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Full text of "La Rassegna della letteratura italiana"

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LA   RASSEGNA 

Già  Rassegna  bibliografica  della  Letteratura  italiana 
fondata  da  ALESSANDRO  D'ANCONA 

DIRETTA  DA 

FRANCESCO  FLAMINI  -  ACHILLE  PELLIZ2ARI 

Professore  di  Letteratura  italiana  Professore  di  Letteratura  italiana 

nella  R.  Università  di  Pisa  nella  R.  Università  di  Catania 

Serie  III  ^   Volume  li  Numero  1  Firenze,  febbraio  19ÌÌ~ 


U '^  Erotokritos  y^  di  Vincenzo  Cornavo 
^^  e  le  sue  fonti  italiane 


I. 

Di  questo  poema  di  diecimila  e  cinquanta  versi  *  politici  '  rimati,  com- 
posto nella  seconda  metà  del  XVI  secolo  nell'isola  di  Creta  da  un  vene- 
ziano ellenizzato,  e  che  forma  il  più  insigne  monumento  della  poesia  vol- 
gare neoellenica,  e  da  più  generazioni  lettura  prediletta  dei  popolo  greco, 
abbiamo  il  dovere  di  occuparci  un  po'  anche  noi  italiani.  Nato  in  terra 
greca,  esso  è  difatti  cresciuto  in  casa  nostra:  furono  le  operose  tipogra- 
fie di  Venezia,  cui  la  letteratura  neoellenica  deve  la  diffusione  di  tante  sue 
opere,  a  fissarne  e  tramandarne  il  testo,  e  il  testo  più  autentico.  I  cretesi 
riparati  a  Zante  dopo  che  la  loro  patria  soggiacque  al  dominio  turco 
(1669),  portarono  seco  manoscritti  del  poema,  già  caro  e  popolare,  di 
Vincenzo  Cornaro;  ma  affidato  alla  sola  tradizione  orale  e  diffuso  fra  po- 
polazioni di  dialetto  diverso,  esso  fu  via  via  adattato  al  tipo  linguistico 
dei  nuovi  lettori  (1).  Cosi  l'unico  manoscritto  oggi  conservatone,  copiato 
verso  il  1710  e  posseduto  dal  British  Museum,  proviene  appunto  dall'Ep- 
taneso  e  si  differenzia  dal  testo  originario  cretese  tanto,  da  costituire  una 
vera  e  propria  recensione  eptanesica.  Invece  la  prima  edizione  veneziana 
del  poema  (1713),  affidata  dallo  stampatore  Antonio  Bortoli,  ignaro  di 
greco,  ad  un  cretese,  conserva  perfettamente  il  tipo  linguistico  originale; 
per  di  più,  questo  ignoto  ma  intelligente  editore,  si  servi  di  vari  mano- 
scritti, confrontandoli  e  correggendone  i  numerosi  errori,  fece  insomma  quello 
che  oggi  chiameremmo  una  edizione  critica.  Dalla  stessa  tipografia  usci, 
nel  1737,  la  seconda  edizione,  semplice  ristampa  della  prima  e  che  avrebbe 


(1)  Nello  stesso  modo  i  canti  popolari,  passando  di  regione  in  regione,  ne 
assumono  via  via  il  colorito  dialettale. 

La  Rassegna.  XXV,  I,  1 


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P.  E.   PAVOLINI 


cosi  dovuto  servire  alla  odierna  ricostituzione  del  testo,  se  per  for- 
tuna un  unTco  esemplare  della  prima  non  fosse  giunto  ftno  a  no>,  ogg, 
nosseduto  da  S.  E.  Gennadios,  ambasciatore  greco  a  Londra. 

U  poema  era  letto  avidamente;  altre  due   edizioni   ne  uscirono  dalla 
tipoUrBortoli,  più  altre  da  quella  di  Nicola  Olyky   e  della  Femce 
nché      centro  di  produzione  passò  ad  Atene.  Ma  le  aten.es,  furono  tutte 
eSizion   'commerciali  •  sempre  più  scorrette,  in  quanto  cascurra  ripeteva, 
acirèscendoi"  gli  errori  della  precedente  ;  e  l'adattamento  dialettale  can- 
ova semp  e  più  il  creticismo  dell'originale.  Quando,  nella  pnma  metà 
de   secolo  scorso,  l'interesse  dei  dotti  si  volse,  con  sempre  crescente  ar- 
di alla  letteratura  volgare  dell'Eliade  risorta,  si  pensò  da  pm  d'uno  a 
?ll'iredan    scorie  quell'aureo  prodotto  della  Musa  cretese,  per  tanto 
émtó  unica  lettura  delle  classi  popolari:  vi  si  accinsero  ms.gn,  neoelle- 
Scome  i    Legrand,  il  Sathas,  lo  Jannaris,  ma  per  varre  scende  e  per 
var^  ragioni  solo  l'anno  scorso,  e  in  modo  degnissimo,  l'opera  néfac  le 
lé  iteve  muna  edizione  critica  AtW'Erotokritos  fu  compiuta,  nella  sua 
erra  dortine  e  dà  un  compatriota  del  poeta  (1).  Lo  Xanthudidis  ebbe 
a  fortuna  di  trovare  un  generoso  e  intelligente  editore-mecenate  1  Alex  u, 
che  sUmpò   1  grosso  volume  con  nitidezza  ed  eleganza-  ed  eruditi  colla- 
boratali U  Chatzidakis,  uno  dei  corifei  della  glottologia  "eoel  emca, 
che  vT  contribuì  con  un  intero  capitolo  sulla  lingua  e  grammatica  del- 
'L'  W«  ;  il  Theotokis,  con  varie  note  specialmente  sulle  influenze 
taUane   ed  altri  debitamente  ricordati  nella  prefazione.  Le  note  (pp.  378- 
;':      r  ^chtssime  e  varie  di  contenuto,  costituiscono  un  va  io  sussidio 
all'  ntellisenza  del  testo,  in  un  col  glossano  (pp.  477-744),  utilissimo  al 
r  sfa    ifiadre  non  poche  questioni  di  grammatica,  ^J  e..m»^g-'^<"  j',  ; 
lettoloffia  L'elenco  dei  testi  e   delle  opere  citate   nel   glossano  e  nelle 
r  rupa  o«o  pagine.  Speciali  appendici  descrivono  Je  minia  ure  ^ 
manoscritto,  ne  riportano  i  sommari,  registrano  i  proverbi  e  modi  prò 
verWal   contenuti  nel  poema.  Che  il  lavoro  durasse  più  di  cinque  anni, 
lon  so  prenderà  quando  si  pensi  ai  molti  e  difficili  problemi  da  risolvere 
Turarent  Sfumati  nel  Jlunga  ,ntroi»zione  in  Pf  e  ^;-  '•  .^  P"  « 
avviati  ad  una  soluzione  che  potrà  solo  aspettarsi  da  ulteriori  ricercne 
male  basi  sono  ormai  solidamente  stabilite,  e  tutti  g'i;'"*-.  d-  ■  o  o; 
Sa  neogreca  riconosceranno  volentieri  la  coscienziosa  diligenza  e  la  se 
^a  e  vasta  preparazione  con  cui  lo  Xanthudidis  ha  compiuto  la  grave 

*'*'per  la  costituzione  del  testo  egli  disponeva  di  due  ottime  fotografie 
dell'unico  manoscritto  (X)  del  Museo  Britannico  e  dell  unico  esempl^'^  \*> 
de  la  prima  edizione  veneziana,  oltre  ad  un  ese™plare.  posseduto  da„a 
Biblioteca  Nazionale  di  Atene,  della  seconda  edizione  (B).  Quantunque, 

(1)  B«;év,l;ou  Koevdeo.  EPQTOKPITOS,  Mom^  xe.t.xi, .  . .  &<6  ^xe^dvov  A. 
S  JoieCSol  'Ex  t»»  n.KOVS.  2.  M.  'KU^o.h  ■ìi,.y.U^  K»,x,s,  1915,  in  8, 
pp.  vili  -  cxc  -  784,  con  8  tavole  fototip.  Dr.  IS. 


L'  «  EROTOKRITOS  «    DI    VINCENZO  CORNARO  3 

come  abbiamo  detto,  il  ms.  X  sia  riverniciato  di  forme  eptanesiche  ed 
abbia  anche  qualche  lacuna  (1),  mentre  A  e  B  ci  conservano  la  forma  ori- 
ginale cretese,  esso  è  pure  un  aiuto  prezioso  per  vari  luoghi  o  parole 
guaste  0  malintese  nelle  edizioni  veneziane. 

I  tre  difficili  problemi  studiati  nella  Introduzione  e,  come  s'intende, 
l'uno  all'altro  connessi,  riguardano  l'età  del  poema,  le  sue  probabili  fonti, 
il  suo  autore. 

Scartata,  come  fallace  e  insostenibile,  la  teoria  del  Sathas  (1885)  che 
il  poema,  originario  di  Atene,  fosse  ritradotto  in  cretese  prima  del  1538 
da  un  V.  Cornaro,  e  quella  del  Politis  circa  l'esistenza  di  un  àpzéTunov 
'jioiTìjm,  del  XIV  secolo,  composto  fuori  di  Creta  e  poi  rifatto  da  un  cre- 
tese, lo  Xanth.  afferma  e  sostiene  che  il  poema  è  indubbiamente  nato  in 
Creta,  e  per  testimonianza  (sicura  e  concorde  con  gli  altri  indizi)  del  poeta, 
e  per  la  notizia  di  chi  ne  curò  la  prima  edizione,  e,  finalmente,  per  gli 
indizi  e  le  prove  fornite  dal  poema  stesso:  il  puro  e  schietto  idioma 
della  Creta  orientale,  la  manifesta  simpatia  del  poeta  per  la  sua  isola 
nativa,  lo  spirito  militare  e  patriottico  proprio  de'  suoi  concittadini,  la 
perfezione  letteraria  allora  raggiunta  soltanto  dagli  scrittori  cretesi  ;  ra- 
gioni tanto  evidenti,  che  bisogna  piuttosto  cercare  ciò  che  nel  poema  non 
è  cretese,  che  una  conferma  alla  sua  indubbia  origine  ! 

Quando  fu  composto  VErotokritos ?  Non  ripeterò  le  quattordici 
diverse  soluzioni  registrate  e  discusse  dall'editore,  le  cui  conclusioni,  ba- 
sate sul  fatto  che  il  poema  è  cretese,  di  autore  cretese,  originale  e  non 
Tielaborato  e  che  rispecchia  l'epoca  in  cui  fu  scritto,  muovono  dall'esame 
a)  della  forma  m  e  t  r  i  e  a.  Si  sa  che  il  '  verso  politico  '  (2)  è  il  me- 
tro popolare  più  comune  nella  poesia  medievale  e  moderna,  dal  bizantino 
Ptochoprodromos  ad  oggi,  tanto  da  costituirne  i  nove  decimi.  Ma  la 
rima  non  si  comincia  ad  usare,  e  per  influenza  straniera  (3),  se  non  verso 
la  fine  del  XV  secolo,  dapprima  imperfetta  e  irregolare.  Nel  nostro  poema 


(1)  Il  copista,  quando  non  intendeva  il  testo  corrotto,  lasciò  alcuni  spazi 
in  bianco,  proponendosi  di  riempirli  coll'aiuto  di  un  ms.  migliore,  cosa  che 
poi  non  gli  venne  fatta.  Rimasero  cosi  vuoti  68  versi,  11  emistichi,  e  qua  e  là 
una  parola  o  due.  Un  pregio  non  piccolo  di  questo  cimelio  è  formato  dalle  120 
miniature,  illustranti  scene  o  episodi  del  poema,  8  delle  quali  sono  riprodotte 
in  fine  del  nostro  volume. 

(2)  Verso  di  quindici  sillabe  (8+7)  divise  da  una  forte  cesura  ;  però  il  primo 
emistichio  termina  o  con  una  parola  sdrucciola  o  con  una  t  r  o  n  e  a,  senza 
che  CIÒ  influisca  (come  nel  nostro  martelliano  che  più  gli  assomiglia)  sul  nu- 
mero delle  sillabe.  Nel  nostro  poema  è  caratterizzato  dalle  frequenti  sinizesi  e 
da  qualche  caso  di  enjambement,  unico  tratto  che  non  si  ritrovi  nella  schietta 
poesia  popolare. 

(3)  Difatti  a  troviamo  solo,  dapprima,  nelle  isole  soggette  alla  domina- 
zione franca;  sul  continente  greco  durò  a  lungo,  e  fino  ai  nostri  giorni,  per  es. 
nei  canti  elettici,  l'uso  del  verso  politico  non  rimato. 


4  P.  E.  PAVOLINI 

ha  tale  perfezione  da  presupporre  un  non  breve  svolgimento,  che  ci  porta 
assai  dopo  il  1500,  molto  probabilmente  anche  dopo  il  1550. 

b)  della  forma  linguistica;  il  confronto  con  le  varie  opere  let- 
terarie in  dialetto  cretese,  in  prosa  e  in  versi,  fortunatamente  conserva- 
teci, dalla  2uv&Tixii  di  Alessio  Calliergis  (1299)  al  Kpr\xixòq  nóKE[ioq  del 
Bunialis  (1670),  ci  mostra  che  V Erotokritos  si  accosta,  per  la  lingua,  assai 
più  ai  prodotti  moderni  che  agli  antichi,  alle  opere  composte  durante  gli 
ultimi  tempi  della  signoria  veneta,  quali  VErophile  del  Chortatzis(l)  e  gli 
altri  drammi  cretesi;  non  vi  sono  gli  arcaismi  e  il  miscuglio  di  voci  dotte 
e  volgari  proprio  delle  opere  medievali,  ma  la  lingua  è  pura  ed  aggra- 
ziata, come  è  solo  durante  l'àx^T)  della  letteratura  popolare  cretese. 

e)  di  altre  prove  cronologiche,  parte  interne,  parte  esterne:  la 
testimonianza,  già  addotta,  della  prima  edizione  ;  il  risalire  questa  solo 
al  1713,  mentre  a  Venezia  si  erano  già  stampate  numerosissime  opere 
in  greco  volgare,  certo  meno  popolari  ^tW Erotokritos  ;  il  non  trovarsi 
mai  il  nostro  poema  saccheggiato  da  altri,  come  allora  di  fre- 
quente avveniva  e  come  sarebbe  certo  avvenuto  se  fosse  stato ^ià  noto; 
il  personaggio  della  Nena  (nutrice),  che  occorre  solo  nel  teatro  italiano 
del  Rinascimento,  a  cominciare  dal  Giraldi  (XVI  sec);  l'emblema  del 
cuore  trafitto,  che  non  s' incontra  nell'arte  figurata  prima  di  quel  secolo  ; 
le  molte  (2)  imitazioni  AdWOrlando  Furioso  (prima  ediz.  1516);  il  mito 
di  Cefalo,  imitato  nell'episodio  di  Charidemos  (II  631  segg.)  dalla  tradu- 
zione italiana (3)  delle  Metamorfosi;  la  manifesta  influenza,  nello  stesso 
episodio,  della  poesia  idillica  e  bucolica  italiana  ;  il  non  essere  il  poema 
conosciuto  né  dal  grammatico  Sophianós  (1540-45),  cosi  diligente  esplo- 
ratore di  documenti  del  greco  volgare,  né  dal  Meursius  (1610),  né  dal 
Ducange  (1688);  l'esservi  Charos(4)  rappresentato  con  la  falce,  secondo 
la  concezione  occidentale,  non  più  antica  del  XV-XVI  secolo. 

Tutti  questi  argomenti  portano,  secondo  lo  Xanth.,  alla  conclusione 
che  il  poema  fu  composto  nel  XVI  secolo,  e  più  precisamente  tra  il  1550 
e  il  1669.  Può  farsi  combinare  questa  data,  e  come,  con  quanto  sappiamo 
del  poeta?  Egli  ci  dice  ben  più  che  il  semplice  nome  nei  versi  finali  del 
poema  (Vv.  1543-48)  :  «  Vincenzo  è  il  poeta,  e  di  famiglia  Cornaro  ;  che 
si  trovi  senza  peccato,  quando  lo  prenderà  Caronte  !  A  S(i)tia  nacque  e  fu 
educato,  e  quivi  fece  e  compose  queste  cose  che  vi  scrive.  A  Castro  prese 
moglie,  come  consiglia  la  natura;  il  resto  ha  da  finire  come  Dio  vorrà  -». 
La  identificazione  è  resa  più  difficile  dalla  circostanza  che,  oltreché  ad  ap- 
partenere all'antica  famiglia  dei  Cornaro  (alcuni  dei  quali  figurano  nell'albo 


(1)  Circa  il  1600;  la  prima  edizione  (Cigala)  è  del  1637. 

(2)  Se  siano  davvero  «molte»,  vedremo  in  séguito. 

(3)  Cosi,  e  ci  gioverà  ricordarlo,  lo  Xanth.  ammette  che  al  poeta  non  fosse 
accessibile  il  testo  latino.  La  traduzione  dell'AnguilIara  è  del  1561. 

(4)  Caronte,   che    nella    mitologia   neoellenica  corrisponde  al  Thanatos 
dell'antica. 


L'  *  EROTOKRITOS  »    DI  VINCENZO  CORNARO  5 

dei  nobili),  il  cognome  è  diffuso  anche  tra  il  popolo  cretese,  tra  cui  non 
è  raro  incontrare  anche  altri  cospicui  casati  veneziani  (Dandolo,  Venieri, 
Capello,  Sanudo,  Grimani,  Renieri,  ecc.)  :  e  comunissimo  è  pure  il  nome  di 
Vitzentzos.  Scartati  il  Vincenzo  Andrea  Cornaro  nato  nel  1476  (sia  per  l'età, 
sia  perché  rimase  sempre  *  veneziano  ').  il  Vincenzo  Cornaro  ricordato  in  un 
atto  notarile  del  1561,  ma  non  di  Sitia,  l'altro  V.  C.  notaro  a  Creta  e  morto, 
secondo  le  pazienti  indagini  del  nostro  Giuseppe  Gerola,  nel  1636,  uomo 
di  assai  mediocre  cultura,  non  resta,  per  ora,  altro  indìzio  del  poeta  all'  in- 
cuori di  un  graffito  recante  il  nome  Bittevxto  KopvaQo?  e  la  data  1677.  Lo 
Xanth.  cerca  di  stabilire,  con  ingegnose  deduzioni  e  combinazioni,  che 
■fosse  proprio  il  poeta  dell' Erotokritos  a  vergare  quelle  sillabe  sulla  parete 
della  chiesetta  di  S.  Antonio,  a  circa  due  chilometri  da  Sitia. 

II. 

Prima  di  accennare  brevemente  alla  questione  delle  fonti,  dovremo 
esporre  in  poche  righe  (1)  il  contenuto  di  questo  lungo  poema,  diviso,  non 
nel  manoscritto  ma  nella  prima  edizione,  in  cinque  canti. 

Da  Eracle,  re  d'Atene,  e  dalla  reg«na  Artemide  nasce,  dopo  lunga  man- 
canza di  prole,  Aretusa.  Di  lei,  cresciuta  bellissima  e  adorna  di  ogni  virtù, 
s'innamora,  invano  dissuaso  dal  fido  amico  Polidoro,  Erotocrito,  unico 
figlio  del  ministro  Pezostrato.  Per  sfogare  in  qualche  modo  la  passione 
che  lo  consuma,  il  giovane,  esperto  della  musica  come  delle  armi  (2),  canta 
più  volte,  accompagnandosi  col  liuto,  sotto  le  finestre  della  principessa, 
il  cui  cuore  è  preso  a  poco  a  poco  dall'amore  per  l'ignoto  giovane.  In- 
vano il  re,  prima  con  l'astuzia  e  poi  con  la  violenza,  tenta  di  sorprenderlo 
e  di  farlo  catturare.  Cessano  le  serenate  e  Aretusa  si  consuma  anch'essa 
di  passione,  mentre  Erotocrito  parte  per  un  lungo  viaggio,  sperandone  di- 
strazione e  sollievo.  Intanto  il  padre  di  Erotocrito  si  ammala  ed  è  visi- 
tato dalla  regina  e  da  Aretusa,  la  quale,  scoperti  nella  camera  dell'assente 
i  canti  per  lei  composti  e  la  propria  immagine  da  lui  dipinta,  se  li  porta 
via.  Tornato  il  giovane  alla  notizia  della  malattia  del  padre,  si  accorge 
dell'avvenuto  e  si  fa  animo  a  recarsi  più  di  frequente  nella  reggia,  finché 
i  reciproci  sguardi  svelano  all'uno  e  all'altra  l'amore  che  li  tormenta  (I).  — 
Per  distrarre  la  figlia  dalla  tristezza  in  cui  la  vede  immersa,  il  re  indice 
un  torneo  o  giostra  (ynióoxpa),  cui  prendono  parte  vari  principi  (3)  ed  anche 


(1)  Un  più  dettagliato  riassunto  può  leggersi  nell'opuscolo  di  G.  Barone, 
Erotocrifos,  Salerno,  1910,  l'unico  —  credo  —  che  abbia  finora  dato  fra  noi 
notizia  del  poema  cretese,  per  quanto  sommaria. 

(2)  Lo  dice  il  poeta  con  uno  dei  più  bei  versi  :  «  Zucchero  il  suo  cantare, 
€  la  sua  spada,  morte  »  (I,  651). 

(3)  Fra  gli  episodi  della  lunghissima  tenzone  va  ricordato  quello  in  cui  il 
principe  cretese  Charidemo  uccide,  dopo  fiera  lotta,  il  Caramanita:  certa- 
mente a  simboleggiare  la  patria  del  poeta  oppressa  dal  Turco  e  la  sospirata 
liberazione. 


6  P.   E.  PAVOLINI 

Erotocrito,  il  quale  poi,  vittorioso  nella  gara  decisiva,  riceve  dalle  mani 
di  Aretusa  l'ambito  premio  (II).  —  Non  ostanti  le  esortazioni  della  nutrice,. 
Aretusa,  ascoltando  solo  la  voce  del  suo  affetto,  concede  un  colloquio  a 
Erotocrito,  inducendolo  a  far  chiedere,  dal  padre,  la  propria  mano  al  re. 
Questi  si  sdegna  e  caccia  l'audace  giovane  in  esilio  (III).  —  E  poiché 
Aretusa  si  rifiuta  di  sposare  il  principe  di  Bizanzio,  viene  imprigionata 
insieme  colla  nutrice.  Passano  tre  anni.  Al  quarto,  il  re  dei  Valacchi  muove 
guerra  ad  Eracle  per  questioni  di  confine.  Erotocrito,  sotto  forma  e  abito 
di  saraceno,  accorre,  sconfigge  il  nemico  e  salva  il  re  dall'imminente  pri- 
gionia, restando  però  gravemente  ferito  in  battaglia  (IV).  —  Eracle  offre 
metà  del  suo  regno  all'ignoto  salvatore,  che  gli  chiede  invece  la  mano 
della  figlia.  Ignara,  Aretusa  rifiuta  ed  è  minacciata  di  morte.  Ma  Erotocrito^ 
recatosi  nella  prigione  e  fattosi  riconoscere  dalla  nutrice  per  mezzo  del- 
l'anello prima  datogli  da  Aretusa,  ne  ottiene  poi  la  mano  dal  re  placato. 
Le  nozze  si  celebrano  con  grande  magnificenza  (V). 

Fin  dalla  prima  edizione,  il  poema  è  chiamato  amoroso  (spoitr/óv), e 
difatti,  come  bene  osserva  lo  Xanth.,  «  il  nucleo  di  esso  è  la  celebrazione 
del  puro  e  costante  amore  di  Erotocrito  ed  Aretusa;  intorno  a  questo 
tèma  principale  s'intrecciano,  elementi  secondari,  l'amicizia,  la  devozione, 
il  valore,  l'amor  di  patria,  avvivato  dalla  guerra  »  (p.  LXXXii).  Ma  è  anche^ 
e  altrettanto,  poema  romantico-cavalleresco;  è  un  germoglio  di 
quell'albero  trapiantato  in  Grecia,  dove  die  frutti  non  dissimili  da  quelli 
del  suolo  in  cui  prima  nacque  e  fiori,  sia  che  elaborasse  materiale  antico 
(La  guerra  di  Troia,  La  storia  di  Alessandro,  Apollonio  Tirio),  sia  che 
ripetesse  motivi  ed  episodi  di  romanzi  cavallereschi  d'occidente  (Beltandro 
e  Crisanza,  Florio  e  Platzia flora,  Imperio  e  Margarona).  Ma  come  per 
la  maggior  parte  di  questi  poemi  del  Medio  Evo  greco  non  si  poterono 
finora  indicare  fonti  precise,  cosi'  anche  per  VErotokritos,  non  ostante  la 
sua  relativa  modernità,  la  questione  degli  influssi  stranieri  è  delle  più 
combattute  e  difficili.  La  stessa  incertezza  in  cui  siamo  circa  la  precisa 
età  del  poeta  e  la  sua  personalità,  non  ci  permette  di  ricostruire,  come 
pur  sarebbe  necessario,  l'ambiente  in  cui  visse,  la  cultura  che  gli  fu  propria, 
i  materiali  di  cui  potè  disporre.  Dirò  francamente  che  appunto  questa 
parte  delle  ricerche  del  Xanthudidis  e  dei  suoi  antecessori  e  collabora- 
tori, non  ostante  la  diligenza  con  cui  è  condotta  e  i  copiosi  riscontri  che 
mette  innanzi,  mi  ha  lasciato  i  dubbi  maggiori.  Solo  chi  legga  e  rilegga 
il  poema  (e  ci  vuole  una  dose  non  piccola  di  coraggio,  non  tanto  per  la 
mole  quanto  per  le  spesso  insopportabili  lungaggini  e  ripetizioni),  può 
sentire  la  difficoltà  di  dare  un  preciso  riscontro  a  certe  immagini,  a 
certe  figure,  a  certi  episodi  che  ne  ricordano  indubbiamente  altri  di  altri 
scrittori,  ma  in  un  modo  cosi  vago,  generico  o  diluito,  che  il  pa- 
rallelo ti  sfugge  quanto  più  credi  di  afferrarlo,  e  rimani  quasi  sempre  in 
dubbio  del  tentato  riavvicinamento  (1).  E  il  mio  scetticismo  non  riguarda 


(1)  Cosi  per  il  *  motivo  '  dell'amore  nato  tra  due  che  mai  non  si  videro,  del 


L'  «  EROTOKRITOS  »    DI   VINCENZO  CORNARO  7 

solo  le  supposte  fonti  antiche  ;  ad  esse  non  crede  nemmeno  lo  Xanth.^ 
come  non  vi  hanno  creduto  quei  suoi  predecessori  che  studiarono  il 
poema;  Vincenzo  Cornerò  non  conosceva  dei  grandi  classici  greci  se  non 
(com'io  credo)  Omero,  e  forse  nessuno  dei  latini;  e  se  in  qualche  luogo 
sembra  imitarli,  la  sua  è  imitazione  di  poeti  italiani  che  vi  avevano  già  at- 
tinto, è  eco  di  echi.  Né  posso  io,  profano  a  quegli  studi  in  cui  è  maestro 
e  donno  il  mio  collega  Pio  Rajna,  discutere  le  opinioni  del  Gidel,  valente 
conoscitore  del  Medio  Evo  francese  e  greco,  intorno  alla  fortissima 
influenza  esercitata  dai  romanzi  di  cavalleria  sulla  composizione  del- 
VErotokritos(\). 

Posso  però,  senza  troppa  presunzione,  dubitare  che  sia  nel  vero  il 
Theòtokis  ricercando  per  il  poema  cretese  un  modello  nella  drammatica 
italiana  (pp.  cui  e  seg.).  Il  fatto  non  è  impossibile,  ma  certo  assai  improba- 
bile e  in  contrasto  con  quel  che  vediamo  avvenire  in  ogni  letteratura  ; 
poemi  o  episodi  di  poemi  si  riducono  in  drammi,  non  viceversa.  E  VEro- 
tokritos  conta  più  di  diecimila  versi  ;  si  che  è  difficile  supporre  che  il  suo 
autore  si  sia  valso  di  un  modello  drammatico,  se  non  forse  per  l'intreccio, 
assai  semplice,  della  favola.  La  divisione  in  cinque  canti,  che  del  resto 
non  è,  come  vedemmo,  nel  ms.  ma  solo  nelle  edizioni,  e  l'elenco  dei  per- 
sonaggi offrono  un'analogia  puramente  casuale  coi  cinque  atti  e  con  gli 
attori  di  un  dramma.  Quanto  alle  indicazioni  sparse  per  il  poema,  del 
personaggio  che  via  via  parla,  esse  sono  comuni  in  tutti  i  poemi  allo 
stato,  per  dir  cosi,  rudimentale;  basta  ricordare  gli  esempi  consimili  del 
Mahàbhàrata  (del  tipo  Naia  disse,  BrhadaQva  disse):  indicazioni  queste 
< fuori  testo»  che  vengono  invece  ad  essere  incorporate  nel  verso,  for- 
mando parte  integrante  del  racconto  epico,  in  uno  stadio  d'arte  progre- 
dita; in  tale  forma  le  troviamo  nel  Ràmàyana  e  in  Omero. 

Lasciando  da  parte  i  paralleli  con  autori  greci  e  latini  e  con  alcuni 
italiani  che  il  Cornaro  certo  non  conobbe  (2),  non  possiamo  trascurare  i 
numerosi  raffronti  (3)  con  l'Orlando  furioso  citati  nel  nostro  volume.  Per 


canto  che  ammansisce  le  belve,  ecc.  Strano  che  alcuni  abbiano  addotto  paralleli 
omerici  incertissimi  e  trascurato  quelli  evidenti.  Come  non  sentire,  per  es.,  nelle 
parole  di  Aretusa  «  Pensando  a  te,  Rotocrito,  che  mi  eri  consorte,  tu  diventavi 
anche  mia  madre,  tu  mi  diventavi  padre  »  (V  997-98)  un'eco  di  quelle  di  Andro- 
maca {Iliade,  VI,  429-30)  "Extop,  àxàp  av  noi  èaoi  Ttaxrip  xal  Tcóxvia  ht|Ttjp  r\òè 
jtaoiYvi^Tog,  ov  òé  noi  ■OaXeQòg  ^aQaxoixy]q  ? 

(1)  Mi  permetto  solo  notare  che  non  è  la  prima  volta  che  il  dotto  fran- 
cese rivendica,  non  con  piena  ragione,  alla  letteratura  della  sua  patria  una 
parte  decisiva  nella  formazione  di  opere  straniere. 

(2)  Per  es.  Dante  !  Chi  crederebbe  davvero  che  i  due  versi  (I,  19-20)  «  Nei 
tempi  passati,  quando  gli  Elleni  regnavano  e  quando  la  loro  fede  non  aveva 
base  né  radice  »  abbiano  qualche  cosa  di  comune  con  quelli  dell'Inferno  :  *  E 
vissi  a  Roma  sotto  il  buon  Augusto  Al  tempo  degli  dèi  falsi  e  bugiardi  »  ?  ! 

(3)  Nove  ne  adduce  il  Theòtokis  e  ventuno  il  Xanthudidis. 

I 


8  P.   E.   PAVOLiNI 

quanto  buona  parte  di  essi  debba  essere  certamente  scartata  (1),  ne  restano 
tuttavia  almeno  una  mezza  dozzina  su  cui  non  può  cadere  dubbio,  tanto 
perfetta  è  la  corrispondenza  formale  e  sostanziale  :  i  passi  del  poema  II 
1855-57,  1997-2002,  IH  591-97,  IV  1047-51,  1167-69,  V  1007-16,  1037-48 
derivano  manifestamente  dai  corrispondenti  ariosteschi  XXVI  103,  XLV 
72,  XXIII  112-13,  XVI  22-23,  XXV  12,  VIII  40,  XLIII  160-62.  Alla  «for- 
tuna »  dell'Ariosto  si  aggiunge  cosi  un  nuovo  capitolo,  non  privo  di  inte- 
resse ;  sorprende  però  la  mancanza  di  qualsiasi  imitazione  dal  Tasso,  che 
pur  sembra  più  congeniale  al  poeta  cretese,  e  che  nell'isola  sua,  fino  allora 
soggetta  a  Venezia,  doveva  essere  forse  più  noto  dell'Ariosto  stesso. 

Scarsi  resultati  diedero  pure  le  indagini  sull'influenza  dei  poemi  greci 
medievali  e  specialmente  delle  altre  opere  della  letteratura  cretese  ;  ma 
non  va  taciuta  la  ingegnosa  ipotesi  del  Xanth.  circa  il  noto  dramma  re- 
ligioso del  Sacrifizio  d' Abramo,  che,  e  per  la  data  (1635)  e  per  l'identità  di 
alcuni  versi  con  altrettanti  éeW'Erotokritos  e  per  profonde  affinità  lessicali 
e  sintattiche,  potrebbe  credersi  opera  giovanile  del  Cornaro  stesso,  che 
la  avrebbe  rifatta  in  rima  dalla  più  antica  redazione  in  versi  non  rimati, 
l'esistenza  della  quale  appare  certa  dal  frontespizio  della  seconda  edizione 
veneziana  (1668)  della  ©wm  tot» 'ApQadu. 

Più  verosimile  sembra  l'influsso  della  letteratura  popolare,  sia  delle 
novelle  e  racconti,  sia  dei  canti.  Ma  difficilmente  si  potrà  ravvisare,  col 
Hesseling,  in  una  novella  di  Stampalia  (//  tignoso),  già  prima  messa  in- 
nanzi dal  Politis,  la  «  fonte  principale  »  del  poema.  Elementi  e  «  motivi  » 
folkloristici  vi  sono  pur  sparsi,  ma  in  modo  vago  e  con  tratti  generici, 
sf  da  non  permettere  raffronti  decisi.  Più  attento  studio  meritano  le  pro- 
babili tracce  di  canti  popolari  ;  e  qualche  mia  ricerca  in  proposito  spero 
di  comunicare  in  altra  occasione. 

Se  complicata  e  incerta  è  la  ricerca  degli  antecedenti  del  poema,  molto 
semplice  e  breve  ci  si  presenta  quella  della  sua  «  fortuna  >,  ristretta,  o  quasi, 
alle  regioni  di  lingua  greca.  E  dico  «  quasi  » ,  perché  oltre  alla  infelice 
riduzione  in  epos  polimetro  e  in  lingua  purgata  (!),  perpetrata  nel  1818  da 
Dionisio  Photinós,  VErotokrifos  passò  solamente  (e  sorprende  che  il  dili- 
gentissimo  Xanth.  non  ne  faccia  menzione),  e  vi  acquistò  una  certa  popo- 
larità, in  Rumenia(2). 

Ma  immensa  diffusione  ebbe  per  tutto  l'Oriente  greco,  da  Zante  a  Co- 
stantinopoli: i  nomi  dei  protagonisti  divenuti  simbolici  o  imposti  come 


(1)  Troppo  lungo  sarebbe  dirne  le  ragioni,  caso  per  caso  ;  si  tratta  in  ge- 
nerale di  coincidenze  di  parole  o  di  immagini,  che  poco  o  nulla  provano,  o  di 
luoghi  comuni  nell'epica  o  di  affinità  di  espressioni  derivanti  dalla  identità 
della  situazione  narrata. 

(2)  Si  veggano  le  notizie  che  dei  rifacimenti  rumeni  dà  il  Gaster  nel 
Grundrìss  der  rom.  Philol.  del  Groeber,  Il  3  p.  339.  Si  cfr.  anche  il  Dieterich, 
Die  ostearop.  Literaturen  (1911)  p.  101,  e  I'Alexici,  Gescft.  der  rumati.  Liter. 
(1906),  pp.  90  e  124. 


L'  «EROTOKRITOS  »    DI   VINCENZO  CORNARO  9 

nomi  di  battesimo,  i  versi  passati  in  proverbio  o  in  modi  di  dire,  le  al- 
lusioni frequenti  nei  canti  popolari,  i  luoghi  divenuti  essi  stessi,  più  o 
meno  modificati,  ora  distici,  ora  parti  di  canti,  i  nomi  locali  nati  dai  ri- 
cordi del  poema  (1);  le  figure  di  Erotocrito  e  di  Aretusa  che  si  trovano 
dipinte  e  nei  tatuaggi  degli  innamorati  e  sulle  pareti  delle  osterie,  le 
rappresentazioni  sceniche  tolte  (con  poca  fatica  di  adattamento!)  dal 
poema  stesso,  tutto  testimonia  della  straordinaria  popolarità  del  libro  di 
Vincenzo  Cornaro.  Fatto  per  gli  umili.  Ietto  dagli  umili  (e  goduto  dagli 
analfabeti  stessi  per  essere  di  continuo  recitato),  il  poema  cretese  fu  te- 
nuto a  vile  da  quei  dotti  che  vedevano  nella  lingua  àulica  e  raffinata, 
nella  stantia  xaOapeuovaa,  la  sola  degna  continuatrice  del  prisco  sermone 
ellenico:  «confesso  -  scrive  il  Korais  —  che  non  è  occupazione  piace- 
vole il  leggere  VErotokritos  e  altri  aborti  della  misera  Grecia;  ma  chi 
ama  la  bella  padrona  non  conviene  che  trascuri  di  far  complimenti  anche 
alla  brutta  serva,  se  questa  in  qualche  modo  facilita  l'accesso  alla  si- 
gnora». Noi  diremo  invece,  con  l'Oftedal,  che  V  Erotokritos  è  un  «poema 
pieno  di  vita  e  di  movimento,  fresco  e  vario  come  i  monti  e  il  mare  di 
Creta»,  e  col  Palamàs  riconosceremo  volentieri  in  Vincenzo  Cornaro  «il 
grande  e  immortale  poeta  del  popolo  greco  » .  Si,  perché  nessuno  seppe, 
al  par  di  lui,  parlargli  pianamente,  e  pur  poeticamente,  la  sua  lingua,  far 
vibrare  l'anima  propria  in  costante  e  serena  armonia  coi  suoi  sentimenti,  con 
le  sue  aspirazioni,  insegnargli  con  altrettanta  semplicità  la  grande  lezione 
ottimista  della  vita,  degna  di  esser  vissuta  attraverso  tutti  i  dolori,  e  da 
essere  riempita  con  le  speranze  e  le  gioie  dell'amore,  le  imprese  del  co- 
raggio e  dell'amor  di  patria.  Certamente,  il  Cornaro  è  un  narratore  prolisso, 
e  certe  sue  descrizioni,  non  meno  di  quelle  dei  romanzi  di  cavalleria,  son  tali 
«da  esaurire  fino  all'ultima  goccia  la  pazienza  di  un  lettore  moderno  (2)»; 
pazienza  messa  a  dura  prova  anche  dalle  eterne  prediche  di  Polidoro  a 
Erotocrito  e  di  Phrosyne  a  Aretusa.  E  non  sono  le  lungaggini  e  le  ripe- 
tizioni i  soli  difetti  del  poema.  Ma  tutto  è  largamente  compensato  da 
quell'onda  di  melodia,  da  quella  grazia  e  serenità  diffusa  dalla  prima  al- 
l'ultima pagina,  da  quella  inimitabile  freschezza  della  lingua,  lingua  viva 
e  schietta  del  popolo,  e  infine  da  quella  miracolosa  e  perfetta  varietà  di 
rime  che  ne  fanno  il  più  insigne  e  attraente  documento  della  letteratura 
volgare,  cretese  non  solo  ma  neogreca  in  genere.  S'intende  come  pregi  di 
tal  fatta  debbano  tutti,  o  quasi,  andare  perduti  in  una  traduzione;  e  nessuna 
ne  fu  sinora  tentata,  anche  per  la  scarsa  conoscenza  che  fuori  di  Grecia 
—  e  in  parte  anche  nella  Grecia  stessa  —  si  ha  delle  forme  peculiari  al  dia- 
letto di  Creta.  Giova  sperare  che  col  diffondersi  degli  studi  neoellenici, 
doverosi  e  necessari  per  noi  che  ci  accingiamo  a  riconquistare  in  Oriente 
una  parte  almeno  di  quel  dominio  che  vi  tennero  le  gloriose  repubbliche  di 


(1)  Per  es.  Palazzo,  Grotta,  Prigione  di  Aretusa;  si  veggano  le  ricchissime 
riapaSóacis  di  G.  N.  POLITIS. 

(2)  Rajna,  Le  fonti  dell' O.  F.,  p.  280. 


10  P.  E.  PAVOLINI 

Venezia  e  di  Genova,  non  mancheranno  studiosi  e  lettori  italiani  neanche 
al  vecchio,  ma  sempre  fresco,  racconto  di  Vincenzo  Cornaro.  Possano  in- 
vogliarveli  i  pochi  saggi  coi  quali  mi  piace  chiudere  la  breve  analisi  del 
poderoso  lavoro  di  Stefano  Xanthudidis.  Il  primo,  nel  metro  dell'originale^ 
narra  la  nascita  e  la  fanciullezza  di  Aretusa,  l'eroina  del  poema  (I  49-70)  ; 
il  secondo,  in  prosa,  è  tolto  dal  lungo  racconto  dell'innamoramento  di  Ero- 
tocrito  (II  123-134);  viene  infine,  e  di  nuovo  in  traduzione  metrica,  una 
scelta  di  sentenze,  proverbi  e  modi  proverbiali,  ricco  e  vago  ornamento' 
del  lungo  poema. 

Ecco  via  via  s'appressa  e  giunge  quel  momento 

che  nascerà  l'erede;  e  il  popolo  è  contento. 

Una  figliola  fecero;  la  reggia  risplendeva 

nell'ora  che  la  mamma  sul  braccio  la  teneva; 

letizia  e  contentezza  e  gioia  senza  pari 

regina  e  re  ne  ebbero  e  tutti  i  dignitari; 

e  per  le  case  e  i  vicoli  era  come  un  sorriso 

e  soddisfatto  ed  ilare  scorgevasi  ogni  viso. 

E  prese  allora  a  crescere  quel  tenero  germoglio 

in  senno  ed  in  bellezza,  dei  genitori  orgoglio; 

e  fatta  giovinetta,  la  sentivi  lodare 

ch'era  venuta  al  mondo  miracol  a  mostrare; 

fu  con  un  dolce  nome  *  Aretusa ,  chiamata, 

per  grazia  e  per  bellezza  sempre  più  celebrata. 

La  Natura  benigna  l'aveva  fatta  tale 

che  invano  in  tutto  il  mondo  cercheresti  l'eguale; 

adorna  d'ogni  pregio  e  d'ogni  gentilezza, 

delle  virtù  più  nobili,  di  senno  e  di  finezza; 

qual  figlia  di  regina  e  di  sovrano  nata, 

10  studio,  la  lettura  tenea  per  cosa  grata. 

11  padre  suo,  la  madre  ne  andavano  superbi; 
spariti  eran  gli  affanni  ed  i  pensieri  acerbi. 

Nei  boschi  dove  si  recava  a  diporto,  guardava  ad  uno  ad  uno  i  begli  alberf 
fioriti;  e  quando  avea  scorto  un  bell'albero  adorno  di  fiori:  «Cosi  è  il  bel  corpo 
di  Aretusa»;  e  quando  aveva  scorto  i  fiori  tinti  di  vermiglio,  diceva  :  «Cosi 
sono  le  labbra  sue,  della  mia  signora:  .  Quando  aveva  udito  l'usignolo  che 
cantando  piange,  pensava  che  lo  compiangesse  e  dicesse  un  lamento.  E  dagli 
occhi  gli  scorrevano  le  lacrime  e  bagnavano  la  terra (1).  Ciò  in  cui  cercava  con- 
forto, gli  accresceva  il  dolore.  Del  cavallo  non  sapea  che  farsi,  il  falco  non 
gli  piaceva  ;  poiché  una  saetta  gli  aveva  trafitto  il  cuore. 

Di  quante  cose  han  gli  uomini,  più  bella  è  la  parola 
perché  di  tutti  l'anima  rasserena  e  consola  ; 
chi  con  senno  e  con  garbo  sa  usare  le  parole, 
se  vuole,  ti  fa  piangere;  e  ridere,  se  vuole. 
(1  929-32). 


(1)  Letteralm.  facevano  fango  sulla  terra  (oxi'i  yfig  m\l.Qv  èxàw). 


L'  «  EROTOKRITOS  »    DI  VINCENZO  CORNARO  1 1 

Anche  se  più  non  vedono  gli  occhi  per  la  distanza, 
continua  il  cuore  a  scorgere,  non  sa  la  lontananza. 

(I  1117-18). 
Il  tempo  molte  volte  col  bene  fa  ritorno 
ed  altra  è  la  mattina  ed  altro  il  mezzogiorno. 

(I  1753-54). 
Fiori  di  signoria  odoran  da  lontano. 

(II  294) 
Con  parole  e  minacce  non  si  fa  molta  strada  : 
batte  forte  la  lingua,  ma  più  forte  la  spada. 

(II  1605  6). 
Chi  mai  vide  la  pulce  combatter  col  leone? 

(Ili  302). 
Tutti  crediamo  facile  la  cosa  che  ci  piace. 

(Ili  711). 
Col  tempo  s'addomestica  la  più  feroce  belva, 
le  cose  più  difficili  col  tempo  si  fan  lievi 
e  per  i  morbi  trovansi  e  farmachi  e  sollievi  ; 
col  tempo  ancora  placasi  la  tempesta  più  fiera 
e  sopra  i  campi  gelidi  ride  la  primavera; 
col  tempo  passa  il  nuvolo  e  il  cielo  torna  schietto; 
chi  prima  maledivati,  dice  :  Sii  benedetto  ! 

(HI  1630-36). 
Quelli  che  ai  sogni  credono,  dico  che  sono  pazzi. 

(IV  100). 
Malato  che  trascurasi,  dottor  non  lo  guarisce. 

(IV  712). 
Apri  la  mano  e  vedi  che  l'hai  piena  di  vento. 

(IV  1394). 
La  rosa,  fior  si  bello,  nasce  di  tra  le  spine. 

(V  1520). 

P.   E.  PAVOLINI- 


//  Carducci  traduttore 

s 


Che  nel  Carducci  l'immaginazione,  lucidità  e  penetrazione  di  mente, 
la  potenza  di  assimilazione  prevalessero  sull'originalità  e  fecondità  dei 
sentimenti  e  delle  idee,  è  affermazione  che  difficilmente,  io  credo,  può 
esser  contraddetta.  Né  del  resto  è  questa  una  valutazione  diminutiva;  l'ener- 
getica di  un  poeta  è  tutta  qui:  gusto,  sensibilità,  immaginazione;  anche 
se,  come  a  me  pare  per  il  Carducci,  deficiente  è  la  sua  «  umanità  >,  limi- 
tata e  povera  l'interna  vita  ed  esperienza  spirituale.  Certe  Odi  barbare, 
benché  vuote  di  vita,  nel  senso  più  intimamente  soggettivo,  cioè  di  conte- 
nuto emotivo  0  intellettuale,  vivono  nondimeno  d'intensa  vita  lirica. 

E  fu  con  tali  energie  appunto  che  il  Carducci  potè  trasformare  in  vita 
di  poesia  quel  suo  speciale  orientamento  umanistico,  quel  suo  singolare 
modo  di  sentire  la  vita,  che  talvolta  par  circoscritta  nei  termini  di  un 
programma  storico,  civile,  patriottico. 

Ora  che  tale  fosse  la  natura  del  suo  spirito,  ci  vien  indirettamente 
comprovato  dall'opera  sua  di  traduttore,  che,  nella  propria  perfezione, 
costituisce  uno  dei  più  bei  titoli  della  sua  gloria. 

Il  Carducci  è  uno  dei  più  grandi  traduttori  della  letteratura  italiana, 
la  quale,  sia  detto  per  incidenza,  non  ne  ha  molti  di  veramente  grandi. 

Il  genio  del  traduttore  è  genio  raro;  se  per  traduzione  non  s'intende 
travasamento  meccanico,  sostituzione  materiale  di  concetti  e  di  suoni, 
ma  vitale  trasferimento  di  poesia  dallo  spirito  di  un  popolo  a  quello  di 
un  altro. 

Che  per  far  ciò  occorrono  parecchie  doti:  acutezza  di  penetrazione, 
per  intendere  appieno  la  rappresentazione  altrui,  forza  di  fantasia  per 
riviverla,  gusto  e  forze  di  artista  per  renderla  adeguatamente  e  integral- 
mente. Tradurre,  in  questo  senso,  è  lavoro  complesso  di  analisi  e  di  sintesi, 
lavoro  critico  nel  significato  più  profondo  della  parola,  poesia  riflessa, 
potremmo  dire,  intesa  non  come  fredda  elaborazione  cerebrale,  ma  come 
creazione,  rielaborazione  di  un  oggetto  che  ha  già,  per  sé,  un  valore 
artistico.  E  per  questo,  s'intende,  occorre  un  genio  peculiare,  e  qualcosa 
di  più  della  profonda  conoscenza  linguistica  e  della  erudizione  lessicologica. 

Si  pensi  al  Monti  che  traduce  Omero  meglio  del  Foscolo  e  meglio  di 
quello  che  avrebbero  potuto,  ad  esempio,  consumati  grecisti  come  il 
Mustoxidi  e  il  Visconti.  Ora,  queste  speciali  facoltà  del  traduttore,  in 


IL  CARDUCCI  TRADUTTORE  IS' 

nessuno  forse,  il  Monti  eccettuato,  sono  state  cosi  armonicamente  assom- 
mate come  nel  Carducci.  Si  pensi  che  parte  non  poca  della  sua  lirica 
è  «poesia  su  poesia»,  che  ha  cioè  come  centro  d'irradiazione  un  verso, 
uno  spunto,  una  movenza  altrui.  È  lavoro  marginale  sui  libri  prediletti, 
frappeggiamento  di  figure  e  d'immagini  dei  «suoi»  poeti.  Da  un  tocco 
in  iscorcio  della  Vita  nuova {\),  balza  fuori,  ad  esempio,  una  figurina: 
«Qual  da  la  madre  battuto  pargolo»,  eco.  Cosi  i  versi  dell'ecloga  V  di 
Virgilio  (2)  trovano  svolgimento  fantastico  e  melodico  nel  sonetto  che 
appunto  s'intitola  dal  cantore  deW Eneide  (3). 

E  questo  è  lavoro  in  cui  assimilazione  e  creazione  si  assommano, 
lavoro  molto  affine  a  quello  del  traduttore.  Ma  il  tirocinio  vero  e  proprio 
del  Carducci  traduttore  è  negli  luvenilia  e  nei  Levia  Gravia,  tirocinio  che 
costituisce  anche  uno  degli  elementi  più  interessanti  dell'opera  giova- 
nile del  Poeta.  Quei  versi,  quelle  strofe,  quegli  emistichi  che  Egli,  tal- 
volta inconsciamente,  talvolta  con  superba  affettazione  di  erudito  o  con 
ostentata  affermazione  di  scuola,  trasporta  nella  nostra  lingua  dalla  lin- 
gua di  Virgilio,  di  Orazio,  di  Tibullo,  Properzio,  staccati  dal  contesto 
in  cui  l'ardente  spirito  del  Poeta  li  fonde  o  li  ammassa  in  quei  suoi  pro- 
grammi, in  quelle  sue  proclamazioni  giovanili,  stanno  ad  attestare  tutto 
il  suo  temperamento  e  la  sua  natura  di  artista:  forza  di  assimilazione,  gusto, 
sensibilità. 

Talvolta,  come  ho  detto,  la  traduzione  è  extraintenzionale,  reminiscenza; 
il  giovane  Carducci  ha  qualche  cosa  da  dire,  ma  la  frase,  l' immagine, 
r«  espressione  propria  »  non  gli  si  presenta,  e  le  subentra  invece  il  sugge- 
rimento dei  maestri.  Allora  non  si  ha  che  meccanica  sostituzione  di  suoni 
e  di  movenze.  Il  v.  di  Orazio:  sat.  I,  2-33  «nam  simul  ac  venas  inflavit 
tetra  libido»,  diventa  sic  et  simpliciter:  «pien  di  libidine  tetra  le  vene», 
e  la  fine  dell'epigramma  catulliano:  «  atque  in  perpetuum,  f rater,  ave  atque 
vale»,  gli  serve  magnificamente  a  suggellare  il  sonetto  al  fratello  Dante: 
«vale,  vale,  in  eterno,  o  fratel  mio»  {luv.,  XVIII).  Ma  quando  il  Carducci 
di  proposito  si  accinge  a  riprodurre  una  scenetta,  una  situazione  dei 
<  suoi  »  classici,  sia  pur  leggermente  mutandone  i  particolari,  allora  la 


(1)  Cfr.  Vita  nuova,  XII  :  «  m'addormentai  come  un  pargoletto  battuto  lacri- 
mando >.  Identiche  figurazioni  sono  nel  son.  Di  notte,  vv.  11-12,  e  n^W Inter- 
mezzo, ove  i  sogni  del  P.  son  paragonati  a:  «fanciulli  stanchi  che  s'addor- 
mentan  piangendo». 

(3)  Ecco  i  versi  : 

Tale  tuum  Carmen  nobis,  divine  poeta. 

Quale  sopor  fessis  in  gramine,  quale  per  aestum 

Dulcìs  aquae  saliente  sitim  restinguere  rivo. 

(3)  Cosi  :  Alla  Rima  rimaneggiò  uno  spunto  del  Sainte-Beuve  ;  Al  Sonetto 
riprende  un  tèma  svolto  da  Platea,  Wordsworth.  E  gli  esempi  si  potrebber 
moltiplicare.  Cfr.  A.  Meozzi,  //  Carducci  umanista,  Sansepolcro,  Boncom- 
pagni,  1914. 


14  ANTERO   MEOZZI 

sua  raffinata  natura   di  artista,  la  sua  prodigiosa  abilità  di  stilista  e  di 
rifacitore  si  afferma  prodigiosamente  (1). 

Ricordate  la  descrizione  virgiliana  dei  meteoroliti? 

Praecipites  coelo  labuntur,  noctisque  per  umbram 
Uammarum  longos  albescere  tractus 

Ebbene,  meglio  anche  del  Monti,  che  riprende  questo  spunto  (2),  il  gio- 
vane Carducci  traduce  con  classica  venustà  {Levia  Gravia,  Le  Nozze)  : 

...  e  come  stella 
di  sua  bianca  faceila 
segna  cadendo  a  l'alta  notte  il  velo, 

dove  niente  di  «visivo»  è  perduto. 

Cosi  meravigliosa  è  talvolta  la  maestria  con  la  quale  Egli  supera  le 
difficoltà   linguistiche  e  sintattiche  del  latino.  Un  verso  di  Ovidio  su 
"Clizia,  «  Oceania  vergine  conversa  in  fiore  »   da  Febo,  si  spezzetta  con 
bella  agilità  in  due  settenari: 

Vertitur  ad  solerti,  mutataque  servai  amorem 
ancor  mutata  serbati  |  il  non  mutato  amore  (3). 

In  certi  casi  avviene  anche  che  la  traduzione  sorpassi  l'originale.  Ad 
es.  il  verso:  «esulta  il  gregge  ne  l'erboso  piano»  {Alla  B.  D.  Giuntini), 
traduce  l'oraziano  :  «  Ludit  herboso  pecus  omne  campo  »  {Carni.,  Ili, 
xvin,9-13);  ma  !'« esulta»  del  Card,  anche  etimologicamente  è  più  proprio 
del  «ludit»  del  poeta  latino. 

Niente  al  Carducci  fugge  di  tra  le  mani,  nessuna  risonanza  si  perde, 
niente  che  sia  delicato  egli  gualcisce,  anche  quando  dinanzi  a  capolavori 
di  raffinatezza  umanistica,  come  il  Basium  di  Giovanni  Secondo  o  il  Per- 
vigilium  Veneris,  severamente  s'impone  il  giogo  della  rima. 

E  lo  stesso  dobbiam  dire  delle  traduzioni  o  rifacimenti  incidentali 
che  capita  di  trovare  dalle  letterature  moderne,  nei  Giambi  ed  EpodL  Qui 
però  la  parola  traduzione  va  intesa  in  un  senso  più  largo.  Al  Carducci 
ora  non  preme  più  l'effetto  retorico  scolastico,  della  reminiscenza  o  rical- 
catura classica  ;  daBarbier,  Heine,  Hugo,  ora  egli  riprende  il  concetto,  l'at- 
teggiamento, non  la  frase.  Quindi  troveremo  ora,  per  cosi  dire  «tradu- 
zioni di  situazioni  »  non  di  versi  o  di  emistichi.  Ricordo  una  scenetta  del- 
V Intermezzo  di  Heine: 


(1)  Si  confronti,  ad  esempio,  il  son.  IX  degli  luven.  «Candidi  soli  e  riso 
di  tramonti  »,  ed  anche  il  son.  dei  Levia  Gravia  :  «  Fr.  Petrarca  »,  con  lo  spunto 
oraziano:  «Hoc  erat  in  votis»,  ecc..  Sai.  11,  vi. 

(2)  Cfr.  Masogonia,  v.  104  e  seg.,  e  v.  anche  l'ode  a  Ferrara  del  Carducci 
stesso,  vv.  45-48. 

(3)  Cosi  Dante  in  un  son.  aveva  tradotto:  «  Quella  che  a  veder  lo  sol  si 
gira  I  e  il  non  mutato  amor  mutata  serba». 


IL,  CARDUCCI  TRADUTTORE  15 

Sie  sasseti  und  tranken  am  Theetisch, 
und  sprachen  von  Liebe  viel. 
Die  Herren,  die  waren  àsthetisch, 
die  Damen  von  zartem  Gefùhl. 

«  Die  Liebe  miiss  sein  platonisch  » 
der  durre  Hofrat  sprach. 
Die  Hòfratin  làchelt  ironisch, 
und  dennoch  seufzet  sie  :  «  Ach  !  » 

In  prosa  il  Carducci  la  tradusse  nelle  Conversazioni  heiniane  {Opere, 
X,  6),  ed  in  poesia  ne  riprese  ratteggiamento  ironico-umoristico  nel  giambo: 
A  certi  Censori;  si  ricordi  il  dialogo  tra  Fulvia  e  Mena  ;  lo  spirito  heiniano 
c'è  tutto,  eppure  non  una  frase  è  presa  e  tradotta  da  Heine! 

In  misura  ancora  più  larga  questo  spirito  di  assimilazione  del  Carducci 
si  ritrova  nelle  Odi  barbare,  Rime  e  ritmi.  Rime  nuove.  Anche  qui  vengon 
ripresi  spunti  e  movenze  di  poeti  greci,  latini  e  stranieri,  ma  con  altra 
forza;  ora  egli  li  fonde  con  sf  profonda  genialità,  con  tale  sapienza  e 
raffinatezza  di  gusto,  che  è  impossibile  parlare  più  di  traduzioni,  deriva- 
zioni, rifacimenti;  trovare  il  punto  di  discriminazione  tra  l'imitazione  e 
la  creazione. 

Mi  viene  in  mente  la  chiusa  del  1'^  sonetto  del  Qa  ira: 

la  terra 

fuma,  l'aria  oscurata  è  di  montanti 
fantasimi  ciie  cercano  la  guerra. 

Qualcosa  di  simile  deve  aver  detto  Virgilio  {Georg.,  I,  466),  accen- 
nando agli  strani  fenomeni  che  precedettero  la  morte  di  Cesare  (1): 

armorum  sonitum  toto  Germania  coelo 
audiit ...  Et  simulacra  modis  pallentia  miris 
visa  sub  obscurum  noctis. 

Ma  chi  potrebbe  riconoscere  la  mossa  virgiliana  e  ovidiana  nei  versi 
del  Carducci? 

E  parimente  chi  potrebbe  considerare  la  delicatissima  comparazione 
«piegò  come  pallido  giacinto»,  come  «residuo»  della  virgiliana:  «inque 
humeros  cervix  collapsa  recumbit  |  Purpureus  veluti  cum  flos  succisus 
aratro,  |  Languescit  moriens;  lassove  papavera  collo  |  Demisere  caput»  ? 

Tutto  è  fuso  e  reso  irriconoscibile  dalla  potenza  assimilatrice  del 
Poeta  (2).  Potenza  che,  come  ho  detto,  è  una  delle  caratteristiche  essen- 


(1)  Cfr.  anche  Ovidio  {Caes.  apoth.,  39): 

Arma  ferunt  inter  nigras  crepitantia  nubes 
terribilisque  tubas  auditaque  cornua  coelo  : 

passi  imitati  dal  Monti  nella  Basvilliana. 

(2)  Lo  stesso  gli  avviene  quando  invece  di  versi  riprende  atteggiamenti 
altrui.  Ad  es.  i  vv.  «  crin  morbido  e  bello  |  Sen  largo  ha  mia  madre  né  dice  mai  : 
no  »  ricordan  La  popularité  del  Barbier,  «  la  grande  impudique .  . .  qui   ventre 


16  ANTERO   MEOZZl 

ziali  del  traduttore.  Questo  spiega  anche  la  perfezione  di  quei  «rifaci- 
menti» (1)  di  cui  tanto  il  Carducci  si  compiacque  (il  rifacimento  infatti 
non  è  che  una  «traduzione  libera»),  e  la  perfezione  di  quelle  traduzioni 
incidentali  e  fragmentarie  che  Egli  cosi  sapientemente  sa  incastonare  in 
alcuna  delie  sue  Odi  barbare,  Rime  nuove,  Rime  e  ritmi.  Son  queste 
ch'io  volentieri  aggiungerei  al  manipoletto  di  versioni  che  di  proposito 
e  per  intero  il  Poeta  ci  ha  dato  dai  canti  di  Goethe,  di  Heine,  Platen, 
Klopstock,  etc. 

Ricordo:  Fantasia: 

Erra  lungi  l'odor  su  le  salse  aure 
e  si  mesce  al  cantar  lento  dei  nauti. 

Sono  i  delicati  versi  di  Baudelaire  (Parfum  exotique,  Fleurs  da  maU 
XXIII),  che  con  una  voce  nuova  ritornano  ad  echeggiare  nel  nostro  spirito  : 

Pendant  que  le  parfum  des  verts  tamariniers 


se  mèle  dans  mon  àme  au  chant  de  mariniers. 

Evidentemente  qui  l'assenza  del  proposito  di  tradurre  ha  giovato  al 
Poeta,  facendogli  superare  le  costrizioni  e  i  pericoli  di  un'eccessiva  fedeltà 
e  dandogli  conseguentemente  modo  di  imprimere  il  suggello  della  propria 
individualità,  alle  reminiscenze. 

Nel  solitario  verno  dell'anima 
spunta  la  dolce  imagine 

(Sole  d'inverno). 

Anche  qui  l'eco  heiniana  è  resa  dal  Carducci  più  fedelmente  che  se 
avesse  voluto  tradurre: 

In  mein  gar  zu  duakles  Leben 
strahlte  einst  ein  susses  Bild. 

{Heimkehr). 

E  lo  stesso,  per  tralasciare  la  finale  dell'ode:  Fuori  alla  Certosa  di 
Bologna,  vera  e  propria  riproduzione  del  Gesang  der  Toten  di  Platen,  gli 
accade  nella  prima  strofe  di  Ruit  fiora,  che  ha  tutto  il  carattere  di  una 
squisita  traduzione  di  un'odicina  dello  stesso  poeta  tedesco. 


au  soleil  livre  à  qui  veut  ses  flancs  ouverts  ».  Parimente  nel  Preludio  alle  Odi 
barbare,  la  personificazione  della  strofe  barbara  vigile  e  balzante,  che  solo  al 
poeta  ardito  si  concede  come  un' «evia  sul  nevoso  Edone  alle  strette  d'ama- 
tor  silvano  »,  ricorda  pei  particolari  descrittivi  (vv.  9-16)  e  pel  senso  allegorico, 
un  passo  delle  :  Rómische  Elegien  di  Goethe  (1,  iv,  20-30).  Ma  nessun  elemento 
c'è  che  attraverso  lo  spirito  fondente  del  Carducci  non  si  sia  plasmato  a  nuova 
vita  di  poesia. 

(1)  Per  non  parlare  di  quelli  che  si  trovan  nell'opera  poetica  giovanile, 
vedasi  il  rifacimento  del  Vili  idillio  di  Teocrito  {Primavere  elleniche,  li,  Dorica, 
str.  vni-ix),  e  del  delicato  frammento  di  Alcmano  negli  ultimi  versi  di  Cerilo. 


IL  CARDUCCI  TRADUTTORE  17 

O  desiata  verde  solitudine 
lungi  al  rumor  degli  uomini, 
qui  due  con  noi  divini  amici  vengono  : 
vino  ed  Amore  o  Lidia. 

Lange  begehrten  wir  ruhig  allein  zu  sein 
lange  begehrten  wir's  hatten  erreicht  es  heut, 
aber  es  theilt  mit  uns  diese  Genossenschaft 
Wein  und  lugend,  ein  feurig  Paar. 

Come  si  vede,  il  Carducci  ha  migliorato,  e  di  quanto  !  l'originale.  Mu- 
tato il  metro,  sfrondati  particolari  inutili,  quello  che  era  discorsivo  e 
pesante  nell'originale,  ha  preso  l'agilità  e  la  snellezza  del  canto. 

Ed  una  dolce  in  cuor  tristezza  sùbita 
tempra  di  amor  gli  incendi. 

Alla  lettera: 

Siisse  Melancolie  massigt  den  Liebeslrand. 

Confesso  che,  per  conto  mio,  volentieri  regalerei  alcuna  delle  odi  sto- 
riche degli  ultimi  anni,  per  traduzioni  o  rifacimenti  di  questo  genere. 

E  c'è  da  rimpiangere  davvero  la  scarsezza  dell'attività  del  Poeta  in 
questo  campo.  Se  si  pensa  che  le  traduzioni  carducciane,  anche  aggiunte 
quelle  incidentali  e  frammentarie  che  abbiamo  rilevate,  non  arrivano  alla 
ventina. 

Poiché  il  Carducci,  oltre  ad  aver  avuto  da  natura  attitudini  straofdi- 
narie  di  traduttore,  aveva  anche  intuito,  a  me  pare,  in  tutta  la  pienezza 
il  problema  del  tradurre.  Come  non  basti  cioè  riprodurre  il  pensiero,  il 
senso,  di  una  poesia,  ma  occorra  renderne  tutte  le  risonanze,  tutte  le  sfu- 
mature, sf  che  ci  sia  come  una  «equivalenza  di  vita  poetica»  tra  la  l'  e 
la  2*  forma. 

Perciò  comprese  anche  l'irrazionalità  di  una  eccessiva  e  pedantesca 
fedeltà  alla  lettera.  Le  traduzioni  peggiori,  infatti,  sono  appunto  quelle  lette- 
rali. Una  parola,  una  frase,  un  modo  di  dire,  un  metro  che  ha  talvolta  tutta 
una  storia  una  vita  ed  un  significato  affatto  particolare  nello  spirito  di  un 
popolo,  non  si  possono  sostituire  coU'equivalente  materiale  di  un'altra 
lingua  che  ha  tutta  un'anima  diversa. 

D'altra  parte,  è  vero,  c'è  anche  il  pericolo  del  principio  opposto; 
quello  cioè  di  concepire  la  traduzione  come  una  suprastruttura  rettorico- 
scolastica  individuale,  sull'opera  altrui. 

Come  quei  nostri  nonni,  per  cui  tradurre  valeva  rendere  all'  ingrosso  il 
senso  dell'originale,  per  esercitarci  poi  su,  per  conto  proprio,  la  loro  abilità 
di  stilisti  e  talvolta  la  loro  fantasia,  e  i  loro  gusti  e  capricci  di  letterati. 
Donde  buffi  travestimenti  come,  non  dirò  il  Callimaco  in  terzine  dante- 
sco-montiane  dello  Strocchi,  ma  certamente,  per  citare  uno  dei  tanti  esempi, 
il  Pindaro  di  Giuseppe  Borghi,  nientedimeno  che  in  ottave  ! 

Orbene,  vedremo  come  tra  queste  due  opposte  esagerazioni  il  Carducci 

Lu  Rasseena.  XXV,  1, 2 


18  ANTERO   MEOZZI 

seppe  mantenersi  in  perfetto  equilibrio.  Che  se  per  un  rigoroso  senso 
dell'arte  severamente  s'impose  talvolta  la  scrupolosa  riproduzione  del  con- 
cetto, del  metro,  della  lettera,  e  delle  particolarità  dell'originale,  il  suo 
istinto  di  poeta,  d'altra  parte,  salvandolo  da  un'eccessiva  pedanteria,  fece 
sf  che  le  sue  forze  d'artista  non  fossero  superate  dalle  limitazioni  ch'egli 
spontaneamente  s'impose.  Anzi,  talvolta  furono  appunto  le  deviazioni  alla 
lettera  quelle  che  gli  dettero  modo  di  migliorare  l'originale. 

Questo  gli  accadde  nelle  traduzioni  da  Platen,  Trovandosi  dinanzi  ad 
un  poeta  che  tanto  si  compiacque  di  rievocazioni  e  di  narrazioni  storiche, 
il  Carducci  era,  si  può  dire,  come  a  casa  sua,  come  dinanzi  ad  uno  spi- 
rito fratello;  era  naturale  perciò  che  dovesse  esserne  ottimo  interprete. 
Anzi,  siccome  il  Nostro  aveva  tanto  maggior  sensibilità,  tanto  maggior 
forza  di  fantasia  e  gusto  e  spirito  classico,  era  naturale  che,  anche  non 
volendo,  dovesse  migliorare  l'originale.  Spesso  quello  che  nel  poeta  tedesco 
è  scialbo  e  indeterminato,  prende  luce  e  classica  determinatezza;  quello 
che  era  prosaico  diventa  sonante  e  melodioso. 

Nàchtlich  am  Busenfo  lispeln,  bei  Cosenza  dumpfe  Lieder, 

aus  den  Wassern  schallt  es  Antwort,  und  in  Wirbeln  klingt  eswiedert 

Cupi  a  notte  canti  suonano  |  da  Cosenza  su'!  Busento 

cupo  il  fiume  gli  rimormora  j  dal  suo  gorgo  sonnolento. 

Gli  ultimi  due  ottonari  carducciani  valgon  più  di  quelli  del  tedesco  (1). 

Und  am  Ufer  des  Busento  reihten  sie  sich  um  die  Wette 
Del. Busento  ecco  si  schierano  |  su  le  sponde  i  Goti  a  pruova. 
Senkten  tief  hinein  den  Leichnam,  mit  den  Riistung  auf  dem  Pferde. 
E  profondo  il  corpo  calano,  |  a  cavallo,  armato  in  guerra. 

Traduzione  letterale  e  allo  stesso  tempo  perfetta,  dove  niente  guasta 
la  preziosità  letteraria-erudita :  «a  pruova»  (a  gara),  e  dove  l'iniziale: 
«a  cavallo»  mette  bene  in  rilievo  il  particolare  scultorio:  «auf  dem 
Pferde  » . 


Qualche  miglioramento  al  testo  il  Carducci  praticò  anche  nel  tradurre 
Der  Pilgrim  vor  St.  Just  Notiamo  sùbito  che  conservò  fedelmente  anche 
il  metro:  endecasillabi  a  rima  baciata. 

Nacfit  ist's  und  Stiirme  sausen  fiir  und  fiir, 
hispanische  Monche,  schliesst  mir  auf  die  Thiìr  I 


(1)  Talvolta  però  è  vero  anche  che  l'amore  di  fedeltà  e  le  costrizioni  della 
rima  sono  di  peso  e  d'impaccio  al  traduttore;  cosi  il  verso:  Wàhrend  noch 
die  lugendlocken  scine  Schuiter  blond  umgaben»,  rimaneggiato  cosi:  «Mentre 
ancor  bionda,  per  gli  omeri  |  va  la  chioma  al  poderoso»,  perde  di  efficacia; 
il  determinato  «  lugendlocken  »  diventa  genericamente  «  chioma  »  ;  l'espressivo 
(umgeben-circondare)  sfuma  nello  scialbo  «va»,  mentre  l'aggiunta  «al  pode- 
roso» sembra  una  zeppa  richiesta  dalla  rima. 


IL  CARDUCCI  TRADUTTORE  19 

È  notte,  e  il  nembo  urla  più  sempre  e  il  vento. 
Frati  spagnoli,  apritemi  il  convento. 

Bene  il  primo  verso  rende  e  determina  l'iterativo:  «sausen  fur  und 
fiir»;  e  anche  l'aver  tradotto  Thur  per  «convento»,  anziché  ripiego  for- 
zato dalla  rima,  serve  a  determinare  il  senso  della  situazione. 

La  seconda  strofe  è  tradotta  liberamente: 

Lasst  hier  mich  ruhn,  bis  Glockenton  mich  weckt, 
der  zum  Gebet  euch  in  die  Kirche  schreckt! 
Lasciatemi  posar  sino  ai  divini 
misteri  e  al  suon  dei  bronzi  mattutini  ! 

ed  è  perduta  anche  l'immagine  dell'originale  schreckt  (sveglia  di  soprassalto). 
Cosf  i  versi: 

Das  Haupt,  das  nun  der  Schere  sich  bequemt, 
mit  mancher  Krone  ward's  bediademt. 

divengono  più  scialbi  nella  traduzione: 

Questo  capo  alla  chierca  apparecchiato 
fu  di  molte  corone  incoronato. 

Forse  il  presente  tedesco  «  sich  bequemt  »  è  più  espressivo  ;  e  d'altra 
parte  «  incoronato  »  non  equivale  a  «  bediademt  » . 

Ma  quanto  più  solenne  più  maestoso,  più  lirico  il  distico  carducciano: 

Questo  a  le  rozze  lane  òmero  inchino 
levossi  imperiai  nell'ermellino, 

dell'originale  prosaicamente  narrativo: 

Die  Schulter  die  der  Kutte  nun  sich  biickt, 
hat  kaiserlicher  Hermelin  geschmtickt. 


Ancor  meglio  riuscita  è  la  traduzione  dell'altra  ode:  Der  Tharm  des 
Nero.  Molto  giovò  al  Carducci  l'essersi  liberato  dal  giogo  della  rima. 
Cosf  la  poesia,  che  nel  testo  ha  tutta  la  bonomia  narrativa  di  una  favola, 
prende  nella  traduzione  la  severa  compostezza  di  un'ode. 

Glaubwìirdiges  Wort,  wohnt  anders  es  noch  beim  Volk, 
danti  stieg,  da  er  hiess  anziinden  die  Stadi,  dann  stieg 
auf  jenen  Thiirm  schaulustig  Nero, 
und  iibersah  die  Fiamme  Roms. 

Narra  la  fama  e  ancor  n'ha  orrore  il  popolo: 
Nerone,  indetto  alla  città  l'incendio, 
sali  su  quella  torre  a  lo  spettacolo 
del  rogo,  allegro  ed  avido. 

È  facile  sentire  come  tutto  il  costrutto  prosaico  della  strofe  tedesca, 
diventi  superbamente  sonante  nel  testo  italiano. 


20  ANTERO  MEOZZI 

Notisi  anche  di  passata  lo  smembramento  di  «  schaulustig  »  (letteral- 
mente: «desideroso  di  vedere»)  nei  due  aggettivi  «allegro»  ed  «avido», 
smembramento  che,  oltre  ad  esaurire  il  contenuto  poetico  del  vocabolo 
tedesco,  aggiunge  un  magistrale  tócco  poetico  alla  situazione. 

Un  altro  miglioramento: 

Dort  aber  stand  auf  goldner  Zinne 
der  Kaiser,  der  die  Laute  schlug. 
Dritto  sui  merli  aurei, 
Neron  tocca  la  cetera. 

Il  Carducci  abbrevia  e  condensa  sempre  il  testo: 

Hoch  riìhm'  ich  das  Feuer,  sang  Er,  es  ist  goldreich, 
ist  werth  des  Titans,  der's  keck  dem  Olymp  wegstahl: 
Gloria,  egli  canta,  al  fuoco:  a  roro  ei  simile, 
ei  degno  del  Titan  che  al  cielo  tolselo. 

Ugualmente  più  lirica  è  la  finale  nella  traduzione: 

...  di  Roma  qui  raccogli  il  cenere 
e  nel  tuo  vino  mescilo; 

dove  l'imperativo  poetico  è  tanto  più  solenne  del  potenziale  tedesco: 

Hier  magst  du  dir  Roms  Asche  sammeln 
und  mischen  deinen  Wein  damit  ! 

Meno  valore  ha  l'altra  traduzione  da  Platen  :  (Loos  des  Lyrikers  :  La 
Lirica).  Quest'ode  saffica  è  anche  nel  testo  una  poesia  mediocre  e  sen- 
tenziosa; e  il  Carducci,  pur  traducendo  da  maestro,  non  potè  vivificarne  il 
contenuto  prettamente  didascalico-letterario. 


E  veniamo  ora  alle  traduzioni  da  Heine.  Qui  dobbiamo  sùbito  rico- 
noscere che  il  Carducci  non  ebbe  sempre  la  fortuna  che  ebbe  con  Platen. 
Col  Poeta  di  Dusseldorf  egli  non  aveva  grandi  contatti  spirituali  e  somi- 
glianze di  temperamento  poetico,  si  che  non  sempre  riusci  ad  assimilarlo. 
Donde  avviene  che  quello  che  nel  poeta  tedesco  è  infantile,  folle,  schietto, 
s'inturgidisca,  nel  Carducci,  di  una  montatura  letteraria,  che  falsa  asso- 
lutamente Io  spirito  dell'originale.  Ciò  che  è  snello,  agile,  leggero,  divien 
talvolta  impacciato  e  pesante;  ciò  che  è  trasparente,  cristallino  diviene 
grigio  e  opaco  come  per  interno  intorbidamento.  Tipica,  per  questo  riguardo, 
la  traduzione  della  novelletta  del  Romancero,  Karl  I: 

Im  Wald  in  der  Kohlerhiìtte  sitzt  \  triìbsinnig  allein  der  Konig; 

er  sitzt  an  der  Wiege  des  Kóhlerkinds  \  und  wiegt  und  singt  eintònig: 

Cupo  e  solo  nel  bosco  a  la  capanna 
del  carbonaio  il  re  sedeva  un  di; 
a  la  culla  sedea,  la  ninna  nanna 
ei  brontolava  al  pargolo  cosi. 


IL  CARDUCCI  TRADUTTORE  21 

Già  il  cambiamento  del  metro  più  lungo  e  solenne  nella  traduzione 
porta  un  notevole  appesantimento,  senza  dir  poi  che  costringe  il  Poeta 
a  inutili  riempitivi  come  quel  «  un  di  »,  ecc.  Notisi  anche  come  il  «  Kòhler- 
kind»,  contrariamente  all'intonazione  semplice  del  racconto,  classicamente 
divenga  :  //  pargolo. 

Cosi  al  V.  6.  Es.  blòcken  die  Schafe,  perde  la  sua  semplicité  e  pro- 
prietà nella  traduzione  :  perché  bela  «  l'ovil  »  ? 

Und  ISchelst  so  furchtbar  im  Schlafe 

il  testo  è  parco;  riempiticela,  la  traduzione: 

e  ridi  orribile 
in  mezzo  al  sonno  o  bambolo  gentil. 

E  quasi  ad  ogni  verso,  con  un  minuzioso  confronto,  potremmo  scor- 
gere nel  testo  italiano  glosse  e  aggiunte  inutili. 
Il  verso  24: 

Ich  weiss  es,  du  bìst  mein  Henker 

vien  cosi  trasformato  in  un  goffo  endecasillabo  : 

Carbonaietto,  il  mio  boia  sei  tu(l), 

Mein  Todesgesang  ist  dein  Wiegenlied. 
È  ninna  nanna  a  te  l'oscuro  e  lento 
salmo  di  morte  a  me. 

Ecco  come  gli  aggettivi  aggiunti  producono  una  solennità  letteraria  che 
certo  non  è  nell'intenzione  del  poeta  tedesco. 

Im  nacken  klirrt  mir  das  Eisen. 

al  collo,  ahi  sento  I 

il  freddo  delle  forbici  strisciar. 

Semplice  e  piano  il  testo,  impacciata  e  aspra  la  traduzione.  In  questa 
maniera,  l'infantile  e  semplice  novelletta,  cosi  snella  e  viva  nella  sua 
facile  prosaicità  popolaresca,  si  aggriccia  e  si  abbozzacchisce  in  una 
ironica  e  tragica  narrazione  a  forti  tinte  letterarie.  Forse  lo  spirito  demo- 
cratico repubblicanamente  giacobino  del  Poeta,  ha  contribuito  in  buona  parte 
a  questa  non  bella  trasformazione. 


Meglio  riuscita,  in  complesso,  la  traduzione  del  diciottesimo  dei  Zeitge- 
dichte:  Der  Kaiser  voti  Kina.  Meno  sensibile  qui  l'inconveniente  del  metro, 
poiché  l'interposizione  dì  settenari  agli  endecasillabi  avvicina  la  tradu- 
zione alla  snellezza  dell'originale.  L'unico  inconveniente  forse  è  che  anche 
qui  il  Carducci  carica  un  po'  le  tinte  del  comico,  in  modo  che  la  tradu- 


(1)  È  parimente  goffo  l'ultimo  verso:  «Dormi,  boietto  mio»,  ecc.,  dove  il 
diminutivo  non  è  d'uso  cosi  frequente  com'è  nel  tedesco:   «Henkerchen». 


22  ANTERO  MEOZZI 

zione  acquista,  sf,  maggiore  icasticità  dell'originale,  ma  a  scapito  talvolta 
della  semplicità  e  della  fedeltà. 
Heine  ad  esempio  dice: 

Das  Reich  der  Mitte  verwandelt  sich  dann 
in  elnen  Blumenanger. 


e  il  Carducci: 
Ancora  : 


Il  mio  regno  del  centro  apre  e  si  spampana 
come  un  boccio!  di  rosa. 

AllUberall  ist  ùberfluss, 

und  es  gesunden  die  Kranken; 

È  una  cuccagna,  i  moribondi  in  festa 

danno  calci  a  le  bare. 

Il  primo  verso  è  comicamente  abbreviato,  benché  smorzando  la  comi- 
cità dell'ultrasuperlativo  tedesco,  ma  il  secondo  è  bernescamente  esa- 
gerato; il  testo  diceva  solamente:  «i  malati  guariscono». 

Un  ultimo  esempio: 

Wohl  haben  die  Schiller  Àskulaps 
das  Trinken  mir  widerraten,  ecc.  ; 

il  testo  è  semplice,  ma  il  Carducci  fa  la  voce  grossa: 

...  il  medico  di  Corte 
fa  gli  occhi  spaventati; 
Esculapio,  io  vo'  ber  fino  a  la  morte, 
per  il  ben  dei  miei  Stati  ! 

prendendo  un  atteggiamento  oratorio  che  non  è  nell'originale: 

Ich  aber  trinke  meine  Schnaps 
zum  Besten  meiner  Staaten. 

La  poesia  Der  Weber  (/  tessitori),  per  il  suo  contenuto  rivoluzionario, 
per  lo  spirito  ironico  e  la  forma  oratoria,  troppo  era  conforme  al  tempe- 
ramento di  chi  aveva  scritto  Giambi  ed  Epodi,  perché  la  traduzione  non 
dovesse  uscirne  perfetta. 

Im  diìstern  Auge  keine  Thràne, 
sie  sitzen  am  Webstuhl  und  fletschen  die  Zàhne  : 
Deutschland,  wir  weben  dein  Leichentuch, 
wir  weben  fiinein  dein  dreifachen  Fluch 

wir  weben,  wir  weben  ! 
Non  han  ne  gli  sbarrati  occhi  una  lacrima, 
ma  digrignano  i  denti  e  a'  telai  stanno. 
Tessiam,  Germania,  il  tuo  lenzuol  funebre, 
e  tre  maledizion  l'ordito  fanno  : 

tessiam,  tessiam,  tessiamo  I 

Non  c'è  che  da  ammirare  la  precisione,  l'abilità,  l'arte  del  traduttore; 
nulla  è  perduto;  anzi  qualche  particolare  è  reso  con  maggior  determina- 
tezza, come  il  4  verso:  «e  tre  maledizioni*,  ecc. 


IL  CARDUCCI  TRADUTTORE  23 

Wir  haben  vergebens  gehofft  und  geharrt, 
es  hat  uns  geafft,  und  gefoppt,  und  genarrt. 

Certo  non  son  versi  facili  a  tradurre,  eppure  il  Carducci  ne  esce  a 
meraviglia: 

Lo  pregammo  e  sperammo  ed  aspettammo; 
egli,  il  buon  Dio,  ci  saziò  di  scherni. 

È  spremuta  tutta  l'amara  ironia  del  testo  ;  anche  se  l'ultimo  verso  ap- 
pare troppo  sommario  rispetto  a  quello  tedesco  ricco  di  innumerevoli 
accenni  ironici  {geàft,  gefoppt,  genarrt). 


Come  gli  atteggiamenti  democratico-rivoluzionari,  trovaron  perfetta 
risonanza  nell'anima  del  Carducci  gli  abbandoni  sentimentali  dell'autore 
di  Lyrisches  Intermezzo  e  di  Verschiedene.  Le  due  traduzioni  :  Passa  la  nave 
mia,  ecc.,  e  :  Lungi  lungi  sull'ali  del  canto,  nella  loro  grazia  di  strambotti 
popolareschi,  conservan  nel  testo  italiano  tutto  il  sapore  e  la  freschezza 
dell'originale.  Fermandoci  all'ultimo,  basterebbe  confrontare  la  traduzione 
del  Carducci  con  quella  dello  Zendrini,  ad  esempio,  o  con  l'altra  anche 
meglio  riuscita  di  G.  Del  Re,  perché  sùbito  ne  saltino  agli  occhi  gli 
innumerevoli  pregi.  È  qualcosa  di  perfetto  nel  genere;  tutto  è  indovinato. 
E  specialmente  il  metro  (decasillabi  piani  e  tronchi  a  rime  alternate  (1)). 

Lungi  lungi  su  l'ali  del  canto 
di  qui  lungi  recare  io  ti  vo'  : 
là,  nei  campi  fioriti  del  santo 
Gange  un  luogo  bellissimo  io  so. 

Auf  Flùgeln  des  Gesanges 
herzliebchen,  trag'ich  dich  fort, 
fort  nach  den  Fluren  des  Ganges, 
dort  weiss  ich  den  schonsten  Ort. 

Le  due  strofette,  per  l'andamento,  musicalità,  semplicità  sono  «poeti- 
camente equivalenti  » . 

Ivi  rosso  un  giardino  risplende 
della  luna  nel  cheto  chiaror: 

qui  la  traduzione  è  anche  più  viva  dell'originale: 

Dort  liegt  ein  rotblUhender  Garten 
im  stillen  Mondenschein; 


(1)  Forse  per  questo  e  per  altri  particolari  il  Card,  dovette  giovarsi  della 
traduz.  di  Giuseppe  Del  Re  (Torino,  Brancardi,  1837),  che  Egli  esaminò  e  lodò 
nelle  Conversazioni  heiniane  (Op.,  X,  9-14).  Eccone,  per  un  confronto,  alcuni 
passi  :  «  Trasportatore  io  ti  voglio  dei  canti  |  Sovra  l'ali  del  Gange  alle  rive. . . 
Là  un  giardino  fiorisce  odoroso  |  Della  luna  al  bel  raggio  sereno . . .  |  Cupa- 
mente s'ascolta  lontano  \  l'onda  sacra  del  Gange  sonare». 


24  ANTERO  MEOZZI 

risplende  contiene  infatti  un  accenno  poetico  clie  non  è  nel  liegt  del  testo. 
E  cosf  i  due  versi: 

Cupa  s'ode  lontano  lontano 
l'onda  sacra  del  Gange  fluir 

superano  di  gran  lunga  per  musicalità  quelli  del  tedesco: 

Und  in  der  Farne  rauschen 
des  heiligen  Stromes  Wellen. 

L'ultima  strofe  poi  è  un  vero  prodigio: 

Oh  !  che  sensi  d'amore  e  di  calma 
beveremo  ne  l'aure  colà  ! 
Sogneremo,  seduti  a  una  palma, 
lunghi  sogni  di  felicità. 

Ha  una  delicatezza  ed  ispira  un  abbandono  sentimentale  che  forse  non 
è  nell'originale: 

Dort  wollen  wir  niedersinken 
unter  dem  Palmenbaum, 
und  Lieb'  und  Ruhe  trinken 
und  traumen  seligen  Traum. 

Basterebbe  questo  gioiello,  per  affermare  il  Carducci  come  sommo 
traduttore.  E  davvero  il  poeta  nostro  ci  compensa  lautamente  dell'aver 
talvolta  reso  goffi  o  pesanti  gli^agili  atteggiamenti  del  proteiforme  poeta 
tedesco. 

Antero  Meozzi. 


COMUNICAZIONI 


Una  lettera  inedita  di  Giacomo  Leopardi 

Lettere  inedite  di  Giacomo  Leopardi  non  è  facile  trovare.  Eppure  mi 
capitò  di  scovarne  una  nel  Museo  di  San  Martino  di  Napoli,  in  una  saletta 
di  passo,  dove  migliaia  e  migliaia  di  visitatori  non  si  sono  certamente 
soffermati  a  sbirciare  le  firme  degli  autografi  esposti  nelle  vetrine,  attratti 
dal  meraviglioso  panorama  che  s'apre  dinanzi  all'aereo  terrazzino  della 
monumentale  Certosa. 

La  lettera  autografa  del  Poeta  è  indirizzata  al  cugino  Giuseppe  Mel- 
chiorri,  uomo  di  studi  che  frequentava  i  circoli  letterari  ed  eruditi  di 
Roma,  e  che  nella  dimora  fatta  nella  metropoli  l' inverno  seguente  fu  suo 
presentatore  e  compagno.  Le  Effemeridi,  delle  quali  si  parla,  sono  le 
Effemeridi  letterarie  delle  quali  era  editore  il  libraio  De  Romanis,  nel  cui  ne- 
gozio si  raccoglievano  a  crocchio  gli  eruditi  più  chiari,  e  vi  bazzicavano 
il  Niebuhr,  il  Mai,  il  Cancellieri,  ed  il  Bunsen,  —  e  in  quel  periodico  il 
Recanatesi  pubblicò  poco  dopo  alcuni  articoli  che  gli  valsero  la  conoscenza 
e  l'estimazione  dei  più  reputati  filologi  italiani  e  stranieri. 

Quali  fossero  le  «bagattelle»  che  avrebbero  dovuto  esser  terminate 
nell'aprile  1822  non  è  facile  indovinare.  Forse  si  trattava  delle  nuove  can- 
zoni, delle  quali  alcune,  come  il  Bruto  minore  e  Alla  Primavera,  erano  già 
composte,  mentre  delle  altre,  il  Canto  di  Saffo,  l'Inno  ai  Patriarchi,  il 
Leopardi  aveva  già  in  mente  il  concetto.  Quali  altri  lavori  avesse  fra  mano 
il  Poeta  in  quella  primavera  recanatese  non  mi  fu  dato  arguire,  perché 
anche  lo  Zibaldone  non  reca  traccia  nelle  196  pagine  del  1822  che  di  osser- 
vazioni e  pensieri  sulla  modernità  delle  lingue;  né  so  se  di  codesti  mesi 
sia  quel  finto  volgarizzamento  trecentesco,  il  Martirio  dei  Santi  Padri, 
composto  in  quell'anno,  ma  jfubblicato  soltanto  quattr'anni  appresso,  a  cui 
l'A.  non  poteva  alludere  coll'epiteto  di  «bagattelle». 

L'autografo  leopardiano  ha  sul  verso  questo  altro  indirizzo  :  a  S.  Eccel- 
lenza I  Donna  Amalia  Colonna  Acquaviva  \  Vico  Carminello  a  Chiaia  \  Na- 
poli, con  un  bollo  postale  Napoli  14  agosto  185 ...  e  le  parole:  Baj  6 
(4  fr.)  e  Bai  uno  \  Assicurato. 

Da  ciò  apparisce  che  nel  185 .. .  fu  da  qualcuno  che  lo  possedeva 
mandato  come  preziosa  reliquia  alla  gentildonna  napoletana,  la  quale  forse 
ne  fece  premurosa  richiesta.  E  sarebbe  curioso  indagare  come  dalle  mani 


26  GUIDO  BIADI 

di  Donna  Amalia  Colonna  passasse  nel  Museo  di  San  Martino,  a  dormirvi 
un  placido  sonno,  che  soltanto  alla  mia  curiosità  piacque  di  disturbare. 

Guido  Biagi. 

Recanati,  15  aprile  1822. 

Cugino  carissimo, 

Ebbi  e  lessi  con  molto  piacere  la  prima  vostra  alla  quale  risposi 
sùbito,  e  con  altrettanto  la  seconda  alla  quale  rispondo  con  questa. 
Che  l'altra  mia  si  smarrisse,  mi  dispiace,  non  per  la  lettera  in  sé, 
ma  pel  desiderio  che  voi  gentilmente  ne  dimostrate.  Non  ripeterò 
le  cose  ch'io  vi  diceva  allora  intorno  ai  vostri  studi,  perché  m'av- 
vedo benissimo  che  non  avete  bisogno  d'incitamenti;  e  d'ammaestra- 
menti, se  n'abbisognaste  (che  tutti  per  verità  n'abbisognano),  non 
potrei  soddisfarvene  io.  Mi  rallegra  molto  il  sentirvi  cosi  occupato 
e  cosi  ardente  in  questa  carriera  :  e  quanto  agli  aiuti  che  mi  do- 
mandate, se  son  capace  d'aiutarvi,  m'offro  interamente  ai  vostri 
servizi  ;  ma  non  accetto  le  lodi  che  mi  date,  e  per  amor  del  vero, 
vi  consiglio  a  detrarre  qualche  cosa  della  stima  che  fate  di  me,  o 
che  mostrate  di  fare.  Circa  quello  che  mi  proponete  relativamente 
a  coteste  Effemeridi,  risponderò  con  altro  ordinario,  perché  presen- 
temente son  dietro  a  terminare  certe  bagattelle,  che  dovrebbero  essere 
in  punto  dentro  questo  mese,  e  mi  tengono  molto  occupato  ;  oltre 
al  solito  impedimento  degli  occhi  e  della  testa,  che  non  mi  lasciano 
studiare  se  non  quanto  piace  loro.  E  queste  ragioni  desidero  che 
mi  scusino  anche  della  brevità  e  della  tardanza  della  presente. 
Ricordatemi  alla  Mamma,  la  quale  non  so  se  mi  creda  più  al  mondo. 
Datemi  nuove  della  salute  sua  (come  anche  della  vostra)  e  ditele 
che  ho  risposto  sempre  alle  sue  lettere,  e  scrittole  ancora  spontanea- 
mente, ma  non  so  se  le  mie  le  saranno  state  ricapitate.  Vogliatemi 
bene  e  credetemi  di  cuore 

vostro  aff.mo  cugino 
Giacomo  Leopardi. 

(nel  verso  :)  RECANATI  (bollo  della  Posta) 

Al  nobil  uomo  Sig.  Marchese  GIUSEPPE  MELCHIORRl 

ROMA 


Un  concorso  di  Atto  Vannucci 


Nel  1833  il  can.  Giuseppe  Silvestri,  rettore  del  Collegio  Cicognini  di 
Prato,  scriveva  al  p.  Mauro  Bernardini  (1): 

Pregiatis.'no  Sig.  e  Padron  Col.^no 

Il  latore  della  presente  è  il  cherico  Atto  Vannucci,  prefetto  in  questo 
Collegio  Cicognini.  Egli  è  uno  de'  concorrenti  alla  scuola  di  umanità  e 
rettorica  del  Comune  di  Empoli;  che  però  secondo  l'avviso  del  Cancel- 
liere Comunitativo  si  reca  a  Firenze  per  sostenere  l'esame,  che  deve  farsi 
da  V.  S.*  So  bene  quanto  in  tali  occasioni  disconvenga  il  fare  delle  lettere 
commendatizie,  dovendo  l'esaminatore  giudicare  ex  actìs  senza  riguardo  a 
persona.  Pure  io  mi  sono  ardito  di  accompagnare  il  suddetto  con  questa 
mia,  affinché  Ella  si  compiaccia  di  accoglierlo  in  guisa  da  ispirargli  co- 
raggio a  sostenere  il  cimento.  Per  la  cognizione  che  io  ho  di  tal  giovine 
sf  quanto  al  suo  ingegno,  si  quanto  al  buon  esito  de'  suoi  studi  elemen- 
tari in  lettere  sotto  la  mia  disciplina  nel  Seminario  di  Pistoia  e  sf  quanto 
alla  sua  non  mai  sazia  voglia  di  studiare,  non  dubito  di  asserire  che  egli 
fosse  per  riuscire  un  eccellente  maestro.  Io  già  lo  aveva  designato  nel- 
l'animo mio  a  maestro  in  questo  Collegio,  ma  l'ostinazione  del  Vescovo 
di  Pistoia  di  non  volere  ordinare  chi  convive  in  questo  Collegio  mi  ha 
messo  nella  dura  necessità  di  fargli  cercare  '  un  collocamento  in  Diocesi 
fiorentina,  dove  per  la  diversa  maniera  di  procedere  dell'ottimo  Prelato 
sarebbe  di  certo  ordinato.  Io  mi  confido  che  il  Vannucci  sosterrà  con  assai 
decoro  l'esame,  ove  gli  sia  data  occasione  di  dar  saggio  di  critica,  di 
gusto,  di  erudizione  e  di  lingua;  del  che  non  mi  riprometterei,  quando 
l'esame,  come  da  taluni  si  è  fatto,  consistesse  per  la  maggior  parte  in 
componimenti  poetici,  pe'  quali  richiedesi  più  che  lo  studio  la  natura.  Se 
questo  cherico  potesse  per  la  buona  riuscita  del  suo  esame  ricevere  il  suo 
collocamento  fuori  della  Diocesi  di  Pistoia,  io  ne  avrei  all'animo  infinita 
consolazione,  perché  lo  vedrei  sottratto  alla  persecuzione  mossagli  dal 
Vescovo  per  la  sola  ragione  di  essere  addetto  a  questo  Collegio. 


(1)  Lettera  inedita.  Collegio  Cepparello  in  Firenze.  Carte  Bernardini,  busta 
n.  16. 


28  ACHILLE  DE  RUBERTIS 

Perdoni  V.  S.*  l'incomodo,  che  Le  ho  arrecato,  al  mio  affetto  verso  di 
un  giovine  degno  di  miglior  sorte.  Mi  confermo  con  tutto  il  rispetto  e 
l'ossequio 

Di  V.  S.' 

Prato,  li  23  d'aprile  1833. 

Dev.*"»  Servo 
Can.  Gius.  Silvestri. 

Prima  d'occuparmi  del  concorso,  di  cui  nessun  cenno  è  stato  mai  fatto, 
mi  è  necessario  chiarire  per  qual  motivo  il  Vannucci  fosse  perseguitato  da 
mons.  Francesco  Toli.  Veramente  la  persecuzione  era  diretta  contro  il 
Silvestri.  Fu  questi  un  continuatore  dell'audace  tentativo  di  riforme  ini- 
ziato dal  vescovo  di  Prato  e  Pistoia  Scipione  dei  Ricci,  uno  spirito  indi- 
pendente e  negli  studi  un  po'  rivoluzionario.  Nel  seminario  di  Pistoia  e 
più  nel  Cicognini  aveva  aperto  la  scuola  allo  studio  della  storia,  allargato 
quello  della  lingua,  comprendendovi  i  primi  scrittori  fino  al  Boccaccio,  e 
introdotto  la  Divina  Commedia,  che,  trascurata  quasi  da  tutti,  da  molti 
del  clero  era  anche  creduta  perniciosa  ai  giovani.  Fu  quindi  aspramente 
combattuto  soprattutto  da  alcuni  maggiorenti  del  seminario  e  della  curia 
di  Pistoia.  E  quando  fece  istanza  al  Granduca,  nel  1831,  per  essere  assunto 
alla  direzione  del  Cicognini,  lo  stesso  mons.  Toli,  richiesto  d'informazioni, 
rispose (1)  che,  «atteso  Io  sconcerto  e  la  decadenza»  in  cui  si  trovava 
quel  collegio,  temeva  che  il  Silvestri  si  compromettesse  «  nella  sua  quiete 
«  senza  poter  corrispondere  all'intento  proposto  con  sodisfazione  e  propria 
«e  pubblica»;  perché,  sebbene  fosse  «uomo  di  un  distinto  merito  in  let- 
«  teratura . . . ,  di  ottimo  carattere  e  nella  sua  condotta  civile,  morale  ed 
«ecclesiastica...  irreprensibile  e  per  ogni  conto  lodevolissimo »  (nelle 
lodi  abbondava  per  nascondere  la  propria  ostilità),  gli  pareva  «  non  troppo 
«adatto  ad  entrare  in  una  carriera  tutta  di  vigilanza  e  di  azione».  Tut- 
tavia, essendo  state  interamente  favorevoli  le  informazioni  dei  deputati 
del  Cicognini,  del  soprintendente  agli  studi  e  dell'auditore  di  consulta,  il 
Silvestri  fu  preferito  ad  altri  due  concorrenti  e  nominato  rettore  con  mo- 
tuproprio del  22  settembre  1831. 

Non  cessò  allora,  anzi  crebbe  l'ira  dei  suoi  nemici;  i  quali,  non  po- 
tendo più  colpire  lui,  cominciarono  a  perseguitare  i  giovani  che,  come 
una  nuova  colonia,  egli  aveva  condotti  dal  seminario  di  Pistoia  al  collegio 
di  Prato.  Tra  questi  era  appunto  il  Vannucci.  Morto  il  V  aprile  1831  lo 
zio  don  Francesco,  che  lo  aveva  avviato  agli  studi  e  aiutato  a  continuarli, 
né  potendo  far  troppo  affidamento  sull'appoggio  del  padre,  il  Vannucci, 
come  scrisse  a  Enrico  Bindi  il  7  aprile  (2),  vide  «  fallite  tutte  le  sue  spe- 


(1)  Giuseppe  Silvestri,  lamico  della  studiosa  gioventù.  Memorie  compilate  da 
Cesare  Guasti,  Prato,  Ranieri  Guasti,  1874,  voL  P,  pp.  278  e  segg. 

(2)  Francesco  Rosso,  Atto  Vannucci  da  ricordi  contemporanei  e  memorie 
di  viaggi  e  dallo  spoglio  di  1500  lettere  inedite,  Torino,  S.  Lattes  e  C,  1907. 


UN  CONCORSO  DI  ATTO  VANNUCCI  29 

ranze  più  belle».  Se  non  che  il  Silvestri,  il  quale  l'aveva  avuto  discepolo 
nel  seminario  di  Pistoia  (1),  venutogli  spontaneamente  in  soccorso,  lo  invo- 
gliò e  lo  obbligò  a  seguirlo  a  Prato,  promettendo,  oltre  la  sua  protezione, 
l'insegnamento  nel  Cicognini.  Credè  opportuno  chiedere  al  vescovo  il  per- 
messo d'aver  il  Vannucci  presso  di  sé,  ma  quegli  non  si  degnò  neppure 
di  rispondere.  E  il  Vannucci,  che  aveva  voluto  aggiungere  le  sue  istanze, 
senti  dirsi  del  maestro  «cose  de populo  barbaro ^{2),  e  fu  accomiatato  con 
le  parole:  «Faccia  come  vuole,  ma  Ella  non  si  ordina».  Ciò  nonostante 
ai  primi  di  novembre  del  1831  entrò  nel  collegio  di  Prato,  provvisoria- 
mente come  prefetto;  e  si  iscrisse  alle  scuole  del  seminario  della  mede- 
sima città,  con  la  speranza  che  frattanto  si  calmasse  l'ira  di  mons.  Toli. 
Fu  invece  fatto  segno  insieme  col  Silvestri  a  un  continuo  spionaggio,  e 
fu  pure  esercitata  una  stretta  sorveglianza  su  tutti  quelli  del  seminario  di 
Pistoia  che  erano  in  relazione  con  loro;  finché  nel   1832  si  venne  alle 
ostilità  scoperte,  quando  il  Vannucci  e  il  suo  compagno  Ferdinando  Me- 
tani, che  lo  aveva  seguito  nel  Cicognini,  chiesero  al  vescovo,  all'avvici- 
narsi dei  quattro  tempi  del  settembre,  d'essere  ordinati  suddiaconi.  Mons. 
Toli  non  accolse  la  domanda.  Insistettero  essi,  ma  non  ebbero  alcuna  ri- 
sposta. «  Sai  cosa  c'è  di  nuovo  ?  » ,  scrisse  il  Vannucci  poco  dopo  al  Bindi  : 
'Colui  che  unge  i  Gallonzoli (3)  non  ha  voluto  condiscendere  alle  nostre 
«  richieste  neppur  questa  volta . . .  Cosa  ne  dici,  amico  ?  Cosa  dobbiamo 
«fare?  Bisognerà  lasciar  operare  al  tempo.  Egli  si  è  messo  in  testa  di 
«  screditar  questo  luogo,  di  farci  passare  per  gente  infame  e  cosi  pregiu- 
«  dicare  all'onoratezza  del  capo  e  del  luogo».  Il  22  ottobre,  dopo  aver 
descritto  la  sua  vita  allegra  in  una  villa  del  Cicognini,  preso  dal  ricordo 
«  della  stolta  persecuzione  del  vile  »,  aggiungeva:  «  Ma  mentre  io  mi  Vivo 
«  qui  colla  calma  nel  seno,  d'altra  parte  si  stanno  preparando  tutti  i  ferri 
«  che  può  aguzzar  la  perfidia  e  la  malvagità  dei  figli  della  stoltezza  onde 
«recar  danno  a  chi  è  al  tutto  privo  di  difesa».  E  a  Didaco  Macciò,  stu- 
dente di  leggi  in  Pisa,  scriveva  il  29  novembre:  «  Te  felice  che  puoi  abbe- 
«verarti  a  cotesti  abbondantissimi  fonti,  e  puoi  sperare  che  le  sofferte 
«fatiche  ti  riesciranno  poscia  a  vantaggio,  non  avendo  a  temere  della 
«stolta  guerra  del  vile,  che  venga  ad  interromperti  l'intrapresa  carriera, 
«  e  render  inutile  ogni  sparso  sudore  !  » . 

* 

Naturalmente  chi  soffriva  non  meno  del  Vannucci  per  cosi  accanita 
persecuzione  era  il  Silvestri,  che  si  riteneva  un  po'  responsabile  della 
rovina  del  discepolo.  Egli  quindi,  per  mezzo  di  Antonio  Moggi,  provve- 
ditore alla  camera  di  soprintendenza  comunitativa  e  suo  amico,  pregò 


(1)  Nel  1828  e  nel  1830,  secondo  informa  il  Guasti  (Op.  cit.,  voi.  1»,  p.  172). 

(2)  Lettera  del  Vannucci  al  Biodi  del  29  ottobre  1832. 

(3)  Mons.  Toli,  detto  cosi  in  un  sonetto  del  Vannucci. 


30  ACHILLE  DE  RUBERTIS 

Neri  Corsini,  consigliere  di  Stato  e  direttore  della  segreteria  di  Stato 
d'interporsi  presso  mons.  Toli;  e  neppure  il  Corsini  essendo  riuscito  a 
qualcosa,  si  appellò  all'arcivescovo  di  Firenze.  Ma  mons.  Toli  avverti 
che  avrebbe  ordinato  il  Vannucci,  se  prima  fosse  tornato  nel  seminario 
di  Pistoia. 

Era  una  soluzione  né  decorosa  né  vantaggiosa,  e  però  al  Silvestri 
parve  miglior  partito  procurare  al  suo  disgraziato  discepolo  un  colloca- 
mento nella  diocesi  fiorentina,  per  sottrarlo  all'ostinazione  del  vescovo  e 
facilitargli  l'ordinazione  al  suddiaconato.  Sperò  di  poter  conseguire  lo 
scopo,  allorché  fu  bandito  il  concorso  alla  cattedra  (1)  di  umanità  e  retto- 
rica  nelle  scuole  comunitative  di  Empoli  (2). 

Fin  dal  19  dicembre  1832  era  stata  inviata  al  Moggi,  perché  provve- 
desse al  conferimento  di  quella  cattedra,  la  nota  dei  concorrenti;  i  quali 
furono  dapprima:  l'abbate  Ferdinando  Panieri  di  Pistoia,  il  dottore  Lorenzo 
Neri  di  Empoli,  i  sacerdoti  Sebastiano  Ghirelli  della  Rocca  S.  Casciano, 
Giuseppe  Michi  di  Empoli,  Vincenzo  Biancolini  di  Campiglia  e  Antonio 
Mercatali  di  S.  Giovanni  Valdarno.  Poi  gli  ultimi  tre  rinunziarono  al  con- 
corso e  si  presentarono  altri  due  :  il  possidente  Giuseppe  Cianchi  di  Mon- 
telupo  Fiorentino, e  1'* abbate»  Atto  Vannucci.  Gli  esaminatori,  nominati 
ril  aprile  1833  dal  Corsini,  furono  tre  insigni  scolopi  del  collegio  di  S. 
Giovannino  di  Firenze:  Mauro  Bernardini,  regio  censore  e  già  insegnante 
di  rettorica,  Giovanni  Zucconi,  maestro  di  rettorica,  e  Stanislao  Gatteschi, 
maestro  di  umanità.  Secondo  le  istruzioni  dello  stesso  Corsini,  la  mattina 
del  25  aprile,  nella  biblioteca  di  S.  Giovannino  e  alla  presenza  di  Luigi 
Borrini,  commesso  della  soprintendenza  agli  studi,  ebbe  luogo  l'esame, 
che  fu  orale  e  scritto.  L'esame  orale  consisté:  1°)  nella  spiegazione  estem- 
poranea dell'episodio  di  Polidoro  del  libro  III  deWEneide;  2°)  in  domande  let- 
terarie per  assicurarsi  della  capacità  all'insegnamento  di  umanità  e  rettorica; 
e  quello  scritto  :  1°)  in  una  prosa  latina  sul  tema  :  «  Quali  sono  i  princi- 
pali e  più  importanti  doveri  di  un  maestro  per  indirizzare  alle  buone  let- 
tere i  suoi  scolari  ?  >  ;  2°)  nella  traduzione  in  versi  sciolti  dell'episodio 
d'Orfeo  e  Euridice  delle  Georgiche;  3°)  nella  versione  rigorosamente  lette- 
rale dell'esordio  dell'orazione  di  Cicerone  Pro  lege  Manilia,  nella  quale 
si  richiedevano,  oltre  la  purità  e  proprietà  della  lingua  italiana,  tutte 
quelle  osservazioni  filologiche,  retoriche,  relative  alle  figure  di  parola  e 
di  pensiero,  che  si  sarebbero  fatte  nella  scuola.  Tenendo  conto  dell'esat- 
tezza e  dell'intelligenza  dimostrata  nell'esame  orale,  cosf  nella  traduzione 
come  nelle  domande,  il  Cianchi  fu  giudicato  primo  e  il  Vannucci  quarto. 
Nella  prosa  latina  invece  risultò  primo  il  Vannucci  e  secondo  il  Cianchi  : 
per  l'uno  il  giudizio  della  commissione  esaminatrice  fu  :  «  Tèma  bene  trat- 


(1)  Già  occupata  dal  dott.  Ulivo  Bacchi  di  Pisa,  con  lo  stipendio  annuo 
di  scudi  120,  oltre  il  quartiere  e  l'orto. 

(2)  Archivio  di  Stato  in  Firenze.  Camera  di  soprintendenza  comunitativa 
1833.  Filza  di  rescritti  del  mese  di  giugno,  n.  interno  1289. 


UN  CONCORSO  DI  ATTO  VANNUCCI  31 

e  tato,  pensieri  giusti,  stile  proprio  e  spontaneo  >  ;  per  l'altro  :  «  Tèma  ba- 
«stantemente  trattato,  pensieri  giusti,  stile  proprio  ».  Nella  versione  delle 
Georgiche  poi  tornò  ad  esser  primo  il  Cianchi,  quarto  il  Vannucci,  avendo 
fatto  questi  una  «  traduzione  senza  poesia  »  e  quegli  una  «  traduzione 
«moltissimo  buona  in  ogni  senso,  ad  eccezione  di  qualche  tenue  inesat- 
te tezza>.  Infine  nella  versione  di  Cicerone  rimase  primo  il  Cianchi,  per 
cui  il  giudizio  fu:  «Traduzione  con  qualche  errore  di  sentimento;  nel 
«  resto,  non  valutata  qualche  inesattezza,  è  corrispondente  alle  condizioni 
«  prescritte  »  ;  e  passò  terzo  il  Vannucci,  che  aveva  fatto  una  «  traduzione 
«  pienamente  letterale,  con  qualche  errore  e  con  alcune  inesattezze  » .  Per- 
tanto, nell'ordine  di  preferenza  e  di  merito,  risultò  primo  il  Cianchi,  e  si 
lasciò  dietro  gli  altri  a  notevole  distanza,  con  la  seguente  gradazione:  V 
Cianchi  (6);  2°  Ghirelli  (13)  ;  3°  Neri  (15);  4°  Vannucci  (17);  5"*  Panieri  (25). 
La  Commissione  giudicò  che,  «per  valor  letterario»,  il  Cianchi  era  «il 
«  pili  abile  ed  il  più  capace  »  a  sostener  la  cattedra  di  Empoli  ;  e  che  gli 
ultimi  due  non  erano  ancora  idonei  a  tale  incarico,  «  sebbene  dotati  di 
«talento,  specialmente  il  sig.  Atto  Vannucci». 

Non  è  possibile  controllare  il  giudizio  emesso  in  questa  occasione  più 
che  sul  valore  letterario  sul  valore  poetico  del  Vannucci.  Il  Silvestri  aveva 
già  previsto  che  il  discepolo  non  avrebbe  dato  buona  prova  di  sé,  ove 
l'esame  fosse  consistito  in  componimenti  poetici.  E  del  resto  lo  stesso 
Vannucci  dichiarò  sempre  di  non  esser  poeta  (1).  È  tuttavia  notevole  che 
fosse  riconosciuto  il  suo  ingegno,  e  che  egli  risultasse  primo  nella  com- 
posizione latina,  la  quale  era  l'esperimento  più  difficile  e  doveva  essere  il 
più  decisivo. 

Il  Cianchi  scrisse  dei  versi  (2),  ma  versi  senza  poesia  e,  quanto  alla 
forma,  appena  mediocri.  Come  letterato,  poi,  non  consegui  alcuna  rino- 
manza. 


(1)  Il  Vannucci  «qualche  volta»,  osserva  il  Rosso  {Op.  cii.,  p.  13,  nota), 
«compose  versi,  ma  cosi  per  ispasso,  e  rimase  poi  sempre  avverso  ai  poeti 
«contro  natura,  né  mai  fece  alcun  conto  di  quanto  egli  aveva  scritto.  li  23 
«  aprile  1860  in  una  sua  lettera  incaricava  la  baronessa  Olimpia  Savio  di  dire 
«  a  Giannina  Milli  che  l'aveva  calunniato  parlandole  di  poesie  fatte  da  lui.  —  Io 
«  feci  dei  versi  a  20  anni  —  aggiungeva  —  quando  tutti  ne  fanno,  ma  fortuna- 
«tamente  gli  feci  solo  per  me.  Dopo  non  ho  più  commesso  di  questi  peccati.  — 
«  Però  sembra  che  qualche  volta  ne  abbia  tuttavia  composti,  ma  solo  cosi  per 
«capriccio  o  per  compiacere  a  qualche  insistenza  amichevole». 

(2)  Di  lui  trovo  a  stampa  :  1")  un  carme  e  due  sonetti  in  Raccolta  di  poesie 
in  lode  del  sacerdote  sig.  Emilio  Bardini  che  nella  quaresima  del  1840  predicava 
nell'insigne  collegiata  di  Empoli,  Empoli,  Capaccioli,  1840;  2°)  sei  sonetti  in 
Plausi  poetici  al  Redentore  Crocifisso  nella,  solenne  festa  fatta  in  Empoli  li  25,  26 
e  27  agosto  1844,  Empoli,  Noccioli,  11844];  3°)  dedica  in  versi  e  un  sonetto 
Nelle  faustissime  nozze  dei  nobili  signori  Franceschi  e  Agostini,  Pisa;  Nistri,  1865  ; 
4°)  Parole  dette  [in]  Un  giorno  di  eterna  ricordanza  per  l'insigne  terra  di  Monte- 
lupo  [il  giorno  in  cui  fu  inaugurata  la  scuola  di  reciproco  insegnamento],  Fi- 
renze, Società  tipografica,  1845. 


32  ACHILLE  DE  RUBERTIS 

II  rapporto  della  commissione,  redatto  dal  Bernardini,  fu  trasmesso  il 
2  maggio  ai  deputati  regi  a  cui  era  affidata  la  vigilanza  della  scuola  di 
Empoli.  Essi,  visto  il  risultato  degli  esami;  accertata  «la  rettitudine  nei 
«principi  e  la  onestà  nelle  operazioni»  del  Cianchi;  considerando  «il 
«  contegno  piuttosto  grave  ed  imponente  »  di  lui,  «  costituito  nell'età  di  anni 
«  37,  da  molto  tempo  ammogliato  »,  e  «  la  circostanza  che,  godendo  qualche 
«  rendita  patrimoniale,  poteva  vivere  decentemente  con  la  sua  scarsa  fa- 
«  miglia»;  dichiararono  l'il  maggio  d'esser  persuasi  che  egli  sarebbe 
stato  «  molto  opportuno  per  conservare  quelle  scuole  immuni  da  qualunque 
«sebben  minimo  inconveniente».  E  aderendo  al  loro  parere,  la  magistra- 
tura comunitativa  con  deliberazione  del  14  maggio  eleggeva  ad  unanimità 
il  Cianchi.  La  nomina  fu  quindi,  dietro  rappresentanza  del  Moggi,  appro- 
vata dal  Granduca  con  rescritto  del  3  giugno.  Cosi  il  Cianchi  vinse  la 
cattedra  di  Empoli,  che  tenne  fino  al  1860,  nel  quale  anno  passò  al  liceo 
di  Pisa. 

Ecco  dunque  di  nuovo  fallite  le  speranze  del  Vannucci  e  del  Silvestri  ! 
Ma  presto  la  fortuna  venne  in  loro  aiuto,  per  la  morte  di  mons.  Toli, 
avvenuta  il  7  luglio  1833.  Fu  pertanto  il  Vannucci  ordinato  suddiacono 
nel  settembre  dello  stesso  anno,  diacono  nel  febbraio  del  1834  e  sacer- 
dote nei  quattro  tempi  di  Pentecoste  dall'arcivescovo  di  Firenze  mons. 
Minucci  (1).  Ebbe  poi  nel  Cicognini,  fin  dal  1833,  la  cattedra  di  umanità, 


(1)  «Oreste  Tommasini»,  scrìve  il  Rosso  (Op.  cit.,  p.  3,  nota),  «nella  com- 
«  memorazione  letta  all'Accademia  dei  Lincei  il  15  giugno  1884  {La  vita  e  le 
*.opere  di  Atto  Vannucci,  Roma,  Salviucci,  1884)  nega  chela  famiglia  del  Van- 
«  nucci  avesse  una  cappellania  laicale,  come  aveva  asserito  il  prof.  Giuseppe 
«  Silingardi  {Ricordi  della  vita  e  delle  opere  di  Atto  Vannucci,  nella  Rivista  europea, 
«voi.  XXXIII,  p.  428);  ma  a  noi  consta  in  modo  positivo,  per  informazione 
«del  proposto  stesso  di  Tobbiana,  che  una  zia  del  Vannucci  aveva  fatto  un 
«lascito  per  chi  della  sua  famiglia  avesse  vestito  l'abito  sacerdotale».  Non 
pare  che  il  Tommasini  lo  neghi.  Ad  ogni  modo,  a  confermar  l'asserzione  del 
Silingardi,  gioverà,  più  che  l'informazione  del  proposto  di  Tobbiana,  il  seguente 
documento  (Arch.  di  Stato  in  Firenze.  Segreteria  del  R.  Diritto  1883.  Filza  XXV, 
n.  int.  27)  : 

Altezza  Imperiale  e  Reale 

L'Accolito  Atto  figlio  di  Giuseppe  Vannucci  del  popolo  di  S.  Michele  a 
Tobbiana,  Diogesi  Pistojese,  Potesteria  del  Montale,  Commissariato  di  Pistoja, 
dimorante  da  due  anni  nell'Imperiale  e  R.  Collegio  Cicognini  di  Prato  in  qua- 
lità di  prefetto,  desiderando  di  esser  promosso  al  Suddiaconato,  al  quale  oggetto 
ha  pendente  la  supplica  presso  la  S.  Sede  onde  sia  autorizzato  il  Vicario  Ca- 
pitolare di  detta  Diogesi  a  concedergli  le  lettere  dimissorie  per  essere  ordi- 
nato da  altro  Vescovo,  supplica  l'Altezza  Vostra  Imperiale  e  R.  a  volergli  con- 
cedere di  potere  esibire  a  titolo  della  sua  ordinazione  una  Ufiziatura  laicale 
la  quale  gli  è  stata  ceduta  da  suo  padre,  mediante  un  contratto  stipulato  nel 
1830,  e  che  ha  servito  altre  volte  per  titolo  all'ordinazione  [per  es.,  servi  allo 
zio  di  Atto  don  Francesco  Vannucci]  :  e  siccome  non  sono  state  fatte  ancora 


UN  CONCORSO  DI  ATTO  VANNUCCI  33 

che  il  1846  cambiò  in  quella  di  storia.  E  se  fu  un  bene  per  lui  il  non 
aver  vinto  il  concorso  di  Empoli,  fu  maggior  bene  per  il  collegio  di  Prato 
il  non  aver  perduto  un  insigne  letterato,  che  doveva  aver  tanta  parte  nel 
suo  rifiorimento.  Per  opera  infatti  del  Vannucci,  oltre  che  del  Silvestri  e 
di  Giuseppe  Arcangeli,  il  Cicognini  diventò  in  breve  uno  dei  migliori 
istituti  d'istruzione  e  d'educazione,  sino  ad  acquistar  fama  veramente  na- 
zionale. 

Achille  de  Rubertis. 


le  stime  legali  dei  beni  della  suddetta  Ufiziatura,  dato  che  il  frutto  dei  beni 
medesimi  non  fosse  pari  al  reddito  richiesto  dal  Sinodo  Pistoiese  per  costi- 
tuire il  titolo  dell'ordinazione,  il  medesimo  supplica  ancora  l'Altezza  Vostra 
Imperiale  e  R.  a  volergli  concedere  di  esibire  alla  Curia  Pistoiese  il  conve- 
niente supplemento  sul  patrimonio  paterno. 
Che  della  grazia  quan  Deus. 

L'istanza  fu  dal  Segretario  del  regio  diritto  risoluta  favorevolmente  il  17 
settembre  1833,  avendo  informato  il  Commissario  di  Pistoia  che  quel  supple- 
mento, di  circa  300  scudi,  non  avrebbe  portato  dissesto  alla  famiglia  Vannucci, 
la  quale  possedeva  un  patrimonio  di  circa  3000  scudi. 

È  noto  che  nel  1849  il  Vannucci  svesti  l'abito  ecclesiastico. 


\ 


La  Rassegna.  XXV,  i,  3 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 


Sebastiano  Vento  —  Le  condizioni  della  Oratoria  sacra  del  Seicento. 
Ricerche  e  critica.  —  Milano-Roma-Napoli,  Albrighi,  Segati  e  C,  1916, 
pp.  lv-455. 

Il  proposito  dell'autore  di  questo  grosso  volume  è  quello  di  ricercare 
le  cause  prossime  e  remote  del  concettismo,  particolarmente  nell'oratoria 
sacra  del  Seicento,  e  in  genere  anche  nell'altra  letteratura  del  secolo. 
Lungo  le  166  pp.  che  formano  la  prima  parte,  l'A.  raccoglie,  con  rapide  po- 
stille filologiche,  storiche,  estetiche,  squarci  più  o  meno  infetti  di  con- 
cettismo delle  Dicerie  sacre  del  cavalier  Marino,  e  delle  prediche  di  al- 
cuni preti  e  frati  secentisti,  il  Giliberto,  l'Azzolini,  il  Cattaneo,  il  Coppola, 
il  Paoletti,  il  Matranga,  il  Calvo,  il  Piati,  l'Orchi,  il  Tesauro,  il  Benzi,  il 
Londres,  il  Glielmo,  il  Giuglaris,  il  Carrafa,  il  Zuccarone,  il  Falcone,  il 
Marchelli,  padre  Girolamo  da  Caltanissetta,  il  Barlotta,  il  Caputo. 

Dire  che  la  lettura  di  questo  florilegio  di  stramberie  fra  deliranti 
e  pedantesche  sia  molto  piacevole,  sarebbe  forse  un'esagerazione:  e  non 
si  capisce  perché  l'A.  abbia  voluto,  fin  da  principio,  addossare  una  soma 
COSI  laboriosa  al  suo  libro;  tanto  più  che,  poco  appresso,  indugiandosi  a 
stabilire  i  riscontri  fra  codesti  predicatori  e  il  Marino,  è  costretto  a  citare 
da  capo:  e  qui  le  citazioni  sono  a  posto,  sistemate  in  una  sintesi  critica, 
opportune:  bastano  a  provare  il  concettismo  dell'oratoria  sacra,  e  dunque 
rendono  affatto  superflua  tutta  quell'esposizione  meccanica  della  prima 
parte.  Nella  quale  poi  anche  i  predicatori  sono  scelti  ad  arbitrio  ;  mentre 
ve  ne  mancano  alcuni  di  maggior  fama  e  maggior  importanza,  come  Mario 
de'  Bignoni,  il  celebre  cappuccino  veneziano,  Tommaso  Caracciolo  arcive- 
scovo di  Taranto,  Paolo  Arese  che  fu  anche  un  teorizzatore  del  concetto 
predicabile  nella  Penna  raffinata  e  nella  Retroguardia  di  sé  stesso,  senza 
dire  del  cinquecentista  padre  Panigarola,  la  cui  Retorica  ecclesiastica  l'A. 
avrebbe  potuto  non  infruttuosamente  raffrontare  con  l'opera  dallo  stesso 
titolo  che  va  sotto  il  nome  dello  spagnolo  Luis  de  Granada. 

Nella  parte  seconda  l'A.  si  propone  una  «tesi  fondamentale»;  cioè, 
come  dice  egli  stesso,  «  che  la  radice  dello  scadimento  dell'oratoria  sacra 
è  da  cercarsi  nell'accostarsi,  che  essa  fece,  alle  capestrerie  dell'arte  pro- 
fana, della  quale  l'ispiratore  fu  il  Marino»  (p.  203).  E,  secondo  lui,  l'in- 
novazione radicale  introdotta  dal  Marino  fu  che  ciascun  discorso,  e  quindi 


S.  VENTO,  L'ORATORIA  SACRA  NEL  SEICENTO  [G.  A.  CESAREO]  35 

ciascuna  prèdica,  s'aggirasse  su  una  sola  metafora  :  di  tale  innovazione 
«  noi  non  troviamo  traccia  ed  esempi  nell'oratoria  sacra  delle  epoche  pre- 
cedenti »  (p.  168).  E  qui  l'A.  paragona  le  orazioni  profane  del  Marino  con 
le  sacre  de'  predicatori,  per  dimostrare  come  questi  per  l'appunto  ormeg- 
giassero tutti  l'invenzione  della  metafora  unica  o  del  paragone  unico  o, 
come  anche  fu  detto,  dell'unico  concetto  predicabile;  e,  non  contenti  a 
ciò,  anche  mietessero  largamente  acutezze,  tropi,  antitesi,  ogni  sorta  di 
lambiccate  eleganze  nelle  altre  opere  del  celebrato  napoletano. 

Ma  a  questo  punto,  ecco  saltar  fuori  il  nome  di  Tommaso  Caraffa,  do- 
menicano e  predicatore,  morto  nel  1614,  vale  a  dire  l'anno  stesso  che  il 
Marino  dava  in  luce  le  Dicerie.  Ora  il  Caraffa  fu  autore  di  metafore  am- 
pliate e  di  concetti  predicabili,  fu  imitato  da  molti  predicatori  contempo- 
ranei, ha  singolari  concordanze  con  lo  stesso  Marino.  Chi  de'  due  fu  modello 
dell'altro  ?  Dopo  molte  caute  riserve  e  uno  studio  accurato  della  questione, 
l'A.  conclude  «che  il  Marino  mise  le  mani  nella  roba  del  suo  paesano,  e 
che  nelle  opere  di  costui  è  da  riconoscere  una  nuova  fonte  dtW Adone  e 
della  Sampogna  »  (p.  196).  Ma  tanto  più,  aggiungo  io,  va  riconosciuto  nel 
processo  delle  Dicerie,  svolgimento  d'una  sola  metafora,  quel  medesimo 
adoperato  dal  Caraffa  nelle  sue  prediche,  per  esempio  in  quella  dove  la 
metafora  allegorica  di  Maria  Vergine  è  «il  cielo».  E  allora  comincia  a 
parere  sospetta  la  «  tesi  fondamentale  »  dell'A.  Se  già  un  predicatore, 
avanti  il  Marino,  avea  messo  in  moda  lo  svolgimento  d'una  sola  metafora, 
il  concetto  predicabile,  non  è  più  dunque  il  Marino  l'autore  dell'invenzione, 
né  va  addossata  a  lui  la  decadenza  dell'oratoria  sacra  nel  Seicento. 

Ma  il  Caraffa  non  è  il  solo  che,  avanti  le  Dicerie,  abbia  adoperato 
la  metafora  ampliata.  C'è  il  padre  Giulio  Mazzarini,  c'è  monsignor  Musso, 
c'è  il  padre  Frugoni,  c'è  altri.  Il  prof.  Giuseppe  Scopa  avea  dimostrato, 
in  alcuni  suoi  scritti,  che  già  avanti  il  Seicento  si  conoscevano  prediche 
svolte  sopra  uno  o  più  concetti  metaforici,  e  ne  aveva  recato  gran  copia 
d'esempi  sin  da'  tempi  di  S.  Bernardino  da  Siena  (1).  Oppone  l'A.  che  è 
«sostanzialmente  diverso»  il  nuovo  congegno  introdotto  dal  Marino;  se 
non  che  la  differenza  sostanziale  né  si  vede,  né  è  cercata  rilevare  dal 
critico.  Poiché  l'innovazione  del  poeta  napoletano  consiste  nell'abilità  *  di 
far  convergere  tutte  le  singole  argomentazioni  delle  sue  Dicerie  »  alla  me- 
tafora fondamentale  del  tèma,  mentre  invece  i  suoi  antecessori  (non  tutti), 
hanno  adoperato  due,  tre  o  più  metafore,  ma  con  lo  stesso  processo,  la 
differenza  non  è  «sostanziale»,  è  puramente  formale:  certo,  è  neces- 
saria maggior  acutezza  a  dedurre  tutta  una  prèdica  da  una  sola  metafora, 
che  da  due  o  più;  ma  l'artifizio  è  sostanzialmente  lo  stesso,  la  logiciz- 
zazione  della  metafora.  Che  cosa  è  una  metafora  ?  L'identificazione  ver- 
bale di  due  rappresentazioni,  la  sintesi  di  due  sintesi,  compiuta  dall'im- 
maginazione. Uno  che  dice:  //  salmo  davidico  è  un  armonico  concerto, 


(1)  G.  Scopa,  Osservaz.  crii,  sulla  origine  del  secentismo,  Napoli,    1907  ;  e 
poi  anche  nella  Rivista  abruzzese,  ottobre  1914. 


36  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

esprime  la  sua  impressione  raunando  in  una  sintesi  sola  l'impressione  pro- 
vata alla  lettura  del  salmo  davidico  e  quella  provata  all'audizione  d'un 
armonico  concerto.  Questo  è  tutto  lavoro  dell'immaginazione.  Ma  se  in- 
terviene la  riflessione  ad  analizzare  gli  elementi  di  quella  sintesi,  armonico 
concerto^  per  volerli  ritrovar  tutti  nell'altra,  salmo  davidico]  a  scinder  la 
sintesi  ultima  nella  doppia  serie  analitica  delle  due  sintesi  antecedenti  ;  a 
sostituire  in  somma  la  logica  all'immaginazione;  la  spontaneità  della  co- 
struzione espressiva  è  sofisticata  dall'arbitrio  d'una  schematizzazione  con- 
cettuale, e  nasce  una  forma  ambigua  e  contradittoria,  né  schiettamente  lo- 
gica, né  schiettamente  immaginativa,  contaminazione  incoerente  dell'una  e 
dell'altra:  ciò  che  fu  detto  secentismo.  Ora,  che  questo  processo  accada 
per  una  metafora  sola  o  per  due  o  per  tre,  e  che  una  prèdica  sia  mate- 
riata d'una  sola  metafora  logicizzata  o  di  più,  la  qualità  del  processo  non 
cambia,  e  il  concettismo  è  pur  sempre  quello.  E  il  vizio  reale  dell'ora- 
toria sacra  fu  la  logicizzazione  della  metafora,  non  già  l'aver  indotto  i 
predicatori  a  logicizzare,  in  tutta  una  prèdica,  una  metafora  sola,  ch'è,  al 
più,  un'esagerazione  del  processo.  Ecco  perché  non  si  può  dare  ragio- 
nevolmente al  Marino  la  colpa  d'aver  provocato  la  decadenza  del  genere. 

Studiando  i  precedenti  del  quale,  l'A.  pone  in  rilievo  i  principali  at- 
teggiamenti stilistici  del  concettismo,  oltre  la  metafora  ampliata  e  il  pa- 
ragone: l'antitesi,  i  paralleli,  i  concetti  predicabili,  le  imprese,  le  allego- 
rie; e,  com'è  naturale,  anch'egli  ne  cita  esempi  de'  secoli  anteriori  fino 
al  Dugento.  Ma  non  risale  anche  più  a  dietro,  come  lo  Scopa,  a  cui  parve 
che  la  causa  prima  del  secentismo  andasse  ricercata  nella  letteratura  ec- 
clesiastica del  Medio  Evo.  Anzi  nega  e,  secondo  ine,  con  ragione  ;  ma  non 
adduce  alcun  argomento  in  contrario,  e  oppone  soltanto  e,  secondo  me,  a 
torto,  che  alla  letteratura  profana  del  Quattro  e  Cinquecento  il  concetti- 
smo derivò  dal  Petrarca.  Invece,  dalla  letteratura  ecclesiastica  il  concet- 
tismo sarebbe  derivato  soltanto  all'oratoria  sacra  del  Seicento  (p.  259); 
la  quale  dunque  non  può  più  farne  colpa  al  Marino,  il  quale  ora  invece 
«elevò  ad  arte(!)  e  a  maniera  ciò  che  di  retorico  e  di  artificioso  trovò 
nell'oratoria  sacra  contemporanea  » . 

A  proposito  del  concetto  predicabile  (lo  stesso  processo  adattato  a  un 
passo  della  scrittura,  il  quale  è  preso  come  simbolico  o  metaforico)  l'A. 
tenzona  col  Croce,  che  lo  crede  spagnolo  d'origine,  e  con  lo  Scopa,  che 
ne  ritrova  già  esempi  evidenti  nella  letteratura  ecclesiastica  del  Medio 
Evo.  Appunto  questi  esempi  e  la  Selva  dei  Concetti  scritturali  dell'italiano 
Capaccio,  pubblicata  nel  1600,  e  però  anteriore  ai  sommari  spagnoli 
dello  stesso  genere,  oppone  saviamente  l'A.  alla  congettura  del  Croce;  allo 
Scopa  osserva  soltanto  che,  «  mentre  ne'  secoli  antecedenti  il  concetto  pre- 
dicabile era  un  fenomeno  spontaneo  e  un  efficacissimo  mezzo  ad  un  fine,  nel 
Seicento,  invece,  diventa  l'industria  più  seria  dell'oratore,  un  fine  a  sé 
stesso,  e  una  palestra  dove  questi  possa  fare  mostra  ed  ostentazione  di 
energie  e  di  risorse  intellettive».  E  questo  sarà  anche  vero;  ma  non 
distrugge  l'affermazione  dello  Scopa,  il  quale,  accennando  alle  origini  de' 


S.  VENTO,  l'oratoria   SACRA  NEL  SEICENTO  [G.  A.  CESAREO]  37 

concetti  predicabili,  non  volle  dire  che  fossero  la  stessa  cosa  dello  svi- 
luppo ulteriore. 

E  qui  l'A.  entra  nella  vessata  questione  circa  il  paese  in  cui  sarebbe 
nato  propriamente  il  concettismo;  ma,  senza  arrischiare  giudizi,  si  con- 
tenta d'avvertire  che  il  cattivo  gusto  regnò  sovrano  in  Europa,  «e  nello 
stesso  momento  storico». 

Che  la  letteratura  delle  «  imprese  sacre  »  fosse  una  derivazione  di 
quella  delle  «imprese  profane»,  sembra  all'A.  una  prova  luminosa  della 
efficacia  esercitata  dalla  letteratura  profana  su  l'oratoria  sacra.  Ma  dal  par- 
ticolare al  generale  non  est  consequentia.  L'impresa  sacra  deriva  dalla 
profana:  non  per  questo  tutta  la  letteratura  sacra  dèe  derivare  dalla  pro- 
fana. E  s'è  visto  prima  che  questa  «tesi  fondamentale»,  non  che  venir 
dimostrata,  è  stata  poco  meno  che  rinnegata  dall'A.  medesimo  nel  corso 
della  trattazione.  La  verità  è,  a  parer  mio,  che  concettismo  sacro  e  pro- 
fano apparvero  sempre  ad  un  tempo,  più  o  meno  crudi,  date  certe  parti- 
colari condizioni  di  coltura,  in  tutti  i  paesi  del  mondo  :  è  un  atteggia- 
mento, sia  pure  vizioso,  dello  spirito;  e  non  è  quindi  più  dell'Italia  che 
della  Spagna,  più  de'  predicatori  che  de'  poeti,  più  d'un  secolo  che  d'un 
altro:  è  dell'uomo.  La  ricerca  seria  e  conclusiva  sarebbe,  non  già  quella 
del  luogo  dove  spuntò  la  prima  acutezza,  ma  delle  condizioni  di  coltura 
onde  il  concettismo  è  provocato,  e  delle  ragioni  per  cui  quelle  condizioni 
s'incontrarono  in  tutta  Europa  fra  la  seconda  metà  del  Cinquecento  e  la 
prima  del  Seicento,  quando  il  fenomeno  prese  cosi  vasto  sviluppo.  Avve- 
nuto poi  quell'atteggiamento  spirituale,  è  alquanto  oziosa  l'inchiesta  circa 
il  luogo,  la  persona  o  il  genere  letterario  in  cui  se  n'ebbe  la  prima  ma- 
nifestazione: al  modo  stesso  che,  quando  grandina,  non  serve  scrutare 
dove  e  in  quale  attimo  è  caduto  il  primo  chicco.  Tanto  è  vero  che  alla 
fine  l'A.,  non  sapendo  più  dove  trovare  altre  fonti  del  concettismo,  le 
cerca  nelle  allegorie  de'  Bestiari,  nelle  Moralisafiones,  nel  Roman  de  la 
rose,  nel  poema  deW Intelligenza  e  persino  in  quella  ch'egli  chiama  enfasi 
biblica,  per  cui  sarebbe  impulso  al  concettismo  l'immagine  semplice  e 
chiara,  vale  a  dire  il  non  concettismo.  Cosi  «  la  famosa  descrizione  della 
lavandaia  dell'Orchi  è  ispirata  al  detto  di  Geremia:  Lava  a  malitia  cor 
tuum  e  all'altro  di  San  Bernardo:  Si  peccata  sunt,  in  confessione  lavantur». 
Certo,  se  non  esistesse  l'immagine,  non  si  potrebbe  logicizzarla;  ma  non 
per  questo  l'immagine  è  impulso  al  concettismo;  come  il  portafogli  non  è 
stimolo  al  furto,  perché  i  ladri  lo  rubano. 

E  finalmente  l'A.  s'ingegna  d'investigare  le  cause  del  concettismo  sacro 
e  profano  nelle  condizioni  sociali,  intellettuali  e  morali  del  secolo  decimo- 
settimo. L'indagine,  come  si  sa,  non  è  punto  nuova;  ma  l'A.  ripiglia  con 
garbo  le  argomentazioni  e  i  raffronti  de'  suoi  predecessori,  per  provare  che 
la  stessa  vita  ebbe  allora  «il  suo  secentismo».  Il  fasto  eccessivo  delle 
classi  superiori,  l'orgoglio  spagnolesco,  la  moda  delle  Accademie  ventose 


38  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

ed  inutili,  la  teoria  della  forma  ornata,  l'architettura  barocca,  l'ipocrisìa 
religiosa,  sarebbero  le  cause  del  concettismo  anche  nell'oratoria  sacra. 
Questo  si  afferma  da  un  pezzo;  ma,  innanzi  tutto,  alcuni  di  questi  fatti 
sono  manifestamente  non  cause,  anzi  effetti  :  la  teoria  della  forma  ornata, 
le  Accademie  e  l'architettura  barocca.  Poi  anche  bisognerebbe  vedere  se 
tutte  le  volte  che  un  popolo  fu  fastoso,  orgoglioso  ed  incredulo,  ebbe 
luogo  il  concettismo;  e  se  quando  il  concettismo  si  manifestò,  la  coscienza 
individuale  o  sociale  fu  sempre  fastosa,  orgogliosa  ed  incredula.  Nel  primo 
caso,  dovremmo  trovare  il  concettismo  negli  scrittori  romani  del  tempo  im- 
periale; nel  secondo,  come  si  spiega  il  concettismo  di  Santa  Caterina  da 
Siena  o  quello  dei  Santi  Padri  ?  Mi  pare  dunque  che  manchi  la  «  ragion 
sufficiente»;  e  il  problema  va  ancora  studiato  con  maggiore  intimità. 

È  giusto,  per  altro,  dar  lode  all'A,  della  molta  copia  di  documenti 
scelti  e  ordinati  col  proposito  di  chiarire  fino  a  qual  segno  il  concettismo 
fosse  penetrato  nell'oratoria  sacra  e  di  portare  un  contributo  di  fatti  con- 
clusivi su  qualche  punto  della  questione:  come  quello  circa  i  rapporti 
fra  il  Marino  e  l'oratoria  sacra,  non  ostante  qualche  incertezza  di  dedu- 
zione, e  quello  circa  l'origine  spagnola  del  concetto  predicabile.  Nuoce 
forse  a  questo  libro  la  prolissità,  la  dispersione,  un  certo  disordine;  ma 
esso  è  un  notiziario  molto  utile  per  chi  vorrà  intrattenersi  su  lo  stesso 
argomento. 

G.  A.  Cesareo. 


/  poeti  italiani  del  secolo  XIX.  Antologia  compilata  da  Raffaello  Bar- 
BiERA,  con  proemio,  biografie,  note  e  ritratti.  —  Milano,  Treves,  1916, 
4  volumi  di  complessive  pp.  LII-1346. 

Raffaello  Barbiera  raccoglie  ne'  quattro  volumi  di  questa  antologia 
larga  copia  di  versi  (componimenti  originali  o  traduzioni  da  classici  e 
stranieri)  di  poeti  italiani  del  secolo  XIX.  Il  libro  vuol  rispondere  al  de- 
siderio, che  non  è  di  pochi,  di  ascoltare  riunite  le  più  possenti,  le  più  care, 
le  più  popolari,  e  le  meno  familiari  e  perfin  le  ignote  voci  dei  poeti,  più 
vicini  alla  vita  del  nostro  secolo. 

In  raccolte  siffatte  è  naturale  che  il  compilatore  si  riserbi  il  diritto  di 
un  liberissimo  criterio  di  scelta  e  di  ordinamento,  secondo  le  simpatie  e 
gli  avviamenti  del  suo  spirito;  ma  non  è  meno  naturale,  in  chi  legge,  il 
diritto  di  non  contentarsi,  quando  la  scelta  mal  risponda  ai  suoi  gusti 
personali.  Ciò  non  toglie  che  compilatore  e  lettore  possano  aver  ragione 
contemporaneamente  !  Ma,  se  gran  parte  dei  desidèri  dei  lettori  possono 
essere  discutibili  (quanto  al  gusto  della  scelta,  alle  preferenze,  alle  dimen- 
ticanze od  altro),  di  una  esigenza  non  si  può  negare  la  legittimità:  quella 
di  un  ordine  qualsiasi,  che  riveli  l'esistenza  nel  raccoglitore  di  un  pensiero 
direttivo,  di  un  criterio  informativo,  sia  esso  storico  od  estetico,  o  in  qual- 
sivoglia modo  associativo.  Non  solo,  ma  il  compilatore  ha  pur  da  conci- 


R.  BARBIERA,  I  POETI  ITALIANI  DEL  SECOLO  XIX  [O.  CENZATTl]  39 

Mare  quanto  più  è  possibile  il  suo  criterio,  con  le  eque  esigenze  dei 
lettori  ;  appunto  perché  le  antologie  sono  di  quei  libri  che  si  fanno,  quasi 
esclusivamente,  per  uso  e  consumo  degli  altri,  che  non  hanno  la  capacità 
0  la  possibilità  di  far  da  soli  certe  scelte  o  compilazioni.  Ora,  nel  libro 
del  Barbiera  questa  idea  coordinatrice  non  apparisce  chiara  ;  sembra  si  af- 
facci, talvolta,  ma  poi  sfugge,  si  tramuta,  non  si  lascia  mai  cogliere,  e  la 
raccolta  si  risolve  troppo  spesso  in  un  coro  di  voci  disordinate. 

Il  Proemio  non  dà  nessun  lume  in  proposito;  anzi  chi  lo  legga,  non 
solo  non  rimane  soddisfatto,  non  solo  si  sente  tuttavia  assillare  da  molti 
dubbi,  ma  ne  resta  mal  disposto  verso  il  compilatore,  che  si  è  preso 
il  gusto  di  arruffargli  le  idee  con  un  discorso,  sbalzellante  disordinatamente 
fra  intonazioni  liriche  poco  felici  ed  espressioni  meschine  e  quasi  scola- 
stiche, con  strane  difformità  di  giudizio  e  di  stile,  con  spunti  polemici 
impreveduti  e  inopportuni  (come  quello  sul  Romanticismo),  con  conside- 
razioni che  meravigliano  per  la  loro  ingenuità.  Troppo  spesso  il  B.  fa 
l'impressione  dell'abile  parlatore  di  salotto,  che  vuol  dir  tante  cose  quante 
ne  sa,  e  svesciare  tutto  il  suo  sacco,  per  farsi  ascoltare  da  questi  e  da 
quelli,  e  per  destar  l'ammirazione  in  questi  e  in  quelli.  E  sono  fre- 
quenti da  parte  sua  gli  atteggiamenti  declamatorii  e  ostentatamente  disin- 
volti, di  chi  cerca  l'acume  e  la  novità  nell'associazione  d' idee  disparate  ; 
di  chi  vorrebbe  scavare  in  profondo,  e  si  mantiene  (e  mantiene  chi  lo 
segue)  alla  superficie  piatta  degli  argomenti. 

In  conclusione,  il  Barbiera  non  ha  reso  un  buon  servigio  alla  sua  lunga 
fatica  adattandole  sforzatamente  un'  introduzione  cosi  poco  intonata,  cosf 
poco  rispondente  all'altezza  del  compito  assuntosi. 

Soltanto  verso  la  fine  del  Proemio  è  un  accenno,  piuttosto  vago,  al 
«programma»  dell'opera:  «Oltre  le  prime  parti  era  giustizia  dar  luogo 
«  in  questa  cronaca  e  raccolta,  alle  parti  minori.  Oltre  le  poesie  notevoli 
«per  bellezza  d'arte,  si  dovevano  pur  raccogliere  poesie  notevoli  come 
«documenti».  E  più  sotto:  «Due  particolarità  di  questo  volume:  la  risur- 
«rezione  di  poeti  dimenticati  e  l'apparizione  di  poeti  ignoti  che  dicono 
«parole  di  elevazione  e  di  affetto». 

Tali  propositi  sono  ribaditi  o  avvalorati  dai  due  concetti  espressi  al 
principio  del  Proemio  :  «  La  Musa  della  patria  non  si  ammantò  sempre  di 
«  vesti  artistiche  superbe  :  ma  nel  suo  canto,  eccitatore  di  libertà,  di  bat- 
«  taglie  e  di  nuova  grandezza  italiana,  vibra  e  risplende  l'anima  d'un  po- 
«  polo ...  La  poesia  italiana  del  secolo  XIX ...  è,  sovra  tutto,  poesia 
«  d'azione,  come  quella  che  eccita,  accompagna  e  illustra  la  resurrezione 
«della  patria  ». 

Un  programma  cosf  vasto,  e,  nello  stesso  tempo,  cosf  semplice  nella 
sua  piena  libertà,  agevola,  per  un  certo  rispetto,  l'impresa  del  raccogli- 
tore, perché  lo  esime  dalla  cura  di  una  scelta  prevalentemente  estetica, 
e  lo  mette  al  riparo  da  molte  critiche  facilmente  prevedibili. 


40  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 


L'antologia  è  «una»,  senza  divisioni  in  parti;  ma  poiché  esiste  una 
distribuzione  materiale  in  quattro  volumi,  diremo  che  il  primo  di  questi 
comprende  componimenti  di  tredici  poeti,  dal  Monti  al  Giannone  ;  il  se- 
condo di  trentotto  poeti,  da  Iacopo  Sanvitale  a  Cesare  Cantù  ;  il  terzo  di 
quarantaquattro,  da  Andrea  Maffei  al  Bisazza;  il  quarto  di  centuno,  da 
Emanuele  Giaracà  a  Gabriele  D'Annunzio. 

L'ordine  cronologico  in  cotesta  ampia  accolta  di  poesie  è  osservato  sci- 
anto per  i  poeti  maggiori  ;  gli  altri  si  raccolgono  attorno  a  questi,  e  pare 
che  il  B.  nella  loro  distribuzione  segua  a  volta  a  volta,  come  norma  di 
raggruppamento,  il  genere  letterario,  l'indole  dei  componimenti,  la  regione 
cui  i  poeti  appartengono,  le  loro  vicende  storiche,  ecc. 

Il  primo  volume  non  è,  ben  si  comprende,  il  più  interessante  della 
raccolta,  come  «  novità  »  :  infatti  i  versi  che  esso  contiene  sono,  suppergiù, 
i  più  noti  e  più  celebrati  del  Monti,  del  Foscolo,  del  Pindemonte,  del 
Torti,  del  Manzoni,  del  Grossi,  del  Berchet,  del  Rossetti,  del  Niccolini, 
del  Pellico,  accompagnati  da  sobrie  biografie  e  da  parche  note.  Forse 
sarebbe  stato  preferibile  che  il  B.  trascegliesse  qualche  cosa  di  meno  co- 
mune alle  numerose  antologie  scolastiche  che  vanno  per  le  mani  di  tutti, 
almeno  per  quanto  riguarda  gli  esempi  tratti  da  poemi,  poemetti,  tragedie, 
ecc.  Ancora:  più  d'uno  di  quei  poeti  (Silvio  Pellico,  almeno)  avrebbe  po- 
tuto comparire  nell'antologia  con  un  numero  più  limitato  di  componimenti, 
e  avrebbe  forse  fatto  miglior  figura. 

Nel  secondo  volume  campeggiano  il  Leopardi  e  il  Giusti,  dei  quali  il  B. 
ci  presenta,  oltre  a  due  bei  ritratti,  presso  che  tutte  le  liriche;  e  ad  essi 
fanno  larga  corona  poeti  minori,  da  Iacopo  Sanvitale  a  Cesare  Cantù. 
Alcuni  hanno  nomi  familiari  ai  lettori,  anche  di  mediocre  cultura  (Terenzio 
Mamiani,  Alessandro  Poerio,  Luigi  Carrer,  Niccolò  Tommaseo);  altri,  riu- 
sciranno più  nuovi,  pur  essendo  stati  uomini  d'azione  o  di  pensiero,  e 
avendo  penato  per  le  sventure  della  patria  e  lamentatine  i  mali.  Vi  è  Fran- 
cesco Benedetti,  con  la  canzone  a  Gioachino  Murat;  il  bresciano  Giuseppe 
Nicolini,  «patriota  grande  e  puro,  oggi  dimenticato»,  con  un  tratto  dell^ 
sua  Coltivazione  dei  cedri,  sulla  ritirata  dell'esèrcito  di  Napoleone  dalla 
Russia;  Giovanni  Marchetti  con  l'ode  Sul  traffico  de'  negri;  Lavinio  de 
Medici-Spada,  con  la  canzone  Sulla  pena  di  morte;  Giuseppe  Borghi  con' 
le  terzine  ad  Alfonso  Lamartine  ;  e  Lionardo  Vigo,  ed  altri,  fra  i  quali 
sono  ben  rappresentate  le  donne,  dalla  piemontese  Diodata  Saluzzo-Roero 
alla  siciliana  Rosina  Salvo-Muzio.  Documento  curioso  l'Epitalamio  di  Pa- 
squale Besenghi  degli  Ughi,  al  quale  è  forse  inopportuno  commento  la  nota 
del  B.,  rivelante  il  nome  della  dama  in  esso  infamata. 

Il  terzo  volume,  adorno  di  sette  ritratti,  si  apre  con  versi  originali  e 
con  traduzioni  di  Andrea  Maffei;  seguono  molti  componimenti  di  Fran- 
cesco dall'Ongaro,  dalla  (ai  suoi  tempi  molto  ammirata)  Perla  de  le  ma- 


R.  BARBIERA,  I  POETI  ITALIANI  DEL  SECOLO  XIX  [G.  CENZATTl]  4Ì 

cerie,  agli  stornelli  politici  de'  quali  «  fu  il  creatore  >  ;  piace  quindi  ascol- 
tare nella  Parìsina  la  voce  di  Antonio  Somma,  che  era  veramente  giusto 
fosse  ricordato  in  questa  raccolta;  e  sopra  le  altre  voci,  più  o  meno  note, 
quelle  di  Giuseppe  Regaldi,  di  Carlo  Bini,  di  Agostino  Gagnoli,  di  Luigi 
Sani,  dei  còrsi  Salvatore  Viale  e  Giuseppe  Multedo,  di  Paolo  Emilio  Im- 
briani,  di  Ippolito  Nievo,  e  Giuseppe  Revere  e  Alessandro  Arnaboldi  e 
Nicola  Sole  e  Vicenzo  Radula. 

Ma  il  primo  posto  in  questo  volume  è  tenuto  dal  Prati,  di  cui  è  rife- 
rita integralmente  V Edmenegarda  ;  né  saprei  dire  se  codesto  privilegio  sia 
stato  opportunamente  ed  equamente  concesso  al  poeta  triestino  ;  dacché  il 
poemetto  occupa  ben  cinquanta  pagine  di  stampa.  Accanto  al  Prati,  as- 
sieme coi  canti  più  popolari  di  Goffredo  Mameli,  hanno  largo  posto  (troppo, 
a  parer  mio),  i  versi  del  Fusinato  e  quelli  dell'Aleardi,  del  quale  ultimo 
il  compilatore  si  compiace  riferire  un  componimento  non  mai  edito  nelle 
opere  del  poeta,  ma  da  lui  stesso  il  Barbiera  pubblicato  postumo  nella  Gaz- 
zetta letteraria  di  Torino,  e  da  lui  intitolato  :  /  funerali  d'un  nemico  della 
patria.  «  Canto  biografico,  terribile  e  pur  tanto  umano  !  »  commenta  il  B. 
Terribile  e  ingeneroso  io  direi,  e  parmi  nota  troppo  acre  e  stridente  per 
questa  raccolta. 

Il  quarto  volume  riunisce  col  Carducci,  con  lo  Zanella,  col  Pascoli, 
col  D'Annunzio,  un  centinaio  di  poeti:  lirici  e  drammatici,  improvvi- 
satori (come  Giannina  Milli),  epigrammisti  (come  Antonio  Baratta  e  Fran- 
cesco Proto  di  Maddaloni),  insigni  ed  oscuri;  ispirati,  molti,  dal  sentimento 
patriottico.  Qui  i  cenni  biografici  individuali  sono  spesso  seguiti  da  lunghe 
serie  di  nomi  di  poeti,  de'  quali  il  compilatore  non  ha  potuto  o  ritenuto 
opportuno  farci  sentire  la  voce.  Sono  veramente  molti,  da  quelli  anche  assai 
noti  nel  campo  letterario  a  quelli  de'  quali  s'è  quasi  persa  la  memoria;  e 
non  sempre,  secondo  me,  il  B.  si  è  mostrato  equo  nelle  proporzioni  o, 
addirittura,  nelle  esclusioni.  Le  quali  hanno  talora  avuto  motivi  puramente 
pratici  (diritti  di  proprietà  letteraria  da  rispettare,  diffusione  di  certi  compo- 
nimenti, ecc.);  e  talaltra  sono  giustificate  con  altrui  sentenze,  tutt'altro  che 
passate  in  giudicato.  Escludere,  per  es.,  valendosi  di  un  frettoloso  giudizio 
del  Croce,  Giuseppe  Chiarini  (v.  p.  1160),  quando  s'era  fatto  posto  a  tanti 
che  indubbiamente  valsero  meno  di  lui,  è  stata  cosa  criticamente  iniqua 
e  storicamente  errata.  E  cito  un  sol  caso,  per  molti. 

Nei  cenni  biografici  e  nelle  note  l'antologia  riesce  qua  e  là  interessante, 
per  particolari  notizie  ed  aneddoti  raccolti  dal  compilatore.  Il  quale  rivela 
in  questa  recente  fatica  gli  stessi  pregi  e  i  medesimi  difetti  che  sono  os- 
servabili in  tutta  la  sua  produzione  letteraria,  modesta  di  spirito  e  di  forma, 
ma  improntata  di  buon  volere  e  vogliosa  di  soddisfare  alle  curiosità,  non 
sempre  opportune,  del  grande  pubblico  di  mezzana  cultura. 

GUGLIELMINA  CENZATTI. 


NOTIZIARIO 


a  cura  di 

M.  AjuRA,  C.  Cessi,  V.  Cicchitelli,  I.  Del  Valle,  G.  Ferretti,  L.  Fi- 
lippi, M.  Funai,  G.  Lazzeri,  F.  Magqini,  A.  Pellizzari,  F.  Picco,  M.  Rìsolo, 
A.  Sorbelli,  N.  Vaccalluzzo,  M.  Zanqara. 


MEDIO  EVO  E  ORIGINI. 

1.  All'assemblea  tenuta  dalla  R.  Deputazione  di  Storia  Patria  per  gli  Abruzzi 
il  23  ottobre  1916,  Enrico  Carusi  ha  fatto  la  seguente  comunicazione  sopra 
documenti  esistenti  nell'Archivio  Capitolare  di  San  Pietro  in  Roma:  «Libretto 
di  carte  38,  dimens.  23  X  145,  contenente  un  Regesto  del  monastero  di  S.  Salva- 
tore a  Maiella.  Esso  formò  la  base  della  Dissertano  de  Abbatia  Maiellana  posta 
in  fine  del  I  voi.  del  Bollarium  SS.  Basilicae  Vaticanae.  L'A.  anonimo  della  dis- 
sertazione attribuì  il  lavoro  all'abate  Rainaldo,  il  quale  ricorda  l'opera  sua  nel- 
l'ultimo quinterno  del  libretto,  aggiungendo  la  data  del  1220.  Ma  la  prima  parte 
si  deve  ad  un'altro  abate  che  si  chiamava  Giovanni  eremita. 

Hic  lohannes  heremita 
Sanctos  patres  sequens  vita 
Inter  quos  resplendet  vita 
Ut  celestis  margarita 
Scripto  notat  acquisito. 

«La  prefazione  al  regesto,  riportata  pure  dall'anonimo  autore  della  citata 
Dissertano,  enumera  le  benemerenze  dell'abate  Giovanni,  che  avrebbe  co- 
struito l'abbazia,  prima  fatta  di  legno,  e  avrebbe  ordinato  la  trascrizione  di 
parecchi  libri  corali  e  di  studio.  Il  breve  regesto  merita  maggiore  illustrazione, 
e  qualche  ricerca  potrebbe  anche  fornire  dati  sulla  vita  dell'abate  Giovanni, 
che  visse  prima  del  1220, 

«  E  a  proposito  dei  libri  fatti  trascrivere  da  questo  abate,  ultimamente 
nella  rivista  Gli  Archivi  il  p.  Inguanez  di  Montecassino  pubblicava  cataloghi 
di  parecchi  monasteri  benedettini  ed  anche  di  S.  Salvatore  a  Maiella  [cfr. 
questa  Rassegna,  XXIV,  pp.  378  e  seg.].  Utile  per  tale  riguardo  è  un  Inventa- 
rium  omnium  honorum  mobilium  et  stabilium  S.  Salvatoris  de  Majella  a  Fruire 
Johanne  de,  Comina,  che  si  trova  inserito  in  un  istrumento  redatto  a  Guardia- 
grele  il  25  ottobre  1365.  In  una  paginetta  di  questo  inventario  è  fatto  ricordo  di 
libri  e  documenti  rinvenuti  a  S.  Salvatore  a  quell'epoca.  II  doc.  è  pure  nel- 
l'Arch.  capitolare  di  S.  Pietro». 

2.  Giovanni  Iannone,  sotto  il  titolo  Jacopone  da  Todi  e  lo  *  Stabat  Mater  » , 
discorre,  nel  Fanfulla  della  domenica  (a.  XXXVIII,   1916,  n.«  52),  del  recente 

libro  di  Filippo  Ermini  attorno  lo  Stabat  e  i  pianti  della  Vergine  nella  lirica 


NOTIZIARIO  43 

medievale,  illustrando  e  approvando  le  congetture  e  le  opinioni  del  valente 
studioso  riguardo  alla  paternità  e  alla  data  di  composizione,  altra  volta  di- 
scusse, della  sequenza,  che  l'Ermini  ha  «  luminosamente  »  —  e  vogliamo  spe»- 
rare  definitivamente  —  rivendicata  al  frate  tudertino^  [M.  R.] 

3-4.  Per  la  storia  della  nostra  poesia  cavalleresca  ha  importanza  quanto 
si  viene  via  via  ritrovando  in  Italia  di  romanzi  francesi  del  ciclo  brettone  e 
del  carolingio:  i  codici  su  cui  fantasticarono  le  donne  e  cavalieri  hanno  poi 
servito,  slegati  e  dispersi,  da  coperte  membranacee  di  registri  notarili,  e  cosi 
fanno  ancora  testimonianza  della  fortuna  dei  libri  e  delle  idee. 

Un  Frammento  d'un  perduto  codice  del  «  Guiron  le  Courtois*,  indicato  da 
Nicola  Perini  nell'Archivio  di  Fabriano,  fornisce  argomento  di  studio  a  Vin- 
cenzo Crcscini,  che  lo  illustra  con  molta  e  varia  dottrina  (negli  Atti  del  R. 
Istituto  Veneto,  t.  LXXIll,  parte  2*,  pp.  49  dell'estratto),  raffrontandolo  col  passo 
corrispondente  di  altri  testi  francesi  e  italiani.  Si  tratta  dell'avventura  di 
Breusso,  caduto  in  una  caverna,  dove  trova  un  guerriero  vecchissimo  e  abitante 
laggiù  con  un  figlio  che  dà  prova  della  sua  forza  meravigliosa;  dopo  di  che 
i  due  ospiti  insegnano  a  Breusso  la  via  per  risalire  in  una  foresta.  Questo  rac- 
conto, com'è  noto,  ha  suggerito  all'Ariosto  l'episodio  di  Pinabello  e  Bradamante, 
e  il  frammento  stesso  che  il  Crescini  trascrive  presenta  linguisticamente  trac- 
ce d'italianismi,  si  da  far  supporre  italiano  il  copista:  cosi  da  una  superba 
creazione  artistica  ai  più  umili  indizi  s'intravede  la  fortuna  del  romanzo  fran- 
cese in  Italia,  fortuna  antica  di  cui  il  dotto  A.  va  ricordando  le  più  notevoli 
testimonianze.  Si  comincia  da  Federico  II,  che  si  compiace  di  ricevere  una 
copia  del  libro  di  Palamede,  e  sugli  albori  dell'Umanesimo  si  trova  il  giudice 
padovano  Lovato  de'  Lovati,  che  in  un  poema  latino,  ora  perduto,  intreccia 
alla  storia  di  Isotta  quella  di  Palamede  ;  e  si  continua  per  tutto  il  Trecento  e 
per  tutto  il  Quattrocento  colle  ricche  biblioteche  delle  Corti  principesche.  Il 
Crescini  sente  e  sa  esprimere  intensamente  il  fascino  che  su  codesti  signori 
astuti  e  violenti,  tutti  presi  dall'avidità  di  dominio  e  di  piacere,  dovettero  eser- 
citare i  meravigliosi  racconti  di  Francia,  dove  la  fantasia  secondava  i  sogni  più 
arditi.  Romanzi  francesi  son  ricordati  nella  raccolta  dei  Gonzaga,  che  anche  li 
prestavano  ad  amici  (per  es.  il  libro  di  Meliadus  passò  da  Giberto  da  Correggio 
a  Manfredino  di  Sassuolo  e  poi  a  Francesco  da  Carrara,  fra  il  1366  e  il  1371)  ; 
e  codici  francesi,  specialmente  del  ciclo  d'Artù,  figurano  numerosi  negli  inven- 
tari di  casa  d'Este,  che  tanta  luce  di  poesìa  vide  diffondersi  da  quelle  dilet- 
tose leggende,  e  vide  nella  realtà  compiersi  il  fato  di  Tristano  e  Isotta  colla 
tragedia  d'Ugo  e  Parisina.  Anche  sui  Visconti  l'A.  si  trattiene  con  varia  eru- 
dizione, ricordando  i  nomi  romanzeschi  dei  molti  figli  naturali  di  Bernabò  e 
notando  nei  cataloghi  dei  codici  viscontei  l'abbondanza  di  libri  francesi,  ma 
non  proprio  d'argomento  cavalleresco  (per  questa  parte  il  C.  ha  conosciuto 
troppo  tardi  uno  studio  del  Thomas  che  completa  il  suo);  ricchezze  andate 
disperse  quando  una  nuova  vita  cambiò  le  predilezioni  letterarie,  e  la  stampa, 
col  moltiplicare  le  copie,  fece  sembrare  inutili  le  opere  manoscritte. 

Da  queste  ricerche  il  Crescini  medesimo  ha  tratto  occasione  per  un  altro 
scritto,  che  in  forma  di  Giunte  ha  pure  pubblicato  negli  Atti  del  R.  Isti- 
tuto Veneto  (t.  LXXIV,  parte  2%  pp.  1103-1151).  Il  libro  di  Palamede  mandato 


1  Di  queste  importante  studio  dell'Ermini  discorreremo  fra  non  molto. 


44  NOTIZIARIO 

a  Federico  II  era  stato  posseduto  da  un  maestro  Giovanni  Romanzar,  che  il 
C.  (nello  studio  precedente)  aveva  supposto  uguale  aromanceor  «  romanzatore  » , 
come  soprannome  derivato  dalla  professione.  Il  Rajna  poi  gli  ricordò  il  casato 
bolognese  «de'  Romanzi»,  e  il  C,  lasciato  da  parte  maestro  Giovanni,  si  è 
volto  a  cercare  l'origine  del  cognome  bolognese  e  ha  trovato  che  risale  ad  un 
Romancius  o  Romanzo  del  sec.  Xll.  Ma  come  si  formò  questo  nome?  Esclusa, 
dopo  lunghe  discussioni  glottologiche,  la  derivazione  da  Roma  o  da  nomi  di 
luogo  come  il  francese  Romans,  ci  si  ferma  sur  un  personaggio  della  canzone 
di  gesta  Les  Narbonnais,  cioè  Romanzo,  che  colle  sue  prodezze  contribuisce 
molto  a  liberare  Narbona  dall'assedio;  dalla  canzone  Romanzo  potè  passare 
nell'onomastica  italiana,  seguendo  l'esempio  di  tanti  suoi  confratelli.  Il  poema 
infatti  era  ben  noto  fra  noi,  non  ostante  che  gl'italiani,  secondo  un'accusa  tra- 
dizionale nell'epopea  francese,  non  vi  facessero  la  parte  di  valorosi;  e  forse 
contribuì  ad  accrescerne  la  popolarità  l'esservi  trattati  anche  peggio  i  tede- 
schi, che  in  Italia  non  furon  mai  considerati  con  simpatia.  Di  tutto  questo 
il  Crescini  ricorda  esempi  svariati  e  curiosi  nelle  due  letterature,  con  quella 
ricchezza  d'informazione  che  ci  si  può  aspettare  da  tale  maestro.  [F.  Maggini]. 

TRECENTO. 

Dante.  —  5.  Uno  degli  ultimi,  se  non  proprio  l'ultimo,  scritto  del  va- 
loroso italianisant  Charles  Dejob  (del  quale  tesse  un  commosso  necrologio  nel 
Bulletin  italien  di  Bordeaux,  T.  XVI,  1916,  pp.  93-97,  Alfred  Jeanroy,  con  la 
vasta  e  varia  bibliografia  «  de  ses  publications  relatives  à  la  litterature  ita- 
lienne»),  vide  la  luce,  or  non  è  molto  {ivi,  T.  XVI,  1916,  pp.  1-9  e  49-56), 
ed  ha  particolare  interesse  per  gli  studi  nostri  sul  poema  di  Dante.  11  D.,  con 
fine  analisi,  va  ricercando  sotto  il  velame  dei  versi,  sotto  la  trama  delle  al- 
legorie. La  Felicitò  celeste  dans  la  Divine  Comédie,  fornendo  forse  più  che  con- 
clusioni vere  e  proprie,  utili  contributi  alle  discussioni  dei  più  appassionati 
dantologi.  «  Le  principal  trait  —  egli  scrive  —  qui  distingue  la  conception  de  la  Di- 
vine Comédie  est  peut-étre  que  Dante  a  tenu  à  en  fai  re  une  ceuvre  non  pas 
seulement  admirable,  mais  surprenante.  11  veut  étonner  le  lecteur  par  son  style, 
ses  inventions  de  dètail,  son  dessein  general».  Naturalmente,  s'affretta  a  sog- 
giungere il  D.,  fa  ciò  da  gran  maestro,  e  «  l'impression  qu'il  nous  donne  là  est  bien 
celle  qu'attendait  un  lecteur  du  Moyen-Age  »,  per  ciò  che  riguarda  l' Inferno  ed 
il  Purgatorio.  «Au  contraire,  le  Paradis  de  Dante,  si  l'on  y  prend  garde,  res- 
semble  beaucoup  moins  en  un  sens  à  l'idée  qu'on  se  fait  d'habitude  du  royaume 
celeste  ».  È  questo,  senza  dubbio,  un  «  séjour  d'eternelle  félicitè  . . .  mais  dans 
l'opinion  generale,  la  félicitè  consiste  tout  d'abord  dans  la  réunion  avec  les  étres 
qu'on  a  chéris,  dont  on  a  été  aimé.  Là  se  trouve  pour  une.foule  de  personnes 
le  plus  fort  argument  en  faveur  de  l'immortalité  de  l'àme;  fatiguées  par  la 
vie,  elles  consentiraient  pour  leur  propre  compte  au  néant  si  une  seconde  vie 
ne  leur  faisait  espérer  de  revoir  une  mère,  un  fils  . . .  Tout  cela  ne  se  ren- 
contre  guère  dans  le  ciel  de  la  Divine  Comédie-»,  quando  si  eccettui  l'incontro 
affettuoso  di  Dante  stesso  e  Beatrice.  Non  si  vuole  con  questo  affermare  che 
Dante  abbia  «rèservè  le  ciel  aux  cèlibataires»;  ma  anche  quanti  s'incontrano 
in  quelle  beate  sfere,  non  aprono  in  commosse  effusioni  l'animo  proprio.  «  La 
félicitè  chez  Dante  ne  paraìt  pas  requérir  ces  effusions  »  ;  onde  si  può  rite- 
nere che  «le  Paradis  de  Dante  n'est  pas  le  consolateur  de  la  famille  et  de 
l'amitié  ».  Ciò  posto  l'A.  non  vuol  già  far  carico  al  poeta  nostro  di  mancata  tene- 


NOTIZIARIO        '  45 

rezza,  e  ripresa  in  esame,  in  sintesi,  tutta  intera  la  Divina  Commedia,  vede 
che  «  i'amitié,  les  sentiments  de  famille  sont  de  très  beaux  sentiments,  mais 
d'ordre  terrestre»;  i  beati,  remoti  dal  mondo,  e  quindi  dagli  affetti  terreni, 
sono  veramente,  per  Dante,  altrettanti  monaci  in  clausura,  monaci  d'un  chiostro 
del  quale  Cristo  è  l'abate. 

Passa  quindi  il  Dejob  a  investigare  qual  sorta  di  felicità  Dante  riservi  alle 
anime  beate,  e  la  riscontra  anzitutto  nella  serenità;  indi  in  una  gioia,  che  si 
manifesta  e  si  accresce  col  moto:  «la  joie  se  marque  chez  elles  par  un  ac- 
croissement  soudain  de  rapidité,  d'éclat  »  ;  infine  nella  soddisfazione  piena  *  de 
r  intelligence.  Dans  son  Paradis,  on  adore  Dieu  de  tonte  son  àme,  mais  on 
regoit  en  outre  une  réponse  à  toutes  les  questions  qu'on  peut  se  poser».E 
Dante,  che  ha  dato  fondo  allo  scibile,  fa  della  scienza  «  un  des  plus  nobles 
attraits  de  son  Paradis».  [Fr.  P.]. 

6.  Basterà  segnalare  il  titolo  del  saggio  di  Francesco  D'Ovidio  attorno 
Il  patriottismo  nazionale  di  Dante  (in  Rivista  d'Italia,  ottobre  1916,  pp.  429- 
444),  che  è  il  discorso  inaugurale  di  alcune  letture  dantesche,  tenuto  dal 
D'Ovidio  in  Roma  recentemente,  per  indurre  il  lettore  a  cercare  queste  pagine 
dense  di  concetto  e  nitide  di  forma,  senza  che  occorra  con  più  particolareg- 
giato cenno,  che  riuscirebbe  sempre  insufficente  e  scolorito. 

Egli  riafferma  Dante  «padre  dell'italianità»,  oltre  che  per  la  lingua,  per 
tutta  l'opera  sua  di  pensatore,  di  poeta  e  di  profeta  quasi  delle  future  sorti 
d' Italia  :  «  Egli  il  maestro,  il  correttore,  il  duce,  il  profeta  ;  il  cantore  che  sin 
nei  più  scuri  tempi  consolava  coll'amoroso  canto  l'anima  nazionale  affannata, 
egli  l'ambasciatore  della  povera  Italia  presso  tutte  le  genti  civili  >.  [Fr.  P.]. 

7.  È  uscita  in  luce  pei  tipi  del  Paravia  la  2^  edizione  del  Vademecum  per 
lo  studioso  della  D.  C,  di  M.  A.  Garrone.  È  una  esposizione  lucida  e  sobria 
della  materia  di  ciascun  canto  ;  a  ciascuna  cantica  precede  un  rapido  «  dise- 
gno »  generale,  che  porge  al  lettore  un'idea  sommaria  ma  precisa  dei  tre  re- 
gni ultramondani.  Il  compilatore  si  è  valso,  con  criterio  e  discernimento,  dei 
più  pregevoli  e  recenti  studi  danteschi,  che  ha  avuto  cura  di  citare  a  pie  di 
pagina  ;  ma  la  guida  sicura  che  lo  ha  condotto  per  tutto  il  non  breve  cammino, 
è  stata  l'opera  del  Flamini,  //  significato  e  il  fine  della  D.  C,  alla  quale  si  è 
fedelmente  attenuto  e  della  quale  si  è  fatto  attivo  e  convinto  banditore.  Anzi 
questo  libretto  si  può  considerare  come  l'applicazione  scolastica  e  la  divulga- 
zione degli  studi  del  Flamini,  resi  accessibili  agli  studenti  delle  scuole  medie. 
Di  qui  viene  al  volumetto  un  rigore  scientifico  e  una  chiara  precisione,  che 
saranno  ai  discenti  di  grande  utilità. 

Qua  e  là  non  mancano  interpretazioni  proposte  dall'A.  stesso,  sempre 
degne  di  considerazione,  anche  quando  non  sembrino  in  tutto  accettabili  ;  come 
là  dove,  allontanandosi  dal  Flamini,  egli  dà  alla  «ruina»  del  secondo  cerchio 
infernale,  non  il  significato  più  ovvio  di  «  scoscendimento  »  del  terreno,  ma  di 
«antro  da  cui  si  sprigiona  la  bufera».  Cosi  a  me,  che  l'ho  combattuta  con- 
senziente Guido  Mazzoni,  nelle  mie  Note  dantesche,  non  pare  accettabile  la 
vecchia  opinione  del  Blanc,  che  vedeva  nel  secondo  cerchio  dell'Inferno  due 
schiere  di  peccatori  carnali,  nettamente  divise  ;  interpretazione  dovuta  al  mal 
compreso  verso  «cotali  uscir  dalla  schiera  ov'è  Dido». 

Circa  la  parte  bibliografica,  in  genere  accurata,  noto  soltanto  qualche  omis- 
sione, come,  per  le  notizie  intorno  a  Bordello,  quella  del  libro  fondamentale  del 


46  NOTIZIARIO 

De  Lollis,  e  per  alcune  interpretazioni  geografiche,  del  libro  del  Porena.  Sì  po- 
tevano tralasciare  indicazioni  secondarie,  come  alcuni  articoli  di  giornale;  qua 
e  là  sarebbero  state  necessarie  una  maggior  brevità  e  spigliatezza  di  stile,  e 
una  più  esatta  proprietà  di  lingua;  ma  queste  mende  nulla  tolgono  ai  molti 
pregi  intrinseci  del  volumetto,  che  avrà  certo  dagli  insegnanti  quell'onesta 
accoglienza  che  si  merita.  [M.  Funai]. 

8.  L'Accademia  di  Scienze  morali  e  politiche  di  Napoli,  in  occasione  del 
6^  centenario  della  morte  di  Dante,  bandisce  un  concorso  per  un  premio  straor- 
dinario di  L.  5000,  sul  tema  :  «  La  filosofia  politica  di  Dante  nel  De  Monarchia, 
studiata  in  sé  stessa  e  nelle  sue  attinenze  con  lo  svolgimento  della  filosofia 
politica  nel  Medio  Evo,  dai  trattati  tomistici  De  Regimine  principum  al  Defen- 
sor pacis  di  Marsilio  da  Padova  ». 

Le  memorie  dovranno  inviarsi  al  Segretario,  nella  sede  dell'Accademia, 
non  più  tardi  del  31  dicembre  1920,  e  potranno  essere  scritte,  oltreché  in  ita- 
liano, in  latino  o  in  francese.  È  in  facoltà  dei  concorrenti  manifestare  il  pro- 
prio nome,  o  distinguere  lo  scritto  con  un  motto,  che  dovrà  ripetersi  sopra 
una  scheda  suggellata,  contenente  il  nome.  Non  si  ammettono  memorie  pre- 
sentate ad  altri  concorsi. 

Il  lavoro  premiato  dall'Accademia  sarà  pubblicato  negli  Atti,  e  l'autore  ne 
avrà  100  copie  estratte.  Delle  memorie  che  non  avranno  riportato  nemmeno 
l'accessit,  si  bruceranno  le  schede,  e  tutte  poi  si  conserveranno  nell'archivio, 
e  solo  a  chi  proverà  di  averle  presentate  sarà  concesso  di  trarne  copia. 

Boccaccio.  —  9.  Con  la  competenza  che  tutti  gli  riconoscono  nel 
campo  degli  studi  boccacceschi,  Henri  Hauvette  prende  a  considerare  Les 
poésies  lyriques  de  Boccace,  à  propos  de  deux  éditions  récentes  (nel  Bulletin  ita- 
lien,  T.  XVI,  pp.  10-26,  e  57-70),  vale  a  dire  delle  edizioni  procurate  da  Aldo 
Francesco  Massèra  delle  Rime,  da  lui  riedite  nel  loro  testo  critico  (Bologna, 
Romagnoli-Dall'Acqua)  con  largo  e  sicuro  apparato  filologico,  e,  in  edizione 
minore,  in  volume  divulgativo  (Lapi,  Città  di  Castello).  Il  rendiconto  che  l'H. 
ne  stende  varca,  più  che  per  la  mole,  per  la  minuta  e  precisa  analisi  ch'ei 
fa  della  laboriosa  fatica  del  filologo  italiano,  i  limiti  consueti  d'una  recen- 
sione :  è,  anzi,  un  vero  contributo,  che  viene  ad  aggiungersi  a  quelli  notevoli 
che  il  centenario  del  Certaldese  produsse.  [Fr.  P.]. 

QUATTROCENTO. 

10.  È  nota  agli  studiosi  la  leggenda  del  Volto  Santo  di  Lucca,  e  come  se 
ne  abbiano  riflessi  letterari  anche  fuori  d'Italia.  Le  vicende  miracolose  per  cui 
l'immagine  di  Cristo  scolpita  da  Nicodemo  pervenne  dalla  Palestina  a  Lucca, 
furon  narrate  in  un  poemetto  popolare  d'un  anonimo  lucchese  del  Quattrocento, 
che  Giovanni  Giannini  ristampa  ed  illustra  {Antica  storia  in  versi  del  Volto 
Santo,  Lucca,  Tip.  ed.  G.  Giusti,  1916,  pp.  40.  Estr.  dagli  Atti  della  R.  Acca- 
demia lucchese,  voi.  XXXV).  Dell'edizione  quattrocentesca  rimane  soltanto  una 
copia  manoscritta,  e  di  questa  si  è  valso  il  G.,  raffrontando  però  il  testo  con 
quello  dato  da  un  codice  perugino  e  dimostrando  che  al  medesimo  poemetto 
risale  una  Devota  leggenda  di  Santa  Croce  di  Lucca,  in  ottave,  stampata  a  Fi- 
renze nel  1548.  Peggiore  il  rifacimento  dell'originale;  ma  povera  poesia  anche 
questo,  che  pure  ha  valore  per  la  tradizione  religiosa  e  per  la  storia  della 
poesia  popolare,  di  cui  il  G.  è  intelligente  cultore.  [F.  M.]. 


NOTIZIARIO  47 

il.  Le  Rime  di  Giovati  Francesco  Saardi,  il  poeta  quattrocentesco  del  quale 
Antonio  Belloni  diede  già  notizia  e  pubblicò  alcuni  componimenti  nel  Giorn. 
stor.  d.  Leti.  ital.  (voi.  LI,  1908,  pp.  147  e  segg.),  saranno  per  la  prima  volta 
edite  nel  loro  complesso  dallo  stesso  Belloni.  A  chiarire  l'utilità  di  codesta 
pubblicazione,  basti  avvertire  ch'essa  comprenderà  un  centinaio  di  componi- 
menti del  Suardi  fin  ora  inediti.  [A.  P.]. 

CINQUECENTO. 

Ariosto.  —  12.  Nella  tornata  del  17  dicembre  1916  della  R.  Deputazione 
di  Storia  patria  per  le  Prov.  di  Romagna,  Pietro  Torelli  ha  presentato  una 
memoria  Per  la  biografia  dell'Ariosto,  illustrando  alcuni  documenti  tratti  in 
parte  dall'archivio  privato  dei  conti  Guidi  di  Bagno,  famiglia  imparentata  con 
gli  Ariosti,  e  in  parte  dal  fondo  Ercolani  della  Biblioteca  comunale  dell'Archi- 
ginnasio, riferentisi  alle  condizioni  economiche  del  poeta  :  condizioni  che  eb- 
bero, come  è  noto,  una  certa  influenza  sull'andamento  di  tutta  la  sua  vita,  e 
che  formano  oggetto  di  alcuni  passi  importanti  delle  Satire.  Da  tali  documenti 
risulta  che  alla  morte  del  cugino  Rinaldo  (1519)  il  poeta  e  i  fratelli,  se  perdettero, 
come  si  sapeva,  il  fondo  avito  delle  Arioste,  entrarono  tuttavia  in  godimento 
di  vari  altri  beni,  non  ostanti  contese  giudiziarie  che  ebbero,  a  cagione  special- 
mente della  vecchia  casa  Ariosti  di  S.  Maria  delle  Bocche  in  Ferrara  ;  a  pro- 
posito della  quale  si  dimostra  che  Niccolò  padre  di  Lodovico  non  possedè  mai 
quel  principale  tratto  di  essa  su  cui  è  ora  scritto  :  «  Casa  paterna  di  Lodovico 
Ariosto»,  né  quindi  in  essa  visse  il  poeta  la  maggior  parte  della  sua  vita,  ma 
ebbe  invece  altre  porzioni  e  nello  stesso  gruppo  di  fabbricati  e  altrove  ;  av- 
valorandosi l'opinione  espressa  da  un  erudito  ferrarese,  che  la  vera  casa  di 
Niccolò  e  dei  figli  fosse  un'altra  nella  stessa  via,  oltre  il  vicolo  detto  del  Gran- 
chio. Dai  documenti  può  anche  trarsi  la  conclusione  che  il  patrimonio  non  era 
poi  cosi  esiguo  da  giustificare  le  ripetute  lamentele  del  poeta,  il  quale  ammi- 
nistrò si  i  beni  famigliari,  come  primogenito,  ma  e  nella  detta  amministrazione 
e  nella  educazione  dei  minori  fratelli  ebbe  un  validissimo  aiuto  nel  secondo- 
genito Gabriele.  Né  da  tutto  ciò  esce  diminuita  la  figura  morale  di  Lodovico 
Ariosto,  che  fu  per  i  suoi  più  che  fratello  padre  amoroso  ;  ma  ne  esce  più  vera, 
sia  che  ci  si  mostri  il  poeta  irritato  contro  piccole  domestiche  difficoltà  e  cure 
non  gravi  per  sé  stesse,  ma  ai  suoi  occhi  gravissime  in  quanto  lo  distoglie- 
vano dagli  studi  ;  sia  che  nel  disbrigo  degli  affari  famigliari  ci  si  riveli  un  ap- 
poggio costante  al  poeta  dalla  meravigliosa  fantasia,  che  poco  sembrerebbe  ac- 
cordarsi con  la  calma  e  la  oculatezza  pensata  dell'amministratore.  [A.  S.]. 

13.  Poeti  e  poesia  a  Verona  nel  secolo  XVI  si  intitolerà  un  volume  al  quale 
attende  Vittorio  Mistruzzi.  Comprenderà  una  serie  di  monografie  biografiche 
e  critiche  sui  poeti  veronesi  dell'epoca  (Giovanni  Cotta,  Girolamo  Fracastoro, 
Giovanni  Fratta,  Alberto  Lavezzola,  ecc.),  condotte  su  nuove  indagini  d'archivio; 
né  vi  sarà  trascurato  lo  studio  della  poesia  popolare.  [A.  P.]. 

SEICENTO. 

Galilei.  —  14.  Alle  due  ampie  e  recenti  raccolte  di  scritti  galileiani, 
quella  del  Favaro-Del  Lungo  pubblicata  pei  tipi  del  Sansoni  e  quella  del  Vac- 
calluzzo  pei  tipi  del  Vallardi,  se  ne  aggiunge  ora  una  terza  a  cura  di  Giovanni 


48  NOTIZIARIO 

Gentile  (G.  G.,  Frammenti  e  lettere  con  introduzione  e  note  di  G.  G.,  Livorno, 
Giusti,  1917,  ,pp,  xxxn-344). 

II  Gentile,  riprendendo  il  disegno  del  Favaro  (G.  G.,  pensieri,  motti  e  sen- 
tenze, ecc.,  Barbèra,  1910),  di  raggruppare  il  pensiero  galileiano  per  soggetto 
e  fermar  quindi  l'attenzione  del  lettore  sulle  idee  fondamentali  che  circolano 
nelle  opere  del  G.,  intende  divulgare  la  parte  più  vitale  di  esse  ed  offrire  alla 
scuola  un  nuovo  strumento  di  studio  e  di  formazione  mentale.  V'è  chi  crede 
che  d'ogni  grande  scrittore  giovi  meglio  dar  la  conoscenza  per  saggi  ordina- 
tamente e  storicamente  disposti  del  suo  pensiero,  che  non  per  frammenti  ne- 
cessariamente staccati  e  astratti  non  solo  dalle  quistioni  speciali  ma,  specie 
nei  Dialoghi,  dal  vivo  del  dibattito. 

A  diminuire,  se  non  a  eliminare  del  tutto,  gli  inconvenienti  di  cosiffatte 
raccolte,  soccorre  il  Galilei  stesso,  pensatore  cosi  compatto  e  organico,  che 
in  ogni  ordine  di  studi  lasciò  l' impronta  incancellabile  e  profonda  d'un  suo 
nucleo  d'idee  dominanti,  nuove  e  innovatrici,  anzi  liberatrici  da  pregiudizi  od 
errori  tradizionali.  11  Gentile  tale  nucleo  d'idee  raccoglie  sotto  titoli  determi- 
nati, aggiungendovi  75  lettere  a  piena  illustrazione  del  tempo  e  della  vita  del 
Galilei,  e  commenta  poi  con  la  perizia  e  la  padronanza  ch'egli  ha  della  filo- 
sofia italiana  della  Rinascenza,  sicché  il  libro  acquista  un  carattere  prevalen- 
temente filosofico.  La  corrispondenza,  per  es.,  tra  il  pensiero  bruniano  e  quello 
galileiano,  che  il  Vaccalluzzo  aveva  accennata  nel  suo  commento,  qui  riceve 
ora  più  numerose  e  autorevoli  testimonianze  da  un  filosofo  cosi  competente 
come  il  Gentile.  [N.  V.]. 

15.  Di  scarso  valore  è  il  lavoretto  di  Vincenzo  Mazzacane  su  Le  famiglie 
di  Andrea  Mazzarella  e  di  Pietro  De  Biasio  di  Cerreto  Sannita  (estr.  dalla  Rivista 
storica  del  Sannio,  n.i  1,  6,  e  dall' Archivio  storico  del  Sannio  Alifano  e  contrade 
limitrofe,  a.  I,  n.»  2,  con  aggiunte  e  documenti,  pp.  17).  L'A.  si  è  proposto  di 
mettere  in  rilievo  le  figure  di  Andrea  Mazzarella,  scrittore  e  poeta  patriottico 
del  sec.  XVII,  e  di  Pietro  De  Biasio,  del  sec.  XVII,  autore  di  un'opera  intitolata 
La  nobiltà  di  Coppella  ;  ma  troppo  scarna  è  l'illustrazione  ch'egli  ne  fa,  e  troppo 
ristretta  ed  incerta  la  preparazione  con  la  quale  vi  si  è  accinto.  [V.  C.]. 

16.  Antonio  Belloni  viene  apprestando  la  seconda  edizione  del  suo  ec- 
cellente volume  sul  Seicento,  per  la  nota  collezione  vallardiana  ;  con  vasti 
mutamenti  nella  distribuzione  e  nella  trattazione  della  materia.  [A.  P.]. 


SETTECENTO. 

Parini.  —  17.  Vede  ora  la  sua  sesta  edizione  //  Giorno  di  Giuseppe 
Parini,  ridotto  e  commentato,  con  una  scelta  di  odi  annotate,  a  cura  di  Luigi 
Valmaggi  (Torino,  Casanova,  1916,  pp.  xxii-154).  La  nuova  ristampa  —  avverte 
il  commentatore  —  non  differisce  dalla  precedente  «se  non  per  lievissimi  ri- 
tocchi, poche  correzioni  e  brevi  giunterelle»;  il  libro  è  dunque  rimasto  immu- 
tato nella  sostanza,  nel  disegno  generale,  e  nella  lezione  seguita  per  il  testo 
del  poemetto  e  per  quello  delle  odi  trascelte.  Né  di  mutamenti  sostanziali  vi 
era  motivo,  data  la  bontà  dei  criteri  adottati  dal  V.  e  la  sicura  scienza  con 
la  quale  essi  furono  applicati.  [I.  D.  V.]. 


NOTIZIARIO  49 

18.  Fra  nei  e  cipria  è  il  titolo  d'un  piacevole  articolo  in  cui  Mario  Zat- 
tera discorre  del  Goldoni,  delle  sue  commedie,  sopra  tutto  delle  dediche  di 
coteste  commedie,  e  di  altre  cose  del  Settecento  {Fanfulla  della  domenica,  a. 
XXXVIII,  1916,  n.o  47).  [M.  R.]. 

A.lfieri.  —  19.  MICHELE  SCHERILLO  anticipa  (nella  Nuova  Antologia,  16 
dicembre  1916,  pp.  417-437)  un  capito  (//  Vate  nostro:  Alfieri  e  Rousseau),  di 
un  suo  libro  di  prossima  pubblicazione  su  La  vita,  le  Rime  e  altri  Scritti 
minori  di  V.  A.,  cogliendo  singolari  analogie  e  non  men  singolari  dissonanze  tra 
certi  aspetti  disdegnosi  e  fieri  dei  due  letterati,  ma  rilevando  la  schiet- 
tezza intima  e  prorompente  dell'italiano,  la  irresoluta,  timida  e  petulante  in- 
coerenza del  francese.  Gli  accostamenti  e  i  rilievi,  ricavati  da  una  piacevole 
considerazione  aneddotica  della  loro  vita,  si  concludono  col  rifiuto  dell'Alfieri 
a  conoscere  il  Rousseau  :  egli  che  pure  faceva  di  lui  grande  stima,  non  si  volle 
«piegar  mai  a  quella  dubbia  presentazione  ad  un  uomo  superbo  e  bisbetico». 
[FR.  P.]. 

20.  Su  Le  Satire  di  Vittorio  Alfieri  scrive  alcune  succose  pagine  Fran- 
cesco Beneducci  {Rivista  d'Italia,  novembre  1916,  pp.  658-678),  proponendosi 
il  quesito,  se  l'A.  abbia  o  non  abbia  con  esse  ottenuto  l'effetto  desiderato. 
—  Ma  che  cosa  vuole  l'Alfieri,  che  io  senta,  pensi,  ami  o  odii  ?  Mi  vuole  codino 
o  giacobino,  monarchico  o  repubblicano,  aristocratico  o  democratico,  filantropo 
o  misantropo?  — gli  pare  che  debba  domandarsi  un  lettore  frettoloso  e  poco 
penetrante  delle  diciassette  satire  alfieriane.  E  reputa  che  poca  o  nessuna  ef- 
ficacia logica  e  persuasiva  abbiano  ad  esercitare  sull'animo  di  cotesto  lettore 
irriflessivo  le  tirate  violente,  «  ora  a  destra  ora  a  sinistra,  ora  contro  Voltaire 
ora  contro  Cristo,  ora  verso  ora  contro  la  Rivoluzione».  L'esortazione,  «qua 
ad  accettare  il  nuovo,  là  a  tornare  all'antico»,  deve  produrre  in  lui  una  «con- 
fusione di  sentimenti  e  d'idee,  una  specie  d'avversione  al  poeta».  A  chi  invece 
legga  ponderatamente  e  col  sussidio  d'una  buona  coltura,  «  l'Alfieri  appare  tut- 
t'altro  che  un  maldicente  incorreggibile,  un  rabbioso,  irragionevole,  ostinato 
censore;  appare  uomo  d'immutabile  rettitudine,  dalla  quale  soltanto,  o  princi- 
palmente, sono  cagionati  certi  suoi  atteggiamenti,  certe  sue  avversioni,  che 
sembrano  vere  e  proprie  incoerenze». 

Passate,  quindi,  a  dimostrazione  di  quanto  premette,  in  minuta  analisi  le 
satire  stesse,  il  B.  delinea  un  giudizio  intorno  all'autore,  che  in  esse  sempre 
si  presenta  con  le  «ciglia  aggrottate,  gli  occhi  scintillanti  e  le  labbra  frementi, 
che  esprimono  ira  o  sdegno,  minaccia  o  sarcasmo  »,  come  «  uomo  che  non  sa  ri- 
dere »,  e  produce  una  vera  «satira  atrabiliare  ». 

Ed  è  portato  a  concludere  che  «la  monotona  uguaglianza  della  forma  si 
accoppia  all'unità  del  concetto»,  che  «tra  le  varie  incertezze  logiche,  se  non 
proprio  contraddizioni,  un'idea  resta  ferma,  immutabile,  ed  è  come  il  pernio 
intorno  a  cui  girano  tutte  le  altre:  quella  che  l'Alfieri  si  era  fatta  de'  francesi 
e  della  Rivoluzione,  e  per  la  quale  le  satire  sono  un  secondo  e  non  necessario 
Misogallo  ».  Merito  questo,  certo,  non  piccolo,  al  quale  sta  accanto,  dal  punto 
di  vista  della  forma,  quello  dell'aver  egli  saputo  «  entrar  nelle  grazie  della 
lingua  toscana  e  ricavarne  buoni  frutti  ».  Possedeva  inoltre  «attitudine  comica 
o  satirica  ed  arte  figurativa  superiori  al  gusto  d'allora.  Però,  o  che  gli  man- 
casse la  facoltà  di  cogliere  e  rappresentare  il  ridicolo  degli  avvenimenti,  d'in- 
dividui e  di  classi  sociali  nel  contrasto  fra  il  reale  o  l'ideale,  o  che  da  un'idea 
fissa  o  dalla  sua  impetuosa  natura  si  lasciasse  annebbiare  la  vista  e  colorire 

La  Rassegna.  XXV,  l,  4 


50  NOTIZIARIO 

il  vero  tutto  a  un  modo,  è  evidente  ch'egli  non  riusci,  salvo  poche  volte,  a 
trattare  la  satira  con  efficacia  persuasiva  e  con  arte  appropriata».  [Fr,  P,]. 

21.  Il  commento  che  E.  De  Benedetti  pubblicò  or  è  qualche  tempo  alle 
rime  alfieriane  (V.  A.,  Rime  scelte,  con  introduzione  e  commento  di  E.  De  B., 
pp.  xxviii-292,  Milano,  Fr.  Vallardi,  1914)  merita  che  sia  ricordato,  come  un 
contributo  notevolissimo  allo  studio  della  lirica  dell'A.  La  preparazione  che 
il  De  B.  ha  sul  soggetto,  la  conoscenza  della  bibliografia,  il  gusto  e  la  dili- 
genza delle  note,  il  riscontro  dei  testi  condotto  sugli  autografi,  conferiscono  a 
questo  commento  un  valore  più  che  scolastico.  Dall'esame  del  ms.  laurenziano 
XIII,  anche  dopo  il  profitto  trattone  dal  Guastalla  {Rime  di  V.  A.  scelte  e  comm. 
da  R.  G.,  Firenze,  Sansoni,  1912),  il  De  B.  ha  potuto  cavare  più  d'un  vantaggio 
per  accertare  la  successione  cronologica  dei  componimenti  e  le  indicazioni 
toponomastiche,  dando  cosi  modo  al  lettore  di  seguire  lo  svolgersi  logico  e  arti- 
stico della  lirica  alfieriana  e  di  metterne  in  rilievo  il  prezioso  valore  biografico. 
Le  note  sono  abbondanti  e  sicure,  e  a  ciascuna  lirica  precede  un  cenno  intro- 
duttivo, con  forse  soverchia  ammirazione.  Che  nella  storia  della  lirica  italiana 
del  Settecento  l'A.  abbia  un  posto  tutto  suo  e  una  fisionomia  sua  propria,  è 
verissimo;  che  da  natura  abbia  avuto  un  temperamento  più  lirico  che  tragico, 
può  esser    in  parte  vero;  ma  guardiamoci  dalle  esagerazioni.  [N.  V.]. 

Monti.  —  22.  Un  articolo  attorno  //  «  Pellegrino  Apostolico  »  di  V.  Monti 
ha  inserito  ultimamente,  nel  Fanfulla  della  domenica  (a.  XXXVlll,  1916,  n.*^  52), 
Matteo  Cerini.  L'analisi  del  poemetto  vi  è  fatta  con  molto  garbo;  in  generale, 
però,  il  Cerini  non  rivela  cose  nuove,  e  non  aggiunge  molto  di  veramente  suo 
a  quanto  sul  poemetto  montiano  è  stato  già  detto.  [M.  R.]. 

23.  Sotto  il  titolo  Sicelides  Musae,  Federico  Rampolla  ha  raccolto  un  buon 
numero  delle  più  belle  poesie  di  Giovanni  Meli  (Palermo,  Trimarchi,  1916,  pp. 
vin-149),  commentandole  ad  uso  delle  scuole.  Delle  scuole  siciliane,  s'intende 
bene,  che  per  gli  studenti,  per  esempio,  della  nostra  Toscana,  riescirebbe  per 
Io  meno  assai  faticosa  la  comprensione  di  un'opera  poetica  dialettale  pur  cosi 
schietta  e  vivace.  Ma  poiché  il  raccoglitore  vuole  appunto  che  si  metta  a 
profitto  per  l'educazione  artistica  dei  giovani  «  l'attitudine  che  essi  hanno  a 
penetrare  nell'espressione  comunicata  per  mezzo  della  loro  lingua  materna», 
in  modo  che  essi  trovino  nel  proprio  dialetto  «  la  chiave  segreta  che  apre  il 
cuore  allo  spettacolo  della  bellezza»,  vadano  dunque  ai  giovani  siciliani  que- 
sti frutti  della  loro  fertile  terra,  trascelti  con  buon  criterio  dal  Rampolla. 
[I.  D.  V.]. 

24.  Alla  raccolta  dell'Epistolario  di  Scipione  Majfei  attende  da  vario  tempo 
Celestino  Garibotto  :  impresa  non  facile  e  non  rapida,  data  la  grande  quan- 
tità di  lettere  del  poeta  veronese,  sparse  per  le  biblioteche  d'Italia  e  d'Europa; 
ma  certamente  utile,  e  tale  da  meritare  ogni  incoraggiamento.  [A.  P.]. 

25.  Un'amica  di  Casanova  :  la  Contessa  di  Rosemberg  è  attualmente  oggetto 
di  studio  da  parte  di  Bruno  Brunelli  Bonetti,  il  quale  trae  profitto  da  un 
epistolario  inedito,  che  non  sarà  fra  le  minori  curiosità  dell'opera  sua. 

26.  Opera  utile  ha  compiuta  Umberto  Benassi,  col  suo  studio  su  Guglielmo  Du 
Tillot,  un  ministro  riformatore  del  sec.  XVIII.  Contributo  alla  storia  dell'epoca  delle 


NOTIZIARIO  51 

riforme  (estr.  AaW Archivio  storico  per  le  province  parmensi,  a.  1916,  parte  1*,  Par- 
ma, 1916,  pp.  298).  Il  B.  si  è  valso  di  quanto  si  è  scritto  sull'argomento  e  di 
documenti  inediti,  con  l'intento  di  illustrare  la  figura  del  ministro  riformatore 
e  di  «  agevolare  una  più  vasta  comprensione  di  un'epoca  che  ha  tanti  legami 
di  somiglianza  con  la  nostra».  Per  ora  abbiamo  dinanzi  soltanto  una  parte 
dell'opera:  una  lunga  introduzione  e  tre  vasti  capitoli,  dei  quali  sono  senza 
dubbio  migliori  \\  secondo  ed  il  terzo,  l'uno  sul  ducato  di  Urbino  all'inizio 
della  dominazione  borbonica  e  l'altro  sul  periodo  di  preparazione  del  Du  Tillot. 
11  B.  si  propone  di  considerare  il  ministro  riformatore  «sme  ira  et  studio, 
al  solo  scopo  di  vederlo  quale  fu  veramente,  coi  suoi  difetti  e  le  sue  virtù, 
le  colpe  e  i  meriti  »  :  a  me  pare  tuttavia  che  egli  pecchi  di  parzialità  in  favore 
dell'animoso  ministro.  Comunque  sia,  il  lavoro  è  già  in  questa  prima  parte  una 
buona  introduzione  all'opera  complessiva,  e  permette  di  bene  sperare  del  re- 
sto. [V.  C.]. 

27.  In  un  articolo,  Episodi  e  aneddoti  di  storia  imolese  (estr.  da  La  Romagna, 
a.  XII,  1915,  fase.  7-8,  pp.  18),  Alfrkdo  Grilli  narra  il  passaggio  per  Imola  di 
tre  battaglioni  inglesi  e  di  sei  squadroni  napoletani  nel  1796,  riferendo  in 
due  scarni  aneddoti  le  accoglienze  che  gli  uni  ebbero  da  parte  delle  autorità 
e  il  singolare  trattamento  fatto  agli  altri  dal  patrizio  imolese  Ludovico  Co- 
dronchi,  per  desiderio  del  fratello  Nicola,  che  si  trovava  alla  Corte  di  Napoli. 
[V.  C.]. 

28.  «  Di  poemi  sui  polli  e  sulle  ova  non  ha  ricordo,  ch'io  sappia,  la  sto- 
ria della  nostra  letteratura ...  ».  Ed  ecco  perché  LuiQi  Rava  dà  notizie  e  rag- 
guagli, traendoli  da  un  rarissimo  libretto,  attorno  //  cittadino  romano  Claudio 
Della  Valle,  le  sue  idee  economiche  e  il  suo  poemetto  sul  Pollaio  (1798.  —  Nella 
Nuova  Antologia,  ì°  gennaio  1917,  pp.  74-86).  [Fr.  P.]. 

29.  L'abate  Giovanni  Compagnoni,  nato  a  Lugo  nel  1754  e  morto  a  Milano 
nel  1833,  fu  non  solo  scrittore  di  varia  e  grande  attività,  ma  ancora  giorna- 
lista vivace  e  robusto  :  ne  dà  opportuna  notizia  Guido  Bustico,  in  uno  scritto 
inserito  nel  Fanfulla  della  domenica  (L'abate  Compagnoni  giornalista.  A.  XXXVIII, 
1916,  n.o  50).  [M.  R.]. 

OTTOCENTO.  , 

30.  Opportunamente  Luigi  Falchi  si  volge  ad  indagare  //  sentimento  na- 
zionale nelle  origini  del  purismo  (Nuova  Antologia,  16  agosto  1916,  pp.  421-431), 
aggiungendo  un  nuovo  contributo  al  suo  dotto  saggio  attorno  /  puristi  del  sec. 
XIX(Romdi,  1899). 

In  queste  pagine  egli  prende  le  mosse  da  Antonio  Cesari,  discutendo  anzi- 
tutto l'affermazione,  che  è  sulle  bocche  d'ognuno,  che  questo  padre  sia  stato 
«il  primo  ad  opporsi,  nel  secolo  XIX,  all'imbastardimento  della  lingua  italiana, 
dovuto  al  predominio  francese  in  Italia».  Egli  crede  invece  che  fosse  un'illu- 
sione del  Cesari,  e  sia  poi  rimasta  un  luogo  comune  della  critica,  la  credenza 
che  il  Cesari  stesso  abbia  «  proseguito  e  raggiunto  alti  fini  nazionali  con  le  sue 
numerose  scritture  di  argomento  linguistico». 

È  un  fatto,  che  non  occorreva  essere  né  linguaioli  né  puristi  per  rilevare, 
come  fece  il  Cesari,  che  «  il  predominio  francese  in  Italia  deformava  il  modo 


52  NOTIZIARIO 

nazionale  di  pensare  e  di  scrivere  negli  ultimi  decenni  del  sec.  XVIII  e  nei 
primi  del  sec.  XIX».  Ciò  era,  in  fondo,  «la  manifestazione  linguistica,  natu- 
ralmente un  po'  tardiva,  dei  larghi  influssi  esercitati  tra  gl'italiani  per  tutto 
il  sec.  XVIll  dalla  filosofia  e  dalla  letteratura  di  Francia  ». 

Però  «ad  aprire  gli  occhi  anche  ai  ciechi  e  a  far  intendere  che  ormai, 
sul  finire  del  sec.  XVIII,  non  bastava  per  la  nostra  restaurazione  spirituale 
espellere  voci  e  costrutti  francesi  e  rimettere  in  onore  voci  nostre  antiquate, 
ma  che  occorreva  opporre  spiritualmente  nazione  a  nazione»,  fu  il  Cesarotti 
col  suo  Saggio  sulla  filosofìa  delle  lingue  (1785);  egli,  difendendo  il  francesismo, 
diede  nel  tempo  stesso  argomento  a  «  serie  riflessioni  da  parte  di  tutti  coloro 
ai  quali  stava  a  cuore  l'indipendenza  italiana».  11  Cesari  non  riusci  «ad  op- 
porre alla  dottrina  del  .Cesarotti  una  dottrina  adeguata,  e  neppure  osservazioni 
capaci  di  dimostrarne  la  debolezza».  Perini  «v'era,  si,  un'Italia  da  contrap- 
porre linguisticamente  alla  Francia,  ma  questo  gli  dava,  più  che  la  materia, 
l'occasione  del  contendere  ». 

Parimenti  letterari  più  che  nazionali  erano  «i  fini  a  cui  intendevano  gli 
avversarsi  del  Cesari  :  il  Monti,  il  Perticari,^^  il  Torti,  il  Villardi  »  ;  tant'è  vero 
che  i  «vigilanti  per  conto  dei  governi  stranieri,  come  non  si  preoccuparono 
mai  dell'opera  del  Cesari,  cosi  non  temettero,  anzi  incoraggiarono,  l'opera  del 
Monti».  Per  trovare  una  e  importante  «riscossa  contro  il  francesismo  e  lo 
spirito  filosofico  che  lo  giustificava  »,  bisogna  guardare  al  Piemonte  e  ricercarla 
nell'opera  del  Galeani  Napione,  che  si  propose  «chiari  intendimenti  civili  e 
nazionali  ».  E  l'opera  sua,  continuata  intorno  a  lui,  sorti  benèfici  frutti.  A  lui, 
dunque,  ci  richiama  il  sentimento  nazionale  nelle  origini  del  purismo,  cosi  dili- 
gentemente investigate  dal  Falchi.  Il  Napione,  da  buon  letterato  e  da  buon 
piemontese,  diremo  meglio  da  buon  italiano,  ha  l'occhio  fisso  alla  nazione, 
all'Italia,  che  vuole  memore  delle  sue  glorie  antiche  e  «  con  spiriti  protesi  alla 
futura  vittoria  sulle  nazioni  rivali».  [Fr.  Picco]. 

31.  Giulio  Natali,  che  da  tempo  viene  indirizzando  le  sue  molteplici  in- 
dagini speciali  alla  preparazione  di  un  complesso  sintetico  studio  sul  Settecento, 
sconfinando  ora  nell'  800,  dà  su  La  Letteratura  italiana  del  periodo  napoleonico 
(in  Rivista  d'Italia,  novembre  1916,  pp.  679-692)  le  conclusioni  d'un  corso 
libero  da  lui  tenuto .  (1915-16)  nell'Università  di  Genova.  L'indice  ragionato 
ch'egli  premette  al  suo  scritto  ne  chiarisce  opportunamente  il  contenuto:  «il 
neoclassicismo.  —  Milano  e  gli  emigrati  napoletani.  —  L'idea  dell'unità  na- 
zionale. —  Napoleone  e  i  letterati  italiani.  —  Gli  studi  storici  e  il  vichismo.  — 
La  coscienza  storica  italiana.  —  L'idea  del  primato  italiano.  —  Il  risveglio 
dello  spirito  militare.  —  La  reazione  al  sensismo  e  al  giansenismo.  —  Il  pu- 
rismo. —  L'ammirazione  per  l'Inghilterra  e  i  Sepolcri».  Il  N.  è  cosi  condotto 
ad  affermare  che  «  la  nuova  coscienza  e  le  nuove  tendenze  spirituali  si  tra- 
sformano in  profondi  sentimenti  e  immagini  sfolgoranti  di  fosca  luce  nell'unica 
vera  e  grande  opera  di  poesia  di  questo  periodo,  i  Sepolcri»  :  opera  che  ha  al- 
tresì in  sé  «il  riflesso  estetico  di  un'altra  tendenza»,  quella  accennata  da  ul- 
timo: «l'ammirazione  per  l'Inghilterra».  A  proposito  della  quale,  come  ante- 
fatto, il  Natali  non  avrà  mancato  certo  di  segnalare  il  valore  del  bel  libro  del  Graf 
su  L'anglomania  e  l' influsso  inglese  in  Italia  nel  sec.  XVIII.  [Fr.  P.]. 


NOTIZIARIO  53 

Foscolo.  —  32.  Angelo  Ottolini  scrive  nel  Fanfulla  della  domenica 
attorno  al  Foscolo  e  la  sua  dedica  dell'  Orazione  a  Bonaparte  pel  Congresso  di 
Lione  (a.  XXXVIII,  1916,  n.»  46).  [M.  R]. 

33.  Su  le  teorie  critiche  alle  quali  aderiva  Ugo  Foscolo  è  da  vedere  quanto 
è  detto  qui  oltre,  al  n.^  75. 

Manzoni.  —  34.  Mi  rincresce  di  dover  affermare  che  i  recentissimi 
«piccoli  saggi»,  ai  quali  MARINO  Fioroni  dà  il  titolo  troppo  promettente  di 
Alessandro  Manzoni  poeta  civile  (Città  di  Castello,  Soc.  Tip.  Leonardo  da  Vinci, 
1917,  pp.  143)  non  solo  non  segnano  un  progresso  degli  studi  attorno  il  Man- 
zoni, ma  costituiscono  un  passo  addietro  rispetto  a  molti  argomenti  notevoli, 
tale  è,  non  la  semplicità,  ma  il  semplicismo  logico,  critico  ed  erudito  col  quale 
il  loro  autore  ha  voluto  affrontare  problemi  degni  di  assai  più  seria  conside- 
razione. Negare  l'esistenza  di  certe  questioni  e  .  figurarsele  e  rappresentarle 
come  facili  e  semplici  anche  quando  sono  ardue  e  complesse,  è  tutt'uno  :  e  il 
Fioroni  ha  una  baldanzosa  tendenza  a  risolvere  i  problemi  meno  agevoli  con 
pure  e  semplici  affermazioni,  tanto  meno  efficaci,  quanto  più  frettolose  e  riso- 
lute. A  vedergli  prendere  a  tu  per  tu  Alessandro  Manzoni  e  pertrattare  gli 
atteggiamenti  più  verecondi  di  quella  grande  anima  con  tanta  spavalderia,  si 
ha  la  stessa  impressione  che  a  scorgere  un  ninnolo  fragile  e  prezioso  fra  le 
mani  rozze  e  disadatte  d'uno  spaccapietre!  Con  che  non  voglio,  ben  s'in- 
tende, affermare  che  il  F.  lavori  sempre  come...  uno  spaccapietre  (ricordo 
qualche  suo  studietto  non  ispregevole  attorno  a  figure  minori,  e  quindi  di 
meno  difficoltà  e  di  meno  pretese);  voglio  bensi  avvertire  ch'egli  questa  volta 
ha  sbagliato  tutto:  la  preparazione  storica,  ch'è  insufficiente;  la  preparazione 
spirituale,  che  manca  mancando  un'adeguata  coscienza  del  tèma  affrontato  e 
della  sua  dignità;  la  valutazione  critica,  ch'è  di  conseguenza  difettosa;  e  il 
tono,  che  non  è  all'altezza  dell'argomento.  Di  che  sovrabbondano  le  dimostra- 
zioni, non  essendovi  pagina  del  libro  la  quale,  attraverso  inutili  divagazioni  o 
lunghe  e  spesso  superflue  citazioni  di  passi  manzoniani,  non  presti  il  fianco 
alla  critica. 

All'inizio,  il  Fioroni  afferma  non  esser  facile  «intendere  a  pieno  il  si- 
gnificato e  il  valore  dell'arte  manzoniana»,  e  osserva  non  esser  maraviglia  se 
«non  ostanti  gli  studi  del  De  Gubernatis,  del  D'Ovidio,  del  Graf,  del  Galletti, 
del  Pellizzari,  del  Negri,  dello  Sforza,  del  Renier,  del  Momigliano,  dello  Sche- 
rillo,  del  Salvadori,  del  Busnelli,  del  Trompeo,  e  di  tanti  altri,  la  lite  non  è 
interamente  composta,  né  tutti  i  dubbi  sono  scomparsi».  E  fin  qui  egli  ha  pie- 
namente ragione;  il  suo  torto  comincia  quando,  pur  traverso  alcune  forse  mo- 
deste restrizioni  («senza  aver  io  la  pretesa  di  dirimere  ogni  questione,  mi 
accingo  a  tornare  sull'argomento  per  colmare  qualche  lacuna  o  correggere  qualche 
inesattezza  sfuggita  a  coloro  che  mi  precedettero  in  questi  studi»),  egli  afferma 
il  suo  scopo  finale,  che  sarebbe,  poco  modestamente,  di  risolvere  in  sostanza 
ed  in  ultimo  appello  tutti  i  dubbi  che  si  addensano  attorno  l'arte  e  la  coscienza 
di  Alessandro  Manzoni  («...e  per  tentar,  se  possibile,  di  ricostruire  la  fisono- 
mia  vera  e  il  carattere  civile  dell'arte  manzoniana»)!  Il  che  egli  si  illude  di 
fare  in  126  paginette,  una  buona  metà  delle  quali  sono  o  riferimenti  di 
passi  manzoniani,  o  inutili  divagazioni,  o  ripetizioni  superflue  di  notizie 
ovvie  per  ogni  modesto  cultore  dei   nostri  studi.   E  più  ancora  l' illusione 


54  NOTIZIARIO 

del  F.  appare  singolare,  quando  si  pensi  ch'egli,  per  il  comodo  motivo  che  le 
«fonti  »  di  cui  si  è  servito  «  sono  evidentissime  e  spesso  citate  nel  corso  della 
trattazione»,  si  astiene  viceversa  in  séguito  da  ogni  precisa  citazione  degli 
studi  altrui  dei  quali  si  è  giovato,  ove  si  eccettuino  gli  scritti  del  Fabris,  ri- 
cordati due  volte,  senza  che  ne  venga  dato  il  titolo  preciso,  le  Reminiscenze  del 
Cantù,  ricordate  anch'esse  due  volte,  i  Commenti  del  Negri  e  i  miei  Studi  manzo- 
niani, ricordati  una  volta,  e  due  articoli  del  Busnelli,  citati  senza  che  venga  tenuto 
niun  conto  di  tutta  la  lunga  polemica  che  tenne  dietro  ad  uno  di  essi,  e  che  pro- 
prio sur  un  argomento  a  cuor  leggero  affrontato  dal  Fioroni,  si  svolse  su  questa 
Rassegna  or  è  un  anno.  Cosi  avviene  che  il  lettore  esperto  della  moderna  let- 
teratura critica  manzoniana  s'imbatta  assai  spesso  in  notizie  ed  osservazioni 
che  gli  richiamano  a  mente  cose  già  lette;  e  se  vuole  spiegarsi  il  fatto  nel  modo 
meno  malevolo  verso  il  F.,  ha  da  pensare  ch'egli  abbia  letto  assai  meno  di 
quel  che  avrebbe  dovuto  lèggere,  e  che  s' illuda  di  scoprire  per  il  primo  cose 
che  sono  ormai  scritte  sui  boccali  di  Montelupo. 

Dirò  sùbito  che  questa  mi  sembra  la  spiegazione  più  ovvia,  quando  vedo 
che  il  Fioroni,  pur  avendo  stampato  questo  suo  volumetto  nella  stessa  Tipo- 
grafia dalla  quale  uscirono  or  è  un  anno  e  tre  mesi  gli  Sposi  promessi,  conti- 
nua a  citare  i  passi  della  prima  minuta  dai  Brani  inediti  dello  Sforza;  quando 
vedo  che,  per  sistematizzare  le  accuse  del  Sismondi  contro  la  dottrina  catto- 
lica, deduce  le  citazioni  sismondiane  non  dall'opera  originale  dello  Storico 
ginevrino,  ma  dalle  Osservazioni  del  Manzoni;  quando  vedo  che  non  ha  letto 
i  capitali  studi  del  Galletti  e  del  Crispolti  sulla  Morale  cattolica,  dacché  a  torto 
afferma  che  quest'opera  fu  «da  alcuni  fraintesa  e  dai  più  trascurata»,  e  ne 
offre  lui  una  parafrasi  ed  un  giudìzio  che  sono  la  cosa  più  ingenua  che  si 
possa  immaginare  !  E  tralascio  certe  affermazioni  imprevedute,  che  sgomentano 
per  la  loro . . .  originalità  :  l'autoritratto  del  Manzoni,  quel  «  mediocre  »  sonetto 
giovanile  che  tutti  conoscono,  «  va  ricordato  »  per  il  F.  «  come  ceppo  granitico 
su  cui  poggia  tutta  l'opera  avvenire  del  Nostro,  compresa  l'opera  religiosa  »  ; 
nel  carme  in  morte  di  Carlo  Imbonati,  siamo  già  in  cospetto  di  una  concezione 
religiosa  dogmatica  !  ;  la  famosa  crisi  di  San  Rocco  «  non  fu  nemmeno  una  con- 
versione »!  ;  a  lèggere  la  scena  prima  dell'atto  quarto  del  Carmagnola,  «  non 
par  di  leggere  Le  mie  prigioni?»  ;  il  Manzoni,  «  con  franchezza  degna  di  Giorgio 
Tyrrel,  il  capo  dei  modernisti,  proclamava  non  ci  essere  giusta  superiorità  di 
uomo  sopra  gli  uomini  se  non  in  loro  servigio»;  e  via  dicendo  !  Tralascio  certo 
lungo  e  vano  parallelo  fra  la  Divina  Commedia,  anzi  fra  le  tre  cantiche  della 
Commedia  ed  i  Promessi  sposi,  e  fra  i  rispettivi  personaggi  delle  due  opere. 
Tralascio  l'arrogante  sufficienza  con  la  quale  l'ultimo  giunto  fra  i  cultori  di 
questi  studi  considera  tutti  coloro  che  l'hanno  preceduto  (1);  tralascio  l' imper- 
turbata fiducia  ch'egli  ha  nelle  proprie  vedute,  e  l'ingenua  sicurezza  di  aver 
dimostrato  tutto  e  persuaso  tutti,  quando  non  ha  dimostrato  nulla  e  non  ha 


(1)  La  «leggenda  della  conversione»  (!)  del  Manzoni,  «originò . . .  dal  naturale  desiderio  di 
certe  fantasie  d'ammirar  dei  miracoli»;  «va  rilevato  (cosa  generalmente  trascurata)  come  le  osser- 
vazioni manzoniane  abbiano  per  noi  un'alta  importanza  civile»  ;  «molti  critici . . .  s'affannarono  a 
scoprir  le  ragioni  per  le  quali,  ad  esempio,  Lucia  non  riveli  a  Renzo  il  suo  voto  là  nel  lazzaretto, 
perché  don  Rodrigo  muoia  in  un  letto  e  non  sulla  groppa  d'un  cavallo  infuriato  . . .  non  intendo 
riprender  qui  daccapo  tutte  coteste  questioni,  le  quali  per  me  neppure  avrebbero  ragione  di  esi- 
stere »  ;  «  se  i  critici  si  fossero  data  la  briga  di  consultare  gli  altri  scritti  del  Manzoni ...»  ;  l'an- 
ticattolicismo  del  Manzoni  giovane  è  stato  semplicemente  «  sognato  »  da  molti  ;  ecc.  ecc. 


NOTIZIARIO  55 

persuaso,  probabilmente,  se  non  sé  stesso (1);  tralascio  infine  certe  licenze  di 
forma  che  offendono  in  uno  studio   letterario  (2). 

Il  Fioroni  accenna  alla  «fretta  militare»  che  Io  «  ha  spinto  »  alla  sua  pub- 
blicazione :  se  egli  vuol  con  ciò  scusare  gì'  innumerevoli  errori  di  stampa  che 
infiorano  il  volume,  il  motivo  gli  si  può  menare  per  buono  ;  ma  se  questo  gli 
dovesse  costituire  un  alibi  letterario  per  il  modo  come  egli  ha  svolto  l'argo- 
mento propostosi,  mi  rincrescerebbe  di  non  potergli  perciò  consentire  nemmeno 
le  circostanze  attenuanti.  In  verità,  questo  non  è  il  modo  di  studiare  Manzoni, 
nemmeno  in  tempo  di  guerra  !  [A.  Pellizzari]. 

35.  Potranno  riuscire  utili  le  osservazioni  di  Matteo  Cerini  sul  famoso 
epigramma  del  Manzoni  che  attribuisce  al  Monti  «  //  Cuor  di  Dante  »  e  *  il  canto 
di  Virgilio^.  {Fanfulla  della  domenica,  a.  XXXVIII,  1916,  n.»  51).  [M.  R.]. 

36.  Non  tutti,  forse,  i  critici  militanti,  che  con  rinnovato  fervore  si  ven- 
gono occupando  del  Manzoni,  dell'opera  sua,  in  particolar  modo  del  suo  ro- 
manzo, consentiranno  pienamente  nelle  osservazioni  ingegnose,  sottili,  che 
possono  talora  parere  anche  audaci,  che  Nicola  Scarano  addensa  in  una  sua" 
minuziosa  analisi  della  Gertrude  del  Manzoni  (nella  Nuova  Antologia,  16  dicem- 
bre 1916,  pp.  456-470).  Nella  quale  egli,  anche  più  che  in  don  Abbondio,  vede 
«una  delle  creazioni- più  interessanti  del  mondo  manzoniano»,  anzi,  «la  più 
interessante.  Per  lei  e  in  lei  il  M.  ci  offre  una  dipintura  squisitissima,  per 
quanto  incompiuta,  dell'anima  femminile,  nel  momento  specialmente  in  cui 
essa  s'apre  alle  lusinghiere  promesse  del  mondo  :  dipintura  ove  troviamo  come 
tradotti  i  nostri  sentimenti,  le  nostre  aspirazioni  più  vaghe,  ove  sentiamo  il 
fascino  della  bellezza,  il  disgusto  e  l'avversione  per  tutto  ciò  che  è  freddo, 
scolorito,  convenzionale,  forzato». 

Ma  su  questo  capitolo,  sugli  appunti  che  lo  Scarano  muove  all'autore,  e 
sulle  sue  vedute  personali  intorno  al  dramma  intimo  di  questa  monaca,  che 
«non  è  una  monaca  come  l'altre»,  fornirà  il  destro  di  ritornare  con  più  am- 
piezza, il  volume  completo  di  Commento  estetico  ai  Promessi  sposi,  che  Io  S. 
annunzia  come  di  prossima  pubblicazione.  [Fr.  P.]. 


(1)  «Pare  impossibile  che  si  possa  parlare  ancora  del  miracolo  di  S.  Rocco.  Ma  per  escluderlo 
bastava  che  i  critici  leggessero  attentamente  le  stesse  parole  del  Carcano  ...»  ;  «  quella  crisi  non 
fu  nemmeno  una  conversione.  Ci  pare  ormai  di  averlo  dimostrato»  :  «  noi  l'abbiamo  ridotta  [la  crisi] 
alle  sue  vere  proporzioni,  e  abbiamo  dimostrato...»;  «certo  noi  dobbiamo  compiere  un  qualche 
sforzo  per  intendere  bene  il  Cinque  maggio,  perché  ormai  troppo  lontani  da  quei  tempi  »  ;  «  in  que- 
sto quasi  inferno  manzoniano,  che  Siam  venuti  lumeggiando»  ;  «è  facile  dimostrare  che  quella  morte 
disperata  [di  don  Rodrigo]  non  avrebbe  in  nulla  contraddetto  alla  morale  dei  Promessi  sposi»: 
«farò  alcuni  rilievi  sfuggiti  anche  a  costoro  [i  critici  per  i  quali  il  F.  «parteggia»]»;  «vediamo  di 
riprendere  la  questione  serenamente  »  ;  «  abbiamo  già  dimostrato  come  le  pretese  incongruenze 
psicologiche  non  esistano  »  ;  «  riman  dunque  dimostrato  che  la  conversione  dell'  Innominato  . . .  »; 
ecc.  ecc.  È  incredibile  il  numero  di  cose  che  il  Fioroni  ha  saputo  dimostrare  in  cosi  poche  pagine  ! 

(2)  '^  L'eco  di  tante  turbinose  vicende  valsero  anche  a  destare  precocemente  .. .»,  ecc.;  «che 
il  ritratto  fisico  [fatto  dal  Manzoni  di  sé  stesso  nel  sonetto  famoso]  fosse  fedele ...  c'è  dato  rile- 
varlo anche  dalle  riproduzioni  [?]  giunte  fino  a  noi  »  ;  «...  ingenuo  animo  di  fanciullo  che  andava 
cercando  la  sua  strada,  e  una  guida  che  ce  lo  menasse»;  «la  morale  manzoniana  aveva  un  sapore 
tutto  religioso  e  cristiano  :  se  il  poeta  si  fosse  apertamente  dichiarato  estraneo  od  avverso  alla 
chiesa  (cosa  che  non  fece  Tertulliano)  ve  lo  avrebbe  compreso  »  [?]  ;  «  è  la  crisi  che  bolle  nell'anima 
sua,  e  non  accenna  ancora  a  risolversi»;  «la  scomparsa  di  Napoleone  interessava  sommamente 
all'  Italia,  e  in  maniera  singolare  ;  perché  non  poteva  idolatrarlo  come  patria,  né  odiarlo  come  vera 
nemica  ». 


56  NOTIZIARIO 

Leopardi.  —  37.  Una  buona  pagina  attorno  /  *  pensieri*  di  Leopardi  sa 
Cicerone  ha  scritta  G.  B.  Pellizzaro  nel  Fanfulla  della  domenica  (a.  XXXVIII, 
1916,  n.o  41).  [M.  R.]. 

38.  //  sentimento  religioso  nello  spirito  e  nelle  opere  di  Giacomo  Leopardi  è  il 
titolo  di  uno  studio  al  quale  attende  Luisa  Maraghini. 

39.  II  volumetto  di  Egidio  Bellorini  sopra  Silvio  Pellico  (nella  collezione 
Storia  critica  della  Letteratura  italiana,  n."  5,  Messina,  G.  Principato,  1916,  pp. 
99)  renderà  utili  servigi  non  soltanto  al  pubblico  vasto  delle  persone  colte, 
ma  anche  a  quello  più  ristretto  degli  studiosi,  i  quali  vi  troveranno  non  pure 
riassunti  con  sicurezza  scientifica  i  risultati  delle  ricerche  condotte  fin  ora  at- 
torno al  glorioso  autore  delle  Mie  prigioni  da  molti  valenti  cultori  della  nostra 
storia  letteraria,  ma  eziandio  esposta  una  valutazione  critica,  per  ogni  ri- 
spetto equa  ed  accettabile,  di  tutta  l'operosità  intellettuale  e  fantastica  del 
Pellico.  Di  questo  specialmente  mi  pare  sia  da  render  lode  al  Bellorini,  il 
quale  è  del  resto  a  buon  diritto  apprezzato  per  la  savia  temperanza  dei  giu- 
dizi, per  la  finezza  e  l'equità  che  formano  i  pregi  caratteristici  di  tutta  la  sua 
produzione  critica.  Egli  ha  superato  vittoriosamente  la  prova  più  ardua  che 
potesse  presentarglisi,  con  questo  saggio  sul  Pellico:  autore  fin  ora  sfortu- 
nato nei  critici,  che  gli  si  son  dati  addosso,  o  senza  comprendere  la  squisita 
sensibilità  della  sua  vita  spirituale  e  quindi  fraintendendo  la  schietta  poesia 
della  sua  opera  più  nota,  o  proponendosi  di  farne  con  malaccorta  intromet- 
tenza  un  puro  argomento  di  proselitismo  religioso,  e  quindi  trascurando  per 
un  altro  verso  la  considerazione  delle  sue  virtù  letterarie.  Il  Bellorini  sente 
anzi  tutto  il  debito  rispetto  per  l'autore  preso  a  considerare;  presta  contem- 
poraneamente, il  debito  ossequio  alla  verità  ;  il  Pellico  ch'egli  ci  presenta  è  senza 
dubbio  (per  quanto  ad  uomo  è  concesso  giudicare)  il  Pellico  della  realtà. 
[A.  P.]. 

40.  Attorno  I  primi  anni  d'esilio  di  Pietro  Colletta  a  Firenze  fornisce  Mat- 
teo Mazziotti  {Nuova  Antologia,  1»  settembre  1916,  pp.  3-13)  precisi  rag- 
guagli, ricavati  da  carte  d'archivio  e  da  altre  attendibili  testimonianze,  dopo 
aver  già,  altra  volta,  discorso,  nel  periodico  medesimo,  dei  rapporti  avuti  dal 
Colletta  col  Leopardi  [v.  questa  Rassegna,  XXIV,  pp.  309  e  seg.],  e  dopo  aver, 
recentemente,  esposto  le  vicende  dello  storico  napoletano  in  Austria. 

Il  Colletta,  giunto  con  la  cognata  e  il  figliastro  e  il  colonnello  Pepe,  dopo 
due  anni  di  relegazione  in  Austria,  a  Firenze  nel  marzo  del  1823,  superato 
qualche  contrasto  creatogli  dal  governo  granducale,  trovò  nella  «città  divina» 
aure  ristoratrici  della  sua  scossa  salute,  e  nei  letterati  ivi  dimoranti  o  sog- 
giornanti (il  Giordani,  il  Libri,  il  Capponi,  ecc.)  cordialità  affettuosa  e  l'agio 
di  attuare,  fra  l'altro,  il  disegno,  formato  durante  la  lunga  prigionia  in  Napoli, 
di  scrivere  la  sua  celebre  Storia  del  Reame.  [Fr.  P.]. 

41.  Tommaso  Grossi  è  da  qualche  tempo  fatto  oggetto  di  ricerche  e  di 
studi,  che  valgono  a  meglio  lumeggiarne  la  figura  o  la  vita.  Qua  e  là  si  pub- 
blicano sue  lettere  inedite  (cfr.  Tre  lettere  di  T.  G.,  per  Luigi  Cesare  Bollea, 
Roma,  1914),  che  hanno  particolari  ignorati;  su  questa  e  su  quella  rivista  si 
tocca  di  lui  nei  suoi  rapporti  letterari  con  personaggi  dell'epoca  (cfr.  in  Fan- 
fulla della  domenica,  10  dicembre  1916,  Una  bugia  di  Cesare  Canta,  di  Gioachi- 
no Brognoligo,  che,  più  direttamente  ancora,  trattò  del  G.  in  articoli  prece- 


NOTIZIARIO  57 

denti,  ivi  inseriti,  e  di  lui  ha  dato  ora  un  compiuto  profilo  nel  suo  Tommaso 
Grossi,  edito  dal  Principato  di  Messina)  ;  in  questo  o  in  quel  Saggio  si  parla  di  lui 
con  più  pacato  esame,  operandosi  quel  lavorio  di  selezione  e  di  accertamento 
che  suole,  o  presto  o  poi,  esercitarsi  intorno  ad  ogni  letterato  di  qualche  fama. 
Singolari  riescono,  quindi,  le  notizie  che  si  leggono  (nella  Nuova  Antologia, 
V  dicembre  1916,  pp.  281-287)  attorno  a  Tommaso  Grossi,  notaio  dei  liberali 
lombardi  e  l'atto  di  annessione  della  Lombardia  al  Piemonte  nel  1848,  dovute 
alle  ricerche  di  Raffaello  Barbiera.  11  quale  premette  alla  sua  esposizione 
la  cronistoria,  diremo  cosi,  della  carriera  notarile  percorsa  dal  patetico  scrit- 
tore lombardo,  che,  strano  a  dirsi,  apri  il  suo  studio  quando  già  gli  era  ar- 
risa la  reputazione  letteraria,  e  non  gli  eran  mancati  col  poema,  più  che  col 
romanzo,  lauti  guadagni. 

Orbene,  al  Grossi  riserbò  la  sorte  l'onore  di  rogare  un  atto  solenne  e  di 
grande  importanza  nella  storia  dell'  Italia  rinnovellata  :  «  l'atto  di  fusione  della 
Lombardia  con  gli  Stati  sardi;  in  Milano,  l'S  giugno  1848,  insieme  col  notaio 
milanese  Giuseppe  Alberti».  [Fr.  P.]. 

42.  Del  Grossi  disse  l'Azeglio  che  l'uomo  valeva  più  dei  suoi  versi.  Dal 
profilo  critico  che  ne  ha  fatto  Gioachino  Brognoligo  {Tommaso  Grossi,  nella 
Storia  critica  della  Letter.  ital.,  Messina,  Principato,  1916,  pp.  146)  non  vien  fuori 
un  giudizio  migliore.  Anzi,  di  tutta  la  produzione  artistica  del  poeta  bellanese 
non  si  salva  che  una  lirica,  La  rondinella,  e  un  episodio,  quello  dell'annegato  : 
poca  cosa,  in  vero,  che  non  riesce  a  giustificare  e  né  anche  a  spiegare  la  sua 
grande  popolarità,  di  cui  fu  amichevolmente  complice  il  Manzoni. 

La  biografia  del  Grossi  è  rifatta  accuratamente  dal  B.  su  i  non  pochi  do- 
cumenti venuti  in  luce  in  questi  ultimi  anni  ;  e  meglio  conosciuta  è  la  parte 
ch'egli  ebbe  e  l'azione  che  subì  nell'ambiente  letterario  milanese,  e  propria- 
mente nella  camaretfa  portiana  e  in  casa  Manzoni.  Nell'analisi  critica  del  mondo 
poetico  del  Grossi,  il  B.  non  giunge  a  conclusioni  diverse  da  quelle  del  De 
Sanctis,  che  nel  poeta  delle  donne  consunte  vide  una  caricatura  del  Manzoni 
e  gli  diede  lode  di  avere  spezzato  la  penna  e  fattosi  notaio,  quando  si  ac- 
corse di  non  poter  giungere  agli  alti  gradi  dell'arte.  11  B.  dà  prova  di  buon 
gusto  e  di  acume  ;  ma  avrei  desiderato  che  alla  larga  e  sicura  informazione 
storica  dell'argomento  fosse  congiunta  una  più  semplice  e  ordinata  disposi- 
zione della  materia.  [N.  V.]. 

43.  Di  Andrea  Maffei,  poeta  trentino,  che  fu  in  vita  festeggiatissimo,  ora 
appena  se  ne  bisbiglia.  Le  Lettere,  che  Cesare  Olmo  esuma,  spigola  dal  punto 
di  vista  letterario,  e  pubblica  {Nuova  Antologia,  16  agosto  1916,*  pp.  391-400, 
e  P  settembre,  pp.  14-26),  non  sono  senza  interesse  ;  furono  scambiate  tra  il 
M.  e  la  moglie,  negli  anni  che  precedettero  la  loro  separazione  (1833-46),  e 
in  quelli  che  seguirono  la  loro  riconciliazione  (1869-1884,  a.  della  morte  del 
poeta).  Accanto  a  quelle  di  sapore  e  d'informazione  letteraria,  riflettenti  anche 
l'ambiente  nel  quale  il  Maffei  visse,  l'Olmo  fa  posto  altresì  a  talune  di  carat- 
tere intimo  e  domestico;  documenti  psicologici  notevolissimi  (pp.  397-8). 

Il  secondo  gruppo  di  lettere,  cui  il  raccoglitore  dà  titolo  di  «  Successi  let- 
terari »,  fornisce  utili  notizie  sull'attività  e  la  fama  del  poeta  trentino.  [Fr.  P.]. 

Toxninstsèo.  —44.  D'interesse  vivo  e  attuale  è  lo  studio  che  Giulio 
Salvadori  compie  ricercando  e  dando  rilievo  a  L'Idea  slava  nella  mente  di 
Niccolò  Tommaseo  {Nuova  Antologia,  lo  dicembre  1916,  pp.  150-156).  Convinto 


58  NOTIZIARIO 

il  Salvadori  che  quanto  più  saranno  felici  i  successi  delle  nostre  armi,  «  tanto 
più  il  problema  dei  nostri  rapporti  con  gli  Slavi  meridionali  s' impone,  poiché 
noi  li  avremo  o  concittadini  o  vicini»,  vede  sorgerne  il  «problema  di  convi- 
venza», e,  quindi,  la  necessità  di  sapere  «con  chi  si  deve  vivere,  di  cono- 
scerne la  natura,  i  costumi,  i  fatti  presenti  e  passati»,  in  particolar  modo,  poi, 
le  «aspirazioni  eie  speranze».  E  poiché  «l'uomo  che  vivendo  tra  noi  e  ope- 
rando e  soffrendo  per  noi,  meglio  ha  compreso  lo  spirito  e  il  cuore»,  le  co- 
stumanze e  la  storia  degli  Slavi  meridionali,  che  erano  in  parte  suoi  fratelli 
di  sangue,  fu  Niccolò  Tommaseo,  ecco  l'opportunità  di  apprendere  dai  suoi 
scritti,  nei  quali,  direttamente  o  incidentalmente  ne  tocca  (son  quelli  che  gli 
uscirono  dalla  penna  tra  il  1841  e  il  1874),  «la  cognizione  piena  dello  stato 
di  quelle  genti  allora  presente,  ma  anche  la  previsione  del  futuro  »  ;  si  può 
dire  anzi  che  «  nessuno  degli  avvenimenti  e  gravi  mutamenti  posteriori  fino 
a  quelli  che  cadono  sotto  i  nostri  occhi,  gli  sia  rimasto  ignoto  ». 

Il  Tommaseo  aspira  a  farsi  iniziatore  «  della  fraternità  sospirata  »  fra  Slavi 
e  Italiani  ;  pare  a  lui  che  «  centro  politico  agli  Slavi  meridionali  si  offra  na- 
turalmente la  Serbia»,  ma  «centro  di  azione  intellettuale,  morale  e  civile,  la 
Dalmazia».  Ed  ecco,  in  conclusione,  il  suo  pensiero:  «La  Provvidenza  ha 
forse  destinato  l'angusto  e  infelice  paese  di  Dalmazia  a  operare  la  intellet- 
tuale e  civile  cultura  delle  genti  sorelle  ;  perché  egli  dalla  mistione  del  san- 
gue latino,  e  dai  lunghi  commerci  d'affetto  e  di  studi  con  l'Italia,  è  creato 
quasi  mediatore  tra  il  secolo  antico,  e  il  novello.  Ma  per  farsi  degni  di  tanto, 
conviene  che  i  Dalmati  intendano  il  loro  avvenire,  che  si  preparino  di  lunga 
mano  ;  che  senza  abbandonare  la  lingua  italiana  e  l'affetto  d'Italia,  si  diano  a 
conoscere,  ad  arricchire,  a  diffondere  la  lingua  natia  :  questo  sopra  ogni  cosa 
raccomando,  che  sentendosi  slavi  non  rinneghino  però  l' Italia,  alla  quale  sono 
congiunti  con  tanti  vincoli  d' idee  e  di  dolori».  [Fr.  P.]. 

45.  Francesco  Picco  ha  in  corso  di  stampa  un  rilevante  volume  su  Luigi 
Maria  Rezzi,  maestro  della  <  Scuola  Romana».  Vi  sarà  compiutamente  illustrata 
l'operosità  filologica  e  didattica  dell'abate  piacentino  (1785-1857),  biblioteca- 
rio della  Barberiniana  e  poi  della  Corsiniana,  e  professore  di  eloquenza  nel- 
l'Ateneo romano  ;  del  purista  amico  del  Giordani,  del  Puoti,  del  vecchio  For- 
naciari,  del  Manuzzi;  del  cruscante,  dal  quale  s' intitola  tuttavia  il  premio  let- 
terario che,  con  una  somma  da  lui  legatale,  l'Accademia  della  Crusca  conti- 
nua ad  assegnare  ad  intervalli  determinati.  II  volume  farà  parte  della  Biblio- 
teca storica  piacentina.  [A.  P.]. 

46.  Quando  fu  scritta  la  Margherita  Pusterla?  Nel  1833,  risponde  l'autore 
medesimo  (v.  pag.  101  dell'ediz.  Le  Mounier,  Firenze,  1845).  Ma  Gioachino 
Brognoligo  ha  dimostrato,  in  un  suo  recente  articolo,  che  il  Cantù,  quando 
affermava  di  aver  compiuto  il  romanzo  nel  suddetto  anno,  diceva  il  falso  : 
che  invece  il  romanzo  fu  scritto  tra  il  1835  e  il  1837.  Perché,  allora,  questa 
bugia?  Per  vanità,  certamente:  perché  nel  1834  era  uscito  il  Marco  Visconti, 
ed  egli,  il  Cantù,  «  non  poteva  acconciarsi  a  venir  dopo  il  Grossi,  a  mostrare 
che  s'era  lasciato  preceder  da  questo  nello  studio  e  nell' imitazione  del  Man- 
zoni . . .  Ma  in  verità  —  conclude  il  B.,  —  accusandolo  di  vanità,  anche  dicen- 
dola non  innocente,  siamo  troppo  indulgenti  :  una  meschina  e  maligna  invi- 
diuzza  è  il  movente  primo  e  più  profondo  di  questa  povera  bugia».  E  forse 


NOTIZIARIO  50 

questo  è  troppo.  (Una  bugia  di  Cesare  Canta;  nel  Fanfulla  della  domenica,  a. 
XXXVIII,  1916,  n.o  50).  [M.  R.]. 

47.  Ne  La  Critica  (XIV,  6)  Benedetto  Croce  prosegue  i  suoi  studi  su 
La  storiografia  in  Italia  dai  cominciamenti  del  secolo  decimonono  ai  giorni  nostri. 
VIL  Gli  sviati  della  scuola  cattolico-liberale  (v.  La  Rassegna,  XXIV,  pp.  466 
e  seg).  Tratta  questa  volta  dell'opera  storica  di  Cesare  Cantù,  il  quale, 
secondo  il  Croce,  ha  «strettissima  somiglianza  col  Tommaseo  >.  Come  que- 
st'ultimo, «anche  Cantù,  a  primo  tratto,  sbalordisce  per  la  ricchezza  delle 
idee  e  la  larghezza  degli  annunciati  propositi  ;  e  dai  suoi  volumi,  come  da 
quelli  del  Tommaseo,  si  potrebbe  trarre  una  raccolta  di  sentenze  e  di  av- 
vertimenti storici,  che,  abilmente  scelti  e  con  opportuni  tagli,  darebbero  gran 
concetto  della  mente  dell'autore.  Ma  quando  quelle  sentenze  si  leggono  ai 
loro  luoghi,  coi  precedenti  e  coi  conseguenti,  e  in  quella  prosa  saltellante, 
il  cervello  comincia  a  girare,  e  tanto  gira  che  alla  fine  si  arresta,  preso 
dal  senso  del  vuoto  in  cui  gira  » .  Inoltre  :  «  Tutto  ciò  che  il  suo  tempo, 
in  Italia  e  fuori,  andò  pensando  e  tentando  in  fatto  di  storia,  è  giunto  all'orec- 
chio del  Cantù  ;  e  tutto  egli  ripete,  anzi  erutta  velocemente  e  affannosamente, 
dottrine  e  critiche  di  dottrine,  e  in  niente  si  ferma,  e  di  nessuna  cosa  scorge  le 
difficoltà  0  considera  i  particolari,  e  sembra  che  abbracci  tutto,  e  la  verità  è  sol- 
tanto che  egli  tutto  tocca  e  di  tutto  chiacchiera,  e  non  stringe  mai  nulla 
di  suo  proprio».  Dopo  aver  notato  la  nessuna  novità  dei  metodi  storici  del 
Cantù,  dopo  aver  rilevato  che  i  suoi  magnifici  propositi  non  si  traducevano 
mai  in  pratica,  il  Croce  avverte  come  i  criteri  storici  del  Cantù  siano  «con- 
cetti e  disegni  gettati  li,  per  lo  più  venuti  da  letture  o  anche  còlti  in  un  baleno 
di  acume,  ma  del  tutto  infecondi  ...  ».  Il  Cantù  appare,  perciò,  un  compilatore, 
non  soltanto  «  nelle  idee  filosofiche  e  metodiche  »,  ma  anche  nei  suoi  racconti. 
Il  De  Sanctis  defini  il  Cantù,  nella  sua  opera  su  La  letteratura  italiana  nel  se- 
colo XIX  (ed.  Croce,  p.  255),  un  «  reazionario  in  maschera  di  liberale  »  :  Il 
Croce  crede  che  non  fosse  neppur  questo,  «  ma  semplicemente  un  animo  vani- 
toso, iroso,  puntiglioso,  bisbetico;  e  se  col  liberalismo  parve  prendersela  di 
preferenza,  ciò  non  gli  accadde  per  i  suoi  riposti  e  fermi  convincimenti,  ma  per- 
ché il  liberalismo  era  vivo  ed  egli  l'aveva  soprattutto  col  vivo,  che  eccitava  il 
suo  spirito  di  contraddizione  e  la  sua  bassa  voglia  di  farsi  alto.  Il  moto  che 
prima  si  suscita  o  che  in  definitiva  prevale  nel  Cantù  innanzi  a  un  fatto  o  un  per- 
sonaggio, è  l'avversione:  la  più  irragionevole  avversione,  non  importa,  ma 
l'avversione  ;  come  si  vede  anche  nei  casi  più  semplici,  nelle  cose  più  pìc- 
cole ...  Il  peggio  era  che  il  Cantù  carezzava  questa  pessima  inclinazione 
del  suo  temperamento,  considerandola  e  battezzandola  come  proposito  do- 
veroso d' imparzialità;  e  anzi  s'  immaginava  di  essere,  a  quel  modo,  educatore 
del  popolo  italiano  ;  il  che  ripete  infinite  volte  nei  suoi  prologhi,  nelle  sue 
conclusioni  e  nelle  sue  disgressioni.  E  perché  le  censure  non  gli  mancarono 
fin  dal  primo  apparire  di  quelle  sue  prose  convulse,  e  non  cessarono  mal. 
Il  suo  orgoglio,  e  forse  insieme  un'oscura  coscienza  del  suo  torto,  lo  condus- 
sero a  inserire  nei  suoi  libri  continue  proteste  e  invettive  e  ingiurie  contro 
i  critici  innominati,  che  poi  erano  il  signor  Tutto  il  Mondo,  e  a  invelenire 
sempre  più  la  sua  naturale  malignità.  .  .  ».  [Ger.  L.]. 

48.  Bricciche  quarantottesche  veneziane  è  il  titolo  d'uno  scritto  in  cui  An- 
tonio PiLOT  riferisce  alcuni  episodi  politico-letterari,  tratti  dal  periodico  vene- 


60  NOTIZIARIO 

ziano  2  aprile,  numeri  del  12  e  del  18  luglio  1849.  (Fanfulla  della  domenica, 
a.  XXXVIII,  1916,  n.o  50).  [M.  R.]. 

49.  La  rassegna  storica  del  Giornalismo  italiano,  a  cura  di  Luigi  Piccioni, 
s'arricchisce  di  nuovi  contributi  (in  Rivista  d'Italia,  novembre  1916,  pp.  693-716), 
relativamente  al  Giornalismo  degli  Stati  Sardi,  dovuti  al  Piccioni  stesso,  che 
ebbe  la  mano  felice  in  certe  sue  ricerche  nell'Archivio  di  Stato  di  Torino, 
donde  estrae  informazioni  interessanti  su  tale  argomento  per  il  periodo  1847- 
1859.  Egli  è  cosi  in  grado  di  dar  notizie  sul  Messaggiere  Torinese  di  Angelo 
Brofferio  e  di  redigere  elenchi  sopra  documenti  ufficiali,  dei  periodici  che  si 
pubblicavano  negli  Stati  Sardi  in  quegli  anni  memorabili.  Il  confronto  ad  es. 
tra  le  pubblicazioni  del  1850  e  quelle  del  1859  mostra  «  il  progresso  straor- 
dinario della  stampa  periodica  in  soli  nove  anni  di  attività».  Seguono  altre 
notizie  sulla  emeroteca  della  Chelliana  di  Grosseto.  [Fr.  P.], 

50.  Non  mai  abbastanza  indagate,  perché  profondissime  e  degne  ognora 
d'essere  oggetto  di  meditazione  sono  le  idee  fondamentali,  le  norme  direttive, 
per  cosi  dire,  del  pensiero  mazziniano.  Ce  ne  offre  riprova  un  meditato  saggio 
intorno  ad  esse  e  propriamente  intorno  a  Le  Credo  religieux,  politique  et  social 
de  Joseph  Mazzini  dans  ses  rapports  avec  le  Risorgimento  et  la  politique  contem 
poraine  (nel  Bulletin  italien,  T.  XVI,  1916,  pp.  27-44),  dovuto  a  Gaston  Richard, 
il  quale  tende  altresì  a  procurare  una  migliore  e  maggior  conoscenza  oltralpe 
del  nostro  pensatore  politico.  Premesso,  infatti,  che  «  Mazzini  est  mal  connu  en 
France;  il  y  est  plus  incompris  encore  qu'inconnu  »,  il  R.  cerca  di  distruggere  le 
leggende  e  le  errate  credenze  create  intorno  al  Mazzini,  e  lo  presenta  come  «  un 
homme  d'action  »;  la  sua  filosofia  non  è  vaga,  bensì  corrisponde  ad  [un  «pian 
systematique  dont  tous  les  détails  sont  coordonnés  et  éclairés  par  des  idées 
réfléchies».  [Fr.  P.]. 

51.  Su  Francesco  De  Sanctis  ed  i  suoi  rapporti  con  l'estetica  tedesca,  si 
veda  quanto  è  detto  qui  oltre,  al  n.^  75. 

52.  Una  accesa  esaltazione  dei  valori  spirituali,  che  fan  preziosa  e  pre- 
giata l'opera  filosofica  di  Giorgio  Politeo,  il  dalmata  che  sedette  per  molti 
decenni,  insegnante  ascoltato  e  venerato,  a  Venezia,  a  Padova,  a  Mantova,  tesse 
Luigi  Luzzatti,  nell'eloquente  discorso  tenuto  a  Venezia  or  non  è  molto,  ed 
apparso  ora  in  luce  (Nuova  Antologia,  16  novembre  1916,  pp.  129-146),  col  titolo 
Di  Giorgio  Politeo  e  dei  suoi  lavori  scientifici. 

«Alto  della  persona  —  egli  lo  descrive,  —  gli  occhi  lucenti  di  indulgente 
bontà,  tesi  sempre  in  alto  quasi  cercassero  la  celeste  origine,  della  quale  pativa 
la  nostalgia. . .  Pareva  un  Socrate  redivivo:  con  voce  soave  ci  parlava,  come 
il  pensatore  ellenico  ai  suoi  discepoli  liberatori  della  ragione  umana,  contem- 
perando le  più  ardue  ricerche  sulle  riposte  facoltà  della  nostra  essenza  morale 
con  meravigliose  interpretazioni  del  Vangelo  . . .  Uomini  siffatti  compiono  una 
missione  di  santità  scientifica».  Egli  fu,  sotto  il  Governo  austriaco,  vigilato, 
sospettato,  punito  per  le  sue  idee  religiose,  ma  fu  a  Venezia  risalutato  da  tutti 
con  grande  gioia.  Maestro,  dopo  la  liberazione,  nel  1866.  A  lui  spetta  il  merito 
di  aver  esposto  «  molto  prima  di  James  e  di  Bergson,  nella  sua  interezza  sostan- 
ziale, la  dottrina  dell'inconscio,  la  quale  in  ogni  autore  ha  la  sua  esplicazione 


NOTIZIARIO  61 

distinta  ».  Il  Politeo,  «  come  il  suo  grande  maestro  Pascal,  illustrava  la  dottrina 
dell'intuizione,  senza  esagerarla  e  senza  esigere  la  servitù  delle  nostre  facoltà 
raziocinanti».  [Fr.  P.]. 

53.  Il  tribunale  di  Trento,  che  attualmente  risiede  per  motivi  d'igiene  a 
Mezolombardo,  ha  vietato  la  vendita  del  Cuore  di  Edmondo  De  Amicis.  Re- 
gistriamo, per  la  storia,  questa  non  ingloriosa  vicenda  del  libro  caro  ai  nostri 
giovani  anni.  [A.  P.]. 

54.  Di  un  postumo  volume  di  poesia  del  poeta  romano  Domenico  Gnoli, 
o  per  esser  più  esatti,  di  Giulio  Orsini,  che  s'intitolerà  /  canti  del  Palatino  si 
legge,  saporosa  primizia,  un  Protagora,  versi  (Nuova  Antologia,  ì"  gennaio  1917, 
pp.  57-60),  che  meritano  d'esser  segnalajli  agli  ammiratori  delle  giovanili  rime 
del  vecchio  e  compianto  poeta.  [Fr.  P.]. 

55.  Ad  onorare  la  memoria  di  Michele  Kerbaker  il  periodico  napoletano 
Eco  della  Cultura  ha  pubblicato  (1916,  fase.  X-XII)  un  «  numero  unico  »,  nel  quale, 
essendo  venuti  a  mancare  altri  contributi  promessi,  tre  alunni  del  compianto 
maestro  stampano  altrettanti  lavori  di  mitologia  comparata  (F.  Ribezzo),  di 
esegesi  vedica  (E.  La  Terza)  e  mahabharatiana  (E.  Bartoli),  di  argomenti 
cioè  estranei  alla  nostra  competenza  e  alla  materia  della  nostra  Rivista.  Nella 
quale  dev'essere  piuttosto  ricordata  la  Bibliografia  kerbakeriana  di  E.  Pappa- 
cena,  pubblicata  a  cura  delio  «  Studio  Editoriale  »  della  stessa  Eco  (Napoli, 
1916,  pp.  44).  È  divisa  in  tre  parti.  La  prima  registra  le  opere  in  ordine  crono- 
logico, l'altra  le  raggruppa  secondo  l'argomento,  la  terza  elenca  i  saggi  e  arti- 
coli sul  K.,  le  citazioni,  dediche,  necrologie.  Gli  elenchi  sono  intramezzati  da 
delucidazioni,  osservazioni  e  apprezzamenti.  Come  tutti  sanno,  l'esimio  india- 
nista scrisse  con  acume  e  competenza  anche  di  letterature  straniere  moderne 
e  di  loro  rapporti  con  la  vita  italiana,  cosicché  pure  i  nostri  lettori  consulte- 
ranno con  profitto  questa  bibliografia.  A  qualche  omissione,  specialmente  nella 
terza  parte,  l'autore  vorrà  riparare  in  una  ristampa.  [M.  A.]. 

56.  Alla  memoria  di  Francesco  Novali  dedica  Carmine  Di  Pierro  un  suo 
scritto  (Recanati,  Simboli  ;  estr.  dagli  Atti  della  R.  Dep.  di  Storia  per  le  Marche, 
fase.  I,  1916),  esaltando  con  parole  di  fervida  ammirazione  lo  spirito  e  l'opera 
di  quell'insigne  erudito.  [M.  Z.]. 

57.  Su  Lorenzo  Stecchetti  poeta,  e  più  ancora  su  Olindo  Guerrìni,  critico, 
studioso,  paziente  indagatore  d'archìvio,  scrive  dense  e  interessanti  pagine 
Albano  Sorbelli  (Nuova  Antologia,  16  novembre  1916,  pp.  178-185),  che  vanno 
segnalate  all'attenzione  di  quanti  vogliano  conoscere  bene  addentro  l'attività 
multiforme  del  letterato  bolognese  testé  defunto.  Particolare  importanza  ha  lo 
studio  del  Guerrini  su  La  vita  e  le  opere  di  Giulio  Cesare  Croce,  dov'è  rifatta  «  a 
larghi  tratti,  con  profondità  di  vedute,  la  vita  bolognese  e  italiana  della  fine 
del  '500  e  del  principio  del  '600».  [Fr.  P.]. 

58.  Un'utile  Bibliografìa  delle  opere  di  Ildebrando  Della  Giovanna  (1857- 
1916),  studioso  di  bel  nome  e  di  severi  intendimenti  eruditi  testé  scomparso 
dalla  vita,  troverà  il  lettore  in  uno  scritto  di  tal  titolo  dovuto  ad  un  suo  intimo 
amico  e  concittadino,  il  dott.  Augusto  Balsamo,  piacentino  ;  precedono  notizie 


62  NOTIZIARIO 

biografiche  coordinate  in  un  affettuoso  profilo  del  letterato  defunto,  dal  nostro 
collaboratore  Francesco  Picco  (in  Bollettino  storico  piacentino,  a.  XI,  1916, 
pp.  134-140).  Segnalabile  è  roperosità  non  vasta,  ma  concettosa,del  Della  Gio- 
vanna, che  si  estese  dalle  laudi  spirituali,  da  S.  Francesco  d'Assisi,  da  Dante 
al  Leopardi,  al  Giordani  ;  e  che,  da  ultimo,  fu  volta  ad  indagini  sul  romantici- 
smo. [A.  P.]. 

59.  Un  nobile  vegliardo.  Pasquale  Villari,  è  evocato  con  commossa  parola 
da  Ettore  Lazzerini,  che  discorre  de  L'Italia  e  la  civiltà  nella  grande  opera 
storica  dello  studioso  insigne  (in  Nuova  Antologia,  !«  gennaio  1917,  pp.  65-73), 
prendendo  le  mosse  dall'omonimo  libro  recente  messo  insieme  da  Giovanni 
Bonacci.  [Fr.  P.]. 

LETTERATURE  STRANIERE  E  COMPARATE. 

» 

60.  Circa  i  rapporti  personali  e  letterari  tra  Alfieri  e  Rousseau,  si  veda 
quanto  è  detto  qui  dietro,  al  n.<*  19. 

61.  Rendendo  pubbliche  talune  lettere  del  Lamartine,  Mario  Foresi  coglie 
il  destro  per  toccare  di  bel  nuovo  di  un  argomento,  già  discorso  da  altri,  ma 
che  pur  consente  nuove  chiose.  Egli  prende  a  considerare  Lamartine  e  l'Italia 
in  alcune  sue  lettere  inedite,  dirette  a  Giovanni  Rosini  (in  Nuova  Antologia,  P 
luglio,  1916,  pp.  1-15),  sùbito  soggiungendo  che  «la  figura  insigne  del  poeta, 
dell'oratore,  dello  scrittore,  dell'uomo  è  già  definitivamente  collocata  sul  suo 
piedistallo  inamovibile  »,  e  che  coteste  lettere  «  non  hanno  altro  scopo,  salvo 
quello  di  confermare  una  volta  di  più  la  verità  sui  sospetti  e  sulle  accuse  di 
misoitalianismo  che  il  Lamartine  suscitò  con  più  o  meno  fondamento  per  via 
del  noto  passo  del  Childe  Harold  e  del  duello  che  ne  fu  eventuale  conseguenza  >. 
Si  tenga  presente,  a  tal  uopo,  quanto  il  Foresi  medesimo  ebbe  a  scrivere  (in 
Nuova  Antologia,  1-16  settembre  1914)  intorno  al  duello  stesso,  col  mezzo  del 
diario  redatto  da  un  imparzialissimo  testimone  oculare. 

Le  pagine,  che  ora  il  F.  dedica  al  poeta,  considerandolo  anzitutto  nel  periodo 
in  cui  egli  fu  segretario  di  Legazione  a  Firenze,  quando  cioè  egli  appariva  come 
«l'idolo  di  quel  gruppo  letterario,  che  preparava  il  Risorgimento»,  sono  effi- 
caci, poiché  ci  mostrano  che,  «  salvo  pochi,  come  il  Guerrazzi  e  il  Missirini  con 
l'Indicatore  livornese,  il  Giusti  con  la  Terra  dei  morti,  i  quali  a  cagion  del  loro 
misogallicismo  politico  esplosero  in  esagerate  aggressioni,  il  L.  non  avvicinò 
in  Firenze,  in  Livorno,  in  Pisa  uomo  ragguardevole,  cominciando  dal  Granduca, 
che  non  perseverasse  seco  nelle  più  calde  manifestazioni  di  simpatia». 

Ciò  posto  egli  crede  di  poter  affermare  che  «^  le  proteste  levate  qua  e  là 
dalla  troppo  famosa  apostrofe  del  Lamartine,  qualche  non  serena  polemica  che 
ne  consegui  e  il  duello  col  Pepe  furono  piuttosto  dimostrazioni  politiche,  osten- 
tazioni patriottiche,  che  uno  sviscerato  risentimento  giusto  e  plausibile».  E 
quanto  nell'incidente  vi  fu  di  teatrale,  giovò  «  a  completare  l'estetica  figura  del 
L.,  a  diffonderne  più  presto  la  fama  e  l'opera  letteraria,  massime  in  quel  periodo 
di  romanticismo  ».  Sarebbe  adunque,  piuttosto  che  da  gridargli  la  croce  addosso, 
da  ammettere  che  «  la  deprecazione  o  meglio  la  deplorazione  del  L.,  simile  a 
quelle  di  tanti  grandi,  da  Dante  al  Leopardi,  denota  la  simpatia,  l'interessa- 
mento del  poeta  per  l'Italia,  il  rimpianto  di  un  passato  illustre,  il  desiderio 
di  vederla  assurgere  dallo  Stato  di  miseria  politica  in  cui  giaceva  veramente. . . 


NOTIZIARIO  63 

Restano,  prove  inconfutabili  dell'amore  del  L.  per  l'Italia,  la  svisceratezza  e 
la  continuità  delle  sue  relazioni  coi  nostri  più  cospicui  personaggi,  e  le  espres- 
sioni delle  lettere  a  loro  dirette  (a  Gino  Capponi,  al  Frullani,  ecc.);  alle  quali 
s'aggiungono  ora  queste  al  Rosini,  la  cui  Monaca  di  Monza  il  L.  s'adoprò  a 
diffondere  in  Francia.  L'affetto  del  Lamartine  per  l'Italia  ha  da  quest'ultime 
beila  riprova;  non  cosi  la  sua  pratica  nel  maneggio  della  lingua  nostra  da 
quella,  fra  di  esse,  che  egli  volle  scrivere  in  italiano...».  [Fr.  Picco]. 

62.  Corrado  Zacchetti,  lamentando  in  un  articolo  su  Théodore  Aubanel 
(estr.  dall'Eco  della  cultura,  fase,  del  15-31  agosto  1916,  pp.  6)  che  in  Italia  si 
studi  pochissimo  il  provenzale  moderno  e  che  siano  un  mistero  tra  noi  il 
catalano,  il  rumeno,  il  ladino,  si  propone  di  far  conoscere  al  pubblico  italiano 
il  poeta  Aubanel  di  Avignone,  autore  di  liriche,  poemetti,  drammi  pastorali, 
morto  pochi  anni  or  sono  ;  ma  il  suo  scritto  è  forse  troppo  rapido  per  con- 
seguire pienamente  lo  scopo.  Vi  si  legge  bensi  la  Vecchia  Canzone  dell'Aubanel, 
riferita  con  la  traduzione  accanto,  e  vi  si  apprende  che  l'Au.  «ha  qualche  accento 
che  pare  di  De  Musset»,  che  talora  richiama  alla  mente  Heine,  e  che  in  lui 
«le  voci  d'amore  son  quasi  sempre  un  grido  di  dolore».  [V.  C.]. 

63.  1  buongustai  delle  lettere  leggeranno  con  piacere  le  rapide  pagine  che 
Ferdinando  Neri  dedica  alle  irrequiete  e  molteplici  espressioni  d'arte  di /ean 
Morèas  (Nuova  Antologia,  1°  gennaio  1917,  pp.  47-56).  Il  poeta  viene  studiato, 
più  che  nei  suoi  vari  «periodi»,  nella  nobile  maniera,  che  appar  più  decisa, 
e  più  sua,  delle  Stances,  «l'opera  che  salverà  il  suo  nome»,  in  certe  sue  prose 
liriche,  nella  tragedia  Iphigénie.  Qui,  soprattutto,  il  Morèas  trasfonde  nella  sua 
opera  moderna  l'antico  spirito  greco  che  ha  su  di  lui  cotanto  fascino.  Il  poeta 
ci  appare  veramente  come  deluso,  in  sul  finire  della  sua  vita  letteraria,  delle 
molte  vie  intraprese:  matura  cosi,  come  per  ribellione,  il  suo  miglior  frutto: 
le  Stances.  Egli  esce  da  esse  temprato:  ha  una  fisonomia  sua.  [Fr.  P.]. 

64.  Un  nobile  spirito  di  poeta,  Charles  Guérin  (Nuova  Antologia,  P  agosto 
1916,  pp.  280-289),  spentosi  poco  più  che  trentenne  nel  marzo  del  1907,  viene 
sottoposto  ad  una  fine  analisi  da  Diego  Valeri,  in  quella  utile  rassegna  di  Poeti 
francesi  contemporanei,  che  egli  conduce,  a  liberi  intervalli,  con  buon  acume  critico 
(cfr.  ivi,  16  marzo  e  1*^  ottobre  1913,  Francis  Jammes  e  André  Gide).  «Il  suo  cuore  era 
fatto  per  la  sofferenza.  C'era  in  lui  un  perpetuo  anelito  verso  l'eterno  e  il  perfetto, 
quasi  un'angosciosa  brama  di  divinità.  Ma  c'era  anche,  e  al  tempo  stesso,  un 
istinto,  un  senso,  un  bisogno  invincibile  di  abbandono  alla  nostra  carnalità 
voluttuosa  e  travagliata.  La  vita  lo  attraeva  irresistibilmente  al  piacere,  al- 
l'amore ;  il  suo  sentimento  e  la  sua  intelligenza  religiosa,  gli  dimostravano  l'ina- 
nità fatale  d'ogni  bene ...  Di  qui  —  da  questo  dissidio  —  la  sua  profonda 
tristezza,  il  suo  gusto  della  morte.  Di  qui  tutto  il  suo  male ...  E  di  qui  tutta 
la  sua  opera.  Egli  fu  infatti  di  quegli  sciagurati  che,  secondo  la  parola  di  Shelley, 
insegnano  cantando  ciò  che  appresero  soffrendo».  Bellissimo  il  suo  volume 
Coeur  solitaire  ;  ma  i  suoi  capolavori  si  chiamano  Le  sémeur  de  Cendres  (1901) 
e  VHomme  intérieur  (1905).  [Fr.  P.]. 

65.  È  segnalabile  il  cenno  che  Gustavo  Frizzoni  dedica  (nella  Nuova  Anto- 
logia, P  gennaio  1917,  pp.  61-64)  a  una  grande  opera  {Diego  Velazques  e  il  suo 
secolo,  di  Carlo  Just!),  dalla  quale  egli  viene  ricavando  le  Impressioni  romane  di 
Diego  Velazques.  11  grande  pittore  spagnolo,  che  fu  due  volte  in  Italia  (la  prima 


64  NOTIZIARIO 

nel  1629),  ha  lasciato  anche  memorie  scritte  della  sua  visita  in  Roma,  ed  è  cu- 
rioso udir  dalla  sua  bocca  le  considerazioni  che  la  vita  secentesca  e  l'arte 
antica  e  contemporanea  suggerirono  al  visitatore  esotico,  [Fr.  P.]. 

Calderon.  —  66.  Intorno  a  Tre  Commedie  famose  di  don  Fedro  Cai 
deron,  Angelo  Monteverdi  ha  scritto  alcuni  saggi,  che  ora  pubblica  (Rivista 
d'Italia,  ottobre  1916,  pp.  507-543),  in  attesa  che  tempi  migliori  gli  consen- 
tano di  mettere  in  luce  alcune  traduzioni  calderoniane,  alle  quali  questi  saggi 
dovranno  far  da  prefazione.  I  tre  drammi  sono  :  La  vita  è  un  sogno;  Il  Mago 
prodigioso;  Il  principe  costante.  [Fr.  P.]. 

67.  Nel  suo  breve  scritto,  Un  grande  tragico  ignorato  (Fanf alla  della  dome- 
nica, a.  XXXVllI,  1916,  n.*»  47),  Ezio  Levi  ripete  con  diversa  forma  le  stesse 
cose  già  dette  in  questa  Rassegna  (a.  XXIV,  pp.  473-475):  alla  quale  basta 
quindi  rinviare  chi  desideri  apprendere  ulteriori  notizie  su  Diego  Jiménez  de 
Enciso  e  su  le  sue  vicende  letterarie.  [M.  R.] 

SKaKespeare.  —  68.  Non  ostante  il  molto  che  si  è  scritto  intorno 
ai  rapporti  fra  i  drammi  dello  Shakespeare  e  la  società  italiana  del  suo  tempo 
(avendo  costituito  nella  grande  attività  critica  shakespeariana  uno  dei  tèmi 
preferiti  Io  studio  del  colorito  locale  dei  drammi  che  sj  svolgono  nel  nostro 
paese),  all'acume  sagace  e  alla  vasta  cultura  di  Carlo  Srgrè  è  dato  ancora 
cogliere  notevolissimi  Riflessi  di  vita  italiana  del  Cinquecento  nei  drammi  dello 
Shakespeare  (in  Nuova  Antologia,  16  novembre  1916,  pp.  147-163),  sia  col  ri- 
chiamare il  già  da  altri  rilevato,  sia  col  fermare  nuovi  riscontri,  o  col  porre  in 
nuova  luce  accostamenti  non  ben  lumeggiati.  L'esplorazione  si  estende  a  tutto 
il  campo  intellettuale  della  nostra  rinascenza,  con  particolare  indagine  sul 
Bandello  e  sugli  altri  novellatori  italiani.  Ne  risulta  che  «  codesti  riflessi  della 
nostra  vita  cinquecentesca,  sono  qui  precisi  ed  abbondanti,  là  scarsi  e  fal- 
laci »  ;  essi  tutti  però  contribuiscono  a  dar  vita  ad  un  teatro,  che  più  che  lo 
specchio  di  un'età  e  di  una  civiltà,  sembra  essere  quello  d'ogni  tempo  e  d'ogni 
luogo:  «il  teatro  dell'umanità».  [Fr.  P.]. 

69.  Premesso  che  «  il  creatore  spirituale  del  nazionalismo  tedesco  è,  senza 
contestazione,  Amedeo  Fichte,  figura  monolitica,  che  s'aderge  gigantesca  in 
mezzo  alle  tempeste  del  periodo  dello  Sturm  und  Drang  » ,  Felice  Momigliano 
sottopone  ad  esame  le  opere  più  significative  del  filosofo  insigne,  in  questo 
suo  saggio  attorno  ad  Amedeo  Fichte  e  le  caratteristiche  del  nazionalismo  tede- 
sco (Nuova  Antologia,  P  settembre  1916,  pp.  62-75).  Ne  risulta  che  «  il  poeta 
riconosce  la  necessità  di  rinvigorire  Io  spirito  nazionale,  alimentandolo  con 
le  tradizioni  intellettuali.  . .  Al  furore  italiano  del  Foscolo  corrisponde  l'or- 
goglio germanico  del  Fichte.  Entrambi  si  rivolgono  alla  coscienza  nazionale, 
entrambi  consentono  che  una  rinnovata  educazione  del  carattere  potrà  assi- 
curare l'avvenire».  Senonché  successe  poi  che  «lo  stesso  fondatore  del  na- 
zionalismo tedesco,  il  Fichte,  parve  eretico  ai  patriotti:  i  suoi  discorsi  furono 
ben  spesso  considerati  dall'autorità  come  un  libro  pericoloso»;  ciò  perché  si 
giunse  a  non  riconoscere  «  più  l'umano  al  di  fuori  di  ciò  che  è  germanico  * ,  e  si 
ebbe  tutto  un  fiorire  di  teorie  d'odio,  e  cioè  éeW antisemitismo,  antislavismo,  an- 
tilatinismo. La  nazione  creduta  «  superiore  »  doveva  diventare  l'arbitra  delle 


NOTIZIARIO  65 

altre.  E  cosi  «l'idealismo  fichtiano,  attraverso  alla  filosofia  della  potenza  del 
Nietzche  quale  poteva  essere  compresa  dal  militarismo  prussiano,  si  tramutò 
nella  filosofia  della  forza  per  farsi  martello  dell'Europa».  [Fr.  P.]. 

70.  Un  Saggio  sulla  poesia  di  G.  A.  Biirger  ha  condotto  a  termine  il  nostro 
collaboratore  Luigi  Filippi  ;  e  il  suo  studio  riuscirà  interessante  anche  per  i 
cultori  della  letteratura  italiana,  dacché  vi  si  tratta  pure  di  Giovanni  Berchet, 
il  quale  tradusse,  com'è  noto,  in  lingua  nostra  le  due  maggiori  ballate  del 
poeta  tedesco.  [A.  P.]. 

71.  Italia  e  Germania  è  un  volume  di  scritti  vari  di  G.  A.  Borgese  (Treves, 
1915,  pp.  343).  La  massima  parte  degli  argomenti  trattati  è  d'indole  storico-po- 
litica, e  quindi  sfugge  ai  nostri  assunti;  qui  è  da  ricordare  soltanto  la  prima 
parte  della  raccolta,  //  Germanesimo,  che  contiene  molte  cose  nuove  e  molte 
non  nuove,  ma  espresse  tutte  con  lucidezza  e  con  persuasiva  efficacia.  Saggi 
saltuari  e  lacunosi,  come  avverte  l'autore  medesimo;  nuclei  d' idee  appena  ac- 
cennate, altre  volte  appena  sviluppate,  e  che  farebbero  desiderare  una  più  com- 
piuta dimostrazione  ;  ma  cose  sempre  originalmente  pensate  o  intravvedute. 

Pur  nutrito  di  germanismo,  il  B.  cerca  di  giudicare  i  tedeschi  con  mente 
italiana.  Sembra  un'osservazione  ovvia,  ma  sono  perfettamente  d'accordo  con 
lui  nel  credere  che,  in  quest'ultimo  mezzo  secolo,  troppo  si  è  pensato,  in  Ita- 
lia, con  mente  e  con  metodo  tedesco.  Tra  l'odio  democratico  e  la  pedanteria 
degli  scienziati  mode  in  Germany,  ci  deve  pur  essere  luogo  per  un  sereno  os- 
servatore italiano.  Si  può  disprezzare  la  Germania  per  tutte  le  orribili  cose 
che  va  facendo,  e  saper  conservare  calma  sufficiente  per  un  equo  giudizio. 
Questo,  se  non  erro,  è  latino;  e  questo  fa  il  Borgese.  [L.  F.]. 

LETTERATURA  POPOLARE  DIALETTALE. 

72.  Intorno  alla  raccolta  dei  Canti  popolari  del  Piemonte,  dovuta  al  Nigra, 
Euclide  Milano,  lasciando  da  banda  i  commenti  filologici,  gli  studi  compa- 
rativi e  le  discussioni  di  critici  valentissimi,  quali  il  D'Ancona,  il  Pitrè,  il  No- 
vati,  il  Paris,  svolge  un  suo  studio,  considerandoli  dal  punto  di  vista  demopsi- 
cologico. Egli  prende  le  mosse  dai  risultati  più  sicuri  a  cui  è  giunta  la  filo- 
logia romana,  per  poi  addentrarsi  nell'esame  di  quei  canti  e  trarne  un  concetto 
del  costume  tradizionale  e  dei  sentimenti  del  popolo  subalpino.  La  lettura  di 
questo  saggio  su  Le  canzoni  popolari  del  vecchio  Piemonte  (in  Rivista  d'Italia, 
ottobre  1916,  pp.  477-499),  riesce,  per  l'agile  forma  della  trattazione  e  per 
la  natura  stessa  del  soggetto,  piacevole  ed  istruttiva.  [Fr.  P,]. 

73.  Un  volume  di  storia  locale,  che  per  le  sue  attinenze  con  la  demopsi- 
cologia e  le  tradizioni  popolari  dev'esser  segnalato  ai  nostri  lettori,  è  quello 
di  Giuseppe  Micheli  su  Le  valli  dei  Cavalieri.  Note  e  documenti  (Parma,  1916,  Tip. 
federale).  Le  valli  dal  nome  poetico,  adagiate  sul  confine  parmigiano-reggiano- 
fiorentino,  tra  la  Secchia  e  l'Enza,  hanno  una  storia  tutta  loro,  nella  quale  non 
mancano  episodi  importanti,  com'è  quello  dell'assedio  e  della  presa  del  Ca- 
stellare (1448),  che  si  riconnette  con  le  questioni  tra  la  casata  dei  Nobili  di 
Vallisnera  e  il  Comune  parmense.  Episodi  e  documenti  illustra  sagacemente 
e  presenta  il  Micheli  ;  e  discorre,  in  due  capitoli  che  più  interessano  i  nostri 
studi,  degli  uomini  notevoli  nati  e  vissuti  in  quelle  valli  negli  ultimi  secoli 
(pp.  265-286),  e  delle  leggende,  dei  canti  e  delle  rappresentazioni  popolari  che 

La  Rassegna.  XXV,  1.  5 


66  NOTIZIARIO 

fanno  di  quelle  valli  uno  dei  territori  più  caratteristici  dell' Italia  centrale  (pp. 
287-302).  Da  segnalare  la  pubblicazione  di  una  lettera  del  Tommaseo  ad  Ata- 
nasio Basetti,  primo  editore  di  quei  canti  nel  1824  (p.  290),  e  di  cinque  tavole 
musicali  riproducenti  i  motivi  di  danze  e  canti  popolareschi  di  lassù.  [G.  F.]. 

ESTETICA,  RETORICA  E  LINGUISTICA. 

74.  In  una  recente  adunanza  (30  novembre  1916)  del  R.  Istituto  lombardo 
di  Scienze  e  Lettere,  Paolo  Bellezza  ha  riassunto  una  sua  nota  Sulla  perma- 
nenza di  alcuni  elementi  latini  nell'inglese  moderno.  Mentre,  a  cominciar  dal  se- 
colo XV,  come  recentemente  dimostrava  R.  Sabbadini,  al  verbo  traslatore  — 
per  esprimere  l'azione  di  voltare  da  una  lingua  in  un'altra  —  venne  a  sosti- 
tuirsi nelle  lingue  romanze  tradurre,  l'inglese  invece  mantenne  e  mantiene  tut- 
tora to  translate  e  suoi  derivati.  È  questo  uno  dei  molti  esempi  di  voci  di 
provenienza  latina  che  sono  fino  ad  oggi  ben  vive  in  quella  lingua,  mentre 
sono  antiquate,  o  addirittura  scomparse,  in  altre.  Spesso  il  vocabolo  latino  ha 
assunto  in  inglese  accezioni  affatto  nuove  :  cosi  il  nome  d'una  antica  divinità 
(Terminus)  figura  negli  orari  delle  ferrovie  (col  senso  di  «capo  linea  »),  e  sulla 
porta  degli  alberghi  ;  l'epiteto  con  cui  i  poeti  designavano  la  stella  mattutina, 
lucifer,  è  di  uso  corrente  nel  senso  di  «  zolfanello  »  ;  perambulator  è  parola 
familiare  ai  bambini  e  alle  nutrici  anglosassoni,  in  quanto  è  il  nome  dato  alla 
carrozzella  a  mano;  e  cosi  via.  La  ragione  di  questo  fatto,  e  di  altri  analoghi, 
va  ricercata  nell'  indole  per  eccellenza  conservatrice  della  lingua  inglese,  e  in 
generale  del  popolo  che  la  parla,  come  attestano  costumanze,  leggi,  istituzioni. 
Tendenza  che,  se  pur  dà  luogo  talvolta  a  gravi  inconvenienti  e  a  bizzarre  ano- 
malie, è  però  un  elemento  di  forza  e  di  grandezza  nella  vita  di  quella  nobi- 
lissima nazione. 

75.  «  Ugo  Foscolo  rimprpverava  al  Crescimbeni,  al  Quadrio,  al  Tiraboschi 
di  aver  dato  agli  italiani  un  quadro  storico  della  loro  letteratura  arido,  inor- 
ganico, senza  una  unità  e  coerenza  ideale  . .  .  Quegli  eruditi  mancavano  di  filo- 
sofia». Cosi  Alfredo  Galletti,  nell'esordio  del  suo  poderoso  saggio  attorno  // 
Romanticismo  germanico  e  la  storiografia  in  Italia  (in  Nuova  Antologia,  16  luglio 
1916,  pp.  135-153),  che  egli  già  ebbe  a  leggere  in  occasione  dell'ottavo  con- 
gresso della  Società  italiana  per  il  progresso  delle  Scienze,  in  Roma,  nel  marzo 
scorso.  Il  Foscolo  stesso  vagheggiò  di  dar  fuori  lui  una  «  storia  letteraria  ita- 
liana per  gli  inglesi»,  intonata,  diremo  cosi,  ad  un  determinato  indirizzo  filo- 
sofico :  tal  proposito  non  gli  riusci  di  attuare,  ma  appaiono  chiare  quali  sa- 
rebbero state  per  lui  le  idee  «  motrici  e  rischiaratrici  »  di  una  storia  letteraria. 
Egli,  benché  ammiratore  del  Vico,  «aderiva  intellettualmente  al  razionalismo 
dei  cartesiani  e  al  naturalismo  del  Locke,  riscaldandolo  e  avvivandolo  di 
passione  e  di  entusiasmo  civile».  E  in  una  storia  letteraria  siffatta,  dove  non 
sarebbe  pur  trascurata  «  la  reciproca  influenza  della  letteratura  e  dei  costumi  », 
quel  che  a  noi  più  importerebbe  «  sarebbe  il  giudizio  del  poeta  intorno  al- 
l' idea  di  svolgimento  o  di  progresso  applicata  alla  serie  dei  fatti  letterari,  e 
alla  parte  che  i  tempi  e  i  costumi  hanno  nel  determinare  la  maggiore  o  minor 
potenza  estetica  e  fantastica  di  uno  scrittore». 

Ciò  premesso,  il  Galletti  si  rifa  dal  romanticismo  tedesco,  considera  quella 
«  metafisica  e  mistica  elaborazione  dell'  idea  di  progresso,  liberata  da  ogni 


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NOTIZIARIO  67 

scoria  empirica  e  intellettualistica»,  che  la  critica  e  la  filosofia  tedesca  offri- 
rono alla  meditazione  di  M.e  de  Stael,  e  alla  quale  ella  diede  vasta  diffu- 
sione ;  passa  ad  esaminare  coloro  che  non  accettarono  e  coloro  invece  che,  primo 
fra  tutti  Francesco  De  Sanctis,  accolsero  «  con  piena  e  meditata  consapevo- 
lezza, e  applicarono  allo  studio  della  letteratura  italiana  alcuni  tra  i  principi 
essenziali  dell'estetica  tedesca».  Mostra  da  ultimo  come  dal  De  Sanctis  ram- 
polli, in  certo  senso,  il  Carducci.  [Fr.  P.]. 

76.  Le  Lezioni  di  estetica  di  F.  De  Santis,  che  B[enedetto]  C[roce]  pubblica 
nella  Critica  (XIV,  6),  furono  tenute  fra  il  1843  e  il  1845:  non  si  può  determi- 
nare con  precisione  quando;  e  forse  non  derivano  tutte  da  uno  stesso  corso, 
ma  furono  ricucite  insieme  nei  quaderni  del  Nisio,  donde  son  tratte.  La  prima 
lezione  concerne  il  bello.  Il  De  S.  dimostra  che  il  bello  è  frequentemente  con- 
fuso con  altre  idee  :  con  l' imitazione  della  natura,  messa  da  molti  a  scopo 
dell'arte;  con  l'utile;  col  piacevole;  col  bene;  col  vero;  col  patetico.  Dimo- 
strato che  il  bello  non  ha  nulla  da  vedere  con  queste  idee,  il  De  Sanctis  accetta 
la  definizione  che  del  bello  dette  il  Cousin,  il  quale  difese  il  concetto  di  Pla- 
tone per  cui  il  bello  è  il  vario  nell'uno.  Sostiene,  poi,  che  nell'idea  del  bello 
vi  ha  da  essere  qualcosa  di  assoluto  :  «  Perché  una  teoria  del  bello  sia  possi- 
bile, bisogna  che  qualcosa  di  assoluto  si  abbia  nell'  idea  del  bello,  come  per 
la  scienza  del  vero  e  del  buono  è  mestieri  qualcosa  di  assoluto  nell'una  e  nel- 
l'altra di  queste  idee.  Il  vero,  il  buono  e  il  bello  sono  la  diretta  manifestazione 
dell'infinito,  cioè  di  Dio.  E  se  l'infinito  è  assoluto  e  immutabile,  sarà  tale  an- 
che il  bello,  che  è  la  più  diretta  manifestazione  dell'infinito.  E  poiché  l'infinito 
non  può  rivelarsi  a  noi  se  non  sotto  forme  finite  e  sensibili,  missione  dell'arte 
è  rappresentare  il  finito  e  l' infinito,  il  visibile  e  l'invisibile,  il  reale  e  l'ideale, 
r  individuo  e  l'assoluto.  Donde  s' intende  che  la  forma  dell'arte  è  mutabile 
secondo  i  tempi  e  i  luoghi,  e  l'idea  del  bello  immutabile  e  assoluta».  Alla 
lezione  sul  bello  ne  seguiva  una  sul  sublime.  Il  bello  si  ha  fintanto  che  c'è 
armonia  tra  l'idea  e  la  forma,  tra  il  finito  e  l'infinito;  ma  «quando  quest'ar- 
monia si  rompe  e  l'idea  e  l'infinito  trionfano  sulla  forma  e  sul  finito,  si  ha 
il  sublime,  detto  cosi  perché  sublima  l'uomo  sopra  le  cose  create  e,  per  la  sua 
smisurata  grandezza,  non  si  lascia  comprendere  dalla  nostra  mente».  Si  passa 
poi  a  stabilire  le  differenze  che  corrono  tra  il  bello  e  il  sublime,  e  a  dimostrare 
che  il  sublime,  sia  fisico  sia  morale,  «può  essere  positivo  e  negativo».  Si 
dimostra  che,  come  «  nella  natura  non  si  trova  il  bello  perfetto  »,  ma  vi  si 
trova  anzi  sempre  accompagnato  dal  brutto,  cosi  «  il  sublime  si  trova  in 
compagnia  dello  strano,  del  meraviglioso,  del  soprannaturale  ».  Stabilito  cosa 
sia  lo  strano,  cosa  il  maraviglioso  e  cosa  il  soprannaturale,  si  chiarisce  per- 
ché il  brutto  e  lo  strano  non  si  possano  adoperare  che  «  come  mezzo  per  far 
risaltare  il  bello  e  il  sublime  »  ;  «  come  mezzo  comico  »  ;  «  come  rappresenta- 
zione del  contrasto,  che  è  nel  mondo,  tra  il  bene  ed  il  male».  Nelle  seguenti 
lezioni,  infine,  erano  indagate  le  «forme  particolari  del  bello  »,  facendo  propria 
la  partizione  hegeliana  di  Dio,  natura  e  uomo.  [Ger.  L.]. 

STORIA  DELL'ARTE  E  DELLA  CULTURA. 

77.  Si  sono  eseguiti  recentemente  degli  scavi  nell'antico  castello  d'Este, 
e  son  venuti  in  luce  avanzi  di  mura  e  di  altre  costruzioni  del  primo  Medio 
Evo,  nelle  quali  fu  adoperato  anche  materiale  dell'età  romana,  come  ne  danno 


68  NOTIZIARIO 

certezza  alcuni  frammenti.  Si  son  pure  rinvenuti  i  ruderi  di  una  chiesetta,  pro- 
babilmente del  secolo  XI.  Ora  il  colle  su  cui  sorge  il  castello  è  stato  lavorato 
e  alterato  con  goffo  anacronismo,  per  ridurlo  a  giardino  pubblico,  dall'autorità 
comunale  ;  ma  Vincenzo  Crescini,  in  una  breve  comunicazione  al  R.  Istituto 
Veneto  (Per  gli  scavi  nel  Castello  di  Este  ;  in  Atti,  t.  LXXV,  parte  1^,  pp.  3),  ha 
protestato  contro  la  deturpazione,  chiedendo  che  anche  la  presidenza  dell'  Isti- 
tuto si  occupi  della  cosa.  [F.  M.]. 

78.  Giulio  Urbini,  uno  dei  più  colti  e  geniali  storici  dell'arte,  in  un  re- 
cente volume  {Arte  umbra,  Todi,  Casa  editrice  Atanòr,  s.  a.,  pp.  viii-254)  ha 
raccolto  una  serie  di  conferenze  da  lui  tenute  in  diverse  occasioni  e  due  note- 
voli studi  critici  su  insigni  pittori  umbri  ;  ma  l'armonica  distribuzione  dei  suoi 
scritti  dà  al  volume  l'aspetto  di  un  libro  organico.  Psicologia  umbra,  che  apre 
la  raccolta,  ha  tutto  il  carattere  di  una  introduzione  ;  gli  altri  scritti  sembrano 
tanti  capitoli  di  un'opera  che  si  proponga  di  dare  un  concetto  chiaro  ed  esatto 
della  pittura  umbra  cosi  fulgida  di  gloria.  Trattano  successivamente  del  Pinto- 
ricchio,  di  Eusebio  di  S.  Giorgio,  di  Bernardino  di  Mariotto,  di  Raffaello  nel- 
l'Umbria, del  presepio  nella  pittura  umbra,  della  mostra  d'arte  umbra  a 
Perugia. 

Nessun  artista,  afferma  l'U.,  può  sottrarsi  all'  influenza  del  paese  in  cui 
vive,  poiché  un  sentimento  innato  lo  lega  alle  tradizioni  della  stirpe,  all'am- 
biente. Da  ciò  deriva  la  formazione  di  gruppi  o  scuole  che  rispecchiano  l'in- 
dole del  popolo  in  mezzo  al  quale  esse  sorgono.  Non  si  può  quindi,  senza  lo 
studio  di  codesta  indole,  giudicare  obiettivamente  una  scuola  artistica.  Molti 
hanno  tentato  di  farsi  un  concetto  della  natura  umbra  ;  ma  nessuno  ha  saputo 
scorgervi  quella  complessità  di  elementi  contrari,  che,  armonicamente  contem- 
perati fra  loro,  si  risolvono  spesso  in  un  danno,  producendo  una  specie  dj 
lento  equilibrio  che  deprime  ogni  energia  del  volere.  Solo  lo  sviluppo  più  in- 
tenso di  qualche  facoltà,  che  rompe  codesto  equilibrio,  può  dar  luogo  ad  opera 
più  assidua  e  migliore.  Quando  infatti  nell'Umbria  soverchiò  l'ardore  religioso, 
si  ebbe  il  moto  francescano;  quanto  soverchiò  lo  spirito  guerresco,  si  ebbero 
capitani  tra  i  più  famosi.  Alle  altre  manifestazioni  dello  spirito  la  nobile  terra 
non  diede  tutto  quello  che  poteva  :  non  alla  poesia,  non  all'architettura. 

Consegui  maggior  fama  nella  pittura,  appunto  perché,  data  la  malinconica 
idealità  mistica  degli  abitanti,  quell'arte  era  più  adatta  ad  esprimere  la  soave 
idealità  cristiana.  E  se  nei  tempi  migliori  tenne  in  pregio  le  bellezze  delle  cose 
e  delle  persone,  mirò  in  ispecie  a  ritrarre  i  sentimenti  dell'anima  :  il  raccogli- 
mento, la  tenerezza,  l'estasi,  il  sogno.  L'umbro,  amante  della  solitudine  e  del 
silenzio  che  circonda  le  sue  piccole  città,  legato  agli  affetti  intimi,  disposto  alle 
tacite  passeggiate  per  vie  romite,  donde  vaga  con  lo  sguardo  nei  diffusi  orizzonti 
che  gli  parlano  del  mistero  dell'  infinito,  ha  un  carattere  tutto  proprio,  che  im- 
prime spontaneamente  nell'arte.  Per  questo,  frate  Angelico,  nella  sua  perma- 
nenza in  Foligno,  non  potè  esercitare  sull'arte  umbra,  salvo  in  alcuni  particolari, 
una  sicura  influenza.  La  vera  fisionomia  dell'arte  umbra  non  si  manifesta  tra  i  fer- 
vidi entusiasmi  e  le  ascetiche  contemplazioni  del  Medio  Evo,  ma  verso  la  metà 
del  '400  e  nei  primi  del  '500,  quasi  desiderio  di  riposo  tra  i  cupi  fragori  delle  armi 
e  r  incalzare  impetuoso  dei  saccheggi.  E  quella  pittura  trattò  per  lo  più  argomenti 
religiosi,  raramente  profani.  Rifulse  in  ispecie  in  tre  città  :  a  Gubbio,  a  Foligno, 
a  Perugia.  Prevalse  nell'una  la  gentilezza  affettuosa,  la  grazia,  la  freschezza, 


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il  colorito  ;  nell'altra  un  che  di  triste  e  talora  di  rude  ;  la  terza  si  segnalò  per 
maggior  gentilezza  e  finezza.  Nello  scritto  sul  Pintoricchio  TU.  pone  in  rilievo 
i  pregi  del  grande  artista,  che,  vissuto  umile  e  tutto  chiuso  nel  suo  lavoro,  spesso 
non  adeguatamente  compensato  e  confuso  poi  con  pittori  mediocri  o  ritenuto  a 
torto  quasi  un  tributario  di  Raffaello,  ottenne  finalmente  giustizia  nel  secolo 
scorso.  Le  sue  opere  sono  la  manifestazione  sincera  di  un'  immaginazione  ricca 
e  vivace.  Egli,  unico  tra  gli  umbri,  accanto  ad  argomenti  di  devozione  trattò  mo- 
tivi profani,  e  circonfuse  talora  di  mondana  leggiadria  anche  le  sue  figurazioni 
religiose.  Nello  studio  su  Eusebio  di  S.  Giorgio  l'U.,  dopo  aver  raccolto  accurate 
notizie  biografiche,  definisce  i  caratteri  e  i  pregi  dell'artista,  discute  delle  opere 
indebitamente  attribuite  a  lui.  Non  meno  importante  è  iruidagine  su  Bernardino 
di  Mariotto,  che  TU.  rappresenta  nelle  diverse  fasi  de.tó  vita  e  nei  progressi 
dell'arte.  Pieno  di  novità  è  lo  scritto  su  Raffaello  nell'Umbria  (Raffaello  vi  è 
studiato  nei  suoi  anni  di  noviziato,  alla  scuola  del  Vannucci  in  Perugia,  e  poi  a 
Firenze);  ed  utili  riescono  le  pagine  sul  presepio  nell'Umbria,  e  la  lucida  rela- 
zione sulla  mostra  d'arte  umbra  a  Perugia. 

I  giudizi  deirUrbini  sono  prodotto  di  osservazioni  dirette.  Egli  esamina  le 
tele  nei  loro  particolari  e  le  ricostruisce  artisticamente,  dimostrando  non  minor 
finezza  di  gusto  che  acume  critico.  E  siccome  è  egli  stesso  un  artista,  e  scrive 
con  vena  limpida  ed  abbondante,  questo  suo  libro  si  Jegge   con  diletto  pari 

all'utilità.   [V.   ClCCHITELLl]. 

79.  Segnaliamo  ai  nostri  lettori  con  ischietto  compiacimento  il  fase.  IX 
della  terza  serie  della  interessante  raccolta  di  Vittorio  Pica,  Attraverso  gli  albi 
e  le  cartelle  (Bergamo,  Istituto  italiano  d'Arti  grafiche,  pp.  215-329,  con  133  il- 
lustrazioni nel  testo  e  con  7  tavole  fuori  testo).  Vi  sono  studiati  quattro  insigni 
artisti  del  disegno  :  Alberto  Martini,  pastellista  e  litografo,  Jean  Frangois  Raf- 
faelli,  Constantin  Guys,  Henri  de  Toulouse  Lautrec  :  illustratori,  gli  ultimi  tre, 
di  mirabile  efficacia,  della  vita  francese  nella  seconda  metà  dell'Ottocento,  si 
da  costituire  ormai  con  le  loro  opere,  cosi  pregne  di  osservazione  personale, 
un  documento  storico  di  singolarissimo  pregio;  interprete  il  primo  di  squisita 
sensibilità  e  di  dovizia  fantastica  portentosa,  delle  più  raffinate  introspezioni 
liriche  dell'inquieta  e  melanconica  poesia  moderna.  Paul  Verlaine  ed  Arthur 
Rimbaud  hanno  nel  Martini  il  sensibile  evocatore  dei  loro  vaneggiamenti  poe- 
tici: fedele  e  nel  medesimo  tempo  libero  e  ardimentoso.  Alberto  Martini,  il 
quale  è  vero  decoro  dell'arte  italiana,  e  reca  a  sé  e  alla  patria  sicura  speranza 
di  gloria,  non  è  soltanto  un  illustratore  di  opere  altrui  :  è  egli  stesso  un  crea- 
tore di  nobili  immagini,  e  vive  vorrei  dire  liricamente  tutta  la  sua  originale 
produzione  pittorica. 

Vittorio  Pica  ha  accompagnato  con  opportune  notizie  biografiche  e  con 
sobri  cenni  critici  le  riproduzioni  delle  più  notevoli  opere  dei  quattro  dise- 
gnatori. L'Istituto  italiano  d'Arti  grafiche  ha  edito  il  volume  con  la  dignità  che 
gli  è  consueta.  [A.  P.]. 

80.  Che  i  papiri  e'  insegnino  a  conoscere  la  continuità  della  vita  spirituale 
umana  nei  suoi  principali  moti,  aveva  assennatamente  sentenziato  il  Deissmann 
{Licht  vom  Osten,  Tiibingen,  1909,  p.  212),  e  le  scoperte  papirologiche  che  di 
giorno  in  giorno  vanno  acquistando  sempre  maggiore  larghezza  ed  importanza, 
mettono  in  luce  sempre  più  viva  questa  verità.  Gli  studi  speciali,  accurati,  de- 
dicati a  quei  minuti  documenti,  che  un  tempo  parevano  trascurabili,  dimostrano 


70  NOTIZIARIO 

come  essi  abbiano  invece  un  valore  affatto  speciale  ed  un  interesse  particolare 
non  solo  per  gli  studiosi  della  letteratura  e  del  diritto  greco  e  greco-romano, 
ma  anche  per  ogni  studioso  che  voglia  penetrare  nell'anima  umana  per  ricer- 
carvi i  motivi  delle  concezioni   varie  che  assumono  poi  vita  e  realtà  nelle 
opere  artistiche  e  letterarie.  Per  questa  ragione  credo  conveniente  di  segna- 
lare qui  i  lavori  compresi  nel  secondo  volume  degli  Studi  della  scuola  papirolo- 
^/ca  (Milano,  Hoepli,  1917,  pp.  288) diretta  da  Aristide  Calderini  presso  la  R.  Acca- 
demia scientifico-letteraria  di  Milano,  e  che  non  hanno  solo  valore  filologico. 
11  Calderini,  che  altra  volta  s'era  occupato  delle  Lettere  private  dell'Egitto 
greco-romano  (Prolusione  ai  corsi  della  scuola  papirologica,  Milano,  1915),  ora 
studia  il  Pensiero  e  seànmento  nelle  lettere  private  greche  dei  papiri  (pp.  9-28)  ; 
Maria  Mondini,  che  avea  composto  precedentemente  un  succoso  articolo  sulle 
Lettere  di  soldati  (Atene  e  Roma,  1915,  xviii,  pp.  241  e  segg.),  esamina  ora  le  Let- 
tere femminili  (pp.  29-50),  mentre  Giuseppe  Ghedini  parla  Di  alcuni  elementi  reli- 
giosi pagani  nelle  epistole  private  greche  dei  papiri.  Sono  vari  aspetti  della  vita  in- 
tima antica,  che  vengono  illuminati  con  luce  nuova  sulla  scorta  dei  documenti, 
che  hanno  importanza  non  piccola  anche  per  noi,  che  sempre  meglio  possiamo 
riconoscere  nella  vita  ellenistica  il  primo  germe  di  tutta  la  nostra  vita  moderna. 
Al  Calderini  ed  alla  Mondini  dobbiamo  ancora  il  Repertorio  per  lo  studio  delle 
lettere  private  dell'Egitto  greco-romano  (pp.    109-245),  nel  quale  sono  raccolti 
tutti  gli  elementi  necessari  per  lo  studioso  che  dalle  lettere  private  voglia  trarre 
i  documenti  per  lo  studio  della  vita  intima  ellenistica.  Gli  altri  lavori  che  il 
bel  volume  contiene,  sono  di  carattere  più  strettamente  filologico  o  giuridico. 
Nella  parte  quarta  si  contiene  la  Bibliografia  metodica  dei  papiri  e  degli  studi 
egiziani  per  il  1915,  compilata  per  cura  del  Calderini,  e  quindi  Notizie  varie 
riguardanti  gli  studi  papirologie!.  Chiudono  il  volume  le  necrologie  di  Jean  e 
Gaston  Maspero,  di  Attilio  Cosattini,  e  Guido  Gentilli.  11  volume  tutto  è 
un  pio  tributo  alla  memoria  di  Attilio  De  Marchi,  che  giustamente  l'epigrafe 
dedicatoria  ci  presenta  «libero  efficace  assertore  dell'indipendenza  nazionale 
dello  spirito».  [C.  C.]. 

STORIE  LETTERARIE,  TRATTAZIONI  GENERALI, 
MISCELLANEE,  BIBLIOGRAFIA 

81.  Ad  uno  studio  attorno  La  leggenda  di  Tristano  attende  da  tempo  Ce- 
sare Ravazzani. 

82.  Veramente  simpatico,  per  le  cose  che  dice,  pel  modo  con  cui  le  narra, 
per  la  vivacità  elegante  che  lo  percorre  tutto,  è  l'articolo  di  Mario  Zattera, 
Tra  miti  e  leggende.  Riassumerlo  non  è  qui  possibile  :  ne  citerò  quindi  i  para- 
grafi: I,  //  crepuscolo  degli  Dèi . . .  nel  Trecento;  II,  Continua  il  crepuscolo  :  Gi- 
ganti classici  e  Giganti  nordici  ;  III,  l  grandi  raccoglitori  di  miti:  Dante  e  Milton. 
(Fanfulla  della  domenica,  a.  XXXVIII,  1916,  n.»  43).  [M.  R.]. 

83.  Bruno  Brunelli  Bonetti  attende  ad  uno  studio  su  7  teatri  di  Padova, 
che  giungerà  sino  alla  fine  del  secolo  scorso. 

84.  B[enedetto]  C[roce]  prosegue  nella  Critica  (xiv,  6)  la  pubblicazione  de 
Le  lezioni  di  letteratura  di  Francesco  De  Sanctis  dal  1839  al  1848  (dai  quaderni 
della  scuola);  iv.  I generi  letterari  (contin.  ;  v.  La  Rassegna,  xxiv,  6,  notiziario, 


NOTIZIARIO  71 

n.i  389,  432,  463,  503,  504,  519)  ;  3)  //  genere  drammatico.  Il  De  Sanctis  comin- 
cia le  sue  lezioni  sul  genere  drammatico  con  alcune  delucidazioni  teoriche 
sulla  qualità  del  dramma  rispetto  alla  lirica  e  all'epica,  sulle  specie  in  cui  si 
divide,  e  sulla  causa  del  piacere  della  tragedia.  Esamina,  poi,  il  teatro  greco, 
fissando  prima  di  tutto  cosa  fosse  il  teatro  in  Atene:  «dove  esso  non  era  un 
privato  divertimento,  ma  un'istituzione  religiosa  e  nazionale,  accompagnata 
da  tutta  la  pompa  delle  pubbliche  radunanze,  nella  quale  si  cercava  di  por- 
tare l'illusione  al  massimo  grado...  Ma  questa  illusione  predominante  nel 
teatro  antico  era  sottoposta  alle  due  idee  preesistenti  del  dramma:  la  lotta  tra 
la  libertà  morale  ed  il  fato,  e  la  lotta  tra  uomo  e  uomo».  Stabilito,  quindi, 
che  tre  erano  i  caratteri  principali  della  tragedia  greca:  l'illusione,  l'unità 
e  il  sentimento  lirico,  il  De  S.  passa  a  studiare  i  tre  tragici  greci  nelle  poche 
opere  che  ce  ne  sono  rimaste,  dimostrando  che  il  principio  è  in  Eschilo,  l'ul- 
tima perfezione  in  Sofocle,  il  decadimento  in  Euripide.  In  Eschilo  l'illusione 
è  portata  al  sommo,  «  rispetto  ai  sensi  piuttosto  che  rispetto  al  cuore  »  ;  in 
Sofocle  è,  invece,  dirizzata  specialmente  al  cuore  ;  Euripide,  infine,  per  «  voler 
essere  vero,  riusci  falso»,  perché  abbassò  gli  eroi  fino  al  linguaggio  famigliare, 
presentò  oggetti  luridi  e  squallidi,  con  la  vista  della  miseria  e  della  povertà 
cercò  muovere  i  sensi,  e  rese  cosi  nulla  l' illusione.  L'unità  è  in  Eschilo  «  asso- 
luta ed  energica»;  in  Sofocle,  «graduata  con  tutti  i  convenevoli  accessori»; 
in  Euripide,  «sopraccaricata  d'incidenti  e  di  dialoghi».  Considerando  il  senti- 
mento lirico,  «troviamo  in  Eschilo  tutto  il  fare  di. Pindaro:  sùbiti  trapassi, 
pensieri  oscuri,  epiteti  ammassati  e  grandezza  e  nobiltà  di  concetti.  Ma  il  coro 
in  Sofocle  è  dirizzato  o  a  rappresentare  gli  spettatori  o  a  rinvigorire  l'azione, 
come  nell'Antigone,  alla  cui  protagonista  il  coro  si  mostra  nemico  perché  mag- 
giormente risplenda  l'energia  di  lei.  In  Euripide,  anche  secondo  Aristotele,  il 
coro  perde  ogni  relazione  coll'azione  e  diviene  un  mezzo  di  esporre  le  opi- 
nioni sofistiche  dell'autore,  che  pel  primo  diede  l'esempio  di  usare  la  morale 
nelle  parole  e  non  nei  fatti.  Certo,  Sofocle  non  abbonda  di  sentenze  morali, 
ma  ogni  sua  tragedia  risveglia  il  bello  morale;  Euripide,  per  contrario,  falso 
talora  nelle  sue  sentenze  morali,  preferisce  le  invenzioni  in  cui  può  mostrare 
i  sentimenti  fisici  o  i  caratteri  orribili  :  amendue  cose  tendenti  a  rendere 
brutale  l'uomo».  Il  De  S.  accenna  poi  ai  misteri  del  Medio  Evo  e  alla  tra- 
gedia italiana  del  Cinquecento,  dimostrando  i  motivi  della  stucchevolezza  con 
la  quale  oggi  si  leggono.  Dopo  aver  accennato  al  teatro  francese  dal  Corneille 
al  Voltaire,  passa  ad  esaminare  il  teatro  spagnolo  ed  inglese,  dimostrando 
come  «le  tragedie  inglesi  e  spagnole  non  furono  effetto  d'imitazione,  ma  di 
spontaneo  svolgimento  ».  E  dopo  aver  tratteggiato  i  caratteri  essenziali  di  queste 
tragedie,  il  De  S.  nota  che  ogni  «  dramma  di  Shakespeare  abbraccia  tutto  un 
lato  dell'umanità. . .  Quelle  tante  azioni  non  sono  accozzate  insieme  a  caso, 
ma  ordinate  ad  un  fine;  ed  ecco  il  pregio  del  dramma  romantico  ».  Qui  erano 
esaminati  (ma  il  Croce  non  ne  dà  i  riassunti,  perché  troppo  scarni  e  perché 
il  De  S.  tornò  sullo  Shakespeare  in  un  corso  posteriore  che  il  C.  pubblicherà 
in  séguito)  l'amore  in  Giulietta  e  Romeo,  la  gelosia  in  Otello,  l'enimma  della 
vita  in  Amleto,  e  cosi  via.  Il  genio  dello  Shakespeare  era  dichiarato  «  inimi- 
tabile», e  ciò  era  provato  con  le  famose  imitazioni  shakespeariane  del  Vol- 
taire, il  quale  non  ha  imitato  che  la  parte  esterna  e  superficiale  dall'Inglese; 
e  quanto  alla  nobiltà  del  suo  linguaggio,  e  ad  una  cotale  pulitezza  di  poesia 
che  adorna  vecchie  idee,  egli  è  discepolo  piuttosto  di  Dryden  e  d'Addison». 


72  NOTIZIARIO 

Si  passa  poi  all'esame  dei  dramma  italiano  del  secolo  XVIII,  il  quale  è  con- 
siderato come  semplice  conseguenza  del  dramma  francese,  non  ostante  il 
Metastasio  sia  riattaccato  alla  poesia  pastorale  italiana.  Seguono  quindi  alcuni 
cenni  sulla  Merope  del  Maffei  ;  il  quale  ne  aveva  sbandito  «  la  galanteria  e 
l'amore,  e  la  su^  fu  la  prima  tragedia  europea  senza  amore».  Ma  la  riforma 
della  tragedia  e  l' indipendenza  dal  gusto  francese,  anziché  dalla  Merope  del 
Maffei,  furon raggiunte  ed  ottenute  da  Vittorio  Alfieri,  al  quale,  «nemico  di  ogni 
mollezza,  dovea  spiacere  Metastasio  e  tutta  la  scuola  francese;  onde  si  pose 
a  riformare  quel  gusto,  e,  quanto  all'azione,  trovando  che  nelle  tragedie  di 
allora  gli  episodi  e  le  combinazioni  galanti  impedivano  l'interesse,  pensò  di 
ridurre  l'azione  ad  unità  assoluta,  che  in  lui  ha  forma  tutta  propria  e  dege- 
nera più  volte  in  monotonia». 

11  teatro  dell'Alfieri  è  tutto  opposto  alla  scuola  francese,  sia  nella  struttura 
che  nello  spirito,  e  la  monotonia  è  determinata  dal  fatto  che  spesso  nei  suoi 
personaggi  è  riflesso  egli  stesso.  Poiché  è  «  la  vigoria  del  sentimento,  elemento 
principalissimo  in  Alfieri,  egli  s'incontra  con  Dante;  ed  egli,  infatti,  fu  il 
primo  che,  dopo  un'imitazione  petrarchesca  di  tanti  secoli,  rimise  in  onore  lo 
stile  dantesco.  Questo  stile  è  in  lui  eccessivo,  come  eccessivo  è  il  suo  con- 
cetto; la  brevità  alcune  volte  è  affettata,  come  nella  risposta  di  Nerone  a 
Seneca;  alcune  volte,  la  brama  di  fuggire  la  cantilena  lo  fa  cadere  nella  du- 
rezza; e  però  il  suo  stile,  piuttosto  che  stile  tragico,  si  deve  chiamare  stile 
d'Alfieri»;  Passa  quindi  il  De  S.  ad  esaminare  le  tragedie  alfieriane,  e  di- 
mostra che  «  nelle  tragedie  in  cui  regna  il  fato,  predomina  la  parte  lirica  ;  e 
perciò  Alfieri,  tanto  nemico  altrove  alla  lirica,  nel  Saul,  informato  all'idea 
religiosa,  spiega  un  ardimento  e  una  forza  d'immagini  straordinaria  ».  Sostiene 
anche  che,  «  negli  argomenti  romani.  Alfieri  aveva  un  soggetto  più  consentaneo 
alia  sua  indole  »  ;  che  «  delle  tragedie  romane,  la  più  bella  è  la  Virginia,  nella 
quale  l'azione  e  l'interesse  cominciano  vivissimi  dalla  prima  scena,  e  crescono 
sempre  insino  all'ultima»  ;  che  «  negli  argomenti  moderni  pare  che  Alfieri  abbia 
voluto  stabilire  per  principio  il  trionfo  dell'oppressore  sopra  l'oppresso».  I 
tragici  posteriori  italiani  seguirono  Alfieri,  finché  non  si  senti  l'influsso  del 
sistema  shakespeariano  e  delle  dottrine  tedesche.  Da  questo  movimento  sgor- 
gano le  tragedie  del  Manzoni,  nelle  quali  «  non  vi  è  unità  d'azione,  ma  di 
fine,  e  manca  l'unità  indispensabile  d'interesse».  Il  De  S.  esamina,  a  questo 
proposito,  l'Adelchi,  e  dimostra  che  «  la  storia  qui  non  aiuta,  ma  combatte  la 
poesia;  e  quantunque  vi  siano  luoghi  tenerissimi,  pure  non  si  ha  impressione 
totale,  e  lo  spettatore,  ondeggiante  tra  vari  affetti,  rimane  incerto  e  alquanto 
freddo».  Il  De  S.  passava,  quindi,  a  fissare  le  tre  età  della  tragedia,  e  poi 
alla  commedia.  Il  Croce  dice  che  queste  lezioni  sulla  commedia  consisterono 
in  alcune  delucidazioni  teoriche,  con  accenni  ad  Aristofane,  alla  commedia 
nuova,  a  Plauto  e  a  Terenzio,  alla  commedia  italiana  del  Cinquecento  e  a 
Molière;  ma  riferisce  solo,  a  proposito  di  quest'ultimo,  un  tratto  della  difesa 
che  il  De  S.  ne  faceva  contro  lo  Schlegel  ed  altri  critici  tedeschi,  dimostrando 
come  al  Molière  tocchi  il  vanto  d'essere  «il  primo  scrittore  di  commedie  dei 
tempi  moderni».  Nelle  lezioni  successive,  delle  quali  il  Croce  non  dà  brano 
alcuno,  si  parlava  del  dramma  spagnolo,  di  alcuni  commediografi  italiani  del 
Settecento:  Fagioli,  Chiari,  Goldoni,  ecc.  Le  lezioni  sulla  drammatica,  inline, 
erano  chiuse  con  un  rapido  cenno  sul  «dialogo»,  al  quale  si  ricorre  «quando 
si  vuol  condurre  l'azione  con  completa  illusione».  [Ger.  Lazzeri]. 


NOTIZIARIO  73 

85.  Le  Lezioni  di  letteratura  di  F.  De  Sanctis  attorno  il  genere  oratorio,  quali 
le  riferisce  B[enedetto]  C[roce]  nella  Critica  (XIV,  6),  cominciavano  con  una 
rapida  rassegna  degli  oratori  greci  (Pericle,  Demostene)  e  latini  (Cesare,  Ci- 
cerone); e  contenevano  un  parallelo  tra  Demostene  e  Cicerone:  «Come  in  De- 
mostene prevale  il  sentimento,  cosi  in  Cicerone  l'immaginazione  ;  e  se  Demostene 
persuade  direttamente  gli  uditori.  Cicerone  lo  fa  sempre  per  via  d'insinuazione. 
Il  che  è  conforme  all'indole  degli  uditori  e  dell'oratore.  Nell'uno  la  forma  è 
concisa  ed  aspra,  nel  secondo  abbondante  e  melodiosa  ;  poiché  l'uno  disprezza 
tutti  i  lisci  rettorici,  e  l'altro  usa  di  compiacere  ed  adulare  il  popolo.  Cicerone 
prima  cerca  di  mettere  armonia  tra  sé  e  gli  uditori  ;  al  quale  ufficio  gH  serve 
l'esordio.  Raggiunto  questo  scopo,  cerca  d'insinuarsi  nelle  loro  menti  con  ar- 
gomenti generali  e  veri  relativamente,  perché  tratti  dalle  condizioni  speciali  in 
cui  si  trovano  gli  uditori,  l'oratore,  il  reo».  Dopo  codesto  parallelo  si  toccava 
dei  posteriori  oratori  romani  e  di  quelli  cristiani  del  Medio  Evo,  e  si  veniva 
poi  all'eloquenza  politica  e  particolarmente  a  quella  italiana  del  Cinquecento, 
quando  «l'imitazione  degli  antichi  produsse  un'eloquenza  accattata  e  non  spon- 
tanea, come  vediamo  nelle  orazioni  storiche  e  nell'orazione  a  Carlo  V  del 
Casa».  La  vera  eloquenza  italiana,  però,  si  trova  in  Guicciardini,  in  Machia- 
velli, nel  Paruta.  La  loro  eloquenza  doveva  rispondere  alla  questione  :  dato  il 
fine,  trovare  i  mezzi.  Per  questo,  nei  loro  scritti  «  noi  non  troveremo  quel  calore 
di  stile  che  nasce  da  un  animo  passionato;  né  tampoco  quel  movimento  d'idee, 
che  nasce  da  una  mente  speculativa.  Noi  vi  troveremo  però  in  grado  supremo 
l'intelligenza  degli  affari  ed  il  pensiero  lucidamente  tradotto,  quello  che  si  dice 
l'eloquenza  della  ragione.  Questo  è  lo  scrivere  degli  uomini  di  Stato  ;  e  questa 
gloria  è  tutta  italiana  » .  Si  parlava  poi  dell'eloquenza  religiosa,  nata  in  Germania 
quando  un  eccesso  si  volle  correggere  con  un  altro  eccesso.  «  Di  qui  sorse  l'elo- 
quenza di  Lutero,  di  Melantone,  di  Calvino,  energica,  naturale  e  non  fiorita  e 
misurata,  come  diviene  sotto  la  penna  dello  storico  Robertson  ».  Si  passava  infine 
all'eloquenza  che  i  Gesuiti  contrappongono  agli  eretici,  che  da  noi  fu  rappresen- 
tata dal  Bartoli,  al  quale  l'ambizione  letteraria  che  lo  domina  «  fa  che  egli  sia 
facondo  e  non  eloquente.  I  suoi  pensieri  sono  troppo  fioriti,  troppo  lisciati;  i  con- 
cetti, brillanti  piuttosto  che  sodi  ;  più  fantasia  che  sentimento  ;  più  spirito  che 
verità.  Questi  difetti  sono  minori  nella  sua  storia  che  nelle  altre  opere,  e  forse 
nelle  prediche;  non  pertanto,  vi  sono,  e  perciò  il  Bartoli  rende  un'immagine 
poco  fedele  dell'eloquenza  dei  suoi  compagni  [Ger.  L.]. 

86.  Prosegue  nella  Critica  (XV,  1)  la  pubblicazione  de  Le  lezioni  di  let- 
teratura di  F.  De  Sanctis.  Questa  è  la  volta  delle  Lezioni  sulla  storia  della  critica. 
Le  prime  lezioni  di  questo  corso,  tenuto  nel  1845-6,  erano  dedicate  alla  crìtica  an- 
tica. Notato  come  i  primi  trattati  di  retorica  s'incontrino  nella  civiltà  greca,  il  De 
S.  passa  a  studiare  la  Retorica  di  Aristotele,  dimostrando  che  questi  «  ridusse 
la  retorica  a  una  meccanica  del  pensiero,  e  l'elocuzione  (che  confinò  nella  terza 
parte  del  suo  trattato,  laddove  doveva  essere  la  principale)  a  una  meccanica 
della  forma:  errore  che  era,  per  altro,  in  perfetta  armonia  con  la  sua  logica, 
la  quale,  consistendo  tutta  nelle  regole  del  sillogismo,  è  una  meccanica  del 
pensiero.  I  suoi  seguaci  accrebbero  l'artificio;  onde  lo  scredito  in  cui  è  caduta 
la  parola  "retorica,,.  Ma  rimane  merito  insigne  di  Aristotele  di  aver  dato 
forma  scientifica  alla  sua  retorica,  com'è  proprio  dei  grandi  ingegni  che,  pur 
movendo  da  un  principio  falso,  lo  elaborano  con  rigore».  Accennato   poi  ai 


74  NOTIZIARIO 

vivo  contrasto  ch'era  nato  tra  retori  e  filosofi,  il  De  S.  dimostra  che  «  un  uomo 
che  fu  filosofo  ed  oratore  insieme,  Cicerone,  è  il  simbolo  dell'accordo  tra  filo- 
sofi e  retori,  tra  la  scienza  e  l'arte  ».  Corrotta  l'arte,  sorse  la  critica,  «  perché  i 
critici  sogliono  nascere  dopo  i  grandi  scrittori,  come  la  riflessione  segue  allaspon 
taneità>.  E  qui  si  parla  di  Quintiliano,  il  quale  non  fu  né  un  gran  filosofo  né  un 
grande  artista  . . .  Ma  era  uomo  probo,  e  fece  valere  questo  concetto  che  la  virtù 
è  fonte  dell'eloquenza . . .  Inoltre,  egli  fu  critico  acutissimo,  di  gusto  squisito 
(notò  i  vizi  dello  scrivere  di  Seneca),  e  dette  precetti  che  sono  preziosissimi». 
Ecco  che  con  Tacito  la  critica,  che  era  stata  materiale  in  Aristotele,  intellet- 
tuale in  Cicerone,  morale  in  Quintiliano,  diventa  storica:  «essa  non  ha  più 
in  quel  dialogo  (il  De  caussis  corruptae  eloquentiae)  la  forma  didascalica  e  pedante- 
sca dei  precedenti  critici,  ma  si  congiunge  con  le  quistioni  sociali.  Tacito,  inve- 
stigando le  cause  della  decadenza  dell'eloquenza  ai  suoi  tempi,  le  trova  nella 
forma  mutata  del  governo,  nella  libertà  perduta,  nelle  istituzioni  nuove.  Si 
può  dire  che  egli  precorra  la  scuola  storica  moderna,  della  quale  furono  prin- 
cipali rappresentanti  in  Germania  i  due  fratelli  Schlegel.  Sotto  l'aspetto  teorico 
Tacito  condanna  l'imitazione  e  afferma  la  possibilità  del  continuo  migliorare; 
onde  viene  ad  ammettere  l'unità  ed  immutabilità  del  tipo  o  idea  del  bello,  e  la 
varietà  e  mutabilità  delle  forme,  ossia  il  tipo  modificato  dai  tempi.  Ed  anche  que- 
sto concorda  col  principio  moderno:  parte  universale,  idea;  parte  storica,  forma. 
Senonché,  il  principio  storico  è  esagerato  ed  abusato  in  quel  dialogo,  e  il  prin- 
cipio teorico  non  è  applicato;  onde  nella  pratica  continuò  a  regnare  l'indirizzo 
aristotelico».  Dal  quale  indirizzo  meccanico  e  di  freddo  calcolo  si  staccò  la 
critica  alessandrina:  la  critica  di  Longino  è  piena  dell'impressione  e  del  sen- 
timento del  bello.  Di  qui  il  De  S.  passa,  rapidamente,  a  parlare  delle  dottrine 
poetiche  e  retoriche  del  Cinque  e  Seicento,  notando  l'aridità  aristotelica  del 
Castelveltro  e  dello  stesso  Torquato  Tasso,  degli  infelicissimi  critici  del  Cor- 
neille,  e  cosi  via.  Nota  le  eccezioni  del  Gravina,  «  pessimo  poeta  e  critico  so- 
lenne», e  del  Laharpe,  «mediocre  filosofo,  ma  di  gusto  squisito  ».  Il  passaggio 
dall'antica  critica  alla  moderna  è  segnato  dal  Boileau,  il  quale  «fece  guerra 
al  cattivo  gusto,  inculcò  la  semplicità  e  la  gravità,  e  condusse  la  Francia  a 
condizioni  migliori».  Il  De  S.  passa  poi  ad  esaminare  i  vari  moti  del  nuovo 
pensiero  sulla  fine  del  secolo  XVII  e  nel  XVIII,  volti  a  distruggere  la  critica 
antica  e  a  costruire  la  nuova;  e  li  distingue  in  quattro  epoche:  la  prima  in  cui 
s'inizia  la  reazione  alla  critica  antica  (Montaigne,  Arnaud  e,  specialmente, 
Lamy);  la  seconda  in  cui  si  conduce  l'opera  di  distruzione  (Dumarsais,  Buffon); 
la  terra,  qualificata  dallo  scetticismo  (Addison,  Hume);  e  la  quarta,  qualificata 
dagli  sforzi  non  riusciti  per  gittare  le  basi  di  una  nuova  critica  (Pope,  Batteux, 
Home).  Di  qui  il  De  S.  passa  all'esame  dei  vari  sistemi  formati  dalla  critica 
francese  nel  secolo  XVIII,  ciascuno  dei  quali  prendeva  a  principio  una  sola 
delle  facoltà  umane:  la  scuola  che  si  attenne  alla  sola  ragione,  seguita  da 
Buffon,  Condillac,  Tracy  e  Beccaria;  quella  che  fu  della  soia,  fantasia,  seguita 
da  Diderot  e  da  Montesquieu  ;  quella  del  solo  cuore  ed  affetto,  seguita  da  Elvezio 
e  da  D'Alembert.  Tuttavia,  «  per  queste  tre  scuole  la  critica  non  si  è  avvantag- 
giata se  non  in  punti  particolari.  Pure,  se  i  tre  sistemi  sono  esclusivi  l'un  del- 
l'altro, è  chiaro  per  altro  il  comune  progresso  rispetto  alla  critica  antica.  Che, 
infatti,  il  campo  della  critica  è  stato  mutato,  e  dall'esterno  è  stato  cercato  nel- 
l'interno, dalla  forma  nell'idea;  e,  anche  circa  la  parte  formale,  alla  semplice 
retorica  è  stata  surrogata  l'arte  dello  scrivere  ».  Al  Sulzer  il  De  S.  dedica  una 


NOTIZIARIO  75 

intera  lezione,  per  dimostrare  che  la  sua  critica  «  riunisce  le  tre  scuole  della  cri- 
tica francese.  Nessuna  delle  tre  facoltà  (ragione,  fantasia,  cuore  ed  affetto) 
opera  isolatamente,  sebbene  l'una  possa  trovarsi  predominante  sulle  altre,  come 
nel  poeta.  L'intelletto  rappresenta  la  comprensione,  lo  spirito  l'estensione,  ma 
per  eseguire  questa  e  quella,  per  comprendere  e  generalizzare,  si  richiede  l'en- 
tusiasmo o  l'amore,  senza  cui  ogni  altra  facoltà  sarebbe  morta.  Ove  in  un  lavoro 
si  noti  aridità  nel  disegno  e  poca  proporzione,  segno  è  che  manca  l'entusiasmo. 
Se  i  rapporti  sono  triviali  e  comuni,  se  i  pensieri  non  sono  concepiti  rapidamente 
ma  con  istento,  vuol  dire  che  vi  è  povertà  d'intelletto.  E  dall'impressione,  che 
un'opera  suscita,  si  può  giudicare  dell'ingegno  dello  scrittore.  Perché  i  grandi 
ingegni  debbono  ampliare  la  nostra  mente,  farci  vedere  le  cose  lucidamente  e 
prontamente,  e  riscaldarci  di  entusiasmo  ». 

A  queste  scuole  critiche,  che  erano  tutte  di  critica  individuale,  si  contrap- 
pose la  scuola  storica:  «  La  critica  ha  seguito  lo  stesso  cammino  della  storia. 
Questa  non  fu  dapprima  che  la  semplice  narrazione  delle  azioni  umane  ;  e  la  cri- 
tica fu  del  pari  nient'altro  che  l'estetica  contemplazione  delle  opere  dell'arte.  Poi 
la  storia  si  converti  in  investigazione  delle  cause  prossime  e  remote  delle  azioni 
umane  ;  e  la  critica  fu  ricerca  delle  cagioni  dei  capilavori  dell'arte.  E  il  secolo 
decimottavo,  che  creò  la  filosofia  della  storia,  creò  altresì  la  filosofia  della  critica. 
Fino  a  quel  secolo,  la  critica  si  fermò  all'impressione  dei  lavori  artistici  ;  e  a 
questa  si  attenne  anche  la  critica  francese,  al  pari  dell'antica.  Solo  il  Vico  in 
Italia,  e  poi  il  Voltaire  in  Francia,  cominciarono  a  cercare  le  cagioni  storiche 
delle  opere  artistiche».  Vico  fu  quegli  che  pel  primo  apri  un  indirizzo,  «che 
rende  possibili  le  spiegazioni  di  tutte  le  azioni  e  di  tutte  le  discipline  e  di 
tutte  le  opere  d'arte,  e  nel  quale  non  si  passa  da  scuola  a  scuola,  secondo 
gli  individui,  ma  da  civiltà  a  civiltà».  Il  Vico  sostituì  alla  vita  degli  autori 
«  la  vita  dei  popoli,  alla  biografia  la  storia  :  cosi  la  critica  divenne  veramente 
storica».  II  primo  nome  da  ricordare  in  questo  indirizzo  storico  è  quello  del 
Voltaire,  il  quale  presenti  cosa  dovesse  diventar  la  critica,  e,  allontanandosi 
dalla  scuola  francese,  sostituì  la  società  all'  individuo  :  «  La  sua  critica  è  pre- 
ziosa dove,  lasciando  i  principi  generali,  si  attiene  al  buon  senso  e  al  gusto, 
in  lui  finissimo.  Ma  il  Voltaire  è  superficiale  :  in  poche  pagine  vuole  spacciare 
la  storia  dell'eloquenza  e  della  letteratura,  e,  in  effetti  poi,  non  mostra  le  modi- 
ficazioni che  la  società  portò  nell'arte,  ma  ritorna  ad  Aristotele  e  si  attiene 
all'individualismo  della  scuola  francese.  In  lui  c'è  la  semplice  forma  della  cri- 
tica storica,  non  già  la  realtà».  La  scuola  storica  vera  si  formò  in  Germania, 
traverso  Schiller,  nei  frateli  Schlegel,  «nei  quali  ciò  che  nello  Schiller  era 
speculativo,  divenne  dottrinale  ».  Di  questa  critica  il  De  S.  rileva  i  meriti  e  i 
difetti,  esponendo  e  criticando  ancora  una  volta  le  dottrine  degli  Schlegel  sul 
classicismo  e  sul  romanticismo,  notando  che  gli  Schlegel  furono  appieno  con- 
futati dalla  critica  filosofica  dello  Hegel.  Accenna,  quindi,  aìV Imitazione  tragica 
del  Bozzelli,  intesa  a  confutare  gli  Schlegel,  e  ne  rileva  le  deficienze  :  «  L'er- 
rore della  scuola  storica  non  era  la  forma  storica,  ma  l'idea  storica  del 
bello;  e  questa  bisognava  combattere  ».  Qui  il  De  S.  nota  il  bene  grande  che 
fece  la  critica  degli  Schlegel,  e  passa  poi  a  dimostrare  il  nuovo  progresso 
compiuto  dai  francesi  con  l'eclettismo,  messo  in  pratica  dal  Villemain  e  for- 
mulato filosoficamente  dal  Cousin.  [Ger.  Lazzeri]. 

87.  li  nobile  discorso  che  Vittorio  Rossi  lesse  nell'aula  magna  dell'Uni- 
versità di  Roma,  inaugurandosi  l'anno  scolastico  1916-17,  vede  ora  la  luce  in 


76  NOTIZIARIO 

degna  edizione,  per  cura  della  stessa  Università  (Roma,  Tip.  Pallotta,  1917, 
pp.  40).  Nazione  e  letteratura  in  Italia  ne  è  il  titolo:  i  rapporti  fra  lo  svi- 
lupparsi della  coscienza  nazionale  e  l'alterno  esprimersi  delle  nostre  ten- 
denze letterarie  vi  sono  per  sommi  capi  rappresentati  con  singolare  virtù 
sintetica  e  con  felici  ardimenti  di  vedute  nuove  e  francamente  personali.  Il 
Rossi  afferma  che  al  poeta,  «  considerato  puramente  come  tale,  null'altro  s'ha  da 
chiedere  se  non  ch'egli  nutra  in  sé  un  attivo  e  forte  mondo  fantastico,  sia  poi 
questo,  o  non  sia,  gradito  a  noi  per  motivi  extra-estetici  »  ;  nel  che  credo  siamo 
tutti  d'accordo  da  un  punto  di  vista  puramente  teorico  ;  ma  resta  sempre  a  vedere 
se  codesta  considerazione  «  pura  »  del  poeta  sia  cosa  logicamente  ed  umana- 
mente possibile,  del  che  dubito  assai.  E  nel  dubbio  mi  conferma  una  succes- 
siva affermazione  del  Rossi,  con  la  quale  convengo  pienamente  :  «  alla  tradi- 
zione storica,  ch'è  il  dato  vivente  e  svolgentesi  nell'anima  collettiva  d'un  po- 
polo, neppure  l'artista  può  sottrarsi.  E  non  ostanti  tutte  le  riserve  che  si  pos- 
sono e  si  devono  fare,  io  penso  che  il  diverso  vigore,  nelle  diverse  età,  della 
coscienza  nazionale,  ch'è  poi  forza  morale  e  volontà  attiva  della  Nazione, 
entri  per  qualche  cosa  nella,  per  cosi  dire,  topografia  storica  dei  poeti  della 
volontà».  Il  che  non  vuol  dire,  né  per  il  Rossi  né  per  chi  consenta  con  lui, 
«ricadere  nella  sfatata  dottrina  tainiana*:  vuol  dire  bensi  che,  senza  una  con- 
siderazione parallela  ininterrotta  dei  precedenti  e  dei  concomitanti  storici  (so- 
ciali, politici,  poetici,  ecc.)  dell'opera  d'arte,  non  è  possibile  né  far  la  storia 
della  letteratura,  né  pienamente,  cioè  criticamente,  intendere  il  prodotto  stesso 
letterario  nella  sua  concretezza  individuale.  Di  una  sicura  visione  dei  fatti 
letterari,  considerati  come  prodotto  della  vita  storica  della  nazione,  questo  di- 
scorso di  Vittorio  Rossi  è  e  resterà  esempio  ammirabile.  [A.  P.]. 


88.  Con  forma  spigliata,  attraente,  G.  A.  Amatucci  ha  dettato  la  sua  Storia 
della  Letteratura  romana,  ora  compiuta  con  la  pubblicazione  del  2"  volume  (Na- 
poli, Perrella,  1916,  pp.  vni-207;  il  primo  era  stato  edito  nel  1912,  in  pp.  xi- 
244).  E  per  un  testo  scolastico  è  questo  un  pregio  notevole,  tanto  più  che  il 
libro  aggiunge  a  questo  altri  pregi  :  quelli  della  serietà,  della  esattezza  e  della 
originalità.  L'Amatucci  non  si  contenta  di  riassumere  i  manuali  precedenti  di 
maggiore  estensione,  di  ripetere  quanto  altri  hanno  già  affermato,  ma  tratta 
liberamente  la  materia,  secondo  il  modo  di  sentire  suo  personale,  e  secondo 
le  ricerche  particolari  da  lui  stesso  condotte. 

Per  questo  forse  non  tutti  saranno  sempre  d'accordo  con  lui  in  ogni  sua 
affermazione  (ad  es.,  quando  si  sforza  di  sminuire  l'importanza  dell'ellenismo 
nella  formazione  delio  spirito  artistico  dei  Romani);  ma  questa  sarà  la  prova 
migliore  del  valore  del  libro:  che  potrà  dare  occasione  ad  utili  discussioni. 
Qualche  lacuna  si  può  forse  osservare  nelle  notizie  storiche  ed  in  particolare 
in  quelle  bibliografiche;  ma  non  bisogna  dimenticare  che  si  tratta  sempre  di 
un  manuale  per  le  scuole.  Vari  errori  di  stampa,  e  certa  disformità  nelle  cita- 
zioni bibliografiche  spariranno  in  una  più  accurata  revisione  per  una  nuova 
edizione  che  auguro  prossima.  Ma,  in  complesso,  tutti  riconosceranno  che  si 
tratta  d'un  libro  eccellente  per  gli  studenti  dei  nostri  Licei  (e  fors'anche  per 
una  cerchia  più  larga  di  lettori):  un  manuale,  quale,  a  dire  il  vero,  mancava 
ancora:  che  si  fa  leggere  quasi  d'un  fiato  senza  stancare  il  lettore,  mentre  fa 
conoscere  gli  ultimi  e  più  sicuri  resultati  degli  studi  critici  e  storici.  [C.  C.]. 


NOTIZIARIO  77 


VERSIONI. 


89.  Una  versione  di  Novelle  scelte  di  Goffredo  Keller,  eseguita  da  Luigi 
Filippi,  vedrà  presto  la  luce,  per  i  tipi  dell'editore  Formiggini  in  Roma. 

90.  Il  volumetto  non  più  recente  F.  Nietzsche  contro  Wagner  (Napoli,  Ric- 
ciardi, 1914,  pp.  98)  ci  offre,  raccolti  sotto  unico  titolo  e  tradotti  in  lingua  no- 
stra da  un  anonimo,  i  due  famosi  scritti  nietzschiani  :  //  caso  Wagner  e  Nietz- 
sche contro  Wagner.  Scritti  incomposti  e  convulsi  d'un  cervello  già  prossimo 
a  disgregarsi.  Nietzsche  non  sa  dimenticare,  benché  l'uomo  ch'egli  detesta  sia 
da  molti  anni  nella  tomba.  Egli  pensa  ancora  con  amarezza  alla  rottura  che  lo 
fece  tanto  soffrire;  ma  considera  come  una  vittoria  l'essersi  distrigato  dalle  reti 
del  wagnerismo,  dacché  ha  scoperto  quale  tabe  di  dissoluzione  si  naiscondesse 
in  esso.  L'arte  wagneriana  è  un  prodotto  di  decadenza  ;  arte  falsa,  morbosa,  cor- 
ruttrice; fiore  malato  di  un'età  fiacca.  Il  suo  significato  nella  storia  della  musica 
è  l'avvento  dell'istrionismo;  «Wagner  procede  con  pifferi  e  tamburi  alla  testa 
di  tutti  gli  artifici,  delle  interpretazioni,  delle  virtuosità».  È  un  mimomane,  un 
commediante  cercatore  dell'effetto;  concepisce  il  dramma  «come  un  pretesto 
a  molti  atteggiamenti  interessanti  ».  Ma  l'intento  polemico  non  toglie  a  Nietzsche 
di  riconoscere  la  vigoria  autentica  del  musicista.  Wagner  è  maestro  nell'espri* 
mere  tutto  il  dolore  della  stanca  e  tormentata  anima  moderna  ;  è  «  il  nostro  più 
grande  miniaturista  musicale,  che  pone  nello  spazio  più  ristretto  un'infinità  di 
intenzioni  e  di  sottigliezze;...  il  più  grande  conoscitore,  nel  dominio  del- 
l'infinitamente  piccolo,  dei  fremiti  dell'immensità».  [M.  Z.]. 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 


(1) 


a  cura  di 

C.  Cessi,  \.  Del  Valle,  F.  Flamini,  Ger.  Lazzeri,  P.  Nalli,  M.  Pelaez, 

A.  Pellizzari,  Fr.  Picco. 


1.  Aprutium:  (V,  1-2)  Egizio  Guidi,  Nel  terzo  centenario  di  Shakespeare.  Ap- 
punti; Luigi  Innamorati,  //  canto  precursore  della  nostra  guerra:  difende  la  lirica 
patriottica  del  Carducci,  contro  certi  critici;  Camillo  Antona-Traversi,  Alcune  note 
biografiche  sopra  Luigi  Leopardi,  fratello  di  Giacomo.  —  (3-4)  Achille  Pellizzari, 
Il  pensiero  e  l'arte  di  Luigi  Capuana;  Giuseppe  Checchia,  Bonaventura  Zumbini, 
L'uomo,  il  crìtico,  lo  scrittore.  Continua  nei  numeri  successivi. 

2.  Archiginnasio,  V  :  (XI,  5-6)  Francesco  Vatielli,  La  biblioteca  del  Liceo  Mu- 
sicale di  Bologna:  continuazione;  Tommaso  Casini,  Diocesi,  Pievi  e  Vicariati 
Foranei  nel  territorio  bolognese;  Albano  Sorbelli,  Quod  satis.  A  proposito  di 
un  opuscolo  sul  Ghirardacci:  contro  il  p.  N.  Casacca,  autore  dell'opuscolo  Note 
biografiche  di  Cherubino  Ghirardacci  dell'  Ordine  eremitano  di  S.  Agostino  (Bolo- 
gna, L.  Parma,  1916);  Guido  Zucchini,  Notizie  pittoriche.  I,  Ancora  per  gli  auto- 
ritratti del  Francia.  II,  Un  affresco  ignorato  del  Cavedone;  Rita  Sorbelli,  //  car- 
teggio mediceo-bentivolesco  dell'Archivio  di  Stato  di  Firenze  :  continuazione. 
Dà  l'elenco,  comprendente  la  data  e  l'indirizzo,  di  lettere  di  Lorenzo  il  Ma- 
gnifico e  di  Piero  De  Medici  a  Giovanni  Bentivoglio,  a  parenti  di  lui,  e  ad  altri 
illustri  bolognesi;  A.  Sorbelli,  Le  iscrizioni  e  gli  stemmi  dell'Archiginnasio. 
[I.  D.  V.]. 

3.  Archivio  della  /?.  Società  romana  di  Storia  patria  :  (XXXVIII,  3-4)  Ernesto 
Monaci,  Le  miracole  de  Roma.  «  Il  testo  che  col  titolo  Le  miracole  de  Roma  rimase 
inedito  nel  cod.  Gaddiano  Rei.  CXLVIII  della  biblioteca  Laurenziana  di  Firenze 
finora,  può  interessare  Io  studioso,  come  documento  per  la  storia  del  volgare 
romanesco  nel  primo  secolo  della  sua  letteratura,  e  come  un  nuovo  elemento  da 
acquistarsi  alla  critica  per  investigare  le  origini  non  per  anco  chiare  di  quel 
curioso  libercolo  che  tutti  conosciamo  sotto  il  titolo  di  Mirabilia  Rome».  Alla 


(1)  Iniziamo  col  presente  fascicolo  questa  nuova  rubrica,  che  riuscirà  certamente  grata  ai  nostri 
lettori.  Dei  periodici  pili  notevoli,  e  di  alcuni  non  altrimenti  «  spogliati  »  nel  1916,  percorriamo  anche 
l'annata  scorsa  ;  degli  altri  prendiamo  in  considerazione  soltanto  i  fascìcoli  comparsi  nel  1917,  oppure 
l'ultimo  fascicolo  fin  ora  pubblicato,  purché  sia  venuto  in  luce  entro  il  1916.  Lo  spoglio  sarà  d'ora 
in  poi  proseguito  regolarmente,  e  completato  mediante  un  indice  analitico  dei  nomi,  che  comparirà 
nell'ultimo  fascicolo  dell'annata,  e  renderà  cosi  immediatamente  utilizzabile,  ai  fini  della  consul- 
tazione, questa  fatica,  la  quale  riuscirebbe  altrimenti  di  assai  minor  profitto.  [LA  R.]. 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  79 

pubblicazione  del  testo,  segue  un  breve  glossario.  —  (XXXIX,  1-2)  A.  Ferrajoli, 
//  ruolo  della  Corte  di  Leone  X.  Prelati  domestici  (continuazione).  Vi  si  parla  di 
Francesco  Minerbetti  fiorentino,  Giulio  Vitelli  di  Città  di  Castello,  e  Marco 
Bracci  fiorentino.  [M.  P.]. 

4.  Archivio  della  Società  vercellese  di  storia  d'arte  :  (Vili,  3)  C.  Romualdo  Pa- 
ste, Documenti  inediti  del  Risorgimento.  Due  documenti  concernenti  la  reggenza  di 
Carlo  Alberto  principe  di  Carignano  e  la  Costituzione  del' 14  marzo  1821; 
Antonio  Raggi,  /  conti  di  Biandrate:  continua;  Paolo  G.  Stroppa,  Un  tipografo 
poeta:  Giuseppe  Guglielmoni.  [l.  D.  V.]. 

5.  Archivio  storico  italiano:  (LXXIU,  1)  Guglielmo  Volpi,  Francesco  Redi  e  un 
antico  trattatello  della  cura  delle  malattie.  Nella  terza  edizione  del  Vocabolario 
della  Crusca,  il  Redi  riportò  parecchi  esempi  da  un  Trattato  della  cura  delle 
malattie  indicato  coll'abbreviatura  «  lib.  cur.  malat.  ».  Alcuni  esempi  citati  si 
trovano  nel  trattatello  anonimo  contenuto  nel  cod.  Laur.  Red.  172,  che  fu  pub- 
blicato dall'abate  Giuseppe  Manuzzi  (Firenze,  Tip.  del  Vocabolario,  1863),  ma 
molti  altri  non  vi  hanno  riscontro.  Il  Volpi  conchiude  che  per  quegli  esempi 
che  invano  si  cercano  nella  stampa  del  Manuzzi,  ci  troviamo  davanti  a  una 
vera  e  propria  falsificazione  da  parte  del  Redi,  che  per  meglio  ingannare  ci 
diede  il  trattatello  come  volgarizzato  o  composto  da  un  sere  Zucchero  Benci- 
venni;  Melchiorre  Roberti,  //  Belgio  descritto  da  un  fiorentino  del  Cinquecento: 
Ludovico  Guicciardini,  nipote  del  grande  storico,  compose  in  Anversa  una  guida 
del  Belgio,  in  buona  lingua  toscana.  —  (2)  Antonio  Favaro,  Sulla  veridicità  del 
«  Racconto  istorico  della  vita  di  Galileo  »  dettato  da  Vincenzo  Viviani.  Contro  un 
giudizio  di  E.  Wohlwill  dimostra  essere  stata  onesta  e  coscienziosa  l'opera  di 
questo  biografo  contemporaneo  del  Galilei;  Guglielmo  Pellegrini,  La  battaglia 
di  Capo  d'Orso  descritta  poeticamente  da  un  testimone  oculare.  Pubblica  da  un  cod. 
magliab.  84  stanze  su  questo,  soggetto  e  le  attribuisce  a  Ludovico  Martelli  ; 
Giovanni  Ferretti,  Pietro  Brighenti  spia  ?  (Cfr.  Rassegna,  XXIV,  p.  74).  —  (3) 
F.  Lemmi,  Roma  nell'impero  napoleonico:  Napoleone  attendeva  il  giorno  in  cui 
Roma  sarebbe  potuta  divenire  la  capitale  del  nuovo  Impero  ;  «  ma  poiché  questo 
giorno  non  venne  mai,  l'uomo  che  era  entrato  vittorioso  in  Vienna,  in  Berlino, 
in  Madrid,  in  Mosca,  mori  senz'aver  visto  la  città  eterna».  Pubblica  in  ap- 
pendice il  Rapport  sur  Rome  et  les  États  romains,  che  fu  spedito  all'imperatore 
nel  1811.  Y  (4)  Girolamo  Mancini,  Lettera  satirica  di  Giovanni  Andrea  dell' An- 
guillara:  diretta  a  Cosimo  dei  Medici,  duca  di  Firenze,  che  non  aveva  remu- 
nerato e  neppure  ringraziato  il  poeta  dell'invio  di  una  canzone  in  lode  di  lui. 
La  lettera  è  tratta  dall'autografo  rinvenuto  nell'Archivio  di  Firenze.  —  (LXXIV, 
1)  Widar  Cesarini  Sforza,  Il  padre  Paciaudi  e  la  riforma  dell'Università  di  Parma 
ai  tempi  del  Du  Tillot;  Lodovico  Frati,  Di  alcune  lettere  ad  Egida  Foscarari: 
«  Della  corrispondenza  epistolare  di  questo  religioso  domenicano,  che  intervenne 
per  due  volte  al  Concilio  tridentino,  si  sono  perdute  le  tracce,  e  non  ci  resta  che 
la  copia  di  alcune  lettere  di  Carlo  Sigonio,  Ludovico  Castelvetro,  Paolo  Sado- 
leto,  del  card.  Borromeo,  e  di  Giambattista  Giraldi  Cinzio,  che  il  Tioli  trascrisse 
nel  voi.  V  delle  sue  Miscellanee  (pp.  493,  509)».  —  (2)  Giovanni  Drei,  Per  la 
storia  del  Concilio  di  Trento.  Lettere  inedite  del  segretario  Camillo  Olivo;  Luigi 
La  Rocca,  La  nobiltà  di  Sicilia  secondo  un  elenco  compilato  durante  il  regno  di 
Vittorio  Amedeo  II  di  Savoia.  [I.  D.  V.]. 


80  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

6.  Archivio  storico  lombardo:  (XLIII,  3)  Gerolamo  Calvi,  Contributi  alla  bio- 
grafìa di  Leonardo  da  Vinci.  (Periodo  sforzesco);  G.  Bognetti,  La  cronaca  di  un 
collega  dell'Azzeccagarbugli  :  si  tratta  di  una  cronachetta  scritta  da  un  notaio 
forese  del  sec.  XVll  :  M.  Antonio  Perego  (1627-1664);  Carlo  Salvioni,  Lettere 
inedite  di  Carlo  Porta  a  Camilla  Prevosti  e  a  Tommaso  Grossi:  le  lettere  alla 
Prevosti  sono  tre,  delle  quali  due  completamente  inedite,  tutte  e  tre  in  versi, 
la  terza  con  poche  righe  di  prosa  intercalate,  le  prime  due  del  1806,  l'ultima, 
forse  dell'autunno  1809.  La  lettera  al  Grossi  è  dell'agosto  1817;  U.  Monneret  de 
Villard,  La  *  Legenda»  di  S.  Eligio  in  Lombardia.  Riproduce  il  breve  testo 
di  una  Vita  di  S.  Eligio  da  un  codice  del  sec.  XV  della  Braidense.  [P.   N.]. 

7.  Archivio  storico  per  le  Provincie  napoletane:  (XLI,  2,  3)  Martino  Martini, 
L'Acqua  Tufania  a  Napoli  e  le  contese  del  cardinale  Francesco  Pignatelli:  è  l'ultima 
parte  dello  studio  iniziato  nel  voi.  XL.  Interessa  per  il  cenno  sulle  opere  lette- 
rarie nelle  quali  si  parla  dell'Acqua  Tufania.  «  Fin  dai  primi  anni  del  Sette- 
cento, a  Napoli  specialmente,  la  rappresentazione  del  veneficio  fu  un  motivo 
assai  comune  nella  novellistica  e  nella  commedia,  e  la  terribile  miscela,  come 
nella  vita,  anche  nell'arte  passò  assidua  galeotta  di  scapestrate  avventure,  spesso 
deus  ex  machina  di  azioni  eroicomiche.  Uno  studio  sulle  produzioni  dialettali 
offrirebbe  un  materiale  non  scarso,  né  dispregevole,  circa  la  fortuna  di  questo 
nome.  Volendo  considerare  solo  la  commedia,  merita  d'esser  ricordata  la  bella 
scena  de  La  Moneca  fauza  di  notar  Pietro  Trincherà  » .  [P.  N]. 

8.  Arte  V  :  (XIX,  5-6)  Roberto  Longhi,  I  Gentileschi  padre  e  figlia.  Studio  bio- 
grafico critico,  con  40  illustrazioni  nel  testo;  Adolfo  Venturi,  Disegni  di  Raffaello 
(Avanti  la  venuta  in  Roma),  [l.  D.  V.]. 

9.  Atene  e  Roma:  {XIX,  214-215-216)  Vincenzo  Ussani,  Roma  e  Gallio.  A  pro- 
posito di  un  1500^  anniversario:  il  22  settembre  1916,  anniversario  del  giorno  in 
cui  Rutilio  Namaziano  abbandonava  l'Urbe  per  ritornarsene  in  patria;  Giuseppe 
Procacci,  *Reditus  Augusti  t^  di  Giovanni  Pascoli;  Giorgio  Pasquali,  *  Amicus 
Plato,  sed  magis  amica  veritas  »  :  dimostra  l'origine  di  questa  sentenza  esser 
da  rintracciare  in  un  passo  di  Aristotele;  T.  Savcenko,  Cenni  sugli  studi  classici 
in  Russia;  Pietro  Rasi,  Ad  Orazio  Epist.  II,  1,  256;  Augusto  Rostagni  e  Giorgio 
Pasquali,  Per  una  recensione:  polemica  suscitata  dalla  ree.  del  P.  al  libro  sui 
Poeti  Alessandrini  del  R.  (V.  Atene  e  Roma,  XIX,  pp.  91-4).  [I.  D.  V.]. 

10.  Ateneo  Veneto,  l:  (XXXIX,  voi.  II,  fase.  3.)  Giulio  Bistort,  La  repubblica 
di  Venezia  dalla  trasmigrazione  nelle  lagune  fino  alla  caduta  di  Costantinopoli  : 
continuazione  e  fine;  Caterina  ChimineUi,  L'incisione  in  legno  a  Venezia:  conti- 
nuazione e  fine.  In  quest'ultima  parte  si  tratta  delle  pubblicazioni  fatte  nel 
secolo  XVI,  dei  Messali  veneziani,  di  Zoan  Andrea,  de  suoi  omonimi  e  dei 
libri  di  ricamo,  dell'influenza  di  Tiziano  sulla  scuola  veneziana  di  incisione, 
dell'incisione  in  legno  a  colori.  [C.  C.]. 

11.  Athenaeum:  (V,  1)  Anna  Patanè,  Leopardi,  Foscolo  e  Rousseau:  il  tra- 
mite per  il  quale  le  teorie  del  Rousseau  poterono  arrivare  dapprima  al  Leopardi, 
sarebbe  stato  il  Foscolo.  Ma  il  Foscolo  ed  il  Leopardi,  dopo  essere  stati  nei 
primi  anni  seguaci  delle  teorie  dei  Rousseau,  finirono  con  l'allontanarsene, 
sebbene  per  ragioni  diverse  ;  Ernesto  Buonaiuti,  «  Autore  della  vita  e  della 
salvezza»  (Atti,  III,  15;  V,  31):  in  ambedue  i  luoghi  Cristo  è  rappresentato  come 
aucior,  confutando  il  Harnack  (Beitràge  zar  Einl.  in  das  N.  Testam,  IV,  Leipz., 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  81 

1911),  riguardo  il  tempo  di  composizioni  degli  Atti  e  la  teoria  cristologica  da 
loro  dichiarata;  Ferruccio  Ferri,  Un  dissidio  fra  Batinio  e  Guarino  :  nella  figura 
di  Carinus  (Basinii,  Hesper.,  X,  170-231)  è  da  riconoscere,  col  Battagliai,  Guarino 
Veronese;  R.  Sabbadini,  Nota:  consentendo  col  Ferri  nella  identificazione  della 
figura  di  Carinus,  dissente  da  lui  nella  cagione  del  dissidio,  che  non  va  ricercata 
nelle  pratiche  per  una  chiamata  del  Guarino  a  Rimini  (1455  o  1456),  ma  nelle 
pratiche  che  poterono  esser  corse  per  la  pubblicazione  della  traduzione  di  Stra- 
bone,  fatta  dal  Guarino;  Lea  Bastari,  //  dragone  della  caverna:  ricordata  la  leg- 
genda del  dragone,  che  viveva  in  una  caverna  del  Campidoglio  e  che  fu  domato 
da  S.  Silvestro,  risale  all'accenno  di  Properzio,  Eliano,  ecc.,  circa  le  cerimonie 
consistenti  nell'offerta  di  vergini  al  dragone  :  superstizione  che  si  trova  non 
solo  in  Roma,  ma  anche  in  Grecia.  Dimostra  che  non  v'è  discontinuità  fra  la 
superstizione  classica  e  la  medievale  :  il  dragone  nelle  leggende  classiche  è 
considerato  qual  genio  tutelare  dei  luoghi,  nelle  cristiane  quale  dèmone  ;  Marco 
Galdi,  La  fortuna  di  una  frase  ed  un  tardo  epigramma  adespoto  :  la  frase  è  in 
Om.  //.  4,  407  e  15,  736  (i  difensori  sono  chiamati  forti  mura  (difesa)  della 
città),  l'epigr.  è  in  Burmann,  Anthol,  III,  19,  e  si  riferisce  alla  riedificazione 
delle  mura  di  Asola  (in  prov.  di  Mantova,  sulla  sinistra  del  Chiese)  distrutte 
dai  Bresciani  nel  1125.  La  frase  omerica  ritorna  nel  secondo  distico  dell'epigr.  : 
hominum  pectora  murus  erunt.  [C.  C.]. 

12.  Athenaeum,  the  :  (1916,  4612)  E.  Cammaerts,  How  to  read  Verhaeren. 
[I.  D.  V.]. 

13.  Atti  della  R.  Accademia  delle  scienze  di  Torino:  (XL,  2)  Ettore  Stampi- 
ni, //  codice  bresciano  di  Catullo:  osservazioni  e  confronti  :  il  séguito  nella  Dispen- 
sa 3.  —  (5)  Massimo  Lenchantin  De  Gubernatis,  Noterelle  fonetiche:  sulle  alte- 
razioni di  è  in  i  nei  mss.  —  (6)  Federico  Patetta,  Di  alcune  poesie  di  Gaspare 
Tribraco  in  onore  dei  Gonzaga:  tre  poesie  latine  inedite,  di  cui  due  mutile,  con- 
tenute in  un  codicetto  del  sec.  XV,  scritte  da  Gaspare  dei  Trimbocchi  o  Tirim- 
bocchi,  detto  il  Tribraco.  È  intero  un  piccolo  carme  in  lode  di  Barbara  Gon- 
zaga. —  (8)  Pier  Angelo  Menzio,  Cenni  sulle  carte  e  sui  manoscritti  giobertiani: 
traccia  la  storia  delle  vicende  toccate  ai  «  frammenti  »  del  Gioberti  dopo  la  sua 
morte,  ed  esaminato  brevemente  il  contenuto  del  principale  di  essi,  Della  riforma 
cattolica,  fa  in  una  seconda  nota  (Disp.  9)  la  collazione  del  ms.,  mettendolo  a 
confronto  coll'edizione.  —  (9)  Carlo  Frati,  Ancora  per  V epistolario  di  Carlo  Botta  : 
con  Giunte  alla  bibliografia  delle  lettere  a  stampa  di  C.  Botta.  —  (13)  Augusto 
Rostagni,  La  composizione  delle  «  Dirae  »  pseudovirgiliane:  per  queste  Dirae  attri- 
buite a  Virgilio  o  a  Valerio  Catone,  l'A.  conclude  che  Valerio  Catone  non  ne  sia 
stato  l'autore,  ma  certamente  la  fonte  e  il  modello.  —  (14)  Ferruccio  Calonghi, 
Il  codice  Beriano  di  Catullo:  confronti  e  osservazioni.  Segue  nella  disp.  15.  — 
(15)  Giuseppina  Bientinesi,  Vincenzo  di  Beauvais  e  Pietro  Dubois  considerati  come 
pedagogisti.  Nota  L  [1.  D.  V.]. 

14.  Atti  della  R.  Accademia  di  arch.  leti,  e  b.  a.  Soc.  reale  di  Napoli:  (N. 
S.,  IV,  Parte  1)  Francesco  D'Ovidio,  Benvenuto  da  Imola  e  la  leggenda  virgiliana: 
«  il  Comentum  super  Dantis  Comoediam  di  Benvenuto  da  Imola  contiene  alcuni 
passi  relativi  a  Virgilio  indovino  o  mago,  i  quali  finora  sono  passati,  credo, 
inosservati  »  ;  Francesco  Torraca,  Pietro  Vidal  in  Italia.  —  (P.II)  Guido  Mana- 
corda, Del  mito  germanico  nella  tradizione  nordica  e  nell'interpretazione  Wagne- 
riana. [I.  D.  V.]. 

La  Rassegna.  XXV,  I,  6 


82  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

15.  Atti  della  Società  ital.  per  il  progresso  delle  Scienze:  (VII!  riunione, 
1916)  Alfredo  Galletti,  //  romanticismo  germanico  e  la  Storia  letteraria  (V.  No- 
tiziario, n.'^  75);  Andrea  Galante,  /  confini  storici  del  Principato  e  della  Diocesi 
di  Trento;  Guglielmo  Bilancioni,  Di  un  carteggio  inedito  dell'anatomico  L.  M. 
Caldani:  è  un  carteggio  inedito  conservato  nella  Bibiiot.  Gambalunghiana  di 
Rimini,  diretto  dal  Caldani  a  Giovanni  Bianchi  (Janus  Plancus),  nel  quale  dal 
1753  al  1775  si  trattano  i  problemi  più  importanti  che  agitavano  il  mondo  me- 
dico e  filosofofico  del  tempo;  G.  B.  De  Toni,  Spigolature  Aldrovandiane  -  XV. 
Il  carteggio  del  medico  Costanzo  Felici  con  Ulisse  Aldrovandi:  di  questo  carteggio 
(1555-1573),  conservato  nella  Bibiiot.  Univers.  di  Bologna,  l'A.  pubblica  quattro 
lettere  più  importanti  e  accenna  brevemente  al  contenuto  di  tutte  le  altre; 
Corrado  Parona,  Appunti  storici  sull'Elmintologia  italiana:  si  accenna,  tra  l'altro, 
all'opera  scientifica  importantissima  di  Francesco  Redi;  Gino  Loria,  Intorno 
allo  stato  attuale  degli  studi  sulla  Storia  delle  matematicfie;  Erminio  Troilo,  Storia 
della  filosofia  e  storia  della  scienza  ;  Aldo  Mieli,  Per  una  cattedra  di  Storia  della 
scienza.  [P.  N.]. 

16.  Atti  della  Società  piemontese  di  archeol.  e  b.  a.:  (Vili,  4)  G.  Assandria, 
Una  famiglia  torinese  di  artisti.  I  Lavy;  V.  Armando,  Appunti  per  la  storia  della 
legatura  del  libro  in  Torino  nel  secolo  XVIII;  Davide  Calandra,  Di  alcune  armi 
ed  oggetti  trovati  sul  Mottarone  (Stresa).  [I.  D.  V.]. 

17.  Atti  del  R.  Istituto  veneto  di  scienze  lettere  ed  arti:  LXXV,  1):  Antonio 
Favaro,  Amici  e  corrispondenti  di  Galileo  Galilei  :  si  tratta  di  Mattia  Bernegger  ; 
Nuovi  materiali  per  una  iconografia  galileiana;  Arnaldo  Segarizzi,  Una  grammatica 
latina  del  secolo  XV:  ne  fu  autore  Maffeo  Valaresso  (Cfr.  Rassegna,  XXIV,  p.  305). 

—  (2)  Ambrogio  Ballini,  L'anima  indiana  nei  suoi  rapporti  colla  civiltà  occidentale. 

—  (4)  Vincenzo  Crescini,  In  memoria  di  Rodolfo  Renier  e  di  Francesco  Novali; 
A.  Favaro,  Amici  e  corrispondenti  di  Galileo  Galilei:  si  tratta  di  Bonaventura, 
Abramo,  e  Lodovico  Elzevier.  —  (6)  Arnaldo  Segarizzi,  Cenni  sulle  scuole  pub- 
bliche in  Venezia  nel  sec.  XV  e  sul  primo  maestro  d'esse:  fu  questi  Paolo  della 
Pergola,  primo  lettore  pubblico  di  filosofia  (Cfr.  Rassegna,  XXIV,  p.  304).  — 
(7)  Egidio  Bellorini,  Intorno  al  testo  del  *  Mattino*.  Nuovi  appunti.  (Cfr.  Ras- 
segna, XXIV,  p.  307^.  —  (8)  Pietro  Rasi,  L'iscrizione  metrica  sepolcrale  di  Fulgen- 
zio. [I.  D.  V.]. 

18.  Atti  e  Memorie  della  R.  Accad.  di  se.  lettere  ed  arti  in  Padova:  (N. 
S.,  XXXII,  3)  Egidio  Bellorini,  Versi  inediti  di  Giuseppe  Parini:  dà  in  luce 
nove  sonetti  e  altri  cinque  componimenti  inediti  del  Parini.  Di  questi  ultimi, 
quattro  sono  frammentari  ed  uno  solo  intero,  composto  Nel  di  di  S.  Bernardino 
da  Siena.  Tanto  i  sonetti  che  le  altre  poesie  si  trovano  nelle  carte  del  Reina 
passate  all'Ambrosiana  di  Milano  ;  Roberto  Cessi,  La  vita  politica  di  Bartolomeo 
Guasco:  traccia  la  biografia  di  codesto  umanista,  e  pubblica  in  appendice  le 
lettere  da  lui  indirizzate  a  Ludovico  Alidosi,  contro  il  quale  aveva  congiurato, 
per  giustificare  sé  stesso  e  invocare  clemenza;  Biagio  Brugi,  Marco  Antonio  Mu- 
reto  e  la  Cattedra  di  Pandette  nello  Studio  di  Padova.  [I.  D.  V.]. 

19.  Atti  e  Mem.  della  R.  Deputaz.  di  St.  P.  per  le  Prov.  di  Romagna:  (S.  IH, 
voi.  Vf,  1-3)  Pietro  Franciosi,  Mastro  Antonio  da  Sammarino  orafo  del  Rina- 
scimento;  Lino  Sighinolfi,  Note  biograficfie  intorno  a  Francesco  Francia.  [P.  N.]. 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  83 

20.  Bibliofilia,  la:  (XVIII,  3-5)  Carlo  Frati,  Evasio  Leone  e  le  sue  ricerche  intorno 
a  Niccolò  Modrussiense:  continuazione;  Renato  Soriga,  Prime  ricerche  biblio- 
grafiche sulla  Massoneria  italiana  nell'età  napoleonica  ;  M.  Faloci  Pulignani,  L'arte 
tipografica  a  Foligno  nel  XVII  secolo.  Vincenzo  Colombario  e  Pietro  discepolo  : 
continua  ;  Raimondo  Salaris,  Gli  incunaboli  della  Biblioteca  comunale  di  Pia- 
cenza: continuaz.  [I.  D.  V]. 

21.  Bibliothèque  de  l'Écoledes  Charles:  (LXXVII,  1-3)  Clovis  Brunel,  Docu- 
ments  linguistiques  da  Gévaudan:  continua;  E.  G.  Ledos,  Un  nouveau manuscrit du 
poème  d'Achard  d'Arrouaise  sur  le  «  Templum  domini  »  ;  Paul  Durrieu,  La  pro- 
venance  d'un  des  plus  beaux  manuscrits  peints  au  XIV^  siede  par  Niccolò  di  Gia- 
como da  Bologna.  [I.  D.  V.]. 

22.  Boletin  de  la  Real  Academia  de  la  hisioria  :  (LXVIII,  2)  José  Gómez  Centu- 
rión,  Relaciónes  biograficas  de  Santa  Teresa,  hechas  bajo  jur amento  en  1587  por  sus 
hermanos,  primas  hermanas  y  sobrinos  carnales:  continua  nei  fascicoli  seguenti. 
Julio  Puyol,  Rodrigo  Caro:  a  proposito  dello  studio  biografico  critico  di  D.  San- 
tiago Montoto  {Rodrigo  Caro,  Sevilla,  1915).  —  (3)  Bernardino  de  Melgar,  Autò- 
grafo epistolar  inèdito  de  Santa  Teresa  de  Jesus.  —  (5)  Fidel  Fita,  Nuevo  dato 
biografico  del  P.  Francisco  de  Ribera  y  de  fray  Luis  de  Leon,  prime ros  biógrafos 
de  Santa  Teresa  ;  R.  Selden  Rose,  The  «  Espana  defendida  »  by  Don  Francisco 
de  Quevedo  :  continua  nel  fase.  seg.  —  (6)  Antolin  Lopez  Pelàez,  Aprobaciòn  ver- 
dadera  del  «  Quijote  »  falso  ;  Bernardino  de  Melgar,  Otro  autògrafo  epistolar  ine- 
dito de  Santa  Teresa  de  Jesus.  —  (LXIX,  1-2)  Julio  Puyol,  Antecedentes  para  una 
nueva  ediciòn  de  la  Crònica  de  Don  Lucas  de  Tuy  ;  R.  Selden  Rose,  The  «  Espana 
defendida»  by  don  Francisco  de  Quevedo.  Conclusiòn.  —  (3-4)  Bernardino  de 
Melgar,  Cuatro  autògrafos  inéditos  de  Santa  Teresa  de  Jesus.  [I.  D.  V.]. 

23.  Bollettino  d'arte  del  Minisi,  della  P.  Istr.:  (X,  11-12)  Carlo  Gamba, 
La  Ca'  d'Oro  e  la  collezione  Franchetti;  Luigi  Savignoni,  La  collezione  di  vari 
dipinti  nel  Museo  di  Villa  Giulia  ;  Vincenzo  Ruffo,  Galleria  Ruffo  nel  secolo  XVII 
in  Messina.  [P.  N.]. 

24.  Bollettino  della  civica  Biblioteca  di  Bergamo  :  (X,  3)  Angelo  Pinetti,  La  de- 
corazione pittorica  secentesca  di  S.  Maria  Maggiore.  Parte  speciale:  Raccolta 
degli  incunaboli:  continuazione  e  fine.  [I.  D.  V.]. 

25.  Bollettino  della  R.  Deputaz.  di  St.  patria  per  l' Umbria  :  (XXII,  1),  Adol- 
fo Merini,  Todi  illustrata  dallo  storico  casciano  Pamfilio  Cesi:  riproduce  il 
testo  completo  di  un  opuscolo  del  Cesi,  interessante  sia  per  il  contenuto  sia 
per  la  forma  tipografica;  Mario  Battistini,  Le  relazioni  tra  Volterra  e  l'Um- 
bria nel  secolo  XIV.  Presenta  un  elenco  di  Umbri  che  furono  Podestà  e  Capi- 
tani del  popolo  a  Volterra;  G.  Mazzatinti,  Professori  umbri  nell'Ateneo  di  Bo- 
logna. [I.  D.  V.]. 

26.  Bollettino  della  Società  pavese  di  St.  patria:  (XV,  3-4).  L.  C.  Bollea,  Do- 
cumenti inediti  della  famiglia  Cairoti:  sono  quindici  lettere  e  telegrammi  con- 
servati nel  Museo  Nazionale  del  Risorgimento  italiano  in  Torino,  scritti  dal 
1867  al  1884  da  Adelaide  Cairoli  e  dai  figli  Giovannino  e  Benedetto.  Due  sono 
le  lettere  di  Adelaide  dirette  al  Dr.  Riboli  e  ai  reduci  delle  patrie  battaglie 
di  Verona.  Un'altra  è  di  Giovannino  a  Orazio  Dogliotti;  e  undici  sono  di  Be- 
nedetto al  Dogliotti.  V'è  infine  un  telegramma  di  Benedetto  a  Riccardo  Sineo. 
A.  Corbellini,  Appunti sulV Umanesimo  in  Lombardia:  cont.  [P.  N.]. 


84  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

27.  Bollettino  del  Museo  Civico  di  Padova:  (XYlì,  1914,  pubbl.  nel  1916) 
Andrea  Moschetti,  Un  quadriennio  di  Pietro  Lombardo  a  Padova  (1464-7),  con  una 
appendice  sulla  data  di  nascita  e  di  morte  di  Bartolommeo  Niellano  :  cont.  e  fine. 
Importantissimo  per  la  storia  di  questo  squisito  architetto  e  scultore  ;  Maria 
Parrozzani,  Quel  da  Este  e  il  suo  diritto  all'ira  contro  Jacopo  del  Cassero  (Per 
la  retta  interpunzione  e  interpretazione  di  due  versi  danteschi)  :  i  versi  sono  i  77-78 
del  V  del  Purgatorio.  L'A.  ne  propone  la  seguente  interpunzione  : 

Quel  da  Esti  il  fé'  far,  che  m'avea  In  ira, 
assai  pili  Id  ctie  dritto  non  volea  ; 

e  spiega  :  «  quel  da  Esti,  che  m'avea  in  ira,  il  fé'  far  assai  più  là  che  dritto 
non  volea»;  cioè:  «quel  da  Esti  mi  fé'  uccidere  assai  oltre  quei  confini,  entro 
cui  si  estendeva  la  sua  giurisdizione  »  :  Iacopo  del  Cassero  infatti  fu  ucciso  in 
Oriago  che  non  apparteneva  alla  giurisdizione  di  Azzo  Vili,  mandante  dell'as- 
sassinio, ma  al  territorio  Padovano.  È  questa  l'interpretazione  di  Benvenuto 
da  Imola,  sinora  trascorsa  inosservata,  per  quanto  fosse  stata  raccolta  dal  Ca- 
merini. L'A.  esclude  che  Dante  abbia  ritenuto  i  Padovani  complici  di  Azzo 
nell'uccisione  di  Iacopo  del  Cassero.  Per  lei,  infine,  l'espressione  «quel  da 
Esti  »  corrisponde  all'  ille  proditor  de  Esti  attestata  dai  commentatori  come 
frase  abituale  di  Iacopo,  ed  è  quindi  frase  di  colorito  storico  e  crudamente 
realistico:  ed  è  fortuita  la  coincidenza  con  le  espressioni  simili  dei  vv.  116  e 
118  del  e.  XXXII  dell'Inferno:  «quel  daDuera>,  ecc.;  Luigi  Rizzoìi,  Le plac- 
e  flette  del  Museo  Bottalin:  cont.  e.  molte  tav.  :  di  molte  di  queste  placchette  si 
ignora  l'autore;  l'A.  le  studia  accuratamente  e  le  raggruppa  secondo  l'epoca 
e,  quando  è  possibile,  secondo  gli  artisti  ;  Oliviero  Ronchi,  //  lotto  a  Padova 
(fine).  Discorre  anche  di  varie  pubblicazioni  attinenti  al  lotto,  almanacchi, 
libri  di  cabala,  ecc.,  e  infine  di  due  opere  drammatiche.  La  Cabala,  commedia  in 
5  atti  di  G.  B.  Gonzatti  (1741),  e  L'astratto  per  il  lotto  (1775),  melodramma  in 
2  atti  musicato  da  Angelo  De  Angelis  (1775).  [P.  N.]. 

28.  Bollettino  stor.  bibliogr.  subalpino:  (XX,  1,  4),  Ferdinando  Gabotto, 
Saggio  di  un  dizionario  dei  medici  e  chirurghi  nati  e  vissuti  in  Piemonte  fino  al 
1850  ;  Mario  Borsi,  //  «  Libro  della  catena  »  del  Comune  di  Torino  :  descrizione 
accurata,  brevi  cenni  storici  e  bibliografici  del  codice  contenente  gli  Statuti 
originali  del  Comune  di  Torino  ;  Domenico  Arnoldi,  Se  Sant'Eusebio  sia 
stato  il  primo  vescovo  di  Vercelli.  L'A.,  dopo  un  lungo  esame  critico  dei  vari  do- 
cumenti finora  noti,  conclude  che  «  pare  impossibile  che  Vercelli  non  abbia 
avuto  vescovo  titolare  prima  di  S.  Eusebio».  [P.  N.]. 

29.  Bollettino  storico  piacentino:  {X\,  1)  Leopoldo  Cerri,  Luciano  Scarabelli: 
è  il  miglior  cenno  biografico  che  sia  apparso  finora  intorno  a  quel  versatile  e 
operosissimo  scrittore  di  storia,  d'arte,  di  statistica,  di  biblioteconomia,  degno 
di  fama  più  che  regionale.  Continua  e  finisce  nel  fase,  successivo.  —  (4)  Stefano 
Fermi,  Un  nuovo  documento  circa  la  soppressione  dell'Università  piacentina,  e  cioè 
una  lettera  inedita  (1849)  del  duca  Carlo  III,  che  la  volle  soppressa.  Delle  sue 
origini  (fu  istituita  da  Maria  Luigia  nel  1831)  e  delle  sue  prime  vicende  tratterà 
C.  Cogni  in  uno  studio,  in  preparazione,  che  avrà  per  titolo:  Le  Condizioni  della 
cultura  in  Piacenza  sotto  Maria  Luigia;  Francesco  Picco,  Ildebrando  Della  Giovan- 
na (cfr.  Notiziario,  n."  58);  Augusto  Balsamo,  Bibliografia  delle  opere  di  I.  Della 
Giovanna,  in  42  articoli,  con  piena  informazione  e  con  esattezza  minuta  dì  riferi- 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  85 

menti  ;  Francesco  Picco,  Ifini  e  i  confini  della  Biblioteca  storica  piacentina,  determi- 
nati nettamente  nell'ambito  della  illustrazione  «  di  tutto  ciò  che  in  qualche  modo 
possa  recar  luce  a  quel  complesso  di  memorie  che  forma  la  storia  vera  e  mul- 
tiforme della  regione  piacentina».  Cogliamo  il  destro  per  segnalare  i  cin- 
que volumi  già  editi  :  Augusto  Balsamo,  Catalogo  dei  manoscritti  della  Bi- 
blioteca Comunale  di  Piacenza  ;  Mario  Casella,  Le  origini  della  città  di  Pia- 
cenza e  una  dotta  polemica  intorno  ad  esse  (C.  Poggiali  e  D.  G.  Coppellotti); 
Margherita  Dardana,  Un  letterato  piacentino  del  sec.  XVIII  (Ubertino  Landi)  ; 
Stefano  Fermi,  Saggi  giordaniani;  Miscellanea  di  storia,  letteratura  ed  arte 
piacentina  pubblicata  in  occasione  del  X  anniversario  del  Boll.  stor.  piac; 
e  il  sesto  in  corso  di  stampa:  Francesco  Picco,  Luigi  Maria  Rezzi,  Maestro 
della  <  Scuola  Romana».  —  (5)  Umberto  Benassi,  Varietà  storiche  piacentine: 
qualche  buona  notizia  letteraria  trovasi  in  Per  la  biografia  del  Frugoni  e  in 
Cure  senili  di  un  poeta,  dove  si  tratta  di  altro  poeta,  amico  del  Frugoni,  del 
venerando  piacentino  marchese  Ubertino  Landi  ;  Luigi  Arata,  La  peste  del 
1630  a  Borgonovo  Val  Tidone,  decritta  su  memorie  storiche  coeve  ;  Luigi  Maria 
Rezzi,  Elogio  biografico  di  Alessandro  Farnese,  prima  parte  di  una  inedita  scrit- 
tura rezziana,  esumata  a  cura  di  Francesco  Picco  dai  manoscritti  di  questo 
letterato  cruscante,  conservati  alla  Corsiniana  di  Roma.  —  (6)  Umberto  Benassi, 
Varietà  storiche  piacentine  :  segnalabile,  per  la  storia  del  costume,  le  vesti,  le 
questioni  d'etichetta  alle  feste  ivi  ricordate  in  Per  la  venuta  in  Piacenza  della 
nuova  duchessa  Luisa  Elisabetta  (1749  e  seguenti),  e  per  le  notizie  raccolte  in 
Per  Storia  del  Teatro  e  delle  fiere  di  mercanzia.  [Fr.  P.]. 

30.  Brixia  sacra:  (VII,  4-5)  Paolo  M.  Sevesi,  I frati  minori  nell'isola  di  Garda 
{1221-1798),  continuazione  ;  Paolo  Guerrini,  Note  di  agiografia  bresciana.  2. 
Della  B.  Cristina  di  Spoleto  erroneamente  chiamata  B.  Cristina  Sememi  di  Cal- 
visano.  3.  L'opera  inedita  <^  Brescia  Beata»,  di  Bernardino  Faina  e  del  P.  Benia- 
mino Zacco.  [I.  D.  V.]. 

31 .  Bulletin  italien  :  (XVI,  1)  Charles  Dejob,  La  f elicile  celeste  dans  la  Divine  Co- 
mèdie,  continuaz.  e  fine  nel  n.°  2  (v.  Notiziario,  n."  44);  Henri  Hauvette,  Les 
poèsies  lyriques  de  Boccace,  à  propos  de  deux  éditions  récentes  (cfr.  Rassegna, 
XXIV,  p.  382),  continuaz.  e  fine  nel  n.»  2  ;  Gaston  Richard,  Le  Credo  religieux, 
politique  et  social  de  Joseph  Mazzini  dans  ses  rapports  avec  le  «  Risorgimento  » 
et  la  politique  contemporaine.  —  (2)  R.  Sturel,  Bandello  en  France  au  X Vie  siede, 

/   %^  articolo;   Giulio  Bertoni,  recensione:  Rimatori  siculo-toscani  del  Duecento, 
Serie  I,  Pistoiesi-Lucchesi-Pisani  a  cara  di  G.  Zaccagnini  e  A.  Parducci, 

32.  Bullettino  della  Società  dantesca  italiana:  (XXII,  1)  Recensioni:  Vittorio 
Rossi,  Michele  Barbi,  Studi  sul  «  Canzoniere»  di  Dante;  Flaminio  Pellegrini,  Luigi 
Pietrobono,  Il  poema  sacro.  Saggio  di  Uha  interpretazione  generale  della  Divina 
Commedia;  Francesco  Maggini,  Lorenzo  Filomusi  Guelfi,  Paralipomeni  Dan- 
teschi. Comunicazioni:  E.  G.  Parodi,  La  miscredenza  di  Guido  Cavalcanti 
e  una  fonte  del  Boccaccio  :  dimostra  cosa  probabile  che  la  miscredenza 
di  Guido  non  abbia  altra  fonte  che  la  novella  nona  della  sesta  giornata  del 
Decamerone;  Ezio  Levi,  Sulla  fortuna  del  *  De  Monarchia»  nel  Risorgimento; 
Remigio  Sabbadini,  Per  il  testo  della  lettera  di  Dante  a  Cino.  —  (2)  Recensioni  : 
Mario  Casella,  E.  H.  Wilkins,  The  derivation  of  the  «  canzone  »  ;  Vincenzo  de 
Bartholomaeis,  Osservazioni  sulle  poesie  provenzali  relative  a  Federico  II;  Fran- 


86  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

Cesco  Lo  Parco,  F.  D'Ovidio,  Benvenuto  da  Imola  e  la  leggenda  virgiliana;  E. 
G.  Parodi,  E.  Benvenuti,  Agostino  Coltellini  e  l'Accademia  degli  Apatisti  a  Fi- 
renze nel  sec.  XVII.  Comumcazionì:  Pio  Rajna,  L'epiteto  «divina»  dato  alla 
Commedia  di  Dante;  Aristide  Marigo,  Di  un  passo  corrotto  del  «Convivio»  (II, 
14.).  —  (3-4)  Recensioni:  E.  G.  Parodi,  Paget  Toynbee,  Intorno  al  testo  delle 
Epistole  di  Dante;  E.  Rostagno,  Antonio  Fiammazzo,  Il  Commento  dantesco  di 
Graziola  de'  Bambaglioli  dal  «  Colombino  »  di  Siviglia  con  altri  codici  confrontato  ; 
Flaminio  Pellegrini,  Rime  di  Giovanni  Boccacci,  testo  critico  per  cura  di  Aldo 
Francesco  Musserà.  Comunicazioni  :  Aldo  Francesco  Massera,  Dante  e  Riccobaldo 
da  Ferrara;  Domenico  Guerri,  Un  astrologo  condannato  da  Dante.  Guido  Bonatti; 
Pio  Rajna,  Giunte  alle  pp.  107-115:  riporta  dal  Cesano  di  Claudio  Tolomei  un 
secondo  passo  in  cui  comparisce  l'epiteto  «  divina  »  dato  alla  Commedia  del- 
l'Alighieri (v.  n.o  precedente),  e  conclude:  «La  Co/nerf/a  è  diventata  divina  sui 
frontespizi  per  ragione  del  Cesano*.  Aggiunge  quindi  prove  di  speciali  rapporti 
tra  il  Tolomei  e  il  Dolce.  [I.D.V.]. 

Ballettino  senese  di  storia- patria:  (XXIII,  1)  E.  Lazzareschi,  Una  mistica 
senese:  Passitea  Crogi  {1564-1615):  cont.  [P.N.l. 

34.  Bullettino  storico  pistoiese:  (XVIII,  4)  Luigi  Chiappelli,  Studi  storici  pi- 
stoiesi. 1. 1  pistoiesi  andati  come  rettori  in  altri  comuni  fino  al  secolo  XVI:  continuaz. 
(v.  Rassegna,  XXIV,  p.  400);  Giulio  Giani,  A  proposito  di  «Pratum  episcopi*  : 
per  la  storia  dello  Spedale  di  Prato  del  Vescovo,  presenta  lo  spoglio  di  alcune 
pergamene  tolte  dal  Diplomatico  di  varie  provenienze  nell'Archivio  di  Stato 
di  Firenze  ;  Emidio  Frati,  Fra  Giovanni  Pietro  da  Pistoia,  con  appendice  di  tre 
documenti  tolti  dall'Archivio  comunale  di  Pistoia;  Alfredo  Melani,  La  Fo/jto/ja 
di  Fivizzano  e  Alfonso  Maria  Bracciolini;  T.  Barbini,  Giovanni  Breschi.  [l.  D.  V.]. 

35.  Civiltà  cattolica,  la:  (quaderno  1597,  6  gennaio  1917)  Vincenzo  Pensato, 
I  fenomeni  cerebrali  e  la  dottrina  scolastica:  segue  nei  quaderni  1599  e  1600; 
Lorenzo  Steccfietti:  conclusione  e  fine,  dal  quaderno  1596.  Lorenzo  Stecchetti  fu 
quegli  che  sulla  tomba  di  Francesco  Crispi  ebbe  il  non  invidiabile  coraggio  di 
scagliare  questi  versi  atroci  : 

Lasciate  seppellir  tranquillamente 

il  cencio  imputridito, 
e  l'ala  dell'oblio  copra  clemente 

la  tomba  del  fallito  . . . 
Incoroni  d'allór  l'oscena  gogna 

chi  volentier  si  prostra, 
e  noi  dimentichiam  questa  vergogna 

che  fu  vergogna  nostra. 

Né  lui  (se  potesse  in  sé  rinnovare  il  miracolo  di  Lazzaro),  né  chi  gli  volle 
bene,  avrebbero  diritto  di  risentirsi  defila  rude  severità  con  la  quale  più  d'uno 
ha  giudicato  la  sua  opera  complessiva  di  scrittore  in  occasione  della  sua  re- 
cente morte.  Fra  i  più  severi  è  da  porre  senza  dubbio  l' incognito  scrittore 
della  C.  C,  nel  cui  giudizio  mi  par  tuttavia  che  si  debba  sostanzialmente  con- 
venire. Lorenzo  Stecchetti  fu  il  poeta  che  la  generazione  dominante  in  Italia 
fra  il  '70  e  il  '900  si  meritò  :  poeta  facile  e  spesso  felice,  nella  forma,  d'un 
mondo  positivista,  democratico,  massonico,  senza  fede  e  con  pochi  o  punti 
ideali  veri  :  e  quindi  di  contenuto  o  sensualmente  gretto  e  ristretto,  o  roman- 
ticamente ed  artificiosamente  esagerato,  per  mascherare  sotto  apparenze  vi- 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  87 

stose  l'intima  povertà  dell'ispirazione.  Il  Carducci  fu  ben  altra  cosa:  il  Car- 
ducci fu,  per  un  verso,  il  sopravvissuto  dell'epoca  che  vide  formarsi  l' Ita- 
lia, e  per  un  altro  il  precursore  e  il  profeta  della  nuova  epoca  che  ora 
la  vede  grandeggiare  ;  e  nei  suoi  tempi  ci  stette  male,  come  starebbe  un 
uomo  ne'  panni  d'un  pigmeo.  Per  tornare  alla  C.  C,  i  suoi  giudizi  sarebbero 
forse  riusciti  ancor  più  persuasivi,  se  fossero  stati  espressi  con  maggior  tem- 
peranza di -forma;  5.  Ignazio  al  presepe  di  Betlemme  e  di  S.  Maria  Maggiore: 
notizie  su  due  famosi  pallegrìnaggi  di  S.  Ignazio  di  Loyola  a  Betlemme  e  a 
Roma.  —  (Q.  1598,  20  gennaio)  C.  Bricarelli,  L'arte  del  Rinascimento  a  Venezia;  In- 
nocenzo III  nel  VII  centenario  della  morte.  —  (Q.  1599,  3  febbraio)  Storici  insigni 
morti  nel  1916.  Goffredo  Kurth  e  Paolo  Allora.  —  (Q.  1600,  17  febbraio) /n/or/jo 
alla  conversione  di  Giosuè  Borsi;  G.  B.  Manso,  marchese  di  Villa:  recensione 
espositiva  del  noto  studio  di  Angelo  Borzelli,  del  quale  fu  già  discorso  in  questa 
Rassegna  (XXIV,  pp.  457  e  seg.).  [A.  P.]. 

36.  Conferenze  e  prolusioni  :  (IX,  24),  Pietro  Romanelli,  Monumenti  dell'Asia 
minore;  Nicola  Zingarelli,  Francesco  Novali  e  le  origini  della  nostra  letteratura. 
Riproduzione  parziale  di  una  prolusione.  [I.  D.  V.]. 

37.  Coenobium:  (X,  5-8)  Ed.  Platzhoff-Lejeune,  À  propos  de  Nietzsche  et  de 
la  guerre;  L.  De  Wiskovatoff,  D.  Miguel  de  Unamuno  et  le  sentiment  tragique  de 
la  vie  ;  Giovanni  Sequi,  Due  «  Canti  dell'amore  »  :  ravvicina  il  Canto  dell'amore 
del  Carducci  al  Sant'Ambrogio,  di  Giuseppe  Giusti.  [I.  D.  V.]. 

38.  Correspondant,  le:  (10  gennaio  1917)  Alexandre  Masseron,  Un  poète 
italien  tue  à  l'ennemi:  Giosuè  Borsi:  scritto  devoto  ed  affettuoso,  nel  quale  è 
specialmente  esaltata  la  fede  del  compianto  B.  :  «  il  Giosuè  Borsi  pagano  degli 
Scruta  obsoleta  era  solo  uno  scrittore.  Il  Giosuè  Borsi  cristiano  dei  Colloqui 
e  delle  Lettere  dal  Campo  è  un  uomo»;  Lettres  de  Leopold  ler,  roi  des  Belges, 
a  Adolphe  Thiérs  (1836-1864),  publiées  avec  un  avertissement  et  des  notes  par 
M.  de  Lauzac  de  Laborie.  —  (25  gennaio)  Pierre  de  la  Gorce,  Deux  frères  : 
André  et  Pierre  de  Gailhard-Bancel.  [Ger.  L.]. 

39.  La  Critica  :  (XV,  1)  Benedetto  Croce,  Una  famiglia  di  patrioti:  i  Poerio. 
I.  La  giovinezza  rivoluzionaria  di  un  moderato  {Giuseppe  Poerio):  lo  studio  delle 
carte  della  famiglia  Poerio,  che  il  Croce  ha  compiuto  di  recente  per  preparare 
la  pubblicazione  di  quelle  di  esse  che  hanno  interesse  storico  [cfr.  B.  C,  Lettere 
e  documenti  tratti  dalle  carte  di  Giuseppe  Poerio,  in  Arch.  stor.  perle  Prov.  napolet. 
(voi.  XLl  e  segg.)],  lo  ha  invogliato  a  scrivere  alcuni  articoli  per  illustrare 
i  personaggi  principali  di  questa  famiglia  e  determinare  meglio  alcuni  punti 
della  storia  del  risorgimento  italiano;  B[enedetto]  C[roce],  Le  lezioni  di  lette- 
ratura di  Francesco  De  Sanctis  dal  1839  al  1848.  Le  lezioni  sulla  storia  della 
critica  (v.  Notiziario,  n.»  86);  Giovanni  Gentile,  La  cultura  toscana,  contin.: 
vi  si  parla  ancora  dell'opera  del  Centofanti  ;  G[iovanni]  G[entile]  e  B[enedetto] 
C[roce],  Rivista  bibliografica:  il  Gentile  vi  parla  di  una  cattiva  traduzione  di 
alcuni  scritti  di  Pietro  Pomponazzi,  procurata  da  Italo  Toscani  {Trattato  sul- 
l'immortalità dell'anima  -  Il  libro  degli  incantesimi,  prefazione  di  R.  Ardigò, 
introd.,  trad.,  e  note  di  1.  T.,  Roma,  Editoriale  G.  Galilei,  1914),  di  una 
traduzione  dell'Etica  dello  Spinoza,  dovuta  ad  Erminio  Troilo  (Milano,  Istituto 
Editoriale  Italiano,  s.  a.),  di  Giovanni  Vailati,  a  proposito  de  Gli  strumenti 
della  conoscenza  {con  prefazione  di  Mario  Calderoni,  Lanciano,  Carabba,  1916), 


88  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

e  di  Ettore  Regàlia,  a  proposito  di  alcuni  saggi  di  psicologia  testé  ristampati 
(Dolore  e  azione,  Lanciano,  Carabba,  1916)  ;  il  Croce  vi  parla  di  Giuseppe 
Ferrari,  a  proposito  della  prima  ristampa  a  cura  di  Od[oardo]  C[ampa] 
del  Genio  di  Vico  (Lanciano,  Carabba,  1916),  e  di  Giuseppe  Maggiore,  a 
proposito  della  sua  pubblicazione:  //  diritto  e  il  suo  processo  ideale  (Palermo, 
Fiorenza,  1915)  ;  B[enedetto]  C[roce],  Dalle  «  Memorie  di  un  critico  »  (contin.)  : 
vi  si  parla  di  Arturo  Graf,  e  se  ne  riproduce  un  biglietto;  di  Ada  Negri,  di 
Mario  Rapisardi,  di  Giovanni  Pascoli,  a  proposito  del  quale  è  riferita  anche 
una  lettera,  diretta  al  Croce,  da  un  traduttore  tedesco  del  poeta  ;  dello  Zanella, 
del  Gallina,  di  Giuseppe  Giacosa,  di  Giovanni  Bovio,  del  Bonghi,  a  proposito 
del  quale  è  pubblicata  una  lettera  (importante  per  alcuni  accenni  alla  pole- 
mica del  Bonghi  col  Carducci,  sul  fa  ira)  di  Ernesto  Masi,  diretta  al  Croce. 
[Ger.  L.]. 

40.  Crociere  barbare  :  (1, 1)  Lionello  Finmi,  Divagazioni gozzaniane:  buone  os- 
servazioni su  Guido  Gozzano,  il  quale  «  ci  ha  dato  un  senso  della  morte  ch'è 
tipico,  che  ci  fa  salutare  in  lui  quasi  una  pacata  metempsicosi,  secolo  XX,  di 
Giacomo  Leopardi  »  ;  Massimo  Gaglione,  Verhaeren.  [A.  P.]. 

41.  Cultura  filosofica,  la:  (X,  4-5)  G.  Capone-Braga,  La  psicologia  di  Cabanis  ; 
E.  P.  Lamanna,  Il  fondamento  morale  nella  politica  secondo  Kant:  continuaz.  e 
fine.  [I.  D.  V.]. 

42.  Cultura  moderna,  la:  (XXV,  24)  Valentino  Soldani,  L'altra  guerra.  Il 
1866  in  caricatura  ;  Luigi  Rava,  Ugo  Foscolo  giornalista  a  Bologna.  «  //  genio 
democratico*  (1798).  [I.  D.  V.]. 

43.  Didaskaleion:  (V,  1-2)  Sisto  Colombo,  Per  la  critica  del  testo  delV Apo- 
logetico tertullianeo  ;  Roberto  Valentini,  De  septem  sermonum  Ephraem  versione 
quadam  latina  ;  P[aolo]  U[baldi],  Note  critiche  sulla  <  Supplica  »  di  Atenagora. 
[I.  D.  V.J. 

44.  Fanfulla  della  domenica,  il:  (XXXIX,  1)  Flaminio  Pellegrini,  La  Verga 
d'Arminio:  inno  nazionale  dell'agosto  del  1847:  trovatolo,  casualmente,  ano- 
nimo lo  illustra  e  lo  pubblica;  Francesco  Lo  Parco,  L'amorosa  messaggera 
nella  poesia  patriottica  italiana,  e  cioè  la  «  rondinella  »  nelle  imagini  compara- 
tive fugaci  o  in  appositi  componimenti  dei  nostri  poeti  patriottici  (oltre  al 
Grossi,  e  indipendentemente  da  lui,  Tommaseo,  Cavallotti,  Berchet,  Parzanese, 
Prati);  Oreste  Conti,  Una  lettera  inedita  di  Napoleone  Bonaparte;  Francesco 
Carrozza,  Un  poeta  napoletano  nel  1600,  Giacomo  Antonio  Palmieri,  notare. 
[Fr.  P.].  / 

45.  Felix  Ravenna:  (23)  L.  F.  Tibertelli  De  Pisis,  Vasi  da  farmacia  della 
badia  di  Pomposa.  [P.  N.]. 

46.  Fortnightly  review,  the:  (N.  S.,  n.»  601)  W.  S.  Lilly,  A  halfhour  with 
Ovid.  [l.  D.  V.]. 

47.  Giornale  d'Italia,  il:  (1917,  7  gennaio)  Ezio  Levi,  L'edizione  nazionale  dei 
testi  italiani:  sì  riferisce  ai  «testi  di  lingua»,  che  il  L.  vorrebbe  pubblicati 
dall'Accademia  della  Crusca,  invece  che  dalla  «  Commissione  per  i  testi  di 
lingua  »  a  tal  uopo  esistente,  e  dei  quali  gli  piacerebbe  si  stampassero  «  molte 
e  molte  migliaia  di  copie»,  da  diffondere  «largamente  in  Italia  e  fuori  d'Italia, 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  89 

sia  in  dono,  sia  ad  un  prezzo  ragionevole,  che  sia  accessibile  a  tutti  >!  Ingenui 
desidèri:  le  Accademie  e  in  genere  gli  organi  dello  Stato  non  sono  atti,  per 
vari  ovvii  motivi,  a  farsi  editori  di  libri  da  divulgare  tra  il  gran  pubblico:  né 
sarebbe  utile  od  opportuno  diffondere  a  migliaia  di  copie,  buttando  i  denari 
dalla  finestra,  i  nostri  antichi  testi  di  lingua,  dei  quali  solo  la  minima  parte 
offrirebbe  lettura  non  indigesta,  non  vacua,  non  noiosa,  a  lettori  che  non  fos- 
sero eruditi  di  professione.  —  (10  gennaio)  Goffredo  Bellonci, //  <^ pensiero  domi- 
nante »  di  G.  D'Annunzio.  —  (21  gennaio)  Felice  Momigliano,  //  testamento  po- 
litico di  Mazzini:  è  l'articolo  Politica  internazionale,  pubblicato  dal  Mazzini  nei 
numeri  4,  5  e  6  della  Roma  del  popolo,  l'anno  1871.  —  (27  gennaio)  Goffredo 
Bellonci,  La  storia  critica  della  letteratura:  a  proposito  della  collezione  recen- 
temente iniziata  dal  Principato  di  Messina  (per  la  quale  è  da  vedere  la  Rassegna, 
XXIV,  pp.  461-3,  e  XXV,  pp.  56  e  seg.),  con  molti  giudizi  avventati.  —(8  febbraio) 
G.  B.  Guarini,  Emilio  Bertaux.  —  (16  febbraio)  Vittorio  Turri, //Poeto  d'//fl//a. 
Dopo  dieci  anni. .  .  Nel  decimo  anniversario  della  morte  di  G.  Carducci.  [A.P.]. 

48.  Giornale  storico  della  letteratura  italiana:  (LXVII,  1)  Egidio  Gorra,  Ripren- 
dendo il  cammino^  assumendo  la  direzione  del  periodico  dopo  la  morte  di  R. 
Renier  e  di  F.  Novati,  il  G.  espone  i  criteri  (fondamentalmente  immutati)  che 
si  propone  di  seguire;  Giovanni  Gentile,  //  concetto  dell'uomo  nel  Rinascimento  : 
monografia  ricca  di  riferimenti  testuali,  condotta  con  larghezza  di  dottrina 
e  padronanza  dell'attraentissimo  argomento  ;  Adolfo  Faggi,  Il  parere  di  Perpetua 
e  la  concezione  dei  Promessi  sposi:  si  tratta  del  parere  espresso  da  Perpetua 
a  don  Abbondio,  d'informare  il  cardinale  Federico  «  dell'impedimento  che  una 
infame  violenza  metteva  all'esercizio  dei  suo  ministero».  Varietà:  Ezio  Levi, 
La  signora  Luna:  tesse  la  storia  ed  offre  da  ultimo  la  bibliografia,  di  quello 
Sposalizio  della  signora  Luna  con  Baruccabà,  che  ebbe  tanta  fortuna  dal  Set- 
tecento in  poi;  Giovanni  Ferretti,  Aneddoti  leopardiani:  si  riferiscono  alla  di- 
mora del  Leopardi  in  Toscana,  ai  suoi  amori,  al  suo  soggiorno  napoletano,  al- 
l'edizione Lemonnier  delle  sue  Opere  curate  dal  Ranieri.  Rassegna  biblio- 
grafica: Rassegna  di  storia  scolastica  ed  universitaria  (Giuseppe  Manacorda); 
E.  F.  Cangley  The  poetry  of  Giacomo  da  Lentino  (Vittorio  Cian);  G.  Bologna, 
Nuovi  studi  sul  Petrarca  (Henri  Cochin).  Ballettino  bibliografico:  si  parla 
di:  M.  Barbi,  Studi  sul  Canzoniere  di  Dante;  N.  Busetto,  Vita  ed  op.  di  D.;  Fr. 
Barbari,  De  re  uxoria,  ed.  Gnesotto;  G.  Sforza,  Papa  Rezzonico;  C.  Steiner,  Vita 
e  opere  di  V.  Monti.  Comunicazioni:  A.  Boselli,  G.  B.  Bodoni poeta;  A.  Della 
Torre  (necrologia,  di  V.  Rossi). 

(LXVH,  2-3)  Antonio  Belloni,  Dante  e  Albertino  Mussato:  dimostra  che  D. 
e  il  Mussato,  anche  se  non  si  conobbero  di  persona,  «  ebbero  l'uno  sull'altro 
gli  occhi  dello  spirito,  e  si  guardarono  con  animo  non  disposto  a  simpatia, 
e  copertamente  si  punsero  senza  nominarsi  »;  Giuseppe  Zonta,  Francesco  Negri 
l'eretico  e  la  sua  tragedia  *  Il  libero  arbitrio*:  erudita  ed  ampia  monografia, 
in  continuaz.;  Federico  Barbieri,  La  critica  letteraria  di  Adolfo  Borgognoni: 
segue  la  critica  del  B.,  dai  primi  saggi  all'ultima  fase,  rilevandone  via  via 
i  caratteri,  i  pregi  e  le  deficienze.  La  definisce  «  personalissima  >  e  tale  che 
*  non  può  essere  oggettivamente  rappresentativa  e  rispecchiare  forme  este- 
riori di  vita  intellettuale».  Varietà:  Pio  Rajna,  Per  chi  studia  l'Equicola: 
Equicola  od  Equicolo?  Il  R.,  con  un'indagine  minuta,  dimostra  che  non 
c'è  ragione  di  chiamare  lo  scrittore  altrimenti  che  non  si  soglia,  cioè 
«l'Equicola»;  Vittorio  Cian,  Isabella  d'Este  alle  dispute  domenicane;  Francesco 


90  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

Nevati,  Spigolature  da  una  raccolta  d'autografi  (Beccaria,  Foscolo,  Manzoni).  Ras- 
segna bibliografica:  Rassegna  francescana  (Umberto  Cosmo);  W.  Krusman, 
Gli  albori  dell' umanesimo  inglese  (Vladimiro  Zabughin);  I  cinque  canti  di  L.  Ario- 
sto ed  altre  pubblicazioni  ariostesche  (Giuseppe  Patini);  Luigi  Zenoni,  Per  la 
storia  della  cultura  in  Venezia  dal  1500  al  1797 (V.  Rossi).  Bollettino  biblio- 
grafico: vi  si  parla  di:  E.  H.  Wilkins,  The  derivation  of  the  Canzone  e  The 
invention  of  the  Sonnet;  O.  J.  Tallyren  e  R.  Òller,  Studi  su  la  lirica  siciliana 
del  Duecento;  Sannazaro,  The  piscatory  eclogues,  ed.  Mustard;  A.  Marenduzzo, 
La  vita  e  le  opere  di  T.  Tasso;  B,  Croce,  1  teatri  di  Napoli.  Comunicazioni: 
Pierfrancesco  Giustolo  da  Spoleto  e  gli  «  errori  di  Omero  »  ;  B.  Zumbini  (necrolog. 
dì  E.  Gorra);  G.  Pitré  (necrolog.  di  V.  Cian). 

(LXVIII,  1-2)  Aristide  Marigo,  Cultura  letteraria  e  preumanistica  nelle  mag- 
giori enciclopedie  del  Dugento,  lo  «  Speculum  »  ed  il  «  Tresors  »  :  continuaz.  ;  Atti- 
lio Momigliano,  Il  significato  e  le  fonti  del  canto  XXV  dell'Inferno:  belle  e  svariate 
osservazioni  su  questo  canto,  nel  quale  la  poesia  del  mostruoso  «  è  espressa 
con  una  singolare  potenza  e  con  una  commozione  chiusa  ma  profonda  »  ;  Alfonso 
Bertoldi,  Del  sentimento  religioso  di  Giov.  Boccacio  e  dei  canti  di  lui  alla  Vergine: 
mostra  la  sincerità  e  vivacità  di  questo  sentimento,  e  discute  l'attribuzione  d'un 
ternario  del  Boccaccio  in  lode  della  Madonna;  Giuseppe  Zonta,  Francesco 
Negri  l'eretico,  ecc.:  continuaz.  e  fine;  Giulio  Bertoni,  Intorno  alla  vita  e  alle 
opere  di  Bono  da  Lucca:  a  questo  dugentista  (m.  1279)  appartengono  sicura- 
mente il  Cedrus  Libani,  il  Salutatorium  e  la  Mirra  correctionis:  fu  professore 
a  Bologna;  Aldo  Aruch,  Frammenti  del  «Novellino»:  sono  tre,  e  l'autore  li 
pubblica  criticamente;  Ludovico  Frati,  Per  due  antichi  volgarizzamenti:  si  tratta 
del  volgarizzamento,  attribuito  al  Cavalca,  dell'epistola  di  S,  Girolamo  ad 
Eustochio,  e  dell'Etica  d'Aristotile,  tradotta  da  Taddeo  d'Alderotto.  Rassegna 
bibliografica:  Rassegna  di  studi  pariniani  {Luigi  Valmaggi);  F.  D.  Falcucci, 
Vocabolario  dei  dialetti,  geografia  e  costumi  della  Corsica  (Giovanni  Campus). 
Bollettino  bibliografico:  vi  si  parla  di:  A.  Gramatica,  Bibliorum  sacrorum 
nova  editto;  E.  Pistelli,  Piccola  antologia  della  Bibbia  volgata;  G.  Ippoliti,  Dtì//e 
sequenze  alle  laudi;  A.  Boselli,  Bibliografia  della  Secchia  rapita;  A.  Ròndani, 
Scritti  manzoniani;  N,  Tommaseo,  Scintille  (traduz.  dal  serbo-croato).  Co- 
municazioni: C.  Pariset,  Autoritratti:  uno  è  di  Bartolomeo  Nappini  (1634- 
1718),  calabrese,  l'altro  del  parmigiano  Iacopo  Sanvitale  (1785-1867). 

(LXVIII,  2-3).  Aristide  Marigo,  Cultura  letteraria  e  preumanistica,  ecc.:  con- 
tinuaz.; Ugo  Scoti-Bertinelli,  L'unità  estetica  della  lirica  leopardiana:  conchiude: 
«  Dall'anima  del  Recanatese,  una  nell'immensità  della  sua  grandezza,  muovono 
i  vari,  sottili,  molteplici  tormenti  d'un  solo  grande  dolore;  nel  canto  di  lui 
quest'eroico  dolore  vibra  in  mille  suoni  che  hanno  gradazioni  infinite  di  fremiti, 
di  sospiri,  di  pianti,  di  alti  guai:  unità  perciò  nella  varietà,  un  solo  motivo 
fondamentale  in  svariatissime  risonanze  di  meravigliose  armonie».  Non  si 
può  dir  davvero,  che  questa  sia  una  peregrina  novità  !  Strada  facendo,  l'autore 
combatte  l'asserto:  «  il  Leopardi  è  classico  nella  forma,  romantico  nella  sostan- 
za», e  crede  necessario  perciò  ribadire  l'identificazione  di  forma  e  contenuto 
nell'opera  d'arte.  Ma  chi  non  sa  che  cosa  vuole  significare  codesta  formula, 
la  quale  ha,  del  resto,  quel  valore  che  possono  avere  le  formule,  anche  nel- 
l'estetica crociana,  bisognosa  di  tante  restrizioni,  concessioni  e  dilucidazioni? 
S'allude,  evidentemente,  allo  stato  d'animo,  che  nel  Leopardi  -  poeta  aveva  tanta 
affinità  con  quello  —  in  essi  sovente  artificiale  —  che  traducevano  nella  parola 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  91 

i  seguaci  delle  teoriche  del  Romanticismo,  e  all'espressione  nell'arte  {forma)  di 
codesto  stato  d'animo,  la  quale,  per  la  nitidezza  e  la  piena  determinatezza  della 
visione,  nonché  per  altre  qualità  peculiari,  era  del  meglio  inteso  e  più  felice- 
mente praticato  classicismo.  E  questo,  si,  è  «sfondare  una  porta  aperta»! 
Varietà:  Alberto  Corbellini,  Riflessioni  sopra  alcune  <t  chiose*  a  rime  volgari 
antiche:  riguardano  Gino  da  Pistoia  e  prendono  occasione  dalla  comunicazione 
del  Barbi  in  questa  Rassegna  (luglio-die.  1915);  F.  Lo  Parco,  Tideo  Acciarino 
Piceno,  promotore  del  risveglio  umanistico  calabrese  nel  secolo  XVI:  notizie  nuove 
ed  utili.  Rassegna  bibliografica:  R.  Calderini  de  Marchi, yacopo  Corbinelli, 
R.  Calderini  De  Marchi  e  A.  Calderini,  Autori  greci  nelle  epistole  di  I.  Corbi- 
nelli, A.  Calderini,  A  proposito  di  una  gita  di  I.  Corbinelli  a  Épernay  (V.  Crescini): 
recens.  quale  era  da  aspettarsi  da  uno  studioso  di  cose  corbinelliane  compe- 
tentissimo;  Luigi  Russo,  Pietro  Metastasio  (G.  Natali):  il  valore  non  comune 
di  questo  libro  non  è  qui  sufficientemente  rilevato  dal  recensente.  Bollet- 
tino bibliografico:  vi  si  parla  di:  A.  Di  Soragna,  Profezie  d'Isaia;  G.  Giani, 
Cepparello  da  Prato;  A.  Della  Guardia,  Tito  Vespasiano  Strozzi;  G.  Biadego, 
Bibliografia  aleardiana;  R.  Deputaz.  toscana  di  Storia  patria  :  L'Arch.  storico  ital. 
e  l'opera  cinquantenaria   della  R.  Deputaz. 

(LXIX,  1)  Guido  Zaccagnini,  Notizie  intorno  ai  rimatori  pisani  del  secolo  XIII: 
insperate,  rilevanti  notizie  biografiche,  desunte  da  documenti  dell'Archivio  di 
Stato  di  Pisa,  su  Gallo  pisano,  Leonardo  Del  Guallacco,  Ranuccio  Del  Bagno, 
Betto  Mettefuoco,  Ciolo  Della  Barba,  Pucciandone  Martelli,  Bacciarone  di 
messer  Baccone,  Geri  Giannini,  Natuccio  Cinquino,  Lotto  di  ser  Dato,  Nocco 
dì  Cenni  di  Frediano,  Terramagnino  ;  Vittorio  Rossi,  Sull'Ortis  del  Foscolo: 
belle  osservazioni  ed  analisi  ben  condotte:  la  genesi  e  la  composizione  del 
celebre  romanzo  son  qui  studiate  con  cura  e  con  sagacia.  Varietà:  Carlo 
Calcaterra,  //  Frugoni  contro  i  gesuiti  :  notevole  contributo  alla  conoscenza 
della  vita  e  dell'opera  del  Frugoni,  da  aggiungere  agli  altri  dello  stesso  autore 
già  noti  agli  studiosi  ;  Giovanni  Gambarin,  La  politica  del  Cesarotti  e  la 
Pronea:  avendo  potuto  esaminare  un  carteggio  cesarottiano  in  gran  parte 
inedito,  torna  sul  pensiero  politico  del  Cesarotti,  di  cui  Guido  Mazzoni 
ed  altri  già  ebbero  a  trattare,  soffermandosi  specialmente  sulla  genesi  e  sulla 
fortuna  della  Pronea.  Rassegna  bibliografica:  //  Bucolicum  Carmen  del 
Boccaccio,  ed.  Lidonnici  (Luigi  Galante)  :  il  ree.  propone  numerosissime  cor- 
rezioni al  testo,  e  chiude  con  alcune  «  noterelle  prosodico-metriche  »  sulle 
egloghe  boccaccesche  ;  R.  Sabbadini,  Le  scoperte  dei  codd.  latini  e  greci  nei 
secoli  XIV  e  XV  (Vladimiro  Zabughin)  ;  A.  Segarizzi,  Ant.  Baratella  e  i  suoi 
corrispondenti,  (Umberto  Cosmo);  G.  Natali,  Idee,  costumi,  uomini  del  Sette- 
cento (Antonio  Belloni).  Bollettino  bibliografico:  vi  si  parla  di  R. 
Sabbadini,  Andrea  Contrario;  A.  Borzelli,  G.  B.  Manso;  L.  Collison-Morley, 
Shakespeare  in  Italy;  A.  Bertarelli,  Inventario  della  raccolta  Bertarelli;  A. 
Galletti,  Saggi  e  studi.  Comunicazioni:  Angelo  Ottolini,  Bricciche  fosco- 
liane: V,  Il  Foscolo  chiede  la  cattedra  d'eloquenza  a  Padova;  20,  Brano  ine- 
dito della  lettera  del  F.  a  Lucilla  Magazzoli  ;  3<^,  Varianti  del  Rito  delle  Grazie 
secondo  i  mss.  dell'Archivio  di  Stato  di  Milano.  [F.  F.]. 

49.  Grande  Revue,  la:  (XXI,  1)  Charles  Saunier,  Le  livre  frangais  d'après 
guerre;  Ernest  Charles,  La  vie littéraire :  vi  si  parla  di  Th.  Harlor,  E.  de  Cler- 
raont-Tonnerre,  Rosita.  [Ger.   L.J. 


92  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

50.  Italia:  (V-VI,  6-1)  Giuseppe  Procacci,  //  poemetto  *  Ultima  linea»  di 
Giovanni  Pascoli;  Wincenzo  Darienzo,  *  La  Crociata  degli  Innocenti»  di  Gabriele 
D'Annunzio;  Luigi  Mussi,  //  duca  Alderano  Cibo-Malaspina.  [l.  D.  V.]. 

5\.Journaldes  savants:  (N.  S.,  XIV,  1)S.  De  Ricci,  Lajeunessede  Shakespeare: 
a  proposito  del  libro  di  Sidney  Lee,  A  life  of  William  Shakespeare,  new  edition 
rewritten  and  enlarged  (Londres  Smitk,  Elder  and  C,  1915),  cont.  e  fine  nel 
fase.  2;  M.  Croiset,  Les  papyrus  d'Oxyrynchus:  a  proposito  dell'undecimo  vo- 
lume degli  Oxyrynchus  Papiri  edifed  with  translations  and  notes  by  Bernard.  P. 
Grenfell  and  Arthur  S.  Hunt,  with  seven  plates  (London,  1915),  contenenti  anche 
testi  letterari  (Esiodo,  Bacchilide,  Sofocle,  Euripide,  Erodoto,  Tucidide,  De- 
mostene, Tito  Livio).  —  (3)  A.  Jeanroy,  Le  Trobadours  en  Italie  au  Xlle  et 
XlIIe  siècles:  a  proposito  del  libro  di  G.  Bertoni,  /  trovatori  d'Italia.  Biogra- 
fie, testi,  traduzione,  note  (Modena,  Orlandini,  1915):  interessante  recensione, 
da  tener  presente  sia  per  alcune  osservazioni  di  carattere  generale,  sia  per 
alcune  emendazioni  ai  testi  e  alla  traduzione  :  cfr.  altra  recensione  dello  stesso 
Jeanroy  in  Annales  du  Midi,  n^.  2  (1915-16).  —  (5)  P.  Lejay,  Les  Élégies  romaines 
de  Properce:  a  proposito  di  H.  T.  Karsten,  Propertii  elegia  IV,  4  (in  Mnemosyne, 
1915,  t.  XLIIl,  n.  3);  P.  J.  Enk,  Ad  Propertij  carmina  commentarius  criticus 
(thèse  de  Leyde);  K.  P.  Harrington,  The  roman  elegiac  poets  (New-York,  ecc., 
American  book  Company,  1914),  cont.  e  fine  nei  n.i  6-7.  —  (7)  Ch.  V.  Langlois, 
Les  Manuscrits  du  «  Verbum  abbreviatum  »  de  Pierre  le  Chantre  :  interessante  per  i 
cultori  di  letteratura  latina  medievale.  —  (8)  G.  Doutrepont,  Les  Études  romanes 
en  Belgique  (1900-1914),  cont.  e  fine  nel  n.o  9:  interessante  e  utile  rassegna  anche 
sotto  il  rispetto  bibliografico  ;  L.  Bréhier,  U Hagiographie  byzantine  des  Vili  et 
IX  siècles  à  Constantinople  et  dans  les  provinces  :  a  proposito  del  libro  di  Loparev 
Vies  byzantines  des  Saintes  des  Vili  «  et  le  siede,  Petrograd,  1913-15),  cont.  e 
fine  nel  n."  10.  —  (11)  R.  Pichon,  Les  sources  du  De  Repubblica:  a  proposito  del 
libro  di  Johannes  Galbiatius,  De  fontibus  M.  Tullii  Ciceronis  librorum  qui  man- 
serunt  de  republica  et  de  legibus  (Milano,  Hoepli,  1916);  A.  Thomas,  Une  ten- 
tative.de  réforme  de  l'ortographe  frangaise  sous  Philippe  le  Bel.  [M.  P.]. 

52. journal  ofenglish  andgermanic philology,  the:  (XV,  3)Julius Goebel,  Goethe' s 
«  Geheimnisse  »  ;  H.  W.  Nordmeyer,  Deutscher  Buchhandel  und  Leipziger  Zensur 
1831-1848,  continuaz.;  P.  S.  Barto,  Der  Sitz  von  Kónig  Artus  'Hof  im  ^Wart- 
burgkrieg  >  und  im  «  Lohengrin  »  ;  Rolf .  Weber,  Das  religióse  Problem  bei  Ger- 
hart  Hauptmann;  Frank.  A.  Patterson,  A  sermon  on  the  Lord's  Prayer:  di  il 
testo  di  una  poesia  inedita,  in  inglese  antico,  tolta  da  un  ms.  della  Biblioteca 
dell'Università  di  Cambridge;  Robert  Bolwell,  Notes  on  alliteration  in  Spenser; 
Robert  Withington,  After  the  Manner  of  Italy  :  Sopra  un  passo  di  Hall,  inter- 
pretato da  alcuni  nel  senso  che  dall'Italia  fosse  venuto  alla  Corte  d'Inghilterra 
l'uso  di  mascherarsi.  [I.  D.  V.]. 

53.  Lectura,  la:  (1916,  marzo)  Julian  Juderias,  Los  origenes  del  «  Gii  Blas  de 
Santillana»:  segue  nei  fascicoli  di  aprile  e  maggio.  Tesse  la  storia  delle  secolari 
discussioni  svoltesi  attorno  i  fonti  dai  quali  A.  R.  Le  Sage  avrebbe  o  addirittura 
tradotto  o  comunque  dedotto  il  suo  famoso  romanzo;  J.  Deleito  y  Pifiuela,  Colon 
espanol.  Su  origen  y  patria  :  recensione  del  libro,  cosi  intitolato,  di  Celso  Garcia 
de  la  Piega  (Madrid,  1914),  nel  quale  fu  sostenuta  la  balorda  tesi  che  Cristoforo 
Colombo  non  fosse  italiano.  Il  recensore  conclude,  pur  con  alcune  riserve  sul 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  93 

metodo  della  dimostrazione,  coU'affermare  provato  «  lo  originai,  sugestivo  y 
meritorio  del  trabajo  —  a  la  vez  cientifico  y  patriótico  —  realizado  por  el 
seflor  Garcia  de  la  Riega».  Vedi  mo'  dove  va  a  cacciarsi  il  patriottismo  !  — 
(Aprile)  Ruben  Dario:  son  riferiti  dalla  rivista  argentina  Nosotros  tre  interes- 
santi scritti  di  Enrique  Rodò,  Paul  Groussac,  E.  Rodriguez  Mendoza,  sul  poeta 
che,  nato  nelle  antiche  colonie  iberiche  del  Sudamerica,  esercitò  notevole  effica- 
cia e  consegui  fama  imperitura  in  tutte  le  terre  di  lingua  castigliana.  —  (Giu- 
gno) Juliàn  Juderias,  La  idea  del  «  Quijote  »  en  Espana  y  su  evolución:  segue  nel 
fascicolo  del  luglio,  con  notizie  ed  osservazioni  attorno  la  fortuna  dell'im- 
mortale romanzo  in  Ispagna,  —  (Settembre)  Juliàn  Juderias,  Siluetas  polìticas 
de  ontano:  un  monarca  del  siglo  XVII  y  sus  privados:  è  l'introduzione  d'un 
libro  di  prossima  pubblicazione,  Los  privados  de  Felipe  III:  «  En  Espafia  cua- 
tro  personajes  verdaderamente  representativos  adquieren  importancia  extraor- 
dinaria a  los  pocos  anos  de  haber  muerto  Felipe  li.  Estos  personajes  son:  el 
Duque  de  Lerma,  el  Duque  de  Uceda,  don  Pietro  Franqueza  y  don  Rodrigo 
Calderón,  Cada  uno  de  ellos  puede  decirse  que  representa  una  clase  social: 
los  duques,  la  aristocracia;  don  Rodrigo,  la  clase  hidalga;  don  Pedro,  la 
curia».  —  (Ottobre)  Alvaro  Alcalà  Galiano,  Shakespeare.  El  hombre  y  el  artista. 
Scritto  riassuntivo  di  divulgazione.  [A.  P.]. 

54.  Lettura,  la:  (XVI,  1)  P.  Bellezza,  Napoleone  studente  d' inglese  (gennaio 
1816);  Ettore  Romagnoli,  Me/za/zcfro :  riassume  i  caratteri  della  commedia  me- 
nandrea,  e  studia  in  particolare  i  frammenti  di  Menandro,  ultimamente  ritro- 
vati, dei  quali  riferisce  alcuni  brani  tradotti.  —  (3)  Antonio  Fradeletto,  La 
storia  di  Venezia  e  l'ora  presente;  G.  L.  Passerini,  Dante  nel  Trentino  e  nella  Ve- 
nezia Giulia.  —  (4)  V.  Bozzola,  La  genesi  di  due  commedie  celebri:  nel  cente- 
nario di  Paolo  Giacometti  :  le  «  commedie  celebri  »  sono.  La  colpa  vendica 
la  colpa  e  La  morte  civile.  —  (5)  Luigi  Rava,  Nozze  e  politica  (Manzoni-D'Aze- 
glio-Farini).  —  (6)  G.  Pantanelli,  //  soggiorno  di  Alberto  Mario  a  Bologna  nel 
1849.  —  (7)  Antonio  Fradeletto,  L'anima  di  Dante;  Oreste  Fasolo,  La  prima 
guerra  all' Austria  e  gli  oscuri  giorni  della  sua  vigilia  nel  romanzo  d'un  anonimo: 
il  romanzo  è  intitolato  /  misteri  di  Torino  (Claudio  Perrin  ed.,  Torino,  1849). 
—  (8)  Luigi  Chibbaro,  Un  mondo  sommerso  ricostruito:  il  Museo  etnografico 
siciliano  (v.  Rassegna.,  XXIV,  p.  394).  —  (10)  Amalia  Guglielminetti,  Un  pes- 
simista senza  tristezza:  il  poeta  Guido  Gozzano  (v.  Rassegna,  XXIV,  p.  471). 
[I.  D.  V.]. 

55.  Madonna  Verona:  (X-37)  Antonio  Spagnolo,  Don  Nicola  Mazza  animo 
d'artista:  cenni  sulla  vita  del  Mazza,  accompagnati  da  tavole  che  riprodu- 
cono alcuni  dei  mirabili  paramenti  sacri  eseguiti  sotto  la  direzione  del  Mazza 
dalle  orfanelle  che  egli  educava.  [P.  N.]. 

56.  Marzocco,  il:  (XXII,  1)  Diego  Angeli,  //  segno  e  la  guerra:  rassegna 
dei  pittori  e  disegnatori  di  guerra  italiani  e  stranieri;  A[ldo]  S[orani],  Rico- 
struire: si  segnalano  segni  di  rinnovamento  delle  riviste  letterarie  inglesi,  e 
specie  dell' Athenaeum ;  D[iego]  Afngeli],  Bibliografia:  osservazioni  assennate 
sulle  nuove  collezioni  di  scrittori  inglesi,  iniziate  dal  Couard  e  dal  Nelson  in 
Francia  e  dal  Treves  in  Italia,  per  sostituire  quella  Tauchnitz  di  Lipsia.  — 
(2)  Giuseppe  De  Lorenzo,  Schopenhauer  e  l'Italia  :  si  parla  della  fortuna  in  Italia 
del  filosofo  di  Danzica;  Giulio  Caprin,  L'idealismo  pratico  di  Giuseppe  Mazzini: 


94  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

recensione  dell'ottimo  volume  di  Alessandro  Levi,  La  filosofia  politica  di  Giuseppe 
Afazzm/ (Bologna,  Zanichelli,  1917);  Giovanni  Rabizzani,  Un  '  Pamphlétaire  '  ita- 
liano: il  fu  avvocato  Guido  Nobili,  del  quale  il  R.  recensisce  gli  scritti  raccolti 
dalla  famiglia  con  prefaz.  di  Guido  Falorsi  (Firenze,  Tip.  Domenicana,  1916); 
Diego  Angeli,  L'ultimo  romanzo  di  William  Locke;  Bibliografia:  G.  Della  Santa, 
Uomini  e  fatti  dell'ultimo  Trecento  e  del  primo  Quattrocento  (Venezia,  1916),  Albino 
Zenatti,  Intorno  a  Dante.  —  (3)  Diego  Angeli,  Emilio  Berteaux:  art.  commemora- 
tivo sul  critico  d'arte  francese  (è  curioso  che  il  biografo  stroppi  costantemente 
il  nome  del  povero  morto,  il  quale  si  chiamava  non  Berteaux,  bensi,  come 
ognun  sa,  Bertaux!);  Giovanni  Rabizzani,  Una  riesumazione  di  Terenzio:  a 
proposito  ùeìVEunuco,  tradotto  da  Umberto  Limentani  e  rappresentato  al 
teatro  Argentina  in  Roma,  dalla  Compagnia  drammatica  di  Ernesto  Ferrerò; 
Giacomo  Barzellotti,  Schopenhauer  e  l'Italia:  il  B.,  lagnandosi  di  non  esser  stato 
ricordato  dal  De  Lorenzo  nell'art,  più  sopra  menzionato,  espone  i  suoi  studi, 
sullo  Schopenhauer.  —  (4)  Aldo  Sorani,  Intese  intellettuali',  G.  S.  Gargano, 
Per  un  glorioso  maestro  :  Pasquale  Villari  ;  Antonio  Munoz,  //  Palazzo  e  la  Bi- 
blioteca Chigi  acquistati  dallo  Stato  ;  Matteo  Cerini,  Gli  Spagnoli  in  Italia  :  re- 
censione del  recente  volume  di  B.  Croce,  La  Spagna  nella  vita  italiana  durante 
la  Rinascenza;  Em[iìio]  C[ecchi],  La  *  secessione  »  romana.  [Ger.  L.]. 

57.  Memorie  della  R.  Accad.  delle  scienze  di  Torino:  (LXV,  1)  Giovanni 
Sforza,  Un  poeta  estemporaneo  del  secolo  XVIII.  Giovacchino  Salvioni:  con  la 
bibliografia  degli  scritti  editi  e  inediti  di  codesto  «  improvvisatore  in  lingua  ita- 
liana, latina,  greca  ed  ebraica»,  e  con  un'appendice  di  poesie  latine  inedite. 
—  (4)  Giovanni  Sforza,  Commemorazione  di  Alessandro  D'Ancona:  con  tre  ap- 
pendici: I.  Poesie  giovanili  di  A.  D' A.;  II.  Saggi  giovanili  di  critica  teatrale  di 
A.  D'A.;  III.  A.  D'A.  e  la  baruffa  dei  giornalisti  fiorentini  con  gli  «  Amici  pedanti  » . 
[I.  D.  V.]. 

58.  Memorie  delR.  Istituto  lombardo,  Classe  di  Lettere:  (XXIII)  Giovanni  Pesen- 
di.  Diario  odeporico  bibliografico  inedito  del  Poliziano:  si  tratta  di  un  diario,  con- 
servato in  un  codice  monacense,  riguardante  il  viaggio  fatto  dal  Poliziano,  in 
compagnia  di  Pico  della  Mirandola,  nell'estate  del  1491,  nell'alta  Italia,  avendo 
per  mèta  principale  Venezia,  allo  scopo  di  esaminare  ed  eventualmente  acqui- 
stare codici  per  la  libreria  medicea.  —  (8)  Luigi  Fossati,  Una  pagina  di  psico- 
logia tomistica.  [P.  N.]. 

59.  Mercure  de  France:  (1  gennaio  1917)  Maurice  Maeterlinck,  Adieu  à  l'Ami: 
è  il  discorso  che  il  M.  avrebbe  dovuto  pronunziare  al  funerale  d'Émile  Ve- 
rhaeren;  Henri  de  Régnier,  Émile  Verhaeren;  André  Fontainas,  Sur  la  vie 
et  l'ceuvre  de  Verhaeren;  E.  Callamand,  La  question  du  latin:  si  mostra  con- 
trario, con  supèrficialissime  considerazioni,  all'insegnamento  del  latino  —  (15 
gennaio)  Colonna  de  Cesari  Rocca,  Don  Juan,  sa  famille,  sa  legende  et  sa  vie, 
d'après  des  témoignages  contemporains;  Louis  Piérard,  Sur  la  mori  d'Émile 
Verhaeren.  [Ger.  L.]. 

60.  Miscellanea  francescana:  (XVII,  4)  Gennaro  Maria  Monti,  Due  codici 
jacoponici:  sono  il  cod.  vat.  lat.  9976,  laudario  iacoponico,  di  cui  il  M.  dà  come 
saggio  la  laude  Amor  dolce  senza  pare,  riferendone  le  varianti  dell'ed.  del  1490; 
e  il  cod.  G.  58  dell'Archivio  Capitolare  di  S.  Pietro.  In  appendice  l'A.  reca  la 
laude  Or  se  comenza  lu  dolce  pianto,  che  non  si  può  per  altro  attribuire  con  cer- 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  95 

tezza  a  lacopone,  traendola  dal  ms.  vaticano,  con  le  varianti  date  dal  ms.  di 
S.  Pietro  e  dal  Tudertino  194  ;  Bonaventura  Marinangeli,  La  canonizzazione  di 
S.  Bonaventura  e  il  processo  di  Lione,  continuaz.  ;  Ciro  da  Pesaro,  Beato  Angelo 
Clareno  dei  Minori,  appunti  storico-critici:  continuaz.  [I.  D.  V,]. 

61.  Nuova  Antologia:  (LI,  1055)  Maggiorino  Ferraris,  I primi  cinquant'anni 
della  '^ Nuova  Antologia y>  ;  M.  Mazziotti,  L'esilio  di  Pietro  Colletta  in  Austria; 
G.  A.  Cesareo,  La  vecchiezza  di  Giovanni  Meli;  Ugo  Fleres,  Per  Luigi  Capuana.  — 
(1056)  Paolo  Savj  Lopez,  Neolatini  e  Germani.  —  (1057)  Vittorio  Cian,  Francesco 
Novali  (v.  Rassegna,  XXIV,  p.  142);  Valeria  Benetti  Brunelli, //^ero  ovversar/o 
della  cultura  tedesca  nel  sec.  XIX.  Leone  Tolstoi;  Rosso  di  San  Secondo,  Luigi 
Pirandello.  —  (1058)  Isidoro  Del  Lungo,  Cinquant'anni  fa.  Dalla  vecchia  alla 
*  Nuova  Antologia».  —  (1059)  Luigi  Luzzatti,  Religione  e  fUosofla  dell'India  in 
Rabindranath  Tagore.  Una  corrispondenza  epistolare;  Arturo  Farinelli,  Calderon. 

—  (1061)  Alfredo  Pànzini,  Per  il  nobile  poeta  e  signore  Matteo  Maria  Boiardo 
(v.  Rassegna,  XXIV,  pp.  218  e  seg.).  —  (1062)  Per  il  centenario  di  Guglielmo 
Shakespeare  :  Sidney  Lee,  Shakespeare  e  il  Rinascimento  italiano  ;  Alfredo  Gal- 
letti, Guglielmo  Shakespeare  e  il  mito  shakespeariano  ;  Federico  Olivero,  Sul- 
r*  Amleto»  di  Guglielmo  Shakespeare;  N.  R.  D'Alfonso,  Guglielmo  Shakespeare 
attore  ed  autore;  Margherita  Berlo,  Shakespeare  e  la  musica.  —  (1063)  Michele 
Scherillo,  Gli  ultimi  anni  di  Niccolò  Machiavelli;  Luigi  Rava,  Guglielmo  Gladstone 
e  L.  C.  Farini:  con  lettere  inedite  di  G.  Gladstone;  Achille  Vitti,  Le  maschere 
nel  teatro  italiano.  —  (1064)  Guido  Manacorda,  Meccanesimo,  intellettualismo  e 
misticismo;  Mario  degli  Alberti,  /  diritti  e  i  doveri  della  critica  storica  nell'ora 
presente.  —  (1065)  Matteo  Mazziotti,  Le  relazioni  tra  Giacomo  Leopardi  e  Pietro 
Colletta  (v.  Rassegna,  XXIV,  pp.  309  e  seg.);  Francesco  Lo  Parco,  L'opera  cri- 
tica di  B.  Zumbiniiy.  Rassegna,  XXIV,  p.  315);  Primo  Levi,  Jules  Michelet,  la  sua 
vedova  e  i  loro  amici  italiani:  gli  amici  italiani  del  Michelet  furono  Luigi  Orlando 
e  la  sua  famiglia;  Gustavo  Frizzoni,  L'elogio  del  Quattrocento:  a  proposito  della 
Storia  dell'arte  italiana  di  A.  Venturi.  — -  (1066)  Graziano  Paolo  Clerici,  Una 
bella  raccolta  inedita  di  lettere  giordaniane  :  sono  lettere  indirizzate  a  Cesare  Ga- 
bella nel  periodo  di  tempo  che  va  dal  1831  all'ottobre  1839,  in  buona  parte 
inedite,  tutte  insieme,  in  numero  di  142,  delle  quali  soltanto  18  furon  pubblicate 
dal  Gussalli  nel  vi  volume  dell'epistolario  giordaniano  ;  Vittorio  Cian,  Stendhal 
e  l'anima  italiana  di  un  secolo  fa  :  a  proposito  dell'ultimo  libro  di  Francesco 
Novati;  Giuseppe  Deabate,  Paolo  Giacomelli  e  la  compagnia  reale.  —  (1067) 
Mario  Foresi,  Lamartine  e  l'Italia  in  alcune  sue  lettere  inedite  (v.  Notiziario,  n."  62). 

—  (1068)  Alfredo  Galletti,  //  romanticismo  germanico  e  la  storiografia  letteraria 
in  Italia  (v.  Notiziario,  n.«  75);  M.  Gatti,  Le  lettere  militari  di  Gregorio  Magno. 

—  (1069)  Diego  Valeri,  Poeti  francesi  contemporanei  :  Charles  Guérin(v.  Notiziario, 
n.°  64).  —  (1070)  Luigi  Falchi,  Il  sentimento  nazionale  nelle  origini  del  purismo  (v. 
Notiziario,  n.o  30).  —  (1071)  Matteo  Mazziotti,  I  primi  anni  d'esilio  di  Pietro  Colletta 
a  Firenze  (v.  Notiziario,  n.°  40);  Cesare  Olmo,  Lettere  del  poeta  trentino  Andrea  Maf- 
fei.  I  successi  letterari  (v.  Notiziario,  n."  43)  ;  Felice  Momigliano,  Amedeo  Fichte  e 
le  caratteristiche  del  nazionalismo  tedesco  (v.  Notiziario,  n.»  69).  —  (1072)  Giulio 
Salvadori,  L'idea  slava  nella  mente  di  Niccolò  Tommaseo  (v.  Notiziario,  n.**  44);  E. 
Buonaiuti,  Dalla  visione  mistica  di  Lutero  alla  religione  del  pangermanismo.  —  (1074) 
Vittorio  Cian,  //  < Giornale  storico  della  letteratura  italiana»  (v.  La  Rassegna, 
XXIV,  p.  470).  —  (1075)  Luigi  Messedaglia,  //  Protocollo  della  «  Giovine  Italia»  : 
dei  tre  volumi  di  questo  Protocollo,  preparato  da  Giuseppe  Lamberti,  segretario 


96  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

della  sezione  più  importante  della  Giovine  Italia,  la  Congrega  di  Francia,  esce 
ora  alla  luce  il  primo,  come  appendice  all'Edizione  Nazionale  degli  scritti 
mazziniani.  —  (1076)  Luigi  Luzzati,  Di  Giorgio  Politeo  e  dei  suoi  lavori  scientifici 
(v.  Notiziario,  n.»  52);  Carlo  Segrè,  Riflessi  di  vita  italiana  del  Cinquecento  nei 
drammi  dello  Shakespeare  (v.  Notiziario,  n.^  68)  ;  Albano  Sorbelli,  Olindo  Guer- 
rini.  Il  critico  e  l'erudito  (v.  Notiziario,  n.°  57).  —  (1077)  Raffaello  Barbiera, 
Tommaso  Grossi  notaio  (v.  Notiziario,  n,<'41);  Primo  Levi,  Sigfrido,  Wagner,  e 
la  nuova  Germania.  —  (1078)  Michele  Scherillo,  //  «  Vate  nostro».  Alfieri  e  Rous- 
seau; Nicola  Scarano,  La  Gertrude  dèi  Manzoni  (v.  Notiziario,  n.»  36);  Mario 
Menotti,  Vannozza  Cattanei  e  i  Borgia.  —  (LII,  1079)  Vittorio  Rossi,  Nazione  e 
letteratura  in  Italia;  G.  Frizzoni,  Impressioni  romane  di  Diego  Velasquez.  [ì.  D.  V.]. 

62.  Nuova  Musica,  la:  (XXI,  305)  Paolo  Bertini,  La  vita  militare  nelle  opere 
teatrali  francesi.  [I.  D.  V.]. 

63.  Nuovo  Archivio  veneto:  (XXXII,  2)  Angelo  Ottolini,  Irredentismo  veneto 
e  proclami  nazionali,  1860-1866:  in  appendice  sono  pubblicati  vari  proclami  e 
alcune  poesie  patriottiche  in  italiano  e  in  veneziano;  Antonio  Pilot,  Venezia 
dal  1851  al  1866  nei  diari  inediti  del  Cicogna  :  i  brani  del  diario  vanno  dal  set- 
tembre 1853  al  luglio  1866;  Giuseppe  Biadego,  Aleardo  Aleardi  nel  quadriennio 
1850-1853:  lettere  inedite,  inviate  a:  Luigia  Balzan,  Giulio  Carcano,  Tommaso 
Gar,  Gino  Capponi,  G.  P.  Viesseux,  Pasquale  Antonibon,  E.  S.  Righi.  [P.  N.]. 

64.  Rassegna  critica  della  Letteratura  italiana  :  (XXI,  1-6)  Francesco  Torraca, 
Giovanni  Boccaccio  a  Napoli:  coniinuaz.  e  fine.  Recensioni:  Vincenzo  Cicchi- 
telli  :  Giuseppe  Pecchia,  Vita  di  U.  Foscolo,  con  introduzione  e  note  di  P.  Tommasini 
Matteucci;  Enrico  Proto:  G.  Boccacci,  Rime,  edite  da  F.  A.  Musserà;  France- 
sco Biondolillo:  Andrea  Gustarelli,  Storia  della  letteratura  italiana:  severa  ras- 
segna, nella  quale  si  accusa  il  Gustarelli  di  plagio.  [1.  D.  V.]. 

65.  Rassegna  d'arte:  (XVI,  10)  G.  Bernardini,  Ancora  di  alcuni  quadri  nel  Ma- 
gazzeno della  Galleria  Vaticana;  F.  Mason  Perkins,  Una  tavola  di  Barnaba  da 
Modena;  F.  Malaguzzi  Valeri,  La  <  Carità  Romana*  del  Luini;  La  Direzione, 
Una  Annunciazione  di  Masolino  da  Panicale;  A.  Mufioz,  La  scultura  barocca  a 
Roma.  Iconografia.  Rapporti  col  teatro  :  bello  studio,  pieno  di  vita  e  interessante 
per  i  suoi  risultati.  Ecco  dunque,  anche  per  il  Seicento,  avvertiti  i  rapporti 
tra  le  arti  figurative  e  il  teatro.  [I.  D.  V.]. 

66.  Rassegna  Nazionale:  (XXXVIII,  21)  Carolina  Acerboni,  L'infanzia  dei  prin- 
cipi di  Casa  Medici:  saggio  storico  sulla  vita  privata  fiorentina  del  Cinquecento 
(continua  nei  fase.  23,  e  XXXIX,  2);  E.  Tibertelli  de  Pisis,  Terzo  de'  Terzi 
architetto  ducale,  «inzegnero»  e  idraulico  ferrarese.  —  (22)  Augusto  Serena, 
A  proposito  di  un'opera  bibliografica  di  Sebastiano  Rumor:  per  la  Bibliografia 
storica  della  città  e  provincia  di  Vicenza  del  R.  —  (23)  Raffa  Garzia,  Attorno  al 
Metastasio  (continua  nel  fase.  XXXIX,  2);  Francesco  Pagliara,  *Cimbelino* 
dello  Shakespeare:  vanamente  vi  si  cerca  un  giudizio  originale.  —  (XXXIX,  1) 
Giovanni  Ferretti,  Pietro  Giordani  epigrafista,  nuovi  appunti:  curiosi  aneddoti 
sulle  sventure  epigrafistiche  del  Giordani,  ed  una  lettera  inedita  del  Giordani 
a  Gian  Pietro  Vieusseux  (2  dicembre  1841),  tratta  dal  carteggio  conservato  nella 
Nazionale  di  Firenze.  Il  F.  dà  anche  squarci  di  due  lett.  inedite  del  Giordani 
al  Brighenti,  l'una  del  26  settembre  1826  e  l'altra  del  7  novembre  1826,  tratti 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  97 

dalle  Carte  Giordani  della  Laurenziana,  e  infine  rifa  la  storia  dì  un'epigrafe  del 
Giordani,  che  doveva  perpetuare  a  Genova  «  il  ricordo  della  costruzione  di  un 
porticato  nella  piazza  della  Dogana  sul  porto  della  città  »  ;  Angelo  Ragghianti, 
Alberto  de  Muti  in  un  profilo  di  Filippo  Meda-,  Enrico  Filippini,  Dopo  cinque 
secoli  dalla  morte  di  Federico  Frezzi:  ricorda  il  vescovo-poeta  folignate  e  il  suo 
Quadriregio,  discute  alcuni  punti  oscuri  della  sua  biografia;  Gabriele  Nahapetian, 
Di  un  ritratto  di  Dante  affrescato  nella  Cniesa  di  S.  Croce  in  Gerusalemme.  —  (2) 
Mario  Manfroni,  Le  colonie  tedesche  medievali  nelle  Prealpi  e  i  Sette  comuni 
vicentini.  [Ger.  L.]. 

67.  Rendiconti  della  R.  Accademia  dei  Lincei:  (XXV,  3-4)  Pompeo  Molmenti, 
Venezia  alla  metà  del  secolo  XVII:  relazione  inedita  di  monsignor  Francesco 
Pannocchieschi.  —  (5-6)  G.  Castaldi,  Un  letterato  del  Quattrocento.  Antonio 
Costanzo  da  Fano.  [I.  D.  V.]. 

68.  Rendiconti  del  R.  Istituto  lombardo  di  Scienze  e  Lettere  :  (XLIX,  2-3)  Attilio 
De  Marchi,  Gli  «  Scriptores  »  nei  proclami  elettorali  di  Pompei  ;  P.  E.  Guar- 
nerio.  Nuove  note  etimologiche  e  lessicali  córse:  segue  nei  fase.  5-8.  —  (4)  Giu- 
seppe Zuccante,  Antistene.  —  (5)  Alessandro  Sepulcri,  Dante  e  «  //  tedeschi  turchi»; 
S.  A.  Nulli,  Echi  platonici  nei  tentativi  filosofici  di  A.  Manzoni:  contributo  allo 
studio  del  pensiero  manzoniano.  — (6)  Una  lettera  inedita  di  C.  Cattaneo;  Remigio 
Sabbadini,  *  Maccheroni  » ,  <^  Tradurre*  {Per  la  Crusca).  —  (7-8)  Carlo  Pascal, 
Orazio  ed  Ennio.  —  (10)  Giuseppe  Zuccante,  Antistene  nei  dialoghi  di  Platone.  — 
(15)  Alessandro  Paoli,  Della  parola  «  intenzione  »  per  il  significato  che  ha  nel  canto 
18P  del  «  Purgatorio  >  (verso  23)  :  cf  r.  Rassegna,  p.  450. 

69.  Revista  contemporanea:  (Cartagena,  Colombia,  1916)  Gabriel  PorrasTro- 
conis,  Del  honor  y  de  la  lealtad  castellanos  en  la  Literatura  clàsica:  interessante 
studio,  da  porre  in  rapporto  con  quello,  assai  più  vasto  e  meglio  documen- 
tato, che  contemporaneamente  pubblicava  Americo  Castro  (Algunas  obseryaciones 
acerca  del  concepto  del  honor  en  los  siglos  XVI  y  XVII)  nella  Rev.  de  filol. 
esp.,  IH,  1.  [A.  P.]. 

70.  Revista  de  filologia  espaùola:  (1916,1)  Americo  Castro,  Algunas  observacio- 
nes  acerca  del  concepto  del  honor  en  los  siglos  XVI y  XVII:  continua  e  finisce  nel 
fase.  4.  Importante  ricerca,  felicemente  impostata  e  riccamente  documentata, 
sur  uno  dei  motivi  fondamentali  che  dalla  vita  passarono  nell'arte  spagnola,  nei 
secoli  del  suo  maggior  fiore.  Precede  una  introduzione  bibliografica;  seguono 
quattro  nutriti  capitoli  sul  concetto  dell'onore  nel  teatro,  sull'onore  secondo  i 
casuisti,  sul  diverso  concetto  che  si  ebbe  dell'onore  nella  letteratura  non  tea- 
trale, e  in  alcuni  scrittori  del  Rinascimento,  sopra  tutto  italiani:  Petrarca,  Pla- 
tina, Alberti;  T.  Navarro  Tomàs,  Siete  vocales  espaholas:  studi  radiografici  ap- 
plicati alla  pronunzia  delle  vocali;  A.  Morel-Fatio,  La  fortune  en  Espagne  d'un 
vers  italien:  il  verso  «  Per  troppo  fo  molto]  variar  natura  è  bella»,  non  ostante 
esprima  un'idea  piuttosto  banale,  «  n'en  a  pas  moins  obtenu  en  Espagne  le 
plus  grand  succès,  qu'  attestent  de  très  nombreuses  citations  textuelles  ou  al- 
lusions».  Fra  gli  scrittori  che  se  lo  appropriarono  vanno  ricordati  Lope  De 
Vega,  Cervantes,  Alarcón,  Tirso  de  Molina,  Graciàn.  Contrariamente  ad  Ar- 
turo Farinelli,  che  altra  volta  espresse  l'opinione  trattarsi  piuttosto  d'una  lo- 
cuzione proverbiale  che  d'un  verso,  il  M.  F.  opina  che  codesto  «  pensiero  ba- 
nale» non  sia  stato  accolto  in  Ispagna  se  non  perché  esso  era  raccomandato 

La  Rassegna.  XXV,  l,  7 


98  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

agli  scrittori  iberici  da  un  poeta  il  quale  godesse  d'una  certa  notorietà;  Americo 
Castro,  Obras  mal  atribuidas  a  Roj'as  Zorrilla;  J.  Gómez  Ocerin,  Un  soneto  inè- 
dito de  Luis  Vélez.  —  (2)  Antonio  G.  Solalinde,  Las  versiones  espafiolas  del 
*  Roman  de  Troie*:  due  versioni  del  /?.  de  T.  esistono  nella  letteratura  spa- 
gnola: una  frammentaria,  mista  di  prosa  e  di  verso,  l'altra,  tutta  in  prosa, 
fatta  eseguire  da  Alfonso  XI:  ambedue  furono  condotte  sur  un  manoscritto 
francese  oggi  sconosciuto.  La  Historia  iroyana  di  Guido  de  Columna  «  no  se 
mezcló  en  la  derivación  espanola  de  la  obra  de  Benoit  de  Sainte  Maure  »:  bensì 
il  S.  addita  in  un  cod.  poco  noto  un  frammento  di  una  versione  anonima  della 
Historia  del  Colonna  (forse  del  sec.  XV),  fin  ora  sconosciuta;  T.  Navarro 
Tomàs,  Las  vibraciones  de  la  rr  espanola;  Enrique  Diez  Canedo,  Fortuna  espaùola 
de  un  verso  italiano  :  ha  avuto  la  fortuna  di  rinvenire  l'autore  del  verso  «e  per 
tal  variar  natura  è  bella»,  e  risolve  cosi  la  questione,  lungamente  dibattuta,  e 
ripresa  nel  fase,  precedente  dal  Morel  Patio:  si  rende  cosi  a  Serafino  de'  Ci- 
minelli,  ossia  al  buon  Serafino  Aquilano  il  merito,  qual  ch'esso  sia,  dell'in- 
venzione !  ;  M.  L.  Guzman  y  A.  Reyes,  Contribuciones  a  la  bibliografia  de  Gón- 
gora.  —  (3)  R.  Menéndez  y  Fidai,  Poesia  popular  y  Romancero:  fine  di  questo 
importantissimo  studio:  «  Vamos  a  reunir  varias  observaciones  de  caràcter  ge- 
neral, recogiendo  las  principales  conclusiones  que  de  los  romances  estudiados 
se  desprenden  para  la  historia  de  este  gènero  de  poesia»;  C.  Carroll  Marden, 
Unos  trozos  oscuros  del  *  Libro  deApolonio».  —  (4)  Federico  Hanssen,  La  eli- 
sión  y  la  sinalefa  en  el  *  Libro  de  Alejandro»;  T.  Navarro  Tomàs,  Cantidad  de 
las  vocales  acentuadas;  Americo  Castro,  Boquirrubio:  a  proposito  della  parola 
«boquirrubio»,  che  si  trova  nei  noti  versi  «de  cabo  roto»  che  precedono  il 
Don  Chisciotte.  [A.  P.].  » 

71.  Revue,  la:  (XXVIII,  1-2)  T.-B.  Kouzminsky,  Tolstoi  et  la  guerre;  Gaston 
Rageot,  Le  créateur  de  la  psycologie  frangaise  :  scritto  commemorativo  su 
Théodule  Ribot  ;  Georges  Lecomte,  Le  rote  du  poète  dans  la  politique.  [Ger.  L.]. 

72.  Revue  archéologique  :  (serie  V,  iv  fase,  del  1916)  Théophile  Homolle, 
L'origine  du  chapiteau  corinthien.  [I.  D.  V.]. 

73.  Revue  Bleue  :  (6  gennaio  1917)  Charles  Maurras,  Les  Amants  de  Venise  : 
prefaz.  ad  una  nuova  edizione  del  celebre  lavoro  del  Maurras  ;  Paul  Louis, 
Le  drame  grec.  —  (13-20  gennaio)  Paul  Gaultier,  L'Idéalisme  italien.  [Ger.  L.]. 

74.  Revue des deux  mondes (LXXXVÌ,  ì):  Henri  Welschinger,  Un  sermon  inédit 
de  Mirabeau  sur  la  «  Nécessité  d'une  autre  vie  »  :  questo  sermone,  di  cui  l'A.  dà  il 
testo,  fu  scritto  nel  1782  per  un  giovane  ministro  ginevrino,  che  se  ne  servi  di 
titolo  in  un  concorso.  In  esso  il  Mirabeau  dimostra  di  credere  sinceramente 
«all'immortalità  dell'anima,  alle  ricompense  per  i  giusti  e  alle  pene  per  i  mal- 
vagi nella  vita  futura»  ;  André-Charles  Coppier,  Rembrandt  et  Spinoza:  si  cerca 
di  dimostrare  che  intime  relazioni  durarono  tra  questi  due  grandi;  André  Beau- 
nier,  Gilbert  Augustin-Thierry.  —  (2)  René  Doumic,  La  poesie  classique  dans  les 
«  Méditations  »  :  a  proposito  della  nuova  edizione  delle  Méditations  poétiques  del 
Lamartine,  curata  da  G.  Lanson  per  l'editore  Hachette.  —  (3)  André  Beaunier, 
André  Chenier.  —  (4)  René  Doumic,  Charles  de  Pomairols:  rileva  i  pregi  di 
questo  poeta  poco  conosciuto.  —  (8)  Firmin  Roz,  Le  troisième  centenaire  de  Shake- 
speare et  la  question  shakespearienne  :  fa  la  storia  dei  dubbi  che  furono  mossi  sulla 
personalità  dello  Shakespeare  e  delle  strane  teorie  per  le  quali  la  di  lui  opera 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  99 

fu  attribuita  a  Bacone.  —  (9)  André  Beaunier,  L'^u/nams/ne  rfévo/:  a  proposito 
di  un  libro  recente  (H.  Bremond,  Histoire  littéraire  du  senf imeni  religieux  en 
France,  t.  P,  L'humanisme  dévoi  {1580-1660).  —  (11)  A.  Morel  Patio,  Le  troisième 
cantenaire  de  Cervantes.  —  (12)  La  correspondance  de  M.  Tliiers  pendani  la  guerre 
de  1870-1871.  Lettres  ìniiìt2s  de  Thiers,  Mignet,  Due  de  Broglie,  Duvergier  de 
Hauranne,  etc.  Continuaz.  e  fine  nel  fase.  seg.  —  (13)  Camille  Bellaigue,  D'An- 
nunzio et  la  musigue;  André  Beaunier,  Une  étude  sur  Lafontaine.  —(14)  Émile 
C.  Legouis,  Angellier,  poète  de  la  guerre.  — (15)  André  Beaunier,  Nouvelles  let- 
tres  de  la  comtesse  d'Albany.  —  (17)  Alexandre  Millerand,  Charles  Péguy  etsespre- 
miers  «  Cahiers  »  ;  André  Beaunier,  Les  débuis  de  Vénise  dans  notre  littérature  : 
a  proposito  del  libro  di  Beatrice  Ravà,  per  il  quale  v.  Rassegna,  XXIV,  pp.  431 
e  segg.  —  (18)  André  Beaunier,  Le  marquis  de  Ségur.  —  (19)  André  Beaunier, 
Cfironiqueurs  de  la  guerre  :  M.  Barrès,  H.  Lavedan,  F.  Masson,  J.  Richepin,  M. 
Maeterlinck,  P,  Loti,  A.  Suarès,  M.  Boulenger,  C.  Chenu,  F.  Laudet.  —  (20)  Fré- 
déric  Masson,  L'impératrice  Josephine  et  le  prince  Eugène  (1804-1814)  d'après  leur 
correspondance  inèdite:  continua  e  finisce  nei  fase.  22  e  23,  — (21)  A,  Augustin- 
Thierry,  Lettres  inédites  de  Chateaubriand  et  d' Augustin-Thierry;  T.  de  Wyzewa, 
Henri  Sienkiewicz  et  l'àme  polonaise.  ([I.  D.  V.]. 

75.  Revue  d'histoire  littéraire  de  la  France  :  (XXIII,  1-2)  Jules  Marsan,  fècole 
romantique  après  1830 \  Edmond  Huguet,  La  langue  familiére  chez  Calvin;  C.  La- 
treille.  Un  épisode  de  l'histoire  de  Shakespeare  en  France  :  si  tratta  del  Pon- 
sard,  che  nel  1856  pronunziò  un  discorso  contro  Io  Shakespeare,  da  lui  an- 
cora più  violentemente  attaccato  nell'  intimità  ;  G.  Michaut,  Travaux  récents  sur 
La  Fontaine  ;  Kjel  R.  G.  Stròmberg,  La  tragèdie  voltairienne  en  Suède  ;  Marc  Ci- 
toleux,  Quelques  Muses  d'Alfred  De  Vigny  (Mme  de  Girardin,  Mme  Roland,  Mme 
Desbordes-Valmore,  Mme  de  Staél,  George  Sand)  ;  Maurice  Lange,  Racine  et  le 
romand'Héliodore:  cerca  di  stabilire  l'efficacia  esercitata  sul  Racine  dalla  Storia 
etiopica  di  Eliodoro,  efficacia  che  l'A.  riscontra  specialmente  in  Bajazet;  S.  Le- 
nel,  Unennemide  Voltaire:  La  Beaumelle:  continuaz.  e  fine;  Eugène  Griselle, 
Silhouettes  jansénistes  et  propos  de  littérature,  d'art  et  d'  histoire  au  XVII  siede. 
III.  Les  Arnauld  et  Nicole:  continuaz.  ;  Un  correspondant  de  Voltaire:  Dominique 
Audibert:  lettere  inedite.  Continuaz.  [I.D.V.]. 

76.  Revue  hebdomadaire,  la  :  (XVI,  3)  Marcel  Boulanger,  Comment  d'Annun- 
zio parie  de  la  France.  [Ger.  L.]. 

n.  Revue  universitaire:  (XXV,  10)  Felix  .Gaffiot,  L'explication  méthodigue  du 
latin;  H.  Guenot,  L'enseignement  du  fran^ais.  [I.  D.  V.J: 

78.  Risorgimento  italiano,  il:  (IX,  3)  Gustavo  Balsamo-Crivelli,  La  fortuna 
postuma  delle  carte  e  dei  manoscritti  di  Vincenzo  Gioberti:  con  quattro  lettere  ine- 
dite di  Re  Carlo  Alberto;  P.  I.  Rinieri,  Carteggio  di  Giuditta  Sidoli  con  Giuseppe 
Mazzini  e  con  Gino  Capponi  nell'anno  1835:  cont.  In  una  lettera  alla  Sidoli  del 
26  giugno  1835  il  Mazzini  giudica  poco  benevolmente  Volupté  del  Sainte- 
Beuve:  «Ho  letto  in  questi  giorni  Volupté  di  Sainte-Beuve,  un  libro  scritto 
con  una  soavità  cattolica  mistica,  ristretto  per  quanto  è  possibile.  Sainte-Beuve 
è  del  tutto  guastato:  egli  ha  adottato  una  maniera  che  si  accosta  a  quella  che 
era  in  uso  al  tempo  di  madamigella  Scudery,  quando  si  facevano  dei  concetti 
sul  regno  di  Tendre,  ed  altre  sciocchezze  »  ;  Ferdinando  Gabotto,  Le  dimis- 


100  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

sioni  di  Massimo  D'Azeglio  da  consigliere  comunale  di  Torino  nel  1864',  Vincenzo 
Druetti,  Una  lettera  inedita  di  Carlo  Botta:  del  21  marzo  1810,  diretta  all'abate 
Gallo.  [P.  N.]. 

79.  Rivista  Abruzzese:  (XXXIl,  1)  Alfonso  Colarossi  Mancini,  Per  un  poemetto 
di  dialetto  scannese  del  secolo  XVIII:  il  poemetto  di  Romualdo  Parente  «  Zu 
matremuonie  a  z'euse».  [P.  N,]. 

80.  Rivista  delle  biblioteche  e  degli  archivi:  (XXVII,  1-5)  Mario  Casella,  Ser 
Domenico  del  maestro  Andrea  da  Prato,  rimatore  del  secolo  XV  (cfr.  Rassegna, 
XXIV,  p.  383);  Aldo  Aruch,  Ricerche  e  documenti  sacchettiani:  continua  e  termina 
nel  fase.  seg.  (cfr.  Rassegna,  XXIV,  pp.  382  e  seg.).  —  (6-8)  Giuseppe  Baccini, 
La-stampa  periodica  in  Venezia  nel  1848-49.  [I.D.V.] 

81.  Rivista  delle  Nazioni  latine  :  (I,  8)  Raphael-Georges  Lévy,  Un  mezzo  secolo 
di  civiltà  francese  ;  Gérad  Gailly,  Gli  scrittori  alla  fronte  e  gli  scritori  della  fronte  : 
si  parla  degli  scrittori  francesi  in  guerra  e  degli  scrittori  francesi  di  guerra.  — 
(9)  Maurice  Wilmotte,  Émile  Verhaeren  ;  Federico  Cannavo,  Charles  Dickens  e 
l'indipendenza  italiana:  studio  diligente  e  bene  informato  sul  viaggio  in  Italia  del 
grande  umorista  inglese.  [Ger.  L.]. 

82.  Rivista  d'Italia:  (XIX,  12)  Oscar  Skarbek-Tluchowski,  Enrico  Sienwievt>icz: 
rapida  rassegna  cronologica  delle  opere  dello  scrittore  polacco;  Angelo  Otto- 
lini,  Lettere  inedite  di  Ugo  Foscolo  a  Giuseppe  e  Gaspare  Porta:  sono  quattro 
lettere  degli  anni  1814-15,  che  vanno  aggiunte  al  carteggio  del  Foscolo  coi 
due  milanesi,  già  suoi  ospiti  liberali,  pubblicato  dal  Chiarini  in  appendice 
alla  nota  sua  Vita;  Ernesto  Nathan,  Intorno  all'Epistolario  mazziniano;  Guido 
Bustico,  L'esilio  di  Giuseppe  Revere  e  di  Pietro  Maestri  a  Susa  nel  1850.  [Fr.  P.]. 

83.  Rivista  mensile  del  Touring  italiano  :  (Xll)  Jack  la  Bolina,  La  Badia  di  Mon- 
tecassino:  briosa  e  rapida  cronistoria  della  celebre  abbazia,  arricchita  da  co- 
pioso e  nitido  materiale  illustrativo  dei  pregiati  tesori  d'arte  colà  conservati. 
[Fr.  P.]. 

84.  Rivista  musicale  italiana:  (XXllI,  3-4)  Francesco  Vatielli,  //  Corelli  e  i 
maestri  bolognesi  del  suo  tempo:  continuaz.  e  fine.  Conclude,  dopo  un  esame 
«di  documenti  riguardanti  l'educazione  giovanile  del  Corelli  e  alcune  musiche 
strumentali  di  bolognesi  in  confronto  con  le  opere  sue»,  che  il  Corelli,  «tra- 
piantato a  Roma  per  vicende  casuali,  non  altrimenti  potrà  essere  giudicato  se 
non  un  meraviglioso  prodotto  della  scuola  bolognese  di  quell'epoca  »  ;  Julien 
Tiersot,  Lettres  de  musiciens  écrites  enfrangais  du  XVe  au  XXe  siede:  continuaz. 
Pubblica  lettere  di  musicisti  che  fiorirono  verso  il  principio  del  XIX**  secolo, 
come  Clementi,  Dussek,  Spohr,  Viotti,  Paganini,  ecc.,  e  altri  molti,  che,  senza 
avere  brillato  di  luce  soverchia,  esercitarono  un'influenza  notevole  sull'educa- 
zione musicale  delle  loro  generazioni  ;  Nino  Caravaglios,  Una  nuova  «  Intavola- 
tura de  Cimbalo  »  di  Antonio  Valente  Cieco  ;  Giulio  Fara,  Dello  zufolo  pastorale 
in  Sardegna:  studio  di  etnofonia  sarda;  F.  Barberio,  Disavventure  diPaisiello; 
G.  Francesco  Malipiero,  Orchestra  e  orchestrazione.  L'origine  dell'orchestra: 
continua.  [I.  D.  V.]. 

85.  Rivista  pedagogica:  (IX,  9-10)  L.  Ventura,  La  Francia  e  la  concezione 
filosofico-nazionale  dell'educazione  secondo  A.  Fouillée;  Valeria  Benetti  Brunelli, 
La  duplice  anima  antinomica  della  pedagogia  di  F.  Frcebel.  [I.  D.  V.]. 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  101 

86.  Rivista  storica  benedettina:  (Xì,  1)  P.  Lugano,  San  Colombano  monaco  e 
scrittore  (542-615);  R.  Gioia,  Reliquie  d'arte  nella  Badia  dei  SS.  Giusto  e  Clemente 

presso  Volterra;  R.  Beretta,  //  Monastero  Maggiore  di  Milano  e  la  riforma  ope- 
ratavi da  S.  Carlo  Borromeo  il  23  febbraio  1569:  è  riprodotto,  da  un  ms.  am- 
brosiano, il  testo  degli  ordini  impartiti  da  S.  Carlo  per  la  riforma  del  Mona- 
stero. [P.  N.J. 

87.  Romania  (XLIV,  173)  :  A.  T.  Baker  et  Mario  Roques,  Nouveaux  fragments 
de  la  chanson  de  <^La  reine  Sibille».;  Wm.  A.  Nitze,  *Sans»  et  *matière» 
dans  les  oeuvres  de  Chrétien  de  Troyes  ;  Amos  Parducci,  «Le  Tiaudelet  ».  Tradu- 
ction  frangaise  en  vers  du  «  Theodulus  »  :  l'A.  dà  alcuni  estratti  della  traduzione 
francese  dell'egloga  latina  Theodulus,  e  ne  identifica  l'autore  con  Jaquemon 
Bochet;  M.  Wilmotte,  La  *  chanson  de  Roland*  et  la  *Changunde  Willame*: 
studio  comparativo  dal  quale  risulta  la  dipendenza  della  Changun  de  Willame 
rispetto  alla  Chanson  de  Roland;  Arthur  Langfors,  Le  dit  des  Quatre  rais. 
Notes  sur  le  ms.  fr.  25545  de  la  Bibliothèque  Nationale.  Notes  et  corrections 
au  roman  de  Renart  le  Contrefait;  Marius  Esposito,  Prière  à  la  Vierge  en  huitains: 
VA.  dà  il  testo  di  una  poesia  in  francese  antico  che  si  trova  nel  fol.  88  del  ms. 
D.  I.  25  della  Biblioteca  di  Trinity  College,  a  Dublino  ;  A.  Thomas,  Un  témoi- 
gnage  méconnu  sur  Guide  Tournant.  Recensioni:  Arthur  Langfors,  F.  Danne, 
Das  altfranzosische  Ebrulfusleben,  eine  Dichtung  aus  dem  12]ahrhundert;  Henri 
Cochin,  H.  Hauvette,  Boccace.  Elude  biographique  et  littéraire;  J.  Jud,  E.  Mar- 
cialis,  Piccolo  vocabolario  sardo-italiano  e  Repertorio  italiano-sardo  ;  Fauna  del 
golfo  di  Cagliari;  Giulio  Bertoni,  A.  F.  Mossero,  Il  serventese  romagnolo  del  1277. 
—  (174)  Paul  Meyer,  Manuscrits  médicaux  enfrangais;  Ernest  Muret,  Fragments 
de  manuscrits  frangais  trouvés  en  Suisse:  il  primo  è  un  brano  di  una  versione 
inedita  della  chanson  de  geste  La  destruction  de  Rome;  il  secondo  è  un  fram- 
mento di  un  ms.  del  Roman  de  Troie  che  corrisponde  all'edizione  pubblicata  dal 
Constans  (t.  IH);  Giulio  Bertoni,  Scene  d'amore  e  di  cavalleria  in  antichi  arazzi 
estensi:  mette  in  evidenza  quelle  figurazioni,  «che,  riattaccandosi  a  concezioni 
simboliche  medievali,  mostrano  maggiori  punti  di  contatto  colla  poesia  e  gio- 
vano a  intender  meglio  la  diffusione  di  certe  allegorie  amorose  che  oggidì  non 
parlano  quasi  più  al  nostro  intelletto  »  ;  Albert  Dauzat,  Étymologies  frangaises  et 
provengales;  Maurice  Wilmotte,  L'auteur  des  branches  li  e  V  du  *.  Renard*  et 
Chrétien  de  Troyes;  A.  Guesnon  et  A.  Langfors,  Notes  et  corrections  aux  chansons 
de  Raoul  de  Soissons  ;  Giulio  Bertoni,  Osservazioni  al  testo  del  *Doctrinal»  di 
Raimon  de  Castelnou;  Nota  sul  dialetto  di  Bonifacio  (Corsica).  Recensioni: 
A.  Langfors  et  A.  Jeanroy,  Stefan  Glixelli,  Les  cinq  poèmes  des  trois  morts  et  des 
trois  vifs;  A.  Jeanroy,  L.  F.  Paetow,  The  battle  of  seven  Aris;  S.  Stronski,  La 
legende  amoureuse  de  Bertran  de  Born;  A.  Langfors,  E.  Ilvonen,  Parodies  de 
thèmes  pieux  dans  la  poesie  frangaise  du  moyen  àge;  A.  Jeanroy,  Les  joies  du 
Gai  Savoir.  [I.  D.  V.]. 

88.  Scientia:  (voi.  XXI,  n.  Lvn-1)  L.  Reynaud,  Histoire  generale  de  l'influence 
frangaise  en  Allemagne:  rendiconto  di  N,  V.,  in  cui  il  libro  in  esame,  relativo 
all'efficacia  esercitata  dalla  Francia  sulla  Germania,  è  vivamente  raccomandato 
alla  lettura  di  quanti  desiderano  «  rectifier  des  opinions  fausses,  généralement 
acceptées  sur  la  foi  des  savants  allemands».  Vi  si  afferma,  fra  l'altro,  che 
«c'est  la'France  qui  a  transmis  à  l'AUemagne  ics  plus  importants  des  usages 
féodaux  et  des  rites  de  la  via  guerrière,  l'institution  de  la  chevalerie,  l'idéal 


102  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

courtois;  qui  lui  a  enseigné  la  recherche  philosophique,  théologique  et  scien- 
tifique,  lui  a  apporté  l'epopèe,  le  lyrisme,  la  musique,  ainsi  que  la  plupart  des 
autres  genres  poétiques  et  prosaiques,  et  finalement  l'art  gothique,  cet  art  que 
les  Allemands  exalteront  un  jour,  au  mépris  de  l'histoire,  comme  leur  «  style 
national  »;  N.  V.,  Kr.  Nyrop,  Frankrig:  rendiconto  di  un  opuscolo  di  propaganda 
francofila,  giunto  già  alla  sesta  edizione,  dovuto  all'illustre  romanista,  che  prende 
«  pour  point  de  départ  la  chanson  de  Roland*,  ed  esalta  «la  continuité  de 
l'idéal  chevaleresque  dans  l'histoire  du  peuple  frangais,  dont  il  caractérise 
heureusement  le  courage  généreux,  mais  souvent  irréfléchi».  [Fr.  P.]. 

89.  Vela  latina:  (IV,  12)  Guglielmo  Bonuzzi,  Il  poeta  del  cuore:  Berto  Barba- 
rani.  [1.  D.  V.]. 


NOTE  IN  MARGINE 


Errori  che  passano  e  verità  che  restano;  ossia  il  buono  evangelista  ed  il 
cattivo  esegeta. 

Ecco  come  un  contemporaneo  discorre,  rinfacciandoci  il  nome  e  l'opera  del  De 
Sanctis,  del  «  naufragio  »  della  scuola  storica  italiana,  che  ha  avuto  maestri  il 
Carducci  e  il  D'Ancona  : 

«  La  sterminata  schiera  degli  studiosi,  che  hanno  imparato,  alla  scuola  del 
Carducci  e  del  D'Ancona,  a  segnare  con  matita  rossa,  nel  volume  del  De 
Sanctis,  i  luoghi  oscuri,  le  manchevolezze,  gli  errori,  non  sa  trovare  una  sola 
idea  da  raccoglierci  intorno  i  fatti  con  meravigliosa  diligenza  messi  in  luce.  Ha 
smarrito  il  filo.  Ricerche  di  date,  ricerche  di  derivazioni,  ricerche  di  codici, 
questi  assai  industri  letterati  si  son  presi,  ciascuno,  la  vita  di  un  autore,  o  la 
sua  opera,  o  una  parte  della  sua  vita  e  della  sua  opera,  e  si  son  proposti  di 
aprirvela  intera,  che  proprio  non  vi  resti  nessun  dubbio  su  una  pagina  o  su 
un  giorno.  Gli  episodi  e  le  pagine,  potete  star  sicuri  che  furono  vissuti  e  scritte 
come  costoro  vi  mostrano;  il  male  si  è  che  vi  son  messi  innanzi  con  la  mede- 
sima tremenda  esattezza  gli  autori  e  le  opere,  che  significano  qualcosa,  e  quelli 
che  non  significano  nulla.  E  la  scuola  storica  naufraga  nella  negazione  della 
storia»  (1). 

Ed  ecco  come  Francesco  De  Sanctis  discorse  a  suo  tempo  del  compito  che 
incombeva  alla  suddetta  o. scuola  storica*,  quand'essa  era  tuttavia  in  fieri: 

«  Io  mi  spavento  quando  penso  che  grave  mole  di  studi  e  di  lavori  resta 
tutta  intera  sul  capo  della  nuova  generazione, 

«Per  non  parlare  che  solo  della  storia  della  nostra  letteratura,  se  la  non 
dèe  essere  un  viaggio  artistico,  sentimentale,  estetico,  se  dèe  essere  un  serio 
lavoro  scientifico,  in  tutte  le  sue  parti  esatto  e  finito,  non  potea  farla  il  Settem- 
brini, e  non  può  farla  nessuno  oggi. 

«  Un  lavoro  è  un  problema  che  non  si  può  risolvere  senza  i  suoi  dati  o 
presupposti.  Una  storia  della  letteratura  è  come  l'epilogo,  l'ultima  sintesi  di 
un  immenso  lavoro  di  tutta  intera  una  generazione  sulle  singole  parti. 

«Tiraboschi,  Andres,  Ginguené  sono  sintesi  del  passato. 


(1)  Goffredo  Bellonci,  nel  Giornale  d'Italia,  n.»  del  27  gennaio  1917.  Ed  è  anch'egli,  il  B.,  un 
«industre  letterato»,  dal  quale  attendiamo  con  viva  impazienza,  tutti  noi,  modesti  spulciatori  di 
documenti,  il  luminoso  esempio  della  «organica»  storia  letteraria,  o  almeno  della  compiuta  ri- 
costruzione storica  e  critica,  «nella  sua  profonda  verità  umana»,  di  una  qualsivoglia  anima 
letteraria. 


104  NOTE  IN  MARGINE 

«Oggi  tutto  è  rinnovato,  da  tutto  sbuccia  un  nuovo  mondo:  filosofia, 
critica,  arte,  storia,  filologia. 

«  Non  ci  è  pili  alcuna  pagina  della  nostra  storia  che  resti  intatta.  Dovunque 
penetra  con  le  sue  ricerche  lo  storico  e  il  filologo,  e  con  le  sue  speculazioni 
il  filosofo  e  il  critico. 

«  L'antica  sintesi  è  sciolta.  Ricomincia  il  lavoro  paziente  dell'analisi,  parte 
per  parte. 

«  Quando  una  storia  della  letteratura  sarà  possibile  ?  Quando  questo  lavoro 
paziente  avrà  portato  la  sua  luce  in  tutte  le  parti;  quando  su  ciascuna  epoca, 
su  ciascuno  scrittore  importante  ci  sarà  tale  monografia  o  studio  o  saggio  che 
dica  l'ultima  parola  e  sciolga  tutte  le  questioni. 

«  Il  lavoro  di  oggi  non  è  la  storia,  ma  è  la  monografia,  ciò  che  i  Francesi 
chiamano  uno  studio. 

«Gl'impazienti  ci  regalano  ancora  delle  sintesi  e  dei  sistemi:  sono  stanche 
ripetizioni  che  non  hanno  più  eco.  La  vita  non  è  più  là.  Ciò  che  oggi  può 
essere  utile,  sono  lavori  seri  e  terminativi  sulle  singole  parti,  e  se  la  nuova 
generazione  vuole  dubitare  e  verificare,  ottimamente  !  si  mette  sulla  buona 
via;  ripigli  tutto  lo  scìbile  parte  a  parte  e  riempia  le  lacune,  che  ce  n'è  mol- 
tissime, ed  apparecchi  una  condegna  materia  di  storia. 

«  Vedete  quanta  è  la  nostra  povertà. 

«  Una  storia  della  nostra  letteratura  presuppone  una  filosofia  dell'arte, 
generalmente  ammessa,  una  storia  esatta  della  vita  nazionale,  pensieri,  opinioni, 
passioni,  costumi,  caratteri,  tendenze;  una  storia  della  lingua  e  delle  forme; 
una  storia  della  critica,  e  lavori  parziali  sulle  diverse  epoche  o  su'  diversi 
scrittori. 

«  E  che  ci  è  di  tutto  questo  ?  Nulla,  o,  se  v'è  alcuna  cosa  importante,  è 
per  nostra  vergogna  lavoro  straniero  . . . 

«  Mi  dolgo  soprattutto  che  presso  noi  sieno  cosi  scarse  le  monografie  o 
gli  studi  speciali  sulle  epoche  e  sugli  scrittori.  I  nostri  concetti  sono  vasti, 
inadeguati  alle  nostre  forze;  e  più  volentieri  mettiamo  mano  a  lavori  di  gran 
mole,  da  cui  non  possiamo  uscir  con  onore,  che  a  lavori  ben  circoscritti  e  ben 
proporzionati  a'  nostri  studi.  Cosi  niente  abbiamo  ancora  d'importante  su 
nessuno  de'  nostri  scrittori,  e  abbiamo  già  molte  storie  della  letteratura. 
Presso  gli  stranieri  non  ci  è  quasi  epoca  o  scrittore  che  non  abbia  la  sua 
monografia,  e  questo  genere  di  lavoro  vi  è  tenuto  in  grandissima  stima.  Cosa 
abbiamo  noi  sopra  Machiavelli,  o  Guicciardini,  o  Sarpi,  o  Ariosto,  o  Folengo, 
o  Tasso?  Dello  stesso  Dante  cosa  abbiamo  che  sia  conforme  al  progresso 
della  scienza?  Sono  campi  ancora  inesplorati,  dove  tutto  è  a  fare.  Peggio 
ancora  se  ci  volgiamo  a'  tempi  moderni,  dove  viviamo  di  giudizi  e  di  criteri 
tradizionali  e  mal  concordi,  e  non  sappiamo  ancora  chi  è  Foscolo,  o  Niccolini, 
o  Giusti,  o  Berchet,  o  Balbo,  o  Gioberti,  o  simili.  Fino  de'  sommi,  del  Man- 
zoni e  del  Leopardi,  non  si  è  scritto  ancora  uno  studio  di  qualche  valore. 
Quanta  e  quale  materia  per  la  nuova  generazione  ! 

«Una  storia  della  letteratura  è  il  risultato  di  tutti  questi  lavori;  essa  non 
è  alla  base,  ma  alla  cima;  non  è  il  principio,  ma  la  corona  dell'opei'a»  (1). 

A.  P. 


(l)  Francesco  De  Sanctis,  in  Settembrini  e  i  suoi  critici,  nella  Nuova  Antologia  del  marzo 
1869.  V.  i  Saggi  critici,  ediz.  Treves,  voi.  Ili,  pp.  72  e  segg. 


NOTE  IN  MARGINE  105 

Piccola  antologia  di  giudizi  oltrepassati.  —  Goethe  e  Roma,  ossia  la  civiltà 
alemanna  e  la  barbane  latina. 

€  Io  per  me  non  conosco  che  due  cose  ugualmente  terribili:  il  voler  coltivare 
la  campagna  di  Roma  e  fare  di  Roma  una  città  civilizzata  in  cui  nessun  uomo 
porti  più  il  coltello.  Se  mai  verrà  un  papa  cosi  coscienzioso,  ciò  che  m'auguro 
evitino  i  settantadue  cardinali,  io  vado  via. 

«Solo  se  in  Roma  c'è  una  cosi  divina  anarchia  e  intorno  a  Roma  una  cosi 
paradisiaca  desolazione  resta  posto  per  le  ombre,  una  delle  quali  vale  più  di 
tutta  quanta  questa  generazione». 

[VOLFANGO  Goethe,  Winckelmann,  in  Scritti  su  l'arte,  trad.  di  N.  De  Rug- 
gero, ed.  Ricciardi,  Napoli]. 

Scienza  romanza  e  industria  alemanna. 

Un  intelligente  e  anche  più  fortunato  bibliopola  prusso-polacco  —  il  si- 
gnor Leo  Olschlci,  attualmente  profugo  dall'Italia  per  misura  igienica,  —  procla- 
ma dalla  Svizzera  ospitale,  e  precisamente  da  Friburgo,  quanto  segue:  «  La  filo- 
logia romanza,  al  pari  di  tutte  le  altre  scienze  storiche,  attraversa  un  periodo 
di  crisi  in  causa  dei  gravi  tempi  in  cui  viviamo,  poiché  non  può  più  ralle- 
grarsi (!),  come  per  il  passato,  del  concorde  ed  armonico  sforzo  di  tutti  gli 
eruditi  o  della  comunanza  di  lavoro  di  tutti  gli  scienziati  per  il  suo  sistematico 
e  graduale  sviluppo.  La  necessità  dunque  s'impone  di  creare  uno  strumento  di 
studio,  che  permetta  di  informare  gli  studiosi,  con  la  più  grande  imparzialità 
—  al  di  fuori  di  ogni  colore  politico  —  dei  resuìtditi  deììe  indagini  scientifiche  nel 
campo  romanzo  nei  diversi  paesi,  in  cui  le  discipline  filologiche  sono  larga- 
mente coltivate  e  apprezzate.  Per  giungere  senz'altro  a  questo  scopo,  la  prima 
annata  deìV Archivum  romanicum  sarà  stampata  in  Svizzera  ». 

Dal  che  si  deducono  molte  cose:l).  Che  il  prusso-polacco  signor  Olschki 
è  sgomento  perché  la  guerra  impedisce  agli  eruditi  tedeschi  di  partecipare  agli 
studi  di  filologia  romanza;  2),  che  s* impone  la  necessità  di  richiamarli  a  colla- 
borare ai  suddetti  studi,  sùbito,  proprio  mentre  altri  tedeschi,  quelli  guidati  da 
Hindemburg,  lavorano  alla  distruzione  di  Reims  e  della  civiltà  neo-latina  del 
Belgio  e  di  Romania;  3),  che  l'amore  di  un  mercante  prusso-polacco  {absit 
iniuria. . .)  per  la  filologia  romanza  non  ammette  soste  o  interruzioni  negli 
studi,  neppure  finché  la  bufera  duri:  ammonimento  e  rampogna  ai  filologi  ro- 
manzi per  i  quali  gli  studi  non  sono  moneta:  4),  che  V Archivum  romanicum  sì 
pubblicherà  quest'anno  in  Isvizzera,  non  perché  l'editore  sig.  Olschki  sia  co- 
stretto da  ragioni  igieniche  a  dimorare  in  quell'ospite  terra  neutrale  —  oibò!  — 
ma  perché  solo  nella  libera  Elvezia  è  possibile  l'imparziale  esercizio  delle 
indagini  letterarie  neo-latine  1 

Bisogna  davvero  pensare  che  il  signor  Olschki,  occupandosi  con  tanta  for- 
tuna, in  Italia,  di  libri  e  riviste  per  studi  romanistici,  si  sia  fatto  un'idea  co- 
lossale della  ingenuità  neo-latina.  Senonché  ora,  grazie  alla  scienza  e  alla  po- 
litica germanica,  l'ingenuità  italiana  e  neo-latina  sono  per  l'appunto  in  ribasso; 
si  che  difficilmente  crederanno  quanto  il  signor  Olschki  vorrebbe  far  credere  : 
che  dalle  ospitali  plaghe  elvetiche  lo  abbia  —  lui,  prusso-polacco  —  assalito 
un  disperato  desiderio  di  rinnovellare  le  sorti  della  filologia  romanza,  mercé 
la  partecipazione  di  tutti  gli  studiosi  —  al  di  fuori  di  ogni  colore  politico!  — 
e  che  nell'émpito  di  questa  disperazione,  insofferente  d'indugi,  non  abbia  re- 
sistito al  bisogno  di  pubblicare  l'ylrcWvum  romamcum,  «chiamando»,  com'egli 


106  NOTE  IN  MARGINE 

dice  modestamente,  a  dirigerlo  il  prof.  Giulio  Bertoni  dell'Università  di  Fri- 
burgo. Il  quale  prof.  Bertoni  ha  aggiunto  a  quella  deH'Olschki  una  circolare 
sua  propria,  per  ispiegare  che  il  nuovo  periodico  intende,  «  armonizzare  e  fon- 
dere tra  loro  più  ordini  di  ricerche,  in  modo  da  conseguire  una  visione  quanto 
più  possibile  esatta  della  realtà  delle  cose  proiettata  nel  tempo  »  (?  !). 

Ora,  a  parte  l'opportunità,  in  simili  momenti,  di  siffatti  pubblici  o  privati 
contatti  e  contratti  fra  uno  studioso  italiano  ed  un  commerciante  costretto  a 
risiedere  per  ovvi  motivi  fuori  d'Italia;  la  circolare  del  sig.  Olschki  presenta 
alcune  curiose  caratteristiche  sulle  quali  mi  pare  opportuno  indurre  i  lettori 
alla  riflessione.  L'azienda  del  sig.  Olschki  (il  quale  è  suddito  d'una  nazione 
ch'è  in  guerra  dichiarata  contro  di  noi),  è  a  Firenze  sotto  sindacato  governa- 
tivo; la  circolare  del  sig.  Olschki  è  accompagnata  da  una  cartolina  di  commis- 
sione libraria,  che  va  rinviata  alla  casella  postale  200,  in  Firenze;  e  l'abbo- 
namento alla  prima  annata  deli' Archivum  costa  36  franchi  in  oro.  Senonché,  non 
è  detto  a  chi  né  quando  vada  pagato  codesto  abbonamento;  e  l'ipotesi  più  vero- 
simile è  che  il  sig.  Olschki  intenda  provvedere  a  farsene  spedire  l'importo 
direttamente  in  Isvizzera,  in  barba  al  sindacato  imposto  dal  governo  alla  sua 
azienda:  con  che  si  verrebbe  a  creare  il  caso  tipico  del  commercio  fra  citta- 
dini italiani  e  sudditi  di  Stati  nemici. 

Se  cosi  non  fosse;  se  l'importo  dell'abbonamento  dovesse  venire  riscosso 
e  trattenuto  in  Italia  dal  sequestratario  governativo  dell'azienda,  per  qual  mai 
legittimo  motivo  dovrebbe  esso  venir  pagato  in  oro?  I  cittadini  italiani  che 
possiedono  oro  hanno  in  questo  momento  il  preciso  dovere  di  versarlo  allo 
Stato,  e  non  ai  commercianti  prusso-polacchi  sudditi  nemici. 

Anche  per  rispetto  alla  legge,  i  nostri  studiosi  non  debbono  contribuire  a 
che  la  scienza  romanza  costituisca  un'industria  tedesca.  L' Archivum  romanicum 
potrà  venir  fuori  a  pace  rifatta  e  ad  Olschki  ritornato  :  la  non  lunga  attesa  potrà 
recare  forse  qualche  danno  al  sig.  Olschki,  ma  recherà  certo  un  beneficio  morale 
al  prof.  Bertoni. 

E  —  Dio  benedetto  !  —  la  scienza  neo-latina  non   ne  morirà  di   crepa- 

cnore I 

G.  MORO. 

Scienza  —  a  Dio  piacendo  —  italiana. 

Nella  sopra  citata  circolare  del  sig.  Olschki  è  detto  che  «  la  nuova  rivista 
sostituirà  anche  il  Giornale  dantesco,  che  per  ben  ventisette  anni  è  stato  un 
organo  importante  degli  studi  mondiali  su  Dante». 

Di  ciò,  nessun  bisogno  !  A  creare  una  nuova  rivista,  di  sicura  utilità  per 
gli  studi  danteschi,  ha  pensato  un  dantista  ch'è  vanto  della  scienza  italiana: 
vogliamo  dire  Michele  Barbi,  il  quale  pubblicherà,  cominciando  dall'anno  ven- 
turo, un  periodico  di  Studi  danteschi,  che  avranno  editore  italiano  anzi  fio- 
rentino, e  sostituiranno,  senza  danno  dei  lettori,  il  defunto  giornale  del  sig. 
Olschki. 

La  R. 


Lensi  Fedele  Filippo,  gerente  responsabile. 


Città  di  Castello,  coi  tipi  della  Società  Anonima  Tipografica  «  Leonardo  da  Vinci  ». 


LA   RASSEGNA 

Già  Rassegna  bibliografica  della  Letteratura  italiana 
fondata  da  ALESSANDRO  D'ANCONA 

DIRETTA  DA 

FRANCESCO  FLAMINI  -  ACHILLE  PELLIZZARI 

Processore  di  Letteratura  italiana  Professore  di  Letteratura  italiana 

nella  R.  Università  di  Pisa  nella  R.  Università  di  Catania 

Serie  HI  jH  Volume  II  Ntimero  2  Firenze,  aprile  1917 


Questioni  cronologiche 
concernenti  la  storia  della  lingua  Itallana^^^ 

Quando  fu  composto  **  II  Cesano  ^t  ? 

La  citazione  che  s'iia  nel  Cesano  con  particolarità  misteriose  di  un 
passo  importante  del  De  vulgari  Eloquentia,  mi  obbligò,  allorché  veniva 
preparando  l'edizione  critica  del  trattato  dantesco  pubblicata  nel  1896,  a 
indagare,  a  che  tempo  l'operetta  del  Tolomei  volesse  essere  assegnata  (2). 
L'indagine  non  mise  capo  a  resultati  precisi.  Vediamo  se  si  trovi  modo 
si  spingersi  più  in  là. 

Che  i  ragionamenti  s'immaginino  tenuti  in  Roma,  appare  dalla  pre- 
senza simultanea  di  quattro  fra  i  personaggi  introdotti  a  parlare  :  il  Bembo^ 
il  Trissino,  il  Castiglione,  Alessandro  de'  Pazzi;  e  aggiungiamo  pure 
anche  il  quinto,  Gabriele  Cesano,  nato  a  Pisa  il  6  gennaio  1490(3),  addot- 
trinatosi probabilmente  a  Siena,  dove  lo  troviamo  già  legato  d'intima  ami- 
cizia col  Tolomei  intorno  al  1517(4),  attratto,  ben  sembra,  anche  lui  dal 
Papato  di  Clemente  VII  (5). 


(1)  V.  nel  volume  precedente  della  Rassegna  le  pp.  2-13,  257-62,  350-61. 

(2)  Introduzione,  pp.  lxi-lxiv. 

(3)  Argomento  la  data  dal  lun^o  epitaffio,  dovuto  a  un  nipote  e  biografi- 
camente prezioso,  che  riporta  l'Ughelli,  Italia  Sacra,  ed.  Coleti,  I,  1230,  dove 
di  Gabriele,  morto  il  27  luglio  1568,  si  dice  che  «vixit  annos  octo  supra  70» 
menses  sex,  dies  21».  L'indicazione  è  troppo  precisa  e  autorevole  per  non 
meritare  piena  fiducia. 

(4)  V.  p.  120. 

(5)  Nell'epitaffio  è  detto  che  fu  mandato  da  Clemente  in  Inghilterra  «ad 
res  magnas  gerendas . . .  cum  amplissimis  cardinalibus  ».  Queste  parole  mi 
fanno  pensare  a  un'andata  col  Cardinale  Campeggio,  allorché  a  lui  e  al  Car- 
ia Rassegna.  XXV,  II,  1 


108  PIO  RAJNA 

A  qual  tempo,  prendendo  il  testo  quale  lo  abbiamo  (1),  sia  da  rite- 
nere che  si  voglia  riportarci,  indicano  principalmente  due  dati.  Nonché 
l'Epistola  a  Clemente  (2)  e  la  Risposta  del  Martelli  (3),  è  già  venuto  alla 
luce  //  Polito  {A);  e  per  contro  ancora  «s'aspettano»  Le  prose  del  Bem- 
bo (5).  Ci  troviamo  cosi  racchiusi  nel  semestre  aprile-settembre  1525(6). 
Che  durante  tutto  quel  periodo  il  Trissino  fosse  assente  da  Roma  (7),  e 
che,  partito  da  Roma  sul  cadere  del  1524,  fino  dal  febbraio  1525  il  Casti- 
glione fosse  nella  Spagna  (8)  destinato  a  non  più  ritornarne,  nulla  importa 
là  dove  si  tratta  di  una  finzione;  e  però  meno  che  mai  si  potrebbe  fon- 
darsi per  una  determinazione  precisa  sulla  circostanza  che  già  nell'aprile 
del  1525  il  Bembo  facesse  durevole  ritorno  a  Padova  e  alla  quiete  della 


dinaie  Wolsey,  arcivescovo  di  York,  fu  commessa  nel  1528  la  fatale  causa  del 
divorzio  di  Enrico  Vili  da  Caterina  d'Aragona.  Ma  se  realmente  a  ciò  s'allude, 
l'andata  era  un  ritorno,  poiché  sento  esserci  ordini  di  pagamenti  da  farsi  per 
conto  del  Pontefice  al  Cesano  «  in  Anglia»,  che  spettano  al  1525. 

(1)  Cfr.  pp.  124-31. 

(2)  Un  riferimento  esplicito  all'Epistola  si  ha  alla  p.  76  dell'ed.  Giolito 
<86  nella  ristampa  Daelli):  «  Che  dirò  di  voi,  Trissino?  poscia  che  voi  stesso 
havete  lassato  scritto,  esser  appresso  di  voi  libri  di  grammatica  et  poetica 
Toscana».  Ora  al  principio  dell'Epistola  si  legge:  «come  ne  la  Grammatica,  e 
Poetica  nostra  si  può  apertamente  vedere».  Avverto  che  la  lezione  dei  passi 
che  riporto  del  Cesano  è  da  me  corretta  col  riscontro  del  codice  magliabechiano 
11,  XI,  2,  e  di  quello  del  Fondo  di  S.  Pantaleo  della  Biblioteca  Vittorio  Ema- 
nuele di  Roma,  già  86,  ora  58. 

(3)  V.  a  p.  122  il  passo  da  cui  ciò  resulta  in  modo  espresso;  e  poi  quelli 
che  soggiungo  a  p.  123  n.  2  e  124. 

(4)  P.  56  (ed.  D.  65)  :  «  Certamente  il  Polito  pur  assai  chiaro  ci  dimostrò 
alcuni  suoni  de  gli  antichi  Romani  esser  perduti  in  questa  novella  Toscana 
pronunzia,  et  molti  altri  esserne  nati  nuovamente  »  :  Polito,  nella  ristampa  del 
1729,  p.  29-38,  —  P.  64  (per  inversione  tipografica  46,  ed.  D.  74):  «...  nissuna 
sillaba  che  habbia  il  principio  da  vocale  s'aspira  mai,  ma  quelle  sole  che  in- 
cominciano da  quattro  lettere,  C  et  G,  et  l'altre  due  giunte  dal  Polito,  secondo 
che  egli  brevemente  et  per  verissime  regole  ne  parla  »  :  Polito,  p.  32,  verso 
il  fondo.—  P.  90  (ed.  D.  102):  «La  qual  cosa»,  cioè  il  modo  della  «  prolaz- 
zione  »,  «  non  essendo  la  propria  sustanzia,  o  la  viva  mirolla  de  la  lingua  (come 
ben  c'insegnò  '1  Polito)  ma  una  certa  qualità  di  poca  importanza  ...»  :  Po- 
lito, p.  31,  ultime  linee.  —  Accanto  al  primo  di  questi  luoghi  il  codice  maglia- 
bechiano ha  la  postilla  marginale  (e. te  70a  )  :  «  Il  Polito  già  scritto.  » 

(5)  P.  76  (ed.  D.,  86):. «et  hora  con  gran  desiderio  i  vostri  libri  s'aspet- 
tano, Bembo,  de  li  quali  io  vi  prego,  che  omai  non  siate  cosi  al  mondo  avaro  ». 

(6)  Per  //  Polito,  V.  La  Rassegna,  1916,  pp.  350-54;  per  Le  prose,  Cian,  Un 
decennio  ecc.,  pp.  54-55. 

(7)  MORSOLIN,  2*  ed.,  p.  125  (cfr.  La  Rass.,  1916,  p.  262)  e  131. 

(8)  Martinati,  Notizie  storico-biografiche  intorno  al  Conte  Baldassare  Ca- 
stiglione, Firenze,  1890,  pp.  43,  45  (e  docum.  xxxviil),  47  (e  docc.  xv,  xvi,  xxxix, 

XL,  XLl). 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «  IL  CESANO  »?  109 

sua  villa  (1).  Dall'anacronismo  ci  sarà  luogo  bensì  a  cavar  qualche  partito 
rispetto  alla  questione  che  veramente  importa,  del  tempo  a  cui  sia  da 
assegnare  la  composizione  effettiva  dell'opera (2),  Ad  essa  mi  volgo;  ma 
per  cercar  di  risolverla,  anziché  dal  termine  a  quo,  meno  saldo,  procedo 
a  ritroso  da  quello  ad  quem,  segnato  in  modo  netto  dalla  prima  edizione. 

//  Cesano  si  potè  leggere  a  stampa  nel  1555,  con  davanti  una  escusa- 
toria  dell'editore  Giolito  all'autore,  di  cui  non  s'era  punto  chiesto  l'assen- 
so (3),  la  quale  ha  la  data  del  20  dicembre  1554  (4).  Che  ci  faccia  risalire 
indietro  di  dieci  anni  perlomeno  il  giudizio  particolareggiato  che  del 
Cesano  diede  «  Hieronimo  Mutio  »  in  una  lunga  lettera  »  Al  Signor  Renato 
Trivultio»  morto  il  17  ottobre  del  1545,  dissi  nella  mia  vecchia  Introdu- 
zione (5).  Ora  mi  domando  se  un  altro  passo  non  ci  sia  fatto  fare  dal 
codice  magliabechiano,  non  datato,  al  pari  degli  altri  di  cui  ho  cono- 
scenza (6),  ma  che  parrebbe  recare  con  sé  un  elemento  per  una  datazione. 

Esso  consiste  nel  nome  di  chi  lo  avrebbe  trascritto,  stando  a  ciò  che 
si  legge  in  carattere  maiuscolo  sulla  faccia  anteriore  della  copertura  mem- 
branacea del  grazioso  e  conservatissimo  volumetto:  «Il  Cesano  scritto  di 
mano^di  Papa  Marcello  II». (7)  Da  Papa,  Marcello  Cervini  non  scrisse 
di  certo;  e  la  cosa  non  sarebbe  pensabile  nemmeno  se,  invece  che  ventidue 
giorni,  avesse  portato  la  tiara  ventidue  anni.  Ma  neppure  è  credibile  che 
eseguisse  di  suo  pugno  la  trascrizione  insignito  della  dignità  e  gravato 
delle  cure  del  cardinalato,  quando  non  gli  mancavan  davvero  altre  mani 
di  cui  valersi  ;  e  con  ciò  saremmo  condotti  a  porre  qual  limite  più  recente  il 
12  dicembre  del  1539.  La  vita  e  le  condizioni  anteriori  si  presterebbero 
invece  assai  bene  a  suffragare  l'attribuzione,  più  che  mai  se  dal  1539  ci 
arretriamo  ancora  di  un  buon  tratto,  spingendoci  al  1535  e  al  di  là.  E  si 


(1)  CiAN,  Un  dee,  p.  34. 

(2)  V.  p.  133. 

(3)  Di  ciò  additai  una  prova  patente  nell'Introduzione  del  1896,  p.  lxi, 
n.  5. 

(4)  V.  Ballett  della  Soc.  Dani.  Ital.,  N.  S.,  XXII,  112. 

(5)  P.  LXI.  L'edizione  del  Canzoniere  del  Trivulzioa  cui  l'allora  laureando  ed 
ora  professore  Emilio  Galli  attendeva  a  quel  tempo,  non  s'è  avuta  finora;  ma 
scrive  il  Galli  stesso  che  «  il  copione  del  Canzoniere  è  presso  che  tutto  anno- 
tato e  la  biografia  manca  solo  degli  ultimi  capitoli  >.  Non  si  può  non  deside- 
rare che  il  lavoro  sia  condotto  a  termine  e  pubblicato.  —  Della  lettera  del 
Muzio  io  avevo  indicato  soltanto  (p.  lxi,  n.  6)  la  ristampa  del  1582  nelle  po- 
stume Battaglie  per  difesa  dell'Italica  lingua.  Deve  anzitutto  additarsi  l'edizione 
originaria  nel  libro  terzo  delle  Lettere  del  Mutio  Justinopolitano,  Venezia,  Gio- 
lito, 1551,  c.te  l01a-106a.  Al  limite  di  tempo  indicato  di  sopra  potrò  sostituire 
una  datazione  positiva  nelle  pp.  127-28. 

(6)  V.  Introd.,  p.  LXVI. 

(7)  Sopra,  secondo  me  d'altra  e  posteriore  provenienza,  parole  che,  per 
quanto  sbiadite,  mi  par  di  decifrare  per  intero:  «  Del  Can[onicoI  Gherardini». 
Sarebbe  questi  il  più  antico  proprietario  di  cui  il  codice  serbi  il  ricordo. 


no  PIO  RAJNA 

noti  come  tra  Marcello  Cervini  e  il  Tolomei  devono  esserci  state  rela^ 
zioni  assai  strette  (1).  Un  suffragio  paiono  aggiungerlo  le  caratteristiche 
senesi  delle  postille-sommario  ne'  margini  (2),  non  provenienti  -  me  ne 
tengo  sicuro  —  dal  Tolomei.  Si  abbia  a  mente  che  il  Cervini  era  di  famiglia 
montepulcianese  e  fu  educato  a  Siena.  Sennonché  questa  conferma  sbia- 
disce affatto,  se  si  considera  che  la  tradizione  manoscritta  del  Cesano 
quale  noi  la  conosciamo,  è  tutta  senese. 

Troppo  naturale  che  si  chieda  la  soluzione  del  problema  al  confronto 
delle  scritture.  E  condizioni  singolarmente  felici  per  eseguirlo  sono  offerte 
dall'esserci  all'Archivio  di  Stato  fiorentino  un  fondo  di  «  Manoscritti  Cer- 
viniani»,  fra  cui  per  il  bisogno  attuale  è  ciò  che  di  meglio  possa  desi- 
derarsi un  volume  costituito  di  lettere  del  futuro  pontefice  a  persone  della 
famiglia  e  per  la  massima  parte  al  padre,  che  dal  1520,  allorché  Marcello 
era  diciannovenne,  arrivano  al  1540,  toccando  cosi  il  periodo  cardinalizio  (3). 
E  nella  raccolta  sono  opportunamente  copiosissime  le  lettere  dall'estate 
del  1528  all'autunno  del  1533  (cM  156-306),  fra  cui  parecchie  di  scrittura 
pacata  e  regolare,  che  riescono  nel  caso  attuale  termine  di  confronto  par- 
ticolarmente adatto  allo  scopo. 

Ebbene:  stupiranno  molti  sentendo  che,  pur  avendo  io  prima  studiato 
e  analizzato  separatamente  i  due  termini  e  quindi  avutili  davanti  simul- 
taneamente, non  oso  profferire  una  sentenza.  La  fisonomia  si  può  dir  si- 
mile. All'osservazione  attenta  resultano  diversità  abbastanza  numerose; 
ma  la  differenza  principale  consiste  nell'essere  il  Cesano,  quanto  alla  mag- 
gior parte  dei  tratti,  coerente  e  sistematico  (4),  mentre  le  lettere  oscilla- 
no (5).  Di  ciò  si  offre  volonteroso  a  darci  ragione  il  carattere  di  «  libro  » 


(1)  Al  dire  del  P.  Egnazio  Danti,  testimonio  autorevole,  ancorché  un  poco 
tardo  (1537-1586),  il  Cervini  dovrebbe  aver  avuto  uno  dei  primi  posti  in  una 
«Accademia  d'Architettura»,  in  servigio  della  quale  il  Vignola  ebbe  a  misu- 
rare e  disegnare  gli  antichi  edifici  di  Roma,  avanti  che,  nel  1537,  il  Prima- 
ticcio lo  conducesse  in  Francia:  «Vita  di  M.  lacomo  Barrozzi  (sic)  da  Vignola», 
premessa  a  Le  due  regole  della  prospettiva  pratica  di  M.  Iacomo  Barozzi  {sic) 
DA  Vignola  con  i  comentarij  del  R.  P.  M.  Eqnatio  Danti  dell'ordine  de  Predi- 
catori, Roma,  1583.  Intorno  a  questa  Accademia  e  ai  rapporti  suoi  colle  altre 
Accademie  romane,  nulla  è  stato  detto  finora  di  preciso;  ma  è  poco  dubita- 
bile che,  qualunque  essa  fosse,  insieme  col  Cervini  vi  partecipasse  il  Tolomei. 
V.  intanto  Poleni  (a  lui  io  devo  l'indicazione  del  Danti),  Exercitationes  Vitru- 
vianae  primae,  Padova,  1739,  p.  59-61;  Salza,  Luca  Contile,  uomo  di  lettere  e 
di  negozj  del  secolo  XVI,  Firenze,  1903,  pp.  16  e  segg. 

(2)  C.te  64&  longa;  13b  accresciarle;  Ila  e  92fc  longheza. 

(3)  Il  volume,  segnato  prima  «  XXXVll  »  e  come  tale  registrato  nell'Inven- 
tario speciale  del  fondo,  ha  ricevuto  poi  il  numero  «49»  arabico. 

(4)  S'intende  che  la  coerenza  e  il  sistema  ammettono  eccezioni  non  poche» 
dovute  a  inavvertenza. 

(5)  Nel  Cesano  la  virgola  è  costantemente  la  nostra  consueta;  nelle  Lettere 
è  per  solito,  come  nell'uso  medievale,  una  verghetta  obliqua,  che  si  protende 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «IL  CESANO»  ?  Ili 

che  ha  l'uno  di  fronte  alle  altre;  libro  manoscritto  bensf,  ma  contempo- 
raneo alle  stampe,  le  quali  da  più  che  mezzo  secolo  erano  venute  abi- 
tuando ad  una  disciplinatezza  anteriormente  ben  rara.  E  le  stampe  si 
prestano  coll'esempio  a  spiegare  anche  fatti  singoli:  il  bando  alle  lineette 
oblique  qual  segno  d'interpunzione;  l'accento  sull'a  preposizione,  che  alle 
Lettere  mi  par  essere  ignoto.  Peculiare  al  Cesano  l'accento  circonflesso  su 
più,  già,  può,  monosillabi  in  cui  una  vocale  finale  è  preceduta  da  /  ed  a 
semivocali  (1).  Pare  stranezza,  eppure  sarà  effetto  di  riflessione,  propria 
od  altrui;  e  un  motivo  dev'esserci  altresì  del  non  scriversi  analogamente 
ciò.  Quanto  al  chi]  per  chi  peculiare  alla  stessa  maniera  e  costantissimo, 
apparisce  per  un  buon  tratto  anche  nel  codice  di  S.  Pantaleo,  sicché  ripe- 
terà probabilmente  l'origine  dall'ascendente  comune.  S'indeboliscon  cosi 
gli  argomenti  che  porterebbero  a  negare  l'assegnazione  a  Marcello  Cer- 
vini. Ma  dall'altra  parte  il  valore  dell'affermazione  è  attenuato  e  dall'igno- 
rarsi  da  chi  essa  provenga,  e  dal  dubbio  che,  pur  essendo  fatta  in  piena 
buona  fede,  possa  essere  nata  da  una  interpretazione  erronea. 

Se  dal  codice  magliabechiano  io  rinunzio  cosf,  dopo  averlo  tirato  in 
ballo,  a  cavar  conseguenze  (2),  sono  più  che  mai  fermo  nell'antica  convin- 
zione che  il  Cesano  fu  steso  per  essere  offerto  a  Ippolito  de'  Medici, 


anche  all'insù;  ma  qui  pure  non  sono  infrequenti  le  virgole  nostre,  le  quali 
poi  hanno  spesso  comune  col  Cesano  la  peculiarità  dell'essere  situate  sotto  il 
rigo,  invece  di  posare  il  capo  su  di  esso.  —  11  Cesano  usa  per  la  congiunzione 
copulativa  la  sigla  che  si  direbbe  uscita  dall'accoppiamento  di  s  e  t,  simile 
nell'apparenza  a  un  omega  con  appendice  finale  traversa;  e  solo  dopo  un 
punto,  qualunque  ne  sia  poi  il  valore,  scrive  distesamente  et.  Nelle  Lettere  la 
scrittura  distesa  è  la  regola;  e  fra  i  due  compendi,  quello  indicato  e  l'altro 
più  semplice  somigliante  a  un  7  colla  testa  sul  rigo,  adopera  più  frequente- 
mente il  secondo.  —  11  Cesano  munisce  di  una  virgoletta  od  apostrofe,  sovrap- 
posta a  r,  n,  m,  messa  accanto  a  /,  le  liquide  che  rimangon  finali  per  via  di 
troncamento  davanti  a  parola  che  principi  da  consonante,  cada  poi  l'accento 
dove  si  vuole,  come  a  dire  in  Signor,  poter,  esser,  ben,  rendan,  potrem,  tal,  guai, 
sol,  ecc.  ecc.  Le  lettere  attuano  questa  norma  solo  sporadicamente.  —  Il  Ce- 
sano tralascia  meno  spesso  il  segno  dell'accento  sulle  vocali  finali  accentate 
dei  polisillabi.  —  Promiscuità  non  riducibile  a  regola,  sebbene  tale  pur  sempre 
da  lasciar  scorger  tendenze,  s'ha  cosi  nel  Cesano  come  nelle  Lettere  quanto 
alle  due  forme  ben  note  dell'erre.  E  il  medesimo  si  dica  per  /  e  j  in  fin  di 
parola. 

(1)  Del  circonflesso  fa  uso  largo,  soprattutto  in  monosillabi,  ma  per  una 
ragione  che  non  ha  che  vedere  col  monosillabismo,  Cosimo  Bartoli,  in  quel 
poco  noto  sistema  di  riforma  ortografica,  che  applicò  nella  stampa  della  sua 
versione  del  Commento  di  Marsilio  Pigino  sopra  lo  Amore  o  ver'  Convito  di 
Platone,  Firenze,  novembre,  1544,  e  che  ivi  prudentemente  espose,  con  molta 
larghezza,  sotto  la  maschera  dello  stampatore  «Néri  Dortelàta». 

(2)  Si  troverà  poi,  a  p.  136,  l'indicazione  di  un  limite  dì  tempo,  al  di  là 
'del  quale  non  sembra  poter  essere  posta  la  trascrizione. 


112  PIO  RAJNA 

morto  il  10  agosto  1535(1).  Che  di  ciò  manchi  l'attestazione  esplicita^ 
piuttosto  che  dal  non  avere  il  proposito  avuto  effetto,  deriverà  dall'essere 
stata  omessa  deliberatamente  l'intestazione.  Ho  accennato  di  già  essere 
tutta  senese  la  tradizione  manoscritta  dell'opera;  e  non  deriverà  da  altro 
ceppo  neppure  l'edizione  del  Giolito.  Ciò  ben  si  capisce;  poiché,  se  la 
toscanità  della  lingua,  che,  in  contrasto  col  campanilismo  fiorentino,  If 
dentro  si  propugnava,  doveva  essere  opinione  grata  a  tutta  la  Toscana 
da  Firenze  in  fuori,  senese  era  l'autore  e  Siena  soltanto  aveva  la  vigoria, 
duratale  ancora  dugent'anni,  che  era  necessaria  per  adempier  le  parti  di 
antesignana.  Frattanto  a  Siena  fra  gli  amici  stessi  del  Tolomei  prevale- 
vano gli  spiriti  antimedicei;  e  non  doveva  quindi  piacere  che  la  difesa 
d'una  causa  che  s'aveva  cara  fosse  posta  sotto  il  patronato  d'un  Medici. 
Però  riesce  congettura  ovvia  la  soppressione  volontaria  del  nome  suo^ 
sia  da  parte  dell'autore  medesimo  in  una  copia  mandata  in  patria,  sia  per 
fatto  altrui. 

Coi  Medici,  grazie  a  comunicazioni  altrui,  so  invece  più  stretti  ed 
antichi  che  non  sapessi  vent'anni  fa  i  legami  del  Tolomei;  il  quale  nel 
1526,  guadagnandosi  il  bando  dalla  patria,  partecipò  al  tentativo  che  d'im- 
padronirsi di  Siena  fece  dal  magi^io  al  luglio  con  esito  infelicissimo  Papa 
Clemente.  Naturale  che  i  Medici  cercassero  di  rimeritarlo;  e  forse  con 
Ippolito  egli  s'allogò  allorché  questi  un  anno  dopo  dovette  da  Firenze 
ritornarsene  a  Roma.  Opportuno  rilevare  che  come  a  «  Signor  mio  Illu- 
strissimo »  il  Tolomei  suol  rivolgersi  a  Ippolito  nelle  Lettere  (2),  non  altri- 
menti ch'egli  faccia  col  personaggio  a  cu;  è  indirizzato  //  Cesano  (3).  Ma 


(1)  Lo  attesta  l'epitaffio,  ora  sparito  da  S.  Lorenzo  in  Damaso,  ma  da  po~ 
tersi  leggere,  tratto  dalle  raccolte  manoscritte  del  Galletti,  nel  Forcella,  Iscri- 
zioni delle  chiese  e  d'altri  edifìci  di  Roma,  voi.  V,  Roma,  1874,  p.  174,  n.»  489. 
Era  già  nel  Ciaconio,  Vitae  et  res  gestae  Pontif.  Roman.,  Ili,  504;:  ma  ivi  i^ 
«  M.  D.  XXXV.  Il  mi.  Idus  Augusti  »  era  stato  convertito  in  «  M  D  XXXVIIII  || 
Idus  Augusti»,  con  un  doppio  pervertimento  cronologico  e  con  uno  svarione 
grammaticale. 

(2)  La  formola  è  usata  al  principio  e  alla  fine  in  una  lettera  del  12  dicem- 
bre 1529  (e. te  \2b-\4a  nell'ed.  originaria  del  1547)  e  in  due  del  10  maggio  e 
11  ottobre  1532  (e. te  Qb  e  21&).  S'aggiunga  la  designazione  colle  parole  «  lo  Illu- 
strissimo Cardinal  de  Medici  Signor  mio  »  in  una  del  7  aprile  1531  (e. te  376) 
alla  Marchesa  di  Pescara.  Solo  nella  lettera  di  cui  la  data  resulta  dall'accom- 
pagnare  il  «  parlamento  »  che  si  vedrà  or  ora  potersi  assegnare  al  luglio  1530 
si  ha  invece  «Signor  mio  Reverendissimo»  (c.te  I7a),  a  quel  modo  che  «Reve- 
rendissimo», non  so  se  per  fatto  del  Tolomei,  oppure  invece  di  Fabio  Benvo- 
glienti,  portano  sempre  le  intitolazioni.  —  Avverto  che  le  singole  lettere  a  cut 
via  via  mi  riferisco  possono  facilmente  essere  rintracciate  in  ogni  edizione,  ri- 
correndo alla  «Tavola  de  i  nomi  propii»,  ossia  dei  destinatari.  L'indicazione 
di  quello  dei  sette  libri  a  cui  ciascuna  appartiene  poco  o  nulla  gioverebbe,, 
una  volta  che  le  lettere  non  sono  numerate. 

(3)  P.  4  (ed.  D.  8).  Nel  principio  semplicemente  «Signor  mio». 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «IL  CESANO»  ?  113 

importa  ben  più  la  considerazione  delle  altre  scritture  offerte  a  Ippolito 
via  via.  Le  quali  anche  per  una  strada  diversa  contribuiscono  a  condurci 
più  lontano  ch'io  non  stimassi  un  tempo. 

Il  caposaldo  è  costituito  dalle  parole  del  proemio  «pur  hora  da  st 
longo  ozio  movendo  la  mano  a  scrivere,  et  cercando  nuovamente  mostrar- 
mi ne  Io  splendore  de  gli  huomini  illustri  »(1),  le  quali  provano  in  maniera- 
irrefutabile  che  //  Cesano  tien  dietro  a  un  periodo  considerevole  di  si- 
lenzio letterario,  reale  o  apparente.  Non  ben  chiaro  che  cosa  s'intenda 
col  «  cercando . . .  mostrarmi  »  ecc.  Sono  «  gli  huomini  illustri  »  gli  scrit- 
tori insigni  coi  quali  si  entra  in  ischiera,  oppure  i  magnati,  i  patroni  ? 

Giudicherei  cinquecentisticamente  più  verosimile  la  seconda  interpre- 
tazione, se  la  prima  non  fosse  molto  efficacemente  suffragata  da  ciò  che 
trovo  detto  a  proposito  di  un  discorso  diretto  a  persuadere  i  fiorentini,, 
quando  l'assedio  durava  da  un  pezzo,  ad  accordarsi  col  Pontefice.  Gli  è 
data  forma  d'istruzione  di  Clemente  a  un  ambasciatore,  ossia,  come  allora 
soleva  dirsi,  di  «  commissione  » .  Con  questo  scritto,  steso  per  ordine 
d'Ippolito  e  allogato  poi  nel  1. 1  delle  Lettere,  il  Tolomei  veniva  involonta- 
riamente a  mettersi  in  gara  col  Guicciardini,  al  quale  ne  era  stato  chiesta 
uno  sullo  stesso  soggetto.  E  nell'accompagnatoria  del  lavoro  leggiamo: 
«  So  come  son  debili  le  mie  forze,  so  come  son  gagliarde  le  sue,  e  so  ancora 
come  nel  gran  lume  de  la  sua  gloria,  non  può  apparir  questo  piccolo  e 
oscuro  raggio  del  mio  sapere  » .  Però  il  discorso,  nonostante  la  brevità  (2), 
dovrebbe  tenersi  sufficiente  a  interrompere  il  «  longo  otio  »  e  a  stabilire 
conseguentemente  per  //  Cesano  un  termine  ante  quem,  che  ci  è  lecito  di 
fissare  al  luglio  1530(3).  Ragioni  analoghe  porterebbero  a  pensarlo  inter- 
rotto perfino  dal  Coro  che,  ancora  «  per  comandamento  »  del  Cardinale,  il 
Tolomei  compose  affine  di  supplire  una  lacuna  rimasta  nella  Tullia  del 
rimpianto  e  promettentissimo  Lodovico  Martelli;  Coro  tuttavia  che  vorrà 
reputarsi  cosa  recente,  quando  dall'autore,  il  7  aprile  1531,  fu  inviato,  con 
tutta  la  tragedia,  a  Vittoria  Colonna  (4). 


(1)  P.  3  (D.  7). 

(2)  Nell'edizione  principe  delle  Lettere  il  testo  occupa  tre  carte  e  mezzo 
(176-21a). 

(3)  Lecito,  grazie  allo  scritto  del  Guicciardini,  a  cui  quello  del  Tolomei, 
tenuto  troppo  sulle  generali  per  permettere  una  datazione  abbastanza  deter- 
minata, dovette  tener  dietro  a  brevissimo  intervallo.  Il  guicciardiniano  è  bene 
il  discorso  che  G.  Canestrini  pose  nel  secondo  volume  delle  Opere  inedite,  p. 
344-53.  Si  dice  ai  fiorentini  «perdesti  Empoli»  (p.  351),  il  che  avvenne  il  28  e 
il  29  maggio  del  1530;  si  soggiunge  «  èvvi  stato  tolto  Volterra»,  cosa  questa 
invece  che  non  segui,  ma  che  potè  credersi  momentaneamente  per  i  pericoli 
corsi  dalla  città  il  14  e  il  21  giugno.  Chiaro  pertanto  che  il  Guicciardini  scrisse 
nella  seconda  metà  di  quel  mese. 

(4)  La  lettera  d'invio  è  quella  indicata  nella  n.  2  della  p.  112.  Segnalerò  le 
parole  «  quasi  roca  anatrella  mi  son  posto  a  paragon  del  soave  canto  del  cigno  », 
colle  quali  pure,  non  altrimenti  da  ciò  che  s'è  visto  rispetto  al  Guicciardini, 


114  PIO  RAJNA 

Comunque  poi  s'intenda  lo  «splendore  de  gli  hugmini  illustri  »,// Ce- 
sano esisteva  di  sicuro  allorché  nel  maggio  del  1532  il  Tolomei  offerse 
a  Ippolito  una  dissertazione  morale-politica  inspirata  da  Sallustio  (1);  e 
doveva  esistere  assai  probabilmente  già  al  momento  della  presentazione 
di  una  vita  di  Cesare,  che,  messa  insieme  «in  sette  di  soli»,  sapeva  di 
^sporsi  a  una  luce  da  non  poter  esser  più  intensa  per  la  singolarità  delle 
circostanze.  Siamo  a  Bologna,  nel  pieno  del  congresso  di  Carlo  e  Cle- 
mente. Corre  precisamente  il  12  dicembre  del   1529(2). 

Ma  se  qui  la  prudenza  vorrebbe  che  ci  contentassimo  di  parlare  di 
probabilità,  un  termine  anteriore  di  circa  otto  mesi  è  dato  con  sicurezza 
da  un'altra  opera  del  Tolomei,  della  quale,  a  differenza  di  ciò  che  segue 
per  la  dissertazione  morale-politica  e  per  la  vita  di  Cesare  note  solo  da 
una  tenue  ombra,  possiamo  parlare  con  piena- conoscenza.  Era  desidera- 
tissima  al  principio  del  1529  la  pace  tra  l'imperatore  Carlo  e  il  re  Fran- 
cesco, da  cui  sarebbe  venuta  la  cessazione  universale  delle  guerre;  allorché, 
ad  accrescere  la  sospensione  degli  animi,  s'aggiunse  una  malattia  del  pon- 
tefice, abbastanza  grave  di  certo,  ma  di  cui,  a  quanto  pare,  la  gravità  fu 
esagerata  dalle  fantasie  e  da  interessi.  Si  trattava  di  febbre  terzana  (3). 
Clemente  ne  fu  colto  il  6  gennaio;  e  alla  metà  di  marzo  l'oratore  veneto, 
visitandolo  «  non  come  orator,  ma  come  privato  »,  «  lo  trovò. . .  con  bona 
•ciera»,  sebbene  «in  letto».  Pienamente  guarito,  Clemente  partecipò  pochi 
giorni  dopo  a  taluna  almeno  fra  le  cerimonie  consuete  della  settimana 
santa,  non  potendosi  credere  che  si  limitasse  a  pronunziare  il  giovedì  25 
«  in  la  camera  di  paramenti  »  la  solita  scomunica  contro  coloro  che  tene- 
vano Ravenna,  Cervia,  Modena,  Reggio,  con  menzione  altresì'  di  Avignone 
€  Bologna  (4). 

Della  malattia  di  Clemente  nessuno  dovette  commuoversi  più  che  il 

«nipote»  (5)  Ippolito;  e  possiamo  facilmente  immaginare  quanto  eglie  i 

suoi  partigiani  si  dovessero  adoperare  perché  a  lui  fosse  conferita  la  dignità 

•cardinalizia.  Diciottenne,  non  poteva  di  sicuro  aspirare  alla  successione 


•si  viene  a  istituire  un  confronto.  Rilevo  che  la  frase  occorre  tal  quale  nel 
Cesano,  là  dove  il  protagonista  prende,  ultimo,  a  discorrere  :  «  . . .  doppo  tanti 
et  si  divini  spiriti . . .  parlando,  non  altro  che  roca  anatrella  tra  gentili  et  ca- 
nori cigni  mi  mostrarci  »  (p.  35,  D.  43). 

(1)  C.te  Qb,  Sarà  bene  tutt'uno  col  discorso  «  de  la  corruzzion  de  gli  stati  », 
di  cui  il  Tolomei  parla  in  maniera  da  farcelo  ritenere  incompiuto,  se  pure  non 
abbozzato  soltanto,  in  una  lettera  all'amico  Cesano,  1646.  La  lettera  non  ha 
data;  ma  credo  (cfr.  150a)  che  sia  da  assegnare  all'aprile-giugno  1530. 

(2)  C.^e  126-14a. 

(3)  Di  questa  malattia  ho  seguito  le  vicende  nei  Diari  del  Sanuto,  XLIX» 
368;  L,  14,  16,  45,  55,  74. 

(4)  Sanuto,  L.  91. 

(5)  «Nipote»  lotroviam  detto  abitualmente (V.  p.  es.  Sanuto,  XLIX,  368, 
LI,  203),  secondo  una  terminologia  allora  comune,  e  che  in  certe  parti  d'Italia 
persiste  tuttora.  Con  esattezza  egli  apparisce  qual  «  nepos  ex  patruele  »  nel- 
l'epitaffio del  Cesano  indicato  a  p.  107,  n  .3. 


QUANDO  FU  COMPOSTO    «IL  CESANO»  ?  115 

immediata;  ma  in  quei  tempi  la  cattedra  di  S.  Pietro  mutava  spesso  di 
titolari  (1).  Si  riuscf  nell'intento.  Il  quarto  giorno  dallo  scoppio  «  li  reve- 
rendissimi »  furono  chiamati  *  a  palazo  in  gran  fretta  »  (2)  e  Ippolito  ebbe 
il  cappello. 

Rappresentati  alla  mente  questi  fatti  e  considerati  i  legami  tra  le  per- 
sone, penso  che  quando  alla  fine  di  febbraio  il  papa  cominciò  risoluta- 
mente a  migliorare  (3),  venisse  a  Ippolito  l'idea  di  commettere  al  Tolomei, 
già  ben  probabilmente  al  suo  servizio,  l'incarico  di  un'orazione  gratula- 
toria, da  recitarsi  a  guarigione  compiuta.  L'orazione  fu  composta  ;  e  forse 
per  desiderio  dello  stesso  pontefice,  invocato  realmente  paciere  tra  Carlo 
e  Francesco  (4)  e  per  troppe  ragioni  voglioso  di  essere,  dalla  guarigione 
prese  soltanto  le  mosse  e  come  argomento  principalissimo  ebbe  «  la  Pace  »• 

La  recitazione  avvenne  propriamente  (5),  forse  senza  che,  nonostante  la 
lunghezza,  si  ricorresse  a  tagli  (6);  e  al  Tolomei  fruttò  certo  grandi 
lodi.  Quelle  che  gli  prodigò  Giovanni  Guidiccioni  nel  dare  alla  luce  il 
discorso  cinque  anni  dopo  per  le  stampe  del  Biado  (7),  ben  rispondevano 


(1)  Dlciotto  pontefici  vide  succedersi  il  secolo  XVL 

(2)  Sanuto,  XLIX,  368. 

(3)  Sanuto,  L,  14. 

(4)  Si  legga  ciò  che  scrive  il  Guicciardini,  principiando  nel  I.  XIX  la  nar- 
razione dell'anno  1529. 

(5)  Che  il  Tolomei  dica  proemiando,  «Di  cui  io»,  cioè  della  pace,  «  P[adre] 
B[eato]  desidero  hoggi  dinanzi  a  la  divina  Santità  vostra  parlare  a  pieno  »  ; 
e  quindi,  «et  hora  mentre  che  io  con  questa  speranza  li  sostengo»  —  i  mal' 
presenti  —  «potrò  meglio  in  questo  santissimo  luogo  et  dinanzi  a  la  divina 
vostra  Beatitudine  quanto  io  ne  sento  raccontare»,  potrebbe  non  parer  prova 
sufficiente,  essendoci  luogo  a  pensare  a  una  rappresentazione  della  fantasia, 
o,  se  si  vuole,  ad  una  speranza  che  non  s'avverasse.  Né  valgono  affer- 
mazioni tarde.  Ma  si  senta  il  Guidiccioni  nella  dedicatoria  dell'edizione 
Biado.  11  Tolomei  «per  la  divotione  verso  lo  Ulustris.  Cardinale  de  Medici 
suo,  et  di  tutti  gli  animi  nobili  vero  Principe,  è  degno  d'essere  lungamente, 
et  con  attentione  ascoltato:  come  nel  vero  egli  fu».  11  Guidiccioni  è  certo  un 
testimonio  oculare.  Col  cardinale  Farnese  (cfr.  M.  A.  Benincasa,  Giov.  Guid. 
scritt.  e  diplom.  it.  del  sec.  XVI,  Roma,  1895,  p.  25)  ebbe  ad  allontanarsi  solo 
ai  primi  di  agosto  (lettera  al  Minturno,  Opere,  Genova,  1749,  1,  117,  indicata 
da  G.  B.  Rota  nella  Vita  premessa  alle  Rime,  Bergamo,  1753,  p.  11;  Sanuto, 
LI,  281,  295-96);  e  forse  insieme  con  lui  si  allontanò  anche  il  Tolomei  ;  poiché 
col  Farnese  fu  mandato  incontro  a  Carlo  V,  aspettato  a  Genova  per  il  12  ago- 
sto, il  cardinale  Ippolito. 

(6)  Si  consideri  il  «  lungamente  »  del  Guidiccioni.  Il  testo  quale  noi  lo 
leggiamo  è  tale  da  richiedere  poco  meno  di  due  ore. 

(7)  In  fine:  «Composta  da  l'authore  nel  M.  D.  XXIX.  d'Aprile,  et  stampata 
poi  in  Roma  da  Antonio  Biado  Asolano  nel  M,  D.  XXXlllI.  di  Marzo».  Dal 
1529  qui  posto  deriverà  che  nel  Catalogo  della  Palatina  di  Firenze  figuri  una 
pretesa  edizione  veneziana  di  quell'anno,  con  una  segnatura  a  cui  corrisponde, 
senza  indizio  alcuno  di  sostituzione  fraudolenta  o  non  fraudolenta,  un  esem- 
plare dell'edizione  romana,  che  proprio  vuol  ritenersi  la  prima. 


116  PIO  RAJNA 

a  un  sentimento  generale  fra  gl'intelligenti  d'allora;  e  il  giudizio  pu6 
dirsi  confermato  dall'essere  a  questa  orazione  dato  il  primo  luogo  da 
Francesco  Sansovino  nella  sua  fortunata  raccolta  di  Orationi  volgarmente 
scritte  da  molti  uomini  illustri  de'  tempi  nostri,  pubblicata  anzitutto  nel 
1561,  riprodotta  subito  nel  1562,  e  ristampata  altre  più  volte.  Ma  avanti 
d'essere  stampata  l'orazione  girava  manoscritta.  Una  copia  «  guasta  molto, 
e  male  scritta  »  ne  aveva  avuto  prima  del  maggio  1533  Vittoria  Colonna 
dal  marito  marchese  del  Guasto  (1)  ;  il  quale  —  uomo  di  guerra  e  di 
stato  -  s'era  portato  via  da  Roma  l'autografo,  con  poca  sodisfazione 
dell'autore  (2).  Che  se  questi,  ad  evitare  appunto  i  guai  delle  trascrizioni 
spropositate,  aveva  consentito  a  fatica  a  lasciarsi  stampare  (3),  dell'opera 
propria  non  era  malcontento,  e  stimò  sicuramente  d'aver  conseguito  l'in- 
tento, poco  politico  in  lui,  che  s'era  proposto.  Si  senta  ciò  che  scriverà 
il  26  maggio  del  1543  a  Giovanfrancesco  Bini  :  «  Certo  quando  io  feci  già 
quella  [orazione]  de  la  Pace,  non  da  altra  cagione  fui  mosso  maggiormente, 
che  per  mostrar  al  mondo,  come  questa  nostra  lingua  Toscana  era  atta 
ad  isprimere  altamente,  e  in  orazioni  tutti  i  gran  concetti:  la  qual  cosa 
in  que'  tempi  da  certi  litterati  di  debile  stomaco  non  era  creduta»  (4). 

Troppo  manifesto  che  dopo  la  gloriosa  orazione  il  «  pur  hora  da  sf 
longo  ozio  »  con  quel  che  segue  non  sarebbe  in  nessun  modo  concepibile. 
Con  ciò  ci  Siam  condotti  all'aprile  ed  al  marzo  del  1529:  all'aprile  per 
la  recitazione;  al  marzo  per  la  composizione (5).  E  più  tardi  del  cader 
del  febbraio  non  potè  scriversi,  «  Qui  si  tacque  il   Trissino  :  dopo  il 


(1)  Lettere,  c.te  12. 

(2)  Ib.  Non  so  se  sia  stata  mandata  la  copia  che  da  una  lettera  del  Bembo 
(IH,  250  nell'ed.  delle  Opere  del  1729)  resulta  essere  a  lui  stata  promessa 
spontaneamente  da  un  amico  suo  e  del  Toloraei,  Alfonso  Toscano,  dimorante 
in  Roma,  fino  dal  luglio  del  1529. 

(3)  GuiDicciONi,  1.  cit.  :  «  Et  benché  niente  meno  gli  cadesse  nell'animo, 
che  di  farla  stampare,  non  di  meno  costretto  da  preghi  di  molti  amici,  gli 
quali  non  potevano  con  animo  quieto  sopportare,  che  ella  nelle  mani  di  molti 
si  leggesse  scorretta,  ha  fatta  sua  la  volontà  d'altrui».  Che  per  il  Tolomei 
questi  non  siano  infingimenti,  sappiam  bene.  V.  qui  dietro,  p.  109,  e  La  Ras- 
segna, 1916,  pp.  6-7  e  359. 

(4)  C.te  47a.  La  lode  di  «molto  bella,  e  numerosissima»,  che  dà  all'ora- 
zione il  Varchi  nelì' Hercolano  (edd.  del  1570,  ven.,  p.  232,  fior.,  p.  279),  ac- 
quista valore  dal  non  essere  lodata  invece  l'altra  «al  Re  Cristianissimo». 

(5)  Nella  chiusa,  se  cosi  posso  dire,  dell'edizione  Biado  s'è  vista  asse- 
gnata all'aprile  la  composizione.  Ma  li  non  si  sarà  badato  a  distinguere  ciò 
che  io  distinguo.  Che  il  saluto  a  Clemente  per  la  salute  ricuperata  non  po- 
tesse essere  indugiato  di  molto,  è  ovvio  ;  e  un  «  hoggi  »  nel  primo  periodo 
induce  a  ritenere  che  allora  per  la  prima  volta  il  papa  si  mostrasse  propria- 
mente in  pubblico.  Messa  dunque  nell'aprile  non  troppo  inoltrato  la  recita- 
zione, è  chiaro  come  al  comporre  il  Tolomei  dovesse  attendere  soprattutto 
nel  mese  precedente. 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «  IL  CESANO  »?  1  IT 

quale  il  Conte  Baldassare  da  Castiglione,  nobile  ornamento  d'Italia...»  (1): 
parole  che  secondo  me  mostrano  vivo,  o  creduto  essere,  il  Castiglione, 
la  cui  morte,  seguita  a  Toledo  il  7  di  quel  mese,  non  dovette  stare  più 
di  un  paio  di  settimane  ad  esser  nota  nelle  corti  d'Italia.  Ci  fa  arretrare 
qualche  poco  ancora,  e  insieme  suggella  il  resultato  dei  ragionamenti  con 
una  indicazione  esplicita,  una  testimonianza  comunicatami  dall'antico  sco- 
laro Giovanni  Stama,  che  vien  preparando  intorno  al  Tolomei  un'ampia 
memoria  (2).  È  contenuta  in  una  difesa  di  messer  Claudio,  bandito  per  i 
fatti  del  1526,  che,  detta  a  voce  nel  Consiglio  delle  Repubblica,  fu,  ma- 
noscritta, offerta  poco  dopo  dall'autore  a  Mario  Bandini  con  una  lettera 
in  data  V  febbraio,  dell'anno  1528  secondo  lo  stile  senese,  1529  per 
noi  (3).  Si  esaltano  i  meriti  del  Tolomei  scrittore:  «  Chiunque  leggerà  il 
Cesano  che  egli  della  lingua  toscana  scrisse  e  gli  altri  libri  non  ancora 
pe'  suoi  travagli  finiti  delle  prose  toscane,  della  grandezza  della  chiesa, 
imprese  lodatissime,  vedrà  quanto  già  fatto  sia,  quanto  se  ne  devi  spe- 
rare». Si  noti  come  del  Cesano  ci  sia  dato  e  il  titolo  e  il  sottotitolo.  E 
qui  non  c'è  luogo  a  sofisticare,  come  si  sarebbe  potuto  nei  casi  antece- 
denti, immaginando  che  il  Tolomei  avesse  bensì  messo  mano  al  Cesano 
prima  di  volgersi  alle  altre  scritture  passate  in  rassegna,  ma  che  non 
procedesse  molto  oltre,  appunto  per  attendere  a  quell'altre,  e  che  poi,  ri- 
tornando al  Cesano,  lasciasse  stare  il  «  pur  hora  »,  sebbene  non  più  rispon- 
dente alle  condizioni  attuali.  Il  difensore  del  Tolomei  addita  //  Cesano 
come  un'opera  compiuta,  non  come  un  cominciamento  d'opera;  giacché 
ad  esso  non  è  punto  lecito  di  estendere  il  «  non  ancora  pe'  suoi  travagli 
finiti  »  che  tien  dietro,  e  che  precisamente  viene  a  mettere  in  contrasto 
ciò  che  è  tuttora  incompiuto  con  ciò  che  invece  è  compiuto. 

«  Non  ancora  finiti  »  erano  i  libri  delle  Prose  toscane  :  un  titolo  che 
ripete  certamente  la  sua  ragion  d'essere  dalle  Prose  di  M.  Pietro  Bem^ 
bo  nelle  quali  si  ragiona  della  volgar  lingua,  come  leggiamo  in  fronte 
alla  prima  edizione,  o,  più  brevemente,  dalle  Prose  della  volgar  lingua 
del  Bembo.  Ne  ripete  la  ragion  d'essere  e  si  vuol  contrapporre;  poiché  la 
caratteristica  del  Tolomei  sta  appunto  nello  sventolare  la  bandiera  della 


(1)  P.  18,  D.  24. 

(2)  Allusi  altre  volte  a  lui  senza  nominarlo  :  La  Rassegna,  1916,  p.  361  ;  e 
in  questo  medesimo  scritto,  p.  107-8  n.  5,  e  p.    112. 

(3)  Anche  a  Siena  l'anno  principiava,  e  seguitò  ufficialmente  a  principiare 
fino  al  1750,  il  25  marzo,  al  modo  stesso  come  a  Firenze.  —  L'orazione  fu  già 
nota  al  Poleni  (V.  p.  110  n.  1  e  p.  119),  che  ne  aveva  avuto  copia  dall'Ab;  CM 
Gio.  B.  Casotti  :  Exercit.  Vitruv.,  p.  52-53.  Il  codice  che  la  contiene  si  conserva 
nella  biblioteca  comunale  di  Siena,  colla  segnatura  «  H.  X.  24»,  ed  è  regi- 
strato dall'Ilari  nell'  Indice  per  materie  o  Catalogo  di  quella  biblioteca,  alla 
p.  60  del  voi.  I  (1844).  Che  Girolamo  Mandòli,  dato  ivi  per  autore,  sia  tale  in 
realtà,  può  essere  molto  bene  ;  ma  non  resulta  in  modo  semplice,  come  l' Ilari 
porterebbe  a  credere. 


118  PIO  RAJNA 

toscanità  contro  chi  designa  e  concepisce  la  lingua  come  «volgare», 
«cortigiana»,  «italiana»,  o  meramente  «fiorentina».  —  Ma  come  mai  di 
queste  Prose  toscane  non  è  parlato  altrove  ?  —  Ben  se  ne  parla,  credo 
io,  e  parecchie  volte.  Sono  r«  operetta  in  difesa  de  la  lingua  nostra  con- 
4ra  i  biasimatori  di  lei  »,  di  cui  scriveva  il  7  aprile  1531  alla  marchesa 
di  Pescara,  che,  avendone  «  perduto  nel  sacco  di  Roma  il  secondo  libbro, 
che  quasi  era  finito»,  mai  non  s'era  saputo  risolvere  a  rifarlo,  sperando 
«  che  la  fortuna  gli  volesse  almeno  usar  questa  cortesia  di  far^//elo  ritro- 
vare »  (1).  Diceva  tuttavia  che  si  sarebbe  sforzato  di  mandargliela  «  infra 
non  molto  tempo  ».  Ma  quindici  o  sedici  anni  dopo  era  ancora  allo  stesso 
punto.  È  d'un  16  di  giugno,  più  probabilmente  del  1547  che  del  1546(2), 
una  lettera  a  Fabio  Benvoglienti,  che  sparge  molta  luce (3):  «È  troppo 
grande  e  troppo  fuor  di  misura  il  vostro  desiderio  di  veder  finita  quella 
opera  de  l'escellenza  de  la  lingua  Toscana.  Che  sarà  poi  ch'io  l'harò 
finita?  s'acqueteranno  gli  schiamazzi  dite  voi:  Io  ho  più  tosto  temenza 
che  si  moveranno  maggior  romori,  e  sveglierannosi  più  gravi  contrasti.  Ma 
sia  che  vuole,  s'altro  non  mi  s'attraversa,  io  la  finirò,  e  dirò  schiettamente, 
quel  ch'io  ne  credo,  non  mi  lasciando  sviare,  né  da  l'amor  del  paese 
nativo;  né  torcer  da  l'affezzion  de  gli  studii,  ch'io  v'ho  fatti  sopra  ta- 
lora. Ma  ben  parrà  che  sia  malagevole  questa  difesa,  poscia  che  dopo 
l'accusa  fattavi  da  me  stesso,  io  son  istato  più  di  vinti  anni  a  difenderla. 
Ma  di  ciò  s'incolpi  pur  quello  scelerato  sacco  di  Roma,  il  quale  oltre  a 
gli  altri  gravi  danni  che  mi  fece,  non  si  vergognò  por  la  brutta  mano  ne 
le  scritture,  e  dispergermi  questa  insieme  con  alcune  altre  mie  povere,  e 
misere  fatiche».  Il  saccodi  Roma  rannoda  quest'opera  coli'*  operetta»  annun- 
ziata a  Vittoria  Colonna;  l'incompiutezza  e  la  divisione  in  libri  che  sembra 
indicata  anche  dall'oratore  senese  (4),  agganciano  r«  operetta  »  colle  «  Pro- 
se toscane»;  alle  quali  si  vede  essersi  mutato  nome,  con  vantaggio  sicu- 
ramente non  tenue  della  chiarezza.  Col  nuovo  titolo  essa  era  apparsa,  oso 
dire,  anziché  apparve  poi,  in  una  lettera  d'un  20  di  maggio,  incontesta- 
bilmente «  1547  »  (5),  al  Benvoglienti  medesimo  ;  lettera  alla  cui  risposta 
è  verosimilmente  replica  la  lettera  del  16  giugno.  Vi  leggiamo (6):  «Io 
spero  in  ogni  modo  finir  l'opera  de  l'escellenza  in  questi  caldi  che  ver- 
ranno escellenti,  se  già  qualche  stroppio  non  ci  s'attraversa».  Per  sot- 
trarsi ai  «caldi  smisurati  de  la  città»,  vale  a  dir  di  Piacenza,  e  in  pari 


(1)  C.te  37  b, 

(2)  Cfr.  Introd.  al  De  v.  El.,  p.  Lxn. 

(3)  C.te  192  a. 

(4)  Meno  probabile  che  il  plurale  «  libri  »  sia  usato  unicamente  per  ra- 
gione dell'essere  menzionata,  insieme  colle  «Prose»,  la  «Grandezza  della 
■Chiesa». 

(5)  Lo  prova  la  lettera  che  s'è  ricevuta  da  Cremona,  quella  che  s'aspetta 
da  Venezia.  V.  Bull.  d.  Soc.  Dani.  IL,  N.  S.,  XXll,  256-57. 

(6)  C.te  198 6 -99 a. 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «  IL  CESANO  »?  1 19 

tempo  attendere  al  lavoro,  il  Tolomei  anelava,  nel  luglio  o  nell'agosto 
che  tennero  dietro (1),  alle  colline  di  Scipione;  e  a  chi  aveva  ad  essergli 
ospite,  Girolamo  Pallavicino,  scriveva  (1):  «Tornate  dunque  quanto  più 
tosto  potete;  che  ce  ne  andarem  là  suso,  a  fuggir  non  solo  i  morsi,  ma 
gli  abbaiamenti  ancora  di  questo  maladetto  Cane  o  Cagnuola  ch'ella  sia  (3); 
che  a  me  porge  hora  assai  più  molestia,  che  non  farebbe  Cerbero  con 
tutte  tre  le  sue  teste.  E  ciò  mi  sarà  gratissimo  ancora,  perché  bavero  la 
mente  più  libera,  e  spedita  per  finir  quella  operetta  de  l'escellenza  de 
la  lingua,  già  molti  anni  da  me  tralassata,  e  hora  da  molti  disiderata  e 
aspettata.  A  la  qual  fatica  tanto  più  mi  porrò  volentieri,  quanto  che  voi 
più  volte  mi  v'havete  sollecitato  e  sospinto.  Ove  sentirò  doppio  piacere, 
vedendola  in  quella  aria  e  'n  quello  luogo  vostro  di  stroppiata  divenir 
sana,  e  di  imperfetta  a  la  propia  sua  interezza  formarsi». 

Arrivati  a  questo  punto,  per  completar  la  raccolta  dei  dati  necessari  per 
venire  a  una  conclusione  riguardo  alla  datazione  del  Cesano,  bisogna 
volgere  gli  occhi  ai  primordi  dell'attività  letteraria  del  Tolomei,  che 
ebbe  questo  di  caratteristico,  di  essere  a  sbalzi,  forse  anche  per  ragione 
di  temperamento,  e  non  solo  per  impedimenti  esteriori.  Il  marchese  Gio- 
vanni Poleni,  che  nelle  Exercitationes  Vitruvianae  primae,  pp.  50-62,  di- 
scorse per  il  primo  di  lui  con  diligenza  (4),  credette  che  non  s'avesse 
nulla  di  suo  anteriore  al  Polito  (p.  52),  che,  sulle  orme  del  Gigli,  non. 
dubitava  spettargli.  Ignorò  le  Laude  delle  Donne  Bolognese:  poemetto- 
polizianesco  (5)  di  261  ottave  ripartite  in  tre  Libri,  finito  di  stampare  nel- 
l'ottobre del  1514  a  Bologna,  dove  «  il  bel  poeta  »,  come  lo  chiama  in  un 
suo  «Epigramma»  uno  degli  amici  che  gli  fan  cerchio  intorno  e  gl'in- 
tesson  corone,  attendeva  certamente  agli  studi  giuridici,  ma  non  a  quelli 
soltanto.  E  ignorò  del  pari  un  dialogo  De  corruptis  verbis  iuris  civilis, 


(1)  V.  n.  3. 

(2)  C.te  229  a-b. 

(3)  Si  allude  alla  Canicola,  e  quindi  al  periodo  canicolare,  che  nel  cin- 
quecento, avanti  lo  spostamento  di  dieci  giorni  prodotto  dalla  riforma  grego- 
riana del  calendario,  principiava  supperggiù  ai  12  di  luglio  protraendosi,  con 
durata  non  eguale  per  tutti,  fin  verso  la  metà  di  agosto,  o  più  oltre.  Il  Tolo- 
mei dà  a  veder  di  e?pere  delle  incertezze  e  delle  confusioni  fra  «  Canis  »  e 
«Canicula». 

(4)  La  spinai  a  occuparsi  del  soggetto  venne  dagli  studi  del  Tolomei  in- 
torno all'architettura  antica  e  più  propriamente  a  Vitruvio  (V.  la  mia  n.  1 
della  p.  110),  di  cui  è  documento  eloquentissimo  una  lettera  al  conte  Agostino 
Landi,  c.te  81a-85a,  dove  si  espone  un  piano  di  lavori,  da  eseguire  insieme 
con  altri,  tale  da  suscitare  in  noi  meraviglia. 

(5)  Non  sarà  per  ragione  del  Poliziano  che  l'autore  qui,  e  non  mai  altrove, 
eh'  io  sappia,  ci  viene  avanti  col  nome  «  Angelo  Claudio  Ptholomeo  »  ?  — 
Delle  Laude  possiede  un  esemplare  la  Palatina  di  Firenze  ;  e  ad  esso  è  do- 
vuta la  mia  conoscenza  diretta. 


:120  PIO  RAJNA 

rivelato  da  Iacopo  Morelli  (1),  dietro  una  stampa  che  il  dottissimo  biblio- 
grafo reputa  «fatta  in  Siena  intorno  all'anno  1516»:  data  che  l'argomento 
suo  stesso  obbliga  a  convertire  in  1517  (2).  Steso  —  *  ita  persancte  juro  »  — 
in  due  soli  giorni,  è  indirizzato  appunto  a  Gabriele  Cesano,  «  homini  doc- 
tissimo  et  amicissimo  simul  *,  ad  istanza  del  quale  era  stato  scritto,  in 
seguito  a  discorsi  che  erano  stati  fra  loro  «  per  hosce  aestatis  calores  »  (3). 

Queste,  per  servirmi  dell'espressione  che  l'autore  usa  a  proposito  delle 
Laude  (4),  le  «  primizie  »  del  Tolomei  ;  ad  esse  egli  vuol  ben  riferirsi  col 
«nuovamente»,  nel  passo  del  Cesano  «pur  hora»  ecc.  per  noi  fondamen- 
tale (5);  di  qui  sarà  da  misurare  il  «  longo  ozio». 

Convenientemente  lungo  verrebbe  ad  essere  anche  tenendoci  di  là  dal 
Polito,  posto  che  di  un'opera  data  fuori  come  cosa  altrui  sia  lecito  tener 
conto,  0  comunque,  astraendo  da  esso,  immaginando  pur  sempre  //  Ce- 
sano steso  prima  del  1525.  Vien  fatto  di  pensare  agli  ultimi  mesi  del  1524. 
Il  disegno  di  un  contrasto  al  quale  partecipassero  il  Bembo,  il  Trissino, 
il  Castiglione,  Alessandro  de'  Pazzi,  Gabriele  Cesano,  ben  si  addice  a 
quel  tempo.  È  ritornato  a  Roma  il  Bembo  (6)  ;  non  sono  ancora  partiti,  o 
sì  son  mossi  appena,  il  Trissino  (7)  e  il  Castiglione  (8);  vi  dimora  Ales- 
sandro de'  Pazzi  (9)  ;  ci  si  trova  —  possiamo  tenercene  sicuri  —  il  Ce- 


(1)  «Relazione  di  un'Operetta  rarissima  di  Claudio  Tolomei»,  ecc.,  pub- 
blicata primamente  nel  Poligrafo  di  Milano,  1812,  10  e  17  maggio,  p.  295  sgg. 
e  311  e  segg.,  e  riprodotta  nelle  Operette  di  Iacopo  Morelli  bibliotecario  di  S.  Mar- 
co ora  insieme  raccolte  con  opuscoli  di  antichi  scrittori,  Venezia,  1820,  II, 
367-80. 

(2)  Il  Morelli  si  fonda  (Oper.,  p.  378)  sulla  convenienza  tipografica  pie- 
nissima anche  nei  minimi  particolari  con  un  «  altro  libro  rarissimo,  anzi  quasi 
sconosciuto  . . .  Impresso  in  Siena  per  Semione  de  Nicolò  cartolajo  Anno  Domini 
M.  D.  XVI.  die  12  de  febrajo».  Ora  si  veda  ciò  che  m'è  accaduto  di  dire  a 
p.  117. 

(3)  Oper.,  p.  370-71. 

(4)  Nella  «  Breve  Excusatione  »  in  prosa  che  s'ha  alla  fine.  Non  dissimil- 
mente in  un  epilogo  «lectori  suo  »  del  trattatello  De  corruptis  verbis,  «  ab  homine 
novo  quid  nisi  tenue  expectandum  erat?»  Morelli,  Oper.,  p.  377. 

(5)  Dei  due  sensi  da  potersi  dire  opposti  che  «  nuovamente  »  si  trova  avere 
in  antico,  colla  conseguenza  funesta  di  numerosi  errori  moderni,  qui  il  conte- 
sto richiede  quello  rimasto  unico  per  noi.  E  non  si  pensi  che  ne  nasca  con- 
tradizione col  «mostrando  , . .  i  primi  quasi  miei  scritti  esser  di  qualche  per- 
donanza  degni  »  che  si  soggiunge,  dove  s'intende  di  riferirsi  appunto  al  Cesano. 
Qui  alle  Laude  e  al  dialogo  latino  si  allude,  velatamente  come  si  conviene  ad 
opere  giovanili,  col   «quasi». 

(6)  Si  mise  in  viaggio  da  Padova  il  10  ottobre.  V.  Gian,  Decennio,  p.  31. 

(7)  La  Rassegna,  1916,  p.  262. 

(8)  V.  qui  dietro,  p.  108. 

(9)  A  Venezia  andò  come  oratore  fiorentino,  rimanendoci  quattordici  mesi, 
nel  febbraio  del  1527. 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «  IL  CESANO  »?  121 

sano  (1).  Che  fra  loro,  o  da  loro  con  altri,  si  dovesse  esser  molto  discorso 
e  discusso  delle  questioni  linguistiche,  non  è  da  dubitare.  E  si  possono 
addurre  indizi  rpeciali.  Sul  Cesano  le  Prose  del  Bembo  non  si  vedono 
aver  esercitato  azione  altro  che  coU'epiteto  «volgare»  specificante  la 
lingua,  mantenutosi  nel  titolo  attraverso  a  tutte  le  metamorfosi  (2)  :  causa 
presumibile  della  parte  assegnata  a  Messer  Pietro  (3);  e  il  titolo  era  certo 
sostanzialmente  noto  anche  quando  l'opera  era  gelosamente  custodita  (4). 
A  nessun  momento  meglio  che  a  quello  in  cui,  dopo  un  esperimento  pra- 
tico durato  vari  mesi,  venne  alla  luce  l'Epistola  a  Papa  Clemente  (5), 
parrà  convenirsi  il  dire  che  se  alla  rappresentazione  della  parola  per  via 
di  lettere  si  voglia  dare  un'importanza  che  realmente  non  ha,  «  noi  pre- 
garemo  il  Trissino  qui,  che  voglia >  alla  lingua  nostra  «questo  proprio 
alfabeto  interamente  ordinare  »  (6). 

Queste  parole  tuttavia  poterono  benissimo  essere  scritte  anche  più  tardi. 
Sono  cerimonia,  non  altro;  poiché  non  è  pensabile  neppure  per  ombra  che 
i  sentimenti  del  Tolomei  riguardo  alla  riforma  del  Trissino,  rampollanti 
da  profonde  e  vecchie  radici,  non  fossero  dall'origine  quali  si  manifestano 
nel  Polito.  E  come  il  riformatore  per  eccellenza  dell'alfabeto  italiano,  il 
Trissino  seguitò  durevolmente  ad  apparire  alla  generalità  ;  e  come  tale 
bisognava  bene  che  lo  riconoscessero  gli  stessi  rivendicatori  di  priorità, 
vere  o  pretese,  senesi  o  fiorentine.  Per  ciò  poi  che  spetta  al  Bembo,  potrà 
sostenere  ignorate  da  chi  scrisse  il  Cesano  le  Prose  solo  chi  creda  che  in 
esse  si  propugni  per  la  lingua  il  nome  di  fiorentina,  sicché  ne  resulti  con- 
tradizione tra  le  due  opere.  Cosi  dice  il  Varchi,  arrivando  perfino  a  dare 
al  Bembo  il  monopolio  di  siffatta  opinione  (7).  Ma  dove  nelle  Prose  è  mai 
detto  ciò  ?  Quando  in  esse  si  parla  di  «  lingua  fiorentina  »  s'intende  la  lin- 
gua propria  di  Firenze,  in  contrapposto  colla  favella  di  ogni  altra  città  e 
regione.  Che  quella  lingua  si  esalti  e  si  giudichi  dover  essere  adoperata 
in  Italia,  scrivendo,  da  quanti  vogliono  esser  letti,  non  significa  per  nulla 
affatto  che  ad  essa,  estesa  a  questo  modo,  si  riconosca  il  diritto  di  man- 
tenere la  denominazione  primitiva.  Con  pari  e  miglior  fondamento  si  po- 
trebbe rappresentare  il  Bembo  come  un  partigiano  della  designazione 
«lingua  toscana»,  propugnata  dal  Tolomei;  dacché  nelle  pagine  stesse 
da  cui  si  raccoglie  il  «lingua  fiorentina»,  è  adoperato  promiscuamente 


(1)  V.  p.  107,  testo  e  n.  5. 

(2)  Si  veda  Cian,  pp.  32  n.  1,  49-50,  56,  57  n.  1. 

(3)  P.  7-11  (ed.  D.  11-16). 

(4)  Gian,  p.  54. 

(5)  La  Rassegna,  1916,  pp.  259-62. 

(6)  P.  68-69  (ed.  D.  78). 

(7)  «  Di  coloro,  che  ho  letti  io,  i  quali  hanno  disputato  questa  quistione 
alcuni  tengono,  che  ella  si  debba  chiamare  Fiorentina,  e  questi  è  M.  Pietro 
Bembo  solo».  Sono  nelV Hercolano  le  prime  parole  del  «Quesito  decimo  e  ul- 
timo», p.  253  nella  giuntina  di  Venezia,  p.  304  in  quella  di  Firenze. 


122  PIO  RAJNA 

altrettanto  e  più  spesso  «Thosco»  e  «  Thoscano  »  (1)  ;  e  fra  l'epiteto  più 
comprensivo  ed  il  meno  è  da  ritenere  che  il  Bembo  in  un'applicazione 
ampia  avrebbe  preferito  il  primo.  Né  l'espressione  campanilistica  poteva 
andare  a  genio  a  chi,  nonché  ai  Fiorentini,  ai  Toscani  in  universale,  rim- 
proverava il  lasciarsi  vincere,  prendendo  la  penna,  dal  parlare  del  popolo 
e  il  badar  poco  agli  scrittori,  sicché  «  viemmi  talhora  in  openione  di  credere, 
che  l'essere  a  questi  tempi  nato  Fiorentino,  a  ben  volere  Fiorentino  scri- 
vere non  sia  di  molto  vantaggio  >  (2).  Il  vero  si  è  che  il  Bembo  non  s'era 
proposto  per  nulla  affatto  la  questione  del  nome,  e  poteva  dire  liberamente 
«fiorentino»,  «toscano»,  «volgare».  Sta  tuttavia  che  nell'uso  suo  «vol- 
gare» ha  la  prevalenza;  e  innastato  come  si  trova  esser  sul  titolo,  dava 
motivo  ragionevole  perché  il  Bembo  ne  fosse  scelto  a  paladino. 

Quel  problema,  più  assai  che  dal  Trissino,  suscitato  dall'intolleranza 
di  quei  fiorentini  a  cui  riusciva  incomportabile  che  la  lingua  che  si  desi- 
derava propagata  per  tutta  l'Italia  fosse  chiamata  italiana,  occupa  bensf 
la  mente  di  uno  dei  contradittori  levatisi  all'apparizione  dell'Epistola  de 
le  lettere:  Lodovico  Martelli.  Lui  cita  esplicitamente  il  Tolomei  con  rife- 
rimento ad  una  delle  parti  che  nella  Risposta  sono  senza  dubbio  più  no- 
tevoli: «Nondimeno  io  cosi  arditamente  dirò,  che  o  quell'opera»  —  il  De 
vulgari  Eloquentia  —  «  non  è  di  Dante,  come  ingegnosamente  Lodovico 
Martelli  ha  tentato  mostrarci..,».  A  Lodovico,  conoscendo  la  Risposta, 
si  sarebbe  certo  commesso  l'ufficio  di  sostenere  la  denominazione  «  lingua 
fiorentina»,  se  egli  avesse  fatto  in  que'  tempi  dimore  non  passeggiere  a 
Roma.  Che  ciò  non  paia  esser  seguito,  spiega  ottimamente  che  nel  luogo 
che  competeva  a  lui  meglio  che  a  chicchessia  sia  stato  collocato  Alessandro 
de'  Pazzi.  Il  quale  avanti  di  entrar  nel  vivo  della  questione,  esce  a  dire: 
«Ben  so  io  ancora  che  se  a  questa  honorata  tavola  fusse  per  sorte  al- 
cuno de'  nostri  fiorentini  ingegni,  egli  forse  mi  toglierebbe  la  fatica  del 
parlare.  Perché  et  la  patria  sua  et  la  fiorentina  lingua  securamente  (3)  difen- 
derebbe, come  c'è  chi  con  bei  ragionamenti  et  ingegnosi  scritti  altre  volte 
copiosamente  ha  dimostro»  (4).  A  chi  si  vuole  mai  alludere  colle  ultime 
parole?  Senza  dubbio  o  al  Machiavelli,  o  al  Martelli.  Contro  il  primo, 


(1)  C.te  XIII6-XV6  nell'edizione  principe.  Di  «Fiorentina  lingua»,  «lin- 
gua Fiorentina  »,  «  Fiorentino  »,  cioè  fiorentinamente  «  scrivere  »,  v'incontriamo 
sei  esempi.  Dall'altra  parte  abbiamo  «  [lingua]  Thoscana  »,  «  ragionar  Thosca- 
namente  »,  «  Thoscane  voci  »,  «  Thoscani . . .  scrittori  »,  una  volta  ciascuno.  Ma 
sono  da  mettere  sullo  stesso  piatto  della  bilancia  altri  esempi  meno  netti  :  «  i 
miei  due  Thoschi»,  Boccaccio  e  Petrarca;  «Molte  guise  del  dire  usano  i  Tho- 
scani huomini  »;  «voi  Thoschi  del  vostro  parlare  abondevoli  meno  stima  ne 
fate  che  noi  non  facciamo  ».  Se  poi  ci  togliamo  da  queste  pagine,  «  Thoscano  » 
si  lascia  dietro  il  «  Fiorentino  »  a  grande  distanza. 

(2)  C.te  XV  a. 

(3)  Non  «  severamente  » ,  come  hanno  le  stampe. 

(4)  P.  26  (ed.  D.  32-33). 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «  IL  CESANO  »?  123 

nella  manchevolezza  delle  nostre  conoscenze,  poco  dice  la  scarsa  divul- 
gazione del  Dialogo^  di  lui  cosi  degno;  ma  nemmeno  si  può  far  molto 
assegnamento  in  favor  suo  su  !'« altre  volte»,  che  porterebbe  a  pensare 
a  un  tempo  abbastanza  lontano  (1);  dacché  nei  codici  da  me  riscontrati  le 
due  parole  mancano,  donde  un  forte  sospetto  che,  se  vengono  dal  Tolomei, 
siano  state  aggiunte.  Parla  assai  più  forte  per  il  Martelli  il  fatto  positivo 
che  in  bocca  ad  Alessandro  de'  Pazzi  sono  messe  cose  parecchie  che, 
parte  indubbiamente  parte  probabilmente,  provengono  dalla  Risposta  (2). 
Col  Dialogo  invece  non  ci  sono  concordanze  conclusive.  L'analogia  del- 
l'impostatura, come  una  discussione,  nel  Dialogo,  «  se  la  lingua  nella  quale 
hanno  scritto  i  nostri  poeti  et  oratori ...  è  Fiorentina,  Toscana,  o  Italiana  », 
e  si  aggiungerà  poi  anche  «Curiale»,  e  nel  Cesano  se  sia  Volgare,  Ita- 


(1)  Ho  creduto  di  poter  assegnare  il  Dialogo  all'autunno  del  1514,  oppure 
(meno  probabilmente)  del  1516:  Rendic.  dei  Lincei,  Serie  5',  CI.  di  Se.  Mor., 
t.  II,  pp.  216-22.  Per  il  Tommasini,  che  dissente  anche  nella  questione  del- 
l'autore, sarebbe  da  discendere  al  1519-22  (La  vita  e  gli  scritti  di  Niccolò  Ma- 
chiavelli, II,  359-61). 

(2)  Per  la  Risposta  la  ragione  addotta  altrove  (La  Rassegna,  1916,  pp.  350-1 
n.  3)  vuole  che  i  rinvìi  —  non  la  lezione  —  si  conformino  alla  ristampa  in  appen- 
dice alle  Opere  del  Trissino.  La  lunghezza  e  la  non  sufficiente  nettezza  di  con- 
torni, fanno  si  che  principiando  io  inviti  a  confrontare  Ces.,  pp.  28-29  (ed.  D.  34- 
35)  con  Risp.,  p.  2,senza  nulla  trascrivere.  —  Ces.,  pp. 29-30(ed.  D.  36),  «Il  secondo 
segno  è,  che  se  si  piglia  de'  più  facili  et  più  bassi  scritti  del  Boccaccio  (lasso  dir 
del  Petrarca  o  di  Dante,  i  quali  per  l'alteza  del  soggetto  sono  spesso  oscuri)  et  si 
vada  perii  contadi,  o  perii  comun  vulgo  di  Genova,  o  parte  che  Toscana  non  sia» 
ecc.:  Risp.,  p.  3,  «Hor  prenda  il  nostro  Trissino  delli  scritti  di  Dante  ò  del 
Petr[arca]  ò  del  Bocciacelo] ...  &  vadisene  per  il  Ferrarese  contado,  ò  Vicentino^ 
ò  Genovese  od  altri  simili  »  ecc.  —  Ces.,  p.  31  (ed.  D.  37),  «  Certo  maraviglia 
sarebbe,  et  non  poca,  se  essendo  cotal  lingua  propria  al  rimanente  d'Italia,  non 
si  fusse  in  tanto  paese  qualche  scelto  ingegno  a  molta  loda  con  costoro  pari- 
mente alzato;  et  nel  seno  di  Fiorenza  sola  tre  cosi  maravigliosi  dicitori  si 
fusser  in  un  tempo  a  cantar  posti».  Risp.,  pag.  2,   «Uno  che  fusse  nato  ne 

la  Magna non  potrebbe  credere,  che  essendo  l'uso  di  quella  lingua  in  tutta 

Italia. . .  Fiorenza  sola  ne  avesse  havuti  i  primi  tre  scrittori,  et  l'altre  di  ciò 
prive  fussero,  però  che  molto  stranea  cosa  gli  parrebbe,  che  in  Milano,  in  Vi- 
cenza, in  Genova,  in  Bologna  non  fosse  nato  alcuno  che  si  fosse  di  quella  lingua 
come  quelli  t  onorato  » .  —  Ces.  p.  32  (ed.  D.  39),  «  La  onde  se  ben  riguardiamo, 
non  una  sol.-  lingua  o  una  sola  pronunzia  è  in  Toscana;  ma  sono  molte  et 

molte  »  ecc.  :  i  'sp.,  p.  5,  «  La  Toscana  lingua  adonque  è  questa la  quale . . . 

io  divido  in  più  pronuntie  »  ecc.  —  Ces.,  p,  33  (ed.  D.  40),  «  Dante  certamente 
nel  suo  convito,  ne  la  escusatione  ch'egli  fa  perché  non  habbia  latino  scritto  » 
ecc.  :  Risp.,  p.  7,  «Nel  .v.  Cap.  del  suo  Convivio,  ove  egli  da  le  ragioni,  scu- 
sandosi, perche  facci  il  Comento  volgare,  &  non  latino  »  ecc.  —  Ces.  p.  34  (ed.  D. 
41)  e  Risp.,  p.  5,  si  richiamano  del  pari  ai  canti  xxxiii  e  x  dell'Inferno,  al 
proemio  alla  quarta  Giornata  del  Boccaccio,  al  «xv.  libro  de  le  sue  Geneo* 
logie  »  o  «  Geneal.  ». 

La  Rassegna.  XXV,  II,  2 


124  PIO  RAJNA 

liana,  Cortigiana,  Fiorentina,  o  Toscana,  non  prova  nulla.  Atteggiando 
le  cose  com'egli  fa,  il  Tolomei  rispecchia  dichiaratamente  dispute  attua- 
li (1),  naturali  in  Roma  più  che  in  qualsivoglia  altro  luogo;  e  non  ha  quindi 
bisogno  alcuno  di  ricevere  impulsi  da  ciò  che  era  stato  detto  e  scritto  a 
Firenze  non  pochi  anni  prima. 

Le  emanazioni  dalla  Risposta  hanno  questo  di  particolarmente  notevole, 
che  pervadono  tutta  l'argomentazione  di  Alessandro  de'  Pazzi,  la  quale 
senza  di  esse  non  può  stare.  Non  è  quindi  lecito  vederci  delle  giunte, 
come  può  farsi  per  le  allegazioni  del  Polito.  E  poiché  il  discorso  di  Ales- 
sandro è  parte  essenziale  dello  schema,  ne  viene  che  //  Cesano  deve  ri- 
tenersi posteriore  alla  Risposta.  Ma  appunto  //  Polito,  al  quale  il  Tolomei 
dovette  mettersi  subito  (2),  vieta  che  la  posteriorità  sia  immediata.  Biso- 
gna che  siano  scorsi  perlomeno  dei  mesi. 

Riserbandomi  di  vedere  più  tardi  se  ci  sia  modo  di  determinare  mag- 
giormente, mi  trovo  dunque  fin  qui  avere  raccolto  che  //  Cesano  spetta 
al  periodo  compreso  fra  il  declinare  del  1525  e  il  principio  del  1529.  Ma 
pur  esistendo  allora  come  cosa  compiuta,  esso,  quale  l'abbiam  noi,  po- 
trebbe non  essere  contenuto  dentro  questi  limiti.  Siamo  noi  sicuri  che, 
dopo  condotto  a  termine,  non  abbia  ricevuto  incrementi  fors'anche  molto 
considerevoli  ?  Nulla  riguardo  a  ciò  è  detto,  ch'io  sappia,  dalla  tradizione 
diplomatica.  Il  problema  non  è  tuttavia  suscitato  senza  un  concreto  perché. 

Mentre  nella  sostanza  l'opera  è  discussione  fra  caldeggiatori  del  vol- 
gare distinti  fra  loro  da  divergenze  secondarie,  dentro  al  discorso  in  cui 
per  bocca  del  protagonista  il  Tolomei  esprime  le  vedute  sue  proprie,  c'è 
un  ampio  tratto  dove  il  contrasto  è  invece  contro  avversari  del  volgare 
in  genere.  Si  è  sostenuto,  nonché  ammesso,  che  la  iingua  Toscana  sia 
iiata  di  corruzione  ;  e  non  di  una  lingua  sola,  ma  di  tre,  «  o  forse  più  »  : 
«  cioè  de  l'Etrusca  antica,  de  la  Latina,  che  poi  vi  venne  (3),  et  de  la  bar- 
bara et  forestiera  portatavi  da  genti  esterne,  che  ne  l' infelice  Italia  in- 
giuriosamente trascorsero»  (4).  Sia  pure:  «la  corruzione  de  le  cose»,  si 
dice  riferendosi  a  idee  e  trattazioni  aristoteliche,  «  è  sempre  vera  cagione 
-de  la  generazion  de  l'altre  »  ;  e  in  questo  caso  la  corruzione  di  quelle 


(1)  «Conciosia  cosa»  che  la  «lingua  con  che  da  trecent'anni  in  qua  tante 
leggiadre  rime,  tante  honorate  prose  si  sono  scrìtte  »,  «  altri  Vulgare,  altri  Ita- 
liana, altri  Cortigiana,  altri  Fiorentina,  altri  Toscana  la  slimi.  Né  meno»  —  qui 
le  stampe  avevano  e  confessavano  una  lacuna  —  «chi  queste  parti  favorisce,  per 
guadagnarla  contrasti,  che  facessero  già  quelle  sette  cittadi,  che  cosi  fieramente 
combatterono  per  il  divinissimo  Homero . . .  Onde  ne  avviene  che  questa  si 
aspra  lite  di  costoro  ha  nel  conoscerla  giudizio  dubbio,  nel  giudicarla  invidia 
certissima». 

(2)  V.  La  Rassegna,  1916,  p.  354. 

(3)  11  «vi»  si  riferisce  a  «Toscana»,  regione,  menzionata  nel  principio 
del  periodo  :  «  Cosi  de  la  Toscana  nostra  diremo  .  .  .  » . 

(4)  P.  46;  ed.  D.  54. 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «  IL  CESANO  »?  125 

tre  lingue  «  n'ha  un'altra  molto  leggiadra  et  molto  nobile  generata  »  (1). 
Cosi  tuttavia  non  la  pensano  tutti  ;  taluni  pretendono  che  la  lingua  vol- 
gare «altro  non  sia,  che  lingua  Latina  corrotta  »,  non  già  «  lingua  nuova  », 
né  tale  «  che  per  nobile  generazione  nata  sia  »  (2).  E  questi  cotali  vanno 
«  dicendo  ch'ella  non  ha  né  escellenza  in  sé,  né  leggiadria  alcuna,  perché 
innanzi  a  l'altre  cose,  ella  è  di  parole  et  vocaboli  molto  povera  »  (3)  ;  la 
dichiarano,  per  effetto  specialmente  del  non  avere  «  i  casi  distinti  »  (4), 
spesso  oscura  ed  equivoca  ;  la  giudicano  prolissa  (5),  mancante  di  leggi 
ben  fisse,  cioè  di  Grammatica  (6)  ;  le  rimproverano  di  essere,  in  contrap- 
posto col  greco  e  col  latino,  «  ove  tanti  bei  libri  de  l'una  et  de  l'altra 
Filosofia  vi  si  leggono,  tanti  di  Medicina,  de  le  Matematiche,  tanti  della 
Teologia,  d'Arte  Oratoria,  d' Istorie,  di  Poesia,  et  finalmente  di  tutte  l'altre 
buone  discipline»,  scarsissima  di  scrittori  (7)  ;  per  ultimo,  di  essere  co- 
stretta entro  limiti  angusti  (8).  O  non  pare  che  ogni  «fiorito  ingegno», 
invece  di  affaticarsi  in  essa,  dovrebbe  «  ingegnarsi  di  riguadagnare  con 
ogni  suo  studio  il  candore,  la  purità,  la  vagheza  de  la  Romana  lingua, 
la  quale  non  altrimenti  a  questa  si  pareggia,  che  la  belleza  di  Elena 
quando  giovene  era,  a  lo  scolorito  et  crespo  volto  suo,  quando  ella  in  vec- 
chieza  si  guardò  nello  specchio  ?  »  (9). 

Idee  siffatte  il  Tolomei  aveva  più  che  probabilmente  cogli  orecchi  suoi 
propri  sentito  bandire  e  propugnare  da  Romolo  Amaseo  nell'occasione  di 
cui  mi  accadde  di  occuparmi  in  modo  particolareggiato  a  proposito  della 
lettera  al  Firenzuola  (10).  L' Amaseo,  per  far  contro  a  coloro  che  stimano 
«novum...  et  inusitatum»  l'uso  simultaneo  di  due  lingue  (11),  del  latino 
e  del  volgare,  insiste  non  poco  nel  concetto,  essere  il  volgare,  non  già 
una  lingua  diversa  dalla  latina,  bensì  la  lingua  latina  stessa  «pollutam, 
et  contaminatam»,  sicché  non  ci  sia  differenza  altro  che  di  grado  dalla 


(1)  P.  47,  o  55. 

(2)  P.  48,  o  56. 

(3)  P.  49,  o  57. 

(4)  P.  51,  o  60. 

(5)  P.  52,  o  60-61. 

(6)  P.  53,  o  61-62. 

(7)  P.  53-54,  o  62. 

(8)  P.  54,  o  63.  —  Esposte  le  accuse,  Gabriele  Cesano  ne  fa  egli  stesso  un 
riassunto,  che  giova  riferire  :  «  Cosi  dunque  se  questa  lingua,  che  da  alcuni 
è  tanto  apprezata,  lingua  propria  non  è,  anzi  una  latina  corrotta  ;  se  ell'è 
di  vocaboli  povera  et  ne  le  sue  strutture  inviluppata;  s'ella  troppo  ne  lo  spri- 
mer  ben  le  cose  s'allonga  ;  s'ella  non  ha  regole  ferme;  s'ella  non  ha  ne  l'ani- 
mo suo»  (sic;  «ambito»?  «abito»  ?)  «libri  di  buona  dottrina;  s'ella  non  ha 
Imperio  :  svogliato  certo  stimar  si  dee  il  gusto  di  colui,  che  a  si  vano  et  puzo- 
lente  cibo  diriza  l'appetito».  (P.  54-55,  o  63). 

(9)  P.  48-49,  o  57.  V.  OVIDIO,  Metam.,  XV,  232-33. 

(10)  La  Rassegna,  1916,  pp.  7-13. 

(11)  RoMULi  Amasaei  Oratonu/n  volumen,  p.  112. 


126  PIO  RAJNA 

condizione  clie  per  i  tempi  suoi  deplorava  Cicerone  (1);  e  tale  risoluta- 
mente si  afferma  il  volgare,  che  «  ne  linguae  quidem  nomen  possit  sibi 
merito  vindicare  »  (2).  Trattandolo  nondimeno  qual  lingua,  l'Amaseo  la 
dice  «  inopem,  indotatam»  (3).  Allorché  si  vuole  addottrinarsi  nelle  scienze^ 
riconosceranno  apertamente  gli  avversari  stessi  che  è  da  ricorrere  alle 
lettere  greche  e  latine  :  «  His  enim  naturae  obscuritas,  his  morum  vitaeque 
ratio,  his  disserendi  docendique  praecepta,  his  medendi  ars,  his  illae  di- 
sciplinae,  quae  graeci  {Aa^ijiiara  appellante  his  poetarum  enodatio,  his  ver- 
borum  interpretatio,  his  civilium  actionum,  Civilis  Pontificiique  iuris  de- 
scriptio,  his  publica  omnis  ac  privata,  forensis  et  domestica  disciplina,, 
his  postremo  omnis  divinarum  humanarumque  rerum  investigatio,  his  hu- 
manitas  ipsa,  ut  omnia  uno  verbo  complectar,  eredita  et  commendata  est.»  (4) 
In  volgare  non  s'hanno  oramai  che  due  autori,  il  Petrarca  e  il  Boccaccio,  i 
quali  d'altronde,  quando  vollero  trattare  di  cose  gravi,  si  valsero  come 
potevano  del  latino  (5).  Che  diremo  della  diffusione  ?  La  lingua  latina  si 
stende  per  tutta  quanta  l'Europa,  signoreggiando  in  quelle  parti  stesse, 
«  a  quibus  reliqua  nobis  Imperli  potestas  erepta  est  »  :  la  volgare  è  «  angu- 
stiis  ItalisD  circunscripta  »  (6).  Quanto  al  concetto  che  sia  da  volgersi 
con  ogni  cura  al  latino,  anima  la  trattazione  tutta  intera  ;  è  espresso  nel- 
r  intitolazione  stessa,  «  De  latinae  linguai  usu  retinendo  »  ;  è  la  mira  verso 
cui  s'appuntano  sempre  gli  sguardi  ;  è  oggetto  delle  calorose  esortazioni 
finali  dell'eloquente  oratore  accademico  alla  scolaresca  italiana.  I  maggiori, 
coltivando  «tam  diligenter  et  accurate»  quella  lingua,  hanno  preparato 
salda  ed  agevole  la  via  «  ad  eam  in  pristinum  decus,  ac  dignitatem  resti- 
tuendam  »  :  si  vorrà  mai  lasciare  che  fuggiasca,  scacciata,  deva  «  in  exte- 
rorum  et  provincialium  hominum  sinum  confugere  ?  »  (7). 

Conosciuto  e  considerato  ciò,  l'idea  che  un  lungo  tratto  del  Cesana 
sìa  stato  inserito  in  conseguenza  del  duplice  discorso  inaugurale  proffe- 
rito a  Bologna  nel  novembre  del  1529,  in  circostanze  cosi  solenni  e  con 
tanto  rumore,  dall'umanista  udinese,  acquista  consistenza  non  poca.  E  non 
pare  naturale  di  riferire  a  lui  un'allusione  che  s'ha  là  dove  si  prendono  ad 
esporre  le  idee  che  collimano  colle  sue  ?  «  Et  perché  egli  è  stato  qualche 
ingegno  che  ha  tal  hora  dubbitato  se  di  cotal  corruzione  n'è  nata  nuova 
lingua,  in  guisa  tale,  ch'ella  per  se  stessa  possa  proprio  et  particulare 
idioma  chiamarsi ...»  (8).  Si  direbbe  che  precisamente  in  questo  punto 
deva  esser  seguito  l' innesto  e  che  le  parole  stesse  ne  diano  sentore. 


(1)  Pp.  116-20. 

(2)  Pp.  123-24. 

(3)  P.  123. 

(4)  P.  127. 

(5)  Pp.  129-30. 

(6)  P.  132. 

(7)  Pp.  144-45. 

(8)  Pp.  47-8. 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «  IL  CESANO  »?  127 

Ma  l'esperienza  insegna  quanto  le  congetture  siano  sempre  rischiose 
«  come  sia  necessario  provarle  in  più  modi,  se  appena  è  possibile.  Se 
il  testo  ipotetico  più  breve  non  è  dato  da  nessun  manoscritto  di  cui  s'ab- 
bia notizia,  domandiamoci  se  mai  esso  trasparisse  dalla  critica  partico- 
lareggiata, corredata  di  citazioni,  del  Muzio  nella  lettera  che  già  mi  ac- 
cadde di  menzionare  (1). 

Giova  allo  scopo  attuale,  ed  è  d'altronde  conforme  alla  natura  delle 
presenti  indagini,  che  a  questa  lettera,  priva  per  noi  di  data,  e  che  io 
avevo  creduto  non  databile  (2),  ne  sia  apposta  una  approssimativa.  Con- 
duce a  determinarla  la  Varchina{3):  l'opera  in  cui  il  Muzio  rivide  le 
bucce  diW'Her colano,  del  quale  aveva  avuto  conoscenza  due  anni  e  mesi 
dopo  la  pubblicazione  fattasene  primamente  a  Venezia  (4),  e  però  sul  de- 
clinare del  1572,  verosimilmente  nel  settembre  (5).  Dovett'essere  intra- 
presa poco  dopo  ed  essere  stata  condotta  sostanzialmente  (6)  a  termine 
non  oltre  il  periodo  ascendente  del  1573;  ce  lo  dicono  i  «settantotto 
anni  »  che  l'autore,  nato  il  12  marzo  del  1496,  si  fa  assegnare  in  una 
«  Aggiunta  »  (7),  nella  quale  resulta  che  dal  compimento  era  trascorso  un 
intervallo  abbastanza  considerevole  (8).  Ora  nel  diciottesimo  dei  trentadue 
capitoli  che  costituiscono  il  corpo  dell'opera  (9),  il  Muzio  cita  un  brano 


(1)  V.  p.  109. 

(2)  «Introd.  »  al  De  v.  EU,  p.  LXI. 

(3)  La  Varchina  mi  è  stata  additata  dal  BelardinelH,  il  quale  molto  oppor- 
tunamente vi  ricorse  (La  questione  della  lingua,  pp.  249-50)  per  determinare  la 
cronologia  delle  varie  scritture  riunite  dal  figliuolo  del  Muzio  nelle  Battaglie. 
Peccato  che  nel  servirsi  dello  strumento  egli  sia  incorso  in  inesattezze  e  sba- 
dataggini, deducendone  anche  contradizioni,  che  non  sussiston  per  nulla.  O 
come  mai  non  accorgersi  che  la  lettera  a  Domenico  Veniero  ha  per  oggetto 
l'edizione  del  Corbaccio  pubblicata  a  Parigi  dal  Corbinelli  nel  1569  e  che  i 
«  venti  anni  passati  »  di  cui  in  essa  è  parola  sono  da  computare  dall'edizione 
giolitina  delle  Lettere,  cioè  dal  1551  ?  Ho  in  conto  di  una  semplice  materia- 
lità che  la  lettera  al  Trivulzio  sia  posta  «  intorno  al  1535  o  '36».  L'intenzione 
sarà  stata  di  scrivere  «  1545  o  '46»,  poiché  dichiaratamente  la  data  dev'essere 
di  alcuni  anni  posteriore  al  1538.  Il  1535  converrebbe  colla  datazione,  non  so 
donde  uscita  (V.  «Introd.»  e  p.  cìt.,  n.  7)  del  Crivellucci. 

(4)  Si  veda  il  *  Proemio  »  :  Battaglie,  c.te  24a  . 

(5)  È  da  muovere  dalla  data  della  dedica  degli  editori  «  Filippo  Giunti  e' 
Fratelli  »,  che  nell'edizione  veneziana  è  «  il  di  i.  di  Luglio  MDLXX  ».  L'edizione 
fiorentina  surroga,  rimanendo  il  medesimo  l'anno,  «  il  di  30.  d'Agosto  ». 

(6)  Cfr.  qui  sotto  la  n.  9. 

(7)  Cte.  UQa  . 

(8)  C.te  118&  . 

(9)  Nella  stampa  il  capitolo  è  XVII;  ma  il  numero  XI  vi  è  ripetuto  due 
volte,  c.te  556  e  56*  .  Anomalie  ben  maggiori  s'incontrano  poi  seguitando, 
tanto  che  i  capitoli  che  io  dico  trentadue  sembrano  essere  ventiquattro.  Piut- 
tosto che  errori  materiali,  dubito  che  qui  s'abbiano  le  conseguenze  di  accre- 
scimenti portati  dal  Muzio  all'opera  finita  di  già. 


128  PIO  RAJNA 

d'una  sua  lettera  indirizzata  appunto  al  protagonista  del  trattato  del  To- 
lomei  e  insieme  a  Bartolomeo  Cavalcanti  (1),  e  quindi  soggiunge  (2): 
«  Queste  cose  scrissi  io  già  ben  trentasei  anni  in  •  Ferrara,  servendo  il 
Duca  Hercole,  alla  cui  tavola  il  Cesano  pronuntiò  la  sentenza  contra  il 
Boccaccio,  in  favor  del  Macchiavelli»,  da  cui  la  lettera  fu  suscitata. 
«  Ma . . .  alquanti  anni  dapoi  in  Milano  al  Sign.  Renato  Trivultio  scrivendo 
mostrai,  che  la  lingua  nostra  volgare  era  nata  fuori  di  Toscana.  »  Il  conto 
è  semplice,  se  non  preciso  :  la  lettera  al  Cesano  spetta  per  ciò  che  qui 
si  dice  alla  fine  del  1536  o  1537(3),  con  un  limite  non  varcabile  del 
giugno,  posto  dal  sapersi  che  il  Muzio,  venuto  al  servizio  estense  nel  1534, 
dovette  allora  per  questo  servizio  stesso  partir  da  Ferrara  e  rimanerne 
assente  poco  meno  di  un  anno  (4)  ;  la  lettera  al  Trivulzio,  non  ritardabile 
in  nessuna  maniera  oltre  l'ottobre  del  1545(5),  vorrà  mettersi  nel  1542 
0  1543. 

Essa  tenne  dunque  dietro  a  distanza  di  una  dozzina  d'anni  e  più  al 

discorso  dell'Amaseo  e  alla  supposta  giunta  al  Cesano,  che  non  si  saprebbe 

non  immaginare  stesa  subito,  in   Bologna  stessa.  Già  con  ciò  viene  ad 

esserci  scemata  la  speranza  nel  resultato  del   raffronto  tra    la   lettera  e 

'l'opera  presa  a  criticare:  possibile  di  certo,  ma  non  punto  probabile  che  il 


(1)  Lettere,  cM  99a;  Battaglie,  e. te  5a .  In  ambedue  le  edizioni  la  lettera 
al  Cesano  precede  senza  intervallo  quella  al  Trivulzio. 

(2)  C.te  796  . 

(3)  Non  ci  turbi  il  trovare  che  in  essa,  facendo  una  fugace  rassegna  delle 
cose  proprie  (Lett.  966 ,  Batt.  2a  ),  il  Muzio  dica  di  aver  scritto  «  in  suggetto 
di  duello».  Quand'anche  egli  voglia  riferirsi  al  Trattato  che  usci  primamente 
per  le  stampe  giolitine  nel  1550  (Bongi,  Ann.  di  G.  Giolito  de'  Ferrari,  I,  307), 
e  che  dalla  dedica  a  «Emanuel  Philiberto  Principe  di  Piemonti  »  parrebbe  esser 
stato  composto  dopo  un  soggiorno  a  Nizza  durato  quasi  tutto  il  1542,  nulla 
vieta  davvero  che  la  menzione  sia  stata  aggiunta.  E  meno  ancora  intralcia 
l'esser  detto  nello  stesso  luogo  «ho  scritto  alcuna  cosa  morale».  Le  Operette 
morali,  che,  «  meno  la  Polvere  già  pubblicata  in  Milano  nel  1545,  comparvero  . .  . 
per  la  prima  volta»  (Bongi,  ib.,  p.  313)  nel  medesimo  anno  1550  e  per  le 
stampe  medesime,  furono  scritte,  secondo  dichiara  l'autore  indirizzandole  a 
Girolamo  Martinengo,  «in  diversi  cempi».  E  nemmeno  deve  indurci  alla  po- 
sticipazione di  un  anno  il  vedere  che  il  Muzio,  menzionando  il  «  Philocolo  » 
(c.te  QQa  o  1*),  soggiunga  «che  così  chiamerò  io  pur  quel  libro  ».  Certo  egli 
vuole  opporsi  alla  novità  introdotta  da  Gaetano  Tizzone  da  Pofi  di  convertire 
Philocolo  in  Philopono  o  Philocopo  (vedasi  Crescini,  in  Misceli,  stor.  d.  Val- 
densa,  1913,  n.  n-ni,  —  qual  volume  a  parte,  nel  «  VI  Centenario  della  nasci- 
ta». Studi  su  Giovanni  Boccaccio  —  pp.  49-54),  affermando  già  sul  frontespizio 
che  il  titolo  usato  fin  allora  era  falso.  Ma  oltre  ad  essere  ovvia  qui  pure  l'ipo- 
tesi di  una  giunta,  avanti  che  in  una  stampa  del  1538,  venutasi  ad  imporre, 
l'innovazione  era  stata  bandita,  colla  stessa  asseveranza  se  anche  con  minor 
effetto,  fino  dal  1527. 

(4)  Bongi,  op.  cit.,  I,  167  e  171-72. 

(5)  V.  p.  109. 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «  IL  CESANO  »?  129 

Trivulzio  avesse  ancora  mandato  al  Muzio  un  testo  primitivo  diverso  da 
quello  di  cui  i  manoscritti  nostri  e  l'edizione  giolitina  ci  attestano  la 
diffusione.  E  anche  se,  paragonando,  non  e'  imbattiamo  in  riferimenti  alla 
parte  del  Cesano  su  cui  cade  la  questione,  subito  ci  diciamo  che  il  Mu- 
zio non  fa  già  un  esame  pedissequo,  tanto  che  dal  proemio  e  dal  titolo 
balza  alle  ultime  pagine  ;  considera  e  cita  a  seconda  che  torna  al  corso  del 
suo  ragionamento  e  all'  intento  suo  di  combattere  la  tesi  toscana  del  To- 
lomei  (1). 

Non  avrebbe  dunque  valore  l'argomento  che  di  qui  si  volesse  trarre 
in  favore  dell'intrusione,  come  viceversa  non  ne  avrebbe  contro  di  essa,  o 
pochissimo,  quello  che  si  credesse  di  ricavare  dall'osservazione  che  alcuni 
fra  i  pretesi  difetti  di  cui  parla  Gabriele  Cesano  non  siano  toccati  espres- 
samente dall'Amaseo  :  l'imprecisione  e  incertezza  derivanti  dal  non  esserci 
i  casi;  la  mancanza  di  Grammatica;  la  prolissità.  La  probabilità  somma  e 
quasi  certezza  che  il  Tolomei  abbia  ascoltato  la  prolusione,  rende  verosimile 
che  egli  non  abbia  provato  punto  il  bisogno  di  affannarsi  per  averne  da- 
vanti il  testo  manoscritto  (per  le  stampe  non  fu  pubblicato  che  parecchi 
anni  dopo  la  morte  sua),  come  davanti  lo  ebbe  invece  per  la  confutazione 
propria  il  Muzio,  che  non  aveva  sentito  (2).  D'altronde  la  supposizione 
che  il  Tolomei  pensi  all'Amaseo,  non  implica  già  che  abbia  da  pensare 
e  riferirsi  a  lui  solo.  L'Amaseo  non  era  se  non  un  tardo  caldeggiatore 
di  una  dottrina  che  nel  secolo  precedente  aveva  tenuto  il  campo  e  che  an- 
che nelle  Prose  del  Bembo  ha  un  partigiano  cospicuo  :  Ercole  Strozza  »  (3). 

Si  rimane  cosi  in  uno  stato  di  dubbio,  con  una  certa  propensione  per 
il  sf,  piuttosto  che  per  il  no.  Vediamo  se  ci  sia  da  ricavar  nulla  da  un 
esame  interno.  Studiamoci  di  determinare  la  parte  che  dovrebbe  supporsi 
aggiunta  e  consideriamo  le  conseguenze. 

Il  principio  ci  si  è  manifestato  di  per  sé  (4):  sta  incontestabilmente  alla 
p.  47  dell'edizione  Giolito  (D.  56).  E  la  fine  sembrerebbe  poter  essere  alla 
p.  69  (D.  79),  là  dove,  accennato  alla  riforma  dell'alfabeto,  da  commet- 
tere, se  mai,  al  Trissino  (5),  cade  una  divisione  importante,  indicata  col 
venire  a  capo  cosf  nella  stampa  come  nei  manoscritti,  e  si  ripiglia, 
«  Hora  ch'io  ho  de  la  sua  propria  natura  detto  assai,  dirò  de  l'escellenza  ». 
Ferma  l'attenzione  il  vocabolo  «natura».  O  se  noi  lo  prendessimo  nel  si- 
gnificato di  «  nascimento  »,  «  origine  »  ?  Dice  il  Varchi  nelle  Lezzioni  lette 


(1)  Ecco  quale  sarebbe  la  successione  dei  riferimenti  :  pp.  4-5,  2-3,  1-2, 
titolo,  discorso  di  Q.  Cesano  in  genere,  da  p,  35  alla  fine,  95-96,  37-44,  46, 
47,  45,  95,  91-92,  14  e  17,  84-88,  78-81. 

(2)  V.  La  Rassegna,  1916,  p.  7-8. 

(3)  « il  quale  solo  della  [lingua]  Latina  vago,  et  quella  cosi  lodevol- 
mente, come  s'è  veduto,  in  molte  maniere  di  versi  usando,  quest'altra  sempre 
si  come  vile  et  povera  et  dishonorata  scherniva  »  (p.  Il*  neli'ed.  del  1525). 

(4)  V.  qui  dietro  p.  126. 

(5)  V.  p.  121. 


130  PIO  RAJNA 

publicamente  nell'Accademia  Fiorentina,  p.  10:  « ..  .questo  nome  Natura... 
significa  otto  cose;  prima  la  natività,  ò  vero  il  nascimento,  cioè  la  genera- 
zione di  qualunche  cosa...».  Che  se  a  questo  esempio,  indicatomi  dalla 
Crusca  (1),  scema  efficacia  l'essere  eco  di  un  passo  aristotelico  relativo 
a  (pijoig(2),  un  altro,  trecentesco,  se  ne  adduce,  in  una  versione  bensf 
dal  latino,  ma  non  derivato  dall'originale  (3)  ;  e  l' interpretazione  sarebbe 
d'altronde  giustificata  dall'uso  latino  stesso  in  ogni  sua  fase  (4),  sempre 
cosf  agevolmente  trasportabile  alla  nostra  lingua  dotta.  Ora,  eseguita  la 
rescissione,  i  due  lembi  parrebbero  combaciare  a  meraviglia,  dacché  quello 
con  cui  questo  andrebbe  a  ricongiungersi  era  appunto  un  ragionamento 
intorno  all'origine  della  lingua  toscana  e  delle  lingue  in  genere. 

Ma,  lasciando  stare  cose  minori,  se  noi  seguitiamo  a  leggere,  i  riferi- 
menti manifesti  al  tratto  che  dobbiamo  immaginare  soppresso  (5)  non  tarda- 
no a  persuaderci  che  il  combaciamento  era  illusorio  (6).  Dalle  pp.  47-69  non 
possono  essere  staccate  le  pp.  69-78  (D.  79-89),  le  quali  pertanto  dovrebbero 
subire  la  medesima  sorte  e  considerarsi  come  aggiunte  ancor  esse.  Sen- 


(1)  «Quinta  impressione»,  in  corso  di  pubblicazione,  s.  v.,  §  XXII. 

(2)  Metafisica,  cap.  iv  del  1.  IV,  non  del  V,  come  dice  il  Varchi. 

(3)  S.  Bonaventura,  Vita  di  S.  Francesco:  Bollano.,  AA.  SS.,  ottobre,  II, 
791  ;  nell'ed.  di  Quaracchi,  1898,  Serapìi.  Doct.  S.  Bonav.  Leg.  duae  de  Vita 
S.  Frane,  p.  192.  Questo  esempio  fece  la  sua  apparizione  nel  Manuzzi. 

(4)  Per  il  medioevo  il  lessico  del  du  Gange  mi  pone  avanti  «  nam  natura 
Germanus  erat»  di  Aimoino,  nel  1°  libro  dei  Miracoli  di  S.  Benedetto. 

(5;  Subito  si  dice,  di  seguito  alle  parole  riportate  :  «  né  voglio  qui  venire 
in  contrasto  con  altra  lingua,  o  Greca,  o  Latina,  o  qualunche  ella  sia.  Perché 
non  è  il  pensier  mio  dirizato  a  torre  ad  alcuna  il  pregio  o  l'honor  suo,  ma 
solo  a  darlo  a  questa ...  ».  E  poco  oltre  :  «  né  potrebbe  in  guisa  alcuna  ne  le 
nobili  menti  de  gli  huomini  tanto  amor  verso  questa  lingua  esser  nato  et  cre- 
sciuto, se  cosi  ignobile  et  soza  fusse,  come  coloro  da  strana  voglia  sospinti 
trascuratamente  la  stimano».  Poi,  p.  74  (D.  84),  «Né  lassarò  di  dire  a'  bia- 
simatori de  la  nostra  lingua,  che  se  eglino  danno  pregio  grande  alla  Greca  et 
a  la  Romana  per  havere  hauto  quelle  grande  imperio  »  ecc.  Curioso  che  l'autore, 
dopo  aver  dichiarato,  cominciando,  di  non  volere  in  questa  parte  «  venire  in 
contrasto  con  altra  lingua»,  e  qui  ed  altrove  contrasta  invece  energicamente. 
Il  cavallo  gli  vince  la  mano. 

(6)  Diversa  pertanto  da  quella  che  s'era  posta  innanzi  la  spiegazione  del 
vocabolo  «natura»  e  delle  parole  in  cui  esso  è  contenuto.  II  Tolomei  intende 
di  riferirsi  alle  pp.  55-69  (D.  64-78),  in  cui  ragiona,  per  esprimermi  com'egli 
fa  al  momento  di  principiare,  «de  la  proprietà  et  forma  de  la  lingua  nostra». 
La  materia  avrebbe  da  lui  dovuto  essere  svolta  ampiamente  nelle  opere  non 
mai  condotte  a  termine,  di  cui  parla  ad  Annibal  Caro  nella  nota  lettera  del  20 
settembre  1543  (Lett.,  ed  origin.  e. te  95*):  «Onde  mi  sarà  forza  finir  prima,  e 
poi  stampar  quei  libbri  ch'io  ho  incominciati  de  i  Principii,  e  gli  altri  de  le 
nature,  e  quei  terzi  de  le  forme  de  la  lingua  Toscana ...  ».  Alla  p.  55  (D.  64) 
è  annunziata  anche  la  trattazione  consecutiva  (pp.  69-78,  D.  79-88)  «  de  la  no- 
bilita et  escellenza». 


QUANDO  FU  COMPOSTO  «  IL  CESANO  »?  131 

nonché  allora  il  discorso  messo  in  bocca  al  Cesano,  nel  quale,  trattan- 
dosi dì  manifestare  le  idee  proprie,  il  Tolomei  ebbe  a  porre  cura  spe- 
ciale, diventa  un  accozzo  deforme.  Da  una  esposizione  notevole  da  po- 
tersi dire  di  filosofia  o  scienza  del  linguaggio,  si  balzerebbe  repentina- 
mente a  oppugnare  la  denominazione  «  lingua  volgare  »,  «  italiana  »,  «  cor- 
tigiana »,  «  fiorentina  ».  Ne  viene  la  necessità  di  sopprimere  tutta  quella  in- 
troduzione, più  non  ammissibile;  e  conseguentemente  anche  il  proemio 
che  il  Cesano  fa  al  suo  ragionamento  andrebbe  mutilato  (1).  A  lui  si  toglie- 
rebbero cosi  più  di  quaranta  pagine  (2),  gliene  rimarrebbero  venti  (3);  e 
l'opera  tutta  intera  sarebbe  con  ciò  solo  ridotta  a  poco  più  della  metà. 

Che  //  Cesano  sia  esistito  quandochessia  in  una  forma  non  dissimile  da 
quella  venuta  a  resultare  dal  procedimento  al  quale  è  stato  sottoposto,  mi 
pare  probabile.  Essa  risponde  allo  schema  suggerito  dall'intento  fondamen- 
tale: la  nostra  lingua  non  vuol  essere  chiamata  né  volgare,  né  italiana,  né 
cortigiana,  né  fiorentina;  bensf  toscana.  Il  moltissimo  che  esce  da  questa  trac- 
cia, non  meno  che  arricchimento,  è  divagamento  ;  e  mal  può  ritenersi  pri- 
mitivo. Ma  quello  era  un  abbozzo,  e  un  abbozzo  che  quand'anche  conte- 
nesse tutto  ciò  che  ci  danno  le  parti  attuali  corrispondenti,  non  sarebbe 
da  dire  sodisfacentissimo.  Che  il  Tolomei,  cosf  schivo  del  divulgare,  se  lo 
lasciasse  uscir  di  mano,  stimo  difficile.  Non  con  esso  gli  potè  piacere 
di  mostrarsi,  dopo  «longo  ozio»,  «ne  lo  splendore  de  gli  huomini  illu- 


(1)  Non  può  egli  certo  essere  lasciato  dire,  «  Perché  a  me  non  piace  en- 
trare in  quelli  stessi  campi,  dove  prima  la  buona  vostra  et  tagliente  falce  s'è 
adoperata  . . .  Ma  entrarò  in  un  altro  fertile  et  spazioso  campo,  di  belle  et  alte 
biade  copiosamente  vestito  . . . ,  da  le  falci  vostre  in  nissuna  sua  parte  segato, 
solo  da  M.  Alessandro  un  poco  riguardato»,  promettendo  di  adoperarsi  a  rac- 
coglierne le  spighe  colla  maggior  diligenza  che  gli  sarà  possibile  e  manife- 
stando la  speranza  di  fare  cosi  «utile  et  ricca  ricolta»,  da  potere,  non  sé 
solo,  «  ma  Toscana  tutta,  et  poscia  Italia  d'ogn'intorno  pascere  con  un  dolcis- 
simo pane  della  verità  (p.  37,  D.  44-45).  Alla  promessa  non  seguirebbero  ef- 
fetti. L'allusione,  proseguita  con  non  poche  altre  parole  e  colla  stessa  metafora 
del  campo,  a  «  M.  Alessandro»,  mette  alquanto  in  imbarazzo.  Quella  meta- 
fora noi  l'abbiamo  bene  avuta  nel  suo  discorso.  Se  egli  volesse  «per  tutta 
Italia  a  parte  a  parte  caminare  »  e  mettere  fra  loro  a  confronto  le  singole  par- 
late, «ben  vedreste  se  '1  genovese  è  Toscano,  se  '1  Pugliese  è  Toscano,  se 'I 
Bergamasco  è  Toscano . . .  Ma  dubbito,  che  se  io  in  questo  campo  volesse  en- 
trare, facilmente  mi  si  mostrarebbe  l'entrata,  l'uscita  difficilmente»  (p.  28,  D. 
35).  Sennonché  in  esso  non  entra  neppure  il  Cesano.  E  non  mi  pare  nemmeno 
probabile  che  egli  alluda  a  ciò  che,  sparsamente  e  con  intrecci,  è  stato  detto 
da  Alessandro  a  favore  della  toscanità.  Piuttosto  sarà  da  riportarsi  a  qualche 
accenno  a  principi  generali:  «Perché  non  essendo  altro  uno  idioma,  che  un 
raccoglimento  di  più  et  più  vocaboli  ordinato  a  servire  a  una  diversità  di  molti 
huomini  per  potere  sprimere  i  secreti  affetti  de  gli  animi  loro ...»  (pp.  26-27, 
D,  33).  E  si  può  tener  qualche  conto  anche  di  ciò  che  segue. 

(2)  38-78,  D.  44-89. 

(3)  35-37,  78-97;  D.  42-44,  89-109. 


132  PIO  RAJNA 

stri(l)»;  più  semplice  e  breve  sarebbe  dovuto  esserne  il  proemio;  e  ad 
altro  che  ad  esso  fa  pensare  l'apologista  senese,  insieme  col  titolo  atte- 
standoci, come  s'è  visto (2),  il  sottotitolo  esplicativo  «de  la  lingua  to- 
scana». Quando  dal  Tolomei  furono  in  fronte  all'opera  sua  scritte  queste 
parole,  già  //  Cesano  doveva  contenere  l'ampia  trattazione  «de  l'escel- 
lenza»,  che  è  parte  cosf  cospicua  del  discorso  del  protagonista  (3).  Ne 
segue  che  //  Cesano  del  principio  del  1529  abbia  ad  essere  stato  supper- 
giù //  Cesano  nostro. 

«De  l'escellenza »  !  Ma  «De  l'escellenza  de  la  lingua  toscana»,  come 
qui  pure  avrebbe  a  dirsi  perché  l'espressione  fosse  completa,  non  è  forse  la 
designazione  di  un'altra  opera  dal  Tolomei  non  ancora  condotta  a  compi- 
mento nel  luglio  del  1547,  alla  quale  d'altronde  si  allude  del  pari  dicendo 
ellitticamente  «  de  l'escellenza  de  la  lingua  »  (4)  e  «de  l'escellenza»  senza 
nulla  più  (5)?  Non  basta.  Da  una  lettera  al  Benvoglienti,  di  cui  s'è  ripor- 
tato tutto  il  brano  che  ci  concerne  (6),  resulta  che  l'opera  incompiuta  con- 
stava di  un'accusa  e  di  una  difesa,  né  più  né  meno  che  il  lunghissimo  tratto 
dalla  p.  47  alla  78  dalla  parlata  di  Gabriele  Cesano.  La  convenienza  appari- 
sce davvero  singolare.  Come  si  spiega  ?  La  spiegazione  che  propongo  sa 
bene  di  non  essere  altro  che  una  ipotesi;  ma  spera  di  avere  per  sé  una  di- 
screta dose  di  verosimiglianza  (7). 

L'abbozzo  di  cui  ho  affermato  la  probabilità  non  può  supporsi  ante- 
riore al  1525,  se  il  discorso  di  Alessandro  de'  Pazzi  si  prende  qual  è,  vale 
a  dire  alimentato  di  succhi  martelliani  (8),  e  anche  senza  dì  ciò  non  si 
lascerebbe  trasportare  più  addietro  che  di  ben  poco  per  la  poco  men  che 
indispensabile  partecipazione  del  Bembo,  allontanatosi  da  Roma  fin  dal- 
l'aprile 1519,  non  ritornatovi  che  alla  fine  di  ottobre  o  ai  primi  di  novem- 
bre del  1524(9).  Le  angustie  in  cui  andremmo  a  ficcarci  persuadono  ad  ac- 
cettare il  limite  segnato  dalla  Risposta;  e,  non  le  citazioni  (10),  agevolmente 
sopprimibili,  ma  la  stesura  del  Polito  vuole  che  nel  1525  c'inoltriamo 
d'un  buon  tratto.  Né  ci  è  vietato  per  nulla  il  1526,  fino  al  momento  in  cui 
il  Tolomei  fu  assorbito  da  cure  di  ben  altro  genere  (11). 


(1)  V.  p.  113. 

(2)  P.  117. 

(3)  P.  69-78;  e  V.  qui  dietro,  pp.  130-31. 

(4)  «  L'escellenzia  di  questa  lingua»,  troviamo  nei  sommari  marginali  de! 
Cesano  magliabechiano  (V.  p.  110)  a  e.  te  85a  dì  fianco  a  ciò  che  nella  stampa 
sta  a  p.  69  1.  7-8  (D.  p.  79  1.  1-2),  dove  la  parola  «escellenza»  appare 
nel  testo. 

(5)  V.  pp.  118-19. 

(6)  V.  p.  118. 

(7)  Quella  che  so  vagheggiata  da  taluno,  che  Escellenza  e  Cesano  siano 
una  cosa  stessa,  ha  contro  di  sé  ragioni  perentorie. 

(8)  V.  pp.  123  e  124. 

(9)  V.  p.  120. 

(10)  V.  p.  108  n.  4. 

(11)  P.  112. 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «IL  CESANO»  ?  133^ 

Rimanga  fra  le  sue  carte  l'abbozzo.  Scorre  il  1526;  scorre  parte  del 
1627,  fino  al  sacco  di  Roma  del  maggio,  che  cagionò  la  perdita  del  se- 
condo libro  dell' Escellenza,  poco  men  che  terminato  ancor  esso.  In  quel 
torno  il  Tolomei  dovette  entrare  al  servizio  d' Ippolito  (1);  al  quale  non 
potè  non  aver  caro  di  far  presto  un'offerta  letteraria,  a  quel  modo  che  offerte- 
letterarie  vediamo  tener  dietro  in  anni  posteriori  (2).  O  non  viene  naturale 
il  pensare  che  egli  cavasse  fuori  dalle  sue  carte  la  scrittura  sul  nome  da 
darsi  alla  lingua?  Ma  essa  era  poca  cosa.  Giovava  rinsanguarla,  aumen- 
tarla; ed  ecco  affacciarsi  il  partito  di  valersi  a  questo  scopo  del  primo 
libro  dell' Escellenza,  contenente  l'accusa,  che  era  scampato  al  sacco,  e  di 
ciò  che  del  secondo  libro,  intento  alla  difesa,  serbava  la  non  labile  me- 
moria. Non  sì  trattava  già  di  riversare  nel  Cesano  l'opera  tutta:  se  ne 
prendeva  quel  tanto  che  sembrava  opportuno  e  si  prendeva  rifoggiandolo. 
Ciò  è  manifesto  dal  proposito,  non  mai  abbandonato,  di  compierla,  rifacendo 
di  pianta  il  libro  secondo,  una  volta  venuta  meno  la  speranza,  che  ancora 
durava  nell'aprile  del  1531(3),  di  rintracciarlo. 

A  questo  modo  io  mi  rappresento  la  formazione  del  Cesano  nostro;, 
il  quale  viene  cosi  a  collocarsi  nella  seconda  metà  del  1527,  oppure  nel 
1528,  Non  si  pretenda  di  adoperare  come  cesoie  per  accorciar  questo  spazio 
di  tempo  e  ridurlo  a  determinazione  esatta,  l'offerta  delle  «cinque  ora- 
zioni» a  Carlo  V  fatta  a  Papa  Clemente  il  10  agosto  del  1527(4),  messa 
in  rapporto  col  per  noi  sempfe  fondamentale  «  longo  ozio» (5).  Delle  ora- 
zioni il  Tolomei  aveva  nella  mente  ed  espone  il  disegno;  ma  che  importa 
qui  un  disegno?  Non  importerebbe,  quand'anche  avesse  incominciato  a 
stendere;  il  che  può  essere  e  non  essere.  Teniamoci  dunque  alla  datazione 
indicata  dianzi.  Essa  convien  bene  ad  Ippolito,  allora  sedicenne  o  dicias- 
settenne, mentre  una  data  più  antica,  costringendoci  a  trasportarci  al  di 
là  del  triennio  di  principato  fiorentino  (fine  di  luglio  1524,  fine  d'aprile 
1527)  ce  lo  farebbe  trovare  fanciullo.  E  l'intervallo  che  viene  ad  aversi 
fra  il  tempo,  non  suscettibile  d'esser  molto  allargato,  in  cui  la  scena  ap- 
parisce posta,  e  la  composizione  e  presentazione,  giustifica  pienamente- 
quel  tanto  di  anacronistico  che  ebbi  a  rilevare  sul  principio  della  mia  in- 
dagine (6).  A  distanza  di  due  o  tre  anni  il  Tolomei  può  permettersi  delle 
libertà  senza  timore  di  incorrere  in  biasimo.  Ippolito  in  particolare  non. 
gli  opporrà  certo  di  non  aver  mai  avuto  insieme  alla  propria  mensa  il 
Bembo,  il  Trissino,  il  Castiglione,  e  di  esser  partito  da  Roma  avanti  che 
uscissero  l'Epistola  de  le  lettere  ecc.  e  II  Polito. 

La  metamorfosi  del  Cesano  fu  dunque  anteriore  al  congresso  di  Bologna. 


(1)  Ib. 

(2)  V.  pp.  112-14. 

(3)  V.  p.  118. 

(4)  Lettere,  e.  te  15a -16a 

(5)  V.  p.  113. 

(6)  A  p.  108-9. 


134  PIO  RAJNA 

e  alla  prolusione  dell'Amaseo.  Con  ciò  non  è  detto  che  esso  anche  dopo 
trasformato  non  possa  aver  subito  ritocchi.  Non  so  che  cosa  sia  per  dirci 
una  desiderata  e  sperabile  edizione  critica  (1).  Io  fermo  qui  l'attenzione 
sopra  un  luogo  contenuto  in  quella  parte  dove  s'intende  a  mettere  in 
chiaro  che  la  favella  toscana  è  vera  lingua  (2),  dotata  di  caratteristiche 
sue  proprie,  che  la  distinguono  dal  latino. 

«  Havevano  i  Romani  »,  ci  è  detto  (p.  62,  D.  72),  «  si  come  i  Greci,  ne 
le  lor  sillabe  tempo  breve,  et  longo;  onde  se  ne  tesseva  la  vagheza  de* 
lor  versi;  perché  altre  sillabe  eran  longhe,  altre  brevi,  altre  comuni.  Que- 
sta differenza  non  si  scerne  hoggi  ne  le  parole  Toscane,  perché  egual- 
mente, et  con  una  stessa  misura  di  tempo  par  che  sieno  da  ciascun  pro- 
ferite. Et  per  questo  ne'  versi  nostri  non  si  pon  cura  a'  tempi  longhi,  o 
brevi;  ma  solo  a  le  consonanze  de  le  rime,  e  '1  numero  de  le  sillabe,  con 
li  accenti  suoi  in  quei  luoghi  che  creano  l'armonia  del  verso.  Ben  che  (et 
forse  non  senza  ragione)  io  stimi,  che  ancora  ne  la  lingua  nostra  vi  sia 
la  misura  del  tempo  longo  et  breve.  Lo  quale  se  conosciuto  ben  fusse,  et 
a  musiche  regole  temperato,  via  più  dolce  renderebbe  il  parlare,  e  '1  com- 
por  de'  Toscani.  Che  forse  se  da  voi,  gentili  spiriti,  sarò  aiutato  o  pur 
consigliato,  mi  porrò  a  questa  folta  cacciagione  per  ritrovargli,  sperando 
far  grata  cosa  a  coloro,  che  de  la  nostra  lingua  si  dilettano,  et  che  bra- 
mano con  tutte  le  belleze  adornarla;  et  qui  s'intendarà,  quanto  ne'  tempi 
le  nostre  da  le  Romane  dizioni  siano  differenti». 

Qui  si  allude  manifestamente  a  ciò  per  cui  il  nome  del  Tolomei  è 
stato  profferito  più  spesso  nei  tempi  nostri:  la  «Nuova  Poesia»,  com'egli 
la  chiama,  antenata  insigne  della  Poesia  Barbara  carducciana.  Ora  questo 
nuovo  modo  di  versificazione  fu  bandito  in  Roma  dal  suo  inventore  alla  fine 
del  1538  0  al  principio  del  1539.  Lo  ricaviamo  dalla  dedicatoria  colla  quale 
dal  raccoglitore  Cosimo  Pallavicino  (3)  fu  offerto  «  A  Monsignor  Giovan- 
francesco  Valerio  »  (4)  il  volume  Versi,  et  regole  de  la  nuova  Poesia  To- 
scana (5),  («In  Roma  per  Antonio  Biado  d'Asola»),  contenente  saggi  del 


(1)  Possiamo  sperarla  dallo  Starna.  V.  p.  117. 

(2)  Cfr.  qui  dietro,  p.  124-25. 

(3)  Della  famiglia  di  Girolamo?  V.  p.  119. 

(4)  L'amico  dell'Ariosto,  da  cui  l'oste  d'Arli  pretenderebbe  aver  sentito 
sette  secoli  e  mezzo  prima  la  novella  di  Giocondo,  Furioso,  xxvn,  137,  139,  e 
che  tre  anni  dopo  la  dedica  doveva  finire  i  suoi  giorni  impiccato  fra  le  due 
colonne  della  Piazzetta  di  S.  Marco.  V.  di  lui  Gian,  Giorn.  star.  d.  Letter.  it., 
\X,  110-13  e  «Varietà  poetiche  del  500»  in  Miscellanea  nuziale  Petraglione- 
Serrano,  Messina,  1904,  p.  7-9  dell'estratto  ;  Luzio-Renier,  Giorn.  stor.  ecc., 
XXXVII,  209-14. 

(5)  «...  questa  cosa,  che  io  vi  porgo  »,  dice  il  Pallavicino,  «...  è  un  mo- 
tlello,  &  quasi  un  primo  ritratto  de  la  nuova  Poesia  Toscana,  che  '1  felice,  & 
divino  ingegno  del  nostro  M.  Claudio  Tolomei  quest'anno  à  molti  suoi  amici  ha 
qui  mostrato  in  Roma  ».  E  più  oltre  :  «  Et  non  è  poca  meraviglia,  che  in  cosi  cor- 
to spatio  di  tempo,  che  questa  cosa  è  venuta  in  luce  (che  possono  essere  otto,  o 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «  IL  CESANO  »  ?  135 

caposcuola  preceduti  da  composizioni  di  numerosissimi  seguaci,  molti  del 
quali,  se  non  tutti,  stretti  intorno  a  Messer  Claudio,  costituivano  appunto 
r«  Accademia  della  nuova  Poesia  »(1). 

Sembrerebbe  pertanto  che  una  parte  del  brano  riferito,  da  «  Ben  che. . .  » 
alla  fine,  dovesse  ritenersi  scritto,  e  conseguentemente  aggiunto,  non  prima 
del  1539.  E  non  se  n'ha  forse  la  conferma  nella  contradizione  che  vien 
fatto  di  trovare  fra  questi  due  periodi  e  ciò  che  precede?  Prima  s'è 
detto  che  il  toscano  non  ha,  come  hanno  il  greco  e  il  latino,  distinzione 
di  sillabe  brevi  e  lunghe  ;  e  dopo  si  afferma  che  esso  l'ha.  O  non  è  chiaro 
che  il  Tolomei  non  potè  dire  e  disdire  di  séguito  ?  Teneva  dunque  ancor 
egli  in  origine  l'opinione  comune  e  l'aveva  espressa.  Meditando  o  scru- 
tando se  n'era  poi  formato  una  sua  propria  opposta  a  quella;  ed  ecco  che 
ad  essa  la  contrappone,  senza  badare  a  togliere  con  un  ritocco  la  sca- 
brosità che  ne  risultava. 

Le  morse  paiono  attanagliarci  ;  eppure,  se  ci  divincoliamo,  s'allentan 
parecchio.  Si  badi  a  tutto  il  contesto.  Ciò  che  conosciamo  è  principio  di 
una  trattazione  che  considera  altri  due  punti,  e  che  è  cosf  introdotta: 

«Ma  passiam  più  oltre  a  ragionar  di  quegli  ornamenti  che  vestono 
le  parole,  che  sono  tempo,  accento,  et  fiato  o  vero  aspirazione,  et  veg- 
giamo  per  Dio  se  in  questa  parte  ha  la  nostra  lingua  ricchezza  alcuna 
propria,  che  a'  Latini  renderla  non  bisogni  »  (2).  Più  ricca,  più  varia,  essa 
è  poi  mostrata  agevolmente  per  ciò  che  spetta  all'accentuazione;  quanto 
all'aspirazione  invece,  in  realtà  non  si  può  parlare  se  non  di  differenza  (3). 
E  allora  sembrerebbe  tornare  benissimo  che  anche  riguardo  al  tempo  si 
fosse  fatto  il  medesimo.  Limitarsi  a  ciò  tuttavia  subito  dopo  quel  vigoroso 
«per  Dio»,  par  cosa  irragionevole.  Si  sarebbe  allora  dovuto  mettere  in 
evidenza  —  e  ciò  non  avviene  —  come  i  versi  fondati  sul  numero  delle 


dieci  mesi)  si  siano  cotanti  et  si  nobili  versi  già  composti  ».  La  dedica  porta  la 
data  «Di  Roma,  A  li  XVIII.  d'Ottobre  M.D.XXXIX». 

(1)  «  Alli  Academici  della  nuova  Poesia»  sono  indirizzati  nella  raccolta  del 
Pallavicino  due  componimenti  di  «  M.  P.  Pavolo  Gualterio  Aretino  »  (segnatura 
F  ij)  ed  uno  del  Caro  (segn.  O).  Non  sono  certo  altra  cosa  gli  «  Academici  Tosca- 
ni »  a  cui  si  rivolge  «  M.  Mario  Zephiro  »  con  una  «  ode  »,  preceduta  da  una  di 
«  M.  Alessandro  Bovio  »,  dove  si  dice  il  medesimo  coli'  intestazione  «  Alle  Muse 
Toscane  »  (segn.  L  ij).  Di  questa  Accademia,  considerata  con  ragione  come  uno 
speciale  atteggiamento,  o  se  si  vuole  come  un'emanazione,  di  quella  della 
Virtù,  istituita  ancor  essa  dal  Tolomei,  parla  il  Salza  in  pagine  già  indicate 
(p.  110  n.  1)  del  suo  Luca  Contile,  e  precisamente  20-22.  Ai  Virtuosi,  allude 
bene  Paolo  del  Rosso  colle  parole  «  Mentre,  Dameta,  »  —  non  altri  che  il  To- 
lomei —  «voi  mostrate  il  varco,  ch'a'  nostri  ||  Antichi,  &  saggi  Padri  celato 
fue . . .  »  (segn.  Pij).  Che  col  titolo  di  «  Padri  »  si  solessero  designare  gli  Acca- 
demici della  Virtù,  è  cosa  notoria.  V.  Tiraboschi,  VII,  147  nell'ed.  Molini. 

(2)  P.  62,  D.  72. 

(3)  Bastano  a  mostrarlo,  comunque  contornate,  le  parole  della  p.  64  (D. 
74)  riferite  nella  n.  4  della  p.  108 


il  36  PIO  RAJNA 

sillabe  e  sulla  posizione  degli  accenti  e  congegnati  fra  loro  mediante  la 
rima,  non  avessero  nulla  da  invidiare  a  quelli  che  prendevan  norma  dal- 
l'esser  le  sillabe  lunghe  oppur  brevi.  Però,  sottratti  i  due  periodi,  si  to- 
glie la  contradizione,  ma  resta  pur  sempre  dell'incongruenza;  la  quale 
non  è  lecito  spiegare  con  mutamenti  introdotti  in  ciò  che  precede,  perché 
allora  riuscirebbe  strano  che  la  contradizione  si  fosse  lasciata  sussistere. 
Visto  tutto  ciò,  è  da  domandarsi  se  la  contradizione  c'è  propriamente;  e 
quando  sf  dia  peso  a  una  paroletta  su  cui  alla  prima  accade  di  sorvolare, 
essa  in  realtà  si  dissipa:  «...  Perché  egualmente  et  con  una  istessa  mi- 
sura di  tempo  par,  che  siano  da  ciascun  proferite».  «Pare»,  non  è.  S'af- 
laccerà  bene  l'ipotesi  che  il  «  par  »  sia  un  ritocco  introdotto  quando  av- 
venne l'aggiunta;  ma  come  mai,  ritoccando,  non  usare  un'espressione  meno 
sbiadita?  E  c'è  dell'altro.  Nel  margine  del  Cesano  magliabechiano,  accanto 
a  «  Ben  che  »  ecc.,  c.^<=  77  *,  s'ha  la  postilla  (1)  «  Mess.  Claudio  vuol  compor 
de  la  misura  del  tempo  di  queste  parole  nostre».  Chi  scrisse  cosi  ha  ri- 
>copiato  la  supposta  inserzione,  e  tuttavia  dà  a  veder  d'ignorare  la  «  Nuova 
Poesia».  Ignorarla  non  poteva  un  toscano,  un  senese,  chiunque  egli  sia, 
dopo  il  1539;  e  con  ciò  viene  a  ottenersi  un  limite  per  la  trascrizione 
del  codice  (2);  ma  in  pari  tempo  viene  anche  ad  essere  stabilito  che  i  due 
periodi  sono  anteriori  a  quello  che  pareva  esserne  il  termine  a  quo.  E  an- 
teriori potranno  essere  Dio  sa  di  quanto;  che  se  la  «Nuova  Poesia»  fu 
bandita  soltanto  allora  e  il  Pallavicino  ne  parla  come  di  cosa  prima  total- 
mente ignorata  da  lui  e  subitanea  (3),  è  da  tenere  per  certo  che  il  Tolomei, 
come  sappiamo,  ritrosissimo  divulgatore  (4),  la  veniva  rimuginando  da  ben 
lunghi  anni.  Solo  di  sicuro  per  ragion  sua  il  Pallavicino  può  dire  al  Valerio,  o 
Valier,  «  voi . . .  haveste  (già  è  buon  tempo)  questa  cosa,  non  solo  per  possi- 
bile ad  introdursi;  ma  per  bellissima,  se  mai  fosse  introdotta».  Nonostante 
la  lode  che  al  Valier  si  dà  di  andar  sempre  vagando  «  col  divin  pensiero 
intorno  a  cose  alte,  et  eccelse  » ,  io  non  dubito  menomamente  che  qui  non 
s'ha  punto  a  fare  con  elucubrazioni  sue  proprie,  bensf  con  discorsi  avuti 
da  lui  col  «Trovator»,  come  subito  è  detto,  di  quest'arte  «a  quel  tempo 
che  ne  la  splendidissima  Casa  del  divin  Cardinal  de'  Medici  vivendo, 
quasi  tutte  l'hore  insieme  da  voi  si  spendevano  ».  Con  ciò  siamo  riportati 
almeno,  per  la  morte  d'Ippolito,  al  1535;  e  c'è  il  caso  che  ci  spinga  più 
addietro  chi  sappia  dirci  quando  propriamente  e  fino  a  quando  il  Valier 
fosse  al  servizio  del  Cardinale.  Per  quello  poi  che  concerne  il  Tolomei 
nulla  vieta  di  risalire  al  tempo  in  cui  //  Cesano  parve  da  ritenere  sostan- 
zialmente ridotto  nella  forma  attuale. 


(1)  V.  p.  no,  132  n.  4. 

(2)  Cfr.  p.  109-11. 

(3)  «  Et  io,  che  di  questa  poesia  così  subito  in  luce  venuta  niente  sapeva; 
come  prima  da  un  mio  caro  amico  ne  fui  fatto  accorto  ...  ». 

(4)  La  Rassegna,  1916,  p.  359. 


QUANDO  FU  COMPOSTO   «  IL  CESANO  >  ?  137 

L'essermi  sfumate  le  prove  non  m'induce  punto  ad  escludere  che  da 
indi  in  poi  l'autore  abbia  rimesso  le  mani  nell'opera  sua.  L'ipotesi  rimane 
come  una  mera  possibilità.  Auguro  che  qualche  maggior  luce  resulti  da 
un'edizione  rigorosamente  critica. 

Pio  Rajna. 


COMUNICAZIONI 


(C 


U Angelico  seno  „ 


Caro  Pellizzari, 


mentre  scrivo  poche  e  brevi  chiose  alla  canzone  «  Chiare,  fresche  e 
dolci  acque»,  per  il  trattato  di  stilistica,  nel  quale  hai  avuto  la  bontà  di 
volermi  tuo  collaboratore,  m'è  balenato  (o  m'inganno)  un  lume.  Si  tratta 
di  quei  versi  della  prima  stanza: 

erba  e  fior  che  la  gonna 
leggiadra  ricoverse 
co  l'angelico  seno, 

suggestivi  per  ognuno,  e  perciò  belli  senz'altro  nell'impressione  comune, 
ma  viceversa  poco  chiari  per  gl'interpreti.  Tu  convieni  che  nella  poesia, 
come  nella  musica  e  in  genere  nelle  arti  belle,  accade  spesso  di  ammirare 
e  magari  di  gustare,  senza  renderci  ben  conto  di  quel  che  si  ammira  e 
si  gusta. 

Ho  davanti  il  commento  Carducci-Ferrari  e  leggo:  —  Intendono  con 
per  e,  e  che  il  P.  accenni  ai  fiori  che  le  cadevano  in  seno  (cfr.  sotto  «  Da 
be'  rami  scendea...  una  pioggia  di  fior»)  o  che  ella  premeva  stando  boc- 
coni, come  altrove  [CLX]  «quand'ella  preme  Co  '1  suo  candido  seno  un 
cespo  d'erba».  — 

Nell'un  caso  e  nell'altro  è  il  seno  di  Laura  che  copre  i  fiori  :  ma  la 
situazione  è  affatto  diversa,  perchè,  nel  primo  caso,  bisogna  evocare,  anti- 
cipando, quella  pioggia  di  fiori  sopra  Laura  che  verrà  descritta  nella  quarta 
stanza,  e  non  è  detto  come  si  debba  immaginare  la  donna,  o  in  piedi,  o 
altrimenti;  nel  secondo,  i  fiori  non  piovon  dall'alto,  ma  son  quelli  del 
suolo,  e  saremmo  obbligati  a  immaginar  Laura  bocconi,  come  spiegano  i 
commentatori. 

I  quali  aggiungono:  —  Non  sarebbe  meglio  prender  seno  alla  latina, 
per  le  pieghe  o  il  lembo  della  gonna  ?  Aen.  I,  320  «  Nuda  genu  nodoque 
sinus  collecta  fluentes».  Cosi  intese  pure  il  Targioni  Tozzetti,  che  avverti 
ancora:  «l'aggettivo  angelico  dato  alla  veste  bianca  non  è  insolito  né  anche 
oggi  in  Toscana,  massime  nel  fiorentino»;  onde  il  tutto  sarebbe  da  spie- 
gare :  «  erbe  e  fiori  che  Laura  ricopri  con  la  bella  veste  e  le  sue  bianche 


«l'angelico  seno»  Ì39 

pieghe».  Seno  per  lembo  usò  il  Simintendi  nel  volgarizzamento  dèlle- 
Metam.  I,  216:  «Coglie  o  viole  o  bianchi  gigli,  e  empiendo  i  panieri 
e  '1  seno  a  modo  di  fanciulla...  è  veduta  e  amata  e  tolta  da  Plutone». 
In  questa  interpretazione  non  ti  pare  che  ci  sia  molto  artificio  ?  Il  rife- 
rimento del  Targioni  dubito  che  abbia  valore  :  si  tratta,  se  mai,  delle  vesti 
bianche  dei  bimbi  e  delle  fanciulle  in  certi  riti  religiosi  che  si  chiamano 
angeliche.  Sono  angioli  i  bimbi  morti,  che  si  veston  di  bianco  e  si  coronan 
di  fiori.  —  Ma  m'è  più  ostico  quel  latinismo.  L'esempio  del  Simintendi  non 
aiuta  a  dargli  corso:  quivi  è  un  rovesciamento  del  lembo  dell'abito  per 
accogliervi,  e  in  questo  senso  seno  è  ancora  vivo  nell'uso;  le  pieghe  che 
faccia  naturalmente  una  gonna  indossata  da  donna  non  c'entrano  affatto. 
Se  trovi  buone  queste  riflessioni,  credo  che  comincerai  a  sospettare 
con  me  che  l' interpretazione  alla  quale  i  nomi  del  Targioni,  del  Carducci 
e  del  Ferrari  han  dato  credito  non  colga  il  vero.  A  me,  da  un  tal  sospetto,. 
è  venuto  fatto  di  pensarne  un'altra  che,  ti  dico  sùbito,  mi  pare  soddisfi 
ad  ogni  esigenza,  e  d'ordine  verbale,  e  d'ordine  estetico:  sarebbe  cioè 
quella  buona.  È  tanto  semplice,  che  non  so  capire  come  non  i'abbian  pen- 
sata sin  da  quando  si  cominciò  a  lèggere  il  Petrarca,  o  per  lo  meno  sospetto^ 
che  altri  la  possa  avere  esposta.  Non  ho  modo  di  riscontrare;  mi  dirai 
tu  che  sei  dotto. 

Ecco  dunque.  Io  intendo:  «Erba  e  fiori  che  foste  coperti  dalla  veste 
leggiadra  di  Laura,  insieme  con  il  suo  seno  »  (cioè,  dalla  veste  leggiadra 
che  copriva  insieme  il  seno  di  lei).  Vale  a  dire  che  il  complemento  «  con 
l'angelico  seno  »  va  riferito  all'oggetto  che  e  non  al  soggetto  gonna,  come 
si  suole.  È  sintassi,  come  vedi,  ugualmente  normale,  normalissima;  e  ogni 
parola  conserva  il  suo  significato  più  ovvio. 

È  molto  bello  (tu  non  ne  dubiterai)  che  il  Poeta  abbracci  con  l'occhio 
innamorato  tutta  la  figura  della  sua  donna,  dal  seno  angelico  stretto  dalla 
veste,  al  lembo  della  medesima  veste  che  copre  a  terra  erba  e  fiori.  Ag- 
giungi che,  se  non  sbaglio,  in  grazia  di  questa  interpretazione,  tutta  la 
visione  poetica  ripiglia  quell'unità  che  prima  le  era  tolta  :  Laura  è  con- 
templata, presso  l'acqua  del  fiume,  sotto  l'albero  in  fiore  e  sopra  zolle 
verdeggianti  e  fiorite.  La  mirabile  apoteosi  della  quarta  stanza  («Da  be' 
rami  scendea  »,  ecc.)  sviluppa  il  particolare  centrale  della  medesima  visione.. 
Resta  soltanto,  caro  amico,  per  la  delizia  dell'ermeneutica,  a  definire 
se  Laura  è  mirata  in  piedi  (1*  stanza:  «gentil  ramo  ove  piacque  a  lei  di 
fare  al  bel  fianco  colonna  »)  o  seduta  (4'  stanza:  «  ed  ella  si  sedea  »)  ;  ma 

non  sono  atteggiamenti  inconciliabili  entro  breve  successione  di  tempo 

Fuori  di  scherzo,  io  credo  che  la  prima  espressione  commenti  la  seconda  r 
Laura  sedeva  appoggiata.  Anche  la  dizione  «  ove  pose  le  belle  membra  » 
concorda  a  meraviglia.  Nel  quadro  dallo  sfondo  deliziosissimo  io  vedo 
una  figura  unica,  una  posa  unica. 

Tuo 
Domenico  Guerri. 


La  Rassegna.  XXV,  li,  J 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 


"Luigi  Russo  —  Pietro  Metastasio.  (Estr.  dagli  Annali  della  R.  Scuola  Nor- 
male Superiore  di  Pisa,  voi.  XXVII).  —  Pisa,  Nistri,  1915,  pp.  258,  in-8. 

Apre  il  libro  una  introduzione,  che  ci  viene  innanzi  con  un  titolo  un 
-po'  minaccioso  :  Storia  della  critica  metastasiana;  ma  basta  la  lettura  delle 
prime  pagine  a  far  svanire  ogni  timore  di  prolisse  e  futili  disquisizioni 
estetiche  e  storiche,  e  a  darci  invece  la  simpatica  rivelazione  di  un  ingegno 
-limpido,  e  non  di  rado  acuto,  che,  sia  pure  colla  scorta  fida  dell'estetica 
crociana,  sa  vedere  chiaramente  la  propria  strada,  e  percorrerla  disinvolto 
fino  alla  mèta. 

Muovendo  dalle  discussioni  sulla  legittimità  artistica  del  melodramma, 
che  imperversarono  anche  prima  che  apparisse  la  Bidone,  il  R.  mette  anzi- 
tutto in  rilievo  il  tono  apologetico  che  il  fenomeno  Metastasio  impose  alla 
critica  settecentesca,  e  poi  fissa  il  nucleo  qentrale  di  essa  critica,  costituito 
dal  tentativo  di  incasellare  il  suo  melodramma  fra  i  «  generi  »,  dallo  sforzo 
di  mondarlo  dell'imputazione  di  essere  un  organismo  ibrido  causa  l'innesto 
della  musica,  e  finalmente  dalla  esaltazione  delle  sue  alte  finalità  morali, 
intorno  a  questo  nucleo,  il  R.  riesce  a  tessere  succintamente,  e  abbastanza 
ordinatamente,  la  storia  degli  altri  errori  e  pregiudizi  teorici  dei  critici 
di  quel  secolo  ;  cosa  non  facile,  data  l' incertezza  grande  dei  loro  criteri. 
Cosf,  il  far  dipendere  il  valore  dei  drammi  dal  loro  contenuto  storico,  l'esal- 
tarli come  una  simpatica  idealizzazione  dell'umanità,  l'interpretarli  teleolo- 
gicamente  con  procedimento  prettamente  idealistico,  il  mostrare  per  via  di 
raffronti  che  il  Metastasio  fu  un  «  imitatore  originale»,  ecc..  sono  tutti  ten- 
tativi a  cui  si  connettono  piccoli  nomi  di  critici  e  di  studiosi  settecenteschi. 
Ma  neanche  il  nome  famoso  del  Baretti  appare  qui  in  luce  molto  bella, 
che  anzi  proprio  esso  serve  al  R.  per  ricordare  che  quando  la  critica  del 
iSettecento  lascia  le  disquisizioni  sui  canoni  retorici  per  accostarsi  diret- 
tamente e  immediatamente  all'opera  d'arte,  cade  nel  puro  e  semplice  edo- 
nismo estetico.  Insomma  quella  critica,  non  subordinata  ad  alcun  elevato 
criterio  di  estetica,  rappresenta  le  aspirazioni  stesse  del  secolo  a  cui  ap- 
partiene, e,  come  tale,  non  può  non  approvare  incondizionatamente  l'arte 
metastasiana  che  a  quelle  aspirazioni  risponde.  Quanto  all'Ottocento,  esso 
vide,  se  non  la  fama  del  Poeta  (come  vorrebbe  il  R.),  certo  il  fervore 
■critico  intorno  alla  sua  opera  affievolirsi  piano  piano  fino  a  cadere  nella 
parodia  motteggiatrice  e  logorante.  I  romantici,  come  era  giusto,  non  eb- 
4)ero  simpatia  per  l' idolo  del  Settecento,  o  che,  collo  Schlegel,  lo  esclu- 


L.  RUSSO  -  PIETRO  METASTASI©  [L.  PASSÒ]  Ut 

dessero  nettamente  dal  novero  degli  scrittori  classici  e  romantici,  o  che, 
col  Sismondi,  per  tacer  d'altri,  giudicassero  assurdo  idealmente,  e  quindi 
anche  artisticamente,  il  mondo  melodrammatico  metastasiano.  Bisogna 
giungere  al  De  Sanctis  per  trovare  le  linee  di  una  critica  vera  e  profondar^ 
al  De  Sanctis  che,  appunto  in  opposizione  ai  romantici,  giustifica  in  nome 
della  coerenza  artistica  l'assurdità  e  l'incoerenza  di  quel  mondo.  La  tesi 
del  De  Sanctis  è  accettate  dal  R.,  che  si  propone  però  di  precisarla  e  inte- 
grarla formulandola  cosf:  «Fissare  fino  a  qual  punto  l'assurdità  e  conven- 
zionalità della  vita  rappresentata  dal  Metastasio  ci  appaia  non  artisticamente 
assurda  e  non  artisticamente  convenzionale  nella  rielaborazione  poetica». 
E  più  precisamente:  mentre  nel  giudizio  del  De  Sanctis  è  giustificato 
anche  il  tipo  dell'eroe  metastasiano,  che  col  suo  sentimento  coreografico 
della  gloria  e  della  virtù  non  di  rado  cade  nel  grottesco  e  nel  ridicolo, 
il  R.,  sulla  traccia  d'un  acuto  rilievo  del  Borgese,  distingue  nell'arte  del 
Metastasio  la  rappresentazione  di  un  mondo  eroico  cavalleresco  effuso  troppo 
«pesso  d'involontaria  comicità,  dalla  rappresentazione,  dissimulata,  «  di  un 
mondo  interiore  del  poeta,  di  un  mondo  idillico,  castamente  e  morbida- 
.  mente  sensuale  »,  riconoscendo  artisticamente  giustificabile  solo  la  seconda. 

Questo  l'assunto.  Vediamone  rapidamente  la  dimostrazione,  che  il  R. 
distende  in  due  parti  dedicate,  rispettivamente,  all'uomo  e  allo  scrittore. 

La  prima  comincia  con  un  buon  capitolo,  ♦  Pietro  Metastasio  e  i  suoi 
critici  »,  rivolto  a  ricercare  «quale  sia  stato  l'indirizzo  letterario  che  il 
Gravina  diede  al  suo  discepolo,  quale  l'indirizzo  filosofico,  integrato  poi 
dall'insegnamento  di  Gregorio  Caloprese,  quale  l'atteggiamento  dello  sco- 
laro davanti  a  questi  due  maestri  » .  Ricerca  assai  attraente,  come  ognuno 
vede,  e  condotta  con  misura  persino  eccessiva;  che  se  è  giusto  che  da 
essa  esulasse  ogni  inutile  particolare  biografico,  un  esame  più  largo  e  pro- 
fondo meritava  qualche  suo  aspetto,  come  per  esempio  l'influenza  che 
l'insegnamento  del  Caloprese  potè  avere  sull'animo  del  poeta  psicologo. 
Il  R.  cita  i  magri  accenni  che  del  gran  filosofo  renatista  fa  nelle  sue  lettere 
il  Metastasio,  ma  la  documentazione  di  quell'influenza  parmi  fosse  da  cer- 
care piuttosto  nelle  opere  poetiche  che  nelle  lettere.  Ad  ogni  modo  credo 
inoppugnabili  le  conclusioni  del  R.  rispetto  al  Gravina,  i  cui  precetti  re- 
torici il  Metastasio  tenne  in  si  piccolo  conto  che  si  può  parlare  a  buon 
diritto  di  una  dispersione  dell'eredità  intellettuale  graviniana,  assai  più 
importante  e  rispondente  al  vero  che  non  la  leggendaria  dispersione  degli 
scudi  del  maestro  narrataci  dai  biografi  superficiali  e  frettolosi. 

Data  l'indole  del  suo  lavoro,  il  R.,  meglio  che  a  tracciare  la  vita  del 
Poeta,  mira  a  mettere  in  evidenza  le  note  spirituali  che  egli  dovette  al- 
l'ambiente in  cui  visse  ;  ecco  perché  ci  vengono  davanti  successivamente, 
il  Metastasio  galante,  il  Metastasio  cortigiano,  e  il  Metastasio  letterato. 
È  ovvio  osservare  che  un  siffatto  schematismo  può  riuscire  comodo  e  al 
tempo  stesso  pericoloso  pur  in  un'opera  d'assieme  come  vuol  essere  il 
libro  che  esaminiamo  ;  ma  conviene  aggiungere  sùbito  che  il  R.  ha  saputo 
non  perdere  di  vista  l'unità  del  soggetto,  di  cui  le  sue  analisi  successive 
riescono  a  darci  un  ritratto  psicologico  felice  e  per  qualche  rispetto  nuovo. 


142  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

Dei  Metastasio  galante  ricorda  gli  amori  napoletani,  fermandosi  natural- 
mente sulla  Romanina,  la  ispiratrice  e  protettrice  prima,  che  vive  dieci 
anni  per  lui  e  di  lui,  innamorata  e  fedele  fino  alla  morte;  poi  sulla  contessa 
d'Althann,  la  consolatrice  incomparabile  che  morendo  lo  lascia  «  in  un  de- 
serto >.  In  un  deserto?  Aimè,  impressione  effimera,  non  strazio  durevole^ 
che  il  Metastasio  non  ebbe  cuore  capace  di  grandi  passioni.  Per  lui  l'amore 
fu  «  un  soave  e  lieve  smarrimento,  un  pullulare  al  sommo  degli  affetti  del 
cuore,  un  ripiegarsi  dell'anima  in  sé  stessa  per  ascoltarsi  ed  assaporare  la 
sua  pace  sognante». 

Dire  Metastasio  cortigiano  è  lo  stesso  che  richiamare  al  nostro  ricordo- 
un'aspra  pagina  alfieriana;  ma  il  R.,  pur  senza  velleità  di  riabilitazioni  o 
apologie  fuori  luogo,  dimostra  la  sincerità  del  cortigianismo  del  suo  Poeta,. 
e  quindi,  in  un  certo  senso,  la  legittimità  tutta  settecentesca  di  esso.  Il 
fanciullo  che  già  nel  Giustino  esaltava  Carlo  VI,  non  poteva,  uomo,  non 
essere  felice  di  prosternarsi  davanti  al  più  gran  Personaggio  della  terra. 
Né  del  resto  può  dirsi  che  la  vita  del  Metastasio  a  Vienna  trascorresse 
tutta  nella  Corte  e  per  la  Corte  sola:  l'ufficio  di  Poeta  cesareo,  che  non 
rjuscf  a  far  di  lui  un  cantore  dozzinalmente  pindarico  delle  glorie  impe- 
riali, non  gli  tolse,  anzi  gli  agevolò  queWocium  letterario  che,  come  incli- 
nazione, il  R.  fa  risalire  alla  scuola  graviniana.  E,  certo,  temperamento  di^ 
letterato  ebbe  il  Metastasio,  che  amò  lo  studio,  la  lettura,  il  lavoro  me- 
todico, nella  quiete  della  sua  casa,  in  compagnia  di  pochi  dotti  amici,  e 
rifuggi,  per  amor  di  pace,  dalle  polemiche  coi  critici,  dispensando  arca- 
dicamente elogi  pomposi  ai  mille  «  insetti  di  Parnaso  »  che  lo  persegui- 
tavano coi  loro  omaggi,  ai  mille  accademici  che  gli  facevano  riverenza. 
Fu  giudicato  un  egoista,  ma  meglio  si  può  parlare  di  un  egocentrico' 
capace  di  bearsi  del  suo  quietismo  fino  a  trasformarlo  in  poesia,  guar- 
dando alla  vita  come  a  «  una  favola  tramata  di  sottili  e  passeggere  pene, 
e  di  gioie  pacate  e  armoniose  »  :  uno  spirito  idillico,  dunque,  «  minor  fra- 
tello di  Francesco  Petrarca». 

Prima  di  discorrere  ex-professo  del  poeta,  il  R.  ritiene  opportuno  soffer- 
marsi, in  apposito  capitolo,  sulle  sue  Idee  estetiche  e  opinioni  letterarie,  il 
cui  complesso  ha  valore  «  come  commento  e  supplemento  all'attività  del- 
l'artista prima,  e  come  documento  poi  di  una  crisi  ideologica,  che  pacata 
e  continua,  nel  tempo,  si  svolse  nel  suo  intelletto».  Non  già  che  per  tali 
dottrine  il  Metastasio  si  sottragga  alla  tradizione  e  assuma  atteggiamento 
da  novatore;  ma,  artista  sincero  e  cosciente,  egli  sente  di  fronte  alla  pedan- 
teria e  alla  piccineria  dei  critici  tradizionalisti,  il  desiderio  di  una  ribel- 
lione che,  per  quanto  composta,  fu  pur  sempre  ribellione:  e  la  questione 
dei  generi,  quella  degli  atti  del  dramma,  le  tre  unità,  lo  ebbero,  fra  l'altro, 
assertore  di  una  libertà  che,  per  essere  nella  coscienza  del  suo  tempo,  non 
riesce  meno  significativa.  Il  R.  non  dice  certo  grandi  novità  in  questo  ca- 
pitolo, ma  ha  il  merito  di  limitare  chiaramente  la  dipendenza  delle  idee 
metastasiane  dalla  sua  innata  genialità  di  artista  e  dalle  sue  attitudini 
filosofiche. 

La  «produzione»  artistica  giovanile  è  distinta  dal  Russo  in  quattro 


L.  RUSSO  -  PIETRO  METASTASIO  [L.  PASSÒ]  143 

periodi.  Nel  primo,  regnante  Gravina,  la  nota  caratteristica  è  data  dall'esu- 
beranza dei  particolari  descrittivi  ;  ma  nel  secondo,  che  segue  alla  morte 
del  maestro,  il  Metastasio  si  stacca  nettamente  dal  classicismo  ed  entra 
in  Arcadia,  scrivendo  le  canzonette  Già  riede  Primavera  e  l'Estate,  nella 
seconda  delle  quali  è  già  qualche  segno  di  visione  artistica  personale. 
Nel  terzo  periodo,  progredendo  sempre  più  nella  rivelazione  del  suo  tem- 
peramento poetico  e  collocandosi  meglio  nella  società  del  suo  tempo 
mirabilmente  armonizzante  con  quel  suo  temperamento,  scrive,  a  Napoli, 
poesia  da  salotto,  cioè  epitalami  e  serenate,  a  cui  collaborano  si  il  Tasso, 
il  Marino,  il  Guarino  e  Ovidio,  ma  senza  che  perciò  sia  soffocata  la  vena 
di  sottile  poesia  che  già  zampilla  in  musiche  soavi  d'idillio  e  d'elegia. 
Ma  le  serenate  sono  importanti  soprattutto  perché  preparano  il  quarto 
periodo,  in  cui  appare  il  primo  melodramma,  la  Bidone,  che,  ad  onta  di 
tutte  le  intenzioni  dell'autore,  in  sostanza  è  appunto  un  idillio  paludato 
da  tragedia.  Della  Bidone,  il  R.  ci  dà  un'analisi,  se  non  del  tutto  nuova, 
certo  acuta,  e  felice  soprattutto  nelle  pagine  che  mostrano  la  falsità  del 
carattere  d'Enea,  «tarda  contraffazione  del  già  contraffatto  Goffredo  di 
Buglione»,  e  la  sincera  umanità  di  quello  di  Bidone,  che  è  «la  donna  set- 
tecentesca, presa  dall'ambizione  della  sua  signoria  sociale  e  dalla  debo- 
lezza della  sua  anima  amorosa». 

La  fama  improvvisa  e  universale  che  la  Bidone  procurò  al  Metastasio 
contribuì  a  dargli  la  piena  coscienza  della  sua  maturità  artistica  e  a  spin- 
gerlo a  farsi  interprete  pieno  della  società  contemporanea,  che,  pur  vi- 
vendo la  vita  molle,  leziosa  e  vacua  che  tutti  sanno,  nutriva  idealmente, 
quasi  per  adulare  e  illudere  sé  medesima,  una  clamorosa  ammirazione  per 
l'eroe  incarnazione  di  tutte  le  virtù.  Di  qui  il  tipo  dell'eroe  metastasiano, 
-che  fonde  in  sé  l'anima  tragica  tradizionale  e  l'anima  idillica  del  poeta,  e, 
già  preannunciato  dall'Enea  della  Bidone,  si  consolida  via  via  ne'  poste- 
riori melodrammi.  Cogliendo  nel  protagonista  eroe  il  carattere  essenziale 
dei  drammi  metastasiani,  il  R.  li  divide  in  tre  gruppi:  eroico-sentimentali, 
in  cui  «  il  protagonista  è  esitante  tra  il  suo  ufficio  di  eroe  e  la  sua  pas- 
sione d'uomo  del  sec.  XVIII  »  ;  eroici,  ne'  quali  il  protagonista  «  ha  supe- 
rato le  debolezze  dell'anima  settecentesca  »  ;  sentimentali,  in  cui  «  il  fondo 
è  costituito  in  buona  parte  da  intrecci  e  scene  patetiche  d'amore».  Del 
primo  gruppo  analizza,  con  molta  finezza,  l'Adriano  in  Siria  e  l'Achille  in 
Sciro;  né  ha  bisogno  di  numerose  pagine  per  dimostrare  che  la  irresolu- 
tezza, l'ambiguità  sentimentale  dei  due  eroi,  è  tutta  esteriore  e  quindi 
artisticamente  falsa.  Del  secondo  gruppo  lo  fermano  La  clemenza  di  Tito, 
l'Attilio  Regolo,  e  il  Temistocle.  Mentre  però  troppi  critici  e  l'autore  stesso 
hanno  considerato  questi  drammi  come  i  capolavori  del  Metastasio,  il  R., 
<iui  e  in  altri  punti  del  suo  volume,  si  oppone  risolutamente  a  tale  giudizio, 
ravvisandone  il  fondamento  nella  simpatia  tradizionale  del  letterato  italiano 
per  il  decoro  della  forma;  e  pur  riconoscendo  «la  costruzione  corretta  e 
decorosa,  il  garbo  dell'insieme,  la  linea  più  serrata  dello  svolgimento» 
di  cui  essi  si  adornano  in  confronto  di  altri  drammi,  li  condanna  per  la 
inconsistenza  e  la  falsità  dei  caratteri  :  Tito,  Regolo,  Temistocle,  sono  i 


144  RASSEGNA   BIBLIOGRAFICA 

consueti  eroi  verbosi,  sentenziosi,  coreografici,  non   creature  vive  della 
vita  imperitura  dell'arte.  Tali  creature  sono  invece  da  ricercarsi  nel  terzo 
gruppo,  nei  drammi  sentimentali:  il  Demetrio,  V Olimpiade,  \\  Demo foonte, 
V/ssipile,  in  cui  palpitano  figure  d'amanti  che  hanno  l'anima   stessa  del 
Metastasio  e  la  esprimono  con  parole  che  sembrano  chiudere  in  sé  «  l'ansia 
della  musica».  Di  questi  drammi,  che  pure,  per  il  suo  assunto,  erano  i 
più  importanti,  il  R.  esamina  solo  i  due  primi,  facendone  un'analisi  este- 
tica, al  solito,  non  priva  di  finezze,  ma  un  po'  troppo  rapida  e  concisa.  È 
un  bel  titolo  di  lode,  per  un  giovane  che  scrive  la  sua  tesi  di   laurea, 
l'aver  saputo  imporsi  limiti  cosf  rigorosi,  avendo  tra  mani  un  tèma  che 
ne  consentiva  di  assai  più  larghi;  tuttavia  la  lode  della  giusta  misura  non 
gli  sarebbe  mancata,  anche  se  avesse  concessa  una  minor  stringatezza  e  una 
maggiore  organicità  di  trattazione  a  tutta  questa  parte  del  suo  libro,  che 
non  è  certo  la  meno  nuova,  ed  è  rivolta,  per  giunta,  a  scalzare  giudizi 
inveterati.  È  vero  però  che  il  R.  medesimo  si  accorge  che  la  parte  negativa 
della  sua  critica  può  sembrare  un  po'  sommaria,  tanto  che  si  affretta  a  di- 
chiarare che  il  dar  la  palma  ai  drammi  sentimentali  non  significa  negare 
ogni  valore  a  tutta  la  rimanente  opera  del  Poeta.  Anch'egli,  pur  svalutando 
le  poesie  sacre,  s'inchina  alla  celebre  canzonetta  La  libertà,,  che  gli  ap- 
pare come  la  più  completa  e  la  più  artistica  espressione  dell'anima  settecen- 
tesca; anch'egli  sente  la  maliosa  musicalità  delle  arie,  che  basta  a  purifi- 
carne, rinverginandole,  le  immagini  viete  e  i  concetti  triti- 
Grande  poeta,  dunque,  il  Metastasio,  o  mezzano,  o  piccolo?  Il  R.,  nella 
conclusione  del  suo  libro,  assennatamente  rinuncia  alla  formula  giudica- 
trice finale,  pago  d'avere  sceverato  nell'opera  del  Poeta  la  parte  vitale 
da  quella  negativa  e  meccanica;  ma  all'intera  opera,  complessivamente 
considerata,  riconosce  grande  importanza  storica,  «  non  solo  perché  docu- 
mento della  vita  morale  della  società  in  mezzo  alla  quale  nacque,  ma 
principalmente  perché  accompagnò  e  favori  lo  svolgimento  d'un  fenomeno 
qaasi  secolare  che  fu  l'opera  settecentesca  ».  Ed  è  qui  appunto  una  delle 
lacune  del  libro:  l'aver  taciuto  la  contribuzione  che  a  tale  svolgimento 
diede  il  Metastasio,  e,  per  converso,  l'influenza  che  sull'arte  sua  ebbero 
le  esigenze  musicali.  Con  piena  ragione  il  R,  afferma  che,  esteticamente, 
la  musica  e  la  poesia  nel  melodramma  si  debbono  valutare  ciascuna  per 
sé;  ma  come  dimenticare,  anche  in  un'indagine  prevalentemente  estetica,, 
che  il  Metastasio  scriveva  per  la  musica,  e  che  tra  i  suoi  musicisti  fu, 
per  esempio,  un  G.  B.  Pergolesi  ?  Non  per  nulla  le  dolci  note  onde  l'au- 
tore dello  Stabat  vesti  l'Olimpiade  hanno  trovato,  con  fortuna,  editori 
modernissimi. 

Ma  questa  ed  altre  lacune  non  tolgono  solidità  al  volume,  che,  pur 
coi  difetti  inevitabili  della  giovinezza  (onde  a  pagine  eleganti  ed  eloquenti 
si  affiancano  pagine  frettolose  e  qua  e  là  scorrette),  reca  in  sé  i  segni  di 
un  ingegno  critico  capace  di  affinarsi  e  di  affermarsi  gagliardamente  in 
altri  lavori.  Possiamo  adunque  attendere  con  fiducia  e  con  desiderio  lo  stu- 
dio sul  Verga,  che  in  questa  stessa  Rivista  ci  è  stato  dal  Russo  promesso. 

Luigi  Passò. 


D.  BATTESTI  -  MASSIMO  D'AZEGLIO  [N.  VACCALLUZZO]  145 

D.  Battesti  —  Massimo  D'Azeglio.  Sa  vie,  ses  écrits,  son  ròte  politique^ 
—  Bourges,  1914,  pp.  286. 

Un  libro  di  utile  e  piacevole  lettura  è  questo  del  B.  ;  non  profondo, 
non  in  tutto  originale,  non  esauriente,  ma  tale  nel  suo  insieme,  per  la  copia 
delle  notizie,  per  la  bontà  delle  fonti,  per  il  garbo  della  forma,  da  farsi 
leggere  con  vivo  interesse. 

Nei  primi  quattro  capitoli  (La  famiile  Taparelli  d'Azeglio.  Années 
(Tenfance  et  de  jeunesse.  Vie  d'artiste.  Période  des  oeuvres  littéraires)  la  vita 
del  D'A.  è  riassunta  felicemente  di  su'  Ricordi;  ma  non  v'è  nulla  di  nuovo. 
Il  cap.  5°  (Principaux  précurseurs  et  collaborateurs  de  D'A.  dans  le  Risor- 
gimento) è  molto  superficiale  ;  si  rifa  da  Dante  e  Petrarca  ...  e  credo  che 
anche  pe'  lettori  francesi  sia  «une  espèce  de  hors  d'oeuvre».  Gli  altri 
cinque  capitoli  (L'agitateur.  Le  ministre.  Le  conseiller.  Ròte  joué  par  D'A. 
dans  les  événements  qui  précédèrent  et  suivirent  la  guerre  de  1859.  La 
vieillesse  et  la  mort)  comprendono  la  vita  politica,  e  sono  la  parte  più. 
originale  e  interessante  del  volume. 

L'indole  della  Rassegna  non  consente  una  larga  discussione  sul  con- 
tenuto politico  del  volume  ;  ma  si  può  dir  sùbito  che  il  B.  è  animato  pel 
patriota  italiano  da  una  grande  simpatia,  alla  quale  non  è  forse  estranea 
l'origine  francese  de'  D'Azeglio,  se  ad  essa  attribuisce  il  B.  lo  spirito  caval- 
leresco di  Massimo,  che  gli  pare  abbia  «  l'àme  plutót  frangaise  qu'  italien- 
ne».  E  poiché  altra  volta  scopre  in  lui  «quelque  chose  du  cocardier  et 
du  don  Quiquotte  »,  se  ne  dedurrebbe  che  il  D'A.  sarebbe  tutto  meno  che 
italiano  :  mentre  la  sua  genialità  e  versatilità  d'ingegno,  il  suo  tempera- 
mento artistico,  il  suo  spirito  cavalleresco  lo  rivelano  della  più  pura  e  bella 
tempra  del  carattere  italiano  :  un  italiano  del  Cinquecento,  se  mai,  uomo  di 
politica,  di  lettere  e  d'arte  ;  un  italiano  del  Piemonte,  anche,  con  un  che 
di  rigido,  di  reattivo,  di  piemontese  insomma,  sebbene  egli  fosse  il  meno 
piemontese  della  nobiltà  del  suo  tempo  e  del  suo  paese. 

La  psicologia  di  Massimo  D'Azeglio  non  è  tutta  ne'  Ricordi;  né  il 
B.,  né  altri  forse,  ha  osservato  quanto  della  eredità  paterna  fosse  in  lui. 
I  tre  figli  maggiori  del  marchese  Cesare  (Roberto,  carbonaro  del  '21,  ih 
lotta  col  padre  ;  Prospero,  gesuita  e  antinazionale,  in  lotta  con  Roberto  e 
con  Massimo;  Massimo,  liberale  moderato,  in  lotta  col  padre  e  co'  fra- 
telli), chi  più  e  chi  meno  ebbero  il  puro  sangue  paterno  nelle  vene,  cioè 
quella  religione  del  dovere,  quello  spirito  di  sacrificio,  quella  disciplina 
della  vita  e  quella  specie  di  apostolato  morale,  che  dà  a  tutti  un'aria  di 
famiglia.  Massimo,  che  sembra  il  più  spregiudicato  e  indisciplinato,  ebbe^ 
come  il  padre,  un  periodo  di  dissipazione  e  un  periodo  di  conversione  ;  e 
a  guardarlo  bene  in  faccia,  non  ostanti  certe  contrarie  apparenze,  vi  ri- 
trovate lo  stesso  senso  di  disciplina  morale,  la  stessa  rigidità  e  ostinazione 
paterna,  che  lo  fa  andare  volentieri  contro  corrente,  per  il  gusto  anche 
di  essere  antipopolare,  lui  popolarissimo.  I  suoi  più  gravi  errori  politici, 
come  l'ostilità  all'annessione  del  Reame  di  Napoli,  alla  quistione  romana. 


"146  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

al  trasporto  della  Capitale,  ecc.,  più  che  effetto  di  profondo  convincimento, 
sono  probabilmente  un  effetto  di  reazione  all'opinione  prevalente. 

Egli  era  in  fondo  un  intransigente,  che  non  vedeva  salute  fuor  de'  suoi 
princfpi  e  del  suo  partito;  e  ha  ben  ragione  il  B.  di  lamentare  la  vio- 
lenza di  alcuni  suoi  giudizi  contro  gli  avversari.  Contro  il  Rattazzi  fu 
volgare,  contro  il  Mazzini  ingiusto  ;  lo  stesso  Garibaldi  trovò  poca  grazia 
presso  lui.  «Badiamoci  —  ammoniva  il  Capponi  —  dal  pigliare  contro 
alle  sette  colore  di  setta». 

Le  sette,  come  si  sa,  furon  la  bestia  nera  dell'A.  ;  e  il  B.  più  volte  os- 
serva che  senza  il  lavorio  segreto  di  esse,  sarebbe  stata  impossibile  «la 
propagande  au  grand  jour  qu'  il  entreprit  lui-méme  aux  approches  de 
1848  >.  Senonché  il  B.,  nel  distinguere  il  puritanismo  dell'A.  dal  cosi  detto 
machiavellismo  del  Cavour,  non  sa  risolversi.  Afferma  che  l'A,  è  in  Italia 
«le  plus  grand  pour  le  caractère»,  ma  che  le  sue  stesse  virtù  gl'impedi- 
rono  di  condurre  a  fine  la  liberazione  della  patria  ;  come  se  la  doppiezza, 
l'insidia,  la  menzogna,  fossero  state  le  armi  indispensabili  alla  fortuna  di 
Cavour. 

La  verità  è  che  la  politica  cavourriana  non  fu  meno  fondamentalmente 
onesta  e  leale  di  quella  azegliana  ;  e  fu  più  fortunata,  perché  più  abile  e 
geniale,  a  volte  audace  a  volte  prudente,  secondo  le  circostanze,  e  senza 
esclusivismi  dannosi. 

Un  punto  sul  quale  il  B.  insiste  è  l'atteggiamento  dell'A.  nelle  quistioni 
religiose,  di  fronte  alla  Chiesa.  In  verità,  del  partito  neoguelfo  non  soltanto 
l'A.  fu  il  meno  guelfo,  ma  —  dopo  la  breve  parentesi  di  Pio  IX  —  ri- 
prese tutta  la  sua  libertà  d'azione  fino  a  staccarsi  dall'amico  Capponi  nel 
voto  sulla  legge  del  matrimonio  civile.  Il  B.  ignora  però  le  curiose  affer- 
mazioni del  Rendu  e  del  Capponi  medesimo  sullo  spirito  «religioso»  del- 
l'A., le  quali  contrastano  apertamente  con  tutta  la  vita  di  lui,  né  «incre- 
dulo né  bigotto»,  come  lo  definf  il  Giusti.  Forse  perciò  egli,  meno  d'ogni 
altro,  subf  l'influenza  suggestiva  del  rosminianismo,  che  si  attaccò  un  po' 
a  molti  della  sua  parte  e  della  scuola  manzoniana;  e  forse  perciò,  anche, 
fu  tutt'altro  che  simpatico  al  Tommaseo,  che  ne  sparlò  a  tutt'andare  cogli 
amici  ;  e  non  entrò  in  tutte  le  grazie  del  Cantù,  che  nell'elogio  scrittone 
sottintese  più  che  non  disse  e  volle  farlo  apparire  un  fortunato  improv- 
visatore in  arte,  in  letteratura  in  politica. 

Certo  la  grandezza  dell'A.  non  è  in  opere  di  cultura,  ch'egli  ebbe  super- 
ficiale e  di  seconda  mano  ;  ma  nel  «  carattere  »,  in  quel  sano  suo  buon  senso, 
in  quel  suo  naturalismo  della  vita  che  tanta  meritata  fortuna  ebbe  e  cosf 
grande  azione  esercitò  sullo  spirito  della  nazione,  e  che  non  stanca  mai. 
.11  B.  vede  bene  tutto  ciò  ;  ma  il  suo  studio  sarebbe  riuscito  più  interes- 
sante, se  egli  avesse  saputo  tener  conto  dell'immenso  carteggio  azegliano, 
disperso  o  mal  noto.  II  B.  ignora  tutte  le  lettere  del  o  all' A.,  edite  nei 
carteggi  del  Capponi,  del  Capponi-Tommaseo,  del  Manzoni,  del  Giusti, 
del  Ricasoli,  del  Farini,  del  Minghetti,  dell'Amari,  del  Durando,  ecc. 
Col  materiale  a  sua  disposizione  egli  ha  saputo  dare  un'idea  appros- 


D.  BATTESTI  -  MASSIMO  D'AZEGLIO  [N.  VACCALLUZZO]  147 

simativa  dell'uomo  e  specialmente  dell'uomo  politico;  ma  alcuni  punti 
meritavano  uno  svolgimento  maggiore.  Un  buon  capitolo  vorrebbe  il  47-48, 
ch'è  il  grande  anno  nella  vita  dell'A.  ;  un  buon  capitolo  meriterebbe  anche  la 
fortuna  e  la  popolarità  dell'A.,  ch'ebbe  oscillazioni  curiose,  sebbene  in 
quell'anno  storico  il  suo  nome  suonasse  più  italianamente  d'ogni  altro. 

Ottimi,  per  ogni  riguardo,  sono  i  capitoli  dedicati  agli  scritti  azegliani, 
riassunti  col  gusto  e  con  l'arte  propri  dei  francesi.  Ma  a  chi  non  cono- 
sce bene  la  prosa  politica  italiana  del  sec.  XIX,  sfugge  la  giusta  valuta- 
zione degli  opuscoli  politici  dell'A.,  tanto  più  che  il  B.  mostra  di  igno- 
rare il  saggio  del  De  Sanctis  sulla  scuola  liberale  lombarda.  Per  il  Fie- 
ramosca  e  il  Niccolò  si  ripete  il  giudizio  dello  Spencer  Kennard  ;  ed  è  poco 
per  romanzi  che  si  mantengono  ancora  popolari.  Pochissimo  è  poi  quel  che 
si  dice  del  libro  dei  Ricordi,  «  un  des  plus  beaux  qu'  ait  produit  la  litté- 
ra^re  italienne  du  XIX  siede,  qui  compte  peu  d'oeuvres  morales  d'une 
lecture  facile». 

Senza  dubbio  al  B.,  che  è  un  moralista,  nell'A.  interessa  più  l'uomo 
politico  e  l'educatore  che  l'artista  e  lo  scrittore;  e  sebbene  al  suo  acume 
critico  non  sfuggano  le  debolezze  del  temperamento  dell'A.,  il  suo  cuore 
palpita  di  viva  simpatia  per  lui,  sf  che  non  tutti  potranno  consentire  nelle 
conclusioni  del  suo  libro  :  «  Le  patriotisme,  telle  fut  la  qualité  dominante 
de  D'A.,  celle  qui  fit  l'unite  de  sa  vie  et  dirigea  toute  sa  conduite  ;  parmi 
les  apòtres  du  Risorgimento  il  mérite  d'étre  place  au  premier  rang.  Je  n'hé- 
site  pas  à  le  dire  :  malgré  les  apparences,  il  a  plus  fait  pour  son  pays 
que  Mazzini,  Garibaldi  et  Cavour  lui-méme,  parce  qu'il  a  forme  l'àme 
italienne». 

Questo  concetto  etico  ha  preoccupato  spesso  lo  spirito  del  B.,  il  quale 
(si  badi  che  il  libro  è  uscito  in  luce  prima  che  scoppiasse  la  guerra  euro- 
pea) dal  filogallismo  dell'A.  trae  frequenti  e  non  sempre  opportune  occasioni 
di  lamentare  l'ingratitudine  italiana  e  di  ricordare  le  parole  di  Thiers,  che 
l'unità  d'Italia  presto  o  tardi  sarebbe  stata  «très  regrettable  pour  la 
France».  Ma  la  libera  e  piena  solidarietà  delle  due  nazioni  sorelle,  in  que- 
sta guerra,  ha  dato  ragione  invece  al  D'Azeglio,  che  in  una  bellissima  lettera 
al  Rendu  confutò  la  teoria  del  Thiers  e  scrisse  queste  profetiche  parole  : 
«  Tout  cela,  c'est  de  la  vieille  politique.  Ce  n'est  pas  la  politique  s'inspi- 
rant  de  l'état  nouveau  du  monde  ;  la  politique  de  la  solidarité  des  idées 
et  des  intéréts,  la  seule  juste  et  noble,  la  seule  vraie,  la  seule  chrétienne  >. 

Concludendo,  il  libro  del  B.  è  un  contributo  notevole  alla  futura  e 
compiuta  biografia  di  Massimo  D'Azeglio:  un  libro  di  divulgazione,  fa- 
cile, elegante,  persuasivo,  che,  scritto  da  un  francese,  gioverà  a  far  me- 
glio conoscere  in  Francia  la  letteratura  e  la  politica  italiana  del  Risor- 
gimento, 

Nunzio  Vaccalluzzo. 


148  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

Gaetano  Salvemini  —  Mazzini.  —  Catania,  F.  Battiate,  1915,  pp.  202. 

Il  Salvemini,  che  è  ormai  uno  «  specialista  »  degli  studi  mazziniani,  ha 
raccolto  in  un  volume  di  divulgazione  il  frutto  dei  suoi  lunghi  studi  sul- 
l'argomento. Il  «pensiero»  (pp.  1-100)  e  1'* azione >  (pp.  101-191)  vi  sono 
jappresentati  con  una  precisione  e  perspicuità,  quali,  trattandosi  del  Maz- 
zini, non  si  poteva  facilmente  sperare.  Specialmente  importante  per  la 
storia  della  letteratura  è  la  prima  parte  ;  mentre  la  seconda  interessa  di 
più  la  storia  politica  e  delle  dottrine  politiche.  Il  Mazzini  scrittore  diffi- 
cilmente s'intenderebbe  senza  una  adeguata  conoscenza  di  quel  pensiero 
filosofico- religioso,  che  è  al  fondo  dei  suoi  scritti  e  tutti  li  pervade  e  do- 
vunque rifiorisce,  senza  trovar  quasi  mai  un'esposizione  sistematica  rias- 
suntiva. Questa  ci  ha  fornito,  nella  prima  parte  dell'opera  sua,  il  Salve- 
mini, con  diligenza  e  fedeltà  scrupolose  sin  quasi  alla  mortificazidhe 
di  sé  stesso.  Il  S.  invero,  più  che  interpretare  il  pensiero  mazziniano 
—  come  avrebbe  potuto  a  buon  diritto,  data  la  sua  riconosciuta  compe- 
tenza, —  ha  fatto  parlare  il  Mazzini  stesso.  L'esegeta  si  è  come  tirato 
indietro  per  non  interporsi  fra  i  lettori  e  il  Maestro,  e  per  evitare  sino  il 
dubbio  che  egli  abbia,  spiegandola,  alterato  la  dottrina  di  lui.  Dalla  vasta 
mole  degli  scritti  mazziniani  egli  ha  tratto  una  silloge  in  cui  è  indivi- 
duata, in  modo  inappellabile  e  definitivo,  la  fisonomia  del  pensatore,  e 
l'opera  di  lui,  come  scrittore  e  uomo  politico,  trova  la  propria  giustifi- 
cazione e  il  proprio  commento. 

Il  Mazzini  filosofo  rientra,  in  conclusione,  in  quella  larga  corrente 
di  misticismo  che  si  oppose,  come  naturale  reazione,  al  materialismo 
razionalista  della  Rivoluzione  francese.  Al  disorientamento  intellettuale 
creatosi  dopo  che  si  fu  quetato  il  turbine  rivoluzionario  e  la  Santa 
Alleanza  parve  aver  fatto  tabula  rasa  dei  principi  dell'  89,  c'era  il  peri- 
colo che  subentrasse  un  periodo  di  scetticismo  che  svalutasse  o  rinne- 
gasse le  conquiste  democratiche  e  i  nuovi  istituti  politici.  Il  Mazzini  forse 
intuf  il  pericolo  ;  e,  trascorsi  alcuni  anni  di  incredulità  giovanile,  senti  l'an- 
sioso bisogno  di  fermare  il  suo  credo.  Dov'è  la  verità  ?  Per  lui,  come  per 
il  Romanticismo,  la  verità  è  nell'intuizione.  È  vero  ciò  che  intelletto  e 
sentimento  ci  danno  per  tale  nei  profondi  e  misteriosi  processi  dell'in- 
tuizione individuale,  e  che  trova  conferma  nella  universale  tradizione. 
<  Coscienza  e  tradizione  sono  le  ali  date  all'umana  natura  per  raggiun- 
gere il  vero  ».  Da  questo  principio  sorgono  quelle  che  il  Mazzini  chiama 
le  basi  di  credenza:  l'esistenza  di  Dio,  l'unità  del  genere  umano,  il  pro- 
gresso indefinito  dell'umanità,  l'associazione:  Questi  quattro  concetti  co- 
stituiscono la  dogmatica  di  una  religione  che  dovrà  sostituirsi  al  Cristiane- 
simo, tesaurizzando  tutte  le  conquiste  di  esso  Cristianesimo  e  delle  religioni 
precedenti.  Il  progresso  esiste  anche  per  la  fede  religiosa.  I  primi  uomini 
sentivano  Dio  sostanziandolo  negli  oggetti  sensibili,  e  crearono  il  feticismo  ; 
le  religioni  dell'antico  oriente,  oltrepassando  il  feticismo,  annunziarono  Dio 
come  idea,  ma  lo  concepirono  in  contrapposto  all'uomo,  che  giacque  schiac-^ 


G.  SALVEMINI  -  MAZZINI  [G.  MORO]  149' 

ciato^  schiavo,  gioco  del  fato  o  delle  potenze  divinizzate  della  natura. 
lì  politeismo  rimise   l'uomo   in   relazione  con  Dio,  ma  accettò    come 
fatto  naturale  V  ineguaglianza  e  la  schiavitù.  Il   Cristianesimo  finalmente,- 
completando  l'opera  del  politeismo,  affermò  l'eguaglianza  di   tutti  gli^ 
uomini  di  fronte  a  Dio,  padre  di  tutti. 

Questo  concetto  raggiunse  la  sua  più  alta  espressione  nell'epoca  dell» 
Rivoluzione  francese,  la  quale  negò  quanto  si  opponesse  alla  eguaglianza 
proclamata  dal  Cristianesimo  e  combatté  il  feudalismo,  l'aristocrazia,  la- 
monarchia,  il  dogma  cattolico,  nemico  della  libertà  che  è  conseguenza 
inevitabile  dell'eguaglianza,  e  sostegno  del  dispotismo.  Cosf  la  grande 
rivoluzione  venne  ad  attuare  l'ultima  e  più  perfetta  fase  dell'idea  cristiana. 

Ma  ora,  conquistata  la  libertà,  il  Cristianesimo  è  esaurito.  La  libertà 
ha  germinato  la  dottrina  dei  diritti  individuali,  che  è  puramente  negativa  : 
può  rompere  catene,  non  comporre  vincoli  d'amore.  La  libertà  di  tutti, 
senza  una  legge  comune  che  la  governi,  conduce  alla  guerra  di  tutti:  questo 
è  appunto  lo  stato  —  secondo  il  Mazzini  —  della  società  che  fu  sua. 
«  La  discordia  è  per  ogni  dove  »:  fra  gli  Stati,  che  cercano  di  nasconderla 
con  la  codarda  dottrina  del  non  intervento,  deificazione  dell'egoismo  ;  fra 
le  due  classi  sociali,  delle  quali  l'una,  quella  dei  capitalisti,  proprietaria 
della  terra  e  detentrice  esclusiva  degli  strumenti  di  lavoro,  dà  il  lavoro 
quando  vuole  e  lo  distribuisce  come  vuole;  l'altra,  l'operaia,  messa  al 
bivio  di  vender  giorno  per  giorno  la  sua  forza  o  di  morir  di  fame,  su- 
bisce il  salario  determinato  dalla  quantità  disponibile  di  mano  d'opera. 

Questa  universale  discordia,  è  una  crisi  della  coscienza  religiosa  con- 
temporanea che  non  può  perdurare  lungamente.  Il  crepuscolo  (disorienta- 
mento intellettuale  succeduto  alla  Rivoluzione  francese)  in  cui  si  attrista 
la  generazione  contemporanea  attende  una  novella  aurora.  «No,  Dio  eter- 
no! La  tua  parola  non  è  compiuta,  il  tuo  pensiero,  pensiero  del  mondo, 
non  si  è  tutto  svelato».  Una  nuova  rivelazione  verrà  dunque  a  sostituire 
il  Cristianesimo  ormai  superato,  a  comporre  quella  universale  discordia, 
a  illuminare  la  crepuscolare  coscienza  degli  uomini.  Lo  si  sente  «nella 
irrequietezza,  come  di  potenze  che  vorrebbero  e  non  sanno  esplicarsi  », 
ond'è  afflitta  l'umanità.  D'altronde  il  genere  umano  non  può  esistere  senza 
una  fede  religiosa  :  «  la  fede  afferra  la  vita  in  ogni  suo  aspetto,  pende 
augùri  sulla  culla  e  sul  sepolcro,  innalza  e  purifica  l'individuo,  dissecca 
le  sorgenti  dell'egoismo».  Chi  riceverà  la  nuova  rivelazione?  A  differenza 
della  Chiesa  cristiana,  che,  avendo  la  missione  di  far  trionfare  il  principio 
individuale,  ebbe  per  precursore  un  individuo,  Giovanni,  la  nuova  reli- 
gione, destinata  a  far  trionfare  il  principio  dell'umanità  collettiva,  avrà 
un  precursore  collettivo,  un  gruppo  di  uomini  di  intelligenza  potente  e  di 
moralità  riconosciuta.  Per  la  stessa  ragione,  mentre  l'iniziatore  della  vec- 
chia religione  fu  un  individuo,  Cristo,  l'iniziatore  della  nuova  sarà  un 
popolo  intero,  grande,  libero,  associato  in  un  unico  pensiero,  in  un  unico- 
amore,  che  riconoscerà  due  soli  padroni  :  Dio  in  cielo,  l'umanità  su  la 
terra.  Il  popolo  messia   convocherà  un  Concilio  della  Umanità,  formato- 


150  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

dai  migliori  per  senno  e  per  virtù  fra  i  credenti  nelle  cose  eterne,  dispo- 
sti a  interrogare  religiosamente  i  palpiti  dell'umana  collettività.  In  questo 
concilio  gli  spiriti  concitati  alla  più  alta  potenza  dallo  spettacolo  di  un 
popolo  credente,  da  una  contemplazione  dell'umana  natura  commossa  ad 
attività  straordinaria  e  concorde  di  tutte  quante  le  sue  facoltà  —  in  un 
momento  d'intuizione,  —  riceveranno  la  nuova  rivelazione.  Cosi  sorgerà 
la  grande  chiesa,  il  Cattolicismo  umanitario,  l'unione  dei  credenti  che  com- 
prenderà, come  fratelli,  cristiani  e  israeliti,  maomettani  e  buddisti.  In  che 
differirà  la  nuova  dalla  vecchia  religione  ?  In  parte  è  già  detto  :  il  Cri- 
-stianesimo  fu  la  religione  dell'epoca  alla  quale  fu  assegnato  di  sviluppare 
r  individuo,  e  che  ebbe  per  programma  Dio  e  l'uomo  :  la  nuova  religione 
dovrà  guardare  alla  Umanità  collettiva  ed  essere  l'espressione  di  una  fase 
storica  che  avrà  per  programma  Dio  e  popolo. 

Qui  comincia  ad  apparire  l'importanza  e  l'originalità  del  pensiero 
mazziniano,  qui  dove  egli,  deista  e  cristiano,  vede  l'angustia  della  mo- 
rale cattolica  come  morale  sociale.  Perciò  egli  si  sforza  di  sospingere  la 
fede  religiosa  verso  un  fine  sociale,  staccandola  dalla  concezione  indivi- 
dualistica su  cui  è  sorta  e  per  cui  ha,  con  gloria  innegabile,  compiuto 
il  suo  ciclo  storico.  Il  Cristianesimo  fu  isolamento  e  rifugio,  non  missione 
di  battaglia  desiderata.  La  nuova  religione  dovrà  insegnare,  contro  l'indi- 
vidualismo cristiano  ormai  sorpassato,  che  la  vita  non  è  nostra,  ma  di  Dio; 
che  essa  non  è  ricerca  di  felicità,  ma  compimento  di  un  dovere;  e  sol- 
tanto in  vista  di  questo  dovere  spettano  all'uomo  dei  diritti,  anzi  un  unico 
diritto,  quello  di  emanciparsi  a  qualunque  costo  dagli  ostacoli  che  gli  impe- 
^discano  il  compimento  del  proprio  dovere.  Ecco  perché  l'uomo  più  virtuoso 
può  essere  altamente  infelice;  né  perciò  deve  rinnegare  la  Provvidenza, 
la  quale  guarda  all'umanità,  non  agli  individui.  Per  la  Provvidenza  la  vita 
ha  un  fine  che  essa  rivela  agli  uomini  via  via  che  questi  si  fanno  capaci, 
mediante  il  progresso,  d'intenderlo:  per  gli  uomini  la  vita  è  missione  e 
sacrificio.  Il  Signore  ha  detto  :  —  Andate,  andate  senza  riposo.  —  Ma  dove 
andremo  poi,  o  Signore  ?  —  Andrete  a  morire,  voi  che  dovete  morire  ; 
andrete  a  soffrire,  voi  che  dovete  soffrire.  —  L'individuo  —  ecco  il  suo  do- 
vere, la  sua  missione,  e,  se  occorre  la  ragione  del  suo  sacrificio  —  deve 
contribuire  al  raggiungimento  del  fine  che  Dio  assegnò  all'umanità  nel  pe- 
riodo storico  in  cui  l'individuo  vive.  Lungi  dall' isolarsi  nella  egoistica 
ricerca  del  proprio  benessere  e  nell'orgoglio  del  suo  perfezionamento  in- 
dividuale, ciascuno  deve  sentirsi  parte  dell'  Umanità  ;  per  essa  è  chia- 
mato' a  vivere,  in  essa  si  raccoglie  e  si  fa  eterno  quel  tanto  che  gli  indi- 
vidui, nel  breve  cerchio  della  esistenza  loro,  hanno  pensato  o  operato. 
L'uomo  deve  servire  alla  umanità.  Questo  è  il  principio  morale  della 
jiuova  religione,  mediante  il  quale  si  comporrà  la  «  universale  discordia  », 
e  il  crepuscolo  religioso  del  tempo  tornerà  ad  illuminarsi  di  fulgida  luce  : 
questo  principio  è  il  dovere,  che  viene  da  Dio  e  da  cui  germina  la  co- 
scienza sociale. 

Ma  come  l'uomo  servirà  all'umanità?  Scoprendo,  nello  slancio  della 


A.  GALLETTI  -  SAGGI  E  STUDI  [FR.  MAGGlNl]  151 

intuizione,  quella  parte  di  verità,  che  Dio  rivela  all'Umanità  nel  periodo 
storico,  a  cui  l'uomo  appartiene.  Cosi  questi  conoscerà  la  missione  assegnata 
da  Dio  di  epoca  in  epoca  all'umanità,  e  a  siffatta  conoscenza  dovrà  unifor- 
mare la  sua  azione.  Scoperta  la  verità,  l'uomo  deve  diffonderla  e  attuarla. 
«Noi  siamo  quaggiù  per  trasformare,  non  per  contemplare  il  creato >, 
Non  basta  pensare  il  vero,  bisogna  rappresentarlo  negli  atti  :  Pensiero  e 
Azione. 

L'opera  del  Salvemini  si  chiude  con  due  brevi  ma  interessanti  saggi 
sul  socialismo  in  Italia  fra  il  '15  e  il  '60. 

Giovanni  Moro. 


Alfredo  Galletti  —  Saggi  e  studi.  —  Bologna,  N.  Zanichelli  editore»- 
1915,  pp.  IV- 385. 

Uno  spirito  squisitamente  sensibile  ed  acuto  senza  sottigliezza,  una 
serena  ed  ampia  visione  dei  fenomeni  letterari  considerati  come  manife- 
stazioni di  bellezza  ma  anche  come  espressioni  di  vita,  un'austera  e  pur 
commossa  riflessione  sulle  sorti  umane,  e  tutto  questo  in  una  forma  lim- 
pida e  capace  di  seguire  con  elegante  sveltezza  le  più  difficili  vie  del 
pensiero  :  tali  i  pregi  che  fanno  di  questo  libro  del  Galletti  una  fonte  di 
godimento  intellettuale.  Non  è  tanto  ciò  che  possiamo  impararvi  di  lette- 
ratura nostra  ed  inglese  (ed  è  pur  molto),  quanto  la  luce  nuova  sotto  cui 
ci  appaiono  e  si  raccostano  fatti  già  noti,  e  l'impulso  che  ne  riceviamo 
a  sentire  più  intensamente  la  poesia.  I  cinque  studi  raccolti  nel  volume  si 
compongono  in  unità  ideale  perché  —  lo  dirò  colle  parole  del  Galletti  stes- 
so —  essi  «  tutti  si  propongono  di  cercare  e  rilevare  nell'opera  di  alcuni 
poeti  inglesi,  principalmente  moderni,  taluni  caratteri  e  atteggiamenti  pro- 
pri del  romanticismo  germanico»;  e  da  tale  ricerca  risulta  anche  quanto 
differenti  da  loro  fossero  i  nostri  cosiddetti  romantici.  Ripercorrere  le  vie 
per  cui  l'A.  giunge  alle  sue  conclusioni  mi  porterebbe  troppo  in  lungo  e 
non  riuscirebbe  attraente,  com'è  invece  nelle  finissime  analisi  sue  ;  basterà 
dunque  esporre  le  idee  fondamentali  di  ogni  studio,  trattando  con  mag- 
giore ampiezza  del  primo,  che  riguarda  direttamente  la  letteratura  italiana. 

Manzoni,  Shakespeare  e  Bossuet  sono  tre  nomi  che  molti  non  sì  aspet- 
terebbero di  trovare  insieme  ;  eppure  il  Galletti  mostra  conciliati  il  tragico 
inglese  e  il  sacro  oratore  francese  nelle  teorie  e  nei  drammi  manzoniani. 
Dalla  famosa  Lettera  allo  Chauvet,  felicemente  illustrata  e  integrata 
con  frammenti  e  note  desunte  dalle  Opere  inedite,  risulta  che  il  Manzoni, 
sostenendo  la  riforma  del  teatro,  si  proponeva  di  difenderlo  dall'accusa  di 
immoralità  tante  volte  ripetuta  dagli  scrittori  cristiani,  e,  più  che  alla 
vieta  quistione  delle  tre  unità,  mirava  ad  osservare  come  la  storia  possa 
fornire  al  dramma  argomenti  profondi  e  morali.  In  questo  lo  soccorreva  pro- 
prio uno  dei  più  recisi  avversari  del  teatro,  il  Bossuet,  colla  sua  filosofia 
della  storia,  che,  presentando  Dioche  guida  i  popoli  e  attua  la  giustizia- 


152  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

.;Colle  rovine  dei  regni  e  dei  potenti,  ispira  all'anima  umana  lo  sgomento 
per  la  vanità  della  gloria  e  delle  passioni.  Come  tale  idea  ritorni  nelle 
liriche  e  nelle  tragedie  manzoniane  il  Galletti  dimostra  con  geniale  acume 
di  raffronti;  mi  sia  permesso  di  aggiungerne  uno  sicuro,  suggerito  dalle 
parole  del  Bossuet  ch'egli  cita  (ma  a  proposito  d'Ermengarda)  a  p.  45: 
«  Questo  vincitore,  tronfio  dei  suoi  successi,  cadrà  egli  pure  nelle  mani 
della  morte.  Allora  i  miseri  vinti  chiameranno  in  loro  compagnia  il  su- 
perbo vincitore». 

Lo  stesso  pensiero,  nella  stessa  forma,  esprime  Adelchi  morente: 

Questo  felice, 
cui  la  mia  morte  fa  più  fermo  il  soglio, 
cui  tutto  arride,  tutto  plaude  e  serve, 
questo  è  un  uom  che  morrà. 

Ma  come  si  può  passare  dalle  meditazioni  del  pio  vescovo  di  Meaux 
;alle  creature  appassionate  e  violente  di  «  Guglielmo,  re  dei  poeti  »  ?  Perché, 
come  il  Manzoni  osservò  per  primo  fra  i  critici  dello  Shakespeare,  nei 
drammi  di  questo,  cosi  pieni  di  vita  tumultuosa  e  dolorosa,  si  prova  pure 
«  il  sentimento  dell'infinita  vanità  delle  umane  ambizioni  »,  si  resta  turbati  e 
^^pensosi  davanti  a  tante  catastrofi.  L'idea  della  morte  afferra  ed  agghiaccia 
anche  i  protagonisti  quando  il  destino  si  aggrava  su  loro  (il  Galletti  ne 
adduce  e  ne   illustra  efficaci   esempi),  e   questo  basta  al  Manzoni  per 
trovarvi  una  profonda  nobiltà  morale.  Non  è  necessario  che  il  poeta  ci 
^  mostri  i  suoi  personaggi  confortati  dalla  fede  :  il  terrore  e  la  disperazione 
portano  per  sé  stessi  lo  spettatore  commosso  a  concludere  che  la  ra- 
gione della  vita  è  altrove,  al  disopra  delle  passioni  e  delle  ambizioni. 
Noto  di  passaggio  che  l'argomento  porge  occasione  all'A.  di  istituire  un 
rraffronto  tra  il  dramma  cristiano  e  la  tragedia  antica  in  alcune  pagine  for- 
temente pensate   (70-84),   che   si   guasterebbero    in   un  riassunto:  pro- 
fonda e  vera  mi  sembra  l'idea  che  nella  tragedia  greca  la  dignità  dell'eroe 
soccombente  è  salva,  perché  il  vinto  magnanimo  deve  combattere  con  un 
•tdio  0  col  destino;  e  acute  le  osservazioni  sull'intimo  conflitto  della  co- 
scienza cristiana,  che  si  presenta  realmente  tragico  soltanto  se,  invece  della 
Jede,  si  manifesti  quell'inquietudine  misteriosa  che  la  prepara.  Appunto 
questa  il  Manzoni  ha  sentito  nei  personaggi  shakespeariani,  e,  trascurando 
quella  loro  tremenda  e  possente  attività  che  la  determina,  ha  fatto  di 
essa  «il  principio  unico  della  ispirazione  tragica»,  con  danno  dell'effi- 
cacia drammatica.  Non  si  può  dir  meglio  del  Galletti  :  «  I  personaggi  dello 
;  Shakespeare  sono  creature  impetuose  e  bramose,  le  quali  intravedono 
un  barlume  di  idea  morale  soltanto  dopo  l'esperienza,  appassionata  ed 
integra  della  vita:  i  protagonisti  del  Manzoni  hanno  già,  prima  di  agire, 
il  disgusto  delle  passioni  che  sono  come  il  sale  acre  della  vita  terrena  » 
(p.  98). 

Le  differenti  concezioni  del  poeta  inglese  e  dell'italiano  sono  si- 
j;nificative  di  due  modi  contrari  di  considerare  il  mondo:  l'istinto  sfre- 
,nato  e  confuso  dello  spirito  germanico  primitivo,  e  l'armoniosa  e  cosciente 


A.  GALLETTI  -  SAGGI  E  STUDI  [FR.  MAGGINF]  153 

volontà  dello  spirito  latino.  Ciò  che  il  Galletti  scrive  a  questo  propo- 
sito merita  d'essere  ben  meditato,  perché  illumina  le  creature  dello  Shake- 
speare nella  loro  essenza,  dà  ragione  di  quel  che  di  impulsivo  e  anche 
di  eccessivo  troviamo  in  loro,  e  accenna  ad  alcune  qualità  dell'anima  te- 
desca che  si  riflettono  nell'arte.  I  caratteri  della  poesia,  anzi  dell'anima 
classica,  egli  fissa  con  linee  cosi  nitide  ed  espressive  che  non  resisto 
al  desiderio  di  un'altra  citazione  :  «  Intendere,  prevedere,  volere  :  altro 
scopo  non  può  avere  la  vita  umana,  né  altra  dignità.  L'anima  razionale 
cresce  in  noi  sopra  l'anima  vegetante  e  senziente  e  la  signoreggia ...  Vi- 
vere e  vincere  non  importa  :  importa  sentire  sé  medesimi  come  energie 
lottanti  ed  operanti  contro  la  cieca  natura  e  il  destino  ;  importa  proporsi 
un  fine  e  muovere  risolutamente  ad  esso  ;  soccombere,  ma  resistere  ;  sapere 
ciò  che  si  vuole  anche  quando  si  è  a  terra,  prostrati,  e  sentire  che  il  no- 
stro pensiero  è  più  alto  della  violenza  bruta  contro  cui  s'infrange  »  (p.  105). 
Ma  torniamo  al  Manzoni.  Che  nel  Carmagnola  e  neW Adelchi  si  abbia 
.un  «  rivolgimento  morale  »,  come  in  alcuni  drammi  shakespeariani,  è  messo 
in  chiaro  dal  Galletti  con  osservazioni  sicure,  e  convengo  con  lui  che 
solo  in  questo  senso  si  possa  parlare  di  fonti  ;  se  il  Carmagnola  ricorda 
piuttosto  il  Wallenstein  dello  Schiller,  certo  Adelchi  è  fratello  di  Amleto, 
ma  ambedue  i  protagonisti  manzoniani  recano  nella  loro  coscienza  cri- 
stiana il  presentimento  delle  loro  disillusioni.  Consiglio  i  lettori  a  ve- 
dere direttamente  le  penetranti  analisi  di  questi  caratteri,  perché  molto 
dell'impressione  si  perderebbe  ove  io  sostituissi  la  mia  prosa  a  quella 
del  Galletti.  Egli  osserva  giustamente  che  un  condottiero  come  il  Carma- 
gnola può  mostrare  tanta  nobiltà  cristiana  in  punto  di  morte,  ma  nella 
vita  agitata  non  dovrebbe  avere,  neppure  poeticamente,  una  sensibilità 
cosi  delicata.  E  con  intuizione  non  meno  felice  giudica  di  Adelchi  : 
«L'atteggiamento  naturale  a  quest'anima  di  principe  intrepido  e  di  guer- 
riero temuto  non  è  affatto  l'orgoglio  e  l'istinto  della  lotta,  ma  una  rasse- 
gnazione pensosa  e  quasi  elegiaca,  che  ha  una  sua  singolare  grazia  poe- 
tica, ma  recide  i  nervi  all'azione»  (p.  124).  Due  figure  l'A.  studia  con 
cura  speciale,  per  mettere  in  rilievo  la  loro  complessità  e  verità  psicolo- 
gica, finora  poco  apprezzate  :  nel  Carmagnola  Marco,  patrizio  veneziano 
di  nobile  sentire  ma  debole,  che  amaramente  riconosce  la  propria  viltà  di- 
nanzi alla  prepotenza  dei  nemici  del  Conte,  e  si  disprezza  ;  ntW Adelchi 
Carlomagno,  il  principe  scaltro  piuttosto  che  l'eroe  della  «  santa  gesta  » , 
il  politico  freddo  che  si  regola  secondo  le  circostanze  e  trionfa.  Bisogna 
concordare  col  Galletti  ;  ma,  a  dire  il  vero,  questi  caratteri  non  sono  in- 
tegrati e  ricreati  dalla  sua  geniale  interpretazione  più  che  non  balzino 
vivi  e  completi  dal  dramma  stesso  ?  Per  Marco  lo  ammette  anche  il  cri- 
tico, per  Carlomagno  mi  pare  almeno  che  non  sia  facile  averne  percezione 
immediata.  Comunque  rimane  sicura  la  conclusione  a  cui  giunge  il  Gal- 
letti, che  il  Manzoni,  anche  se  in  pratica  non  riuscì  del  tutto,  ebbe  il 
merito  d'essere  il  solo  a  capire  «che  al  dramma  nuovo  occorreva  una 
idea  morale  nuova». 


154  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 


Gli  altri  saggi  del  volume  trattano  esclusivamente  di  letteratura  inglese, 
ma  con  tale  ampiezza  di  vedute  che  si  prestano  a  riflessioni  generali  sul 
problema  estetico. 

Ecco  intanto,  con  Dante  Gabriele  Rossetti  e  il  romanticismo  preraffael- 
lita (pp.  141-237),  studiato  il  carattere  di  questo  movimento  ideale  e  de- 
terminato il  suo  tradursi  in  poesia  nelle  opere  del  maestro;  il  quale  è  un 
puro  artista,  ma  possiede  cosi  religioso  e  profondo  il  senso  del  mistero,  che 
imprime  d'originalità  potente  ogni  creazione  della  sua  fantasia.  Tutti  sanno 
della  sua  ammirazione  pei  nostri  poeti  del  «  dolce  stil  nuovo  »  ;  il  Galletti 
fa  la  debita  parte  anche  allo  studio  dell'antica  poesia  popolare  inglese  e 
alla  simpatia  per  il  Keats  e  soprattutto  per  Roberto  Browning,  ma  ciò  no- 
nostante rileva  sempre  nel  Rossetti  una  speciale,  personalissima  lucidità 
di  visione. 

Fra  le  pagine  più  notevoli  di  questo  saggio  son  certamente  quelle  in 
cui  l'A.,  con  piena  gioia  spirituale  e  con  finezze  di  gusto,  rievoca  le 
scene  fantastiche  delle  ballate  del  Rossetti  e  ne  traduce  spesso  i  tratti 
più  significativi  in  prosa  efficace.  Anche  senza  avere  particolare  com- 
petenza in  questo  campo,  sento  che  le  versioni  conservano  la  grazia 
misteriosa  o  il  cupo  terrore  dell'originale:  basti  ricordare  la  ballata  del 
Vascello  bianco  e  la  chiusa  della  Tragedia  del  Re.  Si  passa  poi  a  consi- 
derare il  poeta  della  vita  interiore  nelle  liriche,  dalla  Damigella  benedetta 
ai  sonetti  della  Casa  di  Vita,  e  già  nella  prima,  scritta  a  diciotto  anni, 
si  nota  uno  spiritualismo  estatico  e  una  mirabile  facoltà  di  dar  forma  al 
sovrumano.  Il  Galletti  cita  con  ragione  il  Paradiso  di  Dante,  più  che  per 
precise  imitazioni,  per  «  una  vera  affinità  intellettuale  »  (pp.  214-16);  il  che 
non  toglie  che  il  sentimento  di  quella  poesia  sia  tutto  moderno.  Tali  ca- 
ratteri raggiungono  la  perfezione  nella  Casa  di  Vita,  che,  ispirandosi  al- 
l'amoroso libello  di  Dante,  adombra  la  storia  intima  del  poeta:  «Un'onda 
luminosa  di  idealismo  circola  per  tutti  i  meandri  di  tale  poema,  fa  del 
corpo  e  dell'anima  amata,  dell'amore  fisico  e  del  platonico  una  cosa  sola; 
associa  intimamente  il  passato  e  l'avvenire,  la  vita  transitoria  e  la  vita 
immortale  ». 

Dopo  l'analisi  dell'opera  del  Rossetti  è  logico  riconoscere  che  il  pre- 
raffaellismo  non  rappresenta  un  rinnovamento  del  pensiero,  ma  una  forma 
di  sensibilità  che  teoricamente  si  riconnette  al  romanticismo,  in  quanto 
questo  vede  nella  natura  un  simbolo  sotto  cui  si  nasconde  l'intima  verità 
spirituale.  Mentre  però  i  romantici  tedeschi  andarono  filosofando  o  fanta- 
sticando, i  preraffaelliti  inglesi  si  contentarono  di  vagheggiare  estetica- 
mente il  mistero,  e  cercando  la  sincerità  e  la  fede  nell'arte  del  Medio  Evo 
fermarono  la  loro  predilezione  proprio  sui  primitivi  italiani,  che  invece 
già  si  avviavano  al  Rinascimento.  Cosi  da  tali  modelli  appresero  non  l'in- 
definito e  il  nebuloso,  ma  la  nitida  espressione  resa  più  pura  dalla  grazia 
ingenua,  cioè   il  principio  del  classicismo  che  informa  di  sé  tutta  l'arte 


A.  GALLETTI  -  SAGGI  E  STUDI  [FR.  MAGGINI]  155 

italiana;  e  cosi  il  Rossetti  ha  potuto,  pur  vivendo  nel  suo  sogno  roman- 
tico, giungere  a  creazioni  singolarmente  suggestive  per  la  classica  limpii- 
dita  delle  immagini. 

Il  saggio  colorito  ed  acuto  su  A.  C.  Swinburne  (pp.  239-92)  com- 
parve prima  nella  Nuova  Antologia  e  ne  fu  già  reso  conto  (cfr.  Rassegna,. 
XXIV,  pp.  476  e  segg.). 

È  invece  affatto  nuovo  quello  su  Rudyard  Kipling  (pp.  293-350),  che 
del  poeta  dell'imperialismo  inglese  traccia  un  ritratto  tanto  più  vero  quanto^ 
meno  unilaterale.  Il  modo  migliore  di  intendere  è  interrogare  il  poeta  e 
seguirlo  nella  evoluzione  dei  suoi  sentimenti  ;  e  questo  appunto  fa  il  Gal- 
letti nella  prima  parte  del  suo  studio,  considerando  l'opera  del  Kipling^ 
come  libera  espressione  dell'uomo. 

Nell'India  primitiva  e  selvaggia,  dove  il  Kipling  passò  la  gioventù,  la 
lotta  per  la  vita  contro  gli  elementi  e  contro  gl'individui  appare  ancora 
vera,  e  gli  eroi  di  quel  mondo  sono  operai,  impiegati,  soldati,  rozzi  sem- 
plici e  forti.  Ben  nota  l'A.  che  questi  personaggi  non  sono  punto  idealiz- 
zati, ma  ritratti  nella  solita  vita  e  con  quello  che  hanno  di  più  comune: 
il  sentimento  dell'eroico  scaturisce  spontaneo  da  tante  energie  tese  per  la 
lotta  e  dall'idea  della  morte  che  quasi  sempre  appare  nel  fondo,  morte 
osservata  in  tutto  il  suo  orrore  con  occhio  lucido  e  freddo.  Eppure  il  Ki- 
pling, narratore  cosi  impassibile,  non  è  cinico,  perché  celebra  la  gran- 
dezza anglosassone  e  la  bellezza  del  lavoro,  perché  sente  che  la  forza  non 
può  vincere  senza  disciplina  e  che  per  la  patria  è  necessario  il  sacrifizio. 
Di  qui  la  poesia  degli  oggetti  che  vivono  coll'uomo  e  rappresentano  il 
trionfo  dell'ingegno  umano,  come,  fra  gli  esempi  che  il  Galletti  cita  op- 
portunamente, queste  profonde  parole  sui  cavi  sottomarini  :  «  Qui,  nella 
matrice  del  mondo;  qui,  nell'intrico  delle  arterie  della  terra,  —  parole  e 
parole  di  uomini  palpitano,  fremono,  pulsano,  —  annunziando  tristezza  e 
guadagno,  saluti  e  letizia,  —  perché  una  Potenza  turba  ora  la  calma  che 
non  ha  né  voce  né  moto».  Bellissimo  il  Canto  dei  morti  per  la  gloria 
dell'  impero  (p.  326)  e  il  commento  che  vi  fa  il  Galletti  :  «  Quando  la  ri- 
nuncia dell'individuo  per  la  grandezza  del  suo  popolo,  quando  il  sacrificia 
di  ciascuno  per  la  forza  e  la  gloria  di  tutta  la  nazione  assumono  questa  pre- 
cisa coscienza  eroica,  anche  l' imperialismo,  anche  la  sete  di  supremazia  e 
di  dominio  perde  la  sua  impronta  egoistica,  sale  alle  altezze  della  grande 
poesia». 

Sono  nuovi  il  materiale,  gli  argomenti,  non  lo  spirito  di  questa  poesia 
essenzialmente  romantica,  anzi  germanica,  che  sogna  l'uomo  primitivo, 
«l'innocente  bestialità  delle  origini»,  con  un  indirizzo  di  pensiero  che 
unisce  Keats  e  Leopardi,  Pascoli  e  D'Annunzio.  Il  Nostro  arriva  con 
felice  acume  a  dimostrare  un  paradosso:  l'affinità  del  Kipling  col  Rousseau, 
in  quanto  ambedue  pongono  l'istinto  contro  la  ragione  e  le  convenzioni. 
Ma  poiché  la  teoria  dell'eterno  fanciullo  non  vale  per  l'imperialismo,  il 
Kipling  coraggiosamente  si  contraddice  propugnando  la  volontà  del  suo 
popolo,  con  un  superbo  disprezzo  degli  altri.  Cosi  egli  è  un  individua- 
la Rassegna.  XXV,  II,  4 


156  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

ilista-nazionalista  contro  i  latini  umanitari!  e  sentimentali,  che  dall'  idea 
della  patria  si  sollevano  a  quella  di  tutte  le  genti  civili:  ma  la  sua  esal- 
tazione della  forza,  qual  condanna  ha  avuto  dalla  guerra  che  il  suo  paese 
sostiene  contro  i  più  tremendi  seguaci  di  quella  teoria  !  Forse  ora  il  poeta 
guarda  a  noi  con  più  serenità,  e  sente  che  anche  il  nostro  idealismo  è 
una  forza  operosa. 

L'ultimo  scritto  del  volume  può  esserne  considerato  la  conclusione, 
poiché,  prendendo  occasione  da  un  libro  del  Walker,  studia  sommariamente 
La  letteratura  di  un  grande  regno  (pp.  351-85),  cioè  la  letteratura  inglese  al 
tempo  della  regina  Vittoria,  e  rimane  nello  stesso  àmbito  d'idee  dei  saggi 
precedenti.  Piace  veder  tracciato  in  un  quadro  sintetico  lo  svolgimento  della 
letteratura  inglese  di  quel  periodo  glorioso  :  e  il  merito  è  proprio  del  Gal- 
letti, che  appunto  rimprovera  al  Walter  di  non  aver  coordinato  idealmente 
una  trattazione  sotto  ogni  altro  rispetto  accuratissima.  Il   Galletti   sa 
tanto  bene  che  una  storia  delle  idee  non  è   la  critica   pura  dei   valori 
estetici,  che  ne  tratta  con  molto  buon  senso  in  alcune  pagine  introdut- 
tive; quindi  la  sua  ricerca  mira  essenzialmente  a  collocare  ogni  autore 
al  suo  posto  di  combattimento.  Domina  su  tutti  il  Carlyle,  che    «diede 
un  substrato  filosofico  e  avvolse  di  baleni  lirici   e  di   sfolgoranti  iro- 
nie» il  profondo  istinto  conservatore  del   popolo   inglese,  avverso  allo 
«spirito  raziocinante»  della  rivoluzione,  e  dall'idealismo  tedesco  trasse 
la  sua  dottrina  morale.  Ma,  con  tutta  l'ammirazione  dovuta  al  Carlyle, 
ogni  lettore  spassionato  concorderà  col  Galletti  che  in  lui  questo  idealismo 
è  divenuto  gretto  e  intransingente  e  che  tale  si  trasfonde  nel  Tennyson, 
nel  Thakeray,  nel  Ruskin,  nel  Kipling.  Due  splendide  eccezioni  sono  C. 
A.  Swinburne  e  Roberto  Browning,  sul  quale  ultimo  il  G.  si  sofferma  con 
particolar  simpatia,  senza  però  nascondersi  che  questo  senso  di  più  larga 
umanità  non  s'è  tradotto  in  forme  di  poesia  perfetta.  Insomma,  o  filosofico 
0  fantastico,  domina  nella  letteratura  inglese  dell'Ottocento  il  romantici- 
smo, e  si  contrappone  alla  serena  armonia  dello  spirito  classico. 

Queste  osservazioni,  che  son  venuto  deducendo  dal  libro  del  Galletti, 
meritano  d'esser  conosciute  e  meditate  sull'originale,  dove  si  presentano 
con  ben  altra  vigoria  di  pensiero  e  con  ben  altra  eleganza;  sarà  certo  per 
ogni  lettore,  come  è  stato  per  me,  uno  studio  grato  e  fecondo. 

Francesco  Maqgini. 


NOTIZIARIO 

a  cura  di 

G.  Cenzatti,  C,  Cessi,  L.  D'anfora,  I.  Del  Valle,  F.  Flamini,  St.  Fermi, 
Oer.  Lazzeri,  P,  Nalli,  P.  E.  Pavolini,  A.  Pellizzari,  a.  Schiappini,  N.  Vac- 
ca lluzzo,  Cl.  Val  acca. 


MEDIO  EVO  E  ORIGINI. 

91.  Quasi  tutti  coloro  che  hanno  studiato  o  comunque  ricordato  il  rimatore 
del  sec.  XIII  Inghilfredi,  lo  hanno  creduto  siciliano,  e  qualcuno  addirittura  di 
Palermo.  11  Monaci  solo,  nel  noto  articolo  sui  Primordi  della  Scuola  siciliana 
(1884)  e  poi  nella  Crestomazia  italiana  dei  primi  secoli  (1889),  affacciò  qualche 
dubbio  sulla  patria  di  quel  rimatore,  notando  che  i  canzonieri  antichi  tac 
clono  affatto  della  sua  origine  siciliana,  che  il  suo  nome  non  s'incontra  mai 
fra  i  nomi  dei  tempi  di  Federigo  nel  mezzogiorno  d' Italia,  e  che  il  suo 
modo  di  comporre  ha  i  caratteri  della  scuola  guittoniana.  Le  osservazioni  del 
Monaci  scossero  la  fede  tradizionale  di  alcuni,  ma  altri  hanno  continuato  a 
creder  siciliano  il  rimatore.  Ora  Leandro  Biadene  ha  opportunamente  ripreso 
a  studiare  la  questione,  con  una  esauriente  memoria,  che  scioglie  veramente  il 
nodo  (La  patria  d' Inghilfredi  rimatore  del  sec.  XIII,  Padova,  Giov.  Batt.  Randi, 
1916;  estr.  dagli  Atti  e  Memorie  della  R.  Acc.  di  scienze  leti,  e  arti  di  Padova, 
voi.  XXXIl,  disp.  IV). 

Il  fatto  incontestabile  è  che  nessuna  fonte  antica,  cioè  nessun  codice,  dice 
nulla  della  patria  d' Inghilfredi.  Fatta  la  storia  dell'assegnazione  di  lui  alla  Si- 
cilia, risulta  che  i  primi  che  lo  credettero  dell'isola  furono  il  Trissino  nella 
Poetica  e  l'Allacci  nei  Poeti  antichi,  indipendentemente  l'uno  d'altro;  poi  ven- 
nero il  Crescimbeni  e  gli  altri  eruditi  che  ripeterono  la  notizia  senza  per  altro 
vagliarla.  Il  Trissino  si  servi  per  le  poesie  d' Inghilfredi  dell'archetipo  del 
codice  Palatino  418,  e  l'Allacci  del  codice  Vaticano  3214,  e  furono  indotti  a  cre- 
derlo nativo  della  Sicilia  dall'aver  trovato  le  sue  poesie  in  mezzo  ad  altre  di 
rimatori  sicuramente  siciliani.  Ma  l'esame  delle  rime,  della  tecnica,  degli  ar- 
gomenti e  della  lingua  delle  sei  canzoni  che  rimangono  d' Inghilfredi,  condu- 
ce alla  conclusione  ch'egli  era  toscano  ;  non  solo,  ma  alcune  caratteristi- 
che della  lingua  si  rivelano  nettamente  lucchesi.  A  questo  si  aggiunga  che  le 
poesie  d' Inghilfredi  si  trovano  tutte  nel  Palatino  418,  che  contiene,  come  è 
noto,  tutti,  salvo  uno,  i  rimatori  di  Lucca,  e  trae  origine  da  una  fonte  luc- 
chese; mentre  non  ce  n'è  nessuna  nel  codice  Vaticano  3793,  che  rappresenta 
la  tradizione  della  prima  scuola  fiorentina;  ed  una  sola  se  ne  incontra  nel  co- 
dice Laurenziano-Rediano  IX-63,  che  rappresenta  la  tradizione  della  prima 
«cuoia  pisana.  Data  dunque  l' incontestabile  toscanità  di  Inghilfredi,  le  sud- 
dette ragioni  militano  in  favore  di  Lucca  come  patria  del  rimatore. 


158  NOTIZIARIO 

Venuto  a  questa  conclusione,  il  Biadene  s'è  messo  a  ricercare  nell'onoma- 
stica italiana  il  nome  di  Inghilfredi,  e  ha  raccolto  come  in  un  regesto,  in  ap- 
pendice alla  sua  memoria,  l'elenco  di  tutti  gì' Inghilfredi  che  ha  potuto  scovare 
in  documenti  e  cronache  dal  sec.  Vili  al  principio  del  sec.  XIV.  Da  questa 
utilissima  indagine  risulta  l'esistenza  di  non  meno  di  trentasette  Inghilfredi, 
undici  padovani,  tredici  lucchesi,  dieci  dell'  Italia  settentrionale  senza  parti- 
colar  determinazione,  due  del  mezzogiorno,  di  Nocera,  e  un  solo  toscano:  di 
Samarate  in  provìncia  di  Firenze.  Se  tutto  porta  a  credere  che  il  rimatore  fosse 
toscano,  ognun  vede  che  le  maggiori  probabilità,  anche  in  quest'ordine  d' in- 
dagini, risultano  per  Lucca,  dove  nel  secolo  XIII,  l'età  d' Inghilfredi,  appaiono 
sei  personaggi  con  tal  nome. 

Volendo  infine  identificare  questo  Inghilfredi  lucchese,  il  Biadene  innanzi 
tutto  mette  avanti  un'ipotesi  molto  seducente.  Inghilfredi  potrebbe  essere  Predi, 
già  noto  rimatore  di  Lucca  ?  Predi  non  potrebbe  essere  forma  accorciata  di 
Inghilfredi  ?  Certo  ;  ma  è  anche  vero,  come  il  Biadene  stesso  nota,  che  Predi 
s'incontra  come  nome  a  sé  più  volte,  ed  è  anche  vero,  come  osservava  il 
Parducci,  che  se  fosse  abbreviazione  d'altro  nome,  quest'altro  nome  potrebbe 
essere  pure  Lanfredi,  Guilfredi,  ecc.  Ma  il  Biadene  nota  qualche  corrispondenza 
di  pensiero  tra  l'unica  canzone  che  abbiamo  di  Predi,  ispirata  da  avvenimenti 
lucchesi,  e  un'altra  d' Inghilfredi,  ch'egli  crede  possa  essere  ispirata  dagli  stessi 
casi.  Tali  corrispondenze  non  si  possono  disconoscere,  ma  la  spiegazione,  credo, 
potrebbe  trovarsi  nel  fatto  che  ambedue  i  poeti  fossero  vittime  degli  avveni- 
menti politici  seguiti  a  Lucca  nel  1263  o  1265.  Del  resto  il  Biadene  stesso  pre- 
senta r  ipotesi  con  quelle  cautele  con  cui  si  deve  procedere  nelle  investiga- 
zioni, quando  non  si  hanno  argomenti  sicuri. 

Ma,  indipendentemente  da  questa  identificazione,  si  può  dire  quale  degl'In- 
ghilfredi  che  appaiono  a  Lucca  nel  sec.  XIII,  sia  il  rimatore?  Purtroppo  la  ri- 
sposta non  è  facile,  e  il  Biadene,  pure  accennando  le  ragioni  che  potrebbero  far 
propendere  in  favore  dell'uno  o  dell'altro,  lascia  sub  indice  la  questione. 

Rimane  ad  ogni  modo  acquisito  ormai  alla  storia,  che  Inghilfredi  è  rima- 
tore lucchese,  e  ciò  si  deve  alla  dimostrazione  del  Biadene.  11  quale  avrebbe 
potuto  soddisfare  ancora  un  altro  desiderio  che  nasce  in  chi  legge  il  suo  stu- 
dio, cioè  far  seguire  ad  esso  l'edizione  delle  sei  canzoni  che  si  conservano  di 
Inghilfredi.  Nessuno  poteva  apprestarla  meglio  di  lui,  che  deve  avere  esami- 
nato e  interpretato  quelle  canzoni  per  ragione  delle  sue  indagini,  e  che  ha  nelle 
sue  pagine  sparso  alcune  osservazioni  molto  buone  sul  testo  specialmente  di  una 
canzone.  Ma  è  sperabile  ch'egli  vorrà  farlo  quanto  prima,  [Mario  Pelaez]. 

TRECENTO. 

Dante.  —  92,  Col  garbo  e  con  la  dottrina  che  gli  son  propri,  Vittorio 
Rossi  illustra  l'episodio  di  Brunetto  Latini  nella  sua  lettura  del  Canto  XV  del- 
l' Inferno,  tenuta  nella  «  Casa  di  Dante  »  in  Roma  (Pirenze,  Sansoni,  pp,  40).  Egli 
fa  parecchie  belle  osservazioni  ;  fra  le  altre,  quella  —  con  cui  conclude  —  che 
nel  dolore  per  l' incontro  inaspettato,  nelle  umili  parole  di  Dante  a  Brunetto, 
nella  tenerezza  accorata  dei  ricordi,  c'è  come  un  drammatico  contrasto  tra  l'af- 
letto  e  la  giustizia.  «Pare  che  l'implacabile  giustiziere  voglia,  addolcendo  la 
condanna,  far  tacere  il  rimorso  della  sua  coscienza  di  discepolo  grato  e  rive- 
rente.'; e  l'arte  prende  la  rivincita  su  sé  stessa  e  sulla  giustizia:  il  dannato  balza 
alla  nostra  fantasia  come  una  figura  tutta  nobiltà  e  dignità,  che  la  vergogna 


NOTIZIARIO  159 

<]el  suo  peccato  e  il  modo  in  cui  parla  dei  suoi  compagni  di  pena  e  della  colpa 
comune  veramente  avvicinano  alle  figure  dei  pentiti  del  secondo  Regno  ».  [F.  F.]. 

93.  Della  traduzione  svedese  dell'Inferno  di  Aline  PippinQ  (Stockholm, 
Ahlen  <S  Akerlund)  dà  notizia  Olaf  Homén,  nella  rivista  Nya  Argus  (1917,  n. 
1 ,  pp.  8-9),  mostrando  di  quanto  superi  la  pur  pregevole  traduzione  tedesca  dello 
Zoozmann.  In  questa  la  terzina  è  ridotta  alla  forma  aba:  cdc,  mentre  la  tra- 
duttrice svedese  conserva  le  tre  rime.  Ma  soprattutto  per  il  carattere  della  ver- 
sione essa  è  degna  di  molta  lode.  Quella  dello  Z.  è  «  troppo  facile  e  troppo 
scorrevole;  il  ritmo  è  fiacco  e  monotono,  troppo  scarsi  gli  accenti  drammatici 
e  pittoreschi ...  La  signorina  P.  rende  il  verso  dantesco  con  sorprendente 
energia  e  sicurezza  di  comprensione ...  in  certe  parti  del  poema  permane  un 
che  di  severo  e  di  duro,  un  colorito  e  un  tono  di  cupezza  e  di  amarezza», 
che  rende  assai  felicemente  l'austera  grandezza  dell'originale. 

Io  spero  che  qualche  esemplare  di  questa  nuova  versione  giunga  anche  in 
Italia,  dove  sarà  certo  studiata  ed  apprezzata  da  chi  conosce  le  enormi  diffi- 
coltà del  tradurre  degnamente  il  nostro  massimo  poeta.  [P.  E.  P.]. 

94.  Col  titolo  Nuovi  studi  danteschi  in  Francia  (estr.  dall'Eco  della  cultura, 
fase,  xv-xvi,  1916,  pp.  11),  Alberto  De  Vico  scrive  una  vivace  recensione  del- 
l'opera di  M.  Paléologue,  Dante.  Essai  sur  san  caractère  et  son  genie  (Paris, 
Librairie  Plon),  facendo  molti  e  gravi  appunti  alla  preparazione  del  Pai.,  che 
compose  il  suo  saggio  senza  aver  pienamente  studiato  l'opera  dantesca,  serven- 
dosi solo  di  libri  di  carattere  generale,  e,  quel  ch'è  più  grave,  senza  aver  sentito 
l'anima  del  divino  Poeta.  [Cl.  V.]. 

95.  Fanfulla  Greti  attende  da  gran  tempo  all'edizione  critica  del  Ditta- 
mondo  di  Fazio  degli  Liberti.  Il  primo  volume,  che  è  quasi  pronto  per  la  pub- 
blicazione, comprenderà  un  saggio  intorno  al  poema  ed  alla  varia  fortuna  di 
esso,  seguito  dallo  studio  e  dalla  descrizione  del  codice  e  delle  edizioni. 
Il  secondo  volume  conterrà  la  classificazione  dei  codici  e  il  testo  del  poema. 

96.  Continuando  le  ricerche  di  Ludovico  Frati  sul  noto  rimatore  bolognese, 
Tommaso  Casini  raccoglie  nuove  notizie  Intorno  a  Grazialo  Bambaglioli  (ne 
U Archiginnasio,  a.  XI,  1916,  3-4),  e  più  precisamente  intorno  alle  vicende  della 
sua  vita  e  agli  uffizi  da  lui  occupati  in  Bologna.  Poco  di  nuovo  riferisce  in- 
torno al  commento  del  Bambaglioli  alla  Divina  Commedia,  recentemente  edito 
nella  sua  integrità  dal  Fiammazzo.  [St.  F.]. 

97.  Nel  Ballettino  della  R.  Deputazione  Abruzzese  di  storia  patria,  S.e  III, 
anno  5),  Vincenzo  De  Bartholomaeis  riproduce  da  un  codice  finora  scono- 
sciuto del  Capitolo  Metropolitano  di  Aquila  alcune  Prose  e  rime  aquilane  del 
secolo  XIV',  cioè  certe  Costituzioni  per  un  convento  di  suore  benedettine,  la 
lauda  notissima  di  lacopone  Dellu  amore  de  Christu  («Troppu  perde  lu  tempu 
chy  non  te  ama  »),  e  un  cantare  in  ottava  rima  :  La  Legenda  quando  Sancta  Elena 
retrovò  la  Croce  de  Christu.  11  valente  filologo  premette  un'  Introduzione,  e  ac- 
coda ai  testi  un  Prospetto  dialettologico  e  un  Glossario.  [F.  F.]. 

98.  Importante  è  il  Glossario  della  Cronaca  Carrarese  di  Galeazzo  e  Bartolo- 
meo Catari,  che  Antonio  Medin  ha  inserito  nel  tomo  XVII,  parte  I,  voi.  I,  della 


1 60  NOTIZIARIO 

nuova  edizione  dei  Rerum  Italicarum  Scriptores  diretta  da  Vittorio  Fiorini.  Com- 
prende, insieme  con  le  voci,  le  forme  e  le  locuzioni  per  un  verso  o  per  l'altro 
notevoli,  anche  parecchie  altre  la  cui  dichiarazione  può  agevolare  l'intelligenza 
del  testo  specialmente  a  chi  non  abbia  molta  pratica  del  'dialetto  veneto.  [F.  F.]. 

99.  Nell'adunanza  del  P  marzo  scorso  del  R.  Istituto  lombardo  di  Scienze 
e  lettere,  G.  Zuccante,  da  parte  di  Mgr.  Giovanni  Mercati,  presentò  una  let- 
tera acefala  di  Manuele  Crisolora,  che  il  Novati  lasciò  inedita  come  d'in- 
certa direzione  e  di  pochissimo  conto.  Essa  invece  appare  diretta  proprio  a 
Coluccio  Salutati,  sembra  esssere  stata  l'accompagnatoria  del  trattatello  sugli 
spiriti  greci  che  sta  alla  fine  degli  Erotemata,  e  fu  provocata  da  Coluccio  con 
una  lettera  abbastanza  conosciuta.  11  frammento  e  il  trattatello  appartengono  al 
tempo  dell'insegnamento  fiorentino  del  Crisolora,  e  a  tale  tempo  appartiene 
altresì  l'altra  lettera  già  edita,  che  il  Novati  credette  scritta  da  Costantinopoli 
prima  della  venuta  del  Crisolora  in  Italia. 

QUATTROCENTO. 

Poliziano.  —  100.  Nella  collezione  /  nostri  grandi,  dell'editore  Giusti 
di  Livorno,  è  uscito  un  volumetto  di  Pietro  Micheli,  su  La  vita  e  le  opere  di 
Angelo  Poliziano  (pp.  74).  Le  naturali  attitudini  e  la  formazione  spirituale  del 
celebre  umanista-poeta  vi  son  messe  in  chiara  luce  come  necessario  preambolo 
all'esame  e  alla  valutazione  delle  sue  opere.  Vi  si  lumeggia  poi  brevemente, 
ma  con  pienezza,  il  Poliziano  professore  e  polemista;  e  in  un  successivo  ca- 
pitolo si  parla  della  sua  traduzione  dell'Iliade  (che,  com'è  noto,  dischiuse  al 
giovinetto  di  Montepulciano  le  porte  del  Palazzo  di  Via  Larga),  d'altre  sue 
versioni  dal  greco,  de'  suoi  epigrammi  in  questa  lingua,  delle  prolusioni  ai 
corsi  di  letteratura  latina  e  greca  da  lui  tenuti  nello  Studio  Fiorentino,  dei 
Miscellanea,  delle  Epistole  e  delle  sue  opere  latine.  11  terzo  ed  ultimo  capitolo 
tratta  delle  opere  italiane  dell'Ambrogini;  ed  è  pieno  di  osservazioni  este- 
tiche sagaci,  d'opportuni  riscontri  e  accostamenti.  Tutto  il  libriccino  merita  di 
esser  letto,  oltreché  dagli  esordienti,  dagli  studiosi  ;  perché,  dettato  da  persona  di 
buon  gusto  e  di  dottrina  elegante,  c'insegna,  o  ci  ricorda  utilmente,  parecchie 
cose.  Ed  è  scritto  come  si  dovrebbe  sempre,  e  come  si  fa  oramai  di  rado:  con 
piana  lucidezza,  con  garbo,  con  italianità  di  lingua.  Qui  siamo  lontani  dalla 
forma  a  singhiozzi,  o  a  mortaretti,  usata,  per  ossessione  del  nuovo,  dai  cri- 
ticastri che  ci  guardano,  commiserando,  dall'alto  della  loro  superdivinità;  come 
siamo  lontani,  ne'  giudizi,  dalle  furie  di  demolizione  o  di  glorificazione  a  cut 
sogliono  abbandonarsi  coloro  ai  quali  il  paradosso  serve  da  mantello  per  rim- 
piattare una  pietosa  ignoranza  o  una  superficialità  miseranda.  [F.  F.]. 

101.  Antonio  Medin  ha  inserito  negli  Atti  del  R.  Istituto  Veneto,  (tomo 
LXXVI,  Parte  II,  pp.  80)  una  dotta  memoria  su  Gli  scritti  umanistici  di  Mario 
Dandolo;  nella  quale  pubblica  quindici  epistole  di  questo  patrizio  veneto  (tratte 
dal  proprio  archivio  domestico),  che  giovano  ad  accrescere  le  nostre  cognizioni 
intorno  agli  umanisti  veneziani  e  ai  loro  rapporti  con  quelli  d'altre  parti 
d'Italia,  nonché  con  alcuni  dell'Ungheria  e  della  Polonia;  e  due  orazioni  dal 
Dandolo  stesso  tenute  l'una  a  Buda  e  l'altra  a  Napoli.  In  appendice  son  ri- 
prodotte due  lettere  d'Ermolao  Barbaro  al  Dandolo,  nonché  alquanti  docu- 
menti dell'Archivio  di  Stato  di  Venezia.  [F.  F.]. 


NOTIZIARIO  161' 

102.  Il  lavoro  di  Amadio  Mazzi,  La  vita  e  raperà  di  Vittorino  da  Feltre 
(Pavia,  Scuola  tip.  Artigianelli,  1916,  pp.  32),  è  un  tèma  presentato  alla  Scuola 
pedagogica  della  R.  Università  di  Pavia  in  una  «esercitazione  pratica»,  come 
ci  avverte  l'autore  stesso.  Non  dobbiamo  aspettarci  quindi  novità  di  ricerche 
sia  archivistiche,  sia  di  natura  pedagogica  :  ma  è  forse  troppo  poco  presen- 
tare una  compilazione,  fatta  quasi  esclusivamente  sulle  opere  del  Rosmini  e  del 
Cerini,  senza  apportare  almeno  qualche  contributo  nuovo  personale  alla  valu- 
tazione dell'opera  didattica  di  Vittorino.  Il  Mazzi  ha  trovato  nell'Ant.  Arch. 
Comun.  di  Verona  un  documento  notarile  utile  a  stabilire  che  Vittorino  il  6 
ottobre  1439  era  a  Borgoforte;  ed  è  buona  cosa.  Ma  tutto  il  lavoro  tradisce 
una  inesperienza,  che,  se  si  giustifica  in  una  «esercitazione  pratica»  da 
scuola  pedagogica,  mal  si  ammette  in  uno  studio  a  stampa,  tanto  più  che  la 
mancanza  di  contenuto  scentifico  non  è  compensata  neppure  da  quei  pregi  di 
forma  che  avrebbero  potuto  almeno  rendere  la  lettura,  se  non  istruttiva,  dilet- 
tevole. [C.  C.]. 

103.  Ambrogio  Roviglio  ne  L'umanesimo  e  la  scoperta  dell'America  (Udine, 
Tip.  Domenico  Del  Bianco,  1917,  pp.  61),  si  propone  di  chiarire  il  legame  che 
esiste  fra  l'Umanesimo  e  il  movimento  geografico  che  portò  alla  scoperta  del- 
l'America. Dopo  aver  fatto  un  cenno  sommario  del  movimento  geografico  nei  se- 
coli XIII  e  XIV,  passa  a  trattare  brevemente,  polemizzando  con  l'Uzielli,  dello 
svolgimento  della  cosmografia  per  mezzo  della  rinata  coltura  classica,  ferman- 
dosi un  po'  di  più  suir//a//a  illustrata  del  Biondo,  suìVHistoria  rerum  ubique  ge- 
sfarum  di  Enea  Silvio  Piccolomini,  e  sull'opera  frammentaria  di  Ciriaco  Piz- 
zicolli.  Accenna  quindi  all'influenza  dell'Umanesimo  sulla  cartografia  e  sui 
viaggi  marittimi,  e  tratteggia  infine  più  ampiamente  tre  figure:  quella  d'un 
poeta,  Luigi  Pulci,  quella  d'uno  scienziato.  Paolo  Toscanelli,  e  quella  d'un 
navigatore,  Cristoforo  Colombo. 

Il  Roviglio,  di  cui  è  notevole  la  diligenza,  avrebbe  fatto  secondo  me  opera 
più  conclusiva,  se,  invece  di  pubblicare  una  seconda  edizione  di  quest'opuscolo, 
si  fosse  accinto  a  sviluppare  degnamente  questa  sua  trama  di  più  ampio  la- 
voro. [Cl.  V.]. 

CINQUECENTO. 

Ariosto.  —  104.  Va  segnalata  la  «  nuova  ristampa  riveduta  e  corretta» 
che  la  Casa  editrice  G.  C.  Sansoni  ha  recentemente  posta  in  luce  dell'Orlando 
Furioso  di  Lodovico  Ariosto  secondo  l'edizione  del  1532,  con  commento  di  Pietro 
Papini  (Firenze,  1916,  pp.  xxiii-703;.  Si  tratta,  naturalmente,  dell'edizione  in- 
tegra, della  quale  il  Papini  dà,  se  non  un  testo  critico  (egli  confessa  leamente 
di  non  aver  potuto  fare  il  raffronto  dei  diversi  esemplari  esistenti  dell'edizione 
del  1532  in  luoghi  lontani  e  diversi,  e  quindi  di  non  aver  potuto  raccogliere 
tutte  le  varianti  apportate  dall'Ariosto  all'opera  sua  nel  corso  della  stampa), 
«ertamente  un  testo  corretto,  assumendo  a  fondamento  la  lezione  assodata  da 
Ottavio  Morali  nel  1818.  Vanno  innanzi  al  poema  una  Prefazione,  nella  quale 
sono  esposti  i  criteri  seguiti  dall'editore,  e  un  Sommario  dei  46  canti  dell'opera; 
gli  tengon  dietro  due  copiosissimi  Indici,  dei  nomi  propri  più  importanti  con- 
tenuti nelV Orlando,  e  dei  vocaboli  e  modi  più  notevoli  illustrati  nel  commento. 
Il  quale  commento  accompagna  con  singolare  diligenza  il  testo,  passo  per  passo, 
mirando  sopra  tutto  a  «  rilevare  le  molte  e  talvolta  gravi  difficoltà,  che  ven- 


162  NOTIZIARIO 

gono  dalla  lingua,  dallo  stile,  dalle  immagini,  cercando  di  fermare  il  senso  vero 
o  il  più  accettabile  col  confronto  di  usi  simili,  e  coU'autorità  di  altri  scrittori  ». 
Se  dicessi  che  nel  commento  tutto  mi  persuade  e  mi  soddisfa,  cederei 
troppo  al  desiderio  di  far  cosa  grata  a  chi  ha  pur  lavorato  con  lodevole  dili- 
genza e  intelligenza:  dirò  bensì  che  il  molto  di  buono  e  di  utile  in  esso  con- 
tenuto apparirebbe  più  evidente,  se  non  fosse  talvolta  offuscato  da  esuberanze 
soverchie.  A  voler  troppo  spiegare,  si  finisce  per  ismarrire  e  fare  smarrire  tal- 
volta il  concetto  del  facile  e  del  difficile.  Ma  si  potrebbe  anche  rispondere 
ch'è  assai  più  facile  censurare  e  correggere  di  quel  che  non  sia  il  fare.  E 
P.  Papini  ha  compiuto  opera  nel  suo  complesso  veramente  degna  di  con- 
senso e  di  lode.  [A.  P.]. 

105.  Sebastiano  Vento  ci  annunzia  prossima  la  pubblicazione  di  un  suo 
volume  che  avrà  per  titolo  Petrarchismo  e  Concettismo  nelle  rime  di  Antonio  Ve- 
neziano, e  gli  spiriti  della  lirica  amorosa  italiana. 

SEICENTO. 

106.  Che  il  dilettantismo  di  Lorenzo  Magalotti  si  estendesse  anche  alle 
t)elle  arti,  dimostrai  in  un  mio  scritto  che  vide  la  luce  nella  Miscellanea  di 
studi  critici  pubblicati  in  onore  di  Guido  Mazzoni  (Firenze,  1907,  T.  II,  pp, 
261  e  segg.).  Quella  mia  notizia  viene  ora  a  completare  Angelo  Pinetti,  trat- 
tando de  La  decorazione  pittorica  secentesca  di  S.  Maria  Maggiore  [in  Bergamo], 
nel  Boll,  della  Civica  Biblioteca  di  Bergamo  (a.  X,  1916,  fase.  3).  Fra  i  pittori 
che  lavorarono  a  trescare  la  celebre  chiesa  bergamasca  fu  il  romano  Ciro  Ferri, 
che  attese  per  due  anni  a  13  affreschi  di  soggetto  biblico.  Il  Pinetti,  con  do- 
cumenti inediti,  informa  come  per  tali  affreschi  il  Ferri  avesse  suggerimenti 
e  consigli  dal  Magalotti,  cui  egli  rinviava  via  via  in  esame  gli  schizzi  proget- 
tati. [St.  F.]- 

SETTECENTO. 

Parini.  —  107.  Di  Un'  imitazione  parinianadi  Leopoldo  Cicognara  si  oc- 
cupa Guido  Bustico  (estr.  dallMrc/z.  stor.  sic,  N.  S.,  a.  XLI,  fase.  I  e  II,  pp,  15). 
II  conte  Cicognara,  per  fuggire  una  passione  amorosa,  negli  ultimi  anni  del  sec. 
XVIII,  si  rifugiò  a  Palermo,  dove  conobbe  la  principessa  Agata  di  Valguarnera  e 
ne  frequentò  il  salotto.  A  questa  gentildonna  palermitana  dedicò  un  poemetto,  ri- 
pudiato più  tardi  ed  oggi  divenuto  rarissimo.  Dal  titolo:  //  mattino,  il  mezzo- 
giorno, la  sera,  la  notte,  si  vede  sùbito  che  ci  troviamo  «  di  fronte  ad  un  poe- 
metto scritto  sotto  r  influsso  della  lettura  e  dello  studio  del  Giorno  pariniano 
e  di  altri  del  genere  usciti  in  quegli  anni  ».  Il  Bustico  lo  analizza  minutamente, 
giungendo  alla  conclusione  che  il  Cic.  ha  intenti  diversi  da  quelli  del  Parini, 
e  che  il  poemetto  è  «  un  vero  e  proprio  sermone  prolisso  e  tavolta  monotono, 
senz' ironia  pungente,  pur  non  cadendo  nella  volgarità».  [Cl.  V.]. 

Goldoni.  —  107.  Di  Un  altro  nemico  di  Carlo  Goldoni,  cioè  di  Giambattista 
De  Mari,  fratello  del  marchese  Stefano,  ambasciatore  del  Re  di  Spagna  presso  la 
Repubblica  di  Venezia,  B.  Brunelli  Bonetti  pubblica  (estr.  dal  Nuovo  Ar- 
chivio Veneto,  N.  S.,  voi.  XXXI,  pp.  28),  alcune  lettere  interessantissime,  dalle 


NOTIZIARIO  163 

quali  si  ricava  che  il  De  Mari  non  solo  nega  al  Goldoni  «  l' ingegno  di  autore 
di  teatro  e  gli  accorda  a  stento  —  bontà  sua  —  qualche  talento  >  ;  ma  tenta  in 
tutti  i  modi  di  fargli  perdere  la  carica  di  console  della  Repubblica  genovese. 
Questo  del  Brunelli  Bonetti  è  un  notevole  contributo  alla  storia  delle  inimi- 
cizie politiche  del  Goldoni,  si  ch'è  da  sperare  ch'egli  si  accinga  a  trattare 
compiutamente  delle  inimicizie  politiche  e  letterarie  del  grande  comico  vene- 
ziano. [Cl.  V.]. 

Alfieri.  —  108.  Nella  «Biblioteca  classica  Hoepli»,  ch'egli  dirige,  Mi- 
chele ScHERiLLO  pubblica  un  denso  volume  di  scritti  alfieriani  :  La  vita,  le  rime 
e  altri  scritti  minori  (Milano,  1917,  pp.  lxxv-482).  La  scelta  è  da  lui  condotta 
con  l'abituale  suo  buon  gusto,  le  note  sono  opportune,  il  discorso  d'introdu- 
zione, //  *vate  nostro*,  per  vari  rispetti  notevole. 

L'Italia  «fu  creatura  dell' A.  »,  ch'è  il  più  italiano  dei  poeti  dopo  Dante,  e 
scopri  questa  nostra  patria  e  le  diede  una  coscienza,  quando  storici,  filosofi  e 
poeti  non  si  accorgevano  di  essa.  Niente  di  più  significativo,  per  questo  riguar- 
do, delle  visite  che  l'Astigiano  andò  facendo  con  grande  spirito  d'indipendenza 
alle  Corti  di  principi  e  di  re.  Ciò  porge  occasione  allo  S.  di  rilevare  non  pochi 
punti  di  contatto  e  di  contrasto  tra  l'Alfieri  e  il  Rousseau.  Simili  per  l'indole 
appassionata  e  insofferente,  per  l' irrequietezza  dello  spirito,  per  l'ammirazione 
del  «  plutarchismo  »,  per  la  smania  dei  viaggi,  queste  due  anime  romantiche  erano 
travagliate  da  dubbiezze  e  contrasti  tra  l'eroismo  e  la  viltà,  tra  la  forza  e  la 
vanità,  non  esclusa  quella  di  narrar  sé  stessi  con  cert'aria  di  eroica  confessione. 

Perciò  l'Alfieri  è  di  quei  poeti  che  sono  essi  medesimi  «  un'affascinante 
opera  d'arte».  È  vero  per  altro  che,  conosciuto  «  più  intimamente  »  l'uomo,  si 
ammira  «  più  intensamente  »  l'opera  sua.  Giusta  osservazione,  la  quale  corregge 
o  attenua  un'opinione  assai  diffusa,  che  la  gloria  di  V.  A.  fosse  più  d'uomo 
che  di  scrittore. 

L'uomo  è  meraviglioso,  ma  non  è  meno  meraviglioso  l'artista,  alla  fortuna 
del  quale  son  dedicate  le  ultime  pagine  della  Introduzione.  Se  l'A.  ebbe  grande 
simpatia  pel  Rousseau,  una  più  grande  n'ebbe  il  Byron  per  l'A.  L'entusiasmo 
del  poeta  inglese  per  l'italiano  —  quale  si  rileva  dalle  lettere,  dai  giornali  e 
dalle  liriche  —  ebbe  origine  da  una  rappresentazione  della  Mirra,  che  gli  diede 
le  convulsioni,  si  palesò  nel  Marin  Fallerò,  in  cui  il  B.  confessò  di  voler  es- 
ser «semplice  e  severo  come  l'Alfieri»,  e  culminò  nell'apoteosi  del  Childe  Harold. 
L'Alfieri  fu  il  poeta  a  cui  il  Byron  si  senti  più  vicino:  «per  gli  avventurosi  casi 
<lella  vita  travagliata,  appassionata,  errabonda;  per  l' indomabile  orgoglio  de- 
gli alti  natali  congiunto  al  disdegno  tribunizio  d'ogni  freno  e  d'ogni  tirannia 
di  casta  ;  per  l' insofferenza  d'ogni  sosta  un  po'  lunga,  per  l'amor  dei  cavalli 
e  dei  cortei  sfarzosi,  pel  bisogno  di  dimore  principesche  ;  per  l' irrequietudine 
e  l'irriducibile  tristezza  e  la  scontentezza  profonda  di  sé  stessi  e  d'ogni  cosa 
che  li  circondava;  per  l'aspirazione  tormentatrice  e  affannosa  a  un  domani  più 
luminoso,  a  un  mondo  rigenerato  e  svecchiato,  aperto  a  tutti  i  venti  della  li- 
bertà». 

La  poesia  alfieriana  alimentò  in  lord  Byron  il  sentimento  d'italianità  e 
l'odio  contro  gli  oppressori;  sicché  nel  '20  il  poeta  inglese  poteva  scrivere: 
«Nessun  italiano  può  odiare  un  austriaco  più  di  quello  che  faccio  io:  la  razza 
austriaca  mi  pare  la  più  odiosa  che  vi  sia  sotto  il  sole».  Questo  volume  è 
perciò  ben  dedicato  al  miglior  fiore  delle  giovani  generazioni  d'Italia,  in  nome 
degr« Itali  redivivi»   auspicati  dal  magnanimo  Astigiano.  [N.  V.]. 


164  NOTIZIARIO 


OTTOCENTO. 

Foscolo.  —  109.  La  versione  in  esametri  latini  che  Domenico  Musone- 
fece  dei  Sepolcri  del  Foscolo  e  che  ora  Sossio  Giqliofiorito  crede  opportuno 
ripubblicare  in  elegante  volumetto  (/  «  Sepolcri*  di  Ugo  Foscolo,  tradotti  in  latino 
da  Domenico  Musone,  ripubblicati  a  cura  di  S.  G.,  Caserta,  Tip.  dell'  «  Unione  » , 
1916,  pp.  13),  fu  stampata  una  prima  volta  a  Caserta,  nel  1880;  quindi  ripro- 
dotta, con  non  poche  varianti,  in  appendice  alla  2a  edizione  del  Commento  ai 
Sepolcri  fatto  dal  Trevisan  (Verona,  1883). 

11  G.  è  tornato  alla  prima  redazione,  che  a  lui  pare  più  spontanea  e  più 
vera.  Ed  in  questo  non  gli  si  può  dar  torto.  Gli  è  piuttosto  da  notare  che  la 
traduzione  è  fredda  e  punto  artistica:  in  essa  si  perde  quel  profondo  senso 
poetico  che  sta  non  solo  nel  pensiero  del  poeta,  ma  traspira  anche  dalla  forma, 
dal  suono  armonioso  del  verso.  Nella  versione  si  sente  lo  studio,  lo  sforzo 
dell'erudito,  ma  l'anima  del  poeta  pare  morta.  Gli  esametri  sono  regolari,  tar 
luno  è  bello  anche,  risonante:  ma  nel  complesso  non  aggiungon  nulla  alla:, 
fama  dell'umanista  che  li  ha  composti.  [C.  C.]. 

110.  La  lettura  con  la  quale  uno  dei  suoi  più  fidi  amici  commemorò  Fe- 
lice Le  Mounier,  già  ristampata  nell'occasione  che  alla  casa  di  lui  fu  apposto 
un  marmo  che  lo  ritrae  e  lo  ricorda  «  Maestro  dell'arte  tipografica  —  Editore 
animoso  e  sapiente  —  In  servigio  del  Risorgimento  italiano»,  si  rilegge  ora 
con  non  diminuito  interesse  nella  terza  edizione  (Felice  Le  Mounier  e  la  sua  Bi- 
blioteca nazionale,  lettura  di  Aurelio  Gotti,  3»  edizione,  Firenze,  Succ.  Le 
Monnier,  1916,  pp.  53). 

Dal  fortunato  inizio  della  Biblioteca  lemonnieriana  con  V Arnaldo  del  Nic- 
colini,  via  via  poi  con  le  opere  del  Guerrazzi,  del  Leopardi,  del  Giordani, 
del  Giusti,  dell'Amari,  del  Balbo  e  di  altri  valentuomini,  ci  passano  avanti, 
nella  viva  commemorazione  del  Gotti,  attorno  alla  animosa  e  animatrice  fi- 
gura dell'onesto  tipografo,  le  memorie  di  quella  letteratura  eroica,  di  cui  ogni 
libro,  desiderato  ricercato  trafugato  di  tra  le  insidie  delle  dogane  e  delle  cen- 
sure, era  una  speranza,  un  avvenimento,  una  battaglia.  La  storia  della  Biblio- 
teca nazionale  è  perciò,  negli  aspetti  morali  e  intellettuali,  un  capitolo  non 
trascurabile  del  nostro  Risorgimento,  e  chi  quella  storia  volesse  riprendere 
a  scrivere  di  su'  documenti,  la  corrispondenza  e  il  copialettere  della  Casa 
Le  Monnier  —  prezioso  deposito  ora  della  Nazionale  di  Firenze,  —  farebbe  un 
libro  per  parecchi  riguardi  interessante  e  non  inutile  alla  storia  delle  nostre 
lettere. 

1  primordi  di  quella  storia  son  fatti  conoscere  ora  in  60  lettere  di  Pietro 
Giordani  al  Le  Monnier  da  Isidoro  Del  Lungo,  che  l'importante  carteggio, 
adornato  di  ben  11  ritratti,  dei  quali  uno,  inedito,  étW Aspasia  leopardiana, 
illustra  nelle  note  con  copia  e  dottrina  singolare,  sia  per  la  profonda  cono- 
scenza ch'egli  ha  degli  uomini  e  delle  cose  dell'Ottocento,  sia  per  l'ausilio  pre- 
zioso di  lettere  responsive  e  correlative,  tratte  insieme  con  le  giordaniane  da' 
copialettere  dell'incipiente  azienda  lemonnieriana  (/ pr/morc?/ cfe//fl  «i  Biblioteca 
nazionale  »  di  F.  Le  Monnier  in  LX  lettere  di  P.  Giordani  pubblicate  dai  Succes- 
sori Le  Monnier  nel  cinquantenario  della  Società,  per  cura  di  I.  D.  L.  Con  XI 
ritratti,  Firenze    1916,  pp.  133). 


NOTIZIARIO  165' 

Delle  benemerenze  del  Giordani  verso  le  patrie  lettere  non  ultima  è  cer- 
tamente questa  di  aver  coli' esempio  e  con  l'autorità  grande  del  nome  consi- 
gliato e  aiutato  l'iniziativa  di  quella  Bibl.  naz.  di  prosatori  italiani,  ch'egli' 
stesso  aveva  ideata  fin  dal  1825  nella  nota  lettera  a  Gino  Capponi.  È  bene 
quindi  che  siasi  cominciato  da  lui.  L'uomo  e  il  letterato  rivelasi  del  resto  quale 
era  effettivamente  in  questo  breve  carteggio  d'affari:  l'uomo  onesto  e  sincero 
anche  troppo,  fino  alla  permalosità;  il  letterato,  più  un  incontentabile  artefice- 
di  stile  che  un  pensatore  originale,  e  perciò  meglio  disposto  all'ammirazione 
esagerata  della  bellezza  formale.  Basta  guardare  alle  ristampe  ch'egli  consiglia 
all'editore.  «Posso  raccomandarle  un  autore  degnissimo  di  molte  ristampe ;- 
ma  che  è  stato  sin  qui  trattato  crudelissimamente:  questi  è  il  Giambullari, 
Storia  d'Europa  ».  «  Devo  proporle  un'altra  opera  ;  la  più  bella  di  tutte  del  car- 
dinal Pallavicino;  una  delle  più  belle  che  siensi  scritte  al  mondo:  la  Vita  di; 
papa  Alessandro  VII. . .,  uno  dei  più  bei  lavori  dell'intelletto  umano  >.  Alla  pro- 
posta d'una  edizione  di  Donato  Giannotti,  aggiunge  sùbito  :  «  che  io  preferisco 
di  non  poco  (e  per  lo  stile  e  per  la  politica)  al  Macchiavelli  »  (sic). 

Dei  suoi  propri  scritti  non  giudica  in  modo  diverso.  Lascia  fuori  l'Ora- 
zione delle  Belle  Arti,  che  gli  pare  una  «  porcheria  »  ;  ma  la  censura  non  lascia 
passare  quello  che  a  lui  pare  «più  importante  »  di  tutti,  cioè  il  Panegirico  di  Na- 
poleone, cincischiato  da  innumerabili  correzioni,  vere  minuzie  di  lingua  o  di 
stile  :  «  importanti  solamente  ad  uno  scrittore  scrupoloso  ;  come  pur  troppo  sono 
io  ».  Scrupoloso  in  tutto,  anche  nella  punteggiatura,  che  raccomanda  allo  stam- 
patore, perché  ad  essa  dà  «molta  importanza». 

Ma  in  queste  60  lettere  —  che  vanno  dal  43  al  46  —  l'argomento  princi- 
pale non  è  già,  come  parrebbe  a  prima  vista,  l'edizione  delle  opere  giorda- 
niane,  che  l'autore  concedeva  quasi  di  mala  voglia  perché  «troppo  ristampa- 
te», per  quanto  scorrette:  ma  l'edizione  del  Leopardi,  convenuta  tra  il  Le  Mou- 
nier e  il  Ranieri,  alla  quale  esso  Giordani  e  Pietro  Pellegrini  avrebbero  fattO' 
seguire  un  volume  di  Studi  filologici  leopardiani.  Quell'edizione,  che  tardava  a 
venir  fuori  per  le  lungaggini  e  le  difficoltà  del  Ranieri,  era  diventata  il  suo  pen- 
siero dominante,  una  vera  idea  fissa;  come  se  il  Giordani,  dopo  di  aver  dato- 
il  battesimo  di  gloria  al  poeta  recanatese,  avesse  voluto  vegliarne  la  memoria 
e  custodirne  gelosamente  la  fama  oltre  la  tomba.  Esempio  unico  non  che  raro- 
d'una  devozione  entusiastica,  che  dalle  angustie  d'uomini  e  di  cose  e  dalla 
miseria  dei  tempi  attinge  fervore  più  grande  e  trascende  i  termini  della  vita. 
Dopo  le  pubblicazioni  del  Luiso,  del  Serban,  del  Guardione,  l'argomento 
principale  delle  lettere  giordaniane,  cioè  l'edizione  del  Leopardi,  non  offre  molto 
di  nuovo;  ma  piace  risentire  l'eco  gagliardo  della  voce  di  questo  vecchio  e  il- 
lustre letterato,  che  non  trova  mai  parole  e  frasi  abbastanza  ammirative  pel 
suo  «divino  ed  unico  Leopardi»,  che  fu  «un  miracolo  d'ingegno  e  di  studi; 
il  primo  ingegno  e  il  primo  dotto  dei  suoi  tempi  ».  Alle  premure  dello  stam- 
patore pei  suoi  propri  scritti,  il  Giordani  risponde  breve  e  distratto,  perché- 
in  essi  —  gli  scrive  alfierescamente  —  «  non  c'è  ragion  né  lampi  »  ;  e  ribatte 
impaziente  sulla  raccolta  leopardiana,  timoroso  quasi  di  non  viver  tanto  da  ve- 
derla: «Io  vorrei  pure  vederla  prima  di  morire».  La  devozione  non  gli  vieta 
per  altro  di  ammonire  il  Le  Monnier  sulla  tiratura  delle  copie  :  «  Sia  ben  per- 
suasa che  troverà  molti  più  compratori  pel  Guerrazzi  che  per  me;  e  ancora 
meno  per  Leopardi».  E  avveratosi  il  fatto,  gli  riscrive:  «Non  vorrei  ch'Ella 
avesse  danno  del  Leopardi  e  del  Giordani».  Ma  pur  non  vuole  che  si  perda^ 


a66  NOTIZIARIO 

nulla  d'inedito  del  Leopardi,  e  ne  raccoglie  le  briciole  filologiche:  «che  tutto 
-è  preziosissimo  ». 

La  sola  volta,  forse,  che  la  sua  sconfinata  ammirazione  fosse  ben  collo- 
<,cata.  [N.  Vaccalluzzo]. 

111.  Nella  Biblioteca  di  Storia  contemporanea  dei  Fratelli  Bocca  di  Torino 
vede  la  luce  ora  uno  scritto  inedito  di  Vincenzo  Gioberti  {Ultima  replica  ai 
municipali,  pubblicata  per  la  prima  volta  con  prefazione  e  documenti  inediti  da 
G.  Balsamo  Crivelli,  1917).  L'opuscolo,  ch'è  in  forma  di  lettera  a  Carlo  Bon- 
compagni,  era  stato  stampato  nel  1852  a  Parigi,  a  spese  di  G.  Bocca;  ma  poi, 
per  ragioni  di  opportunità  e  di  convenienza,  fu  sojwpresso  dal  Gioberti  mede- 
simo, che  dispose  la  distruzione  di  tutte  le  copie,  prima  che  fossero  poste  in 
.vendita.  Un  esemplare  è  stato  ora  per  caso  ritrovato  dal  Balsamo  Crivelli,  che 

o  ripubblica  integralmente,  facendo  la  storia  dell'opera  e  corredandola  ampia- 
mente di  lettere  e  documenti  inediti,  tratti  dalle  carte  giobertiane. 

L'Ultima  replica  è,  come  si  sapeva,  la  conclusione  d'una  violenta  polemica, 
«forte  nella  sostanza,  moderata  nella  forma  »,  aperta  dal  Gioberti  nei  Rinnova- 
mento contro  quel  partito  di  conservatori,  ch'egli  accusa  di  «  vile  e  sordido 
egoismo  di  municipio  »,  e  che,  con  gli  occhi  al  solo  Piemonte,  condussero  l'Italia 
a  Novara  e  si  opposero  a  quella  lega  di  Stati  italiani,  ch'era  «  la  base  e  il  prin- 
.cipio,  e  insieme  l'apice  e  il  fine  dell'impresa  patria».  Di  quel  partito,  i  due 
uomini  presi  di  mira  dal  Gioberti  nella  Replica  sono  il  ministro  P.  Pinelli  e 
specialmente  il  generale  Dabormida,  che  insieme  col  Boncompagni  fu  mandato 
a  Milano  come  plenipotenziario  della  pace  con  l'Austria  ;  e  che  meglio  che 
nella  postuma  apologia  del  figlio  trova  la  più  autorevole  difesa  nelle  proprie 
lettere  al  D' Azeglio,  edite  dal  Fea  nel  1884. 

L'opuscolo  è  quasi  un'appendice  di  quella  letteratura  della  disfatta,  che 
passioni  e  ambizioni  politiche  fomentarono  dopo  Novara  ;  e  forse  era  meglio 
che  non  venisse  mai  fuori,  secondo  la  volontà  dell'autore.  Non  reca  nuova  luce 
sugli  uomini  e  gli  avvenimenti  di  quegli  anni  terribili;  e  non  cresce  fama  al 
Gioberti,  già  noto  come  polemista  magniloquente  e  come  campione  formida- 
bile di  quella  letteratura  politica  liberale,  che  il  Balbo  e  il  D'Azeglio  si  van- 
tarono di  aver  iniziata.  [N.  V.]. 

112.  Vita,  scritti,  lettere,  influenza  letteraria  di  Pietro  Giordani  h  lì  iìioìo  coi 
quale  Stefano  Fermi  darà  —  speriamo  presto  —  in  luce  il  risultato  delle  sue 
benemerite  fatiche  attorno  l'insigne  scrittore  piacentino. 

113.  Gl'inni  del  Risorgimento  italiano  (pp.  33)  è  il  titolo  d'una  opportuna 
.conferenza  tenuta  da  Domenico  Santoro,  in  varie  città,  a  scopo  patriottico. 

Abbelliscono  l'opuscolo,  pubblicato  dal  Colitti  di  Campobasso,  dodici  tavole, 
nelle  quali  si  riproduce  la  musica  degl'inni  seguenti:  1)  Partir,  partirò;  2) 
Del  nuov'anno  già  l'alba  primiera  ;  3)  O  giovani  ardenti;  4)  //  canto  degli  Italiani 
del  Mameli;  5)  Coli' azzurra  coccarda;  6)  Addio  del  volontario;  1)  Rondinella  pel- 
legrina; 8)  Inno  di  Garibaldi;  9)  O  la  bella  Gigogin;  \Q)  Come  bella,  o  argentea 
croce;  11)  Camicia  rossa  ;  12)  Inno  di  guerra  {Delle  spade  al  fiero  lampo).  [Cl.  V.]. 

114.  Antonio  Pilot  pubblica  (Venezia,  a  spese  della  R.  Deputazione,  1916, 
,pp.  86)  alcuni  brani  inediti,  tratti  dai  Diari  del  Cicogna,  dai  quali  appare  quali 
fossero  le  condizioni  politiche,  economiche  e  morali  di  Venezia  dal  1851  al  1866. 


NOTIZIARIO  167 

Purtroppo  il  diarista,  che  negli  ultimi  anni  non  fu  molto  accurato,  perché  era 
oppresso  da  gravi  cure  letterarie,  «  non  ebbe  la  percezione  dei  sacrosanti  di- 
ritti d'Italia  e  delle  sue  immancabili  e  imprescrittibili  fortune;  obbediente  al 
Governo  costituito  egli  non  condivide  quasi  mai  gli  entusiasmi  dei  patrioti 
che  air  ideale  sacrificarono  vita  e  averi  :  pago  del  suo  ufficio,  contento  della 
sua  modesta  condizione  economica,  tutto  preso  dagli  studi,  non  muove  che  di 
rado  qualche  osservazione  contro  i  metodi  obbrobriosi  dell'Austria».  [Cl.  V.]. 

115.  Per  l'occasione  del  centenario  della  nascita  di  Francesco  De  Sanctis 
(28  marzo  1917),  il  Croce  ed  alcuni  amici  suoi  avevano  disegnato  di  celebrare 
la  ricorrenza,  anzi  che  con  vani  discorsi,  col  dare  séguito  di  altri  volumi  all'edi- 
zione ordinata  e  completa  delle  opere  desanctissiane,  di  cui  già  si  possiede,  a 
cura  del  Croce  stesso,  la  Storia  della  Letteratura  italiana;  col  raccogliere  lettere 
e  documenti,  atti  a  preparare  una  precisa  e  ricca  biografia  dell'  insigne  critico, 
educatore,  patriota  e  politico  ;  e  col  fornire  una  cronologia  di  tutti  i  suoi  scritti, 
e  una  bibliografia  ragionata  dalla  loro  varia  fortuna.  Tutti  questi  lavori  hanno 
sofferto  inevitabili  ritardi  o  incontrato  esterne  difficoltà  a  venire  in  luce,  per 
le  condizioni  create  dalla  guerra.  Nondimeno,  a  far  si  che  una  data  cosi  cara  ■ 
agli  studiosi  italiani  non  passi  senza  segno  di  onore,  il  Croce  si  è  risoluto  a 
dar  fuori  un  manipolo  di  lettere  dal  De  Sanctis  dirette  a  Virginia  Basco,  poi 
divenuta  contessa  Riccardi  di  Lantosca  (spentasi  recentemente,  in  Torino,  il 
10  giugno  1916),  e  scritte  in  parte  da  Zurigo  e  in  parte  da  Roma  e  Napoli. 
(Francesco  de  Sanctis,  Lettere  a  Virginia,  edite  da  B.  Croce,  Bari,  Gius. 
Laterza  e  Figli,  1917). 

Il  Croce  ha  già  altrove  descritto  (//  De  Sanctis  in  esilio,  cap.  V.,  nella  Cri- 
tica, XII,  pp.  161-172)  il  momento  della  vita  del  De  Sanctis,  nel  quale  le 
«lettere  a  Virginia»  prendono  origine.  Il  De  S.  insegnò,  nell'epoca  del  suo 
esilio  in  Torino,  nell'Istituto  femminile  della  signora  Elliot,  e  privatamente 
alla  Virginia  Basco,  alla  quale,  soprattutto,  restò  affezionato.  Con  ragione  il 
Croce  nota  che  «  non  appare  in  queste  lettere  se  non  occasionalmente  e  in 
lampi  fuggevoli  l'intelletto  del  grande  critico;  ma  vi  si  può  contemplare  a 
lungo  l'immagine  dell'uomo  buono,  affettuoso,  semplice,  nobilissimo».  Non  mi 
nascondo  che  il  centenario  della  nascita  del  De  Sanctis  poteva  esser  comme- 
morato, non  ostante  la  guerra,  con  qualcosa  di  maggior  entità;  codeste  lettere, 
in  fondo,  biograficamente  non  ci  rivelano  che  un  sogno  d'amore  del  grande 
critico  per  una  sua  alunna  torinese.  Teresa  De  Amicis,  che  sperò  vanamente 
di  far  sua  sposa;  ci  dimostrano  anche  il  gran  cuore  del  De  S.,  ma  non  più.  Nella 
maggior  parte  di  queste  62  lettere  il  De  S.  fa  il  professore:  dà  tèmi,  ne  cor- 
regge, incita  a  scrivere,  a  lavorare,  e  cosi  via. 

Raramente  vi  troviamo  giudizi  d'importanza  letteraria.  Spigoliamo,  tra  i 
pochi.  Nella  lettera  V  si  consiglia  a  Virginia  la  lettura  di  Walter  Scott:  «Par- 
lami deWIvanhoe:  è  un  altro  genere,  un  altro  orizzonte  che  ti  si  apre  davanti. 
La  lettura  di  Walter  Scott  ti  farà  bene.  Nessun  libro  è  più  atto  ad  arricchire 
la  fantasia,  a  riempire  l'anima  di  sentimenti  ed  immagini  ».  Sullo  Scott  ritorna, 
nella  lettera  VII:  «  L'Jvanhoe  è  cosi  bello,  che  certo  lo  rileggerai.  Tra'  romanzi 
di  Walter  Scott  ci  è  Lucia  di  Lammermoor,  pietosissimo  ;  quando  l'avrai  letto 
.non  dimenticherai  più  quella  povera  Lucia.  Ricordati  che  rileggere  significa 
armarsi  di  penna  e  notare  gesti,  pensieri,  sentimenti,  immagini,  caratteri,  ma- 
teriali sparsi,  che  si  fondono  nella  fantasia,  e  da  cui  nascono  nuove  creazioni  ». 
Nella  lettera  XllI  si  leggono  alcune  osservazioni  interessanti  sull'arte  nella 


'/168  NOTIZIARIO 

Svizzera.  Il  De  S.  scrive  a  Virginia  d'esser  andato  a  vedere  un'esposizione 
di  quadri  a  Zurigo  (27  ottobre  1856),  e  nota  che  i  quadri  storici  erano  medio- 
crissimi, compreso  un  Guglielmo  Teli  che  assomigliava  più  ad  un  monsieur 
di  Parigi  che  a  quel  robusto  e  fiero  contadino,  e  prosegue:  «Vi  sono  molti 
paesaggi:  la  Svizzera  è  la  terra  dei  paesaggi.  Ma  il  cumulo  de'  colori,  l'inintel- 
ligente gradazione,  l'artificiale,  il  convenzionale  li  rendeva  mediocrissimi.  Fra 
tante  figure  grottesce  o  false  le  sole  vacche  erano  indovinate:  sembra  che  i 
^pittori  svizzeri  passino  la  vita  in  mezzo  a'  buoi.  Ci  è  una  vacca  su  d'uno 
scoglio:  le  folgori  le  scoppiano  sul  capo;  la  tempesta  l'incalza;  il  suo  vitello 
si  è  rifuggito  accanto  a  lei  e  cerca  farsi  scudo  del  suo  corpo;  la  bocca  aperta, 
gli  occhi  ingranditi,  l'aria  smarrita,  la  coda  tesa:  è  assai  ben  fatto.  Riescono 
molto  nel  campestre.  Ci  è  un  bambino  dormente  nella  culla,  mentre  un  raggio  di 
sole,  facendosi  via  fra  gli  alberi,  lo  irradia  :  gli  effetti  della  luce  sono  ben 
graduati.  Ho  ammirato  pure  un  quadro  pastorale.  Si  avvicina  la  tempesta;  il 
vento  ruggia  ;  un  pastore  su  di  uno  scoglio  tiene  in  bocca  un  fischio  per  chia- 
mare le  pecore,  si  vede  da  lungi  correre  una  pecora  sbandata:  più  su  è  una 
pastorella  robusta  che  tiene  colla  destra  il  senale  levato  con  entro  un  agnello, 
-che  cerca  fuggire,  capo  e  collo  già  da  fuori,  e  con  la  sinistra  tien  fermo  il 
cappello  mezzo  sbalzato  dal  vento.  La  situazione  è  magnifica». 

Nella  lettera  XIV,  narrando  d'aver  assistito  a  un  concerto  di  Liszt,  defi- 
nisce questo  come  «il  Paganini  o  il  Manzoni  del  pianoforte».  Nella  lettera 
XX,  facendo  alcune  osservazioni  ad  un  componimento  inviatogli  da  Virginia, 
avverte:  «Appena  esce  un  pensiero,  già  pensi  qualche  altra  cosa;  onde  il 
difetto  di  espansione  e  di  pienezza,  più  estensione  che  profondità  nel  tuo 
stile.  Questa  maniera  di  scrivere  non  è  assolutamente  viziosa  ed  è  propria  di 
alcuni  grandi  scrittori.  Ma  conduce  facilmente  all'esagerazione  ed  affatica  l'au- 
tore e  i  lettori.  Per  guardartene  tienti  all'opposto,  riempi  le  lacune,  pensa  più 
alle  immagini  che  ai  pensieri,  più  a  disegnare  che  ad  osservare,  sii  copiosa  e 
ricca  e  pomposa».  Nella  XXI  lettera  definisce  la  spontaneità  come  «una  mae- 
stra che  ne  sa  più  di  tutti  noialtri  ».  Nella  XXVI  lettera  si  legge  quanto  segue 
sul  dramma:  «Ma  il  dramma,  se  è  il  più  bello,  è  ancora  il  più  difficile  de' 
lavori  d'arte.  E  basti  dirti  che  noi  abbiamo  qualche  tragedia  e  commedia  tol- 
lerabile, nessun  dramma  ancora.  Il  dramma  italiano  non  esiste  ancora:  attende 
il  suo  Alfieri.  Nella  tragedia  e  nella  commedia  vi  è  l'uomo  idealizzato,  messo 
su  di  un  piedistallo,  spogliato  di  ogni  parte  terrestre  e  fatto  tipo.  Nel  dramma 
è  l'uomo  vivente,  un  composto  di  corpo  e  d'anima,  di  bene  e  di  male,  è  la 
vita  còlta  in  tutti  i  suoi  segreti  ».  Nella  seguente,  attorno  all'Alfieri  :  «  La  prima 
tragedia  di  Alfieri  è  la  Cleopatra,  cosa  ben  misera,  affatto  ignorata:  a  forza  di 
.pazienza,  e  del  suo  fortissimo  *  volli  e  sempre  volli  ',  rimasto  celebre,  succe- 
dette a  quella  il  Filippo,  che  è  un  capolavoro».  Più  giù,  sempre  nella  stessa 
lettera,  Virginia  è  consigliata  cosi:  «Poniti  a  studiare  i  drammi  di  Shakespeare; 
e  se  li  hai  in  francese,  tanto  meglio.  Comincia  dal  Giulio  Cesare,  dramma  sto- 
rico. Vedrai  che  pienezza  di  vita  !  che  rigoglio  di  particolari  !  che  abbondanza 
.di  sentimenti  e  d'immagini  1  È  il  primo  poeta  moderno,  ed  è  alla  sua  scuola 
che  ti  devi  formare  »(1). 


(1)  Questa  lettera  è  scritta  da  Zurigo,  il  28  giugno  1857.  Quasi  vent'anni  dopo,  il  De  S.,  in 
una  lettera  scritta  da  Roma,  il  24  gennaio  1876,  diceva  ancora  a  Virginia:  «A  ogni  modo,  ti  rac- 
comando Shakespeare,  tu  che  hai  la  fortuna,  ch'io  non  ho,  di  leggerlo  in  inglese,  Ci  tbveral  orlx- 
:zonti  infiniti,  che  ti  apriranno  la  fantasia». 


I 


NOTIZIARIO  169 

Nella  XXVIII  lettera  si  leggono  le  seguenti  parole,  a  proposito  di  Robe- 
-spierre  :  «  Studia  con  attenzione  il  carattere  di  Robespierre  e  vedrai  che  in  lui 
ci  era  bene  qualche  cosa  di  romano.  Talora  le  circostanze  sono  più  forti  del- 
l'uomo. Costui,  che  primo  proponeva  l'abolizione  della  pena  di  morte,  aveva 
la  pedanteria  della  virtù,  e  per  render  virtuosi  gli  uomini  cominciò  dall'assassi- 
narli.  —  O  sii  virtuoso,  o  ti  taglio  la  testa.  —  Credeva  che  la  virtù  si  po- 
tesse stabilire  con  la  forza,  e  riusci  all'effetto  contrario.  Ma  gli  uomini  che  lo 
hanno  calunniato  erano  peggiori  di  lui,  ipocriti  e  scellerati;  egli  aveva  una 
fede  in  Dio  e  nella  virtù:  coloro  non  credevano  a  nulla.  S'ingannò  nel  cre- 
dere che  la  fede  si  possa  imporre . . .».  Nella  XXXIV  lettera  sono  queste  no- 
bili parole  sulla  necessità  dello  scrivere:  «Mi  domandi:  —  A  che  scrivo?  — 
Questa  domanda  non  si  fa,  cara  Virginia:  si  scrive  non  per  l'umanità,  né  per 
la  stampa,  né  per  la  gloria;  si  scrive  per  bisogno,  per  quello  stesso  bisogno 
per  cui  si  mangia.  L'uomo,  che  si  alza  al  di  sopra  del  volgo,  ha  de'  bisogni 
morali,  più  stringenti,  più  imperiosi  de'  fisici.  Un  animale  mi  diceva  l'altro 
ieri:  —  Io  studio  per  la  conversazione.  —  Non  è  vero  che  basta  questo  per 
dirgli  :  —  Tu  sei  un  animale  !  ?  —  Lo  studio  è  un  dovere,  e  non  serve  né  alla 
conversazione,  né  a  farti  ammirare,  stimare,  ecc.:  serve  a  coltivare  il  nostro 
animo.  Ciascuno  coltiva  sé  stesso  secondo  la  coscienza  che  ha  delle  sue  forze. 
Se  dice:  —  Basta,  —  gli  è  che  dentro  non  ci  è  più  ricchezza,  che  tutto  è  già 
esausto  e  invecchiato.  Un'anima  ricca  non  dice  mai:  —  Basta;  —  e  se  talora 
si  arresta,  sente  uno  stimolo,  una  inquietudine,  sente  in  sé  delle  forze  rimase 
inoccupate,  e  ricomincia.  La  parola  della  vita  è:  —  Avanti!». 

Gustosissima  è  la  lettera  L:  il  De  S.  è  preso  dalla  fantasia  di  corrispondere 
con  Virginia  in  francese,  e,  tra  l'altro,  scrive  i  seguenti  periodi  :  «Je  ne  puis  te 
dire  combien  d'émotions  me  fait  éprouver  cette  langue  fla  fran^aise]  poétique. 
Il  m'est  impossible  de  prononcer  mon  enfant,  et  d'appliquer  cette  parole  à  une 
femme,  sans  me  sentir  tout  bouleversé.  Qu'est-ce  notre  bambina?  C'est  une 
imitation  décolorée,  qui  ne  porte  rien  devant  l'esprit.  Notre  cara  ne  vautpas 
cfiérie,  où  je  sens  presque  le  frémissement  d'un  embrassement,  un  sentiment 
transformé  en  sensation.  —  Et  puis,  charmante  !  Mon  dieu  !  Quel  charme  dans 
ce  charmant!  une  parole  pleine  de  caresses  et  de  douceurs.  Lorsque  je  lis 
Montaigne,  j'éprouve  une  foule  d'impressions  juvéniles,  qui  rafraichissent  mon 
esprit:  lorsque  je  lis  un  prosateur  italien,  fùt-ce  Manzoni,  je  bàille  souvent. 
Ne  le  dis  pas,  cela  me  fairait  du  tort.  Qu'en  dirait  M.r  Edmondo  [De  Amicis], 
qui  lui  aussi  me  fait  bàiller  quelquefois,  surtout  quand  il  abuse  de  sa  fécon- 
dité  ?  Et  moi  aussi,  je  me  relis  et  je  ne  puis  me  défendre  de  l'ennui.  Il  me  semble 
que  toutes  nos  paroles  soient  usées,  et  ne  disent  plus  rien  à  l'esprit.  —  Jolic. 
voilà  un  mot  vivant,  qui  me  parie.  Leggiadra,  c'est  beau;  mais  qu'est-ce  vis 
à  vis  de  jolie  ?  parole  agagante,  énivrante ...  je  la  vois,  cette  jolie  qui  me 
sourit  et  me  caresse  des  yeux,  un  songe  délicieux.  —  Virginia,  c'est  un  mot 
chargé  de  souvenirs  ;  combien  de  fois  ai-je  répété  ce  nom  si  doux  1  Mais  c'est 
de  la  répétition:  Virginia,  c'est  tout  nouveau,  qa.  brille  dans  mon  àme,  comme 
une  étoile.  Comment  se  fait-il  qu'une  voyelle  soit  si  puissante  ?  car  il  n'y  a 
d'autre  différence  que  d'une  voyelle.  Meme  personne,  méme  mot.  La  réalité 
n'est  pas  changée.  Ce  qu'il  y  a  de  changé,  c'est  le  jeu  de  l'imaginatìon.  La 
langue  méme  est  pour  trois  quarts  une  jolie  fille  de  l'imagination  humaine.  Un 
mot  nouveau  reveille  dans  l'esprit  une  foule  d'idées  imagées  toutes  fraìches 
-et  te  fait  réver . . .  » . 

Codeste  son  le  cose  di  un  qualche  interesse  che  ho  potuto  cogliere  nell'esile 


170  NOTIZIARIO 

epistolario  a  Virginia.  Si  potrebbe  spigolare  qualche  cosa  d'altro  ancora:  il 
senso  della  correttezza  politica  e  del  patriottismo  del  De  S.  ha,  per  es,,  prove: 
chiarissime  nelle  lettere  XLVIl  e  LVIIl;  l'attaccamento  alla  terra  natia  è  lim- 
pidamente affermato  in  parole  indimenticabili  nella  lettera  XIV.  Codesto  epi- 
stolario è  tuttavia  un  documento  importante,  solo  per  lo  studio  dell'affettività, 
del  De  S.  :  qui  egli  appare  scrupoloso  e  diligente  professore,  maestro  affettuoso, 
amico  fedele:  il  critico  e  il  letterato  passano  in  seconda  linea,  per  lasciar 
intero  il  posto  all'uomo.  [Ger.  Lazzeri]. 

116.  Di  Stefano  Bissolati  si  fece  un  gran  parlare  quando,  abbandonatala 
carriera  ecclesiastica,  volle  dare  le  ragioni  del  mutamento  profondo  avvenuto 
nella  sua  anima  con  l'opera  intitolata:  Esposizione  di  una  coscienza;  poi  del 
bibliotecario  di  Cremona  nessuno  più  s'era  occupato,  se  non  i  filologi  che 
conoscevano  in  lui  uno  studioso  profondo  specialmente  della  letteratura  greca 
dei  bassi  tempi,  e  ne  riconoscevano  le  doti  pregevoli  di  traduttore  per  le  ver- 
sioni che  avea  pubblicate  di  Ippocrate  e  di  Sesto  Empirico.  Ne  rinfresca  ora 
la  memoria  Giuseppe  Rensi,  ripubblicandone  la  versione  sestiana  (Delle  Istitu- 
zioni pirroniane,  Firenze,  Le  Monnier,  1917,  pp.  414),  e  premettendovi  una  breve 
prefazione  dettata  dal  figlio  stesso  del  Bissolati,  Leonida,  che  tratteggia  con 
pietà  filiale  e  con  franchezza  dignitosa  la  figura  paterna.  11  Discorso  di  Stefano 
Bissolati  è  testimonianza  della  sua  dottrina  vasta  e  profonda,  e  spiega  l'indi- 
rizzo filosofico  del  traduttore,  quale  è  lumeggiato  dal  quadro  che  ne  presenta 
il  figlio.  La  versione  è  accurata  e  fedele:  chiara  sempre  anche  là  dove  il  testo 
—  e  non  sono  rari  i  casi  —  presenta  difficoltà  gravi  non  solo  di  pensiero,  ma 
anche  di  forma.  In  appendice  al  volume  è  pubblicato  lo  studio  di  Leonida  Bis- 
solati  attorno  II  principio  logico  dell'ascetismo,  che  aveva  veduto  la  luce  la  prima 
volta  sulla  Rivista  repubblicana  del  31  marzo  1879.  [C.  C.]. 

117.  Uno  studio  su  L'opera  poetica  di  Mario  Rapisardi  ha  attualmente  in 
corso  di  stampa  Giacomo  Samperisi:  un  vero  «studio»,  seriamente  condotto, 
e  non  una  di  quelle  esaltazioni  forsennate,  le  quali  hanno  recato  al  poeta  cata- 
nese  assai  maggior  danno  di  quello  che  non  avrebbe  potuto  arrecargli  la  più 
appassionata  delle  critiche. 

118.  Carlo  Cipolla,  l'insigne  storico  da  poco  mancato  ai  vivi,  è  stato  degna- 
mente commemorato  da  Giuseppe  Biadego  nella  sala  del  Consiglio  Provinciale 
di  Verona;  ed  ora  il  Discorso  vede  la  luce,  ntgW  Atti  dell' Accademia  d' agricol- 
tura, scienze  e,  lettere  di  quella  città  (S.  IV,  voi.  19,  pp.  20).  La  varia  e  pode- 
rosa opera  di  quell'uomo  infaticabile  (la  cui  immagine  di  bontà  ci  sta  ancora 
fissa  nell'anima  !)  vi  è  riguardata  dal  B.  nel  suo  complesso  ;  e  quanto  al  giudi- 
zio ch'è  da  darne,  si  osserva  giustamente  che  gioverebbe  a  facilitarlo  una 
scelta  degli  scritti  del  Cipolla  più  organicamente  pensati,  come  le  due  prolu- 
sioni pronunziate  a  Torino  e  a  Firenze,  gli  studi  intorno  all'incivilimento 
germanico,  intorno  ai  caratteri  e  ai  limiti  dell'età  barbarica,  intorno  al  diritto 
familiare  degli  antichi  Germani,  intorno  al  concetto  di  Stato  nella  monarchia 
d'Odoacre;  «studi  rie'  quali  si  rivela  in  tutta  la  sua  pienezza  la  mente  acutis- 
sima del  filosofo  della  storia,  che,  riesaminando  questioni  già  tanto  dibattute, 
reca  una  luce  nuova  sulle  origini  italiche  e  sulla  formazione  storica  dell'Italia, 
nostra».  Dal  canto  nostro,  noi,  consenzienti  col  Biadego  nella  persuasione  che 


NOTIZIARIO  Vii 

l'opera  di  Carlo  Cipolla  non  sia  di  quelle  che  vaniscono  sotto  l'azione  deì^ 
tempo,  il  quale  spazza  via  inesorato  le  effimere  rinomanze  fabbricate  ne'  cenacoli 
della  mutua  assistenza,  e  fa  giustizia  sommaria  delle  autogonfiature  ;  vorremmo 
che  anche  degli  scritti  danteschi  del  Cipolla  —  tutti  importanti  e  nutriti  di  so- 
lida dottrina  —  qualche  editore  facesse  mettere  insieme  e  divulgasse  una  rac- 
colta compiuta.  Ricordo  fra  essi  in  modo  speciale  quello  sul  De  Monarchia  in 
relazione  col  De  potestate  regia  et  papali  di  Giovanni  da  Parigi.  [F.  F.]. 

119.  Guido  Gozzano  ebbe,  durante  la  sua  brevissima  vita,  la  fortuna  di 
veder  rapida  la  fama  circondare  la  sua  opera  poetica;  ma  ebbe  la  sfortuna 
di  non  veder  compresa  la  sua  poesia  nel  suo  intimo  senso,  né  dal  pubblico  né 
dalla  critica.  Il  pubblico,  sulla  base  di  affrettati  giudizi,  lo  credette  e  lo  crede 
il  poeta  «delle  buone  cose  di  pessimo  gusto >,  confondendo  l'accessorio  della 
poesia  gozzaniana  con  l'essenziale.  La  critica  non  fece  di  meglio.  Cominciò 
Emilio  Cecchi  a  definirlo,  badando  molto  alle  apparenze,  prima  un  romantico, 
poi  un  poeta  tendente  ad  una  poesia  «  tutta  cose  »  (Saggi  critici,  Ancona,  Puc- 
cini, 1912,  pp,  109-128),  mentre  non  è  vera  né  l'una  cosa  né  l'altra.  Segui  G. 
A.  Borgese  a  definire  i  Colloqui  «  una  violenta  inserzione  di  prosa  nella  materia 
evanescente  del  Poema  Paradisiaco*  (La  vita  e  il  libro,  Torino,  Bocca,  1911, 
voi.  II,  pp.  400-412):  il  che  mi  sembra  assolutamente  assurdo.  Venne,  poi. 
Renato  Serra  a  rendere,  se  non  intera,  almeno  parziale  giustizia  al  Gozzano, 
definendolo,  felicemente,  «un  artista,  uno  di  quelli  per  cui  le  parole  esistono, 
prima  di  ogni  altra  cosa  >  {Le  lettere,  Roma,  Bontempelli,  1914,  pp.  73-76). 
L'orda  degli  ignoranti,  dei  faciloni,  degli  individui  privi  di  personalità  propria, 
pensarono  anche  a  farlo  il  Maestro  di  una  nuova  scuola  poetica:  quella  della 
poesia  casalinga,  provinciale,  e  cosi  via.  Ma  col  significato  e  il  valore  vero 
della  poesia  di  Guido  Gozzano  tutto  ciò  non  aveva  che  fare. 

Gozzano  mori.  C'era  da  augurarsi  che  i  critici  si  accostassero  alla  sua 
poesia  con  maggior  preparazione  e  maggior  rispetto.  Augurio  vano  I  Ecco  qui, 
nel  Fanfulla  della  domenica  (11  febbraio  1917),  un  articolo  di  Sergio  Zanotti, 
*  La  signorina  Felicita»  e  «Postuma»,  dove  non  saprei  dire  se  sia  maggiore 
la  sicumera  o  la  leggerezza.  Lo  Zanotti  comincia  col  cader  nell'errore  di 
prender  il  poemetto  gozzaniano  La  signorina  Felicita  ovvero  la  Felicità  come 
cosa  per  sé  stante,  senza  pensare  che  non  si  può  comprendere  l'intimo 
suo  senso  se  non  lo  si  allaccia  a  tutta  la  poesia  del  Gozzano,  senza  immaginare 
minimamente  che  codesto  poemetto  non  avrebbe  avuto  vita,  se  la  poesia  del 
Gozzano  non  ci  avesse  prima  dato  L'amica  di  Nonna  Speranza.  Egli  non  si  è 
curato  di  rendersi  conto  delle  qualità  di  artista  del  Gozzano,  di  notare  che  in 
lui  materia  e  forma  sono  meravigliosamente  intonate,  che  l'una  aderisce  all'altra 
perfettamente,  che  il  verso  del  Gozzano  è  quello  che  meglio  poteva  tradurre 
il  suo  fantasma  poetico.  Non  solo;  ma  non  ha  neppur  sospettato  la  vera 
intonazione  del  poemetto,  la  quale  è  essenzialmente  ironica,  dal  principio 
alla  fine,  dove  appare  evidente  nel  distacco  volutamente  romantico  e  pit- 
toresco, 

E  cosi  si  giunge  imperturbabilmente  ad  un  parallelo  enorme:  Gozzano-Stec- 
chetti, 0  Signorina  Felicita  e  Postuma  1  Dove  il  signor  Zanotti  trovi  punti  d'iden- 
tità tra  i  due  poeti  e  i  due  lavori,  forse  lo  saprà  Iddio,  non  noi,  poiché  sono 
diversi  i  momenti  storici,  spirituali,  poetici,  dai  quali  i  due  lavori  sono  usciti, 
diversa  la  natura  e  il  temperamento  dei  due  poeti,  diversi  lo  spirito  e  la  forma 
della  loro  poesia,  e  diverso,  profondamente,  il  valore. 

La  Rassegna.  XXV,  II,  5- 


172  NOTIZIARIO 

E  allora?  Allora  cadrebbero  in  acconcio  certe  osservazioni  amare,  che  i 
lettori  intelligenti  troverebbero  superflue,  e  che  per  gli  altri  (dato  che  la  Ras- 
segna ne  abbia)  non  avrebbero  significato.  Onde  si  tralasciano!  [Qer.  L.]. 


LETTERATURE  STRANIERE  E  COMPARATE. 

120.  Gabriele  Maugain,  il  valoroso  professore  di  letteratura  italiana  e 
francese  comparate  nell'Università  di  Grenoble,  ha  iniziato  negli  Annali  di 
quell'Università  una  serie  di  Chronigues  des  lettres  franco-italiennes  con  un  primo 
articolo  dal  titolo  Échanges  littéraires  franco-italiens.  Vi  passa  in  rassegna,  rapi- 
damente, molti  scritti  di  letteratura  francese  usciti  alla  luce  in  Italia  in  questi 
ultimi  tempi,  trattenendosi  alquanto  più  a  lungo  sulla  Venise  dans  la  littér. 
frangaise  della  Ravà,  sul  Corbinelli  della  Calderini  De  Marchi  e  sul  Nodier  et 
Carlo  Gozzi  della  Gugenheim.  Poi  viene  a  dire  d'alcuni  lavori  recenti  di  Fran- 
cese sulla  letteratura  italiana:  la  seconda  edizione  della  Vita  nuova  tradotta 
dal  Cochin,  le  «  pages  choisies  »  della  Commedia  e  d'altre  opere  dantesche  del 
Valentin,  il  Boccace  dell'Hauvette  e  il  Leopardi  dell' Hazard.  Conchiude,  che 
occorre  diffondere  più  largamente  oltralpe  la  conoscenza  della  lingua  italiana; 
considerando  che  dopo  la  vittoria  dell'Intesa  l'Italia  occuperà  nel  mondo  un 
posto  ben  più  importante  di  prima,  che  «son  territoire  s'étendra,  et,  en  méme 
temps,  son  commerce  et  son  influence».  Gli  studi  italiani,  inoltre,  hanno  «une 
valeur  educative  considerable  >  :  sono  «éminemment  propres  à  faire  naìtre  et 
à  nourrir  le  goùt  du  beau».  [F.  F.]. 

121.  Sotto  il  titolo  di  Paysages  littéraires  (Paris,  Fasquelle,  1917,  pp.  vn-227) 
Gabriel  Faure  raccoglie  vari  scritti  già  apparsi  in  riviste.  Egli,  che  ha  già 
pubblicato  parecchi  bei  volumi  sull'Italia,  si  rivela,  anche  in  questo  nuovo  libro, 
un  buon  conoscitore  del  nostro  paese.  Dei  suoi  «paesaggi  »,  riguardano  l'Italia: 
Les  six  voyages  de  Chateaubriand  en  Italie;  Au  tombeau  de  Pétrarque;  George 
Sand  à  Bussano.  Notevoli  sono  anche  le  pagine  che  aprono  il  volume  :  Au  pays 
de  Stendhal.  Si  tratta  di  brevi  schizzi,  disegnati  molto  finemente,  se  pure  un 
po'  in  fretta,  e  che  si  leggono  con  piacere  e  con  profitto.  [P.  N.]. 

122.  Nel  tracciare  il  «Profilo»  di  Federico  Mistral  (Genova,  Formiggini, 
1915)  Mario  Chini  prende  le  mosse  da  ♦  alcuni  rapporti  »,  che  egli  scorge,  tra 
Francesco  d'Assisi,  «  il  Santo  della  poesia  divina  ed  umana  »,  e  F.  M.,  «  il  poeta 
della  Santità  terrena  e  celeste».  Quindi,  con  sobrietà  di  particolari  notizie, 
ma  lucidamente,  anzi  con  fluidità  e  limpidezza  di  espressione  che  attestano 
la  più  fervida  simpatia  d'arte  e  di  spirito,  ci  mostra  come  sbocci,  nel  cuore  della 
Provenza,  l'anima  del  suo  poeta,  ci  parla  della  sua  prima  vita  di  scuola  ;  del- 
l'incontro  col  Roumaniho,  dell'importanza  della  «loro  opera  fraterna  »;  dà 
uno  sguardo  largo  e  rapido  all'ambiente  letterario  (e  più  particolarmente  poe- 
tico) in  cui  il  Mistral  crebbe,  si  affermò,  e  da  cui  —  superate  difficoltà  ed  op- 
posizioni varie  —  assurse  a  gran  fama  ;  rileva  l'efficacia  esercitata  sullo  spirito 
del  Poeta  dal  Crousihat,  che  aveva  sentito  «  la  necessità  di  dare  una  base  di 
cultura  classica  profonda  all'arte  propria  e  per  essa  alla  cultura  provenzale  »  ; 
indica  i  primi  tentativi  d'attuazione  del  «  piano  di  riforma  »  tracciato  col  Rou- 
maniho ;  e  infine,  con  felice  pennellata,  coglie  il  Mistral  nell'atteggiamento  in 

..cui  «la  grazia  lo  aveva  toccato».  È  il  momento  della  concezione  di  Mirèio. 


NOTIZIARIO  173 

Dal  banchetto  di  Font-Segugno  noi  seguiamo  il  Mistral  in  un  crescendo  di 
■entusiasmo  e  di  fervore,  che  la  visione  della  madre  di  lui  ha  —  per  cosi  dire  — 
santificato,  e  che  porta  al  trionfo  del  Felibrismo.  Del  contenuto  di  Mirèio  il 
Chini  scrive  pochi  cenni,  quel  tanto  che  basta  per  meglio  lumeggiare  il  cantore 
della  rinnovata  poesia  provenzale,  più  che  ogni  altro  sensibile  alla  bellezza 
della  natura  e  della  sana  vita  agreste,  libera  ed  operosa,  della  sua  terra  :  spi- 
rito classico  rinnovato  e  ingentilito  —  pur  nel  suo  spiccato  naturalismo  — 
dalla  più  nobile  fusione  tra  l'umano  e  il  divino,  ch'è  nel  cristianesimo. 

Osserva  il  Chini  come  Mirèio  rappresenti  o  traduca,  in  parte,  anche  lo  spi- 
rito di  reazione  della  Provenza  alle  nuove  idee  che  si  diffondevano  dalla  Francia. 
E  mentre  ammette  nel  suo  poeta  l' influsso  della  cultura  classica,  ne  afferma 
e  dimostra  l'originalità  e  l'indipendenza:  qualità  che  non  giudica  meno  notevoli 
in  rapporto  alla  letteratura  e  al  pensiero  francesi.  Bella  pagina,  fra  le  tante, 
quella  che  riguarda  i  rapporti  spirituali  tra  il  Mistral  e  il  Lamartine. 

Gli  intenti  di  Mirèio,  la  sua  fortuna  e  la  fama  del  suo  poeta  conducono 
il  Chini  a  parlare  dell'ampliarsi  o  complicarsi  —  nel  Mistral  —  di  intendi- 
menti, di  sogni,  di  visioni  poetiche  e  patriottiche.  E  mentre  passa  in  rassegna 
le  opere  più  significative  di  un  secondo  periodo  di  attività  letteraria  mistraliana 
{La  Coumtesso  e  Calendau),  vien  delineando  il  poeta  mistico  e  patriotta  che  pensa 
e  lavora,  non  più  per  la  rinascita  della  sua  lingua  materna,  ma  per  l'auto- 
nomia della  Provenza.  La  considerazione  del  significato  simbolico  di  Calendau 
gli  porge  occasione  di  riparlare  del  Felibrismo,  del  suo  statuto,  dell'opera  se- 
paratista di  esso  e  delle  sue  conseguenze  d'indole  linguistica.  Egli  si  trattiene 
quindi  nell'esame  di  un'altra  delle  opere  più  insigni  del  M. :  Lis  Isclo  d'or; 
e  da  codesto  esame  trae  maestrevolmente  nuova  luce,  a  dar  pieno  rilievo  alla 
figura  di  questo  «  interprete  dell'anima  collettiva,  non  lirico  personale  ».  Perché 
in  continuo  divenire  è  lo  spirito  del  Mistral,  in  continua  ansia  di  nuovi  ideali 
da  raggiungere. 

Il  Chini  esamina  quindi  la  tragedia  nella  quale  <  il  concetto  della  unione 
latina  si  afferma  con  maggior  forza  »  :  il  Reino  Jane,  cioè,  con  cui,  egli  dice, 
«  l'opera  di  conquista  ideale  del  poeta  è  compiuta  »  ;  infine  dimostra,  in  una 
rapida  scorsa,  il  giusto  valore  delle  altre  opere  minori  più  notevoli,  e,  dopo 
aver  seguito  il  poeta  nell'affievolirsi  degli  entusiasmi,  nelle  ultime  evolu- 
zioni delle  aspirazioni  sue,  lo  saluta  nella  morte,  che  l'ha  raggiunto  «adopera 
compiuta».  Questa  sobria  monografia,  dettata  da  un  fine  spirito  di  studioso  e 
d'artista,  in  uno  stile  caldo  di  grazia  e  di  delicatezza,  qual  si  conviene  all'ar- 
gomento, sta  degnamente  accanto  ai  migliori  «  Profili  »  della  raccolta  Formig- 
gini.  [Q.  Cenzatti.]. 

123.  Anfòs  Par,  che  nel  1912  pubblicò  un'ottima  traduzione  del  Re  Lear, 
accompagnata  da  un  ampio  commento  e  da  vari  studi  illustrativi  {Lo  rei 
Lear,  tragedia  de  G.  S.,  traducció  de  A.  P.,  Barcelona,  Associació  Wagneriana, 
1912),  ci  dà  ora  una  Vida  de  Guillem  Shakespeare,  segons  les  mellors  biografies 
angleses  y  compie  habut  deh  darrers  documents  desarxivats  (Barcelona,  A.  Dome- 
nech,  1916,  pp.  vii-54). 

Come  afferma  l'A.  stesso  nella  breve  Introduzione,  questa  «  vita  »  non  presu- 
me di  mettere  in  luce  fatti  nuovi  o  sostenere  nuove  teorie,  ma  è  invece  un  sem- 
plice profilo,  il  quale  dà  del  grande  tragico  inglese  l'immagine  più  precisa  che 
Io  studio  delle  fonti  e  delle  opere  consenta.  L'opera  è  scritta  con  molto  garbo, 


174  NOTIZIARIO 

e  riesce  assai  bene  allo  scopo  di  divulgazione  che  si  propone.  Il  Par  è  assai 
misurato  nel  vagliare  i  risultati  ottenuti  dai  vari  biografi,  e  mostra  a  volta  a 
volta  quello  che  possiamo  sicuramente  affermare  sulla  vita  dello  S.  e  quello 
che  è  invece  il  prodotto  d'induzioni  non  sempre  accettabili.  E  solo  chi  guardi 
al  numero  delle  pagine  e  alla  nota  bibliografica  finale  brevissima,  può  cre- 
dere si  tratti  di  un  lavoro  superficiale  di  seconda  mano;  ma  chi  legga  atten- 
tamente si  accorge  che  l'A.  è  riuscito  a  condensare  in  breve,  e  a  presentare 
in  forma  chiara  e  vivace,  l'essenziale  delle  opere  veramente  fondamentali  per 
lo  studio  dello  Shakespeare.  [P.  N.]. 

124.  Perla  storia  della  cultura  italiana  in  Romania,  si  veda  qui  oltre  il  n."  131. 

125.  Con  cordiale  simpatia  va  additata  L'Eroica,  la  bella  rivista  che  Ettore 
CozzANi  ha  fondata  e  dirige  con  illuminata  intelligenza  d'arte.  Il  fase.  I-V 
dell'anno  VI,  dedicato  interamente  alla  nazione  polacca  (sono  ben  226  pagine 
in  4°,  con  36  tavole  fuori  testo  e  35  ornamenti  incisi  in  legno),  si  può  definire 
come  una  vera  monografia  attorno  la  vita  spirituale  della  Polonia,  compilata 
da  autori  di  attitudini  e  di  studi  diversi,  ma  tutti  sicuramente  preparati  alla 
lor  trattazione.  Hanno  speciale  interesse  per  noi  gli  scritti  di  Mattia  Loret, 
Attraverso  la  Storia  polacca,  di  Enrico  Opienski,  La  Musica  polacca,  di  Ettore 
CozzANi,  L'Arte  polacca,  di  L.  Janowski,  La  Cultura  polacca,  di  S.  Dobrzcki, 
La  Letteratura  polacca.  Tien  dietro  al  volume,  e  ne  è  opportuno  complemento, 
una  bibliografia  sommaria  delle  più  recenti  pubblicazioni  italiane  concernenti 
la  «grande  Sventurata».  [A.  P.]. 


LETTERATURA  POPOLARE  E  DIALETTALE. 

126.  Siamo  completamente  d'accordo  con  Giovanni  Giannini  e  iLDEFONsa 
Nieri,  che  nelle  nostre  scuole  si  debba  studiare  la  lingua  partendo  dal  dialetto^ 
anche  perché  cosi  si  potrebbe  «  rinsanguarla  e  rinvigorirla,  ricorrendo  alle  sue 
vive  sorgenti  »,  abborrendo  anche  noi  «  quel  linguaggio  monco,  povero,  sla- 
vato, che  oramai  è  il  linguaggio  ufficiale  degl'italiani  ».  Opera  utilissima  e  degna 
di  molta  lode  hanno  quindi  compiuta  i  due  autori  suddetti,  compilando  un  ac- 
curato manualetto,  Lucchesismi  (Livorno,  Raffaello  Giusti,  1917),  nel  quale  trat- 
tano prima  della  pronunzia,  poi  dei  vocaboli,  in  fine  della  grammatica,  secondo 
il  modo  tenuto  dal  compianto  Romani  nei  suoi  Abruzzesismi,  Calabresismi,  Sar- 
dismi e  ToscanismL  [Cl.  V.]. 


ESTETICA,  RETORICA  E  LINGUISTICA. 

127.  Enea  Merolli  fa  alcune  garbate  considerazioni  su  La  frammentarietà 
nell'arte  (Casalbordino,  De  Arcangelis,  1916,  pp.  26),  suggeritegli  da  uno  scritto 
di  Arturo  Onofri,  intitolato  Saggio  di  lettura  poetica.  Myricae  e  Canti  di  Castel- 
vecchio  (Voce,  1916,  n.o  1),  dove  si  tenta  un'applicazione  concreta  del  prin- 
cipio della  frammentarietà  nell'arte.  Il  primo  a  sollevare  tale  quistione,  se- 
condo il  Merolli,  fu  E.  Poe,  che  in  The  poetical  principle  affermò  che  l'effetto 
unitario,  complessivo,  di  un'opera  d'arte  non  esiste;  esistono  squarci  di  poesia, 
non  una  poesia.  Per  il  M.  questo  è  un  sofisma,  perché  il  Poe  non  pensa  che 


NOTIZIARIO  175 

mello  spirito  umano,  che  è  uno,  «vi  può  essere  una  sintesi  d'infinite  sintesi». 
Combatte  quindi  giudiziosamente  la  suddetta  teoria,  rimessa  a  nuovo  dai  «  vo- 
•ciani»,  contro  ai  quali  scaglia  dardi  acutissimi,  e  accetta,  non  senza  alcune 
limitazioni,  la  teoria  della  frammentarietà  ma  solo  nel  senso  del  Croce,  che 
cioè  «  un'opera  d'arte  sbagliata  nel  suo  complesso,  può  contenere  dei  fram- 
menti poetici  preziosi,  che  compensano  e  redimono  il  resto».  Da  ultimo  fa 
un'analisi  molto  fine  della  poesia  pascoliana  :  «  L'alba  per  la  valle  nova  »,  e  del 
dolcissimo  frammento  di  Saffo:  «Espero,  che  tutte  le  cose  riporti,  quante  ne 
sparpagliò  la  fulgida  alba;  riporti  la  pecora,  riporti  la  capra,  riporti  indietro 
alla  madre  il  fanciullo».  [Cl.  V.]. 

STORIA  DELL'ARTE  E  DELLA  CULTURA. 

128.  Ben  pensato  ed  eloquente  il  discorso  di  G.  A.  Cesareo,  Italia  madre, 
ietto  all'Accademia  Reale  di  Palermo  per  l'inaugurazione  dell'anno  1917.  Mo- 
vendo da  certe  frasi  del  Fichte,  l'oratore  parla  della  presunzione  formatasi  in 
Germania  che  la  civiltà  fosse  tutta  tedesca;  mostra  come  la  fase  veramente 
luminosa  dell'attività  spirituale  colà  sia  ormai  da  tempo  oltrepassata,  dacché, 
dopo  un  periodo  di  fugace  splendore,  codesta  nazione  «non  ebbe  più  né  un 
poeta  che  potesse  rivaleggiare  con  Vittor  Hugo,  con  lo  Swinburne,  col  Pascoli, 
né  un  romanziere  che  s'accostasse  al  Tolstoi,  al  Dostoiewsky,  al  Balzac,  al 
nostro  Verga»  ;  e  nota  con  rammarico  come,  ciò  non  ostante,  alla  pretesa  su- 
premazia teutonica  nel  campo  dell'arte  s'adattassero  e  s'umiliassero,  prima 
della  grande  guerra,  quasi  tutte  le  nazioni  d'Europa.  A  guerra  finita  —  sog- 
giunge il  Cesareo  —  la  nostra  nazione,  affrancata  da  codesto  giogo  spirituale, 
dovrà  esser  pronta  a  lanciarsi  per  la  terza  volta  «  sulla  via  della  luce  e  della 
libertà  interiore».  Guai  a  quel  popolo  che,  «invece  di  raunare  e  disciplinare 
le  proprie  energie  ereditarie  per  tenderle  tutte  verso  un  segno  più  alto  di  li- 
bertà, offre  i  polsi  al  genio  straniero,  e  si  lascia  vincolare  a  una  dipendenza 
spirituale  ch'è  il  principio  della  sua  morte!  ».  Il  popolo  italiano  deve  sentire 
l'orgoglio  di  sé;  vale  adire  «non  deve  già  adagiarsi  oziosamente  nel  vanto 
dell'antica  grandezza,  ma  trarre  da  quella  l'ardore  fecondo  di  prove  più  alte, . . . 
opporre  continuamente  la  sua  spiritualità  alla  spiritualità  straniera,  studiar- 
si di  comprendere,  criticare  e  oltrepassare  ogni  prodotto  del  genio  barba- 
rico nelle  industrie,  nei  commerci,  nelle  scienze,  nelle  arti,  nelle  istituzioni  po- 
litiche ;  attestare  e  onorare  ciò  ch'è  italiano,  espressione  viva  e  attuale  del 
nostro  genio,  su  ciò  ch'è  non  italiano;  resistere  a  quella  scettica  indifferenza 
su  le  proprie  sorti,  ch'è  come  la  letargia  spirituale  d'un  popolo».  A  tale  ri- 
stabilimento della  coscienza  nazionale,  dell'orgoglio  nazionale,  della  spiritualità 
nazionale,  dovranno  concorrere  tutti  :  la  vecchia  generazione  e  la  nuova,  il 
governo  e  il  popolo,  gli  uomini  di  pensiero  e  quelli  d'azione.  [F.  F.]. 

129.  Non  sono  punto  nuovi  gli  Studi  di  letteratura  e  filologia  latina  che 
Ettore  Stampini  ha  pubblicati  presso  il  Bocca  (Torino,  1917,  pp.  ix-444)  ;  e 
nulla  d'inedito  si  deve  ricercare  noW Appendice,  che  ci  presenta  la  raccolta 
■delle  iscrizioni  latine  e  italiane,  le  lettere  latine  scritte  per  giubilei  universi- 
tari e  le  relazioni  dettate  per  i  concorsi  della  R.  Accademia  delle  Scienze  di 
Torino,  di  cui  lo  Stampini  è  accademico  segretario.  Ma  piace  ritrovare  tutti 
riuniti  i  principali  lavori  che  allo  Stampini  hanno  assicurato  la  fama  di  mae- 


176  NOTIZIARIO 

stro  e  di  studioso  :  piace  riandare  con  quelli  ai  tempi  passati  e  rifare  la  lunga 
via  percorsa  con  tante  fatiche,  e  segnare  le  varie  tappe  del  lavoro,  intenso,, 
fecondo.  Con  soddisfazione  intima  e  con  orgoglio  lo  St.  può  dichiarare  al  let- 
tore nell'Avvertenza,  che  nulla  egli  ha  sentito  il  bisogno  di  ritoccare  o  correg- 
gere, anche  nei  più  vecchi  suoi  lavori,  anche  in  quei  primi  giovanili.  11  pon- 
deroso lavorio  della  posteriore  critica  non  ha  mutato  le  conclusioni  a  cui  egli' 
era  già  pervenuto.  Per  questo  il  volume  dello  Stampini  non  aspetta  il  giudi- 
zio della  critica,  ma  l'accoglienza  festosa  degli  studiosi  Attendiamo  con  pari 
festa  anche  un  altro  volume  che  comprenda  i  lavori  filologici,  scritti  in  latino, 
su  Giovenale  e  su  Orazio,  che  in  questo  volume,  e  per  necessità  della  mole  e 
per  la  natura  della  raccolta  (P.  B.  S.  M.)  in  cui  è  compreso,  non  poterono 
essere  inchiusi.  Importante  specialmente,  anche  per  i  cultori  degli  studi  di 
letteratura  italiana,  è  il  primo  dei  lavori  che  si  presenta  nel  volume  :  La  Poe- 
sia romana  e  la  Metrica  ;  ed  utile  anche  la  nota  attorno  //  nome  di  Virgilio.  Ma 
anche  dagli  altri  lavori,  specialmente  per  le  relazioni  che  l'argomento  trattato 
può  avere  con  la  letteratura  italiana,  si  possono  trarre  ammaestramenti  ed  os- 
servazioni interessanti.  Noto  in  particolare  le  Osservazioni  sulla  leggenda  di 
Enea  e  Bidone  nella  letteratura  romana  ;  cui  seguono  per  importanza  le  Osser- 
vazioni sui  Carmi  trionfali  romani,  e  gli  scritti  lucreziani  (//  suicidio  di  Lucrezio; 
Lucretiana,  I  [1902];  Lucretiana,  li  [1915]).  Né  con  minore  interesse  si  leggono 
le  note  virgiliane  (Introduzione  ad  una  edizione  delle  *  Bucoliche»  di  Virgilio; 
Note  varie  alle  prime  cinque  egloghe  di  Virgilio)  e  la  più  recente  dissertazione 
circa  //  pittore  Marcus  Plautius,  benché  questi  ultimi  lavori  riguardino  più  stret- 
tamente la  filologia  latina.  [C.  C.]. 

130.  Ricca  di  interessanti  notizie  la  conferenza  tenuta  da  Vittorio  Cor- 
bucci  in  occasione  di  una  «  Mostra  del  libro  »  in  Città  di  Castello,  ora  ele- 
gantemente stampata,  in  quel  luogo  ben  noto  per  insigni  tradizioni  tipografi- 
che, dalla  stessa  società  Leonardo  da  Vinci  nelle  cui  officine  si  stampa  la  no- 
stra Rivista.  Le  vicende  della  stampa  in  Città  di  Castello  e  le  sue  odierne  Tipo- 
grafie (1538-1916)  sono  rapidamente,  ma  con  sicura  informazione,  svolte  ed 
enumerate  dal  Corbucci,  nelle  45  pagine  di  questa,  anche  tecnicamente,  de- 
gnissima pubblicazione.  [L.  D'À.]. 

131 .  Vincenzo  Crescini  parla  brevemente  Di  un  recente  contributo  della  coltura 
italiana  in  Romania  (Atti  del  R.  Ist.  Veneto  di  Scienze,  Lett.  ed  Arti,  T.  LXXVI, 
Parte  IP,  pp.  5),  cioè  dell'opera  di  Ramiro  Ortiz,  Per  la  storia  della  coltura  ita- 
liana in  Romania,  concordando  con  lui  e  con  gli  studiosi  rumeni  «  contro  gli  slavi 
sti,  i  quali  vorrebbero  scemare  o  distruggere  il  valore  della  persistente  co- 
scienza romana  delle  genti  balcaniche  di  nostra  favella».  [Cl.  V,]. 


STORIE  LETTERARIE,  TRATTAZIONI  GENERALI,  MISCELLANEE, 

BIBLIOGRAFIE. 

132.  Della  Storia  della  Letteratura  italiana  compendiata  ad  uso  delle  scuole 
da  Giovanni  Antonio  Venturi  ci  giunge  l'ottava  edizione  rifatta  (Firenze,. 
Sansoni,  1916,  pp.  v-345).  Rifatta  veramente,  con  mutazioni  e  con  giunte  no- 
tevoli, e  con  aggiornamento  della  bibliografia  sino  a  giorni  recentissimi:  in 
modo  che  questo  manualetto,  già  pregiato  per  la  sicurezza  della  trattazione 
e  per  l'equità  del  giudizio  critico,   potrà   senza  dubbio  rendere  anche  per 


NOTIZIARIO  177 

l'avvenire  utili  servigi  nelle  scuole,  ad  uso  delle    quali  è  stato  compilato. 
[A.  P.]. 

133.  Stelle  f eminili  {con  un'«emme  »  sola)  è  il  titolo  di  un  dizionario  bio-bi* 
bliografico  di  cui  Carlo  Villani  ha  pubblicato  recentemente  una  nuova  edizione 
(Albrighi-Segati,  1915,  pp.  xni-824),  seguita  da  un'appendice  (1916,  pp.  302). 
Sono  molte,  forse  troppe,  le  stelle  contate  dal  Villani  nel  firmamento  ita- 
liano, e  se  tutte  risplendessero  di  luce  fulgidissima,  ci  sarebbe  da  fare  im- 
pallidire gli  astri . . .  maschili.  Ma  la  storia  e'  insegna  che  le  scienziate,  le- 
letterate,  le  pittrici,  ecc.,  non  hanno  quasi  mai  lasciato  un  solco  luminoso  nella 
traccia  dei  secoli,  mentre  d'altra  parte  si  può  affermare  che  di  tutte  le  stelle  ri- 
cordate dall'A.  di  questo  libro  interessante  e  garbato,  la  più  risplendente  sia^ 
stata  madonna  Beatrice  di  Folco  Portinari  ;  la  quale,  se  non  mi  sbaglio,  deve 
la  sua  luce  al  gran  sole  che  fu  Dante  Alighieri. 

Il  dizionario  comprende  profili  di  illustri  donne  italiane,  da  Santa  Cecilia  a 
Maria  Abriani,  l'eroina  di  Ala  ;  ma  l'A.  si  è  in  special  modo  curato  di  presentarci 
le  «stelle  moderne».  In  verità  il  Villani,  animato  da  sincero  e  fervido  femmini- 
smo, può  dire  di  essere  riuscito  nell'intento  propostosi,  di  recare  omaggia 
alla  donna  che  —  secondo  il  suo  parere  —  può  dirsi  «  a  preferenza  dello 
stesso  suo  detrattore  (l'uomo)  sintesi  mirabile  di  sentimento  e  di  senno,  di 
grazia  e  di  forza,  di  diletto  e  d'ornamento».  [I.  D.  V.]. 

134-136.  Proseguendo  con  ammirabile  tenacia  la  sua  operosità  editoriale,, 
anche  tra  le  non  facili  circostanze  contemporanee,  Giovanni  Laterza  ha  dato- 
in  luce  durante  lo  scorso  anno  1916  cinque  nuovi  volumi  della  sua  grande  col- 
lezione Scrittori  d'Italia:  la  quale  è  cosi  giunta  al  tomo  IdP.  Fausto  Nicolini 
ha  per  tal  modo  pubblicato  //  secondo  libro  delle  Lettere  di  Pietro  Aretino 
(P.  I,  pp.  286;  P.  II,  pp.  315),  mandando  dietro  al  testo  una  nutrita  Nota  biblio- 
grafica e  due  utilissimi  Indici,  «dei  corrispondenti»  e  «dei  nomi  »  (1):  la  rac- 
colta è  dunque  ormai  un  repertorio  di  preziosa  consultazione  per  gli  studiosi 
del  Cinquecento.  Lo  stesso  Nicolini  ha  curato  l'edizione  del  Platone  in  Italia  di 
Vincenzo  Cuoco,  dandone  fuori  per  ora  soltanto  il  I  volume  (pp.  301);  ma  sic- 
come è  lodevole  consuetudine  della  Collezione  condurre  rapidamente  a  com- 
pimento la  stampa  delle  opere  in  più  volumi,  non  v'ha  dubbio  che  potremo 
rilegger  presto  per  intero  il  nobile  romanzo  di  quel  degno  seguace  di  Giam- 
battista Vico.  Olindo  Malaqodi,  infine,  ha  apprestato  una  ricca  scelta  di  Poesie 
varie  di  Giovanni  Prati  (Voi.  I,  pp.  305;  Voi.  II,  pp.  357),  che  è  la  via  di 
mezzo  fra  una  «  improbabile  »  ristampa  delle  opere  complete  del  cantore  irre- 
dento, e  le  «  insufficienti  »  raccolte  fin  ora  dedotte  dalle  sue  poesie.  Dei  cri- 
teri seguiti  dal  Malagodi  nella  sua  scella,  altri  dirà  in  questa  medesima  Ras- 
segna (essendo  nostro  proposito  tornare  su  questa  e  su  altre  delle  edizioni  ora 
semplicemente  annunziate);  io,  mentre  convengo  in  molte  delle  fini  osservazioni 
che  l'editore  ha  raccolte  nella  Nota  apposta  alla  sua  fatica,  faccio  le  mie  riserve 
sulla  sua  affermazione  che  «  la  vera  poesia  »  sia  «  calma  contemplazione,  solo 
traversata  da  lampi  di  tutte  le  passioni  umane  »,  e  sulla  confusione  che  mi  sembra 
egli  faccia  tra  arte  e  poesia,  considerando  come  una  cosa  sola  due  cose  che  sono 
spiritualmente  e  praticamente  diverse  e  spesso  non  solo  distinte,  ma  anche  ben 
lontane  fra  loro.  [A.  P.]. 


(1)  A  pag.  304,  per  la  prima  volta,  nella  Collezione  di  cosi  severa  finitezza  tipografica,  trovo 
nel  titolo  corrente  una  parola  rovesciata:  il  rilievo  è  implicitamente  una  lode. 


178  NOTIZIARIO 


VERSIONI, 

137.  Gli  studi  su  la  lirica  greca  sono  rappresentati  egregiamente  in  Italia. 
Da  poco,  Luigi  Cerrato  ha  dato  fuori  le  Olimpiche  e  le  Pitiche  di  Pindaro 
—  testo,  versione  e  commento,  —  a  cui  terran  dietro,  nel  corso  di  quest'anno, 
le  Nemee  e  le  Istmiche.  Cosi  avremo  finalmente  un'edizione  italiana  completa 
di  Pindaro  !  Ora  si  ripubblica  (nella  Biblioteca  di  Classici  greci  tradotti  e  illu- 
strati col  testo  a  fronte,  Firenze,  Sansoni,  1916,  pp.  154)  il  Bacchilide,  Odi  e  fram- 
menti, di  Nicola  Festa,  lavoro  del  tutto  nuovo,  rispetto  alla  prima  edizione, 
con  lo  scopo  di  contribuire  a  diffondere  tra  un'ampia  cerchia  di  lettori  la  cultura 
classica.  L' introduzione,  prima  di  riprender  in  esame  i  passi  c'han  dato  luogo 
a  presumere  una  rivalità  tra  Bacchilide  e  Simonide,  da  un  lato,  e  Pindaro 
dall'altro,  e  discutere  la  questione  dell'esilio,  parla  in  breve  dell'Arici  e  del 
Carducci,  che  —  l'uno  negV  Inni  fatti  credere  di  Bacchilide,  l'altro  nell'ode. 
In  una  chiesa  gotica  —  quasi  presentirono  la  risurrezione  del  poeta  di  Ceo.  La 
versione,  in  prosa  nitida  e  scorrevole,  fedele  al  testo,  ma  in  modo  da  non 
nuocer  mai  alla  chiarezza  e  all'eleganza,  rende,  come  non  si  potrebbe  meglio,  i 
canti  del  poeta  che,  chiamando  sé  «usignolo»  e  «ape>,  caratterizzò  bella- 
mente la  soavità  e  grazia  della  propria  arte  «lodata».  Il  commento  è  fatto 
con  senso  artistico  fine:  le  dilucidazioni,  i  richiami  (frequenti,  ed  è  bene, 
quelli  a  Pindaro)  bastano  per  far  intendere  e  gustare  lo  squisito  poeta.  (Forse 
al  IV  ditirambo,  era  bene  dire,  per  maggior  chiarezza,  dove  e  in  che  occa- 
sione era  nato  Teseo;  e  qualche  notizia  di  più  intorno  al  mito  di  Meleagro, 
Vepinicio,  non  sarebbe  stata  soverchia).  11  libro  del  F.  è  utile  anche  a  chi,  vo- 
lendo procurarsi,  e  tutti  dovrebbero  volere,  una  comprensione  completa  della 
poesia  bacchilidea,  deve  necessariamente  studiarne  la  metrica. 

Noto,  terminando,  che  il  v.  74  del  III  epinicio,  per  una  svista,  è  omesso 
nella  traduzione.  [A.  Schiappini]. 

138.  Il  volume  di  Ettore  Biqnone  su  Empedocle  (Torino,  Bocca,  1916, 
pp.  xi-688)  è  di  quelli  che  per  la  loro  importanza  e  mole  esigono  da  parte 
dei  lettori  studio  lungo  e  minuto,  e  de'  quali  un  giudizio  espresso  in 
poche  parole  mal  può  dimostrare  il  valore.  Giova  tuttavia  darne  ai  lettori 
della  Rassegna  una  breve  notizia,  perché  il  lavoro  non  interessa  soltanto  gli 
specialisti  di  filologia  classica  od  i  filosofi  e  gli  storici  della  filosofia,  ma  ha 
importanza  per  ogni  cerchia  di  studiosi,  non  solo  per  la  natura  della  materia, 
ma  anche  per  l'agevole  forma  della  quale  il  Bignone  l'ha  rivestita,  se  ogni 
studioso  italiano  lo  possa  leggere,  capire,  gustare.  Anche  gustare;  perché  la 
fine  intelligenza  artistica  del  B.  non  solo  rende  piacevoli  le  discussioni  filolo- 
giche e  critiche,  ma  si  rivela  pur  nelle  traduzioni  metriche  dei  passi  rife- 
riti nella  prima  parte,  e  nella  chiara,  semplice,  precisa  versione  letterale, 
in  prosa,  dei  frammenti  empedoclei.  Nella  prima  parte,  nella  quale  il  B.  studia 
l'uomo  e  l'opera,  la  figura  di  Empedocle  si  delinea  viva,  innanzi  agli  occhi 
del  lettore,  illuminata  di  una  luce  nuova  e  suggestiva,  rivelando  un  mondo 
tutto  suo,  fin  ora  ignoto.  Conoscevamo  il  poeta  filosofo,  per  averne  sentito 
parlare,  più  o  meno  a  proposito,  ma  non  perché  ci  fossimo  avvicinati  diret- 
tamente a  lui.  Alla  comune  dei  lettori  mille  difficoltà  si  frapponevano:  ora  le 
ha.  eliminate  tutte  il  Bignone,  che  ci  fa  sentire  la  voce  stessa  del  poeta,  del 


NOTIZIARIO  179 

filosofo,  del  mistico  antico,  e  ci  guida  con  cura  paziente  e  con  sagace  dottrina 
nei  misteri  del  suo  pensiero.  L' interesse  che  desta  la  seconda  parte  dell'opera 
{Testimonianze  e  frammenti),  anche  per  le  note  e  spiegazioni  con  le  quali  il  B. 
illustra  l'opera  del  filosoto,  è  tale  da  lusingare  quasi  ad  affrontare  il  peso 
della  lettura  delle  sei  appendici,  nelle  quali  sono  trattate  questioni  affatto  par- 
ticolari (Teoria  degli  elementi  e  delle  forze;  Cielo  cosmico;  Stadio  della  dissolu- 
zione degli  elementi;  Empedocle  ed  il  Timeo  di  Platone;  Empedocle  ed  Epicuro; 
Frammenti  sulla  divinità;  Strattura  del  poema  fisico  e  l' ordine  dei  frammenti),  senza 
tuttavia  alcun  apparato  di  erudizione  indigesta,  né  di  inutile  vanità  lette- 
raria. [C.  C.]. 

139.  Dopo  averne  sostenuta  vittoriosamente,  contro  il  Wyttenbach,  l'autenti- 
cità (in  Studi  ital.  di  Filol.  class.,  XX,  pp.  12-39),  Hilda  Montesi  pubblica 
(nella  Biblioteca  citata  di  sopra,  al  n.'^  137;  Firenze,  Sansoni,  1916,  pp.  87)  il 
trattatello  morale  di  Plutarco,  Dell'educazione  dei  figlioli.  L'introduzione  —  forse 
in  qualche  punto  un  po'  esuberante  —  dà  un  rapidissimo  cenno  della  fortuna 
dì  Plutarco,  qualche  notizia  biografica  del  medesimo,  e  ne  esamina  il  libretto, 
pieno  d'interesse  il  quale  è,  «nell'intonazione  vivace  e  brillante»,  una  dia- 
triba, vòlta  a  mostrare  come  debba  essere  educato  un  giovane  di  buona  fa- 
miglia, dalla  nascita  al  matrimonio,  ch'è  il  mezzo  più  adatto  a  frenare  i  gio- 
vani scapestrati. 

Ogni  paragrafo  è  preceduto  da  opportuni  sommari;  la  traduzione,  chiara, 
precisa,  efficace,  è  corredata  di  note  esplicative  e  raffronti.  A  13  F,  a  propo- 
sito del  consiglio  «Mena  la  donna  ch'è  di  tuo  paro»,  sarebbe  stato  bene 
riportare  il  bell'epigramma  1  (We  )  di  Callimaco.  [A.  S.]. 

140.  Un'altra  traduzione  d'Orazio  ci  dà  Augusto  Balsamo,  nella  Bi- 
blioteca per  la  diffusione  degli  Studi  classici,  presentandoci  ora  Le  Epistole  re- 
cate in  italiano  ed  annotate  col  testo  a  fronte,  in  due  volumetti  pubblicati  dal 
Sansoni  (Firenze  1915-1916,  pp.  249,  213).  La  traduzione  è  condotta  collo  stesso 
metodo  e  cogli  stessi  intendimenti  che  guidarono  il  B.  nel  tradurre  le  Satire, 
e  convengo  con  l'A.  nei  suoi  criteri,  che  sono  poi  quelli  informatori  di  tutta 
la  Collezione.  Il  Balsamo  dichiara  che  le  sue  «  sono  e  vogliono  essere  soltanto 
traduzioni  filologiche,  traduzioni  cioè,  che,  pur  non  discostandosi  dal  testo  se  non 
quanto  lo  esige  la  natura  diversa  delle  due  lingue,  rendano  con  chiarezza  e  fedeltà 
nella  nostra  forma  il  pensiero  e  la  parola  dello  scrittore  antico  ».  Ma  appunto  non 
ha  valore  speciale  per  un  colorito  tutto  suo  particolare,  ad  es.,  quel  satis  del 
v.  2  della  prima  epistola  del  I  libro?  Accenno  ad  una  minuzia  (né  qui  sa- 
rebbe il  luogo  di  farne  discussione)  solo  per  notare  che,  appunto  per  quei  prin- 
cipi che  il  Balsamo  accetta,  io  sarei  stato  ancor  più  ligio  di  lui  al  testo,  non 
trascurando  certe  sfumature  che  nella  versione  italiana,  in  generale  ben  fatta 
e  garbata,  invano  si  ricercano.  [C.  C.]. 

141.  Nel  1904  la  Stamperia  Metastasio  d'Assisi  pubblicava  una  prima  cin- 
quantina di  Note  di  samisen,  libere  traduzioni  da  poeti  giapponesi,  nelle  quali 
Mario  Chini  s'era  coraggiosamente  cimentato;  G.  A.  Borgese,  nel  Regno,  de- 
dicò all'interessante  traduzione  un  bell'articolo.  Nel  1907  la  Tipografia  Vec- 
chioni dì  Aquila  ripubblicò  la  raccolta  quasi  raddoppiata,  e  di  poi  ne  venìvan 
stampati  e  ristampati  saggi  nella  Settimana,  in  Poesia,  nell'Eroica,  ed  eran  lar- 
gamente introdotti  nelle  antologie  scolastiche.  Il  Chini  ripubblica  ora  il  suo 


180  NOTIZIARIO 

originale  lavoro  nella  collezione  di  Scrittori  italiani  e  stranieri  edita  dall'edi- 
tore G.  Carabba  di  Lanciano.  Precede  il  testo  una  viva  e  fresca  introduzione, 
nella  quale  il  C.  dà  interessanti  notizie  attorno  alla  poesia  giapponese  e  al 
suo  carattere,  ne  dimostra  i  diversi  tipi  e  schemi,  chiarendo  i  criteri  cui  si  è 
ispirato  nel  compiere  la  sua  traduzione:  la  quale,  anzi  che  pedestremente  let- 
terale, è  libera:  mira  cioè,  soprattutto,  ad  interpretare  giustamente,  e  nuo- 
vamente rappresentare  l' immagine  del  poeta  originale.  Codeste  Note  di  samisen 
sono  una  rapida  antologia  della  poesia  giapponese  dall'epoca  arcaica  al  pe- 
riodo contemporaneo.  La  traduzione  del  C.  è  agile  e  svelta:  vera  opera  d'arte. 
Chiude  l'elegante  volumetto,  nitidamente  stampato,  un  indice  cronologico  dei 
poeti  tradotti,  con   sommari  ma  sufficenti  cenni  bio-bibliografici.  [Ger.  L.]. 

142.  Agli  studiosi  di  letteratura  orientale  segnaliamo  anche  la  traduzione 
della  parte  lirica  del  Si-Siang-Ki,  o  Storia  del  padiglione  occidentale,  Ax2imm2ié\ 
Wang  Ci-Fu,  poeta  cinese  vissuto  sotto  gli  Yuen,  ossia  nel  periodo  di  tempo 
dal  1280  al  1368.  La  traduzione,  che  è  opera  abile  e  svelta  di  Mario  Chini,  è 
pubblicata  dall'editore  G.  Carabba  di  Lanciano,  nella  sua  collezione  di  Scrit- 
tori italiani  e  stranieri.  11  Chini  fa  precedere  al  testo  una  efficace  introduzione 
nella  quale  riassume  quanto  si  sa  attorno  a  Wang  Ci-Fu,  discorre  del  carattere 
e  dello  spirito  della  poesia  cinese,  ed  espone  i  criteri  seguiti  nella  traduzione. 
Segue  il  testo  un  buon  manipolo  di  note  sobrie,  utilissime  all'intelligenza  del- 
l'opera. [Ger.  L.], 

143.  Omar,  un  antico  poeta  persiano,  del  quale  s'ignora  persino  —  con 
precisione  —  l'anno  di  nascita,  ebbe  la  fortuna  parecchi  secoli  dopo  la  sua 
morte  di  trovare,  non  un  traduttore,  ma  un  interprete  meraviglioso  nel  poeta 
inglese  Edoardo  Fitz  Gerald,  che  traducendolo  creò  un  capolavoro  immortale  : 
Rubàiyàt,  che  lo  Swinburne  giudicò  «  libro  di  una  perfezione  poetica  suprema, 
tanto  per  la  forma  che  per  il  colore  ».  11  Fitz  Gerald  fu  quegli  che  diffuse, 
traverso  il  suo*  maraviglioso  poemetto,  maggiormente  la  fama  di  Omar  in 
Europa.  La  traduzione  sua  fu  ritenuta  come  un  testo  originale,  e  su  di  essa 
molte  altre  traduzioni  vennero  condotte.  Nella  bella  e  informatissima  introdu- 
zione che  Mario  Chini  premette  alla  ristampa  di  una  sua  fresca  traduzione 
del  capolavoro  di  Omar  e  del  Fitz  Gerald  (il  C.  traduce  dal  testo  inglese  di 
quest'ultimo):  Omar,  ^u6d/yd/ (Lanciano,  G.  Carabba,  1916,  n."  83  degli  ScnY- 
tori  italiani  e  stranieri),  il  lettore  troverà  ampie  notizie  attorno  a  codeste  tra- 
duzioni, ad  Omar  e  ad  Edoardo  Fitz  Gerald.  Il  C.  aveva  già  pubblicato  nel 
1907  {Nuova  Rassegna  di  Letterature  moderne,  fase.  7-8,  e  a  parte:  R.  Carabba, 
Lanciano)  la  sua  traduzione,  e  la  ristampa  che  ora  ne  dà  è  limata  e  corretta, 
arricchita  di  un  commento  diligentissimo,  che  molto  aiuta  il  lettore  a  compren- 
dere l'intimo  senso  del  poeta  tradotto.  In  un'appendice,  finalmente,  il  Chini 
riproduce  alcuni  saggi  di  traduzioni  dello  stesso  lavoro,  dovuti  a  Italo  Pizzi, 
a  V.  Rugarli,  a  V.  Gottardi  e  a  Massimo  da  Zevio.  [Ger.  L,]. 

144-145.  L'editore  G.  Carabba  di  Lanciano,  che  coraggiosamente,  non  ostanti 
i  difficili  tempi  che  si  attraversano,  vien  continuando  la  pubblicazione  della 
sua  ottima  collezione  Scrittori  italiani  e  stranieri,  dopo  aver  dato  fuori,  nel  1914, 
una  buona  traduzione  italiana,  curata  da  Arundel  del  Re,  del  Gitanjali  {Offerta 
di  Canti)  del  grande  lirico  mistico  indiano  Rabindranath  Tagore,  seguita,  nel 


NOTIZIARIO  181 

luglio  1915,  da  una  buona  traduzione,  curata  da  M.  Sesti-Strampfer,  di  una 
precedente  opera  del  Tagore:  //  Giardiniere,  raccolta  di  canti  d'amore,  e  da 
una  non  meno  diligente  traduzione,  a  cura  di  Augusto  Carelli,  dell'opera  filo- 
sofica del  Tagore  stesso:  Sàdhàna,  Reale  concezione  della  vita;  —pubblica  ora 
la  traduzione  ottima  che  Federico  Verdinois  ha  compiuto  di  due  bellissimi 
drammi  del  poeta  indiano  :  Chitra  e  //  Re  della  camera  oscura  (due  volumi, 
luglio  e  agosto  1916). 

Segnalo  questa  buona  traduzione,  quasi  sempre  impeccabile  (sarebbe  qui 
troppo  lungo  citare  i  vari  passi  che  non  mi  sembrano  fedelmente  interpretati 
e  dimostrarne  le  ragioni),  a  quei  molti  ammiratori  italiani  del  grande  poeta 
indiano,  che  non  possano  leggerne  le  opere  meravigliose  nella  originai  tradu- 
zione inglese  curata  dal  poeta  stesso.  Gli  studiosi  del  teatro,  poi,  troveranno 
in  codesti  due  lavori  mirabilmente  attuata  una  forma  di  dramma  tutto  interiore 
e  completamente  poggiato,  anzi  che  sulle  persone,  sulle  idee.  [Ger.  L.]. 

146.  Lo  stesso  editore  pubblica  nella  medesima  collezione  la  traduzione- 
di  due  operette  narrative  di  Stanislao  Przybyszewski  :  De  Profundis  e  Vigilie^ 
compiuta  da  S.  Sacurdaef.  La  versione  è  preceduta  da  una  rapida  introduzione 
sull'autore  (notissimo  in  Germania,  specie  per  i  suoi  studi  psico-fisiologici  e 
per  la  sua  arte  d'eccezione,  che  lo  pone  «  a  capo  di  quella  tendenza  sessuale- 
mistica,  quale  si  riscontra  nelle  opere  dell'Huysmans  e  dell'Hausson  e  nelle 
pitture  del  Rops  e  del  Munck  »)  e  sull'opera,  dettata  da  L.  Misuraca.  [Ger.  L.].- 

147.  Nella  suddetta.  Collezione  è  uscita  la  traduzione  ritmica  che  Federico 
Verdinois  ha  compiuta  di  due  drammi  di  Alessandro  Pusckin:  Boris  Godunòff 
e  //  convitato  di  Pietra.  Non  occorre  avere  profonde  conoscenze  di  letteratura 
russa,  per  conoscere  il  Pusckin  :  il  suo  nome,  come  quello  di  Cekof,  di  Tol- 
stoi,  di  Dostoiewski,  ecc.,  è  da  tempo  europeo,  e  quasi  tutta  l'opera  sua,  dal- 
VEugenio  Onieghin  agli  Zingari,  è  tradotta  in  presso  che  tutte  le  lingue. 

Il  Boris  Godunòff  e  //  convitato  di  Pietra  sono  forse  i  migliori  tentativi 
teatrali  del  Pusckin.  Si  sa  ch'egli,  nella  sua  opera  drammatica,  tenne  l'occhio- 
rivolto  ai  capolavori  dello  Shakespeare  ;  ma  non  fu  un  imitatore,  poiché  seppe 
animare  i  suoi  eroi  di  uno  spirito  e  di  una  vita  propria.  La  traduzione  del 
Verdinois  è,  nel  complesso,  buona  e  viva,  scende  ben  addentro  nello  spirito 
dell'opera,  e  vivacemente  la  interpreta.  Cosi  egli  rende  conto  dei  criteri  seguiti 
nella  sua  amorosa  opera  di  traduttore  :  «  Si  sa  che  il  metro  russo,  dopo  le 
prove  di  Tretiadowski  e  di  Lomonosoff,  è  tonico;  il  nostro  è  sillabico.  Il 
verso  prescelto  dal  Pusckin  è  il  giambo  di  cinque  piedi,  ordinariamente  ado- 
perato dagl'inglesi  e  dai  tedeschi.  Egli  serbg  la  cesura  dell'esametro  francese 
sul  secondo  piede,  togliendo  cosi  alquanto  di  varietà  al  verso  sciolto.  Da  ciò^ 
una  certa  difficoltà  nel  trovare  una  conveniente  corrispondenza  nel  nostro 
endecasillabo.  Dove  il  poeta  ha  scelto  altro  metro  od  ha  rimato  i  versi,  lo  si 
è  seguito  fedelmente,  studiandosi  di  serbarne  la  fisonomia,  lo  stile,  la  sem- 
plicità, l'assenza  di  ogni  rettorica».  Mi  sembra  che  il  Verdinois  sia  egregia- 
mente riescito  nel  suo  intento.  [Ger.  L.]. 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

a  cura  di 

":F.  Flamini,  Ger.  Lazzeri,  P.  Nalli,  M.  Pelaez,  A.  Pellizzari,  Fr.  Picco, 

F.  Stanganelli,  N.  Vaccalluzzo. 


90.  Annual  Report  of  the  Dante  Society  :  (Thirty-third,  Cambridge,  Mass., 
1914;  ma  Boston,  Ginn  and  Co.,  1916)  E.  Kennard  Rand,  Dante  and  Servius; 
Howard  RoUin  Patch,  The  Goddess  fortuna  in  the  o^ Divina  Comedy*.  [M.  P.]. 

91.  Archivio  della  R.  Società  romana  di  Storia  patria  :  (XXXIX,  3-4)  A.  Fer- 
rajoli, //  Ruolo  della  Corte  di  Leonf  X.  Prelati  domestici:  continuaz.  Vi  si  parla 
di  Filippo  Beroaldo,  di  cui  è  narrata  la  vita  e  sono  illustrate  le  poesie  latine; 
Ernesto  Monaci,  *Alle  Miracole  de  Roma»,  poscritta  e  rettifiche:  si  pubblica  il 
risultato  di  una  nuova  collazione  del  testo,  eseguito  da  Enrico  Rostagno.  [M.  P.]. 

92.  Archivio  storico  siciliano:  (XLI,  1-2)  G.  A.  Cesareo,  Giuseppe  Pitrè  eia 
letteratura  del  popolo:  v.  Rassegna,  XXIV,  p.  394;  Guido  Bustico,  Un'imitazione 
Pariniana  di  Leopoldo  Cicognara:  v.  Notiziario,  n."  107;  F.  A.  Termini,  Rico- 
struzione cronologica  della  biografia  di  Pietro  Ransano:  il  T.,  che  ha  già  dedicato 
al  Ransano  uno  studio  ampio  (Pietro  Ransano,  umanista  palermitano  del  sec.  XV, 
Palermo,  Trimarchi,  1915),  si  vale  ora  del  Cod.  112  della  Casanatense,  per 
tentar  di  riordinare  cronologicamente  i  dati  biografici  finora  conosciuti,  dal 
1454  in  poi.  Segue  una  breve  appendice  di  lettere,  versi  ed  altri  scritti  del  R., 
tratti  dal  detto  cod.  [P.  N.]. 

93.  Arte  e  Storia:  (XXXVI,  1)  Ercole  Scatossa,  /  Papi  e  l'arte  in  un  diario 
romano,  cont.  —  (2)  Carlo  Papini,  L'autore  degli  affreschi  del  Capitolo  di  Santa 
Maria  Novella  in  Firenze  (Cappellone  degli  Spagnoli):  breve  esame  dello  studio 
fatto  sull'argomento  dal  P.  Innocenzo  Taurisano,  il  quale  scopri  un  documento 
che  fa  ritenere  debbano  attribuirsi  gli  affreschi  ad  Andrea  di  Bonaiuto.  [P.  N.]. 

94.  Atti  e  Memorie  della  R.  Deputazione  di  Storia  patria  per  le  Marche: 
~,<III.  S.,  voi.  I,  1)  Enzo  Castaldo,  L'assedio  d'Ancona  del  1799  scritto  da  L.  Pe- 
j'ozzi,   cont.:  pubblica  in  estenso   un  racconto  inedito   del  famoso  assedio: 

«  Memorie  di  un  militare  che  si  trovò  in  quasi  tutti  i  fatti  d'arme  avvenuti 
-nell'anno  1799»,  del  conte  Luigi  Perozzi;  Francesco  Egidi,  La  Canzone  mar- 
chigiana del  Castra:  prendendo  le  mosse  dall'interpretazione  di  questa  fa- 
mosa canzone  tentata  da  Amerindo  Camilli  (cfr,  Rass.  bibl.  d.  Leti,  it.,  XXUI, 
pp.  86  e  segg.),  l'A.  propone  una  nuova  lettura  e  interpretazione  del  testo 
xfinora  assai  oscuro;  Alipio  Alippi,  //  volgarizzamento  fabrianese  dell' *  Arbor  Vi- 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  183-^ 

tae*  di  Frate  Ubertino  da  Casale:  è  un  volgarizzamento  dovuto,  sembra,  ad 
una  suora  Clarissa  di  Fabriano,  vissuta  nella  prima  metà  del  sec  XV.  Segue 
un  saggio  del  testo  ;  Camillo  Antona-Traversi,  Monaldo  Leopardi  e  la  Conci- 
liazione Alliata  :  papa  Pio  VII,  accogliendo  un'  istanza  del  conte  Monaldo,  no- 
minò mons.  G.  Alliata  «giudice  privativo*  per  l'amministrazione  dei  beni  di 
Casa  Leopardi.  L'A.-T.  fa  la  storia  di  quella  oculata  amministrazione,  che  mise 
in  sesto  il  patrimonio  pericolante.  [P.  N.]. 

95.  Atti  e  Memorie  della  R.  Deputazione  di  Storia  patria  per  le  Province  di 
Romagna  :  (S.  IV,  voi.  vi,  4-6)  Lodovico  Frati,  Di  alcuni  amici  del  Francia;  Pietro  • 
Torelli,  Per  la  biografia  dell'Ariosto  :  «  Non  si  tratta  veramente  —  dice  l'A.  in 
principio  del  suo  lavoro  —  che  di  alcuni  di  quei  particolari  sulle  condizioni 
economiche  dell'Ariosto  che  pure,  più  determinatamente  e  prima  d'altri,  il 
Rossi,  nella  sua  nota  sul  beneficio  di  S.  Agata,  s'augurava  venissero  in  luce». 
Sulla  scorta  di  alcuni  documenti  tratti  da  archivi  privati  il  Torelli  crede  di 
poter  concludere  che  il  patrimonio  dell'Ariosto,  sopra  tutto  dopo  la  morte  del 
cugino  Rinaldo,  doveva  avere  una  entità  non  trascurabile;  D.  S.  Chigi,  // 
Battistero  degli  Ariani  in  Ravenna;  Serafino  Gaddoni,  Inventari  dell'Abbazia 
Malese  di  S.  Maria  In  Regola  (1398-1474)  ;  Francesco  Lanzoni,  A  proposito  dei 
falsi  del  P.  Guido  Grandi:  cfr.  Rassegna,  XXIX,  p.  449.  [P.  N.]. 

96.  Bilychnis:  (a.  V,  2)  Mario  Rossi,  Praga,  la  *  città  d'oro  ^,  all'alba  del- 
l'ussitismo; Antonino  De  Stefano,  /  Tedeschi  nell'opinione  pubblica  medievale: 
intelligente  raccolta  di  testimonianze  e  giudizi  sui  Tedeschi  nel  Medio  Evo  ; 
Arnaldo  Cervesato,  La  scuola  di  Pitagora  a  Crotone:  recensisce  l'opera  di  Al- 
berto Gianola,  //  sodalizio  pitagorico  di  Crotone  (Bologna,  Zanichelli).  —  (5)  - 
Edoardo  Taglialatela,  L'insegnamento  religioso  secondo  odierni  pedagogisti  ita- 
liani; A.  G.  e  Giovanni  Pioli,  Intorno  ad  un'anima  e  ad  un'esperienza  religiosa  : 
in  memoria  di  Giulio  Vitali:  sono  due  affettuosi  scritti  in  memoria  del  profondo 
studioso  di  Tolstoi.  —  (6)  Antonino  De  Stefano,  I  Tedeschi  e  l'eresia  medievale 
in  Italia.  —  (8)  Giovanni  Pioli,  Marcel  Herbert:  scritto  biografico-critico  sul- 
compianto  modernista  ed  educatore  francese.  —  (9)  H.  Leopold,  Le  memorie 
apostoliche  a  Roma  e  i  recenti  scavi  di  San  Sebastiano;  Giovanni  Costa,  Reali- 
smo di  cultura  e  idealismo  di  civiltà;  Calogero  Vitanza,  Satana  nella  dottrina  ' 
della  redenzione:  scritto  che  interessa  per  molti  lati  la  letteratura  e  i  letterati 
nostri.  —  (11-12)  Paolo  Tucci,  //  Cristianesimo  e  la  Storia.  —  (A.  VI,  1):  Eva 
Amendola,  //  pensiero  religioso  e  filosofico  di  F.  Dostoiewsky  :  vasto  studio,  che 
ci  par  serio,  e  del  quale  parleremo  nel  iVotó/ar/o  non  appena  la  pubblicazione 
ne  sia  compiuta;  Luisa  Giulio  Benso,  «La  vita  è  un  sogno»  di  Arturo  Fari- 
nelli, cont.  [Ger.  L.]. 

97.  Bollettino  storico  piacentino:  (1917,  gennaio-febbraio)  Umberto  Benassi, 
Nuove  notizie  su  Cristoforo  Poggiali  e  le  sue  «  Memorie  storiche  di  Piacenza  >  ; 
Stefano  Fermi,  Per  la  storia  del  movimento  antigesuitico  in  Piacenza:  notevole 
contributo  corroborato  da  buoni  documenti;  Leopoldo  Cerri,  Pietro  Vago  ar- 
chitetto piacentino  del  s.  XIV;  Leopoldo  Cerri,  //  conte  Lodovico  Marazzani  Terzi, 
egregio  memorialista  locale  testé  defunto;  Luigi  Rezzi,  Elogio  biografico  di 
Alessandro  Farnese,  parte  seconda  e  ultima,  a  cura  di  Francesco  Picco.  [Fr.  P.]. 

98.  Bulletin  italien:  (T.  XVI,  n.os  3.4)  Augustin  Eliche,  Guy  de  Ferrare, 
étude  sur  la  polémique  religieuse  en  Italie  à  la  fin  du  Xle  siede:  rilevato  come- 


184  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

all'epoca  del  pontificato  di  Gregorio  VII,  oltre  alla  celeberrima  lotta  delle  inve- 
stiture, si  ebbe  «  une  polémique  religieuse,  le  plus  souvent  très  ardente,  qui 
.a  elle-méme  donne  naissance  à  une  serie  d'oeuvres  littéraires  où  les  décrets 
du  pape  ont  été  àprement  discutés»,  e  citato  un  infinito  numero  di  «lettres, 
pamphlets,  traités  juridiques  et  canoniques  »  che  pullularono  tanto  «  en  AUe- 
magne  comme  en  Italie»,  si  sofferma  di  proposito  sovra  il  più  singolare  di  tali 
opuscoli,  «  le  De  scismate  Hildebrandi,  dù  à  la  piume  de  l'évéque  schismatlque 
de  Ferrare,  Guy»,  difensore  dapprima  della  causa  gregoriana,  in  séguito  par- 
tigiano aperto  e  tenace  dell'antipapa  Clemente  III.  Egli  è  il  più  limpido  espo- 
sitore dei  due  punti  di  vista,  gregoriano  e  antigregoriano;  e,  quel  che  più 
monta,  l'espositore  «d'une  théorie  nouvelle  de  l'investiture,  qui,  modifiée  et 
-transformée,  a  triomphé  en  1122»  col  trattato  di  Worms;  A.  Jeanroy,  Giaco- 
mo da  Lentino,  imitateur  des  troubadours,  sobri  ma  persuasivi  riscontri;  J. 
Mathorez,  Notes  sur  les  noms  propres  des  Italiens  fixés  en  France  sous  V ancien 
regime)  Paul  Sirven,  *Rosmunda»,  tragèdie  de  V.  Alfieri,  analisi  che  culmina 
in  questa  discutibile  conclusione  :  questa  tragedia  non  è  inferiore  alle  altre 
dell'A.,  ne  ha  «les  mémes  défauts  et  les  mémes  qualités».  È,  «comme  toutes 
les  tragédies  d'Alfieri,  un  mélodrame  »  :  tutto  il  teatro  alfieriano  è  «un  théàtre 
de  transition.  II  marque  le  passage  de  la  tragèdie  au  mélodrame».  [Fr.  P,]. 

99.  Ballettino  della  Società  dantesca  italiana:  (N,  S.,  voi.  XXIII,  fase.  1-3) 
Recensioni:  E.  G.  Parodi,  Dante  Alighieri,  La  Divina  Commedia  commmentata 
da  G.  A.  Scartazzini,  Settima  edizione  in  gran  parte  rifatta  da  G.  Vandelli:  in 
queste  pagine  importanti  il  P.  coglie  l'occasione  «per  raccogliere  insieme 
4)revi  osservazioni  di  carattere  vario,  ma  forse  in  prevalenza  lessicali  o  lin- 
guistiche»; Vittorio  Rossi,  Albino  Zenatti,  Intorno  a  Dante;  E.  Rostagno,  Fra;i- 
cesco  Maggini,  La  «  Rettorica  »  italiana  dì  Brunetto  Latini  e  La  «  Rettorica  »  di 
Brunetto  Latini.  Testo  critico:  interessante  anche  perché  vi  si  dà  notizia  di  un 
frammento  di  codice  della  Retorica  rimasto  sconosciuto  al  Maggini.  [M.  P.]. 

100.  Ballettino  senese  di  Storia  patria  :  (XXIII,  3)  A.  G.  Ferrers  Howell, 
Giovanni  Florio  (1553-1625),  breve  cenno  sulla  vita  e  sulle  opere  di  questo 
italiano,  che  pare  sia  stato  conoscente  e  forse  anche  amico  dello  Shakepeare, 
e  che  contribuì  a  far  conoscere  l' italiano  in  Inghilterra,  con  le  sue  opere  tra 
le  quali  è  notevole  quella  intitolata  A  world  of  words,  il  primo  dizionario  ita- 
liano-inglese ;  G.  B.  Saladino,  Giovanni  Meli  ed  il  suo  ditirambo.  Suoi  rapporti 
con  Siena:  dopo  accurate  ricerche  fatte  negli  archivi  delle  Accademie  esistenti 
in  Siena  verso  la  fine  del  700,  il  Saladino  giunge  alla  conclusione  che  il  Meli 
non  fu  ascritto  ad  alcuna  di  esse,  e  che  il  diploma  a  lui  intestato,  conservato 
ora  nella  Comunale  di  Palermo,  portante  le  firme  del  conte  Edoardo  Romeo 
di  Vargas  e  di  Giacomo  Sacchetti,  pur  non  risultando  apocrifo,  non  è  di  al- 
cuna accademia  senese  allora  conosciuta,  poiché  il  Vargas  non  fu  presidente 
di  alcuna  di  esse.  Dei  rapporti  tra  il  Meli  e  Siena  non  v'è  altra  prova  che 
poche  lettere  scambiate  fra  il  poeta  siciliano  e  il  Sacchetti;  e  forse,  invece  che 
un  diploma  accademico,  quello  rilasciato  al  Meli  è  un  diploma  uscito  da 
qualche  «Vendita»  di  Carbonari.  Sul  ditirambo  del  Meli  il  Saladino  dice  ben 
poco  di  nuovo:  osserva  come  questo  sia  un  componimento  assolutamente 
originale,  sicché  non  si  può  parlare  né  d'imitazione  né  di  plagio.  Dal  Redi  il 
Meli  potè  imitare  qualche  immagine  e  qualcuno  dei  metri.  Il  S.  accenna  poi 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  185 

alle  versioni  italiane  del  ditirambo,  assai  difettose,  e  a  quella  tedesca  del 
Gregorovius,  che  è  abbastanza  fedele  ed  efficace.  [P.  N.]. 

101.  Civiltà  cattolica,  la:  (1917,  17  febbraio)  I  fenomeni  cerebrali  e  la  dottrina 
scolastica:  cont.  nel  fase,  del  21  aprile;  Intorno  alla  conversione  di  Giosuè  Borsi; 
Giovan  Battista  Manso,  marchese  di  Villa  :  recensione  favorevole  del  noto  libro 
di  A.  Borzelli  cosi  intitolato  (v.  Rassegna,  XXIV,  pp.  457  e  seg.).  —  (3  marzo) 
Preghiere  liturgiche  in  tempo  di  guerra,  nell'antica  liturgia  visigotica  della  Chiesa 
di  Spagna:  art.  condotto  sull'importante  pubblicazione  di  Marius  Férotin,  Le 
*.Liber  Ordinum»  en  usage  dans  l'Eglise  Wisigotique  et  Mozarabe  d' Espagne  du 
cinquième  au  onzième  siede  (Paris,  1904),  volta  a  studiare  «  il  più  antico  rituale  e 
pontificale  insieme  che  si  conosca  >  ;  San  Tommaso  d'Aquino  e  il  Convento  di  San 
Domenico  Maggiore  in  Napoli:  «nel  sito  dove  sullo  scorcio  del  sec.  XIII  fu 
eretta  la  gran  mole  del  convento  e  della  chiesa  di  S.  Domenico  Maggiore, 
sorgeva,  fin  dal  sec.  Vili,  una  badia  detta  di  S.  Michele  o  S.  Angelo  a  Mor- 
fisa.  Il  nuovo  edificio  si  sovrappose  all'antico,  del  quale  restano  anche  oggi 
gli  avanzi  nella  chiesa  e  nel  convento,  ed  è  opportuna  reliquia  di  esso  la 
stanza  di  San  Tommaso  »,  che  nel  primitivo  convento  entrò  l'anno  1243  e  vi 
pronunziò  i  voti,  per  tornarvi,  pare,  soltanto  nel  1272.  In  S.  Domenico  Mag- 
giore entrò,  tra  i  frati  predicatori,  anche  Giordano  Bruno,  l'anno  1563,  per 
disertare  poi  nel  1576.  —  (17  marzo)  //  P.  Fedele  Savio  S.  I.  e  l'opera  sua 
negli  studi  storici:  cont.  e  fin.  nei  fase,  del  7  aprile  e  del  5  maggio.  Fedele 
Savio,  saluzzese  (1848-1916),  fu  professore  di  storia  ecclesiastica  nella  Pont. 
Università  Gregoriana,  e  lasciò  pregevoli  studi  su  Guglielmo  111  di  Monfer- 
rato, sui  primi  Conti  di  Savoia,  sul  papa  Niccolò  IH  e  gli  Orsini,  su  «gli  an- 
tichi Vescovi  d'Italia»,  e,  in  ispecie,  della  Lombardia,  sui  papi  Virgilio,  Zo- 
simo,  Liberio,  ecc.  —  (7  aprile)  Preghiere  e  riti  in  tempo  di  guerra.  Secoli 
posteriori  (dal   sec.   XI  circa   in  poi)  :  in  cont.  ;   G.   Busnelli,  ^4  proposito  del 

*  Giornale  dantesco*,  del  quale  si  annunzia  la  continuazione.  —  (21  aprile) 
Innocenzo  III  nel  VII  centenario  della  morte,  cont.  ;  Rivista  della  stampa  :  I,  Le 
«  Memorie  poetiche  »  di  N.  Tommaseo  (a  proposito  del  bel  libro,  giustamente 
lodato,  di  Giulio  Salvadori,  del  quale  discorrerà  prossimamente  nella  Rassegna 
un  nostro  egregio  collaboratore);  II,  Sui  primi  vescovi  di  Lucca;  IH,  Rassegna 
dei  manuali  scolastici  di  Storia  d'uso  più  frequente  nei  Licei  d'Italia  (a  propo- 
sito del  noto  Corso  di  storia  di  Costanzo  Rinaudo,  al  quale  si  muovono  vari 
appunti),  —  (5  maggio)  C.  Bricarelli,  La  Roma  del  Cinquecento  nei  disegni  di 
alcuni  artisti  contemporanei:  con  interessanti  riproduzioni.  I  disegnatori  pili 
considerati  sono  Giuliano  da  Sangallo,  l'ignoto  scolaro  del  Ghirlandaio  autore 
del  noto  «codice  escorialense»,  gli  artisti  compresi  nelle  raccolte  famose  di 
Alfonso  Bartoli  ed  Ermanno  Egger,  ed  infine,  superiore  a  tutti,  Marten  van 
Veen,  comunemente  chiamato  Heemskerk,  dal  suo  luogo  natale  in  Olanda. 
Non  si  fa  parola  di  Francisco  De  Hollanda,  i  cui  mirabili  disegni  io  pubbli- 
cherò prossimamente,  dando  la  riproduzione  integrale  del  codice  escorialense 
che  li  contiene  ;  Rivista  della  stampa:  «  Novissima  »  del  P.  Giuseppe  Manni.  [A.  P.]. 

102.  Conferenze  e  Prolusioni:  (X,  1)  Carlo  Cecchelli,  Gorizia  nella  storia  e 
nell'arte.  —  (2-3)  Angelo  Roth,  La  scuola  e  il  maestro  nel  problema  politico  ita- 
liano; Roberto  Bracco,  Ricordando  F.  P.  TostL  —  (4-5)  Gaspare  Ambrosini, 
Mazzini,  Marx  e  l'Internazionale  ;  Maurizio  Maeterlinck,  Per  Emilio  Verhaeren  ; 
Onofrio  Fasiolo,  Le  basiliche  di  Aquileia  e  di  Grado  nell'arte  e  nella  storia.  [N.  V.]. 


186  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

103.  Correspondant  le:  (10  février  1917)  Jean  Longnon,  Les  Franfais  en 
Grece  au  treizième  siede;  De  Lauzac  de  Laborie,  Un  historien  de  la  grande 
guerre,  attorno  all'opera:  Histoire  illustrée  de  la  guerre  de  1914,  par  Gabriel 
Hanotaux,  in  corso  di  pubblicazione.  —  (25  février)  Paul  Bonnefon,  Victor  de 
Laprade  et  Edgar  Quinet.  Lettres  inédites,  continua.  [Ger.  L.]. 

104.  Corriere  della  sera:  (27  marzo  1917)  Ettore  Romagnoli,  Per  l'affran- 
camento della  libreria  italiana.  [Ger.  L.]. 

105.  La  Critica:  (a.  XV,  fase.  II)  Benedetto  Croce,  Una  famiglia  di  Patrioti. 
I  Poerio:  II.  La  tradizione  moderata  nel  mezzogiorno  d'Italia  (Giuseppe  e  Carlo 
Poerio)  :  ne  parleremo  nel  «  Notiziario  » ,  non  appena  la  pubblicazione  di  questo 
importante  studio  sarà  compiuta  ;  B.  C,  Le  lezioni  di  letteratura  di  Francesco 
de  Sanctis  dal  1839  al  1848  (dai  quaderni  della  scuola).  VI.  Le  lezioni  sulla  sto- 
ria della  critica:  continua.  Ritengo  inutile  riassumere  nel  Notiziario  cotesta  pun- 
tata delle  lezioni  del  De  Sanctis,  nella  quale,  dopo  aver  tracciato  una  breve 
caratteristica  dell'eclettismo,  si  passa  all'esposizione  dell'Estetica  dello  Hegel; 
esposizione  intelligente  e  precisa,  ma  non  di  fondamentale  interesse;  Giovanni 
Gentile,  Appunti  per  la  storia  della  cultura  in  Italia  nella  seconda  metà  del  se- 
colo XIX.  IV.  La  cultura  toscana:  vi.  I Piagnoni:  continua.  Si  occupa  del  Tom- 
maseo e  delle  origini  del  movimento  spirituale  attorno  alla  figura  di  Girola- 
mo Savonarola;  Rivista  bibliografica:  importante  la  recensione  di  Giovanni 
Gentile  all'opera  di  Enrico  von  Treitschke,  La  Francia  dal  primo  impero  al  1871, 
testé  tradotta  da  Enrico  Ruta  (a  proposito  della  quale  si  cfr.  la  Rassegna, 
XXIV,  p.  479).  [Ger.  L.]. 

106.  Emporium:  (1917,  gennaio)  Alfredo  Melani,  Palazzi  di  Ferrara,  descri- 
zione illustrativa  di  questa  artistica  città  e  dei  costumi  suoi  principeschi,  d'un 
tempo;  Vittorio  Pica,  Letterati  contemporanei:  Joris-Karl Huysmans;  Momo  Longa- 
rellì,  In  memoria  d'un  pittore  patriota,  e  cioè  di  Eugenio  Agneni  (n.  a  Sutri  nel 
1816,  m.  a  Frascati  nel  1879).  —  (Febbraio)  Alessandro  Koltonski,  Henryk  Sienkie- 
wicz.  —  (Marzo)  Giovanni  Franceschini,  Nuovi  orizzonti  nella  critica  d'arte:  a  pro- 
posito del  libro  del  Patrizi  Dopo  Lombroso,  cui  vengono  date  di  gran  lodi,  quasi 
che  egli  abbia  indicato  «  una  via  nuova,  non  mai  battuta  da  alcuno,  nella  cri- 
tica dell'arte»,  schiudendo  un  «nuovo  orizzonte  radioso,  primo  fra  tutti»,  e 
tale  che  «  futuri  contributi  d'indagine  naturalistica  e  d'investigazione  estetica 
erigeranno  a  base  fondamentale  d'ogni  critica  d'arte».  Senza  disconoscere  i 
meriti  del  Patrizi,  parrà  proprio  a  tutti  del  tutto  nuova  la  concezione  sua,  se- 
condo la  quale  «  ogni  opera  pittorica  rispecchia  pienamente  e  chiaramente  la 
natura  psichica  e  la  sensibilità  dell'autore»  ?  È  detto  qui,  fra  l'altro,  che  «non 
è  più  possibile  fare  della  critica  saggia  e  profonda  se  si  prescinde  completa- 
mente dall'indagine  antropologica  e  psicologica,  e  questa  non  già  nel  senso 
della  vieta  teoria  del  genio  e  pazzia,  ma  sullo  studio  delle  influenze  della  co- 
stituzione fisica  e  psichica  sull'opera  d'arte  compiuta  nella  più  assoluta  nor- 
malità intellettiva  e  morale  ».  E  il  vecchio  detto  «Io  stile  è  l'uomo  »,  viene  para- 
frasato cosi  :  «  la  pittura  è  l'uomo».  Il  libro  del  Patrizi  è  segnalato  in  quanto  fa 
dell'opera  d'arte  uno  studio  «  etiologico  »,  come  a  dire  quasi  «clinico  e  psi- 
cologico», sottoponendola  ad  un'«  indagine  naturalistica,  che  esige  conoscenze 
di  fisiologia  e  di  psicologia».  —  (Aprile)  Carlo  Bandini,  Afe/ cuore  (/eZ/'C/nór/a; 
ci  reca  tra  «i  verdi  silenzi  d'una  antica  tebaide»,  illustrando  Spoleto  con  fre- 
quenti, poetici  richiami  letterari  [Fr.  P.]. 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  187 

107.  Fanfulla  della  domenica-.  (1917,  4  febbraio)  Vittorio  Pica,  Serafino 
Macchiati,  in  morte,  con  cenni  sulla  vita  e  sull'arte  sua  ;  Federico  Olivero,  Su 
V*  Allegro*  di  J.  Milton;  Arturo  Fioravanti,  Chi  fu  l'autore  della  Verga  d'Ar- 
minio?  inno  nazionale  del  1847:  mostra,  con  documento  dell'autore  stesso, 
che  questi  fu  Emanuele  Celesia.  —  (11  febbraio)  Vittorio  Gian,  Un  poeta  e 
un  filosofo  del  Risorgimento  :  Giovanni  Prati  e  Vincenzo  Gioberti,  notevole  con- 
tributo, ricco,  oltre  che  di  accostamenti  e  di  osservazioni  acute,  di  nuovi  do- 
cumenti; Marino  Fioroni,  Di  alcuni  spunti  manzoniani  in  due  odi  barbare  (e  cioè 
in  Miramare  e  in  Alle  fonti  del  Clitumno),  poste  a  raffronto  col  manzoniano  Trionfo 
della  libertà  e  con  l'idillio  Adda-,  Anna  Fumagalli,  Emile  Verhaeren;  Sergio 
Zanotti,  La  Signorina  Felicita  e  Postuma  [cfr.  Notiziario,  n°.  119].  —  (18  febbraio) 
Luigi  Piccioni,  Tentativi  poetici  di  Massimo  d'Azeglio:  tre  sonetti  e  altri  frammenti 
poetici,  che  se,  come  pare,  sono  usciti  dalla  penna  del  D'Azeglio,  mostrano  che 
egli  «  alla  poesia  seria  non  era  proprio  tagliato  »  ;  qualche  pregio  invece  gli 
si  deve  pur  riconoscere  in  quella  burlesca  ;  Enrico  Perito,  Saggi  di  traduzione 
da  Michele  Eminescu,  forte  poeta  romeno  (1849-89),  preceduti  da  notiziole  bio- 
grafiche; Egisto  Roggero,  /  libri  che  non  si  scrivono  :  Un  romanzo  di  G.  Mazzini 
su  Giuditta  Sidoli,  che  egli,  infatti,  meditò  a  lungo  e  che  non  scrisse  mai; 
Mario  Funai,  Arte  e  filologia,  a  proposito  di  un  libro  (Empedocle  di  Ettore  Bi- 
gnone,  Torino,  Bocca),  conclude:  «ritornare  al  nostro  passato  umanistico,  ri- 
condurre l'opera  erudita  sulle  orme  di  quei  grandi  che  in  Francia  si  chiamane 
Renan  e  Gaston  Paris,  in  Germania  Ranke,  in  Italia  Domenico  Comparetti,  a 
quel  principio  insomma  fecondatore  di  verità  e  di  bellezza  ;  questa  è  la  meta, 
il  compito  che  deve  proporsi  la  moderna  filologia  classica».  —  (25  febbraio^ 
Arrigo  Cajumi,  Per  un  nuovo  libro  intorno  a  Gaspare  Gozzi,  e  cioè  G.  G.  di  M. 
A.  Viglio  (cfr.  Rassegna,  XXIV,  pp.  462  e  seg.);  Umberto  Valente,  Commentando 
il  Foscolo:  il  sonetto  alla  <^Sera».  —  (4  marzo)  Antonio  Pilot,  /  *  Lombardi» 
e  l'*  Emani»  a  Venezia  nel  1843-44;  G.  Brognoligo,  Virtù  e  speranze  germani- 
che in  un  poema  di  R.  Hamerling,  e  cioè  in  Asvero  in  Roma,  poema  in  sei  canti 
del  quale  esistono  parecchie  traduzioni  in  italiano,  che  qui  il  B.  illustra  con- 
venientemente ;  Matteo  Cerini,  /  due  primi  poemetti  repubblicani  di  Vincenzo 
Monti,  il  Fanatismo  e  la  Superstizione.  —  (11  marzo)  Alfonso  Bertoldi,  Novissima, 
raccolta  di  versi  di  Giuseppe  Manni  (Le  Mounier,  1917),  qui  chiosati  con  fine 
penetrazione  ;  Matteo  Cerini,  Un  sonetto  del  Petrarca  ed  uno  del  Camoens,  si 
dà  la  palma  al  sonetto  portoghese  per  maggior  efficacia  commotiva  ;  Giuseppe 
Scarano,  Le  poesie  inedite,  le  Memorie  e  l'epistolario  di  G.  Prati,  si  riallaccia 
allo  scritto  summentovato  di  V.  Cian;  Giuseppe  Azzolini,  A  proposito  di  fonti 
carducciane,  riferendosi  a  precedenti  articoli  in  materia  e  suggerendo  qualche 
spunto  che  die  ali  ai  verso  del  poeta.  —  (18  marzo)  Pompeo  Molmenti,  Le 
invasioni  barbariche  (rileggendo  gli  antichi  cronisti  veneziani);  Giannetto  Ragonesi, 
La  tradizione  filosofica  panteistica  e  quella  idealistica  nella  poesia  di  Alessandro 
Poerio,  il  grande  patriotta  napoletano,  caduto  a  Mestre  nel  1848  sotto  il  piombo 
austriaco  :  si  afferma  che  egli  fu  «  poeta  forte  e  profondo  per  idee,  finissima 
nella  forma  quasi  greca»,  fu  «il  vero  vate  della  nostra  gloriosa  epopea»;  in 
lui  si  trovarono  a  coesistere  «dette  due  correnti  filosofiche  contrarie»,  né  po- 
terono fondersi,  benché  «  egli  appaia  poi  da  tutto  il  suo  epistolario  e  dalla 
condotta  tenuta,  liberale  si,  ma  cattolico  »  ;  Umberto  Valente,  La  rinunzia  del 
Magalotti  alla  vita  ecclesiastica,  è  qui  chiarita  con  passi  di  lettere  dello  stesso 
scenziato  toscano,  del  Leibniz  e  di  altri;  Francesco  Biondolillo,  Due  poetiy. 

La  Rassegna.  XXV,  II,  6 


'188  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

<jiuseppe  Longo  e  Gerlando  Lentini,  autori  entrambi  di  ben  conteste  Elegie; 
Francesco  Carrozza,  Bedros  Turian  e  Giacomo  Leopardi  accostano,  in  un  pa- 
rallelo che  al  Carrozza  pare  del  tutto  e  ragionevolmente  insussistente,  due 
^studiosi  dell'infelice  poeta  Turian,  di  Costantinopoli.  I  due  studiosi  sono  Hrand 
Nazariantz  e  F.  Nitti-Valentini,  che  al  Turian  dedicano  un  volume  (Bari,  La- 
terza, 1915).  —  (25  marzo)  Adolfo  Faggi,  Le  digressioni  psicologiche  nei  *  Pro- 
messi sposi  *  ;  Giovanni  De  Caesaris,  Pasquale  Villari,  'L'Italia  e  la  civiltà», 
articolo  complessivo  attorno  l'operosità  letteraria  e  civile  del  grande  storico; 
Achille  Pellizzari,  Ancora  Petrarca  e  Camoens:  a  proposito  dell'art,  di  Matteo 
Cerini  surricordato,  nel  quale  veniva  sostenuta,  con  argomenti  identici,  la  stessa 
tesi  che  il  Pellizzari  aveva  dimostrata  or  son  vari  anni  in  un  suo  studio  di 
letteratura  comparata,  tutt'altro  che  ignoto  al  Cerini;  V.  G.  Gualtieri,  Le  spie 
in  Dante:  a  proposito  dei  vv.  10-15  del  C.  34  dell'Inferno.  —  (1  aprile)  Federico 
Olivero,  «  Kubla-Kan  »  di  S.  T.  Coleridge:  ivi  si  ha,  per  cosi  dire,  la  pratica 
attuazione  artistica  dell'assioma  estetico  proprio  del  Coleridge  stesso:  «gli 
affetti  più  grandiosi  e  solenni  vengono  ottenuti  dove  l'immagine  non  ha 
il  compito  di  produrre  una  forma  distinta,  ma  di  eccitare  un  forte  lavorio 
•della  mente  »;  Gerolamo  Lazzeri,  Un  romanzo  comico  di  Virgilio  Brocchi, 
€  cioè  La  bottega  degli  scandali,  appendice,  e,  al  tempo  stesso,  integrazione 
del  precedente  L'Isola  sonante;  Gioachino  Brognoligo,  Di  libro  in  libro,  tratta 
delle  Lettere  a  Virginia  di  Fr.  De  Sanctis,  edite  dal  Croce,  e  di  Carlo  Cipolla, 
commemorazione  di  Giuseppe  Biadego  ;  Sossio  Gigliofiorito,  Un  naufrago  della 
gloria?  Allo  studio  polemico-critico,  che  Domenico  Zangani  conduce  intorno  a 
cotesto  naufrago  letterario  (Napoli,  Morano),  Giangrisostomo  Scarfò,  che  si 
qualificò  dottore  teologo  Basiliano,  e  che  certo  fu  un  plagiario  infaticato,  qui  si 
aggiungono  notevoli  notizie  e  riferimenti  ;  Alfredo  Segrè,  Altre  fonti  Carducciane  ? 
e  più  propriamente  citazioni  di  spunti  carducciani,  che  adombrano  luoghi  del 
Leopardi.  —  (8  aprile)  Guido  Mazzoni,  Singolari  preveggenze  guerresche,  riscon- 
trate, e  acutamente  rilevate,  nel  poema  francese  (tradotto  in  italiano  da  Bernardo 
Bellini)  in  dieci  canti  su  L'arte  della  guerra,  di  Pietro  Antonio  Dupont,  vissuto 
ai  tempi  di  Napoleone;  Francesco  Picco,  Una  storia  critica  della  Letteratura 
italiana,  e  cioè  quella  allestita  in  monografie  dal  Principato  di  Messina;  Angelo 
Ottolini,  Sugli  ultimi  versi  del  «  Congresso  di  Udine  »  di  V.  Monti,  chiarisce  il  la- 
vorio del  Monti  sul  suo  testo  poetico  nelle  successive  ristampe  della  canzone; 
Francesco  Gerace,  Un  repertorio  pel  *  Teatro  dei  piccoli*.  —  (15  aprile)  Carlo 
Grimaldo,  Una  grande  lezione  del  passato:  per  la  grandezza  e  la  floridezza  di  Ve- 
nezia, «  lezione  »  che  viene  ricavata  dalla  storia  del  periodo  più  glorioso  della 
\grande  repubblica  lagunare;  E.  Gerunzi,  //  canto  dei  lanzi:  esso  in  Firenze,  tra  i 
«  molti  canti  delle  arti,  anche  delle  più  umili  e  strane  »,  contenenti  un  tesoro  di 
nomi  tecnici  e  propri  riferentisi  alle  arti  stesse,  si  distingue  per  il  suo  italiano 
tedescheggiante,  ed  è  proprio  non  solo  dei  soldati  di  ventura,  «  ma  in  generale 
di  tutti  i  tedeschi,  che  scendevano  in  cerca  di  avventure  e  portavano  in  Italia 
oggetti  indigeni  da  vendere  o  esercitavano  arti  e  mestieri».  Alcuni  di  tali  canti 
son  qui  illustrati  ;  Ferdinando  Ronchetti,  Ancora  Dante  e  le  spie,  note  polemiche; 
Matteo  Cerini,  Petrarca  e  Camoens,  a  cui  risponde,  chiudendo  la  polemica  let- 
teraria. Achille  Pellizzari  col  suo  Punto  e  basta  !  dove  egli  ribadisce  nettamente 
i  suoi  convincimenti  estetici,  e  le  affermazioni  critiche  esposte  in  un  n.°  pre- 
cedente. —  (22  aprile)  Antonio  Pilot,  Detti  e  fatti  memorabili  del  popolo  vene- 
ziano nel  1848-49;  Francesco  Picco,  Umana,  rassegna  di  un  voi.  di  versi  di  tal 


I 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  189 

titolo,  di  Diego  Valeri;  Arrigo  Cajumi,  VilUers  de  l'Isle-Adam:  ne  considera, 
dopo  averne  date  sommarle  notizie  biografiche,  l'opera,  soprattutto  Axèl, 
dramma  che  mostra  come  «  la  bellezza  ed  il  fascino  della  vita  abbiano  attratto 
un  idealista  quale  fu  il  V.,  che  ha  potuto  disprezzare  la  società  e  gli  uomini, 
ma  non  rimanere  insensibile  alla  natura,  per  lui,  credente,  la  più  meravigliosa 
opera  dell'essere  supremo».  —  (29  aprile)  Tommaso  Sillani,  La  passeggiata 
archeologica;  Camillo  Antona-Traversi,  Ugo  Foscolo  e  i  suoi  traduttori,  a  pro- 
posito del  Jacopo  Ortis  tradotto  da  Alessandro  Dumas  padre.  [Fr.  P.]. 

108.  Grande  Revue,  la:  (XXI,  2)  Aurei,  La  jeune  Italie:  une  guerre  d'indi- 
nation;  J.  Ernest  Charles,  La  vie  littéraire;  Louis  Laloy,  La  vie  théàtrale.  [Ger.  L.]. 

109.  Illustrazione  italiana,  V  :  (1917,  28  gennaio)  G.  Buffa,  //  pittore  Luigi 
ConconL  —  (25  febbraio)  Un  sonetto  inedito  di  G.  D'Annunzio.  [N.  V.]. 

110.  Lectura,  la:  (1917,  febrero)  Fernando  de  los  Rios  Urruti,  Una  obra 
pòstuma  de  don  Francisco  Giner:  la  notevole  opera  postuma  di  quell'insigne 
studioso  che  fu  il  Giner,  s'intitola  La  Universidad  espanola,  e  vi  è  trattato  in 
tre  parti  distinte,  della  storia  dell'Università  e  della  cultura  generale  in  Ispagna, 
delle  condizioni  attuali  dell'insegnamento  universitario,  e  di  ciò  che  l'Univer- 
sità ha  da  diventare,  per  essere  una  forza  attiva  nel  progresso  nazionale.  La 
severa  analisi  fatta  dal  Giner  conviene  per  molti  rispetti  anche  alle  istituzioni 
nostre:  l'Università  spagnola  ha  tuttavia  i  congegni  amministrativi  che  le  furon 
creati  verso  la  metà  del  secolo  scorso  (legge  Casati  iberica);  ed  «  hoy  por 
hoy,  no  es  corporación  social  de  profesores  y  alumnos,  corno  en  sus  buenos 
tiempos  .  . .  sino  un  centro  administrativo  del  Estado,  compuesto  exclusivamente 
de  profesores  oficiales,  esto  es,  nombrados  por  el  Gobierno  casi  siempre, 
mediante  oposición,  a  fin  de  preparar  para  los  exàmenes  y  grados  de  las 
profesiones  correspondientes  a  aquellos  estudios,  explicando  ciertas  «  asigna- 
turas»,  cuyas  llneas  generales  establece  y  aprueba  el  Estado  mismo  —  o  lo 
pretende,  al  menos.  —  En  su  actual  concepción,  siendo  lo  que  son  nuestras 
Universidades,  si  se  suprimiese  el  examen,  aun  sin  conceder  la  libertad  pro- 
fesional  (que  es  otra  cosa,  pues  cabe  bien  lo  uno  sin  lo  otro),  casi  no  se 
comprenderla  que  las  siguiese  habiendo;  y  mas  de  una  vez  se  ha  sostenido 
dentro  de  ellas  està  razón  para  mantener  aquellas  pruebas.  —  Sin  exàmenes 
—  se  dice  —  i  quién  estudiaria?  Habria  que  cerrar  las  Universidades>.  —  Lo 
studente  è  dunque  un  «  professionale  »  degli  esami,  al  quale  in  realtà  importa 
non  già  sapere,  bensì  essere  approvato  in  qualsiasi  modo.  È  interessante  e 
veritiero  anche  il  bozzetto  psicologico  che  il  Giner  traccia  della  vita  menata 
dagli  studenti  spagnoli:  «La  mayoria  de  nuestros  estudiantes  pertenece  a  las 
clases  medias;  hace  mucha  vida  de  teatro,  de  café,  de  casino,  de  ateneo,  a 
veces;  casi  ninguna  de  campo;  va  a  los  toros;  nada  de  juegos  ni  ejercicios 
corporales;  otro  tanto  de  viajes  y  excursiones;  aparte  los  periódicos,  lee  poco, 
y  esto,  principalmente,  novelas;  y  suele  tener,  en  una  proporción  media,  los 
vicios  y  virtudes  propios  de  la  masa  masculina  de  nuestro  pueblo.  Sufre  alegre, 
casi  sin  enterarse,  parte  por  la  austera  sobriedad  de  la  raza,  parte  por  su 
atraso,  el  sucio  hospedaje  y  mala  bazofia  a  que  los  mas  tienen  que  atenerse 
es  politico  y  patriota  en  todos  los  sentidos,  desde  el  mas  puro  y  noble  al 
pésimo».  Agli  inconvenienti  attuali  dell'ordinamento  universitario  spagnolo,  il 


190  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

Qiner  propone  i  seguenti  rimedi:  1°,  respingere  sempre  più  in  seconda  linea' 
la  preparazione  puramente  professionale,  dando  sempre  maggiore  importanza^ 
alla  funzione  scientifica  degli  insegnanti  e  degli  scolari;  2°,  rendere  sempre 
pili  intimi  i  rapporti  fra  le  varie  Facoltà,  stabilendo  anche  corsi  comuni  agli 
studenti  delle  une  e  delle  altre;  3°,  attendere  maggiormente  all'educazione  degli 
scolari,  fondendo  assieme  il  tipo  scientifico  dell'università  tedesca  col  tipo 
umanistico  dell'Università  inglese;  4°,  e  quindi  chiamar  gli  studenti  a  parteci- 
pare all'amministrazione  e  tecnica  e  scientifica  dell'Università;  J.  Deleito  y 
Pifluela,  recensione  della  Historia  de  la  Lengua  y  Liieratura  Castellana,  di  Julio 
Cejador  y  Frauca.  —  (Abril)  Gonzalo  J.  de  la  Espada,  El  espanol  en  Japón: 
vi  si  apprende  che  la  lingua  spagnola  è  insegnata  officialmente,  nel  Giappone,, 
in  due  scuole  superiori  di  commercio  e  nella  Scuola  di  lingue  straniere  di 
Tokio,  mentre  d'italiano  v'è  cattedra  solo  in  quest'ultima.  Sono  interessanti* 
le  notizie  sulla  vita  che  menan  di  solito  gli  studenti  giapponesi.  [A.  P.]. 

111.  Lettura,  la:  (1917,  gennaio)  Pietro  Croci,  //  poeta  del  martirio  belga 
(Emilio  Verhaeren).  —  (Febbraio)  Piero  Barbera,  Italiani  svizzeri.  —  I  Piota  : 
rassegna  di  artisti,  specialmente  pittori,  del  Canton  Ticino;  E.  L.  Grandi,. 
La  sibilla  scomparsa  :  Anna  Vittorina  Savigny,  nota  collo  pseudonimo  di  Madame 
de  Thèbes,  di  cui  son  curiosi  certi  giudizi  e  predizioni  su  alcuni  letterati  fran- 
cesi. —  (Marzo)  G.  A.  Bianchi,  Luigi  Conconi,  il  pittore  lombardo  morto- 
recentemente.  [N.  V.]. 

112.  Lilia:  (1916,  2)  A.  Licitra,  //  poema  dell'Emigrazione  nei  canti  di  Gio- 
vanni Pascoli:  commossa  conferenza  tenuta  agli  italiani  emigrati  a  La  Piata, 
su  l'autore  di  Italy  e  di  Pietole,  poemetti  che  sono  studiati  dal  L.  molto  a  pro- 
posito e  con  penetrazione.  —  (3-4)  Giorgio  Occhipinti,  Le  *lirichi  siciliani*  di 
G.  B.  Marini:  tratta  in  breve  delle  varie  rime  dialettali  di  un  omonimo  sici- 
liano del  celebre  secentista,  nato  a  Ragusa  dove  mori  nel  1875,  il  quale  si  rivela^ 
freddo  ma  non  dozzinale  imitatore  del  Meli.  [F.  S.]. 

113.  Marzocco,  il:  (XXII,  5)  G.  S.  Gargano,  Riconoscimenti:  recensione  dei- 
bel  volume  di  Sidney  Low,  Italy  in  the  war,  London,  1916;  Bruno  Guyon, 
Questioni  toponomastico-linguistiche,  polemica  con  Giovanni  Trinco  a  proposito 
dell'interpretazione  di  alcuni  nomi,  come  Lubiana,  ecc.;  G.[iovanni]  R.[abizzani], 
Raspollature  critiche:  vi  si  parla  dell'opuscolo  attribuito  a  Plutarco,  Della 
educazione  dei  figlioli,  recentemente  tradotto  e  annotato  col  testo  a  fronte,  a 
cura  di  Hilda  Montesi  (cfr.  Notiziario,  n.  139)  e  del  grosso  volume  di  Luigi  Russo 
su  Pietro  Metastasio  (cfr.  qui  dietro  le  pp.  140  e  segg.).  —  (6)  Gustavo  Friz- 
zoni,  Bibliografìe  :  discorre  del  recente  volume  di  Francesco  Malaguzzi  Valeri 
su  La  Corte  di  Lodovico  il  Moro:  Gli  artisti  lombardi.  —  (7)  Aldo  Sorani,  Per 
l'alfabeto;  Giovanni  Calò,  C'est  la  faute  à  Kant...:  esamina  la  filosofia  di 
Kant  in  relazione  alla  guerra  europea;  X,  Come  sarà  sistemata  la  biblioteca 
Chigi  ?  —  (8)  Giovanni  Rosadi,  Tito  Lessi,  art.  commemorativo  del  compianto 
pittore  fiorentino  ;  G.  S.  Gargano,  Per  la  vittoria  anche  della  morale;  Giuseppe 
Lipparini,  Cesare  Zanichelli,  affettuoso  necrologio  del  compianto  editore  ;  Aldo 
Sorani,  Saggi  antitedeschi  di  Woodrow  Wilson,  recensione  del  volume  di  saggi 
storici  e  letterari  del  Presidente  degli  Stati  Uniti,  Mere  literat,  and  other  Ess.'y 
Diego  Angeli,  Ottavio  Mirbeau,  art.  commemorativo  sul  forte  scrittore  fran- 
cese. [Ger.  L.]. 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  191 

114.  Modem  Philology:  (XIV,  6)  B.  Fairley,  Heinrich  voti  Kleist;  J.  E.  Gil- 
iet,  The  vogue  of  literary  theories  in  Germany  front  1500  io  1730:  è  un  excursus 
utile  alla  conoscenza  della  storia  della  critica  letteraria,  con  richiami  anche  a 
vecchi  libri  italiani  e  citazioni  dal  noto  lavoro  della  Spingarn  ;  G.  P.  Jackson, 
The  rhythimic  form  of  the  german  folk-sangs:  è  la  fine  d'uno  studio  importante 
di  metrica,  intorno  alla  poesia  popolare  tedesca,  ricco  di  riproduzioni  di  spunti 
'melodici.  —  (7)  A.  C.  L.  Brown,  From  Cauldron  of  Planty  io  Grail;  E.  A. 
Peers,  The  authorship  of  certain  prose  works  rscribed  to  Antoine  de  la  Sale: 

.«i  tratta  delle  Quinze  joies  de  mariage  e  delle  Cent  nouvelles  nouvelles  ;  J.  L. 
Barker,  End  consonants  and  breath-control  in  French  and  English;  R.  C.  Whit- 
iotd,  Two  notes  of  Madame  de  Stael,  cioè  due  brevi  lettere  della  scrittrice, 
'l'una  a  Carlo  Mazzon  (mediocre  letterato,  noto  soprattutto  per  certa  sua  pole- 
mica col  Kotzebue),  scritta  a  Coppet  il  3  agosto  del  1800,  l'altra  a  Roberto 
Wilson  (generale  inglese  ai  servigi  della  Russia),  scritta  a  Stoccolma  il  12  di- 
cembre del  1812.  [F.  F.]. 

115.  Nazione,  la:  (1917,  6  aprile)  Ferruccio  Boffi,  Di  alcune  vicende  elettorali 
di  Francesco  De  Sanctis  (con  documenti  inediti)  :  si  riferisce  alla  lotta  elettorale 
avvenuta  nel  Collegio  di  San  Severo  il  maggio  1866,  attorno  la  quale  porge 
alcuni  particolari  curiosi.  Fra  i  documenti  è  notevole  la  lettera  in  data  del 
22  maggio  1866,  con  cui  il  De  Sanctis  pregava  il  Sindaco  di  Serracapriola  di 
voler  ringraziare  gli  elettori  per  la  fiducia  dimostratagli  eleggendolo  deputato. 
—  (9  aprile)  Ferruccio  Boffi,  La  «  Carriera  »  politica  di  Giovanni  Pascoli.  La 
cittadinanza  onoraria  livornese:  notevoli  notizie  sulle  vicende  «  politiche  >  del 
P,,  dal  suo  arresto  per  grida  sediziose  nel  1879  (rimase  in  carcere  per  oltre 
tre  mesi),  alla  sua  elezione  a  consigliere  comunale  di  San  Mauro  di  Romagna, 
nel  luglio  1907.  La  carriera  politica  del  massimo  poeta  contemporaneo  non  fu, 
,per  sua  e  nostra  fortuna,  molto  brillante.  [A.  P.]. 

116.  Nuova  Antologia:  (1917,  16  gennaio)  Antonio  Fradeletto, /?ea/tó  e /cfea- 
lità  nella  politica:  a  parte  le  conclusioni  e  le  deduzioni  ricavate  dalla  considera- 
zione dell'ora  presente,  questo  discorso  tenuto  lo  scorso  giugno  nella  solenne 
adunanza  del  R.  Istituto  veneto  di  Scienze,  Lettere  ed  Arti,  è  qui  segnalabile 
per  le  premesse  storiche  e  letterarie  dalle  quali  prende  le  mosse,  rifacendosi 
l'A.  dalle  massime  del  Machiavelli,  in  ispecie  da  quelle  sancite  nel  Principe,  e 
pervenendo  a  quelle  enunciate  e  caldeggiate  dal  Mazzini.  «  La  concezione  del 
Machiavelli,  scrive,  fu  capovolta  nel  sec.  XIX  dal  Mazzini.  Mentre  il  Machia- 
velli aveva  creduto  di  poter  scomporre  anche  i  problemi  d'ordine  morale  in 
elementi  politici,  il  Mazzini  attribuisce  anche  ai  problemi  politici  un'essenza  mo- 
rale >.  Da  ultimo,  prima  di  passare  all'analisi  pratica  del  problema  attuale,  at- 
tinge nuove  riflessioni  dall'opera  del  Conte  di  Cavour,  del  quale  ritesse  la 
psicologia,  con  la  scorta  degli  ultimi  studi  ;  Giuseppe  Tarozzi,  Un  critico:  Al- 
fredo Galletti:  esordisce  con  un  profilo  per  cosi  dire  della  critica  moderna,  della 
quale  segnala  le  opposte  tendenze,  per  concludere  che  da  tale  «  conflitto  di- 
sordinato e  in  gran  parte  irragionevole  sembra  che  siamo  usciti  per  sempre  » , 
e  che  «  il  merito  maggiore  deve  essere  dato  a  pochi  giovani  che,  specialmente 
nell'ultimo  decennio,  hanno  saputo  valersi  per  la  loro  cultura  di  tutti  i  risul- 
tati che  nelle  loro  varie  correnti  le  scuole  critiche  antecedenti  avevano  forniti 
'6  di  tutte  le  abilità  che  esse  avevano  formate  ed  affinate  ».  Essi  «  seppero  met- 


192  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

tere  a  profitto  deirinterpretazione  diretta  delle  opere  letterarie  la  loro  stessa 
ispirazione  di  poeti,  il  loro  abito  di  ricerca  positiva  e  sicura,  il  loro  pensiero- 
nudrito  alle  correnti  filosofiche  del  tempo,  ed  anche  la  loro  coscienza  di  uominr 
e  di  cittadini...».  Tra  questi  critici  nuovi  il  T.  colloca  A.  Galletti,  riscon- 
trando in  lui  —  con  l'analisi  ragionata  che  sùbito  dopo  reca  del  suo  recente 
libro  di  Saggi  e  Studi  (per  il  quale  v.  qui  dietro  le  pp.  151  e  segg.)  —  talr 
abiti:  «forza  di  pensiero  profondamente  moderno,  ardimento  e  fecondità  di 
indagine  e  di  interpretazione,  intelletto  di  poeta,  abbondante  ed  intima  cono- 
scenza delle  varie  letterature  europee,  agilità  e  potenza  di  pensiero,  anche* 
filosofico  »  ;  Giacomo  Boni,  //  tempio  di  Giove  Vittorioso  sul  Palatino  ;  Annibale 
Pastore,  La  vita  è  un  sogno  :  rende  conto  dei  due  poderosi  volumi  calde- 
roniani  di  Arturo  Farinelli,  cosi  intitolati  (Bocca,  Torino),  rilevando  che  «  la 
millenaria  sentenza  inspira  al  F.  una  mirabile  sinfonia  poetica,  per  cui  il 
dramma  di  Calderon,  tessuto  sull'antichissima  fiaba  orientale  del  dormente 
destato  in  una  falsa  vita,  non  è  che  un  semplice  pretesto».  L'opera  mostra 
nel  Farinelli  «  un  cuore  notturno  sensibile  all'eccesso,  che  trova  nelle  opere 
d'arte  lo  strumento  della  sua  musica  interiore,  una  mente  di  fuoco,  insoffe- 
rente d'ogni  giogo,  per  la  critica  erudita  sorprendente,  per  la  filosofia  avida 
d'afferrare  l'idea  della  vita  e  delle  cose  come  una  cosa  vitale»;  Giorgio 
Barini,  Francesco  Paolo  Tosti,  con  notizie  intorno  all'artista  e  cenni  sulla  sua 
arte.  —  (10  febbraio)  Giacomo  Barzellotti,  Giacomo  Leopardi  fu  classico  o  roman- 
tico?: premesso  che  il  grande  recanatese  sfugge  a  tutte  le  comode  categorie  in 
cui  gli  scolastici  della  critica  e  della  filosofia  credono  di  poter  chiudere  anche 
gl'ingegni  più  originali  e  potenti,  per  classificarli  e  ridurne  al  facile  «  sempli- 
cismo »  di  poche  loro  formule  il  valore  e  la  posizione  storica,  mostra  come 
siano  assolutamente  insufficienti,  se  presi  alla  lettera,  i  soliti  termini  di  clas- 
sicismo e  di  romanticismo  a  delimitare  e  determinare  la  posizione  che  il  Leo- 
pardi tiene  nell'arte  e  nel  pensiero  dei  suoi  tempi,  posizione  ben  nettamente 
delineata  dopo  la  pubblicazione  dei  Pensieri.  In  questo  Zibaldone,  il  L.  si  pose 
risolutamente  dalla  parte  dei  classicisti  contro  i  romantici  ;  dalia  meditazione 
di  essi  si  rileva  però  anche  «  per  quali  ragioni  dipendenti  dal  suo  tempera- 
mento di  poeta  e  dalla  struttura  della  sua  mente,  egli,  ammiratore  com'era 
degli  antichi  e  delle  forme  dell'arte  classica,  da  cui  deriva  la  sua,  stia  su  una 
linea  di  orientazione  ideale  letteraria  e  critica,  divergente  da  quella  su  cui 
stava  il  neo-classicismo  dei  suoi  tempi.  È  la  linea  storica  segnata  dal  pensiero 
filosofico  del  Rousseau».  Lo  scritto  del  Barzellotti,  pur  toccando  d'una  que- 
stione trita  e  ritrita,  reca  nell'esame  delle  teorie  leopardiane  in  rapporto  a 
quelle  del  filosofo  francese,  novità  di  vedute  ed  acutezza  di  indagini,  ed  è  buona 
primizia  del  nuovo  volume  a  cui  il  B.  attende  su  Giacomo  Leopardi  poeta  filosofo; 
L.  Bodio,  Paolo  Leroy  Beaulieu  (1843-1916)  da  Saumur,  che  ebbe  nel  mondo 
degli  studiosi  di  economia  una  notorietà  universale:  profilo  biografico  e 
sobria  illustrazione  della  sua  operosità  scientifica;  Eugenio  Rignano,  Per  una 
quadruplice  intesa  scientifica  :  propugna  l' idea  di  iniziare  fin  d'ora  «  la  guerra 
pacifica»,  che  dovrà  seguire  all'attuale  cruenta,  e  sarà  guerra  di  liberazione 
dalla  egemonia  germanica  anche  nel  campo  scientifico.  Ne  determina  i  fini  e 
i  modi;  Primo  Levi  l'Italico,  Luigi  Conconi:  sbozza  la  figura  fisica  e  morale,, 
dà  cenni  illustrativi  dell'arte  squisita  di  questo  pittore  seguace  di  Tranquillo 
Cremona.  —  (16  febbraio)  Graziano  Paolo  Clerici,  Nuove  lettere  giordaniane, 
a  Cesare  Cabella,  di  cui  si  reca  un  bel  ritratto:  con  persuasivi  esempi  si  di- 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  19^ 

mostra  come  l'epistolario  messo  insieme  dal  Gussalli  abbia  ricevuto  offese  e 
deturpazioni  tali  da  richiedersi  una  vera  e  propria  ristampa  integrale  delle 
lettere  castrate;  come  della  immensa  mole  di  lettere  uscite  dalla  penna  de!^ 
fecondissimo  epistolografo  piacentino  convenga,  di  sui  manoscritti  stessi,  sparsi, 
e  dispersi,  far  utile  scelta  ;  conclude  che  solo  dalla  meditazione  delle  innumeri- 
pagine  del  rinnovato  epistolario  del  Giordani  sarà  possibile  attingere  gli  ele- 
menti per  la  sua  biografia:  e  assennatamente  avverte:  «questa  biografia  cri- 
tica difficilissima»,  che  dovrà  ritrarre  un  uomo  che  è  «una  sintesi  stupefacente 
di  contradizioni  morali  e  psicologiche»,  che  ebbe  «un'anima  complessa» 
quant'altra  mai,  sarà,  «  tra  le  biografie,  la  cosa  più  ardua  che  sia  stata  scritta: 
sinora»,  dovendo  ritrarre  un  soggetto  «  prismatico,  proteiforme,  tutto  fulgori  e 
tutto  ombre».  Vi  attende  «un  concittadino  del  Giordani,  da  oltre  un  decennio 
e  con  preparazione  adeguata,  il  prof.  Stefano  Fermi  »  ;  Antonio  Zardo,  //  Ce- 
sarotti e  i  suoi  avversari,  analisi  utile  agli  studiosi  delle  annose  controversie 
sulla  nostra  lingua;  V.,  Verner  von  Hendenstam,  poeta  svedese  consacrato  alla 
fama  mondiale  dal  premio  Nobel,  conferitogli  per  il  1916.  —  (1°  marzo)  Pom- 
peo Molmenti,  Le  Relazioni  tra  patrizi  veneziani  e  diplomatici  stranieri,  studiate 
su  nuovi  interessanti  documenti,  che  permettono  di  sfatare  le  ingiuste  accuse 
lanciate  verso  la  Repubblica  Veneta,  la  quale,  secondo  taluni  storici,  o  malevoli 
o  ignoranti  (per  es.  quelli  che  attingevano,  come  il  Daru,  ad  apocrifi  Statuti  della 
Inquisizione  di  Stato),  ebbe  a  strumento  del  suo  governo  le  spie,  le  carceri  e  i. 
carnefici.  Questo  saggio  va  rilevato  dal  punto  di  vista  letterario  per  ciò  che 
in  esso  è  detto  della  storia  in  versi  di  Venezia,  ben  dissimile  da  quella  reale 
e  autentica,  che  distrugge  le  poetiche  leggende  romantiche,  care  ad  autori  piccoli i 
e  grandi  (Niccolini,  Byron,  Victor  Hugo,  Manzoni,  ecc.);  Giuseppe  Albini, 
Per  gli  studenti  morti  in  guerra,  orazione  commemorativa  tenuta  nell'Ateneo 
di  Bologna  in  occasione  delle  lauree  ad  honorem  ivi  concesse  (9  gennaio 
1917);  Giacomo  Boni,  La  flora  delle  ruine;  F,  Sapori,  L'Italia  e  la  nostra  guerra 
nell'opera  di  uno  scrittore  francese:  Gabriel  Paure.  —  (P  aprile)  Arturo  Fa- 
rinelli, La  tragedia  di  Ibsen,  parte  prima  di  un  saggio,  in  continuazione  ;  Ettore 
Ciccotti,  Per  l'incremento  della  coltura  in  Italia,  notevole  anche  per  quanto  vi  si. 
legge  circa  la  scuola  elementare,  media,  universitaria,  nonché  attorno  l'istru- 
zione popolare  extra-scolastica,  in  rapporto  ai  progressi  della  scienza  e  alla 
sua  volgarizzazione;  Gino  Monaldi,  Cantanti  celebri  d'oggi,  note  e  notizie  utili, 
per  la  storia  del  «  bel  canto  »  sul  teatro  nostro.  —  (16  aprile)  Ernest  H.  Wilr 
kins.  Per  l'Intesa  culturale  italo-americana;  Antonio  Munoz,  Le  Impressioni  ro- 
mane del  Velasquez  e  la  mistificazione  di  un  critico  tedesco,  dove  il  M.,  pren- 
dendo le  mosse  da  un  precedente  articolo  sull'argomento,  apparso  nella  stessa 
N.  A.  (cfr.  Rassegna,  XXV,  pp.  63  e  seg.),  mostra  come  «le  memorie  di  Diego 
Velasquez  non  sono  altro  che  una  pura  per  quanto  poco  spiritosa  invenzione 
dello  scrittore  tedesco  Carlo  Justi»,  che  le  pubblicò  nella  sua  grande  opera, 
intorno  al  pittore  spagnolo  edita  a  Roma,  nel  1903,  facendole  credere  desunte 
da  «certi  brani  di  memorie  scritte  dallo  stesso  artista».  È  un  diario  inedito, 
inventato  di  sana  pianta  . . .  Aveva  buon  gioco  il  Frizzoni,  nel  rilevarne,  giusta- 
mente leinconseguenze,  che,  pur  cadendo  nel  tranellotesoglidall'arcidottissimo,. 
ma  non  egualmente  coscienzioso,  critico  tedesco,  trovava  inesplicabili.  [Fr.  P.]. 

117.  Nuova  rivista  storica:  (1,  1)  Giuseppe  Fraccaroli,  La  storia  nella 
vita  e  nella  scuola:  primizia  di  un  libro  del  F.  di  prossima  pubblicazione,  che 
avrà  per  titolo:  L'educazione  nazionale;  Ettore  Rota,  Razionalismo  e  storicismo i 


194  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

Rapporti  di  pensiero  tra  Italia  e  Francia  avanti  e  dopo  là  rivoluzione  francese, 
cont. ;  Guido  Porzio,  La  più  antica  aristocrazia  corintiaca:  I  Bacchiadi,  cont.; 
Georges  Platon,  //  proletariato  intellettuale  tedesco  nel  secolo  XVI  e  la  Rifor- 
ma protestante  ;  Ettore  Rota,  La  guerra  europea  e  il  problema  delle  sue  cause  ; 
Bollettino  bibliografico  :  contiene  uno  spoglio  delle  Memorie  accademiche  e  dei 
libri  pubblicati  nel  biennio  1915-16,  nonché  degli  articoli  di  carattere  storico 
apparsi  sulle  Riviste  del  1916,  in  gran  parte  fatica  personale  di  Paolo  Terruzzi, 
che  l'ha  cosi  diviso:  I.  Teorica  e  metodica  della  storia.  Storia  della  storia; 
II.  Preistoria;  III.  Civiltà  e  storia  dell'Evo  antico.  Impero  bizantino;  IV.  L'Italia: 
Medioevo;  V.  Italia:  Comuni  e  Repubbliche  marittime;  VI.  Italia:  Evo  mo- 
derno; VII.  Italia:  Risorgimento;  Vili.  Italia:  dal  1870  al  1914;  IX.  Italia:  Sto- 
rie locali;  X.  Austria;  XI.  Balcania;  XII.  Belgio;  XIII.  Danimarca;  XIV.  Francia; 
XV.  Germania;  XVI.  Giappone;  XVII.  Inghilterra;  XVIII.  Israeliti;  XIX.  Po- 
lonia; XX.  Russia;  XXI.  Stati  scandinavi;  XXII.  Stati  Uniti;  XXIII.  Svizzera; 
XXIV.  Rivoluzione  francese;  XXV.  Periodo  Napoleonico;  XXVI.  L'Europa  dopo 
il  1914;  XXVII.  Biografie  e  saggi  biografici;  XXVIIl.  Storia  della  cultura;  XXIX. 
Storia  economica;  XXX.  Storia  giuridica;  XXXI.  Storia  militare;  XXXII.  Sto- 
ria religiosa;  XXXIII.  Storia  diplomatica.  [Ger.  L.J. 

118.  Publications  of  the  Modem  Language  Association  of  America:  (XXXI, 
3)  H.  Schofield,  The  chief  historical  errar  in  Barbour  's  *Bruce»]  H.  Carrington 
Lancaster,  Relations  between  french  plays  and  ballets  from  1581  to  1650:  scritto 
da  additare  agli  studiosi  del  teatro  francese  ed  anche  del  nostro;  A.  B.  Ben- 
son,  Fourteen  unpublished  letters  by  H.  Crabb  Robinson:  a  chapter  in  his  appre- 
ciation  of  Goethe  ;  H.  E.  Mantz,  Non-dramatic  pastoral  in  Europe  in  the  eighteenth 
century:  non  trascurabile  contributo  alla  conoscenza  della  storia  della  poesia 
pastorale;  G.  R.  Coffman,  The  miracle  play  in  england-nomenclature ;  F.  Schoe- 
nemann,  Gustav  Falke,  cine  Stadie;  P.  F.  Banm,  The  mediaeval  Legend  of  Judas 
Iscariot:  ampio  ed  importante  lavoro,  metodicamente  condotto,  sulla  leggenda 
di  Giuda,  che  ogni  studioso  del  Medio  Evo  e  delle  tradizioni  popolari  potrà 
consultare  con  profitto.  —  (4)  C.  N.  Greenough,  The  development  of  the  Tatler 
particularly  in  regard  to  news;  J.  K.  Bonnel,  The  easter  *Sepulchrum>  in  its 
relation  to  the  architecture  of  the  high  aitar;  P.  W.  Long,  Spenser  and  the  bishop 
of  Rochester:  episodio  della  vita  dell'autore  della  Faerie  Queene;  N.  Foerster, 
Whitman  ns  a  poet  of  nature:  saggio  molto  interessante;  A.  Green,  The  opening 
of  the  episode  of  Finn  in  «iBeowulf*.  fF.  F.]. 

119.  Rassegna  d'arte  antica  e  moderna:  (a.  Ili,  fase.  1)  Bernardo  Berenson, 
V enigma  della  *  Gloria  di  Sant'Orsola*  del  Carpaccio:  si  propone,  medianti 
sottili  osservazioni  tecniche,  di  dimostrar  probabile  che  il  C.  non  abbia  dipinto 
il  suo  quadro  nel  1491,  come  si  rileva  dalla  data  e  dalla  firma,  ma  quasi  venti 
anni  più  tardi:  l'ardimento  della  tesi  lascia  tuttavia  alquanto  perplessi;  Luigi 
Angelini,  Affreschi  trecenteschi  scoperti  in  Bergamo,  nelle  adiacenze  del  già  Con- 
vento di  Santa  Marta;  Giorgio  K\zoAtm\,  San  Sisto  di  Piacenza;  «Vita  d'arte  », 
Gli  artisti  e  la  guerra.  —  (Fase.  2)  F.  Mason  Perkins,  Un  dipinto  del  Tintoretto, 
la  «Diana  con  i  suoi  cani»,  già  appartenuta  a  John  Ruskin,  ora  esposta  nel 
Museo  Fogg,  annesso  all'Università  di  Harvard  (beato  paese  !)  ;  Luca  Beltrami 
//  padre  di  G.  B.  Crespi,  detto  il  Cerano,  e  altre  notizie  d'Archivio  su  pittori 
lombardi,  notizie  su  Raffaele  Crespi,  Nicolò  da  Rho,  Cristoforo  Moretti  e  Ce- 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  195 

sare  Magni  o  De  Magnis;  Francesco  Malaguzzi  Valeri,  Sul  miniatore  frate 
Antonio  da  Monza,  vissuto  tra  la  fine  del  400  e  gl'inizi  del  500,  con  notizie  in- 
teressanti attorno  l'arte  della  miniatura  in  quell'epoca;  Arduino  Colasanti, 
La  tomba  di  Giovanni  Geraldini,  opera  di  Agostino  di  Duccio  ;  Alessandro  Del  Vita, 
Le  maioliche  ispano-moresche  del  Museo  di  Arezzo;  G.  Saccani,  Notizie  sul  pittore 
Bernardino  Orsi;  Vittorio  Pica,  Gli  odierni  maestri  del  bianco  e  nero,  Frank 
Brangwin,  Marius  Bauer,  M.  H.  Meunier:  va  ricordato  che  il  Brangwin  ha  al 
suo  attivo  molte  illustrazioni  per  le  novelle  di  Walter  Scott  e  pel  Don 
Chisciotte  di  Cervantes.  —  (Fase.  3)  Luca  Beltrami,  //  ritratto  di  Francois 
Girardon  del  pittore  Hyacinthe  Rigaud  ;  Gustavo  Frizzoni,  Un'opera  inedita 
di  Antonio  Rossellino,  una  mirabile  Madonna  col  Bambino,  esportata,  al 
solito,  dall'Italia,  e  recentemente  donata  al  Museo  dell' Ermitage,  a  Pie- 
trogrado;  Gaetano  Ballardini,  Note  intorno  ai  pittori  di  faenze  della  seconda 
metà  del  Cinquecento,  importante  articolo,  ricco  di  dati  nuovi  ed  interes- 
santi. —  (Fase.  4-5)  Bernardo  Berenson,  Un  altro  quadro  di  Giovanni  De  Ago- 
stini, due  busti  di  uomo  e  donna  giovani,  nel  Museo  di  Belle  Arti  a  Detroit 
(Michigan);  Giorgio  Bernardini,  Spigolature  nel  Magazzeno  della  Pinacoteca  Va- 
ticana: dipinti  di  un  artista  veneziano  e  di  un  emiliano  non  identificati,  e  di 
Bernardino  di  Mariotto,  Giovanni  Spagna,  Francesco  Melanzio,  Tiberio  di  As- 
sisi, Domenico  Alfani,  Antonio  da  Alatri,  Marco  Palmezzano,  Marco  Basaiti; 
Giorgio  Nicodemi,  Un  dipinto  significativo  di  G.  P.  Lomazzo,  la  «  Crocifissione  » 
di  S.  M.  delle  Grazie  in  Milano;  Emilio  Gussalli,  Il  palazzo  Fodri  di  Cremona; 
Francesco  Sapori,  //  Museo  Civico  di  Tivoli;  Alessandro  Del  Vita,  Di  alcune 
maioliche  del  Museo  di  Arezzo.  —  (Fase.  6)  F.  Mason  Perkins,  Due  quadri  inediti, 
e  cioè  «La  Vergine  e  il  Bambino»,  di  ignoto  autore  pregiottesco,  nella  Chiesa 
di  S.  Andrea,  a  Mosciano  presso  Firenze,  e  la  Vergine  e  il  Bambino»,  nella 
raccolta  di  Arturo  Sachs  a  New- York  ;  Bernardo  Berenson,  Una  Madonna  car- 
paccesca  a  Berlino,  nel  Museo  dell'Imperatore  Federico  ;  Enrico  Mauceri,  Pit- 
tori siciliani  del  secolo  XVIII  (a  proposito  di  alcune  opere  esistenti  in  Melilli)  ; 
Pietro  Piccirilli,  //  tesoro  del  Duomo  di  Aquila  e  alcune  opere  d'arte  senese.  — 
(Fase.  7)  Gustavo  Frizzoni,  Intorno  a  Lorenzo  Lotto  e  ad  una  sua  pala  smembrata, 
già  nella  Chiesa,  ora  nel  Municipio  di  Castelnuovo  nelle  Marche  ;  Giulio  Bel- 
vederi, L'affresco  del  chiostro  superiore  del  Collegio  di  Spagna,  in  Bologna  :  co- 
pia della  Santa  Famiglia  di  Raffaello  (Louvre),  eseguita  da  Biagio  Puppini  nella 
prima  metà  del  Cinquecento  ;  F.  Mason  Perkins,  Un  altro  quadro  primitivo  ine- 
dito :  *  Madonna,  Bambino  ed  Angeli  »,  di  autore  ignoto  del  primo  decennio  del 
Trecento,  nella  chiesa  di  San  Lorenzo,  a  Vicchio  di  Rimaggio,  presso  Firenze  ; 
Antonio  Munoz,  La  scultura  barocca  a  Roma.  Caratteristiche  generali  ;  Giorgio 
Nicodemi,  Un  disegnatore  italiano,  Giuseppe  Mazzoni,  al  quale  si  devono  dise- 
gni illustranti  il  Satyricon  di  Petronio,  l'Orlando  Furioso  di  L.  Ariosto,  ed 
opere  varie  di  Voltaire,  del  Batacchi,  del  Raiberti,  di  Oscar  Wilde.  [A.  P.J. 

120.  Rassegna  Nazionale  :  (1  febbraio  1917)  Orazio  Premoli,  //  cardinale 
Giovanni  da  Crema,  cont.  ;  Raffa  Garzia,  Attorno  al  Metastasio,  cont.  ;  Vittorio 
Righetti,  //  superuomo  romantico.  —  (15  febbraio)  A.  M.  Pizzagalli,  I  secoli  della 
storia  dell'India  ;  Raffa  Garzia,  Attorno  al  Metastasio,  cont.  e  fine  :  è  una  lunga 
e  minuziosa  recensione  del  noto  volume  di  Luigi  Russo  sul  Metastasio  (cfr. 
qui  dietro,  le  pp.  140  e  segg.)  ;  Carolina  Acerboni,  L'Infanzia  dei  principi  di 
Casa  Medici,  cont.  —  ^1  marzo)  Giuseppe  Checchia,  La  vera  critica  delle  fonti, 
a  proposito  di  pretese  imitazioni  carducciane:  ne  discorreremo  nel  Notiziario  del 


196  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

prossimo  fascicolo;  Giovanni  lannone,  Gabriele  Pepe  maestro  di  Napoleonidi; 
Vittorio  Riglietti,  //  superuomo  romantico,  cont.  e  fine  :  rifrittura  di  parecchi 
luoghi  comuni  ;  Bruno  Bassi,  /  Greci  al  tempo  delle  Crociate.  [Ger.  L.]. 

121.  Reggio  letteraria  :  (a.  I,  n,  3)  Severo  Peri,  Ricordi  di  letterati:  giudi- 
zioso scritto  ricordativo  del  Renier  e  del  Novati,  con  opportuna  valutazione 
della  loro  opera  critica  ed  erudita.  [A.  P.]. 

122.  Revue,  la  :  (XXVIII,  3-4)  Henri  Bergson,  Progrès  et  Bonheur  ;  Edouard 
Petit,  V Ecole  et  la  guerre;  M.  Aguiléra, Cervc/z/es  et  les  Allemands  ;  Henri  Mayer, 
A  propos  du  Théàtre  d'Hervieu.  —  (5-6)  Marius  Vachon,  La  guerre  artistique, 
cont.  ;  Albert  Cim,  Autour  du  travati  intellectuel,  cont.  e  fine.  [Ger.  L.]. 

123.  Revue  des  Deux  Mondes  :  (LXXXVII,  1)  Le  Marquis  de  Ségur,  Lajeunesse 
de  Madame  de  la  Pouplinìère.  1.  Une  lignee  de  comédiens  sous  la  monarchie  ;. 
André-Charles  Coppier,  Les  eaux-fortes  de  Rembrandt,  d'après  les  cuivres  origi- 
naux  récemment  découverts  ;  André  Beaunier,  Revue  littéraire  :  Émile  Verhaeren.  — 
(2)  Le  Marquis  de  Ségur,  La  jeunesse  de  Madame  de  la  Pouplinière.  2.  Le  ma- 
riage;  Pierre  Maurice  Masson,  Lettres  de  guerre:  pubblica  alcune  bellissimi 
lettere  del  giovane  studioso  del  Rousseau,  caduto  in  guerra.  [Ger.  L.]. 

124.  Revue  de  Paris,  la  :  (XXIV,  3)  Francis  de  Miomandre,  Émile  Verhaeren.. 
[Ger.  L.]. 

125.  Revue  hebdomadaire,  la:  (XXVI,  5)  Jacques  Leiller,  Pierre- Maurice 
Masson:  sulla  vita  e  l'opera  del  giovane  studioso  del  Rousseau,  morto  in 
guerra  —  (6)  Gaston  Bonnier,  Un  grand  Éducateur:  necrologio  di  Adrien  Ser- 
guette  —  (8)  Charles  Le  Goffic,  Nos  Poètes  :  les  morts  de  la  guerre  :  attorno  a 
Charles  Péguy,  Robert  d'Humières,  André  Lafon,  Gilbert  de  Gironde,  Marcel 
Blanchard,  Jean  L'Hiver,  Leon  Guillot,  Georges  Thellierde  Poucheville,  Charles 
Dumas,  Gauthier-Ferrières,  Joseph  de  JoannisPagan.  —  (9)  André  Maurel, 
Les  Écrivains  de  guerre:  Albert  de  Mun.  [Ger.  L.]. 

126.  Revue  hispanique:  (XXXIX,  95)  E.  Gigas,  Études  sur  quelques  *co- 
medias  »  de  Lope  de  Vega.  L  «  El  duque  de  Viseo  ».  —  (96)  Narciso  Alonso  Cortes, 
Notas  a  los  Cantares  populares  de  Castilla:  correzioni  a  un  articolo  pubbl.  nel 
voi.  XXXII,  87-147.  [M.  P.]. 

127.  Revista  nueva,  la:  (Panama,  1916)  Marco  Fidel  Suàrez,  Miguel  de  Cer- 
vantes: discorso  tenuto  per  invito  dell' Academia  Colombiana:  in  continuaz. 
Notevole. 

128.  Rivista  abruzzese:  (XXXII,  2)  C.  Guerrieri  Crocetti,  L'opera  di  Ernesto 
Monaci;  Luigi  Taberini,  Girolamo  Graziani  e  il  *  Conquisto  di  Granata  »,  cont. 'f. 
Giovanni  De  Cesaris,  La  lucerna  della  nonna  :  traduzione  in  endecasillabi  sciolti 
(col  testo  a  fronte)  del  poemetto  Aviae  lychnus  di  Antonio  Faverzano,  premiato 
con  la  medaglia  d'oro  nella  gara  poetica  hoeufftiana  del  1916.  —  (3)  Martino 
Martini,  Una  profanazione  dell'  «  Odissea  »  nella  tragedia  di  Gerardo  Hauptmann 
«  L'Arco  di  Ulisse  »  ;  Luigi  Taberini,  Girolamo  Graziani  e  il  «  Conquisto  di  Gra- 
nata*. [P.  N.]. 

129.  Rivista  delle  Nazioni  latine:  (1"  febbraio  1917)  Jlenri  Welschinger,  Un 
piano  filosofico  di  A  Thiers -,  J.[ulien]  L.[uchaire],  //  concetto  dello  sforzo  nella: 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  197 

cultura  di  domani;  Maurice  Wilmotte,  Relazione  letteraria  franco-spagnola  ;  Con- 
tessa Gloria,  Ilgusto  come  mezzo  di  influenza  tedesca.  —  (F  marzo  1917)  Jean  Ala- 
zard,  Emilio  Bertaux  :  breve  articolo  commemorativo  sul  compianto  storico  del- 
l'arte, che  tanto  amore  e  tanta  ammirazione  ebbe  per  l'arte  italiana  ;  Maurice 
Wilmotte,  Si  cambierebbe  piuttosto  il  cuore  di  posto  ...  :  ree.  del  recente  ro- 
manzo dello  scrittore  svizzero  Benjamin  Vallotton  :  On  changerait  plutót  le' 
coeur  de  place  . . .  (Paris,  Payot,  1916).  [Ger.  L.]. 

130.  Rivista  mensile  del  Touring:  (Gennaio  1917)  L.  V.  Bertarelli,  Una 
Guida  d'Italia  per  gli  stranieri,  fatta  con  intenti  seri  e  con  larghezza  di  vedute 
e  di  mezzi,  intesa  a  sostituire  il  celebre  Baedeker,  è  opera  di  italianità  e  di 
bella  divulgazione,  che,  volta  a  dar  più  precisa  nozione  della  patria  nostra  agli 
stranieri,  contribuirà  a  scopi  anche  intellettuali,  quando,  come  ci  auguriamo,  le 
sobrie  notizie  di  cultura,  di  storia  dell'arte  e  del  costume  ecc.,  siano  vagliate 
con  sicura  competenza;  G.  Antona-Traversi,  Vecchi  teatri.  —  (1  febbraio)  Alfonso 
Lazzarij  Nel  paese  del  dottor  Antonio,  briosa  rievocazione  illustrativa  dei  luo- 
ghi della  riviera  ligure  ove  è  posta  l'azione  idillica  del  popolare  romanzo  di- 
Giovanni Ruffini:  commento  estetico  e  storico  condotto  con  fine  giudizio  e 
con  agile  stile.  —  (Marzo)  Salvatore  Rosa,  //  Monumento  di  Trento  a  Dante  ;, 
Arturo  Caletti,  Gli  Slavi  nostri.  —  (Aprile)  Luigi  Giannitrapani,  Visioni  del 
Casentino:  rievoca  con  nitide  illustrazioni,  e  con  sobrie  note  dichiarative,  il 
piano  di  Campaldino,  di  dantesca  memoria,  la  Verna  con  la  bella  statua  di 
S.  Francesco,  Romena  con  le  sue  torri  dirute,  il  vasto  eremo  di  Camaldoli,  il 
bel  castello  di  Poppi,  le  case  di  Bibbiena,  il  sacro  monte  della  Verna,  luoghi 
famosi  e  panorami  superbi  ;  Enrico  Mauceri,  //  duomo  di  Cefalù,  con  copia  di 
figure  della  celebre  e  monumentale  cattedrale,  le  cui  origini  si  riattaccano  alle 
leggende  normanne  e  le  cui  forme  architettoniche  mostrano  la  strana  mesco- 
lanza dell'arte  orientale  con  l'arte  nordica.  [Fr.  P.]. 

131.  Rivista  d'Italia:  (gennaio  1917)  Francesco  Biondolillo,  /  poemi  giocosi 
e  satirici  del  Meli  (e  cioè  La  Fata  Galanti,  Don  Chisciotti  e  Sanciu  Panza,  e 
La  Criazioni  di  la  Munnu)  «artisticamente  non  differiscono  molto  fra  di  essi», 
risentono,  secondo  le  conclusioni  qui  affacciate,  tutti  dello  stesso  difetto  :  «  la 
preponderanza  dell'intelletto  turba  la  fusione,  che  il  poeta  vuole  operare  fra 
sentimento  e  raziocinio,  fra  intuizione  e  riflessione.  Fra  gli  elementi  insomma 
di  quell'arte,  che  fu  propria  del  Meli,  ma  in  ben  altre  opere  :  nelle  odi  e  nelle 
canzoni»;  Ezio  Levi,  /  *  Miracoli  della  Vergine*  nell'antica  letteratura  italiana, 
lucido  saggio,  che  costituisce  il  quarto  capitolo  ùtW Introduzione  al  libro  dei- 
*  Cinquanta  miracoli  della  Vergine*,  edito  dalla  R.  Commissione  dei  Testi  di 
lingua,  nella  collezione  bolognese  di  Opere  inedite  o  rare  ;  Piero  Nardi,  Renato 
Serra,  indagine  psicologica  e  artistica,  corredata  di  sobria  e  concisa  notizia 
bio-bibliografica  ;  Angelo  Ottolini,  Lettere  inedite  di  Iacopo  e  Luigi  Lamberti, 
che  possono  dar  qualche  chiarimento  a  certi  versi  montiani  della  Maschero- 
niana:  sono  dirette  a  G.  B.  Costabili  Containi  e  ai  «Cittadini  Governanti»,  e 
si  riferiscono  quasi  tutte  al  «  periodo  vulcanico  del  1798»,  quando  in  Milano  si 
svolgevano  memorabili  eventi  ;  Antonio  Pilot,  Un  episodio  inedito  su  Don  Gio- 
vanni Barbieri.  —  (Febbraio)  Giuseppe  Tarozzi,  L'adolescenza  operaia  e  la  Scuo- 
la ;  Olga  Gogala,  Sul  frammento  del  «  Faust  »  di  G.  E.  Lessing,  dramma  a  cui 
il  L.  avrebbe  posto  mano  già  prima  del  1755  :  la  G.  ne  espone  la  trama,  e  dà  del- 


198  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

frammento  una  traduzione  ;  Q.  A.  Venturi,  Attorno  a  due  Canti  del  «  Paradiso  »  : 
il  e.  V  e  il  XXX.  Tratta,  più  precisamente,  della  «  santità  e  della  permutazione 
del  voto»,  e  della  «rosa  sempiterna»;  Sebastiano  Yenìo,  Nuove  fonti  della  li. 
fica  di  G.  B.  Marino,  rintracciate  in  un  poeta  vernacolo  siciliano  della  seconda 
metà  del  Cinquecento,  il  monrealese  Antonio  Veneziano,  chiamato  dai  contem- 
poranei il  «siculo  Petrarca».  La  copia  dei  riferimenti  mostra  il  Marino  non 
rsolo  colle  mani  nel  sacco,  ma  plagiario  incorreggibile,  e  accresce  il  numero 
delle  sue  ruberie  già  fatte  note  da  altri  per  l'Adone.  Sagace  appare  la  di- 
samina presente,  che  conclude,  non  senza  novità  di  induzioni,  o  almeno  di 
nuovi  elementi,  in  sostegno  della  ipotesi  che  «  il  secentismo  non  fu  reazione 
al  petrarchismo,  ma  fu,  invece,  l'ultimo  stadio  di  un  processo  degenerativo  dei 
difetti  degli  imitatori  del  Canzoniere*',  Federico  Olivero,  Wuthering  Heights  di 
Emily  Bronte;  Luigi  Piccioni,  //  Giornalismo  italiano,  rassegna  storica.  —  (Marzo) 
Matteo  Cerini,  Imitazioni  e  reminiscenze  neW  •  Aristodemo  »  del  Monti,  che  sono 
in  verità  molteplici  e  qui  adunate  da  sparse  e  sperse  opere  tragiche  italiane 
e  forestiere;  Valentino  Piccoli,  Vincenzo  Gioberti  e  Pietro  Giordani,  partico- 
larmente interessante  anche  per  i  rapporti  tra  il  Giordani  e  il  Leopardi  ;  Giu- 
seppe Portigliotti,  //  *ftgliolismo»  papale,  ricerca  attraverso  il  Rinascimento 
più  che  il  cosi  detto  «nepotismo»,  le  conseguenze  dell'affetto  paterno  e  dome- 
stico che  «legava  quei  papi  ai  loro  favoriti»,  nonché  «l'abbondante  copia  di 
^stigmate  degenerative  da  cui  essi,  e  più  ancora  i  loro  figli  erano  gravati  »  : 
il  fatto  storico  si  muta,  cioè,  in  «  vasto  fenomeno  psicopatologico  »  :  esempio 
tipico  è  quello  dato  da  Paolo  III,  padre  del  famigerato  Pier  Luigi  Farnese  ;  Ga- 
spare Di  Martino,  Chi  rese  immortali  Romeo  e  Giulietta,  e  cioè  lo  Shakespeare, 
viene  qui  lumeggiato,  premessi  cenni  riassuntivi  dei  precedenti,  assai  noti, 
diremo  cosi  storici  e  leggendari,  relativi  ai  due  amanti  veronesi;  Giuseppe 
Ammendola,  Le  «  Supplici  »  di  Euripide,  traduzione  condotta  sul  testo  del  Nauck 
sottoposto  prima  ad  esame  critico  dall'A.  stesso,  che  si  propone  di  darne 
un'edizione  commentata  per  le  scuole;  Antonio  Pilot,  //  IX  Congresso  dei  dotti 
a  Venezia  nel  1847;  Manlio  Torquato  Dazzi,  Cronica  cittadina  della  liberazione 
di  Rovigo  (1866),  illustrativa  di  eventi  notevoli  del  Risorgimento  italiano.  [Fr.  P.]. 

132.  Secolo  XX,  il:  (XVI,  2)  Jessie  White  Msltìo,  L'infermiera  di  Garibaldi: 
sono  memorie  inedite,  dalla  White  Mario  consegnate  a  Severino  Ferrari, 
allorché  insegnava  nell'Istituto  superiore  di  Magistero  femminile  a  Firenze; 
Giovanni  Buffa,  L'ultimo  dei  cremoniani,  art.  commemorativo  del  compianto 
Luigi  Conconi;  O.  F.  Tencajoli,  Mólta  e  l'Italia.  —  (3)  Umberto  Silvagni,  Ma- 
rescialli italiani  di  Francia  ;  T.  M.  Gialanzè,  Due  ville  borboniche:  la  Floridiana 
<e  la  Villa  Lucia  ;   Michele  Vocino,  Castelli  e  vedette  di  Capitanata.  [Ger.  L.]. 

133.  Sicania:(lV,  32)  Michele  Aìqsso,  Spettacoli  e  feste  popolari  d'altri  tempi 
di  Caltanissetfa  :  descrizione  minuziosa  e  qualche  volta  vivace,  di  tutti  gli  usi 
religiosi  tradizionali  di  quella  città:  cont.  nei  numeri  seguenti;  F.  Stanganelli, 
L'ulivo  :  variazioni  folkloristiche  su  l'albero  famoso  :  cont.  nei  numeri  seguenti.  — 
(34)  G.  M.  Calvoruso,  Lu  Baccagghiu:  curioso  e  paziente  dizionario  delle  voci 
proprie  della  mala  vita  palermitana  e  napoletana,  che  si  protrae  nei  numeri 
successivi.  —  (35)  A.  Cremona,  Usi  e  costumi  della  donna  siciliana.  —  (37)  V. 
Cannizzo,  Le  età  preistoriche  di  Licodia  Eubea:  cont.  nei  numeri  seguenti;  G. 
B.  Ferrigno,  La  funzione  dell'aurora  in  Castelvetrano,  celebrata  il  Sabato  santo.  -^ 

v<40)  A.  Giacalone,  Intorno  al  poeta  Frangiamore  da  Mussameli:  parla,  in  questo 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  199 

e  nei  fascicoli  anteriori  e  posteriori,  della  vita  e  delle  avventure  leggendarie 
di  quel  poeta  vernacolo  vissuto  nel  600,  cercando  di  assodare  date  e  fatti  a 
lui  connessi.  —  (42)  F.  Pulci,  La  rivoluzione  del  1848:  riferisce  un  oscuro  poe- 
metto dialettale  di  un  pastore  caltanissettese  su  quell'avvenimento.  —  (V,  43) 
S.  Raccuglia,  /  Siculi  contro  l'Egitto  ;  Ibn  Idris,  La  Sicilia  nel  1154  :  è  la  tradu- 
zione con  note  del  celebre  libro  dell'arabo,  amico  dei  due  Guglielmi,  molto 
opportunamente  iniziata  dalla  Rivista,  che  si  propone  di  fare  altrettanto  per 
la  Geografia  della  Sicilia  di  Tolomeo,  per  il  Dizionario  delle  antiche  città  sici- 
liane di  Stefano  Bizantino  e  per  altri  classici  lavori  riguardanti  l'isola.  —  (44) 
S.  Raccuglia,  //  Vespro  Siciliano  nella  letteratura  drammatica  :  ampia  ma  indige- 
sta rassegna  e  critica  delle  tante  tragedie  ispirate  dal  celebre  avvenimento; 
F.  Stanganelli,  Strambotti  vendemmiali  di  Comiso.  —  (45)  Siculus,  //  Barbiere  : 
conduce  a  termine  un  gustoso  studio  folkloristico  sul  figaro  siciliano.  —  (46) 
S.  Raccuglia,  //  Caso  della  Signora  di  Carini  nella  storia,  nella  leggenda  e  nella 
letteratura;  M.  Alesso,  //  Carnevale  di  Caltanissetta;  Siculus,  L'Alabo  e  l'Anapo: 
sostiene  che  i  nomi  di  questi  due  fiumi  della  costa  orientale  della  Sicilia,  pro- 
vengano dal  nome  semitico  Apis,  quasi  a  testimoniare  il  grande  influsso  che 
il  commercio  e  la  potenza  fenicia  esercitarono  nei  tempi  antichissimi  sulla 
Sicilia.  [F.  S.]. 

134.  Tirso,  il:  (1917,  5  aprile)  Ugo  Fleres,  Per  Moe  Ezekiel:  interessanti 
notizie  su  quel  simpatico  pittore  nord-americano,  il  cui  studio  famoso,  nelle 
colossali  rovine  delle  Terme  Diocleziane,  fu  durante  l'ultimo  quarto  dell'Ot- 
tocento, e  dopo,  il  ritrovo  consueto  di  quanti  letterati  ed  artisti,  italiani  e  stra- 
nieri, ebbero  temporaneo  o  duraturo  domicilio  in  Roma.  [A.  P.]. 

135.  University  of  California  Chronicle:  (XVIII,  1)  Rudolf  Schevill,  George 
Borrow:  An  English  Hamorist  in  Spain;  S.  Griswold  Morley,  The  Autobiography 
of  a  Spanish  Adventarer:  concerne  le  memorie  autobiografiche  di  Alonso  de 
Contreras.  [P.  N.]. 


NOTE  IN  MARGINE 


Scienza  romanza  e  industria  alemanna. 

La  <  nota  »  del  nostro  collaboratore  Giovanni  Moro,  pubblicata  con  questo 
titolo  nello  scorso  numero  della  Rassegna  (pp.  105  e  seg.),  fu  riprodotta  da  vari 
giornali  politici,  e  diede  origine  alla  polemica  che  qui  riferiamo. 

Rispose  anzi  tutto  il  prof.  Bertoni,  con  questa  lettera  ai  giornali  : 

«  Modena,  li  4  aprile  1917. 

«  Chiarissimo  signor  Direttore, 

«  L'annuncio  di  una  nuova  Rivista  di  filologia  romanza  (Archivum  romani- 
cum),  da  me  diretta,  è  stato  accolto  dalla  stampa  con  apprezzamenti  erronei, 
con  diffidenza  ingiustificata,  con  timori  infondati.  Per  dissipare  ogni  equivoco, 
la  prego,  signor  Direttore,  di  far  pubbliche  le  dichiarazioni  seguenti  : 

«1.  L' Archivum,  pubblicato  dall'editore  Leo  S.  Olschki,  sarà  diretto  da 
mente  e  mano  italiane;  sarà  diretto,  ripeto,  da  me,  che  da  dieci  anni  nell'Uni- 
versità cantonale  di  Friburgo  in  Isvizzera  ho  fatto  e  faccio  del  meglio  per 
diffondere  all'estero  l'amore  e  il  rispetto  per  il  mio  Paese  e  per  far  conoscere 
fuori  di  patria,  entro  i  limiti  delle  mie  forze,  la  potenzialità  della  nostra  col- 
tura e  delle  nostre  energie  intellettuali. 

«2.  Degli  intendimenti  della  Rivista  e  dei  suoi  scopi  io  ho  assunto  l'intera 
responsabilità  e  so  di  poter  dirigere,  con  piena  libertà,  il  nuovo  organo  scien- 
tifico, e  confido  di  renderlo  col  tempo  tale  da  non  far  disonore  agli  studi  ita- 
liani. Ho  accettato  appunto  la  direzione  della  Rivista,  perché  l'editore  mi  ha 
lasciato  tutta  la  libertà  da  me  richiesta.  Da  trent'anni  egli  pubblica  libri  di 
studiosi  italiani  e  Riviste  dirette  anch'esse  da  studiosi  italiani.  Ha  inoltre  due 
figli  nell'esèrcito  d' Italia. 

«3.  L' Archivum  sarà  edito  a  Firenze,  ma  stampato  in  Isvizzera,  per  la 
sola  ragione  che  nella  Svizzera  ho  la  mia  dimora  abituale  e  che  occorre,  se- 
condo me,  che  l'officina  tipografica,  per  la  puntualità  e  per  l'esattezza  della 
stampa,  non  sia  troppo  lontana  dal  direttore. 

«  Si  fa  un  gran  discorrere  in  questi  momenti  della  necessità  di  promuovere 
all'estero  un  più  caldo  amore  e  una  più  profonda  conoscenza  delle  nostre  atti- 
vità nazionali  e  della  nostra  coltura.  Se  ne  fa  un  gran  discorrere  ;  ma  quando 
alcuno  si  accinge  all'  impresa  (e  vi  si  accinge  armato  di  lealtà  e  di  fermo  en- 
tusiasmo), ecco  sorgere  da  ogni  parte  attacchi,  sino  ad  arrivare  all'  ingiuria  e 
al  vilipendio. 

«  Affido,  signor  Direttore,  alla  sua  imparzialità  queste  mie  franche  dichia- 

^razioni,  e  La  prego  di  credere  al  mio  rispetto. 

«Dev.mo  suo 

*^ Prof.  Giulio  Bertoni». 


NOTE  IN  MARGINE  201 

Pubblicando  la  surriferita  lettera  del  prof.  Bertoni,  il  Giornale  d'Italia  la 
postillò  con  le  seguenti,  opportunissime  parole: 

«Osserviamo  al  prof.  Bertoni  —  con  tutto  il  rispetto  che  i  suoi  severi 
studi  ci  ispirano  —  che  la  necessità  di  promuovere  all'estero  «un  più  caldo 
amore  e  una  più  profonda  conoscenza  delle  nostre  attività  nazionali  e  della 
nostra  coltura  »,  ha  oggi  un  limite,  imposto  dalla  grande  tragedia  delle  nazioni 
in  conflitto  :  le  quali  sono,  dalla  nostra  parte,  impegnate  con  tutta  l'anima  di 
tutti  i  loro  singoli  a  difendere  la  propria  esistenza  non  solo,  ma  anche  —  gri- 
diamolo forte,  con  orgoglio  —  le  supreme  ragioni  della  civiltà  e  i  più  sacri 
diritti  dell'umanità. 

«Oggi,  dunque,  non  è  consentito,  quando  si  parli  di  nostri  rapporti  con 
altri  Stati,  usare  l'espressione  generica  «estero»,  ma  è  doveroso  distinguere 
gli  amici  dai  nemici,  coi  quali  ultimi  un  buon  italiano  non  deve  avere  alcun 
contatto  nemmeno  spirituale». 

Alla  lettera  del  Bertoni  rispose  a  sua  volta  Giovanni  Moro,  ponendo  nuo- 
vamente la  questione  nelle  precise  linee  dalle  quali  si  cercava,  con  abili  diva- 
gazioni, di  deviarla.  Ecco  quello  ch'egli  scrisse  al  Direttore  del  Giornale 
d'Italia: 


«  Chiarissimo  signor  Direttore, 

«  Poiché  la  lettera  del  prof.  Bertoni  al  Giornale  d'Italia  risponde  indiretta- 
mente alla  nota  da  me  pubblicata  nella  Rassegna,  mi  permetta  una  breve  re- 
plica a  quanto  afferma  il  Bertoni. 

«  lo  non  voglio  discutere  se  il  prof.  Bertoni  abbia  fatto  del  suo  meglio 
per  diffondere  all'estero  l'amore  per  il  nostro  Paese  ;  neppure  voglio  dubitare, 
quantunque  la  circolare  dell'Olschki  me  ne  darebbe  ragione,  che  il  Bertoni 
abbia  ottenuto  piena  autorità  di  dirigere  il  nuovo  periodico  come  meglio  a  lui 
sembri. 

«Quello  che  io  rimproveravo  e  rimprovero  al  prof.  Bertoni  è  di  avere 
contratto,  contrariamente  a  quanto  un  decreto  luogotenenziale  impone  ai  cit- 
tadini italiani,  delle  relazioni  d'affari  con  un  suddito  di  Stato  nemico,  il  quale 
dalla  Svizzera,  dove  s'è  rifugiato  abbandonando  forzatamente  l' Italia,  riprende 
il  suo  commercio,  che  in  Italia  è  sottoposto  alla  gestione  di  un  amministra- 
tore governativo  ;  il  quale  si  accinge  a  pubblicare  una  Rivista  di  studi  romanzi, 
perché  —  egli  afferma  —  tutti  i  cultori  di  essi  studi,  senza  gli  impedimenti 
di  colore  politico,  vi  possano  partecipare.  E  siccome  i  soli  che  per  colore  politico 
non  possono  attualmente  in  terra  romanza  partecipare  a  codesti  studi  sono  i 
tedeschi,  è  ovvio  che  la  Rivista  dell'Olschki  sorge  perché  rifulga  sùbito  dì 
luce  meridiana,  anche  tra  noi,  l'opera  dei  «  colleghi  »  tedeschi  :  cioè  di  quegli 
scienziati  che  non  inorridiscono  dinanzi  alla  «cultura  *  che  i  soldati  di  Hindem- 
burg  fanno  dell'arte  e  della  civiltà  neolatine  in  Francia  e  in  Romania. 

«Insomma,  io  penso  che  il  sig.  Bertoni  abbia  mancato  ai  suoi  doveri 
d'  italiano  associandosi  a  un  commerciante  tedesco,  nemico  dell'  Italia  nona- 
stanti i  due  figli  che  il  Bertoni  dice  soldati  nell'esèrcito  italiano  ;  a  un  com- 
merciante tedesco  che  vuol  fare  gl'interessi  morali  degli  scienziati  tedeschi 
nel  campo  degli  studi  neolatini  e  gl'interessi  commerciali  propri,  sottraen- 
dosi ai  divieti  del  Governo  italiano  e  domandando  agli  ingenui  studiosi  no- 
stri ...  36  franchi  in  oro,  per  un'opera,  che  serve  ai  suoi  interessi  commer- 


202  NOTE  IN  MARGINE 

ciali,  e  forse  alla  influenza  o  al  prestigio  dei  tedeschi  nei  paesi  neolatini,  ma> 
che  non  è  certamente  animata  da  idealità  scientifiche  né  da  sentimenti  italiani. 
«Mi  abbia,  sig.  Direttore,  per  il  suo  dev.mo 

«  Giovanni  Moro  ». 

Per  intanto  circola  fra  i  cultori  degli  studi  letterari  italiani  e  neolatini,  e 
si  va  rapidamente  coprendo  di  firme,  una  protesta  cosi  concepita  : 

«  /  sottoscritti  non  hanno  nulla  che  fare  e  non  intendono  aver  nulla  che  fare 
con  la  Rivista  *Archivum  Romanicum  »,  diretta  dal  prof.  G.  Bertoni  ededita  dal 
Libraio  antiquario  signor  Leo  S.  Olschki*. 

Tra  i  primi  firmatari  sono  i  professori  Michele  Barbi,  Francesco  Flamini, 
P.  E.  Quarnerio,  E.  G.  Parodi,  Flaminio  Pellegrini,  Achille  Pellizzari,  Carlo 
Salvioni,  Ireneo  Sanesi,  Paolo  Savj  Lopez. 

La  R. 

Per  una  doverosa  eccezione. 

Un  decreto  luogotenenziale  ha  disposto,  in  data  del  12  aprile  scorso,  che 
«  le  Riviste  e  i  giornali  periodici  di  qualunque  natura,  fermo  restando  l'attuale 
loro  formato,  debbano  pubblicare  in  ogni  trimestre,  a  cominciare  dal  1^  maggio 
1917,  un  numero  di  pagine  inferiore  di  almeno  un  quarto  a  quello  che  pubbli- 
cavano prima  del  1"  giugno  1915,  compresa  la  copertina». 

A  proposito  di  codesta  disposizione  (la  quale,  fra  l'altro,  limita  il  numero 
delle  pagine  alle  Riviste  già  esistenti,  ma  non  limita  punto  il  numero  ster- 
minato delle  nuove  Riviste  «amene»,  che  ogni  giorno  sorgono  in  Italia,  né, 
che  è  peggio,  limita  preventivamente  il  numero  delle  loro  pagine),  abbiamo 
inviato  al  Direttore  del  Giornale  d'Italia,  che  la  ha  cortesemente  pubblicata,  la 
lettera  che  segue  : 

«  Caro  Direttore  ed  Amico, 

«Il  recentissimo  decreto,  volto  a  limitare  il  consumo  della  carta,  impone 
che  le  Riviste  e  i  giornali  periodici  di  qualunque  natura  debbano  d'ora  in  poi 
pubblicare  in  ogni  trimestre  un  numero  di  pagine  inferiore  di  almeno  un  quarto 
a  quello  che  pubblicavano  avanti  il  F  giugno  1915. 

«  Ora  ci  sembra  che  appunto  il  pubblico  interesse,  a  tutelare  il  quale  si 
decretano  codeste  restrizioni,  renda  doverosa  un'eccezione  in  favore  di  quei 
periodici  i  quali,  lungi  da  ogni  materiale  speculazione  e  da  ogni  speranza  di 
lucro,  mirano  a  tenere  alto  il  prestigio  della  cultura  nazionale,  e  quindi  a  riaf- 
fermare ancor  più  validamente  i  diritti  spirituali  della  nostra  nazione.  Voglian 
dire  i  periodici  di  puro  contenuto  scientifico,  che,  mentre  richiedono  un'assai 
limitato  consumo  di  carta,  rappresentano  anche  nel  cospetto  degli  stranieri  e 
nel  modo  più  degno  la  civiltà  italiana.  Nulla  ha  recato  a  noi  maggior  soddi- 
sfazione, che  la  lettera  con  la  quale  un  insigne  studioso  francese  ci  esprimeva 
recentemente  il  suo  lieto  stupore  e  la  sua  ammirazione,  per  il  fatto  che  qual- 
che periodico  letterario  italiano  avesse,  anche  in  mezzo  alle  turbinose  vicende 
di  questa  grande  guerra,  non  solo  normalmente  proseguito  le  sue  pubblicazioni, 
ma  anche  accresciutane  la  frequenza  e  la  mole.  Erano  elogi  i  quali,  bene  al 
disopra  delle  persone,  si  dirigevano  alla  buona  tempra  della  nazione,  capace  di 
mantenere  inalterato  il  ritmo  della  sua  vita  intellettuale  pur  tramezzo  alle  riper- 
cussioni sentimentali  degli  straordinari  eventi  contemporanei.  Le  riviste  scen- 


NOTE  IN  MARGINE  203 

tifiche  non  sono  un  lusso  od  una  superfluità,  a  quel  modo  che  possono  con- 
siderarsi, per  esempio,  i  giornali  di  mode,  quelli  di  amena  lettura,  o  quelli 
di  bassa  lega  che  son  fioriti  con  sospetta  frequenza  attorno  all'industria  ci- 
nematografica o  al  mestiere  del  caffè  concerto.  Confondere  le  une  con  le  altre 
sarebbe  anzi  è  cosa  iniqua  e  nociva.  La  Rivista  scentifica  —  strumento  d'in- 
formazione, di  divulgazione  e  di  discussione  —  è  divenuta  nella  vita  moderna 
tutt'uno  con  la  produzione  scentifica  e  ne  è  il  necessario  strumento.  Anche  è 
da  osservare  che  la  Rivista  scentifica  si  sostituisce  al  libro  ed  esercita  il  più 
delle  volte  le  stesse  funzioni  (il  che  non  si  può  dire  dei  periodici  o  dei  gior- 
nali d'altra  indole);  né  si  è  fin  ora  pensato  a  limitare  la  produzione  o  la  mole 
dei  libri,  nemmeno  quando  fossero,  per  esempio,  i  romanzi  educativi  di  Notari, 
il  Segretario  galante,  o  quei  trattati  morali  che  insegnano  al  popolo  il  miglior 
modo  per  non  aver  figlioli. 

«  Non  neghiamo  che  siffatte  limitazioni  possano  giungere  gradite  a  certi 
editori  e  a  certi  direttori  di  Riviste,  quali  un  comodo  motivo  per  dare  ai  loro 
lettori  meno  di  quello  che  avean  promesso  in  corrispettivo  del  prezzo  di  ab- 
bonamento; ma  sia  lecito  a  noi,  direttori  di  una  Rivista  che  non  è  davvero 
una  speculazione  né  per  noi  stessi  né  per  l'editore,  affermare  che  non  mai 
affrontammo  con  più  allegro  cuore  le  inevitabili  passività  della  nostra  Ammi- 
nistrazione, come  dal  giorno  in  cui  ogni  maggiore  spesa  da  noi  sostenuta  ci 
sembra  consacrata  a  miglior  dimostrazione  della  robustezza  spirituale  d'Italia 
in  questa  grande  ora. 

«  Se  è  giusto  che  si  colpiscano  e  limitino  tutti  i  consumi  voluttuari  (e  quindi 
anche  i  periodici  di  amena  lettura),  non  è  ammissibile  che  si  colpiscano  senza 
assoluta  necessità  i  consumi  indispensabili  alla  vita  dell'intelligenza:  non  è 
ammissibile  che  si  trattino,  per  esempio.  La  critica  di  Croce  o  //  Fòro  italiana 
di  Scialoia,  come  si  trattano  la  Sigaretta  o  l'Amore  illustrato  ! 

«  Che  una  tale  necessità  non  esista  per  ora,  è  dimostrato  dalla  sconfinata 
libertà  che  si  mantiene  alla  pubblicazione  del  libro,  di  qualunque  specie  esso  sia. 

«  Per  tutte  queste  ragioni,  abbiamo  ferma  fiducia  che  il  Ministro  della  Pub- 
blica Istruzione  senta  tutta  l'opportunità  di  intervenire  prontamente  affinché 
le  Riviste  scentifiche,  di  limitata  tiratura,  sieno  assimilate  al  libro,  e  quindi 
escluse  da  ogni  riduzione  di  mole.  Sarà  un'eccezione  che  farà  onore  al  senno 
di  chi  la  decreterà. 

*  Francesco  Flamini,  Achille  Pellizzari 
«  Direttori  della  Rassegna  » . 

Contemporaneamente,  a  Milano,  l'Assemblea  dell'Associazione  per  l'Alta 
Cultura  votava  all'unanimità  un  ordine  del  giorno,  col  quale  si  affidava  alla 
Presidenza  l'incarico  di  compiere  presso  il  Ministero  un'opera  pronta  ed  ener- 
gica, affinché,  anche  in  considerazione  dell'insignificante  risparmio  di  carta  che 
esse  avrebbero  prodotto,  fossero  soppresse  le  lamentate  restrizioni,  per  quanto 
riguarda  tutte  le  Riviste  di  carattere  scentifico  e  tecnico. 

Nei  concetti  da  noi  espressi  consentiva  anche  un  insigne  cultore  degli  studi 
matematici,  il  prof.  Gino  Loria,  con  la  lettera  seguente: 

«  Genova,  23  aprile  1917. 
«  Chiarissimi  Professori, 

«  Avendo  letto  nel  Giornale  d'Italia  d'oggi  le  loro  giustissime  osservazioni 
intorno  alla  situazione  fatta  da  un  recente  Decreto  alle  Riviste  di  alta  cultura,. 

La  Rassegna.  XXV,  li,  7 


204  NOTE  IN  MARGINE 

reputo  opportuno  dichiarare  che,  ove  Loro  prendessero  l'iniziativa  di  una  do- 
manda di  modificazione  a  quel  Decreto,  diretta  a  S.  E.  il  Ministro  della  P.  I., 
io  mi  affretterei  a  farvi  completa  adesione,  nella  mia  qualità  di  direttore  del 
Bollettino  di  bibliografia  e  storia  delle  scienze  matematiche. 

«  Dev.mo  Gino  Loria». 

È  nostro  intendimento  provocare  in  tal  proposito  una  precisa  risposta  dal 
Ministro  dell'Istruzione.  Se  la  disposizione  lamentata  non  sarà  corretta,  ci  ve- 
dremo costretti,  per  quanto  a  malincuore,  a  ridurre,  dal  prossimo  fascicolo,  il 
numero  delle  pagine  ch'era  nostro  costume  pubblicare. 

La  R. 

Nuove  "  categorie  „  retoriche  negli  studi  danteschi. 

L'estetica  crociana,  fia  da  quando,  meteora  balenante  di  anatemi,  s'affacciò 
all'orizzonte,  anche  nel  campo  del  dantismo  creò  qualche  anima  in  pena  fra 
gli  studiosi  che  prima  attendevano  sicuri  del  metodo  all'indagine  letteraria.  E 
tuttora,  da  quella  sommaria  condanna  che  v'è  inclusa,  del  simbolo  e  dell'alle- 
goria come  elemento  delia  creazione  poetica,  qualche  coscienza  appare  pro- 
fondamente, forse  insanabilmente,  turbata.  Mentre  gli  estetizzanti  senza  scru- 
poli gridano:  —  A  mare  la  zavorra  delle  dottrine  adombrate  per  figurazione 
nella  Commediai  si  salvi  iiber  Alles  l'intuizione  pura;  —  altri,  più  storicista, 
ma...  non  troppo,  ammette  che  codesta  zavorra,  poiché  Dante,  aimè,  l'ha 
voluta  nel  suo  poema,  va  presa  inconsiderazione;  peraltro  subordinatamente, 
collocandola  in  seconda  linea,  assegnandola  alle  retrovie. 

La  verità  è  che  negli  studi  danteschi,  più  che  in  altro  studio  qualsiasi, 
non  esiste  una  prima  e  una  seconda  linea.  Tutto  quello  che  valga  a  far  cono- 
scere intimamente  quell'opus  doctrinale  che  è  al  tempo  stesso  la  nostra  mas- 
sima opera  d'arte,  merita  d'esser  ricercato,  studiato,  discusso  con  egual  cura 
e  compiutezza;  senza  restrizioni  o  costrizioni,  intese  a  salvare  la  capra  del- 
l'arte e  i  cavoli  delle  dottrine  filosofiche  e  teologiche. 

E.  G.  Parodi,  al  quale,  evidentemente,  sorride  non  poco  l'idea  d'impugnare, 
in  nome  de'  supremi  interessi  della  poesia  (causa,  non  c'è  che  dire,  simpatica), 
il  vessillo  d'un  indirizzo  nuovo,  conciliativo,  dice  e  scrive  plagas  d'un  altro 
indirizzo  che,  secondo  lui,  metterebbe  «in  prima  linea»  nella  Commedia  l'al- 
legoria, la  scienza,  la  fonte  didascalica,  anziché  la  poesia  e  l'arte.  Ma  que- 
st'indirizzo, sbagliato,  davvero  esiste  ?  Io  vedo  studiosi  usciti,  e  ne  son  lieto, 
dalla  mia  scuola  (il  Busnelli,  il  Busetto,  il  Marigo  ed  altri),  ricercare  la  parte 
dottrinale,  palese  o  recondita,  del  poema  con  larghezza  di  preparazione.  Ma 
non  so  scorgere  donde  mai  sia  lecito  inferire  ch'essi  mettano  in  seconda  linea 
la  poesia  e  l'arte;  che  è  quanto  dire,  quell'opera  della  fantasia  a  cui  la  loro 
attenzione  non  si  è   rivolta  in   modo  speciale. 

Comunque  sia  di  ciò,  sento  di  non  essere  né  punto  né  poco  quell'*  auto- 
rizzato ed  autorevole  portabandiera»  che  al  Parodi,  con  chiara  allusione,  è 
piaciuto  d'additare  in  me  ai  lettori  del  suo  Ballettino  della  Società  dantesca  ita- 
liana (N.  S,,  XXIII,  158).  Fedele  al  metodo  che,  senza  ombra  d'incertezze,  se 
Dio  vuole!,  seguo  da  trent'anni  in  questi  studi,  professo  il  principio  della 
divisione  del  lavoro.  Ecco  perché,  nel  campo  dantesco,  ho  contenuto  e  consi- 
gliato altri  a  contenere  la  ricerca  entro  i  limiti  della  determinazione  della  strut- 
tura dottrinale  del  poema.  Con  questo  non  mi  è  neppure  passato  per  la  mente 


NOTE  IN  MARGINE  205 

che  s'abbia  a  dare  meno  importanza  alla  sua  struttura  artistica.  Si  tratta  di 
scelta  dell'argomento,  non  d'indirizzo.  Cosi  piacesse  al  Cielo  che,  dopo  i  vo- 
lumi sul  significato  e  sul  fine,  mi  fosse  dato  scriverne  altrettanti  sull'arte  nella 
Divina  Commedia  ! 

Ma  sono  quelle  restrizioni,  quelle  costrizioni  a  cui  accennavo,  ciò  che  mani- 
festamente dà  gran  pensiero  al  mio  affezionato  amico.  Ebbene,  si  rassicuri. 
Nell'ultima  parte  del  lavoro,  ricercando  la  genesi  della  finzione  poetica  gene- 
rale e  dell'allegoria  morale  e  politica  (nate,  io  credo,  ad  un  parto),  avrò  occa- 
sione di  mostrare  come  le  ragioni  dell'arte  siano  pienamente  salvate  anche 
accettando  nella  loro  integrità  le  mie  idee,  e  rileverò  le  conseguenze  d'ordine 
estetico  di  un  più  coerente,  più  organico  ed  armonico  sistema  d' interpreta- 
zione dei  simboli  danteschi.  Non  abbia  fretta  di  «spiegare  e  giustificare  il 
suo  pensiero»,  che  già  si  capisce  molto  bene.  Certo,  assai  prima  di  qualsiasi 
problema  dantesco,  sarà  risolto  il  problema  della  carta.  Cosi  anche  l'ultimo 
volume  de'  Significati  potrà  vedere  finalmente  la  luce  ! 

F.  F. 

Verità  che  restano. 

Molte  estetiche  e  retoriche,  fra  le  passate,  le  presenti  e  le  future,  saranno 
definitivamente  «  superate  »  e  forsanche  obliate,  quando  continuerà  a  vivere 
nella  realtà  della  coscienza  umana  la  definizione  che  un  modesto  rimatore  del- 
l'Ottocento, Giovanni  Torti,  dettò  della  poesia,  e  l'ammonimento  solenne  che 
vi  aggiunse: 

Ingenua  casta  e  limpida  parola, 
che  di  gaudio,  di  speme  e  di  priura, 
di  terror,  di  pietade  ange  o  consola; 

viva,  fedele,  universal  pittura 
dell'uomo  in  prima,  e  quindi  a  parte  a  parte 
di  tutta  quanta  immensa  è  la  natura: 

dalle  divine  e  dalle  umane  carte 
nodrito  ampio  sapere  e  sapienza: 
questo  in  pensier  mi  sta  tipo  dell'arte. 

Ella  è  santo  diletto,  ella  è  potenza 
degli  affetti,  piegata  a  far  che  sia 
voluttà  la  giustizia  e  la  innocenza. 

E  sia  pur  vasto  ingegno  e  fantasia 
tutto  veggente,  chi  benigno  il  core 
non  abbia  e  l'alma  generosa  e  pia, 

non  salirà  dell'arte  al  primo  onore. 

A.  P. 


Lensi  Fedele  Filippo,  gerente  responsabile. 


Città  di  Castello,  coi  tipi  della  Società  Anonima  Tipografica  «  Leonardo  da  Vinci  ' 

ì 


LA   RASSEGNA 

Già  Rassegna  bibliografica  della  Letteratura  italiana 
fondata  da  ALESSANDRO  D'ANCONA 

DIRETTA  DA 

FRANCESCO  FLAMINI  -  ACHILLE  PELLIZZARI 

Professore  di  Letteratura  italiana  Professore  di  Letteratura  italiana 

nella  R.  Università  di  Pisa  nella  R.  Università  di  Catania 

Serie  III  ^   Volume  II  N*imero  3  Firenze,  giugno  1917 

«■■■■■■BBHBaBiiBaafi*aaBia«aiiiBBBaHaHKBaKMaBB*Ba*BBBaBaBHi!3«aBBBBa«KC«B*BHHB[ie 


COMUNICAZIONI 


Un  giudizio  di  Prospero   Viani 
su  ^^  Fede  e  Bellezza ,,  del  Tommaseo. 

È  noto  con  quali  clamori  fosse  accolta  nel  1840  dalla  critica  italiana 
l'apparizione  di  Fede  e  Bellezza.  Quel  primo  tentativo  di  romanzo  natu- 
ralista, d'ambiente  moderno,  sollevò  le  proteste  generali;  chi  rimproverò 
all'autore  la  immoralità  del  soggetto,  chi  la  mancanza  d'interesse  nel 
racconto,  chi  le  trasparenti  allusioni  autobiografiche,  chi  infine  la  lingua 
troppo  popolareggiante  e  piena  di  riboboli. 

Il  critico  più  acerbo  fu  Carlo  Cattaneo,  che  nel  Politecnico  di  Lugano 
(1840,  voi.  Ili,  pp.  166-76)  accusò  il  Tommaseo  di  «  smisurata  e  depravata 
vanità»,  deplorando  che  «  con  la  pittura  di  nudità  turpi  ed  abiette  avesse 
dato  un  mal  esempio  imperdonabile  »,  giudicando  inoltre  il  romanzo  «  povero 
di  pensiero  e  di  forma»,  e  la  lingua  *uno  spinalo  di  voci  ruvide  e  strane 
e  pazze:  una  ribellione  d'ortolane  e  di  pettegole,  e  di  raccattoni  da  Fiesole 
e  da  Resela».  Nulla  trovò  grazia  agli  occhi  del  fiero  repubblicano  lom- 
bardo, neppure  il  titolo  del  libro  che  voleva  cambiato  in  quest'altro:  «  Una 
strada  lunga  e  turpe  per  trovar  marito  »  1 

Oggi  noi  non  possiamo  che  sorridere  di  codeste  accuse  del  Cattaneo  ; 
gli  scrittori  veristi  della  seconda  metà  del  secolo  XIX  ci  hanno  abituati 
a  ben  altre  audacie.  Quanto  poi  all'appunto  che  riguarda  la  lingua,  ci 
pare  singolare  che  uno  scrittore  il  quale  pescava  le  sue  eleganze  nelle 
acque  fangose  del  Naviglio  potesse  rimproverare  un  altro  d'aver  posto  in 
bocca  a  una  popolana  senese  il  fresco  e  colorito  linguaggio  vivente  della 
Toscana.  «  Ma  egli  era  destino,  esclama  il  Tommaseo,  che  scrittori  barbari 
avessero  ad  insegnarmi  la  lingua  e  femmine  sfacciate  il  pudore!»  (1). 

(1)  Scintille,  Venezia  1841,  edizione  riprodotta  di  recente  da  V.  de  Angelis 
nella  Collezione  di  G.  Carabba,  Lanciano. 

La  Rassegna.  XXV,  111,  1 


208  GUIDO  BATTELLI 

Né  il  Cattaneo  fu  solo  a  biasimare:  alla  sua  voce  s'uniron  quelle  del 
Gatti,  del  Giordani,  del  Manzoni  (cui  si  attribuisce  l'arguta  definizione 
del  romanzo  tommaseiano:  «un  pasticcio  di  giovedì  grasso  e  di  venerdj 
santo»)  e  quella  di  Prospero  Viani. 

Di  quest'ultima  critica  ebbe  certamente  visione  il  Panzacchi,  che  vi 
accenna,  pur  senza  nominarne  l'autore,  a  pag.  190  del  suo  voi.  Teste 
Quadre  (Bologna,  1881),  \A  dove  dice  che  in  un  giornale  torinese  apparve 
un  articolo  preceduto  dai  versi  di  Giovenale: 

Sed  quis  feret  istas 
Luxuriae  sordes  ? 

Quando  però  il  Prunas,  sedici  anni  or  sono,  si  rivolse  al  Panzacchi 
per  avere  l'indicazione  precisa  del  periodico,  questi  rispose  di  non  ricor- 
darne il  nome,  e  di  rammentare  soltanto  che  autore  dell'articolo  era  Pro- 
spero Viani.  Tutte  le  ricerche  del  diligentissimo  biografo  del  Tommaseo 
dovevano  però  riuscire  vane  (1),  perché  il  Panzacchi  aveva  errato  parlando 
di  un  periodico  torinese:  non  infatti  a  Torino,  ma  a  Genova  nel  4<*  numero 
dell'esperò.  Giornale  di  Letteratura,  Scienze,  Belle  Arti,  Teatri  e  Varietà, 
in  data  del  24  dicembre  1840,  apparve  il  saggio  critico,  che  il  Prunas 
cercava  e  che  il  Panzacchi  ricordava  d'aver  veduto. 

Per  la  cortese  premura  della  signorina  Clelia  Viani,  nipote  dello  scrittore, 
mi  è  stato  finalmente  possibile  rintracciare,  dopo  lunghe  ricerche,  il  raris- 
simo scritto,  la  cui  pubblicazione  interesserà  vivamente  quanti  si  occupano 
di  cose  tommaseiane. 

Non  mi  sembra  il  caso  di  dover  confutare  quanto  qui  afferma  il  critico 
emiliano;  rimando  piuttosto  il  lettore  alla  risposta  dello  stesso  Tom- 
maseo, nel  citato  voi.  delle  Scintille  (2).  Il  Viani  contraffa  nel  suo  articolo  la 
situazione  con  cui  s'inizia  il  romanzo,  immaginando  un  colloquio  fra  un 
giovane  e  una  donna,  seduti  in  aperta  campagna,  in  vista  d'un  fiume  e  di 
colline  coronate  di  verde.  La  descrizione,  inframezzata  di  voci  ricercate  e 
singolari,  manifesta  l'intenzione  di  mettere  in  caricatura  la  lingua  e  lo 
stile  del  Tommaseo,  i  cui  intendimenti  morali  sono  poi  severamente  biasi- 
mati nel  dialogo  tra  Giulio  e  Marina, 

Senza  entrare  nella  disputa,  mi  contenterò  d'osservare  che  il  presagio 
del  Viani  sulla  sorte  del  volume  non  si  avverò.  Fede  e  Bellezza  non  fu 
«  letto  da  molti  con  desiderio  e  con  lodi  »,  non  ebbe  che  due  o  tre  ristampe, 
e  di  queste  qualcuna  alla  macchia,  e  poi  fu  dimenticato.  Quanto  alle  lodi, 
ben  rari  furono  quelli  che  ne  scrissero  parola  all'autore,  dolendosi  della 
indegna  interpretazione  data  dai  critici  all'animo  di  lui;  fra  questi  pochi 
è  da  ricordare  Gino  Capponi.  Al  Tommaseo  toccò  la  sorte  dei  precursori: 


(1)  Vedi  P.  Prunas,  La  critica,  l'arie,  l'idea  sociale  di  N.  T.,  Firenze  1901, 
pag.  284. 

(2)  Vedi  anche  la  introduzione  alla  mia  ristampa  di  Fede  e  Bellezza,  Lan- 
ciano, 1916. 


PROSPERO  VJANL  E  NICCOLÒ  TOMMASEO  209 

l'ingiuria  dei  critici  e  il  disprezzo  della  folla;  cosf  che,  mentre  la  Francia 
nel  1840  aveva  già  scrittori  potenti  come  il  Balzac,  la  Sand,  il   Sainte 
Beuve  e  l'Hugo,  noi  ci  sciroppavamo  ancora  in  pace  le  melensaggini  del 
Grossi  e  le  fastidiose  tirate  della  retorica  guerrazziana. 
Ma  ecco,  senz'altro,  l'articolo  del  Viani. 

Guido  Battelli. 

FEDE  E  BELLEZZA 
di  Nicolò  Tommaseo  (Venezia,  1840  -  Tip.  del  Gondoliere) 

. . .  Sed  quis  feret  istas 
Luxuriae  sordes? 

(luv.,  Sat.  I). 

Dove  il  Po,  vicin  di  Torino,  da  verso  levante,  scorre  a  pie  di  boscose 
costiere,  delle  quali  alcune  strisele  sono  coltivate  e  messe  ad  erbaggi 
domestici,  a  vigneti,  a  frumento,  che  nel  giugno  videro  spigato  e  granito, 
ed  ora  vien  su  timido  e  verdigno  dal  terreno  molliccio,  passeggiavano 
un  giorno  Giulio  e  Marina,  seguiti  da  donna  attempata:  e  ragionavano 
dolcemente  di  studi  e  vagheggiavano  i  luoghi  con  desiderio  amoroso.  Il 
sole  addo*pandosi  al  Monviso  coloriva  de'  raggi  rosei  le  nevi  delle  alpi, 
e,  dando  nella  frasca  de'  boschi,  ne  rendeva  più  mesto  e  sbiancito  il  colore, 
in  primavera  opacamente  verde  e  atteniticcio.  Giulio,  persona  data  alle 
lettere  e  forestiera,  meravigliando  mirava  quello  spettacolo  d^  sole  e 
della  campagna  moribonda,  e  gli  pareva  che  qui  il  durare  della  terra  avver- 
dita  fosse  più  corto  che  nelle  altre  parti  d'Italia;  e  si  doleva  della  bellezza 
fuggente,  e  faceva  certi  suoi  pensieri  sopra  la  taciturnità  e  lo  scarso 
sorriso  degli  abitanti.  Marina,  donna  di  gentilissimo  cuore  e  sentimento 
vigilissimo  del  bello,  e,  ancorché  d'alto  sangue,  di  un  trattar  compagne- 
vole e  dimestico,  secondava  o  moveva  discorsi  ameni.  Cosf,  seguitando 
il  rigo  dell'acqua  di  una  fontanella  giù  scorrente  al  basso  per  lo  declive, 
furono  a  una  casetta  rispondente  verso  la  città  sopra  un  allegro  pogge- 
rello.  —  Vedete  —  disse  Marina,  —  come  si  domina  Torino,  tutta  si  nobil- 
mente accasata  e  gentile  e  diritta;  vedete  fra  quelle  pioppe  specchieggiare 
il  Po,  e  quel  battello  che  sparisce,  ed  esce,  e  torna  a  sparire  ?  Vedete  il 
violàceo  più  cupo  dei  primi  monti  da  verso  ponente  ;  di  qua  a  destra  la 
bella  distesa  della  pianura  costeggiata  dal  fiume,  lontana  mostra  delle  vostre 
lombarde;  di  là  a  mancina  solinghe  ville  in  mezzo  alle  arborose  colline 
come  cespuglietti  di  fiori  umilmente  gai  entro  a  ghirlande  sverdite.  Se  state 
in  orecchi  udite,  di  fronte,  dalla  lontana  il  romoreggiare  delle  carrozze 
e  il  borboglio  della  gente  venir  su  fino  a  qui. 

—  Voi  siete  d'assai  —  disse  Giulio  a  Marina  —  nel  descrivere:  somi- 
gliate l'autore  del  libro  Fede  e  Bellezza;  il  quale  nelle  descrizioni,  spe- 
cialmente gaie,  parmi  destrissimo. 

—  Oh  —  soggiunse  Marina  con  piglio  desiderosamente  attento  verso 
Giulio,  -  io  l'ho  letto  pochi  di  fanno;  e  voi? 


210  GUIDO  BATTELLI 

—  Anch'io. 

—  Che  ne  dite? 

—  Sapete  la  mia  ripugnanza  a  manifestare  opinione  nel  fatto  degli 
studi.  Ho  sempre  creduto  tanto  pericoloso  il  lodare  quanto  il  biasimare; 
né  mai  ho  avuto  l'orgoglio  di  giudicare  e  sentenziare  continuamente  e 
con  modi  solenni  come  molti  costumano  di  fare:  ciò  mi  pare  leggerezza 
ambiziosa  e  segno  d'ignoranza.  Altro  è  dare  un  giudizio  usando  solennità, 
altro  un'opinione  libera  e  modesta. 

—  Voi  letterati  non  aprite  bocca  senza  fare  un  po'  de'  maestri  e  degli 
schizzinosi.  Sapevo  che  l'uomo  savio  è  timido  del  parlare  e  del  giudicare. 
Qui  però  siamo  soli,  né  io. . . 

—  Né  letterato  né  savio  son  io  :  sono  uno  studioso  di  buona  coscienza. 
~  Appunto  perché  vi  conosco  di  buona  coscienza  desidero  l'opinion 

vostra.  Ve  ne  prego.  Alle  preghiere  delle  donne  voi  letterati  siete  pieghe- 
voli come  le  foglie  allo  spirare  del  venterello  che  fa  appunto  in  quest'ora. 
Amor  di  donna,  diceva  lo  Speroni,  è  l'ultima  vesta  che  si  spoglia  il  savio. 

—  E  dalli  e  dalli  con  questo  letterato  e  con  questo  savio:  e  voi  donne 
siete  d'assai  nell'arte  dell'adulare  e  del  blandire  certe  deboli  passioni  degli 
uomini.  I  quali  però,  signora  mia,  non  tutti  fanno  contente  le  preghiere 
di  tutte. 

—  Ah  solo  delle  belle,  eh? 

—  Anzi  no:  le  belle  non  pregano,  sono  pregate. 

—  Siete  molto  grazioso  a  significarmi  ch'io  non  sono  del  bel  numer'una. 

—  E  voi  ingegnosa  a  pensar  male.  Siccome  so  che  vi  pregiate  più  di 
bontà  che  di  bellezza,  cosi  io  rispetto  con   divozione  i  vostri  giudizi. 

—  La  bellezza  della  povera  Maria  (l),  disgiunta  dalla  bontà  l'avrebbe 
forse   condotta   all'estrema   infamia,  all'estremo  abbandono  della  virtù. 

—  Poveretta!  era  troppo  buona;  non  sapeva  negare,  sempre  dava  :  ma 
era  una  santa  figliola  quella  povera  Maria  ! 

—  Voi  volete  malignare. 

—  Cessi  il  Cielo:  vi  dico  anzi  alla  libera,  dacché  pur  volete  ch'io 
parli,  che  io  ho  letto  con  avido  e  continuato  desiderio  questo  libro,  senza 
deporlo.  Non  vi  par  questa  una  lode  grande  ?  Sono  cosf  pochi  i  libri  che 
si  leggono  oggidi  intieramente  e  con  amore  ! 

—  Dunque  è  un  libro  buono. 

—  No. 

—  Allora  contraddite  voi  stesso. 

—  Nemmeno. 

—  Dunque  ? 

—  Dunque  io  conchiudo  che  un  libro  può  esser  bello  e  non  buono, 
dilettevole  e  nocivo.  Tutto  ciò  che  splende  non  è  oro  massiccio. 

—  Di  grazia,  che  cosa  non  vi  va  a  sangue  ? 


(1)  Maria  e  Giovanni  sono  le  due  principali  persone  nelle  storie  del  libro 
Fede  e  Bellezza. 


PROSPERO  VIANI  E  NICCOLÒ  TOMMASEO  211 

—  Il  fine  del  concepimento;  o,  come  i  moderni  legislatori  del  parlare 
esprimono,  lo  scopo.  (Farmi  di  vedere  tanti  tiratori  d'arco  a  prender  la 
mira,  e  nessuno  colpire  nello  scopo).  Marina,  se  voi  comporrete  un'opera, 
darete  a'  lettori  più  vizi  o  virtù  da  imitare? 

—  Certamente  virtù:  nondimeno  un  fine  morale  parmi  ch'abbia  avuto 
anche  lo  scrittore  da  Sebenico:  cioè  il  pentimento  di  un'anima  strascinata 
alla  colpa  più  dall'avversa  fortuna  che  dalla  volontà  propria;  la  ricordanza 
di  Dio  anco  in  mezzo  alle  disgrazie  del  peccare. 

—  Santa  cosa  è  il  pentimento  e  il  timore  di  Dio:  ma  chi  scrive  deve  o 
innocentemente  dilettare  o  rettamente  educare:  né  io  educazione  o  diletto 
stimo  la  continua  e  illegladrita  storia  di  una  continua  dissolutezza.  Io  ne 
grido  offesa  la  morale  pubblica;  ne  grido  offeso  il  pudore  de'  giovani  e  delle 
giovani,  ne  grido  offeso  l'onore  italiano;  il  quale  con  questi  esempi  e  col- 
l'esempio  de'  romanzatori  e  delle  romanzatrici  francesi  va  a  morire  infiac- 
chito nel  bordello. 

—  In  questi  tempi  regna  si  poca  religione  nel  didentro  di  molti,  che  lo 
autore  (il  quale,  come  sapete,  ha  scritta  in  questo  libro  la  propria  vita) 
ha  voluto  forse  dare  esempio  di  religioso,  ancorché  travolto  nel  pieno  e  leg- 
giadro vivere  del  mondo. 

—  I  Santi,  secondo  io  lessi  ne'  leggendari  della  povera  mia  nonna,  non 
erano  consumati  dalla  voglia  di  divulgare  pel  mondo  con  orgogliosa  e 
sfacciata  solennità  la  contezza  della  loro  santità  e  del  loro  apostolato, 
0  della  loro  vita  laida  fatta  da  prima.  Anzi,  ciò  si  sarebbero  riputato  a 
peccato  e  a  vergogna  grande;  perché  l'umiltà  è  il  fondamento  della  santità. 

—  Pare  anche  a  me,  se  bene  appresi  l'arte  della  perfezione  cristiana. 

—  Oh  quanti  poi  sono  più  cordialmente  religiosi  di  quelli  che  ne  fanno 
pompa!  Non  credete  all'apparenze:  io  parlo  adesso  in  generale.  La  reli- 
gione non  abita  (è  cosa  vecchia)  nel  di  fuori  della  persona.  Chi  prèdica: 
«  Io  sono  un  santo  »,  perde  il  credito  e  il  merito  di  santo.  Se  io,  esempigra- 
zia, non  cioccherò  tuttodì  le  labbra  nelle  chiesuole  con  quel  lungo  pissi 
pissi  delle  femminelle,  sarò  irreligioso  ? 

—  Non  sarete,  purché  vi  ricordiate  che  non  ci  è  religione  senza  culto. 

—  Io  sono  vosco:  ma  penso  che  la  cagione  onde  nasce  in  molti  l'ap- 
parente disamore  della  religione  provenga  più  da  quelli  che  fanno  finta 
d'amarla  che  da  quelli  che  la  disprezzano.  Perché  gli  uomini,  abborrendo 
da'  ribaldi  e  da  coloro  che  studiano  a  ingannare  il  genere  umano  con  tanta 
fucata  fede  e  con  tanta  ben  mascherata  amorevolezza  de'  prossimi,  abbor- 
riscono  eziandio  dai  mezzi,  de'  quali  questi  a  ingannare  e  a  improsperire 
si  servono. 

—  Di  cortesia,  che  andate  voi  teologando  ?  È  carriera  pericolosa  a  un 
par  vostro.  Torniamo  a  riva.  Vi  confesso  che  a  me  pure  è  paruta  un  po' 
troppo  lascibile  e  sdrucciolente  la  vita  di  Giovanni  e  Maria;  né  l'ho  vo- 
luta dare  a  mia  sorella  perché  non  impari  a  giovaneggiare  come  loro  due. 

—  Strabene:  dove  non  è  pudicizia  non  deve  leggere  fanciulla,  o  gio- 
vinetto, 0  sposa  vereconda.  Dai  buoni  costumi  e  dall'intiero  e  vigoroso 
animo  vengono  le  forti  virtù  de'  popoli. 


212  GUIDO  BATTELLI 

—  Alla  fé,  mi  sono  meravigliata  non  poco  come  l'autore,  il  quale  scrive 
di  aver  consacrata  al  vero  e  al  bene  dell'Italia  (povera  Italia  !)  la  sua  vita, 
non  abbia  preveduto  che  il  suo  libro  non  apporterebbe  forse  a  tutti  bene: 
che  da  un  letterato,  che  amò  molte  donne  dal  pallore  sereno  e  con  inno- 
cenza e  senza  innocenza;  e  da  una  donna  che  amò  molti  uomini  e  cadde 
quasi  sempre,  come  ucccello  presicelo,  alla  fragilità  della  nostra  natura, 
non  poteva  derivare  una  storia  utile  a  costumi  della  nazione;  benché  si 
sbraccino  a  gridare  che  sono  tutti  due  affettuosamente  cristiani. 

Nelle  storie  civili  anco  dagli  errori  s'impara;  ma  da  due  peccatori  nulla 
impariamo,  essendoché  sapevamo,  come  buoni  cristiani,  che  Dio  perdona 
e  rinnova:  essendoché  le  virtù,  oltreché  non  soprastanno  ai  vizi,  non  sono 
di  un  essere  sempre  forte  e  magnanimo.  Farmi  più  utile  e  più  lodevole 
divulgare  pel  mondo  imitabili  virtù  e  insegnamenti  buoni,  che  (benché 
cosa  non  condannevole)  vizi  e  penitenze.  È  più  agevole  a'  giovani  incauti 
imitar  quelli  che  queste,  massime  quando  sono  descritti  con  fine  ed  ac- 
corte blandizie  di  stile,  e  illustrati  con  benevole  ed  affettuose  parole,  e 
scoperti  nella  loro  più  nuda  morbidezza. 

—  Certo  avrei  desiderato  anch'io  più  trionfi  e  meno  santocchierie. 

—  E  dello  scrivere  che  vi  pare  ? 

—  Quanto  allo  scrivere  parmi,  in  quest'opera,  assai  esperto  scrittore, 
quando  l'enorme  sfoggio  e  la  lussuria  de'  vezzi  e  degli  epiteti  non  oscura 
il  vero  e  non  tradisce  il  bello.  Nondimeno  nella  scorrevole  vivacità  del 
dialogo,  nella  briosa  e  morbida  affabilità  dello  stile  (dote  poco  comune 
a  questo  prolifico  scrittore),  nella  lucentezza  e  proprietà  delle  parole 
(salvo  il  troppo  toscanesimo  che  mi  offende). e  negli  affetti  e  ne'  senti- 
menti amorosi  e  gentili  parmi  pregievolissimo.  Cosi  il  giudizio  gli  fosse 
continua  guida  !  Io  penso  che  questo  libro  sarà  letto  da  molti  con  desi- 
derio e  con  lodi;  con  poco  frutto,  e  forse  con  danno  da  moltissimi. 

—  Anch'io  penso  cosi.  — 

In  questo  mentre  la  donna  attempata,  che  aveva  parlato  sempre  corì 
una  campagnola  brunazza  e  rugosa,  fé'  segno  a  Marina  di  partire.  Presero 
un  sentieruolo  vicin  del  viale,  trapassando  a  ragionar  leggermente  e  per 
un  via  va  d'altre  cose.  Alcune  nubi  bianchicce  e  lucenti  velavano  l'occaso, 
e  qualche  rara  stella  fiammeggiava  amorosamente  nell'azzurro,  più  bruno 
che  nelle  notti  limpide  di  Lombardia.  Alcuno  augello  frascheggiava  in 
mezzo  a  clivi  vignati  e  sterpigni;  una  languida  melanconia  della  natura 
e  alcuni  buffi  di  vento  freddo  annunziavano  il  morire  di  autunno.  Discesi, 
quasi  impensieriti  littoreggiarono  il  fiume,  e  dolci  pensieri  e  dolci  silenzi 
erano  rotti  dal  mormorio  delle  onde  e  allegrati  dalla  sorgente  luna. 

Prospero  Vianl 


RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 


Le  vite  di  Dante  scritte  da  Giovanni  e  Filippo  Villani,  da  Giovanni  Boc- 
caccio, Leonardo  Aretino  e  Giannozzo  Monetti,  ora  nuovamente  pubbli- 
cate, con  introduzione  e  note,  da  G.  L.  Passerini.  —  Firenze,  G.  C. 
Sansoni  editore,  1917,  pp.  xlvui-294. 

La  praticità  di  questo  nitido  elegante  libretto  al  confronto  della  volu- 
minosa raccolta  vallardiana  curata  dal  Solerti,  l'iio  esperimentata  anch'io 
che,  avutolo  tra  mano,  me  n'è  sùbito  nata  la  voglia  di  rileggere  la  bio- 
grafia dantesca  dettata  dal  Bruni.  È  dessa,  comparata  col  Trattatello  del 
Boccaccio,  una  piccola  ma  significativa  affermazione  dello  spirito  d'inda- 
gine critica  nella  storia,  sorto  con  l'Umanesimo.  —  Più  notizie  e  men 
fronde  —  dice  l'aretino  al  suo  grande  predecessore;  e  toglie  difatti  le 
fronde  dove  compendia,  e  mette  notizie  dove  aggiunge. 

...  «  mi  parve  che  il  nostro  Boccaccio,  dolcissimo  e  suavissimo  uomo, 
cosi  scrivesse  la  vita  e  i  costumi  di  tanto  sublime  poeta,  come  se  a  scri- 
vere avesse  il  Filocolo  o  il  Filostrato  o  la  Fiammetta.  Perocché  tutta 
d'amore  e  di  sospiri  e  di  cocenti  lacrime  è  piena,  come  se  l'uomo  nascesse 
in  questo  mondo  solamente  per  ritrovarsi  in  quelle  Dieci  Giornate  amo- 
rose, le  quali  da  donne  innamorate  e  da  giovani  leggiadri  raccontate  furono 
nelle  Cento  Novelle:  e  tanto  s'infiamma  in  queste  parti  d'amore,  che  le 
sustanzievoli  parti  della  vita  di  Dante  lascia  a  dietro  e  trapassa  con  si- 
lenzio, ricordando  le  cose  leggieri  e  tacendo  le  gravi  » .  Perciò  egli  scri- 
verà di  nuovo  la  vita  di  Dante  «  con  maggior  notizia  delle  cose  estima- 
bili», che  vuol  dire  (fermo  l'idea  per  me,  non  per  il  lettore  che  ha  già 
capito):  sviluppando  le  vicende  politiche  e  domestiche,  che  hanno  maggiore 
importanza  di  quelle  amorose. 

Altrove:  «Ora  la  cagione  di  sua  cacciata  voglio  particolarmente  rac- 
contare, perocché  è  cosa  notabile,  e  il  Boccaccio  se  ne  passa  con  piede 
asciutto,  che  forse  non  gli  era  cosi  nota  come  a  noi,  per  cagione  della 
Storia  che  abbiamo  scritta  ».  Qui  il  Bruni,  in  questo  rilievo  determinato, 
reclama  maggior  consenso  che  in  quello  riferito  di  sopra,  dove,  in 
grazia  di  Beatrice,  una  limitazione  alla  portata  della  sua  generica  cen- 
sura s'impone.  Il  Boccaccio  era  un  grande  erudito,  pe'  tempi  suoi,  di  storia 
classica;  eruditissimo  di  mitologia  ;  ma  la  storia  contemporanea  la  sapeva 
come  l'aveva  appresa  alle  veglie,  e  la  raccontava  un  po',  veramente,  con  le 
abitudini,  se  non  con  lo  spirito,  del  novellatore.  Si  vede  pure  dal  Comento. 

Ancora:  chi  non  rammenta  quella  tirata  monorima  che  il  Certaldese 


214  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

fa  contro  il  prender  moglie  da  parte  di  clii  s'è  dedicato  allo  studio?  E 
il  Bruni  commenta:  «qui  il  Boccaccio  non  ha  pazienza»;  dove,  se  quella 
parola  «pazienza»  sta  per  sinonimo  di  «tolleranza»,  credo  che  questa 
volta  sia  il  Bruni  l'ingenuo.  Per  quanto  il  Boccaccio  parli  con  calore,  ho 
poca  fede  che  parli  con  convinzione:  soprattutto  fa  dello  stile;  è  una 
fronda  anche  quella!  D'accordo  invece  che  sotto  la  ricca  fronda  stanno 
«giudicii  molto  frivoli  in  questa  parte». 

Il  Bruni  non  nomina  il  Boccaccio,  per  più  libertà  di  parola,  ma  evidente- 
mente s'appunta  contro  di  lui  nelle  caustiche  riflessioni  sul  modo  di  vita  e 
di  studi  che  Dante  tenne  dopo  Campaldino:  ...  «  e  alli  studii  più  fervente- 
mente che  prima  si  diede,  e  nientedimanco  niente  tralasciò  delle  conver- 
sazioni urbane  e  civili:  cosa  miracolosa,  che,  studiando  continovamente, 
a  ninna  persona  sarebbe  paruto  ch'egli  studiasse,  per  l'usanza  lieta  e  con- 
versazione giovanile.  Nella  qual  cosa  mi  giova  riprendere  l'errore  di 
molti  ignoranti,  i  quali  credono  ninno  essere  studiante,  se  non  quelli  che 
si  nascondono  in  solitudine  ed  in  ozio;  e  io  non  vidi  mai  ninno  di  questi 
camuffati  e  rimossi  dalla  conversazione  degli  uomini,  che  sapesse  tre  let- 
tere. Lo  ingegno  alto  e  grande  non  ha  bisogno  di  tali  tormenti,  anzi  è 
vera  conclusione  e  certissima  che,  quello  che  non  appara  tosto,  non  ap- 
para mai  :  sf  che  stranarsi  e  levarsi  dalla  conversazione  è  al  tutto  di  quelli 
che  niente  sono  atti  con  loro  basso  ingegno  ad  imprendere  » .  Or  qui  noi 
tardi  nati  non  possiamo  far  altro  che  stringerci  nelle  spalle,  dolenti  di 
rimanere,  tra  le  une  e  le  altre  belle  parole,  affatto  al  buio  di  come  vera- 
mente studiasse  e  vivesse  Dante  da  giovane,  se  assorto  e  astratto,  sf  che 
se  ne  renda  verosimile  il  racconto  della  spezierfa  senese,  o  se  tra  lieta 
usanza  di  coetanei.  11  Bruni,  non  meno  del  Boccaccio,  disegna  un  tipo,  non 
detta  storia;  e  noi  possiamo  ben  dire:  —  Venerabilissimi  avi,  voi  ci  dilet- 
tate entrambi  col  vostro  adorno  linguaggio,  savio  d'una  diversa  sapienza 
(anche  noi  non  andiamo  spesso  d'accordo),  ma  non  appagate  la  nostra 
curiosità  di  sapere  come  fu  educato  o  si  educò  Dante  giovane.  —  Non 
piccola  rinuncia  trattandosi  di  Lui  ! 

Un  altro  rimprovero:  dopo  narrata  (con  bella  vigoria  di  stile  !)  la  bat- 
taglia di  Campaldino,  il  Bruni  aggiunge:  «Tornando  adunque  al  nostro 
proposito,  dico  che  Dante  virtuosamente  si  trovò  a  combattere  per  la 
patria  in  questa  battaglia;  e  vorrei  che  '1  Boccaccio  nostro  di  questa  virtù 
più  tosto  avesse  fatto  menzione,  che  dell'amore  di  nove  anni  e  di  simili 
leggerezze,  che  per  lui  si  raccontano  di  tanto  uomo.  Ma  che  giova  a  dire? 
la  lingua  pur  va  dove  il  dente  duole,  ed  a  cui  piace  il  bere  sempre  ra- 
giona di  vini».  Ma  l'umanista  pecca  per  eccesso  di  zelo.  Il  Boccaccio 
esalta  non  meno  di  lui  le  virtù  civili  di  Dante  (§  4  della  Vita  e  passim; 
§§  9-10-11  del  Compendio),  ma  in  luogo  di  farle  emergere  con  la  storia, 
giacché  la  storia  gli  difetta,  procura  di  esaltarle  con  l'arte  dello  stile. 

Come  pure  il  Bruni  avrebbe  potuto  riconoscere  che  le  informazioni 
per  lui  desunte  dalle  Epistole,  mancarono  totalmente  al  Boccaccio,  il  quale 
a  sua  volta  ebbe  su  di  lui  il  vantaggio  di  più  notizie  raccolte  dalla  viva 


G.  L.  PASSERINI  -  LE  VITE  DI  DANTE  [D.  GUERRl]  215 

voce  dei  contemporanei  del  poeta,  «preziose  e  uniche»,  come  s'esprime 
il  Passerini. 

Concludendo,  a  me  pare  che  il  giudizio  che  si  può  ricavare  dalla  cu- 
riosa postilla  di  un  manoscritto  Riccardiano:  «Non  ostante  che  messer 
Leonardo  dichi  male  del  Boccaccio,  e  biasimi  questa  opera  composta  per 
lui  di  Dante,  non  è  però  da  prestargli  interamente  fede,  perché  è  uno 
vocabulo  che  dice  che  tra  gli  artefici  sempre  nasce  invidia  *  ;  il  quale 
giudizio  è  giusto,  se  bonariamente  s'interpreti  che  le  due  biografie  dove- 
vano di  necessità  rispecchiare  i  temperamenti  diversi  dei  due  scrittori  ; 
a  me  pare,  dico,  che  tal  giudizio  si  completi  aggiungendo  la  considera- 
zione già  fatta  in  principio,  che  le  due  opere  rispecchiano  inoltre  bene 
la  diversità  dei  tempi  in  che  furono  scritte,  nel  loro  differente  atteggia- 
mento spirituale  riguardo  alla  storia.  —  Anche  Beppe  Giusti  non  la  pen- 
sava diversamente. 


Adunque  questa  biografia  del  Bruni,  scritta  rapidamente  a  sollievo  di 
faticose  letture  di  storia,  con  semplicità  di  stile  e  bella  lingua,  «  in  sup- 
plimento  »  allo  scriver  del  Boccaccio,  disegnata  chiaramente  in  due  parti, 
«  delli  affanni  publici  »  di  Dante  e  «  del  suo  stato  domestico  e  de'  suoi 
costumi  e  studii>,si  legge  volentieri  e  istruisce  senza  affaticare. 

Non  cosi  la  Vita  del  Boccaccio,  concepita  da  retore,  quel  magnifico 
retore  che  riuscì  in  questa  «laude»  il  certaldese,  sbocciato  per  germina- 
zione interna  e  cresciuto  a  rigoglio  sul  terreno  di  pochi  e  vaghi  esempi 
di  panegirico,  senza  la  fecondazione  artificiale  d'alcuna  scuola  sofistica, 
come  i  retori  greci  e  Socrate  tra  loro;  quindi  originale,  modello  ai  po- 
steri, non  copia  o  riproduzione  corretta  di  esemplari  preesistenti.  Si  am- 
mira, ma  si  pena  a  leggère;  qualche  volta  ci  si  impazientisce. 

Eppure  io  non  ho  mai  dubitato,  né  dubito  ora,  che  la  biografia  del 
Boccaccio,  non  ostanti  i  difetti  rilevati  dal  Bruni,  cioè  la  sua  incompiu- 
tezza e  la  sproporzione  delle  parti;  e  non  ostanti  le  superfluità  ornamen- 
tali, che  anche  di  più  spiacciono  a  noi  moderni;  non  sia  quella  che  ha 
tracciata  pei  secoli  la  figura  morale  del  poeta  fiorentino,  cosi  come  l'ef- 
figie giottesca  di  S.  Croce  è  quella  che  ne  ha  segnate  le  linee  fisiche. 
È  l'effetto  del  magistero  dell'arte,  congiunto  alla  superiore  intuizione  del- 
l'uomo di  grande  ingegno.  Analogamente  il  Comento  è  il  più  capace  di 
vivificare  l'intendimento  della  Commedia,  il  più  fecondo  di  ulteriore  svi 
luppo:  specialmente  se  si  liberi  dei  meravigliosi  spropositi  di  che  son 
piene  le  edizioni  correnti  e  si  riconosca,  come  spero  di  far  presto  rico- 
noscere, che  le  gretterie  e  le  balordità  che  pur  vi  si  trovano,  non  sono 
del  Boccaccio,  essendosi  divulgato  quel  testo  non  secondo  il  suo  origi- 
nale, ma  secondo  il  rifacimento  d'un  «  maestro  »  scarso  d'intelligenza,  che 
intese  a  colmare  di  suo,  e  con  più  brani  di  altre  opere  del  certaldese 
non  ben  capiti,  e  di  altri  commenti  correnti,  i  vuoti  lasciati  dall'autore  in 
quelle  sue  non  frammentarie  ma  lacunose  stesure  di   «  lezioni  » . 


216  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

li  chiaro  editore  di  questa  silloge  vi  raccoglie  la  biografia  boccaccesca 
nelle  due  redazioni  che  si  sogliono  chiamare  il  Primo  compendio  e  la 
Vita  intera;  l'uno  nella  lezione  di  Enrico  Rostagno,  l'altra  in  quella  del 
Macri-Leone.  L'autografo  toledano  della  Vita  avrebbe  offerto  un  buon 
manipolo  di  lezioni  migliorate  (per  dire  la  pili  materiale,  quegli  adunche, 
quantunche,  che  stonan  tanto,  non  sono  del  Boccaccio,  il  quale  scriveva 
adunque,  quantunque):  ma  si  sa  che  non  è  compito  dei  libri  divulgativi 
rinnovare  i  testi;  né  finora  è  pubblicato  quello  toledano,  che  gli  studiosi 
attendono  dalle  cure  esperte  di  Giuseppe  Vandelli.  A  più  forte  ragione 
occorre  far  buon  viso  al  Primo  compendio,  che  qui  ricomparisce  in  luogo 
del  Secondo  compendio  dell'autografo  chigiano,  sia  perché  la  lezione  del 
Rostagno  è  veramente  «  ottima  e  quasi  diremmo  definitiva  »,  come  s'esprime 
il  Passerini  ;  sia  perché  la  redazione  chigiana  non  toglierà  a  questa  (più 
ampia  di  poche  pagine,  che  si  leggono  quasi  uguali  nella  Vita,  distri- 
buite in  sei  luoghi  diversi),  pari  diritto  a  comparire  nel  pubblico,  se  rap- 
presenta anch'essa  un'elaborazione  genuina  del  Boccaccio,  come  il  Ro- 
stagno stesso  ebbe  il  merito  di  dimostrare  criticamente  per  primo,  quando 
l'autografia  dei  manoscritti  toledano  e  chigiano  non  era  ancora  stata  dimo- 
strata dal  Barbi  (Vita  Nuova),  con  l'avallo  del  Vandelli  (Rubriche  dan- 
tesche di  G.  Boccaccio,  Firenze  1908;  —  in  tali  difficilissime  identificazioni 
l'accordo  dei  competenti  è  una  garanzia  pressoché  necessaria). 


Alla  storia  critica  della  biografia  boccaccesca  nelle  sue  diverse  reda- 
zioni dedica  il  Passerini  più  pagine  della  sua  introduzione,  in  forma  di- 
vulgativa, integrando  la  lucida  esposizione  del  Rostagno  in  testa  alla  sua 
edizione,  con  l'ultimo  decisivo  capitolo,  che  sta  appunto  tra  l'edizione  del 
Rostagno  (1899)  e  il  recente  studio  di  Michele  Barbi  Qual  è  la  seconda 
redazione  del  '  Trattatello  '  in  laude  di  Dante  ?  (1913),  attraverso  alla  Vita 
Nuova  (1907). 

Son  note  le  conclusioni  dell'ultimo  interessantissimo  scritto  del  Barbi 
sull'argomento,  le  quali  credo  si  possano  cosi  riassumere: 

1°  la  mano  di  scrittura  assicura  che  l'autografo  del  Compendio  è  più 
recente  dell'autografo  della   Vita; 

2°  il  raffronto  delle  divergenze  più  caratteristiche  dimostra  che  il 
Compendio  è  una  rielaborazione  della  Vita  «  sfrondata  di  alcune  lungag- 
gini superflue,  migliorata  nella  dizione,  ritoccata  per  amore  di  maggior 
precisione  in  tutto  ciò  che  potesse  sembrare  ambiguo  o  contradittorio, 
e  qua  e  là,  inoltre, accresciuta  ed  aumentata*. 

Il  Passerini  non  le  accetta  in  integrum,  come  altri  fecero,  segnatamente 
il  compianto  Arnaldo  della  Torre  (Ballettino  della  Società  dantesca  ita- 
liana) ed  Enrico  Hauvette  (Boccace,  Paris,  1914). 

Egli  infatti  contro  la  prima  conclusione  osserva,  senza  contestarla 
nelle  sue  ragioni  grafiche,  che  non  perciò  se  ne  deduce  la  «  necessaria  » 


Q.  L.  PASSERINI  -  LE  VITE  DI   DANTE  [D.  GUERRI]  217 

priorità  della  compilazione  della  Vita  sulla  compilazione  del  Compendia, 
non  vedendosi  motivi  che  «  impedirono  o  poteron  ragionevolmente  impe- 
dire al  Boccaccio  di  scrivere  la  Vita  di  Dante  nella  sua  forma  più  breve, 
prima  ch'egli  si  ponesse  a  ricopiare  la  Vita  intera  sul  bel  codice  di  To- 
ledo». Insomma  la  maggiore  o  minore  antichità  di  mano  di  scrittura  delle 
«  copie  »  non  implicherebbe  la  maggiore  o  minore  antichità  delle  «  reda- 
zioni», posto  che  né  l'una  né  l'altra  fosse  dall'autore  abbandonata  o  ripu- 
diata, ma  ch'egli  continuasse  a  servirsi  a  volta  a  volta  di  ambedue,  come 
l'opportunità  lo  consigliava.  E  in  linea  ragionativa  il  Passerini  è  nel  giu- 
sto; tanto  vero  che  il  Barbi  stesso  non  s'è  fermato  alla  comparazione 
della  mano  di  scrittura,  ma  ha  aggiunto  l'altra  d'ordine,  diremo,  stilistico, 
di  cui  ho  riferito  sopra  la  conclusione. 

Senonché  anche  contro  l'esame  stilistico  il  Passerini  solleva  dei  dubbi; 
i  quali,  essendo  espressi  in  forma  già  molto  rapida,  devono  esser  riferiti 
testualmente  per  darne  contezza.  «  È  certo,  per  esempio,  (egli  domanda) 
che  la  promessa  di  spiegare  il  sogno  della  madre  di  Dante,  la  qual  si 
legge  nel  cosi  detto  Compendio  (par.  2)  e  manca  nella  Vita,  dove  poi, 
quando  si  viene  a  quella  spiegazione  (par.  17),  si  ricorda  anche  tale  pro- 
messa, è  proprio  certo  non  abbia  valore  per  infirmare  le  ragioni  evidenti 
che  ci  sono  per  concludere  che  il  Compendio  è  un  rifacimento  della  Vita  ? 
E  che  la  ripetizione  di  questo  sogno  in  due  diversi  luoghi  della  Vita 
stessa,  in  principio  (par.  2)  e  in  fine  (par.  17)  —  dove  poi  una  vera  e 
propria  ripetizione  a  guardar  bene,  non  c'è,  —  sia  precisamente  «  un  di- 
fetto »  ?  Ancóra:  è  sicuro  che  ci  sia  contradizione  fra  quel  che  nella  Vita 
(par.  3)  è  detto  degli  effetti  dell'amor  di  Beatrice  sull'arte  dantesca,  e 
quel  che  di  quelli  si  dice  più  innanzi  (par.  8)  ?  E  che  quella  giunta  di 
notizie,  nella  Vita  compendiata  (par.  6),  intorno  agli  amoretti  o  agli  amo- 
razzi per  la  Pargoletta  e  per  la  montanina  gozzuta  —  anche  se  «  dedu- 
zioni», pel  Boccaccio,  «dalle  rime  di  Dante  e  dai  Canti  XXIV  e  XXXI 
del  Purgatorio»,  —  sia  proprio  al  luogo  suo,  dopo  il  ricordo  affettuoso 
e  delicatissimo  delle  lacrime  del  Poeta  per  la  morte  di  Beatrice  suo 
«laudevole=»  amore?  E  non  parrà  un  segno  di  più  attenta  cura  della  ve- 
rità, piuttosto  il  prudente  giudizio  intorno  alla  Gemma  Donati,  che  si  legge 
nella  Vita  intera  :  «  Certo  io  non  affermo  queste  cose  essere  avvenute  a 
Dante,  che  noi  so^  (par.  3),  anzi  che  quello,  che  ha  del  dispettoso  e 
dell'avventato,  il  qual  si  legge  nella  Vita  in  compendio  (par.  8):  «ma 
chenti  che  l'altre  (mogli)  sieno . . .  tal  fu  quella  che  a  Dante  fu  data», 
ecc.  ecc.  ?  Che  poi  venga  a  dire  «  implicitamente  lo  stesso  »  l'afferma- 
zione che  l'Alighieri  «familiarissimo  divenne  di  tutti  (i  poeti),  e  massi- 
mamente de'  più  famosi  » ,  che  si  legge  nel  compendio  (par.  3),  e  «  fami- 
liarissimo  divenne  di  Virgilio,  d'Orazio,  d'Ovidio,  di  Stazio»,  ecc.,  come 
si  legge  nella  Vita  (par.  2),  può  esser  benissimo:  ma  nessuno  potrà  ne- 
garmi che  qui  la  notizia  sia  certamente  più  compiuta  e  importante,  né 
facilmente  spiegare  perché,  in  una  successiva  rielaborazione  della  sua 
scrittura,  il  Boccaccio  l'avrebbe  dovuta  tagliar  pel  mezzo!  E  bene  sta. 


218  RASSEGNA     BIBLIOGRAFICA 

anzi  a  maraviglia,  che  nello  stendere  a  gran  tratti  l'elogio  di  Dante,  al 
Certaldese  paresse  bastevole  lo  accennare  (par.  16)  che  «  negli  studiì, 
quel  tempo  che  lor  poteva  concedere,  fu  assiduo  molto  »  ;  ma  non  cosf 
potrà  a  tutti  parer  naturale  il  trovare  soppresso  il  singolarissimo  e  signi- 
ficantissimo episodio  della  spezieria  senese,  se  si  tiene  il  cosi  detto  Com- 
pendio derivato  dalla  Vita.  Né  sembrerà  molto  più  naturale,  per  non  ci- 
tare altro,  il  vedervi  soppressa  la  particolar  ragione  dell'ambasceria 
dantesca  al  Pontefice,  non  ricordato  il  nome  del  «gran  Lombardo»  primo 
ospite  di  Dante  a  Verona,  dimenticate,  tra  il  ricordo  delle  altre  opere  del 
Poeta,  le  Epistole;  né  meno  strano  il  legger  nel  bello  studio  di  Michele 
Barbi  che  tutte  quelle  omissioni  sono  di  cose  di  poco  conto,  e  che  per- 
ciò non  hanno  importanza!». 

Per  queste  ragioni  il  Passerini  mantien  fede  all'opinione  del  Rostagno 
che  il  Compendio  sia  precedente  alla  Vita,  e  coerentemente  gli  dà  nella 
raccolta  il  primo  posto. 

Ora  il  lettore  burlone  non  scherzi  sulla  discordia  che  regna  nel  campo 
d'Agramante  :  son  questioni  difficili,  che  a  trattarle  costano  ingegno  e  dot- 
trina e  possono  magari  non  esser  risolte  mai,  o  questa,  o  altre  di  simil 
natura.  Ma  non  sono  fatiche  perdute,  perché  affinano  l'intendimento  del- 
l'opera e  contribuiscono  a  richiamarvi  l'attenzione,  che  facilmente  si  svia 
verso  letture  più  agevoli,  ma  non  più  proficue.  Utili  soprattutto  quando 
tendono  a  ricostituire  testi  genuini,  com'è  avvenuto  appunto  di  questa  de- 
terminata questione  critica  :  che  quando  avremo  la  pubblicazione  dei  ma- 
noscritti toledano  e  chigiano,  è  certo  che  avremo  lezioni  perfette. 


I  «  dubbi  »  del  Passerini  hanno  determinato  nella  mia  mente  il  chiarirsi 
di  certa  idea  che  vi  preesisteva,  ma  non  aveva  trovato  ancora  la  sua 
espressione  precisa.  Intorno  al  problema  rifletto  anch'  io  da  più  tempo  per 
la  edizione  cui  attendo  degli  scritti  danteschi  del  Boccaccio,  già  stampata 
per  questa  parte  biografica.  E  perché  non  improvviso,  per  questo  mi  faccio 
lecito  di  esporre  l'idea  mia. 

Ora  a  me  paion  poco  rilevanti  le  differenze  di  contenuto  tra  la  Vita  e  il 
Compendio,  in  quanto  sostanza  biografica,  dati,  giudizi  e  apprezzamenti 
sui  casi  e  sull'opera  di  Dante  ;  paion  minime  le  differenze  di  ordinamento 
e  distribuzione  della  materia.  Dall'una  e  dall'altra  di  queste  categorie, 
mi  pare  che  non  si  possa  trarre  alcuna  deduzione.  Resta  una  terza  cate- 
goria di  differenze,  bene  individuabile  e  circoscritta,  costituita  dai  luo- 
ghi tipicamente  rettoria  che  si  leggono  nella  Vita  e  non  si  leggono  nel 
Compendio  (primo  e  secondo).  Sono  esclamazioni,  interrogazioni,  apo- 
strofi, epifonemi,  invocazioni  e  imprecazioni,  ripetizioni  e  altro  minuto 
bagaglio  scolastico. 

Rimando  all'edizione  Passerini: 
p.  77:  «Oh  scellerato  pensiero,  oh  disonesta  opera,  oh  miserabile  esem- 
plo, di  futura  ruina  manifesto  argomento!»,  ecc. 


G.  L.  PASSERINI  -  LE  VITE  DI  DANTE  [D.  QUERRl]  219 

p.  82:  «Questi  fu  quel  Dante,  del  quale  è  il  presente  sermone  ;  questi  fu 
quel  Dante,  che  a'  nostri  secoli  fu  conceduto  di  speziai  grazia  da  Dio; 
questi  fu  quel  Dante,  il  quale,  primo,  doveva  al  ritorno  delle  Muse  sban- 
dite d'Italia  aprir  la  via.  Per  costui  la  chiarezza  del  fiorentino  idioma  è 
dimostrata;  per  costui  la  morta  poesia  meritamente  si  può  dire  suscitata  ...» 
p.  88:  «  Oh  insensato  giudicio  degli  amanti  !  chi  altri  che  essi  estimerebbe 
per  aggiugnimento  di  stipa  fare  le  fiamme  minori  ?  »  ecc. 
p.  91  :  «  Oh  menti  cieche,  oh  tenebrosi  intelletti,  oh  argomenti  vani  di  molti 
mortali,  quante  sono  le  riuscite  in  assai  cose  contrarie  a'  vostri  avvisi, 
e  non  senza  ragione  le  più  volte  !  chi  sarebbe  colui  che  del  dolce  aere 
d'Italia,  per  soperchio  caldo,  menasse  alcuno  nelle  cocenti  arene  di  Libia 
a  rinfrescarsi,  o  dell'isola  di  Cipri,  per  riscaldarsi,  nelle  eterne  ombre  de' 
monti  Rodopei?  Qual  medico  s'ingegnerà  di  cacciare  l'aguta  febbre  col 
fuoco»,  ecc.  ecc. 

p.  100:  «Questo  merito  riportò  Dante  dal  tenero  amore  avuto  alla  sua  pa- 
tria !  questo  merito  riportò  Dante  dell'affanno  avuto  in  voler  tór  via  le 
discordie  cittadine  !  questo  merito . . .  Questa  fu  la  marmorea  statua  fat- 
tagli a  eterna  memoria  della  sua  virtù  !  con  queste  lettere  fu  il  suo  nome 
tra  quelli  de'  padri  della  patria  scritto  in  tavole  d'oro  !  con  cosi  favore- 
vole romore  gli  furono  rendute  grazie  de'  suoi  beneficii! ...  Oh  vana  fidanza 
de'  mortali,  da  quanti  esempli  altissimi  se'  tu  continuamente  ripresa,  am- 
monita e  gastigata!  Deh  se  Camillo,  Rutilio,  Coriolano  e  l'uno  e  l'altro 
Scipione  >,  ecc. 

109:  «Oh  ingrata  patria,  qual  demenzia,  qual  trascutaggine  ti  teneva, 
quando  tu  il  tuo  carissimo  cittadino,  il  tuo  benefattore  precipuo,  il  tuo 
unico  poeta  con  crudeltà  disusata  mettesti  in  fuga»,  ecc.  ecc. 
p.  136:  «Oh  isdegno  laudevole  di  magnanimo,  quanto  virilmente  operasti 
riprimendo  l'ardente  desio  del  ritornare  per  via  meno  che  degna  a  uomo 
nel  grembo  della  filosofia  notricato  !  » 

p.  139:  Ma  chi  sarà  tra'  mortali  giusto  giudice  a  condannarlo?  Non  io. 
Oh  poca  fermezza,  oh  bestiale  appetito  degli  uomini  !  Che  cosa  non  pos- 
sono in  noi  le  femmine»,  ecc. 

(Tralascio  più  minuti  raffronti,  come  :  «  Ma  che  ?  qual  vita  è  tanto  umile 
che  dalla  dolcezza  della  gloria  non  sia  tocca?»  nella  Vita;  «Ma  qual 
vita  è  tanto  umile»,  ecc.,  nel  Compendio). 

A  esaminare  uno  ad  uno  e  tutti  insieme  questi  luoghi  tipici  risalta  evi- 
dente che  essi  corrispondono  a  una  preoccupazione  rettorica,  che  sono 
voluti,  in  omaggio  a  una  dottrina  dell'arte  dello  scrivere.  Sono  realmente 
accessori,  che  possono  stare  al  loro  posto  o  esserne  tolti,  senza  scompa- 
ginare il  capitolo  cui  appartengono,  bastando  qualche  ritocco  dei  passaggi  ; 
tanto  ascitizi,  che  non  hanno  (e  non  possono  avere)  alcuna  impronta  per- 
sonale di  stile.  A  sé  presi,  nessun  prudente  li  giudicherebbe  necessaria- 
mente boccacceschi  ;  sono  boccaccevoli. 

Questo  modo  di  vedere  è  in  parte  implicito,  in  parte  sottinteso,  in 
parte  anche  espresso  nell'esame  del  Barbi,  come  nelle  riflessioni  del  Pa- 


220  RASSEGNA  BIBLIOGRAFICA 

rodi  (//  Boccaccio  in  Laude  di  Dante,  nel  Marzocco^  8  dee  1907)  e  di 
altri;  ma  l'idea,  com'io  l'ho  formulata,  non  affiora. 

Se  essa  per  avventura  è  criticamente  più  precisa  di  altre,  ne  consegue 
(scartata,  per  la  ragione  dell'autografia,  l'ipotesi  che  quei  luoghi  non  siano 
del  Boccaccio,  altrimenti  perseguibilissima),  ne  consegue  che  le  due  reda- 
zioni rappresentano  due  rettoriche,  due  arti  del  dire,  o,  se  piaccia,  due 
estetiche  diverse. 

Adunque,  saltando  gli  anelli  intermedi  della  catena  del  mio  pensiero  e 
pigliandone  solo  gli  estremi,  io  giudico  che  la  rettorica  sufficiente  a  pro- 
durre quei  tali  fiori  è  la  rettorica  degli  anni  giovani:  tra  i  romanzi  e  il 
Comento  c'è  quel  divario  di  stile  ch'è  tra  la  Vita  e  il  Compendio. 

Cosi,  camminando  sul  medesimo  terreno  del  Barbi,  ma  con  un  tracciato 
di  via  più  diritto  (o  si  dica  pure:  per  una  scorciatoia),  faccio  capo  al  suo 
giudizio,  che  la  Vita  è  anteriore  al  Compendio  ;  e  preferisco  anche  cre- 
dere con  lui  che  la  preesistenza  dell'autografo  della  Vita  non  è  un  gioco 
del  caso. 


Una  parola  anche  sulla  biografia  di  Filippo  Villani,  che  di  quella  di 
Filippo  Manetti  non  mi  pare  occorra  dire  oltre  ciò  clie  già  ne  scrisse 
il  Todeschini  {Scritti  su  Dante,  Vicenza,  1872,  I,  p.  310),  citato  dal  Pas- 
serini :  che  questo  umanista  assolse  bene  il  compito  che  s'era  proposto, 
di  raccogliere  in  lingua  latina,  a  servigio  e  secondo  il  gusto  dei  dotti, 
quello  che  di  Dante  era  stato  esposto  dai  precedenti  biografi,  senza  pre- 
tendere a  cose  nuove. 

Filippo  Villani  è  uno  di  quei  feticci  o  santoni  ch'è  meglio  rinchiudere 
in  soffitta.  Anche  quel  posto  in  platea  che  gli  si  concede  (che  nessuno 
vorrebbe  offrirgli  un  posto  distinto),  è  regalato.  Corto  di  mente,  gonfio  di 
rettorica,  falsamente  modesto,  in  questa  sua  biografia  o  amplifichi  o  com- 
pendii il  Boccaccio,  o  deduca  dal  necrologio  dantesco  dello  zio,  non  mo- 
stra alcuna  capacità  di  critica,  né  alcuna  curiosità,  men  che  a  parole,  che 
gli  abbia  fatto  cercare  o  ritrovare  qualche  notizia  nuova.  A  leggerlo  è 
tempo  perso. 

E  tuttavia  questa  sua  biografia  non  è  ancora  il  peggio  della  sua  attività 
dantesca,  ch'è  segnato  da  quel  commento  al  primo  canto  della  Commedia,  con 
relativo  proemio:  le  cose  non  dirò  più  pazzesche,  che  manca  ogni  lampo, 
ma  più  ebeti  che  siano  mai  state  scritte,  quando  non  sono  pagine  d'altri. 
E  anche  allora,  compendii  dal  De  Genealogia  o  dal  Trattatello,  accozza 
in  modo  che  riesce  a  perdere  e  a  far  perdere  il  senso  dei  testi  che  im- 
miserisce. Con  le  sue  storditissime  allegorie  non  già  spiegava  «  un  altro 
Dante  > ,  come  avrebbe  detto  il  buon  Francesco  da  Buti,  ma  ne  trattava  le 
parole  come  i  sacerdoti  trattavano  i  segni  della  pitonessa  lanciati  al  vento. 
I  fiorentini,  che  non  lo  tollerarono  come  pubblico  espositore  del  loro  poeta, 
non  si  mostrarono  esigenti  :  fu  una  rivolta  del  buon  senso  ! 


G.   L.  PASSERINI  -  LE  VITE  DI  DANTE  [D.  GUERRl]  221 

Il  Passerini  chiude  la  sua  introduzione  con  parole  commosse  che  rie- 
vocano il  suo  lutto  e  la  sua  gloria.  —  E  alla  memoria  di  Giulio,  l'eroico 
giovinetto,  già  alcun  tempo  diletto  alunno,  poi  compagno  nelle  armi  im- 
pugnate per  la  terra  di  Dante,  vada  pure  il  mio  mesto  e  riverente  saluto 

Domenico  Guerri. 


NOTIZIARIO 


a  cura  di 
G.  BusTico,  I.  Del  Valle,  F.  Flamini,  Ger.  Lazzeri,  G.  Moro,  A.  Pellizzari, 
Fr.  Picco,  C.  Sgroi,  F.  Stanganelli,  Cl.  Valacca. 


DUECENTO. 

148.  Onia  Tiberii,  per  oltre  vent'anni  residente  in  Cina,  ha  apprestato  per 
i  tipi  dei  successori  Le  Monnier  una  nuova  edizione  scolastica  del  Milione  di 
Marco  Polo,  corredandola  di  note  storico-geografiche  assai  pregevoli.  11  testo 
è  quello  conosciuto  sotto  il  nome  di  Codice  Magliabechiano  più  antico,  che  con- 
tiene la  prima  traduzione  in  volgare  fiorentino,  fatta  intorno  al  1307,  delle  me- 
morie che  il  Polo  dettò  a  Rusticiano  da  Pisa,  durante  la  sua  prigionia  a  Ge- 
nova. La  signorile  e  vivace  edizione  del  commentatore  rinfresca  l'antica  sa- 
pienza che  brilla  nelle  disadorne  corte  dugentesche.  [G.  M.]. 

149.  Due  pubblicazioni  che  interesseranno  gli  studiosi  del  nostro  Duecento, 
ma  che  non  abbiamo  fin  ora  avute  fra  mani,  sono  quelle  di  J.  Witte,  Das 
Bach  des  Marco  Polo  als  Quelle  fiir  die  Religionsgeschichte  (Berlin,  Hutten,  1916), 
e  di  Robert  Saitschik,  Franziskus  von  Assisi  (Miinchen,  Beck,  1916). 

TRECENTO. 

Dante.  —  150.  Non  intendimenti  esclusivamente  letterari,  ma  spirituali 
e  religiosi  si  è  proposto  Luigi  Asioli,  scrivendo  de  La  Vergine  madre  nel  poema 
di  Dante  (Parma,  Cooperativa  Ed.  Luigi  Buffetti,  1916,  pp.  123).  Il  lavoro  è 
diviso  in  due  libri:  nel  primo,  «premessa  la  dottrina  di  Dante  e  di  S.  Ber- 
nardo intorno  a  Maria  Corredentrice,  è  brevemente  delineata  l'architettura  del- 
l'Inferno, del  Purgatorio,  del  Paradiso,  quindi  è  detto  partitamente  dell'inter- 
vento di  Maria  in  ciascuno  dei  tre  regni  ultraterreni...;  nel  secondo  sono 
raggruppati  tutti  i  tratti  del  poema  che  servono  a  dar  risalto  alla  vita  di  Maria, 
alla  sua  grandezza  presso  Dio  e  sopra  i  beati,  alla  sua  potenza  a  vantaggio 
degli  uomini  ».  Da  ultimo  si  riferiscono  i  versi  del  Divino  Poeta  che  comunque 
concernono  la  Madonna,  e  si  studia  la  celebre  preghiera  alla  Vergine  nelle 
opere  di  S.  Bernardo.  Seguono  la  tavola  delle  citazioni  e  il  registro  alfabetico 
dei  nomi. 

Questo  dell'Asioli,  come  libro  di  pietà  è  troppo,  diciam  cosi,  letterario; 
come  libro  di  letteratura  è  un  centone  di  cui  mi  sfugge  l'utilità.  E  della  scarsa 
utilità  dell'opera  sua  pare  sia  convinto  lo  stesso  autore.  Forse  egli  avrebbe 
fatto  meglio  se,  lasciando  da  parte  il  sunto  del  Poema,  avesse  commentato  in 


NOTIZIARIO  223 

forma  piana  e  semplice,  a  edificazione  delle  anime  pie,  la  mirabile  preghiera 
di  S.  Bernardo,  e  questa  soltanto.  [Cl.  V.]. 

Petrarca.  —  151.  Molte  notizie  intorno  ad  un  amico  del  Petrarca  rac- 
coglie, anche  da  nuovi  documenti,  Rodolfo  Livi  negli  Atti  e  memorie  delia  R. 
Deputazione  di  Storia  patria  per  le  Province  Modenesi  (S.e  V,  xi,  pp.  49).  Trattasi 
di  Guido  da  Bagnolo  medico  del  re  di  Cipro,  del  quale  l'autore  illustra  la  vita 
variamente  operosa,  riproducendo  per  intero  il  suo  testamento  e,  da  ultimo, 
l'inventario  de'  suoi  libri.  Per  noi,  il  capitolo  più  attraente  di  questa  memoria 
è  —  s'intende  —  quello  che  si  riferisce  alle  sue  relazioni  col  poeta.   [F.  F.]. 

152.  J  Fioretti  di  S.  Francesco  e  il  Cantico  del  Sole  sono  ora  ripubblicati 
con  una  prefazione  di  Giovanni  Bertacchi,  intitolata  San  Francesco  e  Noi  (Mi- 
lano, Sonzogno,  Biblioteca  classica  economica,  n^.  130,  pp.  277),  Più  special- 
mente il  B.  sente  vicino  a  noi,  uomini  moderni,  il  Santo  d'Assisi,  perché  egli 
«fu  un  creatore  sublime  di  ricchezze  interiori,  l'uomo  più  intimamente  indi- 
viduo che  sia  passato  fra  le  cittadinanze  della  terra»,  perché  egli  «è  l'uomo, 
tutto  l'uomo,  che  nulla  disconosce  di  quanto  ad  essere  uomini  occorre  >.  [I.  D.  V]. 

153.  Errori  tedeschi  e  confutazioni  italiane  cominciano  ad  apparire  qua  e 
là,  d'ogni  banda  (cfr.  Marzocco,  n°.  22,  3  giugno,  Arnaldo  Bonaventura,  Stra- 
falcioni del  Riemann  autore  della  Storia  universale  della  musica;  cfr.  Nuova  An- 
tologia, 16  aprile,  Antonio  Mufioz,  Le  Impressioni  romane  del  Velasquez  e  la 
mistificazione  di  un  critico  tedesco  di  cui  è  cenno  in  questa  Rassegna,  XXV, 
p.  193).  Par  quasi  che,  risvegliatisi  finalmente  da  un  incubo,  i  dotti  italiani  si 
affaccendino  senza  posa  a  rintegrar  testi,  a  procurarne  edizioni  nostrane,  a 
trarre,  sopra  tutto,  allegra  vendetta  delle  esagerazioni,  degli  svarioni  madornali 
della  dottissima  critica  tedesca. 

Esempi  tipici  delle  superfetazioni  del  cosiddetto  metodo  storico,  validissimo 
strumento  se  maneggiato  con  abile  mano  e  con  geniale  prudenza,  ma  perico- 
loso arnese  applicato  con  rigidezza  meccanica  e  senza-oculato  discernimento, 
stanno  per  essere  offerti  in  uno  dei  prossimi  volumi  mufatoriani  della  nuova 
ristampa  dei  monumentali  RR.  H.  SS.  diretta  da  Vittorio  Fiorini.  In  esso  En- 
rico Sicardi  ripubblica  e  dimostra,  nel  saggio  introduttivo,  opera  genuina  di 
un  Anonimo  senese,  coevo  ai  fatti  che  racconta,  la  cronaca  del  Rebellamentu 
di  Sichilia  cantra  re  Carla,  ritenuta  fin  qui,  sulle  conclusioni  del  barone  Ottone 
Hartwig,  vera  e  propria  falsificazione;  ed  ivi,  altresì,  quel  che  più  monta,  nel 
discorrere  delle  evidenti  relazioni  fra  tal  cronaca  antica  in  volgare  siciliano  e 
V Istoria  fiorentina  di  Ricordano  Malispini,  da  tutti  ormai  in  Italia,  sulle  orme  dello 
Scheffer-Boichorst  tenuta  per  apocrifa,  il  Sicardi  pone  in  rilievo  l'assoluta 
autenticità  dell'opera  di  Ricordano. 

Questa  rivendicazione,  nella  fiducia  che  essa  giovi  alla  stregua  dei  fatti 
a  cancellare  un  errore  ormai  comune  a  tutte  le  nostre  storie  letterarie,  qui  a 
bello  studio  si  segnala  di  su  l'articolo  informativo  che,  con  poche  ma  per- 
suasive prove,  rimandando  la  trattazione  esauriente  dell'argomento  al  su  citato 
volume,  divulga  lo  stesso  Sicardi  nelle  colonne  della  Nuova  Antologia  (16  maggio), 
col  titolo  :  Critica  tedesca  e  suggestione  italiana  :  Ricordano  Malispini  fu  un  fal- 
sario ?  Se  ne  deduce  che  non  solo  questi  non  fu  un  matricolato  impostore, 
quale  lo  finse  lo  Scheffer-Boichorst,  e  quale  parve  veramente  dopo  le  sue  af- 

La  Rassegna.  XXV,  HI,  2 


224  NOTIZIARIO 

fermazioni  agli  intelletti  nostri,  ma,  scrittore  più  antico,  forni  con  la  sua,  una 
fonte  preziosissima  alla  «nuova  Cronica >  del  Villani.  [Fr.  P,]. 

154.  Nella  elegante  Biblioteca  Umbra,  iniziatasi  con  la  ristampa  dello  studio 
del  D'Ancona  su  lacopone  da  Todi,  compare  questa  nuova  edizione  della  nota 
e  giustamente  apprezzata  monografia  del  compianto  Luigi  Fumi  su  Eretici  e 
ribelli  nell'Umbria  [Todi,  CassL  Ed,  «Atanòr»,  s.  a.,  pp.  195);  nella  quale  l'A. 
illustra  con  ricca  e  sostanziosa  erudizione  un  tratto  di  quel  vasto  moto  che, 
or  sono  più  di  trent'anni,  Felice  Tocco  aveva  disegnato  nella  sua  celebre  opera 
su  L'eresia  nel  Medio  Evo.  Il  Fumi,  restringendo  il  campo  delle  sue  indagini, 
scende  a  più  particolare  esposizione  di  fatti,  e  collega  con  il  racconto  delle 
eresie  e  dispute  dottrinali  quello,  prevalente,  di  lotte  e  d'avvenimenti  politici 
e  guerreschi;  cosi  da  offrirci  un'imijiagine  quasi  compiuta  di  quel  turbinoso 
periodo  (1320-1330)  in  cui,  assente  dall'Italia  la  Santa  Sede,  svigorita  e  quasi 
annullata  l'autorità  dell'Impero,  i  due  grandi  poteri  pubblici  del  Medio  Evo 
sono  battuti  dalle  oligarchie  comunali  e  già  cedono  terreno  alle  nascenti 
signorie. 

Il  libro  del  Fumi  arriva  a  conclusioni  che  superano  l'ambito  delle  regioni 
a  cui  si  riferisce,  ed  illumina,  salvi  certi  rapporti  di  estensione  e  d'intensità, 
le  condizioni  di  tutta  Italia  e  di  altre  terre  dell'  Impero.  Non  si  deve  infatti 
dimenticare  che  nel  1327,  a  Firenze,  veniva  mandato  al  rogo  per  reato  d'eresia 
Cecco  d'Ascoli;  e  che  da  un  documento,  contenuto  appunto  nello  studio  del 
Fumi,  si  accenna,  nel  1319,  a  Dante  Alighieri  come  a  un  maestro  di  magia  a 
cui  si  vorrebbe  far  ricorso  per  mandare  all'altro  mondo  papa  Giovanni  XXII. 

Certo,  nell'Umbria,  l'eresia,  cosi  nelle  sue  forme  popolari  e  primitive  di 
negromanzia  e  idolatria,  come  in  quelle  più  elevate  di  negazione  dei  riti  e 
dei  dogmi,  ebbe  altra  diffusione  che  non  nel  resto  d' Italia,  perché  già  le 
aveva  preparato  il  terreno  e  le  dette  poi  alimento  la  controversia,  di  carattere 
veramente  fondamentale,  tra  Minori  e  fraticelli,  circa  il  valore  della  regola  su  la 
Povertà.  Anche  la  reazione  antipapale  dei  ghibellini  dovè  essere  nell'Umbria,  in 
gran  parte  soggetta  al  dominio  della  Chiesa,  più  violenta  che  altrove.  Ma,  nel 
suo  complesso,  è  da  credere  che  quanto  il  Fumi  dice  dell'Umbria,  possa  dirsi 
d'ogni  altra  parte  d'Italia;  dove  le  superstiti  credenze  del  manicheismo,  le 
pratiche  superstiziose  della  magia,  il  satanismo,  e,  soprattutto,  quella  irre- 
quieta brama  di  ragionare  —  lo  spirito  di  libertà  —  onde  s'annuncia,  in  con- 
trasto alla  dommatica  medievale,  il  razionalismo  del  Rinascimento,  si  accom- 
pagnarono ai  sentimenti  generici  di  ribellione  contro  la  Chiesa  —  l'avara  Ba- 
bilonia —  e  alla  lotta  fatale  combattuta  contro  di  lei  da  nemici  diversi,  mo- 
mentaneamente associati  :  i  comuni,  le  nascenti  signorie,  gli  ultimi  ghibellini. 

Quello  che  succede  durante  il  decennio  indicato,  nell'Umbria,  è  la  esplo- 
sione di  un  vero  moto  anarchico,  in  cui  non  si  sa  se  sia  maggiore  la  ferocia 
dei  ribelli  o  la  confusione  dei  fini  che  li  muove.  Moto  anarchico  in  cui  pri- 
meggiano le  figure  di  Michele  da  Cesena,  ministro  generale  de  Minori,  poi 
consigliere  di  Lodovico  il  Bavaro,  Federico  da  Montefeltro,  scomunicato,  ere- 
tico, idolatra,  promotore  della  rivolta  anzi  rivoluzione  di  Spoleto,  Muzio  di 
Francesco,  esule  ghibellino  e  capo  dell'insurrezione  di  Assisi.  Contro  di  loro 
e  dei  loro  seguaci,  sta,  fiera  sentinella  del  Guelfismo,  Perugia  :  prediletta  dal 
Pontefice  e  carezzata  da  lui,  ma  pronta  a  servirsi  per  il  proprio  interesse 
della  sua  forza,  anche  contro  la  volontà  del  Papato.  [Q.  Moro]. 


NOTIZIARIO  225 


QUATTROCENTO. 

155.  Giovanni  Giannini,  noto  e  benemerito  folklorìsta,  pubblica  negli  Atti 
della  R.  Accademia  Lucchese  (XXXV,  pp.  40)  un  poemetto  del  Quattrocento, 
ch'egli  intitola  Antica  storia  in  versi  del  Volto  Santo.  E  una  laude  narrativa  lun- 
ghissima (schema  metr.  :  x  Yy  x  |  AB.  AB.  b  C  e  X),  la  cui  materia  deriva  da 
un  racconto  più  antico,  e  a  cui  va  innanzi  la  rubrica:  Incomincia  la  storia  di 
Santa  Croce.  Nel  riprenderla  l'editore  si  attiene  ad  una  copia  manoscritta 
dell'antica  edizione  quattrocentina  di  questo  poemetto,  riscontrandola  con  la 
redazione  che  ce  ne  offre  un  codice  perugino  del  secolo  XVI.  Veramente, 
poiché  questo  codice  rappresenta  un  testo  probabilmente  anteriore  a  quello 
della  stampa,  e  inoltre  più  compiuto,  senza  indebiti  spostamenti  di  stanze  e 
in  una  lezione  che  al  Giannini  (come  si  rileva  dalle  sue  annotazioni  in  fine 
all'opuscolo)  appare  molto  spesso,  e  con  ragione,  preferibile,  forse  sarebbe 
stato  miglior  consiglio  prendere  questo  manoscritto  a  fondamento,  e  di  quella 
copia  della  stampa  valersi  solo  per  qualche  correzione  qua  e  là,  e  riferire  solo 
qualche  variante  degna  di  nota.  Anche,  dappoiché  il  valente  editore  lascia  qua 
e  là  nel  suo  testo  (e,  secondo  me,  fa  bene)  parecchie  ipermetrie,  non  sa- 
rebbe stato  meglio  conservarle  tutte  ?  Siamo  dinanzi,  non  ad  un  monumento  arti- 
stico, ma  a  un  documento  di  puro  valore  storico.  Qualche  correzioncella 
proporrei  al  mio  buon  amico.  A  p.  17,  v.  3:  troppo  abbì'an;  toglierei  la  dieresi, 
e  farei  iato  fra  le  due  parole.  —  A  p.  18,  v.  8:  perché  mutare  dicer  in  dire, 
se  cosi  ha  il  cod.  Perugino,  che  solo  ci  conserva  questo  verso?  —  Ivi,  v.  12: 
correggerei  queir  insegno,  a  cui»il  Giannini  appone  giustamente  un  sic,  in  in- 
degno, e  intenderei:  «quando  lo  seppellii,  ecc.;  della  quale  cosa  io  mi  pro- 
fesso indegno,  perché  nemmeno  l'ombra  dei  suoi  panni  (nonché  le  sue  carni!) 
io  ero  degno  di  toccare».  —  A  p.  20,  vv.  21-22:  dopo  meravigliose  porrei  due 
pùnti,  e  dopo  vedere  l'interrogativo.  —  A  p.  21,  v.  22:  accompagnarono  li 
pontefici  loro;  perché  non  accompagnaro,  dacché  il  cod.  Perugino  ha  accom- 
pagnato (evidente  errore  di  lettura)  e  v'è  ipermetria?  —  Ivi,  32:  con  sette  lam- 
pone; perché  non  con  sette  lampe,  dacché  il  cod.  Perugino  ha  vampe  (evi- 
dente errore  di  lettura)  e  v'è  ipermetria?  —  A  p.  22,  v.  30:  dentro  vel  mlseron 
contanti  lumi  si  potrà  mutare,  rassettando  l'accentuazione  del  verso,  indentro 
vel  rinseròn  [rinserronno,  rinserrarono],  posto  che  il  cod.  Perugino  ha  riseron 
e  la  copia  dell'edizione,  malamente,  missem.  —  A  p.  23,  v.  11:  certe  galee, 
tornando  dal  mercato,  di  Genovesi,  con  lor  si  scontrava;  troppe  virgole,  laddove 
al  senso  basta  che  s'interpreti:  «tornando  certe  galee  di  G.  dal  m.,  con  lor, 
ecc.  ».  —  A  p.  24,  vv.  9-13:  poiché  tanto  il  cod.  Perugino  quanto  le  copie  del- 
l'edizione quattrocentina  hanno  giunse  e  non  giunser  (anzi  il  codice,  esplici- 
tamente el  (unse),  leggerei  :  Seguendo  le  galee  di  giorno  in  giorno  |  dricto  a  quel 
legno  prezioso  e  caro,  \  tanto  ch'el  giunse  nel  mar  di  Livorno,  |  e  po'  al  porto  di 
Luni  s'accostaro,  \  già  non  si  riposaro,  ecc.  [F.  Flamini]. 

156.  Registriamo,  senza  tuttavia  averlo  potuto  vedere,  lo  studio  di  Karl 
Paul  Hasse,  Die  italienische  Renaissance.  Ein  Grundriss  der  Geschicfite  ihrer 
Kultur  (Leipzig,  Winter,  1915). 

157.  Segnaliamo,  d'imminente  pubblicazione  nella  Collezione  di  Classici 
italiani  con  note,  edita  già  dal  Lapi,  a  Città  di  Castello,  ed  ora  dall'Unione 


226  NOTIZIARIO 

Tipografica  Editrice,  di  Torino:  VAridosia  e  V Apologia  di  Lorenzino  de'  Me- 
dici, procurate,  con  un  conciso  Saggio  introduttivo  e  note,  da  FEDtRico  Ra- 
VELLO.  Questa  sarà  la  prima  edizione  degli  scritti  di  Lorenzino  completa,  illu- 
strata con  commento  e  preceduta  da  un'introduzione  storica  che,  vagliati  i 
risultamenti  della  critica  moderna,  procuri  di  lumeggiare  l'ambigua  figura  del- 
l'uomo. [Fr.  P.]. 

158.  Per  la  collezione  di  Profili  edita  dal  Formiggini  in  Roma,  Fulvio 
Stanoanelli  va  apprestando  un  volumetto  su  Vittoria  Colonna. 

159.  Vittoria  Colonna'  s  Leben,  Wirken,  Werke,  è  il  titolo  di  uno  studio  re- 
cente di  J.  Wyss  (Frauenfeld,  Huber,   1916),  che  troviamo  altrove  registrato. 

160.  Lo  stesso  si  dica  del  libro  di  Alfred  Semerau,  Michelangelo.  Des 
Meisters  Werke  und  seine  Lebensgechichte  (Berlin,  Borngraber,  1916). 

161.  Augusto  Serena  integra  le  scarse  notizie  che  si  avevano  sinora  di 
frate  Agostino  Musco,  trevigiano  vissuto  nella  prima  metà  del  Cinquecento 
{Atti  del  R.  Istituto  Veneto,  LXXVl,  P.e  2.^,  pp.  47).  Egli  si  vale  a  tale  intento^ 
dei  registri  dei  generali  dell'Ordine  Agostiniano,  che  si  conservano  nell'Archi- 
vio di  Santa  Monica  in  Roma,  del  processo  e  della  relazione  dell'espugnazione 
di  Megghes,  inediti  nella  Marciana,  dei  documenti  vaticani  sull'eresia  luterana 
tratti  finora  alla  luce.  Cultore  degli  studi  filosofico-teologici,  predicatore  avuto 
in  opinione  di  valentissimo,  per  due  anni  precettore  presso  Antonio  Gritti,  ve- 
scovo d'Agria  in  Ungheria,  il  Musco  non  sarebbe  tuttavia  ricordato  dai  posteri, 
se  la  invidia  degli  emuli  non  lo  avesse  accusato  d'eresia  (la  qual  cosa  richia- 
mò su  di  lui  l'attenzione  degli  storici  del  pensiero  religioso),  e  se  la  fortuna 
non  lo  avesse  implicato  nella  sanguinosa  tragedia  di  Megghes  (Medgyes),  che 
costò  la  vita  al  governatore  Alvise  Gritti  e  a'  suoi  figlioli,  trucidati  dai  Mol- 
davi. Opportunamente,  pertanto,  il  Serena  pubblica  qui  per  intero  e  il  Pro- 
cesso del  Musco  e  la  relazione  da  lui  fatta  De  expugnatione  Megghes.  [F.  F.]. 

162.  Lettere  notevoli  fin  qui  inedite,  di  Carlo  Sigonio,  Lodovico  Castelvetro 
e  Gianibattista  Giraldi  Cintio,  veggono  ora  la  luce  per  cura  di  quel  ricercatore 
infaticabile  e  fortunato  che  è  Lodovico  Frati,  ricavate  dal  volume  V  della 
Miscellanee  manoscritte  del  Tioli,  ove  son  copie  tratte  dal  carteggio  —  che 
sembra  ora  introvabile  —  del  domenicano  bolognese  Egidio  Foscarari,  che 
nel  1550  fu  inalzato  al  vescovado  di  Modena.  Quest'opuscolo  del  Frati  s' in- 
titola appunto  Di  alcune  lettere  ad  Egidio  Foscarari,  ed  è  estratto  dalVArch, 
storico  italiano  (disp,  T  del  1916,  pp.  14).  [F.  F.). 

163.  Sulla  fortuna  delle  novelle  di  A.  F.  Grazzini  nel  teatro  moderno,  si 
veda  quel  ch'è  detto  più  oltre,  al   n*^.  180. 

Tasso.  —  164,  MARCO  Vattasso,  tanto  benemerito,  tra  l'altro,  degli 
studi  per  la  ricostituzione  del  Canzoniere  petrarchesco,  continua  l'opera  sua 
di  erudito,  stampando  nella  collezione  di  Studi  e  Testi  pubblicati  per  cura  degli 
Scrittori  della  Biblioteca  Vaticana  cinquantasette  Rime  inedite  di  Torquato  Tasso 
(Roma,  Tip.  Poliglotta  Vaticana,  1915,  fase.  I,  con   2  tav.  in  fotot.,  pp.  92), 


NOTIZIARIO  227 

tratte  dal  cod.  Vat.  9880,  che  egli  illustra  con  la  dottrina  e  la  diligenza  in  lui 
consuete.  Egli  promette  di  dare  in  un  secondo  fascicolo,  che  attendiamo  con 
viva  curiosità,  altre  rime  tassesche,  contenute  in  un  gruppo  sconosciuto  di 
codici,  acquistati  dalla  Biblioteca  suddetta.  E  torneremo  allora  più  ampiamente 
sull'argomento.  [Cl.  V.J. 

165.  Attorno  l'efficacia  che  Torquato  Tasso  avrebbe  esercitata  sull'educa- 
zione poetica  del  Manzoni,  si  veda  quanto  è  detto  qui  oltre,  al  n.°  170. 

SEICENTO. 

166.  Luigi  Passò  ha  in  pronto  e  darà  presto  alle  stampe  un  suo  studio  su 
Gregorio  Leti  e  ilMagliabechi,  condotto  sui  carteggi  inediti  della  Magliabechiana. 

SETTECENTO. 

167.  Le  Varietà  storiche  piacentine  che  Umberto  Benassi  raccoglie  in  un 
fascicoletto  (estr.  dal  Bollettino  storico  piacentino,  XI,  5-6,  pp.  19)  concernono 
alcune  curiosità  settecentesche.  Noto  il  paragrafo  Per  la  biografia  del  Frugoni, 
dove  son  raccolte  notizie  circa  la  protezione  che  il  poeta  godeva  da  parte  dei 
ministri  del  Ducato  di  Parma,  e  quello  Per  la  storia  del  Teatro  e  delle  Fiere 
di  mercanzia,  in  cui  si  discorre  di  ordini  emanati  dal  ministro  Du  Tillot,  di- 
rettore generale  e  animatore  della  preparazione  degli  spettacoli.  [I.  D.  V.]. 

168.  Quid' Antonio  Zanetti  (1741-1791),  numismatico  di  non  comune  valore, 
fu  amico  intimo  di  Gaetano  Luigi  Marini,  al  quale  chiedeva  spesso  consigli 
e  suggerimenti  per  i  suoi  lavori.  Per  far  «vie  meglio  conoscere  il  carattere 
di  questi  eruditi  della  fine  del  Settecento,  mirabile  per  la  febbre  salutare  della 
indagine  scientifica,  condotta  con  vera  coscienza  e  feconda  di  utili  risultamenti  », 
Enrico  Carusi,  nella  collezione  di  Studi  e  Testi  pubblicati  per  cura  degli  scrit- 
tori della  Biblioteca  Vaticana,  dà  in  luce  sessanta  Lettere  inedite  di  Gaetano  Ma- 
rini allo  Zanetti  (Roma,  Tip.  Poliglotta  Vaticana,  1916,  pp.  59),  facendole  se- 
guire da  un  utile  indice  dei  nomi  e  delle  cose  notabili.  [Cl.  V.]. 

169.  Nuove  notizie  su  C.  Poggiali  e  le  sue  Memorie  storiche  di  Piacenza  arreca 
Umberto  Benassi,  traendole  da  lettere  conservate  nell'Archivio  di  Stato  di 
Parma.  Da  esse  si  ricava:  F)  che  Don  Filippo  di  Parma  non  concesse  sponta- 
neamente al  Poggiali  il  titolo  di  Bibliotecario  ducale,  ma  la  concessione  fu  sol- 
lecitata dal  Poggiali  stesso,  per  sottrarsi  alle  persecuzioni  che  si  moltipli- 
cavano contro  di  lui;  2^)  che  questo  titolo  aizzò  gli  avversari,  invece  di  placarli; 
3*^)  che  un  corrispondente  parmigiano  del  Poggiali,  ignoto  ai  biografi,  fu  il 
conte  Antino  Antini.  [Cl.  V.]. 

170.  Guido  Bustico  pubblica  in  estratto  dalla  Rassegna  storica  del  Risor- 
gimento (a.  IV,  1917,  fase.  1,  pp.  39)  //  carteggio  di  Urbano  Lampredi  con  Luigi 
Angeloni.  Il  nome  del  Lampredi,  noto  giornalista,  poeta,  critico,  ellenista  e 
matematico  del  perìodo  napoleonico,  vive  anche  oggi  per  le  polemiche  che 
egli  sostenne  col  Foscolo  e  col  Monti;  meno  noti  sono  i  suoi  rapporti  con 
Luigi  Angeloni.  Bene  quindi  ha  fatto  il  B.  a  ripubblicarne  le  lettere,  le  quali 
non  solo  gettano  nuova  luce  sui  due  amici,  ma  anche  «  danno  notizie  su  fatti 


228  NOTIZIARIO 

politici  e  letterari  del  tempo».  Il  B.  premette  al  carteggio  un'erudita  intrdu- 
zione  e  vi  aggiunge  in  fine  due  lettere  del  Lampredi  a  Piero  Cerretani  Ban- 
dinelli.  [Cl.  V.].      . 

OTTOCENTO. 

Manzoni.  —  171.  Nel  saggio:  Tasso,  Manzoni  e  il  Discorso  del  romanzo 
storico  (Città  di  Castello,  Lapi,  1916,  pp.  24)  Marino  Fioroni  vuol  dimostrare 
che  il  Tasso  influì  non  poco  sull'educazione  poetica  del  Manzoni,  che  pure  non 
ebbe  troppa  ammirazione  per  l'autore  della  Gerusalemme  liberata.  Sia  pure,  ma 
le  reminiscenze  tassesche  notate  dal  Fioroni  nei  Promessi  sposi  non  si  possono 
accettare  come  tali.  Si  potrebbe  per  esempio  discutere  molto  se  Sofronia  nelle 
mani  di  Aiadino  ricordi  per  certi  tratti  Lucia  prigione  dell'Innominato,  ma  si 
può  negare  addirittura  che  la  frase  «  richiamò  al  cuore  gli  antichi  spirrti  e  gli 
comandò  che  reggesse»,  sia  una  reminiscenza  dei  versi 

non  mori  già:  che  sue  virtudi  accolse 

tutte  in  quel  punto  e  in  guardia  al  cor  le  mise. 

Cosi,  se  è  chiara  la  somiglianza,  già  rilevata  da  altri,  tra  la  stanza  se- 
conda del  canto  VII  della  Gerusalemme: 

Qual  dopo  lunga  e  faticosa  caccia 
tornansi  mesti  ed  anelanti  i  cani,  ecc., 

e  il  principio  del  capitolo  VI  dei  Promessi  sposi  («  Come  un  branco  di  segugi  »ecc.), 
non  si  può  dire  davvero  che  «  l'amore  di  Erminia  che  non  potendone  più  ricorre 
all'astuzia  per  avverare  il  suo  sogno,  ricordi  la  bollente  impazienza  di  Renzo»! 
E  si  potrebbe  continuare.  Veniamo  ora  al  Discorso  del  romanzo  storico.  Le 
critiche  che  furono  rivolte  al  Tasso  sul  suo  modo  di  trattare  l'argomento  sto- 
rico, sono  in  verità  molto  simili  a  quelle  che  il  Manzoni  rivolse  a  tutti  i  com- 
ponimenti in  genere  misti  di  poesia  e  d'invenzione;  ma  il  Tasso,  che  risponde  : 
«s'ella  era  poesia  e  non  istoria  non  doveva  concedere  le  sue  ragioni  alla 
storia»,  quanto  è  migliore  critico  del  Manzoni!  Teoricamente  i  due  grandi 
scrittori  sono  agli  antipodi,  e  il  Fioroni  non  riesce  certo  a  conciliarli  con  la 
sua  artificiosa  interpretazione  del  Discorso  del  romanzo  storico,  secondo  la 
quale  il  Manzoni  avrebbe  condannato  non  la  verità  artistica,  ma  le  pretensioni 
storiche  delle  contaminazioni  fatte  tra  la  poesia  e  la  storia.  In  realtà  il  Tasso, 
che  volle  celebrare  un  fatto  storico  adattandolo  alla  sua  invenzione  poetica, 
e  il  Manzoni,  che  cercò  d'inventare  in  modo  conforme  alla  storia,  si  trovano 
in  una  posizione  diversa  anche  di  fronte  alla  teorica.  L'uno  e  l'altro  seguirono 
opposte  idee,  e  ciò  riaffermo  non  per  rinnovare  l'errore  critico  —  in  cui 
cadde  il  Manzoni  —  della  discussione  teorica  dinanzi  all'opera  d'arte  compiuta, 
ma  per  rifiutare  certe  analogie  che  non  hanno  nessun  fondamento.  [I.D.V.J. 

Leopardi.  —  172.  Nel  suo  scritto  su  L'Unità  del  pensiero  leopardiano 
nelle  «  Operette  morali  »  (estr.  dagli  Annali  delle  Università  toscane.  Nuova  serie, 
1917,  Voi.  Il,  fase.  I),  Giovanni  Gentile  pone  ed  acutamente  risolve  il  pro- 
blema della  unità  spirituale  che  lega  le  Operette  morali  del  Leopardi,  nelle 
quali  alcuni  critici  vollero  vedere  l'espressione  artistica  di  pensieri  sparsi,  già 
precedentemente  scritti.  Si  è  anche  cercato  erroneamente  di  risolvere  il  prò- 


NOTIZIARIO  229 

blema  basandosi  sulla  cronologia  delle  Operette,  e  magari  frantendendone  l'im- 
portanza, coil'espungere  or  l'una  or  l'altra,  oppure  coll'invertirne  l'ordine 
progressivo.  Ma  il  Leopardi  non  pensò  né  stese  i  suoi  scritti  in  quell'ordine 
che  poi  diede  loro,  vedendo  in  essi  solo  un  ordine  ed  una  progressione  intima 
di  carattere  spirituale,  svolgentesi  da  un  unico  centro  di  pensiero. 

Lo  stesso  Poeta,  che  sentiva  profondamente  codesta  unità,  ne  scrisse  al 
suo  amico  Puccinotti:  «1  miei  dialoghi  stampati  ntW Antologia  non  avevano 
ad  essere  altro  che  un  saggio,  e  però  furono  cosi  pochi  e  brevi.  La  scelta  fu 
fatta  dal  Giordani  che  senza  mia  saputa  mise  l'ultimo  per  primo  »  {Epistolario, 
II,  142-3);  ed  allo  Stella,  che  per  alcune  difficoltà  incontrate  nella  Censura  del 
tempo  voleva  pubblicargli  le  Operette  staccate  nel  Raccoglitore:  «assoluta- 
mente ed  istantemente  la  prego  ad  avere  la  bontà  di  rimandarmi  il  manoscritto 
al  pili  presto  possibile  »  {Ibid.,  Il,  140). 

Però  l'unità,  che  potremmo  dire  «esteriore»,  che  l'Autore  aveva  cura  di 
proclamare,  non  è  eerto  la  prova  risolutiva  per  dimostrare  l'organicità  del  pen- 
siero leopardiano  nelle  Operette.  Il  Gentile,  mettendosi  per  altra  via,  trova  la 
soluzione  del  problema.  Egli  cerca  di  penetrare  questa  unità,  ponendo  in  evi- 
denza il  logico  sviluppo  del  pensiero  che  si  svolge  per  entro  a  quegli  scritti. 
Delle  venti  «operette»  infatti,  tolti  il  Timandro  che  forma  l'epilogo,  e  la  Sto- 
ria del  genere  umano,  che  può  invece  considerarsi  come  il  prologo,  le  altre 
diciotto  «  si  distribuiscono  naturalmente  in  tre  gruppi,  di  sei  ciascuno,  come 
tre  ritmi  attraverso  i  quali  passa  l'animo  del  Leopardi».  11  pensiero  che  do- 
mina il  primo  gruppo  s'ispira  ad  una  mortale  sconsolazione,  essendo  l'Autore 
consapevole  dell'impotenza  degli  uomini  che  il  nulla  attende.  Ogni  ideale  è 
morto,  mentre  là  natura  vive  al  di  fuori  e  contro  il  volere  dell'uomo;  la  vita 
quindi  non  ha  valore.  Ecco  l'uomo  di  fronte  alla  natura  sempre  viva  e  vittoriosa. 

Da  qui  viene  logica  la  «rinunzia  e  la  negazione  della  propria  umanità». 
Questo  è  il  centro  d'ispirazione  del  secondo  gruppo.  L'uomo  di  fronte  alla 
natura  sente  il  tedio  della  vita.  A  questo  concetto  s'ispira,  per  es.,  il  Dialogo 
del  Tasso  e  del  suo  genio;  gli  intervalli  tra  il  dolore  ed  il  piacere  sono  occu- 
pati dal  tedio.  Donde  l'impossibilità  della  vita.  Questa  è  la  soluzione  sconso- 
lata cui  perviene  il  pensiero  logicamente  rigoroso  del  Leopardi;  e  qui  avrebbe 
egli  chiuso  la  sua  opera,  se  l'amore  della  vita  non  l'avesse  spinto  a  cercare  net 
terzo  gruppo  di  Operette  una  soluzione  non  del  tutto  negativa.  Egli  vede  che 
i  grandi  infelici  sono  compensati  dalla  fama  dalle  lodi  e  dagli  onori,  che  sono 
come  un  premio  alle  loro  sofferenze.  «Si  trova  cioè  —  dice  il  Gentile  —  in 
faccia  al  problema  del  valore  tuttavia  superstite  della  grandezza  spirituale, 
veduto  in  questa  forma:  l'animo  grande  e  infelice  è  destinato  alla  gloria?». 
Purtroppo  egli  è  costretto  a  rispondere  no,  e  nel  Parini  dimostra  come  questa 
gloria  sia  irraggiungibile;  onde  l'anima  s'affanna  a  ricercare  un'altra  via  di 
scampo,  che  viene  trovata  nella  filosofia  fatta  persona  in  Filippo  Ottonieri.  Se 
non  si  consegue  questa  filosofia,  è  d'uopo  fare  un  salto  dalla  rupe  di  Leucade, 
che,  secondo  gli  antichi,  ha  la  virtù  di  rendere  cara  la  vita.  Ed  invero  ogni 
rischio  della  vita  ci  attacca  maggiormente  ad  essa,  quindi  occorre  navigare, 
muoversi,  vincere  il  tedio.  Cosi  il  Poeta  si  riafferra  alla  vita. 

In  questo  stato  d'animo  trovavasi  certo  quando  scrisse  VElogio  degli  uc- 
celli, che  con  il  loro  eterno  movimento  non  conoscono  tedio. Ecco  che  la  spe- 
ranza di  vivere  risorge,  la  luce  rifulge  ancora  una  volta  nel  suo  cuore.  «  Le 
Operette  dunque  del  terzo  gruppo  ricostruiscono,  quanto  e  come  si  può,  secondo 


230  NOTIZIARIO 

il  Leopardi,  quello  che  le  prime  dodici  hanno  abbattuto».  Egli  infatti  non  nega 
mai  assolutamente  il  valore  della  vita.  Aveva  scritto  il  Sallustio,  ma  lo  sop- 
presse dalla  raccolta,  assieme  col  Frammento  di  Stratone,  sostituendovi  il  Ven- 
ditore di  almanacchi  e  il  Tristano,  perché  gli  parevano  fuori  da  quella  linea  ideale 
che  univa  tutti  gli  altri  scritti.  Nel  Sallustio,  infatti,  c'è  la  negazione  assoluta 
della  felicità,  «senza  l'orrore,  la  ribellione  d'animo,  il  dolore  sia  pur  masche- 
rato da  sorriso  amaro,  che  si  diffonde  in  tutte  le  altre  ».  L'animo  del  grande 
Poeta  invero  anela  sempre  ad  una  giustificazione  della  vita,  vuole  cioè  lasciare 
un  adito  alla  luce  del  bene  in  mezzo  a  quel  fosco  e  sconfinato  mare  dell'infe- 
licità umana.  A  salvarlo  dalla  negazione  assoluta  concorse  quel  «senso  del- 
l'animo che  è  sempre  amore  per  il  Leopardi  ».  «  Viviamo  —  dice  Plotino  al  suo 
Porfirio  —  e  confortiamoci  a  vicenda,  non  ricusiamo  di  portare  quella  parte 
che  il  destino  ci  ha  stabilita,  dei  mali  della  nostra  specie»,  /more  è  dunque  la 
parola  consolatrice  che  pronunzia  a  mo'  di  conclusione  il  Leopardi:  amare 
anche  la  morte  che  ci  libera  dai  mali.  Ed  amore  e  morte  sono  le  due  cose  belle. 
Sull'amore  poggia  quella  solidarietà  umana  che  il  F^oeta  invoca  nella  Ginestra. 
Frutto  della  stessa  ispirazione  sono  i  due  scritti  del  '32:  *  Il  venditore  di 
almanacchi  e  il  Tristano,  dove  amore  trionfa  e  fa  guardare  alla  morte  libera- 
trice con  occhio  benevolo  e  con  animo  desioso  ».  [C.  Sgroi]. 

173.  Opponendosi  a  una  severa  sentenza  di  J.  Luchaire  contro  il  Monti, 
Berenice  Pennacchietti  sostiene  che  il  cantore  di  Prometeo  «fu  senza  dubbio 
uno  dei  più  geniali  poeti  d'Italia,  il  primo  dei  neo-classici,  nato  ad  insegnar 
una  nuova  e  splendida  poesia  »  {Imitazioni  della  poesia  montiana  nel  Foscolo, 
nel  Manzoni,  nel  Leopardi,  estr.  dalla  Rassegna  crii,  della  Leti.  Hai,  voi.  XXI, 
Arpino,  1916,  pp.  18). 

Forse  la  verità  sta  nel  mezzo  :  che  per  il  Monti  avessero  importanza  sol- 
tanto «l'arrangement  des  Phrases  et  le  soin  de  la  gioire»,  detto  cosi  senza 
limitazioni  né  attenuazioni,  mi  par  giudizio  eccessivo;  ma  che  egli  insegnasse 
«  una  nuova  e  splendida  poesia  »  è  forse  lode  soverchia.  Mantenne  bensì,  e, 
se  vuoisi,  ravvivò  nei  mezzi  artistici  la  tradizione  classica  nazionale  :  appa- 
recchiò sopra  tutti  al  Carducci  e  ai  giovani  che  con  lui  si  contrapposero  al- 
l'internazionalismo romantico  (pericoloso  per  un  popolo  che  doveva  ancor 
riaffermare  la  sua  unità  etnica  e  politica)  le  forme  nelle  quali  costoro  seppero 
si,  veramente,  ispirare  un'anima  nuova,  poetica  e  patriottica;  e  non  fu  piccolo 
merito,  se  anche  egli  non  ne  avesse  coscienza. 

Se  ne  ritrae  nuova  conferma  da  queste  indagini  della  Pennacchietti,  la 
quale  ha  ricercato  con  molta  diligenza  i  riscontri  ch'è  possibile  fermare  tra 
la  poesia  montiana  e  quella  foscoliana,  manzoniana,  carducciana;  e  siccome 
ella  dà  prova  anche  di  buon  gusto  e  di  savio  discernimento,  è  da  augurare 
che,  senza  lasciarne  ad  altri  la  cura,  voglia  ella  stessa  proseguire  in  codeste 
indagini,  fino  a  tessere  una  storia  compiuta  dell'efficacia  esercitata  da  Vin- 
cenzo Monti  sullo  svolgimento  della  poesia  italiana  nel  secolo  scorso.  [A.  P.j. 

174.  Nel  1834  il  Conte  di  Spaur,  governatore  di  Milano,  scriveva  al  diret- 
tore generale  della  Polizia  di  Venezia  una  nota  con  la  quale  proponeva  che, 
«considerando  le  attuali  circostanze  politiche,  fosse  conveniente  di  far  inse- 
rire tratto  tratto  a  vicenda  nelle  Gazzette  di  Milano  e  di  Venezia  degli  arti- 
coli che  tendano  a  regolare  l'opinione  pubblica  nel  Regno  Lombardo  Veneto 


NOTIZIARIO  231 

nello  spirito  del  governo».  La  risposta  venne,  e  fra  i  proposti,  accanto  ad 
altri,  fra  i  quali  il  Tommaseo  e  il  Manin,  si  ponea  Luigi  Carrer,  uno  dei  re- 
dattori del  Gondoliere,  pur  osservando  che  «  questi  non  lasciavano .  .  .  tutta  la 
desiderabile  tranquillità  e  sicurezza  rispetto  a'  loro  pensamenti  politici,  se  pure 
andava  esente  di  censura  l'esterno  loro  contegno  ».  Fra  i  proposti  certo  il  Carrer 
era  il  più  mite  rispetto  alle  idee  novatrici:  anzi,  un  po'  per  temperamento  e 
un  po'  forse  per  principio,  si  mantenne  sempre  estraneo  a  qualsiasi  dimo- 
strazione pericolosa.  E  appunto  della  sua  vita  e  degli  atteggiamenti  politici  ci 
parla  ora  Laura  Lattes  nella  Miscellanea  di  Storia  veneta  della  regia  Deputazione 
di  Storia  patria  (Venezia,  1916,  Serie  HI,  voi.  X;  estr.  di  pp.  155). 

11  Carrer  è  da  considerare  come  un  astro  secondario  nella  storia  della  let- 
teratura italiana,  forse  troppo  ingiustamente  dimenticato:  egli  sta  veramente  a 
cavaliere  fra  la  tendenza  classica  e  quella  romantica,  come  sta  fra  mezzo  —  ri- 
spetto alla  vita  —  a  due  periodi  politici,  quello  della  vecchia  repubblica  (Lodo- 
vico Manin),  e  quello  della  nuova  (Daniele  Manin  e  Niccolò  Tommaseo). 

Laura  Lattes,  forse  con  soverchio  ottimismo,  bene  ci  presenta  la  fìgura 
del  mite  poeta  che  fu  pure  un  erudito  di  valore  e  un  giornalista  in  voga  al 
suo  tempo.  Migliore  poeta,  certo,  egli  fu  che  non  drammaturgo;  mediocre 
riusci  nella  prosa  d'invenzione,  che  le  sue  novelle,  i  suoi  racconti,  meglio  che 
romanzi,  sono  lenti  e  prolissi,  poveri  di  immaginazione.  Né  molto  valse  come 
critico,  esitando  fra  le  due  scuole  dominanti  al  suo  tempo,  ma  pencolando 
ognora  dalla  parte  romantica,  unilaterale  sempre,  e  disposto  a  dare  più  impor- 
tanza alla  forma,  intesa  nel  senso  retorico  della  parola,  che  al  concetto.  Come 
traduttore  poco  ci  ha  lasciato  e  quel  poco  non  ispregevole.  Del  resto,  la  sua 
attività  letteraria  suscitò  mai  grandi  ammirazioni,  né  rumorosi   dissensi. 

11  merito  principale  del  Carrer  resta  però  sempre  quello  di  aver  dato  alla 
ballata,  introdotta  in  Italia  dal  Berchet,  un  vero  carattere  di  originalità;  e 
su  questo  punto  la  Lattes  avrebbe  potuto  insister  di  più.  Tuttavia  i  cinque 
capitoli  e  la  ben  nutrita  bibliografia  di  cui  si  compone  il  suo  contributo,  sono 
quanto  di  meglio  sia  stato  scritto  fin  ora  sul  mesto  poeta  veneziano.  [Q.  B.]. 

175.  Di  Niccolò  Tommaseo,  Attilio  Scarpa  presenta  scelti  e  raggruppati 
alcuni  nobilissimi  Pensieri  sull'educazione  (Vicenza,  Società  An.  Tip.,  1915, 
pp.  39).  Sebbene  la  raccolta  sia  fatta  coll'intento  di  spezzare  una  lancia  in  fa- 
vore dell'educazione  religiosa,  non  esito  ad  additarla  anche  a  coloro  i  quali 
non  dividano  la  tesi  sostenuta  dallo  Scarpa,  tale  è  il  pregio  di  codesti  pen- 
sieri, e  tale  l'interesse  ch'essi  destano  anche  in  coloro  che  non  vi  consentano. 
[1.  D.  V.]. 

176.  Di  un  libro  intorno  a  Massimo  D'Azeglio  (Sa  vie,  ses  ccrifs,  son  róle 
politique,  Bourges,  1914),  ha  reso  conto  nello  scorso  fascicolo  di  questa  Ras- 
segna, Nunzio  Vaccalluzzo,  lodandone  la  copia  delle  notizie,  la  bontà  delle 
fonti,  il  garbo  della  forma,  ma  ritenendolo  «  non  profondo,  non  in  tutto  ori- 
ginale, non  esauriente»;  lamentando  soprattutto  che  l'autore,  D.  Battesti,  non 
abbia  tenuto  conto  dell'immenso  carteggio  azegliano,  disperso  o  mal  noto. 
E  non  a  torto;  che,  se  il  B.  avesse  ricercato  ad  esempio  quel  carteggio,  che 
ora  spigola  Luigi  Cesare  Bollea  nel  suo  M.  D'Azeglio,  il  castello  d'Envie  e  gli 
amori  di  Luisa  Blondel  con  Giuseppe  Giusti;  sarebbe  forse  pervenuto,  per  quel 
che  riguarda  la  vita  dell'A.,  a  qualche  meno  ottimistica  conclusione. 


232  NOTIZIARIO 

Noti  erano,  a  dir  vero,  gli  amori  di  Luisa  Blondel,  moglie  del  D'Azeglio, 
col  poeta  di  Monsummano;  ma  come  essi  siano  nati  e  come,  consapevole  il 
consorte,  si  siano  svolti,  è  assai  meglio  chiarito  dai  copiosi  e  precisi  —  aimè, 
anche  troppo  precisi  !  —  documenti  qui  raccolti  (in  Bollettino  storico-bibliografico 
subalpino,  supplì"  12*'  alla  rivista  del  Risorgimento  italiano,  a.  IX,  fase,  iv,  To- 
rino, Bocca,  1916).  Si  tratta  precisamente  di  tutto  un  manipolo  di  lettere  mal 
note  del  D'Azeglio,  che  il  Bollea  ristabilisce  nella  loro  lezione  autentica;  e  che 
davvero  non  ci  saremmo  attese  da  chi,  a  parte  i  suoi  errori  politici,  per  dirla 
col  Vaccalluzzo,  diede  esempio  di  «disciplina  morale».  La  figura  del  D'A. 
esce  di  qui  alquanto  diversa  da  quella  universalmente  nota. 

Non  neghiamo  all'esumatore  di  queste  lettere,  che  Nicomede  Bianchi 
già  aveva  pubblicate  castrandole,  il  diritto  di  porle  in  luce  nella  loro  piena 
esattezza  testuale;  anzi,  messe  le  mani  in  quelle  carte  e  vedute,  a  riscontro 
del  testo  dato  dal  Bianchi  (Lettere  di  M.  D'A.,  Torino,  1883),  le  molte  lacune, 
le  volute  onissioni,  le  soppressioni  frequenti  praticate,  comprendiamo  come 
il  B.  abbia  voluto  ricostruirle  nella  loro  integrità.  Nascerebbe  qui,  piuttosto, 
la  questione  più  volte  agitata  e  sempre  in  vario  modo,  soggettivamente,  ri- 
soluta, se  tutto  negli  epistolari  privati  sia  da  pubblicare;  ma  superato  codesto 
dubbio,  non  è  poi  colpa  dell'editore  se  questo  epistolario  cosi  ricostruito 
mostra  come  il  D'Azeglio,  scrivendo  confidenzialmente,  si  abbandonasse  ad  un 
vero  e  proprio  turpiloquio. 

Senza  seguire  il  B.  in  tutte  le  considerazioni  con  le  quali  chiosa  questi 
brani  inediti  azegliani  e  nei  suoi  giudizi  intorno  al  carattere  dell'uomo,  del 
cittadino,  del  letterato,  segnaliamo  questo  saggio  che  sa  «di  forte  agrume», 
quale  un  contributo,  comunque  lo  si  voglia  apprezzare,  degno  di  essere  me- 
ditato da  quanti  d'ora  in  poi  si  occuperanno  del  ministro  e  romanziere  su- 
balpino, anche  dopo  lo  scritto  di  R.  Guastalla  su  La  donna  nella  vita  e  nell'opera 
di  G.  Giusti  (Roma,  1909),  che  di  riverbero  tratta  dei  rapporti  interceduti  fra 
i  due  scrittori  e  delle  disavventure  coniugali  toccate  al  D'Azeglio.  [Fr.  Picco]. 

177.  La  Casa  Editrice  Le  Monnier  pubblica  la  quinta  edizione  delle  Poesie 
di  Giuseppina  Turrisi-Colonna  (Firenze,  1915,  pp.  480),  con  Proemio  e  Discorsi 
di  Francesco  Guardione.  Di  questa  poetessa,  appena  sedicenne,  fu  ammi- 
ratore il  Guerrazzi,  e  veramente  ella  fu  dotata  di  una  rara  precocità  e  di  non 
comuni  attitudini  alla  poesia,  se  si  ricorda  quanto  produsse  nella  sua  brevis- 
sima vita.  Morta  a  ventisei  anni,  nell'anno  che  vide  iniziarsi  la  prima  guerra 
dell'indipendenza,  ella  ha  lasciato  moltissimi  versi  in  cui  si  ritrovano  tutti  i 
modi  poetici  del  suo  tempo;  ma  la  sua  musa  si  vantava  di  essere  più  spe- 
cialmente patriottica,  e  di  fronte  alle  sue  liriche  stanno  due  versi  che  esprimono 
sinceramente  il  suo  sentimento 

sol  la  patria  spira 

i  pili  fervidi  carmi  al  petto  mio. 

[I.  D.  V.]. 

C&rducci.  -  178.  Sul  Carducci  e  sopra  la  materia  dell'arte  sua,  si 
veda  quanto  è  detto  qui  oltre,  al  n**  197. 

179.  Giuseppe  Leanti  studia  L'opera  di  Giuseppe  Pitrè  in  rapporto  alla  psi- 
cologia e  alla  pedagogia  (estr.  dalla  Rivista  pedagogica,  luglio-sett.  1916,  pp.  45). 


NOTIZIARIO  233 

L'A.  osserva:  poiché  l'anima  del  fanciullo  prima  che  dalla  scuola  è  stata  for- 
mata dalla  tradizione,  e  poiché  contro  di  questa  non  può  combattere  effica- 
cemente l'insegnamento,  l'intelletto  illuminato  del  maestro  potrà  giovarsi  con 
buoni  frutti  della  tradizione  stessa.  Cosi  l'opera  del  Pitrè,  che  è  risalito  alle 
più  riposte  sorgenti  tradizionali  dell'anima  popolare,  acquista  un  alto  valore 
anche  dal  lato  pedagogico.  Il  Leanti  pensa  che  possano  avere  efficacia  edu- 
cativa le  fiabe  e  le  leggende,  ma  più  specialmente  gli  spettacoli  e  le  feste 
«raccolti»  dal  Pitrè,  per  quello  che  riguarda  l'educazione  del  sentimento  re- 
ligioso nei  fanciulli.  Quindi  conclude  che  il  Pitrè  «fu  il  paterno  educatore  del 
mondo  fanciullesco  della  sua  Sicilia;  il  gaio  novellatore  e  leggiadro  ricostrut- 
tore di  tutto  ciò  che  si  agita  si  svolge  ed  alita  nella  psiche  infantile  ».  [I.  D.  V.]. 

180.  Nel  breve  saggio  Da  due  novelle  del  Cinquecento  a  un  dramma  moderno 
(estr.  da  L'eco  della  Cultura,  a.  Ili,  fase.  23,  pp.  16)  Alberto  De  Vico  studia 
le  fonti  della  Cena  delle  beffe,  e  stabilisce  che  Sem  Benelli,  pur  avendo,  per 
meglio  «ambientare»  l'azione,  tenuto  un  poco  presenti  tutte  le  Cene  di  Anton 
Francesco  Grazzini  —  e  questo  il  De  Vico  lo  desume  da  varie  reminiscenze 
riscontrate  qua  e  là,  —  ha  tratto  l'argomento  del  suo  fortunato  poema  dram- 
matico non  da  una,  ma  da  due  novelle  del  Lasca.  Conclude,  molto  giustamente, 
che  dall'adattamento  forzato  e  dalla  fusione  poco  felice  di  due  situazioni  che 
in  origine  non  avevano  nulla  che  vedere  —  la  beffa  fatta  a  Neri  Chiaramon- 
tesi  e  la  sostituzione  di  Giannetto  a  Neri  nel  letto  di  Ginevra,  —  è  derivata  ai 
personaggi    benelliani   poca  vita  e  scarsa  verità.  [I.  D.  V.]. 


LETTERATURE  STRANIERE  E  COMPARATE. 

181.  Di  seconda  mano  annunziamo  la  pubblicazione  dello  studio  di  W. 
FOERSTER,  Sani  Alexius,  Beitràge  zar  Textkritik  des  àltesten  franzòsischen  Ge- 
dichtes  (in  Nachrichten  der  K.  Gesellschaft  d.  Wissenschaften  za  Gòttingen,  Halle, 
Niemeyer,  1915),  che  non  abbiamo  tuttora  veduto. 

182.  Nello  studio  Farces:  Interludia  (estr.  dalla  Miscellanea  di  studi  storici  in 
onore  di  Giovanni  Sforza,  pp,  463-470)  Ferdinando  Neri  mette  avanti  un'ipo- 
tesi circa  il  significato  che  la  parola  farce  ebbe  nelle  origini  del  teatro  me- 
dievale francese.  Gà  il  Paris,  dando  con  altri  rilievo  al  senso  di  «intermedio», 
già  incluso  nell'origine  del  nome,  lo  aveva  spiegato  come  un'inserzione  di 
scene  giocose  nel  mistero  drammatico.  11  Neri  muove  da  questo  fatto  e  ravvi- 
cina le  farces  francesi  agli  interludes  del  teatro  inglese,  per  i  quali  prevale  ap- 
punto la  spiegazione  di  «intermedi».  Se  si  dà  al  vocabolo  ludus  il  significato 
di  «festa»  e  se  si  pensa  all'importanza  che  i  giullari  ebbero  nelle  feste  me- 
dievali, la  parola /arce,  come  l'inglese  m/cr/urf^,  varrebbe  «  scena  giullaresca  » 
fin  dalle  origini,  e  senza  un  vincolo  necessario  col  dramma  sacro.  Insomma 
il  Neri,  contro  il  Paris,  esclude  che  le  farces  si  sieno  chiamate  tali  solo  quando 
furono  inserite  nei  «  misteri  »,  e  pensa  che  produzioni  del  repertorio  dei  giul- 
lari abbiano  sin  da  principio  preso  il  nome  di  farces.  [I.  D.  V.]. 

185.  Un  bel  ritratto  di  Chamfort  ci  presenta  Renato  Fondi,  scritto  con  stile 
vigoroso  e  incisivo  e  con  simpatica  veemenza  (Pistoia,  1916,  pp.  78).  È  la  storia 


234  NOTIZIARIO 

di  uno  spirito  ribeile,  tracciata  da  un  altro  ribelle,  li  F.  avverte  di  aver  dato 
libero  sfogo  a  una  sua  calda  simpatia  intellettuale  e  qualifica  il  suo  libro  come 
appunti  buttati  giù  senza  un  ordine  prestabilito;  ma  in  verità  egli  ha  meditato 
e  vissuto  Chamfort;  e  ci  rappresenta  quindi  assai  bene  questo  poco  conosciuto 
filosofo,  prodotto  dalla  grande  Francia  del  secolo  XVIII,  questo  innamorato 
della  libertà,  che  giunse  fino  alla  estrema  ribellione,  contro  sé  stesso,  dandosi 
la  morte,  questo  scettico,  questo  pessimista  il  cui  pessimismo  —  dice  il  Fondi 
—  fu  ridotto  a  sistema  dallo  Schopenhauer.  [I.  D.  V.]. 

184.  G.  M.  Golosi  ricorda  rapidamente  l'opera  poetica  dello  S/uar/  Merrill 
(estr.  da  Le  Moniteur,  15  die.  1916,  pp.  30),  ponendola  in  rapporto  col  movi- 
mento simbolista  e  in  special  modo  colla  corrente  che  mette  capo  al  Mallar- 
mé. I  suoi  giudizi  sono  opportunamente  avvalorati  da  copiose  citazioni  tolte 
dalle  lettere  e  dalle  poesie  del  Merrill,  del  quale  sono  anche  posti  in  luce  i 
principi  estetici  e  gli  avviamenti  letterari  ;  ed  è  chiarito  ciò  che  egli  ebbe  di 
comune  cogli  altri  poeti  della  sua  scuola  e  quello  che  seppe  aggiungervi  di 
individuale  e  di  proprio.  [I.  D.  V.]. 

185.  Un  acuto  e  perspicuo  profilo  di  Paul  Fort  ha  inserito  neWEmporium 
del  maggio  scorso  Giovanni  Camusso  (Letterati  contemporanei:  Paul  Fort),  for- 
nendo cenni  biografici  e  commento  critico  delle  opere  del  vigoroso  autore  al  cui 
nome  si  lega  l'iniziativa  ardita  della  fondazione  del  cosi  detto  Teatro  libero  parigi- 
no, sacro  agli  scrittori  della  scuola  verista.  Egli  rammenta  come,  grazie  al  Teatro 
d'arte,  videro  la  luce  della  ribalta  le  opere  di  Maeterlinck,  di  Verlaine,  di 
Charles  van  Lerberghe,  di  Jules  Bois,  di  Charles  Morice  e  di  parecchi  altri, 
allora  sconosciuti  o  quasi.  Nelle  produzioni  sue  il  Fort,  poeta  panteista, 
si  mostra  «novatore  intrepido  nella  forma,  mentre  nella  sostanza  è  il  più  tra- 
dizionalista dei  poeti  francesi;  sdegnoso  del  ritmo  pazientemente  cercato  e 
dei  sentimenti  riflessi  egli  si  è  abbeverato  alle  pure  sorgenti  della  poesia 
popolare».  Dopo  il  suo  coraggioso  tentativo  di  rinnovazione,  drammatica, 
il  Fort,  voltosi  alle  Muse,  con  le  Ballades  frangaises  (1897)  si  affermò  can- 
tore originalissimo,  suscitando  polemiche  vivaci,  nelle  quali  però  avversari  e 
partigiani  suoi,  tutti  si  accordarono  «nel  riconoscere  che  il  suo  stile  interme- 
dio fra  il  verso  e  la  prosa  si  adattava  mirabilmente  al  suo  talento  vario  e 
pieghevole».  Codesto  stile  il  Cainusso  stima  di  poter  definire  quale  «uno 
stupefacente  esempio  di  impressionismo  lirico  »,  poiché  «meglio  di  ogni  altro 
poeta  francese  Paul  Fort  conosce  l'arte  di  cambiar  tono  senza  che  il  lettore 
s'accorga  del  brusco  trapasso*.  Chiudono  questi  cenni  intorno  al  «principe  dei 
poeti»  di  Francia  brevi  note  sui  recentissimi  Poèmes  de  Fra/zce,  nei  quali,  con 
l'originale  sottotitolo  ài  Bulletin  lyrique  de  la  guerre,  il  Fort  canta  i  fatti  salienti 
della  confiagrazione  europea.  In  questi  bollettini  lirici  egli  «  non  sfrutta  il  mo- 
tivo del  sentimento  per  ottenere  facili  successi  di  commozione,  ma  si  limita 
scrupolosamente  ad  annotare  le  commozioni  che  si  avvicendano  nel  suo  cuore 
sotto  l'impulso  degli  avvenimenti  guerreschi».  [Fr.  P.]. 

186.  11  «saggio  critico»  di  FRANCESCO  Aquilanti  sopra  Giorgio  Sorel 
(Roma,  Tip.  Artigianelli,  1916,  pp.  102)  dimostra  nel  suo  autore  sicura  pre- 
preparazione e  non  comune  virtù  dialettica.  La  teoria  sindacalistica,  che  ha 
avuto  in  Giorgio  Sorel  il  suo  profeta,  è  riassunta,  esposta,  discussa  e  dove 


NOTIZIARIO  235 

occorra  confutata  con  vittoriosa  evidenza  da  codesto  giovane  e  animoso  stu- 
dioso. Nelle  cui  pagine  si  desidera  soltanto  una  minore  stringatezza  di  pensie- 
ro e  di  forma,  ossia  una  maggior  chiarezza  dell'esposizione,  ciie  è  spesso 
di  uno  schematismo  faticoso  per  il  lettore  :  felix  culpa  da  parte  di  chi  è  solo 
agli  inizi  della  sua  operosità  di  scrittore,  e  già  dimostra  di  aver  superato  la 
sovrabbondanza  retorica  ch'è  propria  dei  cominciamenti  letterari.  JA.  P.]. 

187-190.  Letterature  Moaerne  s'intitola  una  nuova  collezione  di  studi  di- 
retti da  Arturo  Farinelli,  della  quale  sono  recentemente  esciti  i  primi  cinque 
volumi  [I-li,  A.  Farinelli,  La  vita  è  un  sogno  :  parte  I,  Preludi  al  dramma  di 
Calderon;  parte  II,  Concezione  della  vita  e  del  mondo  nel  Calderon.  Il  dramma 
(pp.  Xi-326  e  457);  ili,  G.  Gabetti,  //  dramma  di  Zacharias  Werner  (pp.  455); 

IV,  G.  A.  Alfero,  Novalis  e  il  suo  «  Heinrich  von   Ofterdingen  ■»   (pp.   viii-374)  ; 

V,  S.  Slataper,  Ibsen,  con  un  cenno  su  Scipio  Slataper  di  A.  Farinelli  (pp.  xxv- 
331).  -  Torino,  Bocca,  1916].  In  attesa  di  esaminare  particolarmente  cotesti  vo- 
lumi ne  segnaliamo  la  pubblicazione  (tanto  più  notevole  in  quanto  condotta 
a  fine  nel  tumulto  della  guerra)  e  ne  rileviamo  il  non  lieve  significato. 

11  primo  volume  dell'opera  di  Arturo  Farinelli  estende  lo  studio  del  pen- 
siero alla  fantasmagoria  dell'universo,  alla  nullità  della  vita  pareggiata  al 
sogno  e  all'ombra,  dai  secoli  remoti  dell'India  sino  all'albeggiare  della  con- 
cezione calderoniana  nella  Spagna,  come  mostra  chiaramente  anche  il  solo 
indice  dei  capitoli:  I,  //  dramma  è  la  sentenza  millenaria  [*  Memento  mori*]; 
II,  Buddha  e  l'Oriente;  111,  Il  pensiero  ellenico;  IV,  Vangelo  cristiano  e  sapienza 
antica,  Giobbe,  Profeti  e  Salmisti;  V,  Leggende  dell'antico  Oriente  diffuse  nel- 
l'Occidente;  VI,  Gli  scolastici,  La  nuova  ascesi;  VII,  //  sogno  nella  letteratura 
medievale;  Vili,  Rinascimento,  Il  dubbio  disciplina  del  nuovo  pensiero  ;  IX,  Poesia 
ed  arte  nel  '500  e  nel  '600,  Riforma  e  Malinconia  ;  X,  La  fiaba  del  dormiente, 
Shakespeare  e  il  pasto r  d'anime  Hollonius;  XI,  Mistici,  teologi,  poeti  e  sognatori 
della  Spagna  all'alba  del  dramma  di  Calderon.  Il  secondo  volume,  indagando 
la  concezione  della  vita  e  del  mondo  nel  Calderon,  offre  una  storia  ideale  del- 
l'anima calderoniana,  quale  non  era  ancor  stata  tracciata,  ed  esamina  con 
giusta  severità  il  dramma  La  Vida  es  sueno:  I,  Lavila  e  il  mondo  ni  pensiero 
di  Calderon:  1,  Cultura  e  dottrina,  Fissità  di  pensiero  calderoniana;  2,  L'uni- 
verso e  l'uomo,  Destino  umano  e  Provvidenza  del  Cielo;  3,  Amore  e  Natura; 
4,  //  problema  della  conoscenza  e  V  idealismo  calderoniana,  Il  mondo  delle  appa- 
renze e  delle  illusioni;  5,  //  sogno  e  la  vita;  6,  //  simbolo  della  vita,  Goethe  e 
Calderon;  7,  Arte  e  Rassegnazione,  Malinconia  calderoniana.  Il  canto  alle  umane 
vanità;  —  II,  //  dramma.  L'opera  del  Farinelli,  della  quale  egli  promette  un  terzo 
volume  che,  riprendendo  l' indagine  sul  concètto  della  vita  come  imagine  del 
sogno  fuggente  traverso  le  varie  correnti  del  pensiero,  la  condurrà  dal  Seicento 
sino  ai  di  nostri;  è  poi  ricca  di  copiose  note,  nelle  quali  è  compresa  una  vera 
e  propria  bibliografia  dell'argomento.  —  Nel  suo  volume  il  Gabetti  studia,  con 
sicura  dottrina,  nei  vari  suoi  aspetti,  la  personalità  di  Zacharias  Werner,  poeta 
e  drammaturgo  sino  ad  ora  ben  poco  noto  in  Italia;  il  suo  volume  consta  di 
sei  capitoli  che  studiano:  I,  Zacharias  Werner:  la  sua  personalità  e  le  sue  teorie 
mistiche;  II,  //  dramma;  III,  //  dramma  d  II' utopia  settaria;  IV,  //  dramma  d  l- 
Vutopia  erotico-mistica;  V,  La  Schicksalstragòdie;  VI,  //  dramma  cattolico;  VII, 
Conch'usione.  —  L' Alfero  col  suo  saggio  novalisiano  ci  dà,  finalmente,  un  buon 
libro  in  cui  la   figura  del   Novalis   non  sia  esagerata  e  falsata  da  soverchia 


236  NOTIZIARIO 

simpatia  o  antipatia.  Il  Novalis  è,  tra  i  romàntici  tedeschi,  uno  de'  più  noti 
da  noi,  clie  ne  possediamo  tradotte  quasi  tutte  le  opere  più  o  meno  bene  [sin 
dal  1905  G.  Prezzolini  ci  aveva  dato  una  versione  frammentaria  delle  opere 
di  Novalis  (Poetae  Philosophi  et  Philosophi  minores,  III,  Novalis,  Napoli,  Per- 
rella);  nel  1912  A.  Hermet  pubblicò  la  traduzione  degli  Inni  alla  Notte  e  canti 
spirituali  (n.  25  della  Coli.  Cultura  dell'anima,  Carabba,  Lanciano),  e  lo  stesso 
Altero  quella  dei  Discepoli  (n.  3  della  Coli.  Antichi  e  Moderni,  Carabba,  Lancia- 
no); mentre,  nel  1914,  R,  Pisaneschi  ci  ha  dato  la  traduzione  ùtW Heinrich 
von  Ojterdingen  (nn.  14-15  della  coli.  Antichi  e  Moderni)];  ma  è  anche  uno  di 
que'  romantici  sulle  cui  opere  si  sono  esercitati  una  quantità  di  dilettanti  en- 
tusiasti, che  ne  falsarono  il  valore  ed  il  significato.  II  buon  volume  dell'Altero 
consta  di  tre  parti,  nella  prima  delle  quali,  in  cinque  capitoli  [I,  Novalis  e 
Friedrich  von  Hardenberg;  II,  Novalis  poeta;  III,  Sofia;  IV,  L' idealismo  magico; 
V,  //  vangelo  dell'armonia],  è  indagata  la  vita  interiore  del  poeta  nella  sua 
evoluzione  spirituale  al  momento  in  cui  compose  il  suo  romanzo;  nella  seconda 
parte,  in  sette  capitoli  (I,  //  «  Wilh  Im  Meister  »  di  Goethe  e  /  *  Bildungsromane  » 
romantici;  II,  "^  Sehnsucht  *  romantica;  HI,  //  mondo  del  romanzo  novalisiano; 
IV,  //  viaggio  di  Heinrich  ;  V,  La  nascita  della  poesia;  VI,  La  «  Erfiillung»  ;  VII,  La 
nuova  età  d'oro],  è  esaminato  minutamente  il  contenuto  ideale  del  romanzo  no- 
valisiano; e  nella  terza,  in  quattro  capitoli  [I,  //  romanzo  e  il  *Mdrchen»  ro- 
mantici; li.  Persone,  motivi,  natura  nel  romanzo  novalisiano;  IH,  Mitologia  no- 
valisiana  e  sue  fonti;  IV,  La  lirica  dell' *  Ofterdingen  »],  l'Altero  studia  il  lato 
formale  del  romanzo  novalisiano,  portando  un  notevole  contributo  alla  storia 
dell'estetica  romantica,  cosi  come  tutto  il  suo  volume  è  un  contributo  non 
lieve  all'indagine  del  movimento  romantico  tedesco.  — •  Da  ultimo,  il  volume 
postumo  dello  Slataper  —  giovane  di  molto  ingegno,  caduto  recentemente  per 
la  Patria  —  offre  un  ottimo  studio  sulla  personalità  e  sull'opera  di  Henrik 
Johan  Ibsen  ;  e  su  di  esso  torneremo  nella  Rassegna  bibliografica  di  questa 
stessa  Rivista  [Ger.  Lazzeri]. 

191.  È  da  tutti  saputo  che;  a  cominciare  da  un  settant'annì  addietro  sino 
allo  scoppiare  della  guerra  europea,  la  letteratura  anglo-sassone  era  diffusa  in 
Europa  quasi  esclusivamente  dalla  nota  collezione  di  autori  inglesi  e  ameri- 
cani, edita  dal  Tauchnitz  di  Lipsia:  collezione  che  non  diffondeva  soltanto  la 
letteratura  contemporanea,  ma  che  nei  cinque  mila  e  più  volumi  pubblicati 
aveva  divulgato  anche  opere  classiche,  e  tutte  o  quasi  quelle  degli  scrittori 
del  grande  periodo  vittoriano.  Scoppiata  la  guerra,  la  collezione  Tauchnitz 
trovò  chiusi  i  consueti  mercati  di  smercio.  Il  Conard,  di  Parigi,  allora  pensò 
di  sostituirla,  aggregandosi  buon  numero  di  autori  anglo-sassoni  contempo- 
ranei e  iniziando  immediatamente  la  pubblicazione  della  nuova  collezione, 
mentre  il  Nelson  l'imitava,  legando  a  sé  tutti  gli  scrittori  lasciati  liberi  dal 
Conard.  Le  due  iniziative  però,  se  potevano  soppiantare,  anche  per  il  dopo 
guerra,  la  collezione  Tauchnitz  per  la  letteratura  contemporanea,  non  avreb- 
bero certamente  potuto  farlo  per  la  letteratura  classica  inglese  e  per  quella 
del  periodo  vittoriano,  che  rimaneva  completamente  fuori  dei  loro  program- 
mi. A  ciò  ha  pensato  la  casa  editrice  Fratelli  Treves  di  Milano,  dando  in 
luce  una  Treves  Collection  of  British  and  American  Authors.  Della  collezione,  ini- 
ziata nel  secondo  semestre  dell'anno  passato,  sotto  la  direzione  di  A.  R.  Levi, 
già  sono  stati  pubblicati  dieci  volumi  :  due  dello  Shakespeare,  uno  di  tragedie 


NOTIZIARIO  237 

classiche  e  uno  di  capolavori;  gli  Hard  Times  del  Dickens;  il  Vicar  of  Wa- 
flekeld  e  opere  minori  del  Goldsmith  ;  il  Childe  Harold  e  poemi  minori  del  By- 
ron  ;  i  Saggi  (Literary  and  Historical  Essays)  del  Macaulay  ;  i  Poemi  (The  Princess, 
In  Meiiwriam  e  altri)  del  Tennyson;  e,  in  tre  volumi,  la  Vaniiy  Fair  del  Tha- 
ckeray.  E  fra  poco  saranno  pubblicati  i  Poemi  scelti  dello  Wordsworth;  il  Para- 
diso perduto  di  Milton;  una  scelta  di  Poemi  e  Drammi  dello  Shelley;  una  dei 
Poemi  di  Longfellow;  una  di  Opere  dei  Ruskin,  ecc.  ecc.  In  complesso  la  colle- 
zione si  mostra  buona,  ma  è  necessario  che  per  una  solida  affermazione  ed 
un  duraturo  successo  la  stampa  riesca  più  corretta,  e  le  introduzioni  del  Levi, 
leggère  e  superficiali  anche  per  un  italiano  che  abbia  pratica  di  letteratura 
inglese  e  perciò  del  tutto  vane  per  un  inglese,  siano  per  l'avvenire  soppresse 
o  sostituite  da  una  sommaria,  ma  molto  seria,  bibliografia.  Sojtanto  cosi  la 
collezione  Treves  potrà  degnamente  affermarsi  nel  campo  internazionale  a  fianco 
delle  parallele  collezioni  del  Conard  e  del  Nelson,  che,  come  già  i  Tauchnitz, 
offrono  edizioni  correttissime  e  per  ogni   rispetto  serie.  [Ger.  L.]. 

192.  Su  Novalis  poeta  e  romanziere  si  veda  quanto  è  detto  qui  dietro  ai 
n.i  187-100. 

193.  Gli  studiosi  del  romanticismo  tedesco  saranno  grati  a  Gina  Marte- 
giani  per  la  bella  e  diligente  traduzione  da  essa  compiuta  delle  Opere  e  lettere 
di  Wilhelm  Henrich  Wackenroder  (n",  21  della  coli.  Antichi  e  Moderni,  Lan- 
ciano, R.  Carabba,  1916).  Il  Wackenroder  fu  dei  più  caratteristici  tra  i  roman- 
tici tedeschi,  non  ostante  la  serenità  dell'opera  sua  :  egli  fu  l'incarnazione 
vivente  del  senso  di  «amicizia»  romantico,  stupendamente  teorizzato  da  Frie- 
drich Schlegel.  Arturo  Farinelli,  cui  dobbiamo  alcune  eccellenti  lezioni  sui  ro- 
mantici d'oltre  Reno  (//  romanticismo  in  Germania,  Bari,  Laterza,  1911),  potè 
con  giusta  ragione  chiamare  questo  fedelissimo  amico  di  Ludwig  Tieck  (uno 
dei  duci  più  forti  e  più  caratteristici  tra  i  romantici  tedeschi)  il  «  beato  An- 
gelico de'  romantici».  Tale,  nella  sua  amicizia  per  il  Tieck  e  nelle  sue  poche 
opere,  si  dimostrò  veramente  il  Wackenroder,  cosi  che  non  ci  si  avvicina  al- 
l'opera sua  senza  sentire  per  essa  una  viva  simpatia. 

La  traduzione  della  M.  varrà  a  meglio  far  conoscere  l'opera  di  cotesto 
romantico;  tanto  più  ch'è  preceduta  da  un  bel  saggio  critico,  nel  quale  la  M. 
mostra  una  sicura  e  completa  conoscenza  non  solo  dell'opera  del  Wackenroder 
ma  anche  di  tutta  la  letteratura  critica  attorno  ad  essa.  Con  acume  e  intelli- 
genza la  M.  delinea  la  personalità  del  W.  e  fissa  criticamente  il  valore  del- 
l'opera sua.  [Ger.  L.]. 

194.  Su  Zacharias  Werner  poeta  e  drammaturgo  si  veda  quanto  è  detto 
qui  dietro  ai  n.»  187-190. 

195.  Vittorio  Righetti  ha  tenuto  recentemente  una  conferenza  su  La  Ger- 
mania giudicata  dal  suo  filosofo  Federico  Nietzsche,  che  ora  pubblica,  con  non 
pochi  errori  di  stampa,  nella  Collana  Co///// (Campobasso,  1917,  pp.  43).  Il  titolo 
mi  suscitò  la  speranza  di  lèggere  una  sintesi,  breve  e  spigliata,  dei  giudizi 
profferiti  dal  filosofo  tedesco  sulla  sua  patria.  Ma  purtroppo  la  conferenza  del 
Righetti  non  è  in  massima  parte  che  un  accostamento  di  pagine  del  Nietzsche, 
tenute  insieme  da  fili  periodali  soverchiamente  sottili.  [Cl.  V.]. 


238  NOTIZIARIO 


LETTERATURA  POPOLARE  E  DIALETTALE. 

196.  Bisogna  dire  che  //  Caso  della  Signora  di  Carini  dovett'essere  ai  suoi 
tempi  più  clamoroso  di  quanto  non  parrebbe,  se  riusci  ad  attrarre  l'attenzione 
della  musa  popolare  siciliana,  la  quale  vi  ricamò  su  un  commovente  poemetto 
che  corre  frammentario  per  tutti  i  paesi  dell'isola.  A  questo  poemetto,  che  ha 
destato  la  curiosità  di  molti  folkloristi.  Salvatore  Raccuglia  ha  consacrato 
appunto  un  ampio  e  pregevole  studio  (nel  periodico  Sicania,  anni  1915  17, 
numeri  27-46),  allo  scopo  di  risolvere  una  buona  volta  le  molte  questioni  sto- 
riche e  demopsicologiche,  connesse  con  quel  «caso».  Fermata  la  data  del 
luttuoso  avvenimento,  che,  con  buone  ragioni  avvalorate  da  documenti  storici, 
egli  assegna  al  4  dicembre  1563,  e  identificatine  gli  attori  con  donna  Laura 
Lanza  e  suo  cugino  Ludovico  Vernagallo,  i  quali,  colti  in  flagrante  tresca  amo- 
rosa, vennero  trucidati  per  gelosia  da  Don  Vincenzo  11  La  Grua,  barone  di  Ca- 
rini e  sposo  della  Laura,  il  R.  passa  in  rassegna  la  letteratura  dei  «  Caso  » 
da  lui  raccolta  qua  e  là  pazientemente.  Si  tratta  delle  opere  di  ventitre  e  più 
autori,  noti  e  ignoti,  su  i  quali  il  R.  si  attarda  forse  più  del  necessario,  per 
concludere  che  la  data  e  i  protagonis  i  del  «caso»  furono,  senza  dubbio,  quelli 
ricordati  qui  sopra;  che  si  trattò  di  un  puro  e  semplice  uxoridicio,  aggravato 
da  un  omicidio;  che  il  poemetto  originale  composto  attorno  codesto  dramma 
domestico  di  una  grande  famiglia  (s'intende,  il  poemetto  raccolto  in  frammenti 
da  Lionardo  Vigo  nel  1857.  e  non  quello  rielaborato  dal  Salomone-Marino), 
sforma  e  svisa  inconsapevolmente  la  storia;  che  quindi,  in  tesi  generale,  non 
nacque  probabilmente  con  il  «caso»,  ma  fu  adattato  ad  esso  per  l'analogia, 
che  l'anonimo  poeta  ravvisò,  tra  l'avvenimento  del  1593  e  le  sue  reminiscenze 
di  canti  e  poemi  anteriori  tradizionali. 

Certo  il  R.  non  s'illude  di  aver  detto  la  parola  definitiva  in  proposito:  questa 
sua  ultima  supposizione,  essendo  la  più  interessante,  andava  studiata  meglio 
e  convalidata,  se  mai,  colla  raccolta  e  il  raffronto  di  più  numerosi  frammenti 
dei  canti  attorno  il  «caso».  Una  sistematica  ricerca  nei  codici  di  rime  sici- 
liane della  Nazionale  e  della  Riccardiana  di  Firenze,  specie  nel  Riccard.  2963, 
avrebbe  forse  dato  modo  di  identificare  l'autore  sconosciuto  del  poemetto  e 
anche  offerto  tali  elementi  da  mutare  le  conclusioni  cui  il  R.  è  giunto.  [F. 
Stanqanelli.]. 

ESTETICA,  RETORICA  E  LINGUISTICA. 

197.  «  Questo  delle  fonti  è  uno  studio  o  meglio  un  esercizio,  che  per  sor- 
tire il  suo  utile  effetto,  dovrebb'esser  fatto  con  molte  cautele,  con  mano  de- 
licata e  soprattutto  con  quella  riguardosa  timidezza  che  si  deve  sempre  avere 
verso  i  grandi  maestri  »  :  cosi  si  esprime  Giuseppe  Checchia  sugli  inizi  di  un 
suo  nutrito  scritto  attorno  La  vera  critica  delle  fonti.  A  proposito  di  imitazioni 
carducciane  (estr.  dalla  Rassegna  nazionale,  1  marzo- 1  aprile  1917,  pp.  37);  né 
gli  si  può  dar  torto,  per  quanto  i  «giovini»  e  certi  anziani  che  per  paura  di 
parere  vecchi  fanno  addirittura  i  giovinastri,  abbiano  messo  di  moda  certo  tipo 
di  critica  aggressiva,  villana  e  sconclusionata,  per  la  quale  ogni  uomo  che 
s'arrischi  a  poetare  e  non  appartenga  al  piccolo  cerchio  dell'*  onorata  società» 
giovanile,  è  una  specie  di  malvivente  da  spingere  colle  spalle  al  muro  e  da 


NOTIZIARIO  239 

fucilar  sommariamente  come  un  traditore  della  patria.  E  siccome  l'atmosfera 
contemporanea  non  è  abbastanza  ampia  da  contenere  il  vasto  respiro  dei  po- 
derosi lirici  nuovi,  e'  si  son  posti  a  ripulire  col  medesimo  sistema  l'epoche 
ormai  storiche  dagli  uomini  che  furon  grandi:  si  che  resti  spazio  ai  nuovi  da 
allungarsi  anche  nei  secoli  scorsi. 

Questo  non  è  detto  certamente  per  Luigi  Mannucci,  col  quale  il  Checchia 
discute  a  lungo  di  fonti  carducciane  (parte  negando  riscontri  da  esso  affermati, 
parte  attenuandone  la  portata  critica),  e  che  è  uomo  di  solida  cultura  e  di  equi- 
librato giudizio,  anche  là  dove  non  sembri  di  potere  in  tutto  convenire  con 
lui.  Tanto  più  che  la  discussione  in  proposito  è  per  il  Checchia  piuttosto  il 
pretesto  che  non  l'argomento  fondamentale  del  suo  studio.  Dove  sono  affer- 
mate con  efficace  eloquenza  attorno  gli  scopi  che  la  scienza  letteraria  ha  da 
perseguire,  ed  i  mezzi  da  porre  in  opera,  idee  che  coincidono  in  molta  parte 
con  quelle  propugnate  costantemente  da  questa  Rassegna.  A  me  sembra  tuttavia, 
che  combattendo  il  soverchio  studio  delle  «fonti»  o  l'eccessiva  importanza  ac! 
esso  attribuita  biella  valutazione  dell'opera  d'arte,  il  Checchia  abbia  trascu- 
rato il  valore  che  quello  studio  ha  rispetto  alla  storia  della  coltura,  sia 
degli  uomini  singoli,  sia  delle  epoche  alle  quali  essi  appartennero.  Apprezzare 
il  valore  poetico  della  Divina  Commedia  è  cosa  che  interessa  il  gusto,  il  sen- 
timento, la  fantasia,  non  meno  che  l'intelletto;  conoscerne  e  ponderarne  l'im- 
portanza storica,  come  documento  di  vita  culturale,  politica,  sociale,  è  cosa 
ohe  non  ha  minore  importanza  per  lo  spirito:  là  dove  una  essendo  la  materir. 
contemplata  ed  uno  lo  spirito  indagatore,  ed  uno  io  scopo  (conoscenza),  ogni 
questione  di  preminenza  sarebbe  oziosa.  Onde  —  per  quel  che  mi  concerne  - 
non  è  preciso  riferimento  del  pensiero  da  me  espresso  quello  che  fa  il  Checchia. 
quando,  ricordando  la  discussione  svoltasi  su  questa  Rivista  or  è  un  anno, 
afferma  che  i  contradittori  del  Cesareo  si  tengono  «  stretti  alla  preminenza 
del  valore  storico».  Io  penso  semplicemente  che  sia  impossibile  intendere  e 
valutare  appieno  i  pregi  artistici  dell'opera  d'arte,  senza  una  previa,  sicura  e 
compiuta  conoscenza  della  sua,  diciam  cosi,  entità  storica:  ma  mi  guardo  bene 
dall'affermare  preminenze  tra  il  valore  storico  ed  il  valore  artistico,  appunto 
perché,  teoricamente,  l'uno  e  l'altro  hanno  per  me  la  medesima  dignità,  e  pra- 
ticamente la  prevalenza  dell'uno  o  dell'altro  dipende  solo  dalle  diverse  atti- 
tudini di  colui  che  indaga,  studia  e  giudica. 

Il  Checchia,  il  quale  è  un  ardente  ammiratore  del  Carducci,  coglie  più 
d'una  volta  l'occasione  per  esaltare,  in  questo  suo  scritto,  il  poeta  civile  del- 
l'Italia risorta:  né  gli  si  può  lesinare  il  consenso,  quando  egli  riagisce,  vali- 
damente argomentando,  contro  le  esagerazioni  degli  ipercritici.  Ma  questa,  del 
Carducci,  è  tuttavia  materia  di  troppo  commossa  modernità,  perché  tutte  le 
menti  si  acquetino  in  un  medesimo  giudizio.  [A.  Pellizzari]. 

198.  •: Ninno  ignora  che  dal  corrotto  (!)  idioma  latino  germinarono  gl'i- 
diomi che  diconsi  neolatini.  Simili  ad  un  corpo  morto,  che  decomponen- 
dosi alimenta  nuove  vite,  il  latino,  corrompendosi,  generò  parecchi  altri  lin- 
guaggi, tra  i  quali  l'italiano».  Cosi  comincia  Uqj  Oxilia  un  suo  opuscolo,  in- 
titolato Latinità  spicciola  (Chiavari,  Tip.  Esposito,  s.  a.,  pp.  121),  e  non  comincia 
bene,  perché  le  lingue  neolatine  nacquero  da  evoluzione  del  latino  e  non  da 
sua  corruzione.  Raccoglie  quindi  da  libri  molto  noti,  citati  pur  da  lui,  voca- 
boli, locuzioni,  frasi,  massime  e  proverbi  latini  rimasti  nella  nostra  lingua  e 

La  Rassegnar  XXV,  III,  3 


240  NOTIZIARIO 

non  registrati,  secondo  lui,  dai  dizionari.  Chiude  la  sua  operetta  con  imprese, 
divise,  iscrizioni,  epigrafi,  frasi  bizzarre  e  giochi  in  latino,  attinti  alle  mede- 
sime fonti.  Era  tutto  ciò  necessario?  o  meglio,  per  servirmi  d'una  frase  citata 
dall'A.,  cui  bono?  [Cl.  V.]. 

STORIA  DELL'ARTE  E  DELLA  CULTURA. 

199.  Graziano  Paolo  Clerici  ha  scoperto  e  possiede  una  copiosa  raccolta 
manoscritta  di  musica  e  poesia  del  secolo  XVI,  destinata  indubbiamente  a  gettar 
molta  luce  sulla  musica  dell'epoca  e  sull'uso  cinquecentesco  di  musicar  madri- 
gali sonetti  e  canzoni.  Egli  già  mi  consenti  di  parlare  di  questa  sua  scoperta 
con  qualche  diffusione  ai  lettori  del  Fanfulla  della  domenica  (cfr.  n".  18,  dei 
3  giugno  1917),  ed  ora  egli  stesso  pubblica  nella  B/Mo^//fl  (a.  XVill,  disp.  10*  12», 
pp.  305-328)  un  lungo  articolo  bibliografico  a  descrizione  del  codice  da  lui 
scoperto  e  posseduto.  Codesto  codice,  che  si  presenta  nella  forma  di  un  volume, 
grosso  quanto  un  messale,  misura  cm.  41X26,  consta  di  224  fogli  per  musica, 
cartacei,  progressivamente  numerati;  e  nelle  parole  che  accompagnano,  sot- 
tomesse, la  musica,  appare  della  stessa  mano  la  quale  ha  forse  trascritto 
anche  le  note  musicali.  Fu  venduto,  nel  1589,  al  conte  Alessandro  Tarasconi 
parmense  da  un  Guglielmo  di  nazione  tedesco,  che  potrebbe  anche  essere 
quel  Guglielmo  Textoris  o  Testore,  che  stampò  i  suoi  madrigali  in  Vene- 
zia, nel  1566,  nell'officina  musicale  di  Claudio  da  Correggio  e  Fausto  Beta- 
nio.  Tra  spirituali  e  profane,  son  contenute  nel  codice  211  composizioni  mu- 
sicali, che  separatamente  considerate  in  ciascuna  delle  loro  parti  arrivereb- 
bero a  ben  306.  Cinquantacinque  composizioni  sono  di  musicisti  anonimi, 
mentre  le  rimanenti  centocinquantasei  sono  opera  di  ventiquattro  compositori 
diversi,  appartenenti  alla  scuola  veneto  fiamminga,  alla  diramazione  manto- 
vana, alla  scuola  romana,  a  quella  napoletana,  quando  non  sono  indipendenti. 
Primeggia,  però,  sopra  tutti,  il  fiammingo  Cipriano  de  Rore  (1516-1565).  Le 
composizioni  poetiche  sono  in  tre  lingue  :  203  in  italiano,  5  in  francese,  3  in 
latino.  Dei  21!  madrigali,  cinquantaquattro  venivan  cantati  o  sonati  a  quattro 
voci,  centodieci  a  cinque  voci,  quarantatre  a  sei  voci  e  quattro  a  sette  voci. 
La  maggior  parte,  però,  dei  madrigali  musicali  è  anonima  nella  parte  poetica  : 
fra  le  non  anonime  si  notano  trentasei  liriche  del  Petrarca,  e  cioè:  la  canzone 
Alla  Vergine,  in  tutte  le  sue  stanze  che  formano  dieci  composizioni  musicali, 
musicata  a  cinque  voci  da  Cipriano  de  Rore;  la  canzone  Chiare, fresche,  dolci 
acque,  musicata,  nella  sola  stanza  Da'  bn  rami  scendea,  a  quattro  voci  da 
Claudio  Merulo;  la  sestina  Alla  dolce  ombra  delle  belle  f rondi,  musicata  aquattn* 
voci  e  divisa  in  sei  parti,  formanti  sei  composizioni,  da  Cipriano  de  Rore,  e 
musicata  anche  a  cinque  voci  e  divisa  in  due  parti  da  Jacques  de  Wert  ;  il 
Trionfo  della  morte,  musicato  a  cinque  voci  e  diviso  in  tre  parti  e  altrettante 
composizioni  da  Orlando  Lasso;  la  ballata  Di  tempo  in  tempo  mi  si  fa  men 
dura,  musicata  a  quattro  voci  da  Cipriano  de  Rore.  A  queste  cinque  liriche  se- 
guono trenta  sonetti  (oltre  un  sonetto  musicato  da  Cipriano  de  Rore  e  da  Jacques 
de  Wert),  la  cui  musica  dà  luogo  quasi  sempre  a  due  composizioni,  la  prima 
comprendente  le  due  quartine,  e  la  seconda  le  due  terzine  :  li  musicarono  degli 
anonimi,  Andrea  Feliciano,  Andrea  Gabrieli,  Orlando  Lasso,  Giannetto  Pale- 
strina,  Cipriano  de  Rore,  Gerolamo  Scotto,  Bartolomeo  Spontoni,  Jacques  de 


NOTIZIARIO  241 

Wert,  e  Adriano  Willaert.  Inoltre,  si  hanno  tre  sonetti  del  Sannazaro  musicati 
da  Orlando  Lasso,  Cipriano  de  Rore  e  Filippo  del  Monte;  un  madrigale  di 
Giovanni  Della  Casa  musicato  da  Cipriano  de  Rore;  uno  di  Giovanni  Gui- 
diccioni  musicato  da  Filippo  de  Monte;  uno  di  Gerolamo  Parabosco,  musi- 
cato da  Alessandro  Strìggio,  ed  uno  del  Quarini  musicato  da  Cipriano  de  Rore. 
L'importanza  del  nuovo  codice  non  sta  tanto  nell'entità  delle  composi- 
zioni che  contiene,  quanto  nel  fatto  ch'esso  dà  le  sue  composizioni  in  per- 
fetta partitura,  unite  nelle  varie  voci  in  cui  ciascuna  doveva  essere  cantata 
nei  limiti  della  propria  chiave,  secondo  le  norme  del  setticlavio,  e  fornite  di 
quelli  che  in  musica  diconsi  <  accidenti»,  i  quali  non  mancano  neppure  ai 
luoghi  necessari,  nel  corso  delle  composizioni  ;  mentre  tra  il  1500  e  il  1700 
era  abitudine  si  può  dir  generale  lo  stampar  le  opere  musicali  non  in  parti- 
ture complete,  ma  a  voci  isolate,  cosi  che  al  moderno  ricercatore  di  musica 
è  spesso  impossibile  il  ricomporre  un'opera  intera,  riaggruppando  tutte  le 
parti  staccate  per  voci.  È  perciò  da  augurare  che  il  nuovo  codice  verga  di- 
ligentemente studiato  da  un  tecnico  di  questioni  musicali,  nel  mentre  si  attende 
che  il  Clerici  pubblichi  presto  lo  studio  storico-letterario  attorno  al  codice 
stesso,  ch'egli  ora  promette.  [Ger.  Lazzeri]. 

200.  Il  maestro  Amilcare  Zanella,  direttore  del  Liceo  Musicale  di  Pesaro, 
ha  in  animo  di  raccogliere,  in  servigio  degli  studiosi,  tutte  le  possibili  indi- 
cazioni attorno  gli  autografi  rossiniani  o  i  documenti  comunque  concernenti 
Giovacchino  Rossini.  A  render  più  agevole  il  compimento  di  un  cosi  lodevole 
proposito  egli  invoca  l'aiuto  di  tutti  coloro  che  avessero  già  fatto  ricerca  di 
documenti  rossiniani.  La  bibliografia  che  verrà  per  tal  modo  compilata  sarà 
poi  resa  pubblica  per  cura  del  Liceo  Musicale  pesarese.  [A.  P]. 

201.  Fulvio  Stanqanelli  attende  ad  uno  studio  su  Comiso  nei  primi  set- 
tanta  anni  del  secolo  XIX,  che  è  l'ultima  parte  di  una  Storia  di  Comiso,  condotta 
sistematicamente  su  documenti  inediti. 

202.  Nel  suo  libro  La  lotta  per  Viialianità  delle  terre  irredente  (Firenze,  Bem- 
porad,  1916,  pp.  196)  Enrico  Melchioki  fa  la  lunga  e  triste  storia  delle  sof- 
ferenze e  delle  sopraffazioni  inflitte  dall'Austria  agli  italiani  irredenti,  il  che 
vale  quanto  dire  ricercare  le  profonde  radici  dell'odio  nostro  secolare  contro 
gli  Austriaci  ;  e  rivelare  a  quella  parte  del  pubblico,  che  ancora  non  vuol  vedere 
né  sentire,  le  sante  e  remote  cause  della  nostra  guerra  attuale.  [I.  D.  V.}. 

203.  Henri  Hauvette  illustra  i  fini  di  una  nuova  associazione.  L'union 
intellectuelle  frano-italienne  (Paris,  1916,  Société  de  l'enseignement  supérieur, 
pp.  7),  sorta  a  Parigi,  sotto  gli  auspici  della  Facoltà  di  Lettere  di  quell'Univer- 
sità, allo  scopo  di  stabilire  più  stretti  rapporti  intellettuali  e  sociali  tra  la  Francia 
e  l'Italia.  L'Hauvette,  ben  noto  per  i  suoi  studi  di  letteratura  italiana,  è  anche  il 
presidente  della  nuova  società;  ed  io  ne  traggo  ragione  di  sperare  che,  in  séguito 
alla  bella  iniziativa,  i  francesi  imparino  a  conoscere  e  ad  apprezzar  meglio 
l'Italia,  «car  —  secondo  la  confessione  dell'Hauvette  stesso  —  ils  la  connaissent 
fort  mal».  [I.  D.   V.]. 


242  NOTIZIARIO 


VERSIONI. 


-04.  Agli  studiosi  non  specialisti  di  letteratura  greca  o  di  storia  della  filo 
sofia,  eppur  desiderosi  di  conoscere  il  pensiero  e  l'opera  di  Platone,  sarà 
utile  la  versione  ed  interpretazione  che  Attilio  Gnesotto  ci  offre  del  dialog< 
morale  Lochete  o  della  fortezza,  negli  Atti  e  Memorie  della  R.  Accademia  di 
Padova  (voi.  XXXIII,  disp,  1%  pp.  118).  Utile,  perché  chiara  e  ben  condotta; 
ed  anche,  nel  momento  presente,  opportuna,  dato  il  soggetto.  Il  traduttore 
conchiude  la  sua  opera  d'esegeta,  riferendo  parole  memorande  dal  testamento 
di  Decio  Raggi,  il  quale  mori  gloriosamente  nella  guerra  di  liberazione  in  cui 
la  gioventù  d'Italia  combatte  con  lo  spirito  e  il  cuore  tesi  all'alto.  Poi,  dopo 
aver  ricordato  Socrate,  che  preferi  la  morte  nel  carcere  alla  facile  fuga,  sog- 
giunge :  «risoluzioni  dell'anima  umana  ugualmente  sublimi,  ugualmente  degne 
della  vera  gloria  di  tutti  i  secoli,  non  possono  scendere  che  da  una  stessa 
causa».  [F.  F.]. 

205.  E.  Portal  ci  offre  una  traduzione  ritmica  deW Atlantide,  il  poema 
catalano  di  Jacinto  Verdaguer,  che  può  dirsi  il  Mistral  della  moderna  lettera- 
tura catalana.  La  traduzione,  pubblicata  nella  collezione  Scrittori  italiani  e 
stranieri  (Lanciano,  G.  Carabba,  1916),  per  quanto  mostri  evidente  uno  sforzo 
di  fedeltà  e  di  comprensione,  sta  molto  al  disotto  dell'originale,  che  mi  sem- 
bra non  riesca  sempre  degnamente  interpretato.  L'introduzione  del  Portai  stgsso, 
poi,  è  cosa  affrettata  e  soverchiamente  entusiastica.  [Ger.  L.]. 

206.  Segnaliamo  ai  sanscritisti  una  buona  e  svelta  traduzione  del  celebre 
dramma  di  Bhàsa:  Svapnavasavadatta,  dovuta  a  Ferdinando  BelloniFilippi. 
Egli  ha  tradotto  il  titolo  in  Vàsavadattà  {n" .  97  della  collezione  5cr///or/  italiani 
e  stranieri,  Lanciano,  G.  Carabba,  1916),  e,  rendendo  tutto  in  prosa,  ha  stam- 
pato in  corsivo  quanto  era  traduzione  di  versi,  ponendo  a  pie  di  pagina 
rapide  e  sobrie  note  a  illustrazione  del  testo  ed  a  intelligenza  della  metrica. 
È  certo  che  quanti  s'occupano,  sia  pure  occasionalmente,  di  letterature  orientali 
saranno  grati  al  Belloni-Filippi  per  la  sua  traduzione,  che  permette  una  larga 
divulgazione  nella  nostra  lingua  del  capolavoro  di  Bhàsa,  il  grande  poeta  del 
quale  solo  nel  1912  è  stato  possibile,  dopo  tanti  anni  di  vane  ricerche,  rin- 
tracciare i  testi  e  darli  in  luce.  E  la  buona  e  intelligente  introduzione  che  il 
B.  F.  prepone  al  testo,  prepara  ottimamente  il  lettore  a  comprendere  il  capo 
lavoro  offertogli,  esponendo  lucidamente  tutti  i  risultati  conseguiti  dalla  critica 
moderna  attorno  alla  vita  e  all'opera  di  Bhàsa.  [Ger.  L.], 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

a  cura  di 

C.  Cessi,  F.  Flamini,  Ger.  Lazzeri,  P.  Nalli,  A.  Pelijzzari,  Fr.  Picco, 
A.  Schiappini,  F.  Stanganelli. 


136.  Archivio  storico  lombardo:  (XLlll,  4)  Enrico  Filippini,  //  padre  don 
Pietro  Canneti  e  la  sua  diss-^rtazione  frezziana.  Pietro  Canneti,  dotto  frate  camal- 
dolese, si  occupò  molto  del  Quadriregio  e  di  chi  lo  scrisse,  contribuendo  a 
chiarire  il  valore  del  poema  quasi  dimenticato  e  assegnandolo  definitivamente 
a  Federico  Frezzi.  Oltre  ad  aver  giovato  a  preparare  l'edizione  del  Quadri- 
regio  che  apparve  a  Foligno  nel  1725,  in  quell'occasione  egli  pubblicò  la  sua 
nota  Dissertazione  apologetica,  per  dimostrare  specialmente  che  l'autore  del 
Quadriregio  non  poteva  essere  il  bolognese  Niccolò  Malpigli.  Il  Filippini  esamina 
lungamente  questo  documento  storico  e  letterario  insieme,  che,  pur  essendo  di 
mole  ristretta,  è  cosi  denso  di  critica  e  di  erudizione;  e,  tornando  sui  giu- 
dizi da  lui  espressi  altra  volta,  fa  la  storia  della  Dissertazione  cannetiana,  ne 
studia  la  fortuna  dalla  sua  prima  pubblicazione  ai  nostri  giorni,  e  l'esamina 
minutamente,  per  concludere  che  se  può  sembrare  esagerata  la  definizione  di 
capolavoro,  data  dai  contemporanei  a  quello  scritto,  non  si  può  tuttavia  ne- 
gare che,  non  ostanti  i  suoi  difetti,  esso  riuscisse  a  rivendicare,  con  solidi 
argomenti,  al  Frezzi  il  poema.  Con  la  sua  analisi  il  Filippini  vuol  soprattutto 
mostrare  quanto  di  buono  e  di  men  buono  contenga  la  Dissertazione  del  Can- 
nati, e  ciò  che  si  dovrebbe  fare  se  mai  si  volesse  ristamparla:  la  qual  cosa, 
Tjc  non  strettamente  necessaria,  sarebbe  certo  molto  utile  per  gli  studiosi  ; 
Alessandro  Giulini,  Una  pia  fondazione  prediletta  da  Bonvesin  da  Riva:  ì\  spi- 
zio  di  S.  Erasmo,  vicino  Legnano;  Orazio  Premoli,  Appunti  su  Lorenzo  Bina- 
ghi  architetto.  [P.  N.]. 

137.  Archivio  storico  per  la  Città  e  i  Comuni  del  Circondario  e  della  Diocesi 
di  Lodi:  (XXV,  3)  Giovanni  Baroni,  Lodi  e  l'arte  della  stampa.  [P.  N.]. 

138.  Archivio  storico  per  le  Province  napoletane:  (XLI,  4)  Benedetto  Croce, 
Altre  notizie  sul  poeta  Velardiniello.  11  C,  che  aveva  sempre  affermato  che  il 
Velardiniello  non  potè  fiorire  tra  la  fine  del  Quattro  e  i  principi  del  Cinque- 
cento, bensì  circa  la  metà  del  secolo  XVI  o  poco  più  oltre,  trovò  una  con- 
ferma di  questa  sua  asserzione  in  un  codicetto  della  Nazionale  di  Napoli,  con- 
lenente,  tra  l'altro,  un'ottava  del  V.;  Benedetto  Croce,  Lettere  e  documenti 
tratti  dalle  carte  di  Giuseppe  Poerio.  [P.  N.]. 

139.  Archivio  storico  per  le  Province  parmensi:  (XVI)  Umberto  Benassi,  Gu- 
;^'ìielmo  Du  Tillot.  Un  ministro  riformatore  del  secolo  XVIII  (Contributo  alla  storia 


244  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

dell'epoca  delle  riforme).  Ili:  Il  periodo  della  preparazione  (Cfr.  Rassegna,  XXV , 
pp.  50  e  seg.).  [P.  N.]. 

140.  Archivio  storico  siciliano:  (XLl,  3-4)  C.  A.  Oarufi,  Contributo  alla  storia 
dell'Inquisizione  in  Sicilia  nei  secoli  XVI  e  XVÌI.  Documenti  degli  Archivi  di  Spa- 
gna. Notd  IV.  Lotte  di  giurisdizione  fra  Inquisitori  e  Viceré.  Cont.  [P.  N.]. 

141.  Arte  e  Storia:  (XXVI,  3)  Carlo  Rapini,  Sull'autore  degli  affreschi  del 
Capitolo  di  S.  Maria  Novella  in  Firenze  (v.  Rassegna,  XXV,  p.  182);  Felice  To- 
raldo,  Un  mausoleo  di  Antonello  Gagini  in  Tropea;  Ernesta  Tibertelli  de  Pisis, 
L'arca  sepolcrale  di  Bonalbergo  di  Bonfado  lettore  delle  Decretali.  -  (4)  Ric- 
cardo Gabbrielli,  Cecco  d'Ascoli  nell'arte]  continua  nel  fase,  seguente.  [P.  N.j. 

142.  Atene  e  Roma:  (XX,  217,  218,  219)  N.  Terzaghi,  Sinesio  di  Cirene;  R. 
Sciara,  intorno  alia  leggenda  su  La  morte  della  Sibilla.  —  Recensioni  :  del  Cesare 
di  D.  Bassi  [V.  Brugnola],  e  degli  Staiti  di  leti,  e  fìlol.  latina  di  Ettore  Stampini 
[Arnaldo  Beltrami].  Infine,  tra  gli  Atti  del  a  Società:  circolari,  relazioni,  discus- 
sioni, pareri  Per  le  edizioni  italiane  dei  testi  classici  (49-60):  v.  Marzocco,  16 
aprile  e  31  die.  1916,  e  29  aprile  1917,  Secolo,  25  luglio  1916,  Corriere  della 
sera,  27  marzo  1917.  [A.  S.]. 

143.  Ateneo  veneto,  /':  (XL,  i,  1-2)  Roberto  Cessi,  «Regnum*  ed  *  impe- 
rium  *  in  Italia  dalla  caduta  alla  ricostituzione  dell'  Impero  romano  d' Occidente  : 
sono  le  prime  pagine  dell'introduzione  di  un  lavoro  di  lunga  lena:  si  parla 
del  valore  del  problema  costituzionale  romano,  della  teorica  costituzionale  dì 
G.  Lido,  del  fondamento  giuridico  deìVimperium  romano,  e  della  genesi  della 
costituzione  romana  fino  alla  riforma  teodosiana;  G.  Paladino,  Per  la  storia 
di  Capodisfria:  tre  documenti  provenienti  dall'archivio  Grisoni  in  Capodistria, 
riguardanti  l'uno  il  dazio  sul  vino  con  notizie  sulla  produzione  vinaria  in 
Capodistria  per  tutto  il  Seicento,  il  secondo  il  commercio  del  sale  sulla  fine  del 
Seicento,  il  terzo  i  restauri  della  chiesa  di  S.  Biagio  delle  Monache  Agosti- 
niane in  Capodistria  (principio  del  Settecento);  Giovanni  Pansini,  La  biblioteca 
del  Lloyd  triesìino:  rievoca  la  figura  del  Racheli,  che  ne  fu  il  direttore,  dimo- 
strando da  quali  profondi  sentimenti  di  italianità  fosse  animato  ;  Giuseppe 
Pavan,  Teatri  musicali  veneziani.  Il  teatro  S.  Benedetto  (ora  «Rossini»):  contin. 
dal  voi.  Il,  2,  1916.  Prosegue  il  catalogo  generale  degii  spettacoli,  dal  26  die. 
1841  al  19  nov.  1870;  Antonio  Pilot,  Un  madrigale  vernacolo  inedito  dell'abate 
Barbaro  in  lode  del  padre  Giuseppe  Toaldo  :  scritto  in  occasione  dell'applicazione 
del  «conduttore»  fatta  dal  Toaldo  al  campanile  di  S.  Marco,  nel  1776.  [C.  C.]. 

144.  Athenaeum:  (V,  2)  Elia  Lattes,  Di  alcune  voci  verbali  etrusche:  1.  sta, 
stas  (cfr.  lat.  stai,  pone,  dedica),  2.  sca,  sce,  s'cuna,  s'cune  {—  donò),  3.  mena, 
menaci,  mene,  m  nu,  mina,  mine,  mini,  mina  (forme  di  perfetto).  Il  L.  conclude 
che  non  soltanto  le  forme  in  -ce  dei  verbi  etruschi  sono  di  tempo  perfetto, 
ma  tali  debbono  essere  anche  sta  e  quelle  desinenti  in  -a,  -e,  -i,  u,  conside- 
randosi di  prima  persona  quelle  precedute  e  seguite  da  mi  =  (io  per)  me,  oda 
equ  (fai.  lat.  eqo,  lat.  ego);  E.  Buonaiuti,  Pelagio  e  la  volgata  paolina:  contro 
il  De  Bruyne  il  quale  aveva  sostenuto  {Et.  sur  le  orig.  de  notre  texte  latin  de 
S.  Paul,  in  Revue  bibligue,   luglio-ottobre  1915)  che  Pelagio  è  il  revisore  del 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  245 

testo  latino  di  S.  Paolo,  al  quale  si  deve  il  nostro  testo  volgato,  dimostra  che, 
mentre  si  deve  ammettere  la  sua  tesi  negativa  riguardo  alla  paternità  della 
volgata  delle  lettere  paoline  attribuita  a  Girolamo,  non  si  può  accettare  che 
l'autore  ne  sia  Pelagio,  traendone  argomento  dalla  versione  del  v.  12  e.  5 
della  lettera  ai  Romani,  che,  quale  è  riferita,  divenne  uno  dei  fondamenti  per 
combattere  le  concezioni  pelagiane.  Il  traduttore,  che  ha  riprodotto  male  il 
testo  greco,  non  può  essere  Pelagio,  e  nemmeno  può  ammettersi  che  Pelagio 
abbia  lasciato  passare  nella  volgata  tale  inesatta  interpretazione  del  versetto 
Paolino.  Di  pili,  si  notano  divergenze  notevoli  fra  Pelagio  ed  i  suoi  seguaci 
nelle  citazioni  paoline;  C.  Pascal,  Orazio  e  Pollione:  dai  vari  ricordi  che  di 
Pollione  fa  Orazio  (spec.  ode  I  del  2"  libro,  e  Sat.  I,  X)  il  P.  trae  motivo  per 
rappresentare  sotto  i  suoi  vari  aspetti  la  figura  di  Pollione  come  poeta  tra- 
gico, come  storico,  come  politico  ed  avvocato;  Umberto  Moricca,  Di  alcune 
probabili  fonti  di  un  opuscolo  di  S.  Cipriano:  si  tratta  dell'epistola  ad  Donatum, 
che  oftre  riscontri,  se  non  imitazioni  vere  e  proprie,  con  VOctavius  di  Minucio 
per  la  sceneggiatura  d'ambiente,  con  Seneca  ep.  22,  9  al  e.  3,  con  VOct. 
XXVIl  e  VApolog.  di  Tertulliano  (XXlI-XXill)  al  e.  5;  Ernestina  Bezzi,  Lare- 
dazione  genovese  del  Trattato  dei  sette  peccati  mortali.  Questo  trattato,  conser- 
vato nel  cod.  31,  3,  23  della  Biblioteca  delle  iVlissioni  Urbane  di  Genova,  è  la 
redazione  in  dialetto  genovese  antico  del  Livre  des  vices  et  des  vertus,  scritto 
prima  in  latino  poi  in  francese,  nel  1289,  da  fra  Lorenzo  dei  Predicatori  per 
Filippo  III.  Dallo  studio  fonetico,  morfologico,  lessicale  pare  si  debba  conchiu- 
dere che  il  trattato  venne  tradotto  in  genovese  da  un  compendio  del  testo 
francese  fatto  in  volgare  lombardo-veneto  tra  la  fine  del  sec.  XIII  ed  il  prin- 
cipio del  sec.  XIV;  P.  Rasi,  Parva  Frusta  (ad  Ovid.  Ex  P.  Ili,  1,  21  ;  ad  Horat. 
E.  1,  28,  20):  difende  la  lezione  tradizionale  contro  le  correzioni  tentate  in 
Monuni.  XLIV,  1916,  pp.  176  e  212);  Aldo  Aruch,  Bibliografia,  Opere  di  Ca- 
millo Morelli.  Anche  noi  mandiamo  un  commosso  saluto  alia  memoria  del  com- 
pagno d'armi  e  di  studi,  c!ie  ha  generosamente  offerto  la  vita  alla  libertà 
della  patria,  alla  vittoria  dei  più  sacri  ideali.  [C.  C.]. 

145.  Atti  della  R.  Accademia  di  Archeologia  Lett.  e  B.  A.  di  Napoli  :  (N.  S.,  V.) 
Enrico  Cocchia,  Nuova  serie  di  note  glottologiche.  II.  Il  ritmo  del  discorso  studiato 
in  rapporto  col  fenomeno  della  distribuzione  omerica,  della  legge  di  posizione  e 
della  evoluzione  dei  suoni;  Francesco  Torraca,  Di  un  aneddoto  dantesco:  riguarda 
il  sonetto  dantesco  sulle  due  torri  di  Bologna;  Alessandro  Longo,  Gluck  e  Pic- 
cinni:  il  L.  non  vuol  rifare  ancora  una  volta  la  storia  della  lotta  fra  Cristoforo 
Gluck  e  Nicola  Piccinni,  ma  riferire  alcune  notizie  tratte  da  una  fonte  non 
sufficientemente  esplorata  :  La  correspondance  del  Grimm  e  del  Diderot.  Passa 
poi  ad  esaminare  la  riforma  del  Gluck,  distinguendo  quello  che  è  proprio 
del  maestro  tedesco,  e  quello  che  è  di  altri  nel  concetto  informatore,  e  con- 
frontandola con  quella  anteriore,  dovuta  ai  maestri  della  Camerata  fioren- 
tina, e  con  quella  posteriore  determinata  dal  genio  di  R.  Wagner.  Pur  essendo 
il  Gluck  un  grande  artista,  il  valore  della  sua  riforma  appare  molto  attenuato 
quando  si  pensi  che  molti  degli  elementi  ond'egli  si  valse  nella  composizione 
delle  ultime  opere  erano  già  stati  adottati  con  fortuna  nella  produzione  italiana 
antecedente  ;  né  la  sua  musica,  in  merito  allo  stile,  determinò  una  nuova  via 
nel  cammino  dell'arte.  Alla  fama  del  maestro  tedesco  contribuì  moltissimo  l'es- 
sere egli  stato  il  primo  vero  autore  di  opere  melodrammatiche  che  vantasse  la 


246  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

Germania,  mentre  Nicola  Piccinni  andò  un  po'  confuso  nella  pleiade  dei  com- 
positori di  cui  ancor  si  gloria  la  scuola  italiana;  Enrico  Cocchia:  Le  notizie 
dei  grammatici  antichi  intorno  alla  pronunzia  delle  vocali  latine.  Contributo  allo 
studio  del  vocalismo  delle  parole  greche  nell'uso  italiano-,  Guido  Manacorda,  De 
gli  scritti  di  Goethe  intorno  all'arte',  non  pensa  di  offrire  un  lavoro  completo 
sull'argomento,  ma  soltanto  chiarirne  alcuni  punti  fondamentali  e  fermarne  al- 
cuni aspetti  fuggevolissimi.  Gli  scritti  del  G.  intorno  all'arte  si  presentano  in 
forme  cosi  frammentarie,  cosi  disorganiche,  e  spesso  cosi  contradittorie,  da 
far  dubitare  fortemente,  che  mai  si  possano  ridurre  in  sistema.  Il  Manacorda 
raccoglie  l'espressione  goethiana  nella  sua  genuina  fram  nentarietà,  imprecisione 
ed  incertezza,  e  conclude  che  il  Goethe  si  dimostra  speculatore  e  ragionatore 
ben  poco  originale  e  teorizzatore  appena  passabile,  ma  artista  ognor  presente 
e  vivo.  [P.  N.]. 

146  Atti  e  memorie  della  Deputazione  ferrarese  di  Storia  patria:  (XXII,  3)  A. 
E.  Baruffaldi,  Bibliografia  della  famiglia  Baruffaldi;  Silvio  Magrini,  Joannes  de 
Blanchinis  ferrariensis  e  il  suo  carteggio  scentifìco  col  Regiomuntano  (1463  64)  : 
ripubblica  da  una  rara  edizione  il  breve  carteggio  del  Bianchini  illustrandolo 
accuratamente  :  accompagnano  l' introduzione  due  tavole  di  facsimili  che  ripro- 
ducono due  delle  lettere  conservate  nella  Stadt-Bibliothek  di  Norimberga;  Mario 
Battistini,  Giulio  da  Ferrara  maestro  di  grammatica  a  Volterra  nel  secolo  XV. 
fP.  N.]. 

147.  Boletln  de  la  Real  Academia  de  Buenos  Letras  de  Barcelona:  (XVII,  65) 
E.  Moline  y  Brasés,  La  Academia  dels  Desconfìais;  J.  Miret  y  Sans,  Dos  siglos 
de  Vida  academica:  esposizione  cronologica  dell'attività  della  R.  Acc.  di  Bar- 
cellona dal  1729  in  poi.  Continua.  [P.  N.]. 

148.  Bohtln  de  la  Real  Academia  de  la  Historia:  (LXX,  3)  Jerónimo  Becker, 
Obras  lemosinas  en  la  Biblioteca  de  Et  Escoriai:  breve  cenno  dell'opera  di 
Vicente  Castafieda,  Catalogo  de  los  manuscritos lemosines  ùd'  autores  valencianos 
ó  que  hacen  relación  à  Valencia,  que  se  conservan  en  la  Real  Biblioteca  di  Escoriai; 
Julio  Puyol,  Goya,  Composiciones  y  figuras,  recensione  del  secondo  volume  di 
un'importantissima  pubblicazione  di  A.  De  Beruete  y  Moret  dedicata  al  grande 
pittore  spagnolo.  Il  primo  volume,  pubblicato  l'anno  scorso,  s' intitola:  Goyu, 
pintor  de  retratos.  —  (4)  Pedro  de  Novo  y  Colson,  Astronomia  dos  Lusiados: 
a  proposito  dell'opera  nella  quale  Luciano  Pereira  de  Silva  ha  trattato  del- 
l'astronomia del  poema  di  Camoens.  -  (5)  Adolfo  Bonilla  y  San  Martin,  Un.' 
comedia  latina  de  la  Edad  Media  (Et  «  Liber  Pamphili  »).  Reproducción  de  un  ma 
nuscrito  inèdito  y  versión  castellana:  riproduce  diplomaticamente  un  manoscritto 
del  sec.  XIII,  conservato  nella  Biblioteca  della  Cattedrale  di  Toledo,  e  annota 
ie  varianti  dell'edizione  curata  da  A.  Baudouin  (Parigi,  1874).  In  una  breve 
introduzione  s' intrattiene  della  fortuna  di  questa  commedia  assai  letta  nel 
Medio  Evo,  e  che  fu  parafrasata  dall'Arcipreste  de  Hita  nel  Libro  de  buen 
amor,  strofe  580-891.  [P.  N.]. 

149.  Bollettino  della  Società  pavese  di  Storia  patria:  (XVI,  1-4)  F.  Ageno, 
L'appendix  Mazochii  Ticinensis:  continua.  È  il  primo  capitolo  di  uno  studio  assai 
ampio:  tratta  dei  rapporti  del  Mommsen  con  Pavia  a  proposito  della  prepara- 
zione del  V  volume  del  CI.  L.  ;  Renato  Sòriga,  XH  lettere  di  Giuseppe  Mazzini 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  247 

./  cittadini  pavesi  (1853-1854),  dirette  ad  Angelo  Bassini  e  Carlo  Cassola;  A. 
Corbellini,  Appunti  sulV Umanesimo  in  Lombardia.  Il:  in  continuazione,  note- 
volissimo contributo.  [P.  N,]. 

150.  Bollettino  storico  per  la  Provincia  di  .\ovara:  (XI,  1-2)  Guido  Bustico, 
Luigi  Camoletti  commediografo  e  giornalista.  Illustra  brevemente  la  vita  e  l'atti- 
vità del  C,  autore  di  moltissime  opere  drammatiche  ormai  dimenticate,  che 
diresse  vari  giornali  nella  natia  Novara:  in  appendice  pubblica  varie  lettere 
ii  Adelaide  Ristori  al  Camoletti,  che  si  conservano  nel  Museo  Civico  di  No- 
vara. [P.   N.]. 

151.  Critica,  la:  (a.  XV,  fase,  ili)  Benedetto  Croce,  Una  famiglia  di  patrioti. 
!  Poerio.  III.  I  travagli  di  uno  spirito  di  poeta  (Alessandro  Poerio)  :  ne  daremo 
un  ampio  cenno  nel  Notiziario,  non  appena  il  C.  avrà  ultimato  la  sua  pubbli- 
cazione; B.  C,  Le  lezioni  di  letteratura  di  Francesco  De  Sanctis  dal  1839  al  1848 
(dai  quaderni  della  scuola  .  VI.  Le  lezioni  sulla  storia  della  cr/Y/ca:  continua. 
Seguita  l'esposizione  dell'Estetica  dello  Hegel,  e  principia  quella  dell'estetica 
^iobertiana,  svolta  in  parallelo  con  quella,  hegeliana  :  ne  parleremo  nel  No- 
tiziario, quando  sarà  apparso  anche  il  séguito  di  questa  esposizione;  Gio- 
vanni Gentile,  Appunti  per  la  storia  della  cultura  di  Italia  nella  seconda  metà 
del  secolo  XIX.  IV.  La  cultura  toscana.  VI.  I  Piagnoni:  continua.  Espone  il 
pensiero  del  Tommaseo,  quale  appare  nei  cinque  libri  Dell'Italia  (Paris, 
Pihan  Delaforest,  2  voli.,  1835);  Rivista  bibliografica:  G.  Gentile  recen- 
sisce dottamente  l'opera  di  Eduardo  Taglialatela,  Lo  psicologismo  nella  morale 
(Roma,  Tip.  del  Senato,  1916);  B.  Croce  pone  in  rilievo  l'importanza  della 
coli.  Letteratura  moderne  diretta  da  Arturo  Farinelli  (cfr.  Notiziario,  n.  187-190), 
e  dà  saporitamente  conto  dell'opuscolo  di  Heinrich  Morf,  *  Galeotto  fu  il  libro 
e  chi  lo  scrisse  »  (dai  Sitzungsberichte  der  K.  Preussiscfien  Akademie  der  Wissen- 
schaften,  26  ott.  1916,  t.  XLIII,  pp.  1118-1138).  Varietà:  B.  Croce,  in  una  nota 
Per  il  centenario  di  Francesco  De  Sanctis  espone  in  qual  modo  lo  abbia  comme- 
morato (cfr.  La  Rassegna,  XXV,  ii,  167).  [Ger.  L.]. 

152.  Eco  della  cultura,  V  :  (IV,  1)  Mario  de  Leone,  Emile  Verhaeren.  —  (2)  Do- 
menico Bosurgi,  Stùdi  storici  d'arte  italiana,  Raffaello  da  Urbino:  in  continua- 
zione. [P.  N.]. 

153.  Emporium:  (maggio,  1917)  Luigi  Rasi,  Artisti  contemporanei  :  Ugo  Mar - 
..elli;  Giovanni  Camusso,  Letterati  contemporanei:  Paul  Fort  [vedi  Notiziario 
n*.  185];  Alfredo  Petrucci,  Vecchie  strade  di  Siena,  con  belle  vedute  e  disegni 
poeticamente  evocatori;  Achille  Locatelli  Milesi,  Il  paesaggio  dei  cinquecentisti 
veneti,  acuto  studio  che  dimostra  come  la  scuola  veneta  del  Cinquecento  sia 
stata  la  prima,  che  abbia  «  compreso  il  rapporto  vero  tra  la  figura  e  il  fondo 
ne'  suoi  quadri».  Essa  ha  raggiunto,  «anche  sotto  questo  punto  di  vista,  il 
massimo  dell'armonia,  dell'interesse  pittorico  e  del  valore  espressivo  ».  [Fr.  P.]. 

154.  Fanfulla  della  domenica,  il  (6  maggio  1917)  Eugenio  Checchi,  Il 
dramma  'Garibaldi*  di  Domenico  Tumiati  ;  Bruno  Brunelli  Bonetti,  Ibsrn  e 
i  *  barbari»,  rassegna  dei  suoi  «sentimenti  antiteutonici  »:  egli  «chiamò  barbari 
i  prussiani,  disprezzò  Bismarck  e  Moltke,  e  augurò  la  fine  della  Prussia,  allora 


248  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

vittoriosa  e  trionfante  al  cospetto  delie  nazioni,  nella  certezza  che  un'era  nuovr 
e  migliore  sarebbe  sorta  da  quelle  ceneri»;  Francesco  Flamini,  Le  vespe  e  gli 
eroi,  sobrio  cenno  di  un  omonimo  libretto  di  Ugo  Ghiron;  Egisto  Roggero, 
Garibaldi  eroe  popolare  ungherese.  —  (20  maggio)  Annibale  Gabrielli,  La 
*  Guerra»  di  Goldoni,  commedia  tra  le  meno  conosciute  dell'autor  veneto, 
e  che  ora  è  ridivenuta  viva  e  attuale  ;  Luigi  Bacci,  Un  nuovo  libro  di  Arturo 
Farinelli,  e  cioè  La  vita  è  un  sogno;  Francesco  Pagliara,  *  Childe  Harold»  di 
Byron,  che  qui  è  considerato  nel  simbolo  nonché  «nel  suo  valore  e  nella  sua 
vitalità  universale >>;  Alberto  Manzi,  A  proposito  di  'Jacques  Ortis»  di  Ales- 
sandro Dumas.  —  (3  giugno  1917)  Arduino  Colasanti,  Mare  nostrum,  sull'omonime* 
libro  di  Tommaso  Sillani  (Milano,  Alfieri-Lacroix),  rivendicante  l' italianità' 
dell'Adriatico  e  delle  sue  gemine  sponde;  G.  Brognoligo,  Di  libro  in  libro; 
Gerolamo  Lazzeri,  La  scoperta  di  una  copiosa  raccolta  manoscritta  di  musica  e 
poesia  del  sec.  XVI  (eh.  Notiziario,  n".  199);  Vittorio  Fontana,  Per  un' invettiva 
carducciana,  quella  cioè  della  seconda  parte  del  Cadore,  subito  dopo  l'evoca- 
zione dei  màrtiri  di  Belfiore,  che  è  riscontrata  con  due  esempi,  l'uno  del  Foscolo, 
l'altro  del  Leopardi.  [Fr.  P.]. 

155.  Giornale  d'Italia,  il:  (1917,  25  maggio)  Arturo  Calza,  Le  acque/orti  df 
Branfiwyn  donate  allo  Sfato:  «  Franck  Brangwyn  ha  donato  all'Italia  la  raccolta 
completa  delle  sue  acqueforti  »,  in  numero  di  oltre  duecento  ottanta.  «  11  dono, 
veramente  magnifico  e  straordinario,  dell'artista  anglo-belga  ha  un  singolarissimo 
significato:  perché  il  Brangwyn  ha  dichiarato  esplicitamente  che,  con  quello, 
egli  intendeva  di  dimostrare  la  sua  intima  personale  gratitudine  all'Italia^ 
"  nel  secondo  anniversario  da  che  la  nobilissima  Nazione  era  entrata  in  guerra 
a  fianco  dell'Inghilterra  e  del  Belgio  per  difendere  nel  mondo  i  diritti  della 
Libertà  e  della  Civiltà".  Cosi  che  è  lecito  dire  che  il  valore  artistico  del  dono 
è  raddoppiato  dal  suo  valore  morale».  La  mirabile  Raccolta  è  attualmente 
esposta  al  pubblico  in  Roma,  nella  sede  della  Galleria  d'Arte  moderna  a  Valle 
Giulia.  —  (26  maggio)  Attilio  Momigliano,  -^  La  fuga»,  di  Rosso  di  San  Scendo. 
—  (29  maggio)  Umberto  Bozzini,  Nel  trigesimo  della  morte  di  Domenico  Oliva. 
Il  critico  drammatico:  osservazioni  ovvie  e  quindi  accettabili,  accanto  ad  asser- 
zioni d'indole  storica  e  teorica,  che  dimostrano  molta  inesperienza  della  ma 
teria,  —  (1  giugno)  Goffredo  Bellonci,  //  flore  del  pensiero  e  dell'arte  italiana, 
a  proposito  della  nuova  collezione  di  classici  italiani,  della  quale  l'Unione 
Tipogr.  editr.  torinese  ha  iniziato  la  pubblicazione.  —  (2  giugno)  Raffaele 
De  Cesare,  Interessanti  autografi  di  Garibaldi:  a  dir  vero  non  si  tratta  di  «do- 
cumenti interessantissimi»,  come  li  qualifica  il  generale  Efisio  Cugia,  dai 
cui  eredi  ne  ha  avuto  comunicazione  il  De  Cesare.  Sono  un  biglietto,  un 
«ordine  di  servizio»,  due  ricevute,  una  lettera,  tutti  del  1866,  e  recan  nuova 
conferma  della  nota  irritazione  prodotta  nel  generale  Garibaldi  dall' infelic. 
modo  «com'erano  andate  le  cose  della  guerra»  in  quell'anno.  —  (3  giugno) 
Bach,  Un  dàlmata  gloria  d'Italia:  Luciano  Laurana,  l'architetto  zaratino  che 
eresse  in  Italia  il  più  bel  palazzo  del  Rinascimento,  il  castello  d'Urbino 
(1472  .  [A.  P.]. 

156.  Giornale  storico  delle  Letteratura  italiana:  (LXIX,  2-3)  E.  Gorra,  Danw 
e  Clemente  V:  si  collega  coU'interpretazione  delle  metamorfosi  del  carro  della 
Chiesa  e  colle  quistioni  cronologiche  attinenti  alla  composizione  della  Commedie 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  249 

Le  idee  del  Gorra  son  note:  il  profetato  DXV  non  può  essere  Arrigo  VII; 
alla  fine  del  1314  nessuna  cantica  del  poema  era  compiuta.  V'è  una  dottrina 
!a  quale  *  stacca  l'Inferno  dalle  altre  due  cantiche  »,  quasi  ch'esso  «  rappresenti 
nello  svolgimento  del  pensiero  dantesco  un  periodo  anteriore  a  quello  del 
Purgatorio».  Ciò  significa  —  egli  dice  —  spezzare  l'unità  d'un  poema  cosi  sal- 
damente «  organico  »  ;  e  credo  che  abbia  ragione  !  Non  ha,  invece,  ragione 
juando  attribuisce  a  chi  scrive  questo  cenno  una  «  tendenza  »  diversa  da  quella 
di  chi  s'adoperi  a  lumeggiare  il  pensiero  politico  dell'Alighieri  in  quanto  si 
riflette  nelle  opere  minori  e  nella  Commedia.  L'etica  è  il  fondamento  della  po- 
litica; perciò  del  contenuto  etico  del  poema  si  deve  parlare  prima.  Ma  è  poli- 
tico il  suo  contenuto  più  universale  e  più  alto:  ne  tratterà  ampiamente  il  terzo 
ed  ultimo  volume  dell'opera  a  cui,  nel  citarmi,  il  Gorra  intende  riferirsi; 
Abdelkader  Salza,  Madonna  Gasparina  Stampa  e  la  società  veneziana  del  suo  tempo  : 
in  continuazione.  Ne  daremo  qualche  cenno,  quando  questo  nuovo  lavoro  del 
Salza,  ricco  come  il  precedente  di  notizie  erudite  intorno  alla  famosa  poetessa 
dal  Cinquecento,  sarà  giunto  al  termine.  Basti  osservare  fin  d'ora,  che  l'autore 
mantiene  integralmente  la  sua  tesi  ben  nota,  difendendola  dalle  obiezioni  mos- 
segli da  parecchi  e  soprattutto,  in  uno  scritto  speciale,  dalla  Innocenzi  Greggio. 
—  Varietà:  Giuseppe  Albini,  I  versi  nelV*  Erodoto-»  Mei  Boiardo:  disamina  fatta 
tal  valente  classicista  con  diligenza  pari  alla  competenza;  Giovanni  Pesenti, 
Poesie  latine  di  P.  Bembo:  sono  «  note  e  aneddoti»  che  costituiscono  un'utile 
appendice  all'articolo  su  questo  argomento  uscito  nel  volume  precedente  dello 
stesso  Giornale.  —  Rassegna  bibliografica:  G.  B.  Vico,  La  scienza  nuova, 
ed  F.  Nicolini  (G.  Gentile,  pienamente  favorevole);  Laura  Lattes,  Luigi 
Carrer  (V.  Cian.,  che  loda,  ma  notando  una  certa  «tendenza  apologetica»); 
T.  Parodi,  Poesia  e  letteratura  (D.  Bulferetti,  con  applausi  fervorosi  all'autore 
e  «gran  despitto»  verso  il  Borgese  —  tirato  in  campo  proprio  pei  capelli,  — 
che  ha  il  torto  di  non  pensarla  come  il  recensente);  Alb.  Trauzzi,  Aree  e 
limiti  linguistici  nella  dialettologia  italiana  moderna  (Matteo  Bartoli;  rassegna 
ampia  e  dottissima).  —  Bollettino  bibliografico:  E.  Gorra  vi  parla  di  Albino 
Zenatti,  Intorno  a  Dante  [toccando  d'una  questione  d'ordine  generale];  F.  Neri 
di  Lide  Bertoli,  La  fortuna  del  Petrarca  in  Francia,  ecc.  [approvando  e  facendo 
qualche  aggiunta];  D.  Bulferetti  di  I.  Del  Lungo  ed  A.  Favaro,  Dal  Carteggio  e 
dai  Documenti,  pagine  di  vita  di  Galileo,  di  G.  Gentile,  Frammenti  e-  lettere  di 
G.  Galilei,  di  Cesare  Ranzoli,  Dizionario  di  scienze  filosofiche',  V.  Cian  di  Ra- 
miro Ortiz,  Per  la  storia  della  cultura  italiana  in  Rumania  [augurando  che  a 
questo  saggio,  passata  «l'orrenda  bufera»,  possa  seguire  una  compiuta  Storia].  - 
Comunicazioni  edappunti:  V.  Rossi,  Anche  il  *  Ninfale  flesolano  »  ?,  un 
documento  della  celebrità  popolare  delle  ottave  di  questo  poemetto;  L.  Frati, 
Ottave  ariostesche  della  Principessa  di  Bisignano:  otto  stanne  inedite  che  si  leg- 
gono in  u!ia  miscellanea  di  rime  cinquecentistiche  dell'Universitaria  di  Bologna 
e  che  qui  il  F.  riproduce.  [F.  F.]. 

157.  Nuova  Antologia:  (I  maggio  1917)  Raffaele  Cotugno,  Arresto  e  processa 
di  Francesco  De  Sanctis  a  Cosenza:  l'arresto  avvenne  improvvisamente  nel  1850, 
su  vaghi  sospetti  ch'egli  appartenesse  alla  sètta  che  meditava  di  portare  la 
rivoluzione  in  tutto  il  reame  delle  Due  Sicilie;  il  processo  si  trascinò  per 
molti  e  molti  mesi  senza  poter  nulla  accertare  di  serio  e  positivo,  com'è  prò 
vato  dai   documenti   qui   addotti,  e  portò  alla  scarcerazione,    ma  altresì   alh. 


250  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

tspulsione  dal  regno,  nel  1853,  del  detenuto  politico  di  Castel  dell'Ovo;  Giu- 
seppe Ravà,  Italia  e  Francia,  pensieri  e  giudizi  di  parlamentari  francesi:  impor" 
tano  qui  quelli  «sulle  relazioni  culturali  e  universitarie  >,  del  ministro  francese 
dell'istruzione  pubblica,  T,  Steeg;  Enrico  Cateliani  dà  conto  della  Storia  co- 
loniale dell'epoca  contemporanea,  di  G.  Mondaini.  —  (16  maggio)  Giacomo 
Boni,  La  *^  Curia»  del  Senato  Romano  ed  il  ^  Forum  Julium  *  ;  Enrico  Sicardi, 
Critica  tedesca  e  suggestione  italiana:  Ricordano  Malispini  fu  un  falsario?  (cfr. 
Notiziario,  n'^.  153);  Luigi  Rossi,  Bartolo  da  Sassoferrato  nel  diritto  pubblico  del 
suo  tempo,  discorso  letto  inaugurandosi  gli  studi  nella  R*.  Università  di  Bo- 
logna, dove  Bartolo  «  maturò  la  mente  per  quella  Scuola  del  diritto,  che  ebbe 
luce  e  fama  dal  suo  alto  intelletto  »  ;  Giovanni  Ciraolo,  Angelo  Battelli.  - 
(1  giugno)  Arturo  Farinelli,  La  Tragedia  di  Ibsen,  epilogo  dello  studio,  già 
precedentemente  segnalato,  apparso  sulla  stessa  rivista;  Giovanni  Bobba. 
Goethe  e  il  martirio  del  Belgio,  dove  tra  l'altro  si  legge:  «  Certo  Goethe  ebbt 
fortissimo  il  senso  nazionale;  però,  qualunque  supposizione  si  possa  fare  su  ciò 
che  redivivo  oggi  avrebbe  pensato,  non  meno  certo  è  che  espresse  ben  chiaro 
il  suo  parere  sugli  oppressori  dei  popoli  liberi;  e  neanche  a  farlo  apposta, 
sulla  tirannide  di  cui  fu  vittima  in  altri  tempi  precisamente  il  popolo  belga  » 
In  altri  tempi ...  e  in  questi  nostri  I  Parole  in  verità  da  far  accapponare  la 
pelle,  anche  se  più  dura  di  quella  d'un  tamburo,  dei  boches  calcanti  ora  co! 
tallone  brutale  le  belle  e  disgraziate  città  belghe,  sono  quelle  che  si  leggono 
nelVEgmont,  che  per  ciò  è,  ora,  opera  di  grande  interesse.  Nel  rileggerli' 
«le  analogie  coi  fatti  contemporanei  balzano  fuori  numerose,  evidenti  a  segn( 
che  Goethe  appare  profeta  e  si  comprende  come  i  Tedeschi  mostrino  una  mai 
celata  ripugnanza  a  parlare  in  questi  giorni  del  loro  massimo  genio  »  ;  F.  Piola, 
Le  industrie  della  scuola,  statistica  assai  interessante  in  ispecie  per  il  movimento 
commerciale  del  libri.  [Fr.  P.]. 

158.  Nuova  Rivista  storica:  (a.  1,  fase.  2)  Carlo  Pascal,  Paganesimo  e  cri- 
stianesimo; Antoine  Guillaud,  Enrico  von  Treitschke,  saggio  poco  sereno  e  pa- 
recchio superficiale,  sebbene  non  manchi  di  felici  osservazioni;  Guido  Porzio, 
La  più  antica  aristocrazia  corinziaca:  I  BacchiadL  continua;  Antonio  Anzilotti, 
Dal  neoguelfismo  all'idea  liberale,  continua;  Guido  Camozzi,  Agostino  Thierry 
e  l'opera  sua:  saggio  acuto  e  intelligente  attorno  l'opera  del  grande  storico 
francese;  Georges  Platon,  Un  Le  Play  ateniese  del  IV  secolo  a  C,  o  l'»  Econo 
mia  politica»  di  Senofonte,  continua;  Ettore  Rota,  Razionalismo  e  storicismo 
{Rapporti  di  pensiero  fra  Italia  e  Francia  avanti  e  dopo  la  rivoluzione  francese), 
continua;  C[orrado]  B^arbagallo],  Ancora  una  parola  per  l'emancipazione  delhi 
cultura  italiana:  in  opposizione  al  recente  opuscolo  di  Girolamo  Vitelli,  Per 
gli  studi  classici  e  per  l'Italia  (Campobasso,  Colltti,  1916);  C.  B.,  Due  libri 
sulla  storia  del  pensiero  greco,  severa  recensione  del  recente  volume  di  A. 
Mieli,  Storia  generale  del  pensiero  scientifico  dalle  origini  a  tutto  il  secolo 
XVIII:  Le  scuole  ionica,  pitagorica  ed  eleata  (Firenze,  Libreria  della  «Voce», 
1916),  nel  quale  vengono  riscontrati  non  pochi  errori  di  traduzione  e  vien  di- 
mostrato che  spesso  i  testi  greci  citati  son  tradotti  dal  tedesco;  l'altro  volu 
me  di  cui  il  B.  si  occupa,  lodandolo,  è  quello  del  Bignone:  1  poeti  fUosofi  dello 
Grecia:  Empedocle  (Torino,  Bocca,  1916),  attorno  al  quale  si  vedano  qui  die 
tro  le  pp.  178  e  segg.  ;  G.  Fraccaroli,  Collezioni  scolastiche  di  testi  greci:  osser- 
vazioni alla  Raccolta  di  testi  greci  e  latini  per  esercitazioni  fìlologic/ie,  iniziata 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  251 

dallo  Zanichelli  ed  alla  raccolta  di  Classici  greci  tradotti  e  annotati  col  testo  a 
fronte,  diretta  da  Nicola  Festa  ed  edita  dal  Sansoni  di  Firenze;  Ettore  Rota. 
Questioni  di  attualità:  Per  una  quadruplice  intesa  scientifica.  Chiude  il  grosso 
fascicolo  una  non  troppo  diligente  Bibliografia  italiana  sulla  guerra  europea. 
che  comprende  gli  scritti  apparsi  nel  1914-15,  divisi  nei  seguenti  gruppi:  1' 
Documenti  e  pubblicazioni  diplomatiche;  2^  Storia  e  cronaca  delia  guerra;  3 
Le  cause;  4''  Problemi  di  politica  estera  e  studi  sui  paesi  in  guerra;  5<*  Terre 
irredente;  6^  Alla  vigilia  della  guerra  italiana;  7"  Religione,  Chiesa  e  guerra; 
8"  La  guerra  e  il  socialismo;  9"  Problemi  giuridici;  10^  Problemi  militari  e  tec- 
nici; 11''  Problemi  economici;  W  Conseguenze  previste;  \2)^  Problemi  del 
dopo  guerra;  \A^  Biografie  e  profili  biografici;  15"  Scritti  vari  e  di  propa- 
ganda. [Ger.   L.]. 

159.  Nuovo  Archivio  veneto:  (XXIII,  1)  Antonio  ?2k\2LXO,  I successori  di  Ga 
lileo  nello  Studio  di  Padova  fino  alla  caduta  della  Repubblica',  Giuseppe  Pala- 
dino, Due  dragomanni  veneti  a  Costantinopoli  (Tommaso  Tarsia  e  Gian  Rinaldo 
Carli);  Mario  Brunetti,  La  fuga  di  Giacomo  Casanova  dai  *  Piombi*  in  una  nar- 
razione contemporanea,  riferisce  un  breve  brano  dei  Notatorii  Gradenigo,  che 
conferma  ancora  una  volta  la  veridicità  delle  memorie  casanoviane;  Rassegna 
bibliografica:  importante  la  recensione  di  Giuseppe  Biadego  alle  due  pubblica- 
zioni di  Giuseppe  Fiocco,  Giovanni  Giocondo  veronese  e  G.Vasari,  Vita  di  Fra 
Giocondo  e  d'altri  veronesi,  con  introduzione,  npte  e  bibliografia  di  G.  F. 
[P.  N.], 

160.  Ora,  /' :  (1917,  26  marzo)  G.  Bustico,  Francesco  Crispi  e  Giuseppe  Re- 
galdi.  —  (29  aprile)  G.  Pipitone  Federico,  Ugo  Antonio  Amico.  —  (11  maggio) 
Eugenio  di  Carlo,  Buchez  e  Mancini,  sono  come  i  precursori  del  nazionalismo 
teorico,  tanto  in  Francia  che  in  Italia.  —  (20  giugno)  E.  dì  Carlo,  Il  problenn 
della  derivazione  dei  diritti  secondo  Rosmini.  [F.  S.]. 

161.  Rassegna  nazionale  (\6  marzo  1917):  Orazio  Premoìi,  Il  cardinale  Gio 
vanni  da  Crema:  contin.  e  fine;  Licurgo  Cappelletti,  Gioacchino  Marat  in  Italia: 
diligente  recensione  del  volume  di  Francesco  Guardione,  cosi  intitolato  (Fi- 
renze, Le  Monnier,  1916);  Giuseppe  Tucci,  Aspirazioni  di  pace  e  necessiia 
di  guerra  nell'estremo  Oriente:  rapida  escursione,  con  saggi  di  traduzione, 
traverso  la  poesia  dell'estremo  Oriente;  Libero  Maioli,  //  maestro:  com- 
memorazione di  E.  Pessina.  ~  (1  aprile)  Giuseppe  Checchia,  La  vera  cri- 
tica delle  fonti.  A  proposito  di  pretese  imitazioni  carducciane,  cont.  e  fine  (cfr. 
Notiziario,  n**.  197);  Luciano  Gennari,  L'i  Otage»  di  Paul  Claudel:  scritto  privo 
d'ogni  concetto  critico  ed  ingenuamente  entusiasta;  Carolina  Acerboni,  L'infan- 
zia dei  Principi  di  Casa  Medici:  saggio  storico  sulla  vita  privata  fiorentina  nel  Cin- 
quecento, continua  nel  fase,  del  1°  maggio;  Antonio  Rizzuti,  La  scuola  nel  per. 
siero  e  nell'esempio  di  F.  De  Sanctis:  si  cerca  vanamente  una  esposizione  cri- 
tica sicura  dei  concetti  pedagogici  del  D.  S  ;  Ermelinda  Scolari,  Scintille  d'ispi- 
razione musicale  nell'arte  antica.  —  (16  aprile)  Antonio  Panella,  Candidati  ita- 
liani al  trono  polacco:  i  Medici;  Claudio  Vincenzo  Morini,  La  Gentildonna  Pie 
tosa  identificata.  La  storia  del  sim'^olo  dantesco  :  anticipazione  di  un  libro  di 
prossima  pubblicazione;  Mario  Pratesi,  Problemi  scolastici:  attorno  l'Associa- 
zione *Per  la  Scuola»  di  Milano;  L.  F.  Tibertelli  de  Pisis,  Fiori  e  frutti  nellt: 
pittura  ferrarese:  continua  nel  fase,  seguente;  Luigi  di  Canossa,  Carlo  Cipolla^ 


252  SPOGLI  BIBLIOGRAFICI 

necrologio  del  compianto  storico.  ~  (l  maggio)  Giustino  Fortunato,  L'ultimo 
autografo  politico  di  re  Gioacchino  Murai \  M.  Billia,  Per  la  cara  memoria  di 
Paolo  Campello;  Piero  Barbèra,  Manin  e  Venezia  nel  1848-49.  —  (16  maggio) 
Edmondo  Rostand,  *■  Poema  del  Ricordo*,  tradotto  da  Angelo  Ragghianti:  cat- 
tivo poema  e  cattiva  traduzione;  Carlo  Fiorini,  Dalle  conversazioni  di  un  uma- 
nista del  Cinquecento:  attorno  a  Giuseppe  Giusto  Scaligero,  con  nulla  di  nuovo, 
ma  con  abbondanti  spulciature  dalla  Scaligerana.  [Ger.  L.] 

•  162.  Rendiconti  e  Memorie  della  R.  Accad.  di  S.  L.  e  A.  degli  Zelanti  (Aci- 
reale, S.  Ili,  voi.  IX).  Memorie  della  Classe  di  Lettere:  Vincenzo  Raciti  Romeo, 
La  Biblioteca  Zelantea  di  Acireale,  breve  introduzione  storica  sull'origine  e 
sviluppo  della  Biblioteca,  ed  accurato  catalogo  degl'incunaboli  e  delle  edizioni 
preziose  del  sec.  XVI  da  essa  posseduti.  [P.  N,]. 

163.  Risorgimento  italiano,  il:  (IX,  4)  L.  C.  BoUea,  Massimo  D'Azeglio,  il 
castello  di  Envie  e  gli  amori  di  Luisa  Blondel  con  G.  Giusti  (v.  Notiziario,  n°.  176); 
Carlo  Salsotto,  Bibliografia  dell'epistolario  di  Carlo  Botta;  P.  1.  Rinieri,  Carteg- 
gio di  Giuditta  Sidoli  con  G.  Mazzini  e  con  Gino  Capponi,  cont.  ;  L.  C.  Bollea, 
Sei  lettre  di  un  ufficiale  piemontese,  indirizzate  da  Augusto  Radicati  di  Mar- 
morito  (1848-49)  al  marchese  Carlo  Guarnerio  di  Castelletto,  in  diversi  anni 
del  fortunoso  periodo  che  va  dal  1848  al  1854;  Ferdinando  Gabotto,  Una  let- 
lera  sconosciuta  di  Giovanni  Prati  alla  Città  di  Torino  (1  ottobre  1865).  [P.  N.]. 

164.  Rivista  abruzzese:  (XXXIl,  4)  Luigi  Taberini,  Girolamo  Graziarne 
*  Il  conquisto  di  Granata*,  continua  nei  fase.  5^  e  6".  —  (5)  Francesco  Verlen- 
gia.  Achille  e  Politone  nella  tradizione  popolare  di  Chieti.  —  (6)  Giovanni  Pausa, 
La  «  Porta  di  Ferro  *  e  le  leggende  abruzzesi  del  tesoro  nascosto.  [P.  N.]. 

165.  Rivista  delle  Nazioni  latine:  (A.  I,  12)  Maurice  Wilmotte,  La  recensione 
di  De  la  Gorce.  Ancora  dei  libri  in  Germania;  Aldo  Sorani,  L'attività  dei  clas- 
sicisti. ~  (A.  II,  1):  Leon  Rosenthal,  L'expansion  de  V Art  Frangais  à  l' étranger ; 
Maurice  Wilmotte,  l,e  congrès  du  livre  à  Paris.  [Ger.  L.]. 

166.  Rivista  di  Artiglieria  e  Genio:  (XXXIII,  4)  Gustavo  Suchet,  Gli  odierni 
teatri  di  guerra  balcanici  e  la  campagna  di  Giulio  Cesare  nell'anno  48  a.  Cristo. 
[P.  N.]. 

167.  Rivista  storica  salentina:  (XI,  9-12)  F.  A.  Primaldo  Coco,  Archivi  ec- 
clesiastici di  Terra  d' Otranto  (Taranto,  Brindisi,  Nardo,  Castellaneta).  [P.  N.]. 

168.  Roma  e  l'Oriente:  (a.  VII,  nni.  73-75,  gennaio-marzo  1917)  S.  E.  il  car- 
dinale Niccolò  Marini  e  la  Chiesa  greca:  articolo  di  omaggio  a  Mons.  Marini,  di- 
rettore del  Bessarione,  per  la  sua  nomina  a  cardinale.  Brevi  cenni  biografici; 
La  Russia  risorta:  si  parla  delle  conseguenze  della  presente  rivoluzione  russa 
in  rapporto  allo  spirito  religioso  cattolico;  Ancora  una  lacuna  fra  i  Cappellani 
militari:  si  invoca  una  disposizione  per  la  quale,  secondo  le  norme  stabilite 
dal  decreto  luogotenenziale  riguardante  il  trattamento  dei  prigionieri  di  guerra, 
si  nominino  dei  cappellani  di  rito  orientale  per  i  prigionieri  ruteni,  rumeni, 
galiziani  di  rito  greco  ;  Vladimiro  Zabughin,  Un  monaco  umanista  greco  alla 


SPOGLI  BIBLIOGRAFICI  253 

•Corte  di  Basilio  III  e  Ivan  IV  di  Russia  (Massimo  il  Greco):  continuazione  e 
Hne.  Prendendo  occasione  dalla  2»  edizione  (Kiev,  1915,  pp.  iv,  ili,  604,  21) 
lello  studio  del  prof.  Ikonnikov  (la  1*  edizione  è  del  1855)  su  Massimo  il 
Greco  (1470  circa  -  1556),  lo  Z.  illustra  la  vita  del  monaco,  che  tanta  importanza 
ebbe  nei  grandi  torbidi  religiosi  che  tormentarono  la  Russia  sul  finire  del 
Quattrocento  e  nella  prima  metà  del  Cinquecento  (cfr.  nni.  67-69  e  70-72,  lu. 
glio-dicembre  1916);  F.  A.  Primaldo  Coco,  Vestigi  di  Grecismi  in  Terra  d'O- 
tranto: contiff.  dall'ann.  VI.  In  questa  parte  del  suo  lavoro  il  Coco  tratta  (cap. 
VI)  de  /  primi  abati  di  S.  Nicola  di  Casole,  criticamente  difesi  secondo  il  Typtcon 
Casulanum  (i098-I235);  Humbertus  Moricca,  De  quadam  beatae  Christinae pas- 
sione nane  primum  edita  ex  Casanatensi  codice  7I9\  contin.  dai  nn>.  70-72,  e 
fine;  Contributo  alla  storia  del  rito  greco  in  Italia,  in  continuaz. :  pubblicazione 
di  testi  canonici;  G.  N.  Sola,  Pao/o  rf'0/ran/o,  p/Y/ore  :  notizie  biografiche 
su  questo  Paolo  (morto  il  16  aprile  1054),  forse  costantinopolitano,  che 
decorò  la  fiala  del  monastero  dell'Euergetide,  posto  fuori  le  mura  di  Costanti- 
nopoli, e  fu  autore  anche  di  una  raccolta  ascetica:  continua.  [C.  C.]. 

169,  Secolo  XX,  il:  (a.  XVI,  n".  4)  Alfredo  Galletti,  L'opera  di  Giosuè  Car- 
ducci e  il  presente  momento  storico:  eccellente  saggio,  che  sorpassa  assai  il  suo 
carattere  occasionale,  e  che  è  peccato  sia  stato  sepolto  tra  le  leggerezze  di 
questa  rivista  illustrata;  Anna  Franchi,  Come  la  Toscana  passò  all'Austria; 
Carlo  Bandini,  La  redenzione  dei  Fòri  Imperiali.  —  (N°.  5)  Gaetano  Cesari,  Un  ten- 
tativo di  riforma  melodrammatica  a  Parma:  a  proposito  dell'opera  del  maestro 
Traetta,  Ippolito  ed  Arida,  rappresentata  per  iniziativa  del  Du  Tillot,  con  l'ispi- 
razione dell'Algarotti  e  col  concorso  del  Frugoni;  Antonio  Curti,  Andrea  Mas - 
sena:  nel  centenario  della  sua  morte;  L.  Peretta  De  Stefano,  La  leggenda  del 
*  Fondaco  dei  Turchi*.  [Ger.  L.]. 

170.  Sicania  (V,  47)  S.  Raccuglia,  La  parrocchia  di  S.  Maria  di  Menzil  Jussuf  \ 
G.  M.  Calvaruso  «  U  Baccagghiu  »,  cont.  ;  Siculus,  Tre  località  sconosciute  della 
Sicilia  musulmana.  —  (48)  S.  Raccuglia,  //  Vespro  siciliano  nella  letteratura  dram- 
matica: termina  il  lungo  studio  osservando  che,  se  fra  le  diciassette  produ- 
zioni passate  in  rassegna  non  c'è  il  capolavoro  vero  e  proprio,  pure  ce  n'ò 
qualcuna  buona,  che  è  giusto  imparare  a  conoscere  ;  Ibn  Idris,  La  Sicilia  nel  1154, 
cont.;  F.  Pulci,  La  «  Biddina»  dei  siciliani  e  la  *  Garache»  della  Vandea:  nota 
l'affinità  che  corre  tra  i  due  mostri  favolosi,  creati  quasi  allo  stesso  fine  dalla 
fantasia  di  due  popoli  affatto  dissimili  e  lontani  ;  V.  A.  Giacaloni,  Intorno  al 
poeta  Frangiamore  da  Mussameli,  cont.  ;  G.  Pelix,  raccoglie  Una  filastrocca  d'in- 
solenze popolari.  [F.  S,]. 


NOTE  IN  MARGINE 


L'insegnamento  universitario  delia  letteratura  italiana. 

1. 

Giorni  fa  il  Consiglio  superiore  di  pubblica  istruzione  iia  dato  il  suo  quasi 
unanime  consenso  ad  una  proposta  della  Facoltà  letteraria  di  Padova,  intesa 
a  provvedere  definitivamente  a  quella  cattedra  di  letteratura  italiana  mediante 
la  nomina  a  ordinario  di  Giovanni  Bertacchi  per  l'art.  69  della  Legge  Casati, 
il  quale,  come  è  ben  noto,  conferisce  al  ministro  la  facoltà  di  proporre  al  Re 
la  noiuina,  prescindendo  da  ogni  concorso,  delle  persone  venute  in  meritata 
fama  di  singolare  perizia  nelle  materie  che  dovrebbero  professare. 

All'alto  spirito  poetico  del  Bertacchi,  alla  sua  immaginosa  eloquenza  calda 
anch'essa  di  poesia  umana  e  patria,  m'è  accaduto  più  volte  di  rendere  omaggio 
e  in  privato  e  in  atti  pubblici;  ma  quella  proposta  e  quel  consenso  contrastano 
siffattamente  colla  concezione  dell'insegnamento  di  letteratura  italiana,  che  s'è 
venuta  formando  e  attuando  nell'ultimo  cinquantennio  e  alla  quale  per  con- 
vincimento profondo  tenni  fede  ogni  qualvolta  ebbi  l'onore  di  essere  fra  i  giu- 
dici di  un  concorso,  che  il  senso  vivo  della  mia  piccola  autorità  personale  e 
il  rammarico  di  contraddire  persone  amiche  e  di  discutere  un  nome  caro  a  me 
come  ad  ogni  italiano,  non  mi  possono  distogliere  dal  manifestare  apertamente, 
francamente  il  mio  pensiero.  Lo  reputo  dovere  di  cittadino  e  d'insegnante  non 
incurioso  delle  sorti  dell'alta  cultura  italiana;  un  dovere  che  mi  si  impone 
tanto  più  fortemente  quanto  più  è  solenne  il  momento  storico  in  cui  viviamo. 

So  bene;  quella  proposta  e  quel  consenso  sembreranno  ai  più  e  forse  a 
quegli  stessi  che  vi  parteciparono,  patriottici  atti  di  riscossa  contro  la  micro 
cefaliae  il  germanesimo  imperanti  nelle  Università;  un  primo  passo  verso  quella 
rigenerazione  delle  cattedre  di  letteratura  italiana,  che  dovrebbe  contribuire 
il  rinnovamento  dell'alta  cultura  e  quindi  dello  spirito  e  della  coscienza  degli 
Italiani.  Ma  io,  che  non  ostante  il  persistere  di  certe  dannate  tendenze  nella  vita 
politica  e  morale  della  Nazione,  credo  fermamente  che  dalla  guerra  liberatrice 
e  purificatrice  anche  codesto  spirituale  rinnovamento  debba  uscire,  non  vedo 
come  lo  si  prepari  riconfondendo  cose  che  per  loro  natura  non  vanno  confuse, 
facendo  di  un  poeta  un  professore. 

Lasciamo  stare  la  microcefalia  e  il  germanesimo.  I  risultati,  cosi  vari  per 
l'indole  intellettuale  dei  vincitori,  dei  concorsi  più  recenti,  e  la  libertà  che. 
per  quanto  io  so,  tutti  noi  lasciamo  ai  giovani  della  Facoltà,  di  svolgere  le 
loro  più  diverse  inclinazioni,  dimostrano  che,  se  mai,  i  professori  di  letteratura 
italiana  tengono  per  sé  la  loro  microcefalia  e  non  pretendono  di  foggiare  sulle 
loro  piccole  teste  le  teste  altrui.  Di  germanesimo  poi  non  credo  vi  siano  tracce 


NOTE  !N  MARGINE  255 

apprezzabili  in  quel  movimento,  più  storico  che  filologico,  di  studi  intorno  alla 
letteratura  italiana  che  si  iniziò  fra  il  '60  e  il  '70,  àuspici  il  Carducci,  il  D'An- 
cona e  Adolfo  Bartoli,  e  che  fu  un  ritorno  alla  tradizione  dei  nostri  grandi 
eruditi  settecenteschi,  con  qualche  infiltrazione,  almeno  nei  corifei,  di  cultura 
francese. 

E  lasciamo  anche  stare  lo  storicismo  e  l'estetismo,  D'Ancona  e  De  Sanctis, 
La  disputa  circa  questi  due  aspetti  degli  studi  letterari,  disputa  ormai  oltre- 
passata, qui  non  ha  che  vedere.  La  curiosità  storica  e  la  penetrazione  critica 
sono  estranee  allo  spirito  del  Bertacchi,  ed  ogni  confronto,  non  dico  con  quei 
due  grandi,  ma  con  qualcuno  dei  loro  seguaci,  sarebbe  confronto  di  eterogenei, 
di  inconfrontabili.  Altre  sono  le  sue  attitudini;  attitudini  singolari  di  poeta, 
che  si  manifestano  cosi  nelle  liriche,  come  nelle  pagine  di  prosa  oratoria  e 
nelle  variazioni  poetiche  intessute  sulla  poesia  dantesca  e  leopardiana. 

Or  la  questione  è  appunto  questa:  se  tali  attitudini,  da  sole,  bastino  ad 
un  insegnamento  universitario  di  letteratura.  E  tutta  la  parte  più  nobile  e  alta 
della  nostra  storia  intellettuale  risponde  che  no,  coi  nomi  del  Poliziano,  del 
Foscolo,  del  Carducci.  La  fantasia  pura,  disgiunta  da  vigore  di  pensiero,  sia 
questo  rivolto  all'indagine  storica  o  all'interpretazione  ragionata  delle  opere 
d'arte  e  delle  grandi  correnti  spirituali,  disgiunta  da  una  severa  disciplina  me- 
todica, non  può  dare  nell'insegnamento  superiore  i  frutti  che  da  questo  abbiamo 
il  diritto  di  attendere.  A  me  spiace  dire  tutto  ciò  a  proposito  del  Bertacchi, 
il  quale  non  è  soltanto  un  poeta,  ma  un  uomo  e  un  italiano.  Ma  si  tratta  d'una 
grave  questione  di  principi,  che  involge  l'interesse  e  l'avvenire   degli   studi. 

Ci  furono  tempi  in  cui  le  cattedre  di  letteratura  o,  come  allora  si  diceva, 
di  eloquenza  erano  il  più  desolante  testimonio  della  vacuità  del  pensiero  ita- 
liano. E  quei  tempi  parvero  tramontati  per  sempre  dopo  che  il  De  Sanctis 
colla  profondità  del  suo  genio  critico,  e  la  scuola  storica  colla  molteplice  lar- 
ghezza della  dottrina  e  con  una,  sia  pure  in  sulle  prime  troppo  esclusiva,  cura 
dei  procedimenti  tecnici,  ebbero  debellata  la  tradizione  della  critica  parolaia. 
Ora  non  vorrei  che  la  proposta  della  Facoltà  padovana  preparasse  un  ritorno  al 
vecchio  tipo  dell'insegnamento  letterario.  Il  che  non  sarebbe  davvero  preparare 
quell'indirizzo  alto,  forte,  schiettamente  italiano  della  cultura  superiore,  ch'è 
nei  nostri  voti:  salvo  che  suggello  d'italianità  non  si  debbano  considerare  la 
superficialità,  la  leggerezza,  la  faciloneria. 

Vittorio  Rossi, 

professore  di  Letteratura  italiana  nell'Università  di  Roma(l)- 


Signor  Direttore, 

sia  concesso  a  me,  che  nella  sessione  ultima  del  Consiglio  Superiore  del- 
l'Istruzione ho  propugnato  la  nomina  di  Giovanni  Bertacchi  a  professore  di 
Letteratura  italiana  nell'Università  di  Padova,  di  rispondere  una  franca  parola 
all'insigne  collega  Vittorio  Rossi,  che  nei  Giornale  d'Italia  del  22  giugno  u.  s. 


(!)  Dal  Giornale  d'Italia,  giugno  19l7. 
La  Rassegna.  *  XXV,  HI,  4 


256  NOTE  IN  MARGINE 

biasima  il  voto  del  Consiglio.  Il  Consiglio  nella  sua  grandissima  maggio- 
ranza (approvando  la  proposta  unanime  della  Facoltà  di  Padova),  volle  in 
realtà  questo:  che  fra  le  tredici  cattedre  di  Letteratura  italiana  una  almeno  fosse 
riserbata  all'arte  ed  alla  poesia,  una  almeno  continuasse  la  tradizione  dell'antica 
cattedra  di  Eloquenza  e  poesia  italiana.  Noi  volemmo  che  da  una  cattedra  univer- 
sitaria un  poeta  ci  parlasse  di  poeti  :  crede  proprio  l'amico  Rossi  che  sia  un  grave 
guaio  codesto?  Una  voltasi  aveva  un  sacro  orrore  della  cosiddetta  critica  esteti- 
ca, che  si  proscriveva  come  vacua,  rettorica,  facilona,  pericolosa  nell'insegna- 
mento universitario,  eccitatrice  nei  giovani  delle  facoltà  fantastiche  e  delle 
tendenze  parolaie,  sopitrice  delle  facoltà  critiche  e  storiche.  Ora  a  tutte  queste 
condanne  sommarie  nessuno  presta  più  fede.  Ma  risorgono  le  preoccupazioni, 
poiché  si  tratta  di  un  poeta,  ed  il  Rossi  par  quasi  temere  che,  cosi  continuando, 
si  possa  sancire  il  trionfo  della  superficialità,  della  leggerezza,  della  facilone- 
ria. A  chi  si  riferiscono  queste  parole?  Non  certo  al  Bertacchi,  di  cui  il  Rossi 
stesso  mostra  di  avere  tanta  stima:  perché  dunque  egli  non  riserba  la  sua 
censura  a  quella  futura  Facoltà  ed  a  quel  futuro  Consiglio  Supcriore,  se  ci 
saranno  mai,  che  sanciranno  il  trionfo  di  tutte  quelle  brutte  cose  ?  Per  ora 
il  Consiglio  Superiore,  dopo  una  elevata  discussione,  durante  la  quale  fu  esa- 
minato il  voto  della  Facoltà  e  furono  letti  anche  i  giudizi  che  sul  Bertacchi 
dettero  commissioni  di  concorsi  universitari,  le  quali  lo  riconobbero  un  vere» 
poeta,  ha  voluto  porre  sopra  una  cattedra  un  rappresentante  dell'arte  e  della 
poesia,  due  belle  e  nobili  idealità  che  sono  insieme,  fortunatamente,  nel  caso 
nostro  due  belle  e  nobili  realtà. 

lo  sono  pienamente  d'accordo  col  collega  illustre,  quando  assevera  che  la 
nomina  del  Bertacchi  contrasta  «con  la  concezione  dell'insegnamento  di  let- 
teratura italiana  che  s'è  venuta  formando  e  attuando  nell'ultimo  cinquantennio  >. 
Ora  a  questa  concezione  abbiamo  tutti  il  dovuto  rispetto,  e  ci  par  naturale 
che  essa  trionfi  nei  concorsi,  e  ci  par  bello  ed  utile  alla  scuoia  che  essa  do- 
mini in  quasi  tutte  le  cattedre  universitarie:  ma  a  patto  però  che  questa  con 
cezione  non  sia  esclusiva  e  che  non  si  precluda  la  via  a  chi  segua  con- 
cezione diversa.  1  concorsi  (chi  non  lo  ammette?)  sono,  con  tutti  i  loro  incon- 
venienti, il  mezzo  migliore  e  più  sicuro  per  esaminare  comparativamente  il 
merito  degli  aspiranti  all'insegnamento  superiore;  ma  nessun  poeta,  e  non  dico 
solo  Giovanni  Bertacchi,  ma  né  il  Monti,  né  il  Foscolo,  né  il  Carducci,  né  il 
<jraf,  né  il  Pascoli,  né  il  Rapisardi,  avrebbero  conquistato  mai  per  concorso, 
per  il  merito  delle  loro  poesie,  una  cattedra  universitaria;  eppure  non  pare 
che  fossero  poco  efficaci  interpreti  o  critici  di  letteratura  e  di  poesia:  perla 
maggior  parte  di  essi  anzi  mi  si  ammetterà  facilmente  che,  se  essi  fecero  al- 
tresì opere  insigni  di  critica,  queste  quasi  sempre  seguirono,  non  precedettero, 
la  loro  nomina  nell'insegnamento:  e  si  può  giurare  che  se  ad  un  concorso  uni- 
versitario di  Letteratura  italiana  si  presentasse  Giacomo  Leopardi  redivivo,  la 
Commissione  se  ne  sbrigherebbe  con  bel  garbo,  asserendo:  Giacomo  Leopardi 
è  un  grande  poeta,  ma  non  è  uno  storico  o  un  critico  della  letteratura  italiana. 
Ed  ho  scelto  a  bella  posta  il  grandioso  esempio,  non  certo  per  elevare  sino 
ad  esso  il  caso  odierno,  che  sarebbe  stoltezza,  bensi  solo  per  mostrare  che, 
anche  se  si  trattasse  di  un  genio,  il  risultato  sarebbe  pur  sempre  il  medesimo; 
è  dunque  ben  pericoloso,  a  mio  avviso,  stare  a  quel  tipo  fisso  di  professore, 
che  vuole  il  collega  Rossi,  e  non  vedere  salvezza  al  di  fuori  di  esso.  In  qual 
4:aso,,buon  Dio,  si  può  dire  lecito  ed  onesto  prescindere  da  ogni  concorso,  come 


NOTE  IN  MARGINE  257 

consente  la  legge,  più  che  in  questo,  nel  quale  già  si  sa  a  priori,  che  una  ten- 
denza, che  pur  si  riconosce  rispettabile,  è  nei  concorsi  fatalmente  destinata  a 

soccombere  ? 

Carlo  Pascal 

della  R.  Università  di  Pavia  (1). 


HI. 


Preg.mo  signor  Direttore, 


poiché  la  questione  non  è  un'oziosa  logomachia,  ma  ha  vera  e  grande  im- 
portanza per  il  buon  nome  e  la  dignità  d'Italia,  non  mi  perito  di  chiederle  an- 
cora un  cantuccio  nel  Suo  Giornale  per  accodar  due  parole  alla  lettera  che 
il  prof.  C.  Pascal  Le  ha  indirizzata,  rispondendo  al  mio  articoletto  di  qualche 
giorno  fa,  a  proposito  del  voto  del  Consiglio  Superiore  per  la  nomina  di  Gio- 
vanni Bertacchi  a  ordinario  di  Letteratura  italiana  a  Padova.  Le  ragioni  per 
le  quali  i  precedenti  addotti  dal  Pascal  per  giustificare  quel  voto,  non  calzano, 
sono,  pur 'nella  loro  varietà,  cosi  ovvie  ad  ogni  intendente,  e  d'altra  parte 
l'esempio  del  Leopardi  come  di  tale  che  un'ipotetica  commissione  di  concorso 
metterebbe  con  bel  garbo  alla  porta,  è  tanto  evidentemente  mal  scelto,  che 
discutere  non  occorre.  Oh  no  davvero  !  Ma  delle  chiose  con  cui  l'illustre  col- 
lega vuole  spiegare  quel  voto,  una,  la  più  cospicua,  deve  essere  rilevata,  per- 
ché emerge  da  essa  tu  ta  la  pericolosa  gravità  della  deliberazione  dell'alto  Con- 
sesso. «  11  Consiglio,  dice  il  Pascal,  nella  sua  grandissima  maggioranza,  ap- 
provando la  proposta  unanime  della  Facoltà  di  Padova,  volle  in  realtà  questo: 
che  fra  le  tredici  cattedre  di  letteratura  italiana  una  almeno  fosse  riserbata 
all'arte  e  alia  poesia,  una  almeno  continuasse  la  tradizione  dell'antica  cattedra 
di  Eloquenza  e  poesia  italiana». 

Ora,  qui  appunto  sta  il  pericolo:  nello  spiraglio  che  per  quel  voto  si  apre 
ai  ritorno  dei  tristi  tempi  in  cui  l'Italia,  nulla  avendo  da  insegnare  nell'ambito 
degli  studi  letterari  superiori,  faceva  insegnare  ciò  che  insegnare  non  si  può, 
e  le  cattedre  di  eloquenza  e  di  poesia  erano,  come  dissi  nel  mio  articoletto, 
il  più  desolante  testimonio  della  vacuità  del  pensiero  italiano.  Ed  è  deplore- 
vole (scrivo  pensatamente  la  parola  grossa)  che  proprio  mentre  la  nostra  gio- 
ventù versa  con  eroica  baldanza  il  suo  sangue  per  creare  una  Italia  politica- 
mente grande,  ci  sia  chi  tenti  preparar  all'Italia  una  nuova  decadenza  intellet- 
tuale, scalzando  quell'indirizzo  di  studi  e  quella  concezione  dell'insegnamento 
superiore,  in  grazia  del  quale  e  della  quale  l'Italia  potè  contar  qualche  cosa 
nel  consorzio  delle  nazioni  civili  quando  (e  fu  sino  a  ieri)  nel  consorzio  degli 
Stati  era  quasi  nulla. 

So  ormai  che  la  mia  voce,  almeno  per  quanto  concerne  le  cattedre  di  let- 
teratura iialiana,  rimarrà  vox  clamantis  in  deserto;  ma  di  parlare  alto  in  pub- 
blico mi  impone,  lo  ripeto,  quella  fatalità  che  è,  secondo  il  mio  sentimento, 
il  dovere.  A  quattr'occhi  i  consensi  fioccherebbero. 

Vittorio  Rossi  (2). 


(1)  Dal  Oiornale  d'Italia,  giugno  1917. 

(2)  Dal  Giornale  d'Italia,  luglio  1917. 


258  NOTE  IN  MARGINE 

IV. 
Illustre  sig.  Direttore, 

il  prof.  Pascal  si  affatica  inutilmente  per  dimostrare  di  aver  fatto  bene  a 
propugnare  la  nomina  del  prof.  Bertacchi  a  prof,  di  Letteratura  italiana  nell'U- 
niversità di  Padova  con  procedimento  eccezionale.  Secondo  il  prof.  Pascal, 
si  sarebbe  effettuata  cosi  la  geniale  pensata  di  risuscitare  l'antica  cattedra  di 
Eloquenza  e  poesia  italiana,  che  tutti  sanno  quanti  utili  servigi  abbia  resi  al- 
l'arte e  alla  scienza:  cioè  si  sarebbe  voluto  porre  sopra  una  cattedra  un  rap- 
presentante dell'arte  e  della  poesia. 

Ora,  sig.  Direttore,  tutto  ciò  non  ha  senso!  La  cattedra  di  eloquenza jnoii 
era  cattedra  di  poesia:  era  sua  funzione  la  lettura  e  il  commento  delle  opere 
d'arte  e  la  trattazione  storica  della  letteratura  italiana:  era,  insomma,  quel  che 
è  oggi  la  cattedra  di  letteratura  italiana;  e  se  la  ebbero  dei  retori,  o  fu  asse- 
gnata come  sussidio  economico  a  poeti  —  anche  illustri,  —  bisognosi  di  «  col- 
locamento stabile»,  vi  fu  pur  taluno  che  seppe  tenerla,  anche  cento  anni  fa, 
con  sapienza  e  con  dignità,  mostando  fin  d'allora  come  s'avesse  da  insegnare  la 
letteraturai  taliana.  Dedurre,  dalla  generica  insipienza  di  coloro  che  la  coprirono, 
una  specie  di  diritto  storico  a  perpetuare  il  danno  come  un  patrio  decoro,  è 
cosa  che,  se  anche  affermata  dallo  esimio  prof.  Pascal,  lascerà  perplessi  molti 
valentuomini,  non  meno  esimi  di  lui  ! 

Il  quale  prosegue,  scoprendo  nel  Bertacchi  l'esistenza  di  una  «  concezione 
diversa»  dell'insegnamento  letterario,  da  quella  che  si  è  venuta  formando  ed 
attuando  nell'ultimo  cinquantennio  :  come  se  il  suddetto  Bertacchi  fosse  una 
specie  di  geniale  caposcuola,  inventore  perseguitato  di  nuovi  procedimenti 
scientifici,  o  sostenitore  odiato  di  rivoluzionarie  tesi  letterarie!  Equi  il  Pascal 
perde  il  contatto  con  la  realtà:  perché,  illustre  signor  Direttore,  la  verità  è  che 
come  studioso  dì  letteratura,  e  in  quanto  aspirante  a  una-  cattedra  universi- 
taria, il  Bertacchi  ha  per  l'appunto  fatto  un  po'  di  critica  storica  e  un  po'  di 
critica  estetica,  suppergiti  con  gli  stessi  procedimenti  e  criteri  in  uso,  non  in 
Italia,  ma  in  tutto  il  mondo  civile,  e  non  da  cinquanta  anni  soltanto,  ma  da 
quando  esiste  uno  studio  ed  una  valutazione  dell'opera  letteraria  ! 

Sennonché  il  Bertacchi  ha  tentato  con  mediocre  successo  la  critica  storica 
in  un  lavoro  giovanile,  ed  ha  purtroppo  esercitato  la  critica  estetica  con  in 
felice  successo  in  piti  d'un  lavoro  dell'età  matura  ;  facendo  attorno  alle  opere 
da  lui  studiate  delle  pure  e  semplici  esercitazioni  di  abilità  verbale,  senza 
riuscire  mai  a  penetrarne,  non  dirò  l'intima  essenza,  ma  nemmeno  la  buccia 
esteriore.  Anzi,  ha  appunto  or  ora  pubblicato  certo  opuscolo  sul  Leopardi,  che 
sembra  sia  il  corso  da  lui  tenuto  come  incaricato  nell'Università  di  Padova,  e 
che  è  la  più  chiara  prova  della  sua  inettitudine  a  capire  criticamente  le  opere 
de  suoi...  colleghi  in  arte.  (A  proposito,  chi  sa  perché  mi  piacerebbe  cono- 
scere su  codesto  libretto  la  vera  opinione  del  prof.  Vincenzo  Crescini,  auto- 
revole collega  del  Bertacchi  nell'Ateneo  padovano;  e  anche  mi  piacerebbe  di 
sapere  quel  che  ne  pensa  Giovanni  Gentile,  autore  di  un  ammirevole  saggio,  re- 
centissimo, sul  Leopardi  !  ).  Quindi  il  Bertacchi  non  solo  non  ha,  nel  campo 
degli  studi,  titoli  positivi  all'insegnainento  universitario,  ma  anzi  ne  ha  piti 
d'uno  recisamente  negativo. 

È  dunque  certo  ed  assodato  (nemmeno  il  prof.  Pascal  lo  nega),  che  il 
prof.  Giovanni  Bertacchi  non  può  insegnare  la  storia  della  letteratura  italiana 


NOTE   IN  MARGINH  259 

né  storicamente  né  criticanienle,  e  non  potrà  guidare  negli  studi  gli  scolari  che 
andranno  fiduciosi  a  chiedere  ch'egli  li  aiuti,  come-  è  suo  dovere  massimo, 
nelle  indagini  letterarie;  che  quindi  egli  dovrà  appagarsi  di  leggere  o  le  sue  o 
le  altrui  poesie,  proseguendo  fino  a  70  anni  in  quelle  esercitazioni  retoriche, 
talvolta  piacevoli  ma  alla  lunga  monotone,  delle  quali  ha  dato  più  di  un  ele- 
gante saggio  in  discorsi  o  conferenze  dantesche,  e  nelle  sue  recenti  divagazioni 
leopardiane.  Ma  perché  egli  facesse  que»to,  non  era  necessario  che,  mettendosi 
sotto  i  piedi  la  serietà  degli  studi  e  dell'insegnamento,  il  Consiglio  Superiore 
lo  nominasse,  con  un  procedimento  eccezionale  —  che  sarebbe  bene  cadesse  in 
disuso,  —  professore  ordinario  di  Università.  A  questo  scopo  bastava  ed  era 
certo  più  adeguata  sede  una  sala  da  conferenze,  od  un'aula  di  università  po- 
polare :  un  di  quei  luoghi,  cioè,  dove  la  composita  intelligenza  del  pubblico  ri- 
chiede che  sieno  evitati  gii  approfondimenti  e  i  singolari  acumi  che  sono  o  do- 
vrebbero esser  propri  dell'insegnamento  universitario. 

Il  prof.  Pascal  confonde  troppo  frettolosamente  in  un  solo  mazzo,  il  prof. 
Bertacchi  con  Vincenzo  Monti,  con  Ugo  Foscolo,  con  Giosuè  Carducci,  con 
Arturo  Graf,  con  Giovanni  Pascoli,  con  Mario  Rapisardi,  per  sostene