si avveri. Quanto a noi, v'è una conclusione ultima, che 
non può esser cangiata o affievolita dalla scoperta di nuovi documenti,, ed 
è: che sebbene, la Chiesa facesse " valere un diritto che tutti le riconoscevano 
e allora e poi ,, ma spesso le è tornato a danno o a biasimo, ha fatto mnle a 
torturare o a bruciare per opinioni o dottrine scientifiche; e così ha fatto 
male, perché non ci si imputi parziale animosità, ha fatto male Calvino a 
bruciare Servelo; e fanno e faranno tnale lutti quelli che, dando alla vio- 
lenza simulacro di giustizia, puniscono il pensiero — il pensiero, s' intende, 
disgiunto dall'alto — con estremo supplizio. 

.'. Ci giungono da Siena due pubblicazioni di antichi documenti, dovute 
ambedue al prof. Dom. Barduzzi, valente professore di medicina e rettore di 
queir Università. L' una contiene Documenti per la storia delV Universiià di 
Siena (Siena, Lazzeri, di pagg. 38 in 8.»), dall'anno 1275 al 1459. Il primo 
di essi, del 1275, è la deliberazione del Consiglio del Comune su2)er facto 
studii licterarum. Del 1278 sono le deliberazioni per un lettore di logica e 
per uno di grammatica e rettorica, che è il ben noto fra Guidotto bolognese. 
Altro grammatico chiamato allo studio è un maestro Bandino: forse quel 
d'Arezzo. Seguono previlegj imperiali e bolle papali in favore dello studio se- 
nese. — L'altra pubblicazione è di Provvedimenti per le stazioni termali 
senesi nei sec. XIII e XIV (Siena, tip. cooperai., di pagg. 24 in 16. "J e com- 
prende leggi e statuti pei bagni di Macereto, Vignone, Petriolo e Rapulano, 
offrendo agli studiosi cose e vocaboli degni di attenzioni. Erano coleste, 
stazioni balneari frequentatissime, ed è naturale che a mantenerne la riputa- 
zione e l'efficacia volgessero le loro cure i reggitori dello Slato. Qual fosse 
la vita che vi si conduceva, non mollo dissimile dall'odierna, lo fa conoscere 
un'interessante e curiosa pubblicazione del Portioli intitolata / Gonza;/a ai 
bagni di Petriolo nel 1460-61 (Mantova, 1870). 

.*. Due recenti scritti del prof. Gaston Panis illustrano una leggenda re- 
ligiosa tedesca e un antico romanzo francese con quella ricchezza di notizie 
e sicurezza di criterj, che son proprie dell'insigne accademico. L'uno è uno 
studio su Les danseurs maudits, legende allemande du XI siede (eslr. dal 



DELLA LKTTKRATUUA ITALIANA 99 

Jour.il d. Saraiìts, cìefeiiibre 1899, di pagg. 17 in 4."); racconto assai iliiTuso 
in Germania, in Franciii, in InghiUei ra, ma del quale non ricordiamo nessuna 
redazione italiana: se forse non è in qualche leggendario o in qualche 
Irallalo ascetico esemplificato. Il Paris con molto accorgimento, sulle orme 
di un lavoro apposito del prof. Schiòder, ne indaga le origini nella terra di 
Kolbigk neir Anhalt, e ne addita la derivazione, per successive addizioni e 
modificazioni, da un fenomeno patologico, assai frequente nell'età media; da 
una epidemia di corèa o ballo di S. Vito. Neil' età media non si poteva dargli 
se non carattere religioso, e fu detto esser punizione, invocata da un sacer- 
dote, su alcuni che nella notte di Natale non avevano voluto abbandonar 
al suo invito la danza in un cimitero, e durarono perciò a ballare un intero 
anno. Le trasformazioni di questo caso, al quale non può negarsi una base 
reale, sono seguite e spiegate con sagacia dall' a., cl)e in tale studio ci ha 
offerto esempio del modo come può condursi quella che potrebbe chiamarsi 
storia naturale di una leggenda, dal suo primo apparire alle ulteriori e più 
ricche manifestazioni. — L'altro sciillo Le roman du Comte de Toulouse 
(estr. dagli Aitinihs du Midi, XIII, di pagg. 32 in 16.°) illustra un bell'episodio 
di poesia cavalleresca, diffuso anch'esso presso molti popoli e raccontalo in 
molle lingue, e che presso di noi porse argomento a una novella del Bandelle. 
Anche in questo saggio critico il Paris segue, ampliandolo e coordinandone , 
le notizie, un lavoro anteriore, cioè la pubblicazione fatta da Gust. Liidtke di 
un antico poema inglese. Egli dimostra come l'origine del racconto debba 
porsi a Tolosa, e il fondamento di esso sia storico, e da ritrovarsi nei casi 
dell'imperatrice Giuditta e di Bernardo conte tolosano, non senza mescolanza 
e intromissione di altri casi storici più ani i hi e di episodj romanzeschi poe- 
tici, si da fare di tutto il poema uno dei tipi più perfetti di epica cavalle- 
resca. 

.*. Paul Meykr continua a darci ragguagli intorno ad una materia im- 
portante dell'antica letteratura francese con la Notice sur trois Ugendiers 
fratigais attribuées à Jean Belet (Paris, Imprim. nalion. 1899, di pagg. 78 in. 
4.°). Dopo aver in generale trattato del modo di formazione di questi leg- 
gendarj, che essendo pur dovuti a uno stesso compilatore e traduttore, hanno 
fra loro notevoli diversità, specialmente nel numero, l'a. passa a parlare 
di ciascun d'essi e di ciascuna leggenda secondo le proprie fonti, illustrando 
co<i un ricco materiale di agiografia dell'età media. Quanto sarebbe utile 
anche per la nostra letteratura un consimile studio di recensione e classifi- 
cazione delle leggende spirituali, ognuno vede facilmente. 

.'. La signorina Anna Bòhm, che già nella nostra Rassegna (IV, 218) co- 
municò alcune recondite notizie di antichi spettacoli sacri padovani, compie 
colesti ragguagli con la memoria intitolata Notizie sulla storia del Teatro a 
Padova nel sec. XVI e nella prima metà del XVII (estr. daW Ateneo Veneto, 
Venezia, Visentini, 1899, di pagg. 60 in 16.°). I particolari raccolti non sono 
senza utilità per la storia generale della forma drammatica, sebbene abbiano 
maggior curiosità ed importanza le prime prove fatte nei secoli anteriori. Le 
carie pubbliche, diligentemente esplorate, hanno offerto larga messe di parti- 
colari, specialmente per ciò che spetta alle rappresentazioni date dagli sco- 
lari dell'Università patavina, il pili spesso per la festa dei capponi, celebrata 



100 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

all'apparizione della prima neve. L'autrice s'intrattiene particolarmente sul 
celebre Ruzzante e sul suo protettore Luigi Cornaro, l'autore della Vita Sobria, 
e poi descrive le pompe solenni, onde si accompagnavano sul fine del sec. de- 
cimosesto e nel successivo, le rappresentazioni teatrali, che più spesso ebber 
carattere pastorale, come la Finta Fiammetta del Contarini, la caccia di 
Danao del Buzzacarini, e i varj componimenti drammatici di Pio Enea degli 
Obizzi. Accenna per ultimo a una grande attrice padovana, l'Isabella Andreini, 
ma nulla ha saputo o potuto comunicarci di nuovo sulla commedia dell'arte 
e sulle compagnie comiche che in Padova recitarono nel settecento. Con- 
cludendo, e lodando la copia di ben ordinate notizie messe insieme dall'au- 
trice, auguriamo un lavoro consimile per molte altre città d'Italia, ove cer- 
tamente fiori, come in Padova, la nostra arte drammatica. 

.'. A proposito della pubblicazione del florilegio vinciano raccolto dal dott. 
Solmi, e della quale pur noi demmo un cenno (v. Rassegna VII, 136), il prof. 
Guido Mazzoni nella Nuova Antologia del 1." gennaio ha inserito un articolo 
su Leonardo da Vinci scrittore (estr. di pagg. 16 in 16.°), in che affernìa che 
la prosa del grande artista, " non solo esprime fedele ed efficace il suo pen- 
" siero, ma e tale, che quando ei non avesse titoli maggiori all'ammirazione, 
"a lui dovrebbe venir fama dell'esser uno de' prosatori nostri migliòri ilei 
" Quattrocento „. 

.'. Per le nozze Levi-Sottocasa, il sig. Adolfo Levi ha pubblicata, illu- 
strandola, una ricca e curio-sa serie di documenti (Reggio d'Emilia, Galderini, 
pagg. XXXI-28) riguardanti le feste fatte a Reggio nel solenne ingresso che 
vi fece Borso d'Este, testé creato duca da Federigo III, nel luglio del 1453, 
e ideate e dirette da Malatesta Ariosti. I documenti sono molti e pieni di 
particolari, e formano forse la più compiuta descrizione di consimili festeg- 
giamenti, in quell'età nella quale furono cosi usuali. È una singoiar mesco- 
lanza di industriosi e artistici ingegni, di rappresentazione mimica e parlata, 
di pompe religiose e profane, di simboli cristiani mitologici storici, di armeg- 
giamenti e processioni, che mostrano qual grado di raffinata cultura avevan 
raggiunto nel quattrocento le città italiane anche meno cospicue e potenti. 
La precisa descrizione d'ogni parte di quella festa, i consigli ed ammai^stra- 
menti minuziosamente dati dall'inventore Ariosti perché ogni cosa fosse fatta 
a dovere, sono assai curiosi, e non meno curiosa è la nota finale di tutti i 
doni, che corporazioni ed individui offrirono al duca in cotesta occasione; 
e che da oggetti d'argento lavorato arrivano a roba mangereccia, viteUi, polli, 
vino, cacio ecc. 

.'. Poefische Theorien in der italienischen Friihrenaissance s'intitola una 
dissertazione di K. Vossler uscita recentemente (Berlin, Felber, 1900) e assai 
interessante. L'autore dopo breve introduzione procura di determinare quale 
fosse l'ideale del poeta nell'età di Dante, in quella del Petrarca e dei primi 
umanisti. Riassume tutto il lavoro colle seguenti parole, che riferiamo qui 
tradotte: * Nell'età di Dante il cantore di mestiere lascia il convenzionalismo 
" medievale e diventa poeta-teologo universale. Contemporaneamente risorge 
"l'antico amore della fama, ma predomina ancora la lingua volgare. Dal 
" Petrarca e dai suoi contemporanei il latino viene rimesso sul trono e 
"l'eloquenza si dispone a occupare il posto dell'allegoria come slrumentg 



DELLA LETTERATURA ITALIANA lOl 

"d'arte, e la materia teologica cede alla materia storica. Nell'età degli u- 
" manisti vengono respinte le ultime pretensioni letterarie del volgare. La 

• retorica è sistematicamente trattata da specialisti, e cosi si viene a stabilire 
"il fondamento per l'estetica del classicismo. Per dirla in tre parole: dal 

• poeta-teologo, attraverso il poeta-oratore si arriva al poeta-retore e filologo ,. 

.•. Una ttota del prof. E. Teza negli Atti dell' Accad. di Padova (Padova, 
Randi, 1900, di pagg. 19 in 16.") tratta di Vincenzo Belando: Versi veneziani 
nel Cinquecento di un siciliano. Sono tratti da un raro libro di Lettere facete 
e chirehezzose, stampato a Parigi nel 1588 e hanno anche importanza storica, 
perché due sono Sonetti caudati, a dialogo fra Roma e Venezia sui casi 
correnti. Il Belando era siciliano e comico, autore anche di una commedia 
Gli amorosi inganni stampata a Parigi nel 1599, seguita dalla spiegazione 
di vocaboli oscuri siciliani e spagnuoli in essa adoprati, della quale pure dà 
ragguaglio l'a., ogni cosa illustrando con acume e copia di dottrina. Il nome 
di questo siciliano Belando, nell'accademia della nativa Castelbuono VErrante, 
e come attore Cataldo e che forse in tal qualità recitò a Parigi, non è ri- 
cordato né dal Gampardon, né dal Rasi. 

.•. È ben noto agli studiosi quanto poco si sappia della vita di Matteo 
Batidello: sicché sieno ben venuti due opuscoli che danno su di essa qual- 
che maggior schiarimento, e che ci giungono da due parti opposte d'Italia.' 
L'uno è del prof. G. E. Patrucco (// soggiorno di M. B. in Pinerolo, Pinerolo, 
tipogr. sociale, di pagg. 28 in 16." picc), e raccoglie quello che le carte pub- 
bliche da lui esplorate, ci offrono intorno alla dimora che il Bandelle fece nel 
1536 in cotesta città del Piemonte, al seguito del capitano Gesare Fregoso, 
in qualità di segretario, e poi a servizio di Guido Gonzaga. Due lettere infatti 
trovate e pubblicate dal sig. P., 1' una del '36, l'altra del '37, allato al nome 
dei due capitani portano quello del nostro novelliere. La vita trascorsa in 
Pinerolo è ricordata nelle novelle e nelle lettere dedicatorie che le precedono, 
e parecchie delle narrazioni ch'egli andava raccogliendo vennero scritte in 
cotesta città negli ozj dell'accampamento invernale dal '36 al '37, e il sig. P. 
le indica tutte con diligenza. Della Galabria invece non vi ha ricordo speciale 
nelle novelle, ma egli vi andò, come dimostra il sig. M. Mandalari {Il B. in 
Calabria, Catania, Mattei, pagg. 7 in 16.»), quando lo zio suo, generale dei 
predicatori, mori nel convento di Altomonte ; e alloggiò nel convento che 
ivi l'ordine possedeva. Giò che scrive il M. è saggio di un lavoro di An- 
notazioni alle novelle del B., al quale egli attende, e che sarà certamente utile, 
se fatto senza fretta e con assidui studj sulle tante persone e famiglie, che 
formano, come a dire, l'uditorio splendido e numeroso al quale egli narrava 
i suoi piacevoli racconti. 

.". Lo scritto del nostro collaboratore F. De Simone Brouwer intitolato 
Capitan Fracassa (Napoli, Detken e RockoU, di pagg. 32 in 16.°) pili che una 
recensione del voi. del prof. Senigaglia II Capitan Spavento, del quale fra 
breve ci occuperemo, e che ad esso scritto è stato occasione, è un largo ma ben 
nutrito studio sulle origini e le vicende di cotesto tipo comico, che sul teatro 
nostro, nella commedia erudita e in quella dell'arte ebbe tanta varietà di 
nomi con tanta identità di carattere. Il De Simone con molto buon criterio, 
non riconosce l'asserta discendenza del capitano vantatore dal tniles gloriosus 



l02 FtASSErrNA BIBLtOGRAFtCA 

dei latini; tocca però delle figure che ad esso rassomigliano nella letteratura 
dell'età media, in Francia specialmente, ne trova gli accenni preliminari anche 
fra noi, ne enumera le personificazioni nella commedia erudita e in quella 
a soggetto, e per ultimo indica quegli elementi che concorrevano a formarne 
il tipo, e che, dopo la sua sparizione, riappajono in qualche personaggio del 
teatro popolare. Special merito di questo saggio è di accompagnare insieme 
il buon criterio colla larga conoscenza del soggetto, della quale dà prova il 
ricco corredo di notizie bibliografiche italiane e straniere. 

.•. Il prof. Fr. Flamini trattando in una memoria letta all'Accademia di 
Padova, di Girolamo Ramusio e i suoi versi latini e volgari (Padova, Bandi, 
di pagg. 41 in 16.°), discorre delle vicende dell' autore, più celebre del resto 
e più benemerito come viaggiatore e come traduttore di Galeno, e ne illustra 
i componimenti nelle due lingue, dandocene alcuni esempj e riportando in 
una tavola finale, i capoversi delle rime di lui, conservateci da due codici. 
Con questo egli offre un contributo di utili e copiose notizie non solo sul Ra- 
musio, ma sulla cultura poetica della regione veneta nel secolo decimoquinto. 

.'. Un umanista finora poco conosciuto, e l'opera sua nota solo per qual- 
che verso, ricevono nuova e maggior luce dallo scritto del prof. Enrico Ro- 
STAGNO, // Monumentum Gonzagiam di Giov. Benevoli o Buonavoglia (Firenze, 
Olschki, 1899, di pagg, 25 in 8."). Il Benevoli o Buonavoglia, nativo di Ande 
nel Mantovano, ma dimorato il più del tempo a Pesaro, dove visse alla corte 
di Giovanni Sforza, scrisse nel primo quarto del sec. XVI un poema latino 
in 7 libri, Monumentum Gonzagiam, nel quale, coli' intento speciale di onorare 
ed esaltare i suoi signori, narra gran parte della storia d'Italia in quei tempi 
fortunosi. Il poema non é senza pregj letterarj. ma il suo maggior inte- 
resse é forse quello storico, e vien ben dimostrato dal prof. Rostagno coli' e- 
same del suo contenuto, e tenendo dinanzi uno dei pochi manoscritti che 
ne restano, anzi l'autografo stesso, venuto ora in possesso del libraio anti- 
quario sig. Olscki, che al Rostagno ha permesso di studiarlo e illustrarlo con 
tal diligenza e dottrina, da aggiungere una pagina alla storia dell'umanesimo. 

.•, Il fascicolo 3," dell'anno VI del Bollettino senese di storia patria (Siena, 
Lazzeri, 1899) contiene parecchi articoli interessanti gli studj storici e let- 
terarj, e primo fra tutti uno di A. Ricct. Canzonieri senesi della seconda metà 
del quattrocento, che contiene utili informazioni su alcuni rimatori, senesi per 
nascita o per dimora, intramezzando 1' esame delle loro composizioni con 
buone osservazioni sul costume e sulla vita pubblica e privata del tempo. 
Più particolarmente sono in esso studiati i canzonieri di mess. Bernardo mi- 
cini, di Augello del Bucine e di Benedetto da Cingoli, lettore di umanità 
nello studio di Siena: e gli esempj arrecati dalle barzellette di quest'ulliino 
ci fanno desiderosi del resto. L'autore di questo pregevole scritto fa osser- 
vare a ragione non esser esatto che * la produzione letteraria toscana sì 
raccogUesse " tutta, nella seconda metà del sec. XV, a Firenze, anzi nella 
" corte medicea ; chi voglia rendersi pienamente ragione di tutte le forme 
• che assunse, e scandagliare tutte le correnti che vi si determinarono, dovrà 
" tener conto di queste forme senesi ,. — Segnaliamo inoltre un artic. del 
prof. E. S. PiccoLOMiNi, De codicibiis Pii II et Pii IH, deque bibliotheca Eccle- 
8iae cathedralis senensis, utile agli eruditi e ai bibliografi; una curiosa notizia 



DELLA LETTERATURA ITALIANA l03 

del prof. G. Sanesi su un Notavo processato per eresia : un antico sonetto in 
dialetto senese, di Matteo Franco, pubblicato e illustrato da G. Volpi ; un arti- 
colo di L. Zdekauer, I giojelli di una gentildonna senese nel dugento, e la 
continuazione dell'inventario della Casa di maestro Bartolo di Siena, anno- 
tato con diligenza da G. Mazzi. 

.•. Discorrendo de La Serva amorosa di Goldoni (Zara, Artale, di pag. 16, 
in 16.») il prof. E. Maddalena tratta, colla consueta conoscenza, dei pregj e 
dei difetti di questa commedia, raccoglie i giudizj che ne furono dati dai 
contemporanei e dai posteri, e indica alcune fonti alle quali l'autore dovette 
attingere pei caratteri e per alcuni episodj comici. 

.'. Il prof. Fr. FoFFANO ha inserito nel Nuovo Archivio Veneto (voi. XVIII) 
Due documenti goldoniani: l'uno dei quali è la notizia del tentativo fatto 
al principio del secolo di ridurre in prosa alcune commedie del Goldoni per 
agevolarne la recita: tentativo, che, pur restato ai primi saggi, attesterebbe 
la vitalità del teatro goldoniano, ravvalorata dal cangiamento di una veste 
ormai venuta in uggia: l'altro è un complimento al pubblico di Roma al fine 
del carnevale 1751, vale a dire al terminar dell'ultima delle sedici commedie 
nuove, nel quale è recapitolata la serie di esse, con i giudizj del pubblico e 
dell'autore stesso. Come poesia, questo complimento vale assai poco, ma è 
utile e curioso per le notizie che contiene sulle commedie: e poiché il F. si 
propone di raccogliere e pubblicare altri di consimili complimenti, noi credia- 
mo che farà cosa giovevole alla storia del teatro del Goldoni. 

.•. La migliore e pili degna delle onoranze rese a Gaetana Agnesi nel- 
r occasione del suo Centenario è la Commemorazione che ne ha fatta pub- 
blicamente in Milano il prof. G. F. Gabba (estr. dalla Rassegna nazion. di pagg. 
25 in 16.») il 30 decembre scorso. Egli ne ha discorso con special compe- 
tenza storica, studiandola nei tempi e nella regione in che visse, e in mezzo 
ad una generazione di tanta cultura, non ristretta soltanto agli uomini, qual è 
quella che fiori a Milano e in Lombardia nel sec. XVIII, ricercando poi 
non solo l'indole dell'alto intelletto, ma quella anche dell'animo della Agnesi, 
che offre un vero " enigma psicologico „: dacché questa donna che pareva 
innamorata del sapere, e che per questo aveva provato la soddisfazione di 
una insolita e larga rinomanza, a un tratto dice addio alla scienza, e si dà 
tutta alle opere di carità, morendo nell' indigenza, dopo essersi tutta consacrala 
ad assistere gl'infermi e a soccorrere i poveri. Fatto singolare assai, anzi 
strano: e del quale neanche al Gabba riesce trovar la spiegazione. Si di- 
rebbe che quella fiamma intellettuale che la natura, fuor del suo costume, 
aveve accesa in lei, a un tratto si spengesse, per lasciar il luogo alle virtù 
più comuni al sesso, recale tuttavia a un grado superlativo. Il discorso termina 
con ottime considerazioni sulla parte speciale riserbala alla donna nella 
vita moderna sociale e pubblica. 

.'. È uscito a luce il sesto, ed ultimo volume delle Divagazioni leopar- 
diane del prof. Giov. Negri (Pavia, Frattini, di pagg. 221 in 16.»). Ci piace 
vedere che in esso, come nei volumetti immediatamente antecedenti, l'a. 
abbia seguito il nostro consiglio {Rassegna VI, 170) di condensare la ricca 
materia, anziché sbriciolarla e sbocconcellarla, come era nei primi, ai quali, 
meglio che ai successivi, conveniva il titolo di divagazioni. I saggi contenuti 



104 RASSEGNA BIBLIOORAFICA 

in questo volume sono i seguenti: L' apostasia di Bruto Minore e * l'uma- 
namente parlando „ — La vanità delle umane speranze e la necessità della 
speranza — Il sistema filosofico di Leopardi e quanto sia in esso di spiri- 
tuale e di cristiano — 0. Youni/ e G. Leopardi: commento del canto notturno 
di un pastore delV Asia. Basterà questo per un semplice annunzio; ma non 
vogliamo omettere, che, come sono di capitale importanza gli aigomenti pre- 
scelti dal Negri, cosi sono anche trattati con saldo criterio, abbondanza di 
eletta erudizione, e sicura conoscenza del pensiero leopardiano. 

.'. L'opuscolo del dott. Lor. Padoa Per la citazione di Luigi Carrer fra 
i traduttori di Fedro (Piacenza, stabilirn. tipograf. piacent., 1899, di 13 pagg. 
in 16.°), corregge un errore in che eran caduti editori e biografi, attribuendo 
al gentil poeta veneziano ciò che non gli spetta. L'a. dimostra con buone 
ragioni, che il Garrer da Fedro tradusse con certezza soltanto un prologo 
e due favole: dieci che a lui furono attribuite appartengono a Giov. Yeludo, 
e su altre cinque può esser dubbio il giudizio di paternità. Ad ogni modo, 
tal traduzione non può dirsi né bella né elegante. 

.*. Niccolò Puccini, la sua villa di Scornio, i suoi amici offrirono materia 
a un Discorso del prof. Arturo Linaker, pronunziato in occasione del primo 
centenario dalla nascita del filantropo pistojese, ed ora messo a stampa 
(Pistoja, Fiori, 1899, di pagg. 54 in 18.°j. Il libretto è fregiato del ritratto del 
Puccini e della riproduzione di parecchi monumenti dello storico giardino. 
L'a. tratteggia assai felicemente il carattere del Puccini, il suo costante a- 
more al bene, le amicizie che ebbe coi migliori ingegni del tempo, e narra le 
piccole persecuzioncelle, onde fu fatto segno dalla polizia granducale: e a 
questo fine principalmente raccoglie un interessante manipolo di documenti 
dall'Archivio di Stato, i quali offrono curiosi ragguagli sul liberalismo 
toscano verso il 1840. Guriosissima è una lista di individui sospetti pei nomi 
che contiene, fra noti e ignoti, e sbagliati, che avrebbe meritato di venir il- 
lustrata di qualche nota biografica. E curiose sono anche le epigrafi qui 
raccolte, e composte dal Puccini stesso, intorno alle quali, come su quella a 
Lucrezia Mazzanti posta all'Incisa, si arabbattavano e fra loro discutevano i 
regi censori e i poliziotti alti e bassi. 

.•. Il prof. Patrizio Antolini ha dato in luce per nozze alcune Lettere di Fe- 
lice Foresti (Argenta, tipogr. Argentana, di pagjr. i21 in 8.°). Esse sono datate 
dal carcere e dalla terra d'esilio, e danno prova della gentilezza d'animo e 
insieme dell'energia di carattere di cotesto martire della libertà italiana. 
Sebbene non correttamente scritte, si leggono con interesse pei casi che riferi- 
scono e per le osservazioni, specialmente sui costumi americani, che vi si 
inframezzano. Fa bene al cuore riudir ogni tanto le parole di questi forti 
uomini, che con poca o niuna speranza di riuscita, ma con fervore di entu- 
siasmo e tenacia di volontà, diedero sé stessi alla redenzione della patria, e 
soffrirono imperterriti. Il prof. Antolini, che fa precedere il testo delle lettere 
da alcune notizie biografiche sul suo quasi concittadino, non dice onde esse 
sien tolte, né se ve n'ha altre; che se in Argenta o altrove si trovassero 
carte e lettere del venerando uomo, noi vorremmo che l' Antolini se ne gio- 
vasse a una biografia più larga e compiuta del Foresti. 

.•. A ricordo dell'Adunanza generale della R. Deputazione di Storia patria 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 105 

per le Provincie di Modena, Rejgio e Massa, tenuta 1' XI febbiajo decorso 
per festeggiare il quarantesimo anno di vita della medesima, Giov. Sforza 
ha tenuto, ed ora pubblica (Modena, società lipogr., di pagg. 50 in 16.") un 
Discorso che non è delle solite orazioni accademiche, ma contiene utili no- 
tizie storiche, biografiche e bibliografiche sull'origine della Società, sui pre- 
sidenti e segretarj di essa, sui lavori dati a luce ecc. Le biografie sono a 
larghi tratti, ma con pienezza e sicurezza di ragguagli: la bibliografia in nota, 
ricca e piecisa; e fra le altre indicheremo quella delle pubblicazioni fatte 
nel 1872 pel centenario muratoriano a Vignola e a Modena. Composto con 
sagace economia, e scritto con garbo questo hbretto è davvero un ricordo 
prezioso, non solo dell'adunanza quarantenaria, ma della semisecolare esi- 
stenza e operosità della Deputazione di storia patria nelle provincie suindicate. 

.•. Il voi. del prof. sac. Cristoforo Grisanti sugli Usi, credenze, proverbi 
e racconti popolari di Isnello (Palermo, Reber, 1899, di pagg. 250 in 16.) é 
una compiuta trattazione dell'argomento. Isnello in Sicilia, chi non lo sapesse, 
è una valle chiusa, che l'A. descrive con molta precisione di particolari e 
copia di ragguagli, e della quale studia e riferisce con amore tutto quello 
che si attiene al costume e alla vita intellettuale e morale degli abitanti. 
Le produzioni e le industrie pastorizie ed agricole, le convenzioni agrarie, 
la costituzione gerarchica fra i pastori, i borgesi e i popolani, gli usi natalizj, 
nuziali e funebri, le feste civili e religiose, le credenze e i pregiudizj, i giuo- 
chi, i proverbj, le fiabe e novelle: tutto questo ad altro dà materia ad al- 
trettanti paragrafi del libro. Non meraviglierà se diremo che esso contiene 
notizie curiosissime, trattandosi di un territorio quasi separalo dal resto del- 
l'isola, che circondata dal suo mare e confortata dai ricordi dell'antica sua 
civiltà, per tanti aspetti differisce dal continente, e conserva usanze dissi- 
mili da quelle degli altri popoli italiani. Strano è tuttavia che la processione del 
Venerdì Santo abbia la denominazione di Casazza, che ricorda le casaccie 
genovesi, né veramente si può credere che sia un riscontro fortuito. Una 
piccola, ma interessante raccolta di fiabe, chiude il volume: e fra esse notiamo 
una versione della novella di Petuzzo (p. 197); di quella del Morto a cavallo 
o dei tre gobbi (pag. 213); del Campriano (pag. 224) ; del gatto stivalato 
(pag. 228) ecc. Il libro, scritto con cura della forma, è di lettura utile e pia- 
cevole, anche per chi di proposito non si occupi di studj demopsicologici. 

.". Vorremmo poter lodare qualche cosa più, oltre la buona intenzione, 
nell'opuscolo dell' avv. Raff. De Leonardis, La poesia popolare in Calabria 
(Cosenza, Riccio, 1899, di pagg. 65 in 16.» picc), ma se esso dimostra molto 
buon volere e molto affetto al loco natio, dà chiara prova anche di insuf- 
ficiente preparazione e di assoluta inesperienza nell'arte del comporre un 
lavoro letterario. Lasciamo stare le lunghe discussioni, che occupano una 
buona metà del breve scritto: le lamentazioni contio il direttor àeWAntologia, 
e, a compenso, gli inni di " benedizione „ all' on. Baccelli : lasciamo stare le 
recriminazioni inopportune contro i " settentrionali ,, che non intendiamo 
ribattere per la stessa ragione per la quale ne deploriamo l'inopportunità in 
questo libretto: e veniamo a ciò che è, o dovrebb' essere, principale sog- 
getto della pubbhcazione. Secondo l' A., che pur riconosce non aver la 
Calabria poeti culti di prim' ordine, " il popolo calabrese possiede la scintilla 



106 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

" poetica in misura molto superiore a quella di tutti gli altri popoli della pe- 
" nisola , : il die sarà: ma conveniva, per affermarlo con perfetta cognizion 
di causa, mostrare una piena conoscenza della poesia popolare delle altre 
regioni: la qua! cosa non resulta punto da questo lavoro, dove neanche si 
accenna ai notissimi vincoli fra i canti calabresi ed i siciliani, e alla probaVjile 
anteiiorità e derivazione di quelli da questi. Egli è che l' A., innamorato, ed è 
ben da lodarlo, della nativa provincia, non sa stender l'occhio e l'animo 
oltre i confini di questa; né quello che sa, o crede sapere, va un passo pili 
oltre : cosi da scriver sul seiio, in tanta luce ormai di studj e di ricerche, 
che " il risorgimento delle lettere in Italia è dovuto in principal modo 
" alla Calabria e precipuamente a questa mia città nativa „ cioè, a Ros- 
ano, patria anche di S. Nilo e di S. Bartolomnieo. Chi l' avesse detto che 
l'Italia e il mondo tanto dovessero a S. Bartolommeo! Asserzioni boriose 
e da far strabiliare, dovute ad un augusto ed angoloso patriottismo! 
Quanto alla forma dei canti, l'A. c'informa che è l'ottava a quattro rime 
alternate; ignorando che questa forma conosciutissima è quella detta del- 
l' o/<afa siciliana: e la stessa denominazione giova a indicarne l'origine 
di là dallo stretto. Circa poi alla lingua di questi canti, 1' A. sa dirci che 
" il dialetto calabrese è un quid medium tra l'antica lingua latina e il mo- 
" derno italiano, con l'intercalazione di moltissimi termini greci e di qualche 
"vocabolo spagnuolo, arabo, tedesco e francese „: anzi, a spiegarsi meglio, 
può dirsi " un antenato della attuai lingua italiana, e al tempo stesso un figlio, 
" sebbene un po'difettoso, della medesima „: tutte asserzioni e definizioni che 
mostrano soltanto la piena mancanza in chi le ha scritte, d'ogni cognizione 
filologica. Ma tutto viene dallo stesso modo di considerare la Calabria e ogni 
cosa che le spetti come se si trattasse di fatti e fenomeni singolari e per se 
stanti, senza ninna relazione con altri. Il D.L. crede anche che i canti da lui 
raccolti sieno una improvvisazione spontanea e continuata; certo, spesso, a- 
vranno la forma, anzi i caratteri stessi dell'improvvisazione; ma chi ha stu- 
diato la materia sa bene che spettano a un fondo comune e antico, sicché 
per la maggior parte, anche quando pajono improvvisazioni, sono in effetto 
un rimpasto, una rinianipolazione, un adattamento al caso di versi e forme 
trasmesse e conservate tradizionalmente. E neanche sospetta, ciò che è stato 
posto in chiara luce, che molti hanno origine letteraria o semilelteraria, e si 
leggono a stampa in raccoltine di umore, di partenza, di sdegno ecc., che 
sono note anche nell'Italia meridionale. Quanto al merito intrinserodi questi 
canti, che il raccoglitore leva si alto, a noi pare che cedano di assai a pa- 
ragone dei siciliani; e che, inoltre, lo stato in che spesso si presentano, con 
mancanza o sovrabbondanza di sillabe, e assenza di rima o di assonanza e 
monco organismo di stanza, possa maggiormente indurre a tenere per aliena 
la loro prima origine. Ad ogni modo, poiché il D. L. ha di questi canti rac- 
colto sf gran copia, non li tenga nascosti: soltanto, prima di pubblicarli, si 
ponga in condizione di trattarne con più acculati e larghi studj sulla materia. 
.*. Il sig. Giovanni Rizzacasa pubblica la traduzione poetica dei Fenomeni 
di Arato (Sciacca, tip. Guadagna, 1899; pag. 175 in S.» gr.), riservandosi a 
darci pili tardi i Prognoxtici. Il poemetto fu già tradotto da A. M. Salvini 
• (1765) e da Urbano Lampredi (1831); ma non a torto crede l'A. che quelle due 



DELLA LETTERATURA ITALIANA l07 

versioni ne lascino desiderare una terza. Certo quel componimento la me- 
riterebbe, non per il suo valore scientifico o poetico, ma per l'immensa po- 
polarità e diffusione che ebbe per secoli. E in vero sappiamo che Arato non 
fu astronomo, ma prese la materia da Eudosso; e nemmeno fu grande poeta; 
ma i Fenomeni divennero il manuale di tutte le scuole e da essi il mondo 
greco-romano apprese le nozioni astronomiche. Quindi ebbero l'onore di es- 
sere commentati da uomini illustri nella scienza e tradotti in latino da Ci- 
cerone, da Germanico, da Avieno, acquistando cosi singolare importanza per 
la storia della cultura antica. Ottima dunque fu l'idea del R. ; sennonché per 
tradurla in atto avrebbe dovuto farle precedere più larga e sicura preparazione. 
Già dall'elenco delle edizioni, ch'egli reca in principio, s'intende ch'egli ignora 
quella del Maas (1893), che per valore critico è la principale, come pure le 
sue importanti ricerche (Aratea) pubblicate un anno prima. E degli antichi 
Commentarj, anch'essi importanti per la storia della cultura antica e medie- 
vale, cita l'edizione di Pier Vettori (1567), e non conosce quella recentissima 
dello stesso Maas (Gommentariorura in Aratum rell. Weidm. 1899). La tra- 
duzione dimostra una certa maestria e fluidità nel verseggiare; ma in quanto 
ad esattezza e fedeltà è lutt' altra cosa. Egli procede liberamente, omettendo 
o trasportando aggiungendo, e cade anche troppo di frequente nel difetto da 
lui stesso rimproverato al Lampredi, d'essere troppo stringato. A persuader- 
sene basta leggere i primi versi, dove pili che una traduzione troviamo una li- 
bera parafrasi. Cosi chi voglia leggere Arato in italiano lo troverà forse meno 
tornito, ma più integro e genuino nel Salvini. Ad ogni costellazione il R. fa 
seguire lunghi commenti, che oltrepassano la giusta misura di una discreta 
illustrazione del testo; tanta è la materia qui accumulata senza utilità e tanti 
i riscontri ambiziosi con altri poeti greci e romani. Né s'intende perché egli 
scriva Eudossio per Eudosso, Periegeto per Periegete; o con quale criterio 
italianizzi Lione e Francoforte e non Bàie, perché Grazio e non Estienne. 
Della sua cultura storica darfebbe un infelicissimo saggio a pag. 24, dove, 
accennando alla contestata genuinità del Proemio, scrive: * Certo è però che 
" anche Cicerone e Germanico, traducendolo, ne accettarono i pensieri; anzi, 
"assai prima di essi,S. Paolo ne citò una frase,. 

.*. Gol titolo di Studj di Letteratura italiana i proff. Percopo e Zingarelli 
confortati da una società di studiosi imprendono una pubblicazione, che vo- 
gliamo sperare debba riuscir utile alle nostre discipline. Ne è uscito il primo 
fascicolo, e brevemente accenneremo ai lavori in esso contenuti, riserbandoci 
a far altrettanto pei successivi. — U. Rv.^\)k,L' elemento brettone nell'Avarchide 
dell'Alamanni: lavoro condotto con buon criterio e ampia dottrina su cotesto 
poema, nel quale l'Alamanni tentò, senza ben riuscirvi, di innestare le favole 
cavalleresche, specialmente brettoni, su un ceppo sostanzialmente classico; e 
di cotesti innesti r a. cerca ed illustra con minuta diligenza e con acume la 
prima derivazione, nel carattere generale dell'opera, nei tipi degli eroi, nei 
nomi anche dei minori, negli episodj principali. — G. Rosalba, La famiglia di 
B.Rota: e come capitolo d'introduzione alla biografia del poeta napoletano, che 
l'a. si propone di metter presto in luce, della quale, dalla diligenza di questo 
saggio, ci par di poter nudrire buone speranze. — N. Zingarelli, La data del 
Teleutologio: già ne demmo un cenno nella Rassegna, VIIj212. — E. Pbrcopo, 



108 RASSEGNA BlftLIOGRAFltiA 

Un libretto sconosciuto di Panfilo Sasso: da una rara stampa del tempo si 
riproducono e si illustrano un Capitolo e otto Sonetti del rimatore modenese 
contro Lodovico il Moro, che diedero occasione ad altri Sonetti del Pistoja 
contro il Sasso. 

.*. Vediamo con piacere, sebben lentamente e come a goccie, continuarsi 
una delle poche pubblicazioni utili alle quali aveva posto mano il Ministero 
della pubblica istruzione, vale a dire i voi. degli Indici e Cataloghi: e l'esser 
uscito ora il fase. 6." del voi. i2.° dei Codici Palatini ci fa certi che tutta 
questa serie avrà suo compimento, e fomenta la speranza del compimento 
pure di altre, delle quali da un pezzo nulla vediamo. Questo fascicolo intanto 
che illustra i codd. palat. dal n.» 887 al 1006, contiene varia ed importante 
materia: scritture di retorica, di storia, di poesia italiana e latina, di medicina, 
di alchimia, di ascetica, ecc. Notiamo fra altre cose un epistolario e altre 
scritture di G. B. Doni, uno Zibaldone di Scipione Ammirato il giovane, il 
Trattato inedito del Sederini sugli Animali che servono agli usi umani, pre- 
parato per la stampa dal Sarchiani, editore di altre opere dell'autore stesso 
sull'agricoltura ecc. 

.•. Abbiamo altra volta ricordato gli studj della signora Ada Bellucci sulla 
zecca perugina. In un recente pubblicazione {Ultimo periodo della zecca pe- 
rugina, Perugia, Gooperat., di pagg. 14 in 16.°) si discorre della coniazione 
antecedente alla soppressione della zecca arrecando curiosi documenti storici, 
e si offrono i tipi del sampietrino, trasformato per successiva e mal fatta im- 
pressione in madonnina, con indicazione di un valore maggiore, non che 
dello scudo della Repubblica Romana, anno VII. 

.'. Il sig. Garlo Vambianchi annunzia la pubblicazione presso l'editore 
Hoepli di un libro sulle Raccolte e raccoglitori di autografi in Italia, che 
conterrà notizie sulle collezioni autografe pubbliche e private, e della quale 
volentieri informeremo i nostri lettori quando sarà data a luce. 

NECROLOaiE. 

t Bernardo IMorsolin. — Nella mattina del 14 decembre scorso moriva in 
Vicenza l' amico e collaboratore nostro, Bbrnardo Morsolin, alla memoria del quale 
vogliamo consacrare qualche linea, ricordando anche le sue scritture più notevoli. 
Era nato il 6 gennaio 1834 in umile condizione, e vestitosi chierico, studiò nel pa- 
trio seminario ; nel 1858 fu consacrato sacerdote, e nel medesimo tempo venne chia- 
mato ad insegnare nel Ginnasio dell' istituto stesso in che si era erudito alle di- 
scipline letterarie. Nel '61 lasciò il Seminario, e passò al Ginnasio, allora austriaco, 
e poi, dopo il '66, al Liceo, tenendo cattedra di storia e quindi di lettere italiane 
fino all' anno 1898, in che fu dopo il lungo tirocinio, assunto Preside. Da più tempo, 
ormai da 5 anni, colto da una terribile malattia, l' artero-sclorosi, attese con fer- 
mezza, in mezzo a inenarrabili dolori, l'ora suprema. Fu di carattere lieto, special- 
mente nei crocchi amichevoli ; instancabilmente operoso ; rigido osservatore del 
proprio dovere; modello insieme di cittadino e di sacerdote, dacché nella sua co- 
scienza, pura e schietta, non vi era contraddizione fra gli affetti e gli obblighi 
civili e religiosi. Egli dava immagine di quel vecchio clero veneto, che per lunga 
tradizione aveva appreso a rispettare i reciproci confini della potestà laica e del- 
l'ecclesiastica, ond' è che da tutti i suoi concittadini era stimato e venerato per 
severità di condotta e dignità di vita, e per operoso e costante amore al bene. 
Con lui Vicenza ha perduto un buono ed utile figlio: noi abbiamo perduto un 
vecchio e provato amico, del quale il ricordo ci sarà sempre doloroso e caro. 

liolto egli pubblioò, e ogni scritto suo è pregevole per buon criterio, chiarezza 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 109 

di esposizione, novità e copia d' indagini. Non menzioneremo tuttavia le cose 
sue d'occasione, e le poesie, scritte più eh' altro per nozze di amici o alunni, e ohe 
pur hanno facilità di vena e squisita espressione di affetto, ricordando quelle sol- 
tanto che hanno portato un nuovo contrihuto alla storia civile o letteraria. 

Della Sofonisba del Trissino, Vicenza, 1863 — Del Setificio in Vicenza nei sec. XIV 
e XV, Vicenza, 1863 — Del Setificio in Vicenza nel sec. XVI, Vicenza, 1864 — Delle fra- 
temite dei mercanti drappieri filatori e sensali di sete in Vicenza, Vicenza, 1865 — 
Degli studj di G. G. Trissino su Dante, nel voi. Dante e Vicenza, Vicenza, Pavoni, 1865 

— Del Setificio in Vicenza nel sec. XVII, Vicenza, 1868 — Necrologia di Giovanni da 
Schio, 1869 {nelV Arch. Star. Ital.) — Elogio di Antonio Figafelta, Vicenza, Pavoni, 1867 

— Necrologia dell' ab. Antonio Magrini, 1872 {nelV Arch. Star. Ital.) — Francesco Chie- 
ricati vescovo e diplomatico del sec. XVI, Vicenza 1873 — Mogio di Giovanni Chec- 
chozzi, Vicenza, 1874 — Giovanni Checchozzi, letterato filosofo e teologo del sec. XVI, 
Vicenza, 1874 — Girolamo da Schio vescovo e diplomatico del sec. XVI, Vicenza, 1875 

— Lodovico Gonzati, commemorazione, Venezia 1876 (in Arch. Ven., XII) — Zaccaria 
Ferreri, Vicenza, Busato, 1877 — Bartolommeo Bressan, commemorazione, Venezia, 

1877 (in Ardi. Ven., XIV) — Giangiorgio Trissino, monografia di un letterato del 
sec. XVI, Vicenza, Burato, 1878. La seconda edizione corretta e ampliata fu fatta 
nel 1894 a Firenze, Succ. Le Mounier - L'Accademia dei Sociniani in Vicenza, Vene- 
zia, 1878 (in Att. Ist. Ven. ser. V, 5) — Commemorazione di Jacopo Cabianca, Vicenza, 

1878 — Brendola, ricordi storici, Vicenza, 1879 — Giov. da Schio e la critica dei tempi 
pia oscuri della storia di Vicenza, Venezia, 1879 (in Att. Ist. Venet. ser. V, 6) — Alferiaio 
conte di Vicenza, cimelio dell' età del risorgimento, Vicenza, 1880 — Le case presso il 
ponte degli Angeli demolite nella ricorrenza del terzo centenario della morte di Andrea 
Palladio, Vicenza, 1880 — Giulietta e Romeo, trad. par H. Cochin, Venezia, 1880 (in 
Arch. Ven. XX) — Trissino, ricordi storici, Vicenza, 1881 — Le fonti della storia di 
Venezia, Venezia, 1881 (in Arch. Ven. XXII) — Le collezioni di cose d'arte nel sec. XVI 
in Vicenza, Vicenza, 1881 — Il guerriero prudente di Galeazzo Gualdo Priorato e gli 
Aforismi dell' Arte bellica di Raimondo Montecuccoli, Venezia, 1881 (in Att. Ist. Ven. 
ser. V, 8) — Una leggenda araldica vicentina, Vicenza, Busato, 1881 — Maddalena Cam- 
piglio, poetessa vicentina del sec. XVI, Vicenza, Pavoni, 1882 — La cappella di S. Ca- 
terina nella cattedrale di Vicenza, Vicenza, 1882 — La Chiesa di 8. Barbara, Vicenza, 
1882 — Un poeta ipocrita nel sec. XVI (G.G. Trissino), nella Nuova Ant. 1 nov. 1882 — 
Notizie storiche della valle dell'Agno, Bassano, 1883 — Commemorazione di Pietro Mu- 
gna, Venezia, 1883 (in Arch. Ven. XXV) — Esame di uno scritto recente intorno all' Italia 
Liberata dai Goti, Venezia, Antonelli, 1888 (negli Att. dell' Ist. Ven. serie VI, 1) — 
L'Epitalamio di Bernardino Baldi, Lonigo, Pasini, 1883 — Le scoperte archeologiche di 
Fezze d'Artignano, Vicenza, Pavoni, 1883 — L' acquedotto romano e il teatro Berga di 
Vicenza, Venezia, 1884 — Commemorazione di Andrea Capparozzo, Venezia, 1884 (in 
Arch. Ven., XXVTE) — Un episodio della Vita di Carlo V, Venezia, 1884 (in Arch. Ven., 
XX VII) — La magistratura di Giuseppe Parini, Venezia, 1884 (in Att. Ist. Ven. ser. 
VT, 2) — La Ortodossia di Pietro Bembo, Venezia, 1855 (in Att. Ist. Ven. ser. VI, 3) — 
Commemorazione di Rinaldo Fulin, Venezia, Fontana, 1885 — Pietro Bembo e Lucrezia 
Borgia, nella Nuov.Antol. del 1. agosto 1885 — Antichità romane nel vicentino, Vicenza, 
tipogr. commerciale, 1886 — Brendola, leggi statutarie, Vicenza, Busato, 1886 — I tede- 
schi nei Sette Comuni, Venezia, Visentini, 1887 {rx&WArch. Ven., XXXIII) — Il Congresso 
di Verona, ricordi e aneddoti da un caHeggio privato, Vicenza, Busato, 1887 — Valerio 
Vicentino, Firenze, 1887 (nella Rass. nazion., voi. XXXVIII) — Compendio della vita di 
Mons. Luigi d' Orleans de la Motte, vescovo d'Amiens, Vicenza, 1888 — Tito Perlotto 
e Ugo Foscolo, Venezia, Fontana, 1888 {nelV Ateneo ven.) — Un Umanista del sec. XIV 
pressoché sconosciuto (Matteo d'Orgiano) Venezia, Antonelli, \S^{Ar%\\ Atti dell' Ist. 

Ven. ser. VI, 6) — Un putto di Paolo Veronese, Firenze, 1889 (in Arte e Storia, VITI) 
— Luigi da Porto, storico della Lega di Cambray e autore della Giulietta e Romeo, Ve- 
nezia, Visentini, 1889 (dair.4rcfi.veH., XXXVIII) —Isabella Saso, governatrice di Vi- 
cenza, Firenze, 1889 (in Arte e Storia, IX) — Il Concilio di Vicenza, Venezia, 1889 (in 
Att. Ist. Ven. VI, 7) — Frammento del Lamentum Virginis, poema del sec. XV, Venezia, 
Antonelli, 1890 (negli Atti dell' Ist. Ven., VH, 1) — 7 presunti autori del Lamentum 
Virginis, Venezia, 1891 (in Att. Ist. Ven. VII, 2) — Nuovi particolari sul Concilio di Vi- 
cenza, 1837-38, Venezia, 1892 {in N. Arch.' Ven., IV) — L'abate di Monte Subagio (Zaccaria 



110 RASSEGNA lilHLIOGUAFICA 

Perreri) e il Concilio di Pisa, Venezia, 1893 (in Alt. Ist. Ven., VII, 4) — Un latinista 
del Cinquecento imitatore di Dante (Zaccaria Ferreri), Venezia, 1894 (in Att. Ist. Ven. 
ser. VII, 5) — Un jìoeta che vive per un sonetto su Venezia (Marco Thiene), Venezia, 
1845, (in Att. Ist. Ven., ser. VII, 6) — Il cardinalato di Pietro Bembo, Verona, Franchini, 
1896 (nella Misceli, per nozze Biadego-Berardinelli) — Della Vita e delle opere di 
Giuseppe De Leva, Venezia, 1896 (in Att. Ist. Ven.. ser. VII, 7) — Un cronografo del 
Quattrocento imitatore di Danie (Zaccaria Lilio), Venezia, 1897 (in Att. Ist. Ven., VII, 8) 

— Un quiproquo di G. M. Mazzuchelli, Venezia, 1898 (in Att. Ist. Ven. VII, 9) — Giulio 
Alberoni, Venezia, 1899 (in Att. Ist. Ven., VIII, 1). 

Notiamo anche parecchie scritture numismatiche; genere di studj ai quali pa- 
reva essersi consacrato di preferenza negli aitimi anni: Lodovico Chiericati (in liiv. 
ttal. di Numismatica, 1890) — Girolamo Gualdo (ibid. 1890) — Giacomo Bannisio (ibid. 
1890) — Isabella Saso (ibid. 1890) — Camillo Mariani coniatore di medaglie (ibid. 1891) 
Una medaglia dì Carlo V (ibid. 1891) — Una medaglia di Alfonsina Orsini (ibid. 1892) 

— Tre medaglie in onore di frate Giovanni da Vicenza (ibid. 1892) — Medaglia in 
onore di Giovanni Da Porto (ibid. 1892) — Medaglia in onore di frate Domenico da 
Peseta (ibid. 1892) — Medaglia di Giovanni di Gerolamo in onore di Bartolommeo d'Ar- 
zignano (ibid. 1893) — Due medaglie vicentine inedite (ibid. 1893) — Una medaglia sa- 
tirica del sec. XVI (ibid. 1896) — Medaglia in onore di Marsilio da Carrara il seniore 
(ibid. 1896) — Medaglia in onore di Niccolò V (ibid. 1895) — Una medaglia satirica 
di Camillo Mariani (ibid. 1896) — Una medaglia in onore di Callisto terzo e del card. 
Ippolito secondo d' Este (ibid. 1896) — Medaglie commemorative coniate durante il dogato 
di Pasq. Cicogna (ibid. 1896). 

Curò inoltre la edizione di antiche scritture, pubblicandole specialmente per 
occasioni nuziali, e sono le seguenti: Orazione di Francesco Maturanzio ai Vicentini, 
Vicenza, Pavoni, 1869 (Nozze Maflfei-Mazzoni) — Lettera di G. G. Trissino a Marcanto- 
nio da Mula, Vicenza, Pavoni, 1876 (Nozze Mangilli-Lampertico) — Orazione di G. G. 
Trissino alla Signoria di Venezia, Venezia Narrato vich, 1876 (Nozze Mangilli-Lam- 
pertico) — Statuto della Comunità di Costozza, del 1290, Vicenza, Pavoni, 1879 — Ma- 
tricola della congregazione dei Battuti in Marano vicentino, Vicenza, 1881 — Viaggio 
inedito di Vineenzo Scamozzi da Parigi a Venezia, Venezia, 1881 (negli Att. Ist. Ven. 
ser. V, 7) — Relazione delle Alpi vicentine e dei passi e jìopoli loro, di Francesco Cal- 
dogno, Padova, Prosperini, 1887 ecc. 

Ricordiamo per ultimo come da più tempo egli compilasse un rendiconto an- 
nuale delle pubblicazioni storiche italiane, notevole per ricchezza di indicazioni 
bibliografiche, e che, volto in tedesco, veniva inserito nei Jahresberichte d. Geschi- 
chtsioissenachaft. 



t Salvatore Bongi. — Nato a Lucca ai 15 gennajo 1825, vi mori fra l'uni- 
versale compianto della cittadinanza, ai 30 decembre 1899. Nel '45 si addottorò in 
legge, ma non esei-citò l' avvocatura, e attese agli studj letterarj e storici, ai quali 
lo traeva un più forte impulso. Prese parte al risorgimento italiano, prima come 
scrittore del giornale la Riforma, poi come milite durante la guerra d'indipen- 
denza; e, caporale della 3.» compagnia dei volontarj, si batté a Curtatone nel glo- 
rioso 29 maggio 1848. Le prime sue pubblicazioni furono di testi antichi, e special- 
mente di novelle, e ad esse attese insieme con Carlo Minutoli, Vincenzo Puccianti, 
Leone Del Prete e Michele Pierantoni, coi quali formava una piccola schiera di 
amatori delle rarità bibliografiche e di cultori delle patrie memorie. Un suo lavoro 
originale sulla Mercatura dei Lucchesi nei secoli XIII e XIV attrasse 1' attenzione 
del ministro Baldasseroni, e quando al Bonaini fu dato l'incarico di riordinare gli 
Archivj toscani, il Bongi ebbe la direzione di quello lucchese, che tenne dal 1858 fino 
all' ultimo giorno della sua vita. Quest' ufficio gli die modo di ricercare indefessa- 
mente la storia dell'antica repubblica, e fruttò alla storia molti lavori importanti, 
dai Bandi lucchesi del sec. XIV al curioso Saggio di ingiurie, improperj e contumelie 
Cavato dai libri criminali delV Archivio. Ma l'opera di maggior rilievo è quell'/Mve«- 
tario dell'Archivio di Lucca, in 4 voi. in 4.», che rimane un modello del genere, ed è 
fonte copiosissima di ben ordinate notizie per la storia politica e privata della 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 111 

sua città. Aggiungasi anche la pubblicazione delle Cronache del Sercambi, ohe è 
bell'ornamento dei volumi messi a luce dfdV Istituto storico italiano. Diamo qui 
l'elenco, che riteniamo completo, perchè compilato coli' assistenza del Bongi stesso, 
dal prof. Mario Pelaez, di quanto egli mise a stampa, e fra le molte pubblica- 
zioni, notiamo rispetto a bibliografia i due voi. degli Annali giolitiani, nella rac- 
colta di Indici e Cataloghi, che il Ministero della Pubblica Istruzione dava fuori 
un tempo con molto vantaggio degli studj severi ed utili : e che, per ciò appunto, 
oggi rimangono interrotti. Per copia e importanza di notizie cotesti Annali non 
sono soltanto un repertorio bibliografico, ma una pagina di storia letteraria ve- 
neziana e italiana. 

Doti specialissime dei suoi lavori sono la dottrina ampia e senza affastellamenti 
inopportuni: la chiarezza e l'ordine della esposizione, e il buon e saldo criterio 
nel trattare l'argomento: i saggi ad esempio, su le prime gazzette, su le schiave 
orientali ecc. possono servire di modello a monografie di qualsiasi argomento. 

Colla morte di lui la nativa città ha perduto un uomo, che ordinò un impor- 
tante istituto patrio, e che negli ufiflcj del comune e della provincia la servi sem- 
pre con sapiente affetto ; l' Italia ha perduto un uomo di molta e varia cultura, 
che ha gettato nuova luce su molti punti di storia civile e letteraria. Nel trat- 
tare fu affabile e con tutti servizievole, e largo ai veri studiosi dei tesori della 
sua copiosa e solida erudizione: nelle amicizie, leale e costante. Fu sinceramente 
credente, ma non fazioso, e invano la parte clericale tenta farlo passare per suo: 
troppo da essa lo distinguevano la schiettezza dell' animo, rifuggente da sensi 
settarj, e le memorie della gioventù. 

Novella della Pulcella di Francia, di m. Jacopo di Poggio Bracciolini, Lucca, Bac- 
celli, 1850 — Novelle di Ortensio Landò, precedute dalla sua vita, Lucca, Baccelli, 
1850 — Novelle di Antonfrancesco Doni colle notizie della vita dell' autore raccolte 
da S. Bongi, Lucca, Fontana, 1852. La Vita del Doni e la bibliografia delle sue 
opere furono ristampate nel 1863, dal Barbèra, nella nuova edizione dei Marmi del 
Doni — Novella di Bergamino e della Fogliano, di Jacopino Ancillotti modenese, 
Lucca, Fontana, 1862 — Dodici novellette di Franco Sacchetti, Lucca, Franchi eMajon- 
chi, 1863 — Delle rime di Franco Sacchetti, le ballate, i madrigali e le cacce, Lucca, Fran- 
chi e Maionchi, 1853 — Novelletta di mastro Giordano da Pontremoli, Lucca, Franchi 
e Majonchi, 1853 — Lettere di Luigi Alamanni, Benedetto Varchi, Vincenzo Borghini, 
Lionardo Salviati e di altri autori citati dagli Accademici della Crusca, per la più 
parte fin qui inedite, Lucca, Franchi e Majonchi, 1854 — Novella di Antongiacomo 
Corso anconitano, Lucca, Fontana, 1864 — Quattro novelle di m. Alessandro Ceccherelli 
e due di m. Giuseppe Betussi, Lucca, Fontana, 1854 — Alcune novelle di Giovanni Ser- 
cambi, che non si leggono nélV edizione veneziana dell' anno 1816, Lucca, Fontana, 1865 

— Novella di Jacopo Caviceo parmigiano, Lucca, Fontana, 1855 — Due novelle di Gi- 
rolamo Rosasco, una di Eustachio Manfredi e un'altra inedita di Michele Colombo, 
Lucca, Fontana, 1855 — Novellette inedite d' autore anonimo del sec. XIX, Lucca, Fran- 
chi e Majonchi, 1856 — Alcune novelle di Messer Pietro Aretino, Lucca, Rocchi, 1856 

— Tenzone di anonimo trovatore del sec. XIII, Bologna, tipogr. delle Scienze, 1856 — 

— Novelle di Francesco Vettori fiorentino, Lucca, Franchi e Majonchi, 1867 — La pri- 
ma prodezza di Tristano, raccontata da un Anonimo trecentista, Lucca, Rocchi, 1867 

— Della mercatura dei lucchesi nei secoli XIII e XIV, Lucca, Canovetti, 1868; 2.» ed. 
Lucca, Giusti, 1884 — Rime di M. Cino Rinuccini, Lucca, Canovetti, 1868 — Novella 
di Marabottino Manetti, Lucca, Canovetti, 18.68 — Ammaestramento a chi avesse a tor 
moglie ovvero a maritar figliuoli, scrittura del buon secolo, Lucca, Canovetti, 1859 — 
Lettera di fra Girolamo Savonarola alla Signoria di Lucca, nel Giorn. Stm: Ardi. Tose, 
aprile-giugno, 1869 — Novella di un giovane pratese scritta Vanno 1533, Lucca, Ca- 
novetti, 1860 — Sopra una missione di Gaspare Sdoppio a Lucca come ambasciatore del 
Sultano Jachia, Memoria in Arch. stor. luglio-settembre 1860 — Il Terremoto di m. 
A. F. Doni contro m. Pietro Aretino, Lucca, Canovetti, 1861 — Lo Stufaiolo, commedia 
in prosa di A. F. Donii Lucca, Canovetti, 1831 — La storia della donna del Verziere e 
di mess. Guglielmo, Lucca, Canovetti, 1861 — Bandi lucchesi del sec. XIV, tratti dai 
registri del R. Arch. di Stato in Lucca, Bologna, tip. del Progresso, 1863 — Les deux 
Jacques Critton, in Le Chasseur bibliographe del 9 settembre 1863 — Ambasceria della 
Repubblica di Lucca, a Enrico IV re di Francia, Lucca, Canovetti, 1863 — Favole di 



112 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Esopo in volgare, testo di lingua inedito, Lucca, Giusti, 1864 — Storia di Lucrezia 
Buonvisi raccontata sui documenti, Lucca, Canovetti, 1864 — Nota sulle marine luc- 
chesi, Lucca, Giusti, 1865 — Le schiave orientali in Italia, in Nuova Ant., giugno 1866 
— Statuto del Comune di Lucca dell'anno MCCCVIII, ora per la prima volta pub- 
blicato, Lucca, Giusti, 1867 — Per la Provincia di Lucca, rimostranza al parlamento 
italiano, Lucca, Giusti, 1868 — Un nuovo documento sul re de' Barattieri di Lucca, in 
Propugn., I, 1868 — Lettere di Luigi Pulci a Lorenzo il Magnifico, Lucca, Giusti, 1868, 
2.» ediz., Lucca, Giusti, 1886 — Lettera di Giovanni de' Vergiolesi ambasciatore di Lucca 
presso Vinceslao re de' Romani, (1381) Lucca, Canovetti, 1869 — Le prime gazzette in 
Italia, in Nuova Ant., giugno, 1869 — Novella di Vincenzio Borghini, Lucca, Giusti, 
1870 — Sopra un nuovissimo supplemento al Manuel du libraire, osservazioni, in Arch. 
stor., serie III, t. XI, 1870 — Lettera di Bartolomeo Martini su la venuta in Lucca di 
Sigismondo re de' Romani, (1432), Lucca, Canovetti, 1871 — Agli amatori de' libri vec- 
chi. Lettera, in nome di Antonfrancesco Doni, che annunzia la pubblicazione del 
secondo libro delle lettere del Martelli (che però non fu pubblicato) Lucca, Giu- 
sti, 1871 — Bi Paolo Guinigi e delle sue ricchezze, discorso colla giunta di documenti, 
Lucca, Benedini, 1871 — Catalogo dei codici ms. posseduti dal conte Minutoli-Tegrimi, 
Lucca, Giusti, 1871 — Inventario del R. Archivio di Stato in Lucca, Lucca, Giusti, 
1872-1888, 4 voi. — L' Enciclopedia in Lucca, in Arch. stor. ital. serie III, t. XVIII, 
1873 — Della vita e degli studj di Francesco Bonaini, in. Arch. stor. ital., disp. I, t. XXI, 
187B — Un nuovo libro sopra i viaggiatori italiani, in Nuova Ant. maggio, 1876 — Di- 
scorso sopra la musica de' suoi tempi di Vincenzo Giustiniani marchese di Bassano, 
MDCXXVII, Lucca, Giusti, 1878 — Recensione degli Ada Henrici VII, pubbl. da F. 
Bonaini, in Arch. Stor., 1, 1878 — Quesiti bibliografici, in II Bibliof. agosto-settembre, 
1880 — Il libro delle vergini, in II Bibliof., maggio, 1880 — Dino Compagni per Isidoro 
Del Lungo, in Arch. stor. ital., serie IV, t. VII, 1881 — Quattro documenti dei tempi con- 
solari (1170-1184) tratti dal R. Arch. di Milano, Lucca, Giusti, 1881 — Nuove lettere di 
Luigi Pulci a Lorenzo il Magnifico, Lucca, Giusti, 1882 — Quesiti bibliografici, in II 
Bibliof., giugno, 1892, n. 6 — Annali dello stampatore Gabriello Giolito de' Ferrari, in II 
Bibliof. febbraio 1884 e marzo 1886 — Il velo giallo di Tullia d'Aragona, in Riv. crii, 
d. lett. ital. anno III, n. 3, 1886 — Commemorazione dei Soci corrispondenti G. Carcano, 

F. Odorici, Eugenio Balbi, G. de Spuches, R. Fulin e S. Varni, letta all'Accademia di 
Lucca, Lucca, Giusti, 1S86 — Commemorazione dei Soci corrispondenti R. Garrucci, 
T. Mamiani, G. Porro Lambertenghi, A. Maffei, G. Ponzi e G. Chierici, letta alVAccad. di 
Lucca, Lucca, Giusti, 1886 — Statuto inedito della casa dei Corbolani, 14 dee. 1287-1288 
Lucca, Giusti, 1886 — Cenni su alcuni accademici defunti dal 1885 al 1887: G. Buroni, 
P. L. Gachard, A. Baschet, U. Bianchi, D. Massagli, G. Watiz, F. Mordani, L. Del Prete, 

G. Brambilla, C. Franceschi Ferrucci, C. Passaglia, A. Gelli, A. Reumont, O. Campori, 
G. Gozzadini, F. Zambrini,. A. Cappelli, G. Cantoni, L. Banchi, Lucca, Giusti — Docu- 
menti sanesi su Tullia d'Aragona, in Riv. crit., n. 6, 1887 — Il principe Don Carlo e la 
regina Isabella di Spagna secondo i documenti di Lucca, Lucca, Giusti, 1887 — Le rime 
dell'Ariosto, in Arch. stor. ital., serie V, t. II, 1888 — L'ultimo libro dell'Aretino (sesto 
voi. delle lettere), in Arch. stor. ital., serie V, 1. 1, 1888 — Il Meursio in Italia, in Riv. 
crit. d. lett. ital., anno V, n. 2, 1888 — Francesco da Meleto, un profeta fiorentino ai 
tempi del Machiavelli, in Arch. stoY. ital., serie V, t. Ili, 1889 — Sulla sostanza dell' Ope- 
ra pia. dei lucchesi a Veìiezìa, Lucca, Giusti, 1889 — Ingiurie, improperj, contumelie. 
Saggio di lingua parlata del trecento, cavato dai libri criminali di Lucca, in Propugn., 
Il serie, 13-14 — Le croniche di Giovanni Sercambi lucchese, pubblicate sui mano- 
scritti originali, voi. 3, Lucca, Giusti, 1892-93 — Antica croniclietta volgare lucchese, 
già della biblioteca di F. M. Fiorentini, Lucca, Giusti, 1892 — Due libri d'amore scono- 
sciuti, in Arch. st. it., V, 15, 1895 — Sui Marescandoli (stampatori lucchesi) in Arte d. 
stamjja, n. 16, 20 luglio 1896 — Uìi aneddoto di bibliografia machiavellesca, in Arch. stor. 
ital., serie V, t. XIX, 1897 — Annali di Gabriel Giolito de' Ferrari da Trino di Mon- 
ferrato stampatore in Venezia, descr. e illustr. voi, 2, Lucca, Giusti, 1890-97 — Un poeta 
cinquecentista dimenticato (Rime di M. Pasquale Malespini) Lucca, Giusti, 1898. 



A. D'Akcona direttore responsabile. 

Pisa, Tipografia F. Mariottl 1900. 



RASSEGNA BIBLIOaRAFIOA 

DELLA LETTERATURA ITALIANA 

Diieitori: A. D'ANCONA e F. FLAMINI. Editore: F. MARIOTTI. 



Anno Vili. Pisa, Aprilb-Maggìo-Gtiugno 1900. N." 4-5-6. 



Abbonamento annuo | P^^ l'Estero Y' 7 J. Un num. separato Cent. 



SOMMARIO: K. [Vossler, Benvenuto Ceìlini's ftil in ceiner Vita, VeiSHch einer psy- 
cologischen Stilbetrnchtniiff (0. Bìcci). — K Fkdkum, Dante, ((ì. JLinacoida). — VV. 
FiSKE, Remurhs introdnctory to the Dante Catalogne pnblishtd hy Cornell Uni- 
versity (0. Foruiichi). — E. (jorra, Fru Drammi e Poemi, saggi e ricerche (E. Ber- 
tnna). — (5. F. Damiani, Soprrt la poesia del Cnvalier Marino (I. Siiiiesi). — N. Ma- 
chiavelli, Il Principe, a cura di (lius. Ll.sio (F. Flamini). — 'l'. Concari, // Settecento 
(L. PicciouiJ. — E. SiCARD!, Gli amori estravaganti e molteplici di F. Petrarca e 
ramare unico per madonna Laura de •■'ade (A. Moschetti). — Comunicazioni. 
A. Salza, L'Anima innamorata e Caronte. — .'Vnnunzi b ibi I >>t,'r:ìf ici (Vi si 
pirla di: E. Rossi - L. Frati - G Natalie V. Bortolotti - C. M. Ma^'^i - V. Morello - 
F. Martini - .A. fììordano). — Pubblicazioni sul Risorjj. itul. (lì. Fariui - 
Mazzatintì - Rava - Biadego - Ferrari - Autoliiii - Quintavalle - Ujjoletti - Cente- 
nario di Marengo - Zanichelli). — Cronaca. — Lettera di G, Biadego. 



K. Vossler. — Benvenuto Celimi 's Stil in seìner Vita, Versuch einer psy- 
chologischen Stilbetrachtuiìy (Sonderabzag aus: Beitrage zur romanischen 
Philologie, Festgabe fur Gustav Griiber) Halle a. S., Max Nieraayer, 1899 
(in 8.0 pp. 38). 

Non cosi nuova come mostra di credere il Vossler (che non conosce, 
forse, gli esercizj, un po' antiquali, del Paoii, L'arte di scrivere in prosa, per 
esempi e per teoriche, e le acute osservazioni del Bonghi nelle Lettere cri- 
tiche, per non citar altri), non cosi nuova è l'idea di questo suo Saggio 
d'uno studio psicologico di stile, che mi compiaccio molto, del resto, sia ve- 
nuto in luce. Mentre continuo ad attendere al Commento della Vita del Gel- 
lini, volentieri prendo occasione dal Saggio per rincalzare o chiarir meglio 
alcune delle cose che già scrissi sulla prosa celliniana,» in uno studio non 
conosciuto dal Vossler, confidando che il lettore, se dovrò pur citare alcuni 
lavoretti miei pubblicati e da pubblicare, condonerà le citazioni a chi da 
qualche anno ha fatto oggetto di speciali studj la Vita del Gellini. E volen- 
tieri m'indugio su questo coscienzioso lavoro del Vossler, anche per mo- 
strare quanta reale utilità si possa sperare da un esame più metodico e acuto 
di quel che non si soglia, dello stile prosastico, ^ e, altresì, quanto ci si debba 
guardare da certi difetti del metodo tedesco, noi italiani. 

Per discutere minutamente tutte le osservazioni del Vossler, troppo spazio 
ci vorrebbe: forse il doppio del suo opuscolo. Alcune — l'avverto subito, 



1 // Ctìliiìi piomtnre, Firenze, 189C (estr. dalla lìaasfij)!» Xariouaìf del 16 ottobre 189fi). 

2 Mi sia lecito richiamare quello che osservavo in proposito, esaminande) un buon com- 
mento a prose del Cinquecento, nel Oiorn. ntor. della lett. ital., 1897, pp. 498 e seg, 

8 



114 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

per non pensarci pili — cadono subito dinanzi a un pivi sicuro esame del 
Manoscrilto originale della Vita, e a una più critica ricostruzione del testo ; 
ma di tali omissioni non è punto da far carico all' egregio autore. * Egli è, 
anzi, da lodare per il molto e nobile ardire mostrato nel cimentarsi con un testo, 
che, se è fra più piacevoli, non è certo fra' più facili nostri ; e, in generale, le 
sue osservazioni non sono trascurabili; alcune anzi sono notevoli; per quanto 
non manchino errori, e, di solito, sia eccessiva la tendenza sua ad analizzare, 
a sminuzzare, a imbastire una regola dove non è che un caso sporadico. Ma 
di rilevare le cose buone e le meno buone avrò occasione, andando innanzi 
col discorso. A me preme, del resto e sopratutto, colla speranza che si ten- 
tino altri studj simili nelle nostre scuole medie classiche e nelle universitarie, 
di mettere in evidenza il disegno di questo lavoro con tanto coraggio e con 
tanta solerzia compilato dal sig. Vossler. Egli dichiara di doverne e il sugge- 
rimento e non pochi aiuti a un insigne maestro, a Gustavo Gròber; e di fon- 
darsi specialmente sui principj di sintassi e stilistica dallo stesso Gròber 
esposti nel ben noto Grundriss, I, 213 e sg. Avverte anche di aver dovuto 
limitare il suo studio, compendiandolo e tralasciando alcuni capitoli impor- 
tanti sulla formazione e sulla scelta delle parole, sulle metafore e sulla fra- 
seologia. Si fermò specialmente ai caratteri sintattici ; offrendo il suo saggio 
con modestia tanto rara, quanto degna d'encomio. 

l^eW Introduzione accenna ad alcuni fatti, diciam cosi, esterni, o, com'egli 
li chiama, àusserliche Momente. Ricorda in qual modo il Cellini mise insieme 
(parte dettando, cioè, e parte scrivendo) il racconto della sua Vita, e rileva 
quanto tal fatto sia importante, e in generale, e per distinguere ne' caratteri or- 
tografici l'opera dello scrivano da quella dell'autore. Bene avverte poi es- 
servi segni sicuri che il Cellini rivedesse la Vita; ma, più e meglio, la delicata 
quistione si può studiare, confrontando la parte autografa con quella del- 
l' amanuense, anzi degli amanuensi, e tenendo conto di molte particolarità, 
nelle copiose correzioni e cassature disseminate per il manoscritto Lauren- 
ziano * Il V. passa quindi a indicare i più importanti arcaismi e idiotismi 
sintattici, coir intento di accertare l'impronta assolutamente volgare [das 
durchaus vulgàre Geprage) nella lingua del Cellini. 

Ora, badiamo bene: il Cellini non fu, prima di tutto, cosi incolto (fast 
jeder litterarischen Bildung bar), come pensa il V. Lo mostra fornito di qual- 
che cultura letteraria la Vita stessa, col racconto delle sue letture, delle sue 
relazioni con molti letterati : ^ e anche lo mostran tale i Trattati, le Let- 
tere, le Rime, termine di confronto che il V. ha avuto gran torto di trascu- 
rare, mentre egli ha pur sentito il bisogno di conoscere la lingua popola- 
reggiante, se non altro di alcuni comici del Cinquecento (v. pag. 2, n. 4). 



1 II Vossler, si comprende, si vale specialmente dell'edizioue di Gaetano Guasti. Ma 
come l'originale Laurenziauo non fosse usato a dovere da questo editore, mostrai già nel 
mio studio sul Cod. Mediceo- palatino 3S4 his della H. BihI. Lauremiatia, pubblicato nella Rivi- 
sta delle Biblioteche, 1896 (estr., Firenze, 1896). Spero di poter anche mostrare che il testo 
aveva veramente bisogno di nuove cure, coli' edizione critica della Vito, che sta ora per pub- 
blicare la casa Sansoni di Firenze, 

2 Cfr.il mio studio citato sul cod. Mediceo- Palat., 334 bis. 

3 Cfr. n Cellini prosatore, p. 9, 12, 14. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 115 

Segue una lista delle particolarità arcaiche e fiorentine, distinguendosi 
saviamente alcuni fatti puramente grafici o fonetici dai fatti sintattici. In 
queste osservazioni il V. confonde spesso, però, quello che è arcaico con quello 
che è pur oggi dell' uso ; quello che è grammaticale con quello che é idio- 
matico, e non é sempre felice nella spiegazione degli usi anormali. Ripeto 
che non posso né voglio ora discuter punto per punto ; e mi fermerò quindi, 
a pochi esempj. 

— Come caso di Durchbrechung der Kongruenz è citato, con altri op- 
portunamente scelti, questo: * 7 edificorno una città^ e ciascuni di loro prese 
a fare uno di questi... edifizi. Ciascuni sta per ciascuno, ed è forma idio- 
matica che ha larghi riscontri. 

— In questi casi citati come di dativo etico: 14 quella lucertola... si è 
una salamandra ; 532 il modello piccolo mi piacque assai, ma quella sua 
opera si ha trapassato la bontà del modello, il si è riflessivo nel primo, e 
forse anche sta per si {cosi) nel secondo. — Confusione tra l'uso del cognome 
e r uso di speciali designazioni o titoli è fatta al n. II, 9 (p. 4); e molto avrei 
da dire sul n. II, 13 (p. 5) a proposito del che relativo. Ma tralascio le cen- 
sure, per notare che non mancano anche i riUevi acutamente fatti. Al n. Ili 
il V. indica gli errori del Cellini nell' italianizzare le parole straniere, nelle 
citazioni latine, e (qui si risente il bisogno del confronto colle Rime) nella 
licenza di una rima. Il V. osserva, per ultimo, i francesismi dovuti al lungo 
soggiorno del Cellini in Francia, e, al contrario, certi strafalcioni di francese, 
dovuti alla poca conoscenza che egli ebbe (checché ne dica) di quella lingua. 

Anche qui, in certe particolari spiegazioni, non posso concordare coli' e- 
gregio autore; ma, volentieri trascurando queste minuzie, preferisco notare 
che sì ha insomma, assai compiuto l'esame dei caratteri esterni della lin- 
gua celliniana (potevasi pensare agli elementi romaneschi, per il lungo sog- 
giorno del CeUini a Roma, e ad altre coserelle ancora) ; e che il V. ha dato 
prova di buon giudizio critico, tentando di rassegnare gh elementi costitutivi 
del linguaggio della Vita. 

E cosi si dovrebbe fare (e non si fa) per rispetto a molti libri, che pur 
si leggono continuamente; considerandoli troppo spesso come opere tutte 
d' un pezzo, o d'un getto; senza analizzarli secondo gli elementi che fornisce 
la conoscenza stessa della vita, degh studj, de' casi dell'autore; senza raffron- 
tarli con opere simili: onde pare strano quello che è spiegabilissimo, anzi 
necessario; rarissimo quello che è comune; miracoloso quello che è sem- 
plice ed ovvio. 

Venendo ora alla parte più essenziale del lavoro, non vogUo rifiutare o 
tanto meno, sbertare a priori il metodo un po' troppo metafisico del V. Quello 
che il V. dice sotto il titolo di generalità credo bene, anzi, riferir tradotto più 
fedelmente che posso, " L'individualità d'uno scrittore si deve manifestare 
• nel suo stile, e sotto differenti aspetti, conforme le facoltà dell' anima che 
" distingue la Psicologia. Noi abbiamo dunque {A) una parte dello stile se- 
" condo l'intelletto e [B) una parte dello stile secondo il sentimento. La 



1 II numero arabo premesso agli esempj ludica la pag. della Vita del Cellini, nell* ed. in- 
tegra di G-aetano Guasti (Firenze, Barbèra, 1890). 



116 RA8SB0NA BIBLIOORAFICA 

* facoltà intellettuale si può, alla sua volta, dividere in [A^] Analitica-logica; 
" (A^) Sintetica-artistica. Alla prima corrisponde nell' espressione della parola 
" (A^) il discorso oggettivo, e alla seconda (A^) il soggettivo, il noto e l'ignoto 
" artistico, o, come il GrOber lo chiama semplicemente, il discorso affettivo. 
" Nel medesimo tempo il discorso affettivo contiene l'espressione della fa- 
" colta sentimentale, Ethos e Pathos, di modo che esso è sottoposto ad una 
" doppia disamina; quanto alla parte artistica-intellettuale domandiamo (-4*): 

* di quali mezzi dispone l'autore per esprimere i suoi sentimenti?; e nella 
" indagine della sua facoltà sentimentale domandiamo (B): di qual maniera 
" sono i sentimenti e gli affetti, che formano il fondamento della sua espres- 

* sione? ,. 

Con un po' di buona volontà, penso che possiamo riuscir tutti a compren- 
dere, e anche ad ammettere (molto teoricamente), questa partizione psicolo- 
gica; ma un'obbiezione si affaccerà subito: le categorie che si fanno dal V. 
non rischiano di far passare come fenomeno individuale sempre, quello che 
è invece riflesso di un fatto più generale — come la sintassi popolare, per 
esempio ? * 

A me sembra molto più agevole distinguere nello stile del Gellini gli 
elementi capitali; supponiamo: popolari, letterarj, individuali, avventizj (mi 
dispenso ora dallo spiegare le singole denominazioni); e più pratico studiar 
poi la manifestazione di ciascuno di questi elementi, riducendo a categorie, 
allora, i singoli fenomeni. 

È ben vero che in A* [U intelletto analitico-loqico del Cellini) si indicano 
anche qualità comuni alla sintassi popolare, e si fanno, altresì, a questo 
proposito, alcune buone osservazioni ; ma, appunto sotto quel titolo non gio- 
vava mescolare le osservazioni generali con quelle che si riferiscono pro- 
priamente al Gellini. Ecco lo schema delle pagine che seguono. Sotto A^ sono 
i paragrafi 1) Recito, 2) L'unione delle proposizioni; sotto A^ {L'intelletto 
sintetico-artistico del Cellini), 1) Collocazione di parole e frasi, 2) Permuta- 
zioni, 3) Pleonasmi ed Ellissi (Pleonasmo ed Ellissi degli avverbj; Pleonasmo 
ed Ellissi delle idee indipendenti), 4) Riassunto — B Le facoltà del senti- 
mento {Gli affetti). 

Prima di discorrere del paragrafo Rectio, reputo necessario avvertire an- 
che qui, * che è un grave imbarazzo, per chi voglia occuparsi di questi studj 
sintattici stilistici, la incertezza della terminologia grammaticale, sicché ri- 
schiamo di non poter significare alcuni dei fenomeni osservati, o di esser 
frantesi. Non c'è da meravigliarci, dunque, che il V. non riesca sempre a spie- 



J Lessi, dopo scritto quest'articolo (che cotuposi nell'cHobre) una Nota di B. Cboce, 
comunicata all'Accadetuia Pontaniana il 3 dicembre 1899, Di alnini piincipj di sintassi e 
stilistica psicologica del Oróher. L' autore, pigliando occasione dall'opuscolo del Vosaler, di- 
scute colla consueta acutezza, le idee fondamentali del Oròber, e a pp. 10-11 fa rilievi uo- 
tevolissimi Intorno a certe osservazioni e conclusioni del Vossler, il cui lavoro, del resto, 
non si propose di esaminare minutamente. (Vedasi anche una breve recensione nel Oioni. 
slot: d. leti. itnl. fase. 103, pp. 135-37). — Il Croce a una risposta del Vossler, nel Lite.ralurhlatt 
fi'tr germanische und roinaniache PMlologie, 1900, n. 1, replica ora ribadendo efficacemente le 
prime giustissime osservazioni in Flegrea (1 aprile 1900). 

^ Cfr. quanto ebbi a dire nella cit. recensione nel Oiorn, stor. d. leU, ital. 




DELLA LETTERATURA ITALIANA 117 

garsi chiaramente nel suo studio ; colla terminologia però non han che fare 
gli equivoci o gli errori. Nel primo gruppo degli esempj citati (p. 9) era bene 
distinguere la constructio ad sensum, da quella che chiamerei concordanza 
coi complementi: nel secondo gruppo si può ben additare il caso deWellissi 
del soggetto, come fa il V.; ma il terzo gruppo offre casi spiegabilissimi (altro 
che absolute Unverstandliehkeit!) e coWsi prevalenza della proposizione secon- 
daria, e coir uso vario del relativo. Il V. discorre dipoi con maggior preci- 
sione dell' uso delle forme modali e temporali, notando quelle che hanno 
fondamento dialettale (non tutte sono da eccepire, bensi: come 193 scon- 
trarsi in qualcuno, letterario) e che egli dice specialmente eelliniane. Al solito, 
avrebbe dovuto il V., che pur si si palesa assai attento osservatore, distinguer 
meglio nell'uso degli avverbj e delle preposizioni, quello che è grammaticale 
da quello che è popolare o personale (e qui l'elemento personale è davvero 
ben scarso) e, tenendosi pur fedele alla buona osservazione che le preposi- 
zioni, quali proclitiche, potevano essere attenuate e anche scomparire agU 
orecchi dello scrivanello, doveva questi casi ben distinguerli dagli altri, che 
pur si ritrovano nella parte del Manoscritto autografa del GelUni. 

Ben dice il V. che è caratteristico lo scambio del relativo col dimostra- 
tivo; ma questi accenni sparsi d\V uso del relativo me^Wo avrebbe egli fatto 
a ridurre sotto precise categorie. Cosi conclude la breve trattazione della 
Rectio: * Si può in generale far l'osservazione che i più grandi errori contro 

• la Rectio, capitano al Gellini appunto dove la lingua volgare fiorentina 

• si allontana dalla scritta ,. Ma, allora, non si tratterebbe di errori comuni 
al dialetto? È vero che il V. soggiunge, non senza un fondo di ragione: ' Il 

• Gellini ha soltanto esteso ancora le licenze del suo idioma. Dappertutto 
"dove questo non offre sicuri limiti, egli è incerto e sbaglia: il suo senso 
" della lingua si è formato sulla lingua volgare e non sulla scritta ,- 

In sul principio del paragrafo 2) Der zusammengesetzte Satz leggo (e mi 
sembra detto bene): "... lo stile del Gellini ci mostra, per cosi dire, la ge- 
' nesi delle sue associazioni (di idee) in tutto il loro primitivo disordine. I 
" pensieri, le relazioni si seguono, si urtano, s'intrecciano, secondo che 1' una 
"dopo l'altra entrano nel contesto. Lo stile prende un frettoloso tempo di 
" galoppo e la logica e l' ordine di solilo vi scapitano ,. Si nota appresso 
r uso del Participio e Gerundio assoluto (qualche esempio è mal citato : come 
il regolare 143 lui aveva due torce innanzi ed andava in furia, dotnandato 
dal papa) nelle svariate sue forme. 

Quanto alla congiunzione che, sarebbe stato da ricercar meglio quando 
si tratti di un che, o di un che oggettivo : avvertendo che talora si ha da 
fare propriamente con un che relativo, come potrei mostrare con varj esempj. 

Seguono altre osservazioni sulle forme esser causa, perché per tantoché, 
sicché, avvegnaché per essendoché (ma questo è il suo legittimo significato!: 
tutt'al pili era da notare la sconcordanza modale; vi sono poi alcuni avve- 
gnaché in altro senso: p. es., per come, quando, e andavano esaminati), sebbene 
per perché e viceversa (questi casi non sono giustamente indicati : il perché 
ha proprio valore causale, non condizionale nel cit. 263), il perché per perché, 
infraché per oltrecché. È notevole, ma non ben notato dal V., anzi confuso 
con non tanto che, l' uso di non tanto, uso che, soggiungo, si ha specialmente 
con rinfinito. 



US RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Buono il rilievo generale quanto alla subordinazione * Degna di osser- 
" vazione è non solo l'incapacità del Gellini a costruire compiuti periodi, 
" ma altrettanto il suo continuo sforzo di mettere in relazione i pensieri fra 
" loro mediante i perìodi „. 

Viene quindi il V. all'esame della coordinazione {dove, onde, ve\RÌ\vì; il 
perché, per la qiial cosa ecc.). Riferendosi a quanto disse a proposito della 
Rectio, scrive che questo paragrafo ci mostra ■' il Gellini che vuole inalzarsi 
" al di sopra del discorso dol popolo e si serve perciò del mezzo che pili dà 

* negli occhi e che é il più impopolare: cioè, del periodo lungo e possibil- 

* mente il più confuso. Questa tendenza non s' accorda male colla sua va- 
" nità, col suo gusto per tutto il bizzarro e grandioso, per tutto ciò che, dal 
" suo grande maestro e concittadino, si chiama Michelangiolesco „. 

Ora si osservi: alcuni de' fenomeni indicati come proprj del Gellini (pre- 
vedevo questo frequente e grave errore fin dall'esame dello schema gene- 
rale del lavoro) sono, ripeto, comuni alla sintassi popolare fiorentina; quanto 
poi al michelangiolesco, anche di questo ce n'è nello stile del Gellini, e ben 
ha fatto il V. a notarlo; e meglio avrebbe fatto, se ci avesse dato alcuni 
esempj — son tanti ed efficacissimi — di questo elemento tutto personale 
dello scrittore. 

A questo punto si può, intanto, concludere che l'esame tentato dal V. è 
assai diligente, ma troppo sistematico da una parte, e, dall' altra, troppo poco 
preciso; sicché certe divisioni sarebbero da togliere, e altre da aggiungere. 
Gli errori poi sparsi qua e là infirmano la saldezza dell'analisi, che fu con- 
dotta certo con lunga pazienza. 

E cade opportuna qui una domanda. Perché il V. nel suo studio sintat- 
tico-stilistico non ha pensato di giovarsi di schemi grafici per i periodi? Egli 
avrebbe potuto cosi, e meglio riconoscere alcuni de' fenomeni anacolutici, e 
raggrupparli più logicamente, e, quello che più importa, chiarirli di più in- 
nanzi alla mente del lettore. Io, per conto mio, credo indispensabile ricor- 
rere, in simili casi, alla rappresentazione grafica, la quale non riesce né dif- 
ficile a fare, né a comprendere, quando (come avvertivo) si sia fermata chia- 
ramente, e con parsimonia nelle partizioni e distinzioni, la terminologia gram- 
maticale sintattica. 

Non si può negare che in più d'un luogo non sia acutamente e genial- 
mente rilevato dal V. qualche carattere od effetto dello stile celliniano. Non 
dispiacerà al lettore che anche qualcun altro di questi passi io traduca let- 
teralmente. 

" A* L'intelletto sintetico artistico del Gellini. Le fin qui osservate infra- 
" zioni della sintassi regolare, sebbene nate dal difetto d' un'istruzione gram- 
" maticale, non cessano però di esercitare sul lettore colto una singolare at- 
" trazione: gli danno il piacere del rapido intendimento, dell'indovinare, 
" dell'ordinare, del correggere, del meglio sapere. Quest'effetto dello stile, di 
" cui il Varchi era già consapevole, quando egli, perciò, rifiutò di correggere 
" a fondo il manoscritto, noi lo chiamiamo spontaneamente artistico e sem- 
" plice. È vero che accanto si trova già la tendenza all' arte retorica, per 
" il periodo. Neil' osservare i mezzi dell' espressione affettiva, il dualismo del- 
" l'ingenuo e del retorico deve maggiormente venire alla luce ... ». Premesse 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 119 

queste e altre parole, il V. studia la collocazione delle parole e delle frasi. Si 
entra cosi nel vero studio stilistico, al quale la prima parte (che poteva es- 
sere più compiuta) deve servire come di fondamento. Si accenna ai casi 
(si badi però che al solito, alcuni di questi offrono costrutti comunissimi 
anch'oggi nel linguaggio dell'uso) di Inversione, più spesso colla ripresa 
pronominale ; di Ellissi, Interrogazione inversa. Concedo che qualcuno degli 
esempj citati (p. 17) come Voranstellung des Attributiven Adjektivs und 
Adverbs é calzante ; ma che cosa c'è di peregrino e di meraviglioso in questo: 
" 106 cosi lietamente e con gran piacere finimmo la cena? „ Con tali rigidi 
criterj di disposizione delle parole (è strano che li mostri un tedesco, la cui 
lingua ha ben altre inversioni della nostra!), che sarebbe mai una gramma- 
tica? quali le eccezioni e quali le regole? 

Migliori osservazioni trovo svXV aggettivo in evidenza, che non sul chiasmo, 
(p. 18) scoperto perfino nella sua più innocente espressione: " 271 cosi mi 
" menomo e chiusonmt . . . ,. 

Io ammetto volentieri che certe perifrasi e inversioni, o che altro siano, 
abbiano maggior potenza di espressione affettiva, come dice il V.; ma quando 
le trovo e le so frequentissime nel linguaggio vivo, non le posso registrare 
come caratteristiche del Cellini, se non quando vi scorga davvero l'impronta 
sua: e questa doveva cercare il V., che pure scrive che il Cellini (p. 19) 
"... andererseits aber mit voller Absicht seine Vorstellungen je nach ihrer 
" subjektiven Intensitat heraushebt, und die Worte und die Satze mit kùhner 
" Souveranitat und oft im gewollten Gegensatz zum gevohnlichen Sprach- 
" gebrauch anordnet ,. 

Quanto alle frasi frammesse in parentesi, io non son sicuro se sia da ve- 
dervi col V. r efficacia di un rapide und sprungweise Gang der Vorstellungen ; 
o non piuttosto, almeno qualchevolta, la costruzione paratattica popolare, in- 
tralciata e snaturata dalla ricerca della sintassi letteraria ; uno di quei casi, 
insomma, che il V. sa esser cosi ovvj nella Vita. 

Assai lungo e molto analitico è il paragrafo 2) Permutazioni. Cosi vi pre- 
lude il V. "Viene permutata la funzione sintattica de' membri della propo- 

• sizione o delle proposizioni, o la lessicologica (Figure, Metafore). Delle prime, 
" delle permutazioni sintattiche, abbiamo già imparato a conoscere alcune, in 
"quanto esse alterano la logica nell'uso del parlare. Il fatto psicologico di 

• reciprocità fra intelletto e fantasia trova anche qui la .sua conferma: quello 
" che l'espressione del pensiero del Cellini perde di logica, guadagna di sen- 

• timento ,. 

Scorrendo questo paragrafo, mentre son inclinato a lodare la industre 
fatica del V., mi si affaccia più insistente che mai un vecchio pensiero : che, 
cioè, difficilmente si possano catalogar tutti i casi di licenze sintattiche o 
di caratteri stilistici che offre la Vita (e con essa altre scritture popolari). 
Forse è meglio contentarci di categorie più generali, quando le troppo spe- 
ciali servono più a oscurare che a illuminare il fenomeno sintattico o stili- 
stico. E sempre più mi persuado della convenienza di considerar le cose 
nelle loro cagioni (secondo cioè gli elementi veri dello stile, come ho già 
avvertito), anziché nella loro stessa essenza. Per tal modo riesce più agevole 
ravvicinare fenomeni simili, e non è necessario dividere e suddividere all'in- 



120 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

finito: il che, negli studj di questo genere, può esser segno di acutezza e 
di diligenza, ma è occasione, altresì, di fastidio e, forse, di minor perspicuità. 

Indicherò alcuni de' casi osservati dal V., il quale dubita ragionevolmente 
— mi pare — che tutti sian da registrare sotto le Permutazioni ; e ben av- 
verte quanto vi si abbia a vedere (p. 20) di idiomatico e di casuale — altro 
elemento, questo, non trascurabile — , per le condizioni già accennate in cui 
fu materialmente messa insieme la Vita. Ecco, dunque, su che vertono al- 
cune fra le osservazioni del V.: uso del voi, del pluralis maiestatis (ma con 
questi non s' esce dall'uso comune!): costrutti anacolutici; uso dell' o6//(/mms, 
che è poi un costrutto assoluto. Intorno ad esso avverto, che è del tutto 
franteso l'es. 339; dove causa della mia sanità non è forma assoluta, ma 
regolare apposizione di pagoncelli. 

Quello che il V. dice sugli usi modali e temporali è spesso tuli' altro 
che esatto e pecca del solilo peccalo : egli, neh' indicare certi etfetli stilistici, 
che, magari, ci saranno, mostra — e qui non son d'accordo con lui — di 
credere troppo libere e anacolutiche, costruzioni che una grammatica, la quale 
si informi a più larghi criterj, e si fondi su pili sicura conoscenza dell'uso, 
deve* stimare molto meno scorrette e mollo meno personali. Ora, se certi 
casi si hanno a credere tuli' altro che rari e soggettivi, sembra a me che 
s'abbia a considerare meno vigoroso anche il colorito stilistico: e qui devo, 
per la verità, soggiungere: che la ricerca di questo colorilo è cosa delicatis- 
sima; e ricordare che non tutti gli occhi vedono allo slesso modo! 

Peraltro, il concetto del V. di ritrovare V effetto stilistico di certi fenomeni 
sintattici è, naturalmente, giusto; e il fondamento d'una stilistica scientifica 
non polrebb' esser diverso. 

Il V. accenna dipoi al valore stilistico delle costruzioni passive, con qual- 
che finezza; ma cancelli pure l'esempio 232 dove (jli era tanto saputo non 
vuol dire (per carità!) da lui era saputo molto, ma egli era tanto saputo, o 
saputello. 

Si hanno quindi osservazioni sull'uso reciproco di aggettivi e sostantivi, 
di diminutivi, accrescitivi, vezzeggiativi, degli epiteli fissi; osservazioni ben 
fondate e che avrei volute, dirò cosf, fiancheggiate da maggior copia d'esempj. 

Altri casi d'uso d'aggettivi e di articoli son notevoli si, ma al solilo, tali 
che li può cogliere tull'i giorni un orecchio allento, nel parlar toscano; tali 
che si possono in parte riscontrare in scrittori ben più corretti, o, per meglio 
dire, di ben altra natura del Gellini. Lo stesso valga, per non ripeter sempre 
la medesima cosa, per il come temporale, regolarissimo (p. 27); pel solito che 
relativo; per Ve invece di ma; per la non perfetta corrispondenza di due 
congiunzioni (almeno in qualche contesto). E debbo confessare che — sia 
pure per mia colpa — non arrivo sempre a capire la ragione di qualche cita- 
zione, il succo d'una certa osservazione: cosi dell' es. 211 lasciala stare, 
che forse per farmi male ella mi ha fatto tanto bene ecc. a pag. 27. 

Non vorrei che si avesse a reputar tutto interessante o caratteristico ; a 

quella maniera che i puristi si sdilinquivano d' ammirazione per ogni paro- 

lella del buon secolo! Io per me, non vorrei fare la figura di quello zio, che 

credeva spiritosissimo sempre il nipote, e non vorrei dover dire troppo 

spesso, come lui: questa sarà bella, ma non la capisco! 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 121 

Bene conchiude il V., che, insomma, nel Gellini la tendenza alle espres- 
sioni forti e intuitive si accorda col desiderio delle espressioni bizzarre; e 
avverte "che un esame delle frasi e delle metafore meglio potreb- 
* be svelare la fantasia dell'artista nella sua forza e sregolatezza,. 

L'A. prosegue il suo studio, venendo ad esaminare i Pleonasmi e le El- 
lissi, come prova della potenza o della esuberanza, della brevità o della pro- 
hssità dello stile celliniano. Il polisindeto è preferito, in generale, dal Gellini 
aìV asindeto, il quale usa più frequente quando voglia rappresentare la rapida 
successione degli avvenimenti. Si tocca, quindi, del pleonastico e, e della con- 
giunzione che frequentemente repHcata. 

Non so come sian citati quali casi di ellissi della congiunzione gli esempj 
379 e 231, il primo de' quali può esser forse punteggiato in altro modo 
(l'esame sintattico e stilistico vuol esser fondato su un testo sicuro), e il 
secondo è pili che regolare! 

Raddoppiamenti, ripetizione dei pronomi, loro rinforzamento con detto, 
tale, cosi, egli {gli) pleonastico : questi i fenomeni via via considerati. Ma sif- 
fatte osservazioni ed altre (specie quelle sull'articolo indeterminato e de- 
terminato), secondo ho accennato pili volte, vanno ad investire forme molto 
frequenti anch'oggi nel parlar comune. E, allora domando; crede proprio il 
V. d'aver rilevate tutte le peculiarità idiomatiche, fiorentine o toscane, di che 
è pieno il testo del Gellini? E non rende, tale incompiutezza — che è facil- 
mente dimostrabile — molto meno certe altre deduzioni dell'autore? Anzi, già 
che ci sono, voglio pur dire un'altra cosa: quanto vi è nella Vita, e nell'uso 
vivo del Ginquecento e nostro, di corretto, di assolutamente irreprensibile, 
anche secondo la grammatica letteraria, il V. avrebbe dovuto accennare 
o richiamare ; e cosi, accanto al regolare e normale, meglio avrebbe avuto 
risalto quello che di veramente popolare, di singolarmente personale si ri- 
trova nell'insuperata scrittura del Gellini. 

Il V. passa poi al Pleonasmo ed Ellissi delle idee indipendenti. Le prime 
esemplificazioni (p. 31-32) che ci si offvono {addio addio; molti e moli' anni ; 
adesso adesso ecc.) mi costringono a ripetere un'idea che ho già espressa. 
Ogni parola, e più ogni riunione di parole è un fatto grammaticale e, ma- 
gari stilistico; ma qual è il grammatico che vorrà far tante regole quanti sono 
i casi simili, e non piuttosto trovar la regola per tutti questi casi ? E, cosi, 
domando: le osservazioni stilistiche, che vogliano approdare a qualche ri- 
sultato, non s'avrebbero a fare su quello che ha vera e riconoscibile fisio- 
nomia? Se no, è stile anche la firma con nome e cognome, e anche buon 
giorno e buona sera! 

Si stabiliscano bene, cioè quanto più si può nettamente, i caratteri d'un 
certo linguaggio — p. es. il fiorentino cinquecentista — senza perdersi in mi- 
nuterie oziose; e poi, su questo fondamento, si levi l'edifizio dell'osserva- 
zione stilistica. Che merito si può fare al Gellini di quello che è volgarmente 
proprio di tutti?; né d'altronde, il pregio della Vita é solo questo, che essa 
ci conservi cosi larga copia del linguaggio popolare del tempo! 

Ma non voglio disconoscere che il V. non rilevi bene, in massima, gli ef- 
fetti del pleonasmo in confronto di quelli dell' ellissi, mostrando belle attitudini 
alla definizione e considerazione sottile dei fatti grammaticali e stilistici. 



122 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Conclude il V. che il Cellini ha guasi uguale inclinazione (è anche questo 
un carattere essenzialmente popolare) aìV Ellissi e al Pleonasmo: wie (è una 
comparazione assai felice) ein nachlàssig geschnittenes Kleid hier zu knapp 
und dort zu weit ist. 

Molto meno felice è l'espressione ein Stumper, applicata al Cellini per 
significare certe sue sguaiataggini ; ma nel Resumé stesso il V. mostra di 
ben sentire e apprezzare, in fondo, le qualità più singolari rdell'arte di Ben- 
venuto. 

Si potrà, quindi, dolersi che maggior precisione di criterj e, per contro, 
minor voglia di categorizzare non abbia avuto il V.; ma la non perfetta 
conoscenza della lingua scapestrata colla quale egli aveva che fare, meriterà 
la scusa de' benevoli, se si pensi e al non piccol coraggio di cui lo studioso 
egregio die prova, e anche, alle realmente innegabili attitudini che rivela per 
questi studj ; le quali attitudini potrà meglio spiegare volgendosi a un testo 
pili agevole. 

Di alcune cose che il V. osserva nell'ultimo capitoletto B Le facoltà del 
sentimento {Gli affetti) non m'indugio a parlare. Non vo'dire che le osser- 
vazioni psicologico-stilitiche che vi si fanno sien tutte astruserie ; che, anzi, 
quanto vi si dice sull' espressione di certi sentimenti, in relazione col linguag- 
gio (intendi, fatti sintattici e stilistici) è un buon tentativo d'uno schema psico- 
logico-stilistico. Alcuni rilievi sul carattere della Vita e sul temperamento del 
Cellini mi paiono, anche, assai acuti; sul modo col quale parla di sé, o degli 
altri; di cose dell'arte sua, di fatti futuri e passati. Dal che si vede che la 
conoscenza della psiche di uno scrittore può ben esser utile anche a chi 
voglia d'una sua opera trascegliere i passi più belli e più interessanti. Questo, 
che si deriva dallo studio accurato dell'uomo, è un criterio, dirò cosi, an- 
tologico di ben altra importanza, che non la retorica e vieta ammirazione 
delle belle parole, dietro alle quali son corsi tanti e tanti compilatori di Esempj 
e Fiori. Qualche caso di quelli che meglio palesano la personalità del Cellini 
in tutta l'opera sua ci offrono, p. es., quei luoghi dov'egli riferisce discorsi 
d' altri. Bene osserva il V.; garzoni, papi, imperatori, tutti dehbon parteci- 
pare dello stile del Cellini. 

Il lavoro, sul quale ho detto con tutta franchezza la mia opinione, ben 
Heto d'avere avuto a lodare più d'una volta, termina con questa dichiara- 
zione " Se le qualità formali della lingua del Cellini ci hanno permesso di 
" fare alcuni giudizj sull'indirizzo dei suoi sentimenti estetici e logici, gU al- 

* tri sentimenti, tuttavia, i cosi detti intellettuali e superiori, gh etici, cioè, e 
" i religiosi, non si lasciano ben riconoscere che dal contenuto del discorso 

• e dal complesso degli altri sentimenti, e dobbiamo rinunciare a un più mi- 
" nuto esame anche sotto questo lato „. 

Coloro che si occupano di stilistica posson ben riflettere, a tal propo- 
sito, cosi sulla potenza di questa disciplina ermeneutica (se ne discorra chi 
sappia, almeno, sicuramente la grammatica!), come sui limiti di essa, che è, 
insomma, uno de' tanti istrumenti onde ci si può giovare per comprendere 
e valutare nella sua interezza l'opera d'uno scrittore. 

E quando tal' opera, come quella di Benvenuto, abbia e contenuto e ca- 
rattere cosi vivacemente autobiografico, ben si capisce che, dopo avere eoa 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 123 

ogni cura studiato lo scrittore, da questo studio ci si trovi' a veder balzar 
fuori, di nuovo, e sempre più vero e più palpitante, l'uomo. Cosicché psico- 
logia e stilistica allora s'intrecciano, si sovrappongono e si lasciano indietro 
gran tratto i commentatori pedanti; ma fanno anche la disperazione di quanti 
altri, pur con larghe e geniali vedute, si provino intorno ad un capolavoro 
meravigliosamente ingenuo e pur complesso, com' é la Vita del Gellini. 

Orazio 6acci. 

Karl Pedern. — Dante, (Dichter u. BarsteUer hsèf.v. Dr. Rudolph 
Lothar ti. III). — Leipzig, Seeman, 1899, p. 215 ih 8." gr.. 

Il vedere con quale amore e sollecitudine i dotti d'oltr'alpe 
attendano allo studio dei nostri piìi insigni monumenti letterarj 
e cerchino diffonderne la conoscenza non solo tra le persone colte 
della loro nazione, ma anche tra il popolo, può in certo qual modo 
lusingare il nostro amor proprio; ma se d'altra parte noi con- 
frontiamo tanti nobili sforzi e u-enerosi tentativi compinti in terra 
straniera colla rilassatezza dominante nel nostro paese, dobbiamo 
pure accorgerci con dolore di non poterne uscire cogli onori del 
trionfo. Non è a dire in verità che da noi siano mancate del tuttp 
nobili iniziative: anzi in questi ultimi anni si sono rinnovate abba- 
stanza frequentemente in modo da far bene sperare, sebbene troppo 
spesso abbiano dovuto naufragare di fronte ad una difficoltà in- 
superabile: l'apatia e svogliatezza del nostro pubblico: apatia e 
svogliatezza che hanno prodotto il grave inconveniente di man- 
tenere il prezzo dei libri assai più elevato in Italia che non nelle 
altre nazioni: il che a sua volta ha impedito ed impedisce tuttora 
il rapido accrescersi del numero dei lettori. Le quali cause, come 
ognun vede, gravissime, influendo reciprocamente una sull'altra, 
hanno portato e portano danno incalcolabile alla diffusione della 
cultura. Noi possediamo, è vero, edizioni bellissime (basterebbe 
citare ad es. quelle della Divina. Commedia e dei Promessi Sposi 
fatte per cura di un editore altamente benemerito dei nostri studj) 
degne di stare alla pari colle migliori straniere, ma, mentre do- 
vrebbero trovarsi nelle mani dei più, rimangono nelle biblioteche 
o nelle mani di pochi. Ora libri del genere di quello che ora ver- 
remo esaminando, condotti cioè coi dovuti riguardi al contenuto, 
ma nello stesso tempo abbelliti da artistiche incisioni che dilet- 
tando l'occhio, rendano più attraente la lettura, raramente si tro- 
vano in Italia, oppure, se si trovano, raggiungono tali prezzi da 
restare a molti inaccessibili; per l'appunto a quei molti che do- 
vrebbero ritrarne il luaggior profitto. Ma poiché le cose vanno 
così, e la nostra voce non varrà certo a farle andare altrimenti, 
lasciamo le recriminazioni e veniamo al fatto nostro. 

La prima grata impressione del libro ci è dunque data dalle 



I 



124 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

numerose incisioni eseguite dal solerte editore con eleganza e pre- 
cisione lodevolissima. Tutto quel che poteva dare un'idea dei 
luoghi visitati da Dante nella sua vita travagliata, dei personaggi 
coi quali il Poeta ebbe più intima relazione, dei concetti di rappre- 
sentazione artistica comuni ai suoi tempi; in una parola, come oggi 
si dice, dell' « ambiente » storico in cui visse il Poeta, è stato con 
cura riprodotto nel testo, anzi per quel che più propriamente ri- 
guarda la Vita e le Opere, possiamo dire che i saggi iconografici 
e le incisioni ritraenti le scene principali della D. C, ricavate da 
originali antichi e moderni, formano una raccolta pregevolis- 
sima quale altrove difficilmente si potrebbe trovare. Sarebbe stata 
forse desiderabile una più ordinata distribuzione delle figure; se 
non che, sapendo quale tirannia esercitino spesso le necessità tipo- 
grafiche, non vogliamo farne troppo grave carico all'editore. Ci- 
teremo intanto, tra le riproduzioni meglio riuscite, quella del 
ritratto di Dante fatto da Giotto, che conservasi nel Palazzo del 
Podestà a Firenze, (saggiamente riferito come trovavasi prima 
della restaurazione del 1840), quella dell' « Inferno » dell'Orcagna, 
e in generale di tutti i quadri del Rossetti. Con pensiero oppor- 
tuno vediamo poi nell'Appendice riprodotta in fac-simile la fa- 
mosa condanna del 10 marzo 1302, colla quale, insieme con altri 
quattordici cittadini, il sommo Poeta veniva cacciato in bando 
dalla patria sua. 

Questo sia notato per quanto riguarda la parte esterna del 
libro ; quanto alla sua interna struttura, diremo subito che nel F. 
abbiamo trovato due qualità ottime per la riuscita di lavori, come 
questo, di genere divulgativo: buona conoscenza dell'argomento 
e chiarezza d'esposizione; diremo ancora che l'avere il F., come 
appare evidente, studiato direttamente sui testi, poco curandosi 
di quanto da altri era stato scritto su di essi, ha servito ad evitare 
quei molti difetti che sogliono trovarsi in libri di mera compila- 
zione. Ma questo non ha impedito, anzi forse è stato causa ch'egli 
cadesse in un difetto, che alla prima lettura si fa subito rilevare. 
Fa maraviglia infatti in quasi tutte le parti della trattazione 
l'evidente scarsa conoscenza di opere pure insigni e diffusissime 
e la quasi assoluta ignoranza (non sappiamo se cosciente o in- 
cosciente) di quanto è stato scritto in Italia in questi ultimi 
tempi. 1 



i Nella bibliografia delle opere consultate che il F. pone in fine del libro non troviamo 
ad es. il • Virgilio nel M. E. ■> del Oomparetti, per quanto del poeta latino e della sua for- 
tuna nel M. E. tocchi a suo luogo. Cosi mentre su Dino Compagni cita il lavoro dell'Hil- 
lebraud, non fa cenno della magistrale opera del Del Lungo. Non men grave appare l' igno- 
ranza dello scritto del D'Ancona sulla realtà storica di Beatrice, nella quale il F. pure 
giustamente conviene: tanto più che sono citate le opinioni del Perez, del Boseettl, del 
Qietmanu e del Bartoli (p. 166). 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 125 

L'opera è divisa in due parti: la prima (Die Zeit) è propria- 
mente uno studio della società medioevale ; la seconda (Dante) 
si riferisce più specialmente al divino poeta ed alle sue opere. 
La sproporzione che esiste tra Tuna e P altra si fa subito no- 
tare: delle 215 pag. di che si compone il libro, ben 122 sono 
dedicate a quello studio che dovrebbe essere una semplice intro- 
duzione. Ciò non ostante tenuto conto che nella prima parte tro- 
viamo le pagine migliori dell'opera non abbiamo il diritto di 
lamentarcene troppo. La rovina del mondo antico, i nuovi ideali 
morali e politici che sorsero da questa, le condizioni delle lettere e 
delle scienze, lo svolgersi del pensiero filosofico, tutto è studiato 
con grande diligenza e — sia ripetuto a titolo di lode — diretta- 
mente sulle fonti. Se non che, in una certa tendenza ad aggra- 
vare le condizioni di per sé senza dubbio tristissime dell'età media, 
a dipingere coi colori più foschi stragi ed orrori, che se oggidì 
avvengono con minore frequenza o lontani da noi, non sono di- 
sgraziatamente scomparsi del tutto, sentiamo di non poter conve- 
nire. Gli studj pili recenti hanno mostrato che il medio evo non fu 
poi tutta barbarie, che sotto la cenere si mantenne un fuoco sem- 
pre vivo, che questo fuoco tratto tratto riuscì ancora a mandare 
rapidi bagliori e divampò infine nuovamente noi fulgori del ri- 
nascimento. Il F. non avrebbe dovuto dimenticare che la cultura 
classica non mancò mai in Italia, né avrebbe dovuto tacere del- 
l'importanza ora maggiore, ora minore, ma sempre viva delle 
scuole laiche, una delle nostre glorie maggiori. ^ Una maggior 
ampiezza, specialmente quando si considerino le molte parole spese 
intorno ad argomenti di minore importanza, avrebbe potuto esser 
dedicata allo studio sulle Università, le quali esercitarono un corf 
grande influsso sulle menti e sulla cultura allo scadere dell'età 
media. I due capitoli riguardanti la poesia provenzale e la volgare 
italiana sino ai tempi di Dante ci paiono fatti assai bene; però 
vorremmo far notare al F. che, cosi come stanno ora, chiusi tra 
il capitolo che riguarda la scolastica e quello riguardante la fon- 
dazione, la diffusione e l'importanza storica dell'ordine dei Fran- 
cescani, non ci sembrano propriamente a loro luogo. Assai meglio 
starebbero (se non tutti e due, almeno il secondo) nella seconda 
parte, come quelli che si devono trovare in intimo collegamento 
col capitolo che tratta della giovinezza e della produzione lirica 
dantesca. E poiché siamo in via di esprimere i nostri desiderj, 



1 Non ci pare abbia tenuto c^nto dol libro dell'O/.anana » saUe scuole nel M. E. »; certo 
non è stato a conoscenza del F. il bellissimo libro del Nevati su « l'influsao del pensiero 
( latino sulU civiltà italian» nel M, £. >, 



126 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

non vogliamo tacere che una buona ripassata a tutta la prima 
parte, intesa a togliere il non poco superfluo ed una certa pro- 
lissità che qualche volta ingenera un po' di stanchezza, ci parrebbe 
cosa sommamente opportuna: anche perché potrebbero cosi essere 
evitate e corrette quelle ripetizioni e quelle sviste che ora si con- 
tano abbastanza numerose. ^ Le quali mende tuttavia, ci compiac- 
ciamo affermare, non sono certo tali da togliere gran valore al 
quadro, tracciato nelle sue linee generali da mano esperta e sicura. 
La seconda parte, sebbene non manchi di osservazioni vera- 
mente, geniali ed acute, appare alquanto inferiore alla prima. La 
trattazione, in alcuni luoghi evidentemente affrettata, non appaga 
completamente il lettore. Anzi tutto, il metodo stesso di collegar 
lo studio della vita del poeta coli' esame delle sue opere non ci 
sembra il più adatto per l'ordine dell'esposizione: esso, rendendo 
necessarie continue digressioni, rompe l'unità logica del pensiero 
ed intralcia nello stesso tempo il concatenato svolgersi degli avve- 
nimenti. A dir vero non ci nascondiamo affatto le difficoltà gran- 
dissime, cui è andato incontro l'A. ; prima tra tutte quella di 
saper scegliere nell'immane vastità della materia, proprio quel 
tanto ch'era necessario per dare un ritratto a linee grandissime 
ma completo, e, per quant'era possibile, esatto, del divino Poeta; 
niente di pili, niente di meno. Ora il F., per sfuggire un'esage- 
razione non, ha potuto far a meno di cadere in un'altra: non 
volendo giustamente trattare a lungo di ogni singola questione, 
ha lasciato nonché di trattare anche di ricordare alcune, che 
pure sono di capitale importanza.^ Trai luoghi migliori notiamo 
tuttavia quelli in cui si tratta della duplice natura di Beatrice 
e della realtà della Donna Gentile; in special modo poi gli acuti 
e geniali raffronti della Divina Commedia col Fatisi. Ma non 
mancano false interpretazioni, asserzioni molto arrischiate, errori 
di fatto.3 Tuttavia il difetto più grave di questa seconda parte 



1 Cfr; ad es. quello che si dice delle condizioni della sicurezza pubblica nel M. E. (pp. 33-34 
e 44), dei terrori e delle aspirazioni al sopra naturale degli -uomini del M. E. (pj). 10 e 47). 
Così parlando del clero piti volte esce nei medesimi concetti e nelle medesime frasi. — 
Nella seconda parte troviamo ripetuto alla distanza di poche pagine (pp. 140 e 143-144) un 
periodo quasi colle stesse parole. Tra le sviste notiamo: a p. 30 " canto XV per canto XVI » 
a p vf^ " Enzio per Enzo » a p. 80 « anima mia » per « anima mea » a p. 37 (nella traduz. 
del canto delle creature) « das Leben » per « das Loben » a p. 107 » Pisaner » per « Fioren- 
tini » a p. 83 di una lettera di Ranibaldo di Vaqneira scrive « Dieser ritterlicbe Bettelbrief 
« fàllt in die Zeit uni 1200... in die Zeit des ersten Kreuzzuges » (!). 

2 Pare clie il F. abbia deliberatamente lasciato di parlare di qualsiasi questione relativa 
alla T>. C, Però non ci riesce facile a spiegare come mai il F. parlando del Canzoniere non 
abbia accennato, sia pure di passaggio, alle tanto dibattute questioni snilo rime dedicata alla 
« Pargoletta ■ e alla « Pietra n. 

8 Erroneamenie il F. vede raffigurai anella processione mistica del Paradiso terrestre 
la Chiesa « trionfante » (p. 206) la quale, come ognun sa, è raffigurata da Dante nel canto XXXU 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 127 

resta sempre la trascuratezza palese con cui è fatto l'esame della 
Divina Commedia; appena appena è dato soffermarci davanti a 
Paolo e Francesca, né le figure di Farinata, di Pier della Vi- 
gna, di Capaneo, di Vanni Fucci pare meritino l'onore di essere 
studiate: è fatta eccezione per il solo conte Ugolino. Nel Purga- 
torio l' incontro con Catone, con Casella e con Manfredi non 
trova una riga di commento: pochi periodi sono dedicati al- 
l'episodio di Sordello: passiamo poi subito alla cornice dei superbi, 
e di qui quasi d'un tratto al Paradiso Terrestre. In tre pagine 
è descritto e commentato il gran viaggio di Dante attraverso i 
regni della beatitudine eterna. Dolci e gradite fermate in questa 
corsa vertiginosa ci appaiono fortunatamente le traduzioni in ge- 
nerale fedeli e nello stesso tempo non ineleganti, di alcuni tra 
gli episodj principali della Divina Commedia. Non tutte queste 
traduzioni però sono del F.; alcune appartengono al noto dan- 
tofilo Paul Pochammer, altre al dott. S. Heller: le une e le altre 
assai pregevoli, sebbene le prime spesso si allontanino talmente 
dal testo da sembrare più che parafrasi, imitazioni lontane. 

Riassumendo, l'opera, se non in tutti i particolari, nel suo 
complesso, può ben dirsi abbia raggiunto lo scopo cui mirava, 
ch'era quello, se non c'inganniamo, di diffondere vie meglio tra le 
genti germaniche la conoscenza del nostro divino poeta. Certo da 
una maggior proporzione tra le parti e dall'analisi più minata 
e profonda di alcune questioni e in special modo dall'uso sa- 
piente dei risultati di parecchie ottime monografie rimaste sco- 
nosciute all'A., l'opera si sarebbe assai avvantaggiata; ma tutto 
questo potrà ben esser fatto in una seconda edizione, che noi di 
tutto cuore gli auguriamo non troppo lontana, e come riconosci- 
mento delle non lievi fatiche da lui sopportate e come prova della 
diffusione della nostra cultura al di là delle Alpi. 

GruiDO Manacoeda. 



del Paradiso, nel cielo delle stelle fisse. Tra le asserzioni un poco troppo assolute dell'A., 
senza tener il debito conto degli argomenti che potrebbero opporglisi, potremmo anno- 
verare il viaggio di Dante a Parigi, recentissimamente con acute ragioni nuovamente mes- 
so in disctissione dallo Zingarelli nella Vita di Dante, che sta componendo per incarico 
della Ditta Vallardi; l'identificazione della contessa Matilde colla Matelda dantesca; l'al- 
lusione che il poeta fiorentino farebbe a se stesso nei noti versi del canto XI del Purga- 
torio. Un errore di fatto, se pure non debba attribuirsi a semplice svista, troviamo a p. 184, 
in cui si dice la morte di Enrico VH di Lussemburgo essere avvenuta nel 1315, mentre av- 
venne, come tutti sanno, nel 1313. 



128 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

W. FisKE. — Bemarks introductory to the Dante Catalogne puhli- 
shed hy Cornell University. — Ithaca, New York, 1899. 

È questo il titolo d'un interessante opuscolo pubblicato dal 
sig. Willard Fiske in Ithaca, che serve come d'introduzione al 
Catalogo della collezione dantesca della Biblioteca universitaria 
di Cornell, compilato dal sig. Theodore Wesley Koch in due vo- 
lumi stampati pure in Ithaca. ' 

Il sig, Willard Fiske, già noto tra noi come un benemerito bi- 
bliofilo che è riuscito a mettere insieme per conto proprio una 
delle più belle e complete biblioteche petrarchesche, ci dice nelle 
prime pagine del suo opuscolo in che modo egli concepisse prima, 
ed effettuasse poi il disegno di far per Dante quel che aveva già 
fatto pel Petrarca, col generoso intento questa volta di regalare 
il frutto del suo lavoro alla Biblioteca universitaria di Cornell. 
Ben è vero che da principio il suo disegno si limitava a racco- 
gliere soltanto un trecento o quattrocento volumi tra testi, com- 
menti e biografie di Dante. Ma, dice il Fiske, il raccoglitore di 
libri, al pari dv^l giuocatore e dell'avaro, è schiavo della sua pas- 
sione: da una parte c'è il fascino del tentar la sorte, che d'un 
tratto può metterlo in possesso d'una edizione preziosa; dall'al- 
tra c'è il piacere di vedere accumularsi giorno per giorno il pro- 
prio bene. Talché il Fiske non si appagò d'una piccola raccolta, 
ma dall'estate del 1893 per tre anni consecutivi fu in giro a ro- 
vistare i negozj librarj di tutte le grandi città d' Italia e di molte 
delle piccole; viaggiò in Inghilterra, in Francia, in Belgio, in Ger- 
mania, nella Svizzera, in Austria, e si spinse fino a Edinburgo ed 
a Stocolma in cerca dei libri desiderati. Appena fermo in un luogo, 
eccolo in carteggio attivissimo coi libra] di quanti paesi stanno 
tra il Brasile e l'India, tra Lisbona e Pietroburgo. Un libraio d' un 
certo paese gli scrive che il volume chiestogli non esiste o non 
è possibile procurarselo: il Fiske fiuta in lui ignoranza o indo- 
lenza, fa un viaggio apposta in quel paese, scova il libro, lo mette 
sotto gli occhi del libraio, non so se più sbalordito o mortificato; 
e via un pacco postale per l'America. 

La parte più interessante dell'opuscolo è quella che ci for- 
nisce dei dati per giudicare dell' ampiezza della letteratura dan- 
tesca e della fama mondiale di cui Dante gode in paragone di 
quella che possono vantare Omero e Shakespeare. Primamente, 
i molti ed ampj commenti sono una delle migliori prove della 



1 n primo voliiitie porta la data 1898, ma il secondo annunziato per il 1890, è ancora 
in corso di stampa. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 129 

celebrità d'un poeta; e il Fiske per dare un esempio della va- 
stità dell'esegesi dantesca cita molto a proposito i cinque grossi 
volumi di Benvenuto Rambaldi editi da Mr. Vernon. La gran 
copia inoltre di versioni in lingue straniere d' un' opera poetica 
e la frequenza delle edizioni che se ne fanno, costituiscono pure 
un saldo criterio secondo cui giudicare ed apprezzare la celebrità 
e r influsso che quella ha esercitato ed esercita sul mondo civile. 
Se non che il Fiske fa qui giustamente osservare che a volere, 
secondo quest' ultimo criterio, stabilire un confronto tra la fama 
di Dante e quella d' Omero e di Shakespeare, bisogna andare 
adagio e tener conto delle condizioni proprie e peculiari dei tre 
poeti e dell' opera loro. 

Innanzi tutto i due poemi d' Omero e i drammi di Shakespeare 
sono più estesi della Divina Commedia, e l'essere un'opera poe- 
tica più lunga d'un altra, è in certo modo un vantaggio per chi 
n'è autore, che più versi ha scritto un grande poeta, più egli sem- 
bra meritare. Migliore e più persuasiva di questa è l'altra osser- 
vazione, che cioè il poeta drammatico ha per sé non pure i lettori 
ma gli spettatori, si fa insomma conoscere al mondo per mezzo 
del libro e del palcoscenico, mentre il poeta epico non ha se non 
un solo di questi mezzi per diventare illustre : il libro. Shakespeare 
ha quindi un gran vantaggio sopra Omero e Dante, e la sua ce- 
lebrità sarebbe forse meno grande s' egli fosse stato soltanto letto 
e non rappresentato. Dante inoltre fuori d'Italia non è letto e 
studiato nelle scuole come Omero, non è parte di quella cultura 
classica che fiorisce in ogni paese civile e riproduce tra gli altri 
classici anche Omero in continue e sempre più perfette edizioni 
scolastiche e critiche, fornite di più o meno prolissi commenti. 
Dall'altro canto, essendo la Divina Commedia scritta in italiano, 
e l'italiano assai meno parlato nel mondo dell'inglese, Shake- 
speare ha il vantaggio di poter essere letto ed inteso da una cer- 
chia di lettori assai più larga di quella che a sé può rivendicare 
il nostro poeta. 

Queste considerazioni danno evidentemente un valore soltanto 
relativo al giudizio che altri può formarsi intorno alla celebrità 
dei tre sommi poeti, fondandolo sul numero delle versioni e delle 
edizioni che ciascuno di essi può vantare. E tanto più relativo 
diventa codesto giudizio, in quanto che parlandosi di versioni 
in lingue straniere, si tien conto soltanto di quelle complete, e si 
ammette, per cosi dire, un compenso tra i volgarizzamenti di 
parti e brani dei poemi omerici, della Divina Commedia e dei 
drammi di Shakespeare. Ad ogni modo ecco quello che risulta 
dalla statistica quanto alle versioni delle opere dei tre poeti : 



130 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

La sola Islanda ha una versione in prosa di nn poema ome- 
rico ed una poetica di entrambi, e cosi pure una traduzione di 
parecchi drammi di Shakespare, mentre possiede tradotto un canto 
solo della Divina Commedia: il quinto dell'Inferno. 

Venti sono le traduzioni inglesi della Divina Commedia: dei 
poemi omerici poco più di dodici. 

Vi sono sedici versioni della Divina Commedia in francese, 
dei poemi omerici dodici, dei drammi di Shakespeare otto. 

I tedeschi posseggono diciannove versioni della Divina Cora- 
media, dieci dei poemi omerici e quindici di Shakespeare. 

II sacro poema è stato tradotto sei volte in spagnuolo; di 
Omero e dj Shakespeare la Spagna conta soltanto tre o quattro 
versioni. 

Mentre l'Inghilterra possiede, come s'è detto, venti versioni 
della Divina Commedia (di cui una è stata riprodotta in più di 
trenta edizioni), l'Italia ha soli tre volgarizzamenti di Shake- 
speare, e questi nemmanco completi. 

La Divina Commedia è stata tradotta quattro volte in olan- 
dese. Pari onore l'Olanda non ha tributato ad Omero e a Sha- 
kespeare. 

I Greci moderni hanno due versioni del sacro poema, una di 
Shakespeare e due d'Omero. 

Si hanno due traduzioni della Divina Commedia in russo, e 
due pure in ungherese ed in portoghese. In boemo, in polacco, in 
rumeno ed in svedese la Divina Commedia vanta una versione. 
Questi ultimi idiomi non posseggono tutti quanti traduzioni 
d'Omero e di Shakespeare. 

Ci sono finalmente quattro versioni latine del poema sacro 
e due soltanto, complete s'intende, dell'Iliade e dell'Odissea. 

Nel Catalogo inoltre vengono enumerate versioni delle opere 
di Dante in ventisei lingue ed in undici dialetti d'Italia; mentre 
sarebbe assurdo immaginare una traduzione dei drammi shake- 
speariani nei dialetti parlati, a mo' d'esempio, nella contea di 
Northumberland o in Edinburgo. 

E venendo al numero delle edizioni, impariamo dalla statistica 
che dal 1800 si hanno in media più di quattro edizioni all'anno 
del testo della Divina Commedia! È lecito dubitare che il secolo 
decimonono abbia prodotto parimenti quattrocento e quaranta 
edizioni del testo inglese di Shakespeare. 

Se mettiamo insieme tutto quello che in Italia si scrive su 
Dante, computando altresì ciò che si stampa per nozze e in ar- 
ticoli di riviste e di giornali, troviamo che annualmente il nu- 
mero di queste pubblicazioni dantesche è di più di duecento. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 131 

Gl'Inf^lesi, che sono quattro volte più numerosi degl'Italiani, giun- 
gono appena a pubblicare altrettanto sul loro Shakespeare. 

Volendosi poi dar ragione di questa veramente immensa lette- 
ratura che s'è andata accumulando su Dante, il Fiske accenna 
al carattere enciclopedico del divino poema, a quella ricchezza di 
simbolismo e di misticismo di cui ridonda e che esercita un fa- 
scino potente sul lettore religioso, a quel continuo richiamarsi a 
personaggi e ad avvenimenti storici, che possono ridestare sen- 
timenti patriotici o borie di campanile, senza dire degli episodj 
lirici, tragici e comici di cui è pieno e che accendono la fantasia 
di chi per poco vi cerchi ispirazioni. Quanta materia di discussione 
non offre la Divina Commedia in quelle sue allusioni vaghe del 
Veltro per es,, o della mistica cifra DXV, o di Gentucca, o nelle 
incomprensibili parole di Pluto e di Nèmbrotto ecc. ecc.? E la- 
sciando da parte le questioni che possono sorgere sull'astro- 
nomia dantesca e sulla topografìa dei tre mondi, e le discussioni 
critiche cui può dar luogo l'autenticità della Quaestio de aqna 
et terra e delle Epistole, e la veridicità della Cronaca di Dino 
Compagni ; incitamento continuo allo studio di Dante è l' ambi- 
zione che altri sente di voler dire l' ultima parola sul divino 
poema, di rivelarne l'intimo e piti alto significato, di valutarne 
le relazioni con l' autore, coli' epoca in cui egli visse, coi concitta- 
dini suoi e con le questioni teologiche di quel tempo. 

Accennato alla moltitudine d'interpreti della Divina Com- 
media che vestirono veste ecclesiastica, al fatto singolare di aversi 
in Olanda una ricca letteratura dantesca ed una invece poveris- 
sima nel paese confinante, il Belgio, ed all'impulso dato agli 
studj danteschi all'estero dagli esuli italiani; il Fiske passa a 
trattare della topografia e cronologia delle pubblicazioni della 
Divina Oommedia. 

Il maggior numero di edizioni del divino poema l'ha prodotto 
Firenze, e dopo Firenze le altre città italiane seguono in questo 
ordine: Venezia, Milano, Napoli, Torino, Roma. Di là dalle Alpi, 
Parigi occupa il primo posto, che del testo italiano della Divina 
Commedia ha dato circa trenta edizioni. Londra ne conta soltanto 
poco più di dodici, di cui la prima risale già al 1808. 

Le pritne tre edizioni della Divina Commedia videro la luce 
nell'anno 1472 e due di esse furono pubblicate a Foligno e a 
Iesi. La prima edizione fiorentina apparve nel 1481, la seconda 
nel 1506, la terza nel 1572 e la quarta nel 1595. Stupisce la scar- 
sezza di questa produzione fiorentina quando s' osserva che Ve- 
nezia dal 1477 al 1596 ha dato venticinque edizioni della Divina 
Commedia. Dal 1595 fino alla pubblicazione del testo della Divina 



132 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Commedia col commento del Venturi, incominciata nel 1771 ed 
ultimata nel 1774, le varie città di Toscana non lianno più pro- 
dotto nessuna edizione del sacro poema, ma dalla splendida edi- 
zione dell'accora (1817-19) in poi, Firenze ha dato quasi ogni 
anno più di una edizione del testo dantesco. 

Passando a parlare delle opere minori di Dante, il Fiske ci 
fa osservare che diciassette pagine del Catalogo compilato dal 
Koch sono dedicate alla enumerazione delle edizioni di quelle. 
Anche qui ci si trova dinnanzi ad una raccolta preziosa. 

La prima parte del Catalogo si chiude con un elenco delle 
opere latine ed italiane erroneamente attribuite al divino poeta. 

La seconda parte del Catalogo, non per anco pubblicata, con- 
terrà i titoli dei molti volumi scritti sopra Dante e l'opera sua. 
Per farci un'idea della cura adoperarla a formare tale raccolta, 
ci basti dire che il Fiske lamenta in essa soltanto la mancanza di 
uno degli Aneddoti del Dionisi e del volume di estratti dan- 
teschi in inglese di Emiliani-Giudici, pubblicato dopo la morte 
dell'insigne letterato per cura della vedova! Articoli di riviste, 
memorie accademiche, pubblicazioni per nozze, insomma quasi 
tutto quello che è stato scritto su Dante, si troverà in bell'or- 
dine enumerato nella seconda parte del Catalogo. 

« The labour we delight in physics pain » fa dire a Macbeth 
il poeta : ma nel caso del sig. Fiske il diletto ricavato dal suo 
lavoro è stato addirittura, ce lo dice egli stesso, il soddisfacimento 
di un'ardente passione: la bibliomania. Ma se egli ricusa ogni 
lode e nega a sé stesso ogni merito, non ci potrà impedire d'am- 
mirare questo genere di passioni tanto feconde per gli studj e che 
possono produrre un risultato pari a quello da lui ottenuto : che 
si debba cioè traversare l'Atlantico per trovare la più ricca rac- 
colta dantesca. Carlo Fobmichi. 

Egidio Gorra. — Fra Drammi e Poemi, saggi e ricerche, Milano, Hoepli, 
1900 (16.«, pp. X-527). 

De' sei scritti raccolti in questo volume molto ragguardevole per ampiezza 
di mole e di dottrina, tre non toccano che indirettamente la letteratura 
italiana; ma ciò non toglie ch'essi possano in qualche guisa giovare o in- 
teressare a chi voglia studiarla con mente bene informata d'alcuni fatti 
notevoli nella storia d'altre letterature ìnedievali e moderne, ch'ebbero colla 
nostra più o meno importanti contatti. 

Così, p. es., s' anche la romanza spagnola del Conde Alarcos (della quale 
il G. studia a lungo la fortuna nella poesia popolare e nel teatro di Spagna 
e di Germania) non ricevette mai, che si sappia, vera cittadinanza italiana, 
né come motivo lirico né come soggetto drammatico, la minuta notizia che il 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 133 

6. ci dà délV Alarcos, infelice tragedia di Federigo Schlegel (pp. 43-88), 
serve molto bene a far conoscere un episodio della vita letteraria d'uno 
scrittore le cui opere e le cui idee non passarono inosservate anche in 
Italia, specialmente dopo lo strepito sollevato dal Corso di letteratura dram- 
matica del fratello di lui, Guglielmo; e tutto ciò che appartiene agli Schlegel, 
specie in materia di teatro, importa non ai soli Tedeschi. — Ne ignoto 
air Italia del secento fu II teatro religioso di Calderon de la Barca che il 
6. (pp. 3-31-484) analizza e giudica con severa perspicacia. Orbene; non v'ha 
dubbio che la conoscenza di quel teatro, agevolata dall'indagine del G., sa- 
rebbe preziosa a chi volesse saggiare un po' più a fondo di quel che fin qui 
s'è fatto la nostra varia e copiosa produzione drammatica sacra del secolo 
XVII ; non perchè il teatro del Calderon sia stato presso di noi fedelmente 
riprodotto, o anche semplicemente tenuto in grandissimo pregio, ma perchè 
in ogni modo nel campo della drammatica di quel secolo son da cercare alcune 
delle pili importanti relazioni letterarie italo-ispane. Di più evidente utilità 
per gli studj nostri è poi il saggio su La teorica dell'amore e un antico 
poema francese inedito; non tanto per la dotta illustrazione di quel poema, 
(che è la Cour d'Amour di Mahius li Poriiers, composto sul principio del 
trecento, nel dialetto del Ponthieu) quanto per la larga esposizione delle dot- 
trine d'amore, che o derivate dall'opere amatorie d'Ovidio o scaturite dagli 
impulsi erotici e dai costumi cavallereschi di quell'età " che ha più di ogni 
altra intensamente e ampiamente amato ,, pervadono le due letterature me- 
dievali della Francia e si ripercotono nella nostra poesia delle origini. 

Degli altri tre saggi in cui il G. discorre di cose nostrali, uno riguarda 
Il costume delle donne in un poemetto italiano del secolo XVI. Sostanzial- 
mente, non è studio nuovo, ma piuttosto rimpasto e ampliamento della 
illustrazione che, sotto forma di recensione * il G. aveva già fatto di quel 
poemetto, quando venne pubblicato da S. Morpurgo, mettendo in rilievo 
le attinenze ch'esso ha con la letteratura morale e didattica del medio evo, 
specie la francese e la provenzale, intorno all'educazione donnesca. La ma- 
teria, che ha speciale importanza per la storia del costume, è familiaris- 
sima al G. che ha già studiata l'opera maggiore di Francesco da Barberino 
" ne' suoi rapporti colla letteratura provenzale e francese ,;* e a quello 
si riappicca l'altro di cui facciamo qui cenno, integrandolo con osservazioni 
e notizie interessantissime. Ma mentre le concordanze tra il Reggimento e 
la letteratura medievale congenere non possono sorprendere, sorprendono 
invece quelle che il G. scopre tanto frequenti tra i precetti dell'anonimo 
poemetto italiano (composto verisimilmente ne' prim' anni del cinquecento) 
e i precetti intorno alla disciplina delle donne, correnti due secoli innanzi. 
Giova però avvertire che forma e contenuto del componimento di cui si 
tratta permettono d'indurre ch'esso, opera di rozzo scrittore, non rispecchi 
le idee delle classi più colte e progredite, ma delle più umili, che son sempre 
l'ultime a risentire l'influenza de' mutati costumi, e sono in fondo le più 



1 In Giornale Storico d. lett. it. XIV, 269-78. 

* Lo studio su // reggimento e costume di donna del da Barberino, in Gobba. Stndj di cri- 
tica letteraria, Bologna, Zanichelli, 1892, p. 225. 



134 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tenaci conservatrici delle idee antiche; e ciò spiegherebbe l'accordo, natu- 
ralmente inconscio, dell'incolto verseggiatore nostro cinquecentista coi pre- 
cettisti di un'età ormai oltrepassata. 

Ardua è la materia dello studio intilolalo Per la genesi della Divina 
Commedia, in cui il G. rifuse uua sua più breve nota dantesca già edita: ' 
ardua, perchè ' le memorie segrete del genio non sono scritte ancora , 
(come diceva il De Sanctis, con parole che il G. fece bene a lichiamare); né 
forse quelle " memorie „ si potranno mai scrivere se la fortuna neghi di 
fornirci nella sicura luce dei documenti quanto ci occorerebbe sapere per 
chiarire senza dubbj l'origine di un'opera d'arte, e sia quindi necessità ag- 
girarsi tra le insidie della critica congetturale. Il G. del resto non si fece 
soverchie illusioni sul resultalo positivo e sull'efficacia persuasiva della 
sua dimostrazione (cfr. a p. 184); però convien dire che se il problema da 
lui postosi può essere sciolto, egli avrà contribuito con cotesta sua " inda- 
" gine laboriosa , ad affrettarne la soluzione. Egli muove dall'esame del primo 
sonedo della Vita Nuova, e ne ricerca il senso tanto controverso, conclu- 
dendo che " non l'ascensione di questo [Amore] al cielo, non il presenti- 
" mento di morte della donna amata, non la visione di alcuno dei regni del- 
" r oltretomba, dobbiamo scorgere nel nostro sonetto, ma solamente l'amor 

* del poeta che per la prima volta divien manifesto alla donna sua ed è da 
" lei timorosamente accettato, e il presagio di tutti i tormenti che dovevano 
" straziare il cuore di lui, come avevano già strazialo il cuore d'altri amanti; 

* sicché il pianto finale d'Amore altro non esprimerebbe che la pietà del 
"dio per le pene ineluttabili de' suoi devoti „.^ Escluso che nel sonetto si 
trovi qualche cosa che presagisca anche lontanamente il poema (e in ciò 
è facile consentire), il G. trapassa alla canzone Donne che avete intelletto 
d'amore, nella quale " la più parte dei commentatori e dei critici ha cre- 

* duto di scorgere il primo accenno alla Divina Commedia , (p. 123) ; e si 
sforza d'aprire il senso di que' tanto discussi tre ultimi versi della seconda 
stanza, scindendo il primo d'essi dai due che seguono (p. 140), per togliere 
co.sì all' alcun che ivi s' attende di perdere Beatrice, la coscienza di ciò che, 
per decreto di Dio, il quale solo lo sa, dovrà dire più tardi a' malnati. In 
qaeW alcun, condannato da Dio all'Inferno, il G. ravvisa la " gente villana, 
"in ispecie quelle male femmine.... che hanno osato metter male fra lui 
'[Dante] e Beatrice „ (p. 138); determinate persone, dunque, ben note al 



1 II primo accenno alla Divina Commedia, Pisicenza, Tip. Marcliesotti e Porta, 1898. 

8 Qualunque sposizione del senso dell'enigmatico sonetto urta coutro le difficoltà che, 
se crediamo a Dante, vi trovarono già tutti i pili famosi « dicitori per rima » a cui fu in- 
dirizzato; tuttavia quella proposta dal G. parmi una delle piti felici. Meno accettabile mi 
sembra invece la congettura (pp. 119-120) che il «fatto reale » da cui fu «molto probabil- 
« mente ispirato il sonetto » possa essere stato « un'apparizione vera e propria del dio di 
• Amore », cioè il signore detto dell' Amore, che guidò in gioia e in ullegresza per le vie di 
Firenze, nel 1283, come registra G. Villani, una compagnia e brigata di mille uomini e più; 
meno accettabile, dicevo, perché non so vedere connessione tra V esstngn tniia, orribile A' k- 
more, quale la fantasìa di Dante in que' versi lo pose, e l'essenza tutta gioconda d'Amore, 
quale i suoi occhi allora poteron vederlo. D'altra parte, troppo malagevole compito s'assu- 
merebbe la critica, se volesse cercare corrispondenze di fatti reali con tutte le visioni della 
Vita Aitava, appunto perché si tratta di visioni, cioè di fatti fantastici, essenzialmente sog- 
gettivi e d'origine essuuziaimeute iutcrua. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 135 

poeta; ma T allusione a costoro, che non conveniva scoprire, e il ricordo 
dei loro indiscreti discorsi, che non conveniva divulgare, l'avrebbero indotto 
ad avvolgere di prudente oscurità i suoi versi (p. 141). Che l' oscurità di- 
penda proprio dalla ragione intrav veduta dal G., non mi pare necessario; 
sono troppe le oscurità della Vita Nuova, che non si possono far dipender* 
da riguardi umani e dall'intenziou dell'autore; e anche quella che ci sta 
dinanzi potrebbe ben dipendere dall'impotenza nostra di trasferirci ne' re- 
cessi di quel mondo poetico, dove la compenetrazione dell'affettivo coli' in- 
tellettivo, della realtà col simbolo, crea spesso il nodo, non sempre solubile, 
io credo, da cui resta inviluppata nostra sentenza. Perciò parmi che sia più 
facile seguire il G. dov'egli s'accontenta sempUcemenle d'affermare che quei 
tre versi non involgono un accenno alla " morte prossima o lontana di Bea- 

* trice, * né a una dannazione, o a un viaggio infernale o oltramondano di 
" Dante ,, che non dove egli vuol cogliere la ragion stessa della oscurità del te- 
sto. Accenno diretto alla Commedia in que' versi, dunque, no; ma qualche cosa 
nella canzone stessa, pel G., come pel Mazzoni, annunzia che Dante nel det- 
tarla " già s'avviava alla grande opera che fu l'opera di tutta la sua vita „; 
né l'opera é promessa o disegnata; ma la contrapposiziohe di Beatrice 
desiata in alto cielo ai malnati che saran privi per sempre di lei nell'in- 
ferno, era germe destinato a svolgersi e a fruttificare più tardi. Molto più 
tardi, dice il G., perchè nella 2.'* canzone della Vita Nuova: Donna pietosa 
e di novella etade (dove, se mai Dante l'avesse concepito, il proposito d'an- 
nunziare ai malnati: Io vidi la speranza dei beati, avrebbe potuto e dovuto 
nuovamente manifestarsi), nulla accenna ai regni degli spiriti dannati o pur- 
ganti; la morte di Beatrice non gli schiude che la visione del cielo; l'in- 
ferno non è più nominato; l'ultimo sonetto della Vita Nuova accenna solo 
ai fulgori paradisiaci verso i quali é rapita la mente del poeta; e la mira- 
bile visione stessa, adombrata nell'ultima prosa del terribile libello, non 
contiene l'annunzio della più ampia visione dei tre mondi d'oltretomba, 
che sarà materia della Commedia, ma piuttosto di una visione celestiale, 
che Dante forse incominciò ad abbozzare in patria ; ma fu cosa, se mai, 
diversa dal poema sacro. 11 disegno di questo, secondo il G., sorse nella mente 
di Dante solo dopo ch'ei passò attraverso alle tempeste delle lotte politiche 
e dell'esilio, dopo ch'ei compose il Convivio e scrisse e meditò, se non 
pubblicò, il De Monarchia (p. 178); perché " una cosa fra tutte l'altre risulta 

* con sufficiente chiarezza, ed é che i regni dell' inferno e del purgatorio 
" (paradiso terrestre) sembrano delinearsi a poco a poco nella mente di Dante 
" durante la composizione del Convivio e del De Monarchia „ (p. 180). 

Io non ho voluto che indicare alcune stazioni del lungo cammino per- 
corso dal G., e riferire alcune delle sue affermazioni più importanti, senza 
esporre e discutere gli argomenti di cui le rincalza. Troppo spazio mi sa- 
rebbe occorso; ed inoltre io non sono un dantologo di professione; che 



1 Veramente, quanto alla morte di Beatrice, si può concedere che quei tre versi non 
l'annunzino, ma non concederei che non l' annunzi il primo verso della stanza : Madonna 
è desiata in alto cielo. La pietà divina difendeva nostra par/e, sta bene, e concedeva che Bea- 
trice rimanesse ancora sulla terra; ma per quanto tempo sarebbe rimasto inesaudito il 
voto dei beati? B quel voto non annunzia eh' è prossima la fine della vita terrena di lei? 



1S6 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ormai gli studj danteschi, per l'incessante strabocchevole lavorio della cri- 
tica, son divenuti tal selva, che non invita ad entrarvi chi se ne sia te- 
nuto fuori. Tuttavia il G. mi conceda d' osservargli che le corrispondenze 
e le discordanze ch'ei nota tra il Convivio e la Commedia (p. 178 e sgg.) 
non mi sembrano tutte atte ad avvalorare la sua tesi; e se è verissimo che 
" alcuni capitoli del Convivio si potrebbero dire il miglior commento ai primi 
* canti dell'inferno dantesco „, donde viene la necessità che il commento 
sia stato scritto prima del testo? E se, nel Paradiso, Dante sostiene intorno 
agli angeli dottrina diversa da quella accettata nel Convivio * — ed è da 
credersi che la dottrina seguita nel poema sia stata da lui abbracciata dopo 
la composizione del trattato — che cosa importa ciò rispetto alla genesi, 
meglio, alla prima concezione della Commedia ? Ciò servirà solo a provare 
che il Paradiso fu composto dopo il Convivio (cosa su cui non cade dubbio) ; 
ma non già che il disegno del poema e rincomiuciamento d'esso seguissero 
alla elaborazione dei quattro libri del trattato. So bene che cotesta opinione 
ebbe molti seguaci e fu anche confortata, già sono molt'anni, di parecchi 
notevoli argomenti; ma so anche che da allora fino ad oggi la questione 
della cronologia delle opere di Dante non ha ricevuta soluzione definitiva, 
né l'avrà forse mai; sicché il problema della genesi della Commedia, senza 
un positivo fondamento di dati cronologici riesce di necessità difficilissimo 
e tale da non poter ricevere che soluzioni soggettive. In ogni modo, comun- 
que s'intenda che l'idea del poema sorgesse e maturasse nella mente di 
Dante, a me non pare ragionevole supporre ch'egli incominciasse ad attuarla 
molto sul tardi. 

Che la Commedia, come noi l' abbiamo, non sia quale ei da principio la 
foggiò, almen nelle parli, se non nell' insieme, è probabile : che attraverso a 
molti stadj di elaborazione l'opera sia passata, si concepisce facilmente; ma 
appunto perciò è forza ammettere ch'essa sia stata concepita e iniziata per 
tempo; e se non prima dell'esilio, come credette il Boccaccio, non troppo 
più tardi; ma a qual epoca della vita di Dante riporteremo noi i notissimi 
versi del Paradiso: 

Se mai continga che il poema sacro 

Al quale ha posto mano e cielo e terra, 

Sì che m'ha fatto per pili anni macro?,.., 

Non certo all'estremo della vita del poeta, quando gli anni e i disinganni 
dovevano avere spenta in lui ogni luce di speranza nel ritorno * al bello 
" ovile ,; ma s' anche egli li avesse scritti circa il '21, parmi che il tenore 
del terzo verso ci obbligherebbe ad intendere che intorno al poema egli ve- 
niva allora lavorando da ben lungo tempo; e del resto parmi ancora ne- 
cessario di pensare che solo nel fiore della virilità egli poteva accingersi ad 
architettare l'immensa mole. Ma basti. 

Quasi corollario e complemento degli altri studj drammatici raccolti in 
questo volume, vien ultimo lo studio Delle origini del dramma moderno, 
in cui il G., proponendosi di chiarire e di giustificare alcuni dei giudizj da 
lui prima espressi, si pone anzi tutto questo quesito : " In nome di quale 



1 Anche rispetto alle macchie lunari Dante enuncia due dottrine diverse nel Convivio 
e nella Commedia; ed altre discordanze ancora rilevansi tra le due opere. 



DBLLA LETTERATURA ITALIANA 137 

• diritto, e a norma di quali priiicipj possiamo condannare o approvare que- 
" sto quel poeta drammatico, questa o quella specie di dramma? (p. 487). 
Perché, com' egli osserva e prova poi con parecchi esempj vecchi e recen- 
tissimi, * se mai furono discordi i pareri dei critici, se mai opinioni tra loro 
" disparatissirae furono mai * propugnate, egli è nel dominio della letteratura 
" drammatica , (p. 488). 

Ma la discordia dipese appunto dall' adozione di criterj assoluti ed esclu- 
sivi: non esiste un genere drammatico archetipo; esistono invece varj tipi 
di dramma, diversi da luogo a luogo, da tempo a tempo, capaci tutti di 
"una propria perfezione , (p. 491); ed è vero; il guaio è che un a priori, 
scolastico soggettivo, guida il più delle volte fatalmente i critici a giu- 
dicare secondo il " sistema drammatico , preferito. Dopo una chiara ed esatta 
esposizione del libro recente di Emile Faguet: Drame ancien, drame moderne, 
il G. rileva (ciò che il Faguet non fece) alcune affinità tra la drammatica 
moderna e la medievale; perchè "molti caratteri, anzi il più appariscente 
" carattere del dramma moderno, che è la vastità del suo contenuto, è proprio 
' anche del dramma medievale , (p. 500), e se per dramma moderno inten- 
diamo quel dello Shakespeare e del Galderon, è forza riconoscere che al- 
Vorigine di esso la drammatica mediovaie non fu estranea. Inoltre pare al 
G. che " chi voglia ricercare le origini e comprendere l'indole del dramma 
" moderno, non deve perdere di vista le ragioni etnografiche „ (p. 501). E 
la considerazione di questo principio del fattore etnico operante nella pro- 
duzione drammatica, lo conduce a ricercare perché non tutti i popoli mo- 
derni ebbero un teatro tragico, e perché in particolar modo non l'ebbe l'Italia. 
L'Hillebrand, di cui il G. espone largamente il pensiero, ed altri assai 
prima* attribuirono la povertà drammatica dell'Italia alla mancanza d'unità 
nazionale; altri ad altre cause estrinseche, come il giogo della Chiesa e del- 
l'antichità; altri infine (per farla breve) la trovarono in una specie d'or- 
ganica e morale inettitudine nostra alle forme più alte della poesia dram- 
matica; e questa è l'opinione che il G. preferisce ; parendogli "che se un 
" paese non può vantare un grande poeta drammatico, segno è che il suo 
" popolo non è stato atto a produrlo , (p. 522). Però, secondo il G., cotesta 
incapacità non è soltanto della nazione nostra, si piuttosto della razza latina, 
e si limita alla tragedia; che Roma " può vantare Plauto e Terenzio ,, la 
Francia, Molière, la Spagna ha una drammatica " che è fatta di intrighi e di 

* caratteri comici ,, l'Italia ha " la commedia del cinquecento e il Goldoni „; 

* mentre " il vero dramma tragico è patrimonio dei popoli germanici, e finora 
"dell'Inghilterra, che ce ne ha dato l'esempio più insigne; e già alcuni 
" sintomi [Ibsen, ecc.?] fanno sperare che un'altra età gloriosa gli si venga 

• fra quei popoli preparando , (524-25). Questo è lo scheletro dello scritto 
del G., che potrà non persuadere, ma fa pensare, ed ha certo due pregj che 
troppo spesso vanno disgiunti nella critica: copia di fatti e copia d'idee. 

Emilio Bertana. 

1 Questo secondo « mai » è probabilmente un degli errori tipografici di cui nel volume 
si nota una certa frequenza. 

* Ricordo, p. es., l'Algarotti; secondo il quale, se i Frauceesi avevano veramente un 
teatro tragico, e non l'avevano gl'Italiani, ciò era da ascriversi alle diverse condizioni po- 
litiche dei due popoli; perché l'Italia non formava, come la Franca, un grande stato, né 
aveva un gran centro comune, come era Parigi. 



138 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

GuGT.iELMO Felice Damiani. ~ Sopra la poesia del Cavaìier Marino. 
Studio. — Torino, Clausen, 1899 (8.°, pp. 230). 

E curiosa la corrispondenza che esiste fra la vita di Giovan 
Battista Marino e la fortuna toccata al suo nome nella storia 
delle nostre lettere. Come quella ebbe due distinti periodi, l' uno 
torbido, agitato, dissipato e spesso anche infelice, l'altro, al con- 
trario, felicissimo e gloriosissimo, cosi in due periodi può distin- 
guersi questa : nel primo dei quali la fama del poeta brilla di 
una luce vivissima ed abbondano gli ammiratori e gli imitatori ; 
nel secondo è ricoperta da un'oscura nube di oblio o esposta agli 
attacchi malevoli degli avversarj. Oggi è palese nei critici la ten- 
denza ad un ritorno, per cosi dire, all' antico : la figura del Ma- 
rino desta l'interesse degli studiosi; le tante accuse ond'egli fu 
fatto segno dall'Arcadia in poi sembrano ai più, se non addirit- 
tura false, certo esagerate soverchiamente: e le opere sue (sopra 
tutte, com'è naturale, V Adone) vengono sottoposte a indagini 
pazienti ed intelligenti che ne determinano il carattere, ne stu- 
diano l' originalità, ne apprezzano il valore artistico e morale. Si 
ritorna, dunque, all' antico, ma solo parzialmente e con molta cau- 
tela: ben lontani dalla cieca ammirazione d'una volta, non si trova 
però giustificato neppure il cieco disprezzo che le succedette; e 
alle enfatiche lodi degli uni e ai biasimi sdegnosi degli altri si 
contrappone lo studio obiettivo dei fatti, giungendo cosi ad un 
pili equo apprezzamento dell'opera raariniana. 

Di questa equanimità e temperanza di giudizio è, in parte, 
novella prova il presente studio del Damiani, il quale, analizzando 
con molta cura e con finezza di gusto le poesie minori ed il 
maggior poema dello scrittore napoletano, mentre ne mette in 
rilievo i pregj molteplici, non manca di notarne, al tempo stesso, 
i numerosi difetti. Ho detto, però, solo in parte: poiché la sim- 
patia dell'autore per il Marino apparisce evidente nel corso del 
suo lavoro e talvolta riesce, senza che egli se ne accorga, a for- 
zargli la mano e a fargli esagerare i meriti e l' importanza del 
poeta di cui con tanto amore si occupa. Cosi, dopo aver fatto con 
molto garbo l'esame della canzone del Marino dedicata alla me- 
moria della madre di cui egli piange la perdita, dopo avere op- 
portunamente osservato che questo affettuoso canto familiare, 
unico in tutta la produzion poetica mariniana, apparisce « grande 
« nella sua solitudine », il D. non esita a metter fuori questa re- 
cisa e pericolosa affermazione: « non solo di fronte all'opera ma- 
« riniana ha questa canzone sommo valore, si bene di fronte a 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 139 

« tutta la letteratura uazionale precedente » (p. 48). Questo è 
troppo davvero; né so come abbia potuto scrivere una tal cosa 
l'autore, che pur non ignora, che dice anzi espressamente esservi 
stati, anche prima del Marino, poeti ai quali l'amore della fa- 
miglia otFri nobili ispirazioni, e che del Fontano, ad es., con giu- 
sto criterio riconosce che « le ingenue elegie De Amore Coniu- 
« gali e il Quinqiiennius per la sua Adriana, le dolcissime Neniae 
« per il piccolo Lucio che gli ride dalla cuna, i Versus Jambici 
« dettati quando questi non ancor trentenne gli moriva, i Tumuli 
«nei quali rivive il ricordo d'una tenera sorella, la memoria del 
« padre, della figliuola, degli amici, formano la più copiosa e bella 
« corona di carrai ispirati al talamo, alla cuna, al sepolcro » (p. 49). 
In che modo, adunque (e si noti che l'esempio del Fontano non 
è isolato), in che modo può l' unica canzone del Marino aver 
tanta importanza quanta glie ne attribuisce il suo critico? per 
qual mai ragione un solo componimento avrà sommo valore ri- 
spetto allo svolgimento della letteratura nazionale, mentre, assai 
prima del tempo in cui esso fu scritto, abbiamo delle intere rac- 
colte di versi familiari? qual'è, insomma, il carattere nuovo, il 
pensiero nuovo, il nuovo sentimento che quell'unico carme in- 
troduce nella lirica nostra, si che possiamo veramente assegnargli 
nella storia delle nostre lettere quel posto onorevole e, quasi direi, 
privilegiato, che il D. gli assegna? Ripeto: mentre nella prima 
parte del suo giudizio, l' autore dice una cosa giusta e coglie nel 
vero, va poi, nella seconda, oltre i limiti della giustizia e della 
verità. E ciò gli avviene perché, quantunque riesca il pili delle 
volte a mantenersi imparziale, egli ha nondimeno una cosi viva 
simpatia per il suo soggetto che, necessariamente, deve cader suo 
malgrado in qualche esagerazione: a quel modo stesso che un 
uomo di buon senso, quando pur sappia riconoscere, in virtù ap- 
punto di questo suo buon senso, i difetti della donna amata, dif- 
ficilmente saprà astenersi dall' ingrandirne fuor di misura i pregj 
reali. 

Non saprei, dunque, in nessun modo accordarmi con quanto 
il D., quasi dimentico delle molte pecche d' ispirazione, di conte- 
nuto e di forma che egli medesimo verrà via via notando al Ma- 
rino nel cprso del suo lavoro, scrive sul principio di questo: 
« E veramente il Marino fu il solo poeta, il solo grande artista 
« della penna che l'Italia producesse nel secolo XVII: ultimo di 
« quella schiera di creatori che dal padre Dante erasi continuata 
« senza interruzione fino al Tasso, egli chiuse il ciclo della vera 
« arte nazionale, conducendo la poesia italiana fino all' estremo li- 
« mite del suo svolgimento. Intorno a lui, né dopo di lui fino al 



140 RASSEGNA BIBLIOGRFIACA 

« Parini nessun poeta grande fiori, e gli imitatori suoi non furono 
« altro se non fuchi ignobili, subito nati, subito caduti nell'oblio. 
«L'opera del nostro poeta invece, una e compatta, logicamente 
« derivata dalle precedenti e rappresentante l' età sua, fu a torto 
« per SI lungo tempo disprezzata e negletta » (p. 13). Anche chi 
sia disposto ad ammettere l'assoluta preminenza del Marino su tutti 
i poeti del sec. XVII (ma avrebbero, credo, ragione di dolersi di 
cosiffatto giudizio i lirici della scuola classicheggiante e massi- 
mamente il Chiabrera per le sue canzonette ed i suoi sermoni) 
non potrà non meravigliarsi nel veder l' autore delV Adone anno- 
verato fra gl'ingegni creatori, e dovrà poi addirittura inarcarle 
ciglia per lo stupore al sentirsi dire che egli « chiuse il ciclo della 
« vera arte nazionale » e condusse « la poesia italiana all' estremo 
« limite del suo svolgimento ». Ingegno acuto ed arguto egli fu 
senza dubbio; certo si è pure che ebbe da natura felici disposi- 
zioni artistiche, mobile e vivace immaginazione; che, infine, sia 
stato abilissimo artefice di versi musicalmente perfetti nessuno 
nega: ma bisogna pur riconoscere che tutti i suoi pregj sono quasi 
esclusivamente formali, e spesso anche la forma resta essa mede- 
sima offuscata da quei viziosi artificj che già lo fecero, a torto, 
incolpare di aver egli per primo introdotto nella nostra poesia 
il cosiddetto secentismo. All' infuori di questa sua abilità tecnica, 
non si trovan certo nel Marino quei caratteri che contraddistin- 
guono la vera opera d'arte e le danno il valore di una creazione: 
non la profondità del pensiero, la sincerità del sentimento, l'acu- 
tezza dell'osservazione; non l'arte sapiente di disporre, aggrup- 
pare, organare con impeccabile armonia le diverse parti del la- 
voro; non la segreta virtù di impadronirsi dello spirito del let- 
tore cosi da scuoterlo, infiammarlo, elevarlo quasi sopra sé stesso, 
costringerlo a gemere e a fremere; non la capacità di scolpire 
un carattere, di plasmare (se cosi posso esprimermi) un perso- 
naggio in modo eh' esso non ci apparisca quale un pallido e in- 
determinato fantasma, ma quale un essere vivente e operante; non, 
in una parola, quell'intellettual fuoco animatore che, per dirla con 
un moderno poeta, folgora in incendi che irraggiano ogni età. Come, 
dunque, possa chiamarsi creatore il Marino confesso di non saper 
vedere; ma ancor meno riesco ad intendere come possa dirsi che 
egli recò l'arte nostra all'estremo limite del suo svolgimento. 
Giungere ad un limite estremo significa, come ognun vede, tro- 
varsi nell'impossibilità di proceder più oltre: dalla qual premessa 
dovrebbe, dunque, trarsi la conseguenza che la poesia italiana, 
dal Marino in poi, non è avanzata di un passo. Ma, allora, che 
dovremo dire del Parini, che l'autore stesso rammenta, e di tutti 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 141 

gli altri veramente grandi poeti i quali si succedettero dalla se- 
conda metà del secolo scorso fino ai giorni nostri? Bisogna pro- 
prio supporre che il D., trascinato dalla foga dello scrivere, sia 
corso più in là di quel che avrebbe voluto ed abbia usato una 
frase che o non riflette o imperfettamente riflette il suo pensiero. 
Questo per ciò che riguarda il valore artistico del Marino e 
l'importanza che deve essergli attribuita nella storia della lette- 
ratura italiana. Ma v'è un altro punto, fondamentale, nel quale 
credo, non solo di potere, sibbene di dover dissentire dall' autore 
del presente studio. Secondo lui, G. B, Marino «fu l'ultimo de- 
« gli Umanisti », e il secentismo « rappresenta l'ultima forma del 
« Rinascimento classico, cosi nelle arti del disegno come nelle 
« lettere » (p. 12). Ora, a me sembra che qui si confondano due 
fatti assolutamente discordanti fra loro : quello del massimo fio- 
rire della letteratura e dell' arte, e quello della loro decadenza. 
Figuriamoci di dover salire su un monte: si va poco a poco gua- 
dagnando in altezza ; si superano ad una ad una le vette secon- 
darie; si giunge all'ultimo vertice, sopra il quale non è che il 
cielo. Questo ultimo vertice appunto ci rappresenta il termine 
della nostra ascensione, la sommità più elevata alla quale ci era 
possibile pervenire. Che se volessimo (Continuare il cammino sul- 
l'altro versante della montagna, la nostra non sarebbe più ascen- 
sione, ma discesa; e, anche dopo aver percorso qualche buon chi- 
lometro, non potremmo certo immaginarci di esser saliti più in 
alto. Fuor di metafora, una determinata forma letteraria o una 
determinata età storica trova la sua ultima espressione in quel- 
1' opera d'arte o in quel periodo che ne riassume e ne perfeziona 
i caratteri, che svolge e matura tutti i germi disseminati e quasi 
nascosti nei precedenti tentativi, che rielabora, rinnova e dà un'im- 
pronta immutabile a tutti gli elementi che già preesistevano. 
Cosi le visioni o, in generale, la letteratura ascetica e scienti- 
fica del medio evo avrà la sua finale espressione nella Divina 
Commedia. Cosi la materia cavalleresca delle chansons de geste 
e dei romanzi d'avventura troverà la sua manifestazione suprema 
nelV Orlando furioso dell'Ariosto. Cosi il Rinascimento (giacché 
appunto di esso si parla) raggiungerà il suo pieno sviluppo e la 
sua espressione definitiva nel sec. XVI. Il seicento è età di de- 
cadenza; ed il secentismo, per ciò, lungi dal rappresentarci, come 
pensa il D., un ulteriore svolgimento della rinascenza classica ed 
esserne « l'ultima forma », ci rappresenta un allontanamento, una 
deviazione, un distacco da essa. Intimi rapporti ha invece, com'è 
ormai ben noto, con quella maniera vi/iosa di poetare che, ger- 
mogliata sul tronco del petrarchismo, si andò, fino dalli' estremo 



142 RASSEGNA BIBTJOORAFICA 

quattrocento, svolgendo parallelamente alla cultura umanistica ed 
al rifiorire della letteratura volgare e continuò a vivere di una 
vita molto più rigogliosa di quel che comunemente si creda an- 
che nel seguente sec. XVI. Or questa viziosa maniera, della quale 
il secentismo è davvero l' ultima forma, si manifesta bensì durante 
il periodo del Rinascimento; ma dal Rinascimento, in quanto lo 
si consideri, non come età, sibbene come fatto letterario ed arti- 
stico, e in quanto si tenga conto, non dei limiti cronologici entro 
i quali è racchiuso, ma dei suoi caratteri essenziali, sostanzial- 
mente differisce. 

Ho creduto necessario fermarmi a fare queste considerazioni 
d'ordine generale intorno a concetti ed apprezzamenti dal D. 
manifestati, perché essi direttamente riguardano la natura stessa 
della poesia secentistica in genere e della poesia mariniana in 
ispecie e perché, dissentendo in ciò dall'autore, avevo l'obbligo 
di addurre i motivi di questo mio dissenso. Del resto, il presente 
studio è degno di molta lode. Scritto in buona forma, cosi da 
offrire una lettura, oltre che istruttiva, dilettevole, è la più ampia, 
diligente e garbata analisi che dell' opera del Marino sia stata fatta 
sin qui. 

Tratteggiata a rapidi ma sicuri tocchi la via letteraria dal 
Marino percorsa, ossia l'età, l'occasione e la fortuna delle sue 
molteplici opere, riferiti molto opportunamente e illustrati quei 
brani delle sue scritture dai quali possono ricavarsi i criterj arti- 
stici del poeta, il D. esamina e decompone nei suoi svariati ele- 
menti tutta la ricca produzione di lui. E da questo esame emer- 
gono chiarissime le principali qualità dello scrittore napoletano: 
abilità tecnica meravigliosa nella costruzione dei versi; raffina- 
tezza e preziosità nell'espressione del pensiero; desiderio quasi 
sfrenato di godimenti sempre nuovi, non senza però una lieve tinta 
di amarezza, di sconforto e di noia; ricerca del nuovo e dell'arguto; 
incapacità di provar nell'animo e fermar nelle rime una vera '6 
forte passione; capacità, al contrario, di rappresentare squisita- 
mente tutte le dolcezze e i languori del piacer sensuale; in- 
temperanza nell'uso dei concettini, delle lambiccature, delle me- 
tafore barocche; tendenza ad ingrandire soverchiamente soggetti 
di per sé tenui, non suscettibili di una lunga trattazione, mediante 
continue ed inopportune digressioni dall'argomento; facilità di 
cader nel vacuo, nell'uniforme, nel monotono; abuso di elementi 
mitologici e di poesia descrittiva; libertà, finalmente, che passa 
ogni limite e rasenta la sfacciataggine, nel valersi dell'opera 
altrui, saccheggiando, senz'ombra di scrupolo, antichi e moderni 
scrittori, e sopra tutto attingendo ai poeti della decadenza greco- 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 143 

latina. Da tutte le quali caratteristiche, che la bella analisi del 
D. mette in rilievo, si vede esser giusto quanto dissi pili sopra, 
che cioè il D. stesso cade, senza volerlo, in una esagerazione 
quando mostra di credere che il Marino, pur appartenendo alla 
decadenza, sia un grande poeta. 

Un'ultima osservazione a proposito delle fonti dell'Adone, di 
cui il D. discorre al capitolo XI. Egli ofiEre gran copia di rav- 
vicinamenti e di raffronti, valendosi delle ricerche altrui e di ri- 
cerche sue proprie; ma (non sappiamo perché), mentre indubbia- 
mente conosce le indicazioni offerte dal Rossi,' dal Sicardi ' e 
dal Gaspary, 3 di tutt'e tre i quali cita gli scritti in altro suo 
lavoro,^ non ne tiene poi conto in questa che pur doveva essere 
una trattazione completa dell'argomento. Per es., a proposito del 
giudizio di Paride, che il Marino racconta nel e. II, egli dice 
esser due le fonti, il Dearum Judicium di Luciano e il Bapfus 
Hélenae di Coluto alessandrino; ma non v'è dubbio alcuno che 
anche il Metamorphoseon di Apuleio offri linee e colori all'au- 
tore deir^dowe, sia per la descrizione ch'egli fa delle tre dee ^ 
sia per le considerazioni finali a cui si abbandona. ^ Cosi il na- 
scimento di Venere, descritto nel e. VII, è verissimo, come il D. 
afferma, che deriva dai Dionysiaca di Nonno; ma è anche vero che 
dalla stessa opera di Apuleio trasse il Marino quasi letteralmente 
la descrizione dei festosi ossequj fatti alla Dea dalle divinità del- 
l'Oceano.'' Finalmente per citare un ultimo esempio (giacché sa- 
rebbe ozioso riferir qui tutte le osservazioni fatte da altri), non 
trovo che il D. faccia menzione delle ottave del e. XVI nelle 
quali il Marino descrive il tempio di Venere, e che sono, più che 
imitate, tradotte dal Tempie de Cupido di Clemente Marot.^ Quale 
sia la cagione di questi volontarj silenzj (e dico volontarj, poiché, 
come già osservai, il D. non ignora gli scritti citati) non saprei 
davvero immaginare. Certo, sorprende e dispiace che l'autore, 
invece di cogliere l'opportunità di riunire insieme nel capitolo 
dedicato alle fonti deìVAdone tutti i resultati sicuri o probabili, 
cui siamo potuti fino ad oggi pervenire mercé il concorde lavoro 
di non pochi studiosi, abbia preferito limitarsi a indicarne sola- 
mente alcuni. Sorprende e dispiace: perché i lettori, che avrebbero 



i In Giorti. st. d. leti, it., XIX, 143 sgfj. 

» Ibidem, XXII, 210 sgg. 

3 Ibidem, XV, 306 sgg. 

* Nuove fonti dell'Adone di Già. Bnttiata Marino (in Gioin. ut d. lett. it., XXXII, 372, n. 4). 

3 Rossi, p. 150 n. 1. 

6 Si e ardi, pp. 211-12. 

7 Sicardi, pp. 213-14. 

8 Gasp ary,pp. 307-8. 



144 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

potuto trovare in una sola opera la sintesi, breve ma fedele, delle 
indagini critiche sulle imitazioni ed i plagj del Marino, saranno 
invece costretti a ricorrere ancora agli svariati libri ed articoli, 
che si son venuti pubblicando sull'argomento in questi ultimi 
anni. Ikeneo Sanesi. 

Niccolò Machiavelli. -- H Principe, testo critico con introduzione e note a 
cura di Giuseppe Lisio. — Firenze, G. C. Sansoni editore, 1899. Nella Col- 
lezione di opere inedite o rare di ogni secolo della letteratura italiana 
(8.° gr., pp. LXXII-121). 

Lo STESSO. — Il Principe, con commento storico, filologico, stilistico a cura 
di Giuseppe Lisio. — Ivi, 1900. Nella Biblioteca scolastica di classici ita- 
liani (8.», pp. XXV-160). 

Dall'unificazione, frutto degli studj umanistici, della nostra lingua lette- 
raria, scaturì' — com'è noto — nel cinquecento un tipo nazionale di 
prosa, pienamente adatto ai gusti e ai bisogni del tempo. A questa prosa 
l'impronta comune, italiana, non impedì' punto di essere, nella sua signorile 
gravità ed eleganza, varia insieme e viva; nessun argomento, di fatto, ch'essa 
non abbia trattato, nessun genere in cui non abbia fatto le sue prove. Ma 
le glorie maggiori e migliori vanta nella storiografia e nelle discipline a que- 
sta affini. Niccolò Machiavelli ci ha offerto un perfetto modello di stile per 
la filosofia della storia: poiché egli, pur attingendo ai prosatori della latinità 
molto della loro maniera di distribuire nelle sue parti una complessa idea, 
pur inchinando piuttosto alla forma raziocinativa sintetica, che non a quella 
che nell'analisi sminuzza, seppe schivare gl'iperbati, i viluppi, le ambiguità 
dei prosatori latineggianti e boccaccevoli e, lontano dai fronzoli della reto- 
rica, riflettere pieno e sincero nel suo stile, come in nitidissimo specchio, 
il vario colorarsi e atteggiarsi della materia storica o politica nella sua mente 
profonda. 

Sennonché, non tutti gli scritti del Segretario Fiorentino si conformano 
interamente al tipo nazionale di prosa italiana instaurato per effetto della cul- 
tura umanistica e per opera del Bembo; il quale la lingua letteraria com- 
pose a unità modellandola sui capolavori de' trecentisti toscani, perché questi 
gli parvero rispecchiare, come meglio non si sarebbe potuto, le sembianze 
della lingua del Lazio. Gonvien distinguere le prime scritture del Machiavelli 
vissuto ben trent'anni nel secolo XV, per ufficio avvezzo alle formule curia- 
lesche, uso a operare pivi che a meditare, dalle appartenenti all'ultimo pe- 
riodo della sua vita, coeve o posteriori al rinnovamento operato nella lin- 
gua dal Bembo. In quelle abbondano i residui dell'asperità quattrocentistica, 
del gergo curiale, della licenza (comune prima di tale rinnovamento) in fatto 
di ellissi, iperbati, anacoluti e via dicendo; in queste ben maggiori sono la 
regolarità, l'italianità e la correttezza grammaticale. Si sente, che i dotti ra- 
gionamenti nelle ragunate degli Orti Oiicellarj, il più assiduo e meglio di- 
sciplinato studio di Livio, Tacito e Cicerone, infine l'esempio dell'Ariosto e 
i precetti del nuovo dittatore della repubblica letteraria hanno avviato il 
Machiavelli per una strada alquanto diversa dalla seguita in addietro quanto 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 145 

a stile ed a lingua. DaAV Arte della guerra alle Istorie Fiorentine tale evo- 
luzione letteraria si compie come per gradi. " È il Quattrocento che diviea 

* Cinquecento, il Toscano che si fa Italiano nella prosa, come nella poesia, 

* come in tutte le arti del tempo glorioso ,, afferma il prof. Giuseppe Lisio 
conchiudendo l'introduzione critica al testo dei Principe di cui parliamo. E 
a dimostrar ciò la sua industre fatica giova non poco: egli, riconducendo 
quanto era possibile alla forma più genuina l'opera che meglio d'ogni al- 
tra rispecchia l'animo e la mente del Machiavelli, ha implicitamente deter- 
minato i caratteri del primo stadio della sua evoluzione linguistica e stilistica. 

Questa nuova edizione del Principe, pertanto, recherà notevoli servigj alla 
storia letteraria. Il Lisio vi ha posto grande amore, vi si è accinto dopo ma- 
tura preparazione, ha adempiuto in essa, con pazienza non disgiunta da lar- 
ghezza e genialità d' idee, a tutti gli ufflzj del pubblicatore di testi critici. 
Modelli ottimi gli soccorrevano; principalissimo, la magistrale edizione del 
De vulgari eloquentia curata da Pio Rajna. Ma l'impresa offriva difficoltà 
speciali: poiché fra gli scritti del Machiavelli il Pri'ncj/je più d'ogni altro ha 
risentito di quel travestimento, che è frutto del partito preso dai trascrit- 
tori o editori * di modificare, togliere o aggiungere, correggere più o meno 
" lievemente, e presentare al pubblico l' opera in tal forma che possa me- 
" glie piacere „. 

Gom' è noto, la prima edizione del Principe è quella del Biado (Roma, 
1532), la quale contribuì non poco a costituire la lezione vulgata : facendone 
una disamina accuratissima, il Lisio vi rileva correzioni e " leccature cer- 
" cate ,, che non derivan certo dall'autore. La seconda, uscita in luce quattro 
mesi dopo a Firenze pei tipi dei Giunti, segue la lezione (che più della ge- 
nuina sembrava adatta ai gusti comuni) della stampa romana; racconcian- 
dola qua e là, dove o non piacesse o paresse oscura, col sussidio d'un ma- 
noscritto, " tanto per darsi l'aria di far cosa nuova e originale,. Perciò a 
torto essa pure è stata presa per fondamento del testo in molte delle suc- 
cessive ristampe: fra le quali neppur la cosiddetta testina, curata a mezzo 
il secolo da un riformista italiano rifugiato a Ginevra, merita l'autorità e 
la fama onde un tempo godette. Assai meno infedele e condannabile è il 
testo del Principe messo fuori da Reginaldo Tanzini e Francesco Tassi nel 
quarto volume delle Opere di N. Machiavelli, Italia, 1813 ; pel quale furon 
messi a profitto il cod. Laurenziano XLIV. 32 e il Riccardiano 2603, pur te- 
nendo a riscontro le stampe antiche. Gli studiosi giustamente fino ad ora 
dettero la preferenza a questa edizione: la quale ci rappresenta come un 
primo tentativo di ricostruzione critica del testo, che in qualche capitolo 
giunge a dargh assetto non diverso (e nei luoghi ove divergono non sempre 
peggiore) da quello che gli dà ora il Lisio, un po' troppo severo verso due 
valentuomini che hanno ben meritato degli studj intorno al Machiavelli. 

Esaminale le stampe principali, ragguagliato il lettore della espurgazione 
a cui il Principe soggiacque, sul cader del cinquecento, per opera della cen- 
sura ecclesiastica, il Lisio viene a discorrere de' manoscritti di cui si è gio- 
vato, nessuno dei quali autografo o sicuramente apografo ; e li descrive mi- 
nutamente, ne tesse la storia, ne indaga le scambievoli relazioni, ne costruisce 
con giudizioso acume l'albero genealogico. Primo e più degno di tutti "per 



146 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

" l'autoiilà del nome che porta , è il Mediceo-Laurenziano XLIV. 32, cui Biagio 
Buonaccorsi, l'intrinseco amico e collega del Machiavelli, "donò a Pandolfo 
" Bellacci, lontano parente per parte della moglie „; non ha, peraltro, tal va- 
lore, da poter essere preso per unico fondamento alla nuova edizione: onde 
soltanto dall'esame comparativo dei codici e della prima slampa (che, per 
quanto rimaneggiata, non è trascurahile) può ricavarsi regola certa — come 
giustamente osserva il Lisio — per la ricostituzione critica del testo. Dopo 
tale esame, l'editore espone i criterj da lui segufti nella ricostituzione stessa; 
che non son quelli del più bel fior ne coglie, ma altri razionali e oggettivi, 
epperò veramente scientifici. Come accade sempre quando si tratti d'un 
testo composito, qualche volta la lezione prescelta può parere, movendo da 
riflessioni diverse da quelle che ne han consigliato 1' adozione, meno auten- 
tica di qualche altra riferita in nota; l'aver dati in latino i titoli dell'intera 
operetta e delle varie sue divisioni può parere inutile pedanteria, chi pensi 
come il Machiav€lli stesso abhia scritto trattato de' principati, trattato del 
principe e da ultimo, pare. Il principe, senz'altro, e come alcuni codici re- 
chino le rubriche in forma volgare; infine, qualche incoerenza e qualche 
rigidezza soverchia nell'applicazione de' criterj di metodo adottati non sa- 
rebbe impossibile rilevare anche in quest'edizione incomparabilmente mi- 
gliore di tutte le altre. Ma ubi plura nitent non et/o paucis offendar ma- 
culis; d'altra parte, il copioso apparato critico dà modo ai pili schifiltosi 
di sindacar l'opera dell'editore, e le note in cui egli ha esposto via via le 
ragioni delle sue preferenze son mezzo e stimolo per indagare e discutere. 
Passerò, pertanto, a un altr' ordine di considerazioni. 

Che sia bello possedere l'opera pili letta e pili discussa del Machiavelli 
in forma vicinissima a quella che aveva quando usci dalla penna dell'au- 
tore, a nessuno può venir in mente di revocare in dubbio. Ma quanti vor- 
ranno consentire col Lisio nel chiamar bella essa stessa, codesta forma, po- 
sta a raffronto con la vulgata? In che su questa s'avvantaggia? In che ne 
differisce sostanzialmente? I crudi latinismi, gl'intercalari in latino di curia- 
lesca provenienza, gli anacoluti, gl'idiotismi, onde il testo ricostituito dal Lisio 
ribocca, son dunque gemme che accrescano valore e splendore alla prosa 
machiavelliana? No. Il rassettamento della nostra lingua operato da Pietro 
Bembo col richiamarla agli esempi letterarj de' grandi toscani del trecento 
fu, dica altri quel che vuole!, indubbiamente provvidenziale; fu il miglior 
frutto dell'erudizione umanistica per l'Italia, perché non solo ci ha dato una 
lingua letteraria (l'autonomia idiomatica delle regioni avea minacciato di 
distruggerla appena formata); ma anche quel tipo nazionale di prosa, a cui 
sopra accennammo, il quale, appagando i gusti e i bisogni del tempo, ci fece 
maestri all'Europa. Senza di esso né l'Ariosto — massimo de' nostri poeti 
dopo Dante e il Petrarca — avrebbe maravigliato il mondo colla perfezione 
dello stile e dell'eloquio; né il Galilei — massimo de' nostri prosatori dopo 
il Boccaccio — avrebbe potuto cosi lucidamente ed efficacemente divulgare 
fra i popoli civili le verità scientifiche da lui scoperte e dimostrate. 

Il Lisio oggi ci ha ridalo il Principe del Machiavelli nella forma dialet- 
tale fiorentina in cui fu scritto; e noi eruditi dobbiamo sapergliene grado: 
il Biado e Bernardo di Giunta per mezzo di opportuni ritocchi, pochi anni 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 147 

dopo la pubblicazione delle Prose del Bembo, dettero all' Italia e alle nazioni 
còlle d'Europa la celebiatissirna e vitupeiatissima opeiella in forma più ita- 
liana, più consona al nuovo avviamento linguistico; e quanti non toscani 
avrebbero di mal animo sopportato la noia di tanti latinismi, idiotismi e so- 
lecismi poterono con più diletto e minor fatica seguire il pensiero politico 
del grande statista. Qua! dei due il Principe più autentico? Quello italiano 
della tradizione o quello fiorentino della critica nuova? Si badi bene. 11 
Machiavelli lasciò inedita quest'operetta. Chi ci assicura, che ciò che parve 
necessario di fare ai primi editori non avrebbe fatto egli stesso nel divulgar 
per le stampe il suo libro? Si sa l'importanza ch'ei dava alla lingua, della 
quale dispulò, in un Dialogo ben noto, cosi giudiziosamente; si sa la cura 
con cui, quando non lo distraessero pubblici o domestici negozj, miglio- 
rava e ripuliva le cose sue. Io per me credo fermamente, che il Principe, 
gettato giù alla lesta, senza vere intenzioni letterarie e per uso special- 
mente di Giuliano de'Medici, nella parlala* stessa dell'autore e del destina- 
tario, sarebbe stalo più lardi rimaneggiato nella lingua e nella sintassi dal Ma- 
chiavelli tramutatosi di semplice cancelliere e consigliere in letterato e da 
ultimo in istoriografo ufficiale, se questi ne avesse avuto l'agio, il tempo e 
la voglia. Lo scritto d'occasione sarebbe cosi diventato opera letteraria quale, 
dopo il Bembo e l'Ariosto, gl'Italiani vagheggiavano, quale lo ridussero, senza 
bisogno di sostanziali mutamenti, gli editori. R come opera letteraria il Prin- 
cipe è sialo letto e ammirato fino a qui; come tale, pertanto, corrisponde 
alle intenzioni dell'autore (non potute tradurre in atto) meglio nella vulgata, 
che nella forma originaria restituitagli dal Lisio. 11 quale ha fatto cosa n e- 
cessaria; poiché ha fallo conoscere agli studiosi il Principe in vernacolo 
fiorentino, cioè il Principe uscito dalla penna del Machiavelli; e gli studiosi 
glie ne saranno grati per molle buone ragioni, né vorranno lesinargli la 
lode ch'egli si merita per l'avvedutezza e la coscienziosa diligenza con cui 
ha provveduto alla non facile bisogna. Ma il " gran pubblico , potrà anche, 
a mio avviso, seguitare senza scrupolo a leggere l'operetta in una forma 
meno ostica al suo palalo; purché altri si prenda la briga di costituirla sul 
fondamento delle prime slampe, lenendo conto delle correzioni di arbitrj ed 
errori fatte dal Lisio. Senza scrupolo ; poiché in fondo il testo stabilito dal 
nuovo editore è, come già s'è detto, composito, vale a dire per qualche ri- 
spetto necessariamente arbitrario. Per le desinenze -orno, -orano ecc., pei 
troncamenti, per le forme differenti d' una medesima parola, egli ha bensì 
messo a profitto gli autografi del Machiavelli, che numerosi si conservano 
d'altri suoi scritti; ma ha dovuto confessare, che "qui s'erge sempre, né 
* sempre superabile, lo scoglio della natura variabile dello scrittore , (p. LXVI). 
" Chi può pretendere — egli soggiunge — di fissare il momento grafico, 
" filologico, stilistico del Machiavelli, di cui non credo esista Ira gli scrittori 
" italiani indole artistica più liberamente e variamente mossa e atteggiata? „ 
allora? Tanto fa presentare al pubblico largo un testo del Principe im- 
mune da que' brutti dialettalismi e fedele al tipo regolare della prosa cin- 
quecentistica. 

11 Lisio ha pubblicato anche un'edizione scolastica del Principe stesso, 
corredata da un commento storico, filologico e stilistico, che per l' accura- 



148 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tezza non disgiunta da opportuna sobrietà recherà utilissimi servigi, e pre- 
ceduta da un'elegante, densa e lucida prefazione. Quanto al testo, ove si pre- 
scinda dalle rubriche dei capitoli, date qui non più in latino ma in volgare, 
e da qualche formula curialesca, surrogala col modo itahano corrispondente, 
esso è il medesimo dell' edizione per gli studiosi. Ed io gli auguro buona 
accoglienza per parte de' nostri insegnanti. Ma non posso né voglio nascon- 
dere, che, nel rispetto dell'opportunità didattica, dare in mano a giovani 
immaturi alla critica, non anche ben saldi in arcione quanto a morfologia 
e a sintassi, un lesto dialettale pieno di solecismi, arcaismi e latinismi mi 
sembra molto pericoloso; e che, a mio parere, codesta vernice d'antiquato 
e di vernacolo potrà far prendere in uggia agli scolari un libro per se stesso 
faticoso a leggersi a cagione della qualità del soggetto e della densità suc- 
cosa dello stile. Apro a caso la nuova edizione del Principe, e trascrivo: 
" Discorrendo ora per opposilo le qualità di Gommodo, di Severo ecc,, li tro- 
" verrete crudelissimi e rapacissimi: li quali, per satisfare a' soldati, non per- 
" donorono ad alcuna qualità d' injuria che ne'populi si potessi commettere; 
" e tutti, eccetto Severo, ebbono tristo fine. Perché in Severo fu tanla virtù, 
" che, mantenendosi soldati amici, ancora che populi * fussino da lui gravati, 
" posse sempre regnare felicemente; perché quelle sua virtù lo facevano nel 
"conspetto de' soldati e de' populi si mirabile, che questi rimanevano quo- 
" damniodo ' attoniti e stupidi ecc. , (pag. 89). 

Non si rechi in mezzo qui l'esempio della Vita del Cellini, dove gli ana- 
coluti ed altri solecismi abbondano! Nel bizzarro artefice, sfornito di classica 
cultura e non avente neppur l'ombra d'intenti letterarj, le irregolarità della 
forma sono una caratteristica dell'ingegno e dell' animo, quasi quanto le sre- 
golatezze della vita. Egli era cosi fatto ; pensava a quel modo, a quel modo 
parlava, a quel modo, di conseguenza, scriveva; cento Bembi o cento Ariosti 
non r avrebbero per ninna cosa al mondo indotto a parlare e scrivere di- 
versamente! Ma il Machiavelli è celebre come letterato, è proposto come 
modello di stile e di lingua; quella patina ai l'ha raschiata via in gran parte, 
deliberatamente, ne' suoi scritti posteriori: essa era — mi si conceda l'espres- 
sione — un residuo di quattrocento, e nel Machiavelli il mondo ammira lo 
scrittore in tutto e per tutto cinquecentista, l nostri scolari debbon leggere 
l'autobiografia del Cellini, perché non è lecito a italiani ignorare il più ori- 
ginale, il men riflesso e artificioso, de'lor prosatori: d'altra parte, in essa, 
mentre la forma, inimitabile nella sua singolarità, quasi agevola, anziché tur- 
barla a cagione de' solecismi, la piena comprensione del pensiero; il diletto 
della lettura è tenuto vivo dalla copia di tipi bizzarri immaginai-j e di pro- 
fili o ritratti imitati dal vero, nonché dalla vivace dipintura de' costumi. Lo 
stesso non è da dire certo del Principe. Perciò sarà proprio necessario, che i 
giovani imparino a conoscere il grande storico e statista in abito cosi di- 
messo alla fiorentina, invece che vestito dei panni reali e curiali, ch'ei 
diceva di indossare quando conversava cogli antichi intrattenendosi con essi 
da pari a pari? Francesco Flamini. 



i Oiustairiente nell'eiliz. scolastica il L. ha corretto: cli'e popoli (p. 114). 
2 II L., sentendo 11 sapore ttdenziano di questo periodo, ba corretto nell'ediz, scolastica: 
«ri un certo modo (ivi). 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 149 

TuLLO GoNCARi. — Il Settecento. — Milano, Vallardi, 1900. Voi. Vili della 
Storia letteraria cT Italia scritta da una Società di Professori (pp. VII-432). 

L'autore di questo volume è ben chiaro che non ha preteso di fare lavoro 
originale, ma piuttosto opera di compilazione e di divulgazione; onde noi non 
pretenderemo di trovarvi ciò che l'A. non ebbe in animo di darci, ma ci ac- 
contenteremo di esporne succintamente il contenuto, notando preferibilmente 
qua e là quello che, pur non rinunciando al suo peculiare carattere, l'opera 
avrebbe dovuto contenere per riuscire, secondo noi, più omogenea e meno lon- 
tana da una relativa perfezione. 

È fuor di dubbio intanto che, de' varj secoli della nostra letteratura, il 
Settecento è fra quelli, per cui noi contiamo un maggior numero di opere 
che, dagli scritti biografici alle vere storie letterarie, ne illustrano, più o meno 
diligentemente e con diverso metodo, le vicende fortunose e ne facilitano lo 
studio e la conoscenza. Di queste opere lo stesso C. ne ha citate parecchie,* 
e altre ancora avrebbe potuto utilmente forse citarne.* 

Pur tuttavia — giova notarlo a suo vantaggio — il G. non ebbe, come 
altri, o soltanto parzialmente, un utile esemplare in quella Storia letteraria 
d'Italia che il medesimo editore pubblicò vent'anni or sono, e che il C, 
non sappiamo davvero il perché, non ha qui ricordato a suo posto. In quella 
Storia infatti manca un volume che descriva compiutamente lo svolgersi 
del nostro pensiero letterario nel sec. XVIII; giacché 1' opera dello Zanella, 
com'è noto, inconaincia la trattazione dalla metà di quel secolo e giunge 
sin oltre la metà del nostro.' 

E una siffatta partizione del Settecento non può certo parere fuor di pro- 
posito a chi sappia che il sec. XVIII è considerato come diviso in due periodi, 
nel primo dei quah il Seicento, per dirla col Masi, " allunga, svolge e compie 
"sotto l'aspetto politico e morale le sue ultime parabole storiche,;* due 
periodi, talmente e per tanti rispetti distinti fra loro, che è impossibile, o per 
lo meno assai difficile, seguirvi compiutamente la storia evolutiva de' varj 
generi letterarj, senza dover modificare qua e là, con danno grave per la chia- 
rezza e l'euritmia dell'insieme, il metodo e l'indirizzo della trattazione. 

Che cosi sia veramente, lo prova pure l'opera del G.; la quale, a nostro 
parere, offre evidentemente qua e là oscurità e lacune e ritorni inutili di 
concetti, che forse un'opportuna partizione di materia e di tempi avrebbe 



* Nella nota preliminare alle Noie ed Appttnti Bibliografici gnìl' hitrodtisioìie (p. 407). 

* È vero ch'egli nota soltauto le opere generali che gli servirono nei corso dei volume, 
e a noi non dovrebb' esser lecito pretendere, a questo proposito, di far delle aggiunte. Ma 
come mai, ci vien fatto di domandarci, l'A. non citò fra quelle la Storia Citile nella Let- 
teraria del Tommaseo (Torino, 1872); non // Terzo Riiiascimetiio del Guebzoni (Palermo, 1874): 
non Parrucche e Snnctilotti nel sec. XV Iti di E. Masi (Milano, 1880); non V Italia prima della 
hivoluzione francese del Tivaroni (Torino, 1888); non l.' Arcadia della Scienza del Bertana 
(Parma, 1890); non la Storia del Giorno (Bologna, 1892) e le Letture del Risorginitulo italiano 
(Bologna, 1896) del Carducci; né altre ancora, di cui — a parte l'effettivo loro valore — 
l'À., senza dubbio, si valse e che citò poi ripetutamente ? 

3 G. Zanella, Storia delta letteratura italiana dalla metà del 700 ai giorni nostri. Voi. VI 
della Storia letteraria d'Italia scritta da una società d'amici. Milano, 1880. 

* Parrucche e SanculoHi nel aec. XVIll, già, cit. ; Prefazione p. TL 



150 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

facilmente evitati. Ma tale è F opera; e talee pure V Introduzione che il G. 
vi ha preposta (pp. 1-10), nella quale, secondo noi, altro ancora si sarebbe 
dovuto dire, per dare del Settecento un quadro più colorilo; e, certo, ben 
altro il G. stesso vi avrebbe detto, se non l'avesse forse trattenuto la preoc- 
cupazione di dover poi nel seguilo del volume, per le peculiari necessità 
della trattazione, ritornale sugli stessi concetti e dar loro Uno svolgimento 
più esteso. 

Gosi poco parla qyxeW Introduzione della poesia e delKi vita del tempo; 
quasi nulla dice delle scuole e degli altri istituti d'istruzione, che pur ebbero 
nel '700 favore e sviluppo; nulla affatto poi dello stato delle lettere nelle altre 
nazioni d'Europa, su cui un cenno opportuno, anche senza la frondosa am- 
piezza dello Zanella, avrebbe certo aiutalo a conoscer meglio l'ambiente e lo 
spirito del Settecento italiano, il quale, a differenza delie età precedenti, studiò 
e assimilò la produzione letteraria e scientifica straniera, e ne ritrasse novità 
d'idee e ricchezza d'esperienza. E, più particolarmente, accennando all'Arca- 
dia e a quello che l'A., con frase che ci suona strana, chiama ' collettivismo 
poetico, ombroso e stringato „ (p. 3), non tocca di proposito del Petrar- 
chismo, che dell'Arcadia fu, com'è noto, lo spirito informatore, e osserva 
invece che l'Accademia " coonerò ... a quel gran lavoro critico intorno alla 
" storia e al giure, alle origini, alle costumanze, alle leggi, alle lingue , (ih.), 
che rese illustri il Gravina, il Vico, il Muratori, il Maffei, il Giannone. Gosicché, 
al lettore può venir fatto di domandarsi se quello sia slato proprio il fruito 
della vera Arcadia, o non piuttosto dell'ingegno e dell'operosità di valen- 
tuomini, che all'Accademia appartennero, ma non subirono l'influsso di quel 
particolare carattere e di quelle speciali tendenze. Ghe cosa hanno a che fare 
essi coi Grescimbeni, cogli Zappi e coi Frugoni? Anche l'Alfieri allora fu ar- 
cade; e fu arcade il Goldoni, il quale, come l'A. stesso confessa, forse troppo 
recisamente, * è il solo scrittore del secolo che, prima dell'Alfieri, sia uscito 
" interamente d'Arcadia, anche s'egli vi reciti, improvvisando, nella Golonia 
" Alfea, e scriva anacreontiche e soncUi per monacazioni e quaresimali „ 
(p. 90); e fu arcade il Muratori, che sognò, come nota l'A. stesso, di contrap- 
porre alla federazione poetica dell'Arcadia " un'associazione di quanti ingegni 
* in Italia sentivano il bisogno di avviare l' opera loro a intenti più pro- 
" filtevoli e ben definiti „ (p. 175). Ma non son questi, osiamo ripeterlo, gli 
Arcadi che crearono la dittatura letteraria del primo Settecento e ne infor- 
marono r arte e il gusto poetico. 

E cosi, quando pone di fronte il formarsi e lo svolgersi progressivo della 
nuova cultura negli studj di erudizione e negli scritti dei filosofi e dei poeti, 
alla decadenza nelle arti e nelle lettere, espressione e rappresentazione di 
vita frivola e di educazione falsa, ci pare che l'A. non faccia risaltare ab- 
bastanza chiaramente il confronto e la distinzione, mentre da essi, a parer no- 
stro, dipende essenzialmente la conoscenza dell'ambiente del Settecento, che 
distingue in sé slesso l'età del letterato accademico e cortigiano dall'età, ben 
più feconda, del letterato enciclopedico. Senza notare che ricordando Milano, 
attivo focolare delle nuove idee, l'A. ci pare che non avrebbe dovuto tra- 
scurar Napoli, dove pure il Settecento vide sorgere un' audace e geniale schiera 
di riformatori; e toccando delle arti belle, sulla scorta, più che d'altri, del 



DELLA LÈTtÈRAtURA ITALIANA 151 

Fradeletto,* avrebbe potuto accennare anche alla musica, che fu pur tanta 
parte della vita eEfeminata e gioconda del secolo. 

Venendo ora al primo dei nove capitoli di cui l'opera si compone, e che 
è dedicato a L'Arcadia, notiamo anzitutto che anche quii' A. ci pare attri- 
buisca a quell'Accademia, come peculiare fenomeno letterario del Settecento; 
una importanza ed un significato ben più lati di quelli che, secondo noi, 
sarebbe giusto attribuirle; e ciò, mentre ci dà della vera Arcadia un quadro 
assai efficace (pp. 14 sgg.), manifestando le tendenze letterarie con cui s'am- 
pliò nel '700, e che l' A. avrebbe fors' anche 'pili chiaramente espresse, se 
avesse tenuto un po'conto del carattere della poesia fuori d'Italia, nella quale 
non mancavano le smancerie e le frivolezze, e avesse meglio mostrato come 
quel genere di poesia abbia potuto sorgere e cosi prestamente prosperare. 

Quanto alla storia dell'Arcadia, diremm:) che l'A. avrebbe potuto par- 
lare un po' pili delle origini e della costituzione di essa — sono noti i recenti 
studj su Cristina di Svezia — giacché anche la storia esterna dell'Accademia 
avrebbe giovato a lumeggiare l'ambiente dell'età, certo assai meglio dei 
seaiplici rimandi al Crescimbeni fatti nelle note bibliografiche ;c dare anche 
un'idea più chiara e, direm cosi, sensibile, dei tre stadj per cui passò l'arte 
dell'Accademia. — Ai poeti della prima maniera d'Arcadia l'A. accenna, se- 
condo noi, un po' confusamente; più si ferma invece sui poeti della seconda 
e terza maniera; ma parlando di Tommaso Crudeli come favolista (pp. 28-9), 
ci pare che avrebbe potuto dir qui quel poco che delle favole in versi disse 
più oltre (p. 270), tanto più che non da tutti si giudica che il Crudeli sia 
stato il primo a tentare in ItaUa questa maniera di poesia ; ^ come a pro- 
posito del Metastasio (pp. 34-41), ci sarebbero parse più opportune in nota 
che nel testo certe osservazioni critiche che forse nuocciano all' armonia 
ed all'economia della trattazione. Quanto al Frugoni (pp. 40 sgg.), l'A. dice 
di parlarne qui " per non rompere l'unità dell'impressione che nasce da co- 
' testa lirica d'amore „ (p. 40),' ma noi pensiamo piuttosto ch'egli n'abbia 
voluto trattare in questo luogo per non interrompere il filo della trattazione 
carducciana; 3 altrimenti, perché discorrer qui del Casti (pp. 47 sgg.), mentre 
di lui dovrà parlare più innanzi e in argomento, come l'A. stesso riconosce 
(p. 50), ben più importante, ne' rispetti del Casti, della lirica d'amore? 

Di pochi Arcadi l'A. tocca di proposito e con notizie precise; né noi gli 
sappiamo dar torto. Ma ci pare però che qualcuno di essi avrebbe pur 
meritato qualche cenno maggiore, e fra questi, per es., il Crescimbeni, di 
cui l'A. non dà più in tutto il volume alcuna notizia precisa, mentre avrebbe, 
se non altro, dovuto chiarire i diversi intendimenti di lui e del Gravina per 
rispetto alla poesia arcadica, ai quaU invece l'A. non accenna quasi affatto.* 



1 Cfr. specÌHlmente L'Arie nel Settecento in l.a Vita Itnliann nel Settecento [yi.\\a.no,\9,9fi; 
pp. 423-492). 

2 Cfr. G. Malaooli. Carlo Cantoni umorista e faioUggiatore del sec. XVIll; in Giorn. Stor. 
voi. XXr.pp. 263-99. 

3 Prefaz. ai Poeti erotici del sec. XVI II (Firenze, 1868). 

* Ci preme dichiarar ciiiaramente nna volta per tutte che nell'esame di questo volume 
noi non suggeriremo aggiunte bibliografiche, se non quando ne saremo, per dir cosf, auto- 



l52 RASSEGf^A BIBLIOGFtAFlOA 

Il dramma musicale, a cui il Martelli — com'è noto — assegno persincy 
una funzione sociale, fu senza dubbio, una delle più forti passioni del secolo; 
e al dramma musicale dedica l'A. tutto il cap. Il — che è in complesso un 
buon capitolo — rivendicandone l'italianità ed esponendone chiaramente 
r evoluzione, dal barocchismo mitologico e romanzesco del '600 alla compo- 
stezza ed eleganza artistica del Metastasio, attraverso " il dramma regolato, 

* ma il pili spesso povero e secco „ (p. 60) di Apostolo Zeno.* A proposito del 
quale, più valente erudito che melodrammografo, ci pare che, secondo il si- 
stema dell'A., non sarebbe stato qui il posto di trattarne cosi distesamente, 
mentre, là dove si tocca delle azioni sacre che lo Zeno ed altri compo- 
sero (p. 61), avrebbe pur meritato un cenno il Frugoni, per quanto infelice 
poeta drammatico egli sia riuscito. Ad ogni modo, per l' erudito non ci sembra 
né opportuna né sufficiente una citazione di tre correzioni fatte al Fontanini 
(pp. 62 sgg.), che, al caso, ben altri esempj avrebbe l'A. potuto darci; e pel 
poeta Cesareo, sarebbero stati, secondo noi, più opportuni quei cenni sulla 
musica e sulla poesia alla corte di Vienna, che l'A., sulla scorta del Landau, 
dà più innanzi trattando del Metastasio (pp. 70-1). Ai melodrammi del quale 
l'A. dedica buone pagine (pp. 63-83), accennandone 1' evoluzione graduale se- 
guita allo svolgimento psicologico del poeta; per conchiudere, dopo aver giu- 
stamente osservato che " sentenziare noi di que' drammi, per la sola lettura, 
" divisamente dalla musica a cui erano accoppiati, non è senza pericolo, per- 
" che la musica non era allora un accessorio, ma essenziale al dramma e il 

* libretto, scisso dallo spartito, non offre che un solo elemento di giudizio „ 
(p. 80), giudicando il Temistocle " la più alta manifestazione del dramma me- 
tastasiano ,, malgrado le note preferenze del Metastasio stesso per il Regolo. 
Ma a completare lo studio del teatro metastasiano, avremmo volentieri viste 
discusse alcune delle principali accuse mosse contro di esso, e sulla scelta 
dei soggetti, e sulla monotonia dell'ordito, e sull'incoerenza dei caratteri, e 
sulla conformità delle situazioni, e sull' abuso di certi mezzi scenici, a cui l'A. 
accenna, secondo noi, un po' troppo di sfugirita.^ Cosi fra i molti, dopo il Me- 
tastasio, che si provarono nel dramma musicale, ci pare che avrebbe potuto 
accennare anche a Girolamo Gigli e a Giovanni De Gamerra, dei quali a 



rizzati dal C. stesso, il quale di alcuni scrittori ha dato in nota una bibliografia pili o meno 
completa, di altri nulla aifatto o quasi. Che il sistema ci piaccia, non vogliamo dire: ma 
noi faremo soltanto qualche nota bibliografica, se sarà del caso, quando svili' argomento 
ne avrà fatte di proposito anche l'A. — Tuttavia, permettendoci una volta tanto uno strappo 
alla regola, ci pare di poter giustamente osservare che l'A., parlando a p. 43 di Carlo Ca- 
stone della Torre di Eezzonico, avrebbe dovuto citare il Bebtana , che a quel valentuomo 
dedicò parte della svia pregevole Arcadia della Scienza (già cit.). 

1 Di T. WiEii l'A. avrebbe dovuto citare, anziché lo studio pubblicato nel Xnovo Aicìiivio 
Veneto, il volume, cavato da questo, / teatri muaicali veneziani del Settecento (Venezia, 1897). 

2 Quanto alla bibliografia metastasiana, parecchi altri scritti avremmo volentieri visti 
citati, giacché ve ne sono ricordati altri di minoro importanza; e fra di essi l'articolo dello 
ScHERiLLO su Gli inlerme.-..-.i alla Didone del Metastasio, pubblicato nel n. 21 del Preludio del 
1882; e l'opera di L. Falconi, /'. Metaatasio alla corte di Carlo VI (Vienna, 1883); e lo studio 
Bu P. Metastasio del Masi (in Parrucche e Sanculotti ecc. già cit.); e altri ancora. Cosi avremmo 
voluto veder ricordato qui V Adrainiteno di G. A. Gavuzzi, che fu una delle pivi felici pa- 
rodie del dramma musicale e che l'A. ha ricordato invece trattando della Letteratura gio- 
cosa morale e didascalica (p. 276). 



DELLA LETTERATURA ITALIANA l5fl 

Voler esser giusti, non dovrebbero soltanto ricordarsi le altre opere dramma- 
tiche.* E giacché tocchiamo di lacune, ne approfittiamo per osservare altresì 
che avremmo visto volentieri colmata quella sulle cantate, che furon quasi 
frammenti di melodrammi ed eran degne perciò d'essere rammentate in questo 
capitolo: ne scrissero, come è noto, il Rolli, il Frugoni, il Baretli, Antonio 
Conti, il Metastasio, e altri ancora. 

L'espressione comica espulsa dal dramma aulico per opera specialmente 
del Metastasio, trovò naturale rifugio nell'opera buffa e nella commedia del- 
l' arte. Del dramma giocoso, specie napoletano, eh' ebbe tra noi, dopo il Me- 
tastasio, una straordinaria diffusione, l'A. parla in fine del II cap., toccando 
specialmente del Socrate immaginario di 6. B. Lorenzi e di Ferdinando Galiani 
— non Antonio, come scrive l'A. (p. 87) — e delle opere buffe del Casti e 
del Da Ponte.^ E della Commedia s'occupa tutto il cap. Ili, ohe nel suo com- 
plesso ci pare buono, quantunque, secondo noi, non possa soddisfaue inte- 
ramente il lettore pel poco ordine usato nella distribuzione degli argomenti.' 
Già, se un difetto rilevante ha, secondo noi, questo volume del G., è la fre- 
quente mancanza di ordine nella esposizione, che rivela qualche volta, e ci 
vorremmo sbagliare, una sintesi non troppo meditala e profonda. ""* 

Aprono il cap. Ili alcune buone pagine sul teatro comico prima del Gol- 
doni (pp. 90-100); ma noi non comprendiamo perché l'A. col Gigli, col Nelli 
e col Fagiuoli,'* non abbia voluto esaminare anche 1' opera di Scipione Mafifei 
e di P. I. Martelli, i cui tentativi, siano pure stati, come l'A. dice, " troppo 
" alieni dai criterj lelterarj del Goldoni per farne i precursori di quella ri- 
" forma , (p. 91), a noi pare tuttavia che meritassero d'essere conosciuti dal 
lettore. E poi, quanto al Gigli, l'A., mentre parla di altre opere di lui, nulla 
dice, né qui né altrove, del suo Gazzettino, che pure dà, a nostro avviso, 
un'idea del gaio e pungente umore del Gigli e non è opera da trascurarsi 
del tutto; ^ e quanto al Nelli, conveniva, a parer nostro, che l'A.. parlando 
della parte che il Nelli 'dà nelle sue commedie ai servi astuti e intrapren- 
denti, ricordasse la derivazione dì questo carattere dall'antica commedia 
classica e da quella del Cinquecento. Infine : sta bene che il Goldoni avverta 



1 E toccare, se non per altro in omaggio al nome del Uoldoni : dei drammi musicali- 
del quale scrissero di recente C. Musatti [Drammi musicali di Goldoni e d'altri tratti dalle, 
sue commedie, in L' Ateneo Ve>ieto XXI, 1, 1 (1898); e P. G. Molmenti (/ drammi musieaU di 
Goldoni; in Gazzetta Musicale an. 1898, n. 13). 

2 II Da Ponte mori a New-York nel 1828, e non nel 1728 come si legge, certo per errore di 
stampa, a p. 89. 

3 Perché sull'argomento trattato nel Cap. IH non ricordar nelle note lo studio del 
GiTEBZCKi su // Teatro nel sec.XVllI (Milano, 1876), non citato nemmeno altrove, e l'opera 
su La Comedia Italiana di I. Ciampi (Imola, 1880)? 

* Sul Faginoli conveniva, secondo noi ricordare anche lo studio di G. Palagi, /-a villa 
di Capeggi e il poeta G. B. Faginoli (Firenze,' 1876) e l'articolo di G. Biagi, G. B. Faginoli in 
Polonia (in Ross. Xasionale, voi. XC, 16 agosto 1896). 

5 Giacché l'A. ha ricordato nelle note lo studio sul Gigli di M. Vanni, perché non ci- 
tare dello stesso autore il Ritratto critico di G. Gigli fatto da V. Benvoglienti, pubblicato nel 
Bullett. senese di storia patria V,2? Né vogliamo dimenticare le pagine dettate sul Gigli da 
E. Camerini in Xttovi profili letterari voi. Ili, pp. 192-219 (Milano, 1876). — E cosi: giac- 
ché l'A. ha ricordato in nota l'opera del p. Concina, nemico dei Indi scenici, perché non ricor- 
dare in questo luogo il Trattalo dei teatri antichi e moderni che il Mafifei da ttò contro di lui ? 



154 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

nella Prefazione alle sue Commedie (Venezia, 1752) che il teatro comico era 
allora corrotto a segno " che si era reso abbominevole oggetto di disprezzo 
• alle oltramontane nazioni ,; ma questo non dispensava, secondo noi, FA. dal 
far conoscere qualche, anche brevissimo, saggio di quel teatro, non foss' altro, 
per mettere in più favorevole evidenza l'opera del Goldoni e de' suoi pili va- 
lenti predecessori. Non ha dato forse TA., con buon pensiero, anche un 
breve quadro della commedia popolare estemporanea, che attirava allora il 
pubblico minuto colla festività delle maschere tradizionali ' e colla comica 
arguzia, di cui pure si giovò Carlo Goldoni? 

Del Goldoni l'A. narra con diligenza le vicende della vita, esaminando 
quindi i canoni della sua poetica teatrale e le fonti del suo teatro (pp. -105- 
133). 2 Assennate sono, secondo noi, le osservazioni che l'A. riferisce (p. Ili) 
sul voluto confronto tra il Goldoni, che si metteva quasi solo per una via 
irta di spine, e il Molière, che scriveva sotto la protezione di un principe 
illustre e col favore del Boileau, del Lafontaine, del Corneille; ma, a pro- 
posito delle fonti della commedia goldoniana (pp. i 14 sgg.) — il cui accen- 
no, li in mezzo alla trattazione, non ci sembra molto a posto ^ perché l'A. 
non ha ricordato — almeno nelle note — anche le ispirazioni che il Goldoni 
si vuole abbia tratto dal Voltaire ? ^ Anche il Rabany, * più volte citato dal- 
l'A., vuole che il Bourru bienfaisant, di cui pure il G. fa una distesa analisi 
(pp. 123-6), s'ispiri hìV Ecossaise del Voltaire. — Cosi, trattando della lingua 
e dello stile del Goldoni, perché non toccare anche della lingua e dello stile 
francese, che il Goldoni usò e che dalle rivelazioni del Toldo ^ non parreb- 
bero, in verità, tutta farina schietta del suo sacco? 



i A proposito delle quali anvlava pur citato in nota lo studio di Giulio Piccini su 
I,' orif/iiie dflln innscliera di Stentereìlo (Firenze. 1898), che fornisce buoni materiali per la 
storia del teatro italiano nel '700; e il conseguente articolo di G. Sesigaglia nella Kassegva 
fiasioiialt voi. OHI ; e lo scritto di C. Falconi, l.e qiiullro piiììcipali muschi re itnìiuve nella com- 
media dell'urte e vel leutro del Goldoni (Roma, 1896). E giacché r.\. ha ricordato gli studj 
dello Scherillo e del Croce su Pulcinelln, avrebbe pur anche potuto ricordare fra gli 
scritti sullo stesso personaggio, quelli di G. Kacioppi Per la Storia di Pulcinella (in Arcli. 
Storico /ler le Proc. SupoUtuiie XV, 1), di A. Dietebich (Leipzig, 1897), e di S. Dì Giacomo su 
Pulctrielta in famiglia (in Ardi, per lo studio delle tradii, popolari X\ III, \). Cosi su Arlecchino 
poteva ricordarsi ciò che ne scrisse G. Nerucci nel ioni, d' Erudizione VII, 5-0. 

* La bibliografia sul Goldoni che r.\. ci dà nelle note, a noi pare, in verità, un po' de- 
ficiente; e lo rileviamo soltanto per osservare che s'egli avesse tenuto conto di recenti 
stndj, ben condotti ed interessanti, se non molto voluminosi, avrebbe potuto forse chiiirlr 
meglio alcuni passi della vita e dell'opera del Goldoni. Cosi, ad es., l'A. poteva almeno 
nelle note accennare alle trattative corse nel 1764 per cliiamare a Vienna il Goldoni, e 
delle quali ci ha dato per primo notizie il Maddalena (Goldoni e Favart, in Ateneo Veneto 
an. XXII, fase. 2). Ma noi non faremo qui delle aggiunte, le quali richiederebbero troppo 
spazio; e ci accontenteremo di quelle che l'occasione ci offrirà di fare. 

3 Cfr. l'articolo di P.Touìo, Attinen.re fra il teatro comico di Voltaire e quello di Goldoni 
(in Giorn. Stor. voi. XXXI, pp. 343 sgg.), le cui conclusioni sono combattute da A. Neri {Una 
fonte dell' Hcoimine di Voltaire, in Rass. Bibl. an. VII, n. 2), che anzi vuole V Xcoasaise del Vol- 
taire derivi dal Cucaliere e la Lama e dalla Bottega del Caffé del Goldoni. 

4 E con lui il LlNTlLHAC (1/ hkossaiae de Voltaire, in lliviie des cours et confèrences an. 
1898, n. del 24 febbraio). 

5 Cfr. V. ToLDO, Tre commedie francesi inedite di Carlo Goldoni (in Giorn, Stor. voi. XXIX, 
pp, 377.91). 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 155 

Finalmente noi avientmo visto volentieri pili svolto e completo il qua- 
dretto della vita veneziana al tempo del Goldoni (pp. 113 sgg.), sia perché 
Venezia è, com'è noto, uno de' centri principali della cultura italiana del '700; 
sia anche perché è l'arahiente caratteristico del teatro goldoniano. 

Di fronte al Goldoni sorge Pietro Chiari (pp. 119 sgg.),* e ne nascono le 
famose ed acerbe contese; a proposilo delle quali (pp. 118-21), l'A. non tocca, 
come crediamo che avrebbe dovuto, delle censure mosse dal Baretti al teatro 
goldoniano; anzi in questo luogo, che pure sarebbe stalo assai opportuno, 
alla critica del Barelli sul Goldoni non si accenna che di sfuggita. 

E pili formidabile del Chiari sorge Carlo Gozzi, anima dell'Accademia dei 
Granelleschi; del quale l'A. parla distesamente (pp. 133-144),^ illustrando le 
sue fiabe e i criterj della sua poetica teatrale. Però di quell'Accademia avrem- 
mo desiderato qualche notizia più particolareggiata, che il G. avrebbe facil- 
mente avuta dalle Memorie del Farsetti,' da cui avrebbe pur ricavato che 
r anno di fondazione dell'Accademia fu il 1747 e non il 1740, com' egli af- 
ferma, senza giustificar l'asserzione.'' 

Finalmente le idee d'oltr'Alpi portarono, col filosofismo e la declama- 
zione, la commedia lagrimosa, divulgata specialmente tra noi da Elisabetta 
Caminer Turra, giornalista e traduttrice (pp. 145-6), e da Fr. Albergali Capa- 
celli (pp. 147-8). che, secondo il nostro avviso, avrebbe nel volume meritato 
qualche riga di pili — almeno quante Giovanni De Gamerra (pp. 148-51) — 
se non per altro, perché fu uno degli imitatori meno spregevoli del Gol- 
doni. A proposito dei quali, noi avremmo visto volentieri, accanto all'Alber- 



1 A cui l'A. prescrive, in verità senza manifesta giustificazione, i limiti della vita tra il 
1720 e il 1788, mentre finora, a qnel die noi ne sappiamo, wi è sempre assegnato alla sua morte 
l'anno 1785 e si è sempre detto ch'egli nacque nei primi anni del '700. 

2 Sugli appunti bibliografici intorno al Gozzi notiamo che dell' opera di Gr. B. Maobini 
andava meglio citat», a nostro avviso, la 2.* ediz. rifatta (Benevento, 1883); che dell'opera 
Ue'er Carlo Gosiz ecc. conveniva pur dire l'autore I. G. Schnakenbubg ; e che parecchie 
altre citazioni non inopportune avrebbe r.\. potuto fare, fra cui almeno il Siigr/io hihliogrufii-.o 
degli scritti di C. Goszi che V. M.\l,amani prepose alla cit. cdiz. delle Fiabe fatta da E. Masi. 

3 D. Fabsetti, Memorie dell' Xccndeiuin O'riiìiellesca (in Suora Raccolta di Operette italiane 
IH Prosit ed ili Verso inedite o rare: Treviso, 1799; voi. XIV, pp. 3-28). La famosa lettera di 
Gaspare Gozzi sulla formazione dell'Accademia (in Opere di 0. Oossi vi»isia}ìo: Padova, 1819; 
voi. VII, pp. 133-7) citata in nota anche dal 0.,è per giudizio stesso del Farsetti, suo con- 
temporaneo, « piuttosto favola, che verità, e cosa poetica, che veridica narrazione » {Memorie 
8. e, p. 5). Ofr. anche G. Mazzoni, Academicnii prò Acadeinia (In In Biblioteca, Roma, 1883; 
pp. 159-70). 

* Vero è che questa data presso gli storici non è sicura. Infatti se il Fabsetti at- 
tribuisce la nascita dell'Accademia al 1747 e la sua morte al 1761, seguito da E. A. Cicogna 
{Sagi/io di bibliografia vinesiann, Venezia, 1847; p. 550) e da N.Tommaseo (Gaspare Gozzi, tV- 
ìiezia e V Italia dt'.iiioi tempi, in Storia Civile ìtella Mteraria già cit. p. 204); quest'ultimo 
poi nello stesso volume (P. Ciliari. La letteratura e la mm-alità del stw tempo; p. 283) fa na- 
scere l'Accademia nel 1740, forse seguendo Cablo Gozzi (Memorie inutili ecc. Venezia, 1797; 
P. I. p. 246), insieme con A. Dalmistbo ( Vita di Gaspare Gozzi, in Xote e Ritratti d' illustri 
italiani; Padova, 1820; voi. I, s. p.) e S. Romanin (Storia docuwtntata di Venezia: Venezia, 
1353-61 ; voi, IX p, 52),- mentre G. A. Moschisi (Della lellernt'ura veneziana del sec. XVJII; Ve- 
nezia, 1806; voi. I, p. 288), pur citando lo scrìtto del Farsetti, mette fuori, forse per errore, 
la data del 1745, ed è seguito da A. Lombabdi (Storia della Ietterai. ittal,nel sec. XV ui, già 
cit.; voi. p. 30) e da G. B. Magrini / tempi, la vita e gli scritti di C. Gozzi, già cit. p. 136). Ma 
a noi sembra che la testimonianza del Farsetti sia la più seria e la più attendibile di tutte. 



^Gf RASSEGNA BIBLIOORAFICA 

gali e a Camillo Federici (pp. 151-2),* anche il padovano A. S. Sografi 
(1759-1818),' che fra quelli non fu certo dei peggiori, specialmente nel ri- 
trarre, com'è noto, i costumi della gente di teatro. 

Il cap. IV s'intitola dalla Storia ed Erudizione Storica, e noi, pel suo con- 
tenuto e perché questo secolo, come dice l'A. stesso, " è ne' suoi rapporti col 
" passato essenzialmente critico , (p. 1G4), preferiremmo che s'intitolasse dalla 
Critica ed Erudizione Storica. Di G. V. Gravina, che diede forte impulso alla 
scuola storica del diritto, l'A. discorre (pp. 153-6) in modo, secondo noi, forse 
troppo monco ed affrettato : nulla o quasi ci dice della sua biografia e nulla 
del suo culto per Dante, 3 non senza importanza nel secolo scorso; mentre, 
in un capitolo che tratta di erudizione storica, accenna appena a\V ellenista 
e al caldo ammiratore di Roma.* Migliori si paiono le pagine dedicate al Vico 
(156-63), * malgrado qualche inesattezza,*^ e al Giannone (pp. 164-70), a pro- 
posito del quale, ci sdirebbe piaciuto che l'A. avesse ricordato come molte 
delle sue idee il Giannone ebbe comuni con alcuni dei filosofi e dei nova- 
tori del suo tempo.' 

Dai giuristi e dai filosofi della storia l'A. passa a parlare del Muratori, sen- 
za, tuttavia notare, come ci pare che fosse necessario, la forte distinzione 
che va, pur fatta fra quelli e chi instaurò nella storia e nella diplomatica il 
.severo metodo positivo. Comunque, le pagine sul Muratori (pp. 170-184) ci 
sembrano buone, e buono pure in generale l'esame dell'opera e dei propositi 
di lui. Ci sembra però che la biografia sia troppo compenetrata nello studio 
delle opere — delle quali perché ora citare il titolo in latino ed ora tradurlo 
in italiano? — ; che non sia inoltre il caso di parlare del socialismo del Mu- 
ratori (p. 172); che sia infine troppo poco citare semplicemente le Osserva- 
zioni sul Petrarca, sèi^za dir nulla di quel vespaio di polemiche ch'esse su- 



t Intorno al quale conveniva citare anche il lavoro di P. Zitta, Coittillo Fedevici (Mon- 
dovi, 1873). 

* Cfr. L. BiGONi, 5. A. Sografi commediogrnfo padocano del sec. XVIII (in N.Aichiiio Veuefo 
Tomo VII, p. I- ) e F. Beneducci Un povero imfiresarìo (in Scampoìi critici; Oneglia, 1899). 

8 Cfr. r. Balsano La Divina Commedia gitidicai'.t da G. V. Gradua (Città di Castello, 1897). 

* E nelle note non cita che lo stadio del Bertoldi, trascurando, fra gli altri, quello 
di G. Persico Cavalcanti su 1/ Epistolario del Gravina (in Suppl. n. 1 al Otorii, stor. au. 1898). 

ó Ma non sufficienti le note bibliografiche, dove, secondo noi, ben altre citazioni si sareb- 
bero dovute fare, oltre quelle del Cattaneo, del Cantoni e del Carducci, intorno alla teo- 
rica vichiana; e quanto ai principj di critica letteraria r.\., citando lo studìetto dello Zum- 
Bim (pubblicato anche in La Tavola Rotonda di Napoli, au. III, n. 23), avrebbe pur potuto ri- 
cordare lo studio di A. Maurici su l.e teorie retoriche di G. B. Vico (Terranova Sicula, 1890). 

6 L'anno della nascita, ad es., si sa essere il 1668, non il 1670. Inoltre non è anzitutto 
ben chiaro in che senso l'A. intenda dire tieopkitoaico il Vico (p, 158); poi conveniva, fors'an- 
che, notare piti chiaramente che la teorica dei corsi e ricorsi, la qnalo non è piccola parte 
del sistenia.è da un pezzo tramontata, e brevemente accennare alla lunga e potente tra- 
dizione nata dal capolavoro vichJano, dai Sayyi Politici del Pagano ai Sepolcri del Foscolo 
(Cfr. G. Ottone, Mario Pagano t la tradizione vichiana ti, ^Utlia mi secolo scorso; Milano, 1897). 

7 Per rispetto alla biografia del Giannone conveniva ricordar nelle note anche lo 
scritto di A. PiERANTONi 1.0 .i/i atto di P. Giannone da Veiieria (roriuo, 1892); o a proposito del 
Ti irei/no, l'edizioiie fattane dallo stesso Pieraiitoni in 3 voli. (Koma, 1896) o lo studio che fece 
su di esso il Labanca La storia del cristianesimo nel Triregno di P. Giannone (In Hicisla ita- 
ìiunu di filosofia, genu:-febhr, 1806). 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 157 

scitarono e di cui pur qualche cosa diremo fra poco.* — In verità, se v'é, 
a nostro modesto avviso, un capitolo di quest'opera che offra più lacune, è 
senza dubbio questo IV, il quale, trattando delle discipline che furono più 
in fiore nel sec. XVIII, avrebbe dovuto anche far noti più altri nomi di 
studiosi e lumeggiare con maggior ordine e miglior sintesi la paziente ma 
proficua opera loro. Perché, ad es., col Giulini,' che non ebbe certo, noli l'A., 
a Pavia come professore il Tagliazucchi,^ coU'Affò e con altri, non parlare 
adeguatamente di Mario Pagano, che ci pare avrebbe trovato qui posto più 
acconcio che non più innanzi (p. 386) ? E toccando, degli studj di antiquaria, 
perché non ricordare — per accennar solo ai più importanti — il veronese 
Francesco Bianchini (1662-1729),^ che tentò d'interpretare con rigoroso me- 
todo critico gli antichi monumenti nella sua Istoria Universale etc; e il card. 
Angelo Maria Quirini (1680-1759), per opera del quale sorse in Brescia la 
ricca Biblioteca Quiriniana; e il fiorentino A. F. Gori (1691-1757) illustratore 
dell'antica Etruria; e il padovano Giuseppe Bartoli (1717-1790), che dettò 
una quantità di dissertazioni archeologiche; e il romano E. Q. Visconti 
(1751-1818), illustratore dei tesori del Museo Pio dementino? E perché, so- 
pratutto, non far conoscere ordinatamente e con relativa ampiezza l'impor- 
tanza di Scipione Maffei come storico ed erudito? — Cosf, pare a noi, sarebbe 
stato opportuno che l'A. avesse anche fatto rilevare come questo grande 
fervore archeologico giungesse talvolta a tali eccessi, da giustificare le ire e 
le sferzate di uomini come il Baretti,^ ai quali pareva che una tale tendenza 
micrologica dell'erudizione dovesse una buona volta cedere il posto ad una 
più compiuta e più schietta rappresentazione della vita e, come diceva il Bet- 
tinelli, dell' anima della storia. Troppo pure l'A. abbreviò, secondo noi, il suo 
discorso sulla erudizione letteraria, nel senso lato che il secolo le attribuì; 
cosicché, ricordando alcuni scrittori di vite, molti, fors' anche più importanti, 
ne lasciò,' e confuse fra i ricordatili nome del Mazzuchelli, la cui opera ha 
ben altro valore, e meritava qui, a nostro avviso, quella speciale distinzione 



i Qoanto alla bibliografia muratoriana, molte ci paiono le aggiunte da fare; ci limi- 
teremo a notare che per l'Epistolario conveniva certamente ricordare anche le lettere del 
Muratori allo Zeno e dello Zeno a lui pubblicate dal Biagi (in Kitista delle Bill, e degli Ar- 
chivi voi. VII), quelle a D. M. Manni {ibid. voi. Vili), quelle edite da G. Manacobda, (nella 
Jiass. Bihl. an. VI, n. 11-12) e da A. Febrebi (nella Rivista sopra cit. voi. X). E potevasi anche 
citare lo scritto di E. Degani, l.a corrispondetma epistolare di !.. A. Muratori con motis. 0. Bini 
friulano (in Nuovo Ardi. Veneto XIII, 1) e quello di M. Camport, Epistolario di !.. A. Afuratori: 
Elenco dei corrispondenti (Milano, 1898). 

2 Che non mori certo nel 1718, come dice l'A., senza dubbio per isvista, ma nel 1780. 

3 Ci sembra che l'A. abbia malamente capito il Fabroni {Vitae ecc. già cit. voi, XIII, 
p. 323), il quale dice soltanto che il Giulini ebbe per maestro d'eloquenza il Tagliazucchi 
e per maestro di lettere greche A. X. Villa professore a Pavia. 

* Alla cui biografia dettata dal Mazzoleni (Verona, 1795) s' è ora aggiunto lo studio di 
A. Spagnolo, Fr. Bianchini e le sue opere (Verona, 1898). 

5 Ci sia lecito, per una volta tanto, citare i nostri Studj e Ricerche intorno a Giuseppe 
Barelli (Livorno, 1899; pp. 171 sgg.). 

« Come ad es.. Bernardino Tafuri di Nardo (1698-1760), e Marco Foscarini veneziano (1693- 
1764), e il ravennate P. F. Ginanni (1698-1774), e il veneziano G. Degli Agostini {nOl-1196), e 
Antonio Brontoli ùi Brescia (1723-1807), e il modenese Luigi C«r*//* (1738-1808), e Cletnentino 
Vannett di Rovereto (1754-1795), e altri ancora. 



158 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

che l'A,, non comprendiamo bene il perché, gli ha concesso più innanzi 
(pp. 391-2); come, trattando degli storici della letteratura, ha detto, secondo 
noi, troppo poco degli scritti del Grescimbeni intorno all'Arcadia, ed ha ta- 
ciuto del barese Giacinto Gimma (1668-1735) e del bresciano G. B. Gorniani 
(17621813), i cui Secoli della Letteratura Italiana non sono ancora dimenticati. 
Il cap. V s'intitola dai Prodromi di un prossimo Rinnovamento, ma a noi 
non pare veramente che questo titolo sia molto esatto, se pensiamo ad al- 
cune opere e ad alcuni scrittori toccati nei capitoli precedenti. Forse che 
l'opera del Vico, per non citarne che una, non è un prodromo, e significan- 
tissimo, di un rinnovamento, l'inizio cioè della scienza nwo^a della filosofia 
della storia? — Comunque, il capitolo, che incomincia, come notammo, ripren- 
dendo in parte gli argomenti deW Introduzione e toccando degli influssi fran- 
cesi sulla nostra cultura, tratta anzitutto dei giornali letterarj del tempo; e il 
buon esame che l'A. fa del Caffé (p^^. 202-7), ' gli offre occasione d'accennare, 
con una brevità non del tutto forse opportuna, alla genialità de' nostri Enci- 
clopedisti, e, fra questi, specialmente di P. Verri (pp. 212-5), di cui l'A., pur 
non dicendo di tutte le principali sue opere, fa giustamente risaltare la 
varia operosità e l'italianità del pensiero politico, cadendo però anch' egli 
nell'errore comune che attribuisce al Verri l'art, del Caffé sulla Patria degli 
italiani, che anche recentemente fu dimostrato opera di G. R. Garh. * — Al- 
l' audacia degli scienziati — a cui sarebbe stato bene, secondo noi, aggiungere 
i nomi di Francesco Mengotti di Fonzaso (1749-1830), del fiorentino Pompeo 
Neri (1706-1776), di Mario Pagano e d'altri — corrispondeva l'audacia dei 
critici letterari, 3 e fra questi dell'Algarotti ^ e del Bettinelli (pp. 215-25), a 
proposito delle cui Lettere Virgiliane ^ l'A. avrebbe dovuto, pare a noi, farne 
risalire l'idea ben oltre un mezzo secolo, giacché è nota ormai la loro deri- 
vazione dalla lunga serie dei Ragguagli di Parnaso e dei componimenti con- 
generi, che si prolunga dal sec. XVII al sec. XVIII; o avrebbe potuto almeno 
notare che alla raccolta dei versi sciolti, la quale accompagna quelle Lettere 
non parteciparono volontariamente, per quanto ci consta, né l'Algarotti né 
il Frugoni. Gosi ci sarebbe piaciuto che l'A. avesse preso occasione dell'ac- 
cenno ai giudizj del Bettinelli sul Petrarca, per dare, se non là dove già ac- 
cennammo, almeno qui qualche notizia anche di quelle contese petrarchesche 
che, non meno delle dantesche, occuparono, come già accennammo, tanti in- 
gegni del tempo e tanti grossi volumi. ^ — In difesa di Dante sorsero molti. 



1 II quale avrebbe, per avventura, potuto essere anche più esatto se l'A. avesse avnto 
modo di valersi dell'ottimo studio di L. Ferbabi, f>el * Caffè , periodico milatiese del sec. XVIII 
(in Amtali d. R. Scuola Xorm. siip. di Pisa. voi. XX ; Pisa, 1899), che però sarebbesi potuto ci- 
tare almeno nelle note. 

2 Cfr. il B.c. studio di L.Febrabi, pp. 32 sgg. 

3 Contro cui insorgeva G. Ladebchi cou quella sua opera La critica d' oggidì o sia l'a- 
hnso della critica odierna (Roma, 1726), che l'A. avrebbe almeno dovuto ricordare. 

* A proposito del quale conveniva menzionare nelle note anche lo scritto di A. Neri su 
Francesco Algarotti diplomatico (in Aicìt. Stor, Hai. voi. XVIII). 

5 Sulle quali l'A. avrebbe potuto citare anche lo studio di A. Galassini su I.a difesa 
di Dante di Gaspare Oozzi (Modena, 1892). 

6 Dobbiamo arrischiarci a notar soltanto i titoli delle opere pivi note? E la Pre/aiione 
del dott. PiAGio Schiavo aU'irs rhetorica di Aristotele volgarizzata dal Caro (Venezia, 1783^; 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 159 

e ad alcuni almeno, quali il Paradisi, il Lami, l'Algarolti ed altri, insieme alla 
critica dantesca nel sec. XVIII, avrebbe potuto 1' A., anche brevemente ac- 
cennare, prima di venir a parlare di Gaspare Gozzi (pp. 223-230),* la cui 
biografìa ci riesce alquanto confusa, fors' anche perché l' A. ha voluto in- 
trecciarla in parte con quella del Bettinelli. 

Quanto al Baretti, con cui si chiude il troppo breve elenco dei critici 
audaci della nostra letteratura, buono è l' esame che l' A. fa dell' opera 
d'Aristarco Scannabue (pp. 230-8) ; * ma è proprio vero che * sopra tutto 
* dello stile discorre la Frusta , (p. 234) V L'A. stesso dice più sotto che il 
Baretti " al giornale diede efficacia educativa , (p. 236), e che nell'arte vide 
"una rivelazione immediata e sincera della vita, (ibid.); e questi furono, 
senza dubbio, più che lo stile, gli scopi della Frusta barettiana. 

Le ultime pagine del capitolo sono dedicate a M. Cesarotti e, con cenno for- 
se troppo fuggevole, 3 alla questione della lingua da lui rinfocolata (pp. 241-5). 
Ma quanto alla versione dell' Ossian, e alle relazioni tra il Cesarotti e il 
Sackwille, ci pare sarebbe stato bene riferir la voce che il Sackwille tra- 
dusse dall'inglese in italiano l'Ossian, che poi il Cesarotti, ignorante d'in- 
glese, ridusse in verso sciolto.* Né sarebbe stato male, secondo noi, che 
l'A., prendendo occasione dal necessario accenno al romanticismo ed alla 
poesia del Gray, avesse dato qualche, anche breve, notizia su quell' arcadia 
lugubre e preromantica, di cui ha recentemente toccato, colla solita perizia, 
il Bertana. 5 

Il cap. VI, che discorre della Letteratura giocosa, morale e didascalica, 
prende le mosse dai ritrovi della villa Imbonati a Gavallasca '^ e, fatto un 



e la Scelta di sonetti coti tarie critiche ossenoriMii del p. T. Ceva (Torino, 1735); e II Filatele. 
Viaìoghi del dr. Biagio Schiavo (Venezia, 1738); eie Sote contpendiose ecc. di G. Del Buono 
Venezia, 1738); e il Converso del padre Ceva iii diftsa di alcuni sonetti ecc. (Milano, 1739); 
e le Lettere di Ser Tetaccocca al molto Hev. P. T. Cera ecc. (Belvedere, 1740): e il Dio Reden- 
tore difeso ecc. di G. F. Ardizzone (Torino, 1740); e // Dottor Biagio Schiaio discepolo del />«?- 
zarini convinto di gravissimi errori nel suo Filatele di Giovanni Baldanza (Milano, 1740); e lo 
Schiavo sotto alla Sferza, tratteniiiienli cingife pubblicati da un Accademico Disunito di Pisa ecc. 
(Milano, 1741); e la Prej azione aite llinie di Madonna Laura del dr. Biagio Schiavo (Aquileia, 
1741); e // Dolenansio di Ignazio Gajone (Napoli, 1742). 

1 Anche pel Gozzi le note bibliograficbe ci sembrano deficienti; né noi ci attenteremo 
a completarle. Ci basterà invece osservare che mentre l'A. accenna aUe affinità che si vollero 
rilevare fra l'arte del Gozzi e quella del Sacchetti, del Desperiers e dell'Addison, non 
accenna a quelle che A. De Mattia rilevò fra il Gozzi e il La Brnyére {Gozzi e La Bruyère, 
parallelo letterario ecc.; Venezia, 1897). 

2 Difettosa invece ci pare la bibliografia barettiana, e per le omissioni e per le citazioni 
poco ben fatte. Ci basterà però notare che 1' ediz della Frusta fatta da A. Serena è anch' essa 
scolastica e quindi non completa; e che il Saggio di bibliografia barettiana di chi scrive 
queste righe, è aggiunto allo studio Di Giuseppe Baretti, La /amiglia, 1 primi fl>iNt (Berga- 
mo, 1898). 

3 Oltre lo studio, anzi gli stndj, del Mazzoni, l'A. avrebbe potuto nelle note citare l'o- 
pera recente di V. Vivaldi, Storia delle controversie intorno alla nostra tingtui dal 500 ai no- 
stri giorni (Catanzaro. 1898). 

* Cfr. G, Baretti Fasi/ Phraseology ccc, (London, 1775 ; Dialogo CLIII, pp. 263-5). 

5 Spezia, 1899. 

6 L'A. cita un passo di una caratteristica lettera del Baretti, che è, per verità, la IV della 
Scelta di lettere familiari (Londra, 1779), e uou una delle sue L'ttere fiimiliari, come l'A. dice; 
cosicché ci pare assai arrischiato attribuire a quella lettera la data probabile dell'autunno 
del 1761. — Quanto all' Imbonati, conveniva, secondo noi, citare anche l'operetta di P. Buz- 
ZSTTi I conti Imbonati a Cuvallasca (Como, 1896). 



160 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

cènno, forse troppo breve, della poesia giocosa propria del secolo spensierato 
e sollazzevole,* tocca della poesia berniesca del Baretti* e d'altri, a cui non 
ci pare' però che sia appropriato il nome di poeti giullareschi che dà loro 
l'A. (pi 248); poi, passando per le piti note raccolte giocose del tempo, giunge 
al Ricciardetto del Forteguerri (pp. 261-5), in cui l'A. vede " pili evidenti e 
" rilevati i proposili di satira civile e religiosa „ (p. 2G2) e non s' accorda quindi 
in ciò con lo Zacchetti, il quale, molto giustamente secondo noi, dimostra 
che il Ricciardetto, se contiene pure la satira occasionale, è però " poema 
" essenzialmente, fondamentalmente burlesco „ e non ha altro scopo che 
"quello di destare il riso e l'allegria „.^ Ma il lettore probabilmente, avrebbe 
desiderato che l'A., pur dichiarando, e non a torto, il '700 alieno dal poema 
eroico (p. 256), avesse tuttavia detto anche di questo qualche cosa di 
più, ricordando per es., anche la Pronea del Cesarotti; trattandone, magari, 
in luògo più opportuno, dove avrebbe potuto a quelle notizie aggiungere 
anche qualche cenno sui poemetti e sulle cantiche, che l'A. ha, in verità, tra- 
scurate nel suo volume, — Passa così l'A. a parlare dei poemi dell' ab. 
Casti (pp. 265-9) — a proposito del quale ricorda il poemetto anonimo Con- 
fessione generale dell'ab. G. B. Casti, poco noto agli studiosi — e dal Casti 
ai principali avventurieri della letteratura, di cui il sec. XVIII ci ha dato pa- 
recchi esempj notevoli (pp. 269-70).'* Il capitolo si chiude collo studio dei 
principali scrittori di favole e di epigrammi in versi (fra cui ci sembra che 
sarebbe stato bene ricordare anche G. Gozzi) e dei principali poeti didascalici, 
primamente di Lorenzo Mascheroni, a onore del quale non sarebde stato 
inopportuno ricordare anche l' apoteosi montiana.^ 



1 Perché, ad es., uon accennare di proposito alla poesia ditirambica, cui l'A. tocca di sfug- 
gita colla Titbaccheide e i Bucciuiuli del Jiarufl'aldi (p, 278), mentre non ricorda, fra gli altri, 
la Sviìialnrn, ditirambo satirico di Francesco Carli di Monsummano (1680-1752)? E perché 
anche non toccare adeguatamente della poesia vernacola, in cui si distinse pur tanto il 
Balestrieri? Ma la letteratura vernacola fu talmente trascurata dall'A., che in tutto il vo- 
lume non é parola di Giovanni Meli. 

2 Notiamo che la prima ediz. delle Rime piacevoli del Baretti è del 17.50, e non del 1752, 
come si legge a p..248, certo per uno di quei soliti errori di stampa (ofr. infatti la p.231). 
che abbondano nel volume e che avrebbero dovuto persuadere l'A. ad aggiungervi una di- 
ligente Knattt-Corrige. 

3 C. Zacchetti, Il « Kiccianletto » di X. Forteguerri (Torino, 1899). — A dimostrare la non 
molta cura posta dall'A. nelle note, basterebbero appunto quelle sul Forteguerri. Infatti, è 
mal citato lo scritto dello Zaccagnini; non è detto che l'art, sullo .strnito nnscimento del Ric- 
ciardetto è opera del PaoCACOi, di cui non è ricordato lo studio su .V. Forteguerri e la satira 
toscinitt (Pìstoja, 1878), dal quale tolse parte delle sue Noiisie il citato Camici (cfr. C. Zac- 
chetti .1 proposilo del Forteguerri; Reggio Calabria, 1896). Cosi non è cenno dello scritto di 
P. GuEBBA, IH uìin imrinnte del Hicciardetto di X. Forteguerri (Firenze, 1897), e dello Zacchetti, 
che tante cure diligenti ha posto nell'argomento, non ò ricordato alcuno degli scrìtti che 
dal 1892 ad oggi egli è vennto pubblicando intorno al Forteguerri. 

* Mentre le note toccano degli altri avventurieri, non dicono nnlla su Giacomo Casa- 
nova, che fu pure fra i più famosi; non ricordano né gli scritti dell'Ademollo, né quelli del 
Lanza, del D'Ancona, del Malfatti, del Bazzoni E si che anche recentemente del Casanova 
hanno trattato A. Valebt (Cnmvovn a homn, in Hivista d'Italia 15 febbraio 1899), e Cabletta 
{Casaììoviaua. Nuovi documeìiti inediti, in Fanfullu della Domenica, 25 giugno-2 luglio 1899) e 
P. Ipbonn (Casanova de Svivgault. Bililiograpìiie de ses Mémoires, in 1/ intermédiaire des chercheitrs 
et ntrieux, 15-30 settembre 1899). 

& Sul Mascheroni l'A. non cita che la biografia dell' Uqoni e la Bibliografia maschero- 
ntaua pubblicata dal Bav£U<i fin dal 1881. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 161 

Il capitolo VII, che è tutto dedicato al Teatro tragico, avrebbe forse 
trovato posto più conveniente subito dopo quello sulla Commudia. Co- 
munque, lo precedono alcune notizie intorno alle dottrine drammatiche del 
Gravina e del Martelli, da cui derivò parzialmente la sua arte Antonio Conti 
(pp. 283-7),* che non fu veramente il solo, come l'A. dice, fra i suoi contem- 
poranei, a esporre i canoni della nuova poetica teatrale, giacché più tardi l'A. 
slesso ricorda il Becelli, critico della tragedia classicheggiante (pp. 291-2). 
Ma la Merope del Maffei, com'è noto, fu la tragedia che lasciò prima del- 
l'Alfieri più durevoli vestigia, e di essa l'A. discorre, ma pure, secondo 
noi, un po' troppo brevemente (pp. 287-9)' e per l'importanza di essa e 
per le polemiche cui diede luogo. ^ Con adeguata invece e sufficiente esten- 
sione l'A. tratta dell'Alfieri (pp. 295-324), quantunque non sempre con molto 
ordine ed esattezza.* Pare a noi infatti — e a noi specialmente preme dichia- 
rarlo, che fummo altra volta di opposto parere ^ — che non sia più del tutto 
indiscutibile, dopo i recenti studj psichiatrici,^ la volontà imperiosa e superba 
dell'Alfieri; come ci pare che l'A. non abbia usata soverchia cura nel lumeg- 
giare il pensiero politico e nazionale che informò gran parte dell'opera di 
lui.' Ben a proposito, infine, avrebbe l'A. potuto anche accennare, in que- 
sto capitolo, alle cause che promossero nel '700 un cosi grande risveglio di 
tragica attività, e che il Bertana ha di recente scoperte nell'influenza francese 
e nello spirito filosofico del tempo.^ 

Come del teatro, col Goldoni e coU'Alfieri, cosi col Parini abbiamo il Riti- 
novametìto della lirica e della satira, di cui s' occupa il cap. Vili, il quale, 
prima di trattar del Parini, tocca dei nuovi motivi della lirica nella seconda 
metà del '700 e si ferma specialmente sul Savioli (pp. 333-7), che fu più pros- 
simo al Parini, come l'A. dice, * nella concettosità del pensiero lirico ,, e di 



1 Nelle note bibliografiche l'A. avrebbe potuto ricordare l' ediz. pili recente (Firenze, 
1898) dello studio di F. Colagrosso su La prima irar/edia di A. Conti, e citare inoltre di G. Bbo- 
GNOLiGO l'articolo sulle Imitazioni Shakespeariane di A. Conti pubblicato nel n. 1 an. I della 
Rassegna Padovana. 

2 A proposito delle qnali sarebbe stato bene, secondo noi, citare, anziché l'ediz. vene- 
ziana del 1747, la pubblicazione che ne fece ij Cavallucci (Livorno, 1763). 

3 Nelle note bibliografiche non ricorda la importante dissertazione di K. Dumas Quid 
ad restiluendam apud Italos tragoediam S. Maffeius contiiìerit (S. Clodoaldi, 1877) trad. in Ita- 
liano a Verona nel 1880; e lo scritto di G. Biadego, Una prima rappresentazione (in Da libri 
e manoscritti; Verona, 1883, pp. 3-19); e lo studio di F. A. Alvako, Sulla Merope di S. Maffei 
(Vittoria, 1889); e quello di C. Bbusa, 1.u Merope di S. Maffei (Brescia, 1893), intorno al quale 
e ai lavori del Canonica e dell' Hartman, cfr. B. Coteonei in Oiorn. Star. XXII, pp. 236-43. — 
Cosi è da notarsi che il Castagnola non esaminò le tre, ma Le quattro Meropi (in La Scuola 
Romana an. I, numm. 1,3, 5, 7, 9), e cioè d'Euripide, del Mafifei, del Voltaire e dell'Alfieri. 

* Non parliamo delle note bibliografiche su cui troppo ci sarebbe da dire. 

5 Cfr. il nostro articolo Intorno a Vittorio Alferi (in Pensiero Italiano an. 1896 fase. LXV) 
contro la conferenza di Ch. Dejob, De la tevdresse dans le théatre d'Alfieri (in Cdn/érenets de 
la Société d' Etudes ilaliennes; Paris, 1895). 

6 Cfr. specialmente G. Antonini e L. Cognetti de Martiis, Vittorio Alfieri. Studj psicopa- 
tologici (Torino, 1898) e il dotto art. di recensione di R. Rknier nel Giorn. star. voi. XXXIV, 
pp. 390 sgg. 

^ Inoltre la Cleopatra non fu recitata al Carignano, ma al D'Angennes; e fu recitata 
insieme colla farsetta / Poeti. 

8 E. Beeiana Prelezione al corso su la tragedia italiana del s«c. ZFnz (ìlonselioe, 1899). 

U 



162 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

cui sarebbe stato bene, secondo noi, ricordare anche il Monte Liceo, come una 
delle più importanti derivazioni dall'Arcadia del Sannazzaro, e quella lirica 
rivoluzionaria, che di lui fu raccolta parecchi anni or sono.* A proposito delle 
versioni del Savioli l'A., a complemento di ciò che ne ha detto sparsamente 
qua e là, ricorda altri traduttori dalle lingue classiche. Ma, anzitutto, a noi 
pare che il luogo più adatto per parlar di questi, fosse là dóve, nello slesso 
capitolo (p. 328), l'A. ha ricordato parecchi traduttori d'Orazio; e poi l'argo- 
mento, secondo noi, richiedeva, se non un capitolo a parte, certo una buona 
parte di un capitolo, dove in bell'ordine potessero essere ricordati anche i 
traduttori dalle lingue vive, le quali, specialmente in questo secolo, com' é 
noto, cominciarono ad essere coltivate con amore; salvo che l'A. non avesse 
più opportunamente preferito parlar dì questi ultimi a proposito del Bertola,* 
il quale s' accompagna coi migliori lirici erotici e descrittivi, insieme, fra gli 
altri, con Ippolito Pindemonte, che non ha in nessuna parte del volume — co- 
me ci sembra avrebbe pur meritato — una conveniente trattazione. — Sul 
Parini il discorso è ampio (pp. .341-67), ma non lo diremmo molto ordinato, 
e non ci soddisfa, per verità, interamente. Lasciando da parte le mende mi- 
nori, 3 ci sembra di dover notare che l'A,, oltre dare, per ciò che j-iguarda la 
biografia, un cenno affatto inadeguato degli ultimi anni del Parini (p. 366), 
non cura convenientemente, quanto all'arte, la questione importante della 
impersonalità della satira pariniana, specialmente per rispetto al Giorno, e 
non colorisce con sufficiente chiarezza gl'intendimenti di essa;* e a propo- 
sito del Giorno, intorno al quale troppo spesso forse riproduce e ripete pen- 
sieri e periodi del Carducci, cui si direbbe voglia attenersi fin nella misura 
delle citazioni, avrebbe dovuto, secondo noi, trattare un po' più estesamente 
e ordinatamente la questione degli antecedenti e delle fonti ; ' tanto più 



1 Babbamti-Bbodano, per nozze Pullè-Moneta (Bologna, 1882). 

8 Sul quale conveniva, secondo noi, citare anche lo scritto dello Zaneixa Q. Gesmer e 
A. Bertela (ìD Paralleli htterarj ; Verona, 1885); quello di A. Tambellini, ftc il Seriola {in La 
Vita italiana N. S, II, 8); e lo studio di Ot. Scotti, La vita e le opere di A. Seriola (in Pensiero Ita- 
liano, an. 1896 fase. LXX-II). 

3 Così l'A, ci pare che avrebbe dovuto notare (p, 341) che le scuole frequentate dal 
Parini erano le Arcimbolde ; e ricordare che fu il Passeroni che lo introdusse nell'Accademia 
de' Trasformati (p. 343), aggiungendo che questa si raccoglieva in casa Imbonati; e dire 
(ibid.) l'ode V impostura scritta intorno al 1764 e non nel 1761 (cfr. G. Mazzoni in Vita Nuova 
di Firenze, ann. II, n. 5). E a proposito del Trionfo della Spilorceria (p. 346) ci pare che il 
C. non avrebbe dovuto dare come fatto sicuro una semplice congettura del Salvebaolio 
{Le Odi dell' ah. G. Parini; Bologna, 1882; Prefazione) sul parente, di cui avrebbe il Parini par- 
lato in quel capitolo (cfr. A. Butti Studj Pariniani; Torino, 1895, pp. 48 sgg,); né dir « l'Achil- 
le &e\\'Fjditcaeione » (p. 362) invece del « Chirone dell' Educazione »; e notare che i danni delle 
conquiste il Parini lamentò anche (p. 367) nel Mattino e nell' innesto del Vajuoto. Finalmente, 
a proposito della Sera stampata anonima nel 1767 con le due prime parti del Giorno (p. 355), 
potevasi, sedondo noi, ricordar nelle note che l'A. ne fu G. B. Mutinelli (cfr. G. Bianchimi, 
Un verseggiatore veronese del sec. XVIII, in Atti dell'Accademia di Verona, s. Ili, voi. LXXIV). — 
Quanto alla bibliografia non ci arrischiamo a farvi delle aggiunte per economia di spazio. 

4 Mentre infatti a p. 347 pare avvicinarsi all'opinione del Bertana, a p. 358 pare voglia 
scostarsene, per avvicinarsi a quella del Carducci. 

6 E oltre che i Sermoni del Gozzi che A. Malmtonati {0. Gazai e i suoi tempi, Padova, 
1890) vuole rappresentino uno dei diretti antecedenti del Giorno, ricordare anche, almeno 
in nota, che recentemente Q. Giannini ('/ « Principe t e il * Giovin Signore » in Oiom. Star. 

i' 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 163 

dopo aver speso pili parole forse che non fossero necessarie, sul testo del 
Mattino (pp. 355-6), senza, in conclusione, dare una qualunque soluzione della 
questione o esprimere almeno il proprio giudizio in proposito. Finalmente 
diremo che, come degna chiusa al lungo discorso, sarebbe stato bene dir 
qualche cosa sulla fortuna del poeta e del poema, non foss' altro come in- 
introduzione a parlare degli imitatori (pp. 369-7;2) — che meglio sarebbe slato, 
a nostro avviso, ricordare subito dopo — fra i quali opineremmo che il bre- 
sciano Durante Duranti * (1718-1780) meritasse, malgrado il giudizio del Pa- 
rini, qualche cenno maggiore; come ne meritava anche Giovanni Fantoni,' 
che fu col Ceretti ^ dei migliori poeti cresciuti fra i tumulti della rivoluzione. 
L' ultimo capitolo tratta de La Prosa nell'età del Parini e dell'Alfieri e 
pare a noi che risenta un po' troppo della fretta con cui l'A. ha posto fine al 
suo volume; oltre di che troppi argomenti ci sembra abbia voluto raggrup- 
pare, perchè potesse offrire di tutti una chiara ed adeguata trattazione. Gu- 
mincia coli' esaminare i pregj e i difetti della prosa e della critica artistica e 
letteraria; ma, anzitutto non parla adeguatamente, secondo noi, della prosa 
degli antipuristi; poi, trattando, quasi per incidenza, della storia e della cri- 
tica artistica, trascura il Bettinelli e il pesarese Giov. Andrea Lazzarini (1702- 
1775); non parla, se non incidentalmente nelle note, di Francesco Milizia di 
Oria (1725-1798), e non accenna alla critica musicale, in cui pure si distin- 
sero onorevolmente, fra gli altri, l'Algarotti. il bolognese G. B. Martini (1706- 
1784), e Giovenale Sacchi di Barsio (1726-1789); infine, dopo aver toccato 
della critica filologico-letteraria, manifestatasi specialmente in epistole e car- 
teggi, ne sospende, secondo noi poco opportunamente, la trattazione, per ripi- 
gliarla più innanzi in luogo che ci sembra affatto inadatto. Ma fra i carteggi 
ricorda con buone pagine quello del Vannetti (pp. 378-81), per aver modo di 
rilevarne assai acconciamente le idee geniali e originali. — Passa poi a par- 
lare dell'elequeoza accademica, a cui offrirono larga materia gli Elogj (pp. 387-9), 
e dell'eloquenza sacra, che non ebbe, per verità, quei molti e valenti cultori 
ch'ebbe la biografia, e fra i quali è eccellente il Mazzuchelli.^ 



voi. XXXI, pp. 32 sgg.) ha sostenuto come il Parini abbia avuto dal Principe l'idea del suo 
poema satirico. — E a proposito di fonti e di attinenze sarebbe stato pur bene che l'A. 
avesse potuto accennare alle relazioni fra le odi del Parini e gli articoli del Caffè. (Cfr. 
L. Febraei, nel • Cnfè • periodico milanese del sec. X Vili già cit., pp. 66 sgg). 

i Intorno al quale vedi, oltre il cit. Corniani, anche A. Bebioldi 11 Duranti e il Parini 
(iu iV. Ant. voi. XLVIU fase. XXIII), e recentemente in Prose critiche di storia e d'arte, Firenze. 
1900), e ci sia lecito citare per l'ultima volta i nostri StndJ e Ricerche intorno a G. Barelli 
(p. 257 nota 2). 

2 Nelle uote bibliografiche sul Fantoni conveniva ricordare del Cabducci anche la con- 
tinuazione dello studio su Un poeta f/iacobino in fùrmasione (in Vita italiana, 1 genn. 1897; in 
Hit. d'Italia 15 genn. 1899). 

3 Di cui l'A. accenna, in nota, ad un Saggio di rime diverse inedite, registrato tra i co- 
dici Morbio della Braidense di Milano, nel quale si trovano frammenti originali di un poe- 
metto sul falso gusto di poetare e novelle in ottava rima, importanti per chi studierà lo 
svolgimento della novella romantica. 

•* Di lui, l'A. avrebbe potuto, almeno nelle note, ricordare i preziosi 35 volumi di ma- 
noscritti inediti, ora depositati alla Biblioteca Vaticana, e fra questi i quattro ordinati 
dall' ab. Rodclla in continuazione agli Scrittori. (Cfr. E. Nakducci, Intorno alta fila del cmtlt 
0. M. MasattcIteUi ecc. lu Giom. Arcadiao voi. CXCVII, pp. 19-79). 



164 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Mollo coltivate furon pure nel sec. XVIII la prosa scientifica e la descrit- 
tiva; ma se della prima l'A. poteva anche toccare di sfuggita, come ha fatto, 
pare a noi che fra' i libri di viaggi sarebbe stato bene ricordare, con altri, le 
Avventure e Osservazioni sopra le coste di Barberia del Pananti (Milano, 
Stella, 1817; 2.* ediz.), le Relazioni d'alcuni viaggi del Targioni Tozzetti 
(Firenze, stamp. Granducale, 1768; 2.* ediz.), e le Relazioni di un suo viaggio 
letterario nella Svizzera di Aless. Volta (Milano, Class, ital., 1827). — Povero 
invece fu il romanzo e non meno povera la novella ; trattando della quale (pp. 
399-402) noi avremmo, in verità, tralasciato di ricordare gli studj critici sul 
Decameron, e non avremmo parlato del Bue Pedagogo del Buonafede, il 
quale, a dire il vero, non ha della novella che il titolo. 

Finalmente, a compiere il quadro della prosa di questo periodo l'A. chiude 
il cap. IX accennando anche agli scritti politici — dei quali sarebbesi, forse più 
opportunamente toccato assieme agli scritti di scienza — e specialmente 
alle Memorie di Monsig. De Ricci (pp. 402-3) e alla Scienza della Legi- 
slazione di Gaetano Filangieri (pp. 403-6), che ricollegandosi, come dice l'A., 
per certi lati colle dottrine del Giannone, * chiude e suggella come in un 
circolo il pensiero del secolo XVIII , (p. 406). 

Già abbiamo rilevato fin dal principio che il volume del G. non pretende 
d'essere un'opera originale; ma anche soltanto come opera di compila- 
zione, saremmo stati più lieti se fosse stata qua e là, e nella sostanza e qual- 
che volta anche nella forma,* ancor più diligentemente curata.* Né l'amico 
A. speriamo ci vorrà male per questa nostra schietta severità. Notammo già 
alcuni difetti e deficienze della bibliografia e delle citazioni ; notiamo pure 
la mancanza di date biografiche per parecchi scrittori importanti; eia non 
molta pazienza con cui venne compilato Vindice Alfabetico, che in opere 
consimiH è necessario e importantissimo, ma del quale, a dire il vero, non 
abbiamo potuto sempre e sicuramente fidarci. 

Gonchiudendo, ci par tuttavia di poter dire coscienziosamente, che se al 
Concari nuoce qualche volta la fretta, e manca spesso * quella compenetra- 
zione di sé con la materia presa in esame ,, eh' egli rimprovera al Tira- 
boschi (p. 196), l'opera sua riuscirà assai vantaggiosa a chi delle vicende let- 
terarie del sec. XVIII desidera avere una idea generale e ampia al possibile: 
il che vale a dire, a coloro pei quali specialmente l'editore ha iniziata, e 
condotta ormai a compimento, la voluminosa Storia Letteraria d'Italia di 
cui fa parte il presente volume. 

Luigi Piccioni. 



1 Togliamo dai nostri appunti qiialclie parola e qualche frase fra quelle elio non a- 
vremmo voluto incontrare nel volume: miluogo (p. 8), invellivare (p. 10), parvi ficnla (p. 21), 
efficacia icastica (p. 52),aiHalffnma tuimUtuom (p. 91), Msotoce (p. ^6), zelata (p. lil), furorfgfjiò 
(p. 325), aprimento delle Scuole (p. 333), nome procelloso (p. 342), la figura del Parini avaria 
ne'snoi componimenti (p. 346), /</»• Latico dell' inr/er/ìio {p. 3i8), degeuere condizioìie di cose 
(p, 362) ecc. 

2 Abbiamo accennato ai molti errori di stampa. Ne noteremo uno curioso a pag. Itì, 
dove è scritto che il Baretti.fini col giudicare l'autore delle fiabe, già da lui esaltato, imo 
scroccone ingegnoso. Povero Gozzi! il Baretti aveva detto scioccone! 



DELLA LEtTERATURA ITALIANA Ì65 



SiGARDi Enrico. — Gli amori estravaganti e molteplici di Francesco Petrarca 
e V amore unico per madonna Laura de Sade. Con un appendice e un 
facsimile. — Milano, Hoepli, 1900 (16.», pp. 280). 

Utile contributo alla critica petrarchesca porta, in parecchie sue parti, 
questo nuovo libro; ed appunto per ciò ne duole di dover fin da principio 
rilevarne alcuni difetti, tali che diminuiscono al libro stesso quel valore, che, 
con altri criterj pensato e condotto, esso non avrebbe certo mancato di avere. 

Notiamo intanto che l'autore, in uno studio, qual'è questo, stampato, colla 
data del 1900, sullo scorcio dell'anno passato, non mostra di aver tenuto 
conto di due importantissime opere uscite più di un anno innanzi: quella 
del Cochin, di cui si occupò la nostra Rassegna fin dal giugno 1898 
(pp. 121 sgg.) e la cui publicazioue risale ai primi mesi di quell'anno, e il 
volume in che il Cesareo riunì tutti i suoi lavori sparsi prima in diversi pe- 
riodici e che era già stampato e diffuso nell'estate dell'anno stesso;' né 
tien conto quindi delle recensioni che di quelle due opere furono fatte. È 
pur vero che egli avverte nella prefazione il lavoro suo essere stato con- 
dotto a termine nell'estate del '98; ma, quando determinò di stamparlo, do- 
veva ben rimetterlo alla pari coi nuovi studj e non già continuare a dare in 
esso, come nuove ed originali, osservazioni che ormai erano state fatte e 
pubblicate da altri.' 

Meno ancora possiamo lodare l' intonazione tutta polemica di questo 
scritto. È invalso da qualche tempo in taluni studiosi uno smodato desiderio 
di atteggiarsi a paladini del Petrarca, quasi che questi abbia bisogno di 
venir tutelato da chi sa quali nemici insidiantigli 1' onore e la fama o la 
preminenza letteraria; sicché, esagerando le difese dopo aver esagerato le 
accuse, perdono il criterio del giusto mezzo e quella moderazione non solo 
delle idee ma anche della forma, che non può senza danno separarsi dalla 
critica buona. Gosf è adunque che il Sic, combattendo quasi unicamente in 
tutto il suo libro (e, diciamolo pur subito, talora anche con buon fondamento) 
due valentuomini come il Mestica ed il Cesareo, non si fa scrupolo di dire 
che il Petr. era stato calunniato iniquamente e pregiudicato gravissimamente 
nella sua riputazione di uomo onesto, continente e sincero (pag. 6), e che i 
critici al solito non hanno compreso niente di quanto egli, il S., invece (si 
sottintende) assai agevolmente comprese, (pag. 89), e che il Cesareo met- 
terebbe il Petr. alla gogna se non alla galera (pag. 100), e che il Ges. è stato 
travolto perfidamente da un preconcetto funesto (pag. 150), e che Alessandro 



1 A proposito del libro del Cochin, il Sic. dice soltanto, alla nota 233, che è, si noti, la 
penultima di tutto il volume: Questo aryomenlo è stato fatto valere contro il Cesareo anche dal 
Cochin: La chiouoloyie etc , che mi <jiimse a lavoro compialo. E il volume del Cesareo cita alla 
nota 221, pur delle ultime, — mentre alla nota 5 avea ricordato invece i due studj speciali 
inseriti nella S. Antologia, aggiungendo : al firimo dei due scritti intendiamo rimandare il 
lettore tutte le volte che citiamo il Cesareo. 

» Osserviamo in proposito ctie, fin dalle prime pagine e nel testo del libro, non nelle 
note, il Sic. si giova pure dell'opera del Volpi: Il </ece»!<o, la cui pubblicazione è posteriore 
a quella degli scritti sopra ricordati. 



166 RASSEGNA BIBLIOGRFIACA 

Tassoni è un matto dispettoso (pag. 154), solo perché sospetta che il Petr. 
abbia amate più donne, e che ìaUne ogni fedel minchione, leggendo un dato 
verso mal interpretato dal Cesareo, intende ciò che questi non ha inteso 
(pag. 174). Ma no, santo Dio, non è in questo modo che si fa la critica ai 
di nostri. Non e' è nessuno oggi, a tanta distanza di secoli, che voglia male 
al Petr. o che si pensi di danneggiarlo; ma siamo tutti, con uguale lealtà 
di intendimenti e con uguale affetto e ammirazione per quel nostro grande, 
in cerca di quella verità che talora ci sfugge, di quella verità per la quale 
speriamo di vederlo, di possederlo, per dir cosi, tutto, senza duhbj, senza er- 
rori. E se dotnani sarà provato che a lui piaceva corteggiare il bel sesso, e 
che assieme all'amore per Laura egh provò anche atfetto, meno poetico 
forse ma più umano, per qualche altra donna, nessuno di noi penserà di 
metterlo alla berlina come un don Giovanni da strapazzo, e la nostra de- 
vozione per lui non sarà scemata di un pelo; — e se invece si potesse 
mai provare che egh fu un santo e che merita di venir beatificalo sugli 
altari e che aborri dalla donna come dal basilisco, lutti, anche il Mestica e 
il Cesareo, ci inchineremmo dinanzi a lui, ma la devozion nostra non sarà 
pure di un pelo cresciuta. E lo stesso dicasi per tutte le altre questioni, che 
si agitano attorno a lui e all'opera sua. ma che non toccano atfallo l'onore 
dell'uomo, né la gloria del poeta. 

Ancora non mancherò di osservare la prolissità. Per il son. Per fare e 
per il seguente si occupano 38 pagine (da 6 a 44), per il son. Più volte 
amor 16 pagine (da 52 a 68), per pochi versi della ballala: Donna mi vene 
altre 16 pagine (da 106 a 122), per il son. Fuggendo la pregione 40 pagine 
(da 157 a 198). Ed è sovente un girare e un rigirare continuo intorno a 
cose in gran parte delle o già note, diluendo le buone e nuove cose, che 
pur non mancano, in un mare di supeiflue minuzie. 

Ma veniamo al contenuto. " Proveremo, dice il S. a pag. 10-11, che, sia 
nel Canzoniere che altrove, in tutte le opere del Petrarca non e' è neppure 
la pili lontana traccia di altro suo amore, o giovanile o senile, che non sia 
per Laura, e dimostreremo che egli fu persona singolarmente pudica ,. In 
altre parole egli vuol dimostrare che non solo il P. non cantò altre donne fuori 
che Laura, che non solo nel Canzoniere non ci sono componimenti ad altre 
donne dedicali, come vorrebbero Ira gli altri il Mestica e il Cesareo, ma che 
il Petr. non amò mai altra donna al mondo e non fu uomo sensuale ma 
continente quanto nessuno più mai. Tesi accettabile e dimostrabile e bene 
forse anche dimostrata nella sua prima parte; eccessiva a priori e contrad- 
detta dalle parole e dalle azioni del poeta slesso nella seconda. 

Per sostenerla il S. comincia col provare che fra il son. Per fare e il son. 
Era il giorno non sussiste affatto quella contraddizione che fu dagli altri ve- 
duta. A dire il vero, quanto di più convincente il S. può portare in argo- 
mento era già stalo messo innanzi in gran parte dal Vellulello, che aveva 
assai bellamente spiegato quei due versi: Era la mia virtute al cor ristretta \ 
per far ivi e negli occhi sue difese e li avea ragionevolmente conciliali cogli 
altri, che sembrano dir lutto V opposto : Trovommi amor del tutto disarmato 
I ed aperta la via per gli occhi al cuore. Di buono e di nuovo il S. aggiunge 
(ed è pur molto, dopo tanto battagliare di critici) un confronto minuto fra i due 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 167 

sonetti (pag. 38) dal quale apparisce a lume di sole, mi sembra, che essi sono, 
per unità di concezione, indivisibili. Ma invece, secondo lui, questo confronto 
non è che un'inezia, una superfluità, a petto di ben altro argomento che ri- 
tiene decisivo nella questione. Poiché il nodo intricato sta nel verso: per 
far ivi e negli occhi sue difese, egli crede che una variante riportata dal 
Beccadelli: per far piangendo al suo fallir difese lo sciolga senz'altro; — 
e talmente in questa sua credenza s'infervora, che non ammette neanche 
discussione intorno all'autenticità di tale variante, la qual sarebbe stata, dice 
egli, la lezione prima, originale del verso, e dichiara senz' altro : solo agli 
idioti può occorrere che si dimostri che quella variante sia autentica. E si 
noti, diamine, che, per ricordar solo gli ultimi, il Mestica la aveva pur ripor- 
tata in nota nell'edizion sua, non accettandola, e che il Carducci, il quale non 
dovea perciò ignorarla, neanche la cura! Ora, io mi contento, nella mia po- 
vertà, di essere un' idiota in cosi buona compagnia, ma su quella autenticità 
metto tutti i miei riveriti dubbj ; anzi per dir meglio, non ci metto dubbio 
nessuno e credo la variante apocrifa senz'altro. Intanto, che essa rappresenti 
la lezione prima è contradetto dal Beccadelli stesso, che dice di aver veduto 
mutato quel verso, assieme ad altri, dalla forma vecchia e comune alla nuova: 
si tratterebbe dunque, se mai, di una correzione posteriore. Ma non sap- 
piamo poi affatto se queste mutazioni o correzioni dal Beccadelli avvertite 
in un manoscritto di un grand' uomo (di più e di più chiaro non dice) fos- 
sero autografe del Petr., — né se il manoscritto fosse autografo, — né se 
invece, piuttosto, gli emendamenti fosser stati fatti in età assai tarda. Certo 
è che in nessun manoscritto autorevole oggi noto v' è traccia di tal correzione. 
Non resta dunque che la sola testimonianza del Beccadelli, tanto vagamente 
espressa. E il S. pretende, perché a lui fa comodo, che la si debba per ciò 
solo accettare? O non sa egli come fosse comune nel '50011 vezzo di mu- 
tare, di correggere, di adattare secondo capriccio non solo i versi del Pe- 
trarca, ma perfìn quelli dei più celebri petrarchisti viventi? Di questa va- 
riante il Beccadelli s'affretta a notare che par che faccia più chiaro il 
senso... e cosi [il sonetto] non discorda da sé... né dal sonetto seguente,,. 
Ma appunto questa fretta del Beccadelli ci mette in sospetto; appunto quan- 
do una variante accomoda cosi bene tante difficili cose, è regola di buona 
critica (se non sia confortata da attestazioni autorevolissime e ben discusse 
di codici) il rigettarla o almeno il metterla in quarantena.' 

Assai bene invece il Sic. interpreta la strofe della canzone: Nel dolce tempo, 
che comincia: Vdico che dal dÀ. Soltanto mi pare che, al solito, egli sia un 
po' troppo assoluto nelle sue affermazioni. In quel primo assalto un amore 
vero e proprio, son d'accordo con lui, non può riconoscersi; ma un moto 
affettuoso, una specie, se non di passioncella, di simpatia per una donna mi 



» Né io capisco come, a proposito di questi due sonetti e dell'amore unico per Laura, 
il 8. trovi proprio ancora necessario di provare che la famosa nota sul manoscritto di Vir- 
gilio sia autentica e che Laura sia proprio la De Sade, e ci prometta sa questo tema un 
nuovo studio (nota 43) ricco di ti/ovt argomenti. Ma chi dubita più oggimai di tutto questo 
fra i critici che hanno un po' di voce in capitolo? 



168 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

par difficile a negarsi. Giacché, se cosi non fosse, come si potrebber spiegare 
quelle parole: primo assalto? Perché il P. ricordasse un primo assalto d'A- 
more, bisognava pur ch'egli se ne fosse accorto; il fatto solo di aver veduta 
una o più belle donne (quante ne avrà vedute via via fin da giovinetto?), 
se per esse egli fosse rimasto assolutamente freddo e insensibile, non basta a 
giustificare la frase. 

Bene interpretato è pure (pag. 52 sgg.) il son. : Piti volte Amore, dove 
non è necessario vedere accenno ad altro amore che a quello per Laura. 
Ma, dopo ciò che scrisse il Gochin, era inutile indugiarsi tanto a spiegare 
le parole altro lavoro per non dire nulla di veramente nuovo. È questo 
dunque uno dei punti che il Sic, nel pubblicare il suo lavoro tanto tempo 
dopo averlo scritto, avrebbe dovuto o sacrificar come inutile o assai breve- 
mente riassumere.* 

Da questo sonetto piglia poi occasione il Sic. per discutere (pag. 68 sgg.) 
quei due passi del Segreto e quella lettera al fratello Giovanni, in cui il 
Cesareo aveva creduto trovare sicuri accenni ad altri amori. Dopo quanto 
dice il Sic, non parmi quasi più da dubitare che le libidines non fossero i 
primi desiderj sensuali provati per Laura, e che il plausibilUer caneretar non 
debba riferirsi ai giuochi di parola usati per nascondere il nome di Laura. 
E sta bene. Sempre però per quella benedetta smania di voler provar troppo 
e di voler fare del Petr. una specie di santo, il Sic. vuol anche sostenere che 
la grande cura, che i due fratelli davano alle vesti e alla chioma e di cui è 
detto nella lettera, fosse usata non per ispirilo di vanità e per desiderio di 
piacere (e il Petr. dice chiaro: ut placeremus oculis alienis!) ma solo per 
attirare su loro (e il Petr. non ha una parola che accenni a qualche cosa 
di simile!) l'attenzione del pubblico e aprirsi cosi più facile la via agli uffizj 
e agli onori. Orsù dunque! agli uffizj e agli onori coll'azzimarsi e col pro- 
fumarsi nessuno si è mai sognato di arrivare, se non manchi di cervello. Vano 
da giovane e non poco anche da vecchio fu il Petr., e, come egli stesso 
afi'erma, gli piaceva di venir mostralo a dito per la via; ma stupido poi no. 

Nella strofe: E per dir all'estremo della canz. Quell'antiquo, il Sic. pro- 
pone una diversa interpunzione da quella adottata da tutti i commentatori, 
e cogli altri dal Mestica e dal Carducci. Da questa nuova interpunzione egli 
ricaverebbe un nuovo senso, contrapponendo il giovane all' «omo, e facendo 
dire ad Amore che il Petr. era persona schiva e vergognosa in atto ed in 
pensier prima ancora di conoscere Laura. Ma la nuova maniera, né sintat- 
ticamente, né logicamente, pare convenga. Non sintatticamente, che, sepa- 
rando quel ligio da uom mal si capisce come rimanga sospeso, né quell' era, 
tempo storico, s'accorda poi col tene, tempo principale; non logicamente, 
che, se il P. fosse stato schivo e vergognoso fin da giovinetto, non potrebbe 
certo l'Amore vantarsi che da Laura venga a lui quanto ha del pellegrino e 
del gentile. L'interpunzione fino ad ora adottata dà un senso certamente 
contrario (e ci vuol pazienza) alla tesi dal Sicardi sostenuta, ma chiarissimo 
e facile; non già incomprensibile come egU vuol far credere (pag. 100). L'a- 



• Poteva bene il Sic. tener conto anche di quell'antitesi colla parola «oJj/are, cui io non 
mancai di accouuare uella reotiUsioue al lavoro del Cochin stesso. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 169 

more di Laura ritrasse il poeta da mille atti inonesti, nei quali giovinetto 
cadeva per naturai concupiscenza della carne, sebbene all'animo, al pensiero 
suo quegli atti poi dispiacessero; ' solo più tardi, conosciuta Laura, egli di- 
venne vergognoso in atti ed in pensier. L'antitesi è cosi vicina e cosi evi- 
dente, che non se ne può prescindere nella interpretazione di tutta la strofe. 
Ma questi atti inonesti, semplici contatti carnali con donne diverse, per cui 
ogni giovane modesto può sentir rossore e pentimento bensì, ma non cre- 
dersi disonorato, sono del resto ben lontani da quelle grossolane laidezze, di 
cui si pensa il S. che venga accusato il Petrarca. 

Egli invece ci persuade, e con copia di buoni argomenti e con perspicue 
ragioni, che le cantiunculae inanes e le mulierculae dell'epistola al fratello, 
di cui il Ces. s'era servito per confortar la sua lesi non siano che le rime 
in lode di Laura e Laura stessa. Il vicino ricordo dei salmi della chiesa, 
esaltanti i beati e Maria, spiegano abbastanza la forma esageratamente di- 
spregiativa delle frasi che vengon dietro. Cosi pur sono buone le ragioni 
addotte a provare che nella ballata estravagante: Donna mi véne (pag. 106 
sgg.) si parla di Laura e della Gloria, non di Laura e di un'altra donna 
amata dal poeta, — e buone (sebbene forse, per esser la cosa tanto ovvia, 
non se ne sentisse gran che bisogno) quelle che dimostrano non trovarsi 
accenni ad altre donne nei sonetti: Movesi il vecchierel e Ben sapeva io. 

Inutili invece e spesso sbagliate le argomentazioni per il son. Fuggendo 
la pregion. Nella recensione al lavoro del Gochin pubblicata in questo gior- 
nale, era stata già ampiamente combattuta l'interpretazione del Cesareo; 
ma Y errore, di cui parla il Petr., non è affatto, come vuole il Sic, nell' esser 
fuggito da Laura, ma nell'aver rimpianto, dopo la fuga, l'amore, e nell'aver 
più volte sospirato indietro. Ghe senso mai avrebbe un discorso di tal fatta: 

* Me infehce, che mi sono accorto troppo tardi che era un errore vano il 

* fuggire da Laura! Ora con grande fatica ne faccio la penitenza. „? Perché 
me infelice? Perché troppo tardi? Perché fatica? Ma colla spiegazione no- 
stra, tanto facile e naturale, tutto corre chiaro dal principio alla fine: "Io 
" fuggii, ma me ne dispiacque e ripensai più volte al mio amore e lo rim- 

* piansi. Ora, troppo tardi, mi accorgo quale errore fosse il mio di rimpiangere 
" quell'amore, e con grande fatica me ne vo liberando ,. 

Anche gran parte di quanto il S. dice per mostrare che Laura non fu 
insensibile all'amore del Petr. è superfluo. Il Gochin, per non dire che del- 
l'ultimo, avea ciò sostenuto, e la testimonianza autorevole di Sennuccio del 
Bene, già citata dal Mestica, era stata fatta valere anche da noi contro il Ce- 
sareo;* solo il Sic. dà bellamente risalto alle confessioni che il poeta pone 
in bocca a Laura stessa nel Trionfo della Morte? — E inutile infine è 



i Nella Epist. ad post, egli dice appunto : dixerim lue, quamquam f enoie aetatis et con»', , 
plexiouis ad id raptuiii, vilitatem illam larneii semper animo execratum. 
» Kecens. cit., pag. 128. 

3 Non porrei un punto interrogativo, come vuole il Sic, dopo i versi: 
Teco era il cor, a me gli occhi raccolsi : 
di ciò come d'iniqua parte duolti, 
se '1 meglio o '1 piti ti diedi e il men ti tolsi. 
Quel duolti è imperativo concessivo e va Inteso in senso ironico : duolti pure ora, se etc. 
L'ironia pare stia assai bene coli' intonazione animata di tutto il canto. 



170 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

quanto dice a proposito del madrigale: Per eh' al viso, dove già il Cochin 
aveva proposto assai giustamente che si intendesse un'allusione al pellegri- 
naggio delia vita e dove io avevo, di rincalzo, fatto notare una non molto 
lontana reminiscenza dantesca.' 

Da ultimo, viene il Sic. a trattare dei supposti amori del Petr. dopo la 
morte di Laura e specialmente del son. : L'ardente nodo, è qui gli riesce 
facile sostenere che il poeta provò bensi attrazione amorosa verso un' altra 
donna, ma nel nuovo laccio non cadde, sapendo resistere e liberarsene in 
breve. Soltanto duolmi che egli, tanto ardente difensore del Petr., continui 
ad accusarlo di essersi compiaciuto della morte di quella donna seconda, 
mentre parnii d' aver già provato,* con argomenti cui bisognerebbe almeno 
combattere, che la morte liberatrice fu sempre quella di Laura, non quella 
della nuova amata. E si noti che la mia interpretazione giova assai alla tesi 
del Sic, perché con essa si ammette che solo il ricordo di L. trattenne il Petr. 
dall' invescarsi ancor nella pania, mentre colla interpretazione comune biso- 
gnerebbe credere che, se la nuova donna non fosse morta, egli non avrebbe 
saputo liberarsene e che, mentre ella visse, ne fu schiavo. — Quanto al 
sonetto estravagante: Antonio cosa ha fatto, \ dubbj messi innanzi dal Sic. 
son ragionevoli, fino a che almeno non sia risoluta su buone testimonianze 
la questione se il sonetto stesso sia veramente opera del Petr. Finalmente 
nell'Appendice, correggendo alcune affermazioni del Cesareo, si sostiene la 
vecchia opinione che il son. La bella donna sia stato scritto nel 134!2. E, 
sebben ci sarebbe da far ancora (gualche riserva su taluna delle ragioni a ciò 
addotte, non si può disconoscere che in fondo il Sic. non abbia ragione. 

Ormai dunque il lettore ha capito di che indole sia questo libro del 
Sicardi. Partendo da un concetto in gran parte ragionevole e buono, come 
a quello di voler provare che nel Canzoniere non v' è traccia di amore per 
altre donne se non per Laura ed avendo tanto in mano da poter seriamente 
e validamente dimostrare questa sua asserzione, egli non ha saputo fermarsi 
là dove ragione voleva: ma, figurandosi che il Petr. venisse accusato di chissà 
quale depravato libertinaggio, ha inteso sostenere tutt' all' opposto che egli fu 
uomo di singolare pudicizia, nemico delle donne e disposto con ogni cura ad 
evitare il contatto sessuale, — e a stento consenti, né poteva farne a meno, 
che qualche volta, essendo uomo, abbia potuto errare. Non vale che il Petr. 
abbia lasciato scritto che egli un tempo non credeva di poter vivere senza 
il consorzio della donna, né che da tante e si fatte fiamme di lussuria egli 
fu acceso da dolersi gravemente di non esser nato insensibile ; non vale che 
egli dichiari d'esser tutt' altro che libidinum prorsus expertem; non vale che 
egli abbia avuto più figli: tutte queste ed altre prove lampanti, che pure il 
Sic. non ignora ma discute e spiega a modo suo, non giungono a scuoterlo 
dalla sua fede. E per veder che brutti tiri possa giocare ad una persona, 
pur di acume e di ingegno e di animo retto, la fede quand'essa si muti in 
fanatismo, basti il modo, cattivo davvero, con cui il Sic. si Ubera di quella 



1 Recens. cit., pag. 127. 

2 Ibid.. pag. 128. 



DELLA LETTliRATURA ITALIANA 171 

povera donna, che non ebbe altro torto se non di cedere ai desiderj del 
poeta e di allietargli con dei figliuoli la vita, che nulla chiese per sé, che 
si contentò di rimanere nell'ombra, che diede tutta sé stessa in cambio di 
un obolo di quell'amore, che il poeta tanto generosamente prodigava intorno 
ad una superba e rigida persona, dalla sua mente elevata quasi ad astra- 
zione del bello. Orbene, per il Sic. quella donna non può essere una signora 
(e che, del resto, vorrebbe dir ciò?) ma una donna qualunque, una serva, 
una conladina, — e in questa relazione l'amore non deve aver avuto nulla 
a che vedere, come non aveva a che vedere nei matrimonj veri e proprj, — 
e probabilmente fu essa una donna pubblica o quasi, fu quella slessa donna 
che assediava la porta del nostro poeta, insidiosa tentatrice venula forse li, 
come una lurida bagascia, con la speranza di scroccargli una cena. Ah, 
dunque per non accusare il Petrarca di una cosa cosi mostruosamente laida 
(sic. a pag. 145), come quella di aver inserito nel Canzoniere rime dirette 
ad altre donne, non si ha tema di credere che egli siasi incanagliato nella 
relazion sessuale con una servacela della peggiore specie e senza che questa 
relazione venisse dall'amore scusata e nobilitata? Dunque, per mantenere 
unica e pura nella raccolta l'imagine di Laura non si ha tenia di gettare 
a piene mani del fango sur una donna, di cui tutto ignoriamo fuorché que- 
sto: che essa fu per il Petrarca la madre dei suoi figh, e che (fosse pur 
solo per questo) dovette a lui essere sacra, e da noi deve, per reverenza 
al poeta, venir rispettata? E il Petr. dura tanto tempo in questa lurida rela- 
zione, fatta sola di senso, quanto almeno è necessario per averne due tìgli? 
0, peggio ancora, passa leggermente da una donna all'altra e l'una dopo 
l'altra rende madri senza nulla sentir per nessuna? C'erano e ci sono, è 
vero, matrimoni senza amore, e son deplorevoli ma pure scusabili per varie 
ragioni; ma liberi connubj, da cui nascan dei bimbi, non possono avere 
dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini che una sola scusa, — e questa basta 
a renderli degni di rispetto — : l'amore. 

Via, non facciamo del Petrarca, per culto eccessivo, uno di quei feroci 
impassibili idoli orientali dinanzi a cui si versa il sangue di vittime inno- 
centi; per esaltarlo oltre la comune degli uomini, non togliamogli anche 
quanto può rendere degni di perdono quei difetti che alla natura nostra sono 
inerenti e da cui neppur egli seppe salvarsi. Se come poeta non cantò forse che 
l'amore estatico per una donna sola da lui quasi indiata (e di ciò il libro del 
Sic. giova a renderci appieno convinti), uomo senti i fieri morsi della carne 
come tutti, e amò talvolta (una volta almeno) di amore veramente umano, 
coir anima e col corpo, donne che Laura non furono. 

Andrea Moschetti. 



172 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 



COMUNICAZIONI. 

l'anima innamorata e cakonte. 

La comunicazione del chiarissimo prof. Angelo Solerti su 
Amante e Caronte, apparsa ultimamente su questa Rassegna (Vili, 
pp. 89-91), m'ha fatto ricordare che alcuni anni or sono anch'io 
trassi fuori un'epigramma latino dell'estremo quattrocento, e 
fors' anche dei primi anni del sec. XVI, di argomento simile ai 
versi fatti conoscere dall' egregio erudito. ^ Siccome esso è senza 
dubbio rimasto incognito, dato il periodico dov'io lo stampai, an- 
che a chi potrebbe averne interesse, non stimo inopportuno, poi- 
ché l'articolo del Solerti me ne dà l'occasione, ripubblicarlo qui. 

A. Crude luam Gharon, quaeso, mihi verte carinam. 

C. Qui vir es? — A. Ante suos umbra soluta dies. 
C. Quis furor ille fuit? — A. Violenta Gupidinis ira. 

C. Quo ruis? — A. Ad Dilem. — C. Stulte furensque nimis! 
A. Non sum, nanique minor saevo stat poena baratro : 

Ergo vehas. — C. Geleres retro revolve pedes ! 
A. Gur? — C. Quia ferventes adeo geris ipse favillas, 

Quod raperei mecum fiamma proterva ratem. 

Questo epigramma, al quale io ho soltanto rammodernata la 
scrittura e posta la divisione dialogica, è nel cod. C. 61 della Co- 
munale di Perugia (ce, 110&-111«) ed è attribuito ad un tale 
F. Angelus Spoletinus, del quale non abbiamo alcuna notizia 
né nella Bihliotheca Umhriae del lacobilli (Fulginiae, 1658), né 
nella Storia del comune di Spoleto di Achille Sansi (parte li, Fo- 
ligno, Sgariglia, 1884): ne fece menzione soltanto l'erudito peru- 
gino Conestabile nella sua monografia su Alfano Alfani, il mu- 
nifico e dotto signore vissuto a cavaliere tra il XV e il XVI 
secolo. Il Conestabile dovette far conoscere il cod. C. 61,^ che è 
una raccolta interessantissima per la storia dell' umanesimo nel- 
l'Umbria, e contiene molte poesie latine e greche di varj au- 
tori. Ma egli del resto nulla seppe su questo oscuro poeta spo- 
letino, del quale in appendice all'opera sua pubblicò il carme Ad 

Alphanum, 

Quaenam digua luos facondia ferrei honores '?, 



1 In un articoletto F. Anyeiiis Spoletinus, nel giornale settimanale la Uiovnne Umbria di 
Spoleto, 1 settembre 1895. 

2 Vedi Alessandro Bellucci, Culaloijo dei mss. della Bibl. Comunale di Perugia, Forlì, 
Bordaodini, 1895, p. 96 sg. (negli hivenlarj del Mazzatìuti). 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 173 

che si trova nel cod. cit. (ce. 59ft -60a), ove del medesimo autore 
trovansi altri due carmi: 

Phoebo citharam tendere doctior (e. 60), 

diretto Ad eundem, aWo stesso Alfani, e l'epigramma e'rotico, 

Te mirans sura vivus ego: proh tristia vota! (e. 1106), 

il quale ultimo fu da me pubblicato nell'articolo suddetto. 

Aggiunte queste poche informazioni su ciò che io conosco di 
questo autore, a rao' di conclusione è da notare che se l'epigramma 
dello spoletino si accosta, nella prima parte, ai soliti versi di que- 
sto motivo, nell'ultimo distico si discosta da quelli fattici cono- 
scere dal Solerti, per la freddura del concetto : non le freccie che 
bastano a far barca e remi, non le lagrime che facendo di sé in 
terra lago ricevan la barca e il taglio obliquo dei remi, ma in- 
vece faville sprizzano dal cuore dell'amante; cosicché Caronte lo 
respinge, perché non abbia a dar fuoco a lui e alla barca ache- 
rontea. Tuttavia anche a questa variante è un accenno nel ma- 
drigale Ferma ferma, Caronte, riprodotto dal Solerti. 

Abd-el-Kadek Salza. 
ANNUNZI BIBLIOGRAFICI. 

Edgenio Rossi. — Dalla mente e dal cum-e di Giovanni Boccaccio. — Bo- 
logna, Zanichelli, 1900 (di pagg. 279 in 16.» picc). 

Sotto questo titolo, alquanto pomposo, l'A. raccoglie alcuni studj, volti 
ad illustrare la storia del Decameron. L'Introduzione dichiara e commenta 
il prologo delle cento novelle, nel quale il Rossi vede ' in simbolo l'intima 
"essenza di tutta l'opera,. Un primo saggio, intitolato: Dal Filocolo al 
Decameron, raccoglie quei luoghi delle opere minori, ove si prelude, nel con- 
tenuto e nella forma, alla composizione di questo, e studia in esse * lo svol- 
* gimento dell'ingegno dell'autore eia varia attuazione del suo ideale poe- 
' tico o filosofico della maniera epicurea, fino al Decameron ,. Un secondo 
{Maion's coactus imperio), prendendo le mosse dal noto passo della lettera 
a Maghinardo de' Cavalcanti, considera quelle medesime opere e il Decame- 
ron nel valore e nelle ragioni loro psicologiche. Nell'ultimo, che ha per 
titolo: La divulgazione del Decameron, il R. discorre, non tanto della for- 
tuna di questo, quanto degli elementi dell'arte del Boccaccio e della ispira- 
zione venutagli dalla letteratura allegorico-didattica e dalla poesia realistica 
e satirica toscana. 

Il tema, assai difficile ed importante, è trattato dal R. con sicura cono- 
scenza della letteratura dell'argomento, con abbondanza di raffronti e con 
lodevole bontà di eloquio e di stile; ma non, forse, con eguale novità di 
vedute e di risultamenti. I limiti di ciascun saggio non sono così netta- 



174 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

mente definiti, e la materia, ci seml)ra, non é cosi bene compartita fra essi, 
da evitare inutili divagazioni o ripetizioni. Il R. ama troppo di imbastire belle 
frasi e periodi sonanti intorno a concetti larghi si e comprensivi, ma noli 
comunemente perché svolti, da pari suo, dal Carducci in splendidi discorsi. 
Riguardo poi al quesito principale e che più ci interessa (che è quello del 
tempo e del modo della concezione prima e della composizione del Deca- 
meron) il R., dopo avere per due volte passate in rassegna le opere del 
Boccaccio, per rintracciarvi i germi del suo capolavoro, ha ben poco da ag- 
giungere alle supposizioni e alle dimostrazioni del Gaspary e del Crescini. In 
fondo (a parte il motivo, frequente nelle opere del certaldese, del bel giar- 
dino, ove giovani donne ed uomini seggono novellando e iutrecciano danze; 
che è un'eco, non tanto degli usi della corte napoletana, quanto dei costumi 
di brigate varie e di pili secoli), i luoghi che preannunziano il Decameron 
si riducono ai due conosciuti: l'episodio cioè dell'ornerò, delle sette ninfe, 
e quello delle tredici questioni d'amore, nel Filocolo, ove due volte l'intro- 
duzione alla questione si allarga in una novella.' Ma degli altri scritti, per 
quanto si voglia sottilizzare, e si trovi ad es., che il Filostrato " è precur- 
• sere del Decameron in quanto é opera di seduzione , (p. 80), quale, eccet- 
tuato il Filocolo, può dirsi veramente aver preparato, nonché preceduto, le 
cento novelle? — . Buone ed utili osseivazioni non mancano tuttavia nel 
libro del R., come sulla storia dell'amore del Boccaccio per Fiammetta negli 
anni 1338 e '39 (pp. 127-130), sul significato, per cosi dire, autobiografico dei 
dieci novellatori del Decameron (p. 148 sgg,), e sulle relazioni simboliche che 
fra loro intercedono (pp. 179-85). Assai soddisfacente é anche la interpreta- 
zione, che il R. dà, del passo controverso della lettera ricordala a Maghi- 
nardo ; sebbene fondata sopra un'ipotesi. — In complesso, lo scritto del R. è 
piuttosto un'opera di sintesi elegante ed abbastanza sicura, che un volume 
di erudite e minute ricerche. Ma l'A., come è chiaro dall'intonazione e dal- 
l'ordinamento del libro, si è proposto offrire alle persone colte un libro di 
lettura istruttiva ed un saggio delle proprie attitudini letterarie, e in ciò è 
riuscito, possiamo dire, egregiamente. Lmor Ferrari. 

Lodovico Frati. — La vita privata di Bologna dal sec. XIII al XVII, con 
Appendice di documenti inediti, e sedici tavole illustrative. — Bologna, 
Zanichelli, 1900 (18.», pagg. 287). 

Molta e varia è la materia di questo volume, in che con devozione di 
figlio il dott. Frali descrive la vita dell'antica Bologna. Della quale storici 
insigni hanno discorso le vicende politiche, e l'infuriar delle parti, eia sog- 
gezione a domestici signori o alla Chiesa, ma niuno aveva raccolto, come fa 
l'a., quanto concerne il viver civile, le usanze cavalleresche e i sollazzi, e i 
cambiamenti che in ciò adduce il variar dei tempi. Basta dar un'occhiata 



< Queste due novelle, che si leggono poi nel Decameron pili perfette (X, 5 e X, 4), fu- 
rono cstratte dal Filocolo ed edite a parte, come il R. avrebbe potuto ricordare, da G. Pa- 
panti, Due novelle ili niesaer Oiov. fìocaiccio che non si ìei/gono nel suo Decamerone, hiyorno, 
Vauniul, 1868. 



175 

ai titoli dei capitoli, per scorgere quanto sia ricco il quadro della vita pri- 
vata bolognese offertoci dai Frali, che successivamente tratta delle abitazioni; 
delle vestì ; delle nozze, battesimi e funerali ; della cucina e banchetti ; dei 
delitti e delle pene; dei monasteri e del costume; dello Studio e degli sco- 
lari; dei giuochi; delle feste, specialmente carnevalesche; della musica, dei 
teatri e delle Accademie; delle Società delle arti, e delle villeggiature, illu- 
strando queste diverse materie con una scelta abbastanza copiosa di figure 
in zincotlpia, tratte da monumenti del tempo. Rifacimento ed ampliamento 
di un primo saggio sul tal soggetto, che però limitavasi all' età di mezzo, la 
trattazione ora si estende fino a tutto il sec. XVII; ma forse sarebbe stato 
bene protrarlo fino alla fine del sec. XVIII, quando non solo cangia il reg- 
gimento politico di Bologna, ma tanti rimutameuti nel pensare e nel viver 
comune e nelle fogge si verificano non in Bologna soltanto, ma in quasi 
ogni parte d'Italia. Ritornando ancora una volta su questo lavoro, che certo 
avrà buona accoglienza anche fuori delle mura felsinee, l' operoso Frati 
potrà far tale aggiunta, e potrà anche ampliare maggiormente le sue ricerche 
nelle carte d'archivio, che qui appajono meno esplorate che non le fonti 
già note per le stampe. Il libro ben ordinato ed esposto in forma limpida 
e chiara riuscirà utile agli studiosi delle antiche memorie, e grato anche a 
qneUi che nella lettura cercano principalmente un piacevole intrattenimento, 

A. D'A. 

G. Natali. — La mente e l'anima di Giuseppe Parini. — Modena, G. T. 
Vincenzi e nipoti, 1900. 

V. BoRTOLOTTi. — Giuseppe Parini, Vita, opere e tempi con documenti ine- 
dili e rari. — Milano, tip. ed. Verri, 1900. 

Fra i numerosi scritti, venuti alla luce in occasione del primo centenario 
della morte del Parini, meritano d'essere rilevati i due, che ora annunziamo 
ai lettori della Rassegna, quantunque dissimili assai per idee e per intenti. 

Il volume del Natali, nel quale si raccolgono quattro studj, già pubbli- 
cati, parzialmente, in giornali politici e letterari del passato semestre ' {L'uo- 
mo e i suoi tempi, Il poeta sociale, La donna e il Parini, Il filosofo e V ar- 
tista) non è, come dichiara l'autore stesso nell'Avvertenza preliminare, un 
libro fatto " pe' signori dotti „. Contiene " tutto ciò che un uomo colto deve 

* assolutamente sapere intorno al Parini ,, raccoglie buone osservazioni so- 
pra alcune note dell'arte pariniana, studia con cura alcune relazioni del poeta 
o delle opere sue con persone o con avvenimenti dèi tempo, ne descrive con 
garbo i sentimenti e i fatti della vita: ma manca di quelle ricerche meto- 
diche e di queir esame minuto ed esauriente, che solo è fecondo di resul- 
tati utili direttamente. Del che il N. nella prefazione si consola, ci pare, con 
troppa facilità, scrivendo che la critica debba solo consistere nel " coordi- 

* nare e subordinare intorno ad alcune idee centrali, disciplinandoli con 



1 Come nella ficeva illuMin/n (1 auosto 1899), nel Doìi C//isrfO</e (7, 21, 24 agosto, 3,8,20 
settembre 1890^, nella Criticn soc/ViV (Ifi agosto 1899), nella Xntnrii ed Arte (15 settembre 1899), 
nella Flegrea (ottobre 1899), ecc. 



1^6 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

" opportune considerazioni sociologiche e psicologiche, fatti pili o meno, 
"separatamente noti,,. Il " dotto ,, che crede non esser sufficiente alla cri- 
tica il pregio del garbo e della prudenza per dirla perfetta, non può non ri- 
levare tal difetto di novità, singolarmente nel primo e nell'ultimo dei quattro 
saggi. Che in quello il N. rifa la biografia del poeta ed espone le condizioni 
sociali della Lombardia e lo stato della coltura milanese ed italiana nel 
sec. XVIII, ripetendo, come è naturale in argomenti cosi triti, notizie e fatti 
generalmente noti; e nell'altro passa in rassegna la produzione poetica del 
Parini, e ne sottopone ad esame diligente I principj delle Ideile lettere, che 
cerca risollevare nella stima dei critici. Migliore è il secondo, ed anche il 
pili utile, per una rapida rassegna che vi si fa delle opinioni espresse intorno 
alla nobiltà dai migliori letterati italiani, da Dante al Manzoni. Il N. raccoglie 
numerosi e notevoli passi di autori, specialmente settecentisti, ove si traccia 
"l'ideale della verace intima nobiltà „, o dalla nobiltà "come fatto storico 
"o prodotto dall'ingiustizia sociale, si trae argomento di satira. Interes- 
sante é anche il terzo studio, che tratta delle relazioni d'ogni specie corse 
fra il Parini e la donna del sec. XVUI: di rispetto, di cortesia, d'amicizia, 
di affetto, di glorificazione nell'arte e di difesa dei diritti. Ma qui, il il N. esa- 
gera, ci sembra facendo del Parini un precursore dei moderni femministi, 
e forse corre troppo oltre nel giudicare per amore le relazioni avute dal poeta 
con alcune dame del tempo, quali la Gastelbarco, la Gastiglioni e la Cecilia 
Tron. Una parte, e non piccola va concessa all'arte, nelle poesie dedicate 
a quelle; e ad un'arte originale ed audace nella sua classica compostezza, 
come quella del Parini. 

Il lavoro del Bortolotti, se non va esente da difetti, può dirsi tuttavia uno 
dei contributi pili rilevanti, che da qualche anno a questa parte si siano 
recati alla biografìa dell'autore del Giorno. Il B., che " si è condotto negli 
" archivj e nelle biblioteche a rifare la vita del poeta „, corregge sulla scorta 
di documenti inediti più di un errore dei precedenti biografi (come il casato 
della madre del Parini p. 1, la data della prima partecipazione alla compi- 
lazione della Gazzetta di Milano, p. 47, l'attribuzione del benefizio di S. Maria 
di Lentate, p. 84); spiega o cerca spiegare con particolari di fatto l'origine 
di alcune odi del poeta* e sopratutto illustra con grande copia di notizie 
sicure la vita sua scolastica e pubblica. Fra i documenti, che il B. riporta 
in appendice all'opera sua, meritano di essere segnalati il Ruolo definitivo 
delle Scuole Palatine approvato nel 1773 (doc. 6), le Costituzioni fondamen- 
tali della R. Accademia di agricoltura di Milano (doc. 10), e il piano, che 
il P. si proponeva di seguire per 1' insegnamento delle Belle Lettere nel 
Ginnasio di Brera (doc. 12). Speciale importanza hanno i sette capitoli (V, VI, 
Vili, XIII, XIV, XV e XVI), che studiano la parte avuta dal Parini nella com- 
missione per l'ordinamento delle scuole inferiori, nella Società patriottica e 
nella commissione eletta dal direttorio per la riforma dei teatri, e che si 



1 I fnturi editori dello poesie del Parini terranno conto, senza dubbio, della spiegazione, 
che il B. dà dell'origine dell'ode La caduta (p. 113 sgg.) e dell'interpretazione della Tem- 
pesta ("p. 119 8gg.),ma, non crediamo, della ragione, che l' A. reca, dell'accenno al centauro 
Chiroue nell'ode 1/ Uditcaiioite (p. 27), che è troppo artificiosa. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 177 

riferiscono alla riforma scolastica ideata dal Firmian, ai lavori della Depu- 
tazione lombarda per gli studj, alle pratiche fatte dal governo di Maria Te- 
resa per rivendicare allo Stato la censura dei libri, e agli atti della munici- 
palità milanese. Gli altri non ci offrono molto di notevole; né mancano qua 
e là affermazioni erronee o poco fondate: come ad es., che l'ode deìV Im- 
postura fu recitata dal Parini ai Trasformati nel 17G1 (p. 17); che " lo studio 
" dei filosofi e degli enciclopedisti francesi avea generato nel nostro poeta 
" una insolita amabilità, una urbanità e una cortesia affatto eccezionale nel 

* riprendere il vizio , (p. 21); che il Parini * ricavò la prima divisione del 

* suo carme in Mattino, Mezzogiorno e Sera dal Le Diner del Voltaire ,, 
e cosi via. Sicché sarebbe stato forse per l'A. buon accorgimento restringere 
la sua trattazione agli accennati capitoli, rinunziando a rifare la biografia in- 
tera del poeta, già esplorata da altri, in qualche parte compiutamente. E certo 
egli avrebbe dovuto curare di pili la distribuzione della materia e la parte 
formale. In un libro, che ha un valore reale, come quello del B,, non vorremmo 
trovare espressioni o frasi sciatte ed improprie, quali le seguenti ed altre: 

* il contrasto .... (si parla del Giorno) tra i costumi della compagnia sar- 

* danapalesca e quelli del semplice villanello ed operaio procede con somma 
" efficacia dal principio sino alla fine del poemetto, suscitando ad ogni verso 
"l'umor gaio dei lettori „ (p. 22); " il principe Kaunitz trovava solamente 

* nel Parini e ne' suoi compagni quella pronta adesione, ch'era foiba sperare 
"dagli alti papaveri che rimpiangevano il passato, (p. 88); "i versi Le 
"Nozze.... ci offrono co' loro pregj letterarj l'immagine della prima notte 
" d' amore di una sposa che si sveglia il mattino dopo il matrimonio , (p. 93) ecc. 

Luigi Ferrari. 

Carlo Maria Maggi, Scelta di Poesie e Prose edite ed inedite, nel secondo cen- 
tenario dalla sua morte, con Introduzione, Commemorazione, Note ed una 
Tavola genealogica della famiglia Maggi, di Antonio Cipollini (con 8 ta- 
vole in fototipogr.) Milano, Hoepli, 1900, di pp. XXXVII-575, in 16.°). 

Il 23 aprile dell' anno decorso compiendosi il secondo anniversario della 
morte di Carlo Maria Maggi, un comitato composto dei più cospicui cittadini 
di Milano volle solennizzarlo, e della festa civile resta durevol ricordo que- 
sto volume, che raccoglie svariate testimonianze dell' ingegno e dell' animo del 
poeta. Sono poesie di diverso argomento, prose italiane e poesie milanesi : il 
fiore cioè della produzione del Maggi, dacché il sig. Cipollini ci fa sapere che 
solo per quello che spetta a poesia, egli ha lasciato 626 sonetti, 190 canzoni, 
140 componimenti diversi, 7 melodrammi, 5 tragedie, 86 prologhi, 286 com- 
ponimenti latini, 122 traduzioni dal greco, un epigramma greco, 7 canzoni in 
lingua spagnuola, 2 traduzioni italiane dal francese, 44 componimenti in dia- 
letto milanese, e cinque commedie tra italiane e milanesi (p. 4). Non per 
nulla il Maggi appartiene a quel secolo, in che l'Ippocrene versò sull'Italia 
tanta stroscia di versi ! La scelta fatta in si gran copia di materia, se non 
può dirsi parca, è certamente giudiziosa, e ci fa conoscere il Maggi nei suoi 
migliori aspetti. I suoi contemporanei e i posteri immediati gli furono larghi 
di lodi, perché veramente il suo poetare fu scevro delle stranezze secentiche. 
U Muratori confessa che le rime del poeta milanese valsero presso lui ed i 



178 RASSEGNA RIBIJOORAFICA 

giovani suoi coetanei a " far abjurare il vano e affettato di prima, e a regolar 
" meglio il gusto di tutti noi da h' innanzi ,: e questa é lode vera, e non 
piccola. Ma non però bisogna credere che il Maggi sia un gran poeta: può 
contentarsi ai terzi o ai quarti onori, ma vantarsi di aver toccato certe corde 
che ai suoi giorni pareva non risuonassero, sicché gli compete anche il nome 
di poeta civile. Aggiungasi anche che fu un gran galantuomo e un operoso 
e buon cittadino : ma farne anche un " uomo di Stato , (pag. 29), sarebbe 
abusare del valore dei vocaboli. E il dire come fa il sig. C, che fu " un in- 
gegno prodigioso (p. Vili) , un • miracolo del genio lombardo (p. IX) ,, ch'egli 
ebbe " cultura e gusto e ingegno prodigioso (p. XXXVI) ,, ch'egli é " un fe- 
" noraeno di poesia e di cultura veramente sbalorditivo (p. XXXVII) ,, sono 
affermazioni superlative, appena concesse a chi, dovendo parlar del Maggi, 
afferma sentirsi " come nuotante nel mare della sua sapienza, della quale 
" non è agevole abbracciar l'estensione (p. 3) ,. E dire che il Maggi segna 
una reazione contro le ampollosità del seicento! Nulla pertanto in lui di 
sbalorditivo, o sbalorditolo, che si abbia a dire: ma un onda tranquilla e 
limpida di verso, assai buon gusto, molta sincerità e onestà molta. Si può, 
si deve amarlo e onorarlo, ma per carità non vogliamo farlo maggiore di quel 
eh' egli è realmenle con esagerazioni di giudizj e fragor di parole. Ed esa- 
gerata è anche un altra asserzione del C, che cioè senza il Maggi * forse, non 
avremmo l'orgoglio di salutare in L. A. Muratori il padre della storia „ 
(pag. 2), che se l'esempio del Maggi al Muratori, il quale ne narrò anche la 
vita, giovò per rispetto al gusto, nulla poteva insegnargli per rispetto alla 
storia: il maestro, l'avviatore del gran modenese è, se mai, il Sigonio. 

Nella raccolta delle poesie vengono per prime quelle di argomento civile, 
notevoli veramente pei tempi, e anche audaci, quando si sappia che furono 
ommesse dal Redi e dal Segneri nelle edizioni, che delle rime del Maggi fe- 
cero dopo la sua morte; né l'ommissione fu fortuita, perché, lui vivente, e 
alludendo ad esse e ad un suo carme sacro, il Redi gli osservava che era 
bene lasciarle da parte, " perché non è da scherzare in queste cosi fatte cose ,, 
e " troppo pregiudizio potrebbe avvenirne se non a V. S. III., almeno ai suoi 
" signori figliuoli „. Ma il Maggi, sebbene segretario dell'Eccellentissimo Senato 
di Milano, non badò al suo timido consigliere, né per ciò ebbe a soffrire noje 
persecuzioni. Queste rime sono 14 sonetti e 5 canzóni, e vi si parla delle 
miserie d'Italia e delle speranze di vederla " unita „: 

Unita or che saria l'itala gente?... 

Fia che l'Italia unita 

Del suo poter ai accorga ecc. 

Non sarebbe però stato male se l'editore avesse cercato di determinare 
a qual tempo e a quali fatti le diverse rime politiche si riferiscano. Per es. 
il primo sonetto dice che Italia giace addormentata in questa sorda bonaccia: 
a qual anno spetterebbe questa sorda bonaccia? 

Meno ispirate ci sembrano le poesie erotiche, quantunque il sig. G. molto 
le esalti e dica anzi che per esse " la letteratura italiana si arricchì di' molti 

* giojelli, in un momento che ne era sentito il bisogno (p. XV) „. Esse cantano 
l'amore per una Visconti; amore, che, secondo assevera il sig. C, fu * plato- 

* nico, ma violento , : e veramente non sappiamo come accordare insieme i 
due termini. Seguono le poesie morali e religiose, che a parer nostro, di poco 



^ 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 179 

sorpassano il mediocre, sebbene anch' esse immuni dai vizj peggiori del secolo, 
non però dal soverchio stemperare: ma dal Maggi al Manzoni c'è in questo 
genere più gran tratto che il C. non vorrebbe. Vengono poi rime piacevoli, 
intermezzi, prologhi, una favola pastorale, la Lucrino, e la Griselda, tragedia 
in 3 atti: indi le prose, che sono una scelta di eerti Trattenimenti per le 
dame, scritti del Maggi con onesti propositi e con l'unzione propria del se- 
colo. Molto pili se ne potrebbe ricavare per la storia del costume, se non 
predominasse nel consigliare e nell' osservare un certo fare generico. Ma 
quando il Maggi sa uscire dal generico, compone dei graziosi bozzetti, che 
ben dipingono le usanze de' suoi giorni : quello ad esempio delle visite fra 
signore (p. 266), l'altro sul canino della dama (p. 274), e finalmente quello 
intorno al Gaìanteo (p. 278), come il Maggi, e probabilmente i suoi concit- 
tadini, chiamavano l'animale anfibio, che poi fu detto Cavalier Servente e 
Cicisbeo. Queste prose del Maggi senz'esser " maravigliose , sono schiette e 
fluenti: l'editore ha scelto soltanto alcuni capitoli dei Trattenimenti (p. XVIII) 
e forse sarebbe stato pili utile largheggiare per essi che per le poesie. 

Tacendo delle Lettere in numero di 23, che non hanno grande impor- 
tanza, non taceremo delle rime milanesi, per le quali egli è un precursore 
del Balestrieri, del Parini, del Porta, non solo nell'uso del dialetto, ma an- 
che negli intenti a cui volse la Musa vernacola. È acuta osservazione del 
Tenca (p. 421) che il gergo mezzo itaUano e mezzo ambrosiano di Donna 
Fabia del Porta è calcato su quello di Donna Quinzia del Maggi. Né tace- 
remo del personaggio comico del Meneghino, dal Maggi inventato e portato 
sulla scena: figura tutta ambrosiana, nella quale non sappiamo come il sig. G. 
vegga adombrato il Maggi stesso, dopo aver detto che " Meneghino è un 
* servitore fedele, ammogliato, carico di famiglia, ora faceto e arguto ora ti- 
" mido e franco, di ottimo cuore e di gran senso comune, patriota e religioso, 
" senza scadenza (sic), un galantuomo ecc. (p. XXXIV) ,: non già che molte 
di coteste qualità il Maggi non possedesse in sé, e anche in sé non potesse 
studiarle; ma questa sua creatura non sarebbe forse divenuta tipo comune 
e durevole, se egli avesse ritratto sé medesimo e non la generalità dei suoi 
concittadini. 

Queste poesie dialettali meritavano da parte dell' editore qualche cura 
filologica, tanto pili che il Cherubini di parte di esse alterò la dicitura, ri- 
ducendola all'uso moderno. Ma il dialetto del Maggi non è pili l'odierno né 
per certi vocaboli né per certe forme grammaticali: vi si trova, ad es. la 
3.* persona singolare del passato remoto, ora scomparsa. Non sarebbe per- 
tanto stato superfluo ed inutile un qualche studio sul dialetto del Maggi, o 
almeno qualche postilla a certi passi. 

Prima di finire vogliamo notare una singoiar disavvertenza dell'editore, 
là dove a pag. XXIII si dà il verso Mostrò quanto potea la lingua nostra 
come traduzione fatta dal Giusti, di ciò che del Maggi scrisse il Verri: osten- 
ditque quid sermo noster possit, dimenticando che è un noto verso di Dante, 
Purgatorio VII, a proposito di Virgilio. Temiamo anche che siavi uno sbaglio 
a pag. 20 ove si dà " quel re Luigi di Baviera, di cui tutti ricordiamo la 
' tragica e misera fine ,, come traduttore di un sonetto del Maggi: molto pro- 
babilmente non si tratta del re Luigi amico del Wagner, ma df»l pili vecchio, 
amico delle muse ... e anche delle belle italiane. A. D' Ancona- 



180 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Vincenzo Morello (Raslignac), Nell'arte e nella vita. — Palermo, Sandion, 
1900 (un voi. di pagg. 355 in 16.°). 

Dalla sola indicazione degli scritti contenuti in questo volume si potrà 
arguirne l'importanza e l'opportunità. Essi sono: Leopardi e la critica psico- 
antropologica — Catullo e De Musset poeti cf amore. — Il romanzo italiano 
— Reazioni di razza {Bourget, D'Annunzio, Barres) — Ihsen — Germinai — 
Clinica e critica — La tragedia simbolica — Attrici {S. Bernhardt, E. Duse, 
Tina di Lorenzo) — Due stazioni: SulV Acropoli ; Trinità della Cava — 
L' educazione nazionale, — Come si vede, sono tutti argomenti del giorno, e 
r autore è essenzialmente un uomo del di d' oggi, che segue il moto odierno 
del pensiero e delle forme dell'arte, con intelletto acuto, e sopratutto con 
indipendenza di giudizj. E questa dell'indipendenza nel giudicare ci sembra 
la qualità maggiore e più degna di lode nel Morello: che la viva simpatia 
eh' ei dimostra per gli scrittori dell'età nostra, l'amicizia che professa per 
taluni di essi non gli impediscono di esprimere con tutta schiettezza e re- 
cisamente l'opinion sua. Il libro è dedicalo con affettuose parole al D'An- 
nunzio, ma ciò non lo trattiene dall'usare di tutta la severità rispetto alle 
ultime pubblicazioni dell'amico. Del Sogno d'un mattino di primavera con- 
clude infatti col dire che l'autore non ha in esso " né costruito un dramma 
" né creato una demente (p. 234) ,: nell'altro dramma. Gloria, * si scoprono 
" e si manifestano insieme tutti gli errori del sistema (p. 243) , dannunziano. 
Non meno esplicita è la sentenza rispello ai penultimi romanzi: le Vergini 
della Rocce sono definite un libro vecchio quanto al contenuto, e reazionario 
(p. 155). Quale sarebbe il giudizio del M. sul Fuoco, se questo romanzo non 
fosse posteriore alla pubblicazione del presente volume ? Vero è che il Morello 
è grande ammiratore della prosa del D'Annunzio, e più volte la esalta: e 
in un luogo dice che " per opera del D'Annunzio il romanzo italiano ha 
" finalmente anche la sua prosa (p. 113) „: alla qual sentenza si può consen- 
tire, quando alla parola romanzo si aggiunga uu aggettivo qualificativo, non 
potendo dimenticare che vi ha a questo mondo un'altro romanzo, vecchio 
ormai di quasi un secolo, che ha pur l'appropriata " sua prosa ,. Ad ogni modo, 
ninno potrebbe negare che il D'Annunzio non abbia saputo trovare una forma 
sua e adeguata al genere da lui trattato, e che sia spesso perfetto maneg- 
giatore dello strumento da lui creato, che pur mantiene impronta italiana. 
Ma a poco a poco, ci pare anche che quello stile sia diventato maniera, spe- 
cialmente negli ultimi scritti, e sia ormai quasi la caricatura di se stesso. 
Del resto, tutta l'arte del D'Annunzio e non soltanto il magistero della forma, 
manca di sincerità e di altezza morale; e le ultime scritture, come le sue 
più recenti azioni, accennano a una decadenza, che con tutto il rinfranco 
che dal di fuori viene alla sua riputazione, potrà forse esser più rapida, che 
non fu il fortunato periodo dell'ascensione. 

Colla slessa schiettezza il M. parla di altri autori moderni, e le sue sen- 
tenze ci appariscono conformi al vero, cosi nelle lodi come nei biasimi: veg- 
gasi ad es. ciò ch'egli dice del Verga e del suo Don Gesualdo (pp. 102-6), 
del Fogazzaro (p. 109)), dell' Ibsen (pp, 165 e segg.) ecc. Ottimo è il monito 
dato al Lombroso nello scritto Clinica e Critica (p. 223), come benissimo 



I 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 181 

pensalo è il saggio sul Leopardi (pp. 10 e segg.), dove gli avversari sono 
vigorosamente combattuti colle stesse loro armi. 

In tutti questi lavori di critica ci par di trovare mollo vigore di mente 
unito a molta serenila: salvo che talvolta, non però spesso, l'acume intel- 
lelluale porta quasi inevitabilmente il M. al paradosso. Ed egli forse lo sente, 
e quando esaltando l'anarchia e scusando, se non difendendo, gli anarchici, 
aggiunge: * Non ho nessuna intenzione di fiire un paradosso (p. 197) „, si di- 
rebbe che neir intimo della coscienza senta almeno che questo può essergli 
con ragione obbiettato. 

Il libro si compone di articoli apparsi in giornali e periodici; è per ciò, 
come avverte l'autore stesso, * scritto giornalisticamente, cioè nervosamente 
e rapidamente, secondo l'ora e l'occasione volevano (p. 7) ,: ma non però è 
opera d'improvvisatore. Soltanto un lungo lavoro di preparazione dottrinale 
e d'intellettuale meditazione poteva far sf che nella vivezza della forma ap- 
parisse in ogni articolo la sicurezza e bontà della critica. 

A. D'Ancona. 



Ferdinando Martini, — Simpatie, Studj e Ricordi — Firenze, Bemporad, 1900 
(un voi. di pp. 409, in 16.»). 

Il volume, elegantissimo, contiene quesli sludj : Giuseppe Giusti — // Giu- 
sti studente — L' onorevole Giuseppe Giusti — Le Memorie del Giusti — 
Niccolò Puccini — Carlo Goldoni — Tomaso Gherardi Del Testa — La 
profezia di Cazotte — Per Giuseppe Montanelli — Per Luigi Ferrari — 
Sono, come ognun vede, scritti di vario argomento, di biografia e di storia, 
di politica e di letteratura drammatica, con predominio di memorie e studj 
intorno al poeta pesciatino e ai tempi in che visse. Infatti i quattro saggi 
sul Giusti e quello sul Puccini, che in gran parte vi si ricollega, occupano 
la maggiore e miglior parte del volume. Pieno di giusta ammirazione, e 
veramente di "simpatia, é lo studio sul Goldoni: rivendicazione meritata, 
e senza eccessi, è quello sul commediografo Gherardi Del Testa : curioso e 
.sensato quello che parla del Cazotte e della sua celebre profezia: pietose 
commemorazioni i Discorsi sul Montanelli e sul Ferrari: ma i lavori dove 
meglio si mostra l'animo e l'ingegno dell'autore sono quelli, nei quali 
tratta del Giusti con indagini di prima mano e acume di giudizj, 11 che ci 
fa deplorare che l'intera biografia del Giusti falla dal Martini sia ancora un 
desiderio; ma ci fa insieme sperare che un giorno egli possa porvi la mano, 
e condurre a fine con essa 1' Epistolario giustiano. 

All'intima conoscenza dell'autore e delle sue scritture, il Martini congiun- 
ge, scrivendo del Giusti, una conoscenza non meno ampia e copiosa delle con- 
dizioni civili e sociali della vecchia Toscana: possiede, quasi diremmo per 
tradizione domestica, un tesoro di aneddoti storici e di ricordi biogralici sui 
tempi e sugli uomini di quella generazione, che visse tra la rivoluzione fran- 
cese e il risorgimento nazionale, cosicché quanto egli ha scritto della vita 
del poeta e della sua satira ha quell' esattezza e quella vivacità che mal si 
possono raggiungere da chi, a ritrarre personaggi e vicende, è ridotto a pe- 
scare soltanto nei libri degli altri. Il Martini può fortunatamente ricorrere al 



182 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

libro della sua mernoiia, e questo gli porge quanto gli abbisogna, con ricchezza 
e sicurezza di particolari. 

Chi volesse tuttavia sofisticare, potrebbe su qualche punto dissentire dal 
Martini, e noi, un po' più vecchi di lui, e cui le vicende dei tempi della gio- 
vinezza stanno ancor fresche nella mente, vorremmo esporre qualche dubbio 
intorno a certi giudizj su ciò che il Giusti ebbe a scrivere del Guerrazzi, 
dove ci pare di rinvenire non soltanto contraddizione, ma anche parzialità 
per quest'ultimo. Dice dunque il Martini a pag. 245 che il Giusti "errò net 
" non tener conto al Guerrazzi del molto che fece per emendare gli errori 
"primi e mitigarne gli effetti,,; e a pag. 354, assevera che il Giusti "lodare 
" non poteva, ma compatire doveva: condannò ed ebbe torto: non cosi pur 

* troppo quando accagionò il Guerrazzi di avere pei suoi propri rancori e 
" l'ambizione veramente smodata, sconvolto tutto quanto un paese „. Or noi 
dimandiamo se doveva il Giusti, nel dettare le sue Memorie, compatire e 
tener conto dei tentativi di emendar gli errori primi, quando, a detta del Mar- 
tini stesso, il Guerrazzi " scatenò il popolo non per lanciarlo al conquisto 

* delle franchigie, che nessuno più pensava a contendergli, ma per esser chia- 

* mato a infrenarlo,,. Quando, ed è il vero, il Martini ammette che la ro- 
vina delle cose toscane nel '48 ebbe per principal autore il Guerrazzi, e 
riconosce che nel Guerrazzi più che l'amor della patria operava l'amor 
proprio e la libidine del potere, si può a buon diritto rimpioverare il Giusti 
di non aver compatito il tribuno, si può linfacciargli di aver avuto torto 
condannandolo? 

Su un altro punto dissentiamo dal Martini, ed è laddove a pag. 188 trae 
dal Canlù che il Manzoni ridesse quando seppe che l'unica volta in che il 
Giusti deputato parlò nell' assemblea toscana fu per protestare di non aver 
mai offeso la religione. Il Martini soggiunge: " con tutta la riverenza che 
" sento pel Manzoni, non arrivo a capire perch'egli ridesse „, e seguita per 
un par di pagine a indagare il perché del fatto. 11 Martini avrebbe fatto 
meglio a non ficcarsi in questa indagine oscura, e meglio ancora se non aves- 
se scritto: " quando il Gantù dice come dice, di aver visto lui ridere il Man- 
" zoni, bisogna credergli „. Ora veramente il Gantù non dice di aver visto 
ridere il Manzoni, ma scrive solamente che questi * rise quando ecc. „. Ma 
ognun sa, specie dopo la pubblicazione dello Stampa, figliastro del Manzoni 
— peccato che il suo sia un libro cosi farraginosamente costruito! — quanta 
poca fede sia da prestare alle cosi dette Reminiacenze del Gantù: il quale 
dà come del Manzoni, le simpatie e le antipatie proprie: e appunto comincia 
il periodo dove parla di cotesto riso di Don Alessandro, col dire che " Man- 
" zoni parlava poco graziosamente del Giusti ! , Basta quest' asserzione ini- 
ziale per mettere in quarantena l'altra del riso, che, secondo suonano le 
parole, non sarebbe stato veduto dal Gantù, ma è ricordato come fatto no- 
torio riferito da altri : e diciamo riferito, perché probabilmente già negli 
anni successivi al '48, il Manzoni aveva allontanato da casa sua lo storico 
atrabiliare; e Dio sa come e da chi, riferito ! 

Ma queste sono inezie, le quali nulla tolgono al pregio del volume del 
Martini, che si legge con vantiiggio per le belle e utili cose che contiene, con 
diletto per la venustà della funiui, schiettamente ma signorilmente paesana. 

A. D'Ancona. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 183 

Antonino Giordano. - Breve esposizione della Divina Commedia spiegata 
nelle sue principali allegorie — (Napoli, Pieno, di pagg. 141 iu 16."). 

Il libro può dirsi aver raggiunto il suo intento didattico, se in tempo ab- 
bastanza breve è già arrivalo alla teiza impressione: la quale è, e sta bene, 
riveduta e ampliata, perchè in lavori di tal genere le nuove e assidue cure 
sono sempre necessarie. Ed è ben certo che dall'anteriore stampa a questa, 
molti sono i miglioramenti che l'autore ha introdotto nel suo lavoro, dedicato 
affettuosamente ai proprj alunni. Qualche altra cura non sarà tuttavia super- 
flua, per avvicinar sempre più il libro ad una relativa perfezione; e qui no- 
tiamo alcune coserelle che abbiamo osservalo. A pag. 63 parlando del ru- 
scelletto, a ritroso del quale Virgilio e Dante escono dalla tomba infernale, 
esso è detto " derivazione del Lete ,: e sta bene, ma meglio sarebbe stato 
aggiungere " probabile „; perché se i commentatori, ed è un bel caso, con- 
cordano in lai interpretazione. Dante non ne dice nulla. — A pag. 75 è detto 
che Stazio " rappresenta l'etica cristiana ,: e può essere, ma la libera scelta 
di questo poeta falla da Dante, non gli sarebbe stata consigliata dal desi- 
derio di compiere la figura storica e simbolica di Virgilio, facendolo apparire, 
come la fama portava, anche qual precursore e profeta del cristianesimo? — 
A pag. 96 è ricordato come nella visione del Paradiso terrestre l'Aquila 
scende per l'albero rompendone la scorza, i fiori e le foglie e poi urtando il 
carro : il che è spiegato colle persecuzioni dell' Impero contro la Chiesa : e 
in ciò il sig. G. concorda coi più: ma i più e il sig. G. con essi, non hanno 
osservato che due sono, successivamente, le dannose opere dell'Aquila, sim- 
bolo dell'autorità imperiale: l'una contro l'albero, che è l'Impero, l'altra 
contro il carro, che è la Chiesa militante. Ora sta bene che il danno, l'urto 
violento al carro simboleggi le persecuzioni degli imperatori pagani contro 
i nuovi credenti; ma l'offesa provata dall' albero, e specialmente quel rom- 
perne e dilaniarne la scorza non vorrebbe significare la divisione dell' im- 
pero? dell'impero, che nel De Man. I, 18, è detto tunica inconsutilis, ram- 
mentando con dolore il tempo in che cupiditatis ungile, scisstiram primitus 
passa est, e più oltre (III, 10) affermando cantra officimn deputatum impe- 
ratori, est scindere imperium ? Ma tutto questo accenniamo, riserbandoci a 
più ampia dimostrazione — . Anche a pag. 96 è detto che il drago del Purg. 
XXXII, 31, è Maometto; e cosi opinano parecchi commentatori, e può slare, 
chi sappia la forma leggendaria nella quale durante tutto il medio evo fu 
tramutata la storia del fondatore dell' islamismo. Ma poiché si tratta d' una 
bestia insidiosa, che si volge proprio contro il fondo del carro, cioè contro 
ciò che è originariamente fondamentale alla fede, perché non vedervi lo Spi- 
rito diabolico di cupidigia {Draco qui est Diabohis, dice l'Apocalisse), che alla 
chiesa militante toglie 1' antico fondamento di umiltà e povertà, appoggian- 
dosi a Pietro di Dante, che vi ravvisa appunto Cupidatem subsecutam pa- 
storum ecclesiae circa temporalia? — Altre coserelle ancora potremmo osser- 
vare e su altl-i punti richiamare l' attenzione dell' autore di questo sunto 
del poema, rispetto al quale ci basterà dire e confermare la favorevole sen- 
tenza che già altra volta portammo di esso. A. D'Ancona. 



Ì84 RASSEQKa ftlfeLÌOGRAFICA 

PUBBLICAZIONI 
DI STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO. 

Diamo il primo luogo a cinque volumi della Biblioteca storica del Risor- 
gimento italiano, diletta dai proff. Casini e Fiorini, e della quale è beneme- 
rita editrice la Società Dante Alighieri di Roma. Di altri due volumi della 
stessa collezione contenenti V Epistolario di T. Mahiani abbiamo parlato (/2as- 
segna, Vili, 72) in speciale articolo. 

I. L' undecimo volume della Serie I comprende la Memoria di Dom. Antonio 
Farini su La Romagna dal 1796 al 1828, pubblicata dal prof. Luigi Rava e 
da lui illustrata con note storiche e biografiche (pagg. VlI-193 in 16." picc). 
Preziosa è questa memoria storica, che, scritta da un uomo di molto valore, 
di matura esperienza e di coscienza rettissima, ben meritava di veder la luce : 
della qual cosa è da ringraziare il valente professore bolognese. Essa descrive 
con sicurezza e copia di particolari qual era la Romagna e il suo reggimento 
poUtico, amministrativo e giudiziario in sul finire del sec. XVIII, qual fu 
sotto il governo napoleonico, quale ritornò sotto il restaurato governo pon- 
tificio. Diffidi cosa sarebbe il riassumerla: ma giova spigolarne qualche 
notizia qua e là per vedere a qual punto V arbitrio e la confusione dei poteri 
erano giunti durante la fiacca e corrotta amministrazione dei chierici. Ec- 
cone due esempj, che faranno strabiliare chi abbia idea dei dritti e doveri 
di un governo. Il Bargello in capo non aveva stipendio, ma pagava esso 
un annuo tributo al Cardinale, reggente una Legazione, mantenendolo a fieno 
pei cavalli, a pesce per la sua tavola (p. 15). Ai confini di ciascuna Legazione 
stavano guardie ad impedire i trasporti dei generi da un luogo all' altro dello 
stesso Stato (p. 18) ecc. Un fatto, che non ricordiamo notato dagli storici 
di cotesto periodo, è l'instaurazione in Ravenna nel 1813-14 di una Reg- 
genza, che intitolava i suoi atti firmati dal Nugent, Regno d' Italia indipen- 
dente, nemica ai francesi, favorevole agli alleati, e che faceva correr voce le 
potenze voler l'indipendenza italiana: e ciò sta d'accordo coi proclami del- 
l'arciduca Giovanni e di lord Bentinck. Per tal modo s'ingannavano le po- 
polazioni, ma le cose andarono ben altrimenti quando i trattati restituirono 
le Legazioni al Pontefice. Su questo periodo le ricordanze del Farini sono 
ancor più fresche e più vive: e interessantissime sono le pagine destinate 
a narrare il governo dei legati Malvasia, Spina, Rusconi e Sanseverino, e 
quello pazzo addirittura, del Rivarola. Gli aneddoti su quest'ultimo fanno 
apprezzare come Roma trattasse quelle disgraziate piovincie. La Comunità 
di Ravenna aveva segnato fra gli edifizj a cui por mano, un pelatojo: il 
Rivarola lesse e scrisse nell'editto, lavatojo: e volle che questo, inutile, o 
non l'altro, richiesto dai bisogni dell' industria agricola, fosse edificato a spese 
pubbUche. Quando egU trovava nelle leggi qualche articolo che non gli pia- 
cesse, lo cancellava a penna sullo stampato, e questo secondo lui, bastava a 
farlo considerare soppresso — . Il manoscritto del Farini rimane interrotto alla 
narrazione della missione Invernizzi e dei processi che ne seguirono; e l'in- 
terruzione è dovuta all'uccisione proditoria all'autore. Il Rava hn arricchito 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 185 

questa Memoria, già cosi ricca di fatti e di cose, con note copiose e piene di 
altri particolari biografici e storici. 

— Serie II, n.° 1. Gius. Mazzatinti, Diario Epistolare di Giovila Lazzarini, 
Ministro di Grazia e Giustizia nella Repubblica romana (di pagg. 255 in 16.° 
picc. con ritr.). È una specie di cronistoria romana dal 10 febbrajo al 7 
luglio 1849, desunta dalle lettere del Lazzarini alla moglie in Forlt. Ad essa 
precede la biografia dello scrittore compilata dal Mazzatinti con ogni dili- 
genza, mettendo in mostra il caldo patriottismo del Lazzarini, l' onestà del 
carattere, l'amore alla moglie e ai figli, cui, dopo il breve ministero non pili 
si ricongiunse, e col nome dei quali sulle labbra mori di cholera in Nizza 
nel settembre 1849. Il carteggio, quasi quotidiano, narra con abbondanza 
di ragguagli i fatti di quell'epoca, vituperosa per la bieca politica della repub- 
blica francese, e di onore voi memoria per le armi italiane e per la protesta 
contro il secolar governo temporale dei papi. Al diario del Lazzarini è ag- 
giunto in appendice quello di un milite, pur forlivese, sui fatti d'arme della 
campagna dal 16 gennajo al 12 luglio '49. 

— Serie II, n." 2. Luigi Rava, Il maestro di un dittatore: Domenico An- 
tonio Farini: 1777-1834 (di pagg. 160 in 16." picc). Questo lavoro, del quale 
demmo altra volta un cenno, quando apparve nella Nuova Antologia, è la 
biografia dell'autore della Memoria, di che sopra abbiam parlato su la Ro- 
magna: d'i colui che fu zio e maestro a Luigi Carlo Farini. Egli perf assas- 
sinato da mano settaria, e il governo pontificio non permise mai che si 
ricercasse e si punisse l'autore dell'assassinio. Era uomo di varia cultura 
letteraria e scientifica, che aveva preso parte al reggimento napoleonico, e che, 
restaurato il governo dei chierici aveva mantenuto fra i giovani il culto delle 
libere istituzioni e l'amor all'Italia, sicché ne aveva avuto in cambio prigioni 
ed esilio. È degno di nota come prendesse parte anche alle controversie 
sulla hngua italiana, le quali erano bensì fomentate dall'Austria coli' intento di 
divider gli animi e accalorirli nelle dispute grammaticali, ma ai liberali servi- 
vano per rammentar agli italiani la unità della patria nell'unità dell'idioma. 

— Serie II, n." 3. Gius. Biadego, La dominazione austriaca e il sentimento 
pubblico a Verona dal 1814 a 1847 (pagg. 190 in 16.» picc). È un'ottima 
raccolta di notizie aneddote, tale che sarebbe desiderabile si facesse per lo 
stesso periodo di lenta preparazione al risorgimento politico, per ogni città 
italiana che prese parte a cotesto mutarsi degli eventi e degli animi. Le fonti 
alle quali il Biadego pili spesso ricorre sono accurati e sinceri diarj cittadini 
del tempo, di un Gavazocca nobile, di un Alberti oste, di uno Stegagnini 
canonico, che tutti più o meno, e dal loro speciale aspetto, più che narrare 
i fatti nei loro particolari, li commentavano secondo il modo di sentire pro- 
prio, o comune alla cittadinanza. Certo è che i francesi e Napoleone avevan 
trovato il modo di stancare e seccare le popolazioni itaUane, e che le ultime 
imprese militari dell'imperatore avevano sparso da per tutto il lutto e la 
desolazione, né la gloria militare e la prosperità civile potevano ormai più 
nascondere e, velare la servile soggezione d'Italia allo straniero: ed è certo 
pur anco, che vedendo sparire il dominio napoleonico, e coadiuvando ad 
atterrarlo, gli italiani si illusero di poter migliorare le loro condizioni. Ma 
è notevole che già dal '14 uno di cotesti diaristi, e certo non fervido nova- 



186 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

tore, scrivesse, che, mentre, caduto Napoleone, sembrava che " fìnahnente 

" questa povera Italia dovesse respirare ,, in realtà " sinora noi stiamo assai 

* peggio di prima ,. Questo stesso pacifico cittadino credeva però che si 
sarebbe avuta " una liberale costituzione e i nostri rappresentanti che la 
" faranno eseguire „; e per tal modo prestava fede a siffatti sogni d'im- 
periale liberalità, da vedere nei " nemici del nome austriaco „ soltanto " gli 
" irreligionarj e gli inmiorali della città, che vorrebher viver sempre ne'tumulti 

* e nelle stragi „. I sogni presto svanirono, e il diarista se ne accorgeva, 
meditando sugli applausi che riceveva nel '16 Maria Luisa, arciduchessa au- 
striaca, ma consorte del gran còrso, e che gli parevano " segno non dubbio 
" del gran partito che regna in Verona per Napoleone „. L'opinione generale 
già si veniva modificando, e nel '17 troviamo questo ricordo importante: ' Vi 
" ha ehi 'osa credere che non molto si fermeranno li tedeschi in Italia, che 

* veramente tengono schiava ,. Noi non seguiremo, colla scorta del Biadego, 
a notare tutte queste manifestazioni di un sentimento nazionale, che a poco 
a poco si andava formando, e che appariva per tanti modi, si da far star 
sempre ad occhi aperti il supremo governo e i cagnotti della polizia : certo 
è che costituiscono ricordi di molta iniportanza storica, e che l'a. li ha sa- 
puti mollo bene concatenare e illustrare. Su un punto tuttavia dissentiamo 
da lui, ed è dove parla della scortese e disumana accoglienza, che i veronesi 
avrebbero fatto al triste corteo dei condannali che si avviava verso lo 
Spielberg. La cosa è affermata dall' Andryane, ma negata dal Pallavicini, tanto 
più per aver quegli scritto che la piccoletla persona di quest' ultimo avrebbe 
eccitato risa ed insulti. E di nuovo, molli anni appresso, il Pallavicini affermò 
che, * non s'udì parola ingiuriosa, né si vide atto irreverente „. Ma il Gon- 
falonieri, che scriveva le sue Memorie fra le scure pareti del carcere, as- 
severa a sua volta, che il popolo veronese " solo fra tutti quelli che incon- 
" trammo e prima e dopo, si segnalò per indiscreta curiosità, e malevolenza 
" espressa in sino au fischio ,. Or come si fa a negar fede a questa affer- 
mazione, che si fonda su recente reminiscenza, e su un paragone con altre 
ben diverse accoglienze falle al triste convoglio? Si può solo ammettere 
che r Andryane e il Gonfalonieri furono in condizione di vedere e udire, e il 
Pallavicini, invece, in condizione di non vedere e non udire, e che le beffe 
e i fischi furono pochi e isolali. Il Biadego, ispirato da giusto amore del 
natio loco, vorrebbe negar in tutto il fatto, ma ci par negativa arrischiata; 
né le colpe dei padri, o di alcuni fra essi possono troppo e sempre gra- 
vare sulle spalle dei figli e dei nipoti. E poi, un fatto come quello di cui 
taluni veronesi sarebbero rei non ha lo stesso valore, se compiuto nel '24, 
ovvero in età pili larda quando l'avversione all'Austria era divenuta gene- 
rale, e generale era ormai il desiderio dell' indipendenza — . Pieno di falli, 
arricchito di episodj biografici su molli noti personaggi veronesi — l'Anna 
di Schio Serego e la Maria Teresa Serego Gozzadini, Alessandro Torri, Vit- 
torio Merighi, Garlo Montanari, Aleardo Aleardi ecc. — il libro del Biadego 
è un bel contributo alla storia del risorgimento, ch'egli dovrebbe compiere 
dal '47, ove si interrompe questa cronaca cittadina, al ISGG quando la ban- 
diera tricolore fu piantala sulle torri della vecchia città scaligera. 

— Serie II, n.° 4. Pio Vittorio Ferrari, Villa Glori, ricordi ed aneddoti 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 187 

dell'autunno 1867 (di pagg. XlV-332). È il racconto di un suj)erslile dell' au- 
dacissima impresa, che narra ciò che vide e ciò che lece, e ciò che fecero 
gU amici e compagni suoi. 11 Ferrari non ambisce certo alla fama di scrittore, 
ma quello ch'egli racconta con semplicità e schiettezza raffigura veramente 
innanzi all'occhio del lettore fatti ed uomini. Alcune scene che ritraggono 
tipi di popolani e conventicole di congiurati sono di impareggiabile evidenza, 
e cosi le narrazioni delle visite fatte dalle autorità ecclesiastiche, e perfino da 
Pio IX, ai prigionieri feriti; gustosissima è quella (p. 135) della visita a un 
pseudo-Golloredo, — cosi designato da un passaporto che portava questo 
nome — fatta da un amico e da un parente del Colloredo vero, che affer- 
mava di riconoscere per tale il prigioniero garibaldino, e di ritrovare nel 
suo viso i lineamenti paterni! II racconto del Ferrari ferve ancora e freme 
di quei santi entusiasmi, che rifecero la patria e la reser degna di miglior 
sorte, e li ravviva nell'anima di chi ha il cullo d'Italia. Allo scritto del glo- 
rioso e modesto superstite sono opportuna Appendice alcuni scritti inediti 
di Giovanni Gairoli, e l'Elenco dei combattenti di Villa Glori. Onore al nome 
loro ! 

II. Spettano alla storia del Risorgimento, sebbene l'uno narri i tempi 
di lontana preparazione, l'altro quelli delle prime e infelici prove, due vo- 
lumi che dicono i casi della stessa città: il primo del prof. Garlo Antolini, 
Ferrara negli ultimi anni del sec. XVIII (Ferrara, Zufti, 1899, di pag. 356 
in 18."), il secondo del prof. Ferruccio Quintavalle, Un mese di rivoluzione 
in Ferrara: 7 febbraio-tì marzo ISSI (Bologna, Zanichelli, 1900, di pagg. 
XV-324, in 18."). Il lavoro dell' Antolini è un ampio e compiuto quadro di 
ciò che era Ferrara, allorquando sopravvenne il turbine giacobino, e travolse 
tanti governi, tante istituzioni secolari, che cedettero al primo impulso, per- 
ché infiacchite dalla inerte vecchiezza e corrose dalla infiltrazione delle nuove 
dottrine. Ferrara, antica e cospicua seda del ducato estense, poi divenula 
provincia del dominio pontificio, andò sempre pili languendo, e le condizioni 
civih ed economiche nelle quali essa Irovavasi prima dell'invasione fran- 
cese sono con copia ed esaltezza di particolari descrilte dall' Antolini, dal 
quale apprendiamo ciò che fossero la legazione, i governi, le- poteslerie, le 
magistrature, l'ordinamento giudiziario, le forze militari (curioso è sapere 
che vi fossero dei soldati pagati con G baiocchi l'anuo!), le corporazioni di 
arti, le industrie, l'istruzione ecc. Erano i ferraresi contenti della loro sorte 
e del governo che avevano innanzi al '96? No, assevera l'A. (p. 43) e lo 
prova con testimonianze contemporanee. Ma l'invasione francese, pel modo 
come avvenne, e le vicende continue, e le spogliazioni e gli arbitrj solda- 
teschi, non lasciò soddisfalli neanch'essa, e nel '99 fu terribile e sanguinosa 
la reazione dei vinti; ed anche di ciò l'A. ricerca ed espone imparzialmente 
le cause (p. 156). Se non che, quando dopo Marengo, ritornò a capitanare 
il nuovo ordine di cose il gran còrso, Ferrara ritornò di buon grado a far 
parte delle città libere, e fino alla caduta del Regno italico segui di questo 
le sorti. Neil! ultimo giorno del 1800, cosi conclude la sua narrazione l' An- 
tolini, ondeggiava in Ferrara al vento la bandiera gialla e nera; l'ultimo 
giorno del gennaio 1801 le sorrideva il vessillo tricolore cisalpino. Intanto 
dal 19 giugno 1796 al 19 gennaio 1801, e cosi per lo spazio di quattr'anni 



188 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

e mezzo, Ferrara aveva veduti l'un dopo l'altro i seguenti reggimenti: go- 
verno pontificio; municipalità col consiglio centumvirale; amministrazione 
centrale; repubblica cispadana; repubblica cisalpina; cesarea regia provvi- 
soria reggenza ; e di nuovo repubblica cisalpina. A questo punto si ferma 
il racconto, ricco di fatti ben ordinati e imparzialmente esposti dall' Anto- 
lini : il quale farebbe bene a continuarlo fino almeno alla caduta dell'astro 
napoleonico, al ritorno cioè di Ferrara al reggimento ecclesiastico. Alla nar- 
razione storica succedono utili appendici di documenti; notevole è assai 
quella che raccoglie le poesie, colle quali allora si acclamarono o vitupe- 
rarono la rivoluzione francese, i giacobini, il papa; alcune piene di entusia- 
smo lirico, altre veementemente satiriche: piti importanti generalmente 
come testimonianze storiche, che per magistero d'arte. Se lo spazio non ce 
lo vietasse, potremmo spigolarvi entro qualche curiosità: ricorderemo soltanto 
un sonetto del Minzoni " contro l'orgoglio francese „, non meno gonfio degli 
altri di cotesto autore (p. 187), ed uno (che comincia: Scismatici, appellanti, 
giansenisti), attribuito all' ab. Bottoni col titolo Elenco dei partigiani della 
Francia (p. 234) e colla data del 1792, ma che, salvo la chiusa: Questi son 
della Francia i partigiani, è rimesso a nuovo per l' occasione, dacché, ter- 
minando: Questi son del gran Prusso i partigiani, aveva un trenta o quaran- 
t'anni innanzi servito a vituperare i fautori di Federigo II. 

Più breve spazio comprende il racconto del prof. Quintavalli : men che 
un mese di storia: non però poco importante, perché la rivoluzione roma- 
gnola del 1831 ricorda il secondo tentativo, dopo quelli del '20 in Napoli e 
in Piemonte, di libertà e d'indipendenza nazionale. Quei moti del '20 erano 
stati essenzialmente militari: questi furono guidati dalle classi più colte e 
istruite, e non ci pare nel vero il sig. Quinlavalle, quando notando, e giu- 
stamente, i difetti e le colpe, la pochezza dell'animo e la grettezza di con- 
cetti dei capi, afferma che però il popolo " comprendeva trattarsi di causa 
" nazionale „ (p. XV). Troppo piccola parte ebbe allora il popolo a quei 
fatti, e lo mostrano i nomi dei puniti e dei proscritti. Anche il sig. Q. fa 
precedere al suo racconto alcune considerazioni sul governo pontificio e 
sullo spirito pubblico in Ferrara nei tempi anteriori al moto rivoluzionario, 
dal '15 cioè al '30, e vi raccoglie fatti e testimonianze di non poco valore 
storico. È curioso notare il significalo che avevano allora la barba e i baffi, 
e la guerra che ad essi moveva l' autorità politica, che vi scorgeva * un atto 
" di perseveranza alla triste memoria dei tempi andati e una conferma di 
* aderenza alle detestabili cose passate „ (p. 6), come scriveva un pezzo 
grosso del governo pontificio, augurando che barba e baffi fossero tolti via, 
come avanzo di tempi " dei quaU occorrerebbe distruggere ogni più tenue 
" ricordo! ,. Anche questa volta, come sul fine del secolo XVIIl, l'impulso 
venne di Francia: dalla rivoluzione che cacciò i Borboni e insediò gli Or- 
leans; e il 7 febbraio del 1831 Ferrara segui l' esempio di Bologna, ed ebbe 
un governo provvisorio. Ma Ferrara trovavasi in speciali condizioni, avendo 
il castello in mano agli Austriaci: sicché mentre il governo provvisorio 
esultando notificava gli avvenimenti ai comuni della provincia e al governo 
provvisorio di Bologna, ne dava avviso anche al comandante austriaco, spe- 
rando sarebbero mantenute " le amichevoli e leali relazioni, che fino ad ora 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 189 

"hanno fra i due governi esistito,. A quest'atto di ingenuo machiavel- 
lismo, il comandante rispose soltanto che la truppa da lui comandata avrebbe 
severamente atteso ai proprj doveri! L'A. narra quanto fece in quel breve 
spazio di tempo il governo provvisorio, e in mezzo a quali difQcoltà si tro- 
vasse, e quali illusioni nutrisse fino al giorno non lontano della caduta. No- 
tevole è un fatto, che prova la mancanza di ampj concetti politici e il perdu- 
rare delle bizze municipali: ed è che dalla rivoluzione ferrarese presero mo- 
tivo alcune terre della provincia, ad es. Cento e Massa Lombarda, per sepa- 
rarsi dal capoluogo, e voler far casa e castello da sé. Questo movimento 
separatista era del resto la rinnovazione di ciò che era accaduto nel '96, 
e che narra l' Autolini (p. 80 e seg.), quando la cosidelta Romagnola si 
smembrò da Ferrara. Ammettendo col sig, Quinlavalle (p. 172) che, per ra- 
gioni d'interessi, coteste popolazioni avesser ragione contro il capoluogo, 
concordiamo anche con lui nel giudicare che cotesto non era il momento 
opportuno, quando tanto necessaria era la concordia degli animi e l'unione 
delle forze. Invece cogli austriaci alle spalle. Massa Lombarda voleva libe- 
rarsi da una * indebita soggezione ,: Cento voleva far da sé, pur protestando 
di portare in eterno a Ferrara " una smisurata estimazione ,: la Villa di 
Lavezzola si separava da Gonselice, in nome del * principio di non inter- 
' vento ,, e Pieve di Cento dichiarava non voler mai più " dipendere dalla 
* vicina città di Cento ,. Anzi che nascere uno spirito nuovo, rinasceva e 
rifioriva il vecchio spirito municipale! Tutta la narrazione minuta e speci- 
fica che di questi fatti ci offre il Quintavalle è preziosa come relazione 
storica e come opportuno ammonimento politico, anche agli italiani del di 
d'oggi. E mentre non si armava, ma si gridava, e si rinfocolavano gli an- 
tichi odj e si invocavano privilegj e esenzioni locali, gli Austriaci si avan- 
zavano, e a prender Comacchio, che anch' esso aveva avuto i suoi pruriti 
separatisti, bastarono tre ufficiaU e un soldato! — . 11 volume, che ci pare im- 
portante contributo alla storia dei fatti del 1831, si chiude con abbondanti 
documenti, e anche qui hanno cospicua parte alcune poesie politiche, ricche 
di quei sensi d'italianità, cui mal corrispondevano il senno e l'audacia nelle 
azioni. 

III. A tempi più recenti e a fatti più gloriosi ci richiama il sig. Antonio 
Ugolktti col suo libro Brescia nella rivoluzione del 1848-49 (Bologna, Zani- 
chelli, 1899, di pagg. CXLIV-159, in 8."). L'autore, con bontà di forma e 
con largo apparato di notizie e documenti ritesse la storia di coteste due 
annate, procedendo sicuro fra opposte affermazioni di contemporanei, guidati 
ciascuno dalle proprie passioni. Fu fatta grave colpa al governo provvisorio 
del '48 di aver lasciato uscire armato il presidio austriaco, né furono ad 
esso risparmiate accuse e dileggi (p. XXXVl); ma in quel tumulto di cose, 
osserva assennatamente l'A., " quanto più grave sarebbe stata la responsa- 
" bilità sua, se con una condotta, poniamo pure più ardita, avesse provocato 
" nella città un inutile sagrificio di vite! ,. È poi lode di Brescia di aver in 
queir anno e in tanto fluttuare e contrastar di passioni, veduto e voluto il 
miglior partito e più italiano: dacché " il movimento annessionista parli 
precisamente da Brescia „ (p LXXI), e ne furono promotori due vecchi e 
provati patriotti, Filippo Ugoni e Giacinto Mumpiani, onorandi avanzi delle 



190 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

cospirazioni del '21. Ma ardua questione è il sapere donde mossero e da 
chi furono sparse le false voci che nel '49 incitarono i Bresciani al cruento 
sagrifìcio: e l' A. tratta questo punto con larghezza e con imparzialità 
(pp. GXXXUI e segg.). Si sa che allora fu detto e affermato, Carlo Alberto 
aver tradito, e con esso il suo primogenito e successore, e il parlamento 
aver pronunziato la decadenza della dinastia investendo il gen. Gzarnowski 
della dittatura, ed egli aver sbaragliato gli austriaci, i quali già avevano 
sgombrato Milano in virtù di un armistizio, che faceva libera tutta la Lom- 
bardia. Queste voci, nelle quali lutto era falso, furono olio e zolfo gettati 
io quel bollor di passioni, tanto pili dacché il Gomitato di pubblica difesa 
se ne fece garante con quei suoi bollettini, che animavano i Bresciani a re- 
sistere e combattere, e terminavano al grido : " morte agli Austriaci, morte 
" a Garlalberto ,. Fu asserito da taluni che di quelle notizie fossero autori 
gli austro-clericali: da altri, i repubblicani; e il nostro a. propende a tener 
più " verisimile „ quest'ipotesi, " salvo che „, aggiunge, " gente capace di tal 
" tal scelleraggine non può appartenere a veruna fede che si rispetta ,. Certo 
è che i propalatori di quelle fandonie non fu mai accertate chi fossero: come 
è triste cosa che le confermasse e desse loro autorità il Comitato. Ma è pur 
vero quello che scrive 1' U., che: " ciò che rimane purissimo in queste vicende 
" è l'eroismo del popolo, che, in piena fede, anche ingannato, si cacciò nella 
" battaglia, e senza contare i nemici, con generoso sacrifizio pugnò fino al- 
" l'estremo (p. GXL) „. E se vi furono miserandi eccessi contro onesti e 
prudenti consiglieri (p. 47), rimane ancora che la colpa dell'eccidio risale 
al general Haynau, soldataccio della peggior specie, che, per farsi merito coi 
suoi padroni, ai bresciani che lo interrogavano sui fatti occorsi, con un 
misterioso " so tutto „ nascondeva il vero e prolungava l'eccidio dei suoi e 
dei cittadini. Nella bolgia dantesca di sangue vermiglio, l' Haynau dovrebbe 
stare immerso non fino alle ciglia, ma fino al disopra dei capelli! — Il voi. 
dell' U. è arricchito di documenti e di una relazione inedita delle dieci gior- 
nate, e illustrato con tavole. Noteremo nel discorso preliminare alcune sviste: 
a pag. LXIIl è detto erroneamente che dei cinquemila toscani, onde era a 
capo il De Laugier, la maggior parte fossero studenti : il vero è che il batta- 
glione universitario era di poco più che di 300 uomini. A pag. LXXX é detto 
che a Gurtatone si batterono studenti di Pavia, e sarà sbaglio invece di Pisa. 
Non sappiamo poi donde l'a. abbia tratto la notizia che Carlo Alberto " nel 
" chiedere a Mazzini la sua cooperazione, aveva promesso di riformare lo 
Statuto e convocare una costituente (p. LXXIIl) „ ; queste trattative fra il re 
e il gran cospiratore ci pajono difficili ad ammettere. Ma ad onta di queste 
ed altre piccole mende, e sopra tutto per ciò che spetta all'argomento prin- 
cipale, che è l'eroismo bresciano, il libro dell' U. è di capitale importanza 
e di reale valore storico. 

IV. Centenario della Battaglia di Marengo. — È noto come il barone Al- 
berto Lumbroso' proponesse un Congresso internazionale di cultori degli studj 
storici, per commemorare il centenario di quella battaglia, che può dirsi inau- 
gurare il secolo XIX, e già esso si preparava con un Bollettino, che ora è 
rimasto interrotto, come la «'oinmemorazione stessa si è ridotta a minori pro- 
porzioni, e ad un discorso del prof. Bertolino Quei signori, o cittadini, alle 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 191 

cui mani venne poco appresso il Municipio Alessandrino, non hanno, si sa, 
nulla da commemorare nel passato, o al pili il brodetto degli Spartani; l'av- 
venire che vagheggiano sarà una cosa nuova, sbalorditoria, senza esempj 
nelle età anteriori. Si sono tuttavia salvate dal naufragio del disegno in pre- 
parazione, alcune Memorie storiche raccolte a cura della Società provinciale 
di storia, e che pubblica a sue spese il Municipio, dandone intanto a luce la 
prima parte (Alessandria, Chiari, di pagg. 271 in 4."). Riferiamo 1' elenco degli 
scritti in esso contenuti : A. Morena. Idea di una unione federativa utile 
alla Francia e alla Toscana per datli una pace perpetua: è uno scritto del 
famoso senatore Gianni, ch'egli stesso intitola " sogno politico ,, assai curioso 
e importante, perché rientra in quella serie di tentativi escogitali per dare 
all'Italia unita la forma federativa. Il titolo parrebbe considerare la sola 
Toscana, ma il disegno comprende tutta la penisola, o almeno la parte su- 
periore e media. — A. Lumbroso, Due iscrizioni napoleoniche. — Gius. Roberti, 
Il primo campo dei Veterani della 27.^ divisione militare : descrive la fonda- 
zions e le vicende di una di quelle colonie militari, che Napoleone, all'uso 
romano, creò nelle vicinanze di Marengo, e che durò fino alla sua caduta — 
La première pièce d'or frappée d' aprés le système decimai. — F. Bouvier, Une 
relation inèdite de la bataille de Marengo: la relazione è del generale Danican, 
con note di quel Franchino di Cavour, che nel carteggio del pronipote è 
ricordato con tanto affetto, e contiene particolari interessanti alla storia. — 
A. Bruno, Montenotte. — Fa. Gasparolo, Alessandria nel periodo napoleonico: 
curiosa e importante raccolta di documenti, dell'anno 1798 — F. Trucco, 
La battaglia di Novi: tanto questo scritto, quanto l'altro su Montenotte, of- 
frono notizie nuove o ben vagliate sui due combattimenti. — A. F. Negri, 
Ricordi di cronaca della Rivoluzione »i dell'era napoleonica in Casale Mon- 
ferrato: fa per Casale ciò che il Gasparolo ha fatto per Alessandria nel '98, 
e in un successsivo scritto, fa anche per l'anno 1799, raccogliendo tradi- 
zioni e documenti sui casi del tempo, e offrendo una immagine sincera dello 
stato delle cose e degli animi in quel procelloso periodo. — Auguriamo pe- 
tanto che il secondo voi. di questa rilevante raccolta storica venga presto 
a luce a sussidio degli studj storici. 

V. Chiudiamo questa rassegna menzionando un libro che al pregio sto- 
rico congiunge quello di contenere opportune considerazioni politiche e no- 
tevoli scritti di storia letteraria, ed è il voi. del prof. Domenico Zanichelli, 
Studj di storia costituzionale e politica del risorgimento italiano (Bologna, 
Zanichelli, 1900, di pagg. 500 in 16.°). Ci basterà, per l'indole del nostro 
periodico, notare soltanto i titoli degli scritti che formano la parte prima; 
Sullo svolgimento del sistema rappresentativo in Italia — La preparazione 
e i primi anni dello Statuto — Lo Statuto di Carlo Alberto — Riformisti 
e moderati nella storia costituzionale italiana — Introduzione storica allo 
studio del parlamentarismo italiano: tutti informati alle pili sagge dottrine 
politiche e fondati su esatta cognizione di tempi e di persone. Nel secondo 
Capitolo dell' ultimo scritto, che tratta del Parlamento dalla proclamazione del 
Regno d'Italia alla morte del Conte di Cavour, leggiamo non senza ìntimo 
compiacimento giudizj su gruppi ed uomini politici, che anche in mezzo ai 
fervidi contrasti di partito e nell'antagonismo dei concetti e dei sentimenti, 



192 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

sapevano serbare quella temperanza e dignità di linguaggio e di modi, che 
ora è totalmente perduta, sicché il Parlamento pili che un consesso di le- 
gislatori sembra divenuto taverna o bordello. Più volentieri ci indugeremmo 
sulla seconda parte del volume, in che si leggono i seguenti scritti, i quali 
più da vicino toccano i nostri studj, e sono: Giacomo Durando e il suo libro 
sulla Nazionalità italiana — Il carteggio di Michele Amari — Le poesie 
politiche di Giovanni Berchet — La rivoluzione del 1848 e le poesie politiche 
di Giovanni Prati. Il primo è ampia analisi di un libro che, edito nel '46, 
tendeva alla ricostituzione nazionale della penisola, e che Ta. giudica ' dei 
" maggiori e migliori tra quelli che hanno preparata e informata la rivolu- 
" zione del 1848 (pagg. 339) ,, e del quale certamente dovrà occuparsi lo 
storico della letteratura civile, perché per esso il Durando tien luogo cospicuo 
nella serie degli scrittori politici itahani. Il secondo saggio trae dal carteggio 
dell'Amari un ritratto dell'uomo insigne, la vita operosa del quale può esser 
" ammaestramento ed esempio (pag. 401) „ alla presente generazione. Ben con- 
nesso colle vicende del sentimento patriottico italiano è lo studio sulle poesie 
del Berchet, il quale maturati i tempi, e dopo aver vituperato il principe di Ga- 
" Tignano sedette, egli, il poeta di Glarina, nel Parlamento subalpino, giurando 
" fedeltà a Garlalberto (p.439) ,: e con maggior ampiezza sono studiate anche 
le poesie politiche del Prati, sia che esprimano voti e speranze di riscatto, o 
esaltino il valore del re e dell'esercito, o deplorino i disastri, o con veemenza 
di parola sarcastica, sì scaghno contro la demagogia piazzatola o parlamentare. 
È uno studio fatto con scrupolosa diligenza, con senso d'arte e di storia, 
e che restituisce ed afferma al Prati i meriti di poeta civile. A. D'A. 

CRONACA. 

.•. Abbiamo a stampa due fra le conferenze di illustrazione dantesca te- 
nute a Firenze in Orsanmichele: l'una è del prof. G. A. Venturi Attorno al 
canto IX dell'Inferno (estr. dalla Rass. Nazionale, di pagg. 17 in 16.»), con 
buone osservazioni, fra le quali ci sembrano ottime quelle riguardanti il messo 
del cielo; in esso il V. non scorge né Mercurio, né Enea, né — mirabile 
dictu! — Gristo, ma semplicemente, come suona la parola, un angelo, e scio- 
glie acutamente la difficoltà che a tal interpretazione potrebbe venire dal 
noto passo del Purgat. Il, 30. — L' altra è del prof. Antonio Zardo, e illustra II 
canto XVI dell'Inferno (estr. dalla Pass. Nazionale, di pagg. 21 in 1G.°): anch'es- 
sa degna di lode per acutezza e perspicuità. Forse, se il conferenziere fosse stato 
a tempo a inserirvela, avrebbe fatto buon viso alla interpretazione dataci dal 
dott. Davidshon sui campion nudi ed unti [Bollett. Società Dant., VII, 39), che 
non sono gli antichi " lottatori „, ma coloro che nel medio evo effettiva- 
mente lottavano fra loro per mercede in un duello giudiziario, e che erano 
appunto designati col nome di campiones. Quanto al Monteveso è curioso che 
nel testo l'A. propenda a vederci cogli antichi commentatori il Monviso, e 
in nota poi annunzi di aver cangiato parere, riconoscendovi con moderni 
esploratori della regione, un Monte Viso o Monvi della Bomagna toscana. Noi 
che abbiamo sempre tenuto quest'opinione, e sospettato che fosse la vera an- 
che quando ci mancavano notizie di fatto, perché veramente volendo descri- 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 193 

vere il corso dell'antico Montone, Dante l'avrebbe presa un po' troppo di 
lontano, e come suol dirsi a Firenze, dalle cave di Fiesole, siam lieti di ve- 
dere cotesla sentenza, sebben contradetta nel testo, approvata in nota; meglio 
era però invertir le parti, indicando in nota l'antica spiegazione. — Quanto 
all'identificazione del simbolo della Lonza con quello di Gerione, a noi par 
vera e crediamo che finirà col trionfare l' opinione del Casella, che ambedue 
sieno figure della frode, né ci pare di gran peso ciò che obbietta il prof. Zardo 
a proposito delle parole di Virgilio : e ciò che 'l tuo pensier sogna Tosto 
convien ch'ai tuo viso si scopra. Obietta cioè il prof. Z.: " che Dante 
" pensasse altre cose, dicono chiaramente i versi , : mentre a noi sembra che 
dicano invece: — ciò che tu prevedi, presagisci come in sogno, per l'uso fatto 
della corda, già destinata a prender la Lonza, diverrà verità chiara e lam- 
pante: vedrai di non ingannarti nelle tue congetture, poiché se non pro- 
prio la Lonza, verrà qualche cosa di simile. — Quanto al significato della corda, 
pel prof. Z. essa è la vigilanza: noi vorremmo ricordare che secondo Ari- 
stotele la frode è Prudenza usata a mal fine, e la Prudenza, frode usata a 
buon fine, e vedremmo in essa la Prudenza, che talvolta non serve contro la 
frode all'uomo abbandonato alle sole sue forze, ma gli giova mirabilmente 
quando egli si conforti dell' ajuto della Ragione (Virgilio). Ma sono opinioni, 
e ognuno, in fatto di esegesi dantesca, professa le sue ; e quelle del prof. Z. 
sono da lui esposte con vigore ed acume. 

.". Il sig. Henry Gochin, tanto benemerito degh studj petrarcheschi, da uno 
scritto del suo prediletto autore ha ricavato materia a un saggio breve, ma 
che dà da pensare, intorno L'àge de Dante (estr. dalla Revue d'hist. et de 
littér. relig., di pagg. 8 in 16."). Il Petrarca dice in un luogo delle Familiari 
(XXI, 15) che il padre suo era più giovane di Dante, suo compagno di esilio. 
Inoltre in una delle Senili (X, 2), che sembra doversi datare dal 1367, allu- 
dendo all'età di ser Petracco, lo farebbe nato fra il 1251 e il 1256. Ora se, 
come risulterebbe dalle Familiari, Dante, a detta di messer Francesco, avrebbe 
avuto una diecina di anni più che ser Petracco, l'Alighieri dovrebbe esser 
nato fra il 1241 e il '46: nel 1300 sarebbe stato fra i cinquantaquattro e 
i cinquantanove anni, e sarebbe morto di settantacinque o ottanta. Tali le 
conclusioni, * estreme ,, osserva a ragione il Gochin, alle quali condurrebbe 
l'attestazione del Petrarca: ad ogni modo, anche ammettendo un po' d'in- 
certezza d' impressioni e di ricordi. Dante sarebbe nato pel Petrarca prima 
del 1265. Come sciogliere il dubbio? Si dovrebbe dire che al Petrarca di 
parecchi anni mentisse lo scritto nel libro della memoria? o che si tratti di 
una interpolazione successiva, nella quale sbadatamente s'introducesse l'er- 
rore? Il sig. C. sottoponendo il problema agli studiosi, non esclude la possi- 
bilità dell' errore, ma è evidente che non è molto inchinevole ad ammetterlo. 
Ma gli studiosi di Dante, ai quali ricorre, gli dovranno rispondere, come già 
gli ha replicato il prof. Kraus, che troppe sono le ragioni per le quali non 
è possibile muovere la nascita di Dante dall'anno 1265. 

.*. Il prof. Gildo Valeggia ha pubblicato II 1" Canto dell' Inferno dantesco, 
come Saggio d'un commento scolastico alla D. C. (Lanciano, Carabba, di pp. 33 
in 16."), che dovrebbe dare " in breve e succosamente l' interpretazione più 
"razionale, e le ragioni principali per cui quest'interpetrazione si è accet- 



194 RASSEGNA BIBIJOGRAFICA 

* tata: delle notizie storiche sui luoghi e sui personaggi, le pili possibilmente 
"esatte; delle spiegazioni della lingua e del modo di concepire antico, che 

* ne mostrino la diversità dalla lingua e dal modo di concepire odierno ecc. , : 
insomma un commento essenzialmente scolastico. Forse il concetto non è 
nuovo, ma tutto sta nel modo di porlo :n atto, e soprattutto nella mi- 
sura ; e al saggio del V. ci par non si possa negar questa lode, né quella 
della chiarezza. E ci piace notare ch'egli segua per le tre fiere l'interpre- 
tazione del Casella. Quanto al " Veltro ,, egli dispone in quattro gruppi le di- 
verse interpretazioni ; ma a parer nostro, sarebbe stato bene sdoppiare quello 
di un indeterminato imperatore o pontefice: troppa differenza vi è rispetto al 
supremo concetto politico di Dante, se l'indeterminato " Veltro , debba im- 
maginarsi signore temporale o spiriluale. 

.*. Per la commemorazione alla quale sono stati chiamati gli Istituti edu- 
cativi del Regno del centenario dantesco, il prof. St. De Chiara ha pronun- 
ziato e poi pubblicato (Cosenza, Caputo, pagg. 10 in 4.°) una sua Lettura 
intorno al canto III del Purgai., prendendo motivo alla scelta dalla menzione 
che vi si fa di Cosenza, e mostrando come in esso " il poeta si unisca 
" collo storico, e lo storico coli' uomo di parte e il giudice severo ,. 

.•. Il sig. Antonio Cimmino ha dato alle stampe un suo discorso tenuto a 
Roma in Arcadia col titolo II giubileo del 1300 e Dante Alighieri, pel VI 
centenario della sua istituzione (Roma, tipogr. Salesiana, di pagg, 31 in 16."). 
Egli vuol dimostrare che "la Divina Commedia è l'inno che Dante sciolse 
" in lode del giubileo; 1." perché da esso trasse occasione a scrivere la sua 
" epopea; 2.° perché in più luoghi di essa sono magnificate le giubilali indul- 
" genze ,, Il sig. G. crede sapere per certe ed inconcusse molte cose, sulle 
quali è lecito il dubbio. Cosi ad esempia egli sa {io constato, cosi si esprime) 

* che il poeta all'annunzio del giubileo universale riavendo per la terza fiata 
" l'idea del poema, senz'altro impugna la penna e scrive „: sa pure (tengo per 
fermo) ' ch'egli sia stato fra i romei in Roma a compiere tutte le pratiche 
" ingiunte all'acquisto delle plenarie indulgenze „. Ma i ragionamenti coi quali 
l'A. si sforza a provare il suo assunto sanno di sottigliezza curiale, come 
curiale, e della curia di qualche lustro addietro, è il modo di scrivere. Ed 
eccone un saggio: " Ammesso nel principio pensante facoltà di appetire e di 
" volere con atti eliciti ed imperati in ordine al bene, come in ordine al vero 
" quella di sentire ed attendere, io son menato ad affermare, che queste si 
" svolsero ed agirono distintamente nell'anima dell'Alighieri, nel ricono- 
" scere egli stesso il vero motivo, che valse a determinare con interna attività 
"la sua facoltà volitiva all'alta impresa,. E ci pare che basti. 

.•. Il prof. M. A. RossoTTi ha letto a Livorno alla Società di mutuo soc- 
corso fra gli insegnanti una sua Conferenza su / numeri e le forme geome- 
triche in Dante, che ora vien data a luce (Pisa, Mariotti, pag. 30 in 16.»), e 
dove sono riassunte ed esposte le dottrine del poeta sulla materia indicata 
dal titolo, con sicura conoscenza e somma chiarezza. 

.". Il VI centenario della Visione dantesca è stato celebrato a Messina 
colla pubblicazione di un numero speciale dell'eros, destinato tutto alla 
festa, e che racchiude scritti in prosa e in verso di parecchi autori di 
^uon qoroe, e tra le altre cose un discorso del prof. G. Guinigò su / veri 



I 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 195 

interpetri del pensiero dantesco, una Lettera del prof. V. Gian su Memorie 
messinesi del tempo svevo, e la notizia del sig. L. Perroni Grande di un Dan- 
tofilo messinese del quattrocento (il p. Matteo Galdo). 

.*. A conforto dell'opinione emessa dal prof. Angelitti che l'anno della 
visione dantesca sia il 1301, il dott. Fr. Cantelli, a lui compagno nell'Osser- 
vatorio di Palermo, pubblica una Memoria su La conoscenza dei tempi nel 
viaggio dantesco (Napoli, tip. universit., di 47 pagg. in 4."), nella quale si vuol 
mostrare che l'orario del viaggio nei tre regni corrisponde in ogni particolare 
a cotesta data. Incompetenti, come più volte ci dichiarammo, nella materia, se- 
guiamo tuttavia con attenzione lo svolgimento dell'interessante controversia. 

.*. Intorno alla Vita Nuova s'intitola uno scritto del prof. Ern. Lamma, 
o proposito di una nuova pubblicazione (Venezia, Visentin!, di pagg. 14 in 16.'. 
estr. é&W Ateneo Veneto), oppugnando la sentenza ultimamente messa fuori dal 
prof. Federzoni, che il libello dantesco sia stato composto dopo il 1300. A 
noi veramente è sembrato che gli argomenti addotti dal valente professore bo- 
lognese in sostegno della sua tesi sieno assolutamente e soltanto soggettivi 
e alquanto arbitrar]': e ci sembra per ciò anche, che le obbiezioni fattegli 
dal Lamma abbiano buon fondamento di fatti e di ragionamenti. 

.". Del serventese provenzale Senher n' enfant z s' il »os /)Zote, pubblicato 
ora criticamente da A. Tobler colla sua nota dottrina e perizia nei Rendi- 
conti deW Accademia ai Berlino (seduta del 29 marzo), facciamo qui men- 
zione perché ha offerto all'editore l'opportunità di fare un pajo d'osserva- 
zioni che s' attengono a Dante. Il serventese, di cui non si conosce l' autore, 
che però sembra essere stato catalano, è diretto al terzogenito dei tìgli di Pie- 
tro III d'Aragona, Federico, quando ancora non era sahto sul trono di Sicilia 
e lo esorta a circondarsi di consiglieri valorosi e assennati se voglia diven- 
tare potente e famoso. Questo medesimo consiglio, com'è naturale, è rivolto 
ai principi in pili di uno scritto medievale, e Dante nel Convivio lo ripete 
allo stesso Federico dopo che era già divenuto re. Per questo poi, come si 
sa, ha severe parole di biasimo in più d'un luogo del poema, mentre nello 
stesso poema {Purg., Ili, 116) Manfredi chiama la propria figlia Gostanza 
genitrice DelVonor di Cecilia e D'Aragona, madre cioè di Federico III re di 
Sicilia e Giacomo II re d'Aragona. Ai commentatori parve non si potesse 
togliere la contraddizione, se non ammettendo che Manfredi esprima il sen- 
timento suo personale naturalmente benevolo verso i nipoti, mentre negli 
altri luoghi il poeta ne avrebbe fatto per conto suo severo giudizio. Ora il 
Tobler pensa invece che la contraddizione non esista quando si dia a onor 
un significato diverso dal solito, e che, secondo lui, avrebbe potuto avere. 
Invero, Dante movendo dal significato di ' dominio ' in cui onor trovasi usato 
iti provenzale e in antico francese, avrebbe tratto la parola a designare ' chi 
possiede il dominio ', come analogamente si ebbe la, e poi, lo podestà, saera 
corona per ' chi porta corona ', impero per imperatore. Sennonché, poiché 
tale significato di onore, per quanto sappiamo, sarebbe nuovo in italiano e 
Dante quindi attribuendoglielo si sarebbe esposto al pericolo di riuscire ana- 
biguo, vien fatto di chiedere: ma è proprio necessario intendere cosi? e la 
comune opinione dei commentatori è cosi poco verosimile come sembra al 
Tobler? A noi rimane sempre qualche dubbio. 



196 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

.". È uscita a luce a Lipsia presso il Brockhaus la seconda edizione dei- 
V Inferno, col comuienlo dello Sgartazzini. Era necessario mettere all'uni- 
sono il commento della prima cantica con quello, tanto più ampio e ricco, 
delle altre due. Il primo voi. adunque che, nella edizione del 1874, era di 
444 pagg., in questa nuova ne comprende 623. Non abbiamo potuto fare an- 
cora un accurato esame del nuovo commento, ma abbiamo dato una oc- 
chiata a taluni passi importanti, e non vi abbiara trovato quella ricchezza 
di informazioni e di discussioni, che ci sembravano meritare. Cosi rispetto 
alle tre fiere abbiamo trovato più citazioni che ragionamenti, e neanche ac- 
cennata l'opinione dal Casella, che può non accettarsi, ma non convien 
passar sotto silenzio. È vero, senza dubbio, che la questione del Veltro è 
molto grave, ma in un commento dantesco non ci pare che si debba lasciare 
" indecisa , perché " la scienza non ha ancora tanto in mano da poterla 
* decidere ,: e dacché " la scienza „ non scioglierà mai il groppo, meglio 
sarebbe indicare l'opinione che si stima preferibile fra tante. Anche rispetto 
al famoso disdegno di Guido, TA. pone un ammirativo dopo esposta 1' opi- 
nione che vi si alluda a noncuranza della poesia (" egli stesso poeta ,!), e 
poi conclude che l'opinione degli antichi commentatori, che è appunto co- 
desta, essendo concorde, non e' è ragione di ritenerla erronea. Ci sembra 
dunque che qua e là appariscano i segni di una certa fretta, il che non era 
negli altri due voi. Ma quel che più ci spiace in questo voi. sono le poche 
righe di prefazione, nelle quali lo Se. profonde a piene mani l' ingiuria e li 
disprezzo contro quelli che lo contraddissero e possibilmente lo contraddi- 
ranno. Lo Se. in fatto di galateo letterario è rimasto un po' troppo addie- 
tro: non ci consta che cotesto modo di fare sia d' uso in Svizzera o in Ger- 
mania, ma non è certo più in uso di qua dalle Alpi, dove anzi è aperta- 
mente vituperato. Si può lasciarsi andare contro gli avversar] a qualche pa- 
rola frizzante; ma l'ingiuria si ritorce contro chi l'adopra, e attesta soltanto 
che chi se ne fa arme è privo di buona creanza. 

.'. Il signor Eugenio Di Bisogno col suo studio su San Bonaventura e 
Dante (Milano, tipogr. editr. Gogliati, 1899, di pp. 110 in 8.") risponde in modo 
non indegno a quegl' incitamenti all' indagine delle fonti medioevali del Poeta, 
che ci vengono, colla parola e coli' esempio, d' oltralpe. Mettendo in luce, 
nell'Introduzione, il carattere poetico della filosofia bonaventuriana, che potè 
renderla più familiare allo spirito di Dante, prelude metodicamente alla ricerca 
analitica, che poggia su copiosi raffronti. Questi raffronti egli ha ordinato 
corrispondentemente alle tre cantiche, in modo che gli uni acquistino luce 
dagli altri, e tutti si compongano in compiute teoriche. Quella delle colpe e 
delle pene, occupa, naturalmente, la prima parte: dove si riaccostano il canto 
XI deW Inferno e il XVII del Purgatorio a molti luoghi dei libri in Sen- 
tentiaa e del Compendium theolog. veritatis; e si mostrano le attinenze tra 
il filosofo e il poeta, circa la diversa origine delle colpe, e la lor trista col- 
leganza e la rispondenza da simboli e alle pene, ed inoltre, circa il procedi- 
mento onde l'uomo accresce, per la via dei sensi, le prime notizie, e la fal- 
lacia dei dati sensibili, e la dottrina del fuoco eterno. La seconda parte, che 
s'intitola dalla Riparazione, é quasi tutta occupata dal compendio del tratta- 
tello de reformatione mentis, a proposito del quale già un uomo, che septe 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 197 

nobilmente della patria e degli studj, il P. Michele da Carbonara, aveva ri- 
chiamato concetti corrispondenti dell' Alighierk Qui si additano altri atteggia- 
menti suoi di pensiero e di stile, e in ultimo si pongono in riUevo i lamenti 
del Sauto francescano su 1' anteporre, che gli ecclesiastici facevano, le cure 
mondane agli studj religiosi: rimpianto che spiega anch'esso come Dante 
l'introducesse nel poema a lamentare siffatti traviamenti. La maggior opera 
di S. Bonaventura, V Itinerario in Dio, offre il titolo alla terza parte, e dà 
luogo a numerosi ravvicinamenti nel riguardo dell'ascensione degli spiriti al 
vero, al modo stesso che un'opericciuola attribuita al santo, la Diaeta salutis, 
presenta evidenti somiglianze colle celestiali visioni della Commedia. Altri 
avevano istituito raffronti di passi danteschi cogli scritti del pio francescano:" 
e di alcuni — di quelli del Cappelli ad es. sulle gerarchie angeliche (in Gior- 
nale dantesco, a VI, fase. 6.") — l'A. avrebbe potuto tener conto: ma nessuno 
aveva abbracciato tutta l' opera del Dottore serafico, come ha fatto il dott. di 
Bisogno, in servigio degli studj danteschi: pei quali il suo libro ha anche 
qualche valore esegetico; dacché, dal paragone tra vizj e fiere, che è pure 
in S. Bonaventura, trae occasione a discorrere della figurazione simbolica 
che è nel I canto della Commedia {p. 34 sgg,); e partendo da una notevole 
definizione che il santo dà della pusillanimità (« diffidenza per il considerare 
l'umiltà propria e l'arduità dell'opera», p. 40), riesce, rispetto al gran ri- 
fiuto, alle stesse conclusioni cui son giunti, di recente, il Tocco e il D' Ovidio. 

.•. Con molta copia di dottrina e drittura di criterj il prof. G. Brizzolara 
tratta di F. Petrarca e Cola di Rienzo (estr. dagli Studj storici, di pag. 55 
in 16.°), studiando nei documenti che di essa ci restano, le relazioni fra i due 
amici, egualmente ardenti per Roma e pel suo risorgimento. La conclusione 
alla quale egli arriva con ampiezza di prove e di ragionamenti, è che in 
cima dei pensieri del Petrarca stesse la speranza della rinnovazione dell'Im- 
pero e del suo ritorno in Roma, e che dal tribuno egli si ripromettesse an- 
che la restituzione nella città eterna della sede pontificia: tale, pur nel va- 
riar dei tempi e degli eventi, fu il fermo concetto politico del Petrarca. 

.*. Negli Atti dei' Ist. Veneto (voi. LIV) il dott. G. Biadego aggiunge nuovi 
particolari su Un maestro di grammatica amico del Petrarca, il veronese 
Rinaldo da Villafranca (v. Rassegna VII, 190), e aggiunge anche altre notizie 
sul canonico Giovanni Petrarca, sul figho cioè del poeta, che questi aveva 
affidato all'amico per l'istruzione letteraria. 

.'. Nello scritto L' Abruzzo, Cola di Rienzo e Leone XIII (Altri, De Ai:- 
cangelis, di pagg. 26 in 16.») il benemerito Niccola Castagna non solo ravviva 
una antica tradizione, che cioè il tribuno romano nascesse a Pietra-Camèla, 
umile terra abruzzese, rafforzandola con argomenti che vogliono esser di- 
scussi, ma, e questo è anche pili curioso, sostiene che per mezzo della ca- 
sata Buzzi, i Pecci e perciò papa Leone, vengano dai Rienzi. Noi, come 
suol dirsi, non ci mettiam su né sai né pepe, e per esprimere una qualsiasi 
opinione avremmo voluto vederci innanzi le tavole genalogiche, che dall'a. 
sono soltanto' menzionate: la qual cosa, avendone voglia, possiamo a mi- 
glior tempo far noi, e potran far i lettori dell' opuscolo, ai quali la ricerca 
paresse interessante. 

.•. Dialettismi nel Quadriregio è il titolo di un opuscolo nuziale del prof, 



198 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

C. Grocioni (Teramo, tìpogr. del Corriere, di pagg. 15 in 16.»), e il titolo dice 
abbastanza ciò che è la materia. L'a. adunque ha raccolto le forme verna- 
cole del poema del Prezzi, e le ha messe a raffronto con quelle ancora vi- 
venti nell'Umbria. Se questo saggio è augurio di una edizione del poema, 
che nella stampa degli Accademici di Foligno del 1725, fu " rimondo e pur- 
" gato a segno da farsi quasi scambiare per un testo fiorentino ,, diamo ad 
esso il benvenuto, e incoraggiamo il Grocioni all' impresa. 

.'. Utile Contributo alla storia della cultura in Italia offre il prof. Agostino 
Zanelli raccogliendo e illustrando le testimonianze del pubblico insegnamento 
in Pistoja dal XIV al XVI secolo (Roma, Loescher, di pagg. 160 in 16.»). 
Frugando negli antichi archivj del Comune T A. è riuscito a ritessere per due 
secoli e più, la serie quasi non interrotta dei maestri professanti in Pistoja. 
La più antica deliberazione del Comune in tal proposito appartiene al 1332, 
in ohe si ha una petizione degli scolari desiderosi di istruirsi nella gram- 
matica, nella logica e nell'ars dictandi, perché al maestro Pietro di Ser Baldi 
da Montale sia conceduta la citadiiianza pistoiese e l'uso gratuito di una 
casa per sé e per la scuola. A que' tempi non si pensava ai campicelli, ma 
a provvedere gratuitamente il maestro di una casa, affinché si sentisse come 
assicurato dell'esistenza sotto un tetto, che potesse sembrargli proprio! Ma 
se codesta è la prima menzione officiale, da ali ri ricordi sappiamo che già 
anteriormente v'erano in Pistoja maestri di grammatica; e non trattavasi 
soltanto di questa, ma nel 1279 veniva condotto a legger il codice il celebre 
Dino di Mugello, con un salario di 200 lire pisane, e, anche a lui, si dava 
una buona e conveniente abitazione.. Più tardi si trovano cattedre di ars 
notarie e a»is dictandi, e noi non staremo a riassumere il catalogo di nomi 
che, nell'una e nell'altra disciplina, vien spigolato dall'A. nei documenti del 
Magistrato. Alcune cose noteremo tuttavia: ed è, che, come par destino debba 
accadere pei municipj, non sempre il Comune pistojese era esatto pagatore 
dei suoi maestri: cosi Antonio da S. Gemignano nel 1404 era creditore di 
multas pecuniarum quantitas (pag. 31). Anche è da sapere che il Comune 
quando aveva concordato una elezione, esigeva che da parte dell'eletto si 
mantenesse la condotta : e poiché un maestro Neri da Monte Santo, nel 1400 
mancò all'impegno, ne fece dipinger l'effigie con mitria in capo nel palazzo 
del Comune, scrivendovi sotto: Io son da Monte Santi messer Neri D'arte 
grammaticale, bugiardo, mentitore e disleale (pag. 29). Quante di siffatte im- 
magini dovrebbe vedersi al d( d' oggi sulle mura dei municipj o delle scuole! 
Un altro particolare é degno di nota : che, cioè, secondo i criterj del Con- 
siglio eligente, nella scelta dei candidati pars morum non minus requiritur in 
praeceptoribus quam esse literatos (p. 86) : e gioverebbe ricordarsene anche al 
df d'oggi. — L'A. conduce il suo racconto fino all'istituzione della " Sapienza , 
per opera di Niccolò Forteguerri, e al trasferimento temporaneo dello studio 
pisano a Pistoja; fino cioè al tempo in che l'insegnamento raggiunse in 
Pistoja il massimo grado di estensione e di splendore scientifico. Molti rag- 
guagli sono qua e là sparsi a farci meglio conoscere l'essenza e la forma 
della scuola in quei tempi remoti, e ci basti additarli genericamente, come 
degnissimi di nota.- né si creda però che in tutto le costumanze antiche su- 
perassero le moderne veggasi infatti quello che l'A. scrive a pag. 91 : " E a 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 199 

* chi si lagna che troppe sono oggi le vacanze, si potrebbe facilmente obiet- 
" tare che nel secolo XVI, che fu tra i pili splendidi per gli sludj e durante 
" il quale le lettere tanto fiorirono, si tenevano chiuse le scuole, per cagione di 

• vacanze religiose, per ben duecento giorni in un anno ,: e chi ne volesse 
la prova, vegga la nomenclatura di tali feste in una provvisione del 1511 
(pag. 150). Il lavoro è veramente un ottimo contributo alla storia dell'antica 
cultura italiana, e auguriamo che per ogni municipio italiano si trovi egual 
messe copiosa, esplorando gli archivj comunali. 

.•. La società pistojese di storia patria, oltre attendere al Bollettino, manda 
fuori una Biblioteca di autori pixtojesi, della quale abbiamo innanzi a noi il 
primo numero. Esso contiene lo Dicerie volgari di Ser Matteo de' Libri da 
Bologna secondo uwa redazione pistojese, pubbl. dall' a vv. Luigi Ghiappelli 
(Pistoja, Fiori, di pagg. XXXI-51 in 16."). È questa una raccolta di esempj ora- 
toij, un florilegio di formule di bel dire ad uso di Potestà, rettori, ambascia- 
tori ecc., come altre ve n'ha in quel tempo, e che sono accennate nella pre- 
fazione dell'editore. Il De Libri visse verso la metà del sec. XIII; si hanno 
menzioni di lui nel 1232 e nel '50, e le sue Dicerie si conservano in due 
codici, uno asbhurnaraiano, e uno pistoiese, che dell'altro è scelta e rifacimento. 
Ma qual fu la lingua in che le Dicerie vennero scritte? furono composte in la- 
tino in volgare, e il volgare primitivo bolognese fu poi ritoccato in pisto- 
jese? La cosa riman dùbbia, e l'egregio editore non ci offre i dati per ri- 
solverla, pubblicando il solo testo pistojese e riferendo in nota la dicitura 
dell' altro sol quando serva a correggerlo o compierlo. Perciò noi rimar 
niamo perplessi, e per ora ci contentiamo d' indicare l' importanza di questo 
nuovo documento nella serie delle artes dictandi, delle quali tocca anche il 
valente editore con competenza di studj e con copia di notizie. 

.•. Il sig. G. A. Garufi, che altra volta intervenne colle sue ricerche sto- 
riche e giuridiche nella controversia su Giulio d'Alcamo, portando in essa 
nuova luce, ora col suo scritto La Curia stratigoziale di Messina a propo- 
sito di Guido Colonna (estr. dai Rendic. Accad. Lincei, IX, di pagg. 15 in 16.°), 
tratta altro punto disputato, concludendo dopo una dimostrazione ragionata 
su documenti, che forse il vecchio poeta potè esser messinese, ma le mag- 
giori probabilità stanno per l' esclusione : che però fu cittadino del regno e 
visse lungamente in provincia di Messina, funzionando sempre da giudice 
minore. Tutto ciò non è molto, ma è pur qualche cosa, se altri non desumerà 
dai documenti altre notizie. 

.'. Accogliamo con festa la nuova edizione data dall' Hoepli del hbro di Ugo 
Balzani, Le Cronache italiane del medio evo (Milano. 1900, di pagg. XIV-323). 
La prima ediztone, del 1883. era esaurita affatto e continuamente rieercata. 
Del libro non c'è bisogno dir le lodi; il suffragio degU studiosi ai quali 
ha reso e rende continui servigj. ne attesta il merito. Ripeteremo soltanto 
quello che l'autore avverte, che, cioè " i molti studj critici sui nostri cro- 
nisti e le nuove edizioni dei testi che han veduto la luce in questi anni, 
hanno obbligato a una lunga e minuta revisione di tutto il lavoro, e a mo- 
dificare, dove era necessario, giudizj ed asserzioni, a seconda dei risultati 
nuovi raggiunti dalla critica „. E cosi senza perder nulla della sua prima e 
gagliarda ossatura, il libro del Balzani si è compiuto e perfezionato, in 
modo da corrispondere pienamente agh odierni bisogni degli studiosi. 



200 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

,•, Delle onoranze fatte lo scorso autunno in Friuli allo storico Paolo 
Diacono resterà durevol memoria specialmente nel Discorso letto in Gividale 
ai 4 sett. 1899 dal prof. Nino Tamassia, ed ora divulgato per le stam- 
pe (Gividale, Fulvio, pagg. 31 in 16.»). La perfetta conoscenza di tutto ciò 
che la critica moderna ha assodato o congetturato intorno all' insigne sto- 
rico dei Longobardi, alla sua vita e ai suoi scritti, fa si che il tema sia trat- 
talo pienamente, condensando in breve la molta materia, che il Tamassia ha 
saputo anche fregiare con vivezza di forma. 

.*. Bene stampata, ma, se togli i brani del dramma in- essa riferiti, ben 
magra cosa è una nota critica del prof. Ant. Gulli, Z)«/rEccerinis di Albertino 
Mussato (Palermo, Reber, pag. 27 in 16.*>): il lavoro proprio dell'autore si 
restringe a poco più di sei pagg., e di queste, una parte è occupata da os- 
servazioni pili assiomatiche che critiche, e l' altra dai raffronti dell' Ecce- 
rinis con luoghi analoghi delle tragedie di Seneca: raffronti che si trovano 
già nelle note del Padrin alla sua edizione del testo mussatiano. Per dii' sf 
poco, metteva conto far una pubblicazione a parte V 

.•. Estratta àsXVArch. st. lomb. (anno XXVII, fase. 25) è una memoria del 
prof. Fr. Novati intorno ad Un ignoto poemetto del Fossa sulla calata di 
Carlo Vili in Italia (Milano, Gonfalonieri, di pagg. 15 in 16.°). Il poemetto 
è quello, rarissimo ormai, intitolato La venuta del Re di Franza in Italia 
e la Botta, impresso in Brescia, s. a. dal Farfengo. L'autore si nomina Fossa 
da per sé in tre luoghi del poema; ma questo è insufficiente, tanto più che è 
conosciuto un frate Evangelista Fossa cremonese, al quale, oltre che una 
traduzione di Virgilio, il Lancetti altribui un poemetto cavalleresco: V inna- 
moramento di Galvano. Altri trasse in campo un altro Fossa, Matteo pur da 
Gremona. Il Novati con buoni argomenti sostiene che il traduttore di Vir- 
gilio, dei due poemetti e dei versi maccheronici sia appunto questo Matteo. 

.'. Alla letteratura civile dei tempi di Garlo Emanuele di Savoja appar- 
tiene l'articolo del sig. P. P. Parrella, L'aMioro del Pianto d' Italia, {esir. 
dalla Eassegna Critica, IV, 209, in 16.° di pagg. 19), dove si sostiene che il 
poemetto, del quale è tanto contestata la paternità, sia di G. B. Marini. Non 
ci sembra veramente che gli argomenti addotti sieno di forza invincibile: 
ad ogni modo è da tener conto di alcune testimonianze contemporanee. In 
appendice a questo scritto è notevole l'informazione di una Miscellanea della 
Biblioteca oratoriana di Napoli, che contiene molti scritti sugli avvenimenti 
della guerra del Duca contro gli Spagnuoli, non dissimile da quella descritta 
dal prof. D'Ancona neìV Archivio Veneto (III, 412) — Gontemporaneamente 
a questa Memoria ci giunge un volumetto del sig. Fa. Bartoli, i'^w/iy/o l'fsli 
autore di prose e poesie politiche e delle Filippiche, del quale già il titolo svela 
abbastanza il contenuto: e che sarà preso in esame speciale da un nostro 
collaboratore. 

.*. Di Antonio Ongaro dà una notizia biografica assai compiuta ed esatta 
il prof. Antonio Belloni (Gasalmaggiore, Granata, di pagg. 12 in 18.°, estr. 
dalla Rivista mensile), illustrando la vita e le opere di questo poeta, la fama 
del quale è specialmente raccomandata ad una non spregevole imitazione 
òeW Aminta: alla favola pesca toria V Alceo. 

.'. Per le nozze Volpi-Buonamici il prof. Vitt. Rossi pubblica VII! Vii- 



DELLA LEttERATURA ITALIANA 201 

lanelle (Bergamo, Arti grafiche, di pagg. IG in 16.°) tratte da antiche stampe, 
indicate in una erudita nota finale, e che fanno desiderare una raccolta 
ampia di questa forma di poesia popolaresca. 

.•- In una monografia pubblicata neìV Archivio storico lombardo e tirata 
a parte (Milano, tipogr. Faverio di P. Gonfalonieri, 1899), il prof. Attilio Butti 
studia Vita e scritti di Gaudenzio Merula, tardo umanista nativo di Borgola- 
vezzaro in quel di Novara e vissuto dal 1500 al 1555. Il Merula non è certo 
una figura di alto rilievo, ma per le vicende della sua vita stessa, in gran parte 
nell'insegnamento, e turbata verso la fine da un processo di eresia, per le 
sue amicizie, per la varietà della sua dottrina e per la feconda operosità, 
rispecchia in sé le condizioni e gli avviamenti della letteratura erudita nel 
cuore del secolo XVI. Giovandosi di documenti conservati nella Biblioteca 
e nell'Archivio comunale di Vigevano, dove il Merula fu rnaestro dal 1545 
al '50, il Butti ne ricostruisce, forse con soverchia ampiezza di discussioni, 
la biografia, e ne esamina poi partitamente le opere. Sono tra queste tre 
libri di dialoghi sull'antichità e l'origine dei Galli Gesalpini, una cronaca 
latina che va dal 1523 al '25, una commedia pure latina intitolata Gelastinus, 
che si conserva in un codice dell'Ambrosiana, ed una vasta enciclopedia 
geografica, storica, fisica, astrologica, morale, che ebbe notevole fortuna e per 
gli aspri giudizi sulla corruzione degli ecclesiastici fu proibita donec corri- 
geretur. Di questo farraginoso liber memorinhilium, il Butti offre particolari 
notizie, ma non sarebbe stato inutile indagarne con maggioro esattezza le 
fonti e, ciò che più importava, raccoglierne e illustrarne metodicamente i 
luoghi dove si parla di tradizioni e superstizioni popolari. — Il lavoro del 
Butti appare in generale condotto con accuratezza e con buona conoscenza 
del materiale bibliografico; la trattazione però avrebbe potuto essere più 
concisa e più sobi'ia, e l'ossatura meglio organala. 

.". Continuando nella nobile impresa di volgarizzare le poesie latine dei 
maggiori nostri Umanisti, il prof. Luigi Grilli, cui già dobbiamo altri la- 
vori di tal genere, dei quali fu pur fatta parola in questa Rassegna, ha re- 
centemente pubblicato una sua versione metrica dei Lusus pastorales di 
Marc'Antonio Flaminio (Lapi, Città di Castello. 1900, in 16.»). Il valente tra- 
duttore conferma in questo nuovo lavoro e la sua sicurezza nell' interpre- 
tare il testo latino e la sua abilità nel verseggiare italiano ; giacché gli Epi- 
grammi idillici del Flaminio sono da lui tradotti sempre con fedeltà e cor- 
rettezza e spesso con singolare eleganza. Ottima idea quella di farne una 
versione metrica, che meglio conserva l'intonazione e il colore degli ori- 
ginali: i quali, se pure talvolta un po' artificiosi, hanno però sovente tanta 
freschezza d' ispirazione e leggiadria di forma, che ben meritavano di esser 
portati a conoscenza dei lettori in veste itahana. All'elegante volumetto pre- 
lude un cenno del traduttore intorno alla vita e alle opere del poeta imolese, 
e fa seguilo un saggio di versione in terza rima dai Tristia di Ovidio. 
Sappiamo che l'egregio prof. GrilH intende ora a tradurre le Sylvae del Po- 
liziano; e noi non possiamo che incoraggiarlo nella geniale e dotta fatica. 

.•. Il terzo volumetto della Raccolta di rarità storiche e letterarie diretta 
dal Passerini e pubblicala dal Giusti di Livorno, contiene Le Fiorette, le Moro- 
sette e alcuni Epitaffi di Niccolò Albizzi a cura di Pasquale Papa (pp. XXVII- 



^02 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

137 in 16.» picc). Precede una garbata prefazione dell'editore dove si rac- 
colgono le poche notizie che si hannno dello scrittore, nato nel 1683, morto 
dopo il 1723, gentiluomo fiorentino, accademico arcade e della Crusca, e al 
quale per la natura dei tempi in che fiori, non faremo carico se a più alta 
meta non volgesse gli studj, e non esercitasse la sua vena poetica in pili 
degna materia. Questi suoi componimenti, tutti madrigaleschi, hanno certa- 
mente vivezza di lingua e arguzia birichina, e festività fiorentinesca, ma sono 
lutti materiati di equivoci osceni. Ora noi andiamo d'accordo coli' editore 
che della storia della letteratura è bene conoscere ogni forma, e che il Degli 
Albizzi si riconnette al gruppo dell'Allegri e del Mala testi, seguitando una 
serie che comincia più addietro e finisce quasi ai di' nostri col Pananti o 
col Guadagnoli; cosicché non è inutile conoscere la sua produzione poetica; 
ma stimiamo che a ciò sarebbe bastato uno scritto d'informazione, con saggi 
abbastanza larghi di tal maniera di poesia. Cosi com'è, col riferire tutte le 
fiorette e le morosette, il libro è di lettura sazievole. Come curiosità o rarità, 
la pubblicazione in questa raccolta non si può dire fuori di luogo: ma vi 
sono altre curiosità e rarità da sottrarre con maggior profitto dalle polve- 
rose scansie delle biblioteche. 

.•. Il libretto del prof. Pietro Micheli col solo suo titolo di Letteratura che 
non ha senso (Livorno, Giusti, 1900, di pagg. VII 90, in 16.") invita a leggere 
per vaghezza di conoscere un genere siffattamente battezzato. E lo scritto 
si legge con piacere e non senza istruzione: ma ci pare che l'autore troppe 
cose vi abbia messo dentro, che non vi hanno che fare (anche, p. es., il Can- 
tico del Sole di S. Francesco, che non appartiene davvero al genere) e troppo 
divaghi dal suo assunto, anche per certi squarci di prosa lirica, nei quali 
par che si compiaccia (vedi ad es., a pag. 31). Conveniva, a parer nostro, 
meglio distinguere ciò che non ha senso perché l'autore non ha saputo 
darglielo, da ciò che sembra non averlo, ma lo ha, ed è esposto in quella 
determinata maniera per raggiungere un fine di burla o di satira. Fra le 
poesie che sono meri accozzi di parole di significazione opposita e che ai 
nostri vecchi davano argomento di riso e piacevolezza di passatempi, l'a. 
ricorda naturalmente il Burchiello e i burchielleschi; ma altri autori ed altri 
generi ancora avrebbe potuto menzionare, e fra questi ultimi le frottole, t 
motti confetti ecc. Né avrebbe dovuto tacere di Francesco Meiosi, che sul 
finire del 600 mise fuori un grosso volume di sonetti, come li giudica il 
Crescimbeni, " di equivoci concettosi e di bizzarri contrapposti {Volg. Poes. 
I, 349) „: e il suo esempio fu seguito; anzi " lo stile inelosiano fece gran romore 
' per molti anni „. Altra varietà di questa forma addita [ibid. 361) lo stesso 
autore, come nata nel sec. XVI, ed è da lui delta boschereccia ; aggiungendo 
che i * sonetti burchielleschi sono di genere umile, e i boscherecci richieg- 
" gono forma sublime, non potendosi fare che di seria e grave apparenza ,, 
Il Crescimbeni ricorda in proposito oltre quel Mariano Bonincontro da Pa- 
lermo che " soleva comporre i più bei sonetti del mondo quanto alle voci 
" e alle rime, ma che non dicevano cosa alcuna ^ ; e che dal Micheli è ricor- 
dato, anche un conte Enrico Sanmartino, e un antenato suo, Giov. Filippo 
Crescimbeni, che si compiacquero di comporre in tal forma per * uccellare 
"il prossimo, — Facciamo qualche altra osservazione: a pa? 62 si rife- 



DELLA LBtTERATimA ITALIANA 203 

risce la nota ottava Cera una volta un ricco poveruomo: e qui è da notare 
che di ottave di questo genere v'ò una raccolta a stampa del sec. XVI col ti- 
tolo Indovinelli, riboboli, passerotti e farfalloni, e un altra moderna (Firenze. 
Spiombi, 1862) di Strambottoli venuti di qua e di là di su e di giù e da di- 
verse parti del mondo, che comincia col verso: Quest'anno chi non muore 
vive ancora e finisce: E tutti invito a pranzo a casa vostra. Simili a queste 
sono altre ottave, pur facenti parte della letteratura dei volghi, e ristampate 
anche dal Salani, che si intitolano: Cos'hai nel sacco?... Va al mulino — 
A pag. 65 rammentando certa poesia di Manoello Giudeo sarebbe stato op- 
portuno ricordare che egli le diede il proprio nome di Bisbidis. — Tutt' as- 
sieme questa pubblicazione ci lascia l'impressione di molta materia accu- 
mulata, alla quale però molt' altra può aggiungersene dalla letteratura nostra 
e straniera, ma ancora non ben digesta e distinta. 

.*. Curiose Notizie sloriche ha scritto il sig. Mario Mandalari dell'ateneo 
e del palazzo universitario di Catania (Catania, Galati, di pagg. 31 in 16.*), 
cominciando la narrazione dal 1444 e conducendola fino al 1885, vale a dire 
dalla prima fondazione alla legge di pareggiamento. Vi sono brevemente nar- 
rate tutte le vicissitudini alle quali andaron soggetti lo Studio e la sua sede 
nel volger dei secoli, non inutili a conoscersi da chi si occupa della storia della 
cultura insulare e italiana: e insieme vi sono notate antiche costumanze di 
polizia universitaria, come quella che vietava agli studenti il vestir di seta 
e l'aver lunghi i capelli. Altri ragguagli son più utili a conoscersi, come ad 
es, che fin dal 1778 Catania ebbe cattedra di Economia politica: quarta in 
Italia, dopo quella napoletana su cui nel 1754 sali il Genovesi; quinta in Eu- 
ropa, se si ha a contare quella di Stocolma del 1758. Piacerà anche il sapere 
che Catania, che nell'anno 1868-69 aveva soltanto, per successiva diminuzio- 
ne, 146 iscritti, ora è salita a 1002: troppo poco, veramente, allora: troppo, 
forse, adesso. 

.". Alla storia del costume spetta una scrittura pubblicata per nozze Gostoli- 
Baldiadi dal prof. P. Antolini (Argenta, tip. operaia, di pagg. 16 in 16."), nella 
quale traendo il racconto da una cronaca paesana, è narrato il Passaggio e 
dimora di Maria Amalia di Polonia per andar sposa a Carlo III di Napoli. 
La narrazione, ricca di curiosi particotari, si riferisce a fatti dell'anno 1738. 

.•. Salutiamo con gran giubilo il primo apparire di una pubblicazione da 
qualche tempo annunziata, e sempre desiderata ed augurata dagli studiosi: 
vale a dire la ristampa dei Rerum italicarum Scriptores del gran Muratori, 
impresa dall'animoso editore Lapi di Città di Castello. Ne sono venute a 
luce due dispense; ottimo saggio e serio auspicio della intera riproduzione: 
cioè la parte I del voi. I, che comprende V Historia miscella di Landolfo Sa-i 
gace, a cura di Vittorio Fiorini e Giorgio Rossi, rivista su un autorevole (jp- 
dice vaticano ; e la parte IV del voi. XXII, contenente le Vite dei Dogi di 
Marin Sanudo, a cura del prof. G. Monticolo, restituita alla genuina lezione 
esemplata suU' autografo marciano. Come si vede la nuova stampa dei Re- 
rum non sarà una mera riproduzione, ma rappresenterà quello che avrebbe 
fatto ai suoi tempi il Muratori, se avesse potuto, e quello che deve fare la 
critica odierna. Al primo volume va innanzi un proemio di Giosuè Carducci, 
sotto la direzione del quale è posta l'opera intera, dedicata a Margherita di 



204 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Savoja, tra la storia antica rf' Italia e la novissima, stella ferma candida propi- 
ziatrice. Il discorso che nana come e in mezzo a quali difficoltà e con 
quale tenacia il Muratori concepisse ed effettuasse la sua impresa, è degno 
della penna del Carducci, che con prendere la direzione dell'opera, rende 
segnalato servigio air Italia e agli studj. La comune dei lettori colti ha avuto 
già un saggio di questo lavoro nei brani che ne sono apparsi néiV Antologia 
e nella Rivista d'Italia. Vogliamo sperare che l'editore benemerito avrà il 
meritato compenso del suo ardimento. È noto che della prima edizione dei 
Rerum furono tratte solo mille copie: si può sperare che uTia tiratura molto 
maggiore non rimarrà ad ingombro dei magazzini dell'editore, tanto sono 
cresciute le biblioteche, in Italia e fuori, e i cultori della storia. Ai quali non 
riuscirà disagialo spendere, abbonandosi all'opera intera, solo cinque lire per 
fascicolo, e in un corso abbastanza lungo di anni. Con molto buon giudizio, 
al sesto in foglio dei Rerum italicarum, della prima edizione dei Monumenta 
germanici e delle pubblicazioni di Storia Patria piemontese, è slato sostituito 
un bell'in quarto: la carta è a mano, filogranata: i caratteri appositamente 
fusi, belli e nitidi. Sia la fortuna propizia a questa ristampa rinnovata, come 
fa nel sec. XVIII al gran Muratori ! 

.'. Col sussidio di documenti, i fratelli Giuseppe e Guido Manacorda hanno 
scritto una nota: La Corte piemontese e le ricerche storiche di L. A. Mura- 
tori in Piemonte, ove si espongono le relazioni fra la corte sabauda e il sommo 
editore dei Rerum, e le varie vicende ch'esse ebbero, e che finirono dopo 
parecchie tergiversazioni, con larghezza di ajuti e di comunicazioni per la 
insigne raccolta. 

,". Il sig. Livio Migliorini, del quale già accennammo uno scritto sugli 
uomini illustri garfagnini ci dà adesso una Cronistoria della Garfagnana 
dal 1618 al 1800 (Castelnuovo, Rosa, di pagg. 36 in 16.* picc.) che raccoglie 
da cronache e memorie contemporanee le testimonianze storiche più note- 
voli della nativa provincia, fermandosi specialmente sul periodo della in- 
vasione dei Gallo-ispani ai primi del sec. XVIII, e sulla venuta dei francesi 
e la reazione duchesca degli ultimi anni, con notizie che interessano non la 
storia soltanto del piccolo territorio, ma quella di tutta la penisola in tempi 
cosi fortunosi. 

.". Nella Zeitsch. f. vgl. Lìtterat.-gesch. (XIII, 374) il dott.-J . Bolte, l'amico di 
Reinold Kòhier e continuatore dei suoi studj, ha inserito un suo scritto sulle 
origini della leggenda di Don Giovanni, della quale è noto che si sono occu- 
pati con special cura i nostri collaboratori Farinelli e De Simone-Brouwer. 
In quest'articolo del dotto tedesco si hanno anche copiose e nuove informazioni 
letterarie e bibliografiche sul poemetto popolare di Leonzio, che ancora si 
continua a ristampare a lettura dei volghi e delle anime devote. 

.'. Di Giuseppe Greatti udinese, nato nel 1758, morto nel 1812, allievo pre- 
diletto del Cesarotti e amico del Foscolo, il sig. Aug. Michieli (Venezia, Visen- 
tin!, estr. àaW Ateneo Ven. di pagg. 24 in 16."), ritesse la vita, fa conoscere 
gli scritti e li enumera in una diligente bibliografia. Non fu un gran poeta, 
ma i suoi versi non mancano di pregj, e mostrano le qualità della scuola del 
Cesarotti, onde usciva, e la predilezione eh' ei sentiva per la poesia inglese. 
Gol maestro ebbe comune l' ammirazione per Napoleone, anzi scrisse an- 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 205 

ch'egli un poemetto intitolato Oracolo di Pt-onea per la nascita del re di 
Roma. Di ardenti spiriti democratici, soffri persecuzioni politiche, ed ebbe 
vita variamente agitata. Notevole è una lettera qui riprodotta di. lui al Fo- 
scolo : cui il Greatti applaudi amicamente quando apparvero i Sepolcri. Il sig. 
Micbìeli ha fatto bene a ridestar la memoria di un uomo, che spesso vedia- 
mo ricordato nei libri e carteggi del tempo, e che all' ingegno e agli studj 
delle lettere congiunse molta integrità di vita. 

.•. Su La paura nei Promessi Sposi il prof. Em. Bertana ha scritto un 
libretto (Spezia, Iride, di pagg. 47 in 16." picc), che si legge con molto pia- 
cere per la finezza delle considerazioni e pel garbo con che sono esposte. 
Egli esamina queslo senso e gli effetti suoi, non nel solo don Abbondio, 
tipo perfetto della paura, o di un genere di essa, ma in molti altri personaggi 
dell'immortale romanzo; e poiché taluno dei seguaci delle nuove dotti'ine 
psichiatriche volle insinuare che stieno in relazione fra loro certe asserle 
fobie dell'autore e quelle di alcuni personaggi dei P/-owesst Spos», il Bertana 
saggiamente conclude, che se la paura è uno dei motivi estetici e psico- 
logici pili spesso ricorrenti nel romanzo, però chi osservi " lo sviluppo gran- 
' dissimo dato dal Manzoni a tal sentimento e la gran varietà di personaggi 
" e di situazioni in cui esso si manifesta, ravvisa una perfetta oggettività di 

* rappresentazione, né può, se non sogna, riscontrare altrettante paure sog- 

* gettive dell'artista nelle infinite paure meravigliosamente dipinte ,; e noi a 
questa conclusione pienamente aderiamo, invitando gii studiosi a cercarne 
la corrispondenza col vero nel bel saggio del Bertana. 

.'. Dopo aver studiato Claudiano quale fonte storica de' suoi tempi, il doti. 
Ottone Giardulli studia di questo poeta Gli Epitalami e i versi fescennini 
(Ariano, Riccio, pp. 51 in 16."). Le osservazioni sullo stile di questo poeta 
della decadenza latina, che pur ebbe tanta efficacia sui poeti della rinascenza 
italiana, non ci pajono molto profonde e peregrine; né sempre appropriate 
le critiche. Claudiano non era un poeta cristiano, e non è da rimproverargli 
l'aver trattato l'amore e il conjugio secondo le idee de' tempi e della sua 
religione. In questa parte è da pigliarlo com'è, senza vituperarlo di avvilir 
la propria dignità e di mancar alla missione di poeta (vocabolo e concetto 
che Claudiano ai suoi giorni non avrebbe neppur capito) riserbando le 
censure, quando ne fosse il caso, al magistero artistico. Troppo spesso, ci 
pare, l'a. giudica del poeta e dell'arte sua con criterj troppo diversi da quelli 
che rettamente dovrebbero a tal fine adoperarsi: ad es. neW Epitalamio di 
di Onorio e Maria, non gli sembra " conveniente né decoroso , a descrivere 
r impazienza giovanile dello sposo, il paragone con * un nobile destriero, che 
" trascorre i campi e con le accese nari va cercando i fiumi a lui ben noli 
ecc. ,. Né l'avvertire che questa immagine era di quelle " cui l'uso conti- 

* nuo fatto fin dagh antichissimi tempi ha tolto ogni idea di sensualità o 
" di lascivia , gU impedisce di dubitare che il figlio di Teodosio non dovesse 
esser lusingato dal paragone con " un ignobile destriero, che spinto da be- 
" stiale libidine, trascorre pei campi ,. Ma qui il critico, per suo comodo, 
mula in ignobile quello che prima aveva detto nobile. 

.'. Il sig. Andrea Maurici raccoglie in un volumeLto alcune Note letterarie 
(Palermo, Reber, di pagg. 80 in 16.° picc), non tutte, ci pare, di egual valore. 



206 Rassegna rìbliogr^iaca 

Uno di questi scritti, Amleto e Fausto, non appartiene ai nostri studj: l'altro, 
che l' autore stesso qualifica scritiarello, è una recensione, che poco o nulla 
contiene di nuovo, al primo, e pur troppo unico volume, di Mons. Carini, 
suìV Arcadia : un terzo, il secentismo del Petrarca, è già noto, ed è stato 
apprezzato qual abbastanza compiuto florilegio di tutto ciò che il Canzoniere 
contiene di artificioso, di lezioso, di leccato, e che diede il suo ultimo frutto 
nei poeti del secolo XVII. 11 primo lavoro V Epigrafia italiana e le iscrizioni 
di Mons. di Giovanni è, in sé, una prefazione alla raccolta di componimenti 
di tal fatta dovuti al fecondo letterato palermitano, ma separala da ciò a 
cui è connessa e maggiormente ampliata, potrebbe diventare un utile saggio 
storico sulla forma epigrafica volgare dai più antichi tempi fino ai di nostri, 
quando trionfò della guerra che le moveva il pregiudizio pedantesco. 

.'. Il secondo fascicolo degli Studj di letteratura italiana pubblicati sotto 
la direzione dei proff. Percopo e Zingarelli, contiene i seguenti scritti: N. 
ScARANO, L' apparizione dei beati nel Paradiso dantesco. — F. Golagrosso, 
Un' usanza letteraria di gran voga nel Cinqueccento. — E. Proto, Elementi 
classici e romantici nelle Stanze del Poliziano. — G. Zaccagnini, Bonaccorso 
da Montemagno il giovane — E. Percopo, Una lettera pontaniana inedita di 
P. Summonte. Sono tutti lavori di mollo pregio per la storia e per l'arte; 
e fra essi ci par da segnalare specialmente quellp del Golagrosso, che riguarda 
l'uso delle * Raccolte ,, che tanto fiori, e meglio si potrebbe dire irrfierf, nel 
secolo XVIII. È uno studio accurato, nel quale l'A. risale fino alle prime e 
remote origini, per scender poi al tempo della massima espansione, ch'egli 
illustra con ricchezza di esempj e arguta scella di particolari. Questo saggio 
su una forma speciale della produzione poetica del settecento, può anche 
esser accresciuto e compiuto per nuove ricerche; ma anche cosi com'è, è una 
pagina ben compilata di storia della letteratura di cotesto tempo. 

.". Il Bollettino storico pistojese, organo della Società di storia patria di 
Pistoja, è entrato nel secondo anno di vita, sotto la direzione del prof. G. 
Volpi, e ne è uscito il primo fascicolo, che contiene i seguenti articoli : A. 
Chiappelli, Di una tavola dipinta da Taddeo Gaddi (con illustrazione): G. Zac- 
cagnini, L'insegnamento di Antonio da S. Gemignano in Pistoja e il Sozo- 
meno; A. Ghiti, Ancora per Tommaso Baldinotti ; G. Beani, Clemente IX e 
Cristina di Svezia; poi, parecchie bibliografie, fra le quali è da notare una 
ben ragionata di Ir. Sanesi intorno al lavoro dello Zacchetti su Niccolò For- 
teguerri. 

.*. Appartiene all' attrice Teodora Bartoli Ricci Una lettera d' una comica 
ignorante, che il dott. G. Mussati ha testé pubblicato (Feltre, tipogr. P. Ga- 
staldi, di G pagg. in IC"), tratta dal Museo Givico di Bergamo e scelta fra 
altre, dirette tutte a Garlo Gozzi, che fu compare e protettore, e anche patito, 
di celesta prima donna. È certo errata nell'ortografia e nel periodare, ma 
non è priva di arguzia e di bravura nel difendersi dalle paternali, che le 
faceva il vecchio patrizio brontolone, e contiene inoltre qualche curioso par- 
ticolare sul costume teatrale del tempo e sulla vita dei comici. 

.', Un nuovo gruzzolo di Catiti e proverbi ci viene dalla Piana di Calabria, 
e chi li raccoglie ed illustra è il sig. G. Megali Del Giudice (Catania, Musu- 
meci, 1899, di pagg. 54 in 16.» picc), e ad essi seive come di prefazione una 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 207 

conferenza del medesimo autore: Le canzoni delle felci e degli o^irt (Reggio-Ca- 
labria, Lipari, 1898 di pagg. 23, in 16." picc). I canti sono copiosamente an- 
notati nelle forme dialettali; ma sarebbe stato bene che l'editore li avesse 
ragguagliati ai già noti in tutto o in parte, della Calabria stessa e della 
Sicilia e diffusi in altre regioni della Penisola, e che avesse distinto quelli 
di origine schiettamente popolare, da altri di evidente derivazione letteraria. 
La conferenza dice troppo poco, ed è un po' troppo leziosa e vaporosa per 
forma poetica, oltreché per abuso di aggettivi e immagini sdolcinate, spesso 
fuori di luogo. Pazienza se indirizzandosi alle donne gentili, che ascoltavano 
la lettura, no lodi lo * sguardo glauco e profondo come il mare , : ma l'esal- 
tare le " vereconde figlie dei briganti della Piana ,, ci pare un po' troppo. 

.-. Per le nozze Grassi-Moriei il prof. G. Grocioni ha pubblicato (Velletri, 
Stracca, pagg. 8 in 16.°) alcune Lettere: una di Giovacchino Rossini e due di 
Felice Romani al maestro Carlo Conti di Arpino, che ai su à di' ebbe fama di 
abile contrappuntista: e promette le pubblicazioni di altri documenti, atti a 
rivendicarne la memoria. 

.•. Per la cultura intitola il prof. Policarpo Petrocchi (Napoli, estr. dalla 
Flegrea, di pagg. 21 in 16.») un suo scritto, ch'ei lesse al Congresso biblio- 
grafico di Genova, nel quale con tabelle comparative si mostra l'inferiorità 
degli assegni dati alle nostre biblioteche a confronto di quelle del mondo ci- 
vile, e si mostrano le deplorabili condizioni alle quali esse son giunte per 
insufficienza di dotazioni e deficenza di personale. Il Petrocchi esponendo 
queste ed altre miserie, ed enumerandole con vivezza di sdegno, ha perfet- 
tamente ragione: è ben chiaro, e lo dimostra anche la discussione avvenuta 
in proposilo del bilancio alla Camera, che pel presente Ministero della Istru- 
zione pubblica, le Riblioteche sono una specie di Cenerentola. Un riordina- 
mento delle biblioteche nostre, un debito accrescimento della loro dotazione, 
son senza dubbio cose belle ed utili : ma eh-; non fanno rumore nel mondo. 
Se non che un rumore d'altra natura lo faranno un giorno o l'altro la 
Marciana o la Magliabechiana o qualche altro gran deposito di libri, quando 
i travicelli e le volte saranno stanchi di sopportare l'immane peso. 

.-. Il prof. F. NovATi pubblica ne\V4rch. Stor. Lomh. (XXVII, 25, estr. di 
pagg. 5 in 16.°) Quattro lettere inedite di Carlo Porta, due delle quali di- 
rette a Tommaso Grossi, con particolari anche sul Manzoni, ed un sonetto: 
e tal pubbhcazione invoglia a vedere pubblicato l'epistolario del sommo poeta 
meneghino. 

.•. Dopo un qualche ritardo è riapparsa la Rivista Abruzzese di Storia 
e d' Arte (HI, 9). Notiamo fra i molti scritti pregevoli del fascicolo, due no- 
tizie di Giov. Pansa: Una tradizione abruzzese intorno a Orlando paladino 
e a Bovo d' Antona, e Aimone duca di Dordogna e una leggenda abruzzese. 

.'. È stato pubblicato il volumetto degli Atti della R. Accademia della 
Crusca, che contiene i Discorsi letti nell'adunanza pubblica del gennajo 1900 
(Firenze, Cellini, di pagg. 70 in 16.°). Oltre un Rapporto del segretario prof. 
6. Mazzoni, che' offre utili e curiosi particolari pel modo col quale si procede 
alla compilazione del Vocabolario, arrivato ormai colla stampa alla voce 
Lava, vi si trova un Elogio del socio corrispondente Carlo Negronì, scritto da 
Giov. Tortoli, nel quale si dichiarano in bella e nobil forma i meriti di lui 
come giurisperito, come letterato, come cittadino. 



208 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

.*. Per le nozze Di Mirafìori-Boasso il prof. Orazio Bacci ha pubblicato, 
facendole precedere da una garbata lettera allo sposo, Due lettere inedite di 
Quintino Sella (Firenze, Sieni, di pagg. 8 in IG."). tratte dalla collezione di 
autografi della Nazionale di Firenze, e dirette al (ìuerzoni. L'ultima si chiude 
con queste parole, opportune nel 1878, opportunissime, disgraziatamente, ai 
di nostri: " La nostra gioventù non avendo visto ciò che noi vedemmo, i- 

* gnora i sacrifici e le virtù che occorron per consolidar la patria, come 
"furono necessari per costituirla,,. 

.•. In aggiunta e compimento di uno studio già pubblicato nel 1897 sul 
giornalismo bergamasco dalle sue origini ai di nostri, il prof. L. Piccioni ha 
messo fuori per nozze alcune Notizie ed Appunti intorno al giornalismo 
bergamasco, con una tavola sinottica dei giornali locali dal 1797 al 1861 
(Bergamo, Arti grafiche, di pagg. 32 in 1G.°), che contengono particolari di 
interesse non meramente locale. 

.'. Salutiamo con piacere il risorgere di un periodico letterario in Genova, 
per opera dei signori Achille Neri e Ubaldo Mazzini, che continuerà una an- 
tica tradizione e quella in specie del Giornale ligustico, vissuto onoratamente 
per molti anni sotto la direzione del Neri stesso e del compianto Belgrano. 
Il periodico s'intitola Giornale storico e letterario della Liguria, e già ne sono 
usciti a luce quattro fascicoli. Notiamo in essi, perché più affini ai nostri 
studj, i seguenti scritti: V. Mazzini, Gli autori di due relazioni anonime su 
Genova (sono 1' una del Sansovino, del Marcaldi l'altra) — F. Donaver, Let- 
tere di Bianca Rebizzo a Vincenzo Ricci — A. Neri, Il servitore di Bassville. 
— E. Bertana, Intorno al sermone del Monti sulla mitologia (pone in mo- 
stra le relazioni di esso sermone coW Apologie de la Fable del Voltaire — 
G. Valegcia, La risciacquatura in Arno dei Promessi Sposi (larga e ben fatta 
notizia del nuovo voi. manzoniano edito dallo Sforza). Al nuovo periodico 
auguriamo lunga e prospera vita. 

.•. Isidoro Del Lungo ha raccolto e pubblicato, annotandolo, il Carteggio 
di due buoni e bravi uomini : // p. Vincenzo Marchese e Cesare Guasti (estr. 
dalla Rassegna Nazionale, di pagg. 270 in 16. Pistoja, Fiori 1899). II carteggio 
va dal 1845 al 1887 e contiene 298 lettere: ed è la corrispondenza non solo 
dì due intelletti amanti del bello nelle arti figurative e in quelle della pa- 
rola, ma anche, e forse più, di due anime infervorate nel culto del bene. 
Avevano altri speciali affetti, comuni fra loro e caldissimi: quello ad es. per 
fra Girolamo 'Savonarola e per la beata Caterina de' Ricci. Pochi accenni vi 
si trovano ai casi pubblici, anche nel tempo in che il governo granducale, 
con proprio disdoro, cacciò di Firenze il bravo domenicano, del quale poi si 
conobbe l'innocenza. Qui é da notare che le persecuzioni cóntro il dotto 
frate non venivano soltanto dal governo, si da altri frati e " dalla reveren- 

* dissima e santissima compagnia (p. 115) „ : cosi la designa il Marchese, 
e tanto basta a capire di chi si tratti. Altra volta un frate era andato dalla 
polizia a denunziare il p. Marchese di avere un torchio in S. Marco e ivi 
stampare alla chetichella; la prova egli la offriva con un estratto dair.<4r- 
chivio Storico, che aveva richiesto in dono all'autore! È superfluo dire che 
il carteggio sebbene strettamente privato, è notevole anche per forma elet- 
tissima, e alcune di coteste lettere, specialmente quello del Guasti, potreb- 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 209 

bero darsi ad esempio di bello siile. Ma quello che più piace ancora é il 
non trovare in si lunga serie di lettere nulla di quello che pui' é cosi facile 
rinvenire in una corrispondenza fra letterati: nessun pettegolezzo, nessuna 
puma di vanità, né inai nessun intiepidimenlo nei scambievoli sensi affet- 
tuosi. Questa pubblicazione è degnamente definita dall'editore in una nota 
finale "come uno specchio di due anime gentili ed austere, che in un solo 
• atfetto accolsero Dio, la patria e le bellezze dell'arte,. 

.•, Di due eruditi, sorami davvero, deplora l'Italia la recente perdita: l'uno 
di essi fu Cornelio Desimoni e l'altro Bartolomeo Gapasso. Ci piace ricordare 
la necrologia che del primo con larghezza di notizie e bontà di giudizj su 
ogni singola pubblicazione, ha dato il prof. G. Biconi neWArch. stor. Hai., 
serie V, voi. XXIV, pp. 157-179: e del secondo gli scritti del Di Giacomo, 
dello Schipa, del De la Ville, del Faraglia, del Croce, del Ceci, che occupano 
l'intero fase. 3. del voi. IX della Napoli nobilissima, (con estr. a parte di 
pagg. 69 in 16.") ed illustrano la vita e le opere del dotto soprintendente 
degli Archivi napoletani, dandoci anche una ragionata bibliografia delle sue 
utili e numerose pubblicazioni. 

.'. Colla Memoria intitolata: Ueber eine studienreise zur Erforschung des 
Altromanischen Dalmatiens {Vorliiufige Berichte der Baìkan-CommÌ3SÌon,'V, 
p. 72-91), il dott. Matteo Bartoi.i ha corrisposto all'onorevole fiducia dell'Ac- 
cademia di Vienna, completamente: la breve nota preventiva è già più che 
una bella promessa. Per i risultati particolari che il B. abbozza, rimandiamo 
all'opuscolo e segniamo solo i contorni del suo lavoro. Per Dalmatino 
s'intende un dialetto romanzo, da tutti gli altri romanzi diverso, che si par- 
lava in tutta la Dalmazia e nelle isole del Quarnero (anche per Lussino 
vi sono sicure tracce di un simile dialetto) e che fu sopraffatto alle spalle 
dallo slavo, di fronte dal veneziano. Le fonti dello studio del B. sono: re- 
lazioni orali di Antonio Udina (Tùone Uddina), Y xxMìnxo veglioto parlante 
l'antico dialetto e morto tragicamente — per uno scoppio di mina! — il 10 
luglio 1898; documenti e testi di varia età ed utilità; elementi dalmatinì nelle 
odierne parlate slave e veneziane di quella regione; nomi locali. 

.". Del sig. Alf. FiORDELisi abbiamo tre eleganti opuscoli di storia del co- 
stume napoletano. L'uno di essi tratta de La Trinità delle monache {Urani, 
Vecchi, 1900 di pagg. 41, in 16.°, con 6 incis.), ed in esso son narrate, sulla 
scorta di documenti inediti dell'Archivio di Stato e delle carte del Monastero, 
le origini e le vicende di uno dei più ricchi conventi femminili napolitani, 
fondato al principio del sec. XVII e soppresso da Gius. Bonaparte nel 1806, 
che lo trasformò in Ospedale militare. Interessanti notizie raccoglie il F. sulle 
usanze del pio luogo; sulle visite delle sovrane Maria d'Austria (1630) e 
Amelia regina di Napoli (1740) e le festose accoglienze prodigate alle auguste 
ospiti; sulle cerimonie e feste per le vestizioni delle suore, che eran tutte 
di nascila nobilisima. Le spese occorrenti per l'ammissione erano ingenti, 
e le recipiende dovevano godere facoltà di sedile: nella lista delle Badesse 
infatti vi passan sotf occhio i nomi delle più illustri famiglie. Ma se queste 
damigelle rinunziavan volentieri alle gioie della maternità, non rìnunziavan 
punto ai comodi e al lusso, a cui erano stale avvezze. L'amenità del silo, 
prospiciente dalle falde della collina di San Martino l'incantevole panora- 



210 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

ina di Napoli e del golfo; un delizioso giardino, adorno con vero gusto 
:artistico di statue, laghetti, peschiere, giuochi d'acqua, boschetti vaghis- 
simi, piante rare e fiori (V ogni sorta; gli agj e i conforti che il danaro può 
offrire, rendevan certo seducente ed allegra la vita fra quelle mura! È nota 
la passione delle monache per i manicaretti succulenti e i dolciumi : anche 
queste della Trinità non tralasciarono occasione per rimpinzarsi di cibi pre- 
libati. Ma che sarà stata mai quella scuffia, che era una delle pietanze di 
rito nelle monacazioni? La bellissima Chiesa, che possedeva un notevole 
tesoro d'oggetti sacri e un famoso tabernacolo, fu costruita (1021-1630) 
dagli architetti Francesco Grimaldi e Cosimo Fanzaga, e vi prestaron la loro 
opera i più bravi artefici; per essa dipinsero quadri, oltre i minori. Bernar- 
dino e Luigi Rodrigo Siciliano, Palma il vecchio e lo Spagnolelto. Rifatta 
nel secolo scorso, avrebbe avuto ora bisogno d' un novello restauro : ma 
per incuria delle autorità rovinò completamente facendo varie vittime tra 
i soldati dell'Ospedale, nel gennaio 1897. — Del secondo sono argomento 
I caffé di Napoli al principio di questo secolo (Trani, Vecchi, 1899, di pagg, 14 
in 16.*) e ritrae la storia di questi luoghi di ritrovo, sempre più diventati 
una necessità della vita sociale, indicando il luogo dov'erano, il nome che 
portavano, e certe speciaUtà proprie a ciascuno. Non mancano notizie curiose: 
quelle per es. riguardanti i tempi del blocco continentale, e gli spedienti in- 
gegnosi per sopperire ai generi, che il volere di Napoleone sottraeva ali* uso 
quotidiano. Curioso anche il ragguaglio dei prezzi dei varj generi di consumo. 
— Il terzo, Ln storia d'un Casotto (Napoli, Priore, 1899, di pagg. 14 in 16.») 
offre ragguagli intorno a certi teatrini, e specialmente intorno a quello della 
Pietà dei Turchini, addossati in certo modo ai pili grandi teatri, e nei quali 
a minor prezzo si aveva in piccole proporzioni una riproduzione dei grandi 
spettacoli. La storia del Casotto sopra menzionato va dal 1810 al 1827, e in 
esso esordirono il Lablache e il Petito, l'uno nella carriera musicale, l'altro 
nella comica. Il lavoro del F. è un semplice saggio di storia di cotesto teatro 
semi-popolare, ma che potrebbe allargarsi quando l' a. volesse e potesse dirci 
qualche cosa sui molti spettacoli, dei quali indica con abbondanza i sem- 
plici titoli. Egli cosf ci darebbe anche un capitolo interessante di storia della 
drammatica popolare. 



Il dott. Biadego ci indirizza con preghiera di inserzione, la 
lettera che segue, e alla quale diamo volentieri ospitalità, perchè 
meglio chiarisca una piccola controversia. 

Caro Professore, 

Ricevo il fase. 3." (marzo 1900) della sua Rassegna e leggo le cortesi parole 
ch'Ella ha scritto a proposito del mio discorso tenuto lo scorso novembre a Ve- 
nezia su Dante e gli Scaligeri. Vorrà Ella perdonarmi, se la gratitudine che 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 211 

ho per la sua benevolenza costante verso di me e verso i miei poveri studj, non 
m'itnpedisce di ribattere alcune sue affermazioni? Non si tratta di apprez- 
zamenti, sui quali non vorrei dir parola; si tratta d'una questione di fatto. 
Ella afferma eh' io nel dir le lodi di Gangrande vado un po' troppo oltre 
nel riprender l'ipotesi che pareva abbandonata dell'esser Gangrande l'atteso 
veltro; argutamente sorride pensando quanto di spiriti putrii veronesi entri 
in questo nuovo risorgere dell'opinione che Dante nel veltro adombrasse lo 
Scaligero; ma non può far a meno di meravigliarsi che ogni tanti anni ri- 
torni su una congettura che si sarebbe ormai creduta tramontata del tutto. 
Ghi legge le sue parole deve concludere ch'io nel mio discorso mi sia ri- 
velato aperto e risoluto partigiano dell' opinione di quelli che videro nel 
veltro Gangrande. Orbene : Ella mi permetta di riferire le mie parole. Dopo 
aver esposto le ragioni e i fatti che fanno nella prima metà del XIV secolo 
di Gangrande un uomo politico di singolarissima importanza, dissi: " Qual 
" meraviglia dunque se Dante ebbe a fare di Gangrande le lodi che tutti 
" sanno? qual meraviglia se molti dei commentatori, primo Alessandro Vel- 
" lutello fin dal 1544, vollero vedere in Gangrande il veltro destinato a cac- 

* ciare la lupa? Io so bene che i dantisti oggi sono concordi nel sostenere 
" V indeterminatezza della persona profetata nel veltro, indeterminatezza eh' è 
" il carattere distintivo e fondamentale delle profezie medioevali; e a questa 

* opinione oggi par mi non si possa seriamente contrastare. Non io quindi 
" ripiglierò l'assunto abilmente sfruttato dal Todeschioi nel suo Veltro al- 
" legorico; ma ben volentieri ripeto oggi quello che fu già dimostrato: che 
" cioè se Dante dovette pensare un tipo ideale, astratto, inderminato di fu- 

• turo liberatore, questo non impedisce di ammettere che a seconda delle 
"disposizioni dell'animo suo, a seconda anche degli eventi incalzantisi, oon 
"si illudesse di vederlo incarnato nell'uno o nell'altro degli uomini politici 
" più illustri del suo tempo. E poiché non dubito che solo un principe laico 

• potesse nel pensiero dantesco esser l' uomo designato a cacciare i vizj, a 
" rimettere l'ordine morale e politico, siami permesso ritenere che la persona, 
"sulla quale più a lungo si fermò l'attenzione di Dante, fu Gangrande,. 

Le pare, egregio professore, che lo spirito patrio veronese mi aH^bia fatto 
velo agli occhi? Le pare che dalle mie parole emerga chiara la persuasione 
ch'io abbia abbracciato e sostenuto l'opinione che Dante nel veltro adom- 
brasse lo Scaligero? Non le pare invece che ci sia una notevole, sostanziale 
differenza dall' affermare che il veltro è Gangrande, al dire come ho detto 
io, che il veltro è un tipo ideale, astratto, indeterminato, che Dante potè in 
qualche momento sperare di veder reaUzzato in Gangrande? 

Ma c'è di più. Ella soggiunge ch'io ho presentato un Gangrande aspi- 



212 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

rante, auto -candidato alla monarchia universale; e ciò (Ella conclude) ci 
pare non conforme alla storia e molto al di sopra del vero. Esposta la cosa 
cosi, Ella ha ragione. Ma ho detto io questo? Il mio pensiero era certamente 
tutt' affatto diverso; e bisogna che confessi (se Ella ha capito cosi) ch'io 
non mi sono spiegato bene. Le mie parole son queste: "la persona, sulla 
" quale più a lungo si fermò l'attenzione di Dante, fu Gangrande: un Gan- 
" grande che aspirava alla monarchia universale, meglio dell'impero ghibel- 
" lino gelosa custode dei suoi diritti, ma in pari tempo reverente al poter 
" spirituale del Papa. Né questa opinione può credersi che contraddica a 
" quello che s'è detto prima, cioè dell'aspirazione di Cangrande ad un grande 
" stato italiano. Secondo il concetto dantesco della monarchia, l' esistenza 
"dell'impero non toglieva la coesistenza dei singoli reggitori. L'imperatore 
" impera da per tutto e su tutti, ma non da per tutto e su tutti regna. 
" U aspirazione alla monarchia unirersnle non escludeva quindi, secondo 
"Dante, V aspirazione ad un grande dominio, e di conseguenza l'esistenza 
" di uno stato particolare, ricco, potente, quale lo sognò certo Gangrande „. 
In altre parole, abbiamo due Gangrandi: l'uno il guerriero potente, il ma- 
gnifico signore, che lavorava alla creazione d'un grande stato nella valle 
del Po, sul quale egli avrebbe dominato; l'altro, l'uomo politico che par- 
tecipava alle idee dantesche sulla monarchia universale, che, come Dante, 
aspiraiia, (forse sarebbe stato meglio dire) vagheggiava la monarchia uni- 
versale, e che (secondo il pensiero o l'illusione dantesca) avrebbe potuto 
dare man forte alla realizzazione di questo sogno, appunto perché ciò non 
solo non gli avrebbe impedito di diventar signore d'uno stato particolare, 
ma anzi, elevandolo sopra gli altri principi, avrebbe facilitato la via ai suoi 
di segni di potenza e di gloria. Aspirazione da una parte ad una grande idea, 
ch'era l'idea dantesca; aspirazione dall'altra ad un grande dominio. 

Io La ringrazio, illustre e caro maestro, di avermi dato occasione di 
spiegar meglio il mio pensiero, e La prego a volermi conservare la sua 
affettuosa benevolenza. 



Verona, 3 aprile 1900. 



Giuseppe Biadeoo. 



A. D' Ancona direttore respottsahile. 



Pisa, Tipografia F. Mariotti 1900. 



RASSEGM BIBLIOGRAPICA 

DELLA LETTERATURA ITALIANA 

Dii ettari: A. D'ANCONA e F. FLAMINL Uditore: F. MARIOTTI, 



Anno Vili. Pisa, Luglio- Agosto 1900. N.° 7-8. 



Abbonamento annuo J P^J; rEstero' ' ' ^"^ ». ! ^" ""™- «*'Pa'"ato <^«"*- ••• 



SOMMARIO: A. Bonaventura, T.a poesia neo-latina in Italia dal secolo XIV al pre- 
sente (V. Rossi). — F. NovATi, Fedici lettere inedite di M. Girolamo Vida vescovo 
d' Alba (B. Cotronoi). — Biblioteca critica della letteratura italiana diretta da 
F. Toeraca: fase. 31-35: N. Impallomeni, E. Moore, F. Persico, A. Farinelli e A. S. 
Barbi (G. Manacorda^. — Comunicazioni: A. Michieli, Spigolature Foscoliane. 
— Annunzi bibliografici (Vi si parla di: D. Ciàmpoli - G. Pitrè - E. De Be- 
nedetti. — Pubblicaz. di storia del risorgimento ital.: B. Croce, Q. Ckci, 
M. d'Atala, S. di Giacomo, La Rivoluzione napoletana del 1799 illustrata con ri- 
tratti, vedute, autografi ecc. e A. Perella, L' anno 1799 nella provincia di Cam- 
pobasso. Memorie e narrazióni documentate con notizie riguardanti V intiero 
ex-Regno di Napoli (F. de Simone Brouwer). — Lettera di Giov. Federzoni. 

Arnaldo Bonaventura. — La poesia neo-latina in Italia dal secolo 
XIV al 2)resente. Saggio e vei-sioni poetiche. — Città di Ca- 
stello, S. Lapi tipografo-editore, 1900 (pp. XLVII-362, in 8."). 

Mentre la critica viene con lavorio assiduo e profittevole chia- 
rendo sempre meglio la storia dell' umanesimo nell'età moderna, 
piace che altri studiosi provvedano a diffondere più largamente 
la conoscenza dei frutti migliori di quel fecondo moto letterario, 
traducendo poesie latine di scrittori italiani; piace, anche se, come 
accade a me, non s'abbia molta fiducia nell'efficacia pratica di 
tale opera di divulgazione e paia legittimo il dubbio che codeste 
traduzioni non siano per riuscire se non ad ui\ rinnovamento di 
dilettazione estetica in chi già conosca o sia in grado di cono- 
scere gli originali, e ad un esperimento del valore intrinseco di 
questi. Fra il 1898 e il 99 Luigi Grilli diede in luce le sue Ver- 
sioni poetiche dai lirici latini dei secoli XFe XF7 e la versione 
delle Piscatoriae sannazzariane (cfr. JRassegna^ VI, 266 e VII, 243), 
alle quali fece poi seguire (1900) quella dei Lusus pastorales del- 
l' elegantissimo Marcantonio Flaminio. Nel volume che ho sot- 
t' occhio, il Bonaventura ci offre meglio che dugento suoi volga- 
rizzamenti; una raccolta dunque che supera tutte quelle che dianzi 
avevamo, per ricchezza, come le supera per l'ampiezza del disegno. 
Essa infatti muove dal poetico carteggio di Dante e Giovanni 
del Virgilio, accoglie un frammento deìV Ecerinis, l'elegia di Fer- 

14 



214 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

reto dei Ferreti in morte di Benvenuto Campesani, epistole ed 
egloghe del Petrarca, del Boccaccio, di Coluccio e, fatta larga parte 
ai latinisti del Quattro e del Cinquecento, per mezzo al Murtola, 
al Filicaia, al Menzini, al Sergardi, al Vico, al Cesarotti, al D' Elei, 
al Pindemonte, al Manzoni (di cui sono tradotti i distici degli uc- 
celli prigionieri alle anitre) e a molti altri scrittori dei tre ul- 
timi secoli, arriva fino ai viventi. Precede alle versioni un Saggio 
sulla storia della poesia latina d'Italia dal secolo XIV ai di no- 
stri, della poesia neo-latina, come direbbe il Bonaventura con 
una locuzione inopportuna per l'equivoco che ne consegue. Or- 
mai s'è convenuto da un pezzo di chiamar neo-latine quelle lingue 
moderne nelle quali vive ancora, trasformato, 1' antico idioma del 
Lazio, e quindi neo-latine le letterature che di esse lingue si val- 
sero e si valgono. Chi dice La poesia neo-latina in Italia viene 
a designare per la maggior parte dei lettori colti la poesia scritta 
in quella lingua neo-latina che si parla in Italia, cioè in italiano. 
Che se il B. temeva che intitolando il suo libro semplicemente La 
poesia latina in Italia dal secolo XIV al presente, qualcuno po- 
tesse credere eh' ei vi discorresse la fortuna della poesia classica 
romana, il rimedio era facile. Perché non dire — e ci guadagnava 
anche l' italianità della frase — La nuova poesia latina, con quel 
che segue? 

Non mi indugerò a parlare del saggio storico testé menzio- 
nato, dove naturalmente non si incontrano novità né di notizie 
né di vedute, ma che pur giova a dare un'idea della varia fortuna 
ch'ebbe fra noi la consuetudine di poetare in latino. Lo avrei 
desiderato più conciso, più denso e scevro di certe mende ^ che 
rivelano indiretta o superficiale l'informazione dello scrittore; mi 
sarebbbe piaciuto insomma che il B. si fosse proposto non tanto 
di darvi una rassegna dei più cospicui cultori della poesia lati- 
na, il che porta di necessità a ripetizioni o quasi-ripetizioni nei 
giudizj, quanto di rappresentare nettamente il vario atteggiarsi 
di quella poesia nelle diverse età, il lento insinuarsi dello spirito 
classico nella contenenza e il lento suo dileguarsene, dal Trecento 
al Cinquecento e dal Cinquecento ai di nostri; e d'altro canto il 
progressivo perfezionamento della forma, che, se si pensi all'insi- 
stente e spesso audace ammodernarsi della contenenza, può ben 
dirsi continuato dal Cinquecento fino a questa fine del sec. XIX. 



1 Fra 1 poeti del circolo padovano coetanei al Mussato è Bovetino de'Bovetini, non un 
Bonatino (p.XIII); del poema su Muzio Scevola di Gio. Muzzarelli (non Mazzurelli) non si 
conosce altro clie il nome (p. XXVIl); le indicazioni bibliograiìclie (alcune certo di seconda 
mano) sono qualche volta troppo copiose e accumulate nn po' a caso, come per es. a pag.XIV, 
ma più spesso manchevoli. Meglio era che il B. si restringesse a citare ì libri che vera- 
mente gli avevauo giovato a compilare il suo stadio. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 215 

Buona mi pare certamente la scelta delle poesie, e tale da corri- 
spondere egregiamente al criterio, estetico e storico insieme, cui 
il B. la volle informata. Prevalgono le liriche, ma non mancano 
frammenti drammatici, narrativi, didattici, della tragedia del Mus- 
sato e dei poemi del Fracastoro, del Vida, dell'Angelio; accanto 
alla poesia bucolica ha luogo la satira; accanto all'elegia sospi- 
rosa, la gaja poesia d'amore. Gli scrittori pili famosi, il Fontano, 
il Sannazzaro, il Poliziano, Andrea Navagero, il Bembo, l'Ariosto, 
il minor Flaminio, il Varchi, sono i più favoriti quanto al nu- 
mero dei componimenti tradotti, ma non restano esclusi dalla 
raccolta i latinisti men noti. Fra i Quattrocentisti non so perché 
il B. abbia trascurato il Campano, che è senza dubbio dei mi- 
gliori fra i verseggiatori in latino suoi coetanei, anzi il migliore, 
se si tolga il vecchio Strozzi ; del cui poetare conveniva addurre 
un'immagine più compiuta, traducendo insieme colla poesiola 
Ad annulum ah amica cìahim, l'una o l'altra delle efegie degli Aeo- 
lostica, la terza del primo libro, per esempio, bellissima. Dei Se- 
centisti non mi pare fosse indegno di entrare nella raccolta Vir- 
ginio Oesarini, che ne' suoi Carmina stampati a Venezia nel 1669 
insieme colle rime, ha qualche composizione piena di sentimento 
vero e profondo. Del Fontano avrei recato anche un frammento 
della Lepidina ; del Moka una delle elegie Ad Beatricem o quella 
Ad sodales, e avrei in cambio rinunciato a qualche insulso epi- 
gramma, che dice poco e non rappresenta nulla. Ma in una scelta 
COSI ampia come è questa del B., è facile notar lacune o ridon- 
danze, ed io potrei allungare la serie de' miei desiderj senza vo- 
lere con ciò scemare il merito del raccoglitore o disconoscere le 
difficoltà gravi che egli ha dovuto superare. 

Nel tradurre il B. si mantiene per lo pili fedele agli originali, 
non tanto però che ne venga nocumento alla scioltezza del det- 
tato italiano e allo spirito della poesia. Fra le sue versioni al- 
cune sono veramente felici, come ad esempio la prima nenia e il 
Tumulo della sorella Fentesilea del Fontano, il Coro di pastori del 
Bembo, la Satira del Sergardi e molte delle versioni di poesie 
modernissime. Di qualche omissione e di qualche ripieno nessuno 
che sappia le difficoltà del tradurre, vorrà far carico al Bonaven- 
tura. Il quale parmi riesca meglio nel volgere poesie familiari 
o borghesi o satiriche che nelle eroiche; meglio nella rappresen- 
tazione dei sentimenti che nelle descrizioni. Al suo stile manca 
spesso queir efficacia coloritrice, quella luminosità, quella vivezza 
che si ammirano solitamente negli originali, e non di rado adat- 
tando la fx'ase alla necessità del verso italiano egli lascia scivolare 
in questo locuzioni prosaiche o fredde, o presenta siffattamente 



216 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

l'immagine, da scemarle il primitivo splendore. Come svapora, 
ad esempio, tutto l'intenso affetto che palpita in questo verso e 
mezzo del Petrarca salutante dall'alto del Monginevra l'Italia, 

Ad te DUDC cupide post tempora longa revertor 
iucola perpetuus, 

nella versione del B. (p. 29): 

Compiendo il desio 
dopo tanti anni alfine per mai pivi lasciarti ritornol 

Nella seconda Piscatoria il Sannazzaro ha questi due versi: 

Non Zepbyri strepit aura; sopor suus humida mulcet 
acquerà; sopito connivent sidera coelo, 

che il B. traduce : 

Sospir d'aura non s'ode; il mar riposa 

in dolce, sonno, e nel sopito cielo 

semhrun chiudere gli occhi anche le stelle. 

m'inganno, o per quella intromissione di un ascoltatore e di un 
contemplatore gran parte dell' efficacia del quadro va perduta. Me- 
glio assai in questo luogo il Grilli: 

.... in giro non un filo d'aria. 

Molce il flutto un sopore, e gli astri anch' essi 

nella calma s'oblian de' firmamenti. 

I versi del B. sono in generale facili e disinvolti ; anzi per la 
troppa facilità gli endecasillabi, specialmente gli sciolti, riescono 
spesso languidi e monotoni, e suggeriscono a chi legge l' augurio 
che il traduttore voglia ritemprare la sua abbondevole vena ai 
modelli insigni del Caro, del Parini, del Foscolo. Nello scegliere 
i metri che alle versioni meglio si addicano, il B. ha solitamente 
la mano felice; solitamente, non sempre, che a rendere il distico 
elegiaco non mi pare adatto 1' endecasillabo sciolto, che il B. usa 
più volte nel tradurre poesie di quel metro; né l'epigramma la- 
tino si adagia comodamente in una breve serie di sciolti, né i 
dimetri giambici del Poliziano mi piacciono ridotti a settenari 
sdruccioli, inseguentisi ansiosamente in lunghissima serie. * Quando 
non si voglia riprodurre il distico latino metricamente — e il B. 
più volte si attiene anche a questo partito — non credo che per 
l'elegia vi sia forma più acconcia della terza rima, che ha già 
come metro elegiaco una bella tradizione, e per l'epigramma con- 
viene tentare il sonetto o l'ottava o altro metro rimato, che dia 
al breve componimento il vincolo e il suggello delle consonanze. 



» A proposito di questi versi (pp. 106 sgg.) voglio notare che parole come coniglio, giglio, 
uguaglio ecc. non tollerano la dieresi e non fauno quindi lo sdrucciolo. Lui folgoriinte iv solio, 
perisce il Manzoni, ricorrendo al latinismo per ottenere Jo sdrucciolo. 



\ DELLA LEtTÈRAtURA ITALIANA 2l7 

Il B. stesso riconoscerà di aver operato con migliore successo 
in quei casi in cui diede all'epigramma l'appoggio della rima. 
Quanto ai dimetri giambici, essi vorrebbero esser resi colla bar- 
zelletta quattrocentistica; ma dubito che questa forma possa pie- 
garsi ad una traduzione che non sia libera parafrasi, se non al- 
tro per via del ritornello che sarebbe sempre un intruso ; perciò 
preferirei l'ode di brevi strofette, come usava nel secolo scorso. 

Ho raffrontato accuratamente cogli originali molte delle tra- 
duzioni del B., e in generale le ho trovate corrette ed esatte. Che 
alcuni errori gli siano sfuggiti in cosi lungo e faticoso lavoro, 
non può far meraviglia; di altri è ben facile intendere che non 
è sua la colpa, ma bensì del testo a cui s'è troppo ciecamente 
affidato. Per questo motivo ed insieme per seguire un principio 
metodico che non è una vana mostra di erudizione, il B. avrebbe 
dovuto indicare volta per volta la fonte di cui si valeva, ma che 
non sempre era la più schietta. 

Per le egloghe di Dante e di Giovanni del Virgilio pare che 
egli abbia tenuto presente il testo del Fraticelli, ma non doveva 
trascurare quello del Pasqualigo e tanto meno i sussidj che la 
critica più recente gli apprestava per l'intelligenza di quegli ardui 
componimenti. Non alludo naturalmente alle Indagini e Postille 
del Novati, uscite troppo tardi perché egli le potesse metter a 
profitto, ma agli studj del povero Macri ed alle acute e risolu- 
tive osservazioni e argomentazioni del Belloni, ' le quali gli avreb- 
bero spianata la via ad intendere l'oscuro principio della II eglo- 
ga dantesca ed offerta la lezione genuina e la retta traduzione 
dei versi 88-89 deìVegloga responsiva di Giovanni. E giacché sono 
a parlare delle egloghe dantesche noterò pure che nel verso 68 
dell'ultima, le parole Aemilida qua terniiuat Adria terram, non 
so come possano essere interpretate dove La Romagna ha con/in 
co' l'Adria terra. La costruzione diretta della frase sarà: qua 
Adria terminal Aemilida terram, ed il senso: là dove V Adria, cioè 
l'Adriatico, segna il confine della terra emiliana, della Romagna. 

Certo alla mala interpunzione che i\e\V Antologia del Costa ha 
questo verso del Panormita: 

Inter opus tantum dulce, o diilcissima, cantas, 

si deve la falsa traduzione del B. (p, 70), 

e come in mezzo a le faccende care 
tu dolcissima canti , 

» Sopra wi passo dell' egloija responsiva di Gio. del Virgilio a Dante, nel Oiorn. storico, XXII, 
1893, pp. 354 sgg.; Intorno a due passi di un' egloga di Dante, Venezia, 1895 (estr. dulVAieneo 
Veneto). Molte altre osservazioni sulla versione dei componimenti danteschi e delvirgiliani 
si possono ora vedere nel Giorti. storico, XXXVI, 208. 



218 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

falsa perché evidentemente non ad opus, ma a cantas si riferisce 
con funzione d' avverbio l' aggettivo dulce, ed è un vocativo dul- 
cissima. 

Similmente io penso che un'edizione ove sia fuor di posto una 
virgola, sia rea di quell'assurdo accostamento per cui alla cima 
d'uno scoglio si attribuisce l'ampiezza eh' è del mare, in sul prin- 
cipio della seconda Piscatoria del Sannazzaro (p. 11(3). 

Neil' elegia del Poliziano in morte dell' Albieraj tradotta, se ne 
togli alcuni ripieni qua e là e alcuni prosaici giri di frase, abba- 
stanza bene, dice la dea Febbre alla fanciulla malata: « Stat vacua 
«tua Parca colo, moritura puella », che il B, traduce: «Fila per 
«te la Parca, fanciulla». Lasciamo pur di notare l'omissione di 
quel significantissimo moritura: ma il testo non suona proprio 
l'opposto della versione? 

Sennonché, l'andare spilluzzicando inesattezze o sviste in un 
libro che ha pur tanti indiscutibili pregj, può sembrare pedan- 
teria; né io vorrei fare il pedante col B., che possiede non co- 
muni attitudini di traduttore, e in tanti luoghi dell'opera sua 
mostra fine senso dell'arte classica e dell'eleganza italiana. Egli 
sa bene, che ove gli accadesse di ristampare in tutto o in parte 
le sue traduzioni, dovrebbe nuovamente rivederle e accarezzarle 
con lima paziente; cosi che i nei disparissero, ne uscisse rinvi- 
gorito e illeggiadrito lo stile, e la languidezza e, aggiungo, certe 
durezze della verseggiatura cedessero ad un'armonia più piena 
e pili sostenuta. Vittorio Rossi. 

F. NovATi. — Sedici lettere inedite di M. Girolamo Vida vescovo d' Alba. — 
Milano, Faverio, 1899 (estratto à^AV Archivio storico lombardo, anno XXV- 
XXVI, fase. XX-XXI. 1898-1899), in 8.», pp. 142. 

Queste lettere sono tutte derivate, eccetto la Xll, dal codice Ala-Ponzone 
23, già appartenente a Partenia Gallaiati, colta gentildonna cremonese del 
secolo XVI, che le avrà probabilmente trascritte di su gli autografi; il Novali 
le ha accompagnate di ampie illustrazioni storiche, e noi, coli' aiuto e la 
guida di lui, cercheremo d'informare i lettori del contenuto' di esse. 

Meritano speciale attenzione le lettere dirette a personaggi francesi, cioè 
la I, II, III, IV, IV, VII, Vili, che formano il manipolo più folto della presente 
raccolta; ed a personaggi francesi allude anche la XII, diretta al cardinale 
Ercole Gonzaga. Di tali lettere solo la prima è inviata al re Francesco I, e 
tutte le altre a Guglielmo Du Bellay, signore di Langey; a dir vero, la se- 
conda non ha indirizzo alcuno nel codice, ma il Novati opina che sia stata 
rivolta allo stesso cospicuo personaggio, a cui furono inviate le altre. L'at- 
tribuzione ha del probabile, ma mi pare che il Vida ad uomo d'arme quale 
il Du Bellay, non avrebbe scritto chiamandolo pater amplissime per ben due 
volte, ed invero tale appellativo non occorre mai nelle rimanenti lettere al 



DfiLLA LfiTTÈftAtÙRA ItALtANA ^19 

signore di Langey, che è chiamato senz'altro, un po' familiarmente, La agi ; 
inclinerei, perciò, a credere che la seconda lettera sia stata indirizzata a 
qaalche ecclesiastico ragguardevole ed autorevole presso la corte francese. 
Incerta è la data della prima, che il Novali colloca nel 1538; le altre 
sono comprese fra il 1 gennaio 1539 ed il 26 luglio 1341; tutte spedite da 
Alba. Guglielmo Du Bellay (nato a Glatigny presso Montmirail nel 1491, e 
morto a San Sinforiano nel 1543) era un prode soldato; dopo la tregua dei 
19 novembre 1537 fra Carlo V e Francesco I, era stalo nominato governa- 
tore e luogotenente generale di Torino, e pili tardi, — succeduto nel comando 
supremo al maresciallo di Montejean il d'AnnebauIl, — era stato assunto al- 
l'ufficio di vice luogotenente generale delle milizie francesi in Piemonte, e 
perciò aveva grandissima autorità. Durante quelle diuturne guerre. Alba, 
sede del Vida, fu esposta parecchie volte a gravi pericoli: già ai 15 luglio 
1537 era stata presa dal maresciallo de Humières, che vi si tratteneva tre 
settimane, lasciandola poi sotto la custodia di due mila fanti al comando 
di Giulio Orsini, di Artigue Dieu e di Pietro Strozzi ; qualche mese dopo, 
nel settembre, veniva ripresa dalle milizie spagnuole guidate dal marchese 
del Vasto ; sebbene, per la tregua dei 19 novembre 1537, la quale stabiliva 
che ciascuna nazione contendente dovesse conservare i territori occupati. 
Alba rimanesse in potere degli Spagnuoli, pure, confinando colla regione 
rimasta francese, andava incontro a continue angherie. Queste circostanze 
furono, molto probabilmente, la prima causa della corrispondenza epistolare 
interceduta fra il guerriero francese ed il prelato italiano; si aggiunga che 
il Du Bellay era persona colta, e dei suoi buoni studj aveva già dato saggio 
fin dal 1521 in una storia di Francesco 1 e de' suoi tempi, scritta in latino 
e distribuita in Ogdoadi; opera la cui perdita per l'istoriografia francese 
del secolo XVI è stata in parte compensata da B. Hauréau che parecchi 
anni fa scopriva considerevoli frammenti della prima ogdoade. Al Du 
Bellay doveva essere noto il Vida, l'autore di quella Cristiade, che era già 
famosa prima ancora di venir pubblicata nel 1535 pe' tipi di Lodovico Bri- 
tannico; e forse ne avrà letto gli eleganti ed armoniosi versi latini. Né 
al Vida erano, d'altra parte, ignoti i meriti letterarj del Du Bellay, poiché 
nella III lettera dei 13 luglio 1540 li rammemora e li esalta, contrapponen- 
dolo a quei molti uòmini d'arme, piane nudi ac destituti di ogni umana 
cultura, e che perciò aW imperio, per sé stesso grave ed esoso, aggiungono 
aeerbitatem naturae, superbiam, fastidium et arrogantiam. Tale amore ed 
esercizio delle buone lettere doveva predisporre a benevolenza reciproca 
i due egregi uomini ; e ne derivava certamente quella cordialità familiare che 
impronta la loro corrispondenza; l'amicizia sorta, si può dire, quasi come 
per fama uom s' innamora, non fu tuttavia cementata dalla conoscenza per- 
sonale, ed il Vida nella VII lettera de' 17 luglio 1541, accennando alla di- 
ceria — dimostratasi poi fallace — del richiamo del Du Bellay in Francia, 
si duole che le circostanze gli abbiano vietato di conoscere de facie chi 
aveva sperimentato in varie occasioni omnia humanitate praeditum, e al 
quale sentiva di dovere non poca gratitudine per summa merita verso di 
lui. Pure, a mantenere l'amicizia avrà contribuito la conosciuta devozione 
del Vida alla casa di Francia; questi, infatti, nella prima lettera a re Fran- 



220 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Cesco I, afferma che non solo egli stesso, ma anche tutti i suoi antenati, 
ab origine familiae, erano stati devoti a Francia, rimanendo in Gallorum 
regum fide et quodammodo clientela, e nella seconda, del 1 gennaio 1539, 
aggiunge che per essere benevolo ai Francesi, era tenuto in sospetto ed 
in uggia da alcuni capi degli eserciti spagnuoli {eorum primoribus non- 
nullis infensus atque suspectus); e la Poetica aveva egli dedicata a Fran- 
cesco delfino di Francia, ostaggio presso Carlo V in Madrid (1526-1529). 
Il Vida nelle sue lettere interviene a tutela d'interessi proprj e de' suoi 
diocesani. Durante la brevissima dominazione francese del. 1537, Alba era 
stata saccheggiata, ed il prelato stesso ne aveva ricevuto non pochi danni, 
l'espulsione dalla sua sede vescovile e la devastazione dei campi e delle 
ville {omnibus fortunis suis, agris primum, depopulatis, domo dehinc episco- 
pali direpta, villia dirutis atque incensis), con la perdita di 800 moggia di 
grano, che erano stale adoperate al nutrimento delle milizie regie; ne era 
derivata anche una grave carestia : ed ecco il Vida a chiedere la restituzione 
del frumento rapito o, per dir meglio, sottratto, ed il permesso di comprarne 
per sé ed i suoi nel territorio sottoposto alla signoria francese, dove la ca- 
restia era diminuita per sagaci provvedimenti dei governanti, ed anzi gli 
abitanti soffrivano pili per il rinvilio del grano che per la scarsezza di esso 
{incolae annonae vilitate quam cavitate laborent). Né della sola carestia fru- 
mentaria s'impensieriva il Vida, ma anche di quella di carni da macello; e 
nella III lettera, già accennata, ringrazia il Du Bellay di avere abrogato al- 
cune ordinanze, per le quali, com'egli argutamente dice, gli Albesi stavano 
per ridursi del tutto Pitagorei {omnino Pythagoreos fieri). Il Du Bellay non 
trascurava di rendere al pio prelato altri piccoli favori: il Vida, infatti, nella 
lettera IV dei 28 gennaio 1541 ringraziava il guerriero francese di avere 
accolto in numerum praefectorum militum un suo concittadino G. Gignano 
Zignani — forse congiunto di quel Galeazzo Zignani, notaio cremonese, 
morto ai 20 maggio 1558, ma tale da non potersi identificare con quell'altro 
Galeazzo dell' istesso casato che fioriva nel 1515 — e lo prega perché voglia 
concedere un breve congedo al suo congiunto Gio. Ant. Oscasali, capitano 
al servizio di Francia, perché possa recarsi a visitarlo; neppure sicura è 
l'identificazione di quest' Oscasali, se con Gio. Antonio morto combattendo 
fra le file spagnuole nel 1582 contra i ribelli di Portogallo, ovvero con l' omo- 
nimo entrato fra' decurioni nel 1538. E quando il Du Bellay nel 1541 ri- 
mase vedovo della moglie Anna di Gréquy, il Vida gli scrisse la lettera Vili 
per confortarlo e consolarlo. Strana consolatoria, a dir vero, poiché lo scrit- 
tore, forse senza volerlo, vi manifesta un certo misoginismo : invero chiama 
la povera knndi primaria donna e quale il consorte desiderava, ma subito at- 
tenua la lode colla restrizione maliziosa * si cui tamen mulier ob infirmi- 
" tatem consilii non gravis et morosa contigisse potest ulta „ ; e poco dopo 
gli soggiunge che confida nella nota sapienza di lui, che da essa sarà cer- 
tamente indotto a sprezzare tante cose che il volgo ammira o teme, ma che 
non sono da riporsi né tra' beni né tra' mali, e non avrà perciò bisogno 
delle consuete consolazioni ; gli fa infine intravedere, che nel suo stato di 
vedovanza avrà agio di filosofare liberius ac solutius, tutto raccolto in sé, 
e non distratto da altre cure : " teque ostendes non aliunde pendere, sed 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 221 

" totum, ut te decet, aptum esse ex te ipso, tuaque in te uno omnia ponere 
" atque adeo ita animatus, coepto cursu ad eam,,cui inhiamus, immortali tatem 
" tendere perges, virtutis ipsius nudae ac laboriosae sublimi curru invectus „. 
Chi sa che avrebbe detto la defunta, se avesse potuto udire siffatte conso- 
lazioni che paiono quasi congratulazioni col vedovo? Indulgeva il Vida, 
alla tradizione antifemininile, per solo ascetismo?* Del resto, quanto egli 
diceva non è alieno dallo stoicismo classico, ed il Vida aveva presenti alla 
mente le scritture senechiane o attribuite a Seneca, e si sarà forse ricordato 
di questo pensiero : " soror bona non potest recuperari, nec mater. Uxor 
* adventitinm bonum est: non est Inter illa, quae semel unicuique contingunt. 
"...Multos tibi numerare possum, quibus bonam uxorem lugentibus suc- 
" cessit melior ,, che appunto si ritrova in quelle.* Credo tuttavia, che a far- 
celo sembrare pili severo ancora colle donne, contribuisca soprattutto il colo- 
rito rettorico della frase. Qualche traccia del suo misoginismo il Vida lascia 
apparire anche nella lettera XVI, dei 13 settembre 1542, da Cremona, ad 
Amilcare Anguissola, il padre di quella Sofonisba che fu rinomata pittrice: 
l'Anguissola s'era scusato col Vida di non essersi fermato a salutarlo, ad- 
ducendo a sua giustificazione una lettera improvvisa della propria moglie, 
la quale con essa, imperiosamente e " ntirabimda atque irarum piena „, lo 
aveva richiamato; ed il Vida a sua volta, ricordando che l'amico si vantava 
di essersi proposto a modello M. Porcio Catone, lo ammonisce, con buona 
ironia, che non è proprio catoniano sottoporsi all'imperio della moglie 
("a natura ac consuetudine catoniana valde abhorrent, et uxoris imperio 
" subici et minus libere cum amicis agere ,). 

Il Novati trova un'allusione alle domestiche gioie che il Vida doveva 
ignorare, non " scevra in tutto di rimpianto ,, nei seguenti versi del carme 
dedicato alla memoria dei genitori (p. 88) : 

Et quando mihi religio sobolem abuuit, ambo 
cara fuissetis niihi pignora, dulcis iiterque 
ceu puer, in nostra qui parvus luduret auia. 

A me sembra che qui l'immagine, accarezzata artisticamente, esprima una 
intensità di sentimento forse maggiore di quello in realtà provato dall'au- 
tore; ma, in ogni modo, il rimpianto mi pare fugace, momentaneo, suscitato 
quasi solo dall'argomento trattato, poiché, se fosse altrimenti, non mi sem- 
brerebbe del tutto conciliabile col misoginismo dello scrittore medesimo. 

Ritornando al Du Bellay, mi pare che l'amicizia dei due uomini dovesse, 
almeno dalla parte del Vida, in seguito raffreddarsi ; vediamo, pertanto, nelle 
lettere seguenti venir meno le lodi del capitano francese, e si esalta invece 
un duce spagnuolo, il marchese del Vasto ;^ cosi nella lettera X, dei 21 no- 
vembre 1541, da Cremona, a Domenico Sauli, di lui si dice: " praestantis- 



1 Dall'ascetismo ricevette maggiore impulso la letteratura autifemminile; vedi Novati, 
Carmina medii aevi, Firenze, Libreria Dante, 1883, pp. 15-21. 

2 L. Annaei Senecae, Ad Lnciìium E/iistoUie, Venetìis, MDCXXXXIII, apud Franciscum 
Babà, fra gli Excerpta, pp. 649-C50. 

3 Questo fatto, a dir vero, ha un'importanza molto relativa; il Vida, del resto, s'era nel 
1539 recato iu Asti a visitare il marchese dal Vasto; v. p. ^2 dell'opera che esaminiamo. 



222 RASSEGNA BIBLIOORFIACA 

" simum in primis Avalum Vastum ipsum, imperatorem et provinciae admi- 
" nistratorem, nostri temporis heroa (ut tu mihi meo maximo applausu 

* appellare soles), rebus omnibus praeecellentem, unum libi prò centum mil- 
" Ijbus praesidio fere spondeo,. Nel giugno del 1542 il Vida fu, come si 
rileva dalla lettera XII in volgare, a Milano, e qui ebbe cordiali accoglienze 
dal marchese del Vasto; allora era prossima a scoppiare una nuova guerra 
tra le due case di Francia e d' Austria, e il Du Bellay aspettava l' arrivo 
in Torino del maresciallo d'Annebault per recarsi alla Mirandola, dove dal- 
l'estate del 1541 raccoglieva un esercito che doveva assalire Cremona, col 
cui castellano s'erano già fatte pratiche perché tradisse, e quindi improv- 
vidamente muovere su Lodi e Milano, prima ancora che fossero dichiarate 
aperte le ostilità; di tali armeggìi il marchese era pienamente informato e 
ne parlava col Vida, piacevoleggiando con spavalderia militaresca. Gli diceva 
fra le altre cose, che ne aveva scritto allo stesso Du Bellay, perché " non 
" pigliasse incomodo di andare per lochi aspri, montuosi ,, tanto pili che 
"poteva venirsene per la piana et sarebbe accarezzato ,. Anche il Vida, 
forse per compiacere all'ospite, volle piacevoleggiare, e, ripigliando l'arguzia 
delle soldatesche carezze, tentò d'indovinare la risposta del Du Bellay, ed 
immaginatala, la ridisse al generale spagnuolo: " Ringratiarà prima V. Ecc.'* 
" degli amorevoli inviti e cortesi; poi dirà che, quando egli fusse per andare 

• ivi, non li metterebbe conto tenere quella via per le soverchie carezte che 
" S. Ecc.'* fa alle persone del suo re, retenendoH tanto per via che non pos- 

* Sfizio ire al suo cammino „. II Vida, nel riferirla al card. Ercole Gonzaga 
al quale è diretta la lettera, aggiunge : " e potrebbe esser questa, conaide- 
" rondo gli humori e persuasione di quella brigageta (?) „ ; parole che non 
dimostrano la primiera benevolenza verso la Francia, pili che per se stesse, 
per quel che sottintendono. Quali le ragioni del mutamento? Probabilmente, 
i Francesi, a malgrado del buon volere dello stesso Du Bellay, continuarono 
nelle loro prepotenze, e dall'altra parte gli Spagnuoli usarono al Vida quei 
riguardi che pili giovavano a renderselo benigno; certo è che, quando nel 
luglio dello stesso anno 1542, dichiarata la guerra, il Du Bellay ordinò un 
assalto notturno contro la città di Alba, chi piti contribuì a renderlo vano 
fu il Vida, che rincorò validamente gli abitanti alla difesa ; e di questo i 
Francesi si vendicarono due anni dopo, poiché, impadronitisi della città, 
misero le mani sui beni vescovili confiscandoli. 

Fra le lettere al Du Bellay, ve n'è una, la VI dei 14 luglio 1541, che può 
servirci di passaggio a parlare delle altre dirette a Paolo III: in essa il 
Vida prega il generale francese perché gli faccia arrestare e consegnare An- 
tonio da Cortemiglia, teologo, " cognomento sapiens ,, accusato di eresia, e 
fuggito da Alba prima di comparire in giudizio, riparando a Pinerolo sotto 
la protezione di quel magistrato municipale. Di quest' eretico per ora, tranne 
il nome, non è dato sapere altro; il Novali ricorda opportunamente che 
San Carlo Borromeo richiedeva al Doge di Genova, nel giorno 10 dicembre 
1563, l'arresto appunto " di frate Antonio da Cortemiglia conventuale, jr«an- 

• demente sospetto di eresia ,, e par che con questo si debba identificare 
il perseguitato dal Vida. 11 quale nell'anzidetta lettera si mostra pieno di 
fervido zelo religioso contro gli eretici; incitando il Du Bellay a consegnargli 



n 



DELLA LETTERATURA ITALIAISA 223 

il frate, dice: * non deeris Jiuic causae si memineris non tam tuum esse 
" quam Jesus Ghristi, cuius numini omnia deberaus. Non poles hostia meliore 
" Deo immortali immolare. Tale enim sibi fieri sacrificium poscit, cutn iubet 
" nos sibi capere vulpes parvulas, quae demoliuntur vìneam : quam vero 

* vineam innuat, ne te diutius teneam, tute ipse intelligis ,. Anche prima di 
quest'anno il Vida aveva mostrato il suo sdegno contro le piccole volpi 
eretiche, secondo avverte il Novati, ricordando la pubblicazione di A. Ron- 
CHiNi {M. G. Vida, Modena, 1867). Nel 1539 aveva proposto l'istituzione di 
un nuovo tribunale dell'Inquisizione, laico invece che ecclesiastico; e vigilava 
scrupolosamente perché nella sua diocesi non allignasse la trista pianta 
dell'eresia. Tuttavia s'impensieriva del vederla prosperare e diffondersi nelle 
vicine diocesi pedemontane, e perciò scriveva al pontefice la lettera XIV, 
che il Novati con buone ragioni crede composta fra il 1540 ed il 1541. In 
essa torna ad esporre quei provvedimenti eh' egli crede più adatti a sradicare 
r eresia : primieramente vorrebbe che i vescovi non abbandonassero le loro 
sedi, ma vi vigilassero assidui a provvedere con pronta sollecitudine, poiché 
da ciò appunto deriva alla Chiesa " salus et dignitas omnis ,; quindi con- 
siglia verso i colpevoh indulgenza purché questa non appaia debolezza (* in 

* deprensos coniuratos et seditiosos ita clementes et lenes erimus, ut ne cui 
" nostra lenitas solutior videatur ,), specialmente quando quelli pecchino di 
proposito, per animo malvagio e pravo, e travagliato da sfrenate passioni 
(* quos scilibet effrenatae Ubidines agunt praecipites ,). Egli avverte che 
molti di siffatti eretici ricorrono troppo facilmente a Roma contro i proprj 
vescovi, che han loro vietato di diffondere dottrine fallaci ; a Roma, poi, si 
rivolgono ai maestri del sacro palazzo, facendo loro credere, con ogni pili 
artificiosa interpretazione, che essi non contraddicono ai Santi Padri ed alla 
Scrittura, e cosi spesso riescono ad ottenere l'abrogazione del divieto ve- 
scovile, con non poco danno della chiesa, la quale in tal modo perde parte del 
suo gregge. A riparare tale inconveniente il Vida propone che i maestri del 
sacro palazzo prima chiedano il parere dei vescovi, e poi deliberino colle- 
gialmente C tantis de rebus nihil ab ipsis nisi prius in senatu relatum fuerit, 

* statuendum esse censuerim ,). 

Questa ed altre lettere — compresa la XII, dove il Vida esorta il car- 
dinale Gonzaga ad avvertire don Colombino Ripari del monastero di San 
Pietro al Po, che faccia in modo che un fra Lodovico de Marchi * non vada 

* ciarlando per le piazze delle cose della religione , — presentano, invero, 
il nostro scrittore sotto un nuovo aspetto; non è solo un buono e dotto 
ecclesiastico, scevro di quelle macchie che contaminarono, come osserva il 
Novati, anche Giovanni della Casa e lo stesso Bembo, ma è anche pieno di 
operoso fervore a difesa della Chiesa, e piglia bravamente il suo posto di 
combattente accanto ai campioni della Controriforma, quali Pio IV e Pio V, 
il cardinale G. Borromeo, i vescovi Bonomi ed Ormanetto (p. 17). E di ciò 
gli va data certamente lode da chi giudichi dal punto di vista cattolico; ma, 
per conto mio, io non trascorrerei a esaltare quasi il Vida per il suo ufficio 
di Torquemada: 'E poiché a raggiungere l'agognata meta gli fa ostacolo 
" r opera nefanda dei seminatori di scismi, non peranco domati, cosi egli si 
"dimostra inesorabile nel perseguitarla; benché vecchio e stanco riacquista 



224 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

* tuttala fermezza d'altra età per colpire i settari, per punirli, per consegnarli, 
" ove occorra, alle fiamme espiatrici del rogo . . . . ei s' avvolge {trista necessità 
" di tristissimi tempi!) nella tonaca a noi odiosa dell'Inquisitore , (pp. 17-18). 
Io non direi tanto nefanda l'opera degli eretici d'allora, che non vanno 
considerati alla stregua dei sovversivi odierni; ve ne saranno stati certa- 
mente di quelli che avran pensato solo a ricavar profìtto personale dalle 
nuove idee che agitavano le menti e gli animi; ma non pochi nutrivano 
fede sincera e fervida. E crederemo noi meno cristiani i protestanti dei 
cattolici ? Del resto, se la chiesa cattolica riusci in quel secolo a restaurare 
gran parte del suo dominio spirituale, non lo dovette certamente alle per- 
secuzioni ed ai roghi espiatori della libertà di coscienza e di pensiero ; questi 
provvedimenti ben di rado conseguono lo scopo prefisso, ed è pericoloso 
giustificarli come una triste necessità di tristissimi tempi, perché di questo 

passo si giunge, senza volerlo, perfino a giustificare il processo al Galilei 

e magari le persecuzioni politiche dei governi passati. È fuor di dubbio che 
il Vida operasse in quel modo credendo di far bene; e perciò noi impute- 
remo ai tempi gli eccessi a' quali trascorse il suo zelo religioso, e diremo 
di lui quel che diceva il Manzoni di un altro prelato non meno santo del 
Vida, e che pur sostenne " con lunga costanza „ opinioni tali da sembrare 
oggi " a ognuno piuttosto strane che mal fondate, anche a coloro che avreb- 

* bero una gran voglia di trovarle giuste „, cioè che "di uomo così ammi- 
" rabile in complesso, noi non pretendiamo che ogni cosa lo fosse ugual- 
" mente „ (cap. XXIV).* 

Il Vida per Paolo III non solo sentiva la reverenza dovuta al capo della 
Chiesa, ma anche affettuosa gratitudine per le lodi che il futuro pontefice 
aveva date alla designazione che del nostro scrittore aveva fatta Clemente VII 
a vescovo della diocesi albense; il Vida stesso ricorda ciò nell'anzidetta 
lettera, dicendo che allora non gli fu più grato " audire me Albae episcopum 

* designatum quam tantopere laudatum fuisse a tam laudato viro ,. 

A Paolo III egli indirizza la lettera IX, de' 30 ottobre 1541, in cui chiede 
che si ratifichi il culto di cui gli Albesi circondavano la memoria di Teo- 
baldo, facchino di Mondovi e vissuto in Alba fino al 1150, noi quale anno 
era morto in odore di santità; il Vida vorrebbe tolto di mezzo il dissidio 
fra la fede popolare ed i canoni religiosi, che vietano onoranze come a sauto 
a chi tale non è riconosciuto da un decreto pontificio. Nella stessa lettera 
il Vida si duole della recente vittoria ottenuta dal sultano turco, e spera che 
il senno del Pontefice varrà ad allontanare dal resto dell' Europa il pericolo 
della soggezione musulmana, non ostante che la facciano sempre pili temere 
le discordie dei principi cristiani. Il Novati non sa vedere di quale recente 
trionfo di Solimano II potesse nel 1541 rammaricarsi il Vida, giacché giu- 
stamente esclude un accenno qualsiasi all' infelice spedizione di Algeri ten- 
tala da Carlo V. A me pare che il Vida accenni alla presa di Buda caduta 



1 Per il Vida sarebbe più proprio parlare di opinioni mal fondate che strane. GiudizJ 
equi sulla Riforma in Italia e sulla Keazione cattolica et^priuie il Masi iu Viln itnlinna del 
cirK/uecenlu (Milano, Treves, 1897) pp. 31 64, e in Vita ilaliunu del seicento (id., 1895, v. I) 
pp. 59-91. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 225 

il 2 settembre 1541 in potere di Solimano II, che, entrato nella capitale 
magiara, " trasformò la chiesa principale in una moschea e mise V Ungheria 
" sotto l'immediata amministrazione ottomana, formalmente sino all'età mag- 
* giorenne del figlio di Zapolya, ch'era un bambino d'un anno ,.* La notizia 
del tristissimo avvenimento doveva esser ben nota al Vida che scriveva 
quasi due mesi dopo; egli, poi, nell' accennare alle cure del pontefice per 
la salvezza della cristianità minacciata dal Turco, doveva fargli cosa grata, 
poiché per opera di Paolo III era avvenuta nel 1538 quella tregua di Nizza, 
che aveva permesso a Venezia ed all'Impero di rivolgere le proprie forze, 
collegate con quelle di Genova e dello stesso pontefice, contro gli Ottomani. 
Sebbene l'impresa fosse finita male il 27 settembre 1538 nelle acque di 
Prevesa per l'incapacità o la mala fede di Andrea Boria, che aveva ridotto 
quella che poteva riuscire una vittoria, ad una sconfitta, direi quasi ad una 
Lissa anticipata, e sebbene Venezia tradita avesse dovuto concludere col 
Turco una pace onerosa, tuttavia, l' impresa testimoniava il buon volere e 
la sollecitudine del pontefice per la fortuna cristiana.* 

Delle altre lettere meritano soprattutto attenzione quelle indirizzate a 
personaggi di casa Gonzaga (XII e XIII): nella prima il Vida rende conto al 
cardinale Ercole Gonzaga di un'ispezione fatta a due conventi dell'ordine 
dei canonici regolari Lateranensi, cioè a quello di S. Maria della Passione 
in Milano ed all'altro di S. Pietro al Po in Cremona, dove s'era verificato 
qualche disordine — dell'ispezione era stato incaricato dallo stesso cardinale 
quale protettore dell'ordine anzidetto — ; nella seconda, dei 22 Inglio 1542, 
si congratula col duchino Francesco III Gonzaga, allora appena decenne, e col 
precettore di lui, Francesco Conterni, del profitto negli studj, di cui il piccolo 
principe gli aveva dato saggio, quando il nostro scrittore si era, a' primi di 
giugno del medesimo anno, recato a Mantova per prendere gli opportuni 
accordi col cardinale Gonzaga riguardo all'accennata ispezione. 

Questa lettera è piuttosto un' esercitazione rettorica ; tali sono anche la V 
elaX: nella prima delle quali, de'13 aprile 1541, il Vida celebra Filiberio Lodi, 
di antica e nobile famiglia cremonese, per la dottrina giuridica dimostrata 
in alcune questioni discusse pubblicamente per esercizio d'ingegno, e gli 
dà varj consigli sul modo di praticare l'eloquenza e la professione forense ; 
e nella seconda, de' 21 novembre 1541, consola Domenico Sauli, — ragguar- 
devole cittadino milanese, ma di origine ligure, e potente tanto sotto Fran- 
cesco II Sforza, quanto sotto gli Spagnoli, come preposto all'amministrazione 
finanziaria — , perché, pare indebitamente, era stato accusato di peculato, 
e quindi lo esorta a confidare nella propria innocenza e nell'appoggio del 
marchese del Vasto. 

Sono brevi lettere la XVI ad Amilcare Anguìssola, già accennata, e la XI 
de' 13 aprile 1542 a Partenia Gallarati, alla quale il Vida manda in dono 
cultellutn ad acuendos temperandosque calamos concinnatum, forse per com- 
pensare il lungo ritardo con cui egli rispondeva ad una lettera della colta 
giovinetta del marzo 1541. 11 Lancetti immaginò che Partenia fiorisse già 



8 Hebtzberg, S<0)ia dei 5:£aM/«w», Milano, Leonardo Vallardi, p. 887 (Collezione Ontkftì). 
2 Cai4<eoabi, Pieponderame slraniere, Milano, Francesco Vallardi, p. 23, pp. 27-29, 31-32, 



226 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

fra il 1505 ed il 1510, e che il Vida allora si recasse spesso dalla villa di 
San Bassano in Cremona per consultare " la dottissima nelle greche e latine 
" lettere nohil donzella ,. Il Novati dimostra che dalla lettera XI Partenia 
appare adolescente, come del resto essa stessa si chiama in una lettera di 
qualche anno prima (1540) a Margherita regina di Navarra, e che perciò 
non poteva essere nata prima del 1525. 

La XV lettera è una supplica d'incerta data a Carlo V, al quale il Vida 
si appella contro l' operato di un fiscale, certo Masinus Doxius, che da lui 
pretendeva un vectigal in re vinaria sull'avito podere di San Bassano. 

Questo è il contenuto delle sedici lettere su cui ci siamo intrattenuti 
secondo il grado rispettivo d'importanza. Ma il Novati ha voluto rendere 
ancor pili pregevole la dotta pubblicazione con un excursus sulla famiglia, 
le prebende ed i testamenti del Vida (pp. 88-123), nel quale si propone so- 
prattutto di rettificare i non pochi e non lievi strafalcioni del Lancetti, bio- 
grafo del nostro scrittore. DaìV excursus, assai diligente ed acuto, si rileva 
che la famiglia dei Vida era nobile, ma " non vantò mai uomini che sapes- 
* sero per virtù di mente e di braccio darle luogo cospicuo in mezzo alle 
" altre famiglie patrizie cremonesi „. Sono cosi scarse le notizie che se ne 
hanno, che non è possibile tentarne una probabile genealogia ; quella ab- 
bozzata dal Lancetti, è, infatti, addirittura fantastica, specialmente riguardo 
ai rapporti di parentela, e non poteva riescire diversa, giacché egli si giova 
della Cremona (/uerriera del Brkssiani, " uno di quei soliti zibaldoni del 
" famigerato secentista cremonese, dove i personaggi citati sono tutti o pres- 
" soché tutti immaginari, creati per soddisfare inconsulte borie familiari „. 
Fra gli antenati remoti del Vida abbiamo notizie certe solo di Bonvesino 
Vida che in un documento del 13 novembre 1266 appare console del popolo, 
e nel 1251 era dottore di collegio; un errore di Lodovico Cavitelli, che nella 
sua Storia di Cremona, riferendo 1' anzidetto documento, scambiò le parole 
Dominus Bonvesinus in un Domenighinus, diede agio al fantasioso Lancetti di 
creare a Bonvesino un impreveduto figlio, appunto un Domenighino. 

In una matricola di mercanti cremonesi, lo stesso . Lancetti trovò re- 
gistrati sotto l'anno 1471 tre Vida, cioè Niccolò, Giovanni e Guglielmo; e 
da un Guglielmo propriamente nasceva fra il 1470 ed il 1480 il nostro autore, 
e nella stessa parrocchia o vicinia di S. Leonardo abitata dall' omonimo 
mercatante. È probabile che i due Guglielmi formino una sola persona; ma 
le pochissime notizie rimasteci non ci permettono né di ritenere certa la 
identificazione, né di metterla in dubbio, come in qualche modo fa il Novati. 
Questi, ricordando alcuni versi del Vida, che in essi loda i propri genitori 
per averlo avviato alle lettere e non già ad occupazioni indegne della stirpe 

[genere indignis sludiis nostro), non ostante che fossero stremate le 

sostanze familiari, si meraviglia ch'egli arrossisca della mercatura, se era 
tradizionale fra' suoi. A me pare che le parole del Vida abbiano da inter- 
pretarsi senza rigore di senso; egli chiamerebbe quella della mercatura un'oc- 
cupazione indegna solo rispetto alle lettere ed alle armi, pili convenienti e 
degne della sua nobiltà di schiatta. A famiglia pure nobile apparteneva la 
madre, Leoua degli Osca sali. I genitori del nostro Gerolamo erano fra' vivi 
nel 1519, e morirono probabilmente fra il 1520 ed il 1530. Numerosa fu 




DELLA LETTERATURA ITALIANA 227 

la loro prole maschile e femminile: il primogenito, Giorgio, fu capitano dei 
Veneziani, e da lui, stabilitosi poi a Capo d'Istria, derivò il ramo istriano 
dei Vida, e forse gli fu figlio quel messer Jeronimo de Vida, annoverato 
fra' principali seguaci di Pietro Paolo Vergerlo ; il secondogenito, Gerolamo, 
canonico della Cattedrale cremonese, non è che un Sosia del lerzogenitd, 
cioè del nostro autore. Marco Gerolamo, e lo sdoppiamento ebbe credito so- 
prattutto per opera di Enrico Sanclemente, che cercò dimostrare come quando 
il capitolo cremonese il giorno 13 novembre 1549, durante la vacanza della 
sede pontificia per la morte di Paolo III, elesse a vescovo di Cremona U 
nostro Gerolamo, già canonico della cattedrale, scegliesse non lui ma il fra- 
tello di lui ; delle tre sorelle si sa poco, e dalla terza, di cui ci è ignoto H 
nome ed il casato matrimoniale, nacque quella Camilla, che, andata sposa 
a Barnaba Cipelli, fu madre di un altro Barnaba Cipelli, che dal vescovo di 
Alba fu dichiarato erede universale. Per quanto il Vida si affaticasse a man- 
tenere vivo il nome del casato, e ad impedire che i beni della famiglia ca- 
dessero in mani straniere, pure i suoi sforzi furono vani, poiché cent'anni 
dopo l'ultimo testamento di lui (29 marzo 1564), non rimaneva in Cremona 
ninno che portasse il nome de' Vida. 

E pure i suoi sforzi meritavano miglior fortuna per le cure con cui egli 
attese a restaurare il patrimonio familiare e ad impinguarlo: il che gli fu 
reso agevole dalle prebende che il Vida si procacciò con lo zelo adoperato 
dagli altri prelati del secolo. Il Lancetti, colla consueta facilità, fece piovala 
sulle spalle del nostro scrittore le numerose prebende, fra il 1505 ed il 1510; 
ma il Novati rettificando, dimostra che ciò potè avvenire solo per le cure 
di Ticengo o Solarolo, ohe non erano di molta importanza ; un documento del 
20 settembre 1530 ci dimostra poi, che in quell'anno già il Vida era dive- 
nuto preposto della chiesa di S. Lorenzo in Monticelli di Ongina, ed altri 
de' 10, 12, 14 novembre 1.532 ci attestano l'investitura dell' arcipretura di 
S. Maria e Dalmazio del luogo di Paderno ; riguardo, infine, al ricco beneficio 
del priorato di S. Margherita e Pelagia in Cremona, il Novali inclina a cre- 
dere che toccasse al Vida prima del 1530, ma non del 1516, nel quale anno 
appare priore un certo don Carlo Ricavi. Intorno ai testamenti, abbiamo 
notizie di quello già ricordato del 1564, rogato in Alba dal notaio e cancel- 
liere vescovile Gio. Vincenzo Scotti ; di due precedenti non sappiamo nulla, 
che anzi del primo è ignota perfino la data, mentre l'altro fu rogato, pure 
in Alba, il 5 giugno 1541. Il Novati ripubblica il testamento del 1564 dai 
Monumenta ecclesiae cremonensis del Bonafossa, che lo trascrisse da una copia 
autentica fatta in Alba il 1572. 

Le sue ricerche ed i suoi studj sulla vita e le opere del nostro scrittore, 
il Novati sintetizza opportunamente in un'elegante prefazione; accompagna 
il Vida nelle sue varie residenze, dall'ambiente modesto e rinchiuso di Cre- 
mona, * dove le tendenze umanistiche del morente Quattrocento si mescono 

• ancora largamente a tradizioni medievali „, e * dove gl'insegnanti sono 
" pii al pari che eruditi ,, a quello pili geniale e largo di Mantova, * doye 

* l'aura della Rinascita ha spazzato via ogni tradizione invecchiata ,, e quindi 
a Roma, dove il Vida per conquistare dignità e ricchezze intende ad essere 
teologo e giurista e le consegue solo ritornando ai diletti studj poetici, e, 



228 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

poi, ad Alba fra i travagli della guerra, e di nuovo a Cremona, che oramai 
non presenta nessuna traccia dello splendore dui periodo sforzesco, e dove 
pure, in mezzo all'esaurirsi della pubblica ricchezza |)er i mancati traffici e 
le decadute industrie, la Rinascenza manda i suoi ultimi guizzi in un'eletta 
schiera di letterati ed artisti, che si raccolgono intorno al Vida come alla 
principale gloria cittadina, ed infine ancora ad Alba dove il poeta chiude 
la sua nobile esistenza il 27 settembre 1566. Di questa specie di viaggio 
letterario il Novali approfitta per riassumere le caratteristiche della varia 
attività del Vida e per disegnare al futuro studioso le linee di una magi- 
strale monografia. Forse, l'ammirazione per la santità della vita, per l'arte 
aristocratica e composta, ed anche il legittimo amore del natio loco, han fatto 
apparire al Nòvati più bella di quel che non sia stata veramente, la figura 
del Vida; ma bisogna pur riconoscere che le pagine da lui dedicate a questo 
scrittore nella prefazione, sono le migliori che si si siano finora scritte in 
proposito per dottrina, acume e garbo. Bruno Gotronei. 

Biblioteca critica della letteratura italiana diretta da Francesco Torraca: 
fase. 31-35: N. Impallomeni, E. Moore, F. Persico, A. Farinelli, A. S. Barbi, 
Firenze, Sansoni, 1899-1900. 

Continuiamo, com'è nostro costume, a dar notizia dei nuovi fascicoli di 
questa raccolta. 

I. Il primo (di pagg. 42 in 16.°) contiene uno Studio di Nicola Impallo- 
meni su U Antigone di Vittorio Alfieri. Il prof. I., già noto per altri saggi 
pregevoli sulle tragedie alfieriane, si propone di rintracciare ' quale sia la 
" genesi àeW Antigone e quali nuovi elementi abbia introdotto il poeta nel 
" suo lavoro „. Ricercando anzi tutto quale sia stato il nucleo primitivo del- 
l'azione, egli lo trova in una notissima scena dei Sette a l'eòe di Eschilo, 
nella quale tuttavia Antigone rimane nello sfondo ed appare come una fi- 
gura appena abbozzata. Svolgimento più ampio all' azione fu dato in seguito 
da Sofocle, il quale intuì pienamenta quanto grande fosse la potenza pate- 
tetica dell'argomento. Cinque secoli dopo, questo fu ripreso da Stazio nella 
sua Tehaide ; mi il poeta latino, allontanandosi dalla semplicità e natura- 
lezza dei tragici greci, ne sminuì in parte l' efficacia. Ora l'Alfieri, per quanto 
scrive egli stesso, appunto da questa narrazione di Stazio avrebbe pre.so l'ar- 
gomento per la sua tragedia. Sennonché, giustamente osserva l'I., ben poco 
abbiamo da fidarci di tale asserzione, tenuto conto che della parte pili im- 
portante dell'intreccio, e della catastrofe stessa, non troviamo traccia alcuna 
nell'opera staziana. Parrebbe piuttosto, che, per quanto riguarda questa parte, 
l'Alfieri avrebbe dovuto ispirarsi a Sofocle; ma l'I., notando come già nel 
sec. XVII da un tragico francese Jean de Rotrou era stata fatta la " con- 
taminatio , dell' azione sofoclea con quella di Stazio in una tragedia intito- 
lata appunto Antigone^ e rilevandone le molte analogie coW Antigone alfie- 
riana, conclude che quella tragedia pili che ogni altra dovette l'Alfieri aver 
presente nel comporre la sua. 11 breve studio termina con un assennato 
giudizio sul valore intrinseco dell'^n^oHe italiana, la quale per quanto riveli 
** una nuova coscienza, nuovi ideali, originalità di mezzi ,, come opera d'arte 
ha un valore molto modesto. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 229 

IL Forma il fase. 32 della raccolta il lavoro del Moore su Gli accenni 
al tempo nella Divina Commedia e la loro relazione con la presunta data 
e durata della visione (di pagg. 163 in 16.") nella versione italiana di Gino 
Chiarini ; lavoro che per la novità e V acutezza delle vedute e per la copia 
deir erudizione inerita, come del resto ogni altro uscito dalla penna di questo 
critico insigne, la massima considerazione. Lo studio in fondo non è che un 
ampliamento o per meglio dire un rifacimento di un saggio dello stesso M. 
pubblicato a Londra or sono tredici anni, ben noto agli studiosi; ma non man- 
cherà di essere accolto, come già il primo^ con vivo interesse da quanti ama- 
no occuparsi di cose dantesche. In questo caso anzi, V interesse sarà ancor 
pili vivo, perché la questione trattata — tra le pivi difficili ed arruffate cbe 
si conoscano — è stata recentemente ripresa con ardore grandissimo di di- 
scussione ed appare tuttora irresoluta. 

Tre anni or sono il prof. Angelitti, facendo sua una tesi già da altri so- 
stenuta (ricorderemo tra i piti recenti il Grion ed il Vedovati), col sussidio 
di nuovi e solidi argomenti, anzi addirittura con una trattazione affatto ori- 
ginale, fondata principalmente sui dati astronomici, usci a sostenere essere 
l'anno della visione dantesca non già il 1300, come fino allora aveva cre- 
duto la grandissima maggioranza degli interpreti, bensì' il 1301.* Lo scritto, 
com* era naturale, menò qualche rumore nel campo letterario ; fu causa di un 
breve carteggio tra l'autore ed il D'Ovidio* di un lavoro speciale del So- 
lerti' e di alcune recensioni erudite;* notevole tra le altre quella del Marzi 
nel Ballettino della società dantesca.^ Alle obbiezioni che in questa si con- 
tenevano rispondeva l' Angelitti con un secondo studio,^ il quale, dopo lunghe 
considerazioni, conchiudeva dover 'l'anno 1301, come anno della visione 
• dantesca, allo stato presente delle ricerche, trionfare non solo con le ra- 
" gioni scientifiche, ma anche colle storiche ,. Il lavoro, giunto ora, del M. 
cerca rimettere interamente in onore la data del 1300 alquanto scossa, a dir 
il vero, dalle potenti argomentazioni dell' Angelitti.^ Non che questo sia il vero 



1 SiMa data del viaggio dauteseo desunta dai dati cronologici e confermata dalle ossertaxioni 
astronomiche riportate nella Commedia, Napoli, tipogr. dell' TTniTenità 1897. Ancbc in Atti 
dell'Accademia Pontaviana, voi. XXVII [1897). 

» Boss. crii, della leti, ital., 1897, II p. 193-207. 

• Per la data della visione dantesca, in Giorti. Dant., 1898, VI (IH N. S.) pp. 289-309. 

* Vedine anche nn cenno in Rasa. bibl. 1897, V. 233. 
3 Voi. V. fascic. 6-7, pp. 81-96, 1898. 

« Sull'anno delta visione dantesca, in Atti dell'Accademia Pontaniana 1898, voi. XXVin. 

7 È bene notare che il M. conosce solamente il primo lavoro dell'Angelitti, coma si ri- 
leva dalla Bibliogr.: né mostra aver notizia dello stadio del Solerti, o delle considerazicni 
di quanti hanno scritto in questi ultimi tempi. Nella sua dimostrazione tien conto delle 
sole considerazioni storiche. 

Di altri lavori sull'anno della vinone, di indole pili specialmente scientifica ed usciti 
recentemente, siamo venuti a conoscenza quando già era stata scritta la presente recen- 
sione. Ricordiamo le Ime nttove note dantesche del P. Gajcbeea, in Atti della H. Accademia delle 
Seieme di Torino (XXXV, 9); i due articoli del prof. Nunzio Vaccaldzzo: Una pietosa men- 
cOgtin di Dante (Ross, critica delta teft.il. in, 2^1-41) e II pletiilunio e l'anno della visione dan- 
tesca, (Rass. Pugliese, 1899, XVI, 3 e 4); due altri ancora dell'ANGEUTTi : SulV anno della w- 
sione dantesca (Bull. d. Società Dantesca N. S, VI, fase. 7, 129-139) (cui fanno seguito alcuni 
schiarimenti del Marzi) e Intorno ad alcuni schiarimenti nell'anno della visione dantesca (Pa- 
lermo, 1899); ed una memoria su La conoscema dei tempi nel viaggio dantesco del dott Fban- 
C£sco Castelli (Napoli, 1900). i» 



230 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

scopo del libro ; ma il fleteiminaie un punto di partenza da fissarsi in modo 
assoluto prima di passare " a discutere le indicazioni delle ore, onde sono 
" designati i varj periodi del poetico pellegrinaggio di Dante, per vedere di 
" ricostruire un itinerario compiuto ed organico ,. giustamente appare al 
* M. di capitale importanza. 

"■ Veniamo ora ad esaminare pili da vicino il processo seguito dal M. nella 
sua dimostrazione. I passi sui quali si fonda sono quelli ormai noti, e cioè : 
I. L' esordio del poema (Inf. I. 1) II. U accenno a Guido Cavalcanti (Inf. X, 
111). ♦ III. Le parole di Casella (Purg. II, 98-99) IV. L'accenno a Con Grande 
(Par. XVII, 80) V. La morte di Forese (Purg. XXIII, 78) VI. La decenne sete 
(Purg. XXXII, 2) VII. La profezia di Corrado Malasjnna (Purg. Vili, 133) 
VIII. La fama di Folco (Par. IX, 40). Troviamo considerati nella nota sup- 
plementare I.'' in fine del libro: IX. Il ricordo del Giubileo (Inf. XVIII, 28) X 
la rottura del fonte battesimale (Inf. XIX, 19) XI. La ruina sulle rive del- 
l'Adige (Inf. XII, 5) XII. L'accenno alla sposa di Nino Visconti (Purg. Vili, 
74) XIIl. I Senesi ed il castello di Talamone (Purg. XIII, 152) XIV. La con- 
dizione di Frate Alberico e Branca d'Oria (Inf. XXXIII, 118-147) XS. L'ac- 
cenno ad Arrigo VII (Par. XXX. 136) XVI. La predizione di Ciacco (Inf. VI, 
64). « XVII. Il dubbio di mastro Adamo (Inf. XXX, 76). XVIII. La morte di 
Costanza (Purg. VII, 129). XIX. La morte di Maghinardo Pagano{Parg. XIV, 
118-119). XX. La morte di Alberto della Scala (Purg. XVIII, 121). Ovd di 
lutti questi passi due soli appaiono dar ragione- al M. senza contrasto ed 
in modo preciso e sono il II ed il VII;^ prima delle sottili analisi dell'An- 
gelitti e del Solerti avrebbero potuto sembrare a favore del 1300 i passi I, 
III e IV ed ancor meglio il XVI: ma ora non possono certo più servire 
di stabile fondamento ad una rigorosa dimostrazione. V'è di più; il passo 
di Forese milita indiscutibilmente a favore del 1301, e, se il M. riesce a farlo 
suo, è perché erroneamente fìssa la data della morte di Forese al 1295;^ 
ed al 1301 sembrano inclinare due passi dal M. non presi in considerazione 
e precisamente: la predizione di Farinata (Inf. X, 29-81) e le parole di Caccia- 
guida (Par. XVIII, 49-51)5 gg non che altri due passi, pure non curati dal 
M., e cioè la maraviglia di Niccolò III (Inf. XIX, 52 54) e la predizione di 
Vanni Fucci (Inf. XXIV. 143-51) ristabiliscono subito l'equilibrio facendo pen- 
sare seriamente al 1300.^ Ed ancora: l'obbiezione, che a nome del tanto 
tormentato verso relativo alla vedova di Nino Visconti si oppone ai soste- 
nitori della data del 1300, appare poi tanto grave, quando si consideri, come 
altri ha già osservato, che Dante poteva far dire di lei al giudice di Gal- 
lura " trasmutò le bianche bende , riferendosi a qualche tempo prima del 
matrimonio, al tempo cioè del fidanzamento, in cui di fatto le " bianche 
bende, dovevano già esser state tramutate?'' Questi ed altri argomenti, 



1 Erroneamente a pag. 134 è scritto: Inf. X, 11. 

2 Erroneamente a pag. 134: Inf. VI, 111 

3 Ci pare alquanto audace l'ipotesi messa innanzi dall'Augelitti die Guido Cavalcanti 
foKsc già morto al tempo della visione dantesca, almeno fin quando non verranno a con- 
fortai-la pili solidi argomenti. 

■* Molto opportunamente il Torraca stesso rileva l'errore del M. a pie'di pagina. 

5 Cfr. Angelitti cit. pag. 35, n. 3 e Solerti cit. pagg. 306-307. 

6 Cfr. Solerti, p. 303. 
1 Cfr. M. pag. 131, 



DEM.A LETTERATURA ITALIANA 23l 

come il fallo slesso che l'immensa maggioranza degli interpreli amano av- 
vicinarsi al 1300,' non sono lali tuttavia da lasciar risoluta la questione; 
la quale, malgrado il contributo portato dal M., rimane sostanzialmente allo 
stato di prima; vale a dire " sub judicc ,* Cionondimeno il M., ritenuto per- 
fettamente dimostrato il primo punto, prosegue l'aspro suo cammino en- 
trando nella questione assai pili intricata relativa al mese ed ai giorni in 
cui avrebbe avuto luogo il mistico viaggio. 

Con una chiarezza, con un " lucidus ordo , non mai abbastanza lodabile in 
simil genere di trattazioni, il M., comincia a fissare tre punti fondamentali 
per la sua dimostrazione, e cioè: I. che quando il poeta intraprese i! viaggio 
era l'equinozio di primavera (cfr. Inf. I, 37-40); II. che il poeta entrò nell'In- 
ferno la sera del giorno successivo a quello della luna piena (Inf. XX, 127); 
in. che il giorno effettivo era il venerdì santo (Inf. XXI, 112). Se non che 
ciascuno di questi dati che appajono cosi " chiari e precisi „ può intendersi 
in due modi differenti; e qui comincia il male, "Intese Dante riferirsi al- 
" l'equinozio nel suo significato scientifico o in quello che ordinariamente gli 
"dava il popolo; alla luna piena reale, astronomica od alla luna piena del 
"calendario: al Venerdì Santo ideale (quello cioè dato dalla tradizione che 
" sarebbe il 25 marzo) od a quello che secondo l'uso doveva cadere nel 1300 
"l'otto di aprile?,, Non staremo a seguire il M. nell'esame minuto e sot- 
tile ch'egli fa delle opinioni di altri critici ; noteremo solamente ch'egli con- 
chiude doversi l'otto aprile ritenere come unica data possibile del cominciar 
del viaggio. Il principio fondamentale sul quale il M. si basa per giungere 
alla sua conclusione non solo, ma anche per esaminare e superare tutte le 
difficoltà relative alle allusioni cronologiche della Divina Commedia, è questo: 
" Dante nel riferirsi alla luna tenne con la chiesa; in altre parole tutte le sue 
" allusioni di tempo debbono essere intimamente e rigorosamente spiegate ri- 
" portandosi alla luna del calendario e non a quella reale „ (p. 35). E poi- 
ché questo principio a tutta prima potrebbe parere, e non senza ragione, al- 
quanto audace, il M. non manca di rassodarlo con buoni argomenti osservando 
quanto giovasse a Dante, allo scopo di offrire al lettore una guida sicura 
nello svolgimento di ciascuna scena, il prendere per le sue indicazioni la po- 
sizione della luna fissata dal calendario; come l'intelligenza dei lettori, con- 
tro ogni evidente intenzione dell'autore, sarebbe stata fuorviata da qualun- 
que altro modo di calcolare i fenomeni celesti all' infuori di quello usato dal 
popolo ; come del resto prima del Giambullari nessuno avesse mai pensato 
a calcoli astronomici e scientifici. Il più saldo argomento per confermare il 



1 Una considerazione d'indole affatto generale potrebbe forse portarci al 1300 piuttosto 
elle all'anno seguente: ed è che i numeri stessi che formano il 1300 appaiono assai me- 
glio corrispondere a quel preconcetto di significazione e di perfezione numerica che vedia- 
mo cosi largamente applicato nelle opere del divino poeta. Non potrebbe forse parer strano, 
in altre parole, che Dante, mentre nell'architettura del suo poema dà tanto valore simbo- 
lico al 3 ed al lò ed ai loro multipli, abbia poi voluto scegliere come anno della visione per 
l'appunto il 1301 e non il 1300, multiplo di dieci e contenente nello stesso tempo il numero 3? 

2 Anche il noto verso " mille dugcnto con sessantascì „ (luf. XXI, 113) dal M. preso più 
specialmente in considerazione nelle pagg. 51-55, dopo le osservazioni deli'Angelitti, a parer 
nostro, non può piti esser preso come valido argomento contro il 1301. 



232 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

principio sopra riferito sarebbe però, come lo stesso M. ci fa notare, il fatto 
che esso solo può darci una spiegazione " soda e sicura dei veri accenni al 
" tempo nel poema dantesco ,. Il valore di queste ragioni e sopratutto del- 
l'ultima, ci pare tutt' altro che trascurabile; diremo di più: l'analisi dei molti 
passi astronomici e cronologici della Divina Commedia, condotta con stretto 
rigore e logica serrata ci ha condotto spesso a pensare seriamente che la 
soluzione di tanti problemi sia stata alfine trovata.* Se non che, ora un'am- 
biguità ora una qualche oscurità od incertezza ci hanno fatto ricadere nel 
dubbio. Diremo di qualcuna pili brevemente e più chiaramente che ci sarà 
possibile, e senza pretese; augurandoci anzi che un nuovo scritto del M. o di 
altri venga a togherci interamente ogni materia di ulteriore dubitare. Senza 
tener conto della difficoltà (a dir vero non grande) che il M. stesso non dis- 
simula, se Dante cioè (dato che abbia realmente cominciato il viaggio agli otto 
d'aprile) abbia o no calcolato la differenza che doveva esistere tra il levare 
ed il tramontare del sole in quel giorno ed il levare ed il tramontar del sole 
nel giorno dell' equinozio, dobbiamo confessare che la spiegazione data dal 
M. ai versi del Purg. I, 19-21 non ci soddisfa pienamente. * È evidente, scrive 
" il M. (p. 69)che Dante ci vuole descrivere l'ora che precede il sorgere del 
" sole presentandola con 1' aspetto che era piiì famigliare e per cosi dire più 
" caratteristico nella mente del popolo, il quale per abitudine associava a 
" quell'ora l'astro risplendente del mattino „, e chiama ipercritica quella che 
ha mostrato come realmente Venere nell'aprile del 1300 era stella serotina e 
non mattutina.* Ora questo pare piuttosto un girare che un superare la dif- 
ficoltà; tanto pili che l'aspetto più famigliare di Venere è assai probabile 
sia stato, com'è tuttora, piuttosto quello di stella che accompagna il tramonto 
che non di stella che accompagna la levata del sole: almeno fin quando non 
sarà provato che gli uomini del trecento avevano l'abitudine d'andare a 
dormire prima del tramonto e di alzarsi all'alba. Ma quel eh' è più notevole 
si è, che il M., non contento d' ammettere in Dante (che dopo tutto per il 
tempo suo era un vero scienziato ed anche sapeva far pompa delle sue cogni- 
zioni) la licenza poetica piuttosto grave di descrivere lo splendore di una 
stella che in realtà, nel momento in cui il Poeta entrava nel Purgatorio, secondo 
i calcoli astronomici che si riferiscono al 1300, non doveva comparire nel fir- 
mamento, deduce, da questa licenza da luì ammessa, il principio (che non è 
precisamente quello posto a base della sua dimostrazione, checché il M. mo- 
stri di credere) " che Dante nelle sue allusioni astronomiche non si crede mai 
" obbligato a sacrificare un effetto poetico, o una imagine destinata a colpire 
" vivamente la fantasia del popolo in omaggio al rigore di una precisione scien- 
" tifica, per non dire pedantesca , (p. 70). Consideri ognuno quanto una tale 
sentenza si possa conciliare colle cure minuziose, collo sfoggio di particola- 
rità astronomiche ed in generale scientifiche, che traspaiono in tanti luoghi 
della Divina Commedia, e pensi a quali pericolose conseguenze potrebbe 
condurre la rigida applicazione di questo principio. Del resto se Dante credette 



1 Questo naturalmente ammettendo sempre come provato che 1' anno della visione sia 
il 1300. 

2 Cfr. Angelitti, p. 23. Non ò poi chi non veda l'importanza speciale del fatto che nel- 
l'aprile del 1301 Venere fu realmente stella ma.ttutina. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 233 

veramente di poter trascurare il fatto " reale „ di Venere come stella della 
sera, perché poi avrebbe dovuto tener conto tanto scrupolosamente e della 
relrogressione quotidiana della luna, e dell'allungarsi delle giornate dopo 
l'equinozio, e quel eh' è più dello splendore di Venere come stella del mat- 
tino, allorché si trova nella costellazione dei Pesci durante I' equinozio ? Il M. 
previene l'obbiezione: (p. 125) "Dante non trascurò tutti quei particolari 
" astronomici che credè famigliari ai suoi lettori e dai quaU egli pensò che 
" la sua narrazione potesse acquistare un significato di viva realtà; ma non 
" tenne conto alcuno di tutti quelli, che per i più sarebbero stati oscuri troppo 
" o troppo minuziosi, e che o per una ragione o per un'altra mal si adat- 
* tavano al suo intento poetico „. Ora quando mai potremo esser sicuri d'aver 
trovato un criterio infallibile per sapere quali elementi astronomici credette 
Dante famigliari agli uomini del suo tempo e quali no, o, cosa ancor più dif- 
ficile, fino a qual punto un elemento apparve, secondo Dante, essere o non 
essere a quelli famigliare, e degno quindi di essere trattato con maggiore o 
minore esattezza da parte sua? 

Un altro passo che ci lascia alquanto incerti è quello ormai tanto trat- 
tato e maltrattato della * concubina di Titone antico „. Non già che l'acuta 
e geniale interpretazione del M. ci paia da rifiutarsi : anzi come quella che 
risponde ad un criterio generale che ha servito a sciogliere tante altre dif- 
ficoltà, può dirsi probabile; non nasconderemo però che accanto ad essa esi- 
ste un'altra che, malgrado le argomentazioni del M., ci pare per lo meno al- 
trettanto probabile. Il M. ha trattato, a dir vero con troppo severo " disdegno „ 
r ipotesi dell' aurora solare rimandando senz'altro alla confutazione dello Scar- 
tazzìni e limitandosi ad aggiungere che 1' epiteto " concubina , dato all'aurora 
come " moglie , di Titone, si ridurrebbe ad un'espressione ' offensiva , senza 
alcun significato. Ora tutto 1' errore del M. sta nel prendere la parola " concu- 
bina „ nel suo significato moderno dispregiativo. Anche a non voler tener conto 
che Dante in altri casi ha usato parole in senso ben più nobile di quello 
nel quale oggidì' sono usate, (cfr. ad es. l'amoroso drudo: Par. XII, 55, i " drudi , 
della filosofia : Gonv. II, 16) resta sempre il fatto che concubina, etimolo- 
gicamente non significa in fondo se non colei che giace nel " cubile „ e que- 
sta non può esser considerato offesa anche per una legittima consorte. Dei 
resto, come già tante volte è stato osservato, non è ammissibile che Dante 
non avesse presenti i noti versi virgiliani (Aen. IV, 558-85) * Et iam prima 
" novo spargebat lumine terras Tithoni croceum linquens aurora cubile ,; 
niente di più probabile quindi che il " cubile „ virgiliano abbia ispirato a 
Dante il termine " concubina „. Con tutto ciò l'ipotesi dell'aurora solare rimar- 
rebbe sempre insolubile se non si ammettesse, diremo cosi, la " duahtà „ 
dell'indicazione.* Ora il M. mostra tale un disprezzo per questa ipotesi che qua- 
si sdegna di prenderla in considerazione. Eppure dovrebbero essergli noti i po- 
tenti argomenti che stanno in suo favore. Che nei versi del canto IX del 
del Purg. sia espresso, come già in tanti altri luoghi della Divina Commedia, 



» Ginstamente osserva lo stesso M. che Dante ed i suoi quattro compagni avrebbero 
dovuto star svegli tutta la notte senza riposarsi, contrariamente a quel che succede altre 
volte. 



234 RASSEGNA BlftLlOORAFICA 

un contrasto tra l'ora del Purgatorio e l'ora italiana, appare evidente sia dal 
valore avversativo dell' e del settimo verso, * sia dalla frase " nel loco ove 
eravamo,. Converrà il M. stesso che l'argomento da lui portato "essere 
* assurdo supporre una descrizione cosi piena di vita e di colori riferita ad 
" un fenomeno assente ed invisibile , non è troppo valido. Dopo tutto non 
bisogna mai diinenticare che Dante per quanto viaggi colla potente sua fan- 
tasia nei regni ultramondani, vive pur sempre su questa terra e scrive su 
questa terra. Quanto al significato dei v. 4-6 niente impedisce di credere che 
siano indicati i Pesci, che possono benissimo esser detti freddi animali sia 
per l'elemento in cui vivono, sia perché realmente hanno sangue freddo e, 
volere o no, se non tutti almeno molti, percotono realmente colla coda. Quanto 
all'uso del singolare nell'epiteto che a loro si riferisce, non può esser diffi- 
coltà, visto che ne abbiamo un esempio noto nelle georgiche di Virgilio 
(sidus. . . piscis aquosi IV, 23i): e quel eh' è più, un altro nella stessa Divina 
Commedia ( ... la celeste lasca : Purg. XXXII, 54). Non parrà dunque strano 
il concludere che anche dopo la nuova interpretazione del M., non si può as- 
.serire sia stata detta l'ultima parola sulla tanto vessata questione. 

Ad ogni modo espresse qui le poche nostre riserve ed i pochi nostri 
dubbj non possiamo far a meno di esprimere il pili vivo compiacimento 
d'aver visto trattato con si gran corredo di dottrina ed acuta genialità un 
argomento tanto difficile ed iuiportante; dolenti di non aver potuto per l'in- 
dole stessa del lavoro esporne pili minutamente il contenuto, affinchè i let- 
tori meglio avessero a giudicare della chiarezza e saldezza del ragionamento. 
Le note supplementari che trattano a parte di alcune speciali questioni (no- 
tevole tra l'altre quella su certe indicazioni di tempo nel Paradiso) e le ta- 
vole opportunamente annesse ben completano questo libro, che si può dire 
rappresenti quanto di più pensato e di più esauriente è stato scritto fino ad 
ora sull'argomento. 

III. Il fase. 33 (di pagg. 6i' in 10.") contiene due brevi scritti di Fkderigo Per- 
sico; l'uno, che porta il titolo Due Letti è la terza edizione di un articolo 
su due note similitudini del Leopardi e del Manzoni, imbblicato la prima volta 
una trentina d'anni fa; l'altro tratta di A. Casanova e la Divina Commedia, 
Il primo, eh' ebbe anche la fortuna di provocare una famosa lettera del Man- 
zoni sulla questione linguistica, è ormai troppo noto agli studiosi perché oc- 
corra parlarne diffusamente. Del secondo, ispirato ad un sentimento di af- 
fettuosa ammirazione per r esimio quanto modesto dantista, diremo che, per 
quanto sia stato scritto più di vent'anni fa, desta ancora vivo interesse. La 
lodevole abitudine di quel crocchio d'amici, che senza pretese e senza lu- 
stri accademici si raccoglievano intorno al dotto Alfonso per leggere ogni 
sera e commentare ed ammirare la Divina Commedia, vorremmo fosse oggi 
assai più seguita di quel che non sia. Forse non saranno molti quelli che 
converranno nell'interpretazione data dal Casanova al primo canto del Poe- 
ma, interpretazione rispondente a quel concetto che, secondo lui, avrebbe do- 
vuto essere come la " chiave ej il centro di tutta la Commedia; comunque 



2 Cfr., col prof. Clerici, per il valore avversativo dell' e, i noti passi (Inf. XVII, 12 XXX, 
63, Purg. VI, yO) o Canz. "Io sou venuto al puuto della rota,, (Ed. Frat. p. 167) ecc. ecc. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 2^5 

sia, questo saggio che di un tale concetto si fa espositore diligente e che 
tra le altre belle cose con rapidi e notevoli " excursus „ tratta di questioni 
che tult'ora si dibattono vivamente, non mancherà di esser accolto con quella 
simpatìa che merita. 

IV. Nel dar notizia della bellissima Conferenza su Dante e Goethe tenuta 
in Milano dall'egregio nostro collaboratore A. Farinelli nell'aprile dell'anno 
scorso, e con pensiero felice pubblicata ora nel fase. 34 (di pagg. 38 in 16.°j 
di questa raccolta, non possiamo trattenerci dall' esprimere il rammarico di 
non aver potuto veder messi ancor pivi in rilievo dalla calda e viva voce 
dell'oratore quei pregj, che, già ad una semplice lettura, ci sono apparsi gran- 
dissimi. Il dilungarci sui particolari in quella contenuti ci porterebbe pres- 
s'a poco a ripeterla, non senza correre il rischio di dire assai peggio quello 
che con largo corredo di dottrina, con forma elegante e con chiarezza e 
vivacità di esposizione il F. ha esposto dinnanzi al pubblico milanese. Dei 
quattro poeti, Omero, Dante, Shakespeare e Goethe, che soli, a quel che disse 
un giorno H. Grimm, appartengono alla letteratura mondiale, Dante e Goethe 
solamente possono in certo qual modo esser messi a confronto. Sebbene 
separati da un lungo volgere d'anni, sebbene diversi per la cultura, per il 
modo di pensare; sebbene le vicende tristissime della vita abbiano impresso 
nell'uno un carattere mesto e severo, che fa singolare contrasto colla serenità 
dell'altro; pure per l'universalità e la profondità della loro arte^ per aver 
essi chiamalo e cielo e terra a por mano alle loro opere grandiose; per 
l'elevatissimo e schietto sentimento della natura, per aver glorificato, sebbe- 
ne con forme diverse e diversi intendimenti, l'amore come reggitore dell'uni- 
verso, essi vanno spesso associati nella nostra mente. Checché siano andati 
dicendo alcuni critici recenti, i quali hanno negato essere possibile qualsiasi 
raffronto tra i due sommi e tra le loro opere, un tale raffronto non solo ha 
invitato alla discussione i letterati, ma ha anche ispirato le tele di qualche 
pittore. • Goethe fu pili mite di Dante „; (p. 16) con questa frase è perfetta- 
mente delineata la differenza che passa tra i due poeti. E veramente la vita 
del cortigiano di Weimar, tanto diversa da quella del profugo fiorentino, non 
fu tale da ispirare la poesia delle passioni grandiose e violenti: e noi non ci 
maravigliamo se la grandezza dell'Alighieri apparve talvolta al Goethe " ripu- 
gnante e orribile ,. 

11 F. molto opportunamente disegna a grandi linee quella che potrebbe chia- 
marsi la fortuna di Dante in Germania. L'Alighieri celebrato nei sec. XVI e XVII 
come precursore della Riforma, specialmente a causa del trattato De Monarchia, 
diventa il poela del cattolicesimo coi Romantici, ai quali spetta il gran me- 
rito d'avere * in uno dei loro grandi viaggi d'esplorazione, scoperto nell'in- 
"finito oceano un'isola sterminata: Dante ,. Ma non è da credere che l'o- 
pera dantesca abbia avuto sulla goethiana quel grande influsso che ab-uni 
credono. Alcuni ricercatori di fonti, d'ingegno sottile, ma incapace di com- 
prendere quale potente lavorio di idee si compia nella mente di un grande, 
sottoponendo ad un esame, diremmo quasi anatomico, le opere dei due poeti, 
confrontando verso con verso, parola con parola, sono giunti a scoprire qual- 
che lontana somiglianza ed hanno lanciato superbamente all'aria il loro 
" Eureka ,: e furono vani sogni in gran parte. Per quanto non sia possibile 



236 • RASSEGNA BIBLIOGHAFICA 

negare qualche reminiscenza dantesca (di carattere tuttavia pili esterno che 
interno) specialmente nella seconda parte del " Faust ,, il concetto morale 
che serve di fondamento a questa seconda parte, che l' uomo cioè pur giunto 
ai gradi estremi del pervertimento possa, senza una vita d' espiazione, per 
opera della sola natura ascendere al cielo, come ben notò il Casella, profon- 
damente differisce da quello ispiratore della Divina Commedia, o per meglio 
dire interamente gli è opposto. Questo diciamo, sebbene Dante, come osserva 
giustamente il F., non accusi la natura dei mali e delle pravità che ci afflig- 
gono, ma insegni al contrario ch'essa " a chi da saggio la cousulta è di guida 
" e sostegno ,. Del resto che Goethe molto * onorasse l'altissimo poeta, ma 
* poco lo conoscesse, poco lo leggesse e poco s'ispirasse alla Divina Com- 
" media , ci pare più che a sufficienza provato in questa Conferenza. La so- 
miglianza tra Dante e Goethe, va ricercata non in alcune frasi e concetti se- 
condarj, ma nella natura del loro ingegno potente, nella vasta e grandiosa 
concezione ch'essi ebbero del mondo intero. 

Ci sia lecito esprimere l'augurio che la lettura di questa conferenza, la 
quale tra gU altri suoi pregj ha quello di essere corredalo da un buon an- 
mero di utilissime indicazioni bibliografiche, possa, com'è stalo nel pensiero 
del suo autore, ispirare qualche studioso italiano a trattar pili a fondo il 
vasto ed importante argomento. 

V. Una buona monografia, che trova luogo nel fase. 35 della raccolta (di 
pagg. 77 in 16.") ci dà il dolt. A. S. Barbi, trattando di Un Accademico me- 
cenate e poeta: Giovati Battista Strozzi il giovane. Era naturale, per chi avesse 
intenzione di parlare della vita e delle opere di questo singolare personaggio, 
l'intrattenersi sulla vita accademica fiorentina del sec. XVI. Quest'argomento 
(sul quale il B. a dir vero si è fermato forse un po' più di qnanto il tema 
strettamente richiedesse) è trattato con molta accuratezza ed abbondanza di 
notizie originali, desunte dai mss. delle biblioteche fiorentine. Merito non pic- 
colo del B. è stato l' aver saputo districare quella matassa veramente im- 
brogliata dei madrigali attribuiti agli Strozzi: la qual fatica sapranno degna- 
mente apprezzare coloro che altra volta si siano cimentati in simil genere 
di lavori. Qualche piccolo errore ' qualche ripetizione non toglie pregio allo 
studio, il quale mentre servirà a dare un'idea chiara ed esatta dell'operosità 
letteraria del nobile mecenate, potrà d' altra parte essere consultato sempre 
con profitto da chiunque abbia in qualche modo da occuparsi della cul- 
tura fiorentina del sec. XVI. 

Guido Manacorda. 



i A p. 41 è scritto " Angelico „ per Angelio. Nella stessa pag. si parla di una traduzione 
dell'Elegia " De Kadagasi caede. . „ fatta da Nero del Nero: bisogna correggere : " Piero del 
Nero „. 0£r. Cod. Magi. ci. Vili, 1406 e. 170. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 237 



COMUNICAZIONI. 



SPIGOLATURE FOSCOLIANE. 

Raccolgo sotto questo titolo alcune noticine ed osservazioni 
che mi accade di fare scorrendo, per uno studio piìi ampio ed 
organico, una parte dell'ahi! troppo numerosa serie di pubblica- 
zioni foscoliane. 

Alle quali la presente con alcune carte inedite, per quel che 
valga, s'aggiunge, appunto (come da tempo predissero parecchi 
valentuomini e si vedrà anche in parte da qualcuna di coteste 
spigolature) perché quella serie, essendo troppo numerosa, non 
può essere tutta frutto di critica sana e paziente ed ammette 
quindi ed ammetterà, finché sulla vita e l'opera del Foscolo non 
si abbia uno studio completo e definitivo, riepiloghi, correzioni 
ed aggiunte. 

Oltre che da questo, le noterelle presenti furono anche deter- 
minate dal fatto, che quando il campo é fecondo e la messe ab- 
bondante persino gli ultimi venuti trovano sempre qualche spiga 
da raccogliere. 

Del padre di Ugo Foscolo. 

Notizie intorno Andrea Foscolo, padre di Ugo, diedero il Car- 
ter e di recente l'Antona-Traversi nell'opera De' natali, de' paren- 
ti, della famiglia di U. F.; ' alcune altre ne aggiunsi io stesso 
nell'opuscolo Alcune carte inedite della famiglia F.^ 

Ai documenti già pubblicati aggiungo ora qui il seguente, ^ 
relativo alla licenza di esercitare concessagli dai Provveditori 
alla Sanità, in base alla laurea da lui ottenuta nello studio di 
Padova nella primavera del 1784: 

11 agosto 1784 

Si è rassegnato domino Andrea Foscolo addottorato in medicina nell'U- 
niversità di Padova li 12 maggio ultimo passato, implorando l'abbuonamento 
del tempo che gli manca a compiere la pratica voluta dalle leggi, dopo il 
dottorato, e ciò in vista alla lunga pratica fatta sotto il di lui benemerito 
padre domino Nicolò, il quale essendo medico del pubblico ospitale di Spa- 



1 Milano, Dnmolard, 1886. 
* Venezia, Visentini, 1896. 
3 Che devo alla benevolenza di Domenico Bianchini. 



238 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

lato, e medico condotto della Città medesima, nelle continue sue laboriose 
occupazioni in servitio della materia, mancò di vita da contagio nel mese 
suddetto di maggio. 

Gli Illustrissimi ed Eccellentissimi signori sopraproveditori e proveditori 
alla Sanità, facendo il più maturo riflesso al caso particolarissimo della morte 
in attualità di contagio di esso domino Nicolò, e quindi al compatimento con- 
ciliatosi del personal impiego nelle disgraziate contingenze di detta città di 
Spalato, discendono nella singolarità del caso ad esaudire le istanze del fi- 
glio domino Andrea Foscolo, ordinando a chi spetta, di riconoscere il suo 
privilegio, per essere poscia licenziato coi metodi soliti, da questo Magistrato 
Ecc.mo. Et sic. . , , 

LuNARDO DoLFiN Sopva provedìtor 

Francesco Morosini li Cav. Prov. Sopraproved. 

ZoRzi Grimani proved. 

Bernardin Soranzo » 

Zuane Emo » 

{Arch. di Stato in Venezia, Provved. alla Sanità, Busta 125). 

Tale licenza ebbe la sua sanzione nella ducale del 23 ottobre 
1784, pubblicata dall' Antona-Traversi a p. 379-80 del su citato 
volume. 

Un poeta del « Piano di studj ». 

In quel « Piano di studj » scritto da Ugo Foscolo tra il 1795 
e il 1796, donato da lui a Tommaso Olivi e pubblicato nel 1881 
da Leo Benvenuti, tra i poeti melici che l'eclettico giovane za- 
cintio si proponeva di studiare, dopo quelli di Anacreonte, Ovidio, 
Tibullo, Savioli, v' è un nome dal Carducci letto « Whaller », dal 
Mestica « Vlialler », e che né in una forma né nell'altra corri- 
sponde al nome d'un poeta esistito e conosciuto. 

Bonaventura Zumbini, trattando nella « Nuova Antologia » 
del 16 febbraio 1890 di « Alcune relazioni del Foscolo con la 
letteratura tedesca », dopo aver identificato il misterioso « Weil- 
les » autore della poesia « La tempesta » (tradotta dai Foscolo 
da una versione francese dell'Huber) in C. F. Weisse abbastanza 
noto poeta tedesco, osservava che, a proposito degli autori stra- 
nieri conosciuti dal Foscolo, ci sarebbe da sciogliere « un altro 
nodo», ciò é quello di cotesto sconosciuto melico, per cui egli, 
suppostolo tedesco e riconoscibile quindi nell'Haller, nel Werthes, 
nello stesso Weisse, consiglia di esaminare meglio il manoscritto 
nella speranza che se ne cavi qualche lume, importando davvero 
«che l'errore sia corretto: se no, che diranno i letterati stra- 
nieri? Che vogliamo regalar loro nuovi poeti; arricchire le loro 
storie di nomi ch'essi medesimi ignorano?» 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 239 

Ora da quel giorno in cui l'illustre uomo scriveva queste ri- 
ghe nessuno ch'io sappia ebbe &,d occuparsene e il nome resto... 
quello che era. — Mesi sono sur un certo muricciolo mi capitò 
tra mano una raccolta di versioni francesi di varj autori, stam- 
pata a Parigi verso la fine del secolo scorso, ove, tra gli altri 
componimenti, lessi un madrigale tradotto dall'inglese di Edmond 
Waller. 

Ecco forse il Cameade dello Zumbini e anche mio, dissi, e, 
dopo avere riveduto l' autografo ^ pubblicato dal Benvenuti e aver 
cercato notizie sul poeta, mi convinsi ch'era proprio lui: un me- 
lico nel vero senso della parola. 

Nato nel 1605 a Coleshill nella contea di Hertford, Edmondo 
Waller fece i primi studi a Eton e a Cambridge e fattosi per 
tempo conoscere di pronto e svegliato ingegno fu eletto alla ca- 
mera dei Comuni e ammesso ancor giovanissimo alla corte di 
Giacomo I. Carattere insofferente e mente immaginosa ebbe molte 
avventure, tra cui principale quella d'una congiura realista da 
lui ordita contro Carlo 1 e che, andata a vuoto, gli costò un anno 
di carcere, una grossa multa e una conseguente proscrizione in 
Francia nel 1643. 

1 dieci anni che vi rimase li trascorse tutti tra Rouen e Pa- 
rigi, ove ammesso al salotto di M.me d'Hervart potè conoscere 
e stringere amicizia con autorevoli personaggi, come la Duchessa 
di Mazarino, il Saint-Evremoiid e Jean De La Fontaine che ne 
doveva poi piangere la morte in un'epistola poetica diretta agli 
amici. 

Intanto a Londra si pubblicava (1645) la prima edizione delle 
sue poesie e Cromwell, suo lontano parente, saliva al potere. Tempi 
migliori gli si apparecchiavano. Il protettore gli ottenne l'indulto 
e il Waller nel 1653 tornava in patria innalzando a « Mylord Pro- 
tector » un entusiastico « Panegyric ». Scritto questo che, seguito 
da altre pubblicazioni politiche, doveva giovargli assai e coi fa- 
vori della restaurazione rinsediarlo alla Camera e riaprirgli la via 
degli onori. 

Dopo aver cantato in tutti i metri l'amore e il piacere, dive- 
nuto vecchio, scrisse un poema in sei canti sopra l'amore divino 
e parecchie poesie divote in cui si scagliò contro l'ateismo del 
Duca di Buckingham, offrendo così libero gioco ai giambi degli 
avversari. Celebrato e compianto morì ai 21 d'ottobre 1687 a 
Beaconsfield, lasciando con la sua copiosa produzione poetica 



1 In esso II Foscolo ad evidenza scrisse Vialler, che corresse poi, ancora errando, non 
si capisce bene se Ylialler o Vlialler. 



240 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

delle importanti e curiose Memorie pubblicate l'anno dopo in 
Londra. ^ 

Come uomo politico, per il carattere troppo leggero e la bra- 
mosia d'onori, fu una vera banderuola, e Giacomo I, Oromwell 
e Carlo II; realisti e indipendenti ebbero più o meno l'appoggio 
e le simpatie di lui. 

Come poeta, secondo il Taine, tu « le véritable modèle dn 
mondain et dn courtisan »; scrisse quasi sempre per occasione in 
uno stile affettato e alle volte eccessivamente forbito, come ne' 
componimenti dedicati all' amabile Sacharissa; fu insomma aggra- 
ziato, leccato anzi talvolta e nel suo genere letterario, tra i mag- 
giori, non fu precorso e seguito se non da Carlo Sedley, dal conte 
di Dorset e da sir John Denham in Inghilterra, dal Malherbe e 
dal Volture in Francia. 

11 Fenton, editore dei suoi poemi e collaboratore del Pope 
nella traduzione dell'Odissea, oltre che al Malherbe lo paragonò, 
nientemeno!, che al nostro Petrarca.^ 

Ed è cotesto fortunato poeta dell'amore e della galanteria 
che il Foscolo si proponeva di studiare, di certo nelle versioni 
francesi che ne correvano, tra i melici del suo « Piano », assieme 
all'immortale triade di Anacreonte, Ovidio e Tibullo e alla de- 
corosa compagnia dei due poeti italiani del tempo, Ludovico Sa- 
violi e Paolo Rolli. 

La prima traduzione dell' « Ortis ». 

Tutti sanno quale diffusione abbiano avuto appena uscite le 
« Ultime lettere di Jacopo Ortis » di Ugo Foscolo, cui già avean 
preparato terreno e nomea le vicende dell'autore e gli avveni- 
menti politici cui nel romanzo stesso si accenna. 

Il libro, uscito nella sua completa e definitiva redazione nel- 
l' ottobre 1802 pei tipi del Genio tipografico in Milano, fu presto 
esaurito e alla prima edizione ne tennero subito dietro altre di 
autentiche e contraffatte, stampate alla macchia e pubblicate pei 
tipi del Genio tipografico e d'Agnello Nobile. 

Narrar qui le vicende e i rifacimenti delle « Ultime lettere », 
parlarne ancora, dopo tutto quello che ne fu scritto da G. A. 
Martinetti e C. Antona-Traversi ^ e ultimamente ne « La vita Ita- 



i Poems on the memory of Edmond Wallee ; London, 1688. 

2 Cfr. Johnson, Lives of the Britisli Poeta ; G. Ckaik, Manual of euglish literature ; H. 
Taink, Histoire de la littórature auglaise, T. II ; più Macaulay, Storia d'Inghilterra e la bio- 
graiia che si legge neU'Encj'cloijaeclia Britannica etc, p. 330-31 del voi. XXIV. 

3 U. F., UH. I.ett. di I. 0., edizione critica con riscontri su tutte le stampe originali e la 
riproduzione della Vera storia di due amanti infelici corredata di uno studio su l'origine di 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 241 

liana » ^ da E. Del Cerro e G. Chiarini, sarebbe perfettamente su- 
perfluo, tanto più che le note presenti anziché al grosso del pub- 
blico s'indirizzano a quella parte di esso che si occupa ex-pro- 
fesso di ricerche critiche. Basterà quindi al nostro scopo ricor- 
dare come fra le edizioni delle « Ultime lettere » anteriori a 
quella dell'ottobre 1802, ricordate più o meno esattamente dal 
Foscolo stesso nella « Notizia bibliografica »2 da lui compilata 
per l'edizione dell' «Ortis» detta Londinese del 1814 (recte Zu- 
righese del 1816) ne fosse uscita una, in quella « Notizia » non 
ricordata, in due volumetti di cui molto probabilmente non fu 
stampato che il primo. 

Questo primo e forse unico volumetto uscito a Milano nel 
1801 e di cui il poeta inviò copia a Volfango Goethe, accompa- 
gnandolo con la nota lettera del 15 gennaio 1802, ^ fu quello che 
fece conoscere il romanzo in Germania e indirettamente ne de- 
terminò la traduzione. 

Traduzione che, ben prima che in francese, in cui sarebbe 
stata se non più naturale più facile, per i rapporti dell' « Ortis » 
col «Werther» e per l'influenza indiretta del Goethe, fu fatta 
in tedesco dal Prof. Enrico Luden dell'Università di Jena. 

Detto Professore nacque addi 10 aprile 1780 a Lokstedt presso 
Brema, fece i suoi primi studj a Gottinga e a Berlino, dedican- 
dosi dapprima alle discipline teologico-filosofiche e dipoi alla sto- 
ria, E di storia fu quindi insegnante privato dal 1804 al 1806 a 
Berlino, pubblico dal 1806 al 1847, anno di sua morte, all'Uni- 
versità di Jena. Le sue opere, — di cui le più notevoli sono la 
« Biografia di U. Grozio » (Berlino, 1806), i « Kleine Aufsatze 
meist historischen Inhalts » — spigolature storiche — in due 
volumi (Gottinga, 1807), una « Storia universale dei popoli anti- 
chi » (Jena, 1814), una rivista politico-storica in dodici volumi 
(Weimar, 1814) dal titolo « Remesis Zeitschrift fiir Politik und 
Geschichte », la poderosa « Geschichte des deutschen Volks » pure 



esse, di note bibliografiche e documenti sconosciuti a cura di G. A. M. e C. A. T., Saluzzo, 
Tip. Lobetti-Bodoni. 1887. V. per essa Oioni. Stnr. della lett. Hai., X, 445-46. — Per l'Ortis in 
generale vedi poi G. Mazzoni, 1/ oftornito, in corso di imbblicazione dal Vallardi, pp. 127eagg. 

1 Fase, III e VII del 1897, Roma, Soc. editr. Dante Alighieri. 

2 f'rose Utteiarie, ediz. Le Monnier, I, 167 e sgg. 

3 Ved. per essa e pel volume di cui era accompagnatoria le note di F. G. De Winckels 
nelle Conversa-ioni della Domenica di Milano, 1888, n. 28 e 47 ; 1890, n. 24; gli scritti su « Al- 
cune relazioni del Foscolo con la letteratura tedesca ,, e intorno " Il museo Goethiauo 
in Weimar,, pubblicati da B. Zumbini, quello nella Nnomi Antologia del 16 febbr. 1890, questo 
negli Stuilj di letterature straniere, Firenze, succ. Le Monnier, 1893; e la monografìa Ufio Fo- 
scolos lirie/atì Goethe, Programm-Abhandlung, pubbl. nel 1894 ad /Imbnrgo da Fbanz Zschech. 
Oltre che al Goethe la prima parte di queU' " operetta,, il Foscolo la inviò a Francesco 
Melzi (Fp'sI., T, 24) e forse anche a 6. G. Robert (v. niorv. Sfor., cit. XXIIl, 422,426). 



^42 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

in dodici volumi (Gotha, 1825-1837) e per ultimo la sua opera 
postuma « Riickblicke in raein Leben » — sguardi retrospettivi 
nella mia vita — (Jena, 1847) — , tendono tutte ad inculcare un 
senso illuminato di patriottismo e a sviluppare nei popoli la vera 
coscienza civile.^ 

Tra il 1802 e il 1806 egli viveva a Berlino e, stretto in ami- 
cizia col Goethe^ e collo storico Giovanni von Miiller, probabil- 
mente dal primo ebbe notizia del romanzo italiano foggiato sul 
Werther; in modo provato, dal secondo, consiglio e incoraggia- 
menti a tradurlo. 

A confermarcelo, con la testimonianza del Wegele, ^ venne 
opportuna la notizia, dataci prima dal De Winckels e poi da B. 
Zurabini nei loro scritti citati, d'una lettera in data 19 marzo 
1806 diretta dal Miiller al Luden e trascritta di mano del sig. 
Riemer amico del Goethe per entro al volumetto dell' « Ortis » 
inviato dal Foscolo e conservato ora nel « Goethe - National - 
Museum » di Weimar. 

In quella lettera, che si può leggere tradotta negli appunti 
dello Zumbini,"^ l'illustre storico svizzero parla delle « Ultime let- 
tere » come del solo libro da tradurre che gli venga alla mente, 
ne discorre con vero entusiasmo e, mettendo in guardia l'amico 
contro le edizioni alterate, lo prega che, trovando il libro per 
tradurlo, gliene voglia procurar due copie anche per lui. — Un 
anno dopo, per cura del Luden destinatario di quella lettera, u- 
sciva a Gottinga la versione del libro. ^ 

Ad essa l'amico del Miiller premetteva una prefazione,^ da- 
tata da Jena nell'aprile del 1807, in cui avvertiva che la tra- 
duzione egli l'aveva fatta sulla seconda edizione « ossia conforme- 
mente alla edizione in 12, uscita in Italia nel 1802, senza portar 
l'indicazione della località di stampa» e che alcune conside- 
razioni suU' « Ortis » e il « Werther » e ^uU' elemento politico- 
storico di quello, avrebbe fra breve pubblicato nei « Kleine 



1 Per più larghe notizie sul Luden e l'opera sua, oltre alla biografia tracciatane dallo 
storico von Wegele ixeW AUgemeine deutsche lìingraphie, B. 19; 8. 370-75, e a quella contenuta 
nel h'oììversations Lexikon del Brockhaus, B. 11, S. 335; v. l'importante Aiadeinische Festrede 
tenuta nel 1881 dallo ScnàFEE. 

2 Noi Ruckblicke in mein Leben (esaminati per me all'Universitaria di Berlino dal vene- 
rando e cortesissimo Prof. Adolfo Tobler) il Luden dà curiose notizie su l' amicizia e le 
conversazioni da lui avute col Goethe. 

s Luogo cit. 

■* Nuova Antol., voi. cit., p. 777. 

s Die letien Briefe \ des \ Jacopo Ortis | AV<c/i dem Italiàtii scimi | herausgegtbeu | i»o»i | Hein- 
BiCH Luden | Ooltingeìi, 1807 | tei lustus Friedrich Dnuchi'erts. È un voi. in 8. piccolo, senza 
ritratto di pp. Vili 350. 

6 Vedila a pp. 432-33 dell' edlz. critica dell' Ortis, cit. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 248 

AufsJitze meist historischen Inhalts » più sopra citati e usciti 
quasi contemporaneamente a Gottinga. 

Di esse « Spigolature » e del loro contenuto fece menzione il 
Foscolo stesso nella « Notizia bibliografica » citata, parlandone 
per bocca d'altri, poiché egli non conosceva il tedesco, * nel modo 
più favorevole ^ e giudicando severamente invece la versione, che 
giornalisti e critici avevano detto troppo letterale e compassata. ^ 

Dall'epistolario e dalla notizia bibl. del Foscolo, come dal 
proemio alla versione del 1807, dai « Kleine Aufsiitze ...» e dai 
« Riickblicke in mein Leben » del Luden, non apparisce che i due 
letterati, autore del libro e traduttore, siano stati in alcun rap- 
porto o carteggio. Questo deplora di non aver potuto trovare una 
copia dell'edizione maggiore del libro, quello glielo osserva e ac- 
cusa l'incertezza dalle poste e la rarità delle occasioni del non 
avergli mai scritto né dimostrato in alcun modo la sua gratitudine.* 

Al Foscolo il Luden fu cosi caro e lo ricordò con tanta stima 
perché, oltre all'aver tradotto le sue «Ultime lettere», avendo 
affermato che 1' « Ortis » avrebbe potuto essere stato scritto senza 
alcuna conoscenza del « Werther », come da autore pari al Goethe 
<<: per indole e tempra »,5 gli aveva forse dato la traccia per la 
nota lettera al Bartholdy e non poche idee per la sua « Notizia », 
la quale pur troppo!, come la lettera, non è documento tanto ve- 
race e spassionato quanto abile e superbioso. 

E col Luden, al cantor dei Sepolcri tu caro anche un esem- 
plare della versione procuratogli probabilmente da M.me Hunrue, 
che in Germania aveva relazioni e parentele, come confermano 
due passi di lettere dirette dal Foscolo all'Albany nel novembre 
del 1813 e nel giugno del 1814. ^ 

Alla versione del Luden fecero poi seguito le due francesi del 
1814 e l'altra tedesca del 1817, secondo il Foscolo « assai più lo- 
data » ^ della precedente, e procurata a Zurigo, colla falsa indi- 
cazione di Londra, da G. Gaspero Orelli,^ del nostro esule poeta 
ammiratore ed amico. 



1 Cfr. per ciò Epist., 1, 156, 158; II, 127-28 e ricorda il suo carteggio con l'Arese, relativo 
alla versione clie quella signora gli faceva del Wertlier. 
2 V. Epist., I, 158 ; Pros» Letter., 1, 174-75, 194. 
8 Y. Prose Lette):, 1,111. 

4 V. Epist., I, 158. 

5 V. P)-ose Leltei:, 1, 193 e sgg.; e Kleine Aufsut-ie ecc., B. I, pp. 126-29. 

6 V. Epist., I, 525; 11,28. 

7 V. Ediz. critica, cit„ deìVOitis a p. 10. Per le altre versioni francesi, tedesche, ecc. del- 
l'Ortis, vedi ifiiV7., pp. 454 e sgg. 

8 Per r Orelli v. U. F., Epist,, V. II, p. 326 : e L. Donati, 6. 0. degli Orelli e le lettere itiiliime, 
Zurigo, Zùrcher, 1894. 



244 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

UNA LETTERA LATINA. 

Nel 1859 il Conte Augusto Corinaldi, in un opuscolo gratu- 
latorio per nozze Morpurgo-Levi,' pubblicava alcune lettere ine- 
dite di Ugo Foscolo, da lui rinvenute nella biblioteca dei PP. Fran- 
cescani Riformati di S. Michele in isola (Venezia, estuario). 

Tali lettei'e, tra cui un brano di lettera latina di cui il Co- 
rinaldi dava anche la versione, venivano poi ristampate nel vo- 
lume decimoprimo delle opere, e di esse, quelle dirette alla fa- 
miglia, nuovamente dal Perosino nelle Lettere inedite. ^ 

Gli editori fiorentini, riproducendo il frani mento, ^ vi appone- 
vano la seguente postilla: « Questo frammento latino fu edito la 
prima volta dal sig. A. C. per le nozze M. L. Egli crede con fon- 
damento che sia un brano di lettera ad un dotto di Weimar, sic- 
come apparisce da una nota di pugno del can. Giannantonio Me- 
schini già possessore del ms. ». Ciò è inesatto: la nota non è già 
del Meschini, come credette il Corinaldi, ma arciautografa del 
Foscolo. 

Ed ecco nota e lettera quali si leggono nel foglio di colore 
perlaceo sbiadito, oggi conservato al Museo civico Correr di Ve- 
nezia: * «Nel seguente squarcio d'una lettera latina scritta ad 
un dotto di Weimar, Ugo Foscolo da giudizio di tutte le sue 
opere. 

praesertim de Oratione Lugdunensi, quae hoc mihi prae- 

stitit ut noscerer et vexarer. 

Quod ad Berenicem attinet nostram, importuna critices fo- 
ret. Licuit mihi vanas ibi obtrudere conjecturas, correctiunculas 
ad fastidium usque ingerere, operosisque nugis lectorem fatigare, 
magis quam erudire: mera ludibria, absurdaque ingenii ostenta- 
menta, ut vitio vitia eruditorum deterrerera. Si hoc tuli punctum, 
perfeci libellum, tenuissima gloria, fateor. Quisquis tamen nos 
laudat vel vituperat, serio legens quidquid lusimus. non nostrum 
sed opus quod sibi fingit, existimat. At in Jacobi Ortis Epistolis do- 
cumentum quaesitae mortis, multa invenies quae offendunt sa- 
pientis viri judicium, multa quae doleas. Sed suscipe librum ut 
viscera mea, nec auctorem sed hominem judica. 



i l.eliere inedite con un /rammento latino di Ugo Foscolo, Padova, 1859, prem. litogr. Prospe- 
rini. 

s Lettere inedite di U. Foscolo, tratte dagli autografi, ecc. da G. S. Perosino, Torino. Vac- 
carino ed., 1875. 

3 U. F.. Opere, voi. XI, pp. 402-04. 

4 Kpisinlnrio Monchini, Lettera F. 



DELLA LETTERATURA ITALIAiNA 245 

Non sum qui fui, actnm est de juveritute: sed monaoienta ju- 
ventutis tneae iu hoc libro moeritissinio invenio, et in eo me oblecto. 
Haec societas mea in solitudine, hoc in cnris consiliam, hoc un- 
guentum vulneribus aniiuae. Non aliis scripsi sed mihi; nerao 
laudet, nemo legat; quid vis, satis est dura mihi placeat, et in la- 
boribus vitae exemplum mortis qnotidie praebeat. Sapienterque 
Menander dixit, aegrum aptissimum aegro, senilem linguam jucuu- 
dissimam seni, et caput malis exercitura lenimentom homini in- 
felicissimo ». 

Lo scritto intero, ad evidenza, è una minuta o, meglio, una 
copia incompleta della lettera conservata dal poeta prò memoria, 
com'egli era solito fare di molti suoi scritti. 

In essa il Foscolo, dopo aver accennato, come si vide, all'Ora- 
zione pei comizi lionesi, parla della versione de « La chioma di 
Berenice », del comento copiosissimo appostovi e delle « mera 
ludibria, absurdaque ingenii ostentamenta » fatte per « deterrere 
vitio vitia eruditorum », concetto questo che doveva, presso a 
poco, ripetere in una lettera del 1808 a Gr. B. Griovio. ^ L'epistola 
finisce poi con alcune considerazioni intorno all' « Ortis » in cui, 
con quel « non sum qui fui, actnm est de juventute; sed monu- 
menta juventutis meae in hoc libro moestissimo invenio », l'au- 
tore ripete due concetti su cui indugiava in quel tempo con predi- 
lezione speciale,* e si chiude con quella sentenza di Menandro 
che il Foscolo, in certe postille fatte ad un esemplare de « La 
chioma di Berenice » e pubblicate nel volume primo delle opere, ^ 
doveva integralmente riportare per difendersi dall'accusa che gli 
era stata mossa di apologista del suicidio. 

Leggendo questa lettera, coi riscontri fatti, sorgono poi spon- 
tanee alcune osservazioni e domande: le prime relative alla lin- 
gua in cui fu scritta, le seconde relative alla data e alla persona 
cui fu diretta. 

Che il Foscolo, dotato d'una memoria più che felice, studio- 
sissimo dei classici, lettore indefesso della Bibbia Sacra avesse 



» V. Eptst., I,p. 143; V. anche ibid. p. 121. 

* Pel primo che non è che nna variazione del distico di Massimiano 
Non sum qui fneram; periit pars maxima nostri; 
Hoc quoque quod superest languor et horror babet, 
e che altrimenti il Foscolo ripete nel noto sonetto "Di sé stesso,, scritto nel 1802: cfr. G. 
Cabducci, Conversaiioìii criticìif, Roma, Sommaruga,1884, pp. 311-12; U. F., Pnesie, cur. da G. 
Mestica, I, 377-79, e Lettere di U. Ka S. Tiechi, edite dal Bianchini, pp.,32, 36-7. — Pel secondo, 
eh' è una modilìcazionc del passo biblico da lui trascritto in una dedica dell'" Ortis „ pub- 
blic. dal Mazzatinti nel voi. Ili del Oioni. star., p. 34. ix. 2, v. Kpist., 1, 148 e Lettere ined. pubbl. 
dal Perosino, p. 300. 

s Pag. 243, n. 2. 

16 



246 RASSEGNA BIBLIOORAFIGA 

acquistato una grande facilità nel citar passi e nello scrivere in 
un latino più o meno corretto, non è cosa ignota a chi anche 
poco conosca le opere di lui. 

Oltre a quelle maggiori, come l'illustrazione de « La chioma 
di Berenice » e il pungente e feroce libello dell'* Hypercalypsis »,* 
lo provano, col brano suddetto, altri scritti minori, come la de- 
plorevole epistola maccheronica del 1803 pubblicata da G. Maz- 
zoni,2 la curiosa lettera in latino vandalico del 22 settembre 1815,' 
e la numerosa serie dei motti, delle dediche e delle epigrafi da 
lui scritte in tempi diversi. 

Ciò riguardo alla lingua in cui la lettera fu dettata e agli 
scritti latini del Foscolo sui quali, come su quelli modestissimi 
di lui in lingua greca, ci sarebbe volendo da parlare con frutto 
più a lun^o. 

Intorno alla data è probabile che il frammento sia stato scritto 
tra la fine del 1803 e i primi mesi ^ del 1804, e ciò per le allu- 
sioni al comento de « La Chioma di Berenice » uscita solo nel- 
l'agosto del 1803 e per l'esistenza di quella postilla autografa 
ad un esemplare della Chioma, pubblicata a p. 228 del voi. I delle 
opere, firmata «Hugo Fosculus: 1804» che non è che una va- 
riante, ad evidenza posteriore, del passo relativo al libro stessso 
che si trova nella lettera. 

Per la persona cui fu diretta, dato che l'intera epistola sia 
stata realmente spedita, ed esclusi, il Goethe per le sue relazioni 
col Foscolo chiarite in modo da non lasciar dubbio alcuno che 
il letterato di Weimar cui si allude fosse lui; G. von Miiller e 
il Liuden, perché a quanto si vide non ebbero alcun rapporto con 
l'autore dell' «Ortis» e poi né l'uno né l'altro ebbe in quel 
tempo residenza o incarichi a Weimar, non saprei veramente a 
chi pensare. 5 

D'altra parte è chiaro che la lettera era un'accompagnatoria 
dei tre volumi: l'« Orazione a Bonaparte », «La Chioma di Be- 



1 Vedi r ediz. procuratane dal Martinetti (Saluzzo. Lobetti-Bodoni, 1884). Per la latinità 
del F. cfr. poi ciò che ne scrisse, oltre al suddetto M., G. Q. Orelli in una lettera del 5 lu- 
glio 1816 e il Foscolo stesso in una lettera all'Albany (V. Ep , III, 414-17 e II, 131-32). 

2 Nell'aniio J887,in numero dì 15 esemplari. 

3 Nel voi. XI delle Opere, pp. 361-62. Fu scritta, come disse il Carrer, a beffare lo stile 
de'commentatori barbari. 

i Dico « /)(t>wi, perché ai 17 giugno del 1804 il F. partiva con l'esercito per la Francia 
e, avendo altro cui pensare, è probabile che quelle postille le ubbia fatte prima; non dopo. 

ó Avevo pensato al prof. Kaulfus, ricordato dal F. nella lettera al Bartholdy, ma ulteriori 
ricerche me lo fecero per ora escludere e poi esso non viveva a Weimar, ove, tra il 1803 e 
ii 1807, oltre al Goethe, non erano stabiliti che lo Schiller, lo storico Wieland, il poeta G. G. 
Herder (morto ai 21 xmbre 1803), il drammaturgo Augusto Kotzebne, i due storici dell'arte 
Fernow e G. E. Meyer, il Bótticher e il cancelliere Friedrich von MùUer, autore d'nn vo- 
lume di " Conversazioni col Goethe „ in cui il F. non comparisce mai. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 247 

renice » e le « Ultime lettere di J. 0. », che il Foscolo offriva al 
letterato straniero presso a poco, per le ragioni esposte, tra la 
fine del 1803 e i primi mesi del 1804, — In Weimar, e ciò m'ebbe 
a confermare il gentilissimo Dr. Wahle del « Goethe und Schiller 
Archiv », non si conserva traccia alcuna né della lettera, né dei 
libri : in quelle biblioteche, del Foscolo, non si conservano che i 
cimelj descritti dallo Zurabini. 

Coi dati presenti quindi non si possono arrischiare che delle 
ipotesi e cui piace le faccia; a me basta, ricordando la lettera, 
aver dato qualche noterella in proposito, nella speranza che po- 
steriori ricerche o l'eventuale scoperta dell'originale possano 
chiarire la cosa. 

JACOPO ORTIS - DRAMMA. 

Nel 1861 a Bologna pei tipi della stamperia delle Muse (vedi 
talvolta l'ironia dei nomi!) usciva un dramma in versi intitolato 
« Jacopo Ortis », peccato giovanile di un certo sig. Demetrio Gra- 
mantieri che doveva poi, abbandonato il coturno, iilustrarsi ben 
meglio nel culto di Temi, coprendo per circa trent' anni una cat- 
tedra di diritto nell'università provinciale d'Urbino. 

Il raro opuscoletto che contiene quel dramma, dedicato a tutti 
coloro « cui son sacri nomi Patria, Giustizia, Amore, Sventura » 
reca in principio un' altisonante epigrafe al « sovrano cantore dei 
Sepolcri», cui l'autore in fine si rivolge dicendo: «Dal tuo sog- 
« giorno D'immortalità Sotto novella forma Vedi il tuo Ortis Far 
«inno Al tuo nome». E sebbene sotto tale forma l'Ortis facesse, 
anche per già esposto giudizio del Foscolo, pochissimo inno al 
di lui nome, pure al verseggiatore del romanzo, coi sei personaggi 
principali di esso e le cupe considerazioni filosofiche del prota- 
gonista, riuscì di cucire insieme quattro atti d'una quarantina di 
pagine in 16.", in cui, pur spigliato l'andamento dell'azione e non 
del tutto spregevole lo stile, che attiri non v'è se non il richiamo 
storico alle condizioni di servaggio in cui giaceva tutta l'Italia 
ai tempi d' Jacopo e ancora una parte di essa nel 1861. 

Per questo, credo, e insieme per essere una prima prova, non 
priva del tutto, ripeto, di meriti, il dramma trovò una certa acco- 
glienza e precisamente forse colla prima parlata d' Jacopo: 

Far salva Italia promettea, la madre 
De'Genj e sua. Pugnar seco i fratelli 
E vinsero: qual premio? Oh vitupero! 
Ei pria scissa la tenne, or l'ha venduta. 
Pili patria non ho; l'ebbi, l'amai, 
Or ra' è colpa. Ed esule, rammingo. 
Sotto men puro Giel, di stranio Sole 
Dovrò la luce sofferir. Dironne: 
Italo sono? onta sariami grave. 



248 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Tacer? noi posso. patria, o Italia mia, 
Ho di te pieno il core! Ovunque io sia, 
I di perduti, la tradita speme, 
Gl'inutili conforti in me per sempre 
Ragionerò. Proscritti ovunque andranno 
Gl'infelici tuoi figli, il lor pensiero 
Esser dee libera farti: libera? 
Sogno è d'infermo, infin che da straniero 
Braccio l'attendi, libertade. I figli 
Sangue non hanno? o tremano di morte? 
Figli! Il glorioso nome a pochi serba. 
Vili altri son, superbi molti — vaghi 
D'imperio, da qualsia mano ei venga; 

parlata, poeticamente, infelice, ma allora politicamente efficace, 
commosse anche colui che non potendo combattere una batta- 
glia ebbe a scrivere V Assedio di Firenze e lo spinse a congra- 
tularsi con l'autore di quel Saggio.^ 

Saggio, o meglio tentativo, che del resto era a priori sconsi- 
gliato da quella lettera di Ugo Foscolo, pubblicata nel primo vo- 
lume dell'Epistolario, in cui l'autore dell' «Ortis» ai 5 giugno 
1803 scriveva a Spiridioue Vordoni di Trieste: « La lettera ch'ella 
« datò per me a' 12 maggio, m'è ricapitata oggi 5 giugno. Io era 
« a Milano da più settimane, e rivedo Brescia da due soli giorni: 
«però non ho potuto esaminar su la scena il dramma ch'ella ha 
« tratto dalle Lettere di Jacopo Ortis. Invece 1' ho Ietto ; — e 
« parmi ch'ella sarebbe riescito assai più in tutt' altro argomento. 
«Se quelle Lettere acquistarono alcuna grazia presso a' lettori, 
« si deve ascriverlo alla lenta e progressiva notomia del cuore e 
« delle opinioni d'un unico personaggio che s'esprime con libertà 
«d'ingegno e di stile. Ma se si tatto argomento può piacere a 
« un lettore solitario, non piacerà mai allo spettatore d'una com- 
« media, ove bisogna più azione che sentimento. Ella, — e l'au- 
« tore della commedia tratta dal Werther prima di lei ^ — ha sen- 
« tito questo bisogno d'azione e di varietà di caratteri; — quindi 
«in questi due drammi non resta del protagonista che il solo 
« nome: e qualunque senso piacevole la commedia potesse destare, 
«è già preventivamente distrutto dal senso ch'aveano destato le 
« Lettere. Queste cose io le scrivo come opinioni, non come sen- 
«tenze; e più per accusare l'argomento che lo scrittore della 
« commedia ».3 



i Lettere di uomini illustri per Demetrio 6ramantieri,p.9 (Pesaro, tip. Federici, 1894. 

2 Intendi Antonio Simon Sografi, autore di parecchie produzioni giacobine, per cui cfr. 
Q. Mazzoni, L' ottocento, citato, p. 148. 

3 Civ.V.T., Epist., 1,33-4. Forse a tale lavoro del Vordoni il F., esprimendo lo stesso 
giudizio, allude anche nella nota riportata in calce alla p. 176 del voi, I delle Prose lette- 
rarie. 



DEI-LA LETTERATURA ITALIANA 249 

Dramma cotesto, meglio che commedia, signorilmente giudi- 
cato e che, come quello del Gramantieri pur caduto oggi nel- 
l'oblio, va posto nella bibliografia foscoliana con quella serie già 
numerosa di scritti che al poeta si ricongiungono per ricordi sto- 
rici, ispirazioni e motivi. Non ultimi fra essi il dramma « Ugo Fo- 
scolo a Londra » di Giuseppe Ferreri, uscito a Cuneo dalla tipo- 
grafia Riha nel 1857 ; V « Ugo Foscolo » del buon Riccardo Castel- 
vecchio rappresentato nel 1869 ; e le pagine, cosi importanti per 
più motivi, dei « Cent'anni » del Rovani, delle « Confessioni d'un 
ottuagenario » del Nievo e del « Principio di secolo » di Gerolamo 
Rovetta, in cui l'autore dell' «Ortis» ha una parte cosi attiva. 

Giudizi di M. Cesarotti su l' « Ortis ». 

Già da parecchi anni Melchiorre Cesarotti conosceva Ugo Fo- 
scolo, s' era trovato con lui, ne aveva giudicato l'ingegno e gli 
scritti, quando nel 1802 uscirono nella loro finale redazione le 
« Ultime lettere di Iacopo Ortis ». Dico finale perchè, come si 
disse più innanzi, il fortunato romanzo foscoliano, dalle « Lettere 
a Laura» che ne furono il nòcciolo, all'edizione del Genio tipo- 
grafico, pubblicata nell'ottobre del 1802, subì molte rielaborazioni 
e vicende. 

Al traduttore d'Ossian, a chi dal Foscolo e da altre giovani 
speranze del tempo si faceva fin dal 1795 chiamar « padre », non 
rimasero di certo ignote le peripezie politiche e letterarie del suo 
« diletto figlio », né perciò quelle dell'opera sua più calda ed ap- 
passionata, la quale in que' momenti d'agitazioni non poteva, né 
doveva passar inosservata. Comunque sia, di questa conoscenza 
da parte del Cesarotti delle vicende dell' « Ortis » e del suo au- 
tore, non abbiamo per varie ragioni documenti posteriori al 1797 
e anteriori al 1802. Si capisce che, se in quel lasso di tempo il 
Foscolo e il Cesarotti tennero carteggio, esso andò distrutto o 
disperso, e ciò si spiega facilmente pensando agli avvenimenti 
politici di quel periodo e alla vita randagia condotta in esso dal 
Foscolo. 

Primo documento conservato del loro carteggio nel secolo 
nuovo è la lettera datata da Milano ai 12 settembre 1802 in cui 
il Foscolo avverte il Cesarotti che riceverà dal Cornaro una co- 
pia dell' « Orazione a Bonaparte », lo prega di esprimergliene 
schiettamente il suo giudizio e gli dice : « Fra un mese avrai in 
nitida edizione pari a questa una mia fatica di due anni, ch'io 
chiamo II libro del mio cuore. Posso dire di averlo scritto col 
mio sangue: tu ergo ut mea viscera susdpe. Da quello conoscerai 



250 RASSEGNA BIBLIOORAFICA 

le mie opinioni, i miei casi; le mie virtù, le mie passioni, i miei 
vizii, e là mia fisonomia. Per ora dunque non ti parlo di me».^ 

Tre mesi circa dopo, ciò è agli 11 dicembre dell'anno stesso, 
il Cesarotti gli rispondeva da Padova: « Tu sei un figlio che non 
ha nessuna carità del vecchio padre, e gode di metterlo egli stesso 
in tempesta, quand'ei non vagheggia che la calma. Vado leg- 
gendo interrottamente il tuo Ortis; dico interrottamente, sì per- 
chè le mie faccende non mi permettono di piìi, e sì anche per- 
ché ho bisogno di respirar tratto tratto, per non restar oppresso 
dal cumulo d'idee, di fantasmi e d'affetti, coi quali m'hai posto 
assedio al cuore e allo spirito »; * e aderiva al suo desiderio fa- 
cendogli parecchi « biasimi salutari » sulla sua orazione. — Bia- 
simi che, per un ritardo di certo piìi grave di quelli che avven- 
gono oggigiorno, il Foscolo non potè leggere che il primo d' a- 
prile dell'anno dopo, come risulta da quella lettera del 2 aprile 
1803 in cui il Foscolo, giustificando il silenzio, ringraziava il Ce- 
sarotti delle sue osservazioni e gliene sollecitava delle altre per 
1' « Ortis », dicendogli: « Scrivimi del povero Ortis. È il libro del 
mio cuore ».3 

E il traduttore d'Ossian, il «vecchio padre » lo accontentava 
quasi subito parlandogli in una lettera dei 7 maggio dei sonetti 
« nuovi di stile, pieni d' eleganza robusta, di pensieri grandi ed 
energici; insomma, rari ed insigni » di lui, che aveva letto in quel 
torno ed esprimendo il suo giudizio più particolareggiato sulle 
« Ultime lettere » con le seguenti parole : « Del suo Ortis non 
ho voglia di parlarne. Esso mi desta compassione, ammirazione 
e ribrezzo. Non dirò che due parole. Questa è un' opera scritta 
da un Genio in un accesso di febbre maligna, d'una sublimità 
micidiale e d' un' eccellenza venefica. Veggo pur troppo eh' è l'o- 
pera del tuo cuore; e ciò appunto mi duol di più, perchè temo 
che tu ci abbia dentro un mal canceroso e incurabile » ; e lo con- 
sigliava, poiché avea « bisogno di qualche furore », di abbando- 
narsi « almeno a quello della gloria. . . poiché, gli diceva, puoi già 
esser certo di conquistarla ».* 

Giudizi questi che, pur lontano e raffreddati i suoi rapporti 
col melodrammatico poeta dell' « epica Pronea », il Foscolo tenne 
cari e ricordò come « censura giusta e sommaria » del suo roman- 



1 Cfr. Lettere inedite di U. Foscolo all'Ab. Prof. M. Cesarotti, cou l'aggiunta di una al- 
l' Ab. Prof. G. Barbieri, pubbl. In Padova, dalla tip. del Seminario, nel 1872, per laurea To- 
vena; p. 16. 

2 V. U. F., EpisL, III, 360. 

8 Opuscolo per laurea, cit., p. 17, 

4 V. U. F , EpisL, IH, 359-60, ove però è da correggere quel 1802 della data In 1803. 81 
cfr. perciò ^ancbe Prose letterarie, 1, 224. 



DBLLA LETtEftAtUftA ITALIANA 25Ì 

zo. ^ — Ma ben diversamente si sarebbe forse regolato se avesse 
saputo ciò che il Cesarotti presso a poco in quel tempo stesso 
scriveva di lui e del suo romanzo agli amici! 

Il mostrarlo, mentre riesce di nuovo ammaestramento sull'in- 
dole del professore padovano, non è del tutto inutile anche per 
la scienza della vita. Ed ecco quei luoghi :« Leggo interrotta- 
mente varj libri interessanti, scriveva il Cesarotti addì 3 dicem- 
bre 1802 al suo ultimogenito figliuolo Giuseppe Barbieri », Fo- 
scolo mi spedi la sua storia ch'è una specie di romanzo intito- 
lato « Le ultime lettere di Jacopo Ortis ». Egli ha ben ragione 
di dire che lo scrisse col suo sangue; io mi guarderò bene dal 
fartelo leggere, perché è fatto per attaccare una malattia d'atra- 
bile sentimentale da terminare nel tragico. Io lo ammiro e lo 
compiango. Ma parlando solo dell' opera, ella è tale che farebbe 
il più grande entusiasmo sé si credesse d'un oltramontano. Ella 
ricorda Werther, ma può farlo anche dimenticare. Tu però dei 
astenerti rigorosamente da queste letture dolci venefiche, e leggi 
piuttosto Bertoldo o le novelle Arabe ».^ 

Le guerre letterarie illustrate dal Martinetti cominciavano a 
produrre i loro primi frutti anche nell'animo del buon Meronte 
ed egli, tanto poco sincero verso il Foscolo quanto il Foscolo fu 
allora e poi verso di lui, ^ un anno circa dopo da questa lettera 
rincarava la dose e ai 20 dicembre 1803 scriveva alla Reniér 
queste venefiche ed astiose parole: «Chi dubitasse ancora se Fo- 
scolo fosse un pazzo, Callimaco potrebbe convincerlo. Non è que- 
sto un bel pendant al suo Ortis. Dopo avere assaporata tu.tta la 
dolcezza del suicidio, eccolo risuscitato pedante. Dico così ,sen- 
z' averlo letto, giacché non si fa un tomo sopra Callimaco senza 
pedanteria poca o molta, e questa era l'ultima delle stravaganze. 
Ma forse egli, mira a qualche Cattedra, e dopo essersi ammazzato 
in stampa, ha voglia di vivere il meglio che può ».* 

Come si vede i giudizi non sono troppo coerenti e, messi in 
fila, mostrano il lento ma progressivo inasprirsi dell'animo di 
Cesarotti verso il Foscolo, dotato d' un carattere troppo giovanile 
e sopratutto troppo indipendente per piacere a chi, nelle burra- 
sche politiche e tra le opposte correnti del tempo, si manteneva 
in equilibrio '^ indulgendo e celebrando. 

(Continua). A. Michieli. 



1 Cfr. U. F., Opere, I, 224; XII, 298,300. Per Blenni giudizi della lettera del Bettinelli 
sul!' " Ortis „ cit. in quest' ultimo luogo ed ora irreperibile, v. Opere, 1, 177-78, 

» M. Cesabotti Epistolario, Tomo V. p. 7-8; Pisa, N. Capurro ed., 1813. 

3 Si veda p, es. ciò che uè dice nel suo t/V^tma^o, voi. XII delle Opere,- pp. 87-8. 

* V, M. CESAnoTTi. Cento lettere inedite a G. Eenier Micbiel, Proemio e note di V. Mala- 
mani. Ancona, G. Morelli ed., 1885 ; p. 4Ì-65. 

6 Cfr. Prose edite e inedite di M. Cesarotti, a cura di d. Mazzoni, Bologna, Zanichelli, 
1882; e Proemio del Malamani più sopra cit. 



252 RASSEGNA BIBLIOGUAPICA 

ANNUNZI BIBLIOGRAFICI. 

Domenico Ciàmpoli. — Nuovi sludj letterarj e bibliografici. Rocca S. Gasciano, 
Licinio Cappelli editore, 1900 (8.° pp. VlI-424). 

Sono nove studj. Assai notevole per l' ampiezza e la novità delle ricerche, 
è quello col quale si apre il volume (pp. i-170), intorno a Giovanni Ciàm- 
poli. Il giudizio che intorno all'opera poetica di questo secentista dà l'A., 
non differisce nel complesso da quello ultimamente dato dal Belloni, nella 
Itìa Storia letteraria del Seicento; ma, se non quella del poeta, la figura 
dell'uomo vien posta dal nuovo biografo in nuova luce. Una " Vita del Ciam- 
* poli manoscritta „ esistente nella Vaticana, e che nel volume possiamo leg- 
gere in gran parte integralmente riprodotta, è uno dei principali documenti 
sui quali si fonda il nuovo studio. Ma poiché la " Vita „, scritta non sap- 
piamo da chi "per debito d'amicizia ,, poteva essere stimata non del tutto 
conforme a verità, il G. ha voluto corredare la sua narrazione di numerosi 
altri documenti atti a comprovare o chiarire la massima parte dei fatti. 

Nato nel 1589 (il Belloni erroneamente segnò 1590), da nobile famigli^ 
fiorentina, il Ciàmpoli fu, giovinetto ancora, protetto da G. B. Strozzi, che lo 
accolse in sua casa, lo educò, lo istmi e lo introdusse nella corte del Gran- 
duca Ferdinando. In una delle ville medicee, il giovine poeta ebbe occasione 
d^ conoscere il Galilei, e cominciò d'allora quell'amicizia devota e costant» 
ch'egli nutrì, tutta la vita, verso il sommo ed infelice scienziato. Pre«to sa- 
lito in fama, passò a Roma, dove entrò nelle grazie del Card. Barberino, 
tanto che. da lui, divenuto pontefice col nome di Urbano Vili, fu poi nomi» 
nato Cameriere segreto e Segretario. Ma nel 1634 lo troviamo improvvisa- 
n^ente lontano dalla Corte, e, sotto parvenza di onore, governatore della città 
di'Montalto nella Tlarca. Comincia cosi il lunghe tormentoso esilio del poeta, 
il quale a Roma non potè più ritornare. 

Cause dell' esilio furon credute da molti, ed anche dal su citato storico 
del seicenlò, la gelosia e l'invidia del Papa per la sua straordinaria cultura, 
l'invidia dei cortigiani per lo splendore e' lo sfarzo della sua vita, e il suo. 
carattere alquanto vanitoso e superbo. Ma ora, dai nuovi documenti che il 
C. ha raccolto, risulta chiaramente che causa della sua disgrazia fu 1' aver 
strappato al Maestro del Sacro Palazzo il permesso di pubblicare i famosi 
Dialoghi dei massimi sistemi, e l'averne favorito la stampa. / Dialoghi in- 
fatti apparsi a Firenze nel febbraio del 1632, con approvazione della Cen- 
sura Romana e Fiorentina, procurarono al Galilei, nell'ottobre, l'intimazione 
a comparire innanzi alla Congregazione del Sant' Uffìzio, e al Ciàmpoli la 
perdita della grazia papale, della carica di Segretario dei Brevi, del benefizio 
di Canonico di S. Pietro, e l'esilio. Per ciò la figura del Ciàmpoli esce da 
questo studio più nobile e più bella; egli ci appare come uno dei più co- 
raggiosi seguaci del sommo Galilei, come uno di quelli che più contribuirono 
alla divulgazione delle nuove verità. L'A. lo segue passo passo nella via 
dell'esilio (1632-43), attingendo numerose notizie sempre da documenti in 
gran parte inediti. Numerose lettere ci manifestano il dolore e la tristezza 



DELLA LKTtERATURA ITALIANA ^53 

del povero esule, le sue infrante speranze; ci dicono dei mutamenti di sede 
repentini, ai quali fu obbligato, da Montalto a Norcia, a S. Severino, a Fa- 
briano, a Iesi; ci mostrano l'incessante persecuzione e l'odio dei gesuiti, 
che lo seguirono fin nell' esilio e nella sventura, sino a far scomparire tutte 
le carte del suo segretariato, e in fine le vicende della sua costante affettuosa 
amicizia col Galilei. Sfortunatamente le lettere del Galilei al Giampoli, che 
pur dovettero essere molte, non ci rimangono; né l'Alberi, né il Wolynski, 
né il Favaro, né il Gampori ne poterono trovare alcuna. L'amichevole rela- 
zione non ci è nota che dalle sole lettere del Giampoli, scritte tra il 1600 e 
il 1633. Di posteriori non fu dato al G. poterne rintracciare; ma è facilmente 
presumibile che l' amicizia sia durata sino alla morte. 11 fiorentino chiede 
più volte consiglio allo scienziato pisano intorno a studj di matematica e 
di scienze fisiche e naturali, ch'egli pure con amore coltivava; gli fa ripe- 
tute professioni di amicizia entusiastica, e, quel ch'é pili, quando lo scien- 
ziato innovatore comincia ad essere perseguitato, egli non desiste dal chie- 
dergli le sue pubblicazioni, dal consigliarlo riguardo al modo di comportarsi 
per non irritare i Gesuiti, dal ragguagliarlo su quanto si preparava contro di 
lui in Vaticano, dallo spronarlo a continuare ne' suoi studj e nelle sue ricer- 
che, dal curare egli stesso, insieme col Gesarini, la stampa del Saggiatore, 
dall' invitarlo a Roma, dal confortarlo in fine e difenderlo contro i nemici. 

In altra parte del suo studio, il valente critico discorre delle opere del 
Giampoli, riporta tutti i giudizj che del letterato e dello scienziato diedero 
alcuni suoi contemporanei, e poi ne esamina direttamente i numerosi scritti, 
siano editi che inediti, dei quali trovò un completo inventario, insieme col 
testamento di lui in un cod. Vaticano. Non istarò qui a illustrare o riassu- 
mere le molte osservazioni eh' egli fa sulle numerose prose politiche, filoso- 
fiche, religiose, storiche, sugli epistolarj, sulle rime, su tre componimenti dram- 
matici inediti. Dirò solo che l'esame è condotto diligentemente e mi pare 
riesca con efficacia a correggere taluni giudizj ingiusti, già dati da altri in- 
torno all'opera di questo coraggioso scienziato, filosofo e poeta antimarinista. 
Il G., proponendosi di parlare altra volta del Giampoli come uomo politico, 
e de' suoi Brevi scritti in purgatissimo latino, chiude l'attuale studio con un 
catalogo dei documenti mss. da lui consultali nella biblioteca Barberini, nel- 
la biblioteca Buoncompagni, nella Gasanatese, nella Gorsiniana, nella Mar- 
ciana, nella Marucelliana, nella Nazionale di Firenze, nella Vaticana, nella 
V. Emanuele; con un indice delle opere a stampa del Giampoli, e con un 
altro dei principali autori che parlano di lui. 

Il secondo studio (pp. 175-216) si collega in qualche modo col primo, 
perché tratta delle poesie del figlio di Galileo, Vincenzo. Di questo scrittóre 
non avevamo che scarse notizie forniteci dal Salvioni. Ora il nostro A. ci 
offre di lui un nuovo cenno biografico dettato da Antonio Favaro, poi ne 
esamina le non poche poesie inedite esistenti in un codice Riccardiano, ed un 
curioso libro in rima, intitolato V Oracolo, che pure trovasi inedito in un co- 
dice della Marciana e in uno della Naniana. Dai versi qua e là riportati, ci 
pare che Vincenzo Galilei (1606-1649) meritasse veramente lo studio del quale 
il G. lo ha fatto oggetto, perché il poeta piace ed è notevole per una certa 
facilità ed arguta festività di verso, per un fresco sentimento della natura, 



^54 RASSEGNA BIBLIOGRFIACA 

degenerante spesso in, ardenza carnale, ma sincero, per varietà e novità di 
ritmi e di strofe, per ricchezza di lingua, e per le numerose prove ch'egli dà, 
specie neW Oracolo (enorme raccoìta dì 8i profezie ài '2,1 quartina ciascuna), 
di ingegno acuto, perspicace, osservatore e collo. Il G. pensa che un diligente 
raffronto fatto sui codici, tra le poesie di Vincenzo e quelle attribuite a Ga- 
lileo, potrebbe, per ragioni di stile e di grafia, condurre forse a stabilire come 
opera del figlio alcune poesie già al padre attribuite. 

Di molto minor valore sono le rime componenti Un canzoniere inedito 
che il C. pubblica diplomaticamente (pp. 220-244), traendoìo da un codice 
Marciano. Dev'essere della fine del secolo XVI, di autore veneto, forse pa- 
dovano. Qua e là presenta qualche espressione di sentimento amoroso vi- 
vace e sincero, ma nell'insieme non differisce dai molti canzonieri freddi e 
convenzionali della scuola del Bembo. 

I drammi dei boschi e delle marine sono l'oggetto del quarto studio 
(pp. 244-320). L'A. ne ricerca l'origine, ne mostra lo svolgimento storico, 
traverso l'egloga, l'idillio, il dramma profano, la tragicomedia, la farsa, e poi 
ne esamina gli elementi e i caratteri peculiari, la parte umana, la parte ma- 
gica, la parte mitologica: studio diligente, che, se non riesce a nuove con- 
clusioni, ampiamente e acutamente riafferma e comprova quanto altri asserì'; 
un bel capitolo della storia interna di uno dei componimenti pili caratteri- 
stici della nostra letteratura di un secolo e mezzo; frutto di faticosa ricerca 
e paziente lettura di molti drammi per la massima parte dimenticali, e dei 
quali l'A. dà in appendice una utile bibliografia. 

Alcune brevi osservazioni troviamo nelle pagine che seguono (321-343) 
intorno al paesaggio nelle opere di Giosuè Carducci, dove è studialo il riflesso 
del mondo esteriore nelle opere del nostro grande poeta, ovvero i modi ch'ei 
tiene nel descrivere la natura; e cercasi di mostrare qual parte nelle sue 
rappresentazioni abbiano le facoltà dell'anima e il temperamento nativo e 
qual parte la sua cultura antica e moderna. 

Lo scritto su Roberto d'Angiò, (pp. 344-35G) è qualcosa di pili che una 
recensione del libro pubblicato da G. B. Siragusa sullo slesso argomento, fin 
dal 1891, perché in esso bellamente l'A. delinea il carattere del collo principe, 
e chiarisce qual posto gli spetti nella politica non solo, ma anche nelle lettere. 

Interessante riuscirà la notizia di alcuni Plagi aleardiani (pp. 357-378). Il 
C. dimostra che l'Aleardi nelle Prime storie (1845) s'ispirò al Deluge (1823) di 
Alfred de Vigny, imitandone alcuni concelti e talvolta addirittura tradncen- 
done versi interi. Dimostra che nella " fantasia , È morta, inspirata dell'in- 
sieme a Sur una morte del De Musset, é con arte inserita la Vendetta dei 
fiori del poeta tedesco Ferdinando Freiligrath ; indica una rassomiglianza 
tra II Cantore Schakouli del nostro poeta ed il Beltrame da Barn del- 
l' Uhland; svela che la famosa Valle della morte non è che una traduzione 
letterale di una poesia del Lenau, e che, in fine, la noia similitudine, nella 
prima delle Lettere a Maria, delle due isoletle che " si guardan sempre e 
* non si toccan mai „, è tolta allo spagnolo Don Manuel del Palacio. E vero 
peraltro che il poeta veronese, pur compiendo talvolta veri e proprj plagj, 
ha saputo sempre con beli' arte far suoi, concelti e disegni di altri, ed im- 
prontarli del suo ingegno. 



DELLà LETTERAtURA ITALIANA 255 

Segue la conferenza che il G. tenne già nel '98, al Collegio Romano, su 
L'estetica della tradizione nel Leopardi (pp. 377-98), dove, con un esame del 
Saggio sugli errori popolari degli antichi e dei Pensieri, si cerca mostrare 
come il Recanatese seppe trovare elementi di bellezza e oggetti di medita- 
zione, nelle leggende, nei miti, nelle tradizioni antiche e moderne. 

Nelle ultime pagine del volume l'A. vuol difendere lo scritto suo, / Codici 
francesi della Biblioteca Nazionale di S. Marco in Venezia, descritti e illu- 
strati, pubblicato nel '97, contro alcune osservazioni mossegli dal Mussafia 
e dal Meyer; ed aggiunge Due indici inediti dei codici francesi della Mar- 
ciana (pp. 399-418), utili a fornire qualche luce nuova circa la provenienza 
dei codici Gonzaga-Recanati. 

Come può vedersi anche dalla sommaria esposizione che ho fatta del suo 
contenuto, il volume é un pregevole frutto di varia cultura ed erudizione. 

G. B. Marchesi. 

GiusKPPE PiTRÈ. — Feste patronali in Sicilia (voi. XXI della Biblioteca di 
tradizioni popolari siciliane) Torino- Palermo, Clausen, 1900 (pp. LXIV 572 
con 21 incisioni nel testo e 3 tavole fuori testo). 

A chi non abbia una idea delle feste patronali nei paesi della Sicilia può 
sembrare che una raccolta di descrizioni di esse debba riuscire prolissa e 
noiosa. Ma non ha che a scorrere qualche pagina di questo volume del Pitrè 
per ricredersi compiutamente. 

Le feste del patrono sono forse la cosa pili cara a codesto popolo, quelle 
che, per la più costante tradizione, ce ne lasciano meglio studiare i lati ca- 
ratteristici, che danno alla demopsicologia della Sicilia uno dei più importanti 
contributi. 

Il popolo siciliano ama ciò che colpisce la sua fantasia, anzi fantasia e 
sentimento religioso sono la stessa cosa; ama sinceramente, intimamente, 
raa vuol rappresentarsi come persone vive e sensibili i suoi santi e il suo 
Dio, la sua Madonna. Simile in questo ai primi uomini del ge?itilesimo che 
6. B. Vico dice ' semplici e rozzi, che per forte inganno di robustissime fan- 

* lasie credettero veramente veder in terra gli Dei ,. Simile ancora, perché 
la religione cristiana vi è più che altrove paganizzala. 

E, perché non dirlo? storicamente indietro, nella esplicazione del senti- 
mento religioso come in parte nell'ordinamento e nelle abitudini sociali, tanto 
simili al feudalismo alla fine del secolo XIX ! 

"Il santo patrono è senz'altro una specie di divinità locale, che egli 
" prega, suppHca come Dio, e dalla quale tutto chiede, lutto vuole, e certe 

• volte tutto pretende con argomenti che chiamano il sorriso sulle labbra degli 
" spettatori più serj , (p. XXIX). 

Altra cosa naturale è che il sentimento e la fantasia vigorosa e vergine 
convenientemente sfruttata dai ministri del culto diede e dà tuttora dolorosi 
frutti, per cui i tempi più da noi remoti sono ancora il tempo presente in 
moltissimi posti. 

Quasi ogni patrono oltre alla leggenda che ci viene dalla tradizione gene- 
rale ecclesiastica ne ha una locale. Il Pitrè ci riferisce quali sono le varie forme 
e specie di queste leggende distribuendole per quanto è possibile in gruppi. 



256 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

Tra gli altri ha uno speciale interesse quanto si riferisce alla lotta pei 
Normanni con i Saraceni, che prova l'esistenza in Sicilia e la localizza- 
zione di un ciclo arabo-normanno. Si riproducono perfino i combattimenti 
leggendarj ed i tornei nelle ricorrenze della festa del santo, fra Normanni 
ad es. e Saraceni a Scicli, fra Lombardi e Saraceni ad Aidone, antica co- 
lonia lombarda. Si giudichi da ciò di quale e quanto interesse sieno i co- 
stumi e le tradizioni popolari riguardanti i patroni. 

I Festini descritti dal Pitrè, varj di estensione, di materie e di circostanze 
sono 60 su 92 comuni dell' Isola. Ogni descrizione comincia colla leggenda 
del patrono, continua colla descrizione degli usi, delle pratiche, delle super- 
stizioni pili notevoli. Nell'introduzione invece sono ampiamente studiati nel 
loro insieme. Non potendo di questa dare minuto conto ci contentiamo di 
dir qualche cosa solo degli importanti paragrafi XII e XIII. 

Le cose riferite nel primo, dove si tocca delle gare religiose, erano in 
parte già note, ma il Pitrè ne pone in rilievo lo straordinario interesse come 
fenomeno socialmente morboso. Le lotte tra i partigiani di santi nello stesso 
paese o fra paesi vicini esistevano prima anche nelle maggiori città. Ma 
a poco a poco sono scomparse, non lasciando altro che qualche verso mot- 
teggevole, qualche aneddoto, qualche motto. Famoso è ad es. a Catania il 
campanilismo degli acitani, seguaci di S. Venera, e ad Aci quello dei catanesi, 
seguaci di S. Agata; e se ne dicono di tutti i colori tanto acitani che catanesi. 
Pensiamo che si potrebbe fare una curiosa raccolta di tali aneddoti e in- 
giuriosi motteggi. A nostro credere tale fenomeno deriva in parte dal co- 
mune e generale antagonismo fra paesi, vecchio quanto il mondo, * ma in 
grandissima parte il fenomeno odierno in Sicilia, come dapertutto dove assu- 
me forme patologiche, è dovuto alle confraternite ed ai preti. Perciò è cosa 
un po' cronica. A Francofonte ad esempio le lotte rimontano al sec. XVI (vedi 
Pitrè p. L, 316, 343-44); a Ragusa invece al 1865 (Pitrè p, LIV). Come è natu- 
rale il Pitrè per l'economia del lavoro non vi si trattiene molto a lungo, ma 
l'argomento merita speciale ricerca e attenzione. 

Nel paragrafo XIU dopo averci parlalo degli avanzi pagani numerosis- 
simi, fra i quali è notevole quello della Sibilla di Marsala, consultata e scon- 
giurata ancora dalle comari,^ accenna alle varie forme di poesia religiosa. 
Non è, a mio credere, interamente vero che la musa religiosa sia, come dice 
il Pitrè, " troppo modesta colle formolette e gli intercalari che le donnic- 
• ciuole recitano a bassa voce „ seguendo il simulacro, o " troppo elevata , 
e seniiletteraria con i dialoghi dei personaggi simbolici. 

Fra r una e l' altra vi è una forma media e schietlamete popolare. Vi sono 
bellissimi canti che hanno per soggetto leggende sacre o preghiere, com- 
pletamente dialettali e popolari. Alcuni ricordo di aver letto nelle stesse 
raccolte del Pitrè e dei valorosi suoi collaboratori (v. ad es. in questo stesso 
voi. a pagg. 64-66, 391 ecc.), altri ho potuto raccogliere da me. Di questi un 
genere assai dehcato merita l' attenzione del folklorista : quelli nei quali con 
colori umani e naturali è rappresentata la vita familiare di Maria, S. Giu- 



• Vedine esempj in Anth. graeca. /teuiodoco fv. 1-5, Focilide fr. 16, ed. Hiller-Crusius. 
3 Rileviamo una noticina, che ci è cara quasi quanto il libro stesso che abbiamo sott'oc- 
chio.Qella quale il PUrè promette di darci un altro volume della sua biblioteca. 



DBLLA LBtTBRATimA ìtALÌANA 25? 

seppe e degli altri santi. Molli canti poi si riferiscono alle funzioni sacre dei 
festini, r illustrazione dei quali con ricerca paziente potrebbesi forse fare 
in buona parte anche per n^ezzo di essi.* 

Se questo il Pitrè non poteva fare che in parte e solo qua e là, il che 
non porta nessun guasto al suo lavoro, quello che ci ha dato è cosi copioso 
e bene ordinato e valutato, che meglio non si potrebbe. 

Questo volume aumenta d'assai l'abbondante materia che i precedenti 
ban preparato alla conoscenza della vita siciliana. 

" Con i folkloristi, egli dice a ragione, ed i sociologi forse più di essi, 

* altri studiosi avranno pabulo di considerazioni d'ordine filosofico e morale, 

• civile e religioso ,. Per noi l'operosità tutta del Pitrè è, oltre a ciò, un vivo 
segno che il popolo siciliano con le sue foi-ze, con la conoscenza di sé, ri- 
sorge moralmente e mostra la vanità di quel fatalismo etnico, pel quale da 
molti, che pur da questo volume del Pitrè forse trarranno argomenti in fa- 
vore delle loro dottrine, oggi è considerato come una specie di razza infe- 
riore. GiDSEPPE Lombardo Radice. 

Emilio De Benedetti. — La vita e le opere di Francesco D'Ambra. — Fi- 
renze, ufficio della Rassegna Nazionale. Pistoia, 1899, tipogr. Giuseppe 
Fiori (8.», pp. 89). 

Valendosi di memorie genealogiche manoscritte e di sue proprie ricerche 
neir Archivio fiorentino, l'A. si rifa dalle prime notizie che ci rimangono su 
i D'Ambra, che sono quelle della concessione della cittadinanza, fatta loro 
nel 1360, e riassume le vicende della discendenza fino alla nascita di Fran- 
cesco, dèlia quale resulta determinata con esattezza la data (23 luglio 1499). 
Segue poi il commediografo nella vita privata e politica, e coordina le in- 
formazioni già note e quelle da lui nuovamente raccolte sulla parte che il 
D'Ambra ebbe nella vita letteraria del tempo, specie come membro zelante 
e lettore fortunato ed autorevole capo dell'Accademia fiorentina nei primi 
decennj d^lla sua fondazione. Codesti dati biografici non sono in verità co- 
piosi, non certo per negligenza dell'A., il quale anzi si studia di compierli con 
ragionevoli ipotesi, mostrando ad esempio che la morte del nostro commedio- 
grafo avvenne nel '58 ; e qui come altrove (a pp. 7, 14 n. 2 e 18) corregge 
alcune inesattezze del Gabolto. Un articolo del quale, pubblicato dodici anni 
addietro nel giornale La letteratura di Torino, rimase interrotto, contro il 
primo disegno, all'esame del Furto: onde il De Benedetti, sottoponendo a 
particolare disamina tutte e tre le commedie del D'Ambra, ha fatto cosa 
nuova ed utile. 

Al sunto d' ogni commedia premette le indicazioni bibliografiche e quelle 
esteme, sul prologo e sul modo e tempo di recitazione : de' Bernardi mette 
anzi a luce per la prima volta la lettera dedicatoria a Cosimo e ripubblica 
il prologo quala è dato dai mss., con lievi differenze dalla stampa: troppo 
lievi invero — : suggerite come sono soltanto da ragioni di versificazione — 
perché mettesse conto di riprodurre integralmente le due redazioni. Qualche 



1 Uns raccolta di canti siculo-calabri, di cai gran parte dì argomento religioso ho fatto 
col mìo amico Adolfo Natoli e spero di poterla aver pronta fra non molto. 



258 RASSEGNA BtfiLtOOtlAFlCA 

segno di prolissità, non manca del resto in altri luoghi (a pp. 20-22, per 
esempio). Sobrj invece sono i sunti delle commedie: ai quali tien dietro lo 
studio dei tipi. I personaggi vi son raggruppati secondo la loro condizione, 
coi lineamenti e sentimenti onde al D'Ambra piacque immaginarli. Qui si 
considerano dunque i caratteri, sebbene il Nostro assai poco sviluppo dia 
ad essi del pari che gli altri commediografi cinquecentisti. L'ultima parte 
dello scritto è dedicata agli intrecci e alle loro relazioni di parentela colle 
altre commedie di quel secolo : e ci sembra la meno compiuta. Nel riguardo 
del Furto era da richiamare anche la Cassarla dell'Ariosto, alla quale si ri- 
connette senza dubbio l'azione dell'amore di Gismondo Castrucci per Au- 
relia, specie nelle astuzie di lui e di Mario per strapparla dalle mani di 
Rinuccio Corso, un ruffiano di grado un po' più alto. Opportunamente so- 
no additati come modello ai Bernardi i Suppositi, ma per l' invenzione con 
che il servo Bolognino cerca di salvare il padroncino, fantasticando di un 
depredamento del quale sarebbe rimasto vittima il famiglio, mandato per al- 
cune esazioni (a. I, se. 4.*), non si doveva tacere che è messa in opera, nelle 
identiche circostanze, nelle Bacchides (a. I, se. 4.°); e nel carattere del vec- 
chio Cambio, geloso dell' onore della propria figlia, era da riconoscere, abil- 
mente trasmutala, la figura del classico avaro, che rivive invece, nei suoi 
proprj tratti, in un altro personaggio della stessa commedia : in Fazio (V, se. 7.'). 
Della Cofanaria sono posti giustamente in rilievo i modelli nella Cistellaria, 
nel Negromante ariostesco e nella Calandra: ed è detto a ragione com'essa 
ci presenti, per il tipo del Negromante * uno degli aspetti della vita vissuta 
" in quei tempi „ (p. 80). Del pari s' ha a riconoscere carattere e forza di rap- 
presentazione satirica della realtà, secondo a noi sembra, alla figura di Stoldo 
Malefici, uno di quei benemeriti attori di pupilli, c\ì& mancherebbero alloro 
nome, se non si valessero delle sostanze di cui hanno l'amministrazione 

(I.SC. l.«). ,^, ,.,;, 

Flagellava cosi il commediografo disordini cittadini : e disordini non meno 
gravi e colpe più vergognose rimproverava agli ecclesiastici, in più luoghi 
delle sue commedie, che era bene radunare tutti, ' e per la loro speciale signi- 
ficazione, e perché conferiscono al teatro del D'Ambra un Gai"attere ch'egli 
redo forse dall'Aretino: l'efficacia del quale si palesa anche per altri segni. 

Siffatto contenuto satirico è un pregio delle commedie del D'Ambra; non 
diremmo che un altro ne sia la cura del colorito locale, eh' è più fedelmente 
serbato dal Lasca. Oltre e più che come documenti del tempo e del costume, 
esse hanno valore come testimonianza di certi avviamenti del teatro fioren- 
tino, segnando quasi il trapiantarsi in Firenze della tradizione comica ario- 
stesca: e questo posto si dovrà assegnar loro da chi imprenda a studiare 
i caratteri e le vicende del teatro fiorentino. F. Pinxor. 



> Si notino, nel Furto, oMve, le parole del prologo sul decadimento morale di Roma, la 
scena IV, 5, e sulla ghiottoneria degli ecclesiastici, la 111,10: infine, sulle relazioni delle 
famiglie coi monasteri e sulle chiacchiere delle monache, eh' è satira schiettamente citta- 
dina, le scene II, 3 e III, 5. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 259 

PUBBLICAZIONI 
DI STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO. 

B. Croce, G. Ceci, M. d'Ayala, S. di Giacomo. — La Rivoluzione napoletana 
del 1799 illustrata con ritratti, vedute, autografi ed altri documenti figu- 
rativi e grafici del tempo. Albo pubblicato nella ricorrenza del primo 
centenario dalla repubblica napoletana. — Napoli, A. Morano, 1899 (4." 
grande, pp. XXVIII-62, oltre 75 tavole). 

Nel marzo dello scorso anno si costituf in Napoli un Comitato con l'in- 
tento di celebrare il primo centenario della Rivoluzione napoletana del 1799. 
Fu deliberato di tenere delle conferenze popolari da stamparsi poi in volume, 
di pubblicare un Albo illustrativo e di coniare una medaglia, eseguita poi da 
Francesco lerace e riprodotta in coda alle illustrazioni nell'Albo suddetto.* 
Questo, " frutto — scrivono gli editori — di molteplici e faticose ricerche, 
" che si son dovute compiere in tempo assai breve „, consta di 75 tavole, 
precedute opportunamente, come da un rapido ragguaglio degli avvenimenti 
del 1799, dalla ristampa dell'opuscolo Intorno alla guerra tra la repubblica 
francese e il Re di Napoli ed alla rivoluzione che ne fu conseguenza del 
generale Francesco Pignatelli Strongoli, intorno al quale il Croce porge 
molte interessanti notizie. 

Dan principio alla serie delle illustrazioni (175 in tutto, a ognuna delle 
quali corrisponde una delle dotte e copiose note illustrative poste in calce 
al volume) i ritratti di Ferdinando lY e di Maria Carolina (poco avanti il 
1799) e la • Famiglia reale di Napoli , quadro di Angelica Kaufraann (1783), 
che si conserva ora nella R. Pinacoteca di Capodimonte. Della regina Ca- 
rolina è dato anche un ritratto a sessant' anni e la maschera mortuaria (un. 
156-7), che il defunto direttore della real casa Giuseppe Rosati ritrovò, tra 
vecchie e rotte suppellettili, in un soffitto del palazzo reale di Caserta. Le 
vittime della feroce reazione, di cui sono inseriti i ritratti, spno : il Duca 
della Torre Ascanio Filomarino cultore di scienze fisiche, trucidato col fra- 
tello Clemente che fu autore di varie composizioni poetiche, Mario Pagano, 
Domenico Cirillo, Eleonora Fonseca Pimentel, Gabriele Manthoné, il letterato 
Gregorio Mattei, Vincenzo de Filippis insigne matematico, il vescovo Francesco 
Saverio Granata, Carlo Muscari capolegione della guardia nazionale, Monsignor 
Michele Natale vescovo di Vico, Gennaro Serra di Cassano, Ferdinando Pi- 
gnatelli, Francesco Conforti, Ignazio Ciaia, il bibliotecario Pasquale Baffi, 



1 Una quarta proposta, del barone Kiccola Nisco, fu di raccogliere una somma per e- 
levare al Oaracciolu la statua sulla base che, ahimè, da tanti anni l'attende, al principio 
della via chiamata appunto col nome dell'infelice eroe. 



260 RASSEGNA BIBI.IOORAPICA 

Giuseppe Albanese, i giuristi Francescantonio Astore ed Ercole d'Agnese, 
Carlo Mauri marchese di Polvica, il vescovo di Potenza 6. Andrea Serrao, 
il generale Francesco Federici, Luigia Sanfelice ' Del pi-ete calabrese Antonio 
Toscano, V eroe di Vigliena, è offerto il disegno di una statua di Francesco 
lerace (n. 169). Anche di altri martiri politici che, se scamparon la vita, non 
furon per questo man perseguitati dai nemici della libertà, e di altri perso- 
naggi che preser parte più o meao importante ai fatti d' allora, si rinvengono 
i ritratti : i generali Acton, Mack, Macdonald, Championnet e Thiébault, il 
principe ereditario Francesco a sedici anni, Luigi de Medici reggente della Vi- 
caria (1790-5), Giuseppe Zurlo " direttore delle Finanze ,, G. M. Capece Zurlo 
arcivescovo di Napoli, il principino di Ganosa Antonio Capece Minatolo ' E- 
" letto della Città ,, Lucio Caracciolo duca di Roccaroraana, Vincenzo Pigna- 
telli, Antonio Jerocades il poeta della Massoneria, l'abate e letterato Fran- 
cesco Salii, Domenico Forges Davanzali prevosto della chiesa palatina di Ga- 
nosa, Emanuele Mastelloni, Oroozo de Donno, Domenico Cimarosa, Fabrizio 
Ruffo, il colonnello Vito Nunziante, le duchesse Giulia e Mariantonia Carafa 
dette le " Madri della Patria ,, Guglielmo Pepe. Nelson, Hamilton, Emma 
LyoQ, Gaspare Vanvitelli avvocato ufficioso dei rei di Stato, la patriota Cri- 
stina Chiarizia, il medico Antonio Villari, e gli storici Francesco Lomonaco, 
Amo(Jio Ricciardi, F. Pignatelli Strongoli (!' autore dell' opuscolo premesso 
air Albo), Vincenzo Coco e Pietro Colletta, che furono essi stessi attori nella 
rivoluzione e per i primi si scagliaron con la 0enna contro i tiranni vinci- 
tori, elevando un inno di lode ai morti sul patibolo.* Certo, è deplorevole 



I Nn. U, 53-7, 59, 61-9, 71-5, 77-8, 80, 81, 91. — Il secondo ritratto del Cirillo è della Kauf- 
matiD. Notevoli di lui i volumi autografi (d. 58) cou osservazioni mediche: al n. 118 si vede 
la sua abitazione in Napoli. Cfr. sul C. Breve cetnio sitila nnscila e fue di D. C, presidfvte della 
repubblica partenopea del 1799, Grumo Nevano, 1899 — Sul Mantboné v. il recente scritto di 
F. DI Giovanni, G. M. e la liepnbblira partenopea, Cbieti, 1899. — Il fregio, messo a capo della 
Prefazione, è l'esecuzione della Pimentel, bassorilievo di Tito Angelini, d'un trent'annifa. Al 
n. 141 è un dipinto della Sagrestia del Duomo di Vico, al posto del ritratto del vescovo Na- 
tale: "un "paffuto angioletto che impone silenzio „. Al n. 143 è xm' Allegoria per In martedì 
Oennaro Serra attribuita alla Kuufmann. Intorno al Baffi cfr. questa Kass., Vili, 92. Il n. 90 
rappresenta la casa della Sanfelice al Largo della Carità: il n. 36 quella dei Filomarino. Il 
ritratto del capo dei lazzaroni Michele Marino detto il Pazzo (n. 38) non è che una buona 
ricostruzione, fatta testé, su dati storici, da V. La Bella. 

* Nn. 4, 10, 11, 21-3, 29, 31, 33, 39, 44, 70, 76, 79, 82-4, 97, 103-4, 116-7, 123, 130-2, 136-7, 142, 
162-7. — Il secondo ritratto dello Championnet è da " conquistatore di Napoli ,. Sullo Zurlo 
lesse un discorso P. 8. Mancini; vedine la ristampa in Bicordo della itianguraìione del mo- 
vumevto eretto in Baranello sua patria al Conte Giuseppe Zurlo, 8 magyio 1898, Campobasso, 
1894. _ Il ritratto del Cimarosa è su una stampa dell' inn o patriottico da lui musicato su 
versi di Luigi Eossi. Al n. 139 è introdotto dagli editori il servo di Dio D. Placido Baccber, 
come rappresentante di quella famiglia che ebbe cosi ragguardevole parte nella controri- 
voluzione. Il n. 158 riproduce la maschera mortuaria del Ruffo e il n. 147 un basto di lui 
negli ultimi anni di sua vita. Il n.20è la fotografia del Palazzo Sessa a Cappella Vecchia, 
dimora degli Hamilton e di Nelson. — Su Antonio Villari, oltre gli scritti citati in nota 
dagli editori, V. A. Villari, // medico A. Y. e tre lettere inediti di A/. CoroJwa, Tr»»i, 189V. 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 261 

la mancanza dei ritratti del Caracciolo, del Lauberg e di altri, e non tutti 
quelli presentati soddisfano pienamente ; ma " non può tutto la virtù che 

* vuole ,. Gli editori per i primi riconoscon cotesti difetti; anzi si ripromet- 
tono che * ad alcune di queste mancanze sarà forse possibile riparare in 

* una nuova edizione, quando i lettori, messi sull'avviso dalla pubblicazione 

* di questo Albo, ci avranno aiutati a scovrire gh originali desiderati „. 

Oltre le riproduzioni delle medaglie commemorative dell'epoca (nn. 12, 
148-9, 151-2), delle monete ed emblemi della repubblica (nn. 50-2, 85-8, 100), 
di autografi e pagine di giornali del tempo (nn. 15, 26, 32, 48, 60, 92-3, 95-ft, 
110, 127, 138, 140); notevoli sono sopratutto una pagina del giornale di bordo 
del Caracciolo, il primo numero del Monitore Napolitano, l'annunzio nel Mo- 
nitore della rivelazione (Jella congiura dei Baccher, le firme della Sanfelice, 
delle persone autorevoli della repubblica e dei capimasse, e l'ultima lettera 
del Mattei, di piante e panorami di città e di fortezze (nn. 94, 106-9,111-5, 
119-22,128); sono poi interessantissimi, per verità e precisione, i seguenti 
nove acquerelli contemporanei: Tumulto della plebe innanzi alla Reggia, 
Uccisione per opera della plebe del corriere del re Ferrari, Assalto di Castel- 
nuovo ed armamento della plebe, Giuseppe Zurlo condotto dalla plebe da S. Lo- 
renzo al Carmine, Fucilazione e rogo dei fratelli Filomarino, Combattimento 
della plebe contro i Francesi al ponte della Maddalena, Attendamento dei Fran- 
cesi al largo delle Pigne, Ballo dì patrioti e patriote nella stanza del priore nel 
convento di S. Martino, Il generale Championnet si resa ad installare il go- 
verno provvisorio. Essi appartengono alla Memoria degli avvenimenti popolari 
dì Emmanuele Palermo.' Importanti son pure le numerose vedute di Napoli 
antica: Il foro Carolino (oggi Piazza Dante), Il largo del Palazzo reale nel 
1777 e nel 1794, Il largo del Castello nel secolo XVIII, Il carcere della Vi- 
caria, Porta Capuana, Il Castel S. Elmo nel secolo XVIII, Il largo del pa- 
lazzo Nazionale (Reale) con l'albero della Libertà (del quale al n. 99 si vede 
una figura a parte). Veduta dei Granili nel 1799, Il Chiatamone col castello 
dell' Uovo, La piazza del Mercato, La chiesetta di S. Barbera in Cnstelnuovo, 
che accolse i cadaveri di varj patrioti, S. Lucia con la chiesa di S. Maria 
a Catena, dove giacciono i resti dello sventurato ammiraglio. Abbondano 
anche neìVAlbo non poche curiosità, riunite insieme con amorosa cura dagli 
editori : due caricature tedesche {Re Ferdinando da pescivendolo, Armamento 
di lazzaroni, quest'ultima già edita dal Croce nel voi. Pulcinella e il perso- 



• È nella Bibl. di S. Martino (.'fr. il notevole scritto di V. Spinazzola, Ricordi e dncum. 
inediti della Rivol. nnp. del 99 cnitseivati nel Museo Sai. di S. Martino, in .Y.'<yi. nohiliss.. Vili, 
1899, 6-7. — La incisiune 41 dell'Albo è una stampa francese rappresentante un Coinhalti- 
mettlo tra francesi e kmaroni per le vie di Xapoli; forse tra la Chiesa e il Castello del Carmine. 



262 RASSEGNA BIBLIOGRAFICA 

naggio del napoletano in commedia^ Roma, 1899, pp. 54-6), quattro contro i 
francesi e la Francia repubblicana, una pagina della censura teatrale del 1798 
in cui " si vede come un arguto poeta, il Lorenzi, funzionando da regio re- 
• visore, perdesse in sommo grado lo spirito „, un bigliettino di comunione 
con motti repubblicani, un avviso di teatro, la bandiera della Santa Fede, una 
figura fantastica di Fra Diavolo, una stampa sacra reazionaria col diavolo 
che porta nell'Inferno l'albero della Libertà e la bandiera, tricolore e con 
la forca da cui pendono impiccati i giacobini, tre pagine di un conto di spese 
per impiccagione e decapitazione di sette patrioti, la Gran Croce dell'ordine 
di S. Ferdinando e del Merito istituito il 1.° aprile 1800, due doni dei sovrani 
al Ruffo (piatto con i ritratti di Ferdinando e Carolina, coverchio di scatola 
con scena ritraente l'entrata del Cardinale in Na|foli dal ponte della Mad- 
dalena) e molte altre stampe fantastiche allusive al trionfo della reazione e 
inneggianti con sfacciata adulazione al sovrano : Coalizione delle Potenze al- 
leale contro i rivoluzionari francesi, due sul vero miracolo di S. Antonio di 
Padova a 13 di giugno 1799 (per la resa di Castel S. Elmo), Il cardinale 
Ruffo da trionfatore, Il novello Tito ossia Re Ferdinando [V, Il ritorno dei 
Principi ereditari a Napoli (col motto : * Mira, Signor, che torni a' palrii liti, 
" Del comune piacer segni infiniti ,), Il ritorno in Napoli di Re Ferdinando, 
Re Ferdinando restitutore della religione. Chiudono infine degnamente questa 
bella pubblicazione le incisioni di alcuni quadri moderni ispirati alla rivolu- 
zione napohtana: Le madri della patria di G. Scinti, Caracciolo tradito da 
un suo servo ed arrestato di R. Tancredi, Il cadavere di Caracciolo ricompare 
nel golfo di Napoli a Re Ferdinando di E. Cercone, Luigia Sanf elice nel car- 
cere e La Sanf elice che sbarca a Napoli per esser condotta a morte di G. Toma. 
È inutile rilevare i pregj dell'opera, che evidentemente risultano dalla re- 
lazione che se n'è fatta. Meritan quindi ogni lode ed incoraggiamento i volen- 
terosi e colti editori, i quali nella prefazione annunziano che a questo primo 
Albo faran seguire degli altri consimili sui più importanti periodi storici della 
nostra Napoli, come il Rinascimento nell'Italia meridionale, la Rivoluzione di 
Masaniello, il Regno di Carlo III, il Decennio francese, le Rivoluzioni dal 
1820 al 1860. F. de Simone Brouwer. 



A. Pkrrella. — L'anno 1799 nella provincia di Campobasso. Memorie e nar- 
razioni documentate con notizie riguardanti V intiero ex-Regno di Napoli. 
Caserta, 1900 (16.° pp. 554). 

È questo un altro contributo alla storia della rivoluzione del 1799; ot- 
timo quindi è lo scopo propostosi dall' A., sebbene non troppo feUcemente 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 263 

raggiunto. Conveniva infatti dare alla materia uno svolgimento più ordinato 
che evitasse ogni confusione e ogni inutile ripetizione ; cancellare dal ma- 
noscritto alquante pagine affatto insignificanti; e non ristampare documenti 
e scritti già fatti conoscere dalle molteplici pubblicazioni venale alla luce in 
occasione del centenario e prima, né riferire brani assai lunghi di opere e 
autori notissimi. Ma, nonostante questi difetti, il volume non è privo d' im- 
portanza; poiché l'A. si è giovato di molti elementi che ha potuto racco- 
gliere dal grande Archivio di Napoli, dai Registri parrocchiali, da varj ar- 
chivi comunali, da cronache inedite e relazioni di persone autorevoli, da carte 
e curiosità del tempo serbate da alcuni privati e non ancora esaminate. 

Dopo un rapido cenno sulle condizioni politiche ed economiche della pro- 
vincia avanti la rivoluzione, l'A. discorre della venuta dei francesi, delle vio- 
lenze da loro perpetrate, e della resistenza che ad essi opposero parecchi 
comuni, Isernia principalmente; poi delle gesta dei repubblicani e realisti in 
Termoli, Guglionesi, Acquaviva CoUecroce, Gampomarino, S. Giacomo, Ripali- 
raosani, Castellino del Biferno, Montagano. A queste terribili vicende segui 
la proclamazione della Repubblica, e in quasi tutti i comuni fu piantato 
l'albero della libertà, tranne in Longano; cerimonia che diede occasione a 
molle sanguinose lolle tra liberali e reazionari. Con la istallazione in Napoli 
del Governo provvisorio anche nella provincia di Campobasso si formarono, 
secondo il nuovo ordine delle cose, le municipalità, i tribunali e le guardie 
civiche: essa fu compresa nel dipartimento del Sangro e divisa in 16 can- 
toni. Il proclama della nuova amministrazione vi fu bandito dal commissario 
generale Nicola Neri. Le contribuzioni imposte dai francesi furono gravissime, 
e i furti che commisero, i soprusi, le dissolutezze, innumerevoli; notevole 
sopralullo l'uccisione del Sindaco di Cantalupo. Narrato del tentativo rea- 
zionario con l'assedio e saccheggio di Gasacalenda, intorno al quale è ri- 
prodotta una relazione contemporanea del padre Giuseppe da Macchia, il P. 
descrive l'entrata dei repubblicani di Campobasso in Triventi, giovandosi 
anche qui d'un " breve racconto , dell'epoca, e tratta degli avvenimenti di 
Venafro, dell'assedio ed incendio di Civitanova del Sannio, e finalmente della 
caduta della Repubblica e dei fatti che accaddero in diversi paesi nell'estremo 
sforzo opposto dalla rivoluzione alla invadente e ormai sicura reazione, che 
si apprestava a compir le sue vendette. Nei seguenti capp. l'A. si occupa 
specialmente del patriota Libero Serafini di Agnone afforcato in Avellino 1' 1 1 
giugno del triste anno, della Legione Sannitica e della spedizione Belpulsi 
contro le genti del Ruffo, degli esiliati a cui furono confiscati i beni, della 
Giunta di Stato, delle condizioni politiche ed economiche dopo la Repubblica, 
degli ultimi tumulti in Vinchiaturo, Cantalupo, S. Angelo, S. Massimo e Cam- 



264 RASSEGNA BiBUOGRAFICA 

pochiaio, e del famoso rivoluzionario Andrea Vallante, di cui, basandosi su 

non poche lettere originali, lesse la vita avventurosa. 

Questo, in breve, il sunto del libro: pel quale è bene altresì raccoman- 
dare air A. che, in una futura edizione, sia meglio curata la veste tipografica, 
che in questa è scorrettissima. 

F. DE Simone Brouwer. 



Il prof. Federzoni ci indirizza questa lettera, che di buon grado 
pubblichiamo: 

Illustre professore, 

Prego la S. V. a volermi permettere di fare una breve rettifica di fatti. Nell'ultimo 
fascicolo della Rassegna Bibliografica da Lei dirotta, nella pag. 195, a proposito di uuo 
scritto dol prof. Ernesto Lamma, si dice che io abbia messa fuori la sentenza che il 
libello dantesco sin stato composto dopo il 1300. Questo non ho mai pensato io: 
anzi quello che ho inteso dimostrare è che la Vita Nuova sia stata scritta o nel prin- 
cipio del 1300, alquanto prima. 

Quanto poi alle lodi fatte allo scritto del prof. Ernesto Lamma, debbo dirle che mi 
hanno un po' mortificato; perchè vedo i miei argomenti, non so perche', chiamati arbitrari, 
e invece vedo lodate le obbiezione del prof. Lamma, le quali non hanno proprio nessun 
buon fondamento di fatti e di ragionamenti. Le cito un errore solo, cho vale per cento. 
A pag. 5 dell'Estratto AbW Ateneo Veneto il prof Lamma dice che non crede nelle 
rime del cap. XL si senta il rifacimento della prosa ; ma anzi ecc. ecc. E ben na- 
turale; perché il cap. XL da lui citato non è il cap. XL citato da me. Nel mio opu- 
scolo avevo detto ben chiaramente che facovo le citazioni secondo l'edizione del Casini; 
ma il prof Lamma, senxa pensarci su troppo, ha preso un'edizione qualunque della Vita 
Nuova, no a certo quella del Casini, che ha in parte la numerazione dei capitoli diffe- 
rente da tutte le altre; e cosf ha ragionato inutilmente sopra un capitolo che non ha 
punto che fare col ragionamento mio. 

Sono persuaso che la S. V. vorrà, per quella giustizia e cortesia letteraria che ho 
già un'altra volta esperimentata, dar posto nel suo periodico a questa rettifica: di che 
Le sarò assai grato. Mi compiaccio intanto d'aver avuto nnova occasione di confermarmi 
della S. Y. 

Bologna, 29 luglio 1900. devotissimo 

(jiOT. Federzoni. 



hhft'>?>K Oli 



La Cronaca che, per mancanza di spazio, è tralasciata nel presente fa- 
scicolo, troverà luogo, copiosissima, nel fase, venturo. 



K.'D'Avcóvk diréttòteYé^ponsahilé. ' 

Pls»i Tipografia F. MarlottU^OO. 



RASSEGM BIBLIOaRAPIOA 

DELLA LETTERATURA ITALIANA 

/>iV*«o»i; A. D'ANCONA e F. FLAMINI. ^rf«<or«.- F. MAEIOTTI. 

Anno Vili. Pisa, Ottobre-Novembre 1900. N." 9-10. 



Abbonamento annuo \ P^^ Ì'-Estero '. ". ^^* ». | ^° °'*™- ««Pwato Cent. 



SOMM.\RIO: L. Ferbari, Del " Caffè „ periodico milanese (P. Pellegrini). — R. Loh- 
GLEY Taylor, Alliteration in Italian (C. Formichi). — G. Sanesi, La vita e le opere 
di Donato Qiannotti (F. Pintor). — Comunicazioni: A. Michieli, Spigolature 
Foscoliane. — Annunzi bibliogrrafici ,(Vi si parla di: A. Loforte-Randi - L. 
Pulci - 6. B. Marchesi - A. Serena- P. Caliari). — Cronaca. — Necrologia. 



Luigi Ferrari. — Del " (7a/fè , periodico milanese del sec. XVIII (Estr. dagli 
Annali della R. Scuola Normale Sup. di Pisa, voi XXII). — Pisa, Nistri, 
1899 (8.», pp. 122). 

Se nella storia del giornalismo e insieme del pensiero italiano il Caffè 
occupa, a giudizio di tutti i critici, un posto segnalato, nessuno tuttavia aveva 
finora pensato di far questo periodico oggetto d'una ricerca estesa e defi- 
nitiva, per dar cosi * all' opera studiata ciò che merita, assegnandole il posto 
" che le spetta nella vita e nella letteratura del tempo ,. 

A tal compito s'accinse l'autore della presente monografia, con una pre- 
parazione — giova dirlo fin da principio — di metodo e di ricerche tutt' altro 
che comune in un giovane quasi alle sue prime armi, come il Ferrari, il cui 
studio è " tesi di licenza , offerta alla Scuola Normale Superiore di Pisa. 

Narrar le origini del Caffè significa rifare anzi tutto la storia di quella 
* scelta compagnia di giovani di talento „ che, verso il 1762, cominciò a ra- 
dunarsi intorno a Pietro Verri in serali convegni, nelle stanze dell'avito 
palazzo di lui : giovani pressoché tutti discesi dalla migliore aristocrazia 
lombarda, ma tutti, per un lievito inconscio di nuovi bisogni civili e intel- 
lettuali, travagliati come da un indefinibile dissidio tra le idee loro e quelle 
allor comuni alla casta cui appartenevano; animi aperti ad ogni voce no- 
vatrice, segnatamente di oltr' Alpi, che parlasse un linguaggio opposto al 
convenzionale e stantio delle Accademie e dei ritrovi letterarj più in voga. 
E non di meno (tanto è il potere dell'ambiente!) questi giovani che si rac- 
coglievano a discutere di economia politica, di filosofia storica, di legislazione, 
che davansi in comune alla lettura dei grandi inglesi contemporanei e degli 
Enciclopedisti, e che di queste opere facevano il loro sangue, non seppero 
esimersi neppur essi dal contagio dell' età e imposero il titolo grottesco d^Ac- 

IT 



266 RASSEGNA BIBIOGRAFICA 

cademia dei pugni al lor geniale ritrovo, barattando in nomi antichi romani 
(L. G. Siila, F. P. Attico, Ortensio, ecc.) quei loro, che dovevano in parte lag- 
giungere una più moderna, ma non men durevole fama! Dacché non convien 
dimenticare che fondatori dell' Accademia dei pugni, insieme con Pietro Verri, 
si contano il fratello Alessandro e quel Cesare Beccaria, che nel 17G4 rega- 
lava ai compagni di studio e all'Europa il libretto immortale sui delitti e 
sulle pene. 

A questi personaggi e ai socj minori è dedicato il primo capo della 
monografia (pp. 7-27) dove, com'è giusto, la figura di P: Verri campeggia; 
forse un pochino a scapito di alcuni secondarj membri dell'accademia, dei 
quali il lettore viene a conoscere poco pili che il nome, mentre brevi ap- 
punti biografici non gli sarebbero certo spiaciuti. 

L'intendimento dei redattori del Caffè (giugno 1764 -maggio '66) come 
apparisce dal programma del periodico e da loro scritti privati, era " stam- 
" pare dei fogli, ad imitazione dello Spettatore ,, opera ben nota ai Socj dei 
Pugni, che ne avevano fatto larghi estratti nelle loro serate accademiche. 
Ben convenne pertanto esplorare, nel principio del cap. II {Natura del pe- 
riodico e suoi estensori: pp. 27-44) in che cosa consistano queste somiglianze 
tra i due giornali, e in che cosa, per contro, sian venuti a differire tra loro 
L'accordo, nota il Ferrari, è pili aperto nei primi numeri, dove la finzione 
stessa iniziale, di riferire coUoquj svariati, avvenuti nella bottega di Caffè 
di Demetrio, fa pensare subito alla fantasia che inquadra le riflessioni argu- 
tamente morali dell' Addison. Ma ben presto i Socj dei Pugni si alienarono 
pressoché del tutto da un tale spediente d'arte, secondario per loro, a ri- 
spetto degli intenti didattici e scientifici ch'erano in cima dei loro pensieri, 
e cosi " pur continuando a togliere dallo Spectator qualche argomento e a 

* imitarne alcuni artifizj ,, presero a battere quella via, che li fece meno 
esclusivamente moralisti, meno acuti critici del costume, e in compenso più 
enciclopedici di gran lunga che il loro modello. 

Soltanto i soggetti religiosi e politici rimasero in massima esclusi, forse 
per ovvie ragioni d'opportunità: e appena un articolo Sulla patria degli 
Italiani (II, 2) ruppe un istante la consegna, richiamando anzi l'attenzione 
di molti studiosi, attribuito come fu a Pietro Verri, delle cui opinioni poli- 
tiche verrebbe ad essere non disprezzabile testimonio. Ma il Ferrari, con 
digressione nella sua minuzia opportuna e convincente, dimostra che le idee 
dell'articolo contrastano con quanto, dolorosamente, il Verri pensava in propo- 
sito. Egli " disprezzava il carattere degli Italiani, come sentiva profondamente, e 
" anche troppo, la decadenza della patria...; aveva troppo cattiva stima degli 

* Italiani per esortarli ad essere Italiani , ; mentre ciò appunto tentava con 
zelo generoso l'autore delle pagine in questione, che fu senza dubbio il 
conte G. R. Carli, istriano, il cui animo anche in altre sue opere s'indovina 
informato ad alti sensi d'amore e di fiducia per le sorti della patria, non 
divisi purtroppo dai rimanenti del cenacolo verriano. Che sigle essi usassero 
nel giornale, di che argomenti d'ordinario si occupassero e con quali articoli 
abbiano contribuito all'opera comune, è detto in breve nella chiusa del 
cap. IL 

Ma l'interesse del Caffè, almeno in riguardo ai nostri studj, si converge 



DELLA LETTERATURA ITALIANA 267 

a preferenza su quella trentina di articoli — meno che un terzo dell'opera 
intera — ove si dibattono Dottrine e polemiche letterarie. Merita dunque 
lode il Ferrari, che dedirò a tal soggetto un più lungo capitolo (pp. 44-103), 
sovrabbondante forse in certi tratti, ma nel complesso organico od istruttivo. 
Dato lo spirito ribello dei collaboratori letterarj del giornale, che furono quasi 
soli 1 due Verri e il Beccaria, ben s'intende che la parte sostanziale di quei 
discorsi in cui essi svolgono dottrine critiche personali dovesse esser di 
riazione e d'antitesi alle tendenze allora in voga: essi consentono con l'Al- 
garotti, col Bettinelli, col Cesarotti in molti concepimenti generici, salvo che 
di frequente esagerano, con foga giovanile, gravando su asserti già in sé non 
guari temperati. 

Per esempio, la venerazione verso gli antichi, posti quasi ad unica norma 
di buon gusto dalla letteratura ufficiale del tempo, deve in tutto ceder luogo 
a principj generali filosofici, appoggiati sulla scienza dello spirito umano; ed 
ecco — frutto prezioso di queste in parte discutibili opinioni — ecco il 
il Beccaria dises;nare nel Caffè le principali linee del suo celebre trattato 
Dello stile. Una volta su questa china, i Socj dei Pugni furono ben lungi 
dal contenersi nelle norme d'un certo rationabile obsequium, e via via, dalle 
Serissime ripetute diatribe contro i pedanti e contro le Accademie d'allora, 
giunsero alla concezione d'una letteratura, a dir cosi, cosmopolita nella forma 
e nel pensiero, avversa ad ogni criterio conservativo nel linguaggio medesimo: 
fino a trascendere in quella ben nota Rinunzia avanti Nodaro al vocabolario 
della Crusca, della quale resta non lieto testimonio di fatto il modo inele- 
gante e infranciosato, onde quasi sempre gli scrittori del Caffè davano e- 
spressione al loro pensiero. 

L'analisi degli articoli qui accennati è condotta con larghezza ed acume. 
Solo un appunto, su cui il Ferrari pili volte ritorna, e che dà quasi l'into- 
nazione critica al capitolo intero, può sembrare eccessivo : quello cioè che 
le ardite dottrine letterarie sosteimte nel periodico " né, considerate rispetto 
* ai bisogni del tempo, hanno il pregio della compiutezza, né, studi