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Full text of "Opere complete di Giuseppe Pitrè.."

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LI  E>  RAFLY 

OF   THE 

U  N  IVLR^SITY 

or    ILLINOIS 

855P679 
11940 

•.17 


Digitized  by  the  Internet  Archive 

in  2012  with  funding  from 

University  of  Illinois  Urbana-Champaign 


http://archive.org/details/operecompletedig17pitr 


Hi 


EDIZIONE        NAZIONALE 
-.  XVII  = 


GIUSEPPE     PITRÈ 


USI  E  COSTUMI 


CREDENZE    E    PREGIUDIZI 


DEL 


POPOLO     SICILIANO 


VOLUME   QUARTO 


G.    BARBÈRA    EDITORE 
FIRENZE 


wmmmmMmmm. 


EDIZIONE  NAZIONALE 
DELLE  OPERE 


GIUSEPPE    PITRÈ 


OPERE    COMPLETE 


DI 


GIUSEPPE     PITRE 


XVII 


SCRITTI     VARI 
EDITI    ED    INEDITI 


VITTORIO  EMANUELE  III 

Per  grazia  di  dio  e  per  volontà'  della  nazione 

RE  D' ITALIA  E  DI  ALBANIA 

IMPERATORE   D'ETIOPIA 

Ritenuto  che  si  è  costituito  un  Comitato  sotto  la  presidenza  di 
Giovanni  Gentile  per  curare  la  pubblicazione  delle  opere  complete 
i  Giuseppe  Pitrè; 

Che  tale  Comitato,  composto  di  autorevoli  personalità,  dà  ogni  af- 
damento  che  l'edizione  delle  opere  del  Pitrè  sarà  curata  con  ogni 
ompetenza  e  serietà  scientifica; 

Considerata  l'alta  importanza  scientifica  ed  artistica  dell'opera 
el  Pitrè; 

Udito  il  Consiglio  dei  Ministri; 

Sulla  proposta  del  Nostro  Ministro  Segretario  di  Stato  per  l'edu- 
azione  nazionale; 

Abbiamo  decretato  e  decretiamo: 

la  pubblicazione  delle  opere  di  Giuseppe  Pitrè  curata  dal  Comitato 
resieduto  da  Giovanni  Gentile  è  dichiarata  «  edizione  nazionale  ». 

Ordiniamo  che  il  presente  decreto,  munito  del  sigillo  dello  Stato, 
.a  inserito  nella  Raccolta  ufficiale  delle  leggi  e  dei  decreti  del  Re- 
no d'Italia,  mandando  a  chiunque  spetti  di  osservarlo  e  di  farlo 
sservare. 

Dato  a  San  Rossore,  addì  22  giugno  1939. 

VITTORIO  EMANUELE 

Mussolini  —  Bottai 
isto.  il  Guardasigilli:  Solmi 

EGIO  DECRETO  22  giugno  1939,  n.  1015. 


COMITATO 

PRESIDENTE 
VITTORIO  EMANUELE  ORLANDO 


MARIA  D'ALIA  PITRÈ 
GIUSEPPE  CUCCHIARA 
RAFFAELE  CORSO 
PIER  SILVERIO  LEICHT 
FULVIO  MARÒI 
VITTORIO  SANTOLI 
FILIPPO  TEDESCHI 
PAOLO  TOSCHI 


OPERE  COMPLETE 

BIBLIOTECA  DELLE  TRADUZIONI  POPOLARI 
SICILIANE 


Irli. 

III. 

IV-VII. 

VIIT-XI. 
XII. 
XIII. 
XIV-XVII. 

XVIII. 

XIX. 

XX. 

XXI. 
XXII. 
XXIII. 
XXIV. 

« 

XXV. 

XXVI. 

XXVII-XXIX 

XXX. 

XXXI-XXXII. 


XXXIII. 

XXXIV. 

XXXV. 

XXXVI. 

XXXVII. 

XXXVIII. 

XXXIX-XL. 

XLI-XLIII. 


XLIV-L. 


Canti  popolari  siciliani. 

Studi  di  Poesia  popolare. 

Fiabe,  Novelle  e  Racconti  Popolari. 

Proverbi  siciliani. 

Spettacoli  e  Feste  Popolari  Siciliane. 

Giuochi  fanciulleschi  siciliani. 

Usi  e  Costumi,  Credenze  e  Pregiudizi  del  Popolo 
siciliano. 

Fiabe  e  Leggende  popolari  siciliane. 

Medicina  popolare  Siciliana. 

Indovinelli,  Dubbi,  Domande,  Scioglilingua  del  po- 
polo siciliano. 

Feste  patronali   in   Sicilia. 

Studi  di  leggende  popolari  in  Sicilia. 

Proverbi,    Motti   e   Scongiuri   del   Popolo   siciliano. 

Cartelli,  Pasquinate,  Canti,  Leggende,  Usi  del  po- 
polo siciliano. 

La  Famiglia,  la  Casa,  la  Vita  del  popolo  siciliano. 

Del  S.  Uffizio  a  Palermo  e  di  un  carcere  di  esso 
(inedito) . 

La  Vita  in  Palermo  cento  e  più  anni  fa  (vo- 
lume III  inedito). 

Novelle  popolari  toscane  (parte  II  inedita). 

Bibliografia  delle  Tradizioni  popolari  d'Italia  (vo- 
lume II  inedito). 

Corsi  di  Demopsicologia,  cinque  volumi  (inediti): 

1.  La  Demopsicologia  e  la  sua  storia. 

2.  I  proverbi. 

3.  Poesia  popolare  italiana. 

4.  Poesia  popolare  straniera. 

5.  Novellistica  e  varie. 

La  Rondinella  nelle  tradizioni  popolari  (inedito). 
Viaggiatori  stranieri  in  Sicilia  (inediti). 
Articoli  di  Riviste  e  di  Giornali;  Recensioni,  Con- 
ferenze, Discorsi,  Prefazioni  ecc.  (editi  e  inediti). 
Carteggio  con  illustri  contemporanei  (inedito). 


VOLUMI    PUBBLICATI 


CANTI  POPOLARI  SICILIANI 

lt  16°,  pp.   XLIV-432    L.     900 

n?  »     »    XII-496-18     »      700 

USI  E  COSTUMI,   CREDENZE  E  PREGIUDIZI  DEL  PO- 
POLO SICILIANO 

XIV,  16°,  PP-  XXVI-466    L.     950 

XV,'  »     »        XII-426     »      850 

XVI,  »     »        XII-438     »    1.000 

MEDICINA  POPOLARE   SICILIANA   Con  numerose   illustra- 
zioni fuori  testo 

XIX,  16°,  pp.  XXVIII-472    L.  1.250 

DEL  SANT'  UFFIZIO  A  PALERMO  E  DI  UN  CARCERE  DI 
ESSO  (inedito)  con  numerose  illustrazioni  fuori  testo 

XXVI,  16°,  pp.  XII-280    L.     650 

LA  VITA  IN  PALERMO  CENTO  E  PIÙ'  ANNI  FA 

XXVII,  16°,  pp.  XVI-392    L.     800 

XXVIII,  »     »  458     »   1.200 

NOVELLE  POPOLARI  TOSCANE 

XXX,  parte    I,  16°,  pp.  XLVI-352    L.     800 

»      II,  (inedito)     »      XIII-236     »      500' 

LA  RONDINELLA  NELLE  TRADIZIONI  POPOLARI   (ine- 
dito) con  numerose  illustrazioni  fuori  testo 

XXXVIII,  16°,  pp.  VIII-178    L.     500 

MEDICI,  CHIRURGHI,  BARBIERI  E  SPEZIALI  ANTICHI 
IN  SICILIA,  SECOLI  XIII-XVIII  (inedito) 

XLI  16°,  PP-  VI-408    L.     800 


USI  E  COSTUMI 

CREDENZE  E  PREGIUDIZI 

DEL 

POPOLO  SICILIANO 


RACCOLTI  E  DESCRITTI 
DA 

GIUSEPPE    PITRÈ 


VOLUME    QUARTO 


G.    BARBÈRA    EDITORE 
FIRENZE 


Proprietà  letteraria  riservata 


YU40L 


1643 


POLIGRAFICO  TOSCANO  (Firenze-Empoli) 


V,  17 


ESSERI 

SOPRANNATURALI   E   MERAVIGLIOSI 


Comprendo  sotto  il  titolo  generale  di  Esseri  sopran- 
naturali e  meravigliosi  tutte  le  credenze,  le  superstizioni 
e  le  pratiche  da  me  udite  e  raccolte  circa  le  anime  de' 
corpi  decollati,  gli  spiriti  e  gli  spiritati,  i  morti,  il  dia- 
volo, le  streghe  e  le  stregonerie,  le  fate,  le  donne  di  fuora, 
la  sirena  del  mare,  i  nani,  i  mercanti,  i  cerauli,  il  lupo 
mannaro  ed  altre  entità  mitologiche  che  la  tradizione  e 
la  leggenda  del  popolo  siciliano  han  serbate  fino  a  noi. 

Scrivo  cose  che,  senza  dubbio  non  poca  sorpresa 
cheranno  anche  a  coloro  che  si  occupano  del  meravi- 
glioso popolare,  come  un  gran  senso  hanno  recato  a  me 
nel  venirle  raccogliendo.  Oltre  l'in  discutibile  loro  valore 
per  la  demopsicologia,  una  grande  importanza  potranno 
esse  avere  per  la  storia  delle  superstizioni  e  per  le  scien- 
ze giuridiche  e  sociali. 


I.  Le  Anime  dei  corpi  decollati. 

Ragione  di  curiosità  a  chi  studia  le  tradizioni  e  la  vita 
del  popolo  in  Sicilia  è  la  devozione  per  le  cosiddette  «  ani- 
me dei  corpi  decollati  ».  Uomini  e  donne,  giovani  e  vec- 
chi, tutti  hanno  un  voto,  una  preghiera,  rutti  qualche  pra- 
tica religiosa  da  compiere  per  questi  geni  occulti  del 
bene  pronti  a  soccorrere  chi  li  preghi  di  consiglio  o  di 
ajuto,  chi  cerchi  ad  esse  un  segno  della  sua  sorte  avvenire. 

Dov'esse  abitino,  queste  anime,  non  si  sa  bene;  ma 
le  si  possono  scontrare  dappertutto,  come  quelle  che  gi- 
rano pel  mondo  a  custodia  de'  loro  devoti.  Nelle  città 
appariscono  sulle  vie;  in  campagna  prediligono  i  fiumi; 
sul  mare  fanno  sentire  la  loro  voce  in  mezzo  a'  ruggiti 
della  tempesta,  cui  dominano  a  favore  dei  naviganti. 

Il  popolo  le  chiama  comunemente  armi  di  li  corpi  de- 
fittati (Palermo),  ma  in  Acireale  beati,  e  in  Trapani, 
amiceddi;  e  sebbene  le  distingua  dalle  armi  santi  (ani- 
me sante),  che  son  le  anime  purganti,  nondimeno  talora 
le  confonde,  e  ne  fa  una  stessa  cosa.  Su  di  che  vuoisi  no- 
tare la  distinzione  d'una  caldissima  divota  di  queste 
mime,  la  quale  non  intende  che  si  faccia  fascio  d'ogni 
prba  mescolando  le   anime  di  coloro   che  morirono  per 


Yl  CAPITOLO    1. 

mano  del  boia  e  le  anime  di  coloro  che  nel  praticare  il 
bene  non  furono  in  vita  operosi  ed  efficaci  quanto  do- 
vevano. A  queste  ultime  essa  intende  associate  Tarmi 
sdiminticati. 

Ne'   secoli   passati    le     esecuzioni    di     giustizia    erano 
frequentissime  in    Sicilia;    e  Palermo,  antica    capitale, 
era  la  città  ove  la  più  gran  parte  di  esse  avea  luogo. 
Da  tutta  l'isola  qui  si  giudicavano  gli  accusati  d  ogni  ge- 
nere di  delitti;  qui  si  decollavano  o  si  impiccavano.  La 
Biblioteca  Comunale  ci  serba  sanguinosi  ricordi  d,  questi 
fatti-    e   i  Diari   di  Palermo   di  Filippo  Paruta,   di  Mi- 
chele  Palmerino,  di  Gaspare  Zamparrone,  del  Mungitore 
del  Villabianca  e  di  altri  »  son  lì  ad  attestare  che  in  quella 
medesima  Piazza  Marina  ove  migliaia  di  baroni  e  di  tito- 
lati del  Regno  venivano  passati  in  rassegna  da  un  viceré 
De  Castro  ed  ove  giostre  e  tornei  avvisavano  il  popolo  d. 
nozze  principesche  e  di  arrivi  di  viceré,  si  levavan  forche 
e  si  strozzavano  uomini  e  donne.  In  Palermo  pertanto 
la  devozione  per  le   anime   de'  decollati  dovea   sentirsi 
più  viva  che  altrove.  E  qui  nel  1541  sorgea  la  Compagnia 
de'  Bianchi,  con  proposito  di  confortare  a  ben  morire  i 
condannati2  e   di    suffragarne,   dopo   giustiziati,  le   ani 
me  »;  alla  quale  Compagnia  erano  iscritti  patrizi  e  cittad, 

1  Bibl.  stor.  e  leu.  voli.  1,  II,  III  ecc. 

•  Capitoli  da  osservarsi  nella  Cappella  de  condannali  a  morte 
Riformati  Vanno  1652.  Ih.  Qq  D  177  della  B.bl.  Comuu.  d.  Pa 
lermo  Vedi  pure  il  Manuale  di  preghiere  per  le  anime  degli  agr 
nizzanti  e  di  proteste  da  farsi  per  apparecchio  alla  buona  mori 
e  di  altre  divote  pratiche  ecc.  Palermo,  tip.  Gaudiano,  1857. 

»  Pietro    Cokseri   padovano,  pseudonimo   di  P.  C.  Costa  pale 


LE  ANIME  DEI  CORPI  DECOLLATI  13 

ni  egregi  e  pii  che  volsero  compiere  quel  pietoso  uffi- 
cio x.  Qui  nel  1630  sorgeva  ed  esiste  tuttavia  una  chiesa 
detta  degli  Agonizzanti 2,  per  pregar  pace  alle  anime  di 

milano,  in  uno  suo  curioso  libro  intitolato:  Le  vittorie  delle  Fenici 
Penanti  (Palermo,  1684)  scriveva:  «Ogni  venerdì  s'assegnano  dai 
superiori  alcuni  fratelli  (dei  Bianchi)  che  vadano  per  la  città  do- 
mandando l'elemosina  per  suffragare  con  divini  sacrifici  l'anime 
di  detti  condannati,  per  le  quali  dopo  la  solenne  commemorazione 
de'  defunti  in  detta  ven.  compagnia  si  celebra  solamente  una  messa 
cantata  di  Requiem  ». 

Coi  Bianchi  è  nato  il  proverbio:  Tutti  cci  la  sannu  a  fari  li 
Bianchi,  ma  nuddu  lu  'mpiccatu,  che  significa:  tutti  si  è  buoni  a 
dar!  consigli,  ma  nessuno  a  soffrire   ecc. 

1  Dai  Capitoli  della  Compagnia  del  Crocifisso,  detta  dei  Bianchi 
della  felice  città  di  Palermo.  Riformati  nelVanno  MDLXXVIIIL 
(In  Palermo  MDLXXVIIII)    si  raccoglie   quanto   segue: 

Nel  1541  predicando  in  Palermo  il  minore  conventuale  P.  fra 
Pietro  Paolo  Caporella  di  Napoli  raccomandò  che  si  fondasse  in 
Palermo,  come  in  Napoli  era,  una  Compagnia  de'  Bianchi,  «  quale 
fosse  a  favore  ed  aiuto  di  quelli  poveretti,  li  quali  per  giustizia 
sono  condannati  alla  morte,  considerato  che  per  li  passati  tempi 
erano  questi  andati  alla  morte  senza  consiglio  e  ricordo  alcuno, 
in  modo  che  molti  di  questi  tali  afflitti  andavano  di  sorte  che  le 
più   delle   volte   si   dubitava   di  loro   esito»    (cap.   1). 

Era  proibito  a'  fratelli  Bianchi  che  morissero  di  esser  condotti 
alla  sepoltura  con  lettiga,  dovendo  esserlo  col  cataletto  della  Com- 
pagnia, e  in  caso  che  i  parenti  del  fratello  morto  volessero  sep- 
pellirlo con  lettiga  si  proibiva  che  la  compagnia  andasse  a  seppel- 
lirlo, «  ne  anco  mandarlo  a  vestire  dell'abito  dei  Bianchi  »  cap.  XIV). 

1  confrati  eran  tenuti  di  accompagnare  i  rei  al  patibolo,  e  di 
portarli  uoi  in  ispalla  alla  sepoltura,  quando  l'aveano  a  seppellire 
alla  chiesa  di  S.  Bartolomeo.  Ogni  sabato  doveano  andare  a  que- 
stuare per  le  anime  de'  morti    (cap.  XXIV). 

2  Mongitore,    Palermo  diioto  di  Maria,  v.  1,  p.  452;   ed  anche 


14  CAPITOLO   I. 

coloro  che  pagavano  sul  palco  il  fio  de'  loro  delitti:  chie- 
sa edificata  per  opera  dei  confratelli  della  Compagnia 
di  S.  Girolamo  della  Marca,  afflitti  di  veder  morire  im- 
penitente un  Francesco  Anello  da  Caccamo  condannato 
a  morte  1.  E  qui  finalmente  sorgea  la  famosa  Chiesa  delle 
anime  de'  corpi  decollati,  che  è  il  santuario  ove  pare  es- 
servi concentrata  la  venerazione  del  popolo  per  questi 
geni  tutelari,  e  sulla  quale  bisogna  che  si  fermi  chi  voglia 
addentrarsi  nello  spirito,  come  oggi  si  dice,  di  questa  devo- 
zione. Ciò  non  toglie  però  che  fuori  Palermo  questo  culto 
trovasse  favore,  perchè  anche  fuori  della  capitale  si  al- 
zavano di  quando  in  quando  patìboli 2,  tanto  che  dopo 

Istoria  sagra  di  tutte  le  chiese,  conventi,  monasteri,  spedali  et  altri 
luoghi  pii  della  città  di  Palermo  dello  Stesso:  Chiese  di  unioni, 
confraternite  ecc.  Ms.  Qq  E  9  della  Bibl.  Comun.  di  Palermo. 

1  Mongitore,oP.  cit.,  pag.  493;  G.  Palermo,  Guida  istruttiva  per 
Palermo  e  suoi  dintorni  ecc.  pag.  195;  Palermo  Pensante,  1859; 
Alberti,  op.  cit.,  parte  1*  libro  1°,  cap.  9,  p.  71.  -  Aguilera,  op. 
cit.  v.  I,  pp.  126-27,  scrive:  «  Homines  lata  mortis  sententià  ab 
omnibus  destituebantur,  neque  quisquam  erat  aut  propinquus,  aut 
sarcerdos,  aut  christianus,  qui  cum  eis  auderet  miscere  sermonem. 
Omnes  enim  in  superstitione  versabantur,  ut  putarent  eorum  manes 
quorum  guttura  carnifex  laqueo  fregisset,  nocturnis  larvis  iis  fore 
infestos,  qui  viventibus  misericordiam  praestitissent  ;  quo  fiebat,  ut 
rei  in  desperationem  acti,  pecudum  more  ad  caedem  raperentur  ». 

2  Prima  del  cinquecento  in  qualche  comune  della  Sicilia  i  con- 
dannati a  morte  venivano  giustiziati  senza  nessun  soccorso  reli- 
gioso. Si  credeva  dal  volgo  che  morti,  essi  verrebbero  a  inquietare 
i  sacerdoti  che  li  avevano  assistiti  con  apparizioni  notturne  come 
gli  spiriti  folletti.  Nessun  sacerdote  osava  perciò  soccorrerli.  Furono 
i  Gesuiti  che  cominciarono  perciò  in  Bivona,  dopo  il  1554,  ad 
assistere   questi  sventurati. 


LE  ANIME  DEI  CORPI  DECOLLATI  15 

Palermo  ebbe  Messina  la  sua  Compagnia  degli  Azoti 
(20  nov.  1542),  Catania  la  Compagnia  di  S.  Giovanni 
Battista  (29  nov.  1543),  Trapani  la  Compagnia  dei  Bian- 
chi (31  ott.  1556),  tutte  intese  a  confortare,  come  pre- 
scrivevano i  capitoli  \  gli  afflitti.  Basterebbe  per  tutti 
citare  questo  solo  fatto:  che  in  Paceco  (prov.  di  Tra- 
pani) v'  è  una  specie  di  culto  per  l'anima  di  un  Francesco 
Frusteri  contadino,  che  fu  giustiziato  per  aver  uccisa,  a 
difesa  della  moglie  che  se  ne  diceva  contrariata,  la  propria 
madre  2,  culto  così  fanatico  che  da  Trapani  3  e  da  altri 
comuni  vicini,  uomini  e  donne  si  partono  per  andare  a 
fare  un  lungo  viaggio  a  piedi  in  onore  del  decollato,  cui 

1  Moncitore,  op.  cit.:  Le  Compagnie,  pag.  4  Ms.  Qq  E  8  della 
Bibl.  Commi,  di  Palermo. 

-  Canti  pop.t  v.  1,  p.  78.  Il  prof.  F.  Liebrecht  ne  parlò  come  d'una 
curiosità  siciliana  neWAcademy  di  Londra,  n.  15,  15  Dicembre  1870, 
p.  59. 

J  Anche  in  Trapani  è  una  chiesa  di  decollati,  intesa  volgannente 
la  Chiesa  di  VArmiceddi,  a  levante  della  città,  ne'  controfossi  di 
Porta  Nuova,  ove  si  solea  giustiziare.  È  in  luogo  isolato,  come  altre 
chiese  consimili,  a  sinistra  della  città,  con  porta  a  settentrione.  Vi 
si  va  il  lunedì,  in  cui  vi  si  celebra  una  messa.  La  congregazione  dei 
Bianchi,  dal  suo  locale,  che  fu  convertito  nell'attuale  Biblioteca 
ì  Fardelliana,  passò  in  S.  Agostino,  ov'è  una  cappella  all'ufficio  d'as- 
sistenza ai  condannati. 

In  Paceco  la  chiesa  propria  de'  decolalti  è  quella  di  Porto  Salvo; 
in  Marsala  quella  di  S.  Vito;  in  Messina  quella  di  S.  Giovanni  de- 
collato verso   la   Ciumaredda,  fuori  la  città;   in  Sambuca   e   Noto, 
come   in   molti   altri   comuni    dell'Isola,  la   chiesa    de'   Cappuccini. 
|  In  Mineo  prima  del  1693  era  quella  di  S.  Ippolito,  a  pochi  passi 

(  della   quale  Lu  chiami  di  li  Furchi,  come   ancora  si   chiama,   ove 
I    .....  . 

sj   giustiziavano   i  rei. 


16  CAPITOLO   I. 

una  tabella  dipinta  rappresenta  nel  momento  di  salire 
al  patibolo.  Questo  Frusteri,  per  dime  brevemente,  è  in 
fama  di  santità,  ed  ho  udito  io  stesso  a  Trapani,  in  Pa- 
ceco  e  all'Isola  grande,  aver  egli  fatto  dei  miracoli  straor- 
dinari \  Una  leggenda  popolare  in  versi  ne  magnifica 
morte  e  prodigi,  e  la  si  può  avere  chiedendo  li  parti  di 
Frusteri.  Una  lampada  accesa  pende  giorno  e  notte  da- 
vanti la  sua  sepoltura  a  S.  Francesco  di  Paola,  e  la  se- 
guente iscrizione  sulla  parete  destra  della  chiesa  ne  ri- 
corda la  fine: 

Francesco  Frusteri 

moriva  rassegnato  e  contrito 

subendo  l'estremo  supplizio 

da  ispirare  la  pubblica  ammirazione 

addì  5  novembre  1817. 

1  II  seguente  fatto  ha  qualche  analogia  con  il  culto  di  Frusteri: 
A'  27  Marzo  1702  il  sac.  D.  Gennaro  Antonio  Cappellari  venne 
strozzato  in  Palermo;  e  siccome  si  mostrò  rassegnatissimo,  così  il 
popolo  n'ebbe  pietà.  La  mattina  del  28  il  suo  cadavere  si  trovò 
legato  ad  un  palo  nel  piano  del  Papireto,  e  concorse  in  gran  nu- 
mero il  popolo  a  vederlo.  «E  fu  non  senza  meraviglia  osservate 
-  scrive  il  Mongitore  -  che  tutti,  anche  le  donne,  che  hanno  il 
orrore  gli  giustiziati,  con  riverenza  gli  baciaron  le  mani,  non  per- 
mettendo  Iddio  che  si  perdesse  dal  popolo  il  rispetto  e  venerazione 
alla  dignità  sacerdotale. 

«Non  lascerò  di  dire,  che  molti  raccolsero  della  terra  che  stava 
sotto  dei  piedi,  con  la  quale  dicono  esser  seguite  operazioni  mi- 
racolose, che  si  pubblicarono  dappertutto.  Alcuni  però  le  stimarono 
dicerie  del  volgo:  onde  furono  da'  ministri  della  giustizia  ristretti 
in  prigione  quelli,  che  si  pubblicavano  risanati  in  virtù  di  quella 

terra  ». 

Vedi  Bibl.  star,  e  lett.  v.  VII,  p.  310  (Diario  del  Moncitore). 


LE  ANIME  DEI  CORPI  DECOLLATI  17 

he  se  in  essa  non  è  verun  accenno  al  culto  dei  fedeli 
pel  giustiziato,  bisogna  dire  che  quel  che  scriveva  sul 
proposito  il  Buscaino  di  Trapani  nel  1860  facesse  torna- 
re in  se  medesimi  coloro  che  avevano  alimentato  tanto 
;ulto  K 

La  chiesa  delle  anime  de'  corpi  decollati  in  Palermo  eb- 
>e  già  prima  nel  1785  il  titolo  dìMadonna  del  Fiume, 
>erchè  quasi  bagnata  dal  fiume  Oreto,  o  del  Ponte,  per- 
chè ha  da  presso  lo  storico  ponte  (an.  1113)  dell'am- 
niraglio  Giorgio  Antiocheno  compagno  del  conte  Rug- 
;eri.  Fino  al  secolo  passato  (e  forse  fino  a  un  quarant'an- 
i  addietro)  per  testimonianza  del  Villabianca,  presenta- 
a  «davanti  la  piramide,  delle  teste  di  giustiziati»2;  e 
io  per  conservare  le  tradizionali  insegne  del  prossimo 
imiterò  dei  giustiziati,  del  quale  prese  il  posto  nella 
olitaria  strada  del  Secco.  Rifatta  ed  abbellita  tra  gli 
nni  1857  e  1865,  essa  sorge  alle  sponde  dell'Oreto  in 
lezzo  a  cipressi  e  ad  oleandri,  difesa  da  muriccioli  ai- 
intorno.  Davanti  è  la  sepoltura  de'  decollati,  sulla  quale 
divoti  vanno  ad  offerire,  compiuto  il  viaggio,  il  rosario, 
id  a  recitare  le  ultime  orazioni  per  attendere  i  responsi 
elle  anime.  A  destra  e  a  sinistra  di  chi  entra  pendono 
jalle  pareti  da  un  centinaio  di  tavolette  dipinte,  quante 
3  può  contenere  lo  spazio  libero,  così  che  crescendo  esse 
|;ni  giorno,  le  antiche  cedono  il  posto  alle  nuove.  In 
jideste  tavolette,  opera  di  pittori  popolari,  sono  rappre- 

1  A.    Buscaino,  Studii  varii  riveduti   ed  ampliati,   pagg.   490-91. 
apani,  tip.  Modica-Romano,  1867.  Quivi  è  riprodotto  imo  stampino 

ie  il  Buscaino  pubblicava  nel  1860. 

2  II  Palermo  d'oggigiorno,  nella  Bibl.  stor.  e  leti.,  v.  XTTT,  p.  394. 


18  CAPITOLO   I. 

sentati  miracoli  e  prodigi  di  queste  anime  come  altrove 
lo  sono  di  santi  e  di  taumaturghi.  Avrò  forse  argomento 
d'intrattenermi  altrove  dell'arte  pittorica  tradizionale  nel 
popolo;  per  ora  dirò  di  questa  soltanto  che  illustra  la  de- 
vozione delle  anime  de'  decollati,  ed  il  farò  sugli  appunti 
che  un  giorno  dell'ottobre  1872  potei  furtivamente  mei 
tere  insieme  in  quella  chiesa  in  mezzo  a  un  gran  numero 
di  donne  che  offerivano  i  loro  rosari  maravigliate  di  ui 
curioso  colà  ove  tutto  era  raccoglimento  e  fervida  devo 
zione. 

Tra'miraeoli  fatti  dalle  anime  de'  giustiziati  e  dipinti 
a  gloria  di  esse,  un  gran  numero  sono  del  1860,  per  me 
moria  delle  squadre  che  combatterono  contro  i  soldat 
borboniani.  La  causa  per  essi  era  santa,  e  l'interventi 
di  quelle  anime  non  potea  mancare.  Si  vedono  uomin 
vestiti  alla  buona,  ma  quasi  sempre  con  una  carniera 
la  tradizionale  bunàca,  armati  di  schioppo  e  con  vivac 
nastri  tricolori  sul  berretto,  di  fronte  a  un  pelottone  dj 
soldati;  feriti,  sanguinanti,  stanno  essi  «  come  torre  ferm 
che  non  crolla  »;  intanto  che  ad  un  angolo  del  quadro 
vedono  anime  in  mezzo  al  fuoco,  e  corpi  penzoloni  da 
forche,  che  son  quelli  a'  quali  si  rivolsero  nel  moment 
terribile  i  poveri  feriti.  Poi  vi  sono  vapori  carichi  e 
garibaldini  sbattuti  dalle  onde  e  salvati  per  virtù  dell 
anime,  e  qua  a  là  naufraghi,  ma  salvati  anch'essi.  Ass, 
quadri  vi  hanno  con  barche,  bastimenti  e  legni  d'ogi 
forma  e  portata  in  grave  pericolo,  e  marinai  che  si  sfo 
zano  di  ammainar  vele,  e  vento  impetuoso  che  le  squa 
eia  e  porta  via:  e  viaggiatori  che  dalle  braccia  alzate  i 
cielo  pregano  a  caldi  ochi  le  anime  che  li  liberino  <3 


.ìi 


LE  ANIME  DEI  CORPI  DECOLLATI  19 

anto  frangente.  Ed  un  quadro  anche  vi  ha,  ove  scorgersi 
m'anima  con  bella  e  stupenda  movenza,  rivolgersi  a  Dio  e 
idditargli  i  poveri  naufraghi  in  atteggiamento  suppliche- 
vole. 

Ma  i  maggiori  miracoli  son  fatti  a'  viaggiatori  di  terra, 
i  quelli   che  vengono  assaliti  da  ladri  o  da  malfattori. 
|e  anime  dei  corpi  vissute  tra'  delitti  e  nel  sangue  non 
ilimenticano  il  sangue;  se  non  che,  laddove  in  vita  non 
bbero  pietà  del  prossimo  e  non  rispettarono  le  sostanze 
ì  l'onore,  in  morte  si  fanno  scudo  e   difesa   de'  poveri 
ssaliti:  prendono  le  parti  del  debole.  Esse  odiano  il  de- 
tto, e  se  non  lo  puniscono  sempre  in  chi  lo  fa,  ne  «ce- 
nano gli  effetti  in  chi  lo  riceve  e  ne  è  vittima.  E  però 
love  uno  dei  loro  divoti  sia  assalito  da  ladri  che  vanno  di 
lotte,    essi    compariscono,  e    per    soprannaturale    virtù 
sndono  innocue   le   ferite  o  indeboliscono   le  mani   di 
hi  ferisce.  Egli  è  presso  il  fiume  Oreto  che  questi  mira- 
oli  si  fanno,  ora  sopra  venditori  ambulanti  di  tele  o  di 
jmssoline,  ora  sopra  mereiai  d'ogni  genere  ed  ora  sopra 
amplici  viaggiatori.  Celebre  tra  tutti  questi  miracoli  è 
no  a  prò  d'un  devoto  de'  più  caldi,  che  andava  di  notte 
i  cavallo  e  portava  denaro.  I  ladri,  che  n'avevano  avuto 
fntore,  gli  furono  addosso  chi  con  pugnali,  chi  con  col- 
ali, e  qualcuno  con  ischioppi.  Il  malcapitato  non  sapen- 
b  fare  di  meglio  si  rivolse  con  vera  fede  (condizione  in- 
ispensabile  in  queste  circostanze)   alle  anime  de'  corpi 
pcollati;   e  allora   avresti  veduto   gli   scheletri   de'  giu- 
jiziati  sorger  dal  sepolcro,  afferrare  le  ossa  e  correre  in 
accorso  del   divoto  picchiando  e   ripicchiando  i  ladri; 
Y  quali  altri  restano  morti  ed   altri,  malvivi,  cercano 


20  CAPITOLO  I. 

salvarsi  con  la  fuga.  Un'antica  stampa  in  litografia,  ch< 
viene  riprodotta  anno  per  anno,  consacra  lo  stesso  fatto 
e  v'è  da  notare  che  gli  scheletri  giocano  di  tromboni 
di  trombonate. 

Qui  mi  cade  in  acconcio  di  ricordare  un  miracolo  con- 

simile  che  io  ricordo  di  aver  visto  fanciullo  dentro  la 

Chiesa  di  S.  Maria  della  Vittoria  a  Mezzo  Monreale,  ifl 

un  affresco  che  allora  era,  ed  ora  non  è  più,  sulla  volta 

della  terza  cappella  a  destra.  Grande  nella  potenza  e  nella 

concezione  era  quel  dipinto,  ed  io  noi  rividi  mai  che  non 

mi  sentissi  compreso  di  paura  edi  arcana  meraviglia.  Un 

divoto  che  viaggiava  pei  suoi  negozi  venne  assalito  da 

ladri.  Forse  in  quell'istante  si  raccomandò  ai  decollati 

Essi    ne    furono    commossi;    sbucarono    dalla    sepoltun 

e  si  precipitarono  sui  ladri.  Ma  i  ladri  erano  armati,  < 

gli  scheletri  inermi:  ebbene,  le  ossa  tennero  luogo  di  ar 

mi;  ed  eccoti  i  risorti  afferrare  chi  un  braccio,  chi  un< 

stinco;  e,  finite  le  ossa,  mentre  un  ultimo  scheletro  mezz. 

fuori  la  sepoltura  è  per  uscirne,  un  altro  che  lo  ha  gi 

preceduto,  in  mancanza  d'armi  si  avventa  ad  una  lung 

cassa  mortuaria,  e  quella  prendendo  da  una  delle  estK 

mità  la  solleva  e  scarica  addosso  a'  sagrileghi.  Ed  intani 

altri  scheletri  corrono  al  campanile  della  loro  chiesa 

suonano  a  distesa  in  soccorso  del  loro  devoto.— Tutte  1 

figure  erano  d'un  fare  arditissimo,  che  dava  al   quadi 

maravigliosa  efficacia  e  novità. 

Altri  miracoli  sono  nella  chiesa  de'  decollati,  ma  c< 
me  numerarli?  Noterò,  senz'altro,  che  molte  di  dette  t 
belle  fanno  fede  aver  quelle  buone  anime  dato  la  salu 
a  chi  versava  in  grave  pericolo  di  vita,  la  libertà  a  ci 


LE  ANIME  DEI  CORPI  DECOLLATI  21 

'aveva  perduta;  aver  lasciato  incolume  sotto  d'un  carro 
in  povero  cocchiere  o  un  carrettiere  qualunque,  o  salvato 
in  fonditore  di  ferro  in  mezzo  allo  scoppio  d'una  cal- 
laia. Gli  emottoiei  vi  hanno  anch'essi  la  loro  parte  di 
niracoli,  non  meno  che  gli  amputati  per  mano  chirur- 
5Ìca  e  i  mutilati  per  qualsiasi  accidente  1. 

Ma  quali  sono  le  pratiche  de'  fedeli  in  questa  previle- 
*iata  chiesetta? 

Ogni  persona  che  abbia  divozione  alle  anime  dei  corpi 
lecollati  (e  chi  non  l'ha  tra  le  donne  di  Palermo?)  il  lu- 
ìedì  e  il  venerdì,  giorni  sacri  ad  esse  (in  quasi  tutta  Sici- 
ia  il  giorno  consacrato  a  queste  anime  è  il  solo  lunedì),  si 
)arte  di  casa  sua  di  buon  mattino,  ovvero  nelle  ore  pome- 
idiane,  e  s'avvia  a  Porta  di  Termini,  oggi  Porta  Garibal- 
li.  Non  poche  sono  le  donne  che  vengono  dai  comuni  del- 
a  Conca  d'oro  o  dalla  provincia  per  compiere  ed  offerire 


1  L'accorrenza  continua  a  questa  chiesa  panni  chiaramente  dimo- 
trata  da  tutta  questa  serie  di  miracoli,  di  opere  soprannaturali  e 
(neglio  anche  dal  fatto  che  essa  ha  ora  un'amministrazione  che 
•rima  non  aveva.  Due  lapidi  alle  due  pareti  dicono  che  dal  1858 
ili  1865  i  fedeli  hanno  dato  tanto  da  poter  costituire  la  rendita 
innuale  di  quattro  messe  cotidiane  per  contratti  stipulati  presso  il 
iiotaro  Stefano  Cavallaro;  rendite  esigibili  (son  parole  della  lapide 
Ministra)  nel  Debito  pubblico  del  Regno  d'Italia  e  nel  Banco  di 
Sicilia.  E  mentre  l'una  di  esse  finisce  esclamando:  «Lode  ai  fedeli, 
pregate  per  essi  !  »  l'altra  aggiunge  :  «  A  voi  fedeli  :  l'opposta  lapide 
}rì  dice  quali  sieno  state  le  offerte  fino  al  1861,  questa  vi  dimostra 
je  posteriori,  cioè  come  da  quell'anno  in  poi,  cioè  in  tre  anni,  il 
.centesimo  da  voi  offerto  si  sia  convertito  in  tante  lire  da  costr- 
uire la  rendita  annua  di  onze  109,  tt.  2,  gran.  9  Tre  messe  sono 
jissicurate,  provvedete  alla  quarta.  1865  ». 


22  CAPITOLO   I. 

questo  viaggio;  perchè  dove  non  si  facevano  esecuzioni  di 
giustizia  o  raramente  si  facevano,  manca  una  chiesa  pei 
giustiziati  e  quindi  volendo  tenersene  ben  edificate  le  ani- 
me bisogna  venire  qui  a  Palermo.  Se  la  promessa  fu  fatta 
così:  che  il  viaggio  debba  essere  a  piedi  scalzi,  il  divoto 
si  cava  le  scarpe  proprio  alla  Chiesa  deli  Annegati,  che 
sta  in  mezzo  la  via  che  da  Porta  di  Termini  va  alla 
Chiesa  de'  Decollati;  e  incomincia  il  suo  rosario  indiriz- 
zandosi a  quella  chiesa.  I  più  fervidi  e  sinceri  prendono 
invece  la  strada  che  conduce  al  Secco,  fuori  Porta  S.  An- 
tonio, e  cominciano  le  laudi  e  le  preghiere  da  un  pila- 
stro con  iscalcinature,  che  già  conduceva  alla  antica 
chiesa  de'  decollati.  Il  rosario  si  compone  d'avemarie,  di 
paternostri  e  di  gloriapatri.  Comincia  il  paternostro;  se- 
guono tre  requie  {requiem  aeternam)  ;  indi  i  misteri  co- 
me quelli  del  rosario  alla  Madonna.  I  misteri  son  di  que- 
sta forma: 

Armuzzi  mei  decullati, 
Novi  siti  e  novi  vi  junciti, 
Davanzi  'u   Patr'Eternu  vi   nni   jiti, 
Li  mei   nicissità   cci   raccuntati, 
E  tantu  li  prigati, 
Fina  chi  la  grazia  mi  cunciditi. 

Variante  di  Carini: 

E  pi  mia  tutti  priati 

e  Diu  vi  paa  la  cantati. 

Ve  ne  hanno  però  più  espliciti,  ed  uno  è  questo: 

Armuzzi  di  li  corpi  decullati, 
Chi  'n  terra   siti  nati, 
'N  Purgatoriu  vi  stati, 


LE  ANIME  DEI  CORPI  DECOLLATI  23 

'N  Paradisu   siti   aspittati, 

Prigati   l'Éternu   Patri 

Pi  li  mei  nicissitati; 

Prigati  lu  Signuri 

Chi  li  nnirnici  mi  vennu  'n  favuri    (Palermo)    . 

Poi  vengono  le  avemarie: 

Pi  li  fraggelli  e  battituri 
Vui  ch'avistivu,  Signuri; 

Pi  li  chiova  arribbuccati 
L'armi  'i  corpi  dicullati  arrifriscati  2. 

Dopo  dieci  avemarie,  si  torna  a  ripetere  il  paternostro, 
1  requie,  il  mistero ;il  mistero;  ciò  per  quindici  volte  di 
eguito,  le  quali  chiamano  posti  (poste).  In  capo  a  que~ 
ita  lungagnata  si  recitano  le  Litanie  lauretane,  le  quali 
levono  coincidere  sempre  davanti  la  porta  della  chiesa. 

Giunti  lì  si  offre,  come  ho  detto,  il  rosario,  e  si  fa  la 
>reghiera  secondo  le  proprie  intenzioni.  Tale  preghiera 
iev'essere  innanzi  la  balaustra  dell'altare  consacrato  a 
5.  Giovanni  Battista  Decollato,  protettore  dei  decollati. 
Compiute  le  preghiere,  ogni  buona  divota  passa  nella 
;appelletta  a  destra,  s'accosta  ad  una  lapide  pur  essa  a  de- 
tra,  sotto  la  quale  si  credono  numerosissime  le  anime,  e 
) aria  o  mormora,  e  prega,  ed  interroga  e  vuole.  Finito 
li  parlare  vi  applica  l'orecchio,  attende  trepidante  il 
•esponso.  Se  ode  un  leggiero  tintinnio  (il  quale  natural- 


1  Canti,  v.  II,  n.  820. 

2  Versione  letterale:  Pei  flagelli  (e  per  le)  battiture  che  Voi, 
>  Signore,  aveste;  pe'  chiodi  che  Vi  furono  ribaditi,  rinfrescate  le 
mime  dei  corpi  decollati. 


24  CAPITOLO   i. 

mente  non  potrà  mancare  ad  una  fantasia  troppo  alte- 
rata in  quell'istante)  è  segno  che  la  grazia  è  già  stata  con- 
ceduta. Vedresti  allora  la  gioia  di  chi  prega!  la  quale 
si  traduce  nel  colorarsi  istantaneo  del  volto  e  nello  scili 
tillare  degli  occhi.  Essa  crede  già  di  toccare  il  cielo  co 
dito!1 

Ma  non  tutti  i  divoti  in  tutte  le  stagioni  possono  so 
stenere  le  fatiche  di  questo  viaggio;  che  veramente  è 
lungo,  e  a  farlo  come  va  fatto,  a  piedi,  ci  va  del  tempo. 
Perciò  chi  ha  bisogno  di  una  grazia,  e  questa  è  in  virtù 
de'  decollati  il  concedere,  può  fare  un  novenario  in  casa, 
tutto  ad  onore  de'  decollati.  Chi  ne  ha  la  possibilità- 
accende  una  candela  davanti  la  figura  di  queste  anime 
(che  più  d'una  ne  corre  antica,  rappresentante  corpi 
pendenti  dalle  forche  o  brucianti  in  mezzo  al  fuoco, 
che  spesso  si  prendono  per  anime  purganti),  e  si  p 
para  al  rosario.  —  È  di  notte;  non  passa  anima  viva, 
non  si  sente  uno  zitto:  questo  è  il  momento  opportuno 
a  principiare  il  rosario.  La  divota  o  il  divoto  apre  ap 
pena  l'uscio  di  casa,  la  finestra,  un'imposta  qualunque, 
s'inginocchia  e  comincia  col  gloriapatri;  recita  il  pater- 
nostro, l'avemaria,  il  mistero,  fino  a  cinque  poste.  La 
grazia  che  si  domanda  vuol  esser  detta  chiaramente,  per- 
chè co'  decollati  può  farsi  alla  confidenziale;  anzi  v'è 
un'ultima  orazione  che  li  minaccia  di  noncuranza  se  non 

1  Questa  scena  merita  davvero  di  esser  vista  anche  da  chi  non  s 
occupa  di  credenze  popolari.  I  miei  amici  forestieri  che  vengono  in 
Sicilia  e  son  condotti  da  me  a  quella  chiesa  e  a  quella  cappella 
restano  lì  a  bocca  aperta  non  sapendo  in  che  mondo  si  trovino. 


LE  ANIME  DEI  CORPI  DECOLLATI  25 

vorranno  compiere  i  voti  di  chi  prega.  Ecco  questa  ora- 
zione, invero  troppo  spregiudicata: 

Armuzzi    di   li   corpi    decullati, 
Tri  'mpisi,   tri   ocisi   e   tri   annigati,  1 
Tutti   novi   vi   junciti, 
Davanti  'u  Patr'Eternu   vi   nni  jiti, 
Li  me'  guai  cci  cuntati. 
'Un  vi  lu  dugnu,  'un  vi  l'apprisentu,,  2 
S'   'un   mi   dati  lu   me   'ntentu    (Palermo)    \ 

Ma  quante  non  sono  le  preghiere  e  i  desideri! 

Uno,  per  esempio,  pregherà  perchè  gli  vadano  bene 
negozi;  un  altro,  perchè  gli  diano  tre  numeri  da  gio- 
care al  Lotto  1  ;  la  madre,  perchè  le  sieno  salvi  i  figliuoli, 
o  gli  tornino  presto  da  lungo  viaggio;  né  mancheranno 
madri  che  pregheranno  perchè  vengano  una  volta  per 
loro  giorni  meno  tristi.  La  moglie  prega  pel  marito,  e 
per  lui  soltanto.  Se  essa  è  infedele,  non  si  arrischia  di 
pregare  per  l'occulto  amante;  le  anime  ne  farebbero 
vendetta  esemplare.  Le  ragazze  fanno  a  fidanza  colle 
anime  in  parola,  e  le  cercano  per  questioni  d'amore. 
Hanno,  mettiamo,  uno  screzio  col  fidanzato?  Eccole  ri- 
volgersi alle  anime  e  supplicarle  che  unite  vadano  dallo 
amante  e  gliene  diano  tante  che  rientrato  in  se  stesso 
orni  al  loro  amore: 

Armi  'i   corpi   decullati, 
Tri  'mpisi,  tri  ocisi  e  tri  annigati, 
Tutti  novi  vi  junciti, 

Tre   appiccati,  tre  uccisi  e   tre   annegati. 

Non  ve  lo(  dò,  non  ve  lo  presento   (il  rosario). 
8  Se  non  mi  concedete  quel  che  io  ho  in  animo.  Canti,  v.  II,  n.  796. 
4  Vedi  il  Lotto. 


26  CAPITOLO   1. 

Nn'  'u  me  zitu  vi  nni  jiti, 

Tanti  e  tanti  cci  nni  dati, 

No  pi  fallu  muriri, 

Ma  pi  fallu  a  mia  viniri  '   (Palermo). 

E  le  anime  in  Arcireale  rispondono: 

Cci  li  damu  'ntra  la  testa 
Ppi  lu  tali  e  tali  mi  ti  fa  festa; 

Cci  li  damu  'ntra  li  vrazza, 
Mi   ti   strinci   e   mi   t'abbrazza; 

Cci  li  damu  'ntra  lu  cori, 
Mi  pir  tia  ni  spinna  e  morì; 

Cci  li  damu  'ntra  li  pedi, 
Mi  si  spidica  e  si  ni  veni; 

Cci  li   damu  'ntra   la   pirsuna 
Pi  lu  tali  e  tali  non  t'abbannuna  2. 

Ma  essa  è  meno  comune  della  preghiera. 

Durante  questa  preghiera  e  il  rosario  che  ad  essa 


- 


1  Canti,  v.  II,  n.  795.  In  acireale  varia  così: 

Armi  di  li  corpi  addicullati, 
Tri  biati  ammazzati, 
Tri  biati  'mpisi, 
Tri  biati  annigati, 
Tutti  novi  vi  junciti 
Tanti  e  tanti  cci  ni  dati, 
Mortu  'n  terra  lu  lassati 
Ppi  campari   e  non  muriri 
E  ppi  purtari  li  cosi  ò  me  putiri. 

2  Stante  la  difficoltà  di  alcune  parole,  eccone  una  versione  lette 
rale:  Gliele  daremo  sulla  testa,  perchè  il  tal  de'  tali  (nome  dell 
amante  pel  quale  s'è  pregato)  ti  faccia  festa;  gliele  daremo  sull 
braccia,  (perchè)  ti  stringa  e  ti  abbracci:  gliele  daremo  sul  cuore, 
(perchè)  per  te  si  spiri  e  muoia;  gliele  daremo  sui  piedi,  (perchè) 
si  sbrighi  e  venga  (da  te)  ;  gliele  daremo  su  tutta  la  persona,  perchè 
il  tal  dei  tali  non  ti  abbandoni. 


LE  ANIME  DEI  CORPI  DECOLLATI  27 

unisce,  la  divota  è  tutta  orecchi  per  udir  Yecoflu  leccu) 
delle  anime.  La  cosa  è  importante,  perchè  da  questa 
eco  si  potrà  argomentare  se  la  grazia  per  che  si  prega 
verrà  concessa.  L'eco  si  traduce  in  segni  buoni  e  in  segni 
cattivi,  secondo  che  buono  o  cattivo  debba  essere  il  ri- 
sultato della  novena.  Buoni  segni  il  canto  d'un  gallo, 
il  latrare  d'un  cane,  un  bel  fischio,  un  suono  di  chitarra, 
una  scampanata  o  una  scampanellata,  una  bella  canzone 
(specialmente  d'amore),  il  picchiare  all'uscio  di  casa, 
il  rapido  chiudersi  di  una  imposta,  il  passare  rapidis- 
simo d'una  carrozza.  Cattivi  segni  il  miagolio  d'un  gatto 
(segno  interpretato  come  fatale  se  si  hanno  parenti  in 
/iaggio),  il  ragliare  d'un  asino,  una  contesa,  un  pianto, 
m  lamento,  un  peto  (!)  e,  più  che  qualunque  altro  fatto, 
in  po'  d'acqua  che  si  butti  in  mezzo  la  via.  Egli  è  allora 
me  il  rosario  si  deve  sospendere,  perchè  nessuna  cosa 
5  tanto  fatale  quanto  l'acqua,  forse,  credo  io,  perchè  le 
me  gocce  richiamano  alle  lagrime. 

V'ha  poi  un'eco  quale  si  presta  a  buoni  e  a  sinistri 
tuguri,  voglio  dire  lu  fettu  o  lu  'scutu  (ascutu,  ascolto) 
mando  passino  persone  e  pronunzino,  pe'  fatti  loro, 
malche  parola.  Se  le  parole  sono  in  senso  affermativo, 
uialunque  sia  il  discorso  che  facciasi,  come  a  ragione 
l'esempio:  Già  si  sapi;  oppure:  È  veru;  o:  Mi  piaci; 
>d  anche:  Sugnu  bonu  ecc.;  non  si  può  dubitare  che  le 
mime  d'  decollati  saranno  favorevoli.  E  se  in  senso  con- 
rario  si  ode,  p.  e.:  Mai,  chi  ce' entrai  oppure:  Nenti 
kenti:  9un  pò  essiri;  ed  anche:  'Un  lu  vogghiu,  9un  mi 
ìiaci  ecc.,  si  dev'essere  certi  che  la  faccenda  andrà  male, 
^a  stessa  maniera  di  trarre  auguri  per  mezzo  dell'eco 


28  CAPITOLO   1. 

si  ha  per  la  festa  di  S.  Giovanni  Battista  e  per  altre  oc 
casioni 1. 

Tuttavia  può  accadere  che  gli  echi,  sfavorevoli  in  prin- 
cipio della  novena,  prendano  lieto  indirizzo  verso  la  fine; 
onde  il  divoto  s'avrà  quello  che  desidera  e  prega.  Perciò 
non  è  buono,  dicesi,  che  a'  primi  cattivi  segni  si  cessi 
dalle  orazioni  e  dai  rosari:  bisogna  perseverare  sino  alla 
fine.  La  stagione  più  propizia  ai  rosari  è  quella  della  state, 
perchè  allora  si  è  quasi  certi  che  nessun  elemento  indi- 
screto di  natura  verrà  a  turbare  la  quiete  di  chi  prega 
e  il  silenzio  necessario  agli  echi  serotini  e  notturni. 

Le   anime   dei   decollati  vanno    di  notte   sotto   umane 
sembianze,  e  parlano  parole  tronche,  dando  buone  am- 
monizioni e  consigli.  Qualche  volta  compariscono  bian- 
co-vestite vagolando  sulle  rive  delFOreto.  A  una  donna 
ne  venner  vedute  anche  davanti  la  lor  chiesa.  Una  buona 
donnetta,  che  le  aveva  sempre  in  bocca  e  in  cuore,  se  le 
vide  una  notte  in  bianchissime  e  lunghissime  vesti  fuori 
porta  S.  Giorgio    (Palermo),  in  mezzo  a'  pioppi;  e  ciò 
in  quello  appunto  che  assalita  da  ladri  che  voleano  ru- 
barle 12  onze  (L.  153)  in  oro  che  essa  portava,  ella  gridò 
Armi  di  li  carpi  decullati!...  Poco  prima  essa  ave  a   di 
menticata    quella    somma    in    una    bottega,    e    le    anime 
Favean  fatta  tornare  indietro  a  furia  di  ripeterle  dietro 
Torna!  torna! 

Un  carrettiere  che  trasportava  zolfo  da  Lercara  a  Pa 
lermo  era  costretto  sempre  a  pagare  di  suo  una  certa 
quantità   di  zolfo   che  in   Palermo  si  trovava  meno  ne 

1  Vedi  v.  II,  pp.  3-8. 


LE  ANIME  DEI  CORPI  DECOLLATI  29 

peso:  tanto  che  fu  preso  per  ladro  e  cacciato  via  dal 
sorvegliante  della  zolfara,  certa  zu  Putru.  Figuriamoci 
se  il  pover'uomo  ne  patisse  disagio  e  rammarico!  Pove- 
retto si  ridusse  alla  elemosina.  Un  giorno  la  moglie  di 
lui  andò  a  fare  il  viaggio  a'  decollati,  e  con  vera  raggia 
di  cori  così  chiuse  il  rosario: 

Armi  'i  corpi  decullati 
Tri   'mpisi,  tri   ocisi   e   tri  anniati, 

Tutti  novi  vi  j  linciti, 
Nn'  'u  zu  Petru  vi  nni  jiti, 

Vastunati  cci  nni  dati 
Sina  chi  mortu  'n  terra  lu  lassati, 

'Un  vi  lu  sentii  prisintari 
Ca   la    grazia   m'   àti   a   fari. 

La  grazia  era  di  fare  scoprire  l'innocente  e  punire  il 
zu  Petru.  causa  di  tanto  danno.  Bisogna  dire  che  la  pre- 
ghiera trovasse  grazia  presso  le  anime  benedette,  perchè 
non  guari  dopo  questo  viaggio  il  zu  Petru  venendo  a 
Palermo  fu  assalito  da  ignote  persone  e  ne  toccò  tante 
e  poi  tante  che  non  se  dimenticò  più  per  tutta  la  vita. 
Quelle  persone,  ci  si  capisce,  erano  i  decollati,  e  il  car- 
rettiere, riconosciuto  non  si  sa  come  per  innocente,  fu 
richiamato  in  servizio   (Palermo). 

In  una  leggenda  popolare  poetica  col  titolo  /  Bianchi 
si  canta  di  un  tale  che  dovea  esser  giustiziato  e  non  avea 
pace  pensando  di  non  sapere  a  cui  affidare  una  sua  fi- 
gliuola. Uno  dei  Bianchi  gli  promise,  e  mantenne  la 
promessa,  di  fare  a  lei  una  dote  e  di  trovarle  un  buon 
partito  (chi  sa  chi  i  Bianchi  concedeano  e  prometteano 
al  reo  in  punto  di  morte  qualche  grazia  che  era  in  facoltà 


30  CAPITOLO   I. 

loro).  Ora  codesto  signore  avea  una  tresca  con  una  donna, 
e  spesso  con  lei  si  recava  alla  campagna.  Ai  parenti  di 
lui  parve  disonorevole  il  fatto,  e  trovarono  quattro  sicari 
i  quali  si  prestarono  a  sparargli  addosso  quando  egli  an 
drebbe  coll'amante  in  campagna.  La  cosa  andò  com'era 
stato  convenuto:  appena  colpito  dalla  prima  schioppet 
tata,  il  cavaliere  stramazzò  per  terra  e  parve  morto 
Ecco  venirgli  inanzi  l'anima  del  decollato,  di  cui  il  ca 
valiere  da  buon  congregato  de'  Bianchi  avea  beneficata 
la  figliuola,  e  soccorrerlo,  e  metterlo  in  salvo,  e  consi 
gliarli  di  lasciare  quella  mala  pratica  e  di  volgersi  tutt 
a  Dio. 

L'armuzza  allura  di  hi  póvru  mortu 
Si  nn'ha  jutu  lini  chistu  Cavaleri: 

—  «  Tu  a  st'ura,  amicu  min,  fussi  già  mortu 
S'io  min  ti  vin'ia  pi  darreri. 
Io  sugnu  l'arma  di  ddu   decullatu, 
Chiddu  eh'  'a   figghia   tu   cci  ha'  maritatu. 

Io  ti  consigghiu:   lassa  lu  piccatu, 
Lassa  la  mala  pratica  ch'ha'  avutu, 
Vasinnò  mori  e  ti  nni  va'  addannatu 
Senza   spiranza   di  nissunu   ajutu....   » 
Quel  giorno  appresso  i  sicari  incontrarono  il  credut 
morto;  stupiscono  e  gli  dimandano  se  per  avventura  eg 
abbia  divozione  de'  decollati: 

Li  nnimici  dipoi  l'hannu  'ncuntratu: 

—  «  Chistu  'un  è  chiddu  ch'avemu  ocidutu  ? 
E   cci   'ncugnau   unu  cu  li  boni 
Dicènnucci  cu  gran  'ducazioni: 

—   «Forsi   ch'aviti  vui   divuzioni 
All'Armi  di  li  corpi  decullati?....  * 

1  Canti,  v.  II,  n.  932. 


LE  ANIME  DEI  CORPI  DECOLLATI  31 

Queste  sono  in  parte  le  tradizioni  orali,  le  credenze, 
le  pratiche,  le  superstizioni  del  popolo  siciliano  in  ge- 
nerale e  del  palermitano  in  particolare  relative  alle  anime 
de'  corpi  decollati.  Dico  in  parte,  perchè  ci  vorrebbe 
tutt'altro  che  questo  breve  ragguaglio  per  mettere  in 
mostra  quanto  di  curioso  offre  la  tradizione  volgare  in- 
torno a  questi  esseri  priviligiati.  Ad  ogni  modo  mi  sembra 
degno  d  iosservazione  questo:  che  tante  strane  pratiche 
ed  ubbie  abbiano  fondamento  in  un  concetto  teologico 
e  cristiano.  Esseri  così  tristi,  che  si  lordarono  le  mani 
nel  sangue  dei  loro  simili  non  hanno,  al  certo,  diritto 
veruno  all'altrui  commiserazione;  la  Giustizia  li  ha  rag- 
giunti e  condannati  al  patibolo.  Nell'estremo  istante  di 
lor  vita  essi  si  saranno  ravveduti,  pentiti,  forse  qualche 
lacrima  sarà  spuntata  sulle  ciglia  che  guardarono  indif- 
ferenti chi  sa  quanti  scempi  e  quanti  strazi.  Il  fio  che 
essi  pagano  è  già  troppo  terribile  perchè  non  li  faccia 
degni  di  perdono  e  di  compianto.  Per  la  espiazione  essi 
sono  purificati,  riabilitati  per  cosi  dire,  riconciliati  con 
Dio.  Non  potrebbe  nascere  da  questo  la  credenza  comune 
che  i  giustiziati  sono  martiri?  E  non  comprova  questo 
l'altra  credenza  che  quando  il  giustiziato  non  si  ravvide 
e  non  si  pentì,  il  diavolo  ne  portò  via  il  sepolto  cada- 
vere l  ?    L'essere   sttato,   del   resto,   S.   Giovanni    Battista 


In  Acireale  è  ferma  la  credenza  popolare  che  il  corpo  di  Tom- 
naso  Gargano,  detto  Masi  Ciddu  ,famoso  bandito  fucilato  la.  1848 
;on  altri  tre  suoi  compagni,  non  fu  rinvenuto  nella  sua  fossa;  e  ciò 
perchè  non  si  pentì  prima  di  morire. 


32  CAPITOLO   I. 

decollato,  è  argomento  validissimo  perchè  queste  anime 
pellegrine  trovino  culto  e  venerazione  \ 

1  Così  scrivevo  io  nel  luglio  del  1873.  Ora  mi  capita  sott'occhio 
un  grosso  volume  intitolato:  S.  Francesco  d'Assisi.  Discorsi  sacri 
con  raggiunta  di  vari  panegirici  e  sermoni  pronunciati  dal  Rev 
Fortunato  Mondello,  Lettore  agostiniano  scalzo  ed  Assistente  bi- 
bliotecario alla  Fardelliniana  di  Trapani  (Palermo,  stab.  tip.  Lao, 
1874,  in  8°),  ov'è  un  Sermone  per  le  anime  de'  Decollati.  A  p.  274 
son  queste  parole  che  spiegano  il  perchè  della  devozione  pe'  decol- 
lati per  parte  della  Chiesa: 

«Spettasi  alla  religione  il  diritto  sui  decollati.  A  lei  i  pietosi 
uffici.  È  dessa  infatti  che  conforta  i  colpevoli,  l'incoraggia,  ed  innal- 
zandoli ai  propri  occhi  insegna  loro  che  la  sottomissione  a  quella 
morte  violenta  affronta  e  disarma  l'ira  di  Dio.  È  dessa  che  scalda 
nei  petti  umani  un  vivo  sentimento  di  pietà  verso  i  rei,  concordan- 
doli di  preci,  di  voti  e  di  benedizioni  più  di  quelle  che  spesso  ne 
abbia  il  giusto  nell'ore  supreme.  È  dessa  che  al  fianco  dei  giusti- 
ziati, con  dolci  parole,  con  affettuosi  conforti,  con  amplessi  materni 
e  colla  promessa  del  celeste  perdono,  risveglia  il  pentimento  nel  I 
loro  cuore,  rianimandoli  alla  più  lieta  speranza.  È  dessa  infine  che 
gitta  un  ultimo  guardo  su  quei  peregrini  dell'eternità,  ed  accen 
nando  il  cielo,  li  rinfranca  con  quella  sublime  parola:  Figli  de 
pentimento,  volate,  volate  alla  gloria! 

«Così   la   religione   nobilita   e   santifica   la   morte   dei    colpevol 
rammentando  loro  che  presso  la  croce  del  Redentore,  un  reo  accolse 
primo  l'invito  al  celeste  possesso,  e  che  morte  sì  dura,  accettata  I 
espiazione  del  delitto,  è  una  sanguinosa  confessione  della  giustizia 
di  Dio.  Ed  ecco  come  la  religione  toglie  in  siffatta  guisa  l'infami 
del  supplizio  con  l'associare   i   condannati   al   supplizio   del   giusto 
purificando    cort  la    croce   il    patibolo». 


A 
II.  Le  Anime  condannate  e  gli  Spiriti. 

Delle  anime  dei  defunti  e  del  loro  destino  io  parlai 
ìegli  usi  funebri  dicendo  della  sorte  che  tocca  a  quelle 
le'  morti  all'ospedale,  degli  uccisi,  dei  giustiziati,  degli 
mpiccati,  de'  bruciati  vivi,  de'  suicidi  \ 

Tutte  vanno  sotto  il  nome  di  armi  cunnannati,  in- 
arcerate  nel  corpo  degli  animali,  come  nelle  botte  % 
ielle  lucertole,  nei  pipistrelli  (Modica),  o  sotto  forme 
iiverse  per  riapparie  nel  mondo,  altre  periodicamente 
;  per  date  circostaenze,  altre  a  volontà  di  Dio  o  a  ca- 
niccio di  loro  stesse,  se  pure  possono  disporre  del  loro 
empo  e  della  loro  seconda  vita. 

Le  anime  degli  uccisi,  tra'  morti  violenti,  sono  le  più 
elebri  nella  tradizione  popolare.  Esse  vagano  pel  luogo 
>ve  cadde  il  corpo  e  gemono  e  si  lamentano  per  tutto 
mei  tempo  che  dovevano  stare  in  vita  secondo  era  pre- 
tabilito  in  cielo.  Dicono  a  Francoforte  che  il  sangue 
li  questi  uccisi  fa  lu  màrmuru:  ed  in  tutta  Sicilia,  che 

1  Voi.  II,  p.  242. 
A  p.  365  del  v.  Ili  fu  già  osservato  che  nelle  botte  son  carcerate 
j  anime  de'  superbi,  i  quali  prima  di  esser  condannati  all'inferno 
ovranno  sotto  queste  forme  subire  le  umiliazioni  più  basse. 


34  CAPITOLO   II. 

non  bisogna  passarvi  molto  da  presso  per  non  inghit- 
tire  lo  spirito  che  va  vagando,  In  una  leggenda  popo- 
lare, a  proposito  di  vari  uccisi,  c'è  questa  esclamazione: 

Quant'armiceddi    in   aria 
Girianu  hi   mimmi!    i 

Tizio,  p.  e.,  era  destinato  a  vivere  ottantanni,  perchè 
tanti  Dio  gliene  avea  assegnati;  una  coltellata,  una  ca- 
duta lo  tolse  di  vita  a  trentotto:  ebbene  l'anima  di  lui 
dovrà  restare  per  quarantadue  anni  nel  luogo  dove  gli 
fu  troncata  la  vita  e  dove  egli  esalò  l'ultimo  respiro. 
Finito  quel  tempo  precipeterà  nell'inferno,  perchè  gli 
uccisi  non  possono,  secondo  la  credenza  comune,  sal- 
varsi  (Modica)  2. 

Per  sottrarsi  a  questa  vita  errabonda  di  tormenti  cer- 
cano di  entrare  nel  corpo  de'  loro  simili.  L'ora  propizia 
a  cosiffatta  preda  è  poco  prima  della  mezzanotte;  per- 
chè poi,  a  mezzanotte  in  punto,  si  vanno  a  nascondere 
impossibilitale  a  far  bene  a  sé,  male  agli  altri.  In  Modica 
e  in  altri  paesi  della  Contea  le  anime  medesime  girano 
dal  primo  canto  del  gallo  sino  a  un'ora  prima  dell'alba 
visitando  ogni  angolo  della  casa,  se  in  una  casa  son  finiti 

1  Salomone   Marino,  Leggende,  p.  365. 

-  Questa  credenza  superstiziosa  del  volgo,  (me  ne  fa  ricordare  il 
Guastella),  ha  qualche  attinenza  con  quella  notata  da  Dante  a  pro- 
posito di  Belacqua,  cioè  che  le  anime  le  quali  indugiarono  a  pentirsi 
staranno  tanto  tempo  nel  vestibolo  del  purgatorio,  quanti  furono 
gli  anni  della  vita  loro: 

Prima  convien,  che  tanto  il  ciel  m'aggiri 
Di  fuor  da   essa,  quanto   fece  in  vita 
Perch'io  indugiai  alfin  li  buon  sospiri. 


LE  ANIME  CONDANNATE  E  GLI  SPIRITI  35 

i  loro  corpi,  scotendo  catene  e  urlando  miseramente.  In 
Vizzini  «  chi  si  trova  a  camminar  per  istrada,  nel  tempo 
che  l'orologio  suona  la  mezzanotte,  deve  tenere  confic- 
cato in  terra  un  coltello  sino  che  termina  il  suono,  per 
scongiurare    le   sventure   che   apportano    gli   spirai  »  J. 

Condannate  temporaneamente  sono  anche  le  anime 
dei  tristi  che  rubarono  al  povero  e  non  restituirono  la 
cosa  rubata.  E  non  solo  è  condannata  l'anima  di  chi 
commise  il  furto,  ma  quelle  altresì  di  tutti  i  suoi  discen- 
denti, finché  costoro  godranno  dell'oggetto  rubato.  Sup- 
poniamo che  un  tale  si  sia  impadronito  a  via  di  falsità 
della  casuccia  di  un  povero.  L'anima  del  ladro  e  con 
tutte  le  anime  de'  suoi  eredi,  ciascuno  con  gli  abiti  e  la 
figura  che  ebbe  in  vita,  verranno  ogni  notte  a  visitare 
la  casa.  E  finché  il  furto  non  sia  restituito  all'erede  le- 
gittimo, quelle  anime  non  avranno  requie. 

Alla  medesima  pena  son  costrette  le  anime  di  coloro 
che,  morendo  coi  piedi  annodati,  non  poterono  fare  il 
viaggio  di  S.  Giacomo  2.  Godeste  anime  o  restano  sospese 
in  aria  o  assumeranno  la  figura  di  un  animale.  Nel  Ve- 
Mru  del  Guastella  è  rapportata  siffatta  credenza  a  pro- 
posito d'un  buon  sacerdote  di  quel  casato,  morto,  come 
si  dice,  colle  ginocchia  strettamente  legate  da  un  tristo 
di  sagrestano. 

Però  siffatte  anime  potranno  venire  riscattate  dagli 
eredi  mediante  un  anno  di  digiuni  a  pane  ed  acqua   e 


1  Seb.  Salomone,  op.  cit.,  v.  II,  par.  IIMV-V,  p,  243t 

2  Vedi    v.   II,  p,   246 


36  CAPITOLO   li. 

un  tùmminu  di  picciuli  (un  tumulo  di  quattrini)   distri- 
buito ai  poveri   (Modica)  \ 

Soggiacciono  anche  a  condanna  temporanea  le  anime 
di   quei   preti   che,   avendo   ricevuta    l'elemosina   per   la 
celebrazione  di  un  dato  numero  di  messe,  per  traseuranza 
loro  o  per  avidità  di  guadagno  non  le  celebrarono.  Esse 
dunque  celebrano  anno  per  anno  una  messa  finche  non 
abbiano  soddisfatto  il  loro  obbligo.  E  la  celebrano  per 
Io  più  nelle  chiese  quasi  dirute,  nelle  quali  è  vestigio  di 
altare,  con   candele  nere,  col  messale   a   rovescio   senza 
suono  di  campanello  o  con  un  campanello  che  dà  suono 
di  tabelle   della   Settimana  santa;  e  le   ascoltano  coloro 
che  per  negligenza  tralasciarono  di  udir  messa  in  vita. 
Un  momento  prima  della  consacrazione,  che  non  è  mai 
più  d'un  minuto,  sparisce  il  prete  e  con  lui  gli  altri  morti 
(Modica);   ma   talora   questa    sparizione   non   ha    luogo 
prima    che    sia    compiuto    il   sacrificio 2.    Questa    messa, 
chiamasi   comunemente  la  missa  scurdata.   Secondo  una 
novelletta  leggendaria  raccolta  in  Salemi,  essa  vien  ce- 
lebrata nelle  ore  tra  mezzodì  e  vespro:  suonano  le  cam- 
pane, e  chi,  tratto  in  inganno,  entra  in  chiesa,  vede  il 
prete    all'altare    e   il    sagrestano;    ma    al    primo   voltarsi 
di  esso  prete  per  dire  il  Dominus  vobiscum,  ne  scorge 
la  faccia  spolpata,  rosicchiata  da'  topi;  e  allora,  se  non 


3  Vestru,  p.  84  e  seg. 

2  Cfr.  U.  A.  Amico,  Leggende  popolari  ericine:  La  messa  del 
prete  morto,  e  specialmente  a  p.  43.  Pai.  1886;  Guastflla,  Vestru, 
p.  93;  il  mio  volumetto  11  V estro  siciliano  nelle  trad.  pop.,  Paler- 
mo 1882;  Rondoni,  nell'  Archivio  delle  trad,  pop.,  v.  VI,  p,  305, 


LE  ANIME  CONDANNATE  E  GLI  SPIRITI  37 

fugge  a  precipizio  segnandosi  col  segno  della  croce,  ri- 
mane li,  incantato  o  morto  di  paura. 

Le  perle  e  le  calamite  son  le  animuzze  de'  bambini 
morti  senza  battesimo.  Ogni  sabato  Maria  manda  loro 
un  angelo  del  paradiso,  il  quale  scherza  con  le  anime 
tutta  la  mattina,  poi  raccoglie  in  una  tazza  d'oro  le 
lagrimucce  che  glinocenti  hanno  versato  durante  la  set- 
timana, le  cangia  in  perle  e  calamite,  e  le  va  gettando 
in  fondo  al  mare   (Chiaramonte)  1. 

Queste  anime  di  bimbi  non  battezzati  non  posso  sop- 
portare senza  grave  dolore  che  del  sale  si  versi  per  terra 
e  si  disperda  in  un  modo  qualunque.  Esse  andarono  al 
limbo  perchè  rimasero  prive  del  sale  necessario  al  bat- 
tesimo. 

Nello  spengere  il  lume  bisogna  tor  via  la  smoccola- 
tura del  lucignolo,  affinchè  la  sua  debole  luce  non  of- 
enda  la  vista  troppo  sensibile  delle  medesime  anime 
condannate  alla  oscurità  del  limbo  (Mazzara)  2. 

Non  di  rado  avviene  che  una  persona  caduta  in  sin- 
cope sia  creduta  morta  e  quindi  benedetta  con  l'acqua 
anta  e  seppellita.  Al  rinvenir  ch'essa  fa  riappare  tra  i 
ivi,  ma  guai  per  lei!  è  presa  per  uno  spirito  maligno 
jì  uccisa  a  colpi  di  croce;  giacché  anime  siffatte,  «una 
olta  che  son  dentro,  non  possono  tornare  in  vita,  ed 
jì  certo  opera  del  demonio,  quando  esse  vivono  un'altra 
lata  ».  Una  volta  che  un  boscaiuolo  tutt'a  un  colpo  mori 
er  istrada  e  fu  seppellito  in  una  chiesa  e  il  domani  non 

1  Guastella,  Vestru,  p.   76. 

2  Castelli,   Credenze,  p.  58.  Pai.  1878. 


38  CAPITOLO   II. 

se  ne  trovò  più  il  cadavere,  «  cadde  gragnuola  a  disertare 
i  campi,  un  terribile  morbo  mietè  gran  parte  del  be- 
stiame, e  si  moriva  di  freddo  e  di  fame,  finche  un  giorno 
si  trovò  sotto  un   dirupo,  che   l'avevano  ucciso    a    colpi 

di  croce  »  1. 

Il  popolo  aggruppa  tutte  le  anime  fin  qui  numerate 
sotto  il  nome  di  armi  cunnannati,  distinguendole  però 
dalle  armi  'n  pena,  che  sono  le  anime  del  purgatorio  2, 
dalle  armi  cunfusi  di  'mmenzu  lu  mari,  anime  di  coloro 
che  naufragarono  senza  aiuto,  e  in  lotta  tra  la  vita  e  la 
morte,  tra  il  corpo  che  periva  e  l'anima  che  si  tormem 
tava  perchè  priva  dei  conforti  della  religione,  dalle  armi 
sdiminticati,  anime  ignorate  o  trascurate,  e  quindi  prive 
di  suffragi,  e  specialmente  dalle  armi  di  li  corpi  decullati 
delle  quali  ho  già  discorso  nel  1°  capitolo  del  presente 
volume. 

Alcune  anime  dannate  celebri  vanno  pel  mondo  il 
aria,  a  mezz'aria,  sopra  terra,  sotto  terra;  tutte  appar 
tenenti  al  ciclo  degli  Evangeli  apocrifi,  e  sono  Simon 
Mago,  Giuda,  l'Ebreo  Errante,  Malco  e  Pilato;  le  primi 
due  in  ispirito,  le  altre  tre  in  forma  umana. 

1  Linares,  Racconti  popolari:  La  rediviva.  Cfr.  Archivio  dell 
trad.  pop.,  v.  Ili,  p.  298. 

Un  mezzo  secolo  fa  fu  uccisa  a  colpi  di  asta  di  croce  dal  s 
grestano  maggiore  di  S.  Giovanni  Evangelista  in  Modica  la  signoi 
Natalizia  Floriano  Di  Lorenzo,  di  una  delle  più  cospicue  famigl 
di  Modica,  la  quale  era  stata  portata  in  chiesa  per  morta  e  lì  d 
segni   di   vita. 

2  C'è  una  frase  che  significa  soffrire  orribilmente,  lamentarsi  sa- 
ziando chi  è  vicino  o  sente:  Fari  comu  l'armi  d"  'a  pena. 


LE  ANIME  CONDANNATE  E  GLI  SPIRITI  39 

L'anima  di  Simon  Mago  è  in  mezzo  alle  nuvole  e  si 
può  solo  discernere  o  sospettare  il  giorno  della  festa 
di  S.  Pietro  (29  giugno)  in  una  nuvola  a  imbuto,  alla 
cui  vista  le  donne  fan  la  croce  a  rovescio  e  pronunciano 
in  fretta  e  in  furia  non  già  la  formula  cristiana:  In 
nome  del  Padre  e  del  Figliulo  ecc.,  ma  le  parole  miste- 
riose: Tèsia — Amara— Papa— Arissi— Arcàra!  e  sputano 
tre  volte  aggiungendo  per  altre  tre  volte:  Acqua  e  sali! 
per  iscongiurarla    (Modica)  1. 

L'anima  di  Giuda  vola  sempre  a  mezz'aria,  senza  posa, 
ne  più  ne  meno  che  gli  uccisi,  fermandosi  soltanto  sopra 
ogni  tamerice  che  essa  incontri  nel  suo  eterno  pelle- 
grinaggio; giacché  fu  a  quest'albero,  oggi  arbusto,  e 
non  già  al  fico,  che  Giuda,  tradito  il  Maestro,  andossi 
ad  appiccare   (Palermo)  2. 

Sulla  terra  cammina  sempre  l'Ebreo  Errante,  che  dal- 
l'avere crudelmente  respinto  G.  Cristo  carico  della  croce 
fu  soprannominato  Buttadeu,  condannato  a  non  fermarsi 
mai  per  bisogno  ch'egli  abbia,  per  persona  che  gli  parli, 
per  ostacolo  che  gli  sopraggiunga. 

Sotto  terra  siede  Pilato,  immobile,  a  leggere  perpe- 
tuamente la  sentenza  di  morte  ch'egli  emanò  contro 
Gesù,  e  più  sotto  ancora  geme  Malco,  Marcii  dispiratu, 
che  gira  sempre  attorno  a  una  colonna  3. 

I1  Spettacoli  e  Feste,  p.  329. 
1  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  I,  p.  CXXXVIH  e  v.  IH  p.  276. 
3  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  I,  p.  CXXXIII;  D'Ancona,  La  Leggenda 
ielVEbreo  Errante,  nella  Nuova  Antologia,  v.  XXIII,  pp.  413437; 
^.  PrARis]  e  A.  D'Ancona,  Le  Juif  Errant  en  Italie  au  XIII.  siede, 
iella  Romania,  v.  X,  pp.  212-216. 


40  CAPITOLO   II. 

Tutte  le  anime  complessivamente  formano  gli  spettri, 
le  ombre,  i  fantasmi,  le  larve  che  si  conoscono  come 
spirai,  scià  (Noto)  \  malùmmiri,  pantasimi  o  fantàsimi 
o  tampàsimi,  donde  la  voce  tampasiari,  andare  smemo- 
ratamente  errando  come  fantasma.  Ma  una  vecchia  tra- 
dizione de'  rioni  del  Borgo  e  della  Kalsa  in  Palermo 
vuole  che  gli  spirai  sieno  gli  angeli  scacciati  dal  pa- 
radiso e  condannati  a  correre  sulla  terra,  sul  mare,  peri 
l'aria,  sempre  impazienti  di  entrare  in  corpo  a  qualche 
persona. 

L'apparire  degli  spiriti  è  nelle  ore  meridiane  dei  mesi 
estivi  e  particolarmente  alle  ore  18  d'Italia,  spaventando 
coloro  che  ne  hanno  paura;  tanto  che  io  inclinerei  a 
confonderli  col  demonio  meridiano.  Il  venticello  che 
spira  verso  qull'ora  è,  secondo  alcuni,  opera  degli  spiriti,! 
secondo  altri  gli  spiriti  stessi.  E  allora  basta  fare  il  segno 
della  croce  con  la  lingua  al  primo  vederli  o  mettere 
innanzi  una  crocetta  qualunque  perchè  essi  non  middanu. 
cioè  non  attacchino  (Messina). 

Di  notte,  quando  cade  un  lume  per  terra  e  si  spegne, 
questi  spiriti  son  pronti  a  venir  fuori,  mentre  poi  non 
lasciano  di  alitare  in  un  bosco,  in  un  fiume,  in  un  lago 
presso  una  fontana  se  di  notte  vi  si  rispecchia  la  luna 
Chi  vuol  sapere  dove  abitino  giornalmete  vada  ne 
vecchi  palazzi  disabitati,  dalle  imposte  tutte  rotte,  dall< 
mura  cadenti  o  logore,  solitari,  abbandonati,  ove  nes 
suno  s'arrischia,  non  che  di  entrare,  di  gettare  gli  occhi 

1  Scià  lu  mortu!  si  dice  in  Noto   (Avolio,  Canti,  p.  100). 

2  Vedi  La   Turri   di  S.  Brancatu  in  Polizzi   Generosa;   la  Tm 


LE  ANIME  CONDANNATE  E  GLI  SPIRITI  41 

Incredibile  quel  che  vi  fanno  dentro!  Fischiano,  stri- 
dono, fiammeggiano,  buttan  pietre,  suonano  campanelli, 
agitano,  rumoreggiando  forte,  grosse  catene  \  Quando 
un  padron  di  casa  ha  un  quartiere  nel  quale  ci  si  sente, 
come  dicono  i  Toscani,  egli  può  rinunciare  al  prezzo  della 
pigione,  poiché  nessuno  penserà  mai  a  mettervi  piede  per 
la  paura  maledetta  degli  spiriti.  E  le  forme  loro?  Animali, 
otri,  stoviglie,  bastoni,  sedie,  suppellettili  d'ogni  genere. 
Una  sera,  in  sul  tardi,  passava  un  uomo  per  una  viuzza 
di  Mazzara,  ed  ecco  che  s'accorge  d'un  otre  d'olio  per 
terra;  se  lo  carica  addosso  e  via.  L'otre  è  uno  spirito,  e  di- 
ce al  dabben  uomo:  Posami  chianu.  Il  malcapitato  al- 
libisce; butta  per  terra  l'otre,  si  fa  il  segno  della  croce,  e 
fugge  a  rotta  di  collo.  Parrebbe  un  folletto;  ma  il  campa- 
gnolo che  mi  raccontò  questo  fatto  protestò  che  era  uno 
spirdu  bello  e  buono.  In  altro  otre  va  rotolando  lo  spi- 
rito di  un  capitano  ucciso  negli  antichi  tempi  nelle  chiu- 
se di  Borgetto  2.  Un  altro  uomo,  a  tarda  ora,  scorge  nel 
cantuccio  d'un  vano  di  porta  un  gatto,  questo  a  poco  a 
poco  si  trasforma  in  cane,  in  asino,  in  bue,  e  se  non  fosse 
pel  segno,  ch'egli  s'affretta  a  fare,  della  croce,  morrebbe 
a  quella  vista.  Un  terzo,  abitante  nella  tal  via,  si  mette 
a  letto  al  solito,  ma  il  domani  si  trova  in  un  altro  sito 
senza  saperne  il  come  ed  il  perchè. 

In  Menfi  una  madre  ed  un  figlia,  passando  sutta  lu 

di  li  diavuli  in  Palermo,  la  Casa  di  li  diavuli  presso  Ficarazzi  ecc. 
ecc.  Fiabe,  Nov.  Race,  v.  IV,  n.  CCXXXVII;  Piola,  Dizionario  delle 
strade  di  Palermo,  pag.  45. 

1  Fiabe,  Nov.  e  Race.,  v.  IV,  n.   CCXXXVIII. 

2  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  IV,  n.   CCXXV. 


42  CAPITOLO   II. 

firriatu,  una  straducola  fuori  mano,  nella  quale  è  una 
casa  di  spiriti,  veggono  un  uscio  aperto  e  dentro  una  luce 
di  paradiso;  un  uomo  caratteristico  pel  suo  grande  ber- 
retto rosso  in  capo  le  invita  ed  alletta  ad  entrare;  sono 
appena  sulla  soglia,  che  s'accorgono  dell'insidia  di  quello 
spirito,  e  si  danno  a  più  che  precipitosa  fuga. 

Vi  sono  spiriti  bizzarri  che  cercano  un  gran  coraggio 
nelle  persone  cui  vogliono  mettere  in  possesso  d'un  te- 
soro. Ordinariamente  nelle  fiabe  si  camuffano  da  fantoc- 
ci, che  mettono  una  paura  terribile;  se  si  ha  forza  di  re- 
sistere, si  vedono  venir  giù  da  una  fumaiola,  da  una  volta, 
a  pezzi,  che  immediatamente  si  convertono  in  oro.  Spes- 
so fanno  un  frastuono  infernale  nelle  case  e  regalano 
di  enormi  ricchezze  l'intrepido  che  seppe  vincere  le  loro 
paurose  insidie.  Più  spesso  vengono  processionando  con 
un  cataletto,  che  mette  la  tremarella  al  più  coraggioso 
di  questo  mondo  ±.  Basta  che  uno  resista  a  quella  scena 
e,  anche  meglio,  si  mescoli  a'  processionanti,  e  resterà 
padrone  del  cataletto,  il  cui  morto  è  un  massenti  d'oru 
L'origine  del  palazzo  municipale  di  Polizzi  Generosa  ri- 
conoscerebbe una  di  queste  processioni  seguita  da  un 
prete  Girolamo  Mistretta,  secondo  una  leggenda  ine- 
dita. La  novella  del  Mastru  Scarparu  e  li  Spirai  di  Pa- 

1  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  IV,  n.   CCXXV. 

Nel  1824  uno  statista  siciliano  altra  volta  citato,  il  Cacioppo, 
scrivea:  Tra'  pregiudizi  palermitani  «nello  scorso  secolo  due  ne 
pompeggiavano  in  Palermo;  l'uno  era  il  temere,  che  le  ampie  case 
disabitate,  o  i  palazzi  mezzi  diruti  venivano  di  botto  occupati  dagli 
spiriti  maligni,  i  quali  annunziavano  la  lor  dimora  con  iscroscio 
di   catene,  frastuoni,  fuochi   e  spaventose   apparizioni.   L'altra   con 


LE  ANIME  CONDANNATE  E  GLI  SPIRITI  43 

lermo  racconta  d'un  calzolaio  che  entro  un  palazzo  disa- 
bitato ha  tanto  sangue  freddo  da  vedersi  passare  innanzi 
spiriti  a  centinaia  e  poi  da  lasciarsi  adagiare  per  morto 
sopra  un  cataletto;  ma  il  premio  che  ne  ha  è  oro  a  car- 
rate ed  il  cataletto  tutto  argento  massiccio.  Ne  lu  Mastra 
e  li  spirai  di  Noto,  un  maestro  balla  con  gli  spiriti  che 
fanno  la  ridda  attorno  a  lui,  e  resta  con  una  cassa  da  mor- 
to piena  di  quattrini x 

Nelle  leggende  poetiche  le  apparizioni  di  fantasmi  e 
di  spettri  son  la  cosa  più  naturale  del  mondo.  Nella 
Donna  Pina  di  Carini,  p.  e.,  ad  una  figlia  disonesta  ap- 
pare l'ombra  del  padre  morto,  che  la  maledice  per  l'onta 
inflitta  al  casato  ;  di  che  essa  muore  e  va  allo  inferno  2. 

Nel  Lionziu  di  Monreale  un  teschio  pestato  da  Leonzio, 
in  forma  di  malombra  viene  al  palazzo  di  lui  a  convito, 
lungo,  pauroso,  terribile  e  lo  porta  via  all'inferno  3. 

Chi  avesse  poi  vaghezza  di  conoscere  fantasmi  ne  tro- 
verebbe di  speciali  qua  e  là  in  Sicilia.  Il  popolino  è  tut- 
t'altro  che  scarso  di  codeste  creazioni  fantastiche,  anzi 
ne  ha  un  buon  repertorio.  Io  ne  accennerò  tra  le  tante 
parecchie. 

Bellina  è  un  fantasma  del  territorio   di   Monte  Erice 


sistcva  nel  supporre  una  genia  di  vecchie,  cotanto  amiche  de' 
demonj  che  potevano  con  l'ajuto  di  costoro  operare  qualunque 
magia,  ed  eran  esse  il  rifugio  ed  il  vano  sollievo  delle  mogli  tradite, 
degli  amanti  disperati,  delle  persone  vendicative  ».  F.  Cacioppo, 
Cenni  statistici,  p.   124. 

1  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  Ili,  nn.  CLXXXIII,  CLXXXV. 

3  Salomone-Marino,    Leggende,   n.  VII. 

3  Lo    Stesso,  op.  cit.,  n.  XXVI. 


44  CAPITOLO  II. 

presso  il  tesoro  incantato  di  Chianamosta  in  S.  Elia. 
Secondo  la  credenza  locale  essa  fu  una  ragazza  convertita 
in  biscia,  la  quale  apparisce  da  una  finestra  dapprincipio 
in  forma  di  giovinetta  bellissima  e  poi  «  si  guasta,  allun- 
ga, allunga  le  gote,  allarga  il  mento  e  la  fronte  sì  da  em- 
pire in  vano  della  finestra;  e  gli  occhi,  pur  ora  sì  belli, 
diventano  lividi  e  lucion  di  fiamme,  rivolgendosi  a  des- 
tra e  a  manca  quasi  pendolo  d'orologio  1  ». 

Altro  e  più  pauroso  fantasma  del  medesimo  territorio 
è  Birritta  russa,  lo  spirito  d'un  soldato  spagnolo  che  morì 
impenitente  sulle  forche  ed  è  «  condannato  fino  al  giorno 
del  giudizio  a  starsene  nel  quartiere  con  sempre  dinanzi 
gli  occhi  il  sangue  innocente  che  avea  versato  dalle  ve- 
ne d'un  povero  giovane  »  da  lui  tentato  d'assassinare  2. 
Le  sue  infrequenti  apparizioni  d'oggi  e  frequentissime 
d'una  volta  si  son  prestate  alla  seguente  descrizione  di 
quel  voloroso  poeta  e  novelliere  che  è  l'Amico:  «  Un  omo- 
ne  lungo  lungo,  ma  spolpato  nelle  mani  e  nel  viso  da 
parere  uno  scheletro,  coronato  da  un  berretto  rosso,  e 
nel  restante  della  persona  ardente  di  fuoco  vivo.  Nelle 
occhia je  due  fiammelle  simili  a  due  lampaduzze  languen- 
ti, da  dar  fioca  luce  all'orrore  del  cranio  illuminando  1 
cavità  del  naso,  e  i  denti  nudi  di  labbra  che  scricchiola 
vano  al  rinchiudere  la  laida  bocca.  Palleggiava  teschi  or 

1  U.  A.  Amico,  op.  cit.,  p.  15. 

2  Lo  Stesso,  op.  cit.,  p.  53.  Ha  quasi  la  medesima  pena  di  Giuda; 
e  mi  pare  notevole  perchè  nella  tradizione  chi  ferisce  e  non  uccide, 
anche  con  la  intenzione  di  uccidere,  non  suole  avere  una  condanna 
come  questa.  Aggiungo  che  il  fantasma  con  un  berretto  rosso  in 
capo  si  affaccia  in  mezza  Sicilia. 


LE  ANIME  CONDANNATE  E  GLI  SPIRITI  45 

Dra  recisi,  sanguinanti  tuttavia  e  il  sangue,  gocciolandogli 
addosso,  accrescea  la  fiamma,  nel  cui  mezzo  egli  ardeva, 
ma  non  si  consumava.  E  di  queste  e  di  altrettanti  appa- 
rizioni funestando  gli  abitatori,  ognuno  disertò  quei  po- 
sti; le  case  abbandonate  rovinarono;  e  la  bella  contrada 
I  un  mucchio  di  pietre,  perchè  tutti  se  ne  calarono  in 
3ampagna,  o  cercaron  dimora  altrove  x  ». 

Catarina  Turri,  nella  contrada  chiamata  Terravecchia 
n  Termini  Imerese,  è  il  fantasma  d'una  donna,  che  si 
iffaccia  spaventevole  a'  fanciulli  che  bazzicano  in  quei 
lintorni   del  rovinato  castello. 

Presso  le  Quattro  Cappelle,  a  mezzo  chilometro  da 
]hiaramonte,  di  tanto  in  tanto,  nelle  ore  in  cui  non  cam- 
mina nessuno,  che  il  nostro  popolino  chiama  uri  scom- 
nudi,  si  trova  un  bambino  fasciato,  il  quale  appena  pre- 

0  in  braccio  sparisce.  Un  massaro  che  una  volta  l'ebbe 
scorgere  in  terra  e  lo  raccolse  per  portarlo  via,  intese 

n  vocione  che  gridava:  «Figlio,  figlio,  dove  sei?  »  ed  il 
►ambino  di  sotto  in  braccia  al  massaro,  con  voce  grossa 
ome  un  toro:  «  Son  qua,  non  piangete  »,  e  sparì. 

Chi  sa  che  questa  apparizione  non  sia  da  attribuire  a 
[ualche  bambino  quivi  stesso  una  volta  abbandonato  ed 

1  cui  spirito  si  crede  vagante  tuttora? 

»  Altra  apparizione  notturna  presso  la  chiesa  di  S.  Gio- 
anni  in  Modica  è  quella  d'una  lavandaia,  che  per  aver 
lesse  le  mani  sopra  altra  lavandaia  sua  comare,  fu  punita 
a  S.  Giovanni  con  una  morte  improvvisa  mentre  lavava, 
utte  le  notti  ella  recasi  al  sito  ove  fu  trovata  cadavere, 

1  Op.  cit„  p,  53. 


46  CAPITOLO   II. 


principia  a  lavare  e  a  batter  la  tela;  ma  quando  canta 
il  gallo,  sale  sul  tetto  della  chiesa  di  S.  Giovanni  e  si  di- 
legua   (Modica)  \ 

Il  Monaco  della  Scaletta  (feudo  di  famiglia  Ricca  in 
Vittoria)  è  un  personaggio  che  cessò  dal  comparire  spes- 
sissimo negli  anni  scorsi,  e  molti  vecchi  si  ricordano  di 
averlo  veduto.  Non  si  può  sapere  se  appartenga  alla  cate- 
goria degli  spiriti,  o  a  quella  delle  anime  condannate,  mai 
compariva  di  notte  sul  terrazzo  della  Scaletta,  passeg- 
giava lungamente  e  di  mezz'ora  in  mezz'ora  mandava  tre 
urli.  Era  segnale  di  allarme:  cioè  che  le  navi  barbaresche 
si  accostavano  alle  spiagge  degli  Sco^litti,  che  da  Scaletta 
distano  un  chilometro.  Dacché  la  pirateria  cessò,  cessò 
anche  la  scomparsa  di  quello  spirito  benefico. 

Quante  non  son  poi  le  anime  relegate  qua  e  là  in  tutta 
la  Sicilia,  le  quali  in  forma  di  malombre  si  affacciano  uni 
po'  pertutto!  Tra  le  montagne  Cumeta  e  Malanuci  in  vi- 
cinanza di  Piana  de'  Greci,  la  voragine  xoni  è  nido  di 
spiriti,  forse  di  uomini  che  in  tempi  lontani  vi  furono 
precipitati  2.  Nella  Grotta  di  S.  Maurizio  presso  Monreale 
è  lo  spettro  di  un  gran  ribaldo,  il  quale  torna  sempre 
dall'inferno  3.  In  castelvetrono,  nella  contrada  Licata,  è 
una  chiesetta  di  casa  Saporito,  ove  lo  spirito  d'un  ante- 
nato  di  questo  nome  già  avarissimo  in  vita,  tutte  le  nottii 
si  rammarica  e  piagnucola.  Una  certa  donna  una  volta 
ebbe  a  sentirgli  dire  che  per  esser  egli  liberato  occorrevi 

3  Fiabe  e  leggende,  n.  CLIII. 

2  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  IV,  n.  CCXLIV. 

3  II  Prof.  Gius.  Fiorenza  sotto  l'anagramma  di  Eugenio  Prafpetzi 
poetizzò  questa  tradizione  nell'Universo  Illustrato,  an.  (?),  P    292 


LE  ANIME  CONDANNATE  E  GLI  SPIRITI  47 

la  celebrazione  di  cento  messe  e  la  venuta  del  papa  a 
Castelvetrano,  e  in  quella  chiesa  medesima,  pregando  Dio 
per  la  sua  anima  condannata.  Per  le  cento  messe,  vada; 
*\i  eredi  le  farebbero  celebrare;  ma  per  la  venuta  del 
3apa,  è  mai  possibile  —  dice  la  tradizione  —  che  ciò 
ibbia  luogo?    (Montevago). 

Questo  desiderio  di  suffragi  si  fa  sentire  in  molte  anime, 
e  quali  in  sogno  ci  riappariscono,  a  volte  con  una  certa 
nsistenza,  chiedendoci  non  pur  preghiere,  ma  altresì  cibo 
d  acqua,  o  rivelandoci  tesori  nascosti,  e  prenunciandoci 
ose  avvenire. 

A  Capo  Feto,  fediti  e  ributtanti  sono  gli  spiriti  di  un 
ompare  e  di  una  comare  che  offesero  S.  Giovanni  e  rima- 
ero  sotto  un  enorme  macigno  schiacciati  \ 

In  Lipari  al  disotto  della  chiesa  della  Nunziata,  di  glor- 
io nelle  ore  più  calde  di  estate,  è  un  uomo  ravvolto  nel 
uo  tabarro,  che  corre  disperatamente  senza  fermarsi,  sen- 
a  sedersi;  e  di  notte  piena,  sopra  un  cavallo  nero,  coi 
apelli  ritti  sul  capo,  vestito  di  rosso  scarlatto,  butta  fuo- 
o,  fumo  e  faville  dalla  bocca  :  è  l'anima  d'un  famoso  pec- 
atore  di  quella  contrada   (Lipari)  2. 

1  Vedi  v.  II,  p.  258. 
Fiabe,   /Voi;,  e  Race,   n.   CCXXXVI. 


III.  Gli  spiritati. 


Ho  già  detto  che  lo  spirito  s'inghiottisce:  ebbene  <<  W 
spirito  s'inghiottisce   per   subito   raccapriccio,   alla  vista 
d'un  cadavere,  del  sangue  sparso  per  terra,  d'un  mostro 
che  appaja  e  dispaja  come  un  fumo  nell'aria,  e  di  altret- 
tali cose  che  facciano  spavento.  Epperò  quando  si  sba- 
diglia bisogna  fare  tante  croci  colle  dita  innanzi  la  bocca, 
mentre  questa  è  spalancata,  per  non  aspirare  ed  inghiot-' 
tire    uno   spirito,   che  potrebbe   in   tale   istante   trovar* 
pronto   ad  entrare.  Lo  spirito  non  è  sempre  l'anima  | 
un  estinto;  egli  è  bene  spesso  lo  stesso  diavolo  in  persona, 
che  si  diletta  di  entare  nel  corpo  di  questo  o  quello  e  d] 
fermarvi  comodamente  la   sua   sede»1.  Uno   che  ricevi 
una  paurosa  sorpresa  o  un  improvviso  spavento  usa  dire: 
Mi  nni  pigghiai  centu  milia,  cioè:  dalla  paura  che  ebb 
Mi  nni  pigghiai  centu  milia,  cioè:  dalla  paura  che  ebbi 
inghiottii  centomila  spiriti. 

Chi  ha  inghiottiti  questi  spiriti  diviene  issofatto  spir 
datu,  spiritato;  ma  spirdati  sono  anche  creduti  certi  anji 
malati  che  tardano  a  guarire,  o  che  agli  occhi  del  volg 
hanno  dello  strano  e  del  misterioso.  Lo  spirdatu  è  una  cu 

1  Castelli,  Credenze,  p.  18.  Pai.  1878. 


GLI   SPIRITATI  49 

osità,  uno  spettacolo,  un  tema  di  cotidiani  discorsi  per  le 
miari.  Egli  fa,  o  meglio  imita,  il  cane,  il  gatto  e  tutti  i 
aadrupedi  domestici  e  selvaggi.  Parla  speditamente  le 
tte  lingue,  e  secondo  gli  spiriti  benigni  o  maligni  che  ha 
i  corpo,  è  buono  o  cattivo,  gentile  o  villano,  tranquillo 
furioso,  carezzevole  o  manesco  1.  I  più  grandi  spiritati 
>po  tre  giorni  morti  son  vivi  ancora  e  si  muovono,  per- 
le non  hanno  avuto  tempo  di  cacciar  tutti  gli  spiriti 
le  albergavano   (Palermo). 

Per  liberarlo  dagli  spiriti  fa  d'uopo  di  certe  perso- 
t  che  hanno  la  facoltà  di  comandare  gli  spiriti  e  di  co- 
ringerli  ad  uscire  dai  corpi  che  vessano.  Ordinaria- 
ente  si  chiamano  Capurali,  o  capurali  di  li  spirai,  come 
dire  capi,  ed  hanno  in  corpo  degli  spiriti  anch'essi: 
lù  ne  hanno  e  maggiore  è  la  loro  potenza  di  scacciarli  o 
>marli;  potenza  che  si  traduce  nel  numero  degli  spiriti 
>mabili.  Anch'essi  hanno  spiriti  benigni  e  spiriti  mali- 
ii :  e,  in  ragione,  possono  spiegare  la  loro  facoltà: 
lello  su'  benigni,  questo  sui  maligni,  che  son  sempre  in- 
posi  e  terribili.  Ho  conosciuto  più  d'uno  di  questi  esor- 
tatori del  popolo:  ed  uno,  il  più  valente  fra  tutti,  un 

Mentre  rileggo  questo  scritto  la  figlia  di  un  certo  Biagio  giar- 
liere  in  via  Libertà,  n.  44,  una  buona  ragazza  a  17  anni,  trava- 
sa da  tubercolosi  polmonale,  è  presa  per  spirdata  e  viene  cap- 
isamente  sottratta  alle  cure  mediche  e  sottoposta  a  quelle  di  un 
forali.  Essa,  secondo  i  genitori  e  le  comari,  ha  non  so  quanti 
riti  in  corpo;  un  gran  numero  de'  quali  li  ha  già  cacciati;  gliene 
tano  soltanto  due:  uno  virtuoso,  che  parla  in  lingua  napoletana, 
uno  così  così,  che  è  francese  puro  sangue.  Si  prevede  però  che' 
li  ne  abbia  ancora  ad  inghiottire  ed  altre  lingue  a  parlare, 


50  CAPITOLO   III. 

pescatore  nel  cortile  Corrao  al  Borgo,  il  quale  era  cono- 
sciuto col  nome  antonomastieo  di  Capurali,  che,  morendo 
lui,  passò  alla  moglie,  insieme  con  la  facoltà  di  cacciare 
gli  spriiti.  La  Capurala  è  povera  in  canna,  ma  mangia 
e  beve  lautamente  coi  regali  e  le  offerte  delle  donne  che 
vanno  a  consultarla. 

A  volte  questi  capurali  vengono  a  contrasto  tra  loro 
e  fanno  a  vincersi  fun  l'altro  per  forza  di  discussione 
animata  dagli  spiriti  che  li  dominano.  Guai  a  chi,  in  co* 
desti  contrasti,  abbia  da  fare  con  uno  spirito  celebre  sia 
diabolico  sia  celeste  !  Perchè  è  da  sapere  che  non  di  rade 
lo  spirito  di  qualche  famoso  dannato  o  di  qualche  per 
sonaggio  del  vecchio  o  del  nuovo  Testamento  lascia  i 
suo  posto  e  viene  qui  sulla  terra  a  tormentare  qualclu 
povero  disgraziato. 

L'Amico  del  Popolo  di  Palermo  parlò  una  volta  d'un, 
donna  che  portava  quello  della  «  Matri  Sant'Anna  » 
e  raccontò  di  un  fornaio  e  di  un  mugnaio  (e  ne  di- 
nomi  e  cognomi),  spiritati  e  capi  di  spiriti  entrambi 
i  quali  nella  contrada  Piano  de'  Porcelli,  nella  fest 
della  Madonna  di  Libera-inferni,  giorno  particolare  de 
gli  spiritati  tra  noi,  vennero  a  gara  (a  riatta)  di  supc 
riorità  negli  spiriti.  L'uno  gli  avea  benigni  e  parlav 
inglese;  l'altro,  che  li  avea  maligni,  si  contorceva,  mai 
dava  suoni  inarticolati  e  schiuma  e  bava  dalla  bocci! 
finche  cadde  svenuto  in  mezzo  al  plauso  delle  gen 
accorsa  allo  spettacolo  1. 

Ricordo  un  falegname  che  non   avea   chi   gli   potes 

1  Anno  XVIII,  n.  329.  Pai.  26  nov.  1877. 


GLI    SPIRITATI  51 

tare  a  fronte  perchè  possedea  lo  spirito  di  Mosè,  ed 
n  interprete  popolare  (catraju)  quello  di  Carloma- 
qo.  Nel  cortile  Corrao  in  via  Collegio  di  Maria  al  Borgo, 
l  citato  Capurali  condussero  una  volta  in  un  carro  una 
overa  donna  che  bestemmiava  come  un  turco  perchè 
rea  nello  stomaco  uno  spirito  sconosciuto,  che  però  si 
ice  va  parente  strettissimo  di  Lucifero.  Nel  cortile  Ca- 
spa nella  medesima  via  la  figlia  d'un  pescatore  posse- 
eva  gli  spiriti  di  Nnoccu  ed  Alia  (Enoch  ed  Elia),  i 
aali,  conversando  entrambi  tra  loro,  le  mettevano  in 
t>cca  parole  strane  e  sconclusionate. 

Durante  le  novene  delle  grandi  feste  annuali  (Natale, 
asqua,  Corpus  Domini,  Immacolata)  i  caporali  non 
escono  mai  a  liguri  gli  spiriti,  perchè  allora  in  po- 
nza sono  inferiori  a  quelli.  È  tutta  questione  di  spi- 
ti cchiù  suprajuri  e  menu  suprajuri,  ed  il  cchiù  supra- 
ri  vince  in  quei  giorni  il  menu  suprajuri,  che  è  il  ca- 
brale \ 

I  mezzi  più  comuni  coi  quali  si  sarcizzìa  (esorcizza) 
fi  invasati  sono:  1°  certe  orazioni  espulsive;  2°  la  lega- 
ra   di  un  fazzoletto  bianco   al  braccio   del  sofferente; 

la  tirata  de'  capelli  di  lui,  tanto  più  forte  quanto  più 
(ostinano  gli  spiriti  a  non  lasciarlo  libero. 
'Quando   alla   prima   seduta   la   desiderata   liberazione 
•n   si  compie,  si  torna  all'opera  più  volte.  E   tuttavia 

Tra'  miei  appunti  trovo  questo:  15  die.  1872,  questa  notte  pas- 
ta uno  spirdatu  fu  condotto  per  essere  sarcizziatu  (esorcizzato) 
j  Capurali  della  via  Lunga  al  Capo  (Palermo)  ;  questo  ha  ri- 
luto che,  secondo  la  legge  di  Dio,  fino  al  giorno  di  Natale  non 
j:rà  far  nulla.  Cfr.  Spettacoli  e  Feste,  p.  455. 


52  CAPITOLO   III. 


neanche  queste  ripetute  esorcizzazioni  approdano  talora; 
e  quindi  si  ricorre  a  mezzi  più  energeci:  come  il  chiu- 
der la   stanza   dello  spirdatu,   il  gettare   dell'incenso  i 
un  braciere  acceso,  il  legare  l'ammalato,  e  menandog 
pugni  sul  ventre  invocar  ad  ogni  pugno  il  nome  d'u 
Santo  protettore.  Questo  trattamento  si  ripete  a  periodi 
con  aggiunta  di  legnate,  ceffate  e  da  ultimo  con  la  salita 
del  caporale  sul  petto  del  paziente.  Da  un  processo  di- 
battuto  il  28  e  il  29  ottobre  1886  alle  Assise  di  Palermo 
risultò  che  un  Ciro  Spedalieri,  contadino  di  Mezzojus 
creduto  in  preda  a  spiriti  maligni  mentre  era  travagliate 
da  un  fiero  dolor  di  denti,  soccombette  a'  colpi  d'un  altre 
contadino,  Andrea   Gebbia,   alias  Scaccia,  famoso   della 
contrada.  La  corte  d'Assise  fece  giustizia,  ma  il  vicinate 
rimase   scandalizzato   di   un   processo   nel   quale   non   a- 
seppe  capire  che  se  lo  spiritato  morì,  la  colpa  non  fi 
del  Caporale,  che  era  un  abilissimo  mago,  bensì  delle 
spirito  che  era  de'  più  forti  e  potenti  di  questo  mondo 
A  buoni   conti   —   diecevano   —   che   cosa   si   può   fare 
quando  c'è  uno  cchiù  suprajuri  di  noi? 

Ma  se  vi  sono  de'  caporali  degli  spiriti,  vi  sono  anc 
de'  Santi  a'  quali  accorrono  ab  antico  gli  spiritati 
tutta  la  Sicilia:  e  tra  essi  S.  Filippo  detto  il  nero,  I 
Agira  o  Agirò  e  in  Calatabiano,  la  Madonna  in  Tra 
pani,  S.  Vito  in  Castellamare,  Sant'Agrippina  in  Mine( 
il  Salvatore  in  Messina,  S.  Maria  di  Araceli  nella  Terr 
di  S.  Marco.  Giulio  Filoteo  degli  Omodei  nel  1557  ra< 
conta  di  una  sua  visita  in  Agira  l'anno  1538  per  la  fes 
di  S.  Filippo,  che  ricorre  il  12  maggio  di  ogni  ann 
«Quivi,  egli   dice,  sono  infiniti   li  miracoli,  che  p 


litui 

.eh 

i  d 


GLI    SPIRITATI  53 

virtù  delle  reliquie  di  questo  glorioso  Santo  ogni  anno 
uella  vigilia  della  sua  festa  si  fanno  contro  li  spiritati, 
dove  a  centinaia  se  ne  vedono  venire  da  diversi  luoghi, 
3  ne  ricevono  la  liberazione  con  gran  stupore  d'ognuno: 
dove  ancor  io  attesto  di  aver  veduto  ocularmente  e  con 
le  mie  proprie  orecchie  inteso,  circa  l'anno  1538,  di  un 
contadino  chiamato  Martino,  il  quale  era  venuto  con 
ne  da  Catania  a  questa  festa,  far  cose  stupende,  le  quali 
ni  par  bene  quivi  narrare. 

«  Egli  era  un  lavoratore,  il  quale  si  pose  in  mia  com- 
pagnia appresso  il  fiume  della  Giarretta  per  venire  in 
niesta  terra,  come  diceva,  per  ritrovare  un  certo  suo 
lebitore,  al  quale  aveva  venduti  alcuni  bovi,  per  averne 
1  prezzo,  che  gli  aveva  promesso  quivi  pagarglielo;  e 
nolto  nella  strada  si  dimostrava  cortese,  non  mi  si  sco- 
tando  quasi  mai  dalla  strada.  Finalmente  arrivati  nella 
erra,  lo  menai  meco  al  mio  alloggiamento  in  casa  di 
terti  miei  amici.  Il  giorno  seguente  poi,  avendo  egli 
itrovato  il  suo  debitore  ed  avuti  li  suoi  denari,  mi  ve- 
uva  appresso  nella  festa,  la  quale  era  quel  giorno.  Av- 
enne  che  vi  era  una  gentildonna  spiritata,  la  quale 
aceva  grandissime  cose;  ed  in  questo  uscendo  l'immagine 

Ìel  Santo  (il  quale  con  grandissima  riverenza  si  porta 
a  tutta  la  chierisia  fuori  della  chiesa),  si  fermò,  voci- 
tarando  mirabilmente  dicendo:  Il  Moro  (intendendosi 
n  S.  Filippo)  mi  caccia;  il  Moro  mi  caccia.  Aiutatemi, 
ompagni  miei,  aiutatemi.  Il  che  detto,  cascò  giù  morta. 
I  subito  questo  contadino,  che  mi  stava  da  presso,  co- 
minciò a  gridare  mirabilmente,  stracciandosi  li  panni 
ddosso,  torcendo  la  bocca  e  gli  occhi.  Laonde  io  subito 


54  CAPITOLO    III. 

lo  feci  prendere  da  certi  miei  amici  e  tener  forte.  E  di 

mandandolo  che  si  sentisse,  cominciò  a  parlar  meco  la 

linamente,  come  se  fosse  stato  un  gran  filosofo.  E  subit< 

accorsovi  un  reverendo  padre  teologo,  chiamato  maestà 

Antonio  da  Napoli,  dell'ordine  di  S.  Francesco  de'  Mi 

nori,   e    cominciando    a    stringerlo    con    molte    orazioni 

parlando   il   contadino   in  lingua   latina,   gli   diceva   eh 

stava   bene,   e    che   non    sentiva    l'affanno,    quale    avew 

sentito  nel  corpo  di  quella  donna,  che  già  era  un  mes 

che  era  morta,  e  che  non  voleva  partirsi.  E  subito  ce 

minciò   a   parlare   in   lingua   greca   perfettamente:    e   ( 

trattenne  quasi  tutto  quel  giorno  in  tanto  affanno,  eh! 

io,  per  essersi  accompagnato  meco,  certamente  ne  sentiv 

un  gran  fastidio.   Alla  fine,   essendo   22   ore   del  giorni 

in  circa,  mentre  il  simulacro  del  glorioso  Santo  era  r 

portato   verso   la   chiesa,   costui,   dicendo   ad   alta  vocei 

Ecce  hostis  adest.  Sed  quid  nobis?  Ne  timeatis,  obsecrr 

sodales.  Ecce  tempus  nobis  opitulatur;  cosi  dicendo,  il 

ceva  gran  forza  per  uscirci  dalle  mani.  E   camminane] 

alquanto  più  avanti,  cominciò  di  nuovo  a  dire  in  lingu 

latina  (perciocché  mai  parlò  volgarmente):  Oimè.  oim 

non  posso  più  resistere.  Per  le  quali  parole  quel  pad] 

astringendolo    con    molti   esorcismi,    gli    comandava    ci 

uscisse,  E  subito  si  vide  nella  gola  di  Martino  un  gn 

gonfiamento;  e   subito,  parendo  che  si  soffocasse,  sbad 

gliando  assaissimo,  usci  dalla  sua  bocca  un  vento  gra 

dissimo    molto    caldo,    che    ci    diede    molta    molestia, 

restò   Martino    libero   e    salvo,    rendendo    somme    graz 

al  Signore  Iddio  di  cotanto  beneficio  ricevuto;  e  giai 

mai  non  si  partì  dal  mio  lato  sin  che  sano  e  salvo  riton 


GLI    SPIRITATI  55 

dia  sua  patria:  cosa  veramente  miracolosa  e  stupenda, 
legna  di  eterna  memoria  »  1. 

Rincarando  la  dose  delle  notizie,  lo  storico  Fazello 
•acconta  fatti  straordinari,  che,  non  ostante  la  loro  ec- 
cessiva lunghezza,  non  vo'  astenermi  dal  riportare  nella 
arsione  di  Remigio  Fiorentino.  Il  lettore  me  ne  perdoni, 
}  dove  la  citazione  gli  sembri  troppa,  la  lasci  senz'altro. 
,  «  In  questo  tal  giorno  solenne  (XII  maggio)  quel  Santo 
>er  virtù  di  Cristo  fa  molti  miracoli,  ma  particolarmente 
nostra  la  sua  virtù  ne  gli  indemoniati,  i  quali  miracoli, 
>er  essere  degni  non  solamente  di  meraviglia,  ma  perchè 
incora  non  son  creduti  da  molti  huomini  queste  cose  de 
;li  spiritati,  però  egli  non  mi  par  fuori  di  proposito  ragio- 
lar  qui  alquanto  di  tali  indemoniati  e  cominciare  un  poco 
la  lontano,  e  da  principij  più  alti. 

«  La  medesima  fede  Christiana  conferma,  che  molti  huo- 
nini  son  tormentati,  et  agitati  da  loro,  i  quali  son  chia- 
tiati  da'  nostri  Teologi  indemoniati,  e  volgarmente  son 
letti  spiritati.  In  questi  huomini  così  oppressi  dal  diavolo, 
i  vede  questo  di  maraviglioso  e  stupendo,  che  le  donne 
[iialche  volta,  e  i  contadini  e  gli  ignoranti,  favellano  in 
ingua  greca  et  in  lìngua  latina  maravigliosamente,  e  par- 
ano delle  cose  naturali  e  sopranaturali,  non  men  con 
jottrina  che  con  eleganza,  e  sogliono  anco  spesso  rivelare 
secreti  dell'animo  altrui,  il  che  è  più  maraviglioso,  et  io 
Attore  n'ho  fatto  più  volte  l'esperienza.  Ma  non  si  posson 
onoscere  questi  spiritati,  se  non  per  certi  segni,  che  ven- 
ono   nel   corpo,   che    da    chi    attende    alla   cognition    di 

1  Op.  cit.,  1.  HI,  p.  339-344. 


56  CAPITOLO    III. 

questo,  son  chiamate  conietture.  Una  gran  moltitudin 
adunque  di  questi  oppressi,  vengono  ogni  anno  per  1 
festa  di  S.  Filippo  a  questa  Chiesa  per  guarire,  peroch 
in  Sicilia  è  gran  moltidine  d'indemoniati,  i  quali  noi] 
si  parton  mai,  o  poche  volte,  che  non  sieno  liberati  di 
questo  Santo.  Onde  avviene,  che  quasi  tutta  la  Sicili 
vi  concorre,  chi  per  vedere  cosifatti  spettacoli,  e  chi 
per  haver  qualche  gratia  dal  detto  Santo. 

Essendo  Fanno  MDXLI  in  Agira,  nel  giorno  che 
fa  la  festa  di  San  Filippo,  dove  io  era  andata  con  mol 
altri  per  divotione,  ritrovai  che  vi  erano  state  condott 
quasi  duecento  femine  spiritate.  Et  era  cosa  marav 
gliosa  à  vedere  come  elle,  non  da  per  lor  medesim 
ma  spinte  dal  Demonio,  facevano  mille  pazzie  col  mar 
dar  fuori  voci  e  stridi  più  che  humani  et  horribilissim 
e  come  senza  vergogna  alcuna  gettavan  via  i  pann 
si  scapigliavano,  diruginavano  i  denti,  torcevano  la  bocc 
e  gli  occhi,  buttavan  fuori  schiuma  per  la  bocca 
zavan  con  gran  forza  le  braccia  e  tutto  il  corpo  in  alt 
ingrossavano  la  lingua,  la  gola  e  le  vene  della  goli 
e  mostravano  finalmente  in  tutta  la  persona  un  furoi 
inaudito,  e  grandissimo.  Ascoltai  alcune,  che  parlavan 
in  lingua  greca,  alcune  in  lingua  latina  et  alcune  pri 
nuntiavano  perfettamente  la  favella  saracina,  et  era 
lor  parlare  tanto  pulito  e  delicato,  che  non  si  sari 
forse  potuto  sentir  tale  in  coloro,  che  havessero  consi 
mato  gran  tempo  in  apparar  quelle  lingue.  Ma  quel  ch'ei 
più  da  far  stupire  le  persone,  era  che  elle  rivelavano 
secreti  dell'animo,  e  quelle  cose,  che  l'huomo  sapea,  ci 
non  erari  sapute  da  altri,  che  da  lui  medesimo,  il 


GLI    SPIRITATI  57 

fu  cosa  più  maravigliosa;  e  sì  come  dirà  da  poi,  ve  ne 
fu  una,  che  diceva  in  su  '1  viso,  e  rinfacciava  pubbli- 
camente tutti  i  peccati  a  coloro  che  gli  avevan  fatti. 
Me  le  cose,  che  furon  fatte  in  pubblico  da  queste  spi- 
!  ritate  mentre  che  s'andava  in  processione  con  la  idi- 
j  quia  di  San  Filippo,  son  molto  più  maravigliose  di  quelle 
che  si  son  dette.  Perchè  la  notte,  ch'andò  innanzi  al  dì 
della  festa,  queste  spiritate  si  stettero  in  chiesa  all'aitar 
maggiore,  insieme  con  coloro  che  le  guardavano,  senza 
mostrare  un  minimo  segno  del  lor  male,  e  stettero  come 
s'elle  fussero  sanissime,  aspettando  che  si  cavasse  fuori 
la  reliquia  di  San  Filippo,  ch'era  nella  sagrestia  quivi 
vicina,  dove  era  un  grandissimo  popolo,  et  io  autore 
ancora  mi  ritrovava  presente.  La  mattina  poi,  essendosi 
aperta  la  porta  della  sagrestia,  o  della  Tomba,  e  ca- 
vata fuori  la  Reliquia  di  detto  Santo,  subito  ch'ella  fu 
veduta  dalle  spiritate,  cominciarono  a  temere  e  tremare, 
non  altramente,  che  se  fusse  stato  lor  presente  un  ni- 
mico per  toglier  loro  la  vita,  cominciarono  a  mandar 
fuori  stranissime  voci,  stracciarsi  i  panni,  e  svegliersi 
i  capelli  e  rotte  le  funi  con  ch'erano  strettamente  legate, 
cominciarono  alcune  a  fuggir  dalle  mani  di  quelli  che 
le  tenevano  e  gridavano  sì  horribilmente,  e  facevan  tanti 
romori  e  spaventevoli  strepiti,  che  dentro  alla  Chiesa, 
e  fuori  nella  vicina  campagna  pareva,  ch'ei  si  facesse 
un'asprissima  e  crudelissima  battaglia.  Allhora,  alla  pre- 
senza di  tutto  il  popoplo  fu  liberata  una  certa  donna 
Ragusana,  essendosi  veduto  di  tale  liberatione  un  ma- 
nifestissimo segno.  Perchè  sopra  l'altare,  che  è  da  man 
sinistra,  era  appiccato  un  candelabro  o  ver  lumiera  di 


58  CAPITOLO    TU. 

bronzo,  piena  di  lampade  e  candele,  et  era  alto  da  terra 
poco  men   d'otto   braccia;   et  in  quell'istesso  ponto  che 
la    donna    fu    liberata,    il    detto    candelabro,    senza    che 
alcuno   lo  movesse,   che   fosse   veduto   da  noi,   cominciò 
a  girare,  non  altramente,  che  si  giri  una  ruota  di  molino, 
e  si  roppono  le  lampade  e  si  spensero  i  lumi,  il  che  fu 
cosa  maravigliosa   a   vedere.   Io   vorrei,   che   quelli,   che 
fanno    professione    di    filosofia,    e    vogliono,    che    questi 
furori   sieno   cagionati  da   humori   maninconici,   mi   di- 
cessero  d'onde   nasceva   quel   moto   di   quel   candelabro. 
Ecco   qui  la   cosa  mobile,  ecco   qui   il   moto   manifesto, 
ma  dove  è  il  motore?  Era  l'humor  maninconico  di  tanta 
forza,  ch'ei  potesse  muover  non  solamente  il  corpo  nel 
quale  egli  era,  ma  potesse  muover  ancora  un  corpo  lon- 
tano  et   inanimato?    Queste    cose   son   lontanissime   da' 
principii   della  filosofia,   e   chi   affermasse   per  vere,   sa- 
rebbe uccellato.   Laonde,  e'  bisogna  credere  e  dire,  che 
quel  candelabro  fusse  mosso  da  una   sustanza  e  natura 
separata,  come  sono  i  Demonii,  sì  come  si  tiene  da'  cat- 
tòlici et  anche   è   confessato   dai  filosofi.  Ma  ritorniamo 
alla  solennità  et  alla  processione.  Gli  huomini  adunque, 
che,  o  per  sacerclotio  overo  per  altra  dignità,  erano  in 
qualche  grado,  venivano  in  processione   ordinariamente 
inanzi  all'immagine  di  San  Filippo,  la  quale  è  alquanto 
negra  et  alquanto  horribile  a  guardarla,  a  cui  venivan 
dietro  mescolatamente  huomini   e   donne,  e   gran   quan- 
tità di  popolo,  con  incensi  e  con  lumi  accesi  in  mano, 
et  essendo  arrivata  l'immagine  all'altare,  ch'era  nel  mezo 
della  Chiesa,  una  donna  Leontina,  la  quale  era  imbrac- 
cio a  un  sacerdote,  et  era  già  molti  anni,  ch'ella  era  spiri- 


GLI   SPIRITATI  59 

tata,  voltatasi  all'altre  spiritate,  e  fatto  cenno  con  le  mani, 
disse  gridando:  State  di  buona  voglia,  e  non  sia  alcuno 
di  voi,  che  si  parta,  perchè  questo  giorno  tosto  man- 
cherà, e  presto  si  farà  sera.  Udendo  io  queste  parole, 
mi  maravigliai  grandemente,  perchè  io  conobbi  per  le 
sue  parole,  che  quel  Diavolo,  ch'ella  haveva  adosso, 
era  il  Capo  e  '1  Principe  di  tutti  gli  altri.  Il  che  si  po- 
tette anche  conoscere  all'audacia,  al  viso,  et  all'autorità, 
ch'ei  mostrava  d'havere  in  comandare  agli  altri,  e  ne 
feci  accorti  certi  Gentilhuomini  di  Catania  che  m'erano 
appresso.  E  finalmente  si  vide,  che  questo  era  vero. 
Perochè  essendo  portata  col  medesimo  ordine  di  proces- 
sione la  detta  Reliquia  per  fin  alle  porte  della  Chiesa, 
questa  medesima  donna,  essendo  in  un  luogo  alquanto 
rilevato,  cioè  nel  ultimo  scaglione  o  grado  più  alto 
della  Chiesa,  voltatasi  di  nuovo  all'altre  spiritate,  che 
l'erano  soggette,  disse  in  lingua  volgare:  Non  habbiate 
paura,  non  vi  sbigottite,  ei  si  fa  già  sera  e  questo  giorno 
che  n'è  tanto  molesto,  di  già  comincia  a  mancare,  però 
state  fermi.  Non  sia  alcuno  di  voi,  che  si  parta,  non 
habiate  pensiero,  sopportate  un  poco  che  si  fa  sera.  A 
cui  rispose  una  di  quelle  spiritate:  Io  son  costretto  a 
partirmi,  e  sento  che  mi  è  fatto  una  gran  forza.  Ma 
quell'altra  rispose  come  Principe:  Dove  sono  le  tue  forze? 
Sta  di  buon  animo  e'  si  fa  notte.  Et  ella  rispose  un'altra 
volta:  Io  son  costretto  a  uscire:  o  che  tormenti,  o  che 
supplici  son  questi  ch'io  sopporto.  Et  havendo  a  pena 
finite  queste  parole,  sforzato  quel  Diavolo  dalla  virtù 
di  San  Filippo,  avendo  fatto  prima  un  grandissimo  fre- 
mito, uscì  da  dosso  a  quella  donna,  la  qual  subito  diventò 


60  CAPITOLO   III. 

mansuetissima,  benché  prima   fosse  molto  feroce  e  ter 
ribile.  Ma  quel  diavolo,  che  uscì  da  dosso  a  questa  donna, 
subito  entrò  adosso  a  un  servitore,  che  stava  attentamente 
a    guardarla,   e    noi   vedemmo    questo    e   ne    pigliammo 
grandissima    ammiratione.   Perchè   egli    subito    cominciò 
ad  urlare,  e  mandar  fuori  gemiti,   digrugginar  i   denti, 
e   con   ardenti  e   sanguigni   occhi   guardando,   far   mille 
pazzie.  Il  che  vedendo  il  suo  padrone,  ch'era  d'Alicata, 
montò  in  grandissima  collera,  e  disse:  O  Santo  Diavolo! 
il  qual  modo  di  parlare  è  molto  familiare  a'  Siciliani,  et 
lo  disse,  perchè  gli  pareva  haver  perduto  un  servo,  che 
gli  era   costato   cento   scudi   d'oro.   Questo   miracolo   fu 
manifestissimo  indizio  di  quella  verità,  che  noi  diciamo. 
Perchè   se    colui,    ch'era    sano    di    cervello   e    di   mente, 
non  fusse   diventato   così  in   un  subito  furioso  et  inde- 
moniato,  ei   non   si   saria   potuto   dare    ad   intendere   al 
popolo,   ch'era   presente,    che   quello    spirito    fusse    quel 
ch'era  uscito   d'adosso   a   quella   donna.   Ma   poco   dopo 
essendo   stato   condotto   questo   medesimo   servo   all'alta- 
re,    rihebbe    la    pristina    sanità    senza    fatica    alcuna.    Io 
vorrei   sentir  qui   ciò   che   direbbon   coloro,   che   negano 
i  Demonii,  e  vorrei  saper  da   loro  e   che  mi   dicessero, 
se   l'humor  maninconico   può   passar   d'un   corpo   in   un 
altro.    Queste    son    tutte    parole    et    opinioni    ridicolose, 
e  lontanissime  dalla  ragione;  a  cui  sono  appoggiati  tut- 
ti  i    principij    della    filosofia,   Ma    s'io   volessi   racconta- 
re tutti  i   miracoli   di   San  Filippo   ch'io  viddi   in   quel 
giorno,  il  giorno  mi  mancherebbe  et  io  trapasserei  i  ter- 
mini di  quella  brevità  d'historia,  ch'io  mi  son  proposta 
Eran    quivi    tra    l'altre    sessanta    fanciulle    Ciramesi,    le 


GLI    SPIRITATI  61 

quali  le  quali  tutte  in  una  medesima  notte  et  in  una 
medesima  hora  spiritorno,  mentre  stavano  insieme  à 
scherzar  nella  strada.  Le  quali,  e  tutte  quante  l'altre, 
ch'erano  venute  a  questa  solennità,  furono  liberate,  e 
noi  ne  possiamo  far  fede,  che  lo  vedemmo.  Solamente 
quella  Leontina  non  hebbe  la  gratia,  la  quale  essendo 
passata  la  festa,  come  vittoriosa  n'andava  tutta  altiera, 
et  insolentemente  allegra.  Ma  essendo  ella  poi  condotta 
alla  sagrestia,  e  circondata  intorno  intorno  da  molte 
persone  nobili,  et  honorate,  per  le  cose  grandi,  ch'ella 
diceva,  e  faceva,  ella  fece  una  cosa  meravigliosa,  et 
inaudita,  e  fu  questo.  Ritrovandosi  quivi  d'intorno  a 
questa  donna  molti  sacerdoti,  che  con  esorcismi  et  o- 
rationi  si  sforzarono  di  cacciarle  da  dosso  quello  spi- 
rito, e  riuscendo  ogni  lor  fatica  vana,  un  gentilhuomo 
di  Catania  diede  a  uno  di  quei  sacerdoti  nascostamente 
un  mazo  di  viole,  ch'avean  toccato  le  reliquie  di  San- 
t'Agata, divota  et  avocata  di  Catania,  le  quali  erano 
rivolte  in  un  poco  di  carta,  et  il  Sacerdote  senza  dir 
altro,  subito  gli  mise  in  seno,  pensandosi,  che  per  virtù 
di  quella  santa  si  dovesse  far  qualche  buona  operazione. 
Ma  ella,  havendo  odorato  più  volte  quelle  viole,  final- 
mente uccellandoci,  ne  disse  queste  parole  con  chiaris- 
sima voce:  Quel  servo  nero  (accennando  San  Filippo) 
non  ha  potuto  cacciarmi  di  qui,  e  credete,  che  que- 
sta donna  (accennando  Sant'Agata)  sia  bastante  a  cac- 
ciarmene? Questo  non  sarà  mai  vero.  Con  queste  a- 
dunque,  e  con  molte  altre  cose  e  segni,  quella  donna 
Leontina  di  cui  s'ha  fatto  mentione,  ne  mostrò  chia- 
ramente   d'esser    posseduta,    et    agitata    dal    demonio,    e 


62  CAPITOLO   III. 

non  perturbata  dall'humor  maninconico.  Ma  io  non  vo- 
glio mancare  d'aggiungere  appresso  questo  fatto  alle  co- 
se predette,  il  che  non  è  forse  men  degno  di  maraviglia 
e  stupore  che  si  sieno  stati  gli  effetti,  ed  è  che  un  certo 
Giovan  Paolo  Dal  Monte,  Palermitano,  che  faceva  il 
mestier  del  cornerò,  haveva  la  moglie,  ch'era  stata  già 
spiritata  da  molti  anni.  E  conducendola  egli  in  questo 
medesimo  anno  a  questa  festa  di  San  Filippo,  fu  am- 
monito più  volte  dal  diavolo  per  viaggio,  che  non 
ve  la  menasse,  con  queste  parole:  Non  mi  menare  ad 
Agira,  perchè  io  ti  lascerò  morta  la  tua  moglie  nella 
strada.  Io  narro  una  cosa  inaudita,  ma  vera;  perchè 
non  erano  lontani  da  Agira  un  miglio,  che  partendosi 
il  diavolo  con  grandissime  strida,  et  horribilissime  voci, 
lasciò  il  corpo  della  donna  in  terra  morto  e  puzzolen- 
te, il  qual  non  potendo  esser  portato  troppo  da  lontano, 
per  fetore,  bisognò  seppellirlo  da  quivi  a  poco  *  ». 

Ecco  quello  che  avveniva  in  Calatabiano  per  la  me- 
desima festa  di  S.  Filippu  'u  niuru,  come  lo  chiama 
sempre  il  popolino: 

«  S.  Filippo,  patrono  e  protettore  di  quella  popola- 
zione, aveva  la  facoltà  di  sprigionare  i  demoni  dal 
corpo  degli  ossessi;  onde  nel  giorno  della  sua  festa  tutti 
coloro  che  credevansi  invasi  dal  demonio,  venivano  con- 
dotti nella  chiesa  di  Calatabiano  e  quivi  si  davano  a 
far  mille  pazzie,  a  gridare,  a  bestemmiare,  a  dire  le 
più  ributtanti  laidezze;  mentre  i  parenti  o  gli  amici 
che  li  avean   condotti,  li  punzecchiavano,  li   maltratta- 

1  Fazello,  op  cit.,  dee.  I,  1.  X,  e.  II. 


GLI    SPIRITATI  63 

vano  violentemente,  dicendo  loro:  Grida:  Viva  S.  Fi- 
lippi*! Viva  S.  Filippu!  e  quando  l'ossesso  metteva  quel 
grido,  il  diavolo  se  n'era  uscito,  e  la  folla,  invasa  di 
sacro  entusiasmo,  ripeteva  a  più  non  posso  quel  grido, 
che  si  ripercuoteva  fuori,  nelle  vie,  nelle  campagne,  da 
per  tutto. 

«Non  di  rado  questo  miracolo  ripugnante,  veniva 
dato  da  fanciulle,  da  giovinette  denudate  dal  collo  ai 
fianchi,  dalle  quali  si  sentivan  pronunziare  parole  che 
non  direbbero  le  donne  perdute  x  ». 

«  Ha  più  di  cento  anni  —  scrivea  nel  1718  l'Alberti 
—  che  si  conducevano  nella  chiesa  d'Araceli  in  S.  Marco 
(nella  provincia  di  Messina)  molti  poveri  spiritati,  e  ve- 
nivano anche  di  lontano,  per  impetrare  dalla  Ss.  Ver- 
dine d'Araceli  la  liberazione  desiderata.  Il  riuscimento 
sempre  era  infelice  a  que'  perversi  spiriti,  perchè  l'in- 
'erno  perdeva  tutta  la  forza  di  resistere  a  quell'altare 
celeste.  In  somma  tante  furono  le  sperienze  in  questo 
genere  felici,  che  i  sacerdoti,  in  capitare  colà  quale  si 
fosse  invaso,  subito  costrignevano  i  mali  spiriti  a  la- 
sciar libero  quel  misero  corpo,  in  virtù  della  Vergine 
l'Araceli,  e  delle  suddette  Reliquie,  rimproverando  la 
/iltà,  e  la  paura,  che  ne  hanno  avuta  gli  altri  spiriti  lor 
Compagni;  mentre  qui  al  primo  esorcismo  se  ne  fug- 
gono scornacchiati,  e  beffati.  Una  di  queste  volte  ri- 
pose per  gli  altri  suoi  compagni  un  demonio,  e  disse: 
<  Sì,  anche  noi  ci  partiamo  di  qua,  senza  potervi  fare 
iimora,   perchè   questa   Terra   non   è   luogo   da   potervi 

1  Seb.  Salomone,  op.  cit.,  v.  II,  p.  IIMV-V  pp.  232, 


64  CAPITOLO   III. 

noi  far  nulla,  stante  la   gran  potenza  che  vi  è  in  que- 
sta chiesa  r  ». 

Grande  egualmente  è  il  numero  degli  spiritati  e  delle 
ossesse  2  che  si  conducono  per  la  festa  della  Madonna 
a  Trapani,  ai  quali,  allo  scoprir  che  si  fa  la  immagine 
sacra,  si  ordina  dai  Caporali  di  gridare:  Viva  'a  Bedda 
Mairi  'i  Trapani!  ciò  che  essi  non  possono  o  non  vo- 
gliono. —  Viva  'a  Bedda  Matri  'i  Trapani!  e  si  tirano 
loro  i  capelli  per  forzarli  a  gridare.  Nell'aspettare  che 
fanno  s'infervorano  e  imbestialiscono,  e  qui  urla,  ur 
toni,  tra'  quali  chi  riesce  a  dir  quelle  parole,  è  già 
guarito;  ma  in  quel  momento  gli  astanti  si  serrano  la 
bocca,  non  parlano,  non  fiatano  per  timore  che  lo  spi- 
rito uscito  dallo  indemoniato  entri  in  loro;  solo  acco- 
stano alle  labbra  una  medaglina  (cunetta)  o  un  rosa- 
rio o  un  abitino  senza  peraltro  muoverle  (Trapani)  3. 
Ottenuta  la  grazia  si  spegne  la  lampada  della  Madonna. 

Un'ultima  citazione  e  basta. 

Al  monastero  e  chiesa  del  Salvatore  in  Messina  vanno 
gli  spiritati,  e  si  presentano  alla  cappella  della  Madonna. 
Il  prete  li  esorcizza,  e  lo  spirito  esce  portando  via  la 
scarpa  del  sofferente,  perchè  esce  appunto  dal  piede. 
Il  prete  chiede  innanzi  tutto  allo  spirito  donde  debba 
farsi   strada,   e   se   quello   dice:    Per   gli   occhi   o   per   la 


1  Meraviglie  di  Dio,  par.  I,  p.  73. 

2  Lib.  Ili,  p.  339. 

1  Si  legga  quel  che  più  distesamente  ne  scrissi  io  ne'  miei  Spet- 
tacoli e  Feste,  pp.  361-362  e  meglio  quel  che  ne  disse  il  pio  sacerdote 
e  dotto  scrittore  can.  F.  Mondello,  Spettacoli  e  Feste  pop,  in  Tra 
pani,  p.   54.   Trapani,   1882. 


GLI    SPIRITATI  65 

>occa  il  prete  si  oppone,  non  trovando  conveninente 
[uesti  sbocchi;  e  però  con  le  belle  maniere  in  principio, 
:  con  manifestazioni  di  sdegno  poi,  l'obbliga  ad  uscire 
lai  piede,  perchè  davvero,  uscendo  dalla  bocca  o  dagli 
•echi,  l'ossesso,  secondo  la  credenza  mensinese,  muore. 

Alcuni  di  questi  spiritati  poi  guariscono  adagiati  che 
aranno  sulla  bara  di  S.  Placido  (Messina).  Nel  secolo 
corso  bastava  la  croce  di  S.  Turibio  (  ?  )  o  quella  della 
nquisizione  perchè  gli  spiriti  andassero  via;  ed  il  Vii- 
abianca  ci  conservò  la  frase:  La  cruci  di  S.  Turibiu  e 
li  lu  Sant'Offìziu  mi  libbira  di  li  spiridi! 

Anche  oggi,  come  esclamazione  d'ira,  di  sdegno,  Ai 
increscimento  si  dice:  Spirdi  e  diavoli!  e  come  dele- 
gazione: Spirdi  e  mènnuli  virdi! 


IV.  I  Morti  e  la  Vecchia  Strina. 


Chi  non  è  stato  in  Sicilia  e  non  ha  dimestichezza  col! 
nostro  popolo,  non  può  avere  un'idea  esatta  degli  es- 
seri spirituali  che  vanno  sotto  questo  nome  di  Morti. 

I  Morti  (sempre  plurale  e  non  mai  singolare  nel  senso 
di  questo  capitolo)  sono  le  anime  dei  nostri  congiunti 
più  cari,  i  quali  una  volta  l'anno,  la  notte  dell'I  al  2 
novembre,  escono  dalle  sepolture  e  vengono  a  rallegra- 
re i  nostri  figlioletti  lasciando  loro  ogni  più  bella  cosa 
secondo  i  gusti  e  i  desideri  de'  fanciulli. 

Che  differenza  tra  questi  morti  benefici  e  carezze- 
voli ed  i  morti  insidiosi  del  capitolo  II! 

I  morti  escono  dai  cimiteri  ed  entrano  in  città.  Sic- 
come i  npassato  i  cimiteri  erano  per  lo  più  entro  i  con- 
venti de'  Cappuccini,  così  i  Morti  sogliono  partire  da 
quei  conventi.  In  Cianciana  però  escono  dal  convento 
di  S.  Antonio  de'  Riformati,  attraversano  la  piazza  e 
arrivano  al  Calvario;  quivi,  fatta  una  loro  preghiera  al 
Crocifisso,  scendono  per  la  via  del  Carmelo.  È  nel  pas- 
saggio appunto  che  lasciano  i  loro  regali  a'  fanciulli  buo- 
ni. Nel  viaggio  seguono  quest'ordine:  vanno  prima  coloro 
che  morirono  di  morte  naturale,  poi  i  giustiziati,  indi 
i  disgraziati,  cioè  i  morti   per  disgrazia   loro  incolta,  i 


1  MORTI   E  LA  VECCHIA  STRINA  67 

norti  di  subito,  cioè  repentinamente,  e  via  di  questo 
>asso.  In  Modica  i  Morti,  risorgono  al  solito,  la  notte 
Iella  loro  festa,  e  propriamente  quando  canta  il  gallo 
a  prima  volta;  escono  a  schiere  dalle  sepolture  e  si 
)rdinano  a  due  a  due  come  nelle  processioni  e  cani- 
ninano  lentamente.  Le  prime  schiere  son  vestite  di 
>ianco  e  son  le  anime  dei  morti  in  grazia  di  Dio;  le 
econde  schiere  son  vestite  di  nero,  e  son  le  anime  dei 
lannati;  le  ultime  son  vestite  di  rosso,  e  son  le  anime 
legli  uccisi.  Ciascuno  di  quei  morti  ha  un  braciere  (una 
unculina)  sul  capo;  ma  la  processione  non  può  spie- 
garsi al  di  là  della  prima  croce  che  incontri,  perchè  alla 
fista  delle  croce  è  forza  che  i  Morti  retrocedano. 

In  Baucina  la  resurrezione  de'  Morti  ha  luogo  presso 
1  Monte  Falcone;  e  qui  si  possono  vedere  vestiti  di 
iùanco,  mormorare  non  so  che  parole  o  preghiere,  con 
Ila  mano  destra  un  rosario  ed  alla  sinistra  un  vaso 
la  notet,  che  col  rosario  vengono  ordinatamente  bat- 
endo;  ed  intanto  vanno  saltelloni  a  ridursi  nella  co- 
iddetta  Grutta,  donde  scendono  al  feudo  sottostante  per 
ener  consiglio. 

In  Francofonte  al  primo  risorger  che  fanno  si  sen- 
ano  dire:  Cumaruia  cumaruia!  e  senza  neppur  fiatare 
»er  propria  volontà,  son  già  divenuti  vento.  Non  si  ve- 
ono,  ma  si  sentono  a  cantare  un  latino  corrotto: 

Meu  Meu 

Catameu. 

In  Casteltermini  il  viaggio  è  ogni  sette  anni,  e  i  morti 
3  fanno  attorno  al  paese,  lungo  le  vie  che  devon  per- 
orrere  le  processioni  solenni.  Vi  son  donnicciuole  che 


7Q  CAPITOLO    IV. 

Chiana  si  fermano  a  prender  riposo,  sedendosi  tutti  i 
giro  per  rifocillarsi  con  ciò  che  di  meglio  possano  ii| 
maginare  i  fanciulli  ericini,  cioè  con  pasta  ben  condita. 
Ripreso  via  pei  sentieri  più  deserti,  vanno  a  lasciare  i 
lor  doni  dentro  le  case  dei  bambini.  Non  ignorano  tutto 
ciò  costoro,  e  la  mattina  pertempissimo  scendono  a  bri- 
gate a'  Cappuccini  a  vedere  i  Morti  che  sono  stati  così 
buoni  per  essi;  ma  nello  scendere  vanno  saltando  pei 
una  scorciatoia,  onde  evitare  Rocca  Chiana,  temendo  che 
qualche  morto  non  sia  ancor  là  a  mangiare,  o  che  noi 
si  trovino  colà  avanzi  della  lauta  imbandigione  x  ». 

«  Nel  Messinese  c'è  una  usanza  che  non  trova  riscori 
tri  in  altri  punti  di  Sicilia,  a  quanto  io  mi  sappia.  1 
è  questa.  Le  mamme  consigliano  ai  bambini  a  mette 
sul  tavolino  un  bicchier  d'acqua  perchè  i  Morti  hann 
sete;  il  domani  il  bicchier  d'acqua  è  vuoto,  vuol  dir 
che  i  Morti  son  venuti,  hanno  bevuto,  han  lasciati  i  f 
gali  che  il  bimbo  deve  veder  dove  stanno  nascosti; 
il  bicchier  d'acqua  è  pieno,  vuol  dire  che  il  bambir, 
è  stato  inquieto  e  disobbediente;  che  i  Morti  son  pa 
sati,  non  hanno  voluto  bere  e  quindi  non  hanno  lasciai, 
i  dolci  e  i  giocattoli. 

«  A  Messina,  però,   anche   oggi  hanno   l'abitudine 
andare    al   cimitero,   e,   seduti   vicino   alle   tombe    ma: 
criare  e  bere   allegramente   per  poter  vivere   più     uri  ; 
mente  e  poi  lungamente  poter  onorare  i  parenti  morti  » 

1  Spettacoli  e  Feste  loc.  cit. 

-  Illustrazione  popolare,  v.  XXIV,  n.  44  Milano,  30  ottobre  1 

p.  695. 


I  MORTI  E  LA  VECCHIA   STRINA  71 

Quel  che  fanno  per  la  Sicilia  in  generale  i  Morti,  fa 
>er  alcuni  paesi  particolari  una  vecchia,  quanto  bruita, 
iltrettanto  buona  e  cara  a'  bambini,  vo'  dire  la  Vec- 
chia di  Alimena,  la  Vecchia  Strina  di  Cefalù,  di  Vicari, 
li  Roccapalumba,  la  Vecchia  di  Natali  di  Ciminna,  la 
'ecchia  di  Capudannu  di  Resuttano,  la  Carvavecchia  di 
jorleone,  la  Befana  di  altri  luoghi. 

Questo  strano  essere,  grinzoso,  sdentato,  lacero,  la 
otte  di  Natale  o  l'ultimo  dell'anno  secondo  i  paesi  dove 
li  si  crede,  esce  in  giro  portando  quel  che  portano  i 
lorti:  balocchi,  abitini  nuovi,  dolci  e  quattrini  da  re- 
alare a'  bambini.  Dove  è  un  antico  castello,  questa  Vec- 
hia  vi  rimane  chiusa  e  nascosta  l'intero  anno,  e  ne 
sce  a  piedi  tirandosi  dietro  una  funata  di  muli  carichi 
i  tutto  quel  ben  di  Dio.  In  Corleone  scende  dalle  rocche 

in  forma  di  uccello  penetra  nelle  case,  come  altrove 
enetra  in  figura  di  formica.  Quivi  trova  le  scarpe;  in 

occapalumba  fazzoletti  preparatile  dai  fanciulli.  Tn- 
isibile  per  sua  natura  e  per  sua  volontà  espressa,  in 
esuttano  va,  avvolta  in  un  lenzuolo,  al  suono  d'una 
impana  da  vacche  ed  esige  che  nessun  fanciullo  mai 
•disca,  per  curiosità,  metter  fuori  la  testa,  aprire  gli 
echi  per  cercar  di  vederla  e  conoscerla. 


V.  Il  Diavolo. 

1.   Sinonimia. 

Il  diavolo,  secondo  la  credenza  e  le  leggende  del  popò 

lo  della  Sicilia,  ha  qualche  cosa  che  lo  distingue  dal  dia 

volo  cristianamente  guardato,  ma  che  lo  avvicina  al  dia 

volo  della  credenza  e  delle  leggende  d'altri  popoli.  Pur 

il  tipo  è  uno:  e  comunque  voglia  considerarsi,  egli  è  sen 

pre  il  genio  del  male;  e  lo  si  ha  in  tanto  orrore  che  pe 

nominarlo  si  fa  uso  di  appellativi  o  di  circonlocuzioni  ai 

tanomastiche.  Lo  si  dice  lu  tintu  il  cattivo,  come  lo  di 

sero  in  greco  (ó  TTOvrjpós),  lu  nnimicu  il  nemico,  lu  vi 

sèriu  l'avversiero,   chiddu  cu  li  corna,  lu  mmalidittu 

Vanciulu  nìuru  l'angelo  nero,  lu  cucinu  il  cugino,  Cui 

chia  Nicola,     Mastru  Gnaziu,  Ticchi-tacchi  ecc.,  quali! 

cazioni  tutte  in  bocca   di   persone  timorate,  le   quali 

»  Per  qualche  riscontro  di  questa  sinonimia  diabolica  vedi M 
pani,  Vocab.  dell'uso  tose.  v.  I,  p.  334,  Laisnel  de  la  Sali 
Croyanees  et  Légendes  du  eentre  de  la  Franee,  t.  I,  p.  126  e  s 

Paris  1875.  . 

È  superfluo  il  dire  che  qui  raccolgo  tradizioni  e  credenze  pò 
lari  della  sola  Sicilia  e  non  m'impelago  nel  maremagno   della 
monologia  generale. 


IL   DIAVOLO  73 

fanno  scrupolo  di  nominare  scopertamente  il  nemico 
d'ogni  bene,  l'angelo  ribelle,  il  diavolo.  Che  se  un  istante 
di  malumore  e  di  ira  le  fa  uscire  in  escandescenza,  allora 
per  foggiar  la  parola  diavulu  si  dice  Diammani,  Diàri- 
timi,  Diantanuni,  Diàrrachi,  Diàscacci,  Diascacciuni  1.  È 
quindi  agevole  il  vedere  quanto  grande  sia  la  bestemmia 
siciliana  che  dà  al  diavolo  l'attributo  di  santo,  bestem- 
mia 2  che,  nelPudirla,  si  cerca  neutralizzare  facendosi  il 
segno  della  croce  ed  esclamando  in  forma  di  abrenuntio: 
Diu  sempri  sia  lodatiti  Ma  quando  la  bestemmia  o  non  si 
vuol  ripetere  com'è,  o  si  vuole  attenuare,  o  riferire  come 
detta  da  altri,  allora  si  copre  dicendo:  Santu  di  Càulu! 
!  Santu  di  Pantani!  e  via  discorrendo. 

2.  Diavoli  principali. 

Tra'  tanti  e  tanti  diavoli  che  popolano  casa  càuda  cioè 
l'inferno,  la  tradizione  ne  distingue  sei,  ai  quali  da  nomi 
od  uffici  speciali:  1°  Lu  Cifru  o  Cifaru  o  Capu  Cifaru,  o 
Zifaru;  2°  V Arsii  cani;  S°Farfareddu  o  Farfaricchiu  o 
'Nfanfaricchiu;  4°  Mazzamareddu  oAmmazzamariddu  ed 
anche  Mazzapaneddu 3  ;  5°  'Ntantiddu  o  Tentaturi 4  ; 
6°  Zuppiddu:  nomi  rappresentanti  uffici  che  piacemi  d'il- 


1  In  questo  senso  in  ital.  si  dice  diascolo,  diascane,  in  frane,  diari- 
tre,  diauche,  in  spagn.  diajo.  Vedi  Menagio. 

2  Vedi   p.  53,  1.  3. 

3  Pasqualino,  Vocab.  sic,  v.  Ili,  p.  132. 

4  Di  chi  replicatamele  insista  sopra  una  protesta  o  un  consiglio, 
usa  dirsi:    È  comu  lu  diavulu  'Ntantiddu  o  Tentaturi. 


74  CAPITOLO     V. 

lustrare  con  le  parole  di  uno  scrittore  che  di  cose  popolari 
siciliane  s'intende  davvero. 

«  Lucifero,  o  hi  Cifru,  come  dice  la  plebe,  è  nella  cre- 
denza popolare  un  essere  indefinibile,  smisuratamente  su- 
perbo, ma  non  volgare,  non  beffardo,  non  meschinamente 
maligno;   sdegna  mescolarsi  nelle   faccende  umane,   sti- 
mandole indegne  di  lui,  ma  invece  è  l'anima  di  quelle 
imprese,   che  possono   tramutare  l'aspetto   dell'umanità: 
seduce  Eva,  tenta  Gesù  Cristo  sul  monte,  inspira  il  sine- 
drio degli  Scribi  e  dei  Farisei,  sobilla  Giuda,  inorgogli- 
sce Maometto;  e  se  alcuna  volta  intende  sottrarre  a  Dio 
qualche  anima  eletta,    le  seduzioni  che  adopra  son  d'in- 
dole elevatissima:  il  dubbio  sulla  verità  delle  credenze, 
ove  si  tratti  di  Dottori,  di  Apostoli,  di  Anacoreti;  la  com- 
passione, la   tenerezza   filiale,   ove   si  tratti  di   femmine 
penitenti,  o  sdegnose  dell'umano  consorzio.  Fra  i  poeti 
che  hanno  immaginato  il  Lucifero,  il  tipo  descritto  dal 
Milton  è  quello  che  più  consuona  al  tipo  che  ne  ha  for- 
mato la  nostra  plebe.  L'Arsu  cani,  diafana  rimembranza 
di  Cerbero,  è  il  Vicario  di  Lucifero,  il  gran  faccendiere 
dei  regni  bui,  è  colui  che  impartisce  gli  ordini,  e  affida 
gli   uffici    speciali,   sia   pel   pervertimento   degli  uomini, 
sia  pei  supplizii  delle  anime  maledette.  Farfareddu,  Maz- 
zamareddu,  'Ntantiddu  e  Zuppiddu  sono  i  suoi  primarii 
officiali.  Farfareddu  (è  il  Farfarello  dantesco)  ha  l'ufficio 
di  trasfondersi  nella  mente  o  nel  cuore  dell'uomo  median- 
te l'incubo  notturno;  ma  è  da  avvertirsi  che  tal  potestà 
può  venire  esercitata  da  lui  sopra  coloro  i  quali  furono 
battezzati  incompletamente,  vale  a  dire  o  con  omissioni  di 
parole  rituali,  o  per  iscarsezza  di  olio  o  di  sale.  Mazza- 


IL   DIAVOLO  75 

mareddu  ha  la  missione  di  spaventare  gli  uomini  sia  coi 
vortici  del  vento,  d'onde  il  suo  nome,  sia  coi  terremoti, 
sia  con  le  tempeste,  sia  con  le  trombe  marine.  Devasta, 
distrugge,  uccide,  trasporta  a  lunghe  distanze;  sicché  il 
danno,  e  le  carestie  che  ne  sopravvengono  generino  la 
bestemmia,  il  furto,  le  crudeltà  e  le  frodi  di  ogni  specie  1. 
Uno  dei  diavoli  più  nefasti,  eccitatore  di  assasini  fra  gli 
uomini,  Mazzamareddu,  avvenuto  l'assassinio  dimostra  la 
sua  gioia  eccitando  furiosamente  i  venti2.  'Ntantiddu  in- 
ganna gli  uomini  con  la  menzogna,  con  le  allucinazioni 
e  soprattutto  con  l'oro;  e  da  qui  le  discordie,  le  ire  di  par- 
te, gli  omicidii,  le  guerre  civili.  Finalmente  Zuppiddu 
personifica  la  filosofia  epicurea,  e  tenta  gli  uomini  coi  pia- 
ceri dei  sensi,  ma  soprattutto  con  l'ateismo  pratico  della 
vita.  Quindi  Zuppiddu  ha  l'ufficio  di  pervertire  gli  uomi- 
ni mediante  lo  voluttà,  l'allegria,  la  spensieratezza,  è  un 
buon  diavolo,  che  non  vuol  sentirne  di  malinconia,  ma  in- 
vece ama  il  nappo  spumante,  il  banchetto  pruriginoso,  i 
giochi  d'azzardo,  la  donnetta  procace,  i  balli  voluttuosi, 
le  facezie  salate.  Con  siffatto  corredo  di  piaceri  e  di  gio- 
vanili follie  era  diffidi  cosa  che  lo  Zuppiddu  non  facesse 
un  buco  nella  intolleranza  religiosa  del  volgo,  e  che  anzi 

1  Un  frammento  della  canzonetta  fanciullesca  dice: 

Mazzamuriddu, 
Spercia-cutiddu  (Pietraperzia). 

Cfr.  il  Mazzamauriello  di  Molise,  descritto  da  Enrico  Melili.o 
ne  La  Nuova  Provincia  di  Molise,  an.  IV,  n.  29.  Campobasso,  22  lu- 
glio 1884.  Sulla  sinonimia  italiana  vedi  Gioeni,  Saggio  di  Etimo- 
logie siciliane,   alla  voce:    Mazzamareddu. 

2  Prov.  sic,  v.  Ili,  p.  71. 


76  CAPITOLO     V. 

non  si  facesse  amare  un  tantino,  in  guisa  tale  che  un  pò 
alla  volta  venne  scartato  dalla  risma  dei  diavoli  e  formò 
un  essere  a  parte,  metà  mitologico,  metà  reale;  conservò 
le  corna  e  la  coda,  ma  non  l'essenza  diabolica...  e  si  ac- 
comunò coi  satiri  e  ne  formò  quasi  il  tipo1  »   (Modica). 

Con  queste  ingegnose  considerazioni  del  Guastella  si 
può  spiegare  il  nome  e  la  partecipazione  del  Zuppiddu  a' 
giorni  di  Carnevale,  uno  dei  quali,  il  giovedì  che  precede 
di  15  giorni  il  giovedì  di  Berlingaccio,  è  detto  Jòviri  Zup- 
piddu o  d9  'u  Zuppiddu  2. 

Altri  spiriti  maligni  ammette  la  credenza  volgare: 
Nuzzubellu,  Lueibello,  di  fascino  irresistibile  3  ;  Carnaz- 
za,  che  soffia  come  un  mantice  e  gonfia  come  otri  i  dan- 
nati 4,  Malacarni,  Sgranfugninu,  Cudatorta,  Cicirittu,  Ci- 
rinnedda  o  Ciringhedda,  Capputeddu0,  Macinga,  il  vec- 
chio Bazzabù  e  persino  Maumma  o  Mauma e,  cioè  Mau- 
mettu. 

Non  saprei  chi,  ma  certo  uno  di  questi  diavoli  ha 
un  ufficio  stranissimo,  quello  di  comparire  nella  nota 
forma  e  figura   diabolica  a   coloro  che   la  sera   si   guar- 

1  Guastella,   L'antico   Carnevale,   p.  6   e    seg. 

2  Vedi  v.  I,  p.  61. 

3  Su  questo  diavolo   vedi  Spettacoli  e  Feste,  p.   364. 

4  Fiabe,  Nov.  e  Race.  v.  II,  n.  LUI. 

5  Dò  questo  nome  sull'autorità  della  frase  prov.  Dàrisi  Tarma  a 
Capputteddu,  che  vale:  Darsi  Fanima  al  diavolo,  disperarsi. 

6  Spatafora,  Diz  sic.  ms.,  scrive:  «Mauma  è  Maumettu,  è  voce 
musulmana;  onde  Fu  Mauma  chi  fici  sta  cosa,  vale  fu  opera  di 
Maumetto,  come  anche  diciamo  opera  di  Macingu,  di  diavulu 
così  anche  di  Maumettu  ».  Cfr.  Pasqualino,  Vocab.  sic.,  v.  Ili,  p.  13 


IL   DIAVOLO  77 

lano  allo  specchio:  avviso  che  le  buone  madri,  nemi- 
che della  vanità  e  dello  sfoggio,  fanno  alle  loro  figlio- 
ine.  Non  so  se  altro  ufficio  o  capriccio  del  diavolo  sia 
[uello  di  entrarci  in  corpo  quando  noi  spalanchiamo 
a  bocca  per  isbadigliare;  pericolo  che  rende  necessario 
'uso  meccanico  e  quasi  automatico  di  accostare  la  de- 
tra  alle  labbra  e  segnarsele  col  pollice  come  si  fa  quando 
i  è  vicini  ad  uno  spiritato  *. 


3.  Il  Folletto. 

Ultimo  tra  tutti,  lu  'Nfullettu,  Fuddettu2,  Fuddittu, 
piritu  'nfullettu  3,  Folletto,  è  uno  spirito  strano,  pazze- 
co,  che  erra  di  qua  e  di  là.  Qualche  scrittore  siciliano 
a  supporre  che  di  folletti  ve  ne  sia  più  d'uno4;  ma, 
ppoggiandosi  all'autorità  del  popolo,  non  se  ne  può 
mmettere  più  d'uno. 

Esso  è  un  buon  diavoletto;  buono  così  per  dire,  e 
er  distinguerlo  dagli  altri  compagni,  de'  quali  non  ebbe 

castigo  di  essere  precipitato  da  Dio  nell'abisso  come 
ngelo   ribelle,   ne   ha   la    potenza   e   il   genio   malefico. 

1  Cfr.  a  pp.  41  e  57. 
ai  fermo. 

2  Fiabe,  Nov.  e  Race.  v.  1,  n.  XLVIII. 

1  Si  dice  figuratamente  così  un  fanciullo  irrequieto,  che  non  istia 
ai  fermo. 

*  Maura,   (vedi  v.  I,  p.  218)  nella  sua  Pigghiata,  dice  che  i  birri 
•1  catturarlo. 

Facìanu  un  barbuttizzu  la  canagghia, 
Cchiù  peiu  ca  nun  fa  di  furia  armatu 
Quannu  passa  un  fuddettu  ppi  la  pagghia 


78  CAPITOLO     V. 

Se  deve  credersi  ad  una  certa  tradizione,  il  Folletto  sa- 
rebbe condannato  a  vagare  a  mezz'aria  come  Giuda;  ma 
la  tradizione  più  comune  lo  caratterizza  altrimenti.  Biz- 
zarro, spiritoso,  capriccioso,  esso  si  diverte  a  far  perdere 
la  pazienza  a  una  devota  che  recita  il  rosario  interrom- 
pendoglielo  con  chiamate  indiscrete;  a  una  signora  che  j 
non  trova,  mentre  si  veste,  un  oggetto  pur  testé  prepa- 
rato;   a    una    massaia   che    corre    ad    aprire   l'uscio   pel  I 
campanello   che  ha  sentito  sonare;    a  fare  smarrire  lai! 
strada  ad  un  viandante,  ad  una  intera  famiglia  la  più  j 
pacifica  di  questo  mondo.   Egli  sembra  insofferente   di  | 
quiete,  si  muove,  si  agita,  cammina,  corre,  vola,  saltella, 
ride  sgangheratamente,  e  ride  di  avere  riso.  Protrae  l'eco  j 
d'un  canto,  e  lo  guasta  con  isguaiata  nota;  sussurra  parole 
intelligibili,  ma  se  parla  balbutisce  e  non  sa  pronunziare 
la  r1;  stride,  sbraita.  Relativamente  a  questo,  il  P.  del 
Rio  \  e  dietro  di  lui  il  P.  Scotti  3  ed  il  Mongitore  4  rac 
contano  la  leggenda  curiosa,  che  qui  riferisco: 

«  Nel  1858  in  Trapani  vi  fu  una  casa  infestata  per  pii 
mesi  da  uno  spirito  familiare;  la  cui  voce  sentivasi,  senzi 
vedersi  alcuno,  e  in  vari  modi  studiavasi  di  burlare 
persone  di  quella  casa.  Gettava  pietre  di  smisurata  grai 
dezza  senza  offesa  d'alcuno,  scagliava  in  aria  vasi  della 
casa   senza   rompersi.   Costumava  suonare  un   giovinette 
la  chitarra,  e  lo  spirito,  che  vantavasi  essere  un  demonio 

1  Vedi  la  nota  1  di  p.  72. 

2  Disquisii,   magic,  lib.  VI,  cap.  IL,  sect.  Ili,   quaest.   3,  p.   45 

3  Phys.  cut.,  lib.  I,  cap.  XXXVII,  §  1,  P.  134. 
*  Della  Sicilia  ricercata,  v.  I,  1.  I,  e.  LIX,  p.  192. 


IL   DIAVOLO  79 

cantava,  accordando  al  suono  la  sua  voce;  ma  con  lascive 
canzoni. 

«  Dovendo  trasferirsi  in  certa  terra  per  i  suoi  affari  il 
>adron  della  casa  colla  moglie,  lo  spirito  gli  fece  com- 
)agnia.  Al  ritorno,  bagnato  dalla  pioggia,  precorse  il 
uo  arrivo  lo  spirito,  e  nella  strada  avvisò  quei  della  casa, 
he  accendessero,  il  fuoco,  poiché  il  padrone  veniva  ba- 
cato dalla  pioggia  ». 

Ha  poi  certe  debolezze  tutte  sue;  quella  p.  e.,  di  po- 
arsi  sul  ventre  o  sul  petto  delle  persone  e  far  venir 
oro  la  mancanza  di  respiro,  e  l'altra  di  non  sapere  stare 
&nza  un  cappidduzzu,  che  esso  tiene  sempre  in  testa, 

che  a  nessun  patto  gli  si  potrebbe  far  lasciare.  Il  cap- 
ellino è  il  suo  forte,  il  suo  talismano,  e  senza  di  esso 
on  saprebbe  far  nulla.  Volete  annientarlo?  impadro- 
itevi  del  suo  cappellino  \  Se  siete  anche  destri,  potete 

1  Una  certa  Sara  (Rosaria)  Barbera,  ragazza  sui  24  anni,  analfa- 
*a,  mi  raccontò  in  Messina  questa  storiella  nel  Settembre  del  1882: 

LU   FUDDITTU. 

'Na  vota  lu  Fuddittu  trasiu  nni  me  patri  ,chi  durmia  cu  la  fine- 
sra  aperta.  Trasi  mentri  me  patri  non  si  mintia  a  cura,  e  si  cci 
!»sa  supra  la  bucca  'i  ll'anima.  Me  patri  'lungau  la  mani,  e  cci  pig. 
Ila  'u  cappidduzzu.  Lu  Fuddittu  cci  dissi  —  :  «  Dammi  'u  cappid- 
■jtzzu!  »  Si  vutau  me  patri:  -  «  Dammi  'i  picciuli  ».  -  «  Dammi  'u 
'ppidduzzu;  vaju  e  ti  pigghiu  'i  picciuli».  -  «No:  mi  porti  'i  pie- 
'di,  e  li  dugnu  'u  cappidduzzu».  —  «E  quantu  t'hè  purtari?  — 
'H'ha'  a  purtari  'na  pignata  'i  dubbruni  d'oru  ».  -  «  Assai  sunnu 
liei  lu  Fuddittu).  Dammi  'u  cappidduzzu,  e  ti  nni  portu  cchiù  assai 
i quantu  nni  vói  ».  Ma  non  appi  chi  fari;  e  si  nn'andau.  Si  nn'andau, 
N  mi  purtau  menza  pignata.  -  «No  (dici  me  patri),  tutta  la  pi- 
fata   divi   essiri».   Lu  Fuddittu   si   nn'andau   e  mi  purtau   n'àutru 


g()  CAPITOLO    V. 

facilmente  afferrarlo  con  una  mano:  ed  egli,  preso  ch< 
sia,  chiede  tredici  grani  (cent.  27),  pei  quali  è  sempre 
pronto  a  indicare  qualche  luogo  ove  sia  un  tesoro  na- 
scosto  \  Se  vi  rincresce  di  esser  molestato  da  lui,  tenete 
entro  il  letto  un  ramo   d'alloro    (Nicosia). 

Del  resto,  per  quanto  se  ne  tema  non  fa  male  a  nes- 
suno; anzi  in  varie  circostanze  è  servizievole2. 

4.  Figura  e  forme  del  diavolo.   Invocazioni. 

Una  descrizione  del  diavolo  secondo  le  credenze  pò- 
polari  è  superflua   quando  si  abbia  presente  una   delle 

quartu.  -  «  0  mi  la  porti  china,  o  non  ti  dugnu  cappidduzzu».  1 
Eccn  chi  hi  Fuddittu  si  truvau  custrittu;  andau  a  pigghian  tuttu  u 
restu  d'  'i  dubbruni  pi  jinchiri  'a  pignata.  -  «  Ccà  cc'è  'i  picciuli; 
dammi  'u  cappidduzzu».  -  «T  'u  dugnu  'u  cappidduzzu  ma  noi,, 
mi  cci  veni  cchiù  ccà,  sai!»  E  fannu  tocca  e  tocca.  Lu  FudditU) 
spiriu. 

La  f avuta  è  ditta: 
Carcàtivi  'a  birritta. 
Cu'  non  s'  'a  carca 
È  figghiu  'i  viddanu  (Messina). 

1  Del  resto  è  proprio  di  qualunque  diavolo  il  conoscere  i  luogh 
ove  si  nascondono  i  tesori  e  di  esserne  arbitro. 

2  Una  delle  tante  apparizioni  del  Folletto  fu  quella  che  fece  un 
volta  ad  uno   che  sgombrava  in  Messina,  dicendogli:    Tu  potti 
tavuli  e  io  pottu  'i  tippiti  (tu  porti  le  tavole  ed  io  porto  i  trespoli 
e  per  quanto   quello   ricusasse,  il  Folletto  volle  portare  i  trespol 

(Messina).  2 

Sul  Folletto  o  Monacello  o  Salvanello  nel  Napoletano,  vedi  | 
setti  e  Imbriani,  Canti  popolari  delle  prov.  meridionali,  voi 
p,  189;  nel  Bergamasco,  Rosa,  op.  cit.,  terza  ediz,  p.  291 


IL   DIAVOLO  81 

igure  ov'esso  è  ritratto.  Una  leggenda  ce  lo  profila  come 
in  vero  mostro  che  ha 

Li  corna  torti,  la  cuda  a  lu  schinu, 
L'occhi  di  focu  chi  fa  spavintari  \ 

I  L'affare  della  coda  è  interessante:  e  bravo  chi  sa  do- 
'gli  l'abbia;  perchè  di  persona  molta  astuta  e  furba 
i  dice  che  Sapi  unni  lu  diavulu  teni  la  cuda2.  Ha  ali, 
ulle  quali  è  buono  a  caricarsi  le  anime  predate  3.  Pel- 
asse ali  specialmente  si  vede  rappresentato  il  diavolo  nel 
npistrello;  laonde  i  ragazzi  hanno  un  grande  orrore 
>er  questo  animaluccio,  e  quando  ne  prendono  uno  lo 
rucifiggono,  persuasi  di  crucifiggere  il  diavolo.  Le  con- 
razioni e  gli  stridi  della  taddarita  morente  si  capiscono 
»ene:  sono  bestemmie  che  essa  snocciola  senza  farle 
entire.  Ma  di  ciò  fu  già  detto  innanzi 4. 

Ho  saputo  in  Messina  che  egli  acquista  certe  volte 
Ielle  forme  crescenti:  di  gatto,  p.  e.,  poi  di  pecora,  di 
sino,  di  elefante,  sino  a  proporzioni  sterminate.  Co- 
ìunissima  è  però  la  forma  d'otre  della  quale  egli  si  di- 
stta  allo  spesso.  Chi  s'abbatte  in  un  oggetto  di  questi 

I  lo  crede  otre  davvero,  se  lo  carica  addosso  e  lo  porta 
jia.  Ma  nel  meglio  l'otre,  cioè  il  diavolo  dell'otre,  dice 

II  Canti,  v.  II,  n.  928. 

2  È  un  diavulu  cu  la  cuda  o  cu  li  corna,  vale:  E'  sagace,  astuto 
moscitore  degl'inganni.  Dalla  forma  del  diavolo  si  chiama  diavu- 
cchiu  di  mari  una  specie  di  granchio,  che  entra  in  certi  gusci 
ioti  di  conchiglie. 

3  Studi  di  poesia  pop.,  p  24.  —  Salomone-Marino,  La  Baro- 
issa  di  Carini,  p.  136. 

4  Cfr.  v.  Ili,  p.  474. 


g2  CAPITOLÒ    V. 

adagino  adagino:  Posami  passu  passu;  e  chi  lo  ha  sull 
spalle,  accorgendosi  dell'inganno,  lo  butta  via  spaven 
tato  e  la  dà  a  gambe.  Siamo  ne  più  ne  meno  alla  forma 
degli  Spiriti1,  se  pure  non  dobbiamo  vedere  nell'otre 
il  medesimo  essere  maligno. 

Ma  quando  viene  al  mondo  a  fin  di  sedurre  o  con 
quistare  anime,  il  diavolo  veste  da  giovane  elegante,  an-i 
che  da  perfetto  cavaliere,  tutto  agghindato  ed  azzimato. 
Personificato  nel  vento  e  del  vento  suscitatore  e  mo- 
tore, il  diavolo  corre  per  l'aria  il  giorno  primo  di  mag- 
gio, sacro  ai  santi  Filippo  e  Giacomo,  suoi  nemici  acer- 
rimi.  Egli  e  i  suoi   compagni,   proprio   in   quel   giorno, 
sbucano   dagli   abbiasi,  e   scatenando  venti  più  o  meno 
impetuosi  e  molesti,  mettono  in  moto  gli  elementi  tutti 
della  natura.  Allora  bisogna  fare  qualche  cosa  per  pre- 
munirsi; ed  ecco  la  necessità  che  si  mangi  dell'aglio  cru 
do;   il  cui  cattivo  odore  fa  fuggire   quegli  spiriti  mali 
gni2;    mentre    le    donne    usano    scongiurarli    recitando 

Santu  Filippu  e  Ghiàpicu  Mirti, 
Apostuli  putenti  e  putintati, 
Agnisdei,  agnisdei,  agnisdei! 
L'àriu  binidiciti  ed  annittati! 

ed  aggiungendo  le  parole:   Va  fora,  brutta  bestia! 
gnenti   versi    di   nna    leggenda    popolare    ricordano    sii 
fatta  credenza: 

O  Diu!  eh'  'un  nei  nenti, 
Primu  di  Maju  era: 


,. 


Vedi  a  p.  34. 

Spettacoli  e  Feste,  p.  256. 


IL   DIAVOLO  83 

'Ntra  l'aria  li  diavuli 
Facìanu  'na  fera; 

Cc'era    ribbillioni: 
Lampi  e  trona  e  saitti; 
O  san  Filippu  e  Ghiapicu, 
Amani  a  cui  nun  critti  !  \ 

Ma  già  prima  di  maggio,  nella  Settimana  Santa,  in 
iprile,  egli  in  forma  di  Tentazione  circola  per  tutte  le 
jfee  facendo  preda  di  peccatori.  Nella  Settimana  Santa 
nfatti,  morto  G.  C,  il  diavolo  è  padrone  del  mondo,  ed 
1  pipistrello,  che  ne  è  la  immagine,  non  va  ucciso.  Il 
)opolino  lo  sa,  e  la  Domenica  di  Pasqua,  nel  momento 
he  nella  madre  chiesa  si  celebrano  le  funzioni,  lo  scac- 
cia a  via  di  scongiuri.  I  fanciulli  armati  allora  d'un 
nozzicone  di  vite  (stoccu)  a  sette  nodi  vanno  battendo 
utte  le  porte,  tutte  lefinestre,  le  casse,  i  cassoni,  le  mas- 
erizie  e  perfino  se  stessi  scambievolmente  gridando: 
mù,  scià,  por  cu  diavulu!   (Misilmeri)    o  a  coro: 

Nesci  fora,  Tentazioni, 

E  transissi  {entri)   Nostru  Signuri! 

E  allora,  se  si  potesse  vedere!  il  diavolo,  il  tenta- 
ore,  abbandona  le  case,  che  un  prete  si  affretta  a  be- 
nedire 2  (Montevago).  Queste  verghe  di  viti  sono  state 
accolte  ad  hoc  nell'ultima  vendemmia;  e  prima  di  bat- 
erle,  i  devoti  si  buttano  ginocchioni,  si  chinano  per 
:>rra,  e  la  baciano   (Sambuca). 

1  Salomone  Marino,  r\e\V  Archivio  delle  trad.  pop.  v.  1,  p.  324. 

2  Un  riscontro  di  quest'uso  e  di  questa  credenza  è  in   Calabria, 
Jcondo  Dorsa,  op,  cit.,  p,  48, 


84  capitolo  v. 

Come  cosa  per  se  stessa  rara  ed  illecita,  non  è  facile 
conoscere  le  maniere  e  le  formole  invocatorie  del  dia- 
volo. Si  sa  di  circoli  che  si  segnano  per  terra,  di  parole 
nere,  cioè  oscure,  incomprensibili,  paurose,  che  si  prò- 
nunciano;  ma  chi  non  sia  iniziato   a  questi  misteri,  o 
non   abbia   facoltà   di   parrari   cu  lu  diavulu,   non   può 
saper  nulla   di   preciso.   Forse   non   è   necessario   che   si  i 
usino   modi  e   parole   speciali;    perehè   in   un   momento 
d'ira,  in  cui  uno  si  duna  l'arma  a  lu  diavulu,  che  cosa 
vuol    andare    a    ricordare    formole    particolari    e    consa- 
crate?  Basta  allora  chiamarlo  perchè  il  diavolo  si  af- 
fretti   a    comparire1.    Sono    queste    anime    perdute   ehe, 
hanno  fatto  de'  patti  col  diavolo  >,  quelle  che  possono 
disporre   di  lui,  che  lo   portano   addosso  ehiuso  m  un 
bossolo,  padrone  di  comandarlo,  forti,  potenti  e  sagaci, 
della  forza,  potenza  e  sagacia  di  lui.  Ecco  perchè  questi 
tali  hanno  lu  diavulu  'mmusciulatu  o  dintra  la  vuscmla  . 

•  Una  di  queste  ingrate  comparse  cita  Mong.tobe,  in  Sic.  rie, 
v.  I,  1.  I,  e.  LIX,  p.  195. 
=  Nd  Don  Fidiricu,  ».  XIV  delle  Leggende  del  Salomone 

rino,  Federico 

Lu  pattu  cci  avia  fattu  a  TAvirseri: 
L'Avirseri  l'avia  patruniatu   (p.  66). 

Più  sotto  si  dice: 

Ch'a  lu  Serpi  utenti  era  vinnuta 

quell'anima.  Più  in  là  ancora: 

E  cc'è  un  Dimoniu  chi  sempri  l'assanna, 
Lu  squarcia  centu  voti  pri  minutu  (p.  72) 

dopo  che  egli,  uccisa  la  sorella,  rimane  vivo  sepolto  nella  tomba  di  lei 
3  Figuratamente:    Aviri  lu  diavulu  'ntra  la  vùsciula,  o  'ntra  l 

vasciulidda,  o  'ntra  la  scatula,  vale:  Prevedere  con  sagacità  ed  - 


" 


IL    DIAVOLO  85 

Qualche  cosa  delle  invocazioni  diaboliche  solite  farsi 
dalle  maliarde  ci  ha  rivelato,  non  senza  scapito  dell'ar- 
te delle  fattucehiare,  ma  non  senza  guadagno  della  de- 
mologia, una  fattucchiara  (maliarda,  strega)  di  Noto. 
Una  delle  formole  del  suo  repertorio,  molto  buona  ad 
attrarre  una  persona  amata  e  non  amante,  chiama  un 
diavolo  dalla  bocca  torta  che  vada  a  bussare  all'uscio 
di  quella;  e  poi  tre  altri  diavoli,  uno  piccolo,  uno  mez- 
zano e  un  altro  grande,  che  la  prendano  pel  bellico,  per 
le  gambe  e  pel  didietro  e  la  portino  all'amante  non  ria- 
mata. Ma  di  ciò  al  capitolo  seguente  delle  Streghe. 

Alberi  cristianamente  parlando  diabolici,  il  fico  ed 
il  noce  godono  la  simpatia  delle  maliarde  e  dei  negro- 
manti. Sul  fico  maledetto  s'impiccò  Giuda;  sotto  il  noce 
tengono  i  loro  conciaboli  i  draghi,  le  lamie,  i  diavoli 
delle  fiabe,  come  sotto  il  noce  di  Benevento  per  secoli 
e  secoli  convennero  a  sabatini  ritrovi  le  streghe,  i  ca- 
proni, i  demoni  creati  dalla  fantasia  popolare  di  mezza 
Italia.  Però  non  fa  meraviglia  che  un'invocazione  d'at- 
trazione si  rifaccia  da  codesti  alberi  \ 

E  come  vi  sono  albrei  diabolici,  così  vi  sono  pure  al- 
beri e  piante  antidiaboliche.  Notissimo  è  l'abete,  arvulu 
?accia~diavuli,  che  è  Yabies  pedinata  di  Linneo  2.  Il  duri 
di  maju  ( chysantemum  coronarium  di  L.),  è  un  fiore 
edibilmente  infesto  al  diavolo,  alla  stessa  maniera  che 

cortezza  ogni  stratagemma  e  invenzione;  avere  il  diavolo  nell'am- 
polla. 

V.  nel  e.  Streghe  la  invocazione  che  comincia:   Spiritu  di  ficu. 
2  Cfr.  v.  Ili,  pp.  230  e  260. 


86  CAPITOLO    V. 


l'aglio;  tanto  che  di  qui  fiori  in  Butera  si  fan  corone 
e  si  attaccano  davanti  gli  usci  delle  case  il  1°  maggio 
tra  mezzogiorno  e  le  3  p.  m.,  e  il  diavolo  si  starà  tutto 
l'anno  lontano  da  esse;  e  Faglio  in  Bompietro  si  mangia 
in  quel  medesimo  giorno  e  in  quelle  medesime  ore,  con 
la  certezza  che  il  diavolo  sentendone  il  puzzo  scapperà 
via  come  dall'acqua  santa  1. 


5,  Il  diavolo  ne'  proverbi  e  nelle  leggende. 

Notevole  è  la  differenza  che  passa  tra  il  diavolo  se- 
condo il  proverbio  e  il  diavolo  secondo  la  novella  o  la 
fola  e  la  leggenda. 

Lasciamo  stare  i  proverbi  e  modi  proverbiali  nostri 
comunissimi  fuori  Sicilia,  La  sapienza  popolare  siciliana 
ritiene  non  solo  che  il  diavolo  è  sottile  e  fila  grosso,  ma 
anche  che 

Lu  diavulu  è  grossu  e  fila  suttili; 

che  per  la  sua  astuzia  si  nasconde  in  mezzo  alle  rezzole, 
o  si  ficca  entro  un  ogghicdoru  (utello)  ;  e  ciò  perchè  è 
ardito  e  presuntuoso: 

Lu  diavulu  è  pizzutu. 
Per  la  sua  stessa  furberia 

Lu  diavulu  lu  sapi  a  cu1  havi  a  fari  li  corna, 
e  non   si  avventura   ad   imprese   che   compromettano  h 

1  Spettacoli  e  Feste,  1   maggio.  Si  dice  comunemente  che  Di  li 
fetu  di  l'agghia,  maceri  lu  diavulu  si  ani  scantau. 


IL   DIAVOLO  87 

*ua  fama.  Probabilmente  ciò  deriva  dalFesser  egli  vec- 
chio: 

Lu  diavulu  è  saputu  pirchì  è  vecchiu; 
ma  si   dice  che  quando  invecchiò  si  fece   romito: 

Quannu  lu  diavulu  addivintò  vecchiu,  si  vistiu  rimitu. 

Condannato  a  tentare  con  insidie  paurose  e  lusin- 
ghiere il  genere  umano,  egli  non  può  esimersi  da  que- 
sto dovere: 

Diavulu  chi  nu  'ntanta 
E  vèstia  eh'  'un  arranca, 
S'allavanca  *  ; 

ma  siccome  non  tutte  le  ciambelle  escon  col  buco,  e 
ìon  sempre  ride  la  moglie  del  ladro,  così  gli  accade 
li  uscirne  qualche  volta  scornato,  soprattutto  quando 
Centra  di  mezzo  la  religione: 

Tantu  va  lu  diavulu  a  la  eresia, 
Fina  chi  cci  lassa  li  scarpi. 

Infatti,  basta  segnarsi  anche  con  la  lingua  a  bocca 
miusa  per  isbugiardare  il  diavolo  e  sventarne  gli  scel- 
erati  disegni. 

E  non  ostante  la  sua  potenza,  egli  è  il  primo  e  vero 
nfelice,  perchè   non   può    godere   della   visione    divina: 

Mischinu  è  lu  diavulu,  ch'è  privu  di  la  facci  di  Diu! 

Un  essere  solo,  anzi  due  esseri  riconosce  il  proverbio 
)iù  potenti  del  diavolo:  il  villano  e  la  donna: 

Diavolo  che  non  tenta  ed  animale  da  soma  che  non  cammina, 
>recipita  o  stramazza  per  terra. 


88  CAPITOLO    V. 

Lu  viddanu  sapi  cchiù  di  lu  diavulu. 

Cu  lu  viddanu,  mancu  lu  diavulu  cci  potti. 

La  dolnna  'nsacca  a  lu  diavulu. 

Li  donni  hannu  un  diavulu  pri  capiddu; 

seppure  non  voglia  dirsi  che 

La  donna  nni  sapi  un  puntu  cchiù  di  lu  diavulu. 

Ed  ecco  il  punto  in  cui  proverbio  e  leggenda,  origi- 
nando Funo  dall'altra,  sono  in  perfetto  accordo  nelle 
caratteristiche  del  diavolo. 

Secondo  le  leggende  il  diavolo,  che  si  tiene  ed  è  cre- 
duto scaltro  sino  all'astuzia  ed  alla  furberia,  è  un  mi-i 
serabile,  che  quando  meno  se  lo  attende,  cade  nella  trap- 
pola specialmente  dell'ultimo  de'  mortali  e  persino  delle 
donne  e  de'  contadini;  e  perchè?  perchè  egli  nel  pat- 
teggiare con  l'uomo  a  fin  di  popolare  l'inferno  è  di 
buona  fede,  sta  alle  parole,  mantiene  le  promesse  scru- 
polosamente, anche  quando  gliene  debbono  venir  sa- 
crifici superiori  alle  sue  forze,  che  pur  sono  inesauri- 
bili. Eccolo  a  lavorar  di  lunga  mano  per  la  speranza 
d'acciuffare  un  povero  mortale,  da  cui  per  chirografo 
scritto  col  sangue  s'è  fatto  prometter  l'anima;  tutto  egli 
s'è  messo  ai  servigi  di  questo  incauto  cristiano,  ed  ai 
cenni  e  voleri  di  lui  ha  posto  l'inferno  tutto  (a  questo 
patto  si  allude  quando  d'un  uomo  fortunato  diciamo 
che  havi  un  diavulu  ca  lu  porta).  Ma  quando  la  pro- 
messa dee  avere  il  suo  compimento,  una  circostanza 
inattesa,  un  sottinteso  del  cristiano,  a  cui  il  diavolo  non 
avea  badato,  lo  fa  accorgere  che  egli  stato  vittima  della 
ingratitudine  e  d'una  mistificazione. 


IL    DIAVOLO  89 

Ecco  qui   degli   esempi. 

Leggenda  prima: 

Un  agiato  contadino  avendo  mille  cose  da  sbrigare  e 
on  potendole  tutte,  chiama  in  aiuto  il  diavolo,  il  quale 
>er  la  solita  promessa  dell'anima  s'acconcia  a  fargli  da 
ervitore,  da  garzone  ecc.  Ma  le  faccende  non  finiscono 
lai,  e  quando  pare  che  nessun'  altra  ne  rimanga,  altre 
ento  ne  vengono  ordinate  dal  furbo  padrone,  deciso  in 
uor  suo  di  non  seguire  all'inferno  lo  spirito  malvagio.  Il 
uaìe,  dopo  di  aver  sudato  e  gelato  nel  travaglio,  sopraf- 
itto  dall'eccessiva  fatica,  lo  lascia  in  asso  bestemmiando 
istante  che  gli  venne  la  tentazione  di  mettersi  con 
n  villano  (Palermo)  1. 

Ne  più  fortunato  fu  con  un  altro,  che  esso  volle,  come 
suo  uso,  tentare. 

Leggenda  seconda: 

Un  cavaliere  andava  un  giorno  ad  una  sua  villa  presso 
■  sPÌaggia  di  S.  Leone  a  mezzogiorno  da  Girgenti  e  vide 
dia  sabbia  un  ciottolo  di  vari  colori.  Era  a  cavallo; 
nontò  e  si  mise  ad  osservarlo,  quando  s'intese  chiamare 
er  nome  e  videsi  inanzi  un  contadino  assai  mal  vestito, 
ie  lo  pregò  istantemente  di  volerlo  accettare  per  servo 
nza  cibo  e  senza  salario.  Il  cavaliere  rifiutò,  ma  alle  in- 
stenze  dello  sconosciuto  lo  prese  e  con  lui  andò  alla  villa 
ortando  seco  il  ciottolo. 

Il   servo  era  modello  di   esattezza  e   di  obbedienza,  e 
tnza  voler  ricevere  mai  un  briciol  di  pane  ne  un  quat- 

1  Prov.  sic,  v.  IV,  p.  343.  —  Mamo,  Li  Cunticeddi  di  me  nanna, 
•  I,  Girgenti,  1881. 


90  CAPITOLO    V. 


trino,  era  buono  a  tutto:  a  cacceggiare,  a  coltivar  la 
terra  ecc.  Il  bene,  la  prosperità,  la  ricchezza  fiorivano 
nella  casa  del  cavaliere;  il  quale  avea  preso  ad  amarlo 
caldissimamente,  e  non  sapeva  stare  un  momento  senza 
di  lui.  Ma  con  questo  cominciò  anche  a  lasciare  le  prati- 
che religiose,  e  quando  si  recava  in  chiesa,  il  servo  che 
noi  lasciava  mai,  spariva  alla  porta  della  chiesa,  per  ri 
comparirgli  allato  appena  il  padrone  ne  usciva.  Questo 
ed  il  rifiuto  del  servo  a  dichiarare  come  facesse  a  vivere 
mise  in  sospetto  il  cavaliere. 

Una  volta   egli   avea  una   causa   nei   tribunali  di   Pa 
lermo,  e  correva  pericolo  di  perderla  senza  certe  cart< 
che  egli  solo  poteva  fornire  al  suo  avvocato  in  Palernu 
stesso.  E  frattanto  mancavano  due  giorni  al  dibattimento 
e   pel   viaggio   ce   ne   volevano    almeno   tre.   Il   servo,  i 
conoscenza   di  tutto  senza   che   il  padrone   gliene   dèss. 
notizia,  si  profferse  di  andare  lui;  e  vi  andò;  e  il  do 
mani  fu  di  ritorno.  La  causa  fu  vinta;   ma  il  cavalier 
entrò  in  sospetto  della  sincerità  del  servo,  e  ne  parl- 
ai suo  confessore  ,  che  riconobbe  nel  servo  il  diavole 
e   gli   consigliò   di   tornare   a   gettare   in   mare   il   fatai 
ciottolo.  Il  cavaliere  ubbidì:   e  un  giorno,  preso  con  s 
questo,  seguito  dal  servo   a   piedi,  s'avviò   alla   spiaggi 
di   S.   Leone.   Il  servo   sollecitavalo   a  tornare  indietro 
ma   il   padrone   tenne   duro,   e    giunto   sul   posto,   pres 
il   ciottolo,    che   gli  bruciava  orribilmente   le   dita,  e   J 
buttò    lontano,    rimanendo    spaventato    di    un    solco   ( 
fuoco  che  il   ciottolo  medesimo  segnò  per  aria.  Volt 
dosi  indietro,  vide  la  figura  del  servo   divenuta  orri 
mente  mostruosa,  con  due   grandi  corna   sulla  front 


IL    DIAVOLO  91 

li  occhi   rossi  e  sanguigni.   Costui   lo   rimproverò  d'in- 
ratitudine,  lo  condannò  alla  povertà  e  disparve. 

Il  cavaliere  partì,  ma  lungo  il  viaggio  si  ruppe  una 
amba;  stette  lungamente  malato,  visse  storpio,  e  morì 
overissimo   (Girgenti)  \ 

Leggenda  terza: 

Cera  un  povero  uomo  in  fine  di  vita,  e  il  diavolo  per 
irlo  suo  prese  a  provarlo  con  gli  articoli  della  fede, 
enta  tenta,  il  villano  era  fermo  nei  pricinpì  della  chiesa 
ittolica.  —  Ebbene,  pensò  tra  sé  il  diavolo;  adesso  ti 
>  cadere  nel  peccato  della  superbia.  E  quindi  a  blan- 
irlo,  a  sussurrargli  dolci  parole.  —  «  Beato  te,  gli  diceva, 
ìe  sei  un  san,to,  e  te  ne  vai  a  godere  il  paradiso  »!  E  il 
llano:  —  «  Santo  non  ci  sono;  ma  spero  di  diventarci, 
m  la  grazia  di  Dio  »!  — •  «  Beato  te,  dicea  il  diavolo, 
ne  pel  tanto  bene  che  hai  fatto,  puoi  dirti  un  uomo 
rtuoso»!  —  «Virtuoso  non  ci  sono,  ma  spero  di  di- 
starci, con  la  grazia  di  Dio  »!  —  «  Beato  te  »  ecc.  ecc. 
qui  a  dargli  tutte  le  virtù  di  questo  mondo.  Quando 
de  che  di  farlo  montare  in  superbia  non  c'era  verso, 
lutò  registro,  e  prese  a  caricarlo  di  contumelie,  con- 
uiudendo:  —  «Ah!...  dicono  bene  tutti  che  sei  sempre 
■ito  un  birbante,  un  vizioso,  un  animale  ».  Ed  il  villano 
ilnza  scomporsi:  —  «  Animale  non  ci  sono:  ma  spero  di 
[ventarci,  con  la  grazia  di  Dio!  »  E  qui  il  diavolo  schiz- 
«ndo  fuoco  da  tutte  le  parti,  andò  via  disperato  di  vin- 
ire  uno  più  furbo  di  lui  (Palermo)  2. 

Gramitto  Xerri,  Racconti  pop.  sic,  pp.  43-51. 

Corre  popolarissimo,  e  si  legge  pure  negli  Anedotti  siciliani  di 

Longo,  p.  113-114.  Catania,  1845. 


92  CAPITOLO    V. 

Leggenda  quarta: 

Un  uccellatore  non  prendendo  più  neppure  uno  sgric 
gìoIo,  si  raccomanda  senz'altro  al  diavolo  a  cui  consegne 
rà  a  capo  di  dieci  anni  l'anima  sua  se  lui  lo  farà  arricchir 
uccellando.  Il  diavolo  gli  fa  prendere  uccelli  a  retate:  m; 
l'uccellatore  pensa  alla  promessa  e  trema  dalla  paura 
Più  esperta  ed  avveduta  di  lui,  la  moglie  fa  imporre  a 
quest'altra  condizione:  che  egli,  il  diavolo,  dovrà  prim 
di  prendersi  l'anima  agognata,  riconoscere  alla  caccia  ce 
marito  un  uccello  di  nuova  specie.  In  sul  finir  de'  10  anni 
infatti,  un  uccellacelo  pauroso,  non  mai  veduto,  apparv 
al  povero  uomo  e  al  diavolo,  che  nessuno  de'  due  sepp 
conoscere;  ed  era  la  moglie  dell'uccellatore  mostruosi 
mente  coperta  di  pelle  e  di  penne,  che  apparve  e  d 
sparve  in  una  boscaglia  a'  loro  occhi,  onde  il  diavol 
decadde  dal  suo  diritto  sull'anima  del  malaccorto  ucce 
latore  ,  salvato  in  buon  tempo  dall'astuzia  della  sua  doi 
na  (Palermo)  1. 

È  chiaro  da  siffatte  leggende  che  le  relazioni  tra  il  dil 
volo  e  la  donna  non  sono  le  più  cordiali  di  questo  monde 
l'uno  e  l'altra  si  odiano  maledettamente;  forse  perch 
secondo  i  denigratori  della  donna,  questa  è  un  diavolo 
carne  e  in  ossa  e  sarebbe  buona  a  rubare  il  mestiere 
diavolo  medesimo.  Un'altra  storiella  accentua  la  presun 
antipatia  tra  lo  spirito  del  male  e  la  metà  dell'uomo, 
eccola  : 


1  Cfr.  pienamente  con  la  XXXV  delle  Novelline  di  S.  Stefano 
De  Gubernatis.  Torino,  1869. 


IL   DIAVOLO  93 

Leggenda  quinta: 

Gesù  Cristo,  mentre  con  alcuni  discepoli,  tra'  quali 
.  Paolo,  andava  da  un  paese  ad  un  altro,  vide  il  demo- 
io  ed  una  donna  che  si  davano  botte  da  orbi,  e  comin- 
iò  a  gridare  che  la  finissero;  ma  quelli,  accapigliali 
om'erano,  o  non  sentivano,  o  fingevano  di  non  sentire, 
kilora  G.  C.  mandò  S.  Paolo  perchè  cercasse  di  dividerli, 

S.  Paolo  fece  di  tutto,  ma  non  vi  riuscì,  e  poco  mancò 
he  non  buscasse  le  sue;  laonde,  infuriatosi,  con  un  colpo 
i  sciabola  tagliò  la  testa  all'uno  e  all'altra.  Gesù  Cristo 
i  dolse  di  ciò,  e  disse  a  S.  Paolo  :  —  «  Hai  fatto  male  : 
otesto  non  è  un  bel  modo  di  metter  la  pace  tra  le  per- 
one che  vengono  a  rissa  tra  loro  ».  —  «  È  vero,  Maestro, 
ispose  S.  Paolo,  ma  in  quel  momento  io  non  sapevo  quel 
he  mi  fare,  ed  ora  non  c'è  più  rimedio  ».  —  «  Va,  gli  dis- 
ì  G.  C,  rimetti  le  teste  a  quei  corpi  e  vedrai  che  risor- 
eranno  pieni  di  vita:  bada  però  di  far  presto;  se  no, 
on  farai  a  tempo  ».  S.  Paolo  vi  andò,  e,  per  la  fretta, 
on  si  accorse  che  avea  sbagliato  le  teste;  sicché  quando 
uei  due  risorsero,  il  diavolo  si  trovò  con  la  testa  della 
onna  e  la  donna  con  quella  del  diavolo.  Ecco  perchè 
i  donne  hanno  la  testa  del  diavolo!    (Naso). 

Dal  Brevio  e  dal  Machiavelli  a  noi,  quanti  non  hanno 
accontata,  cangiando  luoghi,  nomi,  circostanze,  e  tutti 
icendola  propria,  la  spiritosa  novella  di  Belfagor?  — 
\n  diavolo  condannato  a  venire  nel  mondo  a  prender 
toglie,  non  potendone  più  oltre  sopportar  le  imper- 
3zioni,  se  ne  fugge  va  ad  invasare  un'altra  donna  per 
armentaria;  ma  da  lei  parte  spaventato  udendo  che  la 
toglie  viene  da  lui.  Novella,  questa,  popolarissima  an- 


94  CAPITOLO    V. 


che  presso  gli  Slavi,  e  che  qui  in  Sicilia  fa  prendere  for-< 
me  umane  al  diavolo  Zuppiddu  \  E  si  racconta  di  altra 
fuga  presa  da  esso  all'apparir  d'una  vecchia  strega  per 
paura  che  la  glie!'  accoccasse  anche  a  lui. 


6.  Il  diavolo  causa  d'ogni  male. 
Sua  vita  travagliata. 

Causa  e  origine  d'ogni  nostra  contrarietà,  anche  della 
minore  importanza,  è  sempre  il  diavolo.  Se  si  cerca  un 
oggetto  e  non  si  trova,  è  il  diavolo,  è  chiddu  cu  li  coma 
che  si  diverte  a  vederci  disperare;  se  il  tempo  stringe,  e 
nuovi  contrattempi  ci  vengono  a  impedire  di  trovarci 
alla  tal'ora  nel  tal  sito,  è  il  diavolo  che  ci  metti  la  cudù 
o  li  corna;  se  una  faccenda  non  va  come  avevamo  desi 
derato  e  sperato,  è  il  diavolp  che  ci  perseguita:  tutto  t 
sempre  il  diavolo;  perchè  Quannu  lu  diavulu  voli  fan 
succediri  9na  cosa,  la  fa  succediri,  e  Quannu  succedi  9nt 
cosa  bona,  lu  virseriu  si  menti  'ntra  lu  menzu.  Questo  sa  i 
diavolo,  e  quando  non  c'entra  per  nulla,  non  può  non  ri 
sentirsene,  e  compiangere  la  sua  triste  condizione;  ma  un; 
volta  perdette  la  pazienza  e  ne  fece  una  delle  sue. 
trasforma  in  gentiluomo,  e  se  ne  va  giostroni  per  la  ci 
(quale  fosse  questa  città  la  leggenda  non  dice,  perchè  < 


]  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  II,  n.  LIV;  Casalicchio,  L'utile  col 
ce,  cent.  I,  p.  85-86.  Venezia,  MDCCXXXIII.  Nel  dialetto  siciliano 
donna  vivace,  spiritosa,  svegliata  troppo  si  chiama  senz'altro 
cia-diavuli.  Così  è  anche  chiamato  l'uomo  che  fa  scongiuri. 


IL   DIAVOLO  95 

>roprio  delle  leggende  l'essere  anonime  e  senza  partico- 
ari  topici).  Ecco  una  donna  tutta  infuriata  correre  alla 
lisperazione.  —  «Dove  andate,  buona  donna?  »  le  chie- 
ìe  lo  sconosciuto  signore.  —  «  Ah  !  per  carità,  mi  lasci 
indare,  signore!  Io  son  disperata!  »  —  «Ma  che  avete? 
Jie  vi  accade?  »  —  «  E,  che  ho  avere!  mio  marito  è  un 
ùrbone!  mi  lascia  digiuna  come  un  cane,  mi  lascia  nuda 
ti  giorno;  mi  strapazza  di  notte,  mi  bastona,  mi  ammaz- 
a  !  lo  corro  alla  casa  granai  *  ».  —  «  Ma  che  casa  grande  ! 
mona  donna.  Non  lo  fate  !  Tornate  a  casa  vostra,  pigliate 
on  le  buone  vostro  marito.  Forse  si  rimetterà...  ».  E  — 
no,  che  non  torno  »  e  «  sì,  tornate  »  ;  quella  donna  corse 
lu  'nchiujituri.  In  capo  a  pochi  giorni,  essa  fu  colpita 
la  mal  francese,  e  il  suo  viso  divenne  come  una  maschera  ; 
icchè  pensò  di  tornare  a  casa.  Per  via  la  scontra  il  noto 
entiluomo,  e  le  chiede  premurosamente  dell'esser  suo  e 
el  suo  andare;  ed  ella:  —  «  Io  volli  andare  ad  ogni  costo, 
d  ora  ne  son  pentita.  Fu  il  diavolo  che  mi  tentò!  » 
-  «  Ah,  porcacciona  !  esclamò  allora  il  diavolo  camuffato, 
ggiustandole  un  solennissimo  schiaffo.  E  non  sono  io  il 
iiavolo!...  E  non  fui  io  che  ti  dissi  e  ti  consigliai  di  tor- 
tare  indietro,  e  di  non  andare  a  far  la  baldracca!... 
Come  c'entra  il  diavolo?  » 
Quantunque  il  diavolo  ci  abbia  talora  un  certo  gusto 
far  all'amore  con  l'anima  d'un  cristiano,  pure  non 
ano  rari  i  casi  che  egli  assai  malvolentieri  disimpegni  il 
uo  ufficio,  costretto  per  esso  a  tener  la  posta  a  giocatori 

1  Sinonimo  di  'nchiujituri  e  della  cosiddetta  casa  di  tolleranza. 


96  CAPITOLO   V. 

disperati,  ad  avari  insaziabili,  a  donne  perdute,  a  monaci 
refrattari  o  poco  ossequenti  alle  regole  monastiche1  e. 
in  mancanza  d'altre  prede,  a  persone  che  han  dimenticata 
una  preghiera  abituale  o  forse  meccanicamente  detta. 
Triste  condizione,  invero,  che  lo  mette  al  di  sotto  dei 
primo  stregone  o  della  prima  maliarda  che  gli  capiti  in 
mezzo  a'  piedi. 

Al  semplice  comando  di  un  farabutto  qualunque,  pos 
sessore  di  un  anello  o  di  una  bacchettina  fatata,  non  um 
ma  cento  diavoli  devono  correre  a'  suoi  ordini.  A  schiera 
son  essi  comandati  dal  mago  Virgilio,  potentissimo  tra 
potenti  nell'arte  sua2,  e  da  Pietro  Baialardo  5;  e  noi 
possono  tirarsi  indietro  se  Malagigi  li  chiama.  Per  siffatta 
modo  codesti  spiriti  ribelli,  che  nella  loro  potenza  go 
vernano  l'abisso,  perduta  anche  la  forza  della  malìa  | 
la  prepotenza  del  fascino,  li  veggiamo,  divenuti  manovali! 
costruire  monumenti  giganteschi  e  montagne  altissime 
fabbricare  in  una  volta  un  mulino  come  quello  deWAgne, 
lo    (Castrogiovanni)  4;   slanciarsi  da   smisurate   altezze1 

'  Dalla  nota  leggenda  del  diavolo  entrato  a  perfidiare  in  un  m. 
nastero  ha  origine  il  paragone  proverbiale:  Essiri  comu  la  diavul 
"atra  lu  cummentu. 

2  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  II,  n.  LUI. 

»  In  mezza  Sicilia  corre  la  frase:  Cumannari  li  diavuli  com 
Petra  Baialardu;  e  su  Baialardo  o  Catalardo  vedi  la  leggenda  pu 
blicata  dal  Guastella  nel  Vestru,  p.  66. 

4  Linares,  Il  masnadiere  siciliano,  e.  IX. 

5  Nel   S.  Cristòfalu,  n.  XXVII  delle  Leggende  del  Salomone-M 


IL   DIAVOLO  97 

correre  od  alitare  per  fiumi,  pozzi,  grotte,  caverne,  case 
3  torri  disabitate,  che  da  essi  prendon  nome,  e  destano 
paure  terribili  per  tutta  una  campagna,  una  valle,  un 
territorio.  A  giorni,  ad  ore  ad  occasioni  determinate 
lutti  o  parte  di  questi  diavoli  tra  il  terribile  e  il  grot- 

esco  si  rimettono  in  moto,  fan  la  ridda,  fischiano,  mia- 
golano, sghignazzano,  stridono  1  senza  nessun  gesto  e 
iolo  per  necessità  del  mestiere  ! 

Il  modo  di  dire:  Essiri  comu  lu  diavulu  affangatu  o 
iffacinnatu,  conveniente  a  chi  è  sopraffatto  da  brighe 
lì  da  affari,  non  è  dunque  nata  senza  un  perchè,  e  dà 

agione  alla  qualificazione  compassionevole  di  povìru 
liavulul  ohe  si  dà  allo  sventurato  o  al  malarrivato  2. 

ino,  Cristoforo  cerca  e  trova  il  diavolo,  dai  quale  vuol  sapere  se 
che  potenza  abbia; 

Senza  cchiù  tardanza,  lu  Sirpenti 
Misi  li  spiriènzii  a  mustrari, 
Fici  cadiri  du'  munti  ntra  un  nenti 
E  tuttu  a  un  nenti  a  so  locu  turnari; 
Gei  fici  milli  visti  diffirenti 
Pr'  a  Cristòfalu  fallu  accriditari: 
—  «  E  chisti  eh'  haju  fattu  nun  su'  nenti, 
Cristòfalu,  chistu  ed  àutru  pozzu  fari...». 
Il  diavolo  lo  conduce  seco  a  visitare  il  suo  palazzo   (l'inferno)   e 
.suoi  fratelli  (i  diavoli);  ma  nell'andare  s'incontra  in  una  croce, 
muta  via. 

1  Quello  che  per  la  lingua  italiana  e  la  francese  è  il  Fare  il  dia- 
olo  a  quattro,  nel  dialetto  siciliano  è  la  frase:  Fari  lu  diavulu  a 
Hti  sulàra.  Un'altra  un  po'  dissimile:  Fari  comu  lu  diavulu,  Fari 
i  diavulu  e  peju,  vale  imperversare,  entrare  in  furia. 

2  Tuttavia  non  bisogna  credere  che  del  diavolo  si  possa  impu- 
emente  abusare.  Ce  lo  avverte  il  modo  di  dire:  Muzzicari  li  mirini 

lu  diavulu,  che  significa:  Fare  un  male  anche  uno  sgarbo  altrui 
Poppando   in   guai   e   contrarietà   d'ogni   genere. 


98  CAPITOLO   V. 


7.  Abitazione  del  Diavolo  in  Sicilia. 

Il  diavolo,  anzi  i  diavoli,  in  vari  tempi  e  in  vari  post 
della  Sicilia  si  son  fatti  delle  stazioni,  vorrei  dire  dell* 
succursali  di  «  casa  calda  ». 

Nella  convalle  de'  monti  Erei,  là  dove  l'antica  mitolo 

già  sicula  collocò  ninfe,  la  tradizione  popolare  cristiana  h 

collocati  diavoli  in  forma  di  donne.  Un  pio  sacerdote  \u 

zinese,  che  nel  primo  trentennio  del  secolo  passato  scrive 

la  storia  della  sua  città  con  la  critica  onde  nel  nostro  secc 

lo  un  poeta  acitano  pubblicava  i  canti  popolari  sicilian 

ci  lasciò  su  questo  fatto  una  pagina  curiosissima,  degna  d 

figurare  nella  demonolagia  popolare  della  Sicilia.    «  Ne- 

la  convalle  del  Bizini,  egli  scrive,  varj  luoghi  si  contane 

che  furono  dai  suddetti  spiriti  maligni  infestati.  Un  tr 

tanti  è  il  principale,  chiamato  Inferno,  per  una  fonte  e 

tal  nome;  la  quale  non  è  molto  lontana  dalla  fonte  d( 

Paradiso,  un'altro,  è  tutto  il  feudo  di  Morbano;   di  pi 

una  fontanella  in  questo  feudo,  lungi  la  via  che  porta 

Buccheri  su  per  l'erto;  un  monte,  ed  è  il  Lauro,  in  ci 

come  in  cittadella  facevasi  forte  l'Inferno,  ecc.  In  tut 

queste  contrade   e   luoghi  han  fatto   quasi   lor   covile 

diavoli  invece  delle  ninfe  un  tempo  abitanti. 

«  L'Inferno,  chi  può  negare,  aver  tal  nome  ricevui 
nella  convalle  di  Bizini  dal  moltissimo  apparir  colà  d 
Demonj  a  foggia  di  furie  o  mostri  infernali,  nocevc 
agli  uomini,  molesti  agli  animali,  dannosi  ai  campi, 
quel  che  è  peggio  a  occhi  veggenti  di  chi  con  tal  non 
espressi  vollero  que'  diavoli?   Tutt'all'opposto  nel  fon 


IL   DIAVOLO  99 

Paradiso,  in  cui  posso  credere,  che  Daemon  tibicinem  et 
saltatorem  agebat  e  mille  altre  azioni  allegrose,  ma  di 
traditor  travestito,  come  appunto  narra  Gaetano  (Isa- 
goge), che  usava  nel  Fonte  Alesino  (f.  213),  mentre  che 
come  leggo  in  alcuni  mss.  sotto  nome  di  D.  Antonino 
Noto,  di  tali  materie  curiosissimo,  furon  quivi  talora 
veduti  i  Demonj  a  guisa  di  donne  apparecchiar  tavole  per 
mangiarvi  su,  invitando  a  quelle  mense  di  finte  bevande 
e  di  vano  riereamento  i  passeggieri,  e  convicini  abitatori.  . 
Nella  fontanella  nella  via  verso  Buccheri  un  sae.  bizinese 
D.  Michele  Gandolfo  vide,  e  non  potè  poi  dichiararcelo 
se  viso  di  donna  o  di  demonio:  checche  si  fosse  stasto  ciò 
che  vidde,  egli  cadde  in  quel  mal  destino  in  cui  sogliono 
inciampare  chi  dentro  le  fontane  mirano  in  faccia  qual- 
che ninfa...  Festo,  De  verb.  signif.,  alla  vóce  Limphce,  dice 
Vulgo  autem  proditum  est,  quicunque  speciem  quondam 
e  fonte  idest  effigiem  nynphce  viderint,  furendi  non  fe- 
risse finem;   quos  latini  lymphatos  appellant. 

«  Nella  contrada  del  Roccaro  (e  questo  caso  tuttavia 
si  racconta  dai  paesani  fin  a  oggidì)  i  gabbi  che  hanno 
fatto  i  demonj  offerendo  da  sotto  quelle  gran  pietre  oro, 
argento,  danaj  a  chi  portasse  colà  non  so  che  poliza,  e 
pel  carico  una  mula  bianca,  sono  stati  più  di  una  volta, 
i  lì  tuffati  sono  ancora  vivi.  In  Morbano,  in  cui,  pereiochè 
tutto  il  nome  del  feudo  è  di  Mormono  in  greco,  signifi- 
cante in  latino  Larva  et  personarum  tegumentum 
(Xenoph.  Comment.)  non  v'è  valloncello,  pianezza  o  pog- 
gio, che  stato  non  sia  da  ombre  infernali,  ora  a  guisa 
l'uomini  giganti,  or  di  donne  lascive,  or  di  caproni  occu- 


100  CAPITOLO   V. 

pato   con  pericolo  e   spaventamento   degli   agricoltori 
passeggieri 1  ». 
Andiamo  avanti. 

Nel  Ragusano  il  sito  detto  dei  Cientu  Puzzi  ha  una 
storia  anche  esso  diabolica.  Secondo  la  leggenda  quel  nu- 
mero straordinario  di  pozzi,  oggi  parte  interrati,  parte 
pieni  d'acqua  freshissima,  vennero  scavati  da  un  eser- 
cito di  diavoli,  che,  scappati  non  si  sa  per  quale  avven- 
tura  dell'Inferno,  dovettero  rientrarvi  per  quei  buchi 
(Ragusa  Inferiore)  2. 

«In  una  grotta  del  monte  agirino  (Agira)  stavano 
incatenati,  da  tanti  secoli,  molti  demoni  col  loro  capo 
Maimone.  Durante  l'anno  nulla  si  sentiva  nella  grotta 
infernale,  ma  venuto  il  dì  di  festa  patronicola  (di  S.  Fi. 
lippo),  Maimone  e  i  suoi  gridavano  maledettamente 
dall'alba  alla  sera,  e  facevan  sentire  nelle  adiacenti  canv 
pagne  il  rumore  delle  loro  catene,  perchè  volevano  svin 
colarsene  3  ». 

A  S.  Domenico  (in  Messina),  luogo  una  volta  di  mal< 
femmine,  si  sentono  oggi  i  rumori  sotterranei  e  scrosc 
di  catene:  e  son  diavoli  che  vi  dimorano  da  secoli  e  secoli 
Il  Mulino  dell'Agnello  innanzi  citato,  nel  territori* 
di  Castrogiovanni,  è  in  preda  a  diavoli  spaventevoli 
che  in  forma   di  montoni  e  con  occhi   di  brage,   nani 

1  I.   Noto,   L'Antichità   di  Bizini  città  di  Sicilia,   libri  tre   ec< 
lib.  II,  e  XIX.  In  Napoli,  MDCCXXX,  appresso  Felice  Mosca. 

2  Fiabe  e  leggende,  n.  CVIII.  -  Vedi  anche  Guastella,  Cai* 
p.  CXIII. 

2  Seb.  Salomone,  op.  cit.,  v.  II,  parte  HI-IV-V,  p.  233. 


IL   DIAVOLO  101 

melle  volanti,  e  di  cupi  interminabili  buffi  di  vento  agi- 
tano tutta  quella  contrada  1. 

Ma  l'abitazione  più  grande,  più  celebre  è  quella  del- 
l'Etna. 

Una  credenza  volgare  molto  vecchia  e  sempre  gio- 
vane afferma  che  la  bocca  dell'inferno  sia  il  Mongibello, 
ove  i  diavoli  travagliano  ventiquattr'ore  il  giorno.  Un 
canto  popolare  comincia  invocando  i  diavoli  etnei: 

Diàuli  ch'abitati  a  Muncibeddu, 
Calati,  ch'àti  a  fari  'na  jurnata, 
Purtàtivi  la  'ncùnia  e  lu  marteddu 
Cc'è  di  vuscari  'na  bona  jurnata  2. 

Una  invocazione  erotica,  ha  tra  gli  altri  questi  versi: 

Diavulu  di  Muncibeddu, 
Va'  stòrnacci   lu   ciriveddu. 

Questa  dimora  de'  diavoli  nel  nostro  vulcano  ha  un'o- 
rigine curiosa.  Quando  Lucifero  —  dice  una  leggenda  — 
fece  guerra  a  Gesù  Cristo,  S.  Michele  Arcangelo  lo  inse- 
guiva per  aria;  e  Lucifero  per  non  farsi  ghermire  correva 
ia  una  nuvola  all'altra  come  le  nottole.  Sul  punto  che 
B.  Michele  era  per  ghermirlo,  che  fa  quel  porco  fetente? 
Con  un  enorme  salto  si  lascia  andare  verso  la  Sicilia, 
e  si  va  a  nascondere  nel  Mongibello.  Si  raggomitolò 
:ome  uno  scorsone,  ma  la  testacela  gli  usciva  fuori,  che 
?ra  così  lungo  il  fetente,  che  non  v'era  modo  di  misu- 
•arlo.  S.  Michele  Arcangelo  corre,  gli  vede  la  testa  fuori, 
ì  con  un  colpo  di  spadone  trrrr!  gli  fa  saltare  un  corno. 

Linares,  //  Masnadiere  siciliano,  e.   XIX. 
2  Studi  di  poesia  pop.,  p.  24;  Avolio,  Canti,  p.  220. 


102  CAPITOLO    V. 


. 


E  questo  corno  cadde  a  Mazzara;  e  voglion  dire  che 
ancora  dentro  il  grottone.  Lucifero,  vista  la  mala  parata, 
getta  un  salto  e  con  un  morso  gli  spicca  una  penna  dal- 
l'ala, e  questa  penna  preziosa,  dicesi  che  è  tutta  di  perle 
finissime,  le  quali  fanno  abbarbagliare  gli  occhi.  La  pen- 
na cadde  a  Caltanissetta,  ma  quella  penna  non  v'è  più, 
perchè  i  peccati  de'  Caltanissettesi  erano  così  grandi  che 
la  penna  non  ci  volle  stare  e  se  ne  volò  in  paradiso  K 

A  tempo  e  a  luogo  i  diavoli  escon  fuori  da  questo  mon- 
te, vanno  in  cerca  di  anime  o  in  busca  d'avventure.  Larva 
infernale  fu  il  vecchio  che  ai  tempi  di  Enrico  VI  impera- 
tore e  re  di  Sicilia  comparve  al  servitore  del  Decano 
della  Chiesa  di  Palermo  che  avea  perduto  un  cavallo, 
assicurandolo  essere  esso  nel  Mongibello  in  potere  del  re 
Arturo  2.  Diavoli  in  forma  di  fabbri  armati  di  strumenti! 
in  viaggio  per  Mongibello  furon  quelli  apparsi  verso  il 
1534  a  un  negoziante  siciliano  che  viaggiava  da  Messina 
per  Taormina,  seguiti  da  uno  che  essi  dissero  il  lorc 
architetto  con  «  barba  ispida,  orride  ciglia,  col  colo 
d'un  etiope  e  la  statura  più  che  ordinaria  3  ». 


" 


1  Fiabe   e  Leggende,  n.  XVIII   e   Guastella,   Vestru,  PP.   59-60 

nota  XIII. 

2  Cesario,  loc.  cit.;  Gaetani,  Sanctorum  Siculorum,  v.  11,  p.  M 

-  Cfr,  v.  I,  p.  265. 

3  J.    B.    Masculi,   De   Incerta.    Vesuvii,   1.    Ili,    p.    113.   Neapoli 
M.DC.XXX.  Ex   officina   Secundini   Romalioli. 

Su  questo  argomento  delle  leggende  relative  al  Mongibello  co 
parte   dell'inferno   mi  soccorre  una  nota  del  dotto  A.  Graf: 
«Di   un'apparizione  de'   ciclopi   e   di   Vulcano   si   fa   ricordo 


IL   DIAVOLO  103 

Segno  certo  della  loro  presenza  è  ora  un  gran  fumo, 
>ra   un   gran  puzzo   di  zolfo,   ora  un  vento   impetuoso, 

536,  poco  prima  di  una  grande  eruzione  dell'Etna  \  Come  in  antico, 
i  credeva  che  il  monte  ignivomo  fosse  spiracolo  dell'inferno,  e  le 
eggende  che  più  facilmente  dovevano  accreditarsi  in  Sicilia  e  dif- 
ondersi, erano  le  leggende  monacali  ed  ascetiche,  le  quali  appunto 
i  conformavano  a  quella  credenza,  e  narravano  di  anime  dannate, 
•ortate  a  volo  entro  il  monte  dai  diavoli,  e  d'altre  spaventose  me- 
aviglie.  Queste  leggende  sono  assai  numerose;  mi  basterà  ricordare 
uelle  di  Eumorfio  e  di  Teodorico,  narrate  da  Gregorio  Magno 2, 
quella  del  re  Dagoberto,  narrata  dallo  storico  Aimoino 3.  Imme- 
liatamente  dopo  aver  narrata  la  storia  del  Decano  di  Palermo, 
lesario  racconta 4  quella  di  Bertoldo  V.  duca  di  Zahringen,  a  cui 
diavoli  preparano  nell'Etna  il  castigo  dovuto  alle  sue  scelleratezze, 
econdo  certo  racconto  riferito  da  Pier  Damiano  nella  vita  di 
ant'Odilone,  dentro  l'Etna  si  udivano  le  querele  delle  anime  pur- 
anti  tormentate  da  infiniti  demoni B.  Nel  nome  stesso  dell'Etna 
i  trovava  indicata  la  condizione  sua.  Isidoro  da  Siviglia  dice6: 
lons  Aetnae  ex  igne  et  sulphure  dictus,  unde  et  Gehenna.  E  Gof- 
redo   da   Viterbo,   parlando   della   Sicilia: 

Mons  ibi  flammarum,  quas  evomit,  aetna  vocatur: 
Hoc  ibi  tartareum  dicitur  esse  caput 

«  In  Sicilia  stessa  queste  credenze  dovevano  essere  divulgate.  Par- 
indo  della  grande  eruzione  del  1329  Nicola  Speciale  dice:   Plures 

!  '  Li  horrendi  et  spaventosi  prodigi  et  fuochi  aparsi  in  Sicilia  nel 
tonte  de  Ethna  o  vero  Mongibello  ecc.,  S.  I.  ed  a.  Cfr.  Praetorius, 
nthropodemus  plutonicus,  voi.  I.  p.  266.  Magdeburgo,  1666. 

2  Dialogorum,  IV,  35,  30. 

3  Historia    Francorum,   IV,    34.   Vedi    inoltre    Graf.    Roma   nella 
temoria  e  nelle  immaginazioni  del  medio  evo,  v.  II,  pp.  360-62. 

4  Distinct.  XII,  e.  13. 

5  Cfr.  Gervasio,  Otia,  decis.  IH,  p.  965-66. 

0  Etymologiarum,  1   XIV,  e.   8.   Lo   stesso   ripete   Vinc.   Bellova- 
ense,  Speculum  naturale,  1.  VII,  e.  22. 


104  CAPITOLO    V. 

nel  quale  essi  scorrazzano  per  l'aria  facendo  un  rumori 
d'inferno.  Vuoisi  che  si  dilettino  anche  di  sguinzagliars 
addosso  al  popolo,  e  far  nascere  delle  rivolture:  ed  a  que 
sto  loro  costume  fu  per  comune  consenso  attribuito  il  tu 
multo  palermitano  del  1647  diretto  dal  battiloro  Giusep 
pe  D'Alesi;  onde  a'  24  di  agosto  di  quell'anno  «  fu  alzati 
nelle  Quattro  Cantoniere,  centro  della  città,  un  aitar 
dai  Padri  Chierici  Regolari,  ed  ivi  con  la  forza  degl 
esorcismi  si  scongiurarono,  maledissero  e  cacciarono  gì 
spiriti  infernali,  che  infestavano  la  città,  dall' Arcivescov 
di  Monreale  D.   Giovanni  Torrefìglia  1  ». 

Il  lettore  l'ha  già  veduto  da  se:  dalla  fiaba  siam 
passati  per  impercettibile  gradazione  di  fatti  e  di  circe 
stanze  alla  leggenda;  e  il  diavolo,  in  quella  minchion 
allo  spesso,  in  questa  è  uno  spirito  malvagio  e  pericc 
loso.  Nella  leggenda,  che  rarissime  volte  può  dirsi  prof  an 
e  forse  non  va  mai  senza  una  certa  unzione  devota,  egj 
è  il  biblico  serpe,  Yadversarius  diabolus,  che  circuii  qm 
rens  quem  devoret.  Sono  a  dozzine  le  leggende  nelle  qua 
il  diavolo  ne  fa  delle  sue  tentando  uomini  e  donne,  gi( 


etiam  in  confinihus  montis  a  daemonibus,  qui  tunc  diversa  corpoi 
sumentes  in  aera  terribilia  mendacia  praedicabant,  arrepti  sunt 
La  opinione  dunque  che  i  Siciliani  avevano  del  loro  vulcano,  p< 
non  parlare  dei  terrori  ond'esso  era  loro  troppo  giusta  cagione,  no 
era  tale  da  indurli  a  porvi  dentro  l'incantato  regno  di  Morgana, 
a   farne   soggiorno    dal   re   Artù»2. 

1  Mongitore,  Palermo  divoto  di  Maria  Vergine,  v.  I,  229. 

1  Istorie,  1.  Vili,  e.  2,  ap.  Muratori,  Scriptores,  v.  V,  col.  1079. 

2  A.  Graf,    Appunti   per   la   storia   del   ciclo    brettone    in 
pp.  94-96.  Vedi  questi  Usi,  v.  I,  p.  226,  nota  1. 


IL    DIAVOLO  105 

vani  e  vecchi,  ragazze  e  vedove  e  persone  d'ogni  condi- 
zione; venendo  a  vivere  carnalmente  con  una  donna, 
prendendo  sembianze  di  bellissima  fanciulla  per  vin- 
cere la  castità  d'un  santo  vescovo,  o  di  gentil  cavaliere 
per  perdere  una  buona  donzella,  o  di  scimmia  per  tener 
compagnia  ad  incestuosi,  o  di  colubro  per  uccidere,  ese- 
cutore del  volere  divino,  un  frate  traditore  omicida  \ 
o  di  cane,  o  di  gatto,  o  di  volpe,  o  di  corvo,  o  di  caprone 
od  anche  di  semplice  capo  de'  diavoli  per  commettere 
bestialità.  Ma  qui  ci  perdiamo  nella  leggenda  cristiana: 
ed  io  non  vo'  entrare  in  sacrato.  Ricorderò  solamente  il 
fatto  spaventevole  avvenuto  in  Messina  nei  1341,  in  cui 
in  figura  di  cani  molti  diavoli  infestarono  le  città  at- 
terrendo i  cittadini  con  paurosi  latrati:  un  cane  de' 
quali,  tutto  nero,  con  una  spada  in  mano,  entrato  nel 
duomo,  in  quella  che  il  popolo  smarrito  vi  entrava  an- 
ch'esso, ruppe  e  pose  in  isconquasso  vasi  d'argento,  lam- 
pade, candelieri  sugli  altari  2. 
Ricorderò  altresì  una  parità,  che  desta  raccapriccio: 
Una  volta  Lucifero  correndo  verso  nona  per  le  cam- 
pagne di  Spaccaforno  afferrò  una  capra  e  la  rese  pre- 
ma. Al  nono  mese,  essa  figliò  sotto  un  noce  la  più 
Drribile  delle  bambine,  che,  al  solo  guardarla,  facea  ca- 
lere in  isvenimento.  Il  padre  le  legò  l'ombelico,  e  nel 
cordone  reciso  infilzò  spilli,  aghi  e  legò  filo  rosso;  poi 
saciandola  la  riconobbe  per  la  sua  vera  e  legittima  figlia 

1  Canti,   nn.    927,    942,    951    ecc.;    Salomone-Marino,    Leggende, 
in.  XIV,  XVIII,  XXV,  XXVII. 
s  Mich.  da  Piazza,  Hist.  Sicil.,  p.  I,  e.  29. 


106  CAPITOLO    V. 

e  le  diede  le  sue  virtù;  —  «  E  quali  sono  »?  chiese  sul 
ristante  la  neonata;  e  Lucifero  gliele  enumerò  in  rima 
—  «  E  quando  io  sarò  morta,  a  chi  lascerò  queste  virtù  »? 
tornò  a  chiedere  la  neonata.  —  «  A  chi  avrà  il  coraggi* 
di  far  la  quaresima  in  mio  onore  e  gloria!  e  questa  qua 
resima  consiste  nel  commettere  un  peccato  mortale  a 
giorno  per  quaranta  giorni;  e  questa  virtù  le  donne  d 
Spaccaforno  non  se  la  lasceranno  sfuggire  *  ». 

8.  Il  Diavolo  nelle  Sacre  Rappresentazioni 
e  ne'  Giuochi.  Il  Demonio  meridiano. 

La  triste  e  paurosa  celebrità  del  diavolo  trovò  sem 
pre  eco  nelle  sacre  rappresentazioni  e  nelle  procession 
figurate  che  per  vari  secoli  si  ripeterono  periodicamenti 
in  tutta  l'Isola,  e  che  oggi  di  quando  in  quando  si  ri 
vedono  in  qualche  comune  non  abbastanza  incivilii 
agli  occhi  de'  moderni  Vandali  delle  antiche  tradizion 
municipali. 

Questa  maschera  apparisce  nelle  Casazze  del  Venerd 
Santo,  della  Domenica  di  Pasqua  ecc.,  e  per  lo  più,  in 
catenata  al  collo,  viene  dietro  alla  figura  dell' Arcan 
"elo  Michele  «  facendo  il  diavolo  a  quattro  ».  Rimand 
ai  miei  Spettacoli  il  lettore  che  cerchi  larghe  notizie  si 
questo  argomento.  A  proposito  del  quale  Arcangelo  m 
giova  far  menzione  di  una  Storia  di  S.  Micheli  in  trer 
tasei  ottave  siciliane  inedite  finora,  dove  il  diavolo  h 
una  gran  parte. 

1  Guastella,    Le  Parità,  p.  50-51,  218-219.  Le  sette   virtù  vedi 
nel   capitolo   delle  Streghe. 


IL   DIAVOLO  107 

Più  importante  è  la  figura  del  diavolo  ne'  giuochi 
nfantili.  Angelo  e  diavolo  non  si  scompagnano.  Vari 
•ambiai  fanno  da  anime  che  dovranno  passare  all'altro 
nondo,  ciascuna  con  un  nome  di  fiore,  colore,  ecc.  V'è 
in  custode   o   mercante   di   esse;    egli   suona   all'angelo, 

questi  indovinando  un  nome  porta  via  una  di  quelle 
nime;  suona  al  diavolo,  e  questi  non  vi  riesce  se  non 
ma  volta  su  tre  o  quattro.  A  giuoco  finito,  il  diavolo 
on  le  poche  anime  reprobe  che  ha  guadagnate  è  in- 
eguito  e  picchiato  col  grido:  Tutti  ó  diavulu!  Tutti  ó 
iavulu!  Ed  ecco  l'origine  innocente  di  quest'altro  modo 
roverbiale,  messo  in  uso  quando  tutti  si  grida  la  croce 
ddosso   ad   uno,   che  forse   è  un   capro   espiatorio. 

Una  parola  sulla  credenza  nel  demonio  meridiano. 

Questa  credenza  è  troppo  vaga  nel  popolo.  Nella  Con- 
3a  di  Modica  si  crede  che  chi  nasce  nel  mese  di  maggio 
ara  invaso  dai  Malifrùsculi,  cioè  da  diavoli  che  vanno 
ìaleficando  nelle  ore  di  mezzogiorno  1.  Sono  invisibili 
ll'uomo,  ma  esercitano  sopra  di  lui  un  fascino  ebro 
d  irresistibile,  che  lo  eccita  al  peccato  soprattutto  della 
issuria.  Spiegano  il  loro  potere  nell'estate,  nelle  ore 
tic  corrono  dall'una  alle  tre  pomeridiane.  Nei  pome- 
iggi  di  maggio  si  vede  qualche  volta  una  chioccia  se- 
uita  da'  suoi  pulcini,  la  quale  va  gridando  Piggiami 
iggiami!   (pigliami,  pigliami)  ;  chi  la  prende,  non  avrà 

lamentarsene,  perchè  chioccia  e  pulcini  si  convertono 
i  oro  (Modica).  In  qualche  comune  della  prov.  di  Si- 
acusa  nel  giorno  della  Purificazione  (2  febbraio)  si  la- 

1  Guastella,  Canti,  p.  CXIV. 


108  CAPITOLO    V. 

sciano   le    case   aperte   perchè   n'escano   questi    malifrù 
sculi,  donde  il  proverbio: 

0  jornu  d'  'a  Cannalora 

1  malifrùsculi  nèscino  fora; 

anzi  tutte  le  famiglie,  in  alcuni  luoghi,  lasciano  la  citt 
e  se  ne  vanno  in  campagna  1. 

La  credenza  in  esseri  soprannaturali  pericolosi  nell 
ore  meridiane  è  comune  in  Sicilia,  benché  questi  noi 
offrano  caratteri  chiari  e  precisi.  In  Messina  si  ritien 
che  a  18  ore  in  estate,  quando  spira  vento,  vi  sono  degl 
spiriti  che  girano  cercando  di  far  male  o,  per  lo  mene 
di  far  paura. 

In  Palermo,  una  canzonetta  infantile  di  nessun  ap 
parente  significato  dice: 

Menzi  jornu, 

Tavola  e  tornii, 

Nesci  la  vecchia 

C'un  pezzu   di  cornu; 

E  'u  cornu  si  rumpiu, 

Eia  vecchia  si  nni  fuìju. 

Chi  sono  quegli  spiriti?  Chi  è  questa  vecchia?  E  p 
che  gli  uni  e  l'altra  appariscono  e  vengono  in  scen 
nelle  ore  del  mezzogiorno?  Non  potrebbero  esser  e»' 
aspetti  diversi,  per  quanto  indefiniti,  d'una  stessa  ei 
tità  mitica,  che  dove  la  credenza  è  meno  sformata  i 
dice  malafràscula?  Il  fatto  della  vecchia  sembra  il  men 
favorevole  al  mio  sospetto;  ma  mitologicamente  pa: 
favorevole  al  mio  sospetto;  ma  mitologicamente  pa: 
landò,  è  appunto  questo  che  meglio  favorisce  il  mio  s< 
spetto;  perchè  consultando  le  superstizioni  di  vari  pae< 

1  Seb.  Salomone,  op.  cit.,  v.  I,  p.  282. 


IL   DIAVOLO  109 

'Europa,   questa  figura   di  vecchia   la   veggiano   ricom- 
arire  sempre  verso  il  mezzogiorno  1. 

Consiglieri  Pedroso,  Tradigoes  populares  portuguezas,  X, 
1  homem  das  sete  dentaduars.  Porto,  Typ.  Elzeviriana, 
[DCCCLXXXII. 

Intorno  al  diavolo  ed  alle  opere  diaboliche  vedi  Pardi,  Scritti  vari, 
III,  pp.  237-42;  Pai.  1873;  —  Nic.  Bianchi,  Storia  della  Monar- 
ìia  pieni.,  v.  I,  e.  VI;  —  Rossi,  Superstizioni  e  Pregiudizi,  veglie 
I,  IV,  V,  VI;  —  Peretti,  op.  cit.,  veglia  I  e  II;  —  Cavalli,  Delle 
oparizioni  ed  operazioni  de'  spiriti;  Milano,  1765;  —  Cicogna, 
el  Palagio  de  gl'incanti  et  delle  gran  meraviglie  degli  spiriti  e  di 
ita  la  natura  loro;  Brescia  1605;  —  Ticri,  Contro  i  Pregiudizi 
ipolari,  le  Superstizioni  ecc.,  e.  II;  Torino  1870. 
Sul  diavolo  nelle  Marche,  vedi  Castellani,  Tradizioni  pop.  della 
-ov.  di  Macerata,  p.  15  e  seg.  Foligno,  MDCCCLXXXV.  -  Nel 
remino,  G.  P.,  nella  Illustrazione  pop.,  v.  XXIV,  n.  8;  Milano, 
bbr.  1887;  e  altrove:  Manuale  di  spiriti  folletti,  ossia  Le  appari- 
oni,  le  visioni  spaventose,  ecc.  la  edizione;  Asti,  1858;  —  Savi 
opez,  Le  Leggende  delle  Alpi,  §§  II,  HI,  Vili,  nel  Bollettino  del 
lub  Alpino  Italiano,  v.  XX,  n.  53,  an.  1386;  Torino,  1887.  —  Sul 
riletto  nelle  Romagne,  Valeri,  nella  Illustrzaione  popolare,  v. 
XIV,  n.  16,  apr.  1887;  e  in  Piemonte,  G.  Dì  Giovanni,  Usi,  Cre- 
anze e  Pregiudizi  del  Novarese,  nell'Archivio  delle  Tradizioni 
»p.,  v.  VI,  pp.  448451,  riportate  dall'/ri  Risaia  della  Marchesa 
olombi  (Torelli-Torriani),  2a  edizione.  Napoli,  Morano,  1883.  — 
il  Mazzamorello,  Monacello  ecc.  De  Francesco,  ne  La  Nuova 
\ovincia  di  Molise,  an.  IV.,  n.  49;  Campobasso,  18  die.  1880;  — 
arcoaldi,  op.  cit.,  p.  81.  —  Picche  (F.  Verdinois),  nel  Fanfulla, 
ì.  XVI,  n.  5;  Roma,  6-7  gennaio  1885.  Su  altri  spiriti  e  diavoli  ed 
che  sui  morti  nel  Veneto,  Bernoni,  Leggende  fantastiche  pop. 
neziane,  nn.  5,  6,  9;  Venezia,  Fontana-Altolini  1873;  Nardo- 
bele,  Superstizioni  bellunesi  e  cadorine,  nell'Archivio  delle  tra- 
zioni pop.,  v.  IV,  pp.  576-592;  e  V,  pp.  32-40  e  525-538;  Pai.  1885 
1866,  e  riassunte  nella  Illustrazione  popolare,  v.  XXIV,  n.  4. 
filano,  gennaio   1887. 


VI.  Le  Streghe. 

1.  «  La  Stria  »  o  «  Nserra  ». 

Il  popolo  nostro  fa  una  distinzione  notabile  tra  strefj 
e  strega.  Chiama  Stria  e  in  alcuni  siti  'Nserra  una  streg 
spirito,  la  quale  è  un  vero  vampiro,  che  succhia  il  sa 
gue   de'  bambini;   e  Fattucchiara   o  Magara  una   domj 
in  carne  e  in  ossa,  la  quale  però  in  seguito  a  certe  pi  i 
tiche  e  per  certe  condizioni   speciali  può   operare   co 
soprannaturali,  che  ne  fanno  un  essere  straordinario 
a  volte  sovrasensibile. 

Questa  distinzione  non  è  sempre  chiara  ne  precis 
perchè  spesso  si  sente  a  chiamare  la  Fattuchiara  o  M 
gara  anche  Stria,  benché  la  Stria-'Nserra  non  sia  mi 
chiamata  magara. 

Non  mi  fermerò  davvantaggio  a  fare  una  descrizio 
di  quest'essere  soprannaturale  che  il  nostro  popoli 
chiama  Stria,  strega.  Basta  dire  che  ha,  secondo  le  e 
costanze  e  la  volontà  del  diavolo,  forma  ora  di  gal 
mostuoso  a  lunga  coda,  ora  di  pipistrello,  ora  di  rag 
gigantesco.  Uomini  e  donne  specialmente  vecchie  e  mo 
brutte   predono   queste  forme  *.   In  Siculiana  le  streg 

1  Quando  si  vede  una  brutta  vecchiaccia  bisogna  far  le  corna  ( 
le  mani,  tanto  per  iscansare  un  male,  potendo  ella  essere  una  stre 


LE   STREGHE  111 

sono  certe  donne  che  hanno  il  sangue  grosso;  se  toccano 
un  albero,  esso  secca;  se  baciano  una  bambina,  essa 
muore. 

Secondo  un'altra  credenza,  strega  è  la  tromba  ma- 
rina o  coda  di  ratto,  la  quale  porta  la  desolazione  ovun- 
que investa.  Quando  la  vien  tagliata,  cadono  giù  dall'aria 
calze,  scarpe,  arcolai,  scope:  roba  tutta  della  strega  (Mon- 
te vago)  \ 

Di  giorno  la  strega  non  esce  mai;  a  mezzanotte  in 
Kmnto  appare,  ed  è  una  malombra. 

Nociva  ai  bambini  sino  al  quarantanovesimo  giorno 
Iella  loro  nascita,  essa  li  lacera,  li  guasta  fino  a  che 
non  abbiano  ricevuto  il  battesimo,  o  non  siano  'ngra- 
mttati.  In  questo  caso,  essa  in  Marsala  prende  il  nome 
li  'Nserra. 

t  «  È  per  qesta  cagione  che  i  parenti,  quando  nasce 
in  bambino,  la  prima  notte  non  si  addormentano  per 
dmore  che  sopraggiunga  la  strega,  ed  alcuni  sino  al 
)attesimo,  altri  sino  al  49  giorno  dalla  nascita,  tengono 
>gni  notte  acceso  il  lume  in  camera,  affiggono  alla  porta 
Iella  casa  l'immagine  d'un  santo,  vi  appendono  un  ro- 
ario  ed  un  tovagliuolo  sfrangiato,  e  vi  mettono  dietro 
in  vaso  pieno  di  sale  ed  una  scopa:  tanta  è  la  paura 
he  reca  negli  animi  superstiziosi  la  strega.  Questa  al- 
'entrare,  vedendo  il  rosario  e  l'immagine  del  santo,  va 
ia  destramente,  e  se  queste  cose  vi  mancano,  e  trova  il 
ale,  il  tovagliuolo  e  la  scopa,  deve  contare  tutti  i  granelli 
lei  primo,  tutti  gli  stami   del   cerro   del  secondo,  tutte 

l1  Cfr.  v.  IH,  p.  79:  //  Dragone. 


112  CAPITOLO   VI, 

le  foglioline  del  cerfuglione,  di  cui  la  terza  è  formata; 
a  fare  la  qual  cosa  non  bastandole  il  tempo,  perchè 
deve  comparire  dopo  la  mezzanotte  e  nascondersi  allo 
spuntare  del  giorno,  va  via  senza  aver  nociuto  al  bambino. 
«  Un  villano,  pochi  giorni  dopo  che  gli  era  nato  un 
figliuolo,  veduto  avvicinarsi  alla  sponda  del  letto,  dove 
esso  giaceva,  la  strega,  un  gatto,  ben  s'intende,  più  grande 
dell'ordinario  e  mostruoso,  levossi  di  letto,  lo  prese  e  lo 
gettò  fuor  della  porta,  come  se  non  avesse  potuto  tornare 
a  miglior  tempo. 

«I  genitori  d'un  bambino,  veduta  una  notte  avvici- 
narsi la  strega,  l'inseguirono  e  la  percorsero  sulla  schie- 
na, mentre  si  nascondeva  in  non  so  quel  parte  della 
casa,  dove  sebbene  chiusa,  la  mattina  non  la  trovarono; 
e  sospettando  che  si  fosse  in  istrega  trasformata  la  vi 
cina,  informatisi  trovarono,  che  costei  si  doleva  alla 
schiena  ed  a'  fianchi,  e  ne  conchiusero  che  dessa  en 
veramente  la  strega  che  la  notte  aveano  inseguito  e  pe] 
cosso. 

«  Essendo  una  donna  abortita  dopo  la  mezzanotte,  u 
sua  parente  andò  per  non  so  qual  cagione  in  cucin 
dove  vide  un  gatto  mostruoso  e  spaventevole,  che  seb 
bene  cacciato  non  volle  partirsi.  Andò  ella  allora  tutti 
spaventata,  ma  vi  tornò  poco  dopo  con  un'altra  donni 
che  prese  a  compagna,  la  quale  fattasi  animo  cacci< 
via  la  strega  in  nome  di  Dio.  E  perchè  loro  parve  chi 
avesse  l'aspetto  d'una  vecchia  vicina,  credettero  eh 
si  fosse  costei  trasformata  in  istrega. 

«Una   bambina   in   campagna,   benché    fosse    sana, 
notte  avanzata  mise  un  acuto  strido:  la  mattina  fu  tr 


LE   STREGHE  113 

rata  con  la  faccia  sanguinolenta  e  come  graffiata,  né 
opravvisse  molti  giorni.  Nella  strega,  che  l'aveva  gua- 
ta in  tal  modo,  e  fatta  morire,  erasi  la  notte  trasfer- 
iate un  uomo,  che  di  giorno  l'avea  preso  tra  le  braccia 
:  l'avea  carezzato  »  1. 

,  In  Montevago  si  crede  di  rendere  immune  dalle  stre- 
;he  il  neonato  non  solo  coi  mezzi  sopra  descritti,  ma 
nche  con  un  bocconcino  di  fegato  di  colomba  bollito,  di- 
endo  al  bambino:  Avanzi  ca  ti  càmmara  àutru,  ti  càm- 
naru  io,  ed  è  certo  che  esso  non  sarà  menomamente 
nolestato,  essendo  il  fegato  di  colomba  un  terribile  an- 
idoto  contro  le  streghe,  forse,  credo  io,  perchè  il  fegato 
Iella  colomba  è  ritenuto  senza  fiele,  e  l'avvicina  alla 
inocenza  battesimale  dei  bambini,  di  fronte  alla 
[uale  nessun  essere  soprannaturale  malefico  può  riu- 
cire  infesto  2. 
Veniamo   ora    alla   Fattucchiera. 


2.  La  «  Fattura  »  e  la  Fattucchiera. 

ì  La  strega  =  fattucchiera  si  occupa  tutta  di  fatture,  cioè 
i  stregherie.  La  fattura  ha  la  forza  di  vincere  la  volontà 
ella  persona  alla  quale  è  fatta,  d'indurla  ad  operare 
scondo  i  desideri,  gl'intendimenti,  la  volontà  della  per- 
ona  che  la  fa  e  contro  la  persona  per  la  quale  essa  la 
a:  ed  affatturatu  o  9nfatacchiatu  è  colui  o  colei  la  cui 
olontà  rimane  impegnata  in  guisa  da  non  poter  usare 


1  Castelli,  Credenze,  pp.  15-17.  Pai.  1878. 

2  Voi.  II,  p.  1S3. 


114  CAPITOLO   VI. 

della   sua   libertà1,   colui   che   non   può    spiccarsi   dall 
pratica  d'una  donna  non  onesta,  colui  che  rimane  preso 
ad  inganno. 

Già  basta  sapere  a  quali  condizioni  si  possa  diven 
tare  strega  per  capire  subito  quanto  infame  e  sacrilega 
sia  questa  sua  arte.  E  una  delle  condizioni,  secondo  la 
credenza  modicana,  è  che  la  candidata  faccia  la  quare- 
sima del  diavolo,  cioè  commetta  per  quaranta  giorni 
consecutivi  un  peccato  mortale  ogni  giorno.  Secondo  la 
credenza  siciliana  in  generale,  la  futura  maliarda  dee<5 
aver  impegnata  in  un  modo  qualunque  l'anima  sua  al 
diavolo. 

Ma  siccome  anche  in  fatto  di  stregheria  v'è  una  gr; 
dazione,  così  non  occorre  adoperar  mezzi  estremi  per  o 
tener  facoltà  limitate  e  modeste  troppo.  In  Palermo 
certo  grado  di  potenza  soprannaturale,  sempre  d'ordi 
stregatolo,  si  ottiene  mettendosi  ginocchioni  in  chiesa 
e  al  momento  della  elevazione  dell'ostia  masticando  ed 
inghiottendo  una  fogliolina  d'ulivo;  e  nel  far  ciò  reci- 
tando una  orazione  che  noi  profani  non  possiamo  cono- 
scere e  che  solo  la  notte  di  Natale,  alla  nascita  del  Bam- 
bino, è  permesso  di  apprendere  a  chi  vuole  impararla. 
La  facoltà  che  egli  conseguirà  sarà  limitata  alle  opere 
che  il  candidato  o  la  candidata  ebbe  desiderio  o  inte 
zione  di  compiere  al  momento  del  rito. 


'Al   n.   1757   della   Race,  amplissima: 

Donna,  ca  nun  si'  donna,  ma  si'  Dia, 
'Nti  ssi  capiddi  la  fattura  cci  hai, 
Ccussì  mi  'ncatinasti  l'arma  mia, 
Comu  ti  vitti  e  comu   ti  sguardai. 


LE   STREGHE  115 

Prima  d'andare  inanzi  vo'  presentare  una  di  queste 
attucchiere  di  Catania  quale  ce  la  descrisse  il  Tempio 
ella  sua  Carestia.  Per  testimonianza  del  can.  Francesco 
trano,  amico  del  poeta  e  annotatore  del  poema  di  lui, 
ra  costei  una  donna,  a  cui  tutti  i  civitoti,  cioè  i  nativi 
d  abitanti  del  quartiere  della  Civita l  «  credevano  il 
>rmidabile  segreto  delle  fattucchierie.  La  sua  casa  si 
edeva  continuamente  frequentata  da  persone,  che  ve- 
ivano  ad  implorare  il  suo  aiuto  colla  stessa  disinvoltura 
>lla  quale  si  va  a  consultare  un  avvocato  o  un  chirurgo. 

che  incaricava  di  portarle  la  camicia  del  marito  per 
inarlo  dalla  passione,  che  ha  colla  comare:  a  chi  il 
izzoletto  dell'amico  per  dargli  la  virtù  della  costanza, 

premunirlo  contro  gli  assalti  della  volubilità:  a  chi 
ri  galletto  ed  altri  intingoli  per  compir  la  vendetta  della 
tfedeltà  ».   La   descrizione   è  questa  : 

Cci  stava  'ntra  la  Civita 
Gcu  facci  brutta  e  tetra 
'Nna   fattucchiera    celibri, 
Chiamata    donna   Petra. 

Chista  ccu  lu   dimoniu 
Di  notti   cunfirenza 
Aveva,   e    si    parravanu 
Ccu  tutta  cunfìdenza. 

Chi  spissu  a  un  crastu  niuru 
Accavarcau   di   trottu, 
E   ch'idda   a  lu   diavulu 
Facia   lu    panicottu 


Vedi    la    nota    1    p.    157    del    1.    voi.,    a    proposito    dell'Opra    di 
pania. 


116  CAPITOLO    VI. 

Si   dissi,   e   divulgatasi 
Sta   cosa   in   mezzu   a   tutti, 
Ddi   donni   ricurrevanu 
Ad  idda,  e  beddi  e  brutti. 

'Ntra  sciarli  e  matrimonii 
D'amuri    fra    l'intrichi 
Ccu  manu   diabolica 
'Ncucchiava  li   viddichi  \ 

Era   l'asilu   e  l'unicu 
Portu  pri    dd'arraggiati 
Guerci,  tignusi   e  lofrii, 
Spusini  abbannunati. 

Ccu   pignateddi   e   pruvuli, 
E  sucu  d'ervi  cotti, 
Quantu  nni  nei  arrenniri 
A  l'amurusi  botti! 

Ma  chistu  pri  disgrazia 
Si  poi  non  succidia, 
Squagghiari   carni   e  sàngura 
*N  suppilu   cci   facia. 

E  stavanu  a  sti   chiacchiri 
Li   fimmini   sumeri: 
Tantu  ch'era  la  despota 
Di  tuttu  lu  quarteri2. 


3.  Il  volo  delle  Streghe  e  il  noce  di  Benevento. 

Un'abitudine  delle  streghe  è  quella  di  volare  per  ar 
di  notte,  e  volando  girare  come  un  arcolaio  (anìmulu 
Da   ciò  la   qualificazione  di  animulara  data   alle   donn 


1  Concertava   partiti,  matrimoni. 

2  Tempih,   La  Cariatici,  v.  I,  e.  ITI,  e  p.  69,  nota.  Vedi  anchi 
e.  VII. 


LE   STREGHE  117 

he,  per  le  loro  male  arti,  son  credute  maliarde  e  stre- 
he;  ed  è  comunissimo  nella  provincia  di  Trapani  il 
lotto  ingiurioso  contro  le  donne  di  Calatanmi:  Cala- 
ifimara,  animulara,  perchè  le  si  hanno  tutte  per  ma- 
arde,  come  da  secoli  nella  Contea  di  Modica  si  sono 
vute  le  donne  di  Spaccaforno,  le  quali  si  ritengono 
orribili  e  così  numerose  da  non  potersi  mai  distruggere  \ 

Per  islanciarsi  in  aria  salgono  sui  tegoli  (canali)  delle 
ise  e  a  cavallo  a  neri  mostri,  o  a  scope,  o  a  semplici 
astoni,  s'indirizzano  verso  il  famoso  noce  di  Bene- 
mto. 

Nella  provincia  di  Messina,  quei  di  Mazzarrà  S.  Au- 
rea ingiuriano  gli  abitanti  di  Furnari  dicendo: 

Furnaroti,  canali  canali, 

Granni  e  piccini  su'  tutti  majari  \ 

Volano   impavide,    affidate   alla   potenza   che   in    loro 


A  Spaccafurnu  cc'è  lu  cicu  natu 

'Ugginu  comu  muschi  li  majari. 
«Horrent  aures,  ma  è  vero  che  le  fattucchiere  di  Spaccafurno 
ino  terribilissime  e  non  hanno  possuto  extirparele,  perchè  si  conta 
ie  Spaccafurno  fu  fabbricata  da  una  magha  Saraghina,  quale  è  se- 
lilta,  dicono,  ne  lo  plano  de  li  rositi  e  venendo  a  morte  volse  las- 
tre la  sua  virtù  a  quelle  terrazzane  e  fece  lo  incantisimo  che  le 
rgharie  non  cesseranno  in  Spaccafurno  se  prima  non  lo  destru- 
jno  septe  volte».  Gu astella,  Una  poesia  popolare  carnevalesca 
il  sec.  XVII  (an.  1667),  ne\Y Archivio  delle  tradizioni  popolari, 
(II,  p.  390. 

1  proposito  delle  magare  di  Spaccaforno  vedi  la  II,   (p.  218-19) 
He  Parità  del  Guastella  medesimo. 

Prov.  sic,  v.  Ili,  p.  146.  Anche  le  donne  di  Savoca,  nella  prov. 
i Messina,  son  dette  maliarde:  Savucoti,  majari  (ivi,  p.  164). 


JJg  CAPITOLO    Vi. 

proviene  dallo  spirito  infernale  loro  padrone  e  sovrano 
per  cui  vincono  le  bufere  e  il  vento  impetuoso  e  il  ma 
re  in  tempesta  e  tutti  gli  elementi  della  natura.  E  per 
che  non  corrano  nessun  pericolo  volando,  dicono  a 
primo  slancio: 

Supra   acqua   e   supra   ventu! 

Supra  la  mici  di  Bonaventu1; 
e  son  sane  e  salve  al  notturno  ritrovo  di  Benevento. 

Un  poeta  del  sec  XVII,  l'anno  1665,  ritraeva   questi 
donne  e  le  infami  loro  opere  nella  seguente   ottava: 


Di  lu   dimoniu  riescimi  seguaci 
Li  donni  mali  frusculi  e  magari, 
Fannu  cu  signi  e  cu  lingui  murdaci 
Ciarmi,  scungiuri  ed  acqui   a  scalpisari. 
La    notti    supra   li   muntuni    audaci 
Vannu  pri  l'airu,  o  pri  terra  o  pri  mari2. 


Si  parla  di  donne  le  quali  in  quest'aereo  viaggio  pò 
tan  seco  dell'acqua  attinta  a  un  pozzo:  ma  non  è  il  fat 
comune.  Si  racconta  che  nel  sestiere  dell'Albergheria 
Palermo  una  di  queste  donne  saliva  di  notte  sui  tetti 
una  brocca  d'acqua  di  pozzo  in  mano  e  ripetendo  la 
lita  formula  :Supra  acqua  ecc.  raggiungeva  il  celebre  noe 
Sapendo  le  donne  del  vicinato  chi  ella  fosse,  ed  a  che 

1  In  Calabria  (Capalbo,  op.  cit.,  e.  V;  Dorsa,  op.  cit.,  p.  130) 

Supr'acqua  e  supra  vientu 
Alla  nuci  'e  Bonivienta. 
Negli  Abruzzi  (De  Nino,  op.  cit.,  v.  I,  n.  LXIV)  : 

Ad  acqua,  a  neve,  a  vento 

Portami  alla  noce  di  Benevento  ecc.  ecc. 

2  Catania,    Teatro,  par.  I,  n.  86. 


LE   STREGHE  119 

ervisse  quell'acqua,  una  volta  pensarono  di  barattargliela 
on  l'acqua  di  fonte,  ed  essa,  spiccato  il  solito  salto,  man- 
andole  la  magica  acqua,  precipitò  sulla  pubblica  via. 

L'aglio  ha  poi  forza  attrattiva  delle  streghe  come  l'ha 
epellente  del  diavolo:  e  se  accade  che  nel  volo  una  di 
ueste  maliarde  ne  senta  l'odore (!),  come  per  incanto  è 
ttirata  a  quell'odore,  ed  è  uopo  che  vi  corra.  «  Nar- 
asi  di  un  contadino  che  videsi  ad  un  tratto  compa- 
ire  innanti  dalle  nuvole  una  donna  mentre  pestava 
aglio  col  sale  per  fare  quella  specie  di  salsa  che  usano 
•equentemente  i  campagnuoli  di  Sicilia  e  chiamano 
1  dialetto  ammòggkiu  d'agghia.  La  qual  donna,  dopo 
'essere  con  lui  qualche  tempo  vissuta,  lo  persuase  ad  an- 
are  seco  vagando  per  aria  1  ». 

Secondo  un  altro  gruppo  di  credenze,  a  Benevento,  sul 
oce  che  tutte  le  tradizioni  d'Italia  celebrano  2  al  pari  di 
nelle  di  Sicilia  3,  con  Belzebù  o  Satana  che  si  voglia  dire, 

streghe  tengono  un  notturno  banchetto,  nel  quale  tutto 
j  trova  fuori  che  il  sale  che,  più  ancora  dell'aglio,  ha 
Irza  contro  le  maliarde  e  le  malie.  Tutte  le  vivande  sono 
lercio  insipide,  perchè  le  streghe  mangiano  senza  sale,  e 
intono  per  esso  profondo  orrore  4.  Il  solo  nome  di  sale 
tata  a  fare  sciogliere  all'istante  quel  convito. 

1  Castelli,  Credenze,  p.  3.  Pai.   1878. 

Cfr.  G.  Rosa,  op.  cit.,  3.  ediz.,  p.  291  ;  Ellero,  Scritti  minori, 
L  p.  331  ecc.  ecc.. 

Una  frase  siciliana:  È  o  Pari  luci  di  Beneventu,  e  dicesi  di 
>go  nel  quale  si  raduna  una  cricca  di  sfaccendati  cicaloni. 

In  Messina  a  chi  mangi  sciapito  si  dimanda:  E  chi  sV  mavaru? 
!    che  sei  stregone?) 


120  CAPITOLO   VI. 

D'un  contadino,  che  erasi  accorto  della  sparizione  de 
la  propria  moglie,  si  narra,  che  una  notte  essendo  dest 
le  udì  pronunziare  certe  parole,  ed  indi  la  vide  sparire 
e  che  pronunziate  le  porole  medesime  gli  comparve  ui 
ariete,  sul  quale  comodamente  postosi  l'andò  subito  i 
raggiungere.  Ben  accolto  da  quanti  erano  ivi  radunati,  8 
sedette  a  mensa  con  loro;  ma  parendogli  insipida  la  vi 
vanda  messagli  innanti,  e  richiesto  del  sale,  scomparve*, 
amici  e  banchetto;  ed  egli  ad  un  tempo  si  trovò  di  nuov* 
con  la  moglie  nella  propria  dimora  1  ». 

Conoscendosi  quest'antidoto  delle  imprecazioni  e  dell 
stregherie,  si  dice  in  forma  scongiuratola  : 

Acqua  e  sali, 

E  zoccu  dirimi  li  magari   min  pozza  giuvan!   , 

Usa  parimenti  di  attaccare  dietro  gli  usci,  pezzetti  e 
carbonello  ottenuto  la  Domenica  delle  Palme  col  bri 
ciamento  di  mazzolini  di  magliuoli  secchi  {mazzìena 
(Pietraperzia). 

Il  noce  di  Benevento  non  è  il  solo  albero  del  suo  gene 
accetto  alle  streghe.  Ogni  noce  è  un  luogo  di  gradito  co 
vegno  e  di  naturai  fermata  di  esse;  le  quali  vanno  a  pa 
sarvi  tutti  i  sabati;   mentre   all'opposto   è   pernicioso 
quanti  con  le  streghe  non  hanno  nulla  da  vedere. 

È  verità   passata  in   proverbio   che  il  noce   fa  mal 


1  Castelli,  Credenze,  p.  4.  Pai.  1878. 

2  Alcuni  invece: 

Trivulu  e  matassali 

A  zoccu  dicinu  li  magari! 


LE   STREGHE  121 

Yaci,  noci.  Incredibile  è  il  numero  delle  streghe  che  vi 
ji  raccolgono,  specialmente  quando  esse  preferiscono  quel 
cai  noce  che  il  popolino  di  S.a  Ninfa  chiama  Bonaventa. 
presso  Salaparuta,  sotto  il  monte  Porcelli,  la  Zotta  di  li 
Politi  è  una  contrada  paurosa  per  i  molti  noci  che  vi 
verdeggiano  e  perciò  pel  numero  straordinario  di  streghe 
3he  vi  fanno  una  ridda  infernale  a  sgambetti,  a  ballonzoli, 
i  salti  che  farebbero  ridere  se  non  c'entrasse  di  mezzo  la 
Daura;tanto  che,  la  sera,  poco  dopo  sonata  l'avemaria, 
lessuna  s'arrischia  di  passarvi  1. 

Una  leggenda  popolare  di  Villalba  (prov.  di  Caltanis- 
etta) dal  titolo  Lu  zagariddaru  conferma  luminosamente 
la  presenza  di  queste  perfide  ospiti  a  danno  dei  malac- 
corti che  vi  capitano  sotto,  e  capitarvi  si  lasciano  vin- 
cere dal  sonno. 

Un  mercantino  ambulante,  andando  in  giro  pei  paesi 
3on  la  sua  cassetta  di  nastri  in  ispalla,  è  còlto  dalla  notte 
in  una  boscaglia  (vuscaglia),  e  non  sapendo  dove,  ripara 
sotto  un  frondoso  noce.  Addormentatosi,  a  mezzanotte  è 
svegliato  da  un  gran  fracasso:  più  in  là  vento  furioso  e 
;ecco  che  agghiaccia  il  sangue;  di  sotto  terra  lamenti, 
li  sopra  sghignazzamenti  ed  imprecazioni.  Dalla  paura 
ìi  mette  bocconi  senza  veder  nulla,  e  sente  voci  confuse 
ii  piccoli  e  di  grandi  e  il  cader  di  gocciole  di  sangue:  ed 
}cco  due  orridi  gatti  neri  piombargli  sulla  schiena,  strap- 
pargliene le  carni  e  sparire.  Questo  casaldiavolo  fu  un  nu- 
volo a  ciel  sereno,  ma  dovea  aspettarselo  per  aver  dormito 

1  Cfr.  v.  Ili,  p.  280. 


122  CAPITOLO    VI. 


sotto  un  noce.  Il  domani,  difatti,  un  di  coloro  che  lo  por 
tarono  mezzo  morto   al   paese,   gli   ebbe   a   ricantare: 

Lassatili  li  mici  a  li  magari, 
Nun  cci  fati  rizettu  né  violu; 
La  scapulàstu,  a  Diu  nni  laudati, 
Quantu  nni  sacciu  morti  e  struppiati!  1 

Vi  sono  streghe,  e  son  quelle  che  hanno  venduta  l'a- 
nima al  diavolo,  le  quali  godono  il  privilegio  di  andare 
a  visitare  l'inferno  ed  il  purgatorio,  il  che  si  dice  jiri  e'  'u 
cursu;  ci  vanno  due  volte  la  settimana:  il  mercoledì  e 
il  sabato,  sopra  un  montone  nerissimo.  E  noti  il  lettore 
che  non  pur  le  streghe,  ma  quanti  altri  com'esse  hanno 
perpetrato  questi  sacrileghi  contratti,  possono  andare  e 
vanno  e9  9u  cursu:  e  allora  l'anima  di  essi  si  stacca  dal 
corpo  a  mezzanotte  preciso,  rimanendo  il  corpo  sul  letto, 
stecchito  come  un  cadavere. 

Tutto  questo  lavoro  delle  streghe  rivela  le  lor  perverse 
tendenze,  ma  non  dice  nulla  di  quel  che  esse  sono  abili- 
tate, disposte  e  pronte  sempre  a  fare;  onde  le  qualifi- 
cazioni di  stria,  magàra,  fattucchiara,  animulara  date  per 
altissimo  disprezzo  a  donne  malvage,  imbroglione,  di  pes 
sima  vita. 

Ma  non  anticipiamo  i  fatti,  e  veniamo,  senz'altro,  alla 
numerazione  delle  virtù  delle  maliarde,  virtù  venute  lor 
direttamente   dal   diavolo. 


1  Salomone-Marino,  Leggende,  n.  XXIV. 


le  streghe  123 

4.  Virtù  '  delle  Streghe. 

Una   maliarda,    secondo    la   credenza   popolare, 

Lu  suli  cu  la  luna  pò  aggrissari, 
Jiri  ppi  l'aria  comu  va  lu  vientu, 
'Mmienzu  li  porti  ciusi  trapassare 
L'uomu  cciù  forti  addivintari  lientu, 
L'amici    strini   falli    cutiddiari, 
Mariti   e  moggi   sciarri   ogni  mumientu; 
Uomini  e  donni  pò  fari  ciuncari, 
Dulura  fuorti,  e  nun  aviri  abbientu  \ 

|  Si  raccoglie  da  questa  canzona  di  Modica,  che  in  ge- 
nerale, le  operazioni  più  comuni  delle  maliarde  sono: 
1°  di  far  nascere  in  un  uomo  un  amor  forte,  irresistibile 
jer  una  donna  che  l'ama,  e  viceversa  :  al  che  concorrono 
litri,  beveraggi,  orazioni  e  scongiuri:  2°  di  convertire 
'amore  in  odio  e  l'odio  in  amore,  e  di  staccare  una 
)ersona,  un  uomo  specialmente,  da  una  passione  onc- 
ia, o  disonesta;  3°  di  legare  un  uomo,  cioè  di  renderlo 
netto  agli  uffici  di  uomo  e  di  marito;  4°  di  render  que- 
ito  o  quell'altro  insanabilmente  ammalato,  o  pazzo,  o 
mbecille,  o  cruciato  da  atroci  dolori  sino  a  farlo  morire; 
i°  di  ottenere  o  di  far  ottenere  certi  favori  particolari 
me  verrò  più  innanzi  notando. 

Come  si  vede,  il  campo  di  operazione  è  troppo  largo 
>erchè  una  fattucchiera  possa  rimanersene  oziosa. 

Facciamo  di  sollevare  un  poco  il  velo  che  copre  una 

1  Gu astella,  Le  Parità,  pp.  50-51. 


124  CAPITOLO    VI. 

parte  di  codeste  pratiche,  che  rivelano  un  mondo  affatto 
ignoto  anche  a'  mitografi  più  eruditi  ed  ai  moralisti  più 
invecchiati   nell'audizione   di  casi  riserbati. 

Vuoisi  premettere  che  le  streghe  esercitano  il  loro  po- 
tere mediante  alcuni  oggetti,  e  principali  tra  questi  sono 
i  nastri  e  le  cordelle  di  vari  colori,  gli  spilli,  gli  aghi,  i 
chiodi  senza  icapocchia,  il  refe  nero  aggomitolato,  i  cenci, 
la  carne  di  qualche  animale,  come  la  rana,  qualche  frutto, 
come  la  pera,  una  mela,  una  melarancia,  qualche  oggetto 
spettante  alla  persona  che  si  vorrà  stregare,  p.  e.  una 
pezzuola,  una  camicia,  una  calza,  ovvero  qualche  pelo 
della  sua  barba,  o  un  pezzetto  delle  sue  ugne,  e  special- 
mente una  ciocchetta  dei  suoi  icapelli. 

Questo  mezzo  dei  capelli  come  uno  dei  più  efficaci  spie- 
ga una  pratica  abbastanza  strana  per  noi,  ma  naturale  e 
ragionevole  per  le  persone  che  credono  alle  fatture.  Mol- 
te donnicciuole  quando  han  finito  di  pettinarsi  usano  rac- 
cogliere diligentemente  i  capelli  che  son  loro  caduti 
dal  capo,  e  bruciarli  o  non  gettarli  in  luogo  dove  possane 
esser  raccattati  da  una  fattucchiera.  In  Roccapalumbs 
molte  li  nascondono  sotto  la  rimpagliatura  delle  seggiole 
In  Palermo  ho  visto  moltissime  donne  raccogliere  questi 
capelli  dal  pettine, x  dal  grembiale,  da  una  pezzuola  ecc. 
avvolgerli  e  sputarvi  sopra  (si  sa  che  lo  sputo  è  contro  la 
malia)  prima  di  buttarli  anche  in  luogo  dove  non  possono 
essere  raccolti:   ordinariamente  nel   cesso   di  casa;   e  ne 

1  A  proposito  di  pettine,  avverto  che  si  chiama  pettini  di  magara 
lo   spillettone,   pianta  i  cui  frutti  son  simili   ad   un   pettine,   e  ci 
Linneo  battezzò  per  scandix  pecten. 


' 


LE    STREGHE  125 

icordo  una  che  un  giorno  vistasi  strappare  da  un  uomo 
in  capello  con  un  fine  che  a  lei  parve  insidioso,  malata 
•om'era,  saltò  di  letto,  gli  corse  dietro  in  camicia  gri- 
lando  e  piangendo  perchè  glielo  restituisse  e  non  le 
acesse  male. 

«  Come  di  capelli  nelle  fatture  troppo  spesso  si  giovino 
e  maliarde,  dimostra  la  seguente  storiella  di  Mazzara: 

«  Essendo  stati  da  una  vecchia  domandati  ad  una  don- 
ia,  sotto  non  so  qual  pretesto,  i  capelli,  costei  accortasi 
lei  malvagio  fine,  le  diede  alquanti  crini  d'uno  staccio, 
oi  quali  la  malia  fu  compiuta.  La  notte  lo  staccio 
ffatturato  cominciò  a  saltare  per  terra,  e  la  donna  lieta 
li  non  essersi  lasciata  burlare,  diede  un  colpo  al  cassino 

ruppe  l'incantesimo. 

«  Ne  pane,  né  pasta,  né  altro,  eccetto  danaro,  per  sfug- 
ire  ad  una  fattura,  devesi  dare  per  elemosina  a'  men- 
icanti  forestieri,  che  il  volgo  chiama  pellegrini.  Una 
onna,  per  aver  dato  un  po'  di  pasta,  la  notte  si  sentì  trar- 
|e,  nuda  com'era,  da  una  forza  misteriosa  fuori  di  casa, 
/incontrò  per  via  il  marito,  che  per  avventura  ritornava 

casa,  e  chiestole  la  cagione  del  suo  uscire  in  tal  guisa, 
ccortosi  dalle  risposte  della  moglie  che  era  stata  affat- 
urata,  la  percosse,  del  tallone,  rompendo  in  tal  modo 
incanto,  e  copertala  del  suo  mantello  la  ricondusse  a 
na. 

«  Un'altra  donna  per  aver  dato,  mentre  faceva  il  pane, 
n  po'  di  pasta  ad  un  pellegrino,  da  cui  non  so  come  fu 
onservata  in  capo  al  bastone,  dimentica  dei  figli  e  del 
larito  si  sentì  tratta  a  seguirlo,  e  visse  insieme  con 
|ii.   Il   pellegrino  aveva   cura   di  tener  sempre  seco,   an- 


126  CAPITOLO   VI. 

che  in  letto,  il  bastone,  e  venuto  a  morte  raccomandò 
alla  donna  di  seppellirglielo  accanto  ;  ma  costei  indispet- 
tita gittollo  per  terra;  onde  saltata  in  aria  la  pasta  che 
vi  rimaneva  ancora  attaccata,  tornò  in  sé,  ricordandosi 
del  marito  e  de'  figli,  e  della  colpa  involontaria  vergo- 
gnandosi tornossene   a  casa  1  ». 

La  potenza  maggiore   delle  streghe   è  nella   notte    di  i 
S.  Giovanni;  a  premunirsi  dalla  quale  usano  le  donne  del 
volgo  mettere  innanzi  le  loro  case  una  scopa  2. 


5.  Malia,  Fascino,  Filtri  amatomi. 

La  donna  che  voglia  attrarre  un  uomo  in  modo  che 
non  possa  egli  più  distaccarsene  fa  così: 

Supponiamo  che  il  suo  innamorato  (uso  questa  parola 
nel  senso  meno  puro  e  meno  onesto)  abbia  intenzione  di 
ammogliarsi,  o  stia  per  farlo.  La  baldracca  gli  chiede  un 
ultimo  favore,  cioè  di  passare  un'ultima  notte  con  lui 
Il  favore,  nove  volte  su  dieci,  vien  concesso,  e  allora  la 
trista  femmina  dovrà  aver  l'accortezza  di  raccogliere 
conservare  in  un  po'  di  bambagia  qualche  goccia  di  que 
l'umore  che  gli  antichi  chiamavano  stilla  cerebri.  La 
strega,  mediante  lo  scongiuro,  ciarma  ossia  incanta  que  • 
l'umore;  e  lo  innamorato  lascerà  in  asso  il  matrimonio, 
e  non  potrà  più  distaccarsi  dalla  perversa  donnaccia.  È 
condizione  indispensabile  che  nell'amplesso,  ella  si  leghi 


1  Castelli,  Credenze,  p.  23.  Pai.  1878. 

2  Spettacoli  e  Feste,  p.  308. 


LE   STREGHE  127 

ll'alluce  del  pie  diritto  tre  nastri:  uno  rosso,  uno  nero 

uno  giallo  (€hiaramonte) . 

Cominciamo  con  le  operazioni  amatorie: 

Per  far  si  che  una  persona  amata  s'invaghisca  della 
ersona  che  l'ama  è  creduto  mezzo  potente  questo: 

Preso  un  topo  vecchio,  ed  uccisolo,  lo  si  mette  entro 
n  huco  fino  a  tanto  che  non  secchi.  Seccato,  si  va  in  cer- 
i  d'un  asina  'nsàita,  cioè  in  amore,  e  la  si  punge  con 
b  ossa  del  topo  stesso.  Indi  si  va  dalla  ragazza  che  si 
;rca  d'indurre  a'  propri  desideri,  la  si  punge  pian  piani- 

0  a'  reni  con  quelle  medesime  ossa,  e  alla  prima  richie- 
a  che  le  si  fa,  ella  s'arrende  senz'altro. 

5iculiana). 

Le  ossa  animali  non  son  le  sole  adoperate  dalle  stre- 
le  per  questa  bisogna. 

Rimedio  efficace  in  Ragusa  è  un  po'  di  osso  di  morto, 
ìe,  triturato,  torreffatto  ed  impastato  con  un  dolce  o 
in  una  focaccia,  va  fatto  ingoiare  alla  persona  di  cui 

desidera  un  ricambio  di  amore. 

In  Sambuca  la  persona  che  ama  manda  a  quella  della 
ìale  cerca  l'amore  un  dolce,  nella  cui  manipolazione 
i  messa  una  goccia  del  sangue  di  lei,  sangue  fatto  uscire 
>n  una  puntura  di  spillo. 

In  Vittoria  è  considerato  come  filtro  amoroso  irresi- 
bile  un  pelo  fratesco,  bollito  nel  vino  ed   aggiuntovi 

alche  stelo  di  salvia  e  un  tantino  di  pizzungurdu, 
Inea  cylindracea)  1  radice  terribilmente  afrodisiaca, 
osatevi  da  ultimo  tre  gocce  del  tributo  mensile  della 

1  Guastella,   Vestru,  p.   19,  terza  sestina  e  p.   39,  n.   II. 


}2g  CAPITOLO    VI. 

donna  che  vuol  essere  amata,  si  fa  bere  siffatta  pozio 
alla  persona  della  quale  si  spera  l'amore. 

Codesto  processo  preparatorio  può  venire  riotto  a  mag- 
giore semplicità,  bollendo  in  una  tazza  da  caffè  il  pelo 
del  frate  e  le  tre  gocce  di  sangue  (Modica),  od  anche 
versando,  senz'altro,  queste  in  un  po'  di  vino  (Alcamo, 
Palermo). 

Del  pizzungurdu  v'è  il  maschio  e  v'è  la  femmina;  il 
suo  frutto  maschio  raccolto  in  un  venerdì  di  marzo,  dis-l 
seccato  al  sole  o  al  forno,  polverizzato  ed  infuso  in  vinc 
o  sciolto  in  acqua,  si  dà  a  bere  alla  donna;  il  frutto  fem- 
mina si  dà  all'uomo  che  si  voglia  inamorare.  Questo  piz 
zungurdu  vale  a  far  bruciare  d'amore  la  donna  più  one 
sta,  purché  l'uomo  che  voglia  essere  amato  lo  amministr 
pesto  o  sminuzzato  in  una  vivanda.  Ed  è  tanta  la  violenza 
d'amore  che  esso  sviluppa,  che  la  donna  segue  come  ui 
cagnolino  l'uomo   (Caltavuturo). 

Pare,  frattanto,  che  il  segreto  della  virtù  illusoria  d 
questa  pianta  sia  riposto  nella  difficoltà  di  farne  spe 
rimento,  giacché  non  può  mai  supporsi  che  una  donn; 
si  determini  a  sorbire  una  bevanda  apprestatale  da  ui 
uomo  a  cui  non  abbia  affezione  alcuna. 

E  parlando  ancora  di  tributo  periodico,  in  molti  paes 
del  Siracusano  come  in  Modica,  Chiaramonte,  Vittori* 
Scicli,  S.a  Croce,  la  donna  abbandonata  dal  marito 
dallo  inamorato  sparge  in  una  tazza  di  caffè,  di  brod< 
d'una  decozione  qualunque  o  in  un  brano  di  carne 
di  lardo  qualche  goccia  di  questo  suo  tributo  mensil 
e  lo  dà  al  marito  o  all'amante.  Questo  filtro  potrà  f 
riuscire  quando  sarà  amministrato  la  notte  di  Natal 


LE   STREGHE  129 

a  notte  di  S.  Giovanni.  Quella  poi  che  sia  stata  abban- 
onata  da  un  ganzo  o  speri  di  averne  un  altro,  può  ricor- 
ere  ad  un  espediente  semplicissimo:  dormire  a  natiche 
coperte,  stesa  bocconi,  per  tre  notti  di  seguito  (Modica). 
Le  medesime  ossa  di  morto  polverizzate  s'impastano 
on  cervello  di  cane  entro  una  sagrestia,  e  si  sommini- 
trano  in  un  modo  qualunque  per  affatturare  la  persona 
ipugnante  all'amore.  Di  ciò  fa  testimonianza  una  antica 
anzone,  nella  quele  un  amante  non  riamato  minaccia 
na  stregoneria  se  essa  non  gli   darà  il  suo  cuore: 

0  m'ami,  o  pimi  chi  ti  lasci  amari; 
Se  no,  fari  ti  vogghiu  majaria. 
Pigghiu  cunsigghiu  di  centu  majari, 
E  a  lu  Re  Moru  di  la  Barbaria. 
Ossa  di  morti,  mirudda  li  cani, 
'Mpastati  'nzemi  'nta  la  sagristia; 
Quantu  ti  viju  'na  canna  a  li  mani, 
Amami,  bella,  eh'è  megghiu  pi  tia  1  (Noto). 

In  Palermo  la  donna  si  vede  negletta  dall'uomo  suo, 
;gittimo  o  no  che  sia,  gli  dà  occultamente  a  bere, 
mietta  o  mista  brodo  o  a  vino,  dell'acqua  maritata, 
equa  beneddetta,  attinta  alle  pilette  di  tre  parrocchie 
laschi  e  femine,  cioè  dedicate  a  santi  ed  a  sante,  scelta 
rie  non  vuol  esser  a  casaccio,  ma  così  che  l'acqua  risulti 
i  due  maschi  e  una  femmina  o  di  due  femmine  e  un 
taschio,  come   ad  esempio   delle  chiese  parrocchiali  di 

Antonio,  di  S.  Ippolito  e  di  S.a  Lucia,  ovvero  di  S.a 

1  Avolio,  Canti,  n.  215.  Una  variante  acitana  è  nella  Race.  ampi. 
2468;  due  calabresi  in  Capalbo,  op  .cit.,  cap.  X,  an.  IX,  n.  15,  e 
Dorsa,  op.  cit.,  p.  115. 


130  CAPITOLO   VI. 


. 


Lucia,  di  S.a  Cita  e  di  S.  Antonio.  Quest'acqua  ries 
mirabile  allo  scopo,  non  meno  di  quella  che  il  sagrestano 
versa  sulle  dita  del  sacerdote  celebrante  al  Lavabo  Inter 
innocentes;  acqua  preziosa  che  pure  le  maliarde  cercano 
a  fine  malefico  (Sambuca). 

Se  per  dispetto  o  per  gelosia  o  per  altro  motivo  vuoisi 
che  l'uomo  non  isfugga  all'amplesso  della  moglie  o  d'ai- 
tra  donna,  o  provandovisi  vi  riesca,  colui  al  quale  questo 
fatto  prema  deve  urinare  sulle  radici  di  trenta  granati 
e  tirar  fortemente  a  se  un  ramo  del  trentesimo  (Nicosia); 


6.  Orazioni  e  scongiuri  per  farsi  amare. 


Il  codice  delle  magare  ha  darmi  (cernii  in  Catania, 
Avila  ecc.,  cirmi  in  Caltanissetta),  orazioni  e  scongiuri 
per  tanti  casi  quanti  sono  i  bisogni  nei  quali  si  ricorse 
alla  magaria.  Parlandosi  di  amore  vi  è  un'orazione  di 
attrazione  detta  YOrazioni  di  S.  Vitu.  La  maliarda,  a 
cui  si  sia  fatto  capo  per  ottenerne  l'aiuto  e  l'opera  af- 
finchè attiri  il  cuore  di  un  uomo,  la  sera,  sotto  il  più 
bel  chiaro  di  luna,  entro  un  giardino  o  un  bosco,  recita 
religiosamente   questa   formola: 

Santu  Vituzzu,  vi  viegnu  a  priari: 
Li  vuostri  cani  m'aviti  a  'mpristari, 
'Nta  lu  cori  di  N.  N.  l'aviti  a  mannari, 
Sia  pi  campari  e  no  pi  muriri, 
Ma   pi  avillu   ó  me  vuliri. 

Diavulu  cu  la  vucca  torta, 
Va   nni   N.   e   tuppulìacci    la    porta. 


LE   STREGHE  131 

Chi  appi  e  chi  cci  abbinni? 
Mettiti  'a  via  pi  davanzi  e  vienitinni. 

Diavulu  nicu, 
Pigghialu  p'  'u  viddicu  ; 

Diavulu   granni 
Pigghialu  pi  li  jammi; 

Diavulu  minzanu, 
Pigghialu  pi  l'anu! 

Iu  crjiu  e  tiegnu  firi, 
Tutti  hanu   a   essiri   ó   me   vuliri. 

Indi  tratto  un  pugnale,  lo  appunta  con  forza  nel  tronco 
di  un  albero,  e  prosegue: 

La  campana  sona 
'Nta  lu  cori  di  N.  cci  va  a  sona; 

E  cu  gesti  e  cu  palori 
Stu   cutieddu   cci  Fappizzu  'nta  lu  cori   (Noto)  \. 

L'orazione  di  affezione  necessaria  a  chi  voglia  farsi 
amare  da  chi  ama  lecitamente  o  non  un'altra  persona 
esige  pratiche  di  una  certa  importanza.  In  un  giorno 
di  venerdì  si  procuri  un  po'  di  canape  a  venticinque 
agate  di  seta  a  colore;  poi,  a  uiciott'ore,  ne  più  ne  meno, 
cominci  a  filarle  dicendo  così: 

Chistu  è  cànnavu  di  Cristu 
Servi  pi  attaccari  a  chistu. 

Porti  con  sé  quel  filato  ed  entri  in  chiesa  all'ora  della 
consacrazione  e  nell'istante  preciso  in  cui  il  sacerdote 
3olleva  l'ostia,  venga  in  esso  facendo  tre  nodi  con  i  ca- 

1  Di  Martino,  op.  cit.,  p.  10-11.  Cfr.  i  miei  Canti,  v.  II,  p.  39. 


132  CAPITOLO   VI. 

pelli  della  persona  amata   (e  in  Sambuca  con  un  laccio 
o  un  fazzoletto  qualunque,  con  la  mano  sinistra)  e  dica: 

Iu  nun  sugnu  vinutu  ccà  pi  ludari  a  Cristu, 
Ma  pi   attaccari   a   chistu. 
Iu  lu  attaccu  e  lu  liju  pi  l'intieru  munnu. 
Iu  criju  e  tiegnu  firi 
N.  ha   essiri   ò   me  vuliri. 

Frattanto  la  fattucchiera  recita  nove  volte  di  seguito 
l'attrazione  : 

Stidda  una,  dui,  tri,  quattri!,  cincu, 
Tutti  diavuli  vi  faciti 
'N  testa  di  N.  vi  nni  jiti. 

Stidda  siei,  setti,  uottu,  novi, 
Stidda  deci,  unnici,  dudici,  tridici, 

Tridici   diavuli  vi  faciti, 
'N  testa  di  N.  vi  nni  jiti, 
Tanti  tanti   coi  nni  dati, 
Muortu  'n  terra  lu  lassati, 

No  pi  campari,  no  pi  muriri   , 
Ma   pi   avillu   ó  me  vuliri. 

Finita   la   quale    prosegue   con   quest'altra: 

Stola  una,  dui,  tri,  quattru,  cincu, 
'Na  stola  crucciata,  'na  lampa  addumata. 
Diavulu   e   granni    diavulu, 
Pigghia   a  N.  e  portalu   ccà. 
Trasìu   comu  'na  lupa, 
E  s'assittau  comu  'na  piecura. 
Iu  criju   e  tiegnu  firi, 
Ca  hanu  a  essiri  6  me  vuliri  (Noto)  \ 


Di  Martino,  op.  cit..  pp.  12-13.  Cfr.  i  miei  Canti,  v.  II,  p. 


38. 


LE   STREGHE  133 

E   non   è   questa   sola.   Altre   invocazioni   erotiche   ha 
la  tradizione  popolare,  come  questa: 

Stidda  putenti, 
Diavulu  fitenti, 

Diavulu  di  nova  luci, 
Sentimi  a  li  tri  buci; 

Diavulu  cu  la  vucca  storta, 
Pigghia  a  N.  e  portalu  a  sta  porta; 

E  ti  lu  dicu  ccu  vera  firi, 
Stu  miraculu  m'ha'  a  fari  vidiri; 

E  tarmu  iu  criju  a  tia, 
Quannu  tu  fai  stu  mmràculu  a  mia  (Acireale). 

E   come  quest'altra: 

Vota  li  gnu,  > 

Vota  navi,  -l 

Vota  suli, 

Diavulu,  a  lu  tali  e  tali, 
Pirchì  è  duru  comu  un  pignu, 
Pirchi  è  granni  puantu  un  mari, 
Pirchì  è  lu  primu  amuri, 
Mi  l'ha'  a  ghiri  tu  a  pigghiari  (Acireale). 

Il  diavolo,  Deus  ex  machina,  è  sempre  invocato  in 
ueste  occasioni;  e  col  diavolo  le  stelle,  la  luna  e  tutto 
1  mondo  sidereo: 

Stidda  di  la  vera  nova  luci, 
Diavulu  di  tri  venti, 
Sentimi  a  li  tri  vuci, 
Va  vòtacci  la  menti. 

Diavulu  'mpora  'mpora   (sic), 
Pigghilu  e  portamillu  ora  ora; 

Diavulu  di  Mungibeddu, 
Va  stòrnicci  lu  ciriveddu; 


J34  CAPITOLO   VI. 

Diavulu,  si  vói  stari  a  la  me  casa, 
Va  dicci  presta  mi  mi  torna  a  vasa; 

Diavulu  ,non  ti  scurdari  chi  ti  dicu, 
Va  curri  presta,  e  tornimi  Pamicu; 

Curri,  e  va  arrinesci  chi  t'  he  ditta, 
S'  'un  veni,  attacchimillu  strittu  strittu  (Acireale)  \ 

Alla  luna  è  rivolto  un'orazione  altrove  citata  2  e  que- 
st'altra, dove  per  la  prima  volta  il  diavolo  viene  invocato 
con  la  qualità  che  forma  la  più  grossa  bestemmia  sici- 
liana : 

Luna  è  Matri  di  la  luna, 
Diccj  ca  N.  N.  nun  m'abbannuna; 

Cusì  'uòggiu  e  cusì  ha  'ssìri 
Sina  eh'  ha  biniri  ò  me  vuliri. 

Ciumazzieddu  miu, 
Appriessu  ti  viegnu  iu. 

Cusì  'uòggiu  e  cusì  ha  'ssiri, 
Sina   eh'  ha   biniri   6  me  vuliri. 

Dia,  santa  Dia'! 
Facìtimi  truvari  a  N.  N.  ccà. 

Cusi  'uòggiu  e  cusì  ha  'ssiri, 
Sina   eh'  ha  biniri   6   me  vuliri. 

Arridùciti,  arridùciti,  feli  amaru, 
Comu  s'arriduci  l'ostia  supra  l'autaru. 

Cusi  'uòggiu  e  cusì  ha  'ssiri, 
Sina  eh'  ha  biniri  ò  me  vuliri  (Modica). 

La  persona  assistente  allo  scongiuro  dovrà  dalla  stanzi 
togliere  ogni  immagine  santa,  e  togliersi  d'addosso  Tabi- 


1  Race,  ampi.,  nn.  3673,  3674,  3677,  3672. 
■  Cfr.  questi  Usi,  v.  II,  p.  26. 


LE   STREGHE  135 

ino  della  Madonna  del  Carmine.  Due  candele  nere  ac- 
ese  coronano  l'opera. 
Se   la  fattura   è  a   fin   di  bene,  la   strega   dovrà  esser 
agata  con  monete  pari;  se  a  fin  di  male,  dispari. 

Pratiche  per  far  disamare  e  render  l  'uomo  inabile. 
j  La  moglie  che  vorrà  distaccare  il  marito  dall'amo- 
izzo  d'una  baldracca,  riuscirà  nell'intento  adoperando 

seguente  mezzo: 

Prenda  trentatrè  monetuole  di  rame,  le  più  nere  che 
a  possibile,  e  le  immerga  nell'acqua  e  propriamente 
.i  quel  catino  in  cui  il  marito  è  solito  lavarsi.  La  strega 
prta  una  cesta  preparata  all'uopo,  ne  tiene  un  lato 
•  sa  un  altro  lo  dà  a  tenere  alla  moglie;  ed  essa  strega 
ìofina  un  po'  di  carta  fortemente  al  pollice  finche  com- 
jirisca  una  figura  di  donna  La  carta  sarà  immersa  nel- 
licqua.  Fatta  questa  operazione  preliminare,  la  moglie 

ndustrierà  di  toglier  dalle  tasche  del  marito  un  faz- 
iletto;  vi  faccia  un  nodo  in  uno  degli  orli,  lo  bagni 
i  quel  catino  e  lo  rimetta  in  tasca  del  marito.  La  parte 
|>tenziale  della  malia  è  però  lo  scongiuro,  di  cui  non 
[io  dirsi  sillaba  essendo  riuscito  impossibile  il  saperlo 
Chiaramonte). 

Nella  provincia  di  Trapani,  per  istaecare  il  marito  in- 
fide da  un  amore  impuro,  la  donna,  sia  essa  una  ma- 
lirda,  sia  sotto  l'istruzione  d'una  maliarda,  usa  fare  una 
:lle  seguenti  tre  operazioni  o  tutte  e  tre  di  seguito: 

1°  bruciare  il  vestito  del  marito,  riporre  la  cenere 
i  un  sacchetto,  e  questo  sotto  i  materassi  del  letto  co- 
lgale; 


136  CAPITOLO   VI. 

2°  uccidere  una  gallina  nera  e  lasciarla  imputridire 
appesa  alle  pareti  della  casa  della   ganza; 

3°  ungere  l'uscio  di  questa  e,  non  vista,  le  spalle  del 
marito:  unzione  che  va  fatta  dalla  moglie  medesima  e 
non  da  altra  donna1. 

Una  stregheria  da  Ottentotti  piuttosto  che  da  Siciliani, 
tanto  essa  è  sozza,  consiste  nel  pigliare  gli  escrementi 
della  donna  che  uno  ama  pazzamente  e  che  si  vorrebbe 
fargli  abborrire,  asciugarli,  torrefarli,  ridurli  a  polvere 
minutissima,  e  poscia  spargere  un  pizzico  —  si  crede 
rebbe?  —  sui  maccheroni  che  mangerà  quell'individua 
previ  gli  scongiuri  opportuni.  Questo  fatto,  dice  il  Gua 
stella,  è  avvenuto  in  Modica  sette  anni  fa. 

Non  meno  comuni,  perchè  più  facili  ad  aversene  bi 
sogno,  sono  le  legature  con  le  quali  si  vuole  impedì* 
ad  un  uomo  di  esser  tale  quando  abbia  ardore  di  esserlo 
ed  è  fatta  all'uomo  anziché  alla  donna,  perchè  ordinaria 
mente  è  lui  il  traditore,  che  dopo  d'aver  avuto  lung 
pratica  con  una  donna  l'abbandona  per  un'altra,  e  pei 
.che  sulla  donna  quella  tal  legatura  non  avrebbe  effetto 
La  donna  abbandonata  o  che,  non  abbandonata,  abbi 
delle  pretenzioni  sopra  un  uomo  e  tutto  l'interesse  e 
renderlo  inabile  a'  doveri  di  uomo,  ricorre  ad  una  fa 
tuechiera  e  si  affida  ai  mezzi  di  lei 2.  Ella  si  fa  portai 

1  Castelli,  Credenze,  p.  21.  Cfr.  Eurip.,  Ippolito;  Teocr.,  Simel. 

VlRGIL.   Egl.  Vili. 

3  Un  canto  popolare  (Race,  ampi,  n.  2342)  : 

Tu  ti  mariti,  e  a  mia  schetta  mi  lassi. 

Ti  la  fazzu  jittari  'na  fattura; 

Mentri  cc'è  munnu,  vogghiu  ca  mi  amassi  (Catania) 


LE   STREGHE  137 

un  paio  di  calzoni  di  quell'uomo,  ed  in  mezzo  ad  una 
costura  del  cavallo  o  in  altro  punto  che  sfugga  all'atten- 
zione della  futura  vittima,  vi  cuce  nella  più  bella  ma- 
niera alcuni  capelli  stati  da  lei  affatturati,  e  vi  recita 
sopra  un  ultimo  scongiuro.  L'uomo  che  avrà  infilati  quei 
calzoni  non  sarà  più  marito  per  la  propria  moglie  o  per 
la  propria  amante.  Né  basta,  scoperto  il  maleficio,  lo 
scucire  e  portar  via  filo,  perchè  la  fattura  dura  sempre, 
3  durerà  finche  con  altri  mezzi  voluti  dalla  fattucchiaria 
non  venga  neutralizzata  o  distrutta. 

Questo  in  Palermo,  ove  più  d'una  volta  ho  visto  certi 
ammalati  d'impotenza  fisica  abbandonare  come  inutile 
le  medicine  non  isperando  altrimenti  rimedi  che  non 
provengono  da  donne  valentissime  nel  toglier  le  fatture. 
Ma  in  Modica  chi  vuol  legare  un  uomo  gli  dovrà  recidere 
un  riccio  di  capelli,  porli  entro  un  brano  di  budello  di 
pecco.  Il  budello  si  legherà  con  tre  nodi  formati  di  cor- 
delle rosse,  gialle  e  nere,  e  poscia  si  getterà  entro  un 
pozzo,  o  sotto  terra  in  apposito  buco.  Codeste  operazioni 
sono  accompagnate  da  scongiuri,  che  son  la  parte  poten- 
ziale della  stregheria 

8.  Maleficio 

Ma  non  sempre  la  donna  abbandonata  od  offesa  dal- 
l'uomo che  vorrebbe  far  suo  si  contenta  di  renderlo  ina- 
bile, essa  talvolta  cerca  e  vuole  qualche  cosa  di  peggio, 
di  più  terribile,  la  morte  di  lui  con  lunghissima  e  peno- 
sissima malattia.  Le  novelline  ci  parlano  di  caldaie  piene 
non  so  di   che,  sotto   le  quali  è  un   gran   fuoco,  tenuto 


138  CAPITOLO    VI. 

vivo  da  un  turco  o  da  una  vecchia,  che  agita  quel  che 
vi  bolle  dentro  per  dare  strazio  ad  una  persona  male- 
fìcata.  Nel  secondo  racconto  del  pappagallo,  gli  spasimi 
del  povero  reuccio  son  cagionati  da  una  cadaia  bollente, 
entro  la  quale  continuamente  dimena  il  mestolo  un  moro  ; 
un  istante  che  una  ragazza  s'impadronisce  del  mestolo, 
e  manda  giù  la  caldaja,  il  reuccio  guarisce1  (Palermo). 
In  Montevago  la  donna  che  vuole  disfarsi  dell'uomo 
che  l'ha  offesa  porta  alla  megera  più  valente  che  essa 
abbia  modo  di  consultare  una  gallina  e  un  panno  stato 
usato  da  quell'uomo;  la  megera  stregherà  l'abito  e  sep- 
pellendo la  gallina  alle  radici  di  una  ficàra  (si  ricordi 
che  il  fico  è  l'albero  di  Giuda)  nella  «  Chiusa  di  li  Marìi  », 
avrà  l'abilità  di  fare  infradiciare  tra  sei  mesi  quell'uomo 
a  misura  che  infradicerà  la   gallina  sotterrata. 

Peggiori  sono  altri  mezzi  de'  quali  posso  far  fede  io 
stesso  e  come  me  il  Guastella,  il  Castelli  ed  altri  rac-M 
coglitori  di  tradizioni.  In  Modica,  nella  notte  di  Natale 
e  proprio  nell'istante  della  Elevazione  dell'ostia  alla 
messa  di  mezzanotte,  chi  vuol  vendicarsi  di  un  uomo 
ed  anche  di  una  persona  trae  dalla  tasca  un'arancia, 
che  prima  è  stata  dar  mata  e  scongiurata  dalla  maliarda, 
la  scappella  alcun  poco,  cioè  le  toglie  un  tassellino  di 
buccia  e  va  infilzando  gli  spilli  negli  spicchi  dicendo 
ad  ogni  spillo  che  infilza:  Tanti  spìnguli  mettu  9nta 
sl'aranciu,  tanti  dulura  acuti  avissi  N.  N.,  tanti  spìnguli 
'nta  sfaranciu,  tatnta  malanni  chiuvissiru  supra  N.  N.  ecc. 
Poscia  gitta  l'arancia  nel  pozzo,  o  in  una  cisterna  o  il 

1  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  I,  n.  II,  e  p.  24. 


LE   STREGHE  139 

aa  fogna,  e  guai  al  povero  diavolo  contro  il  quale  è 
ato  siffattamente  operato. 

In  S.  Agata  di  Ganzirri  (Messina)  invece  di  un'arancia 
itesi  a  parlare  di  un  limone,  nel  quale  s'infilzerebbero 
•si  chiodi;  ed  una  storiella  da  me  udita  e  raccolta  in 
essina   darebbe  l'applicazione   del   fatto.   Una   ragazza 
contoceva,   orribilmente    straziata    da   interni    dolori: 
•a  una   stregheria   che  le   avea   fatta   una   vecchia  ma- 
arda.  I  fratelli  di  lei  si  recarono  nella  contrada  detta 
Andria  per  consultare  un  certo  stregone  ed  averne  con- 
igli ed  aiuti 1.  Colui,  sordo  dapprima,  si  commosse  poi 
le  lagrime  di  quei  giovani,  e  slanciatosi  in  mare  andò 
ntano,  lontano  a  raccogliere  un  limone  col  quale  la  stre- 
leria  era  stata  operata  per  mezzo  di  un  chiodo.  Ma  il 
linone  non  era  intero,  e  lo  stregone  non  ebbe  modo  di 
•  strugger  la  malia,  non  avendo  presente  l'altra  metà  di 
iso.  Com'è  naturale,  la  povera  ragazza  morì  tra  spasimi 
roci 2. 

In  Palermo  più  che  l'arancia  ed  il  limone,  usa  l'uovo, 
ell'uovo  s'infilazano  tanti  spilli  quanti  ce  ne  possono 
ipire,  e  con  un  nastrino  rosso  attaccato  ad  uno  di  essi 
ùlli  si  posa,  così  com'è,  intatto,  su'  tegoli  o  in  luogo 
condito,  dove  sia  agevole  di  collocarlo,  nella  casa  della 

1  Oltre  le  magare  vi  sono  de'  magari,  ma  poghi,  rari  e  di  un'au- 
rità  non  incontestabile.  Ne'  Diari  di  Palermo,  sotto  la  data  del  13 
nnaio  1648,  è  scritto  :  «  Si  lesse  il  processo  ad  un  mago  detto  Ni- 
■  lò  Infilio,  siciliano  da  Scicli,  il  quale  ne'  passati  tumulti  (a.  1647 
n  Giuseppe  D'Alesi)  aveva  mandato  molti  demonii  per  la  città  gri- 
ndo:  all'arme  all'arme...».  Bibl.  stor.  e  lett.,  v.  Ili,  p.  244. 
Questa    novellina  è  intitolata:   Un  fattu  di  majaria. 


140  CAPITOLO    VI. 


malavventurosa  persona.  Ho  visto  in  vita  mia  due  di 
cosiffatte  uova  e  non  me  ne  dimenticherò  mai  più,  anche 
per  un  certo  raccapriccio   che  ne  ho   riportato. 

L'anno  1854,  un  giorno  di  maggio,  nella  via  Collegio 
di  Maria  al  Borgo,  presso  il  vicolo  Celso  nero,  fiancheg- 
giato a  destra  dalla  mia  casetta,  verso  il  meriggio  s'intese 
un  gran  eicaleggio  e  voci  e  parole  lamentevoli.  Una  donna 
portava  sopra  un  pezzo  di  legno  un  uovo  con  tanti 
spilli  conficcativi  attorno  che  più  non  avrebbe  potute 
capirvene,  ne  più  simmetricamente  e  regolarmente  vi  si 
sarebbero  potuti  infilzare  da  mano  peritissima.  Non  una 
fenditura,  non  una  linea  impercettibile,  non  un'ammac 
catura  sul  quel  guscio.  Codesta  esattezza  destava  non  dire 
maraviglia  ma  orrore  e  paura;  perchè  in  questo,  dalle 
centinaia  di  donnicciole  accorse  a  quello  spettacolo,  vede 
vasi  la  mano  soprannaturale,  diabolica  che  avea  guidati 
la  mano  sacrilega  della  trastaccia  operatrice  del  malefico 
Quell'uovo  era  stato  scoperto  e  raccattato  sul  tetto  delL 

casa  Sconza,  abitata  da  un  certo  Vincenzo  C ,  allori 

illecitamente  amicato  con  una  femmina,  perdutamente  in 
n amorata  di  lui.  Le  donne  inorridite,  facevano  croci  sopri 
croci,  sbisoriando  paternostri  e  ave,  ed  ripetendo:  Lum 
e  timuri,  miu  Diu,  lumi  e  timuril...  E  frattanto  s'avvia 
vano  verso  la  Parrocchia  di  S."  Lucia,  per  pregare  i 
Parroco  a  volere  scongiurare  quell'uovo  ed  a  ribene 
dire,  non  tanto  nell'interesse  del  maleficato,  quanti 
nell'interesse  proprio  e  de'  vicini,  la  casa  maledetta. 
Più  tardi,  una  settimana  appresso,  altr'uovo  simile  fi 
quivi  stesso  trovato;  ma  stavolta  gli  spilli  non  presei 
lavano  la   regolarità   del  primo,  e   ad   una  estremità 


1 


LE    STREGHE  141 

>so,  un  chiodo  con  un  nastrino  di  lana  rossa.  Quel- 
iiovo  fu  subito  buttato  per  terra,  donde,  perchè  cor- 
etto, esalò  un  gran  puzzo,  interpretato  per  diabolico 
fa  tutte  le  comari  presenti;  le  quali  allontanandosi  dis- 
jistate,  per  un  moto  istintivo  si  segnavano,  segnandosi 
ache  le  labbra  serrate. 

Gli  effetti  di  codeste  fatture,  come  abbiam  visto  dalla 
Ariella  messinese,  e  come  si  potrebbe  vedere  da  altre 
smili,  sono  esiziali.  Spigolando  nei  libri  antichi  se  ne 
li  piena  conferma.  Il  Catania  nella  più  volte  citata  opera 
\.  questa  intemerata  contro  le  magari,  proprio  pel  male 
j'esse  fanno: 

Striva  perversa,  e  comu  ha'  tantu  ardiri? 
Turmintari  di  Diu  la  criatura? 
Chi  notti  e  jornu  cu  chianti  e  suspiri 
Si  chiangi  la  sua  retica  vintura. 
China  di  guai,  d'affanni  e  martiri, 
E  lu  to  cori  chiù  s'inaspra  e  indura. 

Dimmi  lu  benefìtiu  chi  'nd'  hai, 
In  dari  a  un  corpu  humanu  tanti  annoi  \ 

E  pene  d'ogni  genere  minacciano,  sotto  questo  riguardo, 
sinodi  diocesani  tutti  senza  eccezione  di  sorta.  Leg- 
pdo  qualche  libro  ascetico  siciliano  è  curioso  il  ve- 
Ire  di  che  terribili  sofferenze  sieno  state  cagione  le 
ule  arti  delle  fattucchiere  e  stupiscono  le  miracolose 
>enute  per  intercessione  di  un  santo  o  di  un  altro.  Il 
Ungitore  parla  di  una  Giovanna  Zinna  «straziata  da 
Vivissimi  dolori,  la  quale  ricorse  per  rimedio  alla  Ma- 

Teatro,  par.  Ili,  mi.  631632. 


242  CAPITOLO   VI. 

donna  di  Trapani,  e  n'  ottenne  la  liberazione,  poiché 
fu  da  Maria  Vergine  avvisata  che  scavasse  in  certa  parte 
di  un  muro.  S'  approfittò  ella  dell'avviso,  ed  ivi  trovò 
un  bambino,  con  chiodi,  spine  ed  aghi:  in  disfarsi  tal 
fattucchieria,  causa  dei  suoi  tormenti,  cessò,  nel  1645, 
ogni  vestigio  di  dolore  ».  E  parla  altresì  di  una  Vincenza 
Pila,  pur  essa  offesa  per  fattucchieria,  nel  1696,  che 
«  portata  nella  cappella  della  Madonna  di  Trapani,  ai 
suoi  piedi  gettò  per  bocca  una  intiera  mustacciola,  e 
restò  libera  x  ». 

P.  Alberti  racconta  di  un  partannese,  anch'esso  in  uno 
de'  modi  descritti  stregato,  il  quale  dopo  sette  anni  potè 
rivomitare  l'oggetto  del  maleficio  e  riottenere  la  perduta 
salute.  Non  parrà  inutile  che  io  riferisca,  quale  egli  li 
dà,  i  particolari  di  questo  fatto  specioso. 

«Non    v'ha    febbre    al   corpo  umano   più   nocevole   * 

pericolosa    di    quella    che    si    patisce    per    fattura    ma 

lenea,    e    potrebbe    giustamente    chiamarsi    febbre    dia 

bolica.  Or  Fa.  1683  a  13  di  aprile  D.  Matteo  Cocuzza,  che 

per  sette  anni  continui  ne  avea  tollerati  estremi  tormeri 

ti,  senza  aver  trovato  rimedio  in  altra  cosa,  fece  voto  d 

visitare  la  Madonna  della  Febbre   (di  Partanna),  e  sup 

plicare  a  lei    della  grazia  totale.  E  già  arrivatovi,  s'ingi 

nocchio  dinanzi  al  suo  altare,  e  assistendogli  il  Sacerdoti 

D.  Antonino  Randazzo,     Cappellano  Sacramentale  dell; 

Chiesa  maggiore  con  altri,  e  Sacerdoti  e  Laici  secolari 

si  pose  ad  invocare  con  viva  fede  la  Madonna  della  Fel 

bre,  acciocché  si  degnasse  di  liberarlo  da  quella  febbr 

1  Mongitore,  Palermo  divoto  di  Maria,  v.  L  p.  92  . 


LE    STREGHE  143 

infernale.  Cosa  mirabile!  Erano  allora  le  ore  23  di  quel 
dì,  e  nel  medesimo  istante  si  sentì  una  voglia  sì  veemente 
di  vomitare,  che  aperta  con  tutto  sforzo  la  bocca,  ne  man- 
dò fuori  un  grande  viluppo  di  peli  di  cavallo  bianchi, 
legati  con  fettuccia  e  con  lana,  e  trapunto  di  otto  spil- 
letti  e  di  sei  chiodi  piccoli,  e  d'un  altro  chiodo  grande  di 
ferro.  Questa  era  la  indiavolata  materia,  che  avea  tenuto 
per  sì  lungo  tempo  infermo  il  nominato  D.   Matteo,  il 
quale  in   quel  medesimo  punto  sentitosi  affatto  libero  e 
sano  in  tutto,  in  quella  stessa  ora  testificò  pubblicamente 
quella  grazia  istantaneamente  ricevuta  dalla  Madonna  del- 
la Febbre,  e  se  ne  fece  allora  dal  Dottor  D.  Fabbrizio 
Graffeo  Arciprete  un'autentica  fede,  per  tenersi  in  serbo 
tra  le  memorie  di  quella  Chiesa  1  ». 

Oltre  uova,  le  arance,  i  limoni  sogliono  anche  tem- 
pestarsi di  spilli  i  pupi,  fantocci  nei  quali  si  vuole  raffi- 
gurare le  persone  odiate,  che  si  vogliono  stregare.  Le  loro 
teste  sono  trafitta  da  spilli  e  chiodi;  ed  uno  ne  fu  trovato 
ultimamente  in  via  de'  Lombardi  al  Borgo,  e  portato 
per  gli  esorcismi  di  rito  al  Parroco. 

Con  queste  faccende  di  spilli  e  di  chiodi  non  si  devono 
neanche  far  delle  burlette:  la  burla  stessa,  presa  dal  dia- 
volo  o  dalle  streghe  maggiori  sul  serio,  può  riuscire  fu- 
nesta a  colui  cui  sia  rivolta;  e  si  racconta: 

Varie  donne  avevano  messo  insieme,  a  un  grano  l'ima 
il  giorno,  parecchi  tari  per  fare  la  scialata.  Al  giorno  de- 
signato una  di  esse,  Rosa,  non  volle  andare  e  rimase,  come 
a  dire,  in  Palermo.  Le  amiche  se  ne  adontarono,  ma  non 

3  Alberti,  Meraviglie  di  Dio,  par.  IT,  pp.  316-317 


^44  CAPITOLO    VI. 

ne  fecero  poi  un  gran  caso.  A  divertimento  finito,  in  sul 
partirsi  per  tornare  a  Palermo,  più  per  uno  scherzo  che 
per  davvero,  di  un'ultima  arancia  che  loro  avanzava  dallo 
scialo  pensarono:  -  Oh  che  si  ha  a  fare  noi  di  quest'aran- 
eia?  —  «Ecco  che  se  ne  farà  .  disse  una  di  loro;  e  vi 
ficcò  uno  spillo  che  si  trasse  dal  suo  copripetto,  aggiun- 
gendo: —  «  Per  questa  mancanza  di  parola,  possa  la  Rosa 
avere  un  dolore  di  testa  come  se  le  entrasse  in  testa 
questo  spillo...»  E  un'altra  appuntando  un  altro  spillo: 
—  «  Com'entra  questo  spillo,  così  possa  la  Rosa  esser  tor- 
mentata da  fitti  di  testa  ».  Cosi  fece  una  terza,  così  una 
quarta,  una  quinta  fino  all'ultima.  E  ridendo  dello  scherzo 
buttarono  con  tutti  quegli  spilli  l'arancia. 

Rientrate   in   città,   prima   di   rincasare,   vollero   dare 

una  tiratina   d'orecchie  all'amica;  ma   rimasero   stupite 

trovandola  in  mezzo  a  spasimi  orribili  di  capo  come  p| 

trafitture  di  spilli,  di  aghi,  di  spine,  di  chiodi  acutissimi 

Spaventate  dai  fatto,  si  ritirarono  in  disparte  e  ritenner< 

con  piena  ragione  esser  quello  l'effetto  dello  scherzo,  < 

dovervi  subito  rimediare  andando  in  cerca  dell'aranci» 

involontariamente  affatturata  e  tirandone  fuori  gli  spilli 

Detto,  fatto:  corsero  sul  posto,  trovarono  l'arancia,  e  uni 

alla  volta  ne  estrassero  gli  spilli  dicendo  :-«  Com'io  fe| 

questo  spillo,  così  si  possa  levare  il  dolore  di  Rosa  ».  Fi 

opera  prodigiosa  davvero...  Ritornate  dall'amica,  la  tre 

varono  tranquillissima  e  piena  di  gioia.  Ella  raccontò  eh 

s'era  sentita  alleggerire  gli  spasimi  uno  alla  volta,  tutl 

di  seguito  come  se  altrettante  spine  le  si  togliessero  dì 

capo. 


LE   STREGHE  145 

La  cosa  si  riseppe  nel  vicinato,  ma  non  mai  dalla 
povera  vittima;  e  si  racconta  per  maraviglia  ed  avverti- 
mento. Difatti:  con  le  magarie  non  si  scherza  neppure 
(Palermo)  *. 

Come  molteplici  sono  ancora  gli  uffici  e  le  operazioni 
delle  magare,  così  svariate  sono  le  orazioni  e  gli  scon- 
giuri mirabilissimi  in  bocca  loro.  P.  e.,  a  far  sì  che  una 
persona  abbia  male,  usano  appuntare  in  terra  un  pugnale 
presso  la  casa  a  cui  si  abbia  malevoglienza;   e  dicono. 

Spiritu  di  ficu  e  diavulu  di  nuci, 
Tanti  pampini  siti,  tanti  diavuli  vi  faciti, 
'N  casa  di  chistu  vi  nni  jiti, 

Tanti  tanti  cci  nni  dati, 
Muortu  in  terra  lu  lassati, 

No  pi  campari,  no  pi  muriri, 
Ma  pi  avillu  ò  me  vuliri. 

Me  è  chiaro  che  qui  la  conclusione  lascia  qualche  cosa 
a  desiderare:  e  tutto  insieme  lo  scongiuro  è  variante 
d'una  preghiera  alle  Anime  dei  corpi  decollati 2. 

Dell'istesso  genere  è  l'operazione  semplicissima  di  rom- 
pere di  sera  dietro  l'uscio  della  persona  malvoluta  una 
bottiglia  con  entrovi  della  scoria  (cacazzina  di  ferru), 
del  mercurio  {argentu  vivu)  e  dell'acqua  à'anginu. 
Quest'acqua  non  ha  niente  di  proprio  o  di  particolare; 
prende  questo  nome  solo  dalla  maniera  ond'è  raccolta. 


1  Raccontata  da  Peppa  la  Guastalla,  venditrice  ambulante  di  fave 
bollite  nel  rione  del  Borgo. 

2  Vedi  p.  19. 


io. 


146  CAPITOLO    VI. 

Essa  è  acqua  benedetta,  presa  in  una  chiesa,  a  piedi  scal- 
zi, con  la  mano  sinistra,  e  dicendo  nel  pigliarla: 

Pigghiu  l'acqua  d'anginu, 
F...  a  N.  di  cuntinu. 

E  notisi  che  bisognerà  entrare  in  chiesa  dal  lato  destro, 
ed  uscirne  dal  lato  sinistro  (Noto)  1. 


9.  Mezzi  e  modi  di  sfatturare. 

Come  ci  son  donne  che  sanno  far  le  malie,  così  ce 
ne  sono  che  le  sanno  distruggere.  Ma  per  distruggere 
una  malia  conviene  anzitutto  conoscere  se  si  tratti  di 
vera  malia,  e  che  persona  l'abbia  fatta.  Ed  è  qui  dove 
spicca  la  perizia  di  siffatte  donne. 

La  sfatturatrice  a  mezzanotte  preciso  parla  con  la  luna. 
Dalla  luna  ricaverà  la  notizia  se  siasi  di  fronte  ad  una 
fattura  o  ad  una  malattia  mandata  da  Dio  o  a  un  fatto 
naturale.  Nell'affermativa  di  fattura,  essa  vedrà,  median- 
te la  luna,  se  sia  venuta  dalla  montagna  o  dalla  marina: 
nozione  indispensabile  per  venire  alla  ricerca  di  chi  ha 
operato  quel  maleficio  (Modica). 

Accertata  la  provenienza  della  malignità  e  saputo  della 
persona  che  ha  fatto  ammaliare  un'altra,  conviene  cono- 
scere l'oggetto  di  che  ella  si  è  servito  per  operare  la  ma-i 
Ha;  e  perciò  ricerche  minutissime  nella  casa,  sotto  i  te- 
goli del  tetto,  nelle  fogne,  nei  pozzi  e  via  dicendo.  Quan- 
do le  ricerche  sono  coronate  da  esito  fortunato,  convien 
bruciare  quell'oggetto  ammaliato  e  gittarne  le  ceneri  sotto 


Di  Martino,  op.  cit.,  pp.  14-15. 


LE   STREGHE  147 

il  tetto  di  colei  che  lo  fece,  o  lo  fece  ammaliare.  Appena 
ritrovato  l'oggetto,  si  chiude  l'uscio,  le  finestre  della  caset- 
ta si  accendono  due  candele  della  Candelora,  cioè  del  2 
febbraio,  festa  della  Purificazione,  si  sparge  di  acqua  e  di 
sale  il  pavimento  e  le  pareti;  e  poscia  la  donna  che  disin- 
canta, la  famiglia  che  ha  sofferta  la  malia,  le  comari  e 
qualche  vicina  si  denudano  le  mammelle,  si  strecciano  i 
capelli,  s'inginocchiano,  batton  tre  volte  i  ginocchi  e  re- 
citano questo  scongiuro  : 

0  Signuri,  'un  cci  accunsientu! 
Acqua  e  sali  ogni  mumientu. 

Aqua  e   sali,  o   gran  Signura, 
Ppi  livari  sta  fattura. 

Acqua  e  sali,  San  Giuvanni, 
Ppi  'stutari  stu  focu  'ranni. 

Acqua  e  sali,  acqua  e  sali, 
Setti  jastimi  supra  li  majari!    (Modica)1. 

i  Ma  non  vi  sono  altri  mezzi  più  semplici  per  isciorre 
l'incantesimo? 

Certo  che  ve  ne  sono.  Difatti,  eccetto  il  caso  che  <*li 
oggetti  che  ne  furon  materia  non  siano  stati  gettati  in  m 
luogo  dove  non  possono  ritrovarsi,  la  medesima  maliarda 
che  lo  fece,  ovvero  un'altra  donna  che  trovi  il  gomitolo, 
il  frutto,  il  fegato,  la  rana,  ne  cava  i  chiodi  e  gli  spilli, 
ed  è  tutto  finito  (Mazzara). 

Sicca  la  lingua,  abbirmati  li  dienti, 
Li  carni  sfatti,  'gni  pilu  'n  sirpenti. 
L'uocci   abbruciati,  vilenu   nilFossa, 
Setti  jastimi  supra  la  so  fossa! 

1  Guastella,  Le  Parità,  p.  53. 


148  CAPITOLO    VI. 

A  scongiurare  un  male  che  altri  abbia  chiamato  so- 
pra di  noi,  occorre  in  un  giorno  di  venerdì  bere  a  di- 
giuno per  tre  volte  dell'acqua  attinta  a  una  fonte  bat- 
tesimale, lavarsi  con   l'acqua   «delle   tre   fonti»  e  dire: 

Mi  lavu  cu  st'acqua,  comu  è  pura  Maria 
Purificati  lu  cuorpu  e  Tarma  mia! 
Mi  lavu  li  marni  comu  Pilato, 
A  lu  puòpulu  ebreu  Fhaju  cunsignatu: 
Chiddu  chi  m'  hanu  fattu  a  iddi  ha  riturnatu. 

Poi  si  getta  dell'acqua.  A  mezzodì,  o  meglio  a  18  ore, 
quando  cioè  il  mezzogiorno  ricorre  a  quell'ora,  si  taglia 
no  tre  foglie  di  palma  con  le  forbici  d'acciaio,  e  si 
ripete: 

Chista  panna  sientu  tagghiari, 
E  la  tagghiu  'n  campu  e  'n  via: 
Cu*  voli  mali  a  la  casa  mia  1  (Noto). 

Secondo  il  Guastalla,  nella  Contea  di  Modica  una  ma 
liarda  cerca  di  guarire  un  povero  infermo  affatturato  cor 
operazioni  ben  diverse.  Essa  «  congegna  una  crocina  d 
canna  in  un  corno  dell'arcolaio,  prende  due  foglie  di  va 
leriana  e  le  mette  sul  capezzale;  immerge  un  pugno  d 
sale  entro  una  brocca  d'acqua,  e  ne  sparge  le  pareti  e( 
il  pavimento  »  2.  Le  comari  presenti,  imitando  il  sui 
esempio,  ripetono  la  scena  dei  capelli  strecciati,  dell 
sporgimento  delle  mammelle,  del  bacio  della  terra,  scen 
che  s'è  riferita  innanzi. 

Quella  femmina  disaccorta  che  stende  al  sole,  perdi 

1  Di  Martino,  op.  cit.,  p.  15. 

2  Le  Parità,  p.  49. 


LE    STREGHE  149 

rasciughi,  una  camicia  affatturata  e  bagnata  di  sudore, 
vedrà  che  la  fattura  andrà  via  dalla  camicia  e  cadrà 
spontanea  su  di  sé  senza  esser  mestieri  che  gliela  faccia 
una  strega. 

E  al  contrario,  per  disfare  una  fattura  è  uopo  di  sten- 
dere al  sole  con  certe  regole  e  certe  riserbe  a  noi  ignote 
una  camicia  sudata  dell'affatturato  (Chiaromonte). 

In  Palermo  m'è  occorso  di  vedere  una  donna  che  si 
crede  sotto  la  malefica  influenza  d'una  fattura  scaricare 
il  soverchio  peso  della  vescica  per  terra,  spargervi  sopra 
del  sale  e  battervi  fortemente  e  convulsamente  coi  piedi 
pestando  e  ripestando  quel  terreno  così  stranaamente 
annaffiato.  Così  si  rompe  la  magaria  \ 

«  Come  amuleto  contro  le  fatture  si  porta  dietro  le 
spalle  una  croce  o  un  sacchetto  addosso  con  un  pezzetto 
di  cera  di  tenebre  e  sale  benedetto  nel  giorno  dell'Epi- 
fania,  o  l'immagine  d'un  santo,  o  un  abito  fatto  cucire  con 
la  mano  sinistra,  o  una  cordellina  annodata  in  un  modo 
particolare,  e  che  io  non  so  descrivere,  o  un  ganghero  ad 
anello  o  una  chiave  maschia  o  il  fusaiolo.  Le  donne  inoltre 
pon  questo  medesimo  fine  toccano  la  verga  del  Sant'Uffi- 
zio, che  portasi  in  certe  solennità  religiose  dinanzi  al 
Vescovo,  come  emblema  di  un  potere  rapito,  ma  non  ce- 
4uto.  Questa  credenza  è  nata  forse  nel  Medio  Evo,  quando 
1  Sant'Ufficio  bruciava  le  streghe2»  (Mazzara). 

1  Rumpiri    la   magaria,   dicesi   anche   figuratamente   quando,   pas- 
ala  lunga  disdetta,  incontrasi  qualche  cosa  conforme  al  desiderio 
)ice8i  pure  dell'essere  il  primo  a  fare,  a  tentar  di  fare  una  cosa. 
Castelli,  Credenze,  p.  24.  Pai.  1878. 


150  CAPITOLO    VI. 

Vi  son  giorni  e  luoghi  ne'  quali  è  facile  il  liberarsi 
dalle  fatture:  esempio  il  giorno  dell'Ascensione,  in  cui 
si  va  a  prendere  un  bagno  inumare,  e  facendo  giumelle 
con  le  mani  si  raccoglie  con  esse  e  si  getta  dietro  le  spalle 
dell'acqua.  Questo  lavacro  toglie  via  i  malefici  affetti 
della  fattura. 

Altri  non  pochi  sono  gli  scongiuri  e  le  pratiche  per 
ottenere  quando  una  cosa  e  quando  un'altra;  e  non  so 
quanta  parte  possa  avervi  l'opera  delle  maliarde.  Certo, 
però,  le  arti  e  le  facoltà  loro  hanno  largo  campo  di  eserci- 
tarsi e  spiegarsi  pienamente. 

Perchè  una  disonesta  femmina  diventi  onesta  moglie, 
prende  una  nidiata  di  uova  di  gheppio  (jizzu  sic,  falco 
tinnuculus,  L.)  e  la  mangia  a  bocconcini  in  tre  mattine 
allo  spuntar  del  sole,  ginocchioni.  Nel  mangiarla  essa 
deve  segnare  una  croce  sulla  terra,  passarvi  sopra  la  lin- 
gua, baciarsi  le  mani  e  recitare  questa  formola  scon- 
giuratoria  : 

Setti  simu  l'armali  machinusi: 
Lu  cuccù,  lu  bacuccu, 
Lu  jizzu,  lu  rizzu,  lu  scuzzàriu, 
Lu  rospu  e  lu  mmirdàriu. 
O  piriti,  piriti,  piriti!... 
Jizzu  ca  si'  neìl'ovu, 
A  la  me  zita  scìppicci  lu  ciuovu. 
Piggia  tri  pila  'i  monucu  saratu, 
Tri  quartuccia  di  vinu, 
Jinestra,   putrusinu, 
E  lu  cumpuom  supr'  un  valatizzu. 
Jizzu,  figgiu  di  Jizzu, 
Scippici  lu  ciuovu  ccu  lu  pizzu. 


LE   STREGHE  151 


Purtatillu  ccu  da,  spirisci,  vola 
Novi  miggia  di  supra  di  la  luna. 

A  lu  passa  di  Cravara 
Lupari  ni  lu  piettu  a  cinfùiara; 

A  lu  pasu  di  Ruina  l, 
Lossa  e  li  carni  comu  la  quacina! 

'N  tùmminu  'i  giuggiulena, 
Tanti  còccia,  tant'anni  'n  galera! 

'N  tumminu  'i  cannausa. 
Tanti  coccia,  tanti  pirtusa! 

Jizzu,   ca   si'  nell'uovu, 
Scippa  lu  viècciu,  e  ciantici  lu  nuovu!  2  Chiaramonte. 

Altra  specie  di  malia,  ma  di  genere  disordinatamente 
ascetico,  è  la  seguente,  nella  quale  però  ha  luogo  il  prete, 
e  non  già  la  maliarda.  Chi  voglia  liberarsi  dalle  pene  in- 
fernali, prenda  un  po'  di  farina,  l'avvoltoli  in  una  carta, 
la  porti  al  prete,  e  il  prete  ponendola  sull'altare,  accanto 
al   calice,   la   renderà   potentissima   con   le   parole  della 
Consacrazione.  Poscia  quel  pugillo  di  farina  s'impasti  e  si 
mangi  in  tre  volte  durante  l'Elevazione  dell'ostia.  —  Che 
;i  siano  preti   così   ignoranti  e  corrotti  da  commettere 
iffatti  sacrilegi,  rifuggo  dal  credere;  ma  che  ci  siano  stati, 
Tedo  possibile  se  la  pratica  è  tradizionale  e  se  dovette 
ccup arsene  qualche  vescovo  e  arcivescovo.  Ne'  Ricordi 
}   Confessori  tanto  secolari  come  regolari  di  questa  città 
diocesi  di  Monreale,  cap.  Ili,  Fan.  1638,  venivano  di- 
atti condannati  «  quelli  che  mettono  sopra  altari,  fave, 
omarini,  caratteri,  orazioni  superstiziose,  acciò  si  dica 

1  Cravara,  Ruina,  predi  dell'agro  chiaramontano. 

2  Guastflla,  Vespru,  pp.  79-80. 


152  CAPITOLO    VI. 

sopra  di  esse  la  santa  Messa  1  ».  La  farina  qui  non  è  no- 
minata, ma  Fuso  è  proprio  quello  di  sopra,  e  il  Sinodo  noi 
poteva  conoscere,  e  conoscendolo  non  si  sarebbe  dato  cura 
di  notare  tutti  i  particolari  di  esso. 

S'invoca  la  Provvidenza  inginocchiandosi  dietro  Fuscic 
della  persona  amata,  recitando  un'avemaria  alla  luna 
proprio  alla  luna,  e  ripetendo  tre  volte: 

Auti  li   veli,  abbassa  li  'ntinni, 
Pruvidenza  a  la  so  casa  venitinni. 

11  cavalluccio  marino,  al  quale  sieno  legati  vari  nastr 
di  colori  diversi,  basta  a  non  fare  cogliere  mai  in  flagranti 
la  donna  infedele   (Sambuca). 

Ad  evitare  le  busse  d'un  marito  furibondo,  la  mogli 
appena  lo  scopra  da  lontano  a  venire  verso  di  lei,  dovr 
esser  sollecita  a  fare  tre  nodi  coi  lacci  del  grembial 
dietro  la  propria  vita,  e  accompagnare  ciascun  nod 
col  seguente  scongiuro,  che  per  le  persone  timorate 
una  bestemmia: 

Sangu  di  Crislu  e  latti  di  Maria, 
Attaccati  a  me  maritu  a  vòggia  mia! 

Se  c'è  stato  l'agio  di  fare  i  tre  nodi  e  di  ripetere  lo  scoi 
giuro,  il  marito  rientrerà  in  casa  tranquillo  e  pacific 
(Ragusa). 

È  cosa  notissima  e  volgarissima  che  l'olio  che  si  ver* 
per  terra  è  segno  di  funesto  augurio  corame  apportato] 

1  Decreta  Synodalia  Eminentissimi  et  Reverendissimi  D.  D.  Cosi 
S.  R.   E.   Cardinalis  de   Torres,   Montis   Regalis   Archiepiscopi 
Abb.  promulgata  in  Synodo  Dioecesana  an.  MDCXXXVIIl  p.  2( 
Monteregali,  MDCXXXVIIL 


LE    STREGHE  153 

di  disgrazie  e  di  sventure.  Alcuni  ritengono  del  mede- 
simo genere  il  sale  che  cada  egualmente  per  terra.  Nel 
primo  caso  in  Palermo,  dove  il  sale  si  ha  come  contrario 
all'olio,  si  versa  subito  del  sale,  ovvero  dell'urina;  nel 
secondo  caso,  in  alcuni  paesi  della  Contea  di  Modica,  si 
getta  del  sale  e  della  crusca  scongiurando  il  pericolo  con 
le  fatidiche  parole: 

Matri  di  lu  lumi,  cagghitivillu  vui. 

E  ancora:  quando  crepitail  fuoco,  la  popolana  crede 
che  si  parli  male  di  lei:  allora  bisogna  che  ella  dica  di 
botto: 

Cu'  parrà  beni, 
Beni  ci  veni; 

Cu'  parrà  mali, 
Diu  lu  pozza  ciamari  e  'lluminari 
E  a  mia,  comu  vo'  Diu, 

Se  non  dirà  subito  questo  scongiuro,  le  accadranno  di- 
sgrazie  (Chiaramonte). 


10.  Streghe  e  stregherie  ne?  secoli  passati. 

Questa    la    vita    e    le    opere    delle    maliarde    siciliane. 

Se  la  Sicilia  avesse  una  storia  della  sua  Inquisizione  o- 
me  ha  una  storia  delle  sue  vicende  religiose,  politiche,  let- 
terarie, artistiche,  questa  vita  e  queste  opere  troverebbero 
conferma  e  addentellato  ne'  secoli  passati.  Ma  de'  docu- 
menti della  Inquisizione  tra  noi  ben  poco,  presso  che  nul- 
la ci  avanza,  dopo  lo  sconsigliato  bruciamento  che  di  que- 
gli  archivi   ordinò   e   perpetrò   il   viceré  Domenico   Ca- 


154  CAPITOLO    VI. 

racciolo  in  Palermo.  Le  tracce  di  stregheria  che  ci  è 
dato  mettere  a  profitto  bisogna  ricercarle  qua  e  là  in 
libri  e  memorie  diverse  vedendo  d'indovinarne  lo  spirito 
e  la  natura.  Nella  Storia  del  P.  Alberti  si  racconta  che 
«  verso  il  1570  quattro  donne  pubbliche  fecero  patto  col 
demonio  affinchè  le  servisse  in  una  loro  impresa.  Erano 
streghe  e  maliarde,  e  perciò  potenti.  Penetrarono  nel 
cortile  de'  Gesuiti  di  Casa  Professa  e  trovati  4  caproni 
li  montarono  per  penetrare  nelle  celle  de'  monaci.  Una 
forza  maggiore  le  impedì  però  e  non  poterono  andare 
avanti.  Tornaro  poco  poi  all'assalto,  ma  S.  Ignazio  le 
vinse  ».  Il  miracolo  è  dipinto  in  un  quadro  che  poi  fu 
appeso  entro  il  Collegio  de'  Gesuiti  al  Cassaro  \  Tra 
le  più  celebri  condanne  di  maliarde  2,  quelle  non  van 
dimenticate  di  due  donne  pubbliche,  le  quali  nel  1649 
«  fecero  magie  diverse  solo  per  farsi  amare  dai  loro  aman- 
ti rivali 3  »  di  una  Flavia  Salca  di  Bivona,  donna  sui  50 
anni,  «  superstiziosa,  maliosa,  strega,  invocatrice  di   de- 


1  Lib.  IX,  e.  III. 

2  Nella  Bibl.  stor.  e  lett.  spigolo  queste  poche:  A'  30  marzo  1613: 
«  Il  sig.  Cardinale  (Doria)  per  la  corte  arcivescovile  fece  frustare 
sette  femine  ed  un  uomo  per  magari,  con  le  mitere  in  testa  ».  Voi.  I, 
p.  190.  —  A'  6  apr.  1724:  «Fu  pubblicato  atto  di  fede  .Fu  peni- 
tenziata  Catarina  la  Finestra  da  Marsala  sortilega  e  fattucchiera  ed 
altre  sortileghe  ».  Voi.  V,  p.  78.  —  A'  20  sett.  1744:  «Dal  Tribunale 
della  SS.  Inquisizione  furono  esposte  per  3  giorni  alle  porte  delle 
chiese  parrocchiali  due  fattucchiere  con  la  cartella  (corba)  di  pa- 
glia al  collo  e  badaglio  in  bocca»  Voi.  XII,  p.  104.  —  A'  7  nov. 
idem  :  «  Si  processarono  sette  magare  recidive,  dall'Inquisizione  ». 
Ivi,  p.  105. 

3  Bibl.  stor.  e  lett.,  v.  Ili,  p.  352. 


LE   STREGHE  155 

monj;  con  i  quali  fu  gravemente  indiziata,  che  avesse 
patto  espresso  avuto  »  *.  Un  diarista  palermitano  notò 
essersi  nell'ottobre  del  1649  incominciata  la  fabbrica  di 
«  un  edificio  per  chiudere  e  murare  le  magare,  le  quali 
fanno  morire  a  loro  volontà  chi  vogliono  per  odio  o  nimi- 
cizia  ecc.  »  2.  Non  v'è  sinodo  diocesano  che  non  minacci 
scomuniche  alle  esercenti  codeste  arti  malvage,  alle  fat- 
tucchiere, alle  streghe,  alle  magare,  alle  indovine,  alle 
ciraule,  come  si  voglia  dire,  che  hanno  relazione  occulta 
col  diavolo,  fan  patti  con  esso,  predicano  col  suo  aiuto 
il  futuro,  trovano  tesori  nascosti,  fan  trovare  cose  perdute, 
fan  ligature,  pope,  caratteri,  negromanzia,  idromanzia, 
piromanzia,  aeromanzia  ed  altre  magiche  arti  3.  Non  me- 
no di  dieci  posso  qui  stesso  ricordarne,  per  altri  aspetti 
utili  alla  storia  delle  scienze  occulte  in  Sicilia  4.  Una  tra- 

Relazione  dell'atto  pubblico  di  fede  celebrato  in  Palermo  ai 
17  marzo  dell'anno  1658  del  P.  D.  Girolamo  Matranga,  p.  37,  2a 
edizione.  In  Palermo  MDCLVIII.  Per  Nicolò  Bua. 

2  Bibl.  stor.  e  lett.,  v.  Ili,  p.  352. 

"  Vedi  quello  di  Messina,  1588,  p.  12. 

4  Eccoli  questi  sinodi  cronologicamente  e  i  tratti  che  c'interessano: 

1553,  Siracusa.  «Peccano  tutti  quelli  che  credono  alli  sogni  et 
alli  incanti,  alli  indovini,  alle  fattucchierie,  a  stregarle,  a  giorni, 
ad  hore,  a  tempi,  a  punti,  piogge  et  venti:  a  ligature,  a  segni,  a  cha- 
ratteri  e  ad  uccelli,  a  cornacchie,     a  civette».  (Vili,  29,  64). 

1554,  Monreale.  Sono  scomunicati  omnes  supersticiosi  sortilegi, 
chiarmos,  magarias,  augurio,  divinationes  et  alia  incantamenta  fa- 
cientes  (p.  126  retro). 

1575,  Mazzara.  Condanna  di  pratiche  malefiche,  diaboliche,  ecc. 
(Il,  XXXI). 

1584,  Patti.  Con  la  scomunica  sieno  puniti  i  superstiziosi,  fasci- 


156  CAPITOLO    VI. 

dizione  di  Lipari  prendendo  le  mosse  da  un  atto  di  fede 
sfuggito  alla  storia,  racconta  di  una  certa  Giovanna  Fir- 
ringhidda,  la   quale  dopo  aver  compiuto   ogni  sorta  di 

natori,  venèfici,  maghi,  divinatori,  incantatori  ecc.,  che  con  parole 
occulte  e  varie  superstizioni  divinano  l'avvenire,  espellono  le  ma- 
lattie e  fanno  altre  cose  soprannaturali  (IV,  IH). 

1615,  Palermo.  Si  scomunicano  i  malèfici,  gl'incantatori,  le 
streghe,  che  usano  col  demonio,  e  per  lui  fanno  ligature  ed  altre 
cose  per  fare  amare  (I,  VII). 

1618,  Cefalù.  Il  vescovo  invita  a  rivelare  «  se  vi  fosse  in  questa 
n.  alcuna  persona  magara,  o  incantatrice,  o  facesse  fattucchiarie, 
indovinasse  et  in  qualsivoglia  modo  fosse  sortilega  dando  fede  a 
vani  (sic)  frodi  del  demonio;  facendo  atti  segni  et  caratteri  debbia 
rivelarlo»  (V- VII). 

1621,  Messina.  «  Invigilent  curati  ut  veneficia,  sortilegia,  incan- 
tationes,  ligaturae,  aliaeque  hujus  generis  superstitiones  quae  saepe 
plurimorum  simplicium  animis  perniciose,  penitus  abigantur,  adeo- 
que  si  quos  deprehendent  cura  Daemonibus  pactiones,  aut  foe- 
dera  expresse  vel  tacite  injisse,  aut  divinos,  sortilegos,  seu  cuius- 
vis  generis  magos,  aut  lamias  consuluisse  ecc.  statini  ad  nos  defe- 
rant»  (I,  II).  «Moneant  praeterea  populos  non  carere  vitio  su- 
perstitionis  colligere  herbas  tali  hora  ac  die,  verba  aut  orationes 
sacras  conscriptas  ferre  in  tali  vel  tali  carta,  vel  schedulas  quus- 
dam  seu  icones,  aliis  characteribus,  vel  figuris,  vel  ignotis  quibus- 
dam  nominibus  praeter  signum  sacrosanctae  Crucis  exaratas,  in 
Missae  sacrificio  uti  certo  candelarum  numero,  forma  aut  colore 
ab  ecclesia  non  usitatis;  nolle  ad  mensam  assidere,  et  cibum  su- 
mere, dum  certus  ibi  convivarum  numerus  accubuit»   (ivi). 

1638,  Morreale.  Si  proibiscono  i  brevi  che  le  persone  portano  sos- 
pesi al  collo,  aventi  caratteri  superstiziosi,  circoli,  con  nodi  e  con 
modi  complicati,  perforati,  tagliati,  e  preparati  in  certi  tempi  ecc. 
(V,  VI  e  III,  pp.  207-209). 

1681,  Messina.  Si  condannano  le  esercenti  venefici,  sortilegi,  ne- 


LE   STREGHE  157 

stregheria,  capitata  neìie  mani  del  S.  Uffizio  e  tradotta 
in  carcere,  in  una  sola  notte  riuscì  a  filare  tanta  manna 
quanta  non  è  umanamente  possibile,  e,  non  vista,  a  porte 
chiuse,  usciva  di  carcere  e  recavasi  nella  lontana  isola 
d'Ustica. 

Il  più  curioso  documento  storico  sul  tema  de'  sorti- 
legi e  delle  superstizioni  ce  l'offrono  i  citati  Ricordi  ai 
Confessori    ecc.,   del   Cardinale   Arcivescovo    de    Torres. 

Quivi  «  vengono  condannati  quelli  che  tengono  demo- 
nii  costretti  in  anelli,  medaglie,  ampolle  o  in  altre  cose. 
Quelli  che  vanno  al  ballo,  o  come  si  suol  dire  in  striazzo. 
Quelli  che  offrono  al  demonio  sale,  pane,  cacio,  allume, 
saina  ed  altre  cose.  Quelli  che  mettono  sopra  altari  fave, 
carta  vergine,  calamita,  capelli,  scrittarini,  caratteri,  ora- 
zioni superstiziose,  acciò  si  dica  sopra  di  esse  la  S.a  Messa. 
Quelli  che  gettano  nel  fuoco  sale,  allume  di  rocca,  fanno 
dileguare  piombo  et  altre  cose  simili  per  dare  passione, 
farsi  voler  bene  o  ad  altro  effetto.  Quelli  che  tengono  o 
dicono  orazioni  non  approvate,  anzi  reprobate  dalla  S.n 
Chiesa,  per  farsi  voler  bene  d'amor  lascivo  e  disonesto, 
come  sono  l'orazioni  falsamente  attribuite  a  S.  Daniele, 
s.Q  Marta,  S.a  Elena  o  simili:  e  quelle  che  si  dicono  per  sa- 

gromanzie,  piromanzie,  astrologia  giudiziaria,  invocazioni  del  demo- 
nio, ligature  ed  altre  superstizioni  simili  (I,  I,  V). 

1687,  Patti.  «Se  (i  fedeli)  sapessero  che  vi  fosse  alcuna  persona 
magara,  indovina,  fattucchiara,  ciraula  che  medicasse  con  parole, 
et  ensalmi  incanterie,  sortilega,  superstiziosa,  che  usasse  o  pure  offe- 
risse  alcuna  sorte  di  superstizione,  malefìcii,  ciarmi,  legature,  scon- 
giuri, incantamenti  e  indovinaglie  gettando  sorti  e  facendo  certi  se- 
gni  e  caratteri...»  (p.  244). 


158  CAPITOLO   VI. 

pere  cose  future  e  occulte.  Quelli  che  tengono  nomi  in- 
cogniti, né  si  sa  il  loro  significato  e  caratteri,  come  circoli, 
triangoli  ecc.,  i  quali  si  portano  addosso,  o  per  farsi  voler 
bene,  o  per  esser  sicuri  dall'armi  de'  nemici,  dal  fuoco, 
acqua  e  altri  pericoli,  o  per  non  confessare  il  vero  ne' 
tormenti.  Quelli   che   quando   vanno   la   sera   a   dormire 
recitano   una   tale   orazione   per  insognarsi   e   conoscere 
eventi   occulti   e   futuri   prosperi   o    adversi    ecc.    Quelli 
che   che   fanno   martelli,  o  mettono   al   fuoco  pignatini 
con  cuori,  agocchie,  salarini  o  altre  cose  simili  per  dar 
passione.  Quelli  che  recitano  orazioni  alle  stelle,  o  fanno 
altre  cose  simili  superstiziose  e  diaboliche  per  impedire 
Tatto  matrimoniale.   Quelli  che   gettano   le  fave,  si  mi- 
surano il  braccio  o  la  terra  con  spanne,  levano  la  pedica, 
guardano  o  si  fanno  guardare  le  mani  per  sapere  cose 
future  o  passate,  occulte,  che  mettono  legazze  o  bendelii 
alle  fenestre   la  sera   o  notte   per  farle   sventolare,  per 
dare  passione,  impedir  il  sogno.  Quelli  che  fanno  certi, 
esperimenti   di  fare   sanità   alle   creature   ragionevoli   o 
irragionevoli,  o  alla  sciatica,  o  per  conoscere  o  guarire 
maleficiati  con   atti   e   osservazioni   diaboliche   e   super- 
stiziose, come  far  bollire  o  battere  li  prfnni  del  paziente. 
Quelli  che  recitano  li  pater  nostri  di  Giuda,  che  fanno 
cuocere  in  acqua  santa  un  ovo  per  darlo  a  mangiare  ad 
animali  di  specie  e  sesso  differenti  con  parole  ecc.,  per 
porre  discordia.  Quelli  che  si  servono  in  certe  loro  super- 
stizioni e  sortilegi  d'oglio  di  lampade  di  chiesa,  di  corda 
di  campana,  di  legno  di  forca,  di  sughetto  d'impiccato, 
di  filo  con  che  si  cucino  li  vestimenti  de'  morti,  d'ossa 


LE    STREGHE  159 

de'  morti,  di  terra   di  cimiteri©  e  centomila  altri  modi 
di    esperimenti,    sortilegi,    maleficii    diabolici    ecc.1». 

Tutto  questo  accadeva  e  si  credeva  come  accaduto 
nei  secoli  scorsi:  e,  come  dava  luogo  a  considerazioni 
ascetiche  ed  a  casi  riserbati,  così  offriva  argomento  di 
poesie  morali.  In  un  secolo  in  cui  in  ottave  siciliane  si 
cantava  da  centinaia  di  verseggiatori  e  di  poeti  l'amore 
in  tutte  le  sue  vicende,  e  si  sbadigliavano  affanni  non 
sentiti,  il  Catania,  uno  di  questi  poeti,  trovava  il  tempo 
per  iscrivere  Di  li  magari  parecchie  canzoni  come  questa: 

D'iddi  su'  esterminati  li  magari, 
Chi  pri  li  soi  'ncantisimi  e  scungiuri 
Si  vennu  a  Belzebùu  a  suggittari 
E  si  lu  fannu  patruni  e  signuri; 
In  corpu  ed  alma  si  ci  vonnu  dari, 
Pri  fari  malefitii  e  fatturi... 

E  come  quest'altra: 

Autri  angusci,  autri  affanni  ed  autru  ostaculu 
Avirai  quandu  ti  vidi  un  mitruni 
Mettiri  in  testa,  e  'sciri  a  lu  spittaculu 
Girandu  pri  li  strati  e  li  cantuni, 
Una  candila  gialna  è  lu  tò  baculu 
Un  libànu  pindenti  pri  tusuni 
Lettu  poi  lu  processu,  e  cundannata, 
A  lu  'ndumani  'ndi  veni  frustata2. 

[decreta  sinodalia,  ecc.  e.  Ili,  pp.  207-209.  Cfr.  in  proposito  II 
ìaba  e  le  Streghe. 

2  Teatro,  par.  Ili,  nn.  630  e  635. 

Riscontri  con  alcune  pratiche  e  superstizioni  del  presente  capitolo 
•blnamo  per  le  Provincie  meridionali  in  generale  nelle  seguenti  opere 
>d  arncoli:   Giornale  di  Sicilia,  an.  XVII,  n.  74,  marzo   1878-   an 


IQQ  CAPITOLO    VI. 

Dò  fine  a  questo  doloroso  argomento  con  una  dichia- 
razione a'  lettori  che  non  mi  conoscono. 

La  materia  di  questo  capitolo  è  tutta  una  rivelazione 

XVIII,  n.  178,  giugno  1879;  -  De  Maricourt,  Sortilèges  et  malèfices 
dans  d'Italie  meridionale;   Paris,  1183.  -  Per  Calabria,  Capalbo, 
op.  cit.,  nella  Scena,  an.  IX,  n.  15,  e.  V;  -  Dorsa,  p.  136;  -  Pi- 
corini-Beri,   In   Calabria:    Stregonerie;    Fra   i   due   mari;    Dal   Io- 
nio  al   Tirreno,  nella   Nuova  Antologia,   n.   XVIII,   fase.   XX;    an. 
XVIII,  fase.  XXI;  an.  XIX,  fase.  1;  Roma,  1883  e  1884.  -  Per  Na- 
poli,  La  Crisalide,  an.  I,  n.  36,  p.  478;  Napoli,  22  die.  1878;  -  G.  Mi- 
randa, Napoli  che  muore...:   Il  fondaco   degli  schiavoni;   Napoli, 
1887;  —  Archivio  delle  tradizioni  pop.,  v  .V,  p.  133;  —  Correrà, 
Le  Streghe  di  Benevento,  nel  Giornale  Napolitano  della  Domeni- 
ca, an.  I,  n.  8.  -  Per  Sorrento,  Canzano-Avarna,  Leggende  pop., 
sorrentine,  n.   IV:    La  fata  di  Casa  Mastrogiudice   (dove  una  ra-> 
gazza  viene  iniziata   alle  arti   stregatone  da  una  maliarda,  con  la 
quale  unta  di  certi  unguenti  coi  capelli  sciolti  vola  al  noec  di  Be- 
nevento, dall'alto  di  quelle  case)  ;  S.  Agnello  di  Sorrento,  1883.  - 
Per  gli  Abruzzi,  De  Nino,  op.  cit.,  v.  I,  nn.  LIX:  La  strega  nasce; 
LXH,  Lo  staccio;  LX1V,  La  strega  succia  il  sangue  e  v.  II,  n.  XXXIX: 
Streghe;  -  Finamore,  Streghe,  Stregherie;  ne\Y Archivio,  v.  Ili,  pp. 
219-232;  -  Amalfi,  Stregonerìe;  nel  Giorn.  Nap.  della  Domenica. 
an.  I,  n.  16.  -  Per  Roma,  La  notte  di  S.  Giovanni,  Superstizioni 
moderne;  e  la  Conclusione  ecc.  del  libretto:  Il  Saba  delle  streghe: 
Ricerche  di  un  vecchio  Bibliotecario;  Roma,  1886;  -  Zanazzo,  Sire 
ghe,  stregoni  e  fattucchieri,  sestine,  con  appunti  di  Fr.  Sabatini; 
Roma,  MDCCCLXXXII;  -  A.  Bertolotti,  Streghe,  sortiere  e  ma 
liardi  nel  sec.  XVI  in  Roma;  Firenze,  1883.  -  Per  le  Marche,  L 
Castellani,  op.  cit.,  pp.  12-14;  -  Marcoaldi,  op.  cit.,  pp.  71  e  81 
-  Pel  Contado  perugino,  Z.  Zanetti,  Usi  e  tradizioni  delVUrnbna 
nella  Favilla,  an.  XI,  n.  II,  pp.  28-31;  Perugia,  9  maggio  1887.  - 
Per  la  Toscana,  nell',4rc/»i;io,  p.  134.  -  Per  la  Romagna,  Placucci 
op.  cit.,  e.  IX.   -   Per   Bologna,  Rubbiani,  Etnografia  Bolognese 
p.  41.  —  Per  la  Lomellina  nella  Bassa  Lombardia,  Rossi-Case',  Su 


LE   STREGHE  161 

di  fatti  brutti,  crudeli,  scellerati.  Forse  poteva  far  parte 
d'un  libro  scatologico  piuttosto  che  d'un'opera  che  an- 
drà per  le  mani  di  molti;  ma  il  quadro  di  questo  mondo 

perstizioni,  nell'Ateneo  Italiano,  an.  XI,  n.  4,  pp.  46-47;  Roma,  16 
tebbr.  1887.  —  Pel  Milanese,  Cherubini,  Superstizioni  popolari  del- 
l'Alto Contado  milanese,  §  II,  nella  Rivista  Europea;  Milano,  ago- 
sto 1847  e  Archivio,  v.  VI,  p.  222.  -  Pel  Bergamasco,  Rosa,  Stre- 
gonerie, ricerche  storiche  intorno  le  Streghe,  nella  Rivista  Repu- 
blicana;  Bergamo,  1  nov.  1880.  —  Per  la  Svizzera  italiana,  Streghe 
nella  Valle  Maggia,  nel  Bullettino  storico  della  Svizzera  ItaL,  n.  1  ; 
Bellinzona,  1883.  -  Pel  Veneto,  Bernoni,  Le  Strighe,  Leggende 
pop.  veneziane;  Venezia,  1874,  ed  anche  Credenze  pop.  venezia- 
ne, ivi  ;  e  Tradizioni  pop.  veneziane.  —  Pel  Mantovano,  Stregonerie, 
nell'Archivio,  v.  IV,  pp.  595-596.  -  Pel  Friulano,  Ellero,  Delle  Su- 
perstizioni volgari  in  Friuli,  e.  VI,  negli  Scritti  minori;  Bologna, 
1875.  —  Pel  Piemonte  in  generale,  N.  Bianchi,  Storia  della  Monar- 
chia piem.  dal  1773  al  1861,  v.  I,  cap.  VI.  -  Pel  Canavese,  Vavra, 
Le  Streghe  nel  Canavese,  nelle  Curiosità  e  Ricerche  di  Storia  sub- 
alpina. V.  I,  pp.  82-132,  210-263,  654-721;  Torino,  1874.  -  Per  la  Cor- 
sica, Ortoli,  Croyances  pop.  de  la  Corse,  ne  La  Tradition,  an.  I, 
n.  2,  pp.  44-50;  Paris,  maggio  1887.  —  Per  tutta  Italia,  tra'  moderni 
e  gli  antichi,  Tarducci  La  Strega,  l'Astrologo  e  il  Mago;  Milano, 
1886.  —  Zancolini,  II  Diavolo  e  le  Streghe,  ossia  il  pregiudizio  pop. 
delle  malie;  Livorno-  1864;  —  Manuale  di  spiriti  folletti  cit.,  p.  Ili;  — 
//  libro  delle  paure,  ovvero  Raccolta  di  stregonerie  e  pregiudizi 
popolari,  p.  38;  Firenze,  Salani;  -  Fornari,  Le  Streghe,  nell'Ado- 
lescenza, Strenna  pel  1874,  pp.  31-43,  Milano  (1873)  ;  —  Sulle  Stre- 
ghe, Discorso  storico-critico;  Roma  1875;  —  Pardi,  Scritti  vari, 
v.  IH,  pp.  242-347;  —  Peretti,  op.  cit.,  veglia  IH;  —  Rossi,  op.  cit., 
II,  VII,  V;  —  Tigri,  op.  cit.,  e.  I;  —  Paulowic,  La  Stregoneria  nel 
Rinascimento  e  sotto  la  Riforma;  Firenze,  1875;  —  La  Strega,  ovvero 
Degli  inganni  de'  demoni.  Dialogo  di  G.  F.  Pico  della  Mirandola 
tradotto  in  lingua  toscana  da  Turino  Turini;  Milano,  MDCCCLXIV; 
—  De  Cattani,  Discorso  sopra  la  superstizione  dell'Arte  magica; 


162  CAPITOLO   VI. 

fantastico,  soprannaturale,  arcano  del  nostro  popolo, 
quadro  che  ho  cercato  di  ritrarre  con  iserupolosità  di 
storico,  sarebbe  altrimenti  riuscito  incompleto  e  difet- 
toso. Chi  mi  conosce,  non  dubiterà  un  istante  della  mia 
onestà;  a  chi  non  mi  conosce,  e  vorrà  malignare  sulle  mie 
intenzioni,  ripeterò  l'antico  motto:  Honni  soit  qui  mal 
y  pense! 

Firenze,  1567  ;  —  Del  Rio,  Disquisitionum  Magicarum  libri  sex  ecc. 
Moguntiae,  1617;  Maffei,  Arte  magica  annichilita.  Libri  tre.  Con 
un'appendice;  In  Verona  CICICCCLIV;  -  Tartarotti,  Del  Con- 
gresso notturno  delle  Lammie,  libri  tre;  in  Rovereto  MDCCXLIX; 
Lo  Stesso,  Apologia  del  Congresso  notturno  delle  Lammie,  o  sia 
risposta  all'Arte  magica  dileguata  del  sig.  March.  Scipione  Maffei 
ecc.,  in  Venezia,  MDCCLI;  —  Lo  Stesso,  Animavversioni  critiche 
sopra  il  notturno  Congresso  delle  Lammie;  Venezia,  1757;  —  Tar- 
tarotti, Osservazioni  sopra  l'opuscolo:  Arte  magica  dileguata;  Ve- 
nezia, 1750;  —  Carli,  Dissertazione  epistolare  sopra  la  Magia  e  la 
Stregheria  ecc.  a  pp.  59-177  del  v.  IX  delle  Opere  dell'autore;  Mi- 
lano, MDCCLXXXV;  —  Risposta  alla  Lettera  intorno  all'origine  e 
falsità  della  dottrina  de'  Maghi  e  delle  Streghe  del  sig.  Gianrinaldo 
Carli;  Roveredo;  —  Zunica,  Ricreazione  de'  curiosi,  p.  IIa,  p.  140; 
in  Napoli,  MDCCXIX. 


VII.  Le  Donne  di  fuora. 

Le  Donni  di  fuora,  dette  pure  Donni  di  locu,  Dun- 
nuzzi  di  locu  (Sambuca),  Donni  di  notti  (Caltanissetta, 
Francofonte),  Donni  di  casa  (Nicosia),  Donni,  Dunzelli, 
Signuri,  Belli  Signuri,  Patruni  di  casa    (Contea  di  Mo- 

jdica),  Patruni  d>  'u  locu,  Diu  Vaccrisci,  sono  esseri  so- 
prannaturali, un  po'  streghe,  un  po'  fate,  senza  potersi 
discernere    in   che   veramente    differiscano    dalle    une   e 

dalle  altre. 

Gerii  benefici  o  malefici,  disposti  e  fermamente  decisi 
|a  giovare  o  a  nuocere,  ad  arricchire  o  ad  impoverire, 
ja  far  belli  o  render  brutti,  esse  non  hanno  altro  movente 
se  non  il  capriccio,  la  bizzaria  e  una  certa  lor  maniera 
di  vedere  e  giudicare  le  cose. 

Sono  donne,  hanno  del  matronale  per  aitanza  di  per- 
sona, per  opulenza  di  forme,  per  copia  e  lucidezza  di 
chiome  e  per  una  tal  quale  maestà  di  andatura,  di  pose, 
di  voce  che  è  una  bellezza  per  se  stessa;  e,  meticolose 
quant'altre  mai,  amano  la  pulitezza  e  la  compostezza 
fino  allo  scrupolo;  e  nelle  case  dove  vanno  vogliono 
trovare  tutto  in  bell'ordine,  ben  rifatto  il  letto,  bianche 
!  odorose  le  lenzuola,  sprimacciati  i  guanciali,  splendido 


164  capitolo  Vii. 

il  rame  della  cucina,  benissimo  spazzate  le  stanze.  È 
superfluo  l'avvertire  che  esse  non  son  visibili  a  chicches- 
sia né  sempre;  anzi  può  reputarsi  fortunato  chi  riesce 
a  vederle,  e,  vedutele,  a  cattivarsene  l'animo  indocilmente 
bizzarro 

Una  credenza  di  Vizzini  spiegherebbe  in  questo  modo 
la  invisibilità  loro  I  Lochi  di  casa,  cioè  le  Donne  di 
fuora,  «  nella  notte  d'ogni  giovedì  lasciano  a  casa  il  corpo, 
e  con  lo  spirito  vanno  vagando  nelle  case  altrui  appor- 
tando buona  o  triste  ventura  x  ». 

Abitano  più  in  terra  che  in  mare,  ed  ai  giardini,  ai 
boschi,  alle  macchie,  dove  pur  sogliono  fermarsi,  pre- 
feriscono le  case  anche  poverissime  e  fuori  mano.  Ecco 
perchè  si  dicono  anche  Donni  di  casa. 

Non  tutti  i  giorni  della  settimana  è  loro  concesso  di 
uscire;  ma  vanno  attorno  il  giovedì  notte,  al  buio,  pe- 
netrando nelle  case  pei  buchi  delle  serrature  e  per  le 
fessure  degli  usci.  Da  qui  il  nome  di  Donni  di  notti.  Ma 
se  il  nuovo  giorno  le  sorprende,  eccole  diventar  botte 
o  rospi  (sic.  buffi  =  rana  bufo  di  Linneo)  2,  e  tali  restare 
tutto  il  venerdì  fino  alla  notte  prossima,  in  cui  ridi- 
ventan  donne.  Il  rospo  perciò,  potendo  essere  una  Donna 
di  fuora,  non  va  ammazzato;  e  chi  l'ammazza,  muore 
fra  venti quattr'ore  o,  per  lo  meno,  diviene  rattratto  o* 
storpio  come  chi  abbia  l'imprudenza  di  maltrattarlo.  In 
Noto  e  Termini  muoiono  all'uccisore  i  genitori;  in  Cal- 
tagirone  nasce  a  lui  stesso  una  gobba.  L'urina  od  altr 

1  Seb.  Salomone,  op.  cit.,  v.  II,  par.  Ili,  IV,  V,  p.  242. 

2  Cfr.  v.  HI,  p.  365. 


LE  DONNE  DI  FUORA  165 

umore  che  il  rospo,  tòcco  o  calpesto,  schizza  in  quel  mo- 
mento, porta  subito  un  mal  d'occhi  al  malfattore,  o  la 
cecità  se  gliele  coglie  in  pieno  (i  fanciulli  dicono  che 
le  buffi  pisciami  Tocchi),  o  la  paralisi  se  colpisce  un 
braccio  o  una  gamba.  Accade  pure  che  esso  venga  di 
notte  a  bagnare  gli  occhi  dell'offensore  cagionadogli  una 
vera  congiuntivite  catarrale:  tanto  che  quando  si  vede 
una  persona  malata  d'occhi  usa  dimandarle  in  tono  scher- 
zevole: Chi  cci  avìstivu  'nta  sbocchi?  CKammazzàstivu 
quarchi  buffa?.... 

Questo  sacro  orrore  per  qualunque  maltrattamento  a' 
rospi  non  è  in  tutti  i  giorni  della  settimana.  In  Ficarazzi 
si  crede  non  potersi  uccidere  un  rospo  solo  nei  giorni  di 
mercoledì  e  di  venerdì;  altrove  di  solo  venerdì,  nella 
intelligenza  che  andando  le  Donne  di  fuora  nel  giovedì 
notte,  potrebbero,  per  un  contrattempo  qualunque,  essere 
improvvisamente  còlte  dall'alba  del  venerdì;  altri  invece 
credono  che  questo  abbia  luogo  il  sabato  l. 

La  forma  di  rettile  sotto  la  quale  si  nascondono  è  per 
esse  la  più  acconcia  a  sfuggire  alla  vista  ed  alla  male- 
volenza degli  uomini;  per  evitare  di  esser  sospettate  e  ri- 
conosciute per  quel  che  sono.  Sospettate  tali  e  identificate 
in  una  tale  o  tal'altra  Donna  di  fuora,  si  adonterebbero, 

1  L'Ariosto,  Ori.  juru  e.  XLIII,  st.  97,  parlando  delle  Fate  dice: 
Che  ogni  settimo  giorno  ognuna  è  certa, 
Che  la  sua  forma  in  biscia  si   converta. 
Nel  qual  canto  narra  che  Adonio  per  aver  protetto  una  fata  na- 
scosta sotto  forma  di  una  biscia,  cui  un  villano  perseguitava  a  morte, 
u   dalla   fata,   quando   questa   tornò  nell'esser  suo,  rimeritato   della 
uà  pietà.  Cfr.  Castelli,  Credenze,  p.  9.  Pai.  1878. 


166  CAPITOLO   VII. 

e  farebbero  del  male  all'imprudente  che  ne  parlasse  o 
le  rivelasse  ad  alcuno.  Un  pover  uomo  del  Borgo  di  Pa- 
lermo, che  le  vide  verso  i  Rotoli  all'Arenella  e  le  rico- 
nobbe, commise  la  sciocchezza  di  parlare,  e  rimase 
storpio  per  due  anni   (Palermo). 

E  però,  quando  si  presumono  Donne  di  fuora,  questi 
rospi  si  lasciano  dove  sono,  o  si  riparano  con  pietre  e 
cocci  di  tegoli,  ovvero,  meglio,  si  raccolgon  da  terra, 
s'accarezzano  e  si  portano  in  casa  per  allevarle,  nutrirle, 
Cibo  ordinario,  pane  e  vino;  qualche  volta,  pane  e  zuc- 
chero \ 

Il  Meli,  nella  sua  Fata  galanti  (e.  1°)  canta  che  an- 
dando egli  un  giorno  a  diletto  in  campagna  (Palermo), 
sentì  rumore,  e  vide  un  villano  tutto  affannato  per  voler 
ammazzare  un  rospo;  pensò  subito  il  Meli  non  doversi 
a'  rospi  fare  alcun  male  e  dissuase  quello  sconsigliato 
dal  farlo.  Ecco  le  sue  parole: 

leu  ch'avia  'ntisu  da  li  mei  maggiuri, 
Chi  li  buffi  'un  si  dìvinu  ammazzari, 
Fici  in  modu  chi  l'ira  e  lu  rancuri, 
A  ddu  viddanu  cci  fici  passari. 

Poco  dopo  gli  appare  una  bellisima  donna,  la  quale 
così  lo  apostrofa: 


....  Oh  picciottu  furtunatu, 
Eu   ti   prutiggirò    d'ora   nn'avanti. 
leu  su'  dda  buffa,  chi  tu  gratu  e  umanu 
Sarvasti  antura  da  l'impiu  viddanu. 


1  Cfr.  ne  V Amico  del  Popolo  di  Palermo  del  23  apr.  1876,  an, 
XVII,  n.  Ili,  il  dialogo  tra  Mastru  Flippu  e  lu  Giurnalista. 


LE   DONNE   DI   FU  ORA  167 

La  maniera  più  comune  e  più  facile  onde  la  finta 
botta  si  vendica  immediatamente  dopo  uccisa,  in  Mes- 
sina è  questa:  all'uccisore  appare  subito  una  donna  pu- 
lita molto,  che  gli  offre  una  lunga  e  bellissima  fascia, 
perchè  egli  se  ne  cinga  la  vita.  Se  egli  la  rifiuta  come 
deve,  è  salvo;  se  no,  brucia;  altrove  acciunca,  rattrap- 
pisce. 

E  a  questo  proposito  si  racconta: 

Una   volta   due   carrettieri,    compari,   viaggiavano    in- 
sieme.  Strada  facendo,  si  videro   tra'   piedi   due  botte; 
uno  voleva   ammazzarle,   l'altro   si  oppose;    ma  invano. 
Le  botte  furono  uccise.  Giunti  in  un  paese,  vennero  en- 
trambi chiamati  da  due  matrone  bellissime,  le  quali  con 
gentilissime   e    affabilissime   maniere    offersero    loro    da 
desinare.  Desinarono  essi  in  mezzo   a   un   gran  ben  di 
Dio,  maravigliati,  stupiti  di  sì  inatteso  e  misterioso  trat- 
tamento. Nel  congedarsi  ricevettero  in  dono  una  fascia 
di   finissimo   drappo  per  uno,  perchè  se  ne   cingessero, 
com'è  costume  de'  carrettieri  e  di  altri,  la  vita.  Ritor- 
nati alle  loro  case,  cinsero  le  fasce,  ma  l'uccisore  delle 
botte  ne  rimase  così  malconcio,  che  la  fascia  lu  rumpiu 
'ntra  lu  menzu,  e  in  brevissimo  tempo  morì;   e  l'altro 
prosperò  mai  sempre  in  salute  e  in  guadagni.  E  si  ri- 
tenne  questo  un  castigo  delle  Donne  di  fuora  al  malvagio 
carrettiere  ed  un  premio  al  buono  e  pietoso  suo  com- 
pare (Ficarazzi). 
E  si  racconta  pure: 

Due  carrettieri  andando  coi  loro  carri  in  non  so  qual 
paese  videro  per  terra  un  rospo.  Uno  di  essi  gli  diede 
una  pedata,  ma  l'altro,  preso  da  pietà  e   da  paura,  lo 


168  CAPITOLO   VII. 


raccolse  e  lo  compose  in  luogo  sicuro  tra  due  grandi 
lastre  (balathna).  Dopo  parecchie  settimane,  il  primo 
di  essi  divenne  storpio  e  non  potè  più  muoversi,  il  se- 
condo invece,  recatosi  un  giorno  in  uno  dei  suoi  soliti 
posti,  si  sentì  chiamare  da  una  bella  signora,  ed  invitato 
ad  appressarsi;  s'appressò  egli  tra  timido  e  confuso,  e  la 
signora  con  grande  affabilità  e  dignità  insieme  eolmollo 
di  doni  e  si  die  a  conoscere  per  quella  botta  che  egli 
aveva  salva  (Castelvetrano,  Misilmeri).  Laonde,  quan- 
do si  vede  un  rospo  si  raccomanda  che  non  si  molesti; 
altrimenti  la  ci  finirà  come  a  colui.  In  Misilmeri  un  vil- 
lano che  fece  del  male  a  un  rospo  rimase  storpio,  e  adesso, 
non  potendo  fare  altro,  fa  il  portalettere. 
Quest'altra  non  è  meno  curiosa: 

Una  volta  marito  e  moglie  andarono  a  divertirsi  a 
Monte  Pellegrino.  Salendo  le  scale,  la  moglie  vide  una 
buca,  e  davanti  questa  buca  un  brutto  viso  non  so  se 
di  donna,  di  rana  o  di  mostro,  ma  con  certi  occhiacci 
spalancati  e  brutti  da  far  paura.  La  donna,  senza  neppure 
pensarci,  s'accostò  alla  buca  e  sgraffiò  quel  mostro.  Li 
per  lì,  questa  donna  cadde  per  terra  come  fulminata. 
Condotta  a  casa  si  chiamarono  tutti  medici  di  Palermo, 
ma  nessuno  seppe  capire  che  malattia  fosse  quella.  Pas- 
sato un  certo  tempo,  il  marito  capì  che  la  causa  della 
malattia  era  stata  l'offesa  fatta  ad  una  Signora,  perchè  il 
visaccio  della  buca  non  poteva  esser  altro  se  non  quello 
di  una  Signora;  e  si  mise  in  cerca  d'uno  che  con  le  Signo- 
re ci  stèsse  bene.  A  quei  tempi  nella  Kalsa  c'era  un  pe- 
scatore amicissimo  delle  Donne  di  fuora,  e  per  quest'ami- 
cizia s'era  fatto  molto  agiato.  Ecco  che  il  marito  pensa 


LE  DONNE  DI  FU  ORA  169 

di  andare  da  lui.  Il  pescatore  se  ne  stava  affacciato 
alla  finestra;  a  veder  da  lontano  il  marito  dell'ammalata, 
disse  tra  se:  Troppo  tardi!  E  quando  quello  salì,  prima 
ancora  di  sentire  il  discorso  disse:  —  «  Troppo  tardi  sie- 
te venuto  ».  —  «  E  di  che  mi  parlate  compare?  »  gli 
chiese  il  marito.  —  «  So  tutto,  gli  rispose  il  pescatore;  so 
tutto.  Vostra  moglie  fece  un  sfregio  ad  una  Signora,  e 
e  le  Signore  per  punirla  l'hanno  accioncata  ». 

Pure  il  marito  si  mise  a  pregarlo,  a  scongiurarlo, 
perchè  si  adoperasse  a  placare  le  Signore,  a  ridar  la 
salute  alla  povera  moglie,  la  quale  se  avea  fatto  quella 
offesa,  non  l'avea  fatto  per  male.  Il  pescatore  n'ebhe 
pietà  e  promise  che  ne  avrebbe  parlato  alle  Signore; 
ed  intanto  gli  raccomandò  che  per  la  notte  prossima 
tenesse  ben  pulita  la  sua  casa,  rifacesse  il  letto,  mutasse 
la  biancheria,  facesse  dei  profumi  per  bene  accoglier 
le  Signore,  nel  caso  che  si  persuadessero  a  venire. 

Fu  fatto  tutto;  e  la  notte  seguente  le  Donne  di  fuora, 
in  forma  di  bellessime  matrone,  entrarono  nella  casa 
della  donna;  una  di  esse  le  passò  dolcemente  la  mano 
sulla  faccia,  e  disparve.  La  donna  guarì  come  per  incanto 
(Palermo). 

Non  v'è  paese  della  Sicilia  dove  la  trasformazione 
delle  Donne  di  fuora  in  botte  non  sia  domma  di  fede 
per  le  femminucce  più  semplici  e  più  ingenue.  V'è  tut- 
tavia chi  crede  doversi  ritenere  donne  fuora  solo  quelle 
/botte  che  hanno  nel  mezzo  della  testa  una  specie  di 
scrima  spartuta,  dirizzatura  del  capo,  simile  a  quella  del- 
le donne  (Ficarazzi)  ;  e  vi  son  delle  comari  che  sanno, 
tesser  disposte  a  divenir  Donne  di  fuora  quelle  donne  che 


170  CAPITOLO    VII. 

fin  dalla  nascita  portano  una  croce  rossa  sulle  spalle 
e  che  quando  la  botte  sia  uccisa,  è  facile  riconoscere  ne 
suoi  intestini  gl'intestini  umani  (di  li  cristiani).  Sia  pò 
una  mistificazione,  sia  un  fatto,  si  parla  anche  di  altn 
rare  trasformazioni;  ma  son  delle  credenze,  non  dici 
individuali,  il  che  non  costituirebbe  delle  vere  credenza 
del  popolo,  ma  ristrette  in  un  dato  comune  o  in  una  dati 
cerchia  di  persone.  E,  per  cennarne  qualcuna:  si  ritieni 
che  convertendosi  in  vento,  le  Donne  di  fuora  portin* 
via  i  tegoli  e  scoperchino  le  case.  Chi  le  ha  vedute  il 
queste  occasioni  dice  che  prendono  sembianze  d'anitre 
di  tacchine  (Modica).  Si  crede  che  alcune  volte  prendai 
forma  di  biacchi  =  guìsini.  Un  tale  un  giorno  portando 
del  grano  entro  sacchi  e  questi  sopra  muli,  vi  si  adagit 
sopra  e  li  compresse  troppo  senza  saper  che  le  Donnuzz 
di  locu  vi  eran  dentro  in  forma  di  serpi,  e  si  vide  acciun 
cari  i  muli   (Sambuca). 

Un  villano  incontrò  un  giorno  in  Ficaruzzi  due  di  que 
ste  guìsini  abbracciate,  e  volle  ammazzarle  con  un; 
schioppettata.  Per  tre  volte  lo  schioppo  fece  cecca  (fic 
catinazzu)*  e  il  villano  andò  via;  ma  quando  meno  s< 
l'aspettava,  lo  schioppo  esplose  da  se  fracassandogli  uni 
mano  della  quale  poi  restò  difettoso.  Le  Donne  di  tuora 
indispettite  di  lui,  vollero  punirlo  della  sua  audacia  (Fi 
earazzi).  Men  di  rado  si  presentano  in  figura  di  mona 
che  ad  un  uomo  dormiente,  nelle  ore  più  calde  di  estate 
sotto  un  fico.  Una  monaca  ha  un  coltello  in  mano 
presentandolo  al  dormiente  lo  invita  a  dire  se  lo  vogliì 
per  la  punta  o  per  il  manico.  Se  egli  risponde:  per  li 


LE  DONNE  DI  FU  ORA  ,171 

punta,  verrà  ucciso;  se  pel  manico,  avrà  fortuna  (A-'o- 
la)  \ 

Spiriti  balzani  e  capricciosissimi  ma  non  n a. ur ai- 
mente  cattivi,  queste  donne  abitano  quasi  perennemente 
in  quella  casa  dov'esse  prescelsero  di  stare.  In  ogni  casa 
ce  ne  più  d'una,  e  sebbene  invisibili,  partecipano  a  tutte 
le  gioie  e  a  tutti  i  dolori  della  famiglia.  Se  esse  sono  pro- 
pizie a  lei,  va  bene  ;  se  no,  quella  famiglia  sarà  mezzo  per- 
duta, e,  tra  malattie,  dispiaceri,  contrarietà  d'ogni  sorta, 
non  avrà  più  un'ora  di  pace.  Allora  si  crede  che  a  questa 
famiglia  o  alla  tale  persona  la  casa  nun  cci  cali:  conviene 
persuadersi  che  la  casa  nun  cci  la  voli.  Ma  non  è  la  casa 
che  non  giova  alla  famiglia,  non  è  essa  che  non  la  vuole: 
son  le  Padrone  di  casa,  le  quali  non  son  contente  finché 
essa  non  isgomberi;  e  se  essa  vi  resta,  perirà  lentamente. 

Una  balia  modicana  raccontava  teste  al  nostro  Gua- 
stella  : 

«Io  ero  giovanetta,  e  fui  forzata  da  mia  madrigna 
a  dormire  in  casa  di  una  cugina  mia,  alla  quale  eran 
morti  il  padre  e  la  madre.  Mi  vi  corcai,  e  il  domani  non 
potei  trovare  il  fazzoletto  che  mi  annodavo  alla  testa; 
il  secondo  giorno,  non  potei  ritrovare  l'altro  fazzoletto; 
e  così  per  sette  giorni  di  seguito.  Intanto  avevo  perduto 
l'appetito  del  tutto.  Il  pane  che  mi  dava  la  madrigna, 
e  che  mi  era  sembrato  sì  scarso,  or  mi  sembrava  abbon- 
dante, ne  potea  inghiottirne  che  qualche  boccone.  Una 

Cfr.  v.  Ili,  p.  244.  Certo  importerebbe  vedere  se  vi  sia  riscontro 
coi  Fauni  ficarii  menzionati  da  Geremia,  e.  L,  vv.  6-9,  secondo  gli 
interpreti,  spettri  di  demoni,  i  quali  sotto  varie  forme  uccellano 
l'uomo  apparendogli  in  mezzo  a  fichi  selvatici. 


172  CAPITOLO   VII. 

vecchia  mi  disse:  —  «Non  ti  corcar  più  in  quella  casa, 
perchè  le  nostre  Signore  e  Padrone  non  ti  ci  vogliono  ». 
Ed  io,  seguendo  i  consigli  della  vecchia,  a  malgrado  vi 
fossi  forzata  dalla  madrigna,  non  mi  vi  corcai  più.  Ed 
ecco  che  dal  primo  giorno  comincio  a  riacquistare  l'appe- 
tito, a  cangiar  la  tinta  gialla  del  volto  in  tinta  bianca  e 
rossa.  Un  giorno  andai  in  casa  della  cugina,  e  fissando  per 
caso  gli  occhi  al  tetto,  vidi  che  dall'un  dei  travi  pendeva 
un  lembo  di  fazzoletto.  Io  e  la  cugina  lo  tirammo  metten- 
do due  sedie  sopra  il  letto  e  sulle  sedie  noi  stesse.  Ed 
ecco  che  annodato  alla  punta  del  primo  fazzoletto  ci  era 
il  secondo,  e  alla  punta  del  secondo  il  terzo,  e  così 
fino  ai  sette.  Le  Padrone  del  luogo  (benedette  dove  stan- 
no e  dove  abitano!)  in  grazia  dell'ubbidienza  mia  di  non 
corcarmi  più  in  quella  casa,  mi  avean  restituiti  i  miei 
fazzoletti  ». 

Caratteristica,  come  s'è  detto  in  principio  del  pre- 
sente capitolo,  è  in  queste  Signore  la  coscienza  di  se  stes- 
se, della  propria  potenza,  e  quindi  la  volontà  di  essere 
contentate,  ubbidite  ciecamente  in  quello  che  esse  vo- 
gliono. 

Un  contadino  di  Corleone  mi  racconta,  che  coman- 
dato una  volta  da  una  Signora  a  dormire  in  una  data 
stamberga  in  Girgenti,  non  esitò  un  istante  ad  ubbi- 
dire: e  n'ebbe  in  premio  quattrini  quanti  ne  volle  ed  a 
tutte  l'ore,  abilità  non  comune  nel  maneggio  degli  affari 
di  campagna,  celerità  straordinaria  nell'andare  da  uni 
paese  all'altro,  facoltà  di  assistere  a  banchetti  di  Donne 
di  luogo,  e  non  so  quante  altre  virtù.  Un  giorno  gli  salta 
il  grillo  di  lasciare  Girgenti  per  tornare  a  Corleone;  la 


LE  DONNE   DI  FUORA  173 

scena  si  muta:  in  poco  volger  di  anni  si  riduce  a  non  aver 
più  miserie  da  provare:  fame,  freddo,  morti,  persecu- 
zioni, fino  alla  caduta  de'  denti  per  un  fortissimo  urto. 
Eppure  Giuseppe  Bordonaro  è  un  abilissimo  contadino, 
che  sa  fare  tutti  i  mestieri  del  suo  paese.  Ma  egli  è  in  di- 
sgrazia delle  Donne  di  fuora  e  non  ha  oramai  più  nulla 
da  sperare. 

E  non  solo  questo  di  essere  ubidite,  ma  esigono  anche 
di  aver  indovinati  i  desideri,  di  averli  soddisfatti.  Amano 
jad  esser  colme  di  gentilezze  e  di  cortesie,  circondate  di 
rispetto,  guardate  con  riverenza. 

Invero,  come  si  possono  indovinare  i  desideri  d'una 
botta,  noi  profani  non  sappiamo,  noi,  gente  senza  fede, 
senza  credenza,  senza  quella  ingenuità  alla  quale  parla 
e  dalla  quale  è  inteso  e  compreso  ogni  spirito,  ogni  es- 
sere soprannaturale.  Ma  se  noi  stiamo  a  sentire  quel  che 
raccontano  in  proposito  uomini  e  donne  della  bassa  ple- 
be, avremo  da  restare  incerti  se  questi  uomini  e  queste 
donne  siano  in  preda  a  delle  visioni  continue  e  se  noi 
fogniamo  ad  occhi  aperti.  Fatto  è  che  tutti  dal  primo 
all'ultimo  vi  parlano  di  domande  loro  e  di  risposte  delle 
3otte,  della  soddisfazione  di  queste  ad  ogni  compimento 
le'  loro  arcani  desideri  per  parte  della  persona  nella 
luale  si  son  volute  imbattere  e  di  cento  altre  cose  simili. 
-  Oh  com'è  questo?  chiesi  io  una  volta  a  un  villano 
li  Montelepre;  ed  egli  facendo  mille  sacramenti  mi  rac- 
contò con  la  massima  plecidezza  e  disinvoltura: 

Una  volta  eravamo  all'anta  io  e  Peppe  Boccatorta,  che 
;  più  piccolo  di  me.  S'era  a  merenda  e  si  stava  sboccon- 
ellando    un   pezzo    di   pane,    quando    vedemmo    saltare 


174  CAPITOLO   VII. 

verso  noi  una  grossa  Signora  (=  botta).  (Queste  Si- 
gnore fanno  così:  quando  vogliono  agevolare  qualcuno 
gli  si  avvicinano,  se  fermano  e,  mandatele  quanto  volete, 
restano  lì  senza  muoversi  più).  Era  una  Signora  delle 
più  belle,  e,  cosa  mai  vista,  avea  spartiti  sulla  fronte 
i  capelli  ondeggianti  che  si  potevano  contare  a  filo  a  filo. 
Feppe  voleva  scarpicciarla  :  io  lo  trattenni,  dicendogli  :  —  ! 
«Animale  che  sei!  non  vedi  che  è  una  Signora?...  In- 
vecedi  maltrattarla,  dimandale  se  desidera  qualche  cosa, 
e  noi  faremo  di  tutto  per  contentarla  ».  Peppe  ammutolì, 
mezzo  sconcertato  ;  e  allora  domandai  io  :  —  «  Bella  Si- 
gnora, vorreste  qualche  po'  di  pane?  qualche  po'  di  vino? 
comandate!  »  La  Signora  (com'è  vero  Dio!  mi  sento  ac- 
capponare la  carne  a  pensarci!)  rispose  di  sì;  ed  io  non 
osando  toccarla  per  rispetto,  le  seminai  intorno  molliche 
di  pane  e  le  accostai  da  bere;  la  Signora  mangiò  e  bevve. 
—  «  Comandate  altro,  bella  Signora?  »  chiesi  io  quando 
la  vidi  soddisfatta.  —  «Sì  »  rispose  ella.  —  «  E  che  altro 
volete?  »  —  «  Domani  sera  il  suono;  »  e  sparì.  Il  domani 
sera  tenni  suono  *,  e  si  cantò  e  si  ballò  tra  molti  ;  nel  me- 
glio, ecco  dodici  Signore  tutte  una  più  bella  dell'altra. 
Ballarono  con  ciascuno  di  noi;  a  me  toccò  la  capa  e  cre- 
do che  fosse  la  botta  dell'auto;  ed  io  stava  per  uscire  paz- 
zo dal  piacere.  Quando  finirono,  si  presero  tutte  e  dodici 
per  mano,  si  tirarono  indietro  allineate,  e  nel  medesimo 
istante,  con  le  medesime  mosse,  senza  scompagnarsi  l'un 
dall'altra,  fecero  una  riverenza,  ma  una  riverenza  tal 
che  noi  ci  svenimmo  a  guardarle.   Disparvero  e  noi 

1  Vedi  v.  I,  p.  349. 


LE  DONNE  DI  FUORA  175 

ae  seppe  più  nulla;  ma  da  quel  momento  io  mi  vidi 
ibbondato  d'ogni  ben  di  Dio,  e  Peppe,  povero  diavolo, 
u  la  calamita  di  tutte  le  disgrazie  di  questo  mondo.  E 
H>nnu  diri  (dicono)  che  questo  gli  accadde:  primo,  per- 
che non  ebbe  a  suo  tempo  il  coraggio  ch'ebbi  io;  secon- 
lo,  perchè  quando  una  di  quelle  Signore  se  lo  prese  per 
►aliare  (che  del  ballo  le  Signore  ne  son  ghiotte,  =  ani 
u'  licchi),  fece  il  ritroso,  e  ballò  per  non  si  dire. 

L'opporsi  alla  loro  volontà  è  un  incontrarne  issofatto 
ì  disgrazia.  Guai  se  penetrate  esse  in  una  stanza  da  letto, 

invitato  un  uomo  a  ballare  con  loro,  egli  si  rifiuti  !  \  Gli 
ccadrebbe  come  a  quel  tale  che  ricusandosi,  per  paura, 
i  ballare  con  quattro  notturne  visitatrici,  rimase  stor- 
io;   e    come    a    quel   zio    Giovanni    di    Villabate,    che 

causa  d'un  rifiuto  di  questi,  per  tre  mesi  non  potè 
iù  moversi  per  un  fiero  dolor  di  reni;  né  l'uno,  né 
dtro  riguarirono  se  non  dopo  che  una  donna  sopran- 
miinata  Vrazzudda  al  Borgo  s'interpose  pietosamente; 
come  a  quel  Don.  Agostino  del  sestiere  di  Monte  Pietà 
I  Palermo,  di  cui  racconta  una  storiella.  E  sono  così 
•onte  alla  collera,  che  un  movimento,  un  atto  non  mi- 
irato  o  scomposto  delle  persone  presso  le  quali  abitano, 
Ma  a  metterle  di  malumore,  a  suscitarne  lo  sdegno;  di 

i  La  vecchia  Emanuela  Santaèra  da  Modica  raccontava  al  Barone 
astella  in  casa  Bellomo,  con  mille  giuramenti,  che  una  notte  men- 
ala dormiva  al  buio,  vide  improvvisamente  accendere  la  lucerna 
entrare  tre  giovinette  vestite  di  bianco,  e  con  in  testa  una  specie 
turbante  rosso,  le  quali  si  posero  a  ballare  e  invitarono  lei  a 
'lare  con  esse;  e  difatti  ballò,  perchè  non  potea  rifiutarsi  . 


176  CAPITOLO    VII. 

che  non  è  a  dire  come  e  quanto  si  guardino  le  nostre 
donnicciuole. 

La  storiella  è   questa: 

Don  Agostino,  sensale  di  olio  in  Palermo,  bazzicava  in 
varie  botteghe,  in  una  delle  quali  una  donna  s'innamorò 
di  lui.  Don  Agostino  era  amico  del  marito  di  lei,  e  fu 
sempre  sordo  alle  preghiere  ed  alle  sollecitazioni  di  que- 
sta donna.  Un  bel  giorno  essa  lo  attirò,  con  un  pretesto, 
alla  sua  stanza  da  letto,  e  quivi,  mettendolo  alle  strette 
presumeva  indurlo  a  qualche  cosa  di  non  onesto;  ma  egli 
sfuggì  non  senza  grande  violenza  alle  sue  braccia.  Elia 
si  sciolse  allora  i  capelli,  e  imprecò  al  fuggente:  Che  i 
vostri  occhi  possano  piangere  fino  a  che  non  abbiano 
più  lagrime!  ». 

Scorsa  una  settimana,  Don  Agostino  fu  còlto  da  mal 

di  vescica,  e  non  potè  più  orinare;  e  lo  stomaco  gli  si 

gonfiò  {sic).  Ecco  che  un  giorno  viene  a  visitarlo  una  suai 

zia:  e  udito  del  male  e  della  maniera  onde  lo  avea  còlte 

e  lo  tormentava,  gli  chiese  se  mai  avesse  avuto  da  fare 

con  donne  dubbie,  e  se  qualche  imprecazione   (gastìma) 

gli  fosse  stata  fatta.  Don  Agostino,  che  non  ci  avea  fatte 

attenzione,  e  riflettendoci  un  po'  di  sopra  ricordò  qual 

che  cosa  ed  ebbe  come  uno  sprazzo  di  luce,  a  questa  do 

manda  raccontò  quello  che  gli  era  seguito.  La  zia  cap 

subito  tutto,  e  che  fa?  s'avvia  difilato  da  una  una  certi 

zia  Maruzza,  una  donna  che  si  considera  come  la  capi 

delle   Donne   di   fuora.   La   zia   Maruzza   era    già   infoi 

mata  di  tutto  e,  pregata  di   suggerire   qualche   rimedio 

consigliò   che   si  applicassero  dei  cataplasmi,  per   venti 

quattr'ore,  sul  ventre   del  sofferente;    avvertendo  che 


LE  DONNE  DI  PUORA  177 

dì  appresso,  poco  prima  del  mezzogiorno,  Don  Agostino 
verrebe  preso  da  un  acutissimo  dolore,  pel  quale  si  av- 
voltolerebbe come  un  lupo  mannaro  nel  letto,  e  perfino 
cadrebbe  per  terra.  A  mezzogiorno  in  punto  si  senti- 
rebbe come  uno  scoppio,  e  l'ammalato  manderebbe  fuori 
tutta  l'urina  raccolta. 

Così  fu  fatto  e  così  avvenne.  Don  Agostino  guarì. 
Appena  le  forze  glielo  permisero,  si  recò  a  ringraziare 
la  zia  Maruzza  e  ad  offrirle  un  regalo.  La  zia  Maruzza 
accolselo  benignamente,  e  gli  promise  in  breve  una  visita. 
Una  notte,  chiuso  l'uscio,  chiuse  le  imposte,  le  finestre, 
tutto,  quattro  donne  si  presentarono  al  dormiente  Don 
agostino.  Destato  come  per  forza,  rimase  sbalordito  a 
30SÌ  nuova  scena  .Sollecitato  a  levarsi  di  letto  ed  a  stare 
in  po'  con  loro  in  conversazione,  chiuse  gli  occhi  im- 
paurito; invitato  ad  apparecchiare  la  mensa  e  a  dar  loro 
la  desinare,  non  si  mosse.  Allora  una  delle  donne  <xli 
)asso  le  mani  sul  viso,  lasciandogli  strisce  nere  deformi: 
ì  tutte  andaron  via.  Il  domani  Don  Agostino  trovò  l'ar- 
nadio  pieno  di  pietre  invece  che  di  piatti  e  di  bottiglie; 
I  focolaio  della  cucina  rotto,  riversate  e  sparse  le  vi- 
tande già  chiuse  nell'armadio;  messa  tutta  a  soqquadro 
a  casa.  Nello  stordimento  si  rimirò  allo  specchio,  e  non 
i  riconobbe  più.  Che  poteva  fare,  se  non  recarsi  dalla 
jia  Marzza  a  raccontarle  il  tutto,  ed  a  pregarla  che  lo 
iberasse  da  quella  deformità?  La  zia  Maruzza  gli  fece 
osservare  non  esser  questa  la  maniera  di  trattare  con 
e  Signore;  esse  aver  diritto  ai  maggiori  riguardi;  nes- 
|uno  doversi  permettere  una  disubbidienza,  un  atto  vii- 
ano,   o    poco   men    che  educato;    essersi    esse   vendicate 


12. 


17S  CAPITOLO   VII. 

in  quella  maniera;  imparasse  quind'inanzi  a  rispettare 
le  Donne  di  fuora,  che  tali  erano  state  le  quattro  mi- 
steriose visitatrici.  Don  Agostino  avvertito  del  suo  errore, 
pentitissimo  della  paura  avuta,  fu  riguarito  dalla  zia 
Maruzza,  che  gli  ripassò  le  mani  sulla  faccia  alla  stessa 
maniera  che  avea  fatto  una  delle  quattro  Donne  di 
fuora,  e  tutto  finì  (Palermo). 

Queste  storie  hanno  in  se  stesse  la  loro  morale:  non 
bisogna  dispiacere  alle  Donne  di  luogo. 

Grandissimo  è  quindi  tra  le  comari  lo  studio  per  tener 
sele  ben  edificate.  In  Montevago,  chi  va  in  campagna  non 
può  fare  a  meno  di  congedarsi  da  loro  con  la  formola: 

Addiu,  Donni  di  locu! 

Io  mi  nni  vaju  e  vu'  arristati  ddocu. 

In  Modica,  una  popolana  che  abbia  fede  in  esse,  prima 
di  uscir  di  casa,  nel  chiuder  la  porta  non  trascura  di  sa- 
lutarle a  questo  modo: 

Iu  vi  salutu,  Patruni  di  luocu, 
lu  vi  salutu,  e  a  vui  vi  lasso  dduocu. 

Si  vuliti  viniri  ccu  mia, 
Mi  faciti  cumpagnia. 

E,  incredibile  dietu!  recita  poi  un  paternostro  in  loro 
onore.   Quando   si   corica,  fa   loro   questo  saluto: 

Iu  vi   salutu,  Patruni    di   casa, 
Lu  mali  cci  nesci  e  lu  beni  cci  trasa. 

Iu  vi  salutu,  Patruni  di  luocu, 
Iu  vaju  a  durmiri,  e  vui  ristati  dduocu: 

Si  vuliti  durmiri  ccu  mia  , 
Mi  faciti  'na  santa  cumpagnia. 
E    qui   un   altro   paternostro  per  loro!    (Modica). 
Se    durante   la    notte    qualcuno    della    famiglia    dovrà 


LE  DONNE  DI  FUORA  179 

uscire  dal  letto  per  qualsiasi  bisogno,  dee  camminare 
con  le  braccia  distese  agitandole  sempre  per  riverenza 
di  quelle  Signore  e  Patrone,  e  per  timore  che  non  le 
urti.  Se  trascura  questi  riguardi,  guai  alla  famiglia!  Co- 
nosco —  mi  scrive  il  Guastalla  —  un  massaro  Michele 
Agosta  di  Modica,  il  quale,  malgrado  le  esortazioni  della 
moglie,  uscendo  da  letto  durante  le  ore  notturne,  non 
volle  distendere  né  agitar  le  braccia;  e  fu  colpito  im- 
provvisamente da  sì  fiero  dolore  alle  reni  che  dovette 
stare  per  un  mese  a  letto.  E  il  massar  Michele,  che  era 
incredulo  in  fatto  di  quei  personaggi  soprannaturali,  ora 
è  uno  dei  credenti  più  caldi. 

Amori  e  odii,  simpatie  e  antipatie,  le  Donne  di  fuora 
dimostrano  singolarmente  nei  bambini,  specialmente  lat- 
tanti, pei  quali  hanno  un  gran  debole!  Li  puliscano,  li 
fasciano,  li  portano  in  braccio,  li  accarezzano,  li  colmano 
di  beni;  ma  nei  momenti  di  malumore,  per  un  semplice 
capriccio,   fanno   loro   di   grandi   dispetti,   spaventandoli 
inel   sonno,   mettendo  loro   addosso   quella   mingano,  che 
si  traduce  in  pianto  continuo,  persistente,  insopportabile. 
Una  donna,  p.  e.,  lascia  il  bambino  in  culla,  serra  l'uscio 
e  va  fuori;   rientrando  in  casa,   lo   troverà   sul  gradino 
dell'uscio,  sulla   nuda   terra,   sotto   il   cassettone   (canta- 
ranu).  Che  è  e  che  non  è:  le  Donne  di  fuora  se  ne  son 
divertite  Se   la   madre  se   ne  indispettisce  e,   peggio,  se 
strilla,  il  bambino  morrà  tra  breve;   se  invece  dirà:  Oh 
Wè  graziusu  me  figghiu!  Diu  binidica  a  li  nostri  beddi 
Patruni  e  Signuri!  (Modica),  ovvero  semplicemente:  Fig- 
ghiu mio!  binidichi,  binidichi,  binidichi!    (Trapani),  e 
Senz'altro  lo  rileva  da  terra  e  lo  porta  a  letto,  allora'  il 


180  CAPITOLO   VII. 

bambino  crescerà  prospero  e  bellissimo.  E  si  limitassero 
a  qesto   soltanto:    di  metter  per  terra  il  bambino   dor-   | 
miente  in  culla  ì  Ma  esse  gli  fanno  le  più  strane  cose  :  lo   j 
cambiano  e  sostituiscono   con  un   altro  più  bello  o  più 
brutto,  con  un  altro  poverissimo  se  quello  è  di  agiata 
famiglia,  e  viceversa  ;  il  che  si  dice  conciari  K  II  bambino 
canciatu  o   canciateddu  è   il  bambino   affatturato,   e    lo 
si  giudica  tale  perchè  perde  il  colore  del  viso,  emacia  a  j 
vista  d'occhio,  intristisce  miseramente,  senza  che  se  ne 
comprenda  il  come  ed  il  perchè.  Ogni  virtù  di  farmaco, 
ogni  umano  argomento  che  la  medicina  e  l'amore  consigli, 
riesce  frustraneo;  laonde  che  può  mai  fare  ia  sventurata 
madre  se  non  rassegnarsi  a  tacere,  se  una  mano  superiore, 
soprannaturale,  opera  tanto  sulla  povera  creaturina?  For- 
tunate le  donne  di  Vizzini!  che  almeno  hanno  la  spe- 
ranza della  restituzione  del  figliuolo  canciatu!   Giacché 
quivi   «  nella  notte   d'un  giovedì   qualunque  si  porta  il  I 
bambino  fuori  di  casa,  si  aspetta  che  scocchi  la  mezza- 
notte, e  poi  si  posa  il  bambino  nel  mezzo  d'una  crocevia, 
lasciandovelo  tutto  il  tempo  che  durano  i  tocchi  dell'oro- 
logio. Le  fate   (intendi  le  Donne  di  fuora)  rimettono  i 
vero  bambino,  e  prendono   quello  pria  lasciato  2  ». 

Stando  le  Donne  di  fuora  a  studio  della  culla,  non 
è  graziosita  che  non  facciano  al  favorito  bambino.  Se 
per  alcuni  quando  egli  sorride  parla  con  gli  angeli,  per 

1  Certe  femminucce  ritengono  che  le  Donne  di  fuora  cangino 
bambini  in  quelle  case  che  trovano  non  ispazzate,  né  pulite.  Ess 
vogliono,  esigono  pulitezza   e  fragranza   (Corleone). 

2  Seb.   Salomone,  op.  cit.,  loc.  cit.  . 


LE  DONNE  DI  FUORA  181 

altri  son  le  Donne  di  fuora  che  venedo  a  visitarlo,  lo 
fan  sorridere  e  lo  divertono:  ed  una  ninna-nanna,  col 
massimo  rispetto  pe  esse,  che  neppure  osa  nominarle, 
canta  alla  bambina  che  dorme: 

Quannu  ha'  durmutu,  ti  vuoju  ciù  beni, 
Stu  sonnu  a  la  me  fìgghia  cci  va  e  veni; 

E  'nta  lu  sonnu  la  fannu  arrirìri 
Certi  Signuri,  ca  'un  lu  pozzu  diri1. 

Divertendolo  ed   accarezzandolo,   esse  ne  toccano  tal- 
volta i  capelli  e  li  confondono  tutti  insieme  in  una  trec- 
ciula  inestricabile,  che  prende  il  nome  di  trizzi  di  donna 
(plica  polonica).  Quella  treccia  è  segno  della  protezione 
nella  quale  è  entrato  il  bambino,  ed  è  la  sua  buona  ven- 
tura, e  quella  pure  della  sua  famiglia.  Nessuno  osa  mai 
di  tagliarla,  sicuro,  tagliandola,  di  incorrere  nello  sdegno 
delle  Signore,  che  di  punto  in  bianco  gli  farebbero  ve- 
nire lo  strabismo,  il  torcicollo,  il  rammollimento  spinale. 
Nella  via  Collegio  di  Maria  al  Borgo,  quasi  rimpetto  il 
parlatorio  delle  Collegine,  in  un  pianterreno  senza  luce, 
umido,  pauroso,  una  bambina  d'un  ciabattino  alla  quale 
la  inesperta  madre  tagliò  questa  plica  congenita,  guardò 
il  letto  per  quasi  due  anni,  e  ne  fu  portata  fuori  morta 
scheletrita,  e  con  una  ributtante  gobba  di  dietro.  I  ge- 
nitori, che   già  prima,   bene  o   male,   guadagnavano    da 
vivere,  si  ridussero  a  non  avere  un  tozzo  di  pane  onde 
sfamarsi.   E    questa   fu   —   dissero   allora   le    comari   più 
sapute  del  vicinato  —  punizione  delle  Donne  di  fuora  2 

1  Avolio,  Canti,  n.  648. 
Anche   a'  cavalli  si  crede  che  le   Donne  di  fuora  facciano  le 


182  CAPITOLO   VII. 

Non  c'è  dunque  da  illudersi  su  questo  punto:  ogni 
madre,  ogni  nutrice  deve  a  questi  geni  tutelari  i  mas- 
simi riguardi;  e  se  non  lo  fa,  suo  danno.  Nella  Contea 
di  Modica  con  una  formola  invocatoria  si  invitano  at- 
torno al  neonato  per  festeggiarne  la  nascita  e,  inten- 
zionalmente, per  prenderlo  sotto  la  loro  buona  protezione. 
E  se  per  caso  sospettano  di  non  averla  ottenuta,  e,  otte- 
nutala, di  perderla,  per  paura  che  gli  nocciano  aggiran- 
dosi nella  stanza  puerperale,  portano  un  aspo,  sopra 
un  corno  del  quale  congegnano  o  attaccano  una  crocina 
di  canna,  o  l'abitino  della  Madanna  del  Carmine,  o  un 
cencio  color  rosso,  o  un  che  di  simile;  giacché  questi 
esseri  stravaganti  hanno  tre  oggetti  che  ne  limitano  la 
potenza,   cioè  l'aspo,  il  color  rosso  ed  il  sale. 

In  Palermo  e  Trapani  quando  il  bambino  deve  o  vuol 
coricarsi  in  una  culla  fuori  la  propria  casa,  prima  di 
adagiarlo  la  madre  smunge  e  schizza  un  pochino  di 
latte  su  quella  culla  dicendo:  Ddocu  ti  fici  tò  matri, 
sul  dubbio  che  le  Donne  di  fuora  riescano  infeste  a  quel 
bambino  in  una  culla  che  non  è  la  sua.  Se  la  culla  è 
in  propria  casa,  basta  segnare  una  crocina  nel  rileva 
nelo. 

Ma,  in  generale,  dovendosi  adagiare  sulla  culla,  o 
dalla  culla  riprendere  il  bambino,  nulla  si  può  fare 
senza  il  compiacimento  delle  Donne  di  fuora.  Ad  esse 
va  chiesto  il  permesso  nel  deporvi  il  bimbo;  ad  esse 
bisogna   rivolgersi  nel  rilevarlo;    laonde   in  Palermo   si 

trecce,  le  quali  non  vanno  toccate,  altrimenti  il  cavallo  acciunca. 
Si  racconta  di  cavalli  vissuti  fino  alla  più  tarda  vecchiezza  appunto 
per  queste  trecce  lasciate  intatte    (Sambuca). 


è 

• 


LE   DONNE   DI   FU  ORA  183 

dice:  Cu  licenzia  di  Lor  Signuri!  e  altrove:  9N  nomu  di 
Diu!  e  sotto  voce:  Cu  licenzia,  Signuri  mei!  Così  si  no- 
mina Dio  con  voce  intelligibile,  e  si  parla  con  le  Donne 
di  fuora  a  bassa  voce.... 

Guardiamo  ora  intimamente  questi  esseri  misteriosi, 
e  vediamo  di  determinarne,  se  è  possibile,  un  po'  la  na- 
tura ed  il  carattere. 

Innanzi  fu  detto  che  le  Donne  di  fuora  hanno  delle 
streghe  e  delle  fate,  senza  potersi  dire  ne  le  une,  né 
le  altre.  Quest'affermazione  è  corroborata  da  vari  argo- 
menti. Hanno  delle  fate,  perchè  vanno  attorno  spar- 
gendo benefici  a  qualche  disgraziato,  abbandonato  dalla 
fortuna,  ignoto  agli  uomini;  e  perchè  certe  facoltà  che 
abbiamo  fin  qui  esaminate  inerenti  a  loro  sono  talvolta 
attribuite  indistintamente  ad  esse  ed  alle  fate;  ma  a 
considerarle  più  intimamente,  son  delle  vere  e  poten- 
tissime streghe. 

Difatti,  come  le  streghe  hanno  in  orrore  l'aspo  ed  il 
sale;  come  le  streghe  si  trasformano  in  uccellacci,  in 
serpi,  in  gatti  neri  e,  unte  d'un  unguento  che  le  rende 
nvisibili,  vanno  a'  congressi  notturni  sulla  scopa,  e  più 
lomunemente  al  noce  di  Benevento  (Montevago),  il  che 
>ur  facevano  nel  secolo  XVI,  quando  il  Veneziano  can- 
ava: 

Chi  quandu  alcuni  per  so  mal  intenta 
Portanu  appressu  li  Donni   di  fora 
Vannu  sutta  una  nuci  a  Biniventu1; 
janto  che,  prima  di  lui  erano  state  da  qualcuno,  da  G. 
E  degli  Omodei  nominatamente,  identificate  con  le  lamie 
1  A.  Veneziano,  Arangeida,  Canzoni  siciliane,  ms.  citato,  p.  497. 


184  CAPITOLO   VII. 

degli  antichi  \  e  prima  e  poi  con  le  streghe.  In  une 
Spettacolo  degl Inquisiti  fatto  in  Palermo  nel  1640  ve> 
nivano  condannate  come  fattucchiare  varie  donne,  in 
le  quali  un'Antonia  la  Mistretta  da  Palermo,  abitante 
in  Santa  Ninfa,  «  per  haverse  avantato,  per  accreditare 
à  certi  rimedij  che  facia,  che  era  fattucchiera  magars 
et  che  andava  con  le  Donne  di  fora  la  notte  »  ;  una  Ca 
terina  Bunì,  anch'essa  di  Palermo,  «  che  andava  con  le 
Donne  di  fuora  la  notte  et  che  promettea  portare  li  geni 
ti  con  essa  et  che  li  volea  far  cavalcare  sopra  un  castrato 
come  facea  essa,  et  poi  li  gabava;  et  che  si  avantav* 
che  quando  andava  con  esse  passava  li  fiumi  senza  ba 
gnarsi  i  piedi 2  ».  Il  Mongitore  con  una  credulità  eh* 
fa  torto  alla  sua  immensa  erudizione,  sulla  fede  di  uni 
«  sincera  e  fedele  religiosa  »,  racconta  di  due  padri  Cap 
puccini  ospitati   in  un  palazzo    da  una   signora,  la   cu 

1  Ecco  il  tratto  che  si  riferisce  a  questo  apprezzamento: 
«  Appresso  gli  antichi  erano  chiamate  Lamie  certe  donne,  ovver 

certe  fantasmate  di  demonii,  le  quali  sotto  forma  di  bellissime  d( 
ne,  sotto  calore  di  carezze,  lusinghevolmente  divoravano  i  putti  e  1 
giovani  ancora,  delle  quali  fa  menzione  Orazio  nel  primo  de'  Carmi 
e  Filostrato  in  Apollonio,  dove  dice  che  le  Lamie  sono  da  alcun 
chiamati  quei  spiriti  e  quelle  ombre  fantastiche,  che  si  vedono  1  j 
notte  da  alcuni,  chiamate  larve  e  lemures,  le  quali  i  siciliani  chi* 
mano  Donne  di  fuora  o  Donne  di  notte,  o  streghe.  E  soggiunge 
che  sono  molto  intente  all'amore  e  desiderose  della  carne  umana 
e  perciò  provocando  i  giovani  più  belli  alla  libidine,  li  divorano  j 
G.  Filoteo  degli  Omodei,  op.  cit.,  lib.  Ili,  p.  363. 

2  Cose  di  Palermo,  ms.  Qq.  C  80  della  Comunale  di  Paleruu 
edite  dal  Salomone-Marino,  nelle  Nuove  Effem.  sic.,  seri*  III,  | 
XI,  pp.  171-173.  !;       * 


LE   DONNE   DI  FUORA  185 

cameriera  andava  di  notte  con  le  Donne  di  fuora,  che 
egli  chiama,  secondo  la  volgare  opinione,  streghe  *. 

Secondo  lo  credenza  modicana,  son  le  Donne  di  fuora 
quelle  che  tengono  i  libri  del  comando,  iniziano  le  donne 
alle  arti  magiche  e  possiedono  le  sette  virtù  compendiate 
nell'ottava  che  comincia  :  Lu  suli  cu  la  luna  pò  aggrissari, 
riportata   nel  capitolo  sulle  Streghe2. 

Occorrono  altri  argomenti  a  dimostrare  la  natura  mal- 
vagia delle  Donne  di  fuora?  Eccone  un  altro:  Se  dopo 
cena,  in  casa  di  un  popolano  resta  un  po'  di  ciho,  la 
madre  di  famiglia  avrà  cura  di  conservarlo  nella  pentola, 
e  di  porre  un  pugno  di  sale  sul  coverchio.  Non  facendo 

1  «  Due  Padri  Cappuccini  viaggiando  si  ridussero  una  sera  presso 
la  Terra  del  Palazzo  Adriano:  e  determinarono  ivi  in  un  angolo  di 
terra  riposar  quella  notte:  ina  apparvero  loro  alcun  tempo  appresso 
due  in  forma  di  paggi,  invitandoli  a  salir  sopra:  s'alzaron  essi,  e  ri- 
trovarono sontuoso  e  ornatissimo  Palazzo:   ove  vennero  invitati  da 
una  Signora  pomposamente  vestita,  ad  un  largo  pranzo:  indi  furon 
portati   per   riposare   in  commodo   letto.   S'addormentaron   i   buoni 
religiosi;  la  mattina  si  ritrovaron  sopra  il  suolo,  ove  s'eran  collodi 
la  sera  per  riposare,   senza  vedere  più  vestigio   di   Palazzo.   Dopo 
alcun  tempo  passando  ambedue  per  altra  Terra  si  sentiron  chiamare 
da  un  balcone   di   casa   da  una  Signora,   che   domandò   loro   se   la 
conoscevano  :  risposero  di  no  ;  ripigliò  ella  :  io  son  quella,  che  la  tal 
notte  v'invitai  in  un  palazzo  per  mangiare  e  riposare.  Ma  sappiate 
ch'io  avea  una  serva,  che  mi  dicea  la  notte  andar  colle  Donne  di 
fuori    (così  dette  in  Sicilia  le  Streghe)    e  interveniva  a'  loro   con- 
gressi: spinta  da  vana  curiosità,  dissi  volervi  qualche  volta  andare: 
ed   ella   fecemi  portare   in   quel  palazzo   incantato   da   voi   veduto, 
ove   essendomi   riferito   esservi    in   quel  luogo   voi,   vi   convitai...... 

Monitore,  Sicilia  ricercata,  voi.  I,  lib.  1,  pp.  208-209. 
di  a  p.  113  del  presente  volume. 


186  CAPITOLO    VII. 

in  questo  modo,  le  Padrone  del  luogo  se  lo  mangeranno 
e  lo  rivomiteranno  entro  la  stessa  pentola  (Chiaramonte). 

La  fusione  poi  di  tutte  e  due  le  entità  di  Fata  e  di 
Strega  in  quella  di  Donna  di  fuor  a  parmi  evidentissima 
nella  leggenduola  che  corre  in  Palermo  sopra  il  cosiddetto 
Curtigghiu  di  li  setti  Fati.  In  questo  cortile,  presso  l'an- 
tico monastero  di  S.a  Chiara,  venivano  sette  Donne  di 
fuora,  tutte  una  più  bella  dell'altra,  conducenti  seco 
qualche  uomo  o  qualche  donna,  a  loro  piacere,  cui  fa- 
cevano vedere  cose  mai  viste:  balli,  suoni,  conviti.  E  li 
portavano  pure  sopra  mare,  molto  lontano,  e  li  facevano 
camminare  sull'acqua  senza  che  sì  bagnassero.  Tutte  le 
notti  esse  ripetevano  questo,  e  la  mattina  sparivano  senza 
lasciar  traccia  di  se  *. 

Non  andrebbe  pertanto  lontano  dal  vero  chi  nelle 
Donne  di  fuora,  nelle  Streghe  e  nel  Diavolo  vedesse  un 
tipo,  una  stessa  natura,  per  quanto  differenti  e  molte- 
plici sieno  le  manifestazioni  e  parvenze  di  essi.  I  primi 
due  esseri  sarebbero  emanazione  del  primo,  e  da  esso 
ispirate,  animate,  avvalorate. 

Cercando  poi  nella  mitologia  camp  arata  antica  e  mo 
derna  potrebbero  riscontrarsi  isolatamente  alcuni  ca- 
ratteri di  queste  Donne  nelle  Barnes  Blanches  e  nelle 
Dames  vertes  di  qualche  luogo  della  Francia 2.  nelle 
Benshies  della  Scozia,  ne'  Lari  degli  Etruschi  e  de'  La 
tini  e  forse  nelle  Deae  Matres  latine,  delle  quali  così 
poco   sappiamo. 

1  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  IV,  n.  CCXIX. 

2  Cfr.  Desire'-Monnier,  Traditions  pop.  comparées. 


Vili.  Le  Fate. 

Se  nello   studio   delle   Fate   non   si   tiene   conto    delle 
novelline  popolari,  la  materia  che  le  altre  tradizioni  orali 
offrono  intorno  ad  esse  è  poca  o  nulla.  Lo  studio  delle 
novelline    è    indispensabile    in    questo    argomento    per 
quanto  provato  e  riprovato  sia  che  le  novelline  abbiano 
un  fondo  comune,  e  le  fate  che  vi  agiscono  siano,  con 
differenza   di   nomi   e   di  particolarità,   le   medesime   in 
Sicilia  come  in  Italia  tutta,  in  Francia  come  in  Germania, 
in   Grecia   come   nella   Svezia  e    fuori   di   Europa.   Sono 
geni  che  si  muovono  a  fin  di  bene  a  prò  di  una  giovane 
o  di  un  giovane  a  loro  simpatico,  e  lo  consigliano,  lo  aiu- 
tano, lo  gratificano.  Che  se  i  fatti  non  rispondono  alle 
parole,  egli  è  perchè  i  loro   consigli  non  sono  in  tutto 
e  per  tutto  seguiti,  e  mancò  il  coraggio,  o  venne  meno 
la  forza  nel  compiere  le  condizioni  tutte  prescritte  dalle 
Fate  stesse;   certo  è  però  che  il  minore  dei  fratelli,  la 
più  piccola   delle   sorelle,   non   si   arrestarono   in  faccia 
a   pericoli,  e   sormontando   ostacoli  d'ogni   sorta,   riusci- 
rono. 

Le   novelline   siciliane   ce   le   rappresentano  sempre   o 
quasi  sempre  come  bellisime  ragazze  abitanti  in  palazzi 


188  CAPITOLO   Vili. 

incantati,  in  sotterranei,  persso  le  fontane,  presso  gli  al- 
beri. Varie  le  forme  che  prendono,  secondo  che  al  bene 
o  al  male  sieno  per  indirizzare  lo  ingegno.  Ora  a  simi- 
glianza  di  streghe  prendon  forme  e  atteggiamenti  di  vec- 
chie grinzose;  ora,  giovinette  bellissime,  ti  stanno  a  ser- 
vire in  un  palazzo,  dove  a  te  par  di  sognare. 

Dalla  culla  alla  bara  tu  le  incontri  sempre  in  ogni  atto 
solenne  della  vita,  ne'  maggiori  pericoli  che  sovrastano 
all'eroe  o  alla  eroina. 

Viene  in  luce  il  figlio  del  re,  e  tu  le  trovi  a  cullare 
il  neonato  e  a  cantargli  la  ninna-nanna  fatidica.  Giunge 
l'età  predetta  dallo  indovino,  in  cui  il  principe  dovrà 
incorrere  in  una  disgrazia,  e  quale  gli  è  stato  predetto 
avviene.  Ecco  allora  l'impaziente  principe  colpito  dai 
fato  uscire  sperso  pel  mondo  in  cerca  della  ventura  o  di 
ciò  che  gli  è  stato  peredetto  come  necessità  imprescrit- 
tibile al  viver  suo.  Solitario,  abbandonato  in  mezzo  aii 
boschi,  come  farebbe  egli  a  salvarsi  da  fiere  e  da  ser- 
penti, se  vecchi  romiti  non  gli  fossero  generosi  di  consigli 
e  di  conforti?  Questi  romiti  dalle  lunghe  e  bianche  barbe 
e  dal  volto  macilento,  tutti  uno  più  vecchio  dell'altro, 
son  le  fate  trasformate  in  uomini,  tenerissime  del  giovane 
eroe  che  esse  han  tolto  a  proteggere. 

Forme  bizzarre  e  curiose  prendono  talora  le  Fate,  come 
quelle  che  tra  gli  esseri  fantastici  sono  tanto  capricciose 
da  amare  e  proteggere  in  modo  particolare  i  gobbi,  cui  i| 
esse  e  il  popolo  hanno  scelto  in  terra  a  simbolo  di  buona 
ventura.  Ora  compariscono  povere  e  miserabili,  che  è 
una  pietà  a  vederle,  ora  ti  fanno  le  sceme,  e  mal  ti  com- 
prendono  e  peggio  ti   sentono;    qua   son   mute   affatto, 


LE   FATE  139 

altrove  mostruosamente  brutte.  Ma  in  queste  strane  par- 
venze, guai  a  chi  si  argomenti  di  gettar  loro  il  ridicolo  o 
di  guastare  i  loro  detti,  le  loro  opere!  Lo  sguaiato  gobbo 
che  in  mal  punto  interruppe    la  loro  canzone,  e  andato 
per  aver  segata  la  gobba  di  dietro,  come  per  quella  da- 
vanti era  stato  fatto   al  suo  compare    (o,  secondo  altre 
versioni,  fratello),   n'ebbe    appiccata   un'altra.   Una  fan- 
ciulla che,  scesa  nelle  loro  stanze,  condotta  nei  loro  tesori 
per  essere  vestita,  scelse  sfarzosamente  i  migliori  abiti, 
e  si  voltò  loro  con  mal  piglio,  ne  uscì  coperta  di  canovacci, 
e  con  orribile  marchio  sulla  fronte.  Quanto  al  ben  fare 
inchinevoli   altrettanto   facili   a  vendicarsi   e    a   misfare 
quando  per  parole  o  per  atti  la  loro  delicata  natura  si 
risenta,  le  loro  persecuzioni  non  si  arrestano  se  non  spin- 
gono lo  sconsigliato  che  ne  incontrò  lo  sdegno  all'orlo 
del  precipizio,  allo  estremo  degli  affanni  e  delle  miserie. 
Qualche   volta   non   è   neppur   necessario    che    un'offesa 
preceda,  perchè  il  loro  sdegno  si  manifesti  su  qualche 
essere  innocente;  non  sono  esse  capricciose?  Ebbene:  il 
capriccio  può  essere,  ed  è  il  loro  governo.  Per  capriccio 
tengono  anni  ed  anni  una  ragazza  capra,  pesce,  un  riuzzo 
serpente,   dragone,  maiale,  mostro  ecc. 

Ma  per  quanto  potenti  e  privilegiate,  esse  non  manca- 
io  del  loro  lato  debole.  Simili  all'eroe  invulnerabile  del 
biito,  vulnerabile  solo  nel  tallone,  esse  perdono  della 
oro  virtù  se  per  isventura  smarriscono  il  nastro  a  colore 
I  il  velo  di  sulla  testa.  Il  giovane  che,  disperato  di  non 
iuscire  in  un  suo  intento,  va  al  fiume  ove  le  fate,  deposti 

loro  abiti,  i  veli,  i  nastri  sulla  spiaggia,  si  bagnano, 
accusa  questa  lor  debolezza,  che  le  rende  simili  ad  o<mi 


190  CAPITOLO   Vili. 

altro  mortale.  Allora  egli  mette  in  opera  la  violenza,  e  si 
conferma  ancora  una  volta  che  dove  colle  Fate  le  pre- 
ghiere non  approdino,  le  minacce  e  le  paure  produrran- 
no buon  effetto. 

Le  Fate  sono  vergini  caste;  quando  per  raro  caso 
diventano  mogli,  la  lor  fedeltà  è  a  tutta  prova,  ma  la 
virtù  soprannaturale  si  perde,  ed  esse  non  han  più  di- 
ritto ali  immortalità.  Qualunque  cosa  le  late  tocchino, 
rimane  fatata  semprechè  sia  nelle  loro  intenzioni  la  fata- 
gione.  La  fatagione  è  dono  gratuitamente  dato,  ma  sarà 
fonte  di  gravi  sventure  se  durante  questo  atto  accada 
cosa  sinistra  alle  Fate;  non  v'ha  sventure  che  non  in- 
colga allora  al  malcapitato.  Graziosi,  peraltro,  i  doni  loro 
fatando  esse  una  ragazza.  «  Io  ti  fato,  dice  la  prima,  e 
ti  dò  la  virtù  di  diventare  la  più  beila  ragazza  del  mon- 
do ».  —  «  Ed  io,  dice  la  seconda,  ti  dò  la  virtù  di  essere 
la  più  ricca  che  ci  sia  ».  —  «  Ld  io,  soggiunge  una  terza, 
ti  lo  questo  dono:  che  quando  ti  pettini,  ti  cada  da  un 
lato  oro  e  perle,  e  dall'altro  lato  frumento  ed  orzo  »  (sim- 
bolo di  abbondanza).  Né  pare  ci  sia  a  desiderare  di  più. 
La  ragazza  cosi  fatata  può  esser  certa  della  sua  buona  ven- 
tura anche  in  mezzo  alle  maggiori  traversie. 

Altri  doni  fanno  anche  le  fate,  e  quando  prendono 
forma  di  romiti,  tali  doni,  piuttosto  che  di  ricchezze  e 
di  bellezze,  sono  di  pezzettini  di  cera,  di  laccetti,  di  ca- 
stagne, di  noci,  di  avellane,  i  quali,  per  quanto  poveri  in 
apparenza,  valgono  più  delle  ricchezze  e  delle  bellezze, 
perchè  con  essi  si  esce  dai  più  gravi  pericoli,  e  si  salva 
per  virtù  magica  la  vita:  sono  le  tavole  di  naufragio  d 


' 


LE   FATE  192 

poveri  eroi,  che,  mercè  di  essi,  otterranno  quel  che  sarà 
nei  loro  desideri. 

L'influsso   della  fatagione   si   sviluppa   e   si   manifesta 
secondo  i   vari  oggetti  fatati  e   le  intenzioni   delle  fate 
Una  pupattola  fatata  fa  matto  un  principe  che  la  vuole 
m  moglie,  e  un  altro  che  dalla  belleza  di  essa  argomenta 
la   bellezza    della    padrona,  per   amor   della   quale    non 
sente  più  le   necessità  della  vita.   Le  pupe  sono  ridenti, 
piangenti,  parlanti.  Parlano  le  colombe  fatate,  gli  uccelli, 
i   cavalli,  e  rivelano  segreti   che  fanno  piacere  e   mara' 
viglia,  danno  vita  e  morte.  Parlano  lampadari  e  boccette 
seggiole    e   tavolini.   Una   penna,   una   setola,   un    laccio 
fatato,  fanno  prodigi  se  si  bruciano   al  fuoco.  Un  tem- 
perino   col   quale   s'intaccano   i   frassini    d'un   bosco,    dà 
tanti  quattrini   quante  sono  le   intaccature.   Terribili  le 
ossa  d'un  re  ucciso  da'  fratelli  maggiori  e  seppellito  in 
fe  campo;  un  contadino  che  ne  fa  un  piffero,  al  primo 
latarvi  dentro,  ne  ottiene  lamenti  e  parole  che  accusano 
fratricidi.  Vi  hanno  fichi  bianchi  e  neri  che  fan  nascere 
move  membra,  insolite  code  e  come  lunghissime.  I  pif- 
en,  gh  zufoli  fatati  fan  ballare  a  più  non  posso  coloro 
n  mezzo  a'  quali  son  presi  a  sonare;  i  ferrainoli  rendono 
risibili   chi   li  indossa;    danno   oro  a  manate  le  borse 
aociadanari;  vivande  squisitissime  d'ogni  ragione  le  to- 
«ghe;  e  legnate  e  colpi  da  rompere  il  viso  e  le  membra 
anne  e  bastoni  donati  per  castigo  a  chi  si  sia  lasciato 
ivolare  o  trarre  e  corni,  e  pifferi,  e  tovaglie,  e  borse 
!  quanto  di  buono  possano  le  Fate  donare  o  far  trovare 
h  i  veramente  prodigiosi  fra   gli  anelli  fatati  sono  le 
^i-ghe  e  gli  anelli   .Chi   non  sa  delle  verghe  fatate  dei 


192  CAPITOLO    Vili. 

racconti,  le  quali  hanno  la  potenza,  percorse   in  terra, 
di  far  apparire  degli  schiavi  e  degli  esseri  soprannaturali, 
pronti  a  servire?  Sono  appunto  queste  verghe  di  comando 
che   fan   sorgere   colla   rapidità   del  baleno   un   palazzo 
d'oro,  un  giardino  a  frutta  fuori  stagione;  e  l'uno  e  l'al- 
tro per  incanto  sparire;  son  queste  verghe  che  danno  e 
tolgono  quel  che  vuole  e  comanda  chi  le  tiene.  Operatori 
diproctig1   gli   anelli,   come   i   mantelli,  rendono   invisi- 
bili chi  li  porta;  la  bella  giocatrice  che  si  profferisce  in 
isposa  a  chi  saprà  vincerla  al  giuoco  delle  carte,  non  vince 
se  non  per  l'anello  fatato  ch'ella  tiene  sotto  il  tavolo  da 
giuoco;   con  un  anello  una   ragazza  riesce   a   rubare  un 
mago;  in  anello  si  trasforma  un  giovane  per  andare  nel 
dito  della  reginella;  e  per  esso  e  con  esso  egli,  sul  campo 
di  battaglia,  capo  di  poderoso  esercito,  combatte  e  sba- 
raglia l'esercito  nemico  1. 

Tali  sono  nella  novellistica  popolare  le  Fate;  le  quali, 
tratti  non  dissimili  presentano  nella  tradizione  e  nelle 
credenze.  Si  crede,  per  esempio,  che  il  bene  ed  il  male 
d'una  casa  che  va  ad  abitarsi  dipenda  tutto  da  loro  come 
abbiam  visto  per  le  Donne  di  fuora;  laonde  passando  ini 

»  Vedi  le  mie  fiabe,  v.  I,  pp.  CXIV-CXIX.  Agli  appunti  che  ci  of- 
frono le  novelle  siciliane  fin  qui  raccolte  e  pubblicate,  aggiungo  ili 
riassunto  di  una  parità: 

Un  gatto  era  per  acciuffare  un  topolino,  ma  un  villano  lo  scacci! 
e  «li  fé'  perdere  la  preda.  Il  domani  una  bellissima  Signora  gli  si! 
svelò  pel  topolino  salvato  dal  gatto,  e  dichiarò  essere  una  fata  che 
gli  poteva  concedere  una  grazia:  e  gli  esibisce,  per  isceghere,  il  ri  ( 
tratto  d'una  bella  giovane  e  di  una  brutta;  la  bella  a  40  anni  sarà 
brutta  come  la  brutta;  il  solo  danaro  è  quello  che  resta  e  non  iscade 
di  pregio,  cu  astella,  Le  parità,  pp.  28-30. 


LE  FATE  Ì93 

una  nuova   abitazione   sospetta,  si   ha   cura   di  portarvi 
pria  d'ogni  altra  cosa  un  crocifisso  e  un  vasetto  di  sale: 
due  oggetti   che   rivelano  come   in   quelle  Fate  sian   da 
vedere  due  potenze  malefiche:  il  demonio  e  la  strega  o 
le  streghe.  I  nomi  di  Scanti   (paure),  Fataciumi,  Din  li 
binidica  sono  i  veri  che  il  popolo  ericino  dà  alle  Fate 
che  stanno  nelle  case.  Si  crede  che  quando  una  ragazzina 
ha  finito  di  cucire  una  pezzuola,  o  di  lavorare  qualche 
oggetto,  chiuso  questo  in  una  stanza,  una  fata   andrà  a 
premiarlo  con  soldi,  confetti  ed  altro  (Catania).  Si  crede 
tutta  opera  delle  Fate  la  tale  o  tal'altra  malattia  che  im- 
provvisamente colga  un  animale  in  una  stalla,  massima- 
mente  se  quella  malattia  abbia  dello  straordinario  e  dello 
strano,  come  s'è  detto  per  le  Streghe.  Si  crede  che  fac- 
ciano trovare  cose  preziose  e  rivelino  tesori  nascosti  alle 
persone  cui  sono  benevole,  ma  che  se  queste  confidano 
ad  altri  il  segreto  o  prendono  altri  a  compagni  della  pro- 
aria  fortuna,   le   Fate,  indispettite,    le   privino   de'   loro 
favori1;  e  si  crede  ancora  che  comunichino  la  loro  fa- 
jtagione  alle  donne  di  loro  simpatia  solo  toccandone  le 
mani,  e  che  a  volte  ne  continuino  e  compiano  di  notte 
lavori  lasciati  da  quelle  interrotte  per  il  sopraggiunger 
Iella  sera.  Questa  fatagione  consiste  specialmente  in  una 
jitraordinaria  prontezza  e  destrezza  nel  compiere  le  fac- 
onde domestiche:  lavare,  rifare  il  letto,  cuocer  da  man- 
giare, spazzare,  ma  sopratutto  nel  cucire,  nel  fare  la  calza, 
altro  lavoro  donnesco.  La  fatagione  è  cosa  sovrumana,' 
ncomprensibile:   e  non  senza   ragione   si   prende   come 

1  castelli,  Credenze,  p.  13.  Pai.  1878. 

13. 


194  CAPITOLO  Vili. 

termine  di  paragone  quendo  si  trovi  una  persona  che  sia 
sommamente  sollecita  nello  sbrigare  quel  che  deve  o 
quando  non  ci  riesca  di  spiegare  una  cosa  che  ha  dello 
strano  o  del  maraviglioso  \  Ed  appunto  sotto  l'aspetto 
della  bellezza  e  della  virtù  e  potenza  senza  pari  la  poesia 
popolare  ricorda  le  fate,  sempre  ricordate  a  grande  lode 
della  bella  siciliana,  della  quale  o  alla  quale  si  canta: 

Rosa  ciurita, 
Aviti  di  biddizzi  di  na  Fata: 
L'omu  tirati  cu  la  calamita   (Partinico)  2. 

Ciuri  'i  frivaru, 
Ca  beddi  comu  vui  min  su'  li  soni, 
Ss'occhi  li  Fati  a  vui  vi  li  'nfataru  {Mirteo)  \ 

Chi  sciàuru  di  rosi  chi  f aciti! 
Nun  criu  siti  vui  chi  lu  purtati, 
Di  cantu  e  cantu  sei  stidduzzi  aviti, 
E  'ntra  lu  pettu  dui  puma  stampati, 
Cchiù  dilicata  di  'na  torcia  siti, 
Ma  certu  chi  vi  ficiru  li  Fati; 
Puru  ss'ucchiuzzi  aviti  sapuriti, 
Chi  Tarma  di  lu  pettu  mi  tirati  (Isole  Eolie)  \ 
La  Fata  t'addutò  la  fataciumi  (Alimena)  5. 
Si  fussi  Fata  la  vurria  'nfatari, 
Facci  di  paradisu,  luna  e  suli  (Catania)  ". 

1  Essiri  'na  fata  -  Fari  cosi  di  fati.  -  Mancu  li  fati!  -Ed 
e  fataciumi  ci 

2  Salomone-Marino,  Canti,  n.  19. 

3  Race,  ampi.,  n.  465. 

4  Lizio-Bruno,  Canti  pop.  delle  Isole  Eolie,  n.  XXXVIII  e  Rac 
ampi.,  n.  967. 

6  Vedi  i  miei  Canti,  v.  I,  n.  42. 
6  Race,  ampi.,  n.  1402. 


LE   FATE  195 

La  gerarchia  è  anche  tra  le  Fate,  ed  una  è  regina 
sopra  tutte,  e  tutte  le  dirige  e  comanda.  S'intende  bene 
che  per  bellezza  e  potenza  essa  è  la  più  virtuosa:  e  i 
doni  di  lei  son  superiori  a  quelli  di  qualunque  altra 
fata.  Anche  un  canto  popolare  ricorda  codesta  sovru- 
mana regina: 

E  vinni,  ddoppu,  la  Fata  riggina, 

Ti  desi  li  biddizzi  ch'idda  avia  (Mirteo)  \ 

Nella  leggenda  La  regina  di  li  fati  \  questa  bellissima 
donna  facendo  disperatamente  innamorare  un  bel  gio- 
vane conte,  non  isdegna  di  sposarlo.  Bisogna  vederla 
questa  bellezza  nell'istante  in  cui  umanizzata  si  reca  con 
lo  sposo  in  chiesa  a  ricever  l'anello! 

Nella  fiaba  della  Mammana  di  la  P vinci pissa- fata  v'è 
anche  una  fata  principessa,  che  fa  parte  d'una  comitiva 
di  Fate   (Palermo)  3. 

Della  Fata  Morgana  fu  già  detto  quel  che  si  crede  tra 
noi,  cioè  che  abita  nel  Faro  di  Messina  e  con  la  sua  bel- 
lezza sorprendente  incanta  chicchessia  4.  Non  a  tutti  però 
I  dato  di  vederla  né  in  ogni  tempo,  comparendo  essa  in 
3erte  condizioni  atmosferiche  e  in  ore  mattutine  che  non 
acilmente  è  dato  stabilire. 

Oltre    delle   Fate   abbiamo  anche   de'   Fati,   esseri   so- 
>rannaturali  di  sesso  mascolino,  potenti,  benefici;  e  come 

1  Race,    ampi.,  n.  2091.  Altri  canti  popolari  di  quesat  raccolta  ri- 
ordano  le  Fate:  come  i  nn.  125,  130,  161,  176,179,  383. 

2  Salomone-Marino,  Teggende,  n.  IH. 

3  Fiabe,  Nov.  e  Race.  n.  LV. 

4  Vedi   questi  Usi,  v.  Ili,  p.  41. 


196  CAPITOLO   Vili. 

si  dice:  Vurria  essiri  fata,  così  si  dice .Vurria  essiri  fatu 
(in  Noto:  "siri  fatu)  quando  si  desidera  di  far  presto 
una  cosa  o  si  chiede  l'impossibile  \ 

In  un  canto  di  Mangano,  un  uomo  esce  in  questa  escla- 
mazione  desiderativa: 

O  Diu  ca  fussi  fatu  e  ti  'nfatassi 
O  puramenti  'nfatirissi  a  mia, 
Cridu  ca  la  midudda  ti  vutassi 
Comu  mi  vota  hi  senziu  a  mia''! 

in  Noto  jataciumi,  sost.  maschile,  è  l'aura  potente  de' 
lati,  e  si  adopera  coi  v.  jittari.  Fataciari,  ammaliare,  e 
i  atto  col  quale  i  Fati  esercitano  la  loro  potenza  3. 

In  Noto  stesso  poi,  per  testimonianza  dei  prof.  Avolio, 
uno  di  questi  Fati  ha  un  nome  particolare,  che  non  si 
riscontra  in  nessun  altro  comune  della  Sicilia.  Esso  è 
Arilu  e  Ariu,  «  fato  benefico  della  mitologia  popolare 
Un  canto  di  quel  territorio  ce  ne  dice  quel  che  se  ne 
potrebbe  sapere: 

Vitti  passari  a  'n  Arilu  di  susu, 
Beddu  vistutu  e  beddu  annurdunatu. 
A  mia  mi  parsi  l'amuri  amurusu, 
'Na  cunuccedda  di  oru  filatu. 
'Cianati  'n  ciazza,  ca  siti  vulutu; 
A  tàula  di  Re  siti  ammitatu. 
Faciti  largu  a  chistu  ch'ha  binutu, 
Faciti  largu  a  st'amuri  'nfatatu. 


1  avolio,  Canti,  p.  43. 

2  Race,  ampi.,  n.  1085. 

a  Avolio,  Canti,  loc.  cit. 


LE   FATE  197 

Ed  un  altro  canto  ricorda  lu  superba  Aria,  che  lascia 
padrona  di  terre  e  città  la  bella  celebrata  dal  poeta 
popolare  *. 

3  avolio,  Canti,  p.  221,  n.  335;  p.  183,  n.  201 


IX.  La  Monacella  della  Fontana1. 

La  Monacella  della  fontana  è  un  essere  che  ritrae 
dalla  Proserpina  classica,  e  alcun  po'  dalla  Najade  o, 
per  parlar  più  diritto,  dall'Ondina.  Ha  fisonomia  gio- 
vanile, ma  di  estrema  pallidezza.  Porta  il  soggolo  come 
le  monache,  e  indossa  tre  vesti,  l'una  delle  quali  è  nera, 
ed  è  più  corta,  e  sovrapposta  alle  altre  due;  la  seconda 
è  turchina,  e  la  terza,  che  è  la  più  lunga,  dà  nel  giallo- 
gnolo. È  sempre  accompagnata  da  un  cane,  e  porta  ili 
mano  un  canestro  con  fiori  e  monete  di  oro.  Esce  tre 
volte  l'anno,  in  tre  martedì  successivi  di  giugno,  e  per 
dileguarsi  si  tuffa  nella  fontana,  e  si  discioglie  in  acqua 
Sta  a  guardia  dei  tesori  che  giacciono  lungo  il  corso  dei 
fiumi  e  delle  sorgenti.  Non  sparisce  al  segno  della  croce 
prova  evidente  che  non  appartiene  alla  classe  dei  de- 
moni, ma  non  ama  se  non  le  persone  le  quali  intend 
beneficare,  portino  medaglie  o  rosari  o  immagini  sante 

In  Chiaramonte  sta  a  custodia  della  più  antica  fontana 
a  settentrione  dell'abitato;  in  Modica  alla  fontana  di 
San  Giovanni,  accanto  l'antica  chiesa  (ora  fondaco)  dello 

1  Tutta  la  parte  relativa  a  quest'essere,  comunissimo  nella  creden 
za  specialmente  della  Contea  di  Modica,  lo  devo  al  Barone  Guastella. 


LA    MONACELLA   DELLA   FONTANA  199 

stesso  nome;  in  Spaccaforno  custodisce  la  fontana  detta 
della  Cava  grande.  Non  so  degli  altri  Comuni  del  Cir- 
condario. La  Monacella  offre  danaro  alle  persone  dalle 
quali  si  fa  vedere,  ma  pretende  che  penetrino  :n  sua 
compagnia  entro  la  testa  dell'acqua,  come  si  suole  chia- 
mare la  sorgente. 

Ed  ecco  ora  il  racconto  intorno  alla  Monacella,  nar- 
ratomi da  Sebastiana  Albani,  vecchia  massara  religio- 
sissima, e  raccontato  a  lei  dalla  suocera,  anch'essa  una 
santa  donna,  a  sentenza  della  Albani. 

Era  tempo  di  mèsse,  (i  villani  denominano  i  vari  mesi 
dell'anno  dalle  relative  fatiche  campestri,  come  «  tempo 
di  vendemmia  »,  «  tempo  di  sementi  »,  «  tempo  di  fave 
verdi  »  ecc.)  e  si  dovea  fare  il  pane,  e  cuocerlo,  prima 
che  spuntasse  l'alba.  Mia  madre  si  accore  che  in  casa 
non  c'era  una  stilla  di  acqua,  e  mi  disse: 

—  «Mara  (Mariuccia),  va  con  quattro  salti  alla  fon- 
tana, e  riempi  la  brocca  (quàrtara)  ».  C'era  la  luna, 
che  parea  giorno  chiaro,  e  andai  ad  attingere  l'acqua 
Arrivata  che  fui  ai  canaloni  della  fontana,  con  m'o 
sommo  stupore  vidi  una  monaca  con  un  cane,  e  dissi 
fra  me:  —  Come!  Che  fa  qui  questa  monaca?  È  fug- 
gita forse  da  badia?  Feci  conto  di  non  vederla,  presi 
la  brocca,  che  era  di  già  riempita,  e  mi  affrettai  a  ri- 
tornare. Ed  ecco  che  la  monaca  accostandosi  a  me,  mi 
hsse  :  —  «  Maruzza,  vieni  qui  ».  E  presentandomi  il  ca- 
nestro, soggiunse: 

—  «  Preni  il  denaro  che  vuoi  ».  Come  intesi  quelle 
9arole,  fu  miracolo  che  non  tramortissi,  perchè  com- 
presi che   era   la   Monacella   della  fontana,  che   tanti  e 


200  CAPITOLO  IX. 

tanti  avean  vista,  e  mi  diedi  a  correre  spaventata.  Ed 
essa  mi  disse  alzando  la  voce: 

—  Sciocca!  Di  che  temi?  Io  voglio  fare  la  tua  for- 
tuna. Ritorna  qui  il  martedì  vegnente,  e  avrai  a  ringra- 
ziarmi ».  Tornai  a  casa  gialla  come  la  cera  e  col  fìa'o 
grosso;  e  mia  madre  vedendomi  in  quello  stato  s'im- 
maginò, Dio  sa  che  cosa!  Ma  quando  le  ebbi  narralo  "l1 
fatto,  mi  prese  a  calci,  a  pugni,  a  ceffate,  e  andava 
gridando:  «Scellerata!  Mi  hai  fatto  perder  la  sorte,  mii 
hai  fatto  »  !  Poi  si  rasserenò  quando  le  dissi  che  la  Mo- 
nacella  mi  avrebbe  aspettato  da  lì  ad  otto  giorni,  al  mar- 
tedì vegnente. 

Come  giunse  l'altro  martedì,  più  morta  che  viva,  e 
costretta  da  mia  madre,  andai  alla  fontana  con  la  biocca, 
e  trovai  la  Monacella  col  canestro  dei  fiori  e  col  cane.  — 
«  Venisti  o  Maruzza?  mi  disse  appena  mi  vide.  Perchè 
ti  spaurì  di  me?  Io  voglio  farti  ricca.  Ebbene:  lo  vuoi' 
il  danaro?  » 

—  «  Lo  voglio  »  risposi  a  mezza  voce.  —  «  Vieni  dun- 
que, a  prenderlo  entro  la  testa  dell'acqua  ».  Feci  uni 
salto  per  lo  spavento,  e  le  risposi:  —  «Mai!  mai!  mai! 
Meglio  vivere  limosinando,  che  perdere  l'anima  ». 

—  «  Sciocca  !  mi  disse.  Tu  perdi  la  tua  fortuna  ».  E 
vedendo  che  me  ne  ritornavo  a  casa,  mi  gridò  al  solito: 

—  «  Ti  aspetto  l'altro  martedì  ;  ma  sarà  per  l'ultima 
volta  ». 

Quando  arrivai  a  casa  tremavo  tutta  e  non  potevo 
parlare;  sicché  mia  madre,  non  ottenedo  risposta,  co- 
minciò a  frugarmi  dappertutto  per  vedere  se  avessi  por- 
tato il  danaro.  E  come  le  sue  ricerche  riuscirono  vane, 


LA    MONACELLA    DELLA    FONTANA  201 

si    diede   a    picchiarmi   più   fieramente   dell'altra    volta, 
gridando  sempre  che  le  aveva  fatto  perder  la  sorte. 

Venne  finalmente  il  terzo  martedì,  e  mia  madre  questa 
volta  mi  ravvolse  le  gambe,  il  petto  e  le  braccia  con  im- 
magini sante;  mi  pose  il  rosario  in  mano,  e  l'abitino  della 
Madonna  del  Carmine  sopra  al  busto.  Mi  avviai  alla 
fontana  con  lo  spavento  nel  cuore,  ma  non  cessavo  di 
raccomandarmi  alla  Madre  Addolorata  e  al  Santissimo 
Crocifisso  della  Grazia,  dicendo:  -  «  Fatemi  morire,  pri- 
ma ohe  io  giunga  alla  fontana,  se  dovrò  commetter  pec- 
calo ». 

Quando  la  Monacella  mi  vide  esclamò:  —  «  Benvenuta, 
Maruzza.  Ci  vieni  con  me  dentro  la  grotta  donde  sca- 
turisce quest'acqua?  »  Non  potei  rispondere,  ma  accen- 
nai di  sì  con  la  testa.  -  «  Togliti,  dunque,  d'addosso 
| l'abitino  e  il  rosario».  A  queste  parole  mi  diedi  a  gri- 
dare: —  «  Gesù,  Giuseppe  e  Maria!...  Liberatemi  voi!...  », 

Quel  che  avvenne  di  me  noi  potrei  dire,  perchè  caddi 
priva  di  sensi,  e  mi  soprevvenne  tal  pericolosa  malattia, 
che  se  guarii  fu  miracolo   (Chiaramonte). 

La  credenza  in  una  monacella  misteriosa  e  benefica 
è  diffusa  in  gran  parte  dell'Isola. 

In  Palermo  si  è  vista  centinaia  di  volte  apparire  en- 
tro il  vecchio  palazzo  normanno  della  Zisa,  bella,  gen- 
tile, delicata,  con  soggolo  bianchissimo  e  un  grembiale 
fche  è  un  amore;  dicesi  una  fata,  dicesi  una  figliola  di 
kion  so  qual  re  di  Sicilia  colà  incantata.  I  profani  l'han 
Svista  in  forma  di  biscia. 

In  Nicosia,  in  Vicari  s'è  veduta  sul  Castello. 


X.  I  Mercanti,  «  i  Guvitedda  »,  i  Giganti. 

I  Mercanti,  esseri  che  ritraggono  più  dalla  mitologia 
settentrionale  che  dalla  classica,  sono  ometti  corti  di 
statura,  ma  all'apparenza  tarchiati,  di  barba  e  di  occhi 
neri;  veston  pelli  di  capra  e  portano  un  berretto  rosso 
dal  copiosissomo  fiocco.  Ciò  che  li  rende  singolari  è,, 
che  hanno  la  sola  apparenza  del  corpo  intero,  perchè 
veduti  di  dietro  son  vuoti  del  tutto.  Loro  ufficio  è  quello 
di  stare  a  guardia  de'  tesori  incantati,  che  radamente 
sono  in  moneta,  ma  per  lo  più  son  foggiati  ad  animali, 
a  fiori,  a  frutta;  così  nella  Grotta  di  Capra  d'oro  nel 
territorio  ri  Ragusa  guardano  una  capra  e  due  ca- 
pretti1;  nella  Cava  d'Ispica,  un  toro  che  scuote  con- 
tinuamente la  campana  appesa  al  collo  ;  nella  Cava  di  i 
Sa.  Lena  in  Monterosso,  un  gregge  di  pecore  d'oro  2. 

In  Pietraperzia  si  ritiene  che  se  all'apparire  di  un  mer- 
cante gli  si  getta  una  pezzuola,  un  fazzoletto  qualunque, 
questo  diventa  subito  oro  o  si  converte  in  monete. 

Una  sola  volta  l'anno,  nella  notte  di  Natale,  i  Mercan 
ti  di  tutta  la  Sicilia  si  radunano  ora  in  questo,  ora  in  que 

1  Fiabe  e  Leggende,  n.  CXII. 

2  Vedi  nel  presente  volume:  Tesori  incantati. 


I  MERCATI,  I  «  GUVITEDDA  »,  I  GIGANTI  203 

luogo  per  una  fiera  incantata,  nella  quale  mettono  in 
mostra  tutti  tesori  in  loro  custodia.  La  fiera  è  illuminata 
a  giorno  dalla  luce  meravigliosa  di  quegli  oggetti  pre- 
ziosi: gemme,  perle,  calamite,  brillanti,  e  chi  si  trovi  a 
passare  di  quella  fiera  senza  saperne  nulla,  potrà  com- 
prare, anche  con  pochi  soldi,  un  oggetto  che  gli  piaccia 
(Modica). 

Nell'insieme  questi  esseri  sono  innocui,  senza  predi- 
lezioni e  senza  simpatie. 

In  un  canto  popolare  notigiano  si  fa  cenno  di  certi 
Vnwcinnei,  che,  secondo  fu  affermato,  «  sono  uomini  che 
ibitano  lontano  lontano,  al  confine  (a  finàita)  dei  Vu- 
ritini  1  ». 

Li  Guvitedda  o  Vuvitini  (==  Gomitini)  come  si  dicono 
iella  provincia  di  Siracusa,  sono  degli  esseri  alti  un 
;àvitu  o  àvitu,  gomito;  han  faccia  rugosa  e  capelli  da 
eechi.  Vivono  sottoterra,  ma,  a  somiglianza  della  Mona- 
ella  della  fontana,  escono  tre  volte  l'anno:  la  notte  del- 
'Annunziata  (25  marzo),  la  notte  di  Pascqua  e  quella  di 
!.  Giovanni  Battista.  Giulio  Verne  ideò  in  uno  de'  suoi 
omanzi  che  le  comunicazioni  con  l'interno  della  terra  si 
erificano  mediante  il  cratere  dei  vulcani;  ma  il  popolo 
[e  ideò  la  comunicazione  dalle  grotte  e  dalle  fontane 
icantate. 

I  Vuvitini  nelle  calde  notti  di  estate  venendo  sulla 
>rra  si  danno  a  ballare  al  lume  della  luna,  ed  amano 
I  preferenza  le  vallate  con  corsi  d'acqua  e  con  alberi 
3cchi  e  frondosi,  soprattutto  la  querce.  Se  un  viandante 

1  avolio,  op.  cit.,  p.  128,  nota  1. 


204  CAPITOLO  X. 

si  abbatte  in  essi  e  li  vede  ballare,  stia  allegro,  perchè 
avrà  la  fortuna  di  disincantare  i  tesori  e  diverrà  ricco; 
se  li  vede  in  atto  di  riposare  sotto  le  querce,  resterà 
o  diverrà  povero.  Il  predio  in  cui  han  ballato  darà  per- 
tre  anni  un  meraviglioso  ricolto. 

I  Vivutini  custodiscono  i  metalli  preziosi,  che  sono  nel- 
lo stato  naturale,  nelle  profondità  della  terra  (Chiara- 
monte)  . 

Secondo  la  credenza  di  Palermo  i  Guvitedda,  che  più 
generalmente  si  chiamano  razza  di  li  Guvitedda,  sono  dei 
nani  fatati  non  più  lunghi  di  una  spanna;  vivono  all'altra 
parte  del  mondo,  cioè  agli  antipodi,  corrispondenti  al  no- 
stro suolo;  talché  stanno  direttamente  sotto  i  nostri  piedi; 
il  loro  cielo  è  la  nostra  terra,  così  che  quando  noi  abbiamo 
giorno,  essi  hanno  notte  e  viceversa.  Benché  piccolissimi 
di  corpo,  pure  hanno  una  grande  perspicacia  e  scaltrezza. 
Secondo  la  credenza  di  Noto  sono  innumerevoli  come  la 
rena  del  mare,  e  forse  per  questo  son  buoni  a  salvare  un 
eroe,  a  sbaragliare  un  esercito  1. 

Una  volta  un  spirito  di  questi  Vuviteddu  riuscì  a  ve- 
nire, non  si  sa  come,  sulla  nostra  terra  e  capitò  in  Scordia: 
quivi  prese  le  forme  di  un  monaco,  corto  tanto  da  non  su« 
perare  un  gomito   (Francofonte). 

Niente  di  caratteristico  offrono  i  Giganti,  alla  esistenza 
de'  quali  credesi  come  a  un  domma  di  fede.  Essi  sonc 
uomini  grandissimi  e  lunghissimi,  ma  di  cervello  grosso,  t 
di  una  minchionaggine  che  non  trova  esempio.  Nelle  fialn 
sono  anche  mangiatori  di  uomini,  e  non  si  muovono  mai 


1  avolio,  Canti,  pp.  128  e  331. 


I  MERCATI,  I  «  GUVITEDDA  »,  I  GIGANTI  205 

per  propria  volontà  od  iniziativa.  Ve  ne  han  due  nella 
novella  della  Mammana  di  la  Principessa-fata,  che  fan 
da  servi  d'una  principessa  fatata  \  Il  gigante  Cabballastru 
è  mangiatore  d'animali  e  di  uomini,  domatore  di  lupi;  e 
rimane  annientato  da  un  vecchio,  e  gettato  in  un  fiume 
che  spofonda  in  un  pozzo,  nella  contrada  delle  Cientu 
Manciaturi  in  Chiaramonte  2- 

1  Fiabe,  Nov.  e  Race,  n.  LV. 

2  guastella,  Vestru,  p.  82. 


XI.  La  Sirena. 

La  Sirena  di  lu  mari  è  un  essere  metà  donna,  e  metà 
pesce,  ad  una  o  a  due  code,  bellissima  in  volto  \  e  do 
tata  di  sì  soave  e  melodiosa  voce  da  incantare  i  venti 
e  le  onde  del  mare,  da  fare  addormentare  i  pesci,  gli 
uccelli,  gli  uomini.  Vive  sott'acqua,  dove  ha  stanze  rie 
chissime,  piene  di  gemme  e  di  pietre  preziose,  e  dove 
come  la  calamita  il  ferro,  attira  gli  uomini  e  li  tiene 
rinchiusi  (Misilmeri).  Un  canto  popolare  raccolto  in  Par 
tinico  dice: 

A  menzu  mari  cci  sta  la  Sirena, 
Cu'  passa,  cu  lu  cantu  si  lu  tira  ; 
Cci  pigghia  la  varcuzza  cu  la  vela, 
Li  sippillisci  n'  funnu  'nta  la  rina: 
E  cu'  cci  'ngagghia,  forti  si  luteni 
Cu  li  canti  chi  fa  sira  e  matina  2. 

Secondo  la  tradizione   della   Contea   di   Modica  è  un 
essere  piuttosto  benevolo  e  somigliante  alle  Fate.  Vive 

1  I  canti  pop.  della  Raccolta  amplissima,  nn.  73,  2142  e  nota  8, 
ricordano  la  Sirena  per  la  sua  soprannaturale  bellezza. 

2  Salomone-Marino,  Canti  n.  216.  Una  Variante  chioggiotta  è  in 
dalmedico,  Canti  del  pop.  di  Chioggia,  n.  II;una  veneta  in  pasqua- 
Lieo,  Canti  pop.  vicentini,  n.  XII.  Napoli  MDCCCLXVI  e  Venezia 
1876;  una  catalana  in  Bertran  y  Bros,  Cansons  e  Follies,  pp.  283-84. 


LA  SIRENA  207 

in  fondo  al  mare  in  una  grotta  tutta  di  diamanti,  di  perle 
e  di  pietre  calamite,  che  splendono  più  del  sole,  e  n'esce 
una  volta  l'anno,  nella  notte  di  S.  Paolo  (dal  24  al  25  gen- 
naio). S'avvicina  alla  spiaggia,  e  si  dà  a  cantare  soave- 
mente tutta  la  notte  profetizzando  i  vari  avvenimenti  che 
succederanno  entro  l'anno  e  predicendo  l'avvenire  di 
coloro  che  l'ascoltano  (Modica,  Chiaramonte)  \ 

Secondo  una  canzone  acitana  il  suo  canto  allora  si 
fa  sentire  quando  viene  al  mondo  un  bambino  che  sarà 
sventurato.  Secondo  altre  canzoni,  la  si  crede  così  viru- 
lenta ed  esiziale  che  per  combatterla  bisogna  aver  tem- 
pra forte  ed  animo  arditissimo:  e  non  fidarsi  mai  delle 
(sue  parole  e  de'  suoi  atteggiamenti,  perchè  ridendo 
uccide  2. 

Dicono  alcuni  che  la  Sirena  abiti  nel  Faro  di  Mes- 
sina, e  che  quando  si  volge  dal  lato  della  terra,  cioè 
dal  lato  della  riviera  messinese,  una  donna  che  si  trovi 
in  soprapparto  (partizzatu) ,  muore.  Influenza  mortifera 
terribile  !   (  Ganzirri) . 

Vogliono  altri  che  nel  Faro  non  una  ma  due  Sirene 
abbiano  avuto  posto  e  dominio:  Sciglia  e  Cariglia,  una 
jpiù  malvagia  dell'altra  per  quanto  belle  ed  incantevoli 
mtrambe.  I  bastimenti  che  passavano  di  là  facevano  nau- 
fragio, perchè  i  marinai  allettati  dal  loro  canto,  profon- 
iamente  si  addormentavano.  Un  bel  giorno  un  gigante, 
espertissimo  nuotatore,  mise  pegno  coi  Calabresi  che  riu- 
nirebbe a  prender  queste  Sirene.  Detto,  fatto:  attuff atosi 
lei  Faro  portando  con  sé  una  fune,  giunse  sino  in  fondo 

1  cuastella,  Ninne-nanne,  p.  57. 

2  Race,  ampi.,  nn.  359,  2495,  871,  986,  3077. 


208  CAPITOLO  XI. 

e  riuscì  a  legare  Sciglia  e,  non  senza  gravi  difficoltà,  Cari- 
glia;  legate  le  riportò  a  galla  consegnandole  al  popolo. 
I  Messinesi  alzarono  una  statua  al  valoroso  campione,  ed 
i  Reggini  gli  assegnarono  una  rendita  annuale,  grati  d'es- 
sere  stati,  per  opera  di  lui,  liberati  da  questi  mostri  mali- 
gni (Messina)1. 

Altri,  invece,  ritenendo  una  la  Sirena,  raccontano  che 
una  volta  un  marinaio,  entrato  in  dimestichezza  con  lei, 
la  spinse  ad  andare  a  raccattare  un  anello  in  fondo  al  j 
mare.  Or  la  sirena  sott'acqua  non  può  star  molto,  perchè 
le  manca  l'aria  e  rimane  soffocata:  e  questo  il  marinaio 
sapeva  bene  per  rivelazione  che  essa  gliene  avea  fatta. 
La  Sirena  gli  disse:  —  «Se  io  in  capo  a  mezz'ora  non 
sarò  riapparsa,  e  tu  invece  vedrai  un  po'  di  sangue  venire 
a  galla,  abbimi  per  morta  ».  Il  marinaio  gettò  l'anello  in 
mare,  ed  ella  Sammuzzò:  ma  non  ricomparve  più,  e 
dopo  mezz'ora  venne  su  un  po'  di  sangue.  Il  marinaio 
capì  la  cosa,  e  andò  libero  pe'  fatti  suoi  (Siculiana). 

Questa  tradizione  si  lega  alla  leggenda  di  Cola  Pesce  2. 

Nella  nota  fiaba  della  Figghia  di  Biancuciuri  una  don- 
na naviga  con  la  propria  figlia  bruttissima  e  con  una  sua 
bellissima  nipote,  che  dovrà  diventare  moglie  del  re. 
Tentata  dal  desiderio  di  sostituire  alla  nipote  la  figlia, 
questa  donna  annega  la  Caterina  (la  nipote),  e  prosegue 
il  viaggio.  L'annegata  è  presa  dalla  Sirena  e  condotta  ili 
fondo  al  mare,  ove  sono  tesori  immensi  a  sua  disposizio- 
ne. Solo  le  è  permesso  di  venire  a  galla  e  di  prendere  aria 

1  Fiabe  e  Leggende,  n.  CV. 

2  Vedi  sul  proposito  i  miei  appunti  nell'Archivio  delle  trad.  po\ 
v.  VII,fasc.  Ili  e  Fiabe  e  Leggende,  n.  CVI. 


LA  SIRENA  209 

quando  nessuno  la  veda.  Gioacchino,  fratello  di  lei,  di- 
sperato d'averla  perduta,  per  consiglio  delle  Fate  va  a 
chiamarla  alla  riva  del  mare: 

Ah  Sirena  di  hi  mari, 
Bellu  pisci  mi  fa'  fari, 
Com'ànciulu  canti  e  l'aceddi  addurmisci, 
Mànnami  a  me  som,  ca  m'abbidisci  ! 

Caterina  lo  sente,  e  prega  la  Sirena  che  la  lasci  an- 
lare  un  istante  solo  dal  fratello.  Sciolta  della  catena 
i  sette  anelli  ond'è  tenuta  srtetta  dalla  Sirena,  va  dal 
rateilo,  l'abbraccia,  lo  bacia,  e  nel  congedarsi  scotesi 
l  capelli,  e  ne  lascia  cadere  pietre  preziose,  oro,  argento 

grano;  indi  ritorna  fedelmente  dalla  Sirena,  alla  quale 
iù  tardi  strappa  il  segreto  onde  potersi  da  lei  liberare, 
jioè  che  sette  fratelli  artefici  vengano  a  rompere  i  sette 
oelli  della  catena.  Questo  eseguito,  la  povera  prigio- 
iera  rimane  libera  per  divenir  presto  la  moglie  del  re 
jivece  della  perfidia  cugina    (Borgetto)  K 

La  Sirena  è  una  delle  figure  che  più  comunemente 
veggono  dipinte  nella  vita  e  negli  attrezzi  marina- 
ìschi  della  Sicilia.  Non  manca  quasi  mai  nel  campione 
le  sormonta  la  poppa  o  nell'opera  morta  esterna  delle 
arche  da  pesca  e  ne'  gozzi  da  trasporto,  ove  è  rappre- 
mtata  con  una  lunga  coda  ondeggiante  o  attorcigliata, 
stabile  è  la  sua  immagine  nella  stampa  del  giuoco  fan- 
'ullesco  siciliano  detto  la  Nanna- pi gghiacincu.  Quivi  ha 
He  code,  da  essa  sorrette  con  le  due  mani  2;  e  differisce 

i1    Fiabe,  Nov.  e  Race,  n.  LIX. 
!!  Giuochi    fanciulleschi,  p.  89. 


210  CAPITOLO  XI. 

ben  poco  da  quella  della  Smorfia,  ossia  del  Libro  de 
sogni1,  ove  occupa  il  n.  32.  A  giudizio  del  mitografo 
ateniese  prof.  N.  G.  Politis,  il  tipo  di  questa  figura 
bizantino,  ed  è  comune  nella  Grecia  moderna;  fu  seguite 
da  Nicola  Sarros  tipografo  di  libri  greci  in  Venezia  nel 
sec.  XVII.  Un'identica  ìSirena  è  nello  stemma  di  G.  Fran 
cesco  Carrara  iuniore,  tipografo  .siciliano  del  secolo  pre 
cedente.  In  opere  del  1583  questa  Sirena  ha  sotto  di  Sf 
tre  stelle,  e  regge  con  le  mani  le  due  code  alla  estremiti 
di  esse2.  Nello  stemma  del  casato  Amari  di  Trapan 
offre  due  tipi:  uno  coi  capelli  cadenti  sulle  spalle  e  1 
code  che  formano  due  anelli,  dal  cui  centro  posteriori 
essa  le  tiene;  un  altro  coi  capelli  irti,  che  richiaman< 
alla  testa  di  Medusa;  le  due  gambe  caudate  son  più  cort» 
e  attorcigliate  alle  braccia3. 

1  11  vero  Libro  dei  sogni,  ossia  l'Albergo  della  fortuna  aperto  e 
giocatori  del  Lotto  ecc.  p.  232.  Milano,  Barbini,  1878. 

2  Filippo  Evola,  Storia  tipografica  letteraria  del  sec.  XVI  in  Sicilù 
tav.  V,  n.  2.  Palermo,  Lao  1878. 

3  La  famiglia  Amari  di  Trapani,  ebbe  per  ceppo  Leonardo,  i 
tempi  di  Federico  III  (f  1377).  Il  suo  stemma  è  un  campo  d'argent 
con  una  Sirena  sopra  onde  azzurre;  il  capo  d'azzuro  con  una  steli 
d'oro.  V.  Palizzolo-Gravina,  Il  Blasone  in  Sicilia,  pp.  65-66,  tavol 
X,  n.  13;  l'appendice  generale  alla  tav.  n.  87.  Pai.,  1871-75.  Ti} 
Mirto. 

Sulla  Sirena  nelle  tradizioni  antiche  e  moderne  in  Europa  e  fuoi 
vedi  Coelho:  Tradiqóes  relativas  as  Sereias  e  mythos  similare 
nell' Archivio  delle  trad.  pop.,  v.  IV,  pp.  325-60.  Aggiungi:  Basse 
Legends  and  Superstitions  of  the  Sea  and  of  Sailors;  Chicago,  188J 
A.  T.  Pires,  sei  canti  pop.  portoghesi  dell'Alemtejo  relativi  alle  S 
rene,  inseriti  xCEl  Elvense,  n.  461.  Elvas,  2  luglio  1885. 


XII.  La  Sorte,  la  Mira,  il  Destino.  Altri  esseri. 

La  Sorte  è  un'entità  mitica,  della  cui  personificazione 
nulla  sa  di  preciso  il  nostro  popolo.  Dico  personifica- 
zione e  forse  non  dico  bene,  perchè  nella  credenza  vol- 
gare essa  è  un'astrazione  indefinita  e  indefinibile  come 
la  Fortuna,  con  la  quale  si  identifica  e  confonde. 

È  buona  e  cattiva  e,  in  ragione,  favorevole  o  sfavo- 
revole, benefica  o  malefica.  Ciascuno  di  noi  ne  ha  una  pro- 
pria e,  se  buona  per  noi,  non  v'è  ostacolo  che  non  vincia- 
mo, non  negozio  che  non  ci  vada  bene,  non  prosperità  che 
non  si  consegua;  ma  se  cattiva,  guai  per  noi!  la  nostra 
vita  sarà  una  traversia  continua,  un  martirio  perenne: 
non  ce  ne  andrà  mai  una  bene,  e  le  stesse  faccende  re- 
golari ci  si  volgeranno  a  male.  Per  citarne  una  apparen- 
temente ridicola,  chi  ha  la  Sorte  avversa  e  si  mette  a  far 
de'  berretti,  vedrà  che  tutti  gli  uomini  nasceranno  senza 
teste  (si  si  metti  a  fari  cuppuliddi,  tutti  li  genti  nàscinu 
senza  testi),  mentre  chi  l'ha  favorevole,  li  vedrà  nascere 
con  due  teste  e  così  avrà  da  fabbricare  tanti  berretti  da 
arricchirsi.  Faccia  egli  quel  che  vuole  e  quel  che  può, 
sagrifichi  anche  la  propria  vita,  non  riuscirà  mai  a  nulla: 
Quannu  la  Sorti  nun  dici,  ammàtula  t'ammazzi: 


214  CAPITOLO   XII. 

rivela  l'arcano:  e  Sfortuna,  presentata  al  Riuzzo,  gli  rac- 
conta tutte  le  sue  peripezie  e,  riconosciuta  per  quella 
che  è,  diventa  regina   (Palermo). 

Nello  Scarparieddu,  Rosina  è  anch'essa  perseguitata 
dalla  Sorte  e  dopo  molto  soffrire,  se  la  ingrazia  offrendole 
sull'alto  monte  ov'ella  si  trova,  dell'intrisa  in  un  vaso  da 
fiori   (Vallelunga). 

Nella  Suoru  sfurtunata  la  mala  Sorte  va  a  nascondere 
sotto  il  guanciale  ti  tre  sorelle  un  coltello,  una  ghiaia 
e  un  paio  di  forbici,  causa  di  discordie  fra  tutte  e  tre 
a  danno  però  di  Peppa  sventurata  (Polizzi  Generosa)  \ 
Oni  uomo  o  donna  pertanto  deve  far  di  tutto  perchè 
questa  Sorte  gli  sorrida  benigna  e  la  colmi  di  beni.  E 
perchè  gli  sia  tale,  deve  cominciare  con  invocarla  il  primo 
lunedì  d'ogni  mese  in  questa  maniera: 

Oggi  è  lùniri,  dumani  è  màrtiri, 
E  la  me  Sorti  si  parti; 

Si  parti  di  Roma  e  di  Rumania; 
Partiti,  Sorti,  e  veni  nni  mia. 

Partiti,  Sorti  e  venimi  a  parrari, 
Venimi  'n  sonnu  e  'un  mi  fari  scantari!  (Palermo) 

E  la  sorte,  se  lo  crede,  viene  a  parlare  in  sogno  a 
chi  la  prega,  a  rivelargli  cose  occulte  e  buone  alla  sue 
felicità.  Se  essa  non  si  muove  a  favore  del  pregante,  segnc 
che  di  aiutarlo  non  vuol  saperne.  Ciò  non  ostante  convie 
ne  guardarsi  dal  farle  dispiacere;  perchè  questo  non  pò 
trebbe   certamente  ridondare    a  nostro   vantaggio;    e   1 

>  Fiabe  Nov.  e  Race,  n.  LXXXVI.  Cfr.  Die  Geschichte  von  Ce 
terina  und  ihrem  Schicksal  dei  Sicilian.  Màrchen,  n.  21  della  Go* 


ZENBACH. 


LA  SORTE,  LA  MIRA,  IL  DESTINO,  ALTRI  ESSERI         215 

si  fa  dispiacere  imprecandola  per  qualunque  contrarietà. 
Ne  verrà  allora  che  a  furia  d'imprecazioni  noi  ce  la  ren- 
deremo estremamente  odiosa,  e  non  avremo  più  nulla 
da  sperare. 

Secondo  alcuni  appunti  raccoltimi  dal  Salomone  in 
Borgetto,  la  preghiera  alla  Sorte  si  indirizza  per  poter 
conoscere  alcunché  della  propria  vita  avvenire,  se  cioè 
sarà  fortunata  o  disgraziata.  La  preghiera  si  recita  la 
sera  di  quei  lunedì  che  cadono  nel  primo  giorno  del  mese. 
L'individuo  (uomo  o  donna  che  sia,  ma,  per  solito,  donna) 
;he  vuole  interrogare  sulla  propria  fortuna,  nell'andare 
i  letto  ripete  con  fervore  la  preghiera  in  versi,  che  qui 
ippresso  soggiungo;  poi  fa  seguire  tre  avemarie,  tre  pa- 
ernostri  e  tre  gloriapatri,  e  in  fine  la  croce.  La  preghiera 
questa  : 

Oggi  è  lu  luni  e  dumani  lu  marti, 
La  me  Sorti  di  ddà  si  parti; 

E  si  parti  di  longa  via, 
Veni,  Sorti,  e  parrà  cu  mia; 
Veni  prestu  e  nun  tardari, 
Veni  prestu  e  'un  mi  fari  scantari, 
Veni  dimmi  com'haju  a  campari.  (Bor ghetto). 
V'ha  qualcuno,  che,  più  insistente  per  voler  sapere  il 
io  futuro,  fa   la  preghiera   tutti  i   lunedì;    ma   accade 
>esso  che  la  Sorte  si  sdegni  di  questa  insistenza  e  se  la 
gli  col  supplicante.  La  donna,  che  dettava  al  Salomone 
preghiera,  fu  in  sua  giovinezza  tra  quelle  che  la  fanno 
tti  i  lunedì.  «Non  l'avessi  mai  fatto!    (ella  narrava) 
aa  sera,  avevo  finita  la  pereghiera  e  non  m'ero  ancora 
pisolata,  ed  ecco  mi  vedo  dinanzi,  presso  al  capezzale, 


216  CAPITOLO   XII. 

una  donna  alta,  tutta  vestita  a  nero,  brunetta  in  vis< 
e  giovane,  la  quale  con  voce  minaccevole  mi  dice:  «  Nm 
mi  chiamari  cchiù,  sai!  Nun  mi  chiamavi  cchiù!  pirck 

Sorti  e  Morti 
Dunni  vai  ti  la  porti  » 

E  così  dicendo  scomparve.  Io  rabbrividii,  mi  si  rizzar  on 
i  capelli,  e  dopo  un'orrida  notte  insonne,  mi  assalì  1 
febbre.  Quando  la  Sorte  sparì,  io  sentii  scotenni  il  lette 
e  non  era  sogno!  Da  quella  sera  funesta  non  ho  mi 
più  recitata  la  preghiera,  come  non  ho  mai  più  vist 
ombra  di  bene  »  ! 

Ora  supponiamo  per  poco  che  la  nostra  Sorte  ci  si 

contraria.  Ebbene  dobbiamo  badare  a  non  chiamare  j 

nói  tutta  la  sua  collera  in  certe  occasioni  della  vita. 

Comune  è  l'abitudine,  sedendo  a  tavola,  di  far  girali 

un   coltello  orizzontalmente;   comune   il  passatempo 

applicare  la  palma  della  mano  destra  sur  un  corno  del 

schienale  d'una  seggiola  (pumu  di  seggia)  e  farla  girai 

sempre  in  un  senso.  Non  v'è  cosa  più  esiziale  di  ques 

abitudine.  La  Sorte  non  fa  se  non  peggiorare  la  nosti 

condizione  aggravando  la  sua  mano  su  di  noi.  Affretti 

moci  a  neutralizzare  la  grande  offesa  girando  in  sen 

inverso  il  coltello  e  la  seggiola,  ed  essa,  la  Sorte  nosti 

muterà.  Che  se  la  Sorte  c'è  favorevole,  si  correrebbe  p 

ricolo  di  sinistro  con  quel  giramento  uniforme,  e  ci  tu 

remmo  di  sopra  quella  che  nel  caso  presente  i  Catane 

chiamano  malanova. 

Da  questo  pregiudizio  ci  pare  di  veder  qualche  cosa  e 
delinea  la  Sorte  o  Fortuna.  Si  dice  che  nel  momentr 


LA  SORTE,  LA  MIRA,  IL  DESTINO,  ALTRI  ESSERI         217 

cui  si  gira  il  coltello  o  la  seggiola  la  Fortuna  giri  appunto 
in  quel  senso.  Dunque  la  Fortuna  gira.  Ma  come?  Questo 
non  è  detto  nella  tradizione,  ma  ne'  proverbi  si  rileva 
un  po'  chiaro.  I  proverbi  siciliani  di  fatti  ci  dicono: 

1°  Furtuna  è  rota. 

2°  La  furtuna  è  fatta  a  rota, 

Sempri  vota  e  sbóta. 
3°  La  rota  di  furtuna  è  fatta  a  scala, 

Cui  la  scinni  e  cui  Pacchiana. 
4"  Veni  lu  tempu  chi  la  rota  vota, 

Ma  'un  è  sempri  chi  la  furtuna  ajuta. 

Dunque  la  Fortuna,  la  Sorte  è  una  ruota,  è  fatta  a 
mo'  di  ruota,  ha  una  ruota:  il  che  ci  richiama  alla  me- 
desima  dea  presso  gli   antichi. 

Ora  si  domanda:  la  Sorte  a  chi  corre  specialmente? 
Risposta:  ai  bastardi,  a'  becchi,  a'  minchioni,  agl'igno- 
ranti, ai  pazzi 1: 

Sapiti  di  cu'  èsti  la  Furtuna? 
Di  li  curnuti  e  figghi  di  b 

Se  poi  si  cercano  de'  segni  fisici  per  giudicare  della 
loro  fortuna,  se  ne  trova  nelle  persone  che  hanno  molti 
peli.  Secondo  la  credenza,  il  neonato  o  il  bambino  che 
sia  peloso  specialmente  verso  l'osso  sacro,  è  avventuroso: 

Omu  pilusu, 
Bonu  vinturusu. 

Egli  riesce  nelle  imprese  più  difficili  e  nuota  nelle  agia- 
tezze. 

1  Prov.  sic,  v.  II,  p.  270. 


218  CAPITOLO   XII. 

Chi  ha  la  buona  Sorte  non  si  affatichi;  che  se  anche 
annega  non  morrà: 

Sorti,  e  va'  cùrcati. 

Dammi  Sorti  e  jèttami  a  mari. 

Essa  vale  più  dello  stesso  senno: 

Megghiu  Sorti  ca  giudiziu. 

E  non  aggiungo  altro,  perchè  la  Sorte-Fortuna  nella 
paremiologia  può  più  chiaramente  vedersi  ne'  miei  Pro- 
verbi siciliani,  nel  capitolo  che  s'intitola  appunto  dalla 
Fortuna,  al  quale  però  bisogna  aggiungere  una  sentenza 
tutta  cristiana  di  coloro  che  non  credono  a  Sorte,  a  For- 
tuna o  ad  altro  essere  mitico: 

La  sorti  la  reggi  Ddiu. 

Ed  ora  della  Mira  (gr.  polpa). 

Come  bene  osserva  il  sagace  prof.  Raffaele  Castelli, 
Mira  è  un  genio  domestico,  tutelare,  che  ci  guarda  cu- 
stodice,  difende,  aiuta,  sostiene,  arricchisce  se  ci  prende 
a  favore.  Essa  si  riconosce  nella  testuggine  o  nel  ramarro 
o  nella  lucertola  che  si  tiene  e  nutrirà  in  casa.  Secondo 
i  Mazzaresi  va  anche  riconosciuta  nella  gallina  nera,  nel 
gallo,  nella  gallina  che  canta  da  gallo,  la  quale,  propizia 
alla  padrona  di  casa,  va  mangiata  solo  da  essa.  Dico 
secondo  i  Mazzaresi,  perchè  come  fu  scritto  a  p.  481  del 
v.  Ili,  questa  gallina  è  quasi  da  tutti  ritenuta  come  ap- 
portatrice di  sventure. 

Mira  è  il  lievito  ed  il  tamburello,  l'antico  timpano  usato 
nelle  feste  di  Cibele.  Contro  la  Mira  è  il  fuso: 

Lu  fusu 
È  malu  mirusu. 


LA  SORTE,  LA  MIRA,  IL  DESTINO,  ALTRI  ESSERI  219 

Lu  tammureddru 
Igei!    ch'è  beddru! 

La  'utti 
È  megghiu  di  tutti  (Mazzata), 

Ed  è  per  questa  credenza  che  novelle  spose  comprano 
prima  d'altra  cosa  il  tamburello;  ma  in  questo  caso, 
Mira  non  ha  più  significato,  ma  è  simbolo  o  oggetto  di 
allegrezza  nel  tamburello,  di  tristezza  o  di  noia  nel  fuso, 
recando  il  torcere  col  fuso  poco  guadagno  1. 

In  un  canto  popolare  la  Mira  si  ha  per  cattiva  Sorte: 

Pigghiala  bedda  (la  sposa)  e  pigghiala  pri  nenti, 
La    robba   si   nni    va    comu   lu   ventu, 
La   mala   Mira   t'arresta    davanti    (Castelvetrano)  ; 

e  proprio  in  questo  senso  l'abbiamo  nel  Dizionario  ms. 
antico,  alla  voce  mera,  che  varrebbe  mala  sorte,  mala 
fortuna  2. 

Del  Destino,  il  Fato  degli  antichi,  non  si  hanno  idee 
concrete;  e  quindi  non  se  ne  può  dir  nulla  di  preciso. 
Esso  è  tal  cosa  che  pende  inesorabile  sul  nostro  capo, 
che  dispone  di  noi,  prestabilisce  le  nostre  opere  avve- 
nire, decide  senza  la  nostra  volontà  e  fuori  del  nostro 
concorso,  di  tutto  ciò  che  ci  appartiene. 

Possono  dal  Destino  venirci  delle  cose  buone,  ma  or- 
dinariamente non  ce  ne  vengono  se  non  delle  brutte: 
accidenti,  disgrazie,  sventure. 

Ogni  uomo  nasce  col  suo  Destino,  ed  è  inutile  lottare 
contr'esso.  Un  giorno  il  Patriarca  S.  Giuseppe  viaggiando 

1  Castelli,  Credenze,  pp.  9-10.  Pal.1878. 
Pasqualino,   Vocab.  sic,  voi.  Ili,  p.  148. 


220  CAPITOLO   XII. 

si  ricoverò  in  casa  di  una  levatrice.  Quella  notte  mede- 
sima ella  fu  chiamata  per  esercitare  il  suo  mestiere,  ed  a] 
ritorno  fu  domandata  dal  Patriarca  di  che  colore  fosse 
stata  l'acqua  in  cui  si  era  levata  la  neonata.  Alla  rispo- 
sta della  levatrice  che  l'acqua  era  divenuta  color  di  lu- 
pino, S.  Giuseppe  esclamò:  «Meglio  morisse  in  fasce! 
Giacche  chi  nel  bagno  tingerà  l'acqua  color  lupino,  darà 
segno  infallibile  di  mala  vita:  l'uomo  sarà  ladro  e  la, 
donna  sarà  prostituta»!    (Modica). 

Nelle  novelle  popolari  ricorrono  molti  esempì  del 
Destino  che  pesa  tremendo  sui  mortali.  L'astrologo  pre 
dice  che  il  tal  bambino  o  la  tale  bambina,  alla  età,  p.  e. 
di  quindici  anni,  sarà  vittima  di  una  disgrazia,  e  pei 
quanto  i  genitori,  atterriti  del  pronostico  si  adoperine 
a  mandarlo  a  male,  la  predizione  inesorabilmente  si  va 
vera  ne'  più  minuti  particolari:  ed  il  destino  si  compie. 

Quando  l'ora  destinata  è  giunta,  non  v'è  umana  forzi 
che  valga  ad  impedire  quel  che  deve  accadere;  un  fram 
mento   di   leggenda   dice: 

Cà  quannu  lu  distinu  tocca  Tura, 
Tutti  curremu  cechi  a  lu  so  chiamu  \ 

Ed  un  proverbio,  nel  quale  Sorte  e  Destino  diventane 
una  cosa: 

Quannu  la  Sorti  tocca  la  campana, 
Bisogna  chi  si  curri  allura  altura. 

Non  v'è  dubbio  che  sotto  questa  idea  di  Destino  viene 
compresa  tutta  la  teoria  della  predestinazione. 

1  Salomone-Marino,  Leggende,  n.  Vili,  p.  34. 


LA  SORTE,  LA  MIRA,  IL  DESTINO,  ALTRI  ESSERI    221 

Prima  di  chiudere  questo  capitolo  vo'  far  cenno  di 
altre  entità  astratte  nella  credenza  volgare,  conosciute 
nella  tradizione  di  tutta  l'Isola  o  in  quella  soltanto  di 
una  provincia,  di  un  territorio,  di  un  comune.  A  vero 
dire,alcune  di  cosiffatte  entità  non  meritano  questo  nome, 
essendo  de'  semplici  spauracchi  de'  bambini  e  de'  fan- 
ciulli, come:  Serra-mònica,  lu  Scavareddu,  Sant'Er- 
mu9  ecc.,  ma,  sia  comunque  si  voglia,  poiché  questa 
credenza  esiste  in  Sicilia,  e  le  credenze  infantili  hanno 
?ran  parte  nel  Folk-lore,  io  non  posso  trascurarla. 

«  La  Vecchia  di  li  fusa  ». 

La  Vechia  di  li  fusa  è  un  mostro  nudo,  bruttissimo, 
pauroso,  che  notte  e  giorno  non  cessa  di  filare  e  av- 
/elenare  con  lo  sguardo.  Essa  è  simbolo  trasparentissimo 
Ielle  Parche:  e  sta  a  guardia  di  alcuni  tesori  incantati, 
oer  disincantare  i  quali  occorre  slanciarsi  d'assalto  su 
ei,  toglierle  di  mano  la  rocca  ed  il  fuso,  impedendo  che 
dia  ne  rompa  il  filo.  La  rottura  di  questo  farebbe  subi- 
amente  morire  l'incauto  o  disaccorto  che  si  mettesse 
dia  prova  senza  forze  bastevoli. 

La  Vecchia  di  li  fusa  spiega  il  suo  dominio  e  protrae 
a  sua  esistenza  nel  territorio  di  Scicli,  secondo  mi  scrive 
1  Guastalla,   da   cui  ricevo   qeusta  comunicazione. 

«  Serra-mònica  ». 

È   spauracchio   delle   ragazze   che  non   allestiscono   il 
ivoro  del  filare. 
La  tradizione  racconta  che  un  uomo  e  una  donna  av- 


222  CAPITOLO  XII. 

volti  in  un  lenzuolo  bianco  andassero  girando  per  k 
strade  e  dietro  gli  usci  delle  case  dove  sapevano  esser  dellt 
donne  a  filare  (Caltanissetta). 

«  LU    SCAVAREDDU    DI    LU    VAGNU  ». 

Moretto  basso,  corto,  arzillo,  dal  ganascino  sporgenti 
e  dagli  occhi  rossissimi,  che  ne  formano  il  caratteri 
principale,  onde  la  frase:  Aviri  Tocchi  russi  comu  li 
Scavareddu,  detta  a  proposito  di  persona  che  abbia  oc 
chi  rossi  per  infiammazione  o  per  pianto  o  per  altre  causi 
(Termini). 

«Sant'Ermu  ». 

Essere  pauroso  pe'  ragazzi  cattivi,  de'  quali  succhi 
il  sangue  ad  ogni  cattiveria  ch'essi  facciano.  Le  stori 
che  si  raccontano  di  lui  incutono  terrore,  e  sono  pin 
che  bastevoli  a  fare  star  buono  ogni  fanciullo  scapate 

Abita  presso  i  Bagni  termali   (Termini). 

«  Lu  Grecu-livanti  ». 

È  un  mago,  uno  stregone,  un  essere  pauroso  pei  bair 
bini,  il  quale  esce  verso  mezzogiorno  e  prende  i  bair 
bini  che  vanno  in  giro  a  quell'ora,  specialmente  in  estau 
e  li  porta  via  ne'  suoi  larghissimi  calzoni  legati  sotto 
ginocchi  (Palermo).  Pare  che  l'ufficio  del  Grecu-Livam 
sia  condiviso  o  preso  da  V óta-casacchi  (Palermo),  ve< 
chio  deforme  che  nasconde  sotto  la  sua  casacca  i  bambù 
piagnolosi   e   pretenziosi,   da   Parasaccu    (Messina),   eh 


LA  SORTE,  LA  MIRA,  IL  DESTINO,  ALTRI  ESSERI    223 

li  raccoglie  e  porta  via  in  un  sacco,  dalla  vecchia-cucchia- 
ra,  moglie  del  V ecchiu- nicchiar u  (Resultano),  la  quale 
partecipa  tanto  degli  esseri  sopra  descritti,  quanto  della 
Mamma-draga,  moglie  di  Patridragu  (Partinico),  uno  dei 
personaggi  principali  delle  nostre  novelline  e  però  di  fa- 
cile conoscenza,,  e  de 

«  Lu  Babbau  ». 

Quest'altro  essere  tradizionale,  detto  anche  Bau  o  Ba- 
lucciu  (Nicosia),  non  ha  forma  definita,  essendo  soltanto 
uno  spauracchio  che  le  madri  invocano  per  i  loro  barn- 
bini  irrequieti,  disubbidienti,  permalosi.  Esse  stesse  quan- 
do vogliono  divertire  i  loro  bambini  fanno  loro  il  Babbau 
cioè  si  coprono  il  viso  con  un  grembiale  o  una  pezzuola 
qualunque  e  scoprendosi  istantaneamente  fanno  con  voce 
grossa:  Bau  o  Babbaul 

Usano  anche  gridare  nella  stessa  maniera  e  per  la  me- 
desima  ragione:  Babbau,  setti! 

Le  Ninfe. 

«  Sono  ricordate  qua  e  là  nelle  fiabe,  nei  canti  amorosi 
e  nelle  ninne-nanne.  Nella  credenza  de]  volgo  sono  esseri 
indeterminati,  che  valgono  a  significare  la  venustà  delle 
i forme  e  la  bontà  dell'animo  '  ». 

1  Guastella,  Ninne-nanne,  p.  58. 
:     Sull'argomento     del     Destino     vedi     E.     Martinenco-Cesaresco, 
Lidee  duDestm  dans  les  traditions  méridionales  ;  nella  Revue  In- 
ternatwnale,  an.  I,  t.  Ili,  pp.  289-301.  Florence,  25  Juilliet,  1884 


XIII.  I  Ciràuli. 

Ciràulu  o  Ciaràulu  è  voce  puramente  greca:  KspauXes, 
che  vale  suonatore  di  tromba,  trombettiere,  si  dà  a  co- 
lui che  nacque  nella  notte  del  29  giugno,  o  in  quella 
dal  24  al  25  gennaio,  commemorazioni  di  S.  Paolo  apo- 
stolo. Narrano  gli  Atti  degli  Apostoli,  che  recatosi  San. 
Paolo  in  Malta,  venne  assalito  da  una  vipera  mentre  egli 
metteva  della  legna  sul  fuoco,  e  che  attaccatagli  questa 
al  dito  non  gli  fece  nessun  male  *. 

Da  questo  racconto  è  nata  la  credenza,  diffusa  in 
tutta  la  Sicilia  e  fuori,  che  chi  nasce  in  una  di  quelle 
due  notti  abbia  virtù  straordinarie.  Egli  è  forte  e  prospe- 
roso, maneggia  innocuamente  per  lui  e  per  gli  altri  la  vi- 
pera, l'aspide,  la  biscia,  li  calabrone,  lo  scorpione,  il  ro- 
spo, il  ragno  ed  altri  rettili  ed  insetti  velenosi 2  e,  come 
sicuro  del  fatto  suo,  se  li  attorciglia  disinvolto  alle  braccia 


1  Ada  Apostolorum,   e.  XXVIII.   Secondo   una   leggenda   poi    jj 
Paolo  creò  la  vespa   e  la   domò. 

2  Un  indovinello  sulla  salsiccia,  (Guastella,  Indovinelli,  n.  312) 

Iu  sugnu  'nu  ciaràulu  priffettu, 
Ca  piggiu  li  scursuna  ni  lu  tettu, 

Si  arrivari  'un  ci  puozzu  ccu  li  manu, 
Li  vaiu  piggiannu  ccu  lu  matassaru. 


I  CIRAULI  225 

e  alle  mani,  se  li  ripone  in  seno  senza  altro  effetto  che 
quello  di  avere  sbavate  le  carni.  Per  facoltà  ricevuta  dal 
Santo  egli  libera  da'  pericoli  di  questi  animali  solo  un- 
gendo un  po'  della   sua   saliva  sul  morso   avvelenato   o 
passandovi  sopra  la  lingua1;   sotto  la  quale  egli  ha,  di- 
cono, un  muscoletto  in  forma  di  ragno,  che  non  hanno  gli 
altri  uomini   (ma  che  difatti  è  una  o  ambedue  le  vene 
ranine,  più  rilevate  dell'ordinario).  In  un  grado  più  emi- 
lente  di  potenza  il  Ciraulo  ha  una  figura  di  ragno  o  di 
rettile  nella  polpa  dell'avambraccio.  Qualche  volta  non 
solamente   la   saliva,  ma   anche   la   mano    del   Ciraulo   è 
lotata  di  quell'alta  virtù:  anzi  la  presenza  o  il  transito  di 
lui,  ed  anche  la  sua  abitazione  vicina  o  di  prospetto,  giova 
i  che  il  veleno  inoculato  non  torni  a  male.  Une  verga  che 
teli batta  per  terra  basta  a  ciarmare    qualunque  animale. 
[1  Ciarmu  fatto  dal  Ciraulo  è  accompagnato  da  preghiere 
i  da  segni  incomunicabili  agli  altri:  lo  stesso  è  del  ciarmu 
le'  vermini  operato  sui  fanciulli  che  soffrono   dolor  di 
mentre,  dove  però  si  accompagna  lo  strofinio  dell'addome 
ifer  mano  del  Ciraulo,   che  mormora  preghiere  inintel- 
igibili.  Un  poeta  drammatico  siciliano  del  cinquecento 
icordava  così  la  potenza  mirabile  de'  darmi  de'  Cirauli: 

Li   pigghianu   cu    darmi   li    Cirauli, 
Scursuni    vecchi    cu    tutti    li    spogghi \ 

Tuttavia  non  vuoisi  dimenticare  che  la  miglior  medi- 
ina  è  la  preservativa;  ed  ecco  la  necesità  del  seguente 

1  Cfr  sul  proposito  Plinio,  XXVIII,  4,  2  e  7;  e  Notes  and  Que. 
es,  n.  175,  pp.  357-359.  London,  5  may  1883. 

2  C.  Aless.  Dionisio,  A  \orosi  Sospiri,  at.  V,  se.  7. 

15. 


226  CAPITOLO  XIII. 

scongiuro  per  preservarsi  dalle  morsicature  velenose, 
per  vedere  restare  legato  o  incantato  il  rettile: 

San  Paulu, 
Lu  primu  ciràulu, 

Attaccatimi  a  chistu, 
Pri  lu  sangu  di  Cristu; 

Attaccatilu  beddu  attaccati!, 
Com'un    canuzzu    marturiatu    (Salaparuta)  ; 1 

o  del  seguente  altro: 

San  Paulu, 
Ciaràulu, 

Ammazza  a  chissu, 
Ca  è  nnimicu  di  Diu, 

E  sarva  a  mia, 
Ca  su  figghiu  di  Maria  (Vizzini)  2. 

Altra  grande  virtù  del  Ciraulo  è  quella  di  indovinar 
il  futuro,  di  predire  le  cose  avvenire  proprio  come  f 
l'altro  essere,  egualmente  previlegiato,  detto  vinnirini 
nato  cioè  in  un  giorno  di  venerdì,  col  quale  ha  aneli 
comune  la  facoltà  di  saper  combattere  vincendo  il  lupi 
nàriu,  ossia  il  licantropo,  di  saper  talvolta  predire 
tempo  della  morte  d'una  persona  (Palermo)  3.  Per  vi 
di  questa  divinazione  il  Ciraulo  esercita  una  grande  il 
fluenza  sulla  credula  genterella,  che  a  lui  ricorre  comi 
ad  oracolo  infallibile  e  insieme  temuto;  giacche  non  sei 

1  Legatelo  bene  come  si  lega  un  cagnolino  martirizzato. 

-  Cfr.  Spettacoli  e  Feste,  p.  332. 

3  II  Venerdì  nelle  tradizioni  pop.  italiane,  p.  12;   Firenze,  187* 
terza  ediz.,  p.  9.  Palermo,  1888.  Vedi  anche  nel  presente  volume: 
Venerdì. 


I  CIRAULI  227 

za  una  indefinita  paura  i  popolani  s'accostano  a  questi 
uomini,  misteriosi  nella  fantasia  del  volgo.  Quando  ad 
una  nostra  previsione  segue,  conforme  al  nostro  avviso, 
un  fatto,  noi  Siciliani,  soddisfatti  di  aver  indovinato, 
esclamiamo:  E  chi  fui  ciaràulu!  quasi  per  dire:  Oh  che 
fui  profeta?  Ciraulo  poi  intendiamo  un  uomo  che  abbia 
sùbita  percezione  e  facilità  d'intendere,  di  parlare,  di 
fare;  laonde  l'indovinamento  del  futuro  sarebbe  conse- 
guenza, significazione  diretta  della  parola. 

E  poiché  il  Ciraulo  come  indovino  e  come  p siilo  si  ò 
qualche  volta  identificato  con  S.  Paolo  suo  protettore  e 
dio,  e  l'indovino  è  qualche  cosa  di  singolare  per  potenza 
sulle  cose  terrene,  così  il  popolo  lo  ha  anteposto  a  Salo- 
mone, personificazione  popolare  della  Sapienza;  e  crede 
che 

Cu  San  Paulu  min  cci  pò  re  Salamuni, 
cioè  che  il  dotto  non  può  vincerla  sull'indovino  \ 

Nella  qualità  d'indovino  il  Ciraulo  è  quello  che  ita- 
lianamente dicesi  ciurmadore,  e  in  siculo-calabrese  scur- 

1  Prov.  sic,  v.  IV,  p.  39.  Un  siciliano  della  Contea  di  Modica, 
Tanno  1667  scrivea  intorno  a'  Cirauli  la  seguente  nota: 

«  Li  cerauli  nascono  la  notte  di  S.  Paolo  Apostolo  e  hanno  una 
tarantola  supta  la  linguella:  li  medemi  addimesticano  onni  sorte 
di  serpi,  e  sanno  indovinare  la  ventura,  come  io  medemo  provai  in 
persona  mia  che  un  ceraulo  nomato  mastro  Rosario  Pennuto  de  la 
terra  di  Buxema  mi  predisse  che  a  la  etate  di  15  anni  mi  doveva 
accadere  una  grande  disgratia:  e  fu  davero  che  ebbi  rupta  una 
jamba  per  uno  calce  di  mulo  e  fu  miracolo  di  S.  Francisco  e  di 
S.  Pasquale,  protettori  de  la  nostra  casa,  che  non  restai  zoppo». 
Gu astella,  Una  poesia  pop.  carnescialesca  del  sec.  XV II  (an.  1667)  ; 
nell'Archivio  per  le  tradizioni  pop.,  v.  II,  p.  391. 


228  CAPITOLO  XIII. 

sunaru,  dalla  virtù  che  egli  pretende  di  avere  o  che  gli 
si  attribuisce  di  incantar  le  serpi  e  gli  scursuna;  ma  guar- 
diamoci bene  dal  confonderlo  con  YAddimina-vinturi  (in- 
dovina-venture), mestiere  che  il  volgo  apprezza  per  quel 
che  è:  privo  della  sovrumana  potenza  e  del  prestigio  che 
gode  il  protetto  di  S.  Paolo. 

Il  mio  buon  amico  Corrado  Avolio  ha  scritto  due  pa- 
gine sui  Cirauli  come  ciurmadori:  ed  io  le  fo  mie  con 
qualche  riserva,  per  la  distinzione  che  sarebbe  da  fare 
de'  Cirauli  operatori  di  prodigi,  e  de'  Cirauli  ciurmadori, 
da  lui    specialmente  descritti. 

«I  Cirauli,  come  gli  zingari,  percorrono  le  città  sici- 
liane;  quivi  aprono  sulle  piazze  alla  curiosità  dei  fan- 
ciulli un  armadio,  zeppo  di  immagini  di  santi,  che  è  una 
tenerezza  a  vederle.  C'è  una  madonna,  dice  il  iciurmadore, 
la  quale  ha  pianto;  un  Ecce-homo,  il  quale  diede  un  man- 
rovescio ad  un  eretico,  che  gli  rideva  dinanzi;  un  S.  Fran- 
cesco di  Paola,  il  quale  alzò  il  bastone  sopra  un  ragazzo 
che  faceva  discolerie.  I  fanciulli  accorsi  allo  spettacolo 
stan   cheti  come  olio;  perchè  tutti  si  vedono  guardati 
dagli  occhioni  di  quelle  figure,  e  temono  che  non  stiano 
abbastanza  fermi.   Il  ciaraulo   trae   quindi  un  serpente 
da  una  bottiglia,  gli  recita  nell'orecchio  alcune  formule, 
e  se  ne  fa  ora  un  braccialetto,  ora  una  collana.  La  meravi- 
glia è  generale;  ed  egli  profitta  di  quel  momento,  per  far 
girare   attorno  la  secchiolina.  È  un  mestiere   come  un 
altro.  Ma  non  è  in  città  che  dispiegano   tutta  la  loro 
impostura  questi  parassiti  sociali.  Le  loro  scorrerie  più 
lucrose  le  fanno  in  campagna.  Un  asinelio  sul  quale  si 
può   studiare    l'osteologia,   caricato    del  sacro    armadio; 


I   ORATILI  229 

una  mezze  serqua  di  figli,  laidi  per  deformità  ereditaria 
e  per  abituale  succidume;   una  donna  dai  lerci  denti  e 
dalla  veste  untuosa  e  a  brandelli;  ecco  i  compagni  del 
frappatore  divoto,  che  va  dalla  fattoria  del  grosso  pro- 
prietario alla  casipola  del  contadino.  Con  quello  sguardo 
profondo  e  quei  lunghi  capelli  che  fan  cernecchie  sulle 
tempia,  egli  ne  ha  d'avanzo  per  esser  creduto  uno  stre- 
gone, e  un  di  loro  si  conosce  di  lontan  mille  miglia.  Questi 
buoni  campagnuoli,  che  son  semplici  come  fanciulli,  gli 
danno  una  misura  di  frumento  o  di  legumi;  non  perchè 
egli  abbia  prestato  loro  un  servizio,  ma  perchè  temono 
che,  disgustato,  faccia  piovere  la  gragnuola  sul  loro  cam- 
po e  la  formica  sulle  fave,  credendolo  financo  capace  di 
scatenare  i  venti  come  Eolo,  e  i  malanni  come  Pandora. 
In  compenso  han  ricevuto  un'immagine  di  S.  Paolo,  che 
par  fatta  col  carbone;   mostruosa  figura  dagli  occhioni 
spavaldi  e  minacciosi,  dall'immane  spadone  al  fianco,  e 
dai  mille  serpenti,  draghi  e  colubri  striscianti  ai  suoi  piedi 
e  ai  suoi  fianchi,  quasi  che  l'apostolo  fosse  vissuto  nel 
periodo    carbonifero.    I   contadini    affiggono    quella    im- 
magine nella  botte  che  ha   dato  sempre  vino  spunto  o 
cercone;  o  su  quegli  alberi  che,  per  cattiva  coltura,  fio- 
riscono due  volte  il  secolo,  come  il  Latano  1  ». 

Evidentemente  l'Avolio  guarda  dal  lato  sociale  la  vita 
de'  Granii,  che  io  per  ragione  de'  presenti  studi  guardo 
pm  dal  lato  mitologico.  Ed  io  vedo  in  queste  persone 
una  filiazione  vivente  de'  sacerdoti  greci  del  dio  Sabazio  e 
de'  Psilli  dei  dintorni  di  Pario,  de'  quali   ragiona  Pli- 

1  Avolio,  Canti,  pp.  34445. 


230  CAPITOLO  XIII. 

nio  l;  e  ne'  serpenti,  che  dalle  opere  di  essi  non  si  scom- 
pagnano mai,  un  elemento  delle  forze  telluriche,  delle 
potenze  demoniache   del  mondo  sotterraneo  2. 

Se  si  torna  un  po'  indietro  nei  secoli  si  può  incontrare 
questi  esseri,  e  vederli  tuttavia  stimati  e  rispettati  in  pri- 
vato e  in  pubblico.  Le  antiche  Pandette  protomedicah  di 
Sicilia  riconoscevano  le  opere  loro  prodigiose  e  sottrae- 
vano essi  a  qualsivoglia  vigilanza  ufficiale,  solo   perche 
il  poter  loro  promanava  direttamente  da  S.  Paolo.  Cirauli 
si  addimandavano  ab  antico  nel  quattrocento3;  Cirauli 
nei  secoli  posteriori;  e  si  ritenne  siffatto  potere,  in  ori- 
gine individuale,  esser  diventato  previlegio  gentilizio  li 
certe   famiglie,  i   cui   membri   per   lungo   volger  di   se- 
coli  poterono  tener  fronte  a  rettili,  ad  insetti,  ad  ascaridi 
a  licantropi.  I  vari  casati  del  cognome  di  CeraulU  che  in 
Sicilia  non  son   pochi,  non   avrebbero   altrimenti   avute 
questo   cognome   che   come  un   soprannome   onorifico    i 
come  un  titolo  di  prerogativa4:  il  che  sarebbe,  seconde 
il  parroco  Alessi,  una  grazia  di  Dio  simile  a  quella  con 
cessa  ai  re  di  Francia,  di  sanare  la  scrofula  5.  Uno  scrit 
tore  siciliano  di  Castiglione  più  volte  citato,  nel  1556  e 

1  Hist,  nat.,  VII,  2. 

2  Dorsa,  op  cit.,  p.  20. 
>  Constitutioneset   Capitala,   nec   non   Jurisditiones   Regn   Frate 

medicatus  officii  etc9  pP.  6-7.  Panormi,  MDLXIII.  In  questo  hbr 
di  G.  F.  Ingrassia  sono  riformate  e  commentate  le  Pandette  dell  ai 
tico  Protomedicato   di  Sicilia. 

4  Frazftta,    Vita   e    Virtù   del   ven.   servo   di   Dio   P.   Luigi   L 
Nusa,  ecc.,  2  ediz.,  lib.  3,  e.  2,  p.  276.  Palermo,  1708. 

5  Anedotti  della  Sicilia,  n.  185. 


I   CIRAULI  231 

ragguagliò  di  uno  di  codesti  casati  privilegiati  in  Bronte, 
«  dove  maravigliosamente  è  una  famiglia  cognominata  dai 
paesani  delli  Charedi  (quasi  delle  Ceraste,  che  sono  spezie 
di  serpi),  nella  quale  così  le  femine  mentre  sono  vergini, 
come  li  maschi,  hanno  virtualmente  dalla  natura  auto- 
rità e  potestà  contr'ogni  velenosa  sorta  di  serpi  ed  altri 
animali  tossicosi  e  mortifere  fiere,  le  cui  morsicature 
guariscono  solamente  col  segno  della  croce  e  con  lo  sputo; 
ed  io  n'ho  vedute  infinite  esperienze.  Essi  dicono  essere 
della  casa  di  S.  Angelo.  Simile  virtù  ho  io  veduto  aver 
coloro  che  nascono  la  notte  della  Conversione  di  S.  Paolo 
apostolo  a  25  gennaio,  cioè  la  notte  della  vigilia,  dopo 
la  quale  segue  il  giorno  della  festa  1  ». 

Più  tardi,  nel  1653,  Niccolò  Serpetro  da  Raccuia  nel 
Messinese  in  un  lihro  scritto  in  Sicilia  e  stampato  in 
Venezia,  dicea:  «Vivono  sino  al  dì  d'oggi  in  Militello 
di  Sicilia,  terra  posta  nella  valle  di  Noto,  alcuni  d'una 
famiglia  detta  de'  Cirauli,  ne'  maschi  e  femine  della  quale 
per  molti  secoli  s'è  andata  trasfondendo  una  meravi- 
gliosa virtù  di  guarire,  non  solo  col  tatto,  con  lo  spulo 
|  con  le  parole,  ma  ancora  con  la  immaginazione,  tutti 
i  morsi  velenosi  d'ogni  sorte  e  di  far  morire  ogni  spezie  di 
alenati,  quanto  si  voglia  lontani.  E  quello  che  è  più  di 
itupore:  le  donne  estranee  che  vengono  ingravidate  da 
Inaschi  di  questa  famiglia,  per  il  tempo  che  sono  gravide, 
jicquistano  la  medesima  virtù,  e  scaricate  che  sono  la  per- 
dono trasfondendola  ne'  figli;  dove  per  il  contrario  le  don- 

1  G.     Filoteo    degli    Omodei,    Descrizione   delle   Sicilia,   lib     I 
.  135.  '     * 


232  CAPITOLO  XIII. 

ne  di  questa  famiglia,  che  sono  ingravidate  da  maseh 
estranei,  essendo  gravide  perdono  le  virtù,  ma  dopo  i 
parto  la  riacquistano,  ne'  mai  la  trasfondono  ne'  figli.  Per 
che  ella  fu  solamente  concessa  al  seme  dei  maschi  da 
sommo  Dio  1  ». 

A  tanti  e  sì  curiosi  particolari  su'  Cirauli  in  Militellc 

se  ne  può  aggiungere  degli  altri  su'  Cirauli  di  S.  Filippi 

d'Argiro,  dove  i  maschi  e  le  femmine  di  una  famigli 

di  questo  nome  conosciuta   dal  P.  Bonaventura  Attard 

agirino  e  da  tutti  i  suoi  concittadini  avean  la  virtù  cobi 

tro  il  veleno  dei  serpenti,  poiché  toccavano  appena  co: 

la  saliva  le  morsicature  che  risanavan  gli  infermi  adder 

tati.  «  Anzi  i  Cirauli  lontani,  in  una   distanza,  col  dir 

seccamento  della  saliva  in  bocca,  conoscevano  il  vicin 

arrivo  de'  morsicati.  Le  donne  però  di  tal  famiglia  possi 

devano  tal  virtù  in  stato  verginale;  e  passate  a  stato  e 

matrimonio  perdevano  tal  virtù  2  ».  Egli  stesso,  F Attard 

aggiunge  che  «  tanto  in  Palermo  quanto  in  Siracusa,  i 

Noto,  od  in  Foligno,  ritrovansi  queste  persone,  o  fam 

glie,  che  hanno  ottenuta  da  Dio  a  riflesso  dei  meriti  < 

S.  Paolo  questa  grazia,  e  non  aver  contro  serpenti  que 

l'orrore,  ch'hanno  gli  altri.  Li  maneggiano  senza  timor 

e  li  trattano  senza  offesa.  E  d'io  ch'ho  parlato  qui  in  P 

lermo    con   una   signora    sorella   di   un  mio   confratel] 

religioso,  chiamata  signora  Paola,  nata  la  notte  della  co] 

versione  di  San.  Paolo  a  25  gennaro,  m'ha  confessata  ta 

1  Serpetro,    Mercato    delle    meraviglie    della    Natura,    parte 
log.  3,  off.  3,  pag.  57.  In  Venetia,  per  il  Tomasini,  MDCLIII. 

2  Attardi,    Bilancia  della  verità,  bil.   p.   88;   Mongitore,   Del 
Sicilia  ricercata,  v.  I,  cap.  XXXVIII. 


I  CIRAULI  233 

dimestichezza,  e  di  non  aver  de'  serpi  nessuno  orrore, 
anzi  m'aggiunse  d'averla  pratticata  questa  virtù,  e  por- 
tarne sotto  la  lingua  un  ragno  per  contrassegno  i.  Si  sa 
altresì  che  come  medici  de'  morsicati  i  Cirauli  fecevano 
uso  di  una  terra  o  pietra  di  S.  Paolo  portata  da  Malta, 
la  quale  essi  somministravano  per  bocca  o  ponevano 
sopra  il  morso  delle  scorzone  »  2. 

Ma  la  città  santa  de'  Cirauli  di  nome  e  di  fatto  fu 
sempre  ed  è  Palazzolo-Acreide  nella  provincia  di  Sira- 
cusa 3.  Quivi  i  Cirauli  più  famosi  hanno  stanza  e  dominio, 
e  quivi  vegono  richiesti  dell'opera  loro  prodigiosa.  Nella 
processione  che  si  fa  in  onore  di  S.  Paolo  in  Palazzolo  i 
Cirauli  sogliono  recare  sulle  guantiere  scordoni  neri  e  vi- 
pere innocue:  e  se  qualche  sconsigliato  devoto,  dopo  aver 
promesso  al  Santo  un'offerta,  indugia  a  presentargliela, 
uno  scorsone  nero  o  un  insetto  non  tarderà  a  farsi  trovare 

1  Attardi,  op.  cit.,  p.  89. 

2  G.  F.  Ingrassia,  Informatione,  p.  Ili,  p.  39  scrisse  quanto  segue: 
«Non  lascerò  qui  quella  terra  o  pietra  di  S.  Paolo  portataci  da 

Malta.  La  quale  quante  virtù  habbia  contro  il  morso  de'  scorzoni, 
ne  fanno  fedel  testimonianza  ogni  giorno  questi  che  gli  incantano, 
chiamati  da  noi  Ciraoli.  I  quali  se  ne  servono  contro  il  detto  ve- 
leno, tanto  in  darla  per  bocca,  quanto  ancora  in  porla  sopra  il  morso 
dello  scorzone.  Et  perchè  passando  S.  Paolo  per  l'Isola  di  Malta, 
diede  a  quell'isola  virtù  (come  fin  hoggi  si  vede)  di  estinguere  il  ve- 
leno de'  scorzoni,  perciò  si  tiene  per  fede  a  tal  pietra  haver  dato 
tal  virtù  il  detto  S.  Paolo.  Anzi  dicono  alcuni  per  divin  miracolo 
operato  dal  medesimo  Apostolo  essere  sorto  in  quel  monte  nel  quale 
sia  la  detta  pietra  ». 

3  Nella  citata  poesia  carnevalesca  dell'anno  1667  si  canta  esservi 

A   Palazzuolu,   vurpazzi  di  tana, 
Li  ciaràuli  e  lu  cànciu  a  la  curcata. 


234  CAPITOLO  XIII. 

sotto  il  guanciale  o  in  un  cantuccio  qualunque  della  casa 
di  lui  \ 

1  Spettacoli  e  Feste,  p.  331  e  seg.  Il  eh.  Gaetano  Italia-Nicastro  si 
occupa  di  quest'argomento  de'  Cirauli  nella  sua  patria;  e  qualche 
notizia  per  conto  mio  ne  ha  favorita  al  Barone  S.  A.  Guastella.  L'Ita- 
lia-Nicastro  prepara  un  lavoro  col  titolo  :  Demopsicologia  palazzolese. 

Blunt,  op.  cit.,  e.  X,  pp.  165-167,  ha  una  pagina  sopra  i  Cirauli 
siciliani;  e,  stante  la  rarità  del  suo  libro,  un  esemplare  del  quale 
posseduto  dal  Museo  Britannico  di  Londra  ho  potuto  consultare  per 
gentilezza  della  mia  egregia  amica  miss  R.  H.  Busk,  piacemi  ri- 
portarla nell'originale: 

«Now  it  is  curious  that  a  set  of  men  exist  in  Sicily  to  this  day, 
called  Ciravoli,  who  profess  to  heal  the  wounds  of  venomous  ani- 
mais  by  their  spittle.  They  frequent  the  neighbourhood  of  Syracuse, 
and,  as  I  was  informed,  annually  assemble  in  great  numbers  at 
Palazzuolo,  a  place  at  some  distance  from  that  city,  on  the  festival 
of  St.  Paul,  their  patron  saint.  Like  other  empirics  to  be  seen  in 
Italy,  they  carry  in  their  hands  a  serpent,  an  emblem  of  their  pro- 
fession,  derived,  without  question,  from  remote  antiquity.  The  fi- 
gures  of  Aesculapios  and  Hygeia  are  always  so  distinguisheed  ;  for 
as  that  animai  is  said  to  be  restored  to  yout  and  vigour  on  casting 
his  skin,  in  like  manner  is  the  human  body  renovated  and  re-esta- 
blished  by  the  healing  art  of  medicine.  (Vid.  Macrob.  Saturnal.  I,  20). 
A  story  was  told  me  of  two  of  these  persons  who  some  years  ago 
had  a  quarrel  at  Syracuse.  It  seems  that  one  of  them,  a  native  o- 
that  country,  was  jealous  that  the  other,  who  was  a  stranger,  should 
interfere  with  his  practice;  and  accordingly  he  reported  him  to  the 
magistrates  as  a  man  who  knew  nothing  o  fhis  art.  The  magistrates 
heard  them  both;  when  it  was  agreed  that  on  an  appointed  day 
they  should  again  meet,  each  bringing  some  venomous  animai  by 
which  his  antagonist  should  be  bit,  in  order  that  an  opportunity 
might  be  afforded  them  of  displaying  respectively  their  medicinal 
skill.  The  meeting  was  kept.  The  interloper  pur  in  tho  the  bosom 
of  the  native  an  asp,  which  soon  produced  blood,  whereupon  the 


I  CIRAULI  235 

Il  vago  accenno  dell'Attardi  su  coloro  che  han  rice- 
vuto varie  facoltà  terapeutiche  ci  richiama  a  nomi  ed 
a  famiglie  dell'Isola  e  di  fuori  aventi  la  virtù  di  guarire 
certe  malattie  speciali.  Nei  secoli  scorsi  i  Potenzani  ope- 
ravano miracoli  in  ammalati  creduti  incurabili  dai  medi- 
ci e  fu  scritto  nel  sec.  XVII  che  «  D.  Giovanni  Agliata 
giostrandosi  nel  piano  del  Palagio  (in  Palermo)  con 
D.  Carlo  d'Aragona,  duca  di  Terranova,  gli  ruppe  l'ar- 
nese e  lo  ferì  nel  lato  sinistro;  per  la  qual  ferita  fu  il 
duca  per  lasciarvi  la  vita,  ma  finalmente  guarì  per  mano 
d'un  de'  Potenzani,  che  facea  professione  di  medicare  con 
l'orazione,  e  lana  ed  olio,  essendo  stato  (il  Duca)  dispe- 
rato dai  medici  »  *.  Ai  dì  nostri  si  credono  dotati  della 
medesima  virtù  i  Grassellini  di  Marsala  per  le  empetig- 
gini,  e  i  Vulcani  di  Sorrento  per  le  slogature,  i  Cancelli 
del  villaggio  di  questo  nome  presso  Foligno  per  le  scia- 
tiche, e  molti  altri  casati  celebri  oramai  nella  tradizione 
popolare  2. 

Con   qualche    qualità   di   più   e   qualche    attributo    di 

latter,  by  the  application  of  his  own  saliva,  instautly  healed  the 
wound.  It  was  now  the  native's  turn,  and  he  presented  to  his  rivai 
a  little  green  frog,  which  spit  in  his  mouth,  and  to  ali  appearance 
killed  him  on  the  spit;  when  the  other,  out  of  his  generosity  and 
abundant  expertness,  with  the  sanie  saliva  which  had  wrought  his 
own  cure  recalled  his  opponent  to  tife  and  health.  —  However  ab- 
surd  this  tale  may  be  y  eat  as  it  was  gravely  repeated  to  me  by 
a  Syracusan,  it  serves  to  show  the  superstition  which  stili  prevails 
in  favour  of  the  charm  ». 

1  Vinc.  Di  Giovanni,  Del  Palermo  restaurato,  1.  Ili,  p.  301. 

2  Vedi   in  proposito  il  mio  scritto:  Facoltà  di  alcune  famiglie  di 
guarire  certe  malattie. 


236  CAPITOLO   XIIX. 

meno  i  Cirauli  furono  e  sono  in  Calabria,  in  Terra 
d'Otranto  e  più  in  là  ancora  1  ;  ma  a  misura  che  lasciane 
l'Italia  meridionale,  essi  mutando  nome  mutano  in  parte 
costume,  e  perdono  l'aureola  di  gloriosa  e  mirafica  poten- 
za che  ebbero,  per  diventare  i  ciurmadori,  i  ciarlatani, 
gl'incantatori,  i  circum foranei,  i  circulatores  rimasti  ce 
lebri  nelle  opere  di  Martino  del  Rio  2,  di  Cesio  3,  di  Sci- 
pione Mercuri4,  di  Q.  M.  Corrado5  e  di  cento  altri  an- 
tichi e  moderni,  italiani  e  stranieri  6. 

1  Un  canto  popolare  di  Piano  di  Sorrento  (Amalfi,  Canti  del  pò 
polo  di  Piano  di  Sorrento,  n.  X.  Milano,  Brigola  (1883),  variante 
d'un  altro  che  corre  in  altri  luoghi,  è  questo: 

—  Mamma,  'nu  scurpione  m'ha  muzzecato  ; 
Senza  caccia'  sangue  m'ha  feruto. 

—  Va  da  lu  'ngiarmatore  e  fatte  'ngiarmà' 
E  levete  'stu  beleno  che  haje  avuto. 

—  Io  dallo  'ngiarmatore  'nce  so'  stato, 
Nesciuna  merecina  ne'  ha  pututo, 
Si  vuò  sape'  'a  resposta  che  m'ha  dato: 
Fatte  sana'  da  chi  t'ha  feruto. 

2  Disq.  mag.,  cap.  IH,  quaest.  3,  n.  25. 

3  De  mineralibus,  lib.  Ili,  cap.  14;  quaest.  13,  p.  511. 
*  Degli  Errori  popolari  d'Italia,  lib.  IV,  VI,  280.  Verona,  1645. 

5  De  copia  Latini  Sermonis,  V,  171. 

6  Vedi  tra  tutti  L.  G.  De  Simone,  Della  origine  de'  popoli  delle 
Terra  d'Otranto,  25,  n.  1,  e  La  Vita  della  Terra  d'Otranto;  nella 
Rivista  Europea,  an.  VII,  voi.  IH,  343  e  seg.  Firenze,  1876. 


XTV.  Il  Lupo  mannaro. 

La  credenza  del  lupo  mannaro  è  comunissima  in  Si- 
cilia, e  non  v'è  città  o  paesello  che  non  parli  di  quest'es- 
sere soprannaturale  e  quasi  misterioso. 

Secondo  i  vari  luoghi  e  dialetti  esso  è  chiamato  lupu- 
nàru,  lupunàriu,  lupuminàru,  lupuminariù  (Messina),  lu- 
pupunàru  (Francofonte),  lupupinàru  (Naso),  lupucumu- 
nàriu  (Piazza),  lupitiminàriu  (Nicosia),  daminàr  (S.  Fra- 
tello) ecc. 

Diventa  lupo  mannaro  colui  che  venne  concepito  nel 
ìovilunio,  colui  che  dorme  all'aperto  in  una  notte  di  luna 
Jiena,  in  un  giorno  di  mercoledì  o  di  venerdì  nella  estate. 
Egli  sente  avvicinarsi  l'ora  dell'accesso  ogni  mese  al- 
'avvicinarsi  della  stessa  fase  lunare  (Palermo)  ;  ed  è  col- 
uto issofatto  da  un  vero  accesso  guardando  nel  centro  la 
una  quintadecima,  la  quale  esercita  appunto  questo  ma- 
igno  influsso  sopra  chi  vi  è  predisposto.  Allora  gli  occhi 
li  lui  si  offuscano  (si  ccVnvitrìanu)  ;  l'infelice  cade  per 
erra,  e  si  rotola  nella  polvere  o  nel  fango  (Ficarazzi), 
òlto  da  improvviso  atrocissimo  dolore,  pel  quale  urla 
ome  un  lupo,  si  contorce  orribilmente  e  corre  a  quattro 
ledi  proprio  come  i  lupi,  e  fugge  la  luce,  specialmente 


238  CAPITOLO  XIV. 

i  fanali (Menfi).  Se  egli  potesse  fissarvi   gli   occhi,   guai 

rirebbe  subito  (Girgenti)  \  Correndo  di  qua  e  di  là,  egl 

cerca  qualcuno  per  isbranarlo,  giacché  in  quell'istante  hi 

zanne  acutissime  e  veleno  che  sbava  dalle  commessure  del| 

le  labbra.  Ordinariamente,  però,  non  riesce  a  far  malt 

a  nessuno,  perchè  lo  si  sente  da  lontano  agli  urli  spaven 

tevoli;  e  si  ha  cura  di  non  andargli  di  fronte.  Egli  stesso 

ore  prima,  sentendosi  indisposto,  esce  di  casa  avvertendc 

la  famiglia  che  se  nella  notte  egli  verrà  a  bussare  nessune 

s  arrischi  di   aprirgli.  Secondo  la  tradizione  di  Franco 

fonte,  quando  un  marito  o  un  figlio  o  un  padre  lupo  man 

naro  ha  bussato  due  volte   all'uscio   della   propria   ahi 

tazione,  alla  terza  gli  si  deve  aprire,  perchè  è  guarito 

non  avrà  più  potenza  di  fare   altrui  male.   Secondo   I 

tradizione  di  tutta  l'Isola,  egli,  sempre  di  notte,  corr* 

a  casa  sua,  e  trovatone  puntellato  l'uscio,  ulula  (ròccula) 

picchia,  tempesta  perchè  gli  si  apra.  In  quel  tambussi. 

sgraffia  l'uscio  stesso  con  le  unghie,  divenute  come  pai 

(Palermo)   o  quanto  le  dita   (Ficarazzi),  per  istantanei 

allungamento.  Forse  pei  dolori  ond'è  travagliato,  non  pu 

mettersi  ritto  su'  piedi;  ma,  certo  per  forza  soprannatr 

rale,  non  può  alzar  gli  occhi  al  cielo;  se  no,  piomba  fu 

minato  a  terra.  Ecco  perchè  il  miglior  partito  da  prei 

dere,  quando  si  è  in  pericolo  di  essere  assaliti  dal  hip 

mannaro,  è  quello  di  arrampicarsi  su'  tetti,  di  salire  sopr 

un  luogo  elevato,  sur  un  balcone,  una  finestra,  un  alberc 


1  E  però  di  chi  si  contorce  per  atroce  dolore  dicesi  che  fa  o 
torci  comu  un  lupunàriu. 


IL   LUPO    MANNARO  239 

dov  ©gii  potrebbe  aggrapparsi  soltanto  con  le  unghie  (S. 
Fratello).  Salendo  sopra  una  scala,  egli  non  può  arrivare 
al  di  là  del  terzo  gradino  e  si  ferma  o  precipita. 

Ad  ogni  svoltata  di  strada,  ad  ogni  icrocevia  (cruci  di 
via)  egli  manda  ruggiti,  ed  ha  odorato  così,  fine,  che  a 
mezzo  miglio  di  distanza  sente  la  presenza  dell'uomo.  Se 
s'abbatte  in  una  croce,  non  può  andare  innanzi  (Franco- 
fonte) :  il  che  fa  supporre,  cosa  non  provata  ancora,  che 
in  quel  momento  egli  abbia  del  diabolico,  forse  perchè 
creduto  ossesso.  Se  s'abbatte  in  una  fiamma  per  terra, 
egli  non  va  più  in  avanti,  non  può  tornare  indietro  (per- 
chè l'andare  indietro,  secondo  la  credenza,  gli  è  impossi- 
bile), ma  vi  gira  intorno   (Sambuca). 

Nessun  colpo,  nessuna  bastonata  gli  fa  male:  egli  non 
sente  altro  se  non  una  puntura  alla  fronte  o  sul  capo, 
una  puntura  che  gli  faccia  un  po'  di  sangue,  e  che  gli 
serva  di  piccolo  salasso.  Alcuni  preferiscono  la  puntura 
al  dorso  delle  mani  spolverandovi  sopra  della  crusca  (Si- 
cuiiana).  Allo  schizzare  del  sangue,  il  lupo  mannaro  è 
subito  guarito:  quel  sangue  è  nero  e  coagulato  e  si  con- 
i  sidera  come  pazzo. 

Questo  in  tutta  la  Sicilia;  ma  in  Messina,  oltre  che  con 
la  puntura,  si  guarisce  il  lupo  mannaro  toccandolo  con 
,  una  chiave  mascolina,  cioè  con  una  chiave  che  non  abbia 
jbuco.  Chi  ha  tanto  coraggio  ed  umanità  da  pungere  o 
toccare  il  povero  sofferente,  acquista  il  più  considere- 
vole titolo  di  parentela  ecclesiastica,  quello  di  compare  di 
S.  Giovanni,  e  presto  o  tardi  battezzerà  o  avrà  battezzato 
il  primo  figlio  o  la  prima  figlia  che  verrà  alla  luce.  In 
Chiaromonte  e  Modica,  invece,  il  lupo  mannaro  è  incu- 


240  CAPITOLO  XIV. 

r abile,  ed  è  condannato  a  divenire,  alla  sua  volta,  lupo 
mannaro,  chi  si  attenti  di  guarirlo. 

A  questo  brutto  male  va  soggetta  qualunque  persona 
indistintamente,  di  qualunque  grado  e  condizione:  si- 
gnori, impiegati,  maestri,  facchini  (Palermo),  campa- 
gnoli (Bagheria).  Le  donne  ne  sono  esenti. 

Si  racconta  d'un  principe  che  all'apparire  della  luna 
quintadecima  veniva  assalito  dal  male.  Una  volta  egli 
correva  per  le  vie  più  buie  della  città  di  Palermo  (costui 
era  palermitano)  urlando  disperatamente;  all'imboccare 
della  Vucciria  vecchia  x,  altro  principe  andava  pei  fatti 
suoi;  all'urlo,  saltò  sopra  la  panconata  d'un  beccaio  (chi- 
anca  di  ucceri).  A  quei  tempi  s'andava,  portando  uno 
spadino  a  fianco;  e  quest'ultimo,  tratta  fuori  l'arme,  si 
mise  in  guardia.  Passa  il  lupo  mannaro  e  si  ferma  sotto 
la  panconata;  urla  rugge,  digrigna  i  denti  così  da  mettere 
i  brividi  al  più  coraggioso,  ma  non  può  stare  ritto,  ne 
azzannare  l'altro.  Il  quale  sapendo  come  vadano  queste 
cose,  lo  punge  arditamente  sulla  fronte  e,  alla  prima  goc- 
cia di  sangue  che  gli  vien  fuori,  lo  libera.  Il  sangue  era 
nero  come  pece  (Palermo)  2. 
E  si  racconta  anche  questa: 

Una  notte  di  luna  piena  un  lupo  mannaro  urlava  sotto 
la  finestra  d'una  buona  donna  nel  sestiere  del  Borgo  in 
Palermo.  Costei,  che  molto  accorta  e  saputa  era,  legò  da 
manico  un  coltello  a  punta  acuta,  e  zitto  che  nessuno  la 

1  Nota  piazza  di  Palermo. 

8  La  medesima  storiella  udii  raccontare  in  Salaparuta;  di  eh 
vedi  il  mio  opuscolo:  Appunti  di  Botanica  popol.  sic,  pp.  13-14.  F 
renze,  1875. 


IL   LUPO   MANNARO  241 

sentisse  e  molto  meno  il  lupo  mannaro,  lasciollo  cadere 
a  perpendicolo  sulla  nuda  fronte  di  lui.  La  puntura 
fece  subito  sangue.  Gli  urli  cessarono  come  per  incanto 
e  la  dimane  due  servitori  in  livree  gallonate  e  dorate 
vennero  dalla  donna,  recandole  due  grandi  vassoi  pieni 
zeppi  di  minuterie  e  di  dolci:  regalo  del  loro  padrone, 
un  principe  palermitano,  che  soffriva  mal  di  luna  e  che 
la  notte  innanzi  era  stato  liberato  dalla  provvida  puntura 
della  benefica  borghetana  (Palermo). 

Quando  non  si  abbia  modo  di  pungere  il  lupo  mannaro, 
gli  si  getta  addosso  un  mantello,  o  gli  si  battono  davanti 
o  d'intorno  un  mazzo  di  chiavi,  mezzo  efficacissimo  per 
farlo  anldarvia  (Pietraperzia)  o  tacere  (Caltanisetta). 

Dopo  tutto  questo  non  parrà  strano  se  il  lupunaru  è 
in  Sicilia  un  essere  pauroso  quanto  le  streghe,  gli  spiriti 
ed  altri  siffatti.  L'orrore  per  esso  comincia  negli  adulti 
e  finisce  nei  bambini,  a'  quali,  quando  piagnucolano,  le 
madri  soglion  dire  minacciandoli,  che  se  non  tacciono  o 
non  istanno  buoni,  chiameranno  il  lupo  mannaro  perchè 
li  mangi;  e  talvolta  uno  della  famiglia  fa  la  voce  grossa 
per  dare  a  credere  vicina  la  bestia  divoratrice  *.  Di  luogo 
dove  sia  pericoloso  lo  andare  si  dice  c'è  lu  lupunàriu. 
Nel  secolo  passato  il  celebre  poeta  catanese  Domenico 
Tempio  parlando  d'un  uomo  soggetto  al  mal  di  luna,  che 
al  solo  vedere  sfolgorar  la  spada  fuggiva  atterrito,  can- 
tava: 

Chistu  strami  fenominu, 
Crini  lu  vulgu  ignaru, 

1  Vedi  Longo,  Anedotti  siciliani,  p.  55. 

16. 


242  CAPITOLO  XIV. 

Chi  sia  un'atroci  bestia 
Chiamata,  Lupirmru. 

Li  picciriddi  in  sèntirlu 
Fra  cupi  notti  ed  atri 
Pri  scantu  si  stringevanu 
In  senu  a  li  soi  matri, 

E  li  patri  medesimi 
Pri  lu  spaventu  immenzu, 
Lu  santu  matrimoniu 
Lasciavanu  in  suspenzu1. 

Siccome  poi  certi  uomini  diventano  Lupunàri  perchè 
han  dormito  con  la  faccia  verso  la  luna  piena,  per  non 
restare  allunati  si  consiglia  come  profilassi  di  coprirsi 
la  faccia  stessa  nel  mettersi  a  dormire  in  campagna  o 
in  altro  luogo  aperto. 

Secondo  gli  antichi  medici  siciliani  il  lunatico  del 
Nuovo  Testamento  non  sarebbe  stato  se  non  un  lupo  man- 
naro; ed  un  medico  molto  reputato  ai  suoi  tempi,  G.  Di 
Gregorio,  lasciò  scritto:  «Qui  non  è  da  ommettersi  la 
oppinione  ben  fondata  d'alcuni,  esser  la  malattia  di  quel 
lunatico  del  vangelo  una  sorta  di  pazzia,  lupina  o  canina, 
detta  dagli  Arabi  Catrab  o  Cutubut;  onde  i  nostri  presero 
occasione  di  chiamarla  corrottamente  mali  catubbu  e  al- 
tresì dalle  strida  Lupuminaru.  Il  carattere  de'  veri  sin- 
tomi d'un  tal  morbo,  egli  è  che  van  camminando  a  guisa 
del  lupo  o  del  cane.  Ne'  tempi  di  notte  fansi  a  girare  le 
sepolture,  le  disserrano,  tolgon  dei  pezzi  di  cadaveri,  e  al 
collo  gli  appendono,  fuggono  il  commercio  degli  uomini, 
mordono  come  cani.  I  segni  poi  che  li  distinguono  sono 


1  La  Caristia,  e.  X. 


IL   LUPO    MANNARO  243 

la  faccia  pallida,  gli  occhi  ingrottati,  la  vista  debole,  la 
lingua  asciutta,  ed  una  sete  intensissima.  Dicesi  un  tal 
morbo  nella  greca  voce  lycanthropia.  La  guasta  immagi- 
nazione d'alcuni  ha  creduto  che  il  Demonio  gli  abbia 
mutati  in  lupi,  lo  che  è  falsissimo,  ma  tosto  tales  viden- 
tur,  quod  daemonum  ape  accidit,  obiectu  mentitarum 
formarum  sensus  ludificantium  »  x  come  scrisse  il  messi- 
nese Castelli  nel  suo  Lexicon  2. 

La  credenza  nel  lupo  mannaro  è  un  po'  pertutto  ed  io 
mi  astengo  da  qualunque  citazione  3. 

1  G.  Di  Gregorio  e  Russo,  Dissertazioni,  pp.  181-182. 

2  Lexicon  medicum,  t.  II,  pp.  112-13.  Nespoli,  MDCCLXI.  Egli 
stesso,  Bartolomeo  Castelli,  così  scrisse  dei  licantropi  :  «  Aegri  noctu 
domo  egressi,  urbem  circumeunt,  quadrupedum  more  incedentes, 
lupos  imitantur  ululantes,  donec  dies  illucescat,  defunctorum  mo- 
numenta quaeritant,  adaperiunt,  cadaverum  frusta  arripientes,  se- 
cumque  collo  gestantes,  fugiuntque  die  vivos  homines,  nocte  in- 
sequentes  mortuos.  Sunt  autem  eorum  nota?:  facies  pallida,  oculi 
sieri  et  cavi,  visus  hebes,  lingua  siccissima,  saliva  in  ore  nulla, 
sitis  immodica,  tibiae  perpetuo  exulceratae  propter  frequentes  ca- 
sus. Nonnulli  etiam  ut  canes  mordent,  ex  quo  arbitror,  morbum 
ipsum  xuvav8p(07itav  vocatum  fuisse  veteribus  ». 

J  Sul  Lupo  mannaro  si  consultino  le  opere  e  gli  articoli  citati 
nella  Romania,  t.  XII,  pp.  612-18;  Paris,  1183;  De  Francesco,  Il 
Lupo  mannaro;  nella  Provincia  di  Molise,  an.  V,  n.  33.  Campo- 
basso, 1885. 


PERSONE    E     COSE 
FAUSTE  ED  INFAUSTE 


Il  La  Jettatura  ed  il  Malocchio. 

Specie  di  fascino  malefico,  esercitato  da  certi  uomini 
e   da  certe   donne,   la  jettatura   o,   come   alcuni   dicono, 
mursiana,  è  uno  dei  fatti  più  pericolosi  della  nostra  vita. 
Cataldo  Carducci,  poeta  del  Napoletano,  cantò: 
Non  suona  altro  jettatura, 

Che  malìa,  fulmin,  contagio, 

Un  malanno,  una  sciagura; 

Tal  si  norma  or  per  adagio, 

Che  con  lei  va  tutto  insieme 

Il  peggior  ch'uom  fugge  e  teme. 

Il  jettatore  (gittaduru  in  Nicosia)  è  colui  che  la  jetta, 
sia  che  invidii  il  bene  \  sia  che  desideri  il  male  altrui, 
ed  ha  in  se  la  potenza  di  chiamare  con  modi  naturali  e 

Di  fatti  un  proverbio  dice: 

Casa  'nvidiata 

O  iddu  è  povira,  o  iddu  è  malata; 
perchè,  alla  men  trista,  una  casa,  una  famiglia  invidiata  da  gente 
cattiva,  comincia  un  po'  alla  volta  a  impoverire,  o  è  presto  vittima 
li  malattie  d'ogni  genere. 

Il  guardare  con  occhio  d'invidia  un  oggetto  o  un  individuo  può 
urtare  ad  esso  gran  danno,  soprattutto  un  infortunio.  Se  ci  si  mo- 
stra un  bell'animale  e  si  desidera  che  non  gli  noccia  il  malocchio,  bi- 
ogna  aver  cura  di  toccarlo;  se  no,  il  malocchio  è  fatto. 


248  CAPITOLO  I. 

soprannaturali  disgrazie  e  sventure  sopra  una  persona, 
una  famiglia,  un  casato. 

Egli  ha  segni  e  caratteri  particolari  che  lo  distinguono 
da  ogni  altro  essere  umano:  viso  magro,  cupo,  olivigno; 
occhi  piccoli,  ingrottati,  naso  lungo  o  adunco,  collo  lungo 
anch'esso,  come  quelli  che  inghiottono  la  saliva:  un 
insieme  di  sgradevole  e  di  pesante,  che  dispiace  e  ripu- 
gna. L'antipatia  è  sua  compagna  indivisibile:  e  dall'an- 
tipatia alla  jettatura  ci  corre  così  poco,  che  alcuni,  senza 
discorrerne  il  fine,  chiamano  jettatore  un  grande  anti- 
patico, e  facci  o  occhi  di  jittaturi  una  persona  che  abbia 
una  espressione  particolare  che  disgusta  e  respinge  da 
se  quanti  la  vedono  o  l'avvicinano.  La  natura  è  stata 
provvida  e  sapiente  nell'accentuare  i  lineamenti  del  jet- 
tatore e  nel  dargli  un'aria  di  repellenza,  acciocché  gli 
uomini  se  ne  possano  guardare. 

Il  jettatore  è  pernicioso  per  chicchessia;  qualche  rara 
volta  anche  per  se.  Fino  all'anno  1883  viveva  in  Me* 
sina  un  uomo,  il  cui  occhio  stimavasi  talmente  esiziale, 
che  quando  egli  morì  corse  voce  esser  egli  morto  solo 
perchè  passando  pel  Corso  Garibaldi  s'era  casualmente 
guardato  in  un  grandissimo  specchio  esposto  in  un  ma 
gazzino.  Egli,  secondo  il  popolo,  non  potendo  salvai 
se  stesso  dal  triste  influsso  dei  propri  occhi,  ne  potendo 
d'altro  lato,  soggiacere  all'influsso  di  quelli  d'ogni  altre 
uomo  (superando  la  sua  facoltà  quella  di  qualunque 
altro),  cessò  di  vivere. 

La  presenza  del  jettatore  in  un  luogo,  il  sospetto  chr 
egli  apparisca,  il  suo  nome  pronunziato  in  una  conver 
sazione  è  causa  di  disastri  pubblici  e  di  danni  privati 


LA  JETTATURA  ED  IL   MALOCCHIO  249 

Se  tu  giuochi  a  carte  ed  egli  ti  si  avvicina  e  ti  parla,  la 
fortuna  ti  volta  le  spalle;  se  sei  in  vettura  e  lo  incontri, 
il   tuo    cavallo    s'impenna,   la    vettura    si    capovolge,    tu 
stesso  ti  sloghi  un  piede,  o  ti  rompi  la  noce  del  collo. 
Se  in  una  adunanza  hai  a  leggere  o  a  cantare,  la  voce 
ti  manca  subito,  ti  si  spengono  i  lumi  se  di  sera,  ti  si 
spalanca  una  finestra  portandoti  via  o  disordinandoti  i 
fogli  e  le  carte,  quando  pure  non  ti  assalga  un  dolore 
da  morire.  Se  tu  sei  amante  riamato,  il  jettatore  basta 
a  intiepidire  il  cuore  della  tua  bella.   Se  un  tuo  affare 
importantissimo  dipende  da  un  amico,  costui  si  ammala 
proprio  il  giorno  che  n'hai  bisogno,  mentre  fino  a  ieri 
egli  era  a  tua  disposizione.  Se  hai  una   causa  in  tribu- 
nale,  gl'incartamenti   tardano    a   giungere,   e,   giunti,   vi 
manca  un  documento  capitale,  o  il  tuo  avvocato  è  impe- 
dito, o  un  giudice   —   proprio   quello   che   avea   capito 
la   causa  e  ti  era  favorevole  —  è  preso  da  una  colica 
secca:   e  per  via  di  contrattempi,  avvicinandosi  le  ferie, 
vieni  condannato  a   danni,   spese  ed  interessi.   Si  vuole 
altro?    Un   negoziante,   un   venditore    qualunque   cui   il 
jettatore   «  prenda   di  mira  »,  come  dice  il  popolino,   a 
poco  a  poco  vede  disertare  la  sua  bottega  dagli  avventori; 
un  bambino,  per  occulto,  inesplicabile  malore,  comincia 
ad  intristire;  tutti  i  guai  di  questo  povero  mondo  pio- 
vono  sulla   casa,  sulla  famiglia   dal   jettatore   guardata; 
e  poi,  come  dice  un  poeta  di  Caltanissetta, 

Cavaddi  estinti,  carriaggi  rutti, 
Denti  caduti  e  morti  repentini, 
Arvuli  sicchi  ccu  tutti  li  frutti, 
Troia  incenniata  ccu  tanti  ruini. 


250  CAPITOLO   I. 

Casi  arrennati,  mindici  ridutti, 
E  siminati  cuperti  di  spini: 
Un  jittaturi  d'unni  'ncugna  e  passa. 
Un  gran  fituri  vi  spargi  e  vi  lassa  *  ; 

e  come  osserva  un  altro  poeta  illetterato  di  Palermo  in 
alcune  sue  Ragiuni  pirchì  lu  cornu  è  contra  la  fatatura, 
chi  ha  avuto  fatta  la  jettatura, 

Si  mancia,  lu  manciari  cci  fa  pesti; 
Si  vivi,  si  cci  rurapi  lu  bicchieri; 
Siddu  camina,  cu  li  genti  'mmesti; 
E  s'havi  a  ghiri  avanti,  va  'nnarreri, 
Si  dormi,  cosi  si  'nsonna  funesti, 
Si    discurri,    è    pigghiatu    pri    sumeri; 
Si  scrivi  si  cci  scàncara  la  pinna, 
E  si  voli  addattari  'un  trova  minna. 

Il  meno  male  poi  che  se  ne  possa  avere,  è  un  dolor 
di  capo,  che  non  già  la  jettatura  ma  solo  il  malocchio 
può  cagionare  così  intenso    (Nicosia). 

Il  quadro  pare  esagerato,  ma  non  è,  quando  si  pensi 
specialmente  che  l'occhio  del  jettatore  è  morbifero  per 
chicchessia,  ed  il  naso  indizio  certo  della  malignità  di 
lui2. 

Chi  crede  alla  jettatura,  crede  a  tutto  questo,  e  si 
guarda  dal  jettatore  come  dall'alito  pestifero  d'un  ret- 

1  Pasquale  Pulci,  Poesie  siciliane,  fase.  I,  p.  30.  Caltanissetta, 
Tip.  Scarantino,  1864. 

2  II  naso,  dopo  gli  occhi,  è  ritenuto  caratteristico.  Alla  Villa  dei 
Padri  Filippini  in  Palermo,  nella  quale  fanciulli,  giovani  e  adulti  di 
famiglie  civili  vanno  giornalmente  a  passare  un  paio  d'ore  in  onesti 
giuochi  e  passatempi,  chi  gioca,  p.  e.,  alle  palle,  alle  piastrelle,  al 
surdateddu,   affin  di  vincere,  fa  fare  mal  giuoco  al  compagno  s 


" 


LA  JETTATURA  ED  IL  MALOCCHIO  251 

tile  velenoso.  Da  qui  una  gran  cura  per  premunirsi  con- 
tro di  lui,  per  rendere  innocuo  il  suo  potente  e  terribile 
influsso. 

La  vita  popolare  è  ricca  di  amuleti  e  di  phalli,  so- 
vrani rimedi  contro  la  jettatura:  rimedio  principe,  il 
ferro  sotto  qualsiasi  forma;  mirabilissima  quella  del 
ferro  da  cavallo,  che  attaccasi  alle  pareti  delle  stalle  ed  a 
certi  usci  di  case.  Va  sotto  il  nome  generico  di  ferro 
qualunque  metallo  che  si  cerchi  per  antidoto  della  jet- 
tatura: l'acciaio,  il  piombo,  l'argento,  l'oro.  Così  l'uomo 
che  s'imbatte  in  un  jettatore,  o  che  lo  sente  ricordare, 
porta  subito  le  mani  alla  catena  del  suo  orologio,  o  a 
qualche  chiavino  che  abbia  in  tasca,  o  a  qualche  moneta, 
o  a  bottoni  metallici,  s'egli  ne  abbia,  del  suo  vestito; 
e  per  farla  più  sicura,  a  certi  organi,  i  quali  in  fatto  di 
jettatura  valgono  tutte  le  catene,  tutte  le  chiavi,  tutte  le 
monete  e  tutti  i  bottoni  del  mondo.  Codesto  toccamento 
metallico  o  carneo  è  significato  dalla  frase:  Tuccari  ferru. 
Dove  questo  antidoto  non  giovi,  bisogna  ritenere  che 
la  jettatura   sia  veramente  maligna. 

Le  corna  sono  anch'esse  un  efficace  contravveleno;  e 
però  piccole  corna  di  corallo  portano  come  ciondoli  alle 
catene  de'  loro  orologi  uomini  e  donne,  e  come  amuleti 
le  legano  al  collo  de'  bambini  appena  nati.  Grandi,  lucide 
fe  terse  corna  di  bue  si  tengono  per  mobile  in  certe  case 
nagnitizie   e   borghesi,   come   teste   di   cervi   con   corna 


;nando   co!   dito   in  terra   o   su   altro   piano   una   croce  e   dicendo: 

;fasw  N a!  Quel  fantasma  di  naso,  di  fatti,  è  ritenuto  de'  più 

tericolosi,  perchè   ricorda  un  povero  prete,  già  congregato  alFOIi- 
ella   (de'  PP.  Filippini  suddetti),  in  fama  di  pericoloso  jettatore. 


252  CAPITOLO   I. 

arborescenti  si  attaccano  sull'ingresso  d'un'anticamera  ; 
e  più  son  lunghe  e  ritorte  le  corna,  meglio  rispondono  al 
loro  benefico  ufficio. 

Inoltre  vi  sono  le  pezzoline  e  le  cordelle  di  lana  rossa, 
le  quali  legate  ad  una  finestra,  ad  un  ringhiera,  al  can- 
cello d'una  chiusa,  si  considerano  e  sono  preservativi 
mirabilissimi.  Ed  ecco  perchè  la  scarpina  rossa  Cncar- 
nata)  nel  rione  della  Civita  in  Catania  si  calzava  fino 
a  poco  tempo  addietro  contro  la  jettatura  e  contro  la 
gastìma  1.  Ecco  perchè  nella  bardatura  d'un  cavallo,  d'un 
mulo,  d'un  asino  da  tiro  si  largheggia  di  trina  di  lana 
rossa,  ed  i  carrettieri  ne  attaccano  ed  avvolgono  al  legno! 
che  sormonta  il  basto  (sidduni)  del  carro  stesso  2,  i  fiac- 
cherai all'anello  sopra  il  fanale  delle  loro  vetture,  i 
macellai  a  qualche  capo  di  becco  dalle  corna  ritorte  e 
ruvide,  i  contadini  alle  canne  piantate  in  mezzo  ai  campi, 
agli  orti,  ai  giardini,  i  cittadini  a'  lacci  dei  campanelli! 
delle  entrate  o  delle  porte,  o  ad  un  arbuscello  del  loro 
balcone,  o  ad  una  pianta  di  un  vaso  della  loro  scala,  e 
certe  donne  di  facili  costumi  alla  loro  lettiera,  a  un 
trespolo,  alla  cortina,  al  capezzale.  Ovunque  tu  vada, 
trovi  sempre  o  quasi  sempre  un  pezzettino  di  tela  o  di 
lana  o  di  cotone  rosso  con  la  tacita  iniezione  che  venga 
con  esso  allontanato  di  là  il  malocchio,  la  malia,  la  stre- 
gheria, la  fattura  ed  altri  simili  malefici. 

1  G.  Borrello,  Poesie  siciliane,  p.  100. 

2  V.  il  mio  Catalogo  e  descrizione  di  costumi  ed  utensili  siciliani 
mandati  alla  Esposizione  industriale  di  Milano  1881  (Gruppo  Vili, 
Classe  50)  per  cura  del  Municipio  di  Palermo,  pp.  6-7.  Palermi 
Tip<  P.  Montaina  e  C,  1881.  In-4°. 


LA  JETTATURA  ED  IL   MALOCCHIO  253 

Conosco  persone,  le  quali  non  sapendo  a  qual  santo 
raccomandarsi  per  isfuggire  alla  jettatura,  legano  un  na- 
strino alla  pipa  da  fumare,  a  un'  asticciola  degli  occhiali 
da  casa,  e  perfino  al  manico  della   chicchera  da  caffè: 
e  tutti  sappiamo   degli  uomini  del  contado,  i   quali  si 
fanno  cucire  alla  fodera  del  corpetto  o  della  giacchetta, 
che  tocca  la  camicia,  un  altro  nastrino,  o  una  crocetta, 
o  una  stella  di  lana  rossa  \  I  più  accaniti  contro  la  iet- 
tatura legano  il  nastro  —  sempre  rosso,  si  intende   — 
alle  corna  come  per  centuplicarne  la  forza  neutralizzante. 
Molti  hanno   ancora   per   antidoto  la   foglia   dell'agone 
americano  2,  il  sale,  il  peperone  rosso,  il  fuso;  ma  i  più 
spregiudicati  non  prestano  gran  fede  a  questi,  che  essi 
ritengono  mezzucci,  se  ne  togli  certe  donnicciole,  che  son 
sicurissime  del  fatto  loro  quando  si  son  legate  alle  vesti 
interne  un  cristallo  di  sale   (uogghi  di  sau,  in  Nicosia), 
o  quando  se  ne  sono  nascoste  un  poco  in  polvere  sotto 
capelli  (s'agghiummunìanu  un  pugniddu  di  sali  sutta  lì 
wpiddi,  Alcamo)  3. 

1  In  alcuni  paeselli  la  croce  è  detta  di  S.  Calòiru  (S.  Calogero), 
giova  a  preservare  anche  da  altri  danni  non  provenienti  da  maloc- 
hio.  A  siffatta  croce  coloro  che  la  portano  cucita  al  di  dentro  del 
arsetto  (ciliccuni)  recitano  tre  avemarie. 
Vedi  v.  Ili,  p.  235. 

Quando  venne  ripubblicata  nel  Giornale  di  Sicilia,  an.  XXVIII, 
.  36;  Palermo,  5  febbraio  1888,  una  parte  di  questo  capitolo,  la  quale' 
i  prima  volta  avea  veduta  la  luce  in  Ungheria,  in  un  elegante 
|puscolo  di  soli  cento  esemplari  (Koloszvàr,  Sumptibus  Editoris 
ìctorum  Comparationis  Litterarum  Universarum.  1884.  In-12,  pp. 
2),   molte   lettere   giunsero   alla    Direzione  maravigliandosi   che   io 


254  CAPITOLO  I. 

Non  mancano  le  parole  per  iscongiurare  tanto  la  iet- 
tatura quanto  il  malocchio:  e  comunissima  è  una  f or- 
mola  che  si  recita  tendendo  l'indice  ed  il  mignolo  e 
piegando  le  altre  dita  della  mano  o  delle  mani  per  raf- 
figurare le  corna.  Questa  formola  suona   così: 

Cornu,  gran  cornu,  ritorti!  cornu; 
Russa  la  pezza,  tortu  hi  cornu, 
Ti  fazzu  scornu: 

non  credessi  alla  iettatura.  Una  di  esse  da  Riposto  presso  Giarre 
nella  provincia   di   Catania   merita   di   essere   riportata: 

«Egregio  Sig.  Direttore,  Essendo  io  un  di  quei,  che  se  non  cre- 
dono, rispettano  bensì  la  iettatura,  ed  avendo  letto  nel  di  lei  gior- 
nale un  primo  superbo  articolo  sulla  stessa,  sottoscritto  P.,  mi  per-  i 
metto  da  mia  parte  di  suggerirle  un'altra  antichissima  ricetta,  che. 
qui  stesso  mi  fo  lecito  trascriverle. 

«Valga  ciò  per  darne  partecipazione,  se  crede,  all'egregio  sig.  P., 
e  per  arricchire  sempre  più  la  vasta  raccolta  dei  rimedii,  onde  gua- 
rire tutti  i  malefici  influssi  di  cosa,  che,  tempo  verrà,  sarà  elevata  a 
scienza. 

«Voglia  gradire  intanto  i  più  distinti  ossequii  di  un  devotissimo 
assiduo  ». 

Ed  ecco  la  ricetta: 

Corna  e  curnicchi  picculi, 
Curaddu  lavuratu, 
Spilli  e  pindenti  d'ambirà 
'Na  pezza  russa  allatu, 

Un  ferru  senza  tèmpira, 
'Na  chiavi  masculina 
'Na  testa  d'agghiu  frivula 
'Na  pezza  cilistrina, 

Ma  quannu  poi,  a  lu  massimu, 
Ca  non  cci   giuva  nenti, 
'Na  strina  di  tis.... 
E  passa  certamente 


LA  JETTATURA  ED  IL  MALOCCHIO  255 

Vaju  e  ritorni!, 
Cornu!   cornu!   cornu! 

e  va  accompagnata  con  tre  forti  sputi:  ppu!  ppu!  ppu!.... 
La  formola  contro  il  malocchio,  che  in  fondo  in  fondo 
è  jettatura,  dice: 

Occhiu  e  malocchiu! 
E  fuìticci  l'occhili. 
Crepa  la  'nvidia, 
E  scatta  'u  malocchiu!  a 

Bisogna  notare  intanto  che  lo  sputo  ha  un  effetto  meno 
efficace   degli   espedienti   sopra  notati,  e   riesce   special- 
mente pel  malocchio:    triplice  sputo,  lo   ripeto,  che  in 
certe  occasioni  è  una  vera  tavola  di  salvezza.  «Accade 
sovente,  scrive  il  mio  buon  amico  Salomone-Marino,  di 
/edere  qualcuno  del  nostro  popolo,  che  andato   a  visi- 
are  un  infermo,  sputi  tre  volte  al  limitare  dell'uscio;  di 
edere   qualche   congiunta   della   donna   in  soprapparto, 
he  si  affaccia  alla  finestra  e  sputa  tre  volte  riguardando 
'aere  intorno  con  torvo  occhio;  di  vedere  un  uomo  che 
nirato  fiso  da  qualche  nota  femina  impudica,  sputa  an- 
h'esso;  come,  viceversa,  fa  qualche  donna  che  è  presa 
li  mira  dall'occhio  di  tale  che  gode  fama  di  vizioso  not- 
imbulo;  di  vedere  un  chiunque  che,  scontrato  un  gobbo, 
n  fattucchiere,  che  non  si  raccomandano  per  fisonomia 
!  per  fama,  sputi  dietro  a  loro;  di  vedere,  in  fine,  una 
ladre  che  scorto  baciare   da   qualche  dubbia  donna  il 
io  lattante,  sputi  energicamente  verso   di  essa   appena 

1  Versione:   Occhio  e  malocchio!   E  fracassategli  l'occhio.  Crepi 
nvidia,  e  scoppii   il  malocchio! 


256  CAPITOLO  i. 

la  miri  volgere  il  tergo.... 1  »  Vi  ha  chi  porta  indosso  la 
ruta  o  erba  caccia-diavuli ;  chi  l'aglio  o  la  cipolla;  chi 
la  coda  o  un  po'  di  pelle  della  fronte  del  lupo  »  2  chi: 
i  denti  di  maiale  (Pietraperzia),  chi  alcune  immagini 
di  santi  chiuse  in  sacchetto,  chi  una  croce  formata  da  due 
aghi  cuciti  nell'interno  degli  abiti  (Nicosia),  chi  un  por- 
cellino di  Sant'Antonio,  che  però  si  lega  al  collo  de' 
bambini  (Palermo)  ;  ma  sono  tutti  rimedi,  per  così  dire, 
minori,  non  sempre  buoni  a  vincere  un  malocchio  o 
una  jettatura   d'un  certo   grado   di  forza. 

Invece  dello  sputo  si  fa  il  gesto  di  Vanni  Fucci  nel- 
Ylnferno   di  Dante,   associandovi   la   esclamazione   scon- 
giuratoria:  Pampini  e  ficu!  Pampini  e  ficu!  gesto   che; 
i  lavoratori  di  corallo  ritraggono  in  gingilli,  in  ciondoli, 
in  amuleti  dello  stesso  corallo. 

Con   quest'atto   vituperevole   strane   son   le    parole 


: 


3  Giova  qui  avvertire  che  l'affascinare  si  dice  da  noi  pigghia 
ad  occhili;  ma,  come  osserva  il  prof.  Castelli  (Credenze,  p.  25.  Pai. 
1878),  si  affascina  e  con  l'occhio  e  con  la  lingua;  onde  le  lodi,  gli 
augurii,  e  specialmente  le  parole  di  compiacenza  che  si  odono  dire 
intorno  alla  prospera  salute,  ancorché  vengano  da  un  amico,  si  ten- 
gono come  fascino.  (Cfr.  Archivio  della  tradiz.  pop,,  v.  Ili,  p.  133). 
A  detta  di  Plinio  erano  in  Africa  alcune  famiglie  che  facevano  perire 
le  cose  che  lodavano,  inaridire  gli  alberi,  morire  i  fanciulli. 

Un  fascino  particolare  si  attribuisce  qualche  rara  volta  a  certi 
gobbi  ed  alle  loro  famiglie.  Quando  si  vede  un  di  costoro,  che  hanno 
la  sventura  di  esser  creduti  ammaliatori,  ovvero  quando  se  ne  ode 
il  nome,  si  fanno,  come  sopra,  le  corna  con  le  dita  ;  gli  uomini  pò 
fanno  qualche  altro  atto  che  la  decenza  non  permette  di  descrivere 
o  toccano  certe  parti  del  proprio  corpo». 

2  Archivio  delle  tradizioni  popolari,  v.  I.  p.  133, 


LA  JETTATURA  ED  IL   MALOCCHIO  257 

uso  nello  scongiuro  più  celebre  de'  Palermitani  con- 
tro la  jettatura,  scongiuro  che  si  pronunzia  all'angolo  di 
due  pareti  immediatamente  dopo  andato  via  il  jetta- 
tore. 

Spatrici!,  spatrìcu! 
Ovu  di  tunnu  'n  Francia, 
Chista  è  'a  pampina  e  chista  è  'a  ficu: 
Ossu  mal'  ossu  supra  'u  pittinicchiu, 

Fora  fattucchiara, 
Fora  di  casa  mia! 

E  con  meno  parole: 

Spatìcu,  spatìcu,  spatìcu! 
Ovu  di  tunnu  'n  Francia, 
A  mari  vaja  la  mala  vintura! 

Indi  si  sputa  tre  volte. 

La  urina  è  ritenuta  rimedio  non  lieve  per  neutraliz- 
zare gli  effetti  sinistri  dell'occhio  jettatore:  e  vi  sono 
persone  che  non  hanno  vergogna  di  spargerne  il  ter- 
reno dove  l'essere  maligno  ha  messo  i  piedi,  proprio 
con  la  persuasione  di  agguerrirlo  contro  le  insidie  del 
jettatore.  Il  rimedio  è  tutt'altro  che  pulito,  ma  è  cosi. 

Nel  giuco  a  carte  o  ad  altro,  grande  preservativo  della 
jettalura  è  il  solito  gesto  delle  corna,  sia  con  una,  sia 
con  entrambe  le  mani,  sul  tavolo,  non  iscompagnandolo 
dalle  parole  consacrate  dall'uso,  le  quali  richiamano  tre 
cose  nere  nere: 

Inga! 
Mascari»! 
E  natichi  di  schiava!... 

E   quante  volte  non  si  sono  udite  queste  parole  dalla 

17. 


258  CAPITOLO  I. 

bocca  di  qualche  gentile  signora,  che  altrimenti  non  use- 
rebbe parole  sì  poco  decenti!  mentre  una  mano  bianca 
slunga  le  dita  affusolate  ed  attraenti  per  qualche  splen- 
dido anello,  a  ripetere  la  storia  delle  corna  \ 

Ora,  voltando  pagina,  non  si  può  non  compiangere  quel 
disgraziato  che  per  qualche  dolorosa  coincidenza,  av- 
vertita da  alcuno,  o  per  capriccio  di  qualche  capo  ameno, 

1  A  questo  punto  mi  pare  acconcio  riferire  quel  che  scrisse  intorno 
all'argomento  un  siciliano  più  volte  citato  in  quest'opera,  e  così  si 
avrà  una  conferma  di  ciò  che  ho  scritto  io: 

«Iettatura  è  parola  napolitana,  che  in  Toscana  corrisponde  a  fa- 
scino ;  fra  i  diversi  membri  della  società,  fra  i  tanti  esseri  dell'umana 
specie  alcuni  ve  ne  sono  i  quali  si  presentano  con  un  insieme  fisico 
e  morale,  che  non  si  accorda  col  nostro.  Il  loro  aspetto  non  iscende 
sino  al  nostro  cuore,  ci  ferisce  gli  occhi  anzi  che  no,  e  ci  lascia  una 
pesante  impressione  ;  le  loro  maniere,  le  loro  idee  ci  disgustano  e  ci 
ributtano.  Di  là  nasce  l'antipatia,  e  dall'antipatia  alla  iettatura  è 
un  piccol  varco  ;  ;  poiché  egli  basta  di  scorgere  nello  antipatico  un 
qualche  lineamento  di  tristezza  o  un  non  so  che  di  flemmatico  ed 
attaccaticcio  per  dichiararlo  gettatore1.  Or  si  pretende,  che  que- 
st'essere nominato  jettatore  quasi  circondato  da  una  atmosfera  di 
disgrazie,  sia  un  vero  gittator  di  malanni,  di  sventure,  di  guai,  e 
che  tenga  sempre  aperta  la  scatola  di  Pandora  a  danno  di  coloro 
a'  quali  sta  dappresso.  Vi  si  accosta  questo  temuto  basilisco  della 
società  mentre  che  giocate?  dovete  perdere  a  ribocco.  Vi  saluta 
mentre  che  siete  in  carrozza?  si  adombrano  i  cavalli.  E'  a  mensa 
con  voi?  si  rompono  le  bottiglie.  Toccandosi  non  di  meno  un  pez- 
zettino di  ferro,  un  cornetto,  si  dà  ad  intendere  ch'esso  a  guisa  di 
pentacolo,  faccia  sì,  che  la  iettatura  perda  la  sua  forza,  e  non  più 
operi  ».  Cacioppo,  Cenni  statistici,  pp.  125-126. 

1  «Jettatore  per  eccellenza  si  stima  essere  colui  che  sia  di  fi- 
sonomia  cupa,  di  tratti  melanconici,  povero  di  spirito  ed  appicci- 
caticcio ». 


LA  JETTATURA  ED  IL   MALOCCHIO  259 

0  per  malignità  di  qualche  tristo,  è  dalla  pubblica  voce 
additato  come  jettatore.  Costui  è  un  uomo  moralmente 
perduto  non  solo  per  se,  ma  anche  per  i  suoi,  perchè  non 
di  rado  la  jettatura  si  crede  ereditaria,  ed  allora  diviene 
più  raffinata  e  potente.  Il  jettatore  non  ha  nome,  non  ha 
amici,  non  ha  né  può  aver  vita  socievole.  Nessuno  parla  di 
lui,  nessuno  osa  affrontare  l'avversione  di  quanti  il  co- 
loscono  accompagnandosi  con  esso.  Gli  stessi  domestici, 

010  per  vero  bisogno  di  mangiare  gli  prestano  i  loro  ser- 
vigi; e,  incredibile,  ma  vero!  sulla  tomba  di  lui  —  se 
ant'è  che  egli  ne  avrà  una  distinta  dalle  altre,  —  più  che 
a  pietosa  requie  s'invoca  l'ingiurioso  motto  del  tocca- 
erru,  come  se  fosse  lì  vivo  e  parlante  1. 

A  questo  punto  dovrei  citare  qualche  nome  di  jetta- 
ore  celebre  in  Sicilia;  ma  per  la  medesima  ragione  onde 

11  jettatore  non  va  nominato,  io  son  costretto  ad  astener- 
nene.  I  lettori  siciliani  di  questo  capitolo  metterebbero 
iano  a  tutte  le  chiavi,  a  tutte  le  catene  delle  loro  case. 

Ricordo  che  quando  un  pio  vescovo  di  Girgenti  rice- 

eva  una  visita  d'un  certo  Cip ,  si  vedeva  disertato  il 

alazzo  ed  era  creduto  in  pericolo  per  le  conseguenze 
ella  visita.  —  Guai  a  chi  avea  da  fare  con  quel  d'Aff..., 
Ile  il  còlto  pubblico  accusava  della  peggiore  delle  jetta- 
kre!  -  Alla  messa  el  citato  N.  pochi  devoti  assistevano 

ordinario;  le  sue  prediche  (che  qualcuna  avea  la  de- 
Dlezza  di  farne)  erano  fuggite,  rifiutato  o  non  corrisposto 

1  Tra  le  poesie  contro  il  jettatore,  feroce  e  brutale  è  quella  del  ci- 
o  Borrello,  a  pag.  54  delle  sue  Poesie  siciliane,  imitazione  stret- 
(sima   del  Delatore  del  Prati. 


260  CAPITOLO  I. 

il  suo  saluto;  accolto  con  una  stretta  di  denti  e  con  imi 
precazioni  inarticolate  il  suo  sorriso.  Si  parla  di  funzioni 
ecclesiastiche  finite  male,  di  candelieri  caduti  da'  gra 
dini  dell'altare,  con  pericolo  de'  chierici  funzionanti,  di 
fiamme  appiccatesi  ad  un  paramento  di  chiesa  per  la 
sua  presenza  \ 

Conosco  altro  prete  non  dissimile  al  N.,  un  certo  B. 

cappellano  sacramentale  del  più  popoloso  rione  a  mezzo 

giorno  di  Palermo.  Da  lui  quei  parrochiani  non  vogliono 

essere  sposati,  non  vogliono  battezzati  i  bambini,  non  vo 

glino  benedetti  i  morti.  Dicono  perfino  che  gli  attestai' 

di  povertà,  di  nascita,  di  matrimonio  staccati  da  lui  nel 

ì  Archivio  parrocchiale  non  sortiscano  nessun  effetto.  Ri 

cordo  da  ultimo  che  il  più  celebre  jettatore  di  quest'ul 

timo  mezzo  secolo  in  una  grande  città  nostra  prende  < 

dà  nome  ad  an  comune  della  nostra  Isola,  alla  cui  sta 

zione  chi  giunge  col  treno  ferroviario  trema  solo  a  sèn 

tirlo  mentovare.  L'impiegato  che  s'avvicina  a'  vagoni  pe 

invitare  i  passeggieri  a  scendere,  nomina  la  stazione  a  voo 

bassa,  come  se  essa  gli  facesse  nodo  alla  gola,  come  se  un 

vera  jettatura  gli  posasse  sul  capo.  Nessuno  parla,  ne« 

suno  guarda  le  nove  enormi  lettere  che  un  povero  arti 

sta  da  strapazzo  dipinse  in  quella  stazione.  In  una  cam, 

pagna  a  un  chilometro  dal  comune  innominabile  è  ui| 

1  Mi  accade  più  d'una  volta  d'incontrarmi  con  lui  per  istradi! 
e  di  vedermi  abbandonato  da  qualche  amico  col  quale  andavo,  sol) 
perchè  il  N.  mi  salutava  e  qualche  volta  anche  mi  si  accostava  p» 
muroso.  Uno  di  questi  amici  m'ebbe  un  giorno  a  minacciare  è 
rompere  le  sue  relazioni  con  me  se  quind'innanzi  trovandomi  co  f 
lui  mi  sarei  più  fatto  accostare  da  quel  jettatore! 


LA  JETTATURA  ED  IL   MALOCCHIO  261 

amile  abituro,  al  quale  nessuno  si  accosta,  e  dove  dormono 
1  sonno  eterno  gli  avanzi  mortali  di  quell'uomo,  che, 
lasciato  Palermo,  andò  a  trovare  in  quel  paesello  la  morte. 
Per  una  serie  di  circostanze,  che  formano  una  vera  odis- 
sea, quelle  ossa  rimangono  tuttavia  insepolte.  Non  pos- 
sono trasportarsi  nel  comunello,  perchè  non  ce  le  vo- 
gliono i  paesani;  non  possono  trasportarsi  in  Palermo, 
ìerchè  il  Governo,  per  non  so  quale  articolo  di  regola- 
nento  sanitario,  si  oppone  1. 

1  Sulla  Iettatura  in  Italia  potrà  consultarsi  per  Napoli:  Valletta, 
icalata  sul  Fascino,  volgarmente  detto  Iettatura;   Napoli  1777  e 
787,  1814,  1818,  1819,  1834,  1836,  1881;  Schioppa,  Antidoto  al  Fa- 
cino detto  volgarmente  Iettatura  per  servire  d'appendice  alla  ci- 
ntata  di  N.   Valletta;    Napoli,   1830;   Maruci,  Capricci  sulla  Ia- 
ttura ;  Napoli  1815;    (Carducci),  La  Iettatura  a  Fenicio  Pimene 
\edicata  (senz'altro)  ;  C.  Flandini,  Études  et  souvenirs  de  voyages 
ire  Italie  et  ere  Suisse,  I,  26,  Paris,  1838;   Bidera,  Passeggiata  per 
{apoli  e  contorni,  v.  I,  p.  204;  Napoli,  1845;  Robello,  Cenno  en- 
eo intorno  ad  alcuni  costumi  ed  usi  napolitani,  cap.  XII;  Firen- 
K  1850;  Monnier,  Naples  et  les  Napolitains,  e.  VII;  nel  Tour  du 
tonde,  Paris,  1861,  deuxiéme  semestre;   L.  Du  Bois,  Lettres  sur 
Italie  et  ses  musées,  p.  29,  194;  Bruxelles,  1874;  Dumas,  Impres- 
ons  de  voyage:  Le  Corricolo,  I,  e.  XV:  La  Iettatura;  Paris,  1878; 
;iccarino,  La  Iettatura  collocata  fra  le  scienze  naturali;  poemetto 
\ernesco  in  ottava  rima;   Napoli,   1876;    Gabrielli,   La   Iettatura, 
;lla  Napoli  Letteraria,  nuova  serie,  an.  Ili,  n.  XXX;  Napoli,  24 
Jglio    1886;    Mezzanotte,   Don  Michele   Gargano   jettatore,   nella 
azzetta  Letteraria,  an.  X,  n.  38;  Torino,  18  sett.  1886.  —  Per  la 
alabria,    Picorini-Beri,    In    Calabria:    Stregonerie;    In    Calabria: 
fa   i   due   mari,   nella   Nuova  Antologia,  an.  XVIII,   fase.  XVIII- 
XI;  Roma,  1883;  Dorsa,  op.  cit.,  p.  119.  -  Per  gli  Abruzzi,  Pan- 
\^  Saggio  di  uno  studio  sul  dialetto  abruzzese,  pp.  75-78  ;  Lanciano, 
85.  —  Per  le  Marche,  Castellani,  op.  cit.,  p.  14.  —  Si  consulti 


262  CAPITOLO  I. 

inoltre:  Pardi,  Scritti  vari,  v.  Ili,  p.  233;  Palermo,  1873;  Vannucci, 
Storia  dell'Italia  antica,  terza  edizione,  v.  I,  pp.  94-95  ;  Milano,  1873  ; 
Pico  Luri  di  Vassano  (L.  Passarmi),  Modi  di  dire,  p.  232;  Roma, 
1875;  Robba,  La  Iettatura  secondo  Democrito,  nella  Rivista  di  Fi- 
losofia scientifica,  v.  VI;  Torino,  febbraio  1887;  Tuchmann,  La 
Fascination,  in  corso  di  stampa  nella  Mélusine,  tt.  II,  IH,  IV  ;  Paris, 
1886-88  (gli  appunti  riguardanti  l'Italia  sono  nel  e.  I,  2,  t.  II,  co- 
lonne 385-81)  ;  Grossi,  Il  Fascino  e  la  Iettatura  nell'antico  Oriente; 
Milano,  1886,  Mancini,  Iettatura  e  scongiuri,  nella  Nuova  Antologia 
v.  XII,  serie  III,  Roma,  16  dicembre  1887,  p.  656  e  seguenti. 


II.  Mesi  e  Giorni. 

La  credenza  a  mesi  ed  a  giorni  fausti  ed  infausti,  buoni 
o  cattivi  è  volgarissima  tra  noi;  ed  io  ne  dirò  quel  tanto 
che  so  studiandomi  di  richiamare  appena  qualche  fatto 
cennato  in  proposito  nel  corso  di  quest'opera.  Al  Ve- 
nerdì, giorno  celebre  nelle  superstizioni  siciliane,  con- 
sacrerò uno  speciale  capitolo. 

Tra'  mesi  dell'anno  Marzo  è  quanto  di  più  triste  e 
idi  funesto  si  possa  immaginare.  Pazzo  di  sua  natura, 
rare  volte  rida  la  salute  agli  infermi;  spesso  la  toglie 
ai  sani: 

E  trasi  Marzu  pri  li  'nnamurati: 
A  cu'  duna,  a  cu'  leva  la  saluti: 

?d  ha   un  gusto   maledetto   di  portar  via   i  poveri  vec- 
chi, pe'  quali  ha  una  avversione  che  vorrei  dire  innata: 
Marzu  è  lu  misi  di  li  vecchi. 
Lu  vecchiu  e  lu  gaddazzu 
Si  li  porta  lu  misi  di  Marzu   (Siculiana) . 
I  vecchi,  dal  canto   loro,   lo   detestano   a   morte,  e  si 
acconta  di  una  donnicciuola,  la  quale  sullo  scorcio  del 
iiese  di  Marzo,  lieta  che  esso  volgesse  alla  sua  fine,  uscì 
|  escandescenze  e  si  lasciò   sfuggire   una  esclamazione 


264  CAPITOLO    II. 

contro  di  esso;  di  che  fortemente  adontato,  Marzo  vendi- 
cativo la  punì  facendosi  prestare  dal  suo  amico  Aprile 
tre  giorni  per  tòrla  di  mezzo;  e  la  cosa  passò  in  prover- 
bio \ 

Per  giudicare  poi  della  tristizia  di  questo  mese  basta 
sapere  che  esso  cagionò  la  morte  a  Gesù  Cristo: 

Marzu   è  tantu  tristu 
Ca  detti  morti  a  Cristu. 

E  così  si  capisce  perchè  sia  tanto  tenuto  e  dispettato 
dal  popolo,  uno  del  quale  in  Palermo,  il  famoso  zio  Mar- 
tino, proprietario  d'una  bottega  alla  Piazza  Ballarò,  aven- 
do perduto  durante  la  sua  lunga  vita,  sempre  in  questo 
mese,  padre,  madre,  moglie,  figli,  nipoti,  cognati,  cugini, 
rimasto  solo,  per  timore  che  anche  a  lui  toccasse  di  morire 
in  quel  mese,  volle  tutti  gli  anni  scongiurarlo  come  poii 
fece.  Affacciandosi  la  notte  del  31,  alle  12  in  punto,  ad 
una  sua  ringhiera,  in  mezzo  al  popolo  festante  e  plaid 
dente  egli  bagnava  il  sottostante  terreno  col  soverchio 
peso  della  sua  vescica.  E  quando  per  rispetto  alla  pub- 
blica decenza  l'Autorità  di  P.  Sicurezza  glielo  impedì,  egli  i 
dapprima  fece  venir  fuori  della  sua  stanza  per  un  tubo 
di  latta  del  liquido;  poi  prese  ad  uscire  per  la  provincia 
ripetendo  la  ridicola  scenata  a'  Sette  Cannoli,  a  Monte- 
lepre  ecc.  Oggi  La  /?....  di  hi  zu  Martinu  è  rimasta  tra- 
dizionale. 

I  mesi  di  Maggio  e  di  Agosto  sono  tra'  più  infausti. 
Credesi  fermamente  che  solo  in  essi  accadono  con  maggior 
frequenza  le  più  terribili  disgrazie,  provocate  da  un  non- 

1  Fiabe  e  Leggende,  nn.  CXXXVI  e  CXXXVII. 


MESI  E  GIORNI  265 

nulla,  come,  a  cagion  d'esempio,  rotture  di  gambe  e  di 
braccia,  gravi  cadute,  morti  repentine,  perdite  impre- 
viste. 

Nei  detti  mesi  fa  d'uopo,  soprattutto,  guardarsi  dal 
riempir  materasse  da  letti,  come  dall'usar  nuove  granite; 
perchè  si  crede  che  siffatte  cose  in  quei  mesi  apportino 
infallibilmente  sventure  (Nicosia). 

Ne  in  Maggio  ne  in  Agosto  torce  filo  chi  teme  della 
prossima  morte  sua  o  di  quella  de'  suoi  figli  (Mazzara)  3. 
Quindi  bisogna  andar  molto  oculati. 

Per  ischerzo  in  tutta  l'Isola  si  dice  che  Maggio  è  il 
mese  degli  asini  (Maju  è  lu  misi  di  li  scecchi),  ed  in  qual- 
che comune,  che  settembre  è  quello  de'  cani  (Pietra- 
perzia). 

Come  il  1°  Maggio  i  giovani  e  le  giovani  festeggiano 
il  maio,  cosi  il  1°  Agosto  si  prende  per  giuoco  alle  fidan- 
zate qualche  oggetto  di  uso  che  si  va  a  mettere  in  pegno 
oer  una  ghiottoneria  qualunque.  Le  cose  prestate  in  buo- 
ìa  fede,  per  antica  consuetudine,  non  si  restituiscono  più; 
;  però  sciocco  chi  si  lascia  cogliere! 

Tutti  sappiamo,  ed  il  ripeterlo  è  superfluo,  che  i  ma- 
rimoni  d'Agosto  finiscono  male  2. 

In  quest'opera  ho  detto  de'  giorni  fausti  ed  infausti  a' 
cambini  ohe  nascono  3.  Posso  aggiungere  ora  che  chi  na- 
\ce  di  Lunedì,  capo  di  settimana  come  dice  il  popolino, 

1  Castelli,  Credenze,  p.  44.  Pai.  1878. 

2  Spettacoli  e  Feste,  pp.  253  e  338.  Cfr.  anche  il  voi.  II  di  questi 
fai,  p.  40. 

'  Vedi  voi.  II,  p.  131. 


266  CAPITOLO    II. 

sarà  un  uomo  vaiente;  chi  nasce  di  Martedì,  riuscirà  un 
briccone,  chi  di  Sabato,  un  santo  (Modica). 

S'è  già  visto  come  il  primo  Lunedi  d'ogni  mese  sia 
propizio  alla  invocazione  della  Sorte  1.  Forse  col  mede- 
simo intendimento  certe  donnicciuole  ogni  lunedi  fanno 
qualche  passo  fuori  l'uscio  di  casa,  pigliano  un  ciot- 
tolo (rocca),  un  sassolino  qualunque  e  lo  portano  dentro 
traendone,  a  lor  modo  di  vedere,  auspici  buoni  o  cattivi 
(Ragalmuto,  Raffadali). 

Come  a'  tempi  dell' Auria,  così  ai  nostri,  molti  Siciliard 
«  non  vogliono  uscir  denari  di  Lunedì,  ne  anco  il  1°  del 
mese  pagare  a  nessuno,  perchè  dicono  che  è  malo  augurio, 
e  per  contrario  tengon  che  entrando  alla  persona  denari 
nel  Lunedì  è  buon  augurio  »  2. 

Tre  Lunedì  dell'anno  son  poi  fatali:  il  primo  Lunedì 
di  Aprile,  il  primo  Lunedì  di  Agosto,  il  primo  Lunedì» 
di  Dicembre,  apportatori  tutti  e  tre  di  molte  disgrazie 
(Palermo). 

Il  Martedì  è  giorno  tristo,  perchè  in  esso  gli  spiriti 
maligni  hanno  grande  agio  di  esercitare  il  loro  fascino 
pernicioso.  Quan'dero  fanciullo  —  mi  scrive  il  Guastella 
—  una  vecchia  serva  mi  dicea  che  Giuda  nacque  il  Mar- 
tedì, e  che  perciò  quel  giorno  era  infausto,  e  fu  dedicato 


poi  all'Angelo  Custode  per  tutelarci  contro  le  battaglie  de 
demonio.  A  buon  conto  il  proverbio  Né  di  Vènnari  ecc. 
non  vuole  viaggi  né  matrimoni  in  tal  giorno 3.  Di  fatti 


Vedi  a  pag.  202  del  presente  volume. 

Auria,  Miscellanee   citate   a   p.  257    del   presente  volume. 

Vedi  v.  II,  p.  50,  ed  il  presente,  p.  256. 


MESI  E  GIORNI  267 

chi  intraprenda  in  Martedì  un  viaggio  (e  per  viaggio  i 
nostri  antichi  intendeano  il  tradursi  da  uno  in  un  altro 
comune)  o  non  arriverà  alla  meta,  o  morirà;  e  chi  spo- 
serà anche  di  Martedì,  o  morrà  entro  l'anno,  o  sarà  co- 
ronato dalla  moglie   (Modica). 

Il   Sabato   è  giorno   di   allegrezza,  perchè  dedicato   a 
Maria: 

Lu  Sabbatu  si  ciama  allèria-cori, 
Miatu  cu'  l'ha  bedda  la  muggèri! 
E  cu'  l'ha  brutta,  cci  scura  lu  cori, 
Cci   dispiaci  lu  Sabbatu  ca  veni    {Modica)  \ 
Se,  come  vedremo  più  innanzi,  il  Venerdì  è  invaria- 
bile, il  Sabato  è  variabilissimo,  e  anche  nelle  giornate 
peggiori  il  sole  dovrà   affacciarsi   sette  volte  almeno: 

Lu  Sabbatu  lu  suli  affaccia  setti  voti, 
per  le  sette  grandezze  della  Madonna,  dicono  in  Chia- 
ramente; pei  cornuti,  dicono  in  Modica,  non  so  per  quale 
leggenda  : 

Lu  Sabbatu  d'  'i  cumuli 
Lu  suli  affaccia  setti  voti. 

«  La  sera  del  Sabato  la  conocchia  dev'essere  vuotata 
né  deve  lasciarsi  lavoro  incompiuto,  imperocché  vi  si  ada- 
gia  altrimenti  la  vecchia,  o   la  morte  o  il  diavolo   che 

sia  »  2. 

La  Domenica  è  festa  per  tutti,  di  buon  augurio  per 
molti.  La  bella  della  poesia  popolare  non  nasce  se  non  in 
jquesto  giorno3.  I  fanciulli,  lieti   che  la  Domenica  s'av- 

1  Guastella,  Le  Parità,  p.  27. 

2  Castelli,  Credenze  p.  46.  Pai.  1878. 

3  Race,  ampi.,  nn.  103  e  380. 


268  CAPITOLO   II. 

vicini   e   potranno   mangiar  meglio   che   nella   settimana 
tutta,  la  sera  del  Sabato  cantano: 

Dumani  è  festa: 
Si  mancia  'a  minestra; 

'A  minestra  è  cotta, 
Si    mancia    'a    minestra; 

Ricotta  è  salata, 
Si  mancia  'nzalata; 

'Nzalata  'un  ni  vuogghiu, 
Ddocu  veni  lu  'mbrogghiu   (Palermo)  \ 

Ed  anche: 

Dumani   è   Duminica: 
Si  tagghia  'a  testa  a  Minica; 
Minica  nun  cc'è,: 
Cci  tagghiamu  'a  testa  ò  re  (Palermo)  \ 

Darò  fine  a  questi  appunti  ricordando  che  chi  nasce 
alle  12  meridiane  di  qualunque  giorno  della  settimana 
viene  su  scaltro  e  indovino  (Catania)  ;  e  che  in  quell'ora 
precisa  e  alla  mezzanotte  in  punto  non  è  lecito  uccidere 
un  rettile  qualsisia,  potendone  seguire  gran  danno.  Per 
la  quale  ora  notturna  corre  la  seguente  canzonetta,  che 
i  fanciulli  ripetono,  come  l'altra  consimile  per  il  mezzo- 
giorno 2  : 

Menzannotti, 
Li  pisci  su'  cotti, 
La  tavula  misa, 
Lu  surci  'n  cammisa  (Bagheria)  3. 


1  Canti,  v.  II,  n.  784. 

2  Vedi  a  p.  99. 

3  Canti,  v.  II,  n.  783. 


III.  Il  Venerdì. 

Nel  Venerdì,  giorno  della  passione  di  Gesù  Cristo 
(e  così  pure  nel  Martedì),  non  s'imprende  nessun  viag- 
gio se  non  si  vuole  incorrere  in  una  disgrazia;  il  pro- 
verbio canta  chiaro: 

Né  di  Vènnari,  né  di  Màrtiri 
Nun    ti    mòviri,   né    ti   pàrtiri  \ 

In  Palermo  non  s'indurrebbe  a  nessun  patto  un  ca- 
pitano mercantile  a  mettersi  alla  vela  di  Venerdì:  bi- 
sogna attendere  la  mezzanotte  del  Sabato  perchè  egli 
lasci  il  porto.  Una  volta  che  un  capitano  volle  fare  a 
meno  della  costumanza  la  pagò  ben  cara;  durante  il  viag- 
gio levossi  una  tempesta  sì  forte  che  fu  a  un  pelo  di  per- 
dere col  bastimento  anche  la  vita.  Questo  fatto  si  at- 
tribuisce tradizionalmente  fra  la  gente  di  mare  quando  a 
Tizio,  quando  a  Sempronio;   l'ultimo  cireneo  di  questa 

1  Così  anche  in  Fabriano,  secondo  Marcoaldi,  Le  Usanze,  p.  74; 

»  e  in  Piemonte,  secondo  De  Gubernatis,  Storia  comparata  degli  usi 

nuziali   in   Italia,  lib.   Ili,   e   Ida   von    Duringsfeld,   Lieben   und 

Frauen  in  Piemont,   nella   Illustrierte   Frauen-Zeitung   di   Berlino, 

anno  II,  n.  22. 


270  CAPITOLO  III. 

tradizione  è  il  vecchio  marinaio  Gaspare  Danna  da  Pa- 
lermo. 

Il  Venerdì  è  quasi  sacro  al  riposo  ed  alla  meditazione. 
In  un  manoscritto  di  incerto  autore  conservato  nella  Bi- 
blioteca Comunale  di  Palermo  si  avverte  che  a  tagliare 
di  Venerdì  e  di  Martedì  abiti  e  vestiti,  si  corre  pericolo 
di  farli  corti  e  di  perdervi  il  drappo  \  mentre  altri  dice 
che  essi  non  durano  niente,  come  nessuna  cosa  dura  che  si 
inizii  in  quei  giorni.  In  Trapani  chi  rispetta  il  Venerdì 
non  compra  drappi,  tele,  tessuti  od  altro  per  abiti  o  per 
uso  domestico.  In  tutta  l'Isola  nessuno  indossa  per  la  pó- 
ma volta  un  abito  nuovo,  col  timore  che  gli  possa  servire 
come  veste  mortuaria  ;  molti  non  solo  non  cominciano,  ma 
neanche  finiscono  un  lavoro. 

In  Palermo  alcuni  burattinai  sospendono  le  rappre- 
sentazioni della  storia  dei  paladini. 

Con  questo  principio  di  non  dover  dar  opera  a  nulla, 
sarebbe  imprudenza  celebrare  le  nozze.  Dal  riferito  pro- 
verbio risulta  che  il  matrimonio  di  Venerdì  è  quasi  pro- 
scritto più  severamente  e  recisamente  che  nei  mesi  di 
maggio  e  di  agosto,  i  quali,  come  avvisano  gli  antichi  det- 
tati, sono  poco  felici 2.  Un  matrimonio  di  Venerdì  non 
sarà  rallegrato  da  gioie  domestiche;  le  sventure  si  accal- 
cheranno l'una  sull'altra;  se  non  si  stenterà  la  vita  per 
istrettezze,  si  soffrirà  nella  salute;  se  non  morrà  uno  dei 
coniugi,  non  s'avranno  punto  figliuoli  e,  avendosene,  mor- 

1  Miscellanee  raccolte  da  Vincenzo  Auria:  Superstizioni  di  que- 
sti nostri  paesi.  Ms.  con  la  segnatura  Qq.  A  28  e  stampato  da  me 
neWArchivio  delle  tradizioni  popolari,  v.  II,  pag  131. 

2  Vedi  v.  II,  pp.  18-49. 


IL    VENERDÌ  271 

ranno.  In  Ucria,  in  giorno  di  Venerdì  non  si  celebra  nes- 
sun battesimo;  in  Palermo  nessun  servitore  o  cocchiere, 
nessuna  nutrice,  nessuna  cameriera  si  mette  per  la  pri- 
ma volta  al  servizio  in  una  casa  nella  quale  si  sia  allogata  ; 
fatti  i  patti  e  fissato  tutto,  p.  e.,  il  Giovedì,  entra  in  ser- 
vizio il  Sabato. 

Per  questa  coscienza  della  nefastità  del  Venerdì  si  suol 
lire: 

Unni  cc'è  lu  bon  àbbitu, 

Cci  vaju  lu  Vènnari  e  lu  Sabbatu, 

Ipiasi  voglia  dirsi:  il  Venerdì  è  cattivo,  lo  so;  eppure 
love  son  persone  buone  ed  abitudini  oneste,  anche  di 
Venerdì,  come  di  Sabato,  io  sarò  per  andare; 
!  Ridere  di  Venerdì  è  un  offendere  la  Divinità.  Pur  met- 
odo da  parte  la  idea  religiosa,  la  quale  peraltro  s'è  con- 
aturata  così  nella  mente  d'ognuno  da  non  potersi  più 
ansiderare  astrattamente  dalle  azioni  della  vita,  il  riso 
I  detto  giorno  non  s'accoglie  agevolmente;  v'è  qualche 
>sa  d'ignoto,  d'indefinito  che  aliena  dalla  giocondità  e 
al  buon  umore,  e  non  senza  ragione  si  dice  che 

Cui  ridi  lu  Vènnari,  chianci  lu  Sabbatu, 
(overbio  che  sebbene  nella  intenzione  di  chi  l'usa  non 
j)bia  un  significato  in  tutto  e  per  tutto  rispondente  al 
fcso  nostro,  pure  dee  averlo  avuto  fin  nella  sua  ori- 
ne come  in  parte  l'ha  nello  spirito  di  chi  lo  ripete.  La 
fletta  e  gli  adornamenti  di  Venerdì  spiacciono  a  Dio, 
tnon  si  fanno.  Altri  osserverà  che  ciò  è  consigliato  dalla' 
iwnoria  della  passione  del  Redentore;  ma  una  novel- 
ta  popolare  vorrebbe  affermar  l'esistenza  della  troppo 


272  CAPITOLO  III. 

scrupolosa  costumanza  già  prima  della  morte  del  Naza- 
reno. Si  racconta,  di  fatti,  che  quando  il  Maestro  (il  Mae- 
stro è  G.  Cristo)  viaggiava  pel  mondo  insieme  co'  suoi. 
Apostoli,  un  giorno  di  Venerdì,  essendo  assetato,  chiese 
a  una  donna  che  si  stava  pettinando  un  po'  d'acqua;  la 
donna,  infastidita,  gliela  negò  con  mal  piglio,  ed  il  Mae 
stro  esclamò: 

Mmaliditta  chidda  trizza 

Chi  di  Vènnari  si  'ntrizza! 

Procedendo  innanzi,  il  Maestro  chiese  ed  ebbe  dell'acqu 
da  una  donna  che  impastava  farina  per  farne  del  pane;  e 
egli  sentenziò  benedicendo: 

Biniditta  chidda  pasta 

Chi  di  Vènnari  si  'mpasta! a 

Ma  in  Montemaggiore  (prov.  di  Pai.)  la  novellina  hi 
una  variante  ben  più  pietosa.  Un  giorno  di  Venerdì  Ma 
ria  andava  in  cerca  del  Figlio!  suo.  Accostatasi  a  uni 
donna  che  si  stava  pettinando  le  chiese  se  avesse  vist< 
passare  Gesù;  costei  rispose  con  mal  garbo.  Così  avvenni 
dWaltra,  che  pur  si  stava  abbigliando.  Finalmente  ac 
costatasi  a  una  donna  che  manipolava  della  pasta,  ed  avu 
tane  la  notizia  che  desiderava,  la  benedisse  coi  cennat 
versi  siccome  avea  maledetto  le  prime  due  donne. 

Quest'uso  di  non  lisciarsi  né  adornarsi  di  Vene 
va  a  poco  a  poco  smettendosi,  ma  pur  sempre  si  osse 
da  persone  pietosamente  religiose. 

Il  mangiare  di  magro  è  una  delle  penitenze  prescritt 

1  Cfr.  le  mie  Fiabe  e  Leggende,  n.  XXXVII  e  la  variante  abn 
zese  in  De  Nino,  Sacre  Leggende,  pp.  33.  Firenze,  1887. 


ìat 

: 


ih   VENERDÌ  273 

dalla  Chiesa  \  e  non  si  può  considerare  come  tradizione 
di  origine  affatto  popolare.  Tuttavia  si  può  notare  che 
il  precetto  in  Sicilia  fu  sempere  osservato  con  la  maggiore 
scrupolosità  e  dal  popolo  e  dal  magistrato  del  comune. 
Jn  un  frammento  di  leggenda  sulla  passione  di  Gesù 
^Cristo,  Maria  udito  di  un  ferraio,  il  quale  viene  fabbri- 
cando una  lancia  e  tre  chiodi  da  essere  confitti  nel  corpo 
al  suo  divin  Figliuolo,  cade  in  isvenimento;  risensata, 
esclama: 

—  Cammaràtivi  lu  Sabbatu,  cà  vogghiu, 
Guardàticci  lu  V erniari  a  me  Figghiu; 
E  l'acqua  di  lu  mari  è  comu  l'ogghiu 
Guardàticci  lu  Vènnari  a  me  Figghiu. 
Pozza  addumari  comu  adduma  Foggimi 
Cu'  'un  cci  guarda  lu  Vènnari  a  me  Figghiu  !" 

Ne'  bandi  di  Palermo  v'è  una  provvista  del  1330,  la 
quale  vietava  a'  tavernai  di  comperar  pesce  al  di  là  di 
quello  che  fosse  necessario  per  la  propria  casa  nel  giorno 
di  Venerdì  come  in  quello  di  Sabato,  e  di  cuocerne  e 
venderne  agli  avventori;  e  questo,  senza  meno,  perchè 
[il  pesce  potesse  bastare  al  popolo  che  dovea  necessaria- 

1  Anche  ai  latticini  si  estendeva  la  privazione;  ed  un  motto  pro- 
verbiale, che  ora  è  una  specie  di  scherzo,  dice:  Cosi  novi,  ricotta 
li  Vènnari! 

2  Cammaràrisi,  v.  intr.  rifl.,  mangiar  di  grasso  né'  giorni  proi- 
>iti  dalla  chiesa. 

L'etimologia  di  questo  verbo  sarebbe  càmmara  (camera),  ed 
ivrebBe  ragione  nell'uso  che  aveano  i  frati  di  mangiare  in  cella 
càmmara)  quando  erano  ammalati  e  doveano  mangiar  di  grasso. 
>e  questa  origine  non  è  vera,  me  ne  chiamo  in  colpa  io  stesso. 


18. 


274  CAPITOLO  III. 

mente  comperarne,  essendo  proibito  l'uso  della  carne  1. 
—  Né  posso  lasciar  le  prammatiche  siciliane  senza  ri- 
cordarne una  del  1554,  che  ogni  Venerdì  chiamava  i 
Giudici  post  prandium  ad  causas  fiscales  referendas  ed 
ordinava  che  de  mane  et  post  prandium  causas  expe- 
diant 2. 

Non  ho  modo  né  tempo  per  consultare  con  un  po' 
d'attenzione  la  mia  raccolta  di  proverbi  siciliani;  ma  pos- 
so affermare  che  il  Venerdì  in  generale  e  qualche  Ve- 
nerdì dell'anno  in  particolare  hanno  nella  paremiolo'ia 
nostra  una  certa  importanza.  Un  proverbio  dice: 

Vènnari  Zuppiddu 

Cui  min  si  càmmara,  sàcusu  è  pr'iddu8; 

e  vale:  Chi  non  mangia  di  grasso  nel  Venerdì  che  pre- 
cede la  settimana  del  Giovedì  Grasso,  suo  danno»;  pro- 
verbio analogo  a  quest'altro: 

Lu  Vènnari  Zuppiddu 

Cui  nun  ha  dinari,  mali  è  pr'iddu; 

laonde  il  Venerdì  Zoppetto  rappresenterebbe  il  rovesci 
della  medaglia   del  Venerdì  Santo. 

E  tornando  alle  ubbie  vuoisi  osservare  che  contrai 
tando  affari  in  Venerdì  andranno  a  male  le  operazion 
e  si  farà  perdita  del  guadagno.  Qualunque  argomento 
si  metta  in  campo  per  concludere  una  cosa,  non  avrà  mai 
valore;  e  si  dice  per  analogia  di  significato: 
Raggiuni  di  Vènnari  sunnu  màghiri. 


1  De  Vio,  Felicis  et  fidelissimae  urbis  Panormitanae  Banda  et 
Privilegia  etc.  pag.  118-119:  De  tabernariis  et  fundacariis. 

2  Pragmaticarum  Regni  Siciliae  Ampia  Collectio,  t.  I. 

3  Variante  del  proverbio  da  me  cit.  a  p.  36  de'  Prov.  sic,  v.  Ili 


I 


IL    VENERDÌ  275 

La  chiave  di  una  casa  recentemente  appigionata  aon 
si  riceve  di  Venerdì;  né  il  padrone  è  molto  disposto  a 
consegnarla. 

Questo  per  le  occasioni  liete  o  tenute  come  liete;  figu- 
riamoci poi  per  le  tristi!  Una  malattia  che  incominci 
di  Venerdì  è  una  sventura  bell'e  preparata:  è  un  av- 
viamento alla  sepoltura.  —  Di  Venerdì  nascono  le  empe- 
tiggini,  che  solo  il  giono  appresso  potranno  curarsi1. 

In  quasi  tutti  i  comuni  della  zona  meridionale  di 
Palermo,  e  nominatamente  in  Piana  dei  Greci,  Parco, 
S.  Giuseppe  Jato,  si  ritiene  che  nessun  ladro  oserebbe 
rubare  o  tener  pa$so  di  Venerdì,  vuoi  per  rispetto  al 
Signore,  vuoi  per  timore  che  venga  scoperto  il  suo  furto. 
Le  statistiche  criminali  della  nostra  provincia  son  lì  a 
far  fede  di  questa  astinenza,  per  la  quale  è  fatta  sicurtà 
anche  a'  più  timidi  proprietari  di  poter  attraversare  per 
lungo  e  per  largo  la  provincia  senza  aver  tòrto  un  capello 
dal  capo.  (Se  i  ministri  delle  finanze  d'Italia  avessero 
un  po'  di  questa  religione  del  Venerdì,  farebbero  an- 
ch'essi un  briciolo  di  penitenza,  fosse  anche  di  non 
imporre  per  quel  giorno  nuove  tasse).  In  Montevago,  Men- 
iti ed  altri  comuni  sono  i  Venerdì  di  marzo  i  più  perico- 
losi per  la  quasi  certezza  della  scoperta  d'un  furto,  d'un 
omicidio  ecc.,  perchè  nulla  si  può  mai  fare  di  Venerdì 
bhe  presto  o  tardi  non  si  risappia.  Si  dice,  di  fatti,  che 
Lu  Vènnari  è  malu  curaggiu,  o  'un  è  curaggiu,  cioè  che 
!  un  malinteso,  un  cattivo  coraggio  quello  di  mettersi 
i  rubare  di  Venerdì,  perchè  la  cosa  verrà  a  scoprirsi. 

Cfr.  nella  mia  Medicina,  la  voce  Empetiggine. 


276  CAPITOLO  III. 

Il  Venerdì  è  invariabile  tanto  fisicamente  quanto  mo- 
ralmente, così  nel  bene  come  nel  male.  Se  piove,  non 
ispioverà  affatto;  se  è  sereno,  rimarrà  sereno.  In  uno 
de'  mss.  inediti  del  Villabianca  conservato  nella  Bi 
blioteca  Comunale  di  Palermo,  leggesi  questo  prover 
bio   comunissimo   oggidì: 

Lu  Vènnari    [è]    di   natura: 
Comu   agghiorna,  accussì   scura *  ; 

cioè:   se   di   Venerdì   le   cose  s'iniziano   bene,   andranno 
bene  per  tutto  il  giorno;  se  male,  male. 

Ma  se  il  Venerdì  è  così  nefasto  per  ogni  atto  della  : 
vita,  grande  o  piccolo  che  sia,  tale  non  è  per  la  na- 
scita. Solo  un  canto  popolare  fa  nascere  di  Venerdì 
uno  sventurato  ;  ma  costui  fa  eccezione,  e  non  v'è  cosa  I 
che  non  gli  vada  a  rovescio,  compresa  questa  di  vi- 
vere a  disagio  non  ostante  che  nato  di  Venerdì.  Il  canto 
è  variante  di  altro  edito  e  dice: 

Di  Vènnari  nascìu  lu  svinturatu, 

Nascìu  'ntra  li  cuntorni  di  la  luna; 

Stesi  tri  jorna  lu  suli  ammucciatu, 

Li  quattru  jorna  cumparsi  la  luna, 

Li   cincu  jorna  l'ariu  stiddatu, 

A  li  sei  jorna  lu  mari  'n  furtuna, 

Setti   sunnu  li   donni  ch'haju   amatu, 

E  tutti  l'haju  persu  ad  una  ad  una  (Raffadali)  2. 

Fatta  questa  unica  e  sola  eccezione,  benedetta  quella 
madre  che  partorisce  di  Venerdì;!  Fortunata  quella  crea- 
tura  che   viene   alla  luce  in  tal   giorno!   Pei  Veneti   di 

J  Opuscoli  siciliani,  t.  IX,  op.  II,  Qq  E  85,  in  fol. 
2  Race,  ampi.,  n.  3114. 


il  venerdì  277 

Rovigo  il  nato   di  Venerdì  è  senza  fiele;  ma  pei   Sici- 
liani è  forte,  valente,  scaltro,  forse  anche  furbo.  Il  natii 
di  Vènnari,  che  dicesi  pure  vinnirinu,  è  nato  fatto  per 
le  imprese  più  difficili,  e  cresce  prosperoso  a  battaglia. 
La  potenza  di  lui  si  spinge  fino  a  maneggiare  imp  mie- 
mente  rettili  velenosi  di  qualsivoglia  natura,  a  far  fronte 
ai  lupi  mannari  per  incider  loro  le  carni  in  modo  che 
ne  sprizzi   sangue  e  così  guariscano  del  mal  di  luna  \ 
potestà   potenza,  invero  prodigiosa,  il   «venerino»   l'ha 
comune  con  coloro  che  nacquero  la  notte  di  San  Paolo  2. 
0  venerino  non  ha  a  temer  nulla  da  nessuno:  se  si  trova 
in  un  frangente,  egli  ne  esce  salvo,  tanto  per  propria  au- 
dacia, quanto   per  soprannaturale   virtù  che   dentro   gli 
dita  e  lo  avviva.  In  un  alterco  egli  non  tiene  peli  in 
>occa,  e  parla  fuori  dei  denti  come  sicuro  del  fatto  suo. 
La  imprecazione  che  egli  manda  coglie  issofatto  e   fer- 
ibile! onde  la  frase  che  ricorre  quando  ad  un  giovane 
:  imprecato»  capiti  male:  Comu  cci  agghiunciu  ssa  ga- 
tìma  nìura!  Gastìma  chi  cci  la  jittau  cu'  nasciu  di  Vèn- 
iari\  V'ha  anche  di  più:  costui  ha  quasi  la  facoltà  di 
edere   le  cose   occulte,   ove   occhio   comune   non   vede, 
i  profetizzar  l'avvenire.  Da  qui  quella  specie  di  sino- 
nimo di  vinnirinu,  che  è  ciaràulu,  voce  usata  per  sigii- 
care  «divinatore  dell'avvenire,  spiegatore  delle  cose^oc- 
ulte  4  ».  Una  donnicciola  che  voglia  darsi  tono  e  farsi 

1  Vedi  a  p.  227. 

2  Vedi  a  p.  212. 

3  Questa    frase   proverbiale    la    trovo    anche   nel    ms.    del    citato 
lessi,  Notizie  della  Sicilia. 

*  Vedi  a  p.  212  del  presente  volume. 


278  CAPITOLO  III. 

credere  qualche  cosa,  quando  entra  in  contesa  con  una 
comare  non  va  tanto  per  le  lunghe:  sia  vero  o  no  ch'ella 
nascesse  di  Venerdì,  taglia   corto   con  la  contendente  e 
dice   che   invano   essa   cerca   di   offenderla   a   parole;    ili 
vicinato  conosce  entrambe,  e  sa  chi  sia  pettegola  e  accat- 
tabrighe e  chi  onorata  e  paciera;   sul  nero  non  ci  può 
macchia;  sereno  di  cielo  non  ha  paura  di  tuoni,  e  via  di 
questo  passo.  Che  se  la  comare  s'argomenta  di  nuocere 
alla  sedicente  buona  e  onorata  donnicciula  con  stregherie, 
la  sbaglia  di  grosso,  perchè  costei  nacque   di  Venerdì 
e  questi  esseri  fortunati  hanno  l'antidoto  della  stregheria 
della  jettatura  ecc.,  e  sopra  di  loro  si  spuntano  le  armi 
delle  fattucchiere  l..  Passando  io  una  volta  per  la  strada 
del  Collegio  di  Maria  al  Borgo  qui  in  Palermo  ebbi  a 
sentire  due   di   queste  donne  bisticciarsi  per  ragione  di 
figli  maschi  e  di  femmine  e  di  un  matrimonio  che  tra  essi 
non  ebbe  più  luogo;  e  l'una,  per  farla  finita,  diceva  al- 
l'altra:   Ammàtula  ammàtula!   me   figghiu   è   vinnirinu, 
e  'un  aviti  chi  cci  faril    (Invano,  invano   [minacciate  di 
nuocergli  con  male  arti]  !  mio  figlio  nacque  di  Venerdì, 
e  non  riuscirete  a  fargli  nulla)  !   C'è  poi  questa  specie 
di   massima:    che   sul   venerino    gli    spiriti   maligni   non 
possono   nulla,   ed   egli   non   aggobbirà;    anzi   da   queste 
virtù  del  venerino,  chi  ha  interesse  di  dirne  male,  trae 

1  La  celebre  novellala  siciliana  Agatuzza  Messia,  della  quale  tanto 
scrissi  nella  prefazione  alla  mia  raccolta  di  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  I 
p.  XVII,  era  venerina,  nata  l'ultimo  Venerdì  di  un  agosto.  Essa  si 
vantava  di  non  aver  avuto  mai  paura,  di  aver  abitato  qualunque 
casa  anche  in  fama  di  cattiva  per  ispiriti  maligni,  e  di  non  essere 
stata  molestata  mai. 


IL    VENERDÌ  279 

argomento  per  mettere  in  mala  voce  il  venerino  stesso 
esclamando:  Malignili  nasciu  di  Vènnari;  ed  anche: 
Nascili  di  Vènnari  pri  malignitati.  E  qui  si  avverta  che 
se  il  Venerdì  della  nascita  è  di  marzo,  il  neonato  forse 
avrà  le  virtù  finora  descritte  (dico  forse,  perchè  la  cre- 
denza in  questo  non  è  sicura)  ;  ma  andrà  soggetto  ad 
accessi  di  epilessia.  Un  vantaggio  singolare  che  hanno 
I  bambini  svezzati  di  Venerdì  è  questo:  che  dimenticano 
mbito  il  latte  e  la  mammella,  e  ciò  per  grazia  di  G.  Cristo 
(Palermo) . 

Nell'anno  poi  v'è  qualche  Venerdì  privilegiato  e  caro 
U  popolo;  il  Venerdì  santo,  p.  e,  è  giorno  notabilissimo, 
I  non  deve  far  meraviglia  se  in  esso  han  luogo  le  maggiori 
privazioni  ed  astinenze  presso  le  pie  persone  che  con- 
emplano  i  dolori  di  G.  Cristo.  Il  digiuno  religioso  si 
raduce  persino  in  trapasso,  che  consiste  in  un  digiuno 
nolto  prolungato1;  penitenza  non  consigliata  da  sacer- 
doti, ma  spontanea  e  piena  di  devozione.  Altri  si  limi- 
ano  a  mangiar  semplicemente  qualche  fettolina  di  pane 
on  acciuga  od  altro  salame;  i  beoni  s'astengono  dal 
ino:   certe  donne  dubbie   dal  far  copia  di  se. 

Il  digiuno  è  così  generale  che  in  Sicilia  digiunano 
nche  gli  uccelli;  credenza  consacrata  in  una  frase  pro- 
emiale che  le  madri  sogliono  ripetere  a'  figliuoli  che 
i  digiuni  non  vogliono  saperne:  Lu  Vènnari-e-ssantu 
il  Venerdì  santo)  dijànanu  maceri  Vaceddi  2.  Le  donne 

1  Spettacoli  e  Feste,  p.   216. 

2  Cfr.  le  varianti  ne'  miei  Prov.  sic,  v.  Ili,  pp.  344  e  345. 


282  CAPITOLO  III. 

Cristo,  è  condannato  sotto  terra  a  girare  attorno  ad  una 
colonna.  Ebbene,  questo  Ma'lco  alle  ore  21  d'ogni  Ve- 
nerdì, appena  sente  sonare  il  mortorio  di  Cristo,  batte 
la  mano  rivestita  d'un  guanto  di  ferro  più  fortemente 
del  solito  sulla  colonna;  e  geme  e  s'affanna  e  delira  cbe 
è  una  pena  a  solo  pensarlo.  Questa  circostanza  completa 
la  leggenda  del  Marcu  dispiratu,  che  appartiene  al  ciclo 
leggendario  evangelico  in  Sicilia.  La  sera  d'ogni  Venerdì 
in  Palermo  le  cantastorie  cantano  per  avere  qualche  sol- 
darello  una  leggenda  della  Passione  di  Cristo.  Molto 
comune  è  lu  Roggiu  di  la  Passioni,  canto  pietoso  nel 
quale  ora  per  ora  si  segna  l'ultimo  giorno  di  vita  del 
Redentore  1. 

Ma  oltre  che  alla  Passione  il  Venerdì  è  sacro  anche 
a  Santa  Venera,  a  San  Francesco  di  Paola,  alle  Anime 
dei  Decollati  ecc.  Per  trovare  in  pieno  fervore  la  devo- 
zione di  Santa  Venera  bisogna  uscir  di  Palermo  ed  andare 
ad  Acireale  sull'Etna,  dove  questa  Santa  ha  particolare 
venerazione;  né  io  dirò  più  che  tanto  di  questa  eroina 
cristiana,  la  quale  in  tutta  Sicilia  ebbe  molti  e  caldi 
devoti,  ed  in  Palermo  un  elogista  fervidissimo 2  e  un 
monte  di  prestito  che  tuttora  porta  il  nome  di  lei.  Nel 
Venerdì  si  va  a  fare  il  viaggio  a  San  Francesco  di  Paola 
e  gli  si  recita  un  rosario.  Ciò  in  Sicilia  e  in  quasi  tutta 

1  Vedi  Canti,  v.  II,  n.  661  ed  anche,  pel  genere,  i  nn.  452  e  963. 
Un'ottava  sul  Venerdì  è  nei  Giorni  della  settimana,  storia  inserita 
nella  Race,  ampi.,  n.  3941.  Cfr.  pure  il  n.  522. 

2  Franc.  Gravina  de  Cruyllas,  Vita  di  Santa  Venera,  da  La- 
tini detta  Veneranda,  da  Greci  Parasceva  ecc.  In  Palermo,  Del- 
l'Isola (1645). 


IL    VENERDÌ 


la  Calabria,  ove  esistevano  conventi  di  frati  detti  Pao- 
lo tti,  da  non  doversi  confondere  con  i  devoti  di  San  Vin- 
cenzo de'  Paoli.  L'origine  di  queste  due  devozioni  in 
Venerdì  sarebbe  la  nascita  della  Santa  e  la  morte  del 
Santo  in  quel  giorno.  Nelle  Anime  dei  corpi  decollati 
di  questo  volume  ho  detto  qualche  cosa  de'  viaggi  che 
fanno  i  devoti  palermitani  ogni  Venerdì  per  recarsi  alla 
chiesa  de'  Decollati  sulle  sponde  del  fiume  Oreto;  sicché 
qui  non  ho  nulla  da  dire  di  nuovo. 

Sarebbe  troppo  lunga  storia  se  io  volessi  seguire  questo 
sacro  e  pericoloso  giorno  nelle  usanze,  pratiche  ed  ubbie 
che  per  esso  e  in  esso  han  luogo  in  Sicilia,  ove  fino  al 
secolo  passato  era  una  Congregazione  del  Venerdì  detta 
del  Peccator  pentito1',  nondimeno  io  le  stimo  poco  im- 
portanti a  petto  di  quelle  fin  qui  messe  in  evidenza. 
A  me  pare,  del  resto,  che  il  già  detto  basti  per  dare  una 
idea  della  religione  del  Venerdì  quale  si  sente  presso  il 
basso  volgo.  Dico  basso  volgo  e  forse  dovrei  dire  anche 
alto,  perchè  qualcuno  dei  pregiudizi  qui  cennati  non  è 
estraneo  alle  persone  còlte.  Certi  pregiudizi  si  attac- 
cano anche  a'  grandi:  ed  è  noto  come  da  quello  del 
Venerdì  non  sapesse  smorbarsi  lo  stesso  Voltaire,  lo  stesso 
Rousseau,  lo  spregiudicato  Gozzi  e  persino  Napoleone  1°, 
che  si  sarebbe  guardato  bene  di  dar  battaglia  o  di  accet- 
tarla in  un  giorno  di  Venerdì.  G.  Rossini,  lo  scettico 
maestro,  l'umorista  dilettante,  che  sapeva  rider  di  tutto 
e  di  tutti,  diventava  serio  serio  quando  sentiva  parlare 

1  Mongitore,  Palermo  ammonito  penitente  e  grato  nel  formida- 
bile terremoto  del  1   settembre  1726,  p.  80.  Palermo,  1727. 


284  CAPITOLO  III. 

del  Venerdì  K  Eppure  la  morte  picchiò  all'uscio  suo  in 
una  notte  di  Venerdì  (13  novembre  1869). 

Fermandomi  col  pensiero  sui  fatti  più  importanti  di 
questo  giorno  io  credo  che  la  ragione  di  essi  sia  da  cer- 
care nelle  origini  del  cristianesimo  e  particolarmente 
nella  passione  di  Gesù.  La  teogonia  pagana,  sotto  l'im- 
pulso della  religione  di  Cristo  si  modificò  in  guisa  da 
originare  una  serie  di  credenze,  di  costumi  e  di  tradi- 
zioni volgari.  La  Chiesa  non  potè,  non  dovette  scrollare 
dalle  fondamenta  il  vecchio  edificio,  e  si  contentò  di 
far  accettare  a'  neofiti  quanto  del  suo  le  fosse  stato 
possibile.  Da  ciò  venne  che  parte  delle  antiche  credenze 
passarono  quasi  inalterate,  parte  modificate  appena,  par- 
te trasformate  affatto,  aventi  tutte  o  presso  che  tutte  un 
carattere  mezzo  tra  l'antico  ed  il  nuovo,  ma  più  da  quello 
ritraente  che  da  questo.  Se  non  che,  quando  si  consideri 
che  il  Venerdì  cristiano  venne  a  prender  luogo  del  giorno 
di  Venere  pagano,  sarà  facile  spiegare  come  e  perchè 
così  grave,  così  profonda  sia  stata  la  trasformazione  degli 
usi  e  credenze  popolari  nello  stesso  giorno  presso  i  popoli 
del  vecchio  mondo  pagano  e  del  nuovo  mondo  cristiano. 
Un  giorno  sacro  alla  dea  della  bellezza  e  degli  amori, 
giorno  eminentemente  profano,  non  potea  non  ispiacere 
ai  seguaci  della  nuova  religione,  che  ricordavano  essere 
morto  in  esso  l'Uomo-Dio,  Colui  per  cui  ognuno  di  essi 
era  pronto  a  spargere  l'ultima  stilla  del  proprio  sangue 
tra'  più  crudi  tormenti.  Però  presero  a  riguardarlo  come 

1  Fanfulla,  an.  XVIII,  n.  309.  Roma,  13  novembre  1887  e  Archivio 
delle  trad.  pop.,  v.  VII,  p.  255. 


IL    VENERDÌ  285 

sacro  e  ad  odiare  qualunque  pratica  che  ne  offendesse 
la   santità.   Una   reazione  pertanto   avvenne,  e    risultato 
ultimo  tra  le  plebi  furono  gli  usi  caratteristici  del  Ve- 
nerdì:   la   proscrizione   delle   nozze,   la   trascuranza    del 
capo  e  delle  esterne  fattezze,  l'avversione  ad  imprendere 
qualunque  viaggio  o  ad  incominciare  opera  cui  si  attri- 
buisca una  certa  importanza;  e  d'altro  lato  la  simpatia, 
l'inclinazione  manifesta    a   qualsivoglia   pratica  pietosa, 
divota,  che  richiami   alla  Passione   di   Cristo.  Che   se   i 
popoli  germanici  nel  loro  Freitag,  sacro  a  Freia,  corri- 
spondente  al  Venerdì   de'  popoli   di  razza  latina,  rico- 
noscono uno   dei  giorni  prescelti   per   le  nozze,   anzi  il 
giorno  in   cui  gli  sposi  si  uniscono,  siccome   affermano 
A.  Kuhn  e  Schwarz  nei  Norddeutsche  Sagen,  Màrchen 
und  Gebràuche  e  Simrock  nel  suo  Handbuch  der  deut- 
schen  Mythologie,  è  ben  naturale  che  in  questo  debba 
vedersi  un  avanzo  della  loro  mitologia,  alla  quale  mal 
|giunge  l'influsso  che  presso  noi  contribuì  a  perpetuare 
vecchie  credenze  e  a  farne  nascere  delle  nuove  \ 

1  Per  i  riscontri  che  offrono  le  superstizioni  e  le  pratiche  del  Ve-  * 
perdi  in  Sicilia  con  le  superstizioni  e  le  pratiche  dell'Italia  tutta  leg- 
tasi  il  mio  opuscolo:  11  Venerdì  nelle  tradizioni  popolari  italiane, 
jtampato  la  prima  volta  in  lingua  russa  nel  Giornale  del  Ministero 
ìli  Pubblica  Istruzione,  CLXXXIII,  2,  pp.  89-103;  Pietroburgo,  1876, 
Ristampato  in  italiano  nella  Rivista  Europea,  an.  VII,  voi.  HI,  fase.  II, 
i>p.  262-279;  Firenze,  Luglio  1876;  ed  a  parte  in  un  opuscolo  di 
p.  22  e  con  molte  giunte,  in  Palermo,  tip.  del  Giornale  di  Sicilia 
f888,    in    8°. 


IV.  I  numeri  e  la  numerazione. 

La  credenza  e  la  tradizione  offrono  qualche  cosa  solo 
per  alcuni  numeri,  che  verrò  mano  mano  citando. 

Il  n.  2  non  ha  sempre  questo  valore;  spesso  signifi- 
ca quantità  indeterminata  di  cose,  superiore  a  questo 
numero;  p.  e.  Dammi  du9  coccia  di  calia.  —  Te9  sti  du9 
pruna.  —  Vi  mannu  sti  du9  piridda;  dove  il  dui  importa 
certa  quantità  in  genere.  Però  quando  si  vuol  signifi- 
care proprio  due,  si  dice:  dui  di  cuntu;  p.  e.  Mi  detti  dui 
pira,  ma  dui  di  cuntu.  —  Vurria  du9  prunidda,  ma  dui 
di  cuntu. 

Il  n.  3,  secondo  il  proverbio,  si  ritiene  perfetto: 

Ogni  trinu  è  malandrinu; 
e  difatti,  esso  entra  frequentissimo  nella  vita,  e  governa 
le  opere  degli  eroi  e  delle  eroine  delle  novelle  popolari 
come  i   giuochi   dei   fanciulli 2   ed   i  canti 3,   ma   non  e 

1  Fiabe,  Nov.  e  Rac,  v.  I:  Delle  Novelle  popolari. 

2  Vedi  nei  miei  Giuochi  fanciulleschi,  pp.  2642,  nn.  I,  II,  III 
IV,  VI,  VII,  IX,  XIV,  XV. 

3  Mi  permetto   di  raccomandare  specialmente  le  pp.  136-139  del 
mio  Studio  crìtico  sui  Canti  pop.  sic,  v.  I  de'  Canti,  ove  si  par' 
pure  di  multiplo  del  3,  il  9. 


I  NUMERI  E  LA  NUMERAZIONE  287 

niente  bello  in  certe  circostanze,  perchè  richiama  a  cose 
funebri.  Come  sarà  detto  innanzi  (cfr.  Letto),  il  letto  non 
si  rifa  mai  da  tre  persone;  non  si  tengono  mai  accesi  tre 
lumi  ad  un  tempo  in  una  stanza,  perchè  ricordano  il  te- 
stamento, che  si  fa  sempre  con  tre  lumi  accesi;  e  fra  tre 
persone  c'è  sempre  quella  che  rivelerà  i  segreti  che  si 
dicono  e  si  hanno  per  le  mani.  Quando  poi  avviene  che 
si  trovino  in  una  comitiva  di  poche  persone  tre  dello 
stesso  nome,  dicesi  che  all'inferno  scoppi  il  più  grosso 
diavolo. 

Numero  che  rasenta  il  malaugurio  è  il  7,  che  ci  ri- 
corda i  sett'anni  di  miseria  riserbati  all'uccisore  d'un 
gatto;   lo  scongiuro: 

Sett'anni  fu  la  maravigghia  *; 
il  fari  setti,  che  significa  errare;  il  fari  lu  setti  a  forza, 
strider  sopra  una  cosa  che  non  vorremmo  fare. 

Il  13  è  un  cattivo  numero,  perchè  rappresenta  il  tra- 
dimento. Tridici  nun  si  cunta,  dice  il  proverbio:  e  quan- 
io  in  un  convito  si  è  in  tredici,  se  non  si  può  allontanare 
jmo,  si  cerca  un'altro  per  compiere  il  n.  14,  e  togliere 
niel  malvagio,  quel  malauguroso   13. 

'Nta  tridici  apostuli,  cci  fu  un  Giuda, 
lice  un  altro  proverbio.  Alcuni  però  dicono  e  credono 
Jhe  se  il  pranzo  sarà  di  13,  uno  di  essi  morrà.  Gli  apo- 
toli  furon  tredici   con  G.   C,  e  poi  G.  C.  fu  crocifisso 
Nicosia). 

Lo  stesso  dicasi  del  n.  17,  che  suona  disgrazia.  A  ma- 
1  Vedi  v.  II  di  quest'opera,  p.  126. 


288  CAPITOLO  IV. 

lincuore  si  abita  in  una  casa  segnata  col  numero  civico 
di  17,  e  nessuno  è  disposto  ad  incominciare  qualche  cosa 
di  una  certa  importanza  il  diciassettesimo  giorno  di  un 
mese.  Conosco  persone  che  sanno  leggere  e  scrivere,  e 
che  dovendo  dettare  una  lettera  in  questo  giorno,  omet- 
tono la  data,  appunto  per  non  segnare  questo  numero. 

Il  33  è  numero  sacro  in  memoria  di  G.  C,  che  morì 
appunto  in  quell'età. 

Circa  al  n.  pari  e  al  dispari  è  risaputo  che  quello  è 
sempre  più  favorito  di  questo;  tuttavia  si  fa  eccezione 
1°  per  ciò  che  si  mangia,  il  quale  perchè  faccia  prò  e 
torni  bene  dev'essere  in  numero  dispari;  2°  per  i  sepolcri 
che  vogliono  visitarsi  nel  Giovedì  e  nel  Venerdì  Santo, 
i  quali  non  saranno  mai  pari,  ma  1,  3,  5,  7,  9,  11  ecc.;  | 
3°  per  le  galline,  le  quali  in  numero  pari  non  si  tengono 
ne  si  nutrono  mai  in  casa:  una,  tre,  cinque,  sette,  undici, 
diciannove  galline  stanno  bene;  non  istaranno  mai  bene 
due,  quattro,  sei,  otto  ecc.  E  a  proposito  di  galline  e  di 
numero,  quando  la  pazienza  nostra  è  messa  a  prova  da 
una  persona  che  c'importuna  a  lungo  per  una  cosa, 
batte  e  ribatte  su  quella,  esclamiamo  indispettiti.  E  s 
tridici  e'  'u  gaddu! 

Curiosa  e  tutta  francese  è  la  maniera  di  computare  de 
popolino.  Le  donne  specialmente,  dopo  i  quaranta  con- 
tano per  ventine,  e  dicono,  p.  e.:  du'  vintini  e  unu 
(=41);  du9  vintini  e  dui  (=42);  du9  vintini  e  deci 
(=50)  ;  tri  vintini  e  dudici  (=72)  ;  quattru  vintini  e 
cincu  (=85).  Domandate  della  sua  età  ad  una  popolana, 
ed  essa  vi  risponderà  avere,  p.  e.,  tri  vintini  e  sett'anni 
(=67);   e  che  suo   padre  morì   quando   gli  mancavano 


I   NUMERI   E   LA   NUMERAZIONE  289 

pochi  giorni  a  fari  quattru  vimini  giusti  (=80).  Questo 
computo  è  comunissimo  nel  volgo  femminile.  Le  vendi- 
trici di  fave  cotte  in  Palermo  le  spacciano  a  ventine  e  a 
iecine,  e  le  gridano:  Un  gurò  du'  vintini  e  menza  gnòc- 
culi;  ed  anche:  Uu  gurò  tri  vintini  gnòcculi!  (un  grano 
(=cent.  2)  sessanta  fave  cotte). 

L'addizione  tien  luogo  di  moltiplicazione  quasi  sempre 
nelle  donne;  le  quali,  non  sapendo  come  fare,  ripetono 
tante  volte  i  numeri  quante  sono  le  unità  del  molti- 
plicando. Supponendo  perciò  che  s'abbia  a  moltiplicare 
7  per  15,  esse  scrivono  o  fanno  scrivere  o  addizionano 
15  per  7  volte  di  seguito.  Questa  operazione  è  chiamata: 
:untu  a  la  fimminina. 

La  numerazione  si  fa  parzialmente  anche  con  le  dita 
g  con  le  mani  tutte.  Una  mano  aperta  e  un  dito  slungato 
salgono  6;  entrambe  le  mani,  10;  tanti  abbassamenti  di 
nano  aperta  si  fanno,  tanti  numeri  cinque  si  aggiungono. 

L'addizione  di  unità  tra  persone  che  ignorano  l'abbaco 
;  che  hanno  a  star  molto  tempo  prima  di  tirarne  la  som- 
na,  si  fa  con  intaccature  sopra  un  pezzettino  di  ferula 
)  di  legno,  detto  perciò  tagghia.  La  donna  che  dà  danari 
i  prestito  privato  (duna  dinari  è  'ntressi)  e  che  li  va 
itirarndo  a  tanto  il  giorno  o  la  settimana,  segna  volta  per 
folta  la  partita  che  riscuote  in  due  di  queste  tagghi, 
cioè  nella  propria  e  in  quella  della  debitrice.  Il  debito 
la  detta,  frane,  dette)  si  estingue  quando  contate  o  ad- 
lizionate  le  intaccature,  si  trova  che  non  v'è  più  nulla 
la  dare  e  da  avere. 

Questo  sistema  tengono  i  carrettieri,  i  barcaiuoli  ed 
litri   trasportatori   di   roba  e  materiale  d'ogni  natura  e 


19. 


290  CAPITOLO   IV. 

genere,  come  carbone,  zolfo,  agrumi,  sterro,  legname  eoe. 
Ad  ogni  carrata  o  barcata  che  il  carrettiere  o  il  bar- 
caiuolo trasporta  e  scarica  in  un  dato  posto,  il  sopra- 
stante del  luogo,  il  magazziniere,  colui  insomma  che  se 
la  riceve  od  è  testimonio  del  discarico,  segna  la  taglia 
del  trasportatore,  il  quale  sarà  pagato  in  ragione  delle 
segnature  che  esibirà  confrontate  con  quelle  della  taglia 
del  soprastante. 


V.  I  sogni. 

Dice  un  proverbio  della  provincia  di  Siracusa  che  se 
i  sogni  fossero  veri,  l'acqua  del  mare  potrebbe  esser  vino: 
Su  (se)  'i  sonna  fòrrinu  veri, 
L'acqua  d'ò  mari  fórra  vinu    (Vittoria); 

ma  non  tutti  credono  al  proverbio;  anzi  quasi  tutti  pre- 
stano fede  ai  sogni  come  ad  ammonizioni  del  cielo  (av- 
rirtimenti  di  DdiuJ  ed  a  rivelazioni  del  futuro.  In  una 
eggenda  celebre  per  tutta  l'Isola,  si  dice  che 
Li  sonnura,  ca  scròprinu  lu  tuttu, 
Lu  zoccu  havi  a  succediri  hannu  dittu1; 

p  chi  non  sa  farne  suo  prò,  è  uno  sciocco. 

Non  tutti  i  sogni  però  rivelano  il  futuro,  ma  quelli 
oltanto  del  Venerdì  ed  in  parte  quelli  del  Lunedì  e 
el  Martedì;   perchè  dice  il  proverbio: 

Li  sonna  di  lu  Luni  e  di  lu  Marti 

Si  nun  su'  veri  tutti,  su'  'n  parti; 

la  credenza  aggiunge  che  quelli  del  Lunedì  son  buoni, 
[uelli  del  giorno  seguente  cattivi:  tra'  buoni  vanno  i 
austi,  i  lieti,  i  dorati,   come  si   chiamano  con  voce  let- 

1  Salomone-Marino,  La  Baronessa  di  Carini,  2a  ediz.,  versi  301-302. 


292  CAPITOLO  V. 

ter  aria,  e  tra'  cattivi  gl'infausti,  i  paurosi,  ecc.  Beato  chi 
può  evitare  questi  e  farne  sempre  di  belli! 

Invero  non  mancano  i  mezzi  per  evitare  i  sogni  paurosi 
e  cattivi  :  e  le  donne,  piene  del  timor  di  Dio,  consigliano 
di  andare  a  letto  sempre  col  rosario  alle  mani  e  di  av- 
volgerselo ad  un  polso  nelFaddormentarsi.  Altre,  piene 
di  timore  delle  streghe  e  degli  spiriti  malefici,  racco- 
mandano di  mettere  sotto  il  capezzale  un  paio  di  scarpe 
o  di  stivaletti  (Salaparuta).  Quando  poi  non  vi  riescono, 
ed  il  sogno  cattivo  è  stato  fatto,  non  resta  loro  altro  se 
non  di  renderlo  innocuo;  ed  eccole  a  recitare  il  seguente 
scongiuro  segnandosi  tre  volte  ed  aggiungendo  un'ave- 
maria  : 

Chi  làriu  sonnu  chi  m'haju  'nsunnatu! 

A  la  Matri  Sant'Anna  l'haju  cuntatu; 
La  Matri  Sant'Anna  l'ha  dittu  a  Cristu. 

Chi  làriu  sonnu  eh'  ha  statu  chistu!   (Palermo)  \ 

In  generale  il  presagio  fausto  od  infausto  dei  sogni 
sta  tutto  nel  colore  degli  oggetti  sognati;  e  i  colori  sono 
il  nero  ed  il  bianco.  Il  nero,  che  nelle  credenze  e  negli 
usi  comuni  significa  lutto,  errore,  disgrazia,  morte,  a 
plicato  ai  sogni  è  considerato  colore  di  lietissimo  a 
gurio.  La  cosa  è  strana  a  prima  vista;  ma  l'amico  Gu 
stella,  che  la  ebbe  a  rilevare  in  una  sua  notarella  ini 
proposito  2,  mi  fa  riflettere  che  noi  non  potremmo  spie- 
garla, ne  persuaderci  di  questo  rivolgimento  di  ogni  no- 

1  Notevole  è  la   variante   di   Rossano    in   Calabria   riportata    dal 
Dorsa,  op.  cit.,  p.  102. 

2  L'antico  Carnevale,  p.  36,  nota.  •-  - 


i  sogni  293 

stro  concetto  morale,  ove  non  ricorressimo  all'idea,  che 
la  interpretazione  de'  sogni,  formando  parte  delle  arti 
magiche,  si  poggia  sul  fondamento  di  esse,  cioè  la  notte, 
i  regni  bui  e  l'evocazione  degli  spiriti  maligni.  E  per 
opposta  ragione,  il  bianco  che  per  noi  è  la  luce,  l'alle- 
grezza, l'onestà,  la  santità  e  via  dicendo,  diviene  sven- 
tura, povertà,  morte  nella  visione  dei  sogni.  Il  concetto 
dei  colori  poi  si  capovolge,  quando  i  sogni  vogliansi  ri- 
ferire ad  oggetti  totalmente  cristiani,  perchè  il  bianco 
iiviene  simbolo  di  salvazione  e  il  nero  di  dannazione. 
Con  questo  principio: 

Il  cristallo,  il  vetro,  significa  morte,  malattie  mortali. 

L'acqua  dei  fiumi,  la  pioggia,  lacrime  senza  conforto. 

La  gallina  bianca,  malattia. 

La  luna,  fattura,  stregheria. 

La  neve,  desolazione. 

La  pecora  bianca  o  la  lana  bianca,  povertà. 
j  L'argento,  ingiurie. 

I  Le  pere   bianche,   bastonate.   Si   sa   che   dari  li  pira, 
ale  bastonare. 

Le  stelle,  dolori  atrocissimi.  Ricordo  in  proposito  le 
rasi:  Pruvari  li  stiddi,  soffrir  dolori;  Fari  vìdiri  li  stiddi 
|  menziornu,  far  soffrire  forti  dolori. 

Le  uova,  cattive  nuove,  onde  il  proverbio: 
Ova,  mala  nova, 

liiacchiere  che  dovranno  mettersi  in  giro  sul  conto   di 
hi  sogna  (Palermo),  grossi  peccati  (Nicosia). 

L'oro,  prossimo  inganno. 

L'uva  bianca,  lacrime. 


294  CAPITOLO  V. 

Al  contrario: 

//  cane  nero,  significa   abbondanza. 
Il  carbone,  buona  salute. 
//  corvo,  buona  nuova. 
La  gallina  nera,  matrimonio,  felicità. 
La  pecora  nera,  ricchezza. 
Lo  scarafaggio,  copiosa  raccolta. 
Uuva  nera,  allegrezza,  buon  augurio,  grazie. 
Vi   sono    oggetti   che   sembrano   sfuggire   alla   riparti 
zione  de'  colori,  e  son  questi: 
//  pesce,  provvidenza. 
//  frumento,  dolore,  di  che  il  proverbio: 
Frumentu,    turmentu  \ 

/  pidocchi  in  testa,  danaro  che  s'ha  a  trovare. 

Chioccia  con  pulcini,  trovatura. 

La  carne  da  macello,  morte  imminente,  gravi  malattie 
dolori,  dissapori. 

Le  interiora  o  la  carne  arrostita,  presagio  di  morte 
violenta. 

La  caduta  di  una  moia,  morte  d'un  parente. 

Un  albero  cadente,  morte  dei  capi  d'una  famiglia. 

//  vestirsi  sfarzosamente,  futura  disgrazia. 

Il  ricevere  regali,  cattivo  augurio. 

/  fichi  secchi,  prigionia. 

Uaqua  torbida,  questioni  e  scissure. 

/  dolci,  amarezze. 

Uuva  in  generale  e  le  bisce,  chiacchiere  e  maldicenza. 

1  Vedi  Prov.  sic,  v.  IV,  p.  226. 


i  sogni  295 

L'essere  inseguiti  da  cani  rabbiosi  o  da  altri  animali, 
aver  nemici  implacabili. 

La  morte  d'una  persona  cara,  prolungamento   di  vita 
ii  essa. 

//  morire,  l'aver  buona  salute. 

Un  morto  che  ci  chiegga  da  bere,  1°  futura  disgrazia; 
ì°  bisogno  di  suffragi. 

Visita  d'un  prete,  imminente  prosperità   di  famiglia. 

//  danaro,  corna  morali  (Modica)  ;  il  danaro  trovato, 
carsezze. 

Gli  escrementi,  danaro. 

Le  pere  in  generale,  pioggia  (Nossoria). 

Porci  che  s'inseguono  fra  loro,  certezza  di  pioggia. 

Un  morto  vestito  di  nero  è  nell'inferno;  vestito  di 
ianco,  nel  purgatorio;  vestito  di  bianco  e  lieto  in  volto, 
el  paradiso. 

Il  sognar  confusamente  molte  cose,  senza  sapercisi  rac- 
ipezzare,  letizie  e  gioie  per  prosperità.  Un  proverbio: 
Sonnu   confusi!, 
Sonnu  vihturusu. 

«  I  garofani  esprimono  affetti,  e  la  invocazione  di  essi 

egli  stornelli  o  muttetti  nostri  non  è  posta  a  capriccio. 

garofano  è  amore,  la  viola  abbandono,  la  rosa  gialla 

gelosia,  la  menta  è  desiderio  carnale,  la  zàgara  o  il 
ore  del  melogranato  messaggi  amorosi,  il  basilico  in- 
urie e  calunnie,  e  tale  era  anche  ai  tempi  di  Persio  x  ». 

Nella  Nuova  e  precisa  lista  per  la  interpretazione  dei 
gni  in  Sicilia  sono  distinti  in  due  categorie  gli  oggetti 

1  Guastella,  Uantico  Carnevale,  loc.  cit. 


296 


CAPITOLO  V. 


«  che  ravvisati  nel  corso  del  sogno  saranno  di  buono  o 
cattivo  augurio  tanto  per  la  giocata,  che  pel  risultate 
degli  affari  di  quel  giorno  ».  Sono 


Augurosi 

Piano  per  pianura. 

Ridere. 

Argento. 

Giorno  con  Sole  —  Carne. 

Sterco  umano. 

Bambagia  per  cotone. 

Candele  accese. 

Ballare. 

Lume  di  Luna  -  Datteri. 

Corallo. 

Campagna. 

Amoreggiamento. 

Chitarra. 

Banda  di  musicanti. 

Candelabro  di  rame. 

Messa  alla   Consacrazione. 

Preti,  o  sacerdoti. 

Lumiere. 

Neve  -  Camicia. 

Desinare. 

Tavola  apparecchiata. 

Cose  da  mangiare. 

Cuscino  -  Fastuche  -  Lume. 

Datteri  sulFalbero. 

Capelli  lunghi. 

Musica. 

Lumiera. 

Oro. 

Frumento. 

Cane  nero. 

Grandine. 

Monete  diverse. 


Malaugorosi 

Acqua  -  Mare. 

Pettine. 

Olio. 

Polpetta. 

Aceto. 

Uovo    di    gallina. 

Vino. 

Bicchiere  di  cristallo. 

Rissa. 

Gente  molta. 

Mare  placido. 

Palle  di  legno. 

Freddo  -  Uva  bianca. 

Uva  nera. 

Uccello. 

Coltello  -  Processione. 

Scanni. 

Bere. 

Barra  grande  -  Tuoni. 

Carne  cruda  -  Stufato. 

Coscia   di  donna. 

Mare  tempestoso. 

Guerra. 

Gallina. 

Cucina. 

Asino  cavalcato,  o  carie 

Porci. 

Bacile. 

Carro  di  bovi  -  Cortile. 

Braccio. 

Forno. 

Dolci1. 


1  La  vera  spiegazione  numerica  dei  sogni.  Quarda  edizione  pi 


i  sogni  297 

V'è  differenza,  come  si  vede,  fra  la  interpretazione  di 
alcuni  sogni  quale  e  stata  raccolta  da  me  e  dal  Guastella 
e  la  interpretazione  fornita  dal  libro  citato,  la  quale  sen- 
za dubbio  è  stata  attinta  alla  tradizione  orale  del  po- 
polino. Questa  differenza  è  da  attribuire  ai  luoghi  di- 
versi dai  quali  la  tradizione  proviene. 

Prescindendo  dalla  distinzione  dei  colori,  nel  gruppo 
di  oggetti  interpretati  per  lo  più  in  senso  inverso  alla 
idea  che  loro  si  affigge,  conviene  vedere,  a  credere  mio, 
il  desiderio  di  non  preoccupare  chi  tema  cattive  cose, 
il  bisogno  di  crearci  delle  illusioni  dove  il  fantasma 
d'un  pericolo,  d'una  sventura,  d'una  amarezza  minacci 
di  turbare  la  nostra  pace.  Gioverà  anche  vedere  come 
talora  il  volgo  non  si  allontani  da  quel  simbolismo,  che 
pel  passato  ebbe  dotti  interpreti  anche  tra  noi 1. 

mitana  fatta  su  quella  del  1852  ed  ulteriori  edizioni  migliorata 
e  notabilmente  accresciuta.  Preceduta  da  una  completa  raccolta  di 
tutti  quei  vocaboli  siciliani,  che  sono  dissimili  dalla  loro  voce  ita- 
liana, ed  aumentata  di  circa  tremila  voci  e  di  molte  regole  pel 
dilettante  giuocatore  del  Lotto.  Palermo,  Ditta  Giuseppe  Pedone 
Lauriel  editore  1886,  p.  170.  Dove  si  avverte  come  nota-bene:  «che 
i  sogni  più  veritieri  sono  quelli  che  si  verificano  all'aggiornare  del 
martedì  e  del  venerdì  ». 

1  A.  Giuffrida,  Prelezioni  fisico-mediche,  (Catania,  Bisagni,  1769) 
ha  una  prelezione,  la  la,  col  titolo:  De  Somniorum  interpretatione, 
ove  spiega  i  sogni  e  le  loro  allegorie. 

Sull'argomento  dei  sogni,  loro  interpretazione  e  significato,  come 
sulla  superstiziosa  usanza  che  li  accredita,  vedi  per  la  Sicilia:  La 
vera  spiegazione  dei  sogni  ecc.  Per  l'Italia  in  generale  :  Il  vero  libro 
dei  sogni,  ossia  l'albergo  della  fortuna  aperto  ai  giocatori  del  Lotto, 
edizione  eseguita  sulla  famosa  cabala  di  Gerolamo  Capacelli  ecc. 
Milano,  Barbini,  editore.  —  Per  Calabria,  Dorsa,  op.  cit.,  p.  101. 


298  CAPITOLO  V. 

«  Qual  maraviglia  (esclamava  cento  e  più  anni  fa  il 
buon  Santacolomba)  se  si  trova  gente  perduta  per  tro- 
vare un  novello  Giuseppe  Giusto,  che  faccia  l'utile  in- 
terprete dei  sogni  suoi,  e  le  additi  nel  noto  librettino 
che  s'intitola  della  Smorfia  tre,  o  cinque  numeri  da  giuo- 
care  al  Lotto,  perchè  furono  canonizzati  da  qualche  so- 
gno divotò  comunicato  con  disciplina  d'Arcano  ai  fatui 
troppo  creduli  giuochi?  —  Ma  qui  si  apre  un'altra  scena, 
nella  quale  anche  fanno  da  personaggi  i  febbricitanti 
del  Lotto.  Si  stravolge  l'utilissima  applicazione  dell'Arit- 
metica in  Aritmanzia,  o  sia  arte  d'indovinare  per  via 
di  numeri  »  \ 

Veniamo  pertanto  al  Lotto,  che  va  strettamente  legato 
ai  sogni. 


—  Per  Ferrara,  La  Rana,  Lunàri  frarés  pr*  al  1882,  pp.  75-77.  Tip. 
suciàl.  In  Zvèca,  1882.  —  Per  la  Toscana,  Tigri,  Contro  i  pregiudi- 
zi popolari,  e.  IV.  —  Per  la  Liguria,  Rossi,  op.  cit.,  veglia  XIII.  — 
Si  cfr.  pure  Errori  e  pregiudizi  popolari,  p.  51;  Milano,  Sonzogno 
1876.  Si  noti  poi  che  molte  città  d'Italia,  Napoli  specialmente, 
hanno  il  loro  libro  dei  sogni. 

1  Santacolomba,  Ueducazione  della  gioventù  civile  proposta  ai 
figliuoli  del  R.  Conserbatojo  del  Buon  Pastore,  p.  283.  In  Palermo, 
MDCCLXXV. 

Cesare  Gaetani  nel  1787  cantò  nelle  sue  Pescagioni,  idillio  XI, 

p.  92: 

E  se  havien,  che  talun  pescar  si  sogni 

Un  pesce  d'or,  va  al  lotto  e  giuoca,  e  mette, 

Come  in  mar,  la  sua  speme  anche  nei  sogni. 

Ed  aggiunge  in  nota:  «Il  pesce  d'oro  sognato  da  un  pescatore  si 
legge  nell'idillio  XXI  di  Teocrito  ». 


VI.  Il  Lotto. 

Il  Lotto,  secondo  un  erudito  ligure,  veniva  cominciato 
ad  esercitare  in  Napoli  Fanno  1682;  tolto  di  mezzo  nel 
1689,  rimesso  con  la  ipocrisia  delle  doti  alle  fanciulle 
povere,  nel  1713,  quando  Torino  lo  levava  1. 

Da  Napoli  passò  subito  in  Sicilia,  regno  unito,  e  prese 
il  nome,  col  quale  è  volgarmente  inteso,  di  Jocu  di  Na- 
puli 2. 

Lu  jocu  di  Napuli  è  la  provvidenza  nella  quale  spera 
tutto  il  popolino,  gran  parte  del  ceto  di  mezzo  e  molti 

1  Rezasco,  II  Giuoco  del  Lotto,  p.  23.  Genova,  1884. 

2  II   citato  Cesare  Gaetani,  nelle  Pescagioni,  idillio  XI,  scrive: 
«Nota  5.   Il   Lotto    è   un   giuoco,   dove   per   polize   e   benefiziate 

bianche,  si  guadagna,  o  non  si  guadagna  il  premio.  Così  lo  spiega 
la  Crusca.  Ma  oggidì  questo  giuoco  si  fa  con  comprar  polize,  che 
diano  il  guadagno  dell'amòo,  se  s'indovinano  due  numeri;  e  del  ter- 
no, se  s'indovinano  tre  numeri;  o  della  cinquina,  se  s'indovinano 
tutti  i  cinque  numeri,  ch'escono  a  sorte  dal  pieno  di  novanta  nu- 
meri, che  in  Napoli  o  altrove  si  estraggono  da  un'urna  ben  chiusa 
e  custodita,  in  ogni  quaranta  giorni.  Da  una  parte  concorre  chi  bo- 
nifica le  partite  de\  vincitori,  e  dall'altra  qualunque  persona,  che 
voglia  arrischiarvi  il  suo  danaro:  va  pazza  tutta  la  gente  per  questo 


CAPITOLO   VI. 


della  borghesia:    quale   per   bisogno,   quale   per   avidità 
e  quale  per  libidine  di  guadagno  \ 


giuoco,  ed  ha  fede  ne'  sogni,  quasicchè  questi  indicassero  i  nume- 
ri da  giuocare,  ed  annunciassero  il  futuro  ».  pp.  97-98. 

Ne  parla  pure  il  Forteguerri,  Ricciardetto,  e.  XXVII,  65-67. 

1  Dal  Fanfulla  di  Roma  il  Giornale  di  Sicilia  del  25  luglio  1885, 
an.  XXV,  n.  20,  riprodusse  la  seguente  statistica  del  Lotto: 

«Nell'anno  decorso  sono  stati  giuocati  in  Italia  duecentotrentadue- 
milioni  cinquecentotrentaduemila  ottocento  ottantadue  biglietti  di 
lotto....  vale  a  dire,  per  una  popolazione  complessiva  di  28.306.059 
abitanti,  dà  una  proporzione  di  circa  otto  biglietti  e  un  terzo  a 
testa. 

«  Decomponendo  per  provincie  la  cifra  totale,  troviamo  il  qua- 
dro seguente: 

Popolazione   Biglietti  gioc. 
1.  Piemonte  e  Liguria 4.105.475      16.898.932 


2.  Lombardia      .    . 

3.  Veneto    .... 

4.  Emilia    .... 

5.  Toscana       .     .    . 

6.  Marche  e  Umbria 

7.  Lazio      .... 

8.  Napoletano     .    . 

9.  Sicilia     .... 


3.750.051 
2.873.961 
2.408.352 
2.061.499 
1.553.916 
894.851 
7.721.800 
2.936.154 


19.045.383 
25.451.469 
13.079.363 
15.481.941 
3.321.789 
14.738.205 
95.257.900 
29.257.900 


28.306.059    232.532.882 


«  Un  Napoletano  dunque  —  uomo,  donna  o  fanciullo  —  giuoca  in 
media  e  all'ingrosso,  quattordici  biglietti  e  mezzo  all'anno;  un 
Siciliano  rasenta  press'a  poco  la  medesima  proporzione;  un  Veneto 
si  avvicina  ai  dodici  biglietti;  un  Toscano  e  un  Romano  passano 
i  sette;  un  Lombardo  e  un  Modenese  ed  un  Ligure  eccedono  di 
poco  i  quattro;  un  Marchigiano  e  un  Umbro  arrivano  appena  a 
uno  e  mezzo». 


IL    LOTTO  301 

La  sapienza  popolare  ha  formulato  una  serie  di  mas- 
sime e  di  assiomi  non  solo  per  giustificare,  ma  anche 
e  più  per  autorizzare  ed  inculcare  il  giuoco.  Si  sa  che 
giocando  si  perde  quasi  sempre,  perchè  Dio  che  tutto 
regge  concede  a  chi  sì  a  chi  no  la  sua  buona  volontà: 

Joca  cu'  voli,  e  pigghia  cu'  voli  Ddiu; 
si  sa  che 

Cu'  joca  pri  bisognu,  perdi  pri  nicissità, 
e  che  tutti  i  quattrini  che  si  vanno  a  mettere  nelle  mani 
del  pusteri,  cioè  dell'impiegato  del  putiìnu  (botteghino 
o  banco  del  Lotto)  vanno  nelle  mani  del  re,  in  cui  è 
personificato  il  regno,  il  governo,  lo  Stato,  la  provincia, 
il  comune,  l'amministrazione,  tutto: 

Nui  jucamu  pri  la  nicissità, 

E  hi  re  si  li  pigghia  pri  lu  bisognu. 

Si  sa  questo,  ma  pure   sarebbe  un  grave  errore  il  pre- 
cludersi questa  via  di  guadagno,  il  non  tentar  la  Sorte: 
'Na  magghia  aperta  sempri  si  lassa; 

e  questa  maglia  va  tenuta  aperta  giocando  qualche  cosa 
ogni  settimana,  tanto  per  non  avere  il  rimorso  di   non 
essersi   aiutati  come  il  Signore  comanda, 
Ajutati,  cà  t'ajutu,  dici  Ddiu. 

Molto  non   si   dovrebbe  giocare   davvero;    ma   il   non 

giocar  nulla  è  una  vera  pazzia: 

* 
Pazzu  cu'  'un  cci  joca;  pazzu  cu'  cci  joca  assai. 

Queste  teorie   son  tanto   ovvie   che  nulla  più  per  un 
appassionato  del  Lotto;   e  però   fan  parte   delle   regole 


302  CAPITOLO  VI. 

pratiche  per   la  condotta  pratica   delia  vita,  e  pei  pic- 
colo vangelo,  come  il  popolo  chiama  i  proverbi. 

Che  cosa  sia  questa  passione  pel  Lotto  e  quanto  sia 
essa  potente  ed  invincibile,  non  potrà  facilmente  capire 
chi  non  viva   in  mezzo   al  popolo.   L'idea   di  tentar  la 
Sorte,  di  uscire   da  strettezze   economiche   pericolosissi- 
me per  la  nostra   vita  fisica  e  morale,  si  presenta   con 
attrattive  sì  splendide  e  con  tanta  e  sì  affascinante  vio- 
lenza che  non  v'è  cosa  che  non  si  farebbe  e  non  si  faccia 
per   riuscirvi.   Questa   idea   tenta   qualunque  persona   di 
qualunque  età  e  condizione.  Tenta  la  madre  di  famiglia 
che  ha  una  figliuola  da  maritare,  e  non  trova  modo  di 
levar  su  un  letto  purchessia  e  di  comprarle  un  tavolo, 
un  canterano  e  quattro  sedie.  Tenta  la  ragazza,  che,  sposa 
da  tre,  quattr'anni,  non  ha  avuto  quattrini  per  farsi  un 
po'  di  corredo  per  la  sua  persona.  Tenta  il  venditore  a 
minuto,  che  è  andato  consumando  il  po'  di  capitale  che 
avea  e  non  ha  più  da  rifornire  la  sua  botteguccia.  Tenta 
il  servitore  e  la  cameriera,  che  non  vedon  l'ora  di  an- 
darsi  a   riposare  nel  proprio  focolare   senza   sentire   la 
voce  concitata  o  stridula  di  una  fastidiosa  padrona.  Tenta 
l'impiegato   che  non  vede  di  un  soldo   cresciute   le  sue 
insufficienti  entrate  mensuali.  Tenta  il  contadino,  l'ope- 
raio, il  prete,  il  frate,  qualunque  sia  il  suo  grado   ge- 
rarchico  e  il  suo  stato  economico,  perchè   Yauri  sacra 
fames  è  innata  in  noi. 

I  mezzi  più  strani,  gli  espedienti  più  contrari  al  buon 
senso  sono  cercati  e  messi  in  opera  per  riuscir  nello 
intento.  Bisogna  conoscere  i  numeri  che  potranno  coi 
probabilità  sortire:    e  vi  spn  persone  che  fanno  regol< 


IL   LOTTO  3Q3 

e  controregole,  con  le  quali  credono  e  danno  a  credere 
di  riuscirvi.   È  un  lavoro  questo  di  intiere  giornate,  di 
tutta  una  settimana,  con  numeri  sopra  numeri,  che  for- 
mano lunghe,  interminabili  colonne.  Il  risultato  è  quello 
di  cinque  numeri,  de'  quali  questo  sarà  il  primo,  que- 
st  altro  il  secondo  .quello  il  terzo  e  via  discorrendo.  I 
cinque  numeri  passano  ad  un  amico  riserbatamente   per- 
che e  proprio  di  questi  calcob  il  segreto;  egli  riserbata- 
mente li  passa  ad  un  altro  amico,  che  li  confida  ad  un 
appassionato  come  lui,  non  sospettando  che  quest'amico 
ne  farà  parte  ad  un  suo  compare,  al  quale  non  può  né 
deve  nasconder  nulla.   Così  di  amico  in  amico,  segreta- 
mente  sempre,  la  cinquina  elaborata  sul  tavolo  d'un  po- 
vero cabalista,   è  diventata  patrimonio,  segreto  sempre, 
di  centinaia  di  uomini.  Dico  di  uomini,  perchè  i  risultati 
della  cabala  non  vanno  mai  o  quasi  mai  in  mano  delle 
donne,  presso  le   quali  sono  altri  espedienti  per  indo- 
vinare i  numeri  di  là  da  sortire  \  Conosco  vari  cabalisti 
di  questo  genere  in  Palermo,  e  non  so  trovar  parole  per 
descriverne  la  piena  fiducia  in  se  stessi,  e  nella  scienza 
;;he  credono  di  possedere. 

Vi  sono,  d'altro  lato,  persone  che,  sia  come  si  voglia, 
conoscono  e  godono  fama  di  conoscere  i  numeri;  e  li 
Unno.  Li  danno  a  centinaia  di  persone;  migliaia  di  uo- 

1  «Dal  popolo  si  presta  gran  fede  ai  cabalisti,  i  quali,  mercè  al- 
mi  calcoli  sulle  lunazioni,  sulle  posizioni  degli  astri,  sulle  intern- 
ene,  sulle  pubbliche  e  private  sventure,  sanno  ottenere  numeri  che 
ebbono  estrarsi  al  lotto,  al  cui  giuoco  immorale  sono  fortemente  ap- 
«ssionati  !l  maggior  numero  degli  abitanti  della  provincia  di  Ca- 
ma».  hEB.  Salomone,  op.  cit.,  v.  II,  parte  HI,  IV,  V,  p    243 


304  CAPITOLO  VI. 

mini  e  donne  li  giocano,  con  la  convinzione  di  dover 
prendere  un  bell'ambo  (amu)  se  non  un  bel  terno:  e  la 
reputazione  del  polacco  (così  si  chiama  codesto  cono- 
scitore de'  numeri),  cresce,  ingigantisce  in  ventiquattro 
ore.  Quell'ambo  è  la  favilla  di  un  grande  incendio  nel 
cuore  e  nella  fantasia  del  vincitore  e  de'  suoi  conoscenti; 
egli  non  ha  più  pace  e  s'infiamma  viemaggiormente  nel 
desiderio  di  vincere.  Però  si  dice  che 

Un  amu 

È  la  gastìma  di  li  napulitanu, 

perchè  da  noi  si  sa  che  quando  un  napolitano  vuol  man- 
dare un'imprecazione  mormora:  Che  tu  possa  pigliare 
un  ambo  al  Lotto1:  il  che  non  è  solo  per  Napoli. 

Il  polacco  è  ordinariamente  un  frate  oblato  od  an- 
che un  finto  frate,  uno  di  quelli  che  si  dicono  eremiti, 
e  veste  saio  come  i  frati  Cappuccini.  Egli  porta  sem- 
pre  un  bastone  per  appoggiare,  anche  quando  non  ne 
abbia  bisogno,  lo  stanco  corpo. 

La  sua  faccia  è  magra,  rugosa:  i  suoi  occhi  verdastri 
o  scerpellini  o  languidi,  le  sue  palpebre  rilasciate.  Ma 
questo  insieme,  sgradevole  per  un  occhio  indifferente, 
ha  valore  grandissimo  pel  giocatore,  che  appunto  in  quel- 
le rughe,  in  quelle  palpebre  vede  la  sua  fortuna  se  il 
sant'uomo  sarà  così  generoso  da  dargli  tre  buoni  numeri 
Conobbi  un  Fra  Michelangelo  Parascandalo  da  Pro 
cida,  terziario  dei  Minimi  di  S.  Francesco  di  Paola  ne 
convento  della  Vittoria  in  Palermo,  il  quale  era  con 
sultato  come   un  oracolo,   e  dando    ambi  e   terni  vive* 

1  Prov.  sic,  v.  II,  p.  317. 


IL    LOTTO  3Q5 

da  papa  coi  tanti  e  tanti  regali  che  piovevano  nella 
sua  cella  durante  la  settimana.  Altri  ne  ho  conosciuti 
tutti  famosi,  tutti  accreditati  presso  il  volgo;  ma  nes- 
suno ha  e  forse  ebbe  mai  la  celebrità  di  quel  Fra  Luigi, 
che  anche  adesso,  dopo  sett'anni  morto,  vive  nel  cuore' 
dei  suoi  devoti.  Defunctus  adhuc  loquitur! 

Fra  Luigi  era  tenuto  per  un  santo  da  alcuni,  per  un 
profondo  conoscitore  de'  numeri  al  Lotto   da  altri,  per 
I  un  uomo  prezioso  da  quanti  il  conoscevano.  La  sua  fama 
era  uscita   dalle  mura   di  Palermo,  e   s'era  diffusa   per 
tutti  i  comuni  della  Conca   d'Oro  e   quasi   per  tutta  la 
provincia.  Da  Villabate,   da  Bagheria,   da  Monreale,  da 
Carini,  come  dalle  campagne  di  Palermo  molti,  moltis- 
simi si  recavano  a  lui  per  vederlo  e  parlargli.  Egli,  con 
un  fare  tra  il  semplice  e  lo  stordito,  seduto  sur  un  seg- 
giolone,   ricevea    tutti,    facendosi    scorrer    tra    le    dita    i 
paternostri    d'un    rosario    o    palpando    i    nodi    del    suo 
cordone  di  S.  Francesco.  Lasciato,  dopo  la  soppressione 
delle  corporazioni  religiose  (1866),  il  convento  di  S.  Ma- 
ria di  Gesù,  dov'era  per  lui  un  vero  pellegrinaggio,  varie 
famiglie  se  lo  rapivano  a  vicenda,  e  Fra  Luigi,  per  lasciar 
contenti  tutti,  passava   dove   quindici,   dove  venti,   dove 
quaranta  giorni  tenendo  i  suoi  ricevimenti  e  le  sue  udien- 
ze nella  casa  che  abitava. 
Ma  le  visite  non  erano  senza  secondi  fini. 
Nei  suoi  movimenti,  nelle  sue  parole  cercavasi  un  va- 
lore  numerico;    ed    egli,   come    Y eremita   descritto   ses- 
santanni fa  dal  messinese  Arena  Primo: 

Ora  si  tocca  il  naso,  or  stringevi  le  mani, 
Or  si  tocca  la  fronte,  ora  vi  dà  tabacco, 

20. 


306  CAPITOLO  VI. 

Or  nomina  le  guerre,  e  un  soldatesco  attacco, 
Ora  la  bocca  v'apre,  or  ride,  or  è  in  angoscia, 

Ora  le  palme  stende,  or  battesi  la  coscia; 
E  in  tante  misteriose  parole  e  segni  varj 

Si  ricorre  alla  smorfia,  ed  alli  calendarj  \ 

Il  Tempio  nella  Caristia,  t.  I,  e.  II,  mettendo  in  iscena 
un  P.   Cesarò,  monaco  crocifero  di  Acireale  in  Catania 
Fan.  1798,  celebre  nella  cabala,  racconta  che 
Ccu  enimmi  ignoti  e  chiacchiari, 
E  cifri,  e  signi  oscuri, 
Tirava  grossi  rènniti, 
Campava  da  signuri. 

E  qui  descrive  una  scena  graziosissima  tra  lui  ed  un 
certo  D.  Litterio,  che  andava  da  lui  in  cerca  di  numeri 
da  giocare  al  Lotto  2. 

Fra  Luigi,  che  sapeva  tutto,  protestava  di  non  saper 
numeri  ed  usciva  con  certe  proposizioni  che  per  non. 
aver  nulla  da  fare  con  la  conversazione  eran  prese  per 
tanti  numeri  da  giocarsi  nella  estrazione  prossima.  E  bi- 
sognava vedere  che  persone  venissero  da  lui,  con  che 
rispetto  gli  parlassero,  con  che  pazienza  ne  ricevessero 
le  intemerate,  con  che  silenzio  rimanessero  per  delle  ore 
intiere  attorno  a  lui,  con  che  riverenza  ne  implorassero 
nel  partirsi,  la  benedizione. 

Un  bel  giorno,  anzi  un  cattivo  giorno,  Fra  Luigi  nel- 
l'uscire  di  casa  (abitava  in  quel  mese  alla  via  della 
libertà,  presso  il  Duca  di  Realmena)  scivola  e  si  rompe 

1  Raccolta  di  Cicalate  di  Don  Pippo  Romeo,  Plac.  Arena  Primc 
ecc.,  La  Riffa,  pp.  465466. 

2  Vedi  anche  Guastella,  Le  Parità,  pp.  157-158. 


IL   LOTTÒ  307 

l'avambraccio  destro.  Chiamato  a  visitarlo  ed  a  curarlo 
io  divento  oggetto  di  maraviglia  e  di  venerazione  anch'io 
da  parte  dei  devoti  e  sempre  commossi  visitatori.  Tutti 
mi  pregano  che  lo  riguarisca  presto,  che  nel  visitarlo 
lo  faccia  parlare,  perchè  dal  di  che  gli  è  avvenuta  questa 
maledetta  disgrazia,  Fra  Luigi  non  parla  più,  non  ri- 
sponde  a  nessuno,  non  dà  argomento  neppure  a  un  terno, 
neppure  a  un  ambo. 

Durante  la  mia  visita  Fra  Luigi  parla,  sorride,  scherza: 
e  l'uditorio  è  tutto  orecchi  a  sentire,  tutto  occhi  a  vedere, 
i  Nei  giorni  che  io  non  andavo  a  visitarlo,  s'avea  un  bel- 
i l'aspettare:  l'ammalato  non  fiatava;  il  che  era  un  sup- 
plizio per  i  poveri  appassionati,  specialmente  negli  ul- 
timi della  settimana,  quando  più  premeva  giungere  in 
tempo  a  giocare.  La  settimana  allora  e  sempre  rispetto 
P  visitatori  correva  così:  Domenica  e  Lunedi:  vacanza; 
nessuno  pensava  a  Fra  Luigi,  nessuno  lo  cercava;  Mar- 
tedì e  Mercoledì,  qualcuno;  Giovedì,  molti;  Venerdì  un 
pellegrinaggio,  una  processione  continua  di  uomini  e  di 
qualche  donna  in  aspettazione  di  un  responso  sibillino, 
che  si  potesse  smorfiare.  Egli  taceva,  taceva,  ma  messo, 
jcome  si  dice,  alle  strette  da  tante  persone  che  rimanevano 
Jome  tante  cariatidi,  per  liberarsene,  faceva  una  smorfia, 
borbottava  quattro  parole,  e  quelle  si  partivano  da  lui 
racconsolate  e  soddisfatte  per  correre  al  banco  del  Lotto 
I  giocare  i  tre,  i  quattro,  i  cinque  numeri  che  esse  cre- 
avano di  dover  trarre  dalla  discorsa  di  Fra  Luigi. 

Tra  centinaia  di  persone  che  andavano  a  consultare 
'oracolo  di  S.  Maria  di  Gesù  o  della  Via  della  Libertà 
centinaia  di   terni   e   quaderne   si   giocavano:   ed   è   ben 


308  CAPITOLO  VI. 

facile  supporr©  che  non  poche  dovessero  essere  le  coin- 
cidenze fortunate  di  vincite,  le  quali  mantenendo  alta 
la  reputazione  di  Fra  Luigi  accendeano  di  desiderio  al 
giuoco  non  meno  i  fortunati  che  coloro  a'  quali  la  sorte 
non  aveva  arriso.  Giacché  è  proprio  di  noi  miseri  mor- 
tali il  non  rimanere  mai  contenti  a  un  primo  buon 
successo  e,  parlandosi  di  Lotto,  l'essere  spinti  a  nuovi 
e  più  arrischiati  giuochi  al  domani  di  una  vittoria.  Un 
proverbio,  infatti,  sentenzia: 

Cu'  pigghia  un  ternu,  sta  cuntenti  ottu  jorna, 
aspettando  che  venga  l'altra  estrazione  del  Lotto,  per 
accrescere  la  giocata  e  ritentare  con  miglior  successo  la 
sorte.  Ricerche  statistiche  sul  Lotto  fanno  chiaramente 
vedere  che  le  vincite  di  una  settimana  duplicano  il  nu- 
mero dei  giocatori  nella  settimana  seguente  e  nelle  altre 
dipoi,  e  che  delle  perdite  che  lo  Stato  fa  in  una  si  rifa, 
subito,  con  altrettanto  di  più,  in  un'altra.  Guai,  poi,  se« 
le  vincite  dei  giocatori  si  ripetono!  Lo  Stato  in  capo  a 
un  mese  ha  ripreso  triplicato  il  danaro  perduto 

Quando  non  c'è  nulla  da  sperare  dai  polacchi,  o  non 
c'è  modo  di  consultarli,  si  ricorre  alle  Anime  dei  corpi 
decollati.  Queste,  pregate  con  vera  fede,  qualche  volta 
danno  in  un  modo  o  in  un  altro  un  terno,  e  vi  so  dire  io 
che  fanno  la  fortuna  d'una  povera  famiglia.  Ordinaria- 
mente  «  l'anima  del  decollato,  presentandosi  col  corpo 
che  avea  in  vita  ma  privo  di  testa,  consegna  al  parente 
una  cartina  col  terno  1  ».  Il  Burgio  da  Trapani  nel  1775 
raccontava  di  «un  servitore  che  impiegò  tutto  il  salario 


Cu  astella,  P.  Leonardo,  p.  254,  nota  2. 


IL   LOTTO  309 

di  una  settimana  per  far  dire  una  messa  in  sollievo 
dell'anime  i  cui  corpi  furono  giustiziati,  ad  oggetto  d'in- 
dovinare tre  numeri,  onde  giocare  al  Lotto,  mentre  udiva 
in  pace  la  sua  famiglia  perchè  affamata  ».  Scene  —  egli 
aggiungea  —  che  si  ripetono  tutti  i  giorni  *. 

Le  ragazze  che  non  hanno  da  formarsi  il  corredo  di 
nozze,  si  rivolgono  a  S.  Pantaleone  con  questa  preghiera: 
San  Pantaliuni  santu, 
A  stu  mannu  patìstivu  tantu; 

A  Napuli  nascìstivu, 
A  Roma  poi  murìstivu, 

Pi  la  vostra  santità, 
Pi  la  mia  virginità, 
Datimi  tri  nnumari  pi  carità!   (Palermo)  \ 

E  non  son  le  ragazze  soltanto  che  si  rivolgono  a  S. 
Pantaleone.  Come  appare  da  una  versione  un  po'  irru- 
ente di  questa  preghiera,  fanno  capo  a  lui  donne  di 
ogni  età  e  condizione.  Ecco  questa  stranissima  preghiera 
quale  è  stata  raccolta  sull'Etna: 

0  Santu  Pantaliuni, 
0  si'  Santu  Dia....  ni; 

Santu  Liafantu, 
Figghiu  di  re,  e  patìstiu  tantu; 

A  Napuli  nascìstivu, 
A  Roma  poi  murìstivu, 

'Nta  sta  terra  cchiù  non  siti, 
E  li  nnumari  sapiti; 

Cui  chiamari  a  vui  vi  sa, 

1  Jante  Cereriano,  Lettere  critiche,  p.  336. 

2  Canti,  v.  II,  n.  797.  Cfr.  Molinaro  Del  Chiaro,  Canti  del  pò- 
lolo  napoletano,  p.  300,  n.  3. 


310  CAPITOLO   VI. 

Lu  livati  di  puvirtà; 

Iu  vi  fazzu  la  nuvena, 
Non  mi  lassati  ccu  fami  e  pena; 

Iu  v'aspettu  di  'ntra  lu  'nfernu, 
Si  mi  dati  qualchi  ternu  (Acireale)  . 

«  Dove  è  da  notare  l'accenno  a  Napoli  come  presunta 
patria  di  S.  Pantaleone,  appunto  perchè  Napoli  è  la 
città  santa  del  Lotto,  e  da  essa  prende  nome  il  giuoco. 

Questo  strano  miscuglio  di  sacro  e  di  profano,  si  tra- 
duce in  altre  pratiche  non  meno  strane  ed  incoerenti. 
Identificandosi  la  Sorte  con  la  Provvidenza,  ed  all'una 
ed  all'altra  attribuendosi  la  volontà  di  concedere  la  gra- 
zia d'un  terno,  e  meglio,  d'una  bellissima  cinquina,  le 
donne  più  infiammate,  immediatamente  fatta  la  giocata, 
ravvolgono  la  bulletta,  si  segnano  con  essa,  la  baciano 
e  se  la  conservano  nel  seno,  tasche  ordinarie  delle  po- 
polane 2.  Altre,  rientrate  in  casa,  la  mettono  sotto  la  pro- 
tezione di  S.  Giuseppe,  «  padre  della  Provvidenza  »,  e 
la  ficcano  in  un  quadro  o  l'attaccano  ad  una  immagine 
di  esso  aggiungendo  un  paternostro  od  altra  orazione. 

Pure  non  bisogna  aspettar  tutto  dal  cielo;  qualche 
cosa  dobbiamo  fare  anche  noi;  e  tra  le  molte  pratiche 
per  vincere,  ve  n'è  parecchie  che  eccellono  per  la  loro 
stranezza. 

La  prima  e  la  più  strana  è  quella  di  coloro  che  si 
recano  in  chiesa  per  ottenere  da  un  sacerdote  la  pre- 
ghiera affinchè  Dio  o  un  santo  conceda  al  bisognoso 
di  sognare  de'  numeri  da  giocare  per  la  prossima  estr 

1  Race,  ampi.,  n.  3678. 

2  Vedi  v.  I,  p.  13,  n.  1. 


IL    LOTTO  311 

zione  del  Lotto.  La  preghiera  va  fatta  in  una  messa  ap- 
positamente celebrata,  alla  quale  il  devoto  assisterà  con 
la  intenzione  di  dover  sognare  nella  prossima  notte  da 
tre  a  cinque  numeri  infallibili:  intenzione  che  diventerà 
ferma,  incrollabile  al  momento  della  Elevazione,  in  cui 
il  sacerdote  dovrà,  secondo  il  supplicante,  pronunziare 
non  so  che  parole  ad  hoc   (Sambuca). 

La  seconda  consiste  nella  virtù  della  spazzatura  d'una 
chiesa.  Questa  spazzatura  si  ripone  entro  una  cassa,  e 
vi  si  seminano  novanta  chicchi  di  grano  in  tal  ordine 
che  se  ne  possa  conoscere  il  numero  progressivo.  I  pri- 
mi cinque  che  germogliano  saranno  i  cinque  numeri  della 
seguente  estrazione   (Modica). 

Ve  n'è  una  terza  per  la  quale  bisogna  prendere  una 
lucertola  a  due  code,  cioè  con  la  coda  biforcata,  con- 
servarla e  nutrirla  in  uno  scatolino  in  mezzo  ad  un 
mucchio  di  novanta  polizze  e  scrittivi  i  primi  novanta 
numeri  dall'I  in  su.  Quelle  che  la  lucertola  stacca  dalle 
altre  si  giocano  con  la  probabilità  di  vincere1. 

Altri  alla  lucertola  a  due  code  sostituiscono  il  tiru 
a  dui  testi,  che  chiuso  nello  scatolo,  prende  cinque  nu- 
meri e  li  mette  da  parte.  Il  tiro  potrà  servire  per  tre 
volte  di  seguito,  e  si  conserva  dentro  una  scatola  di 
legno,  la  quale  posata  sopra  una  specie  di  gratella  avrà 
di  sotto  un  recipiente  d'acqua  per  tener  fresco  il  tiro. 
Questo  si  alimenta  con  segatura  di  tavola  (Siculiana). 

Più  strana  è  quella  di  trarre  i  numeri  da  giocare 
tagliando  la  coda  a  una  lucertola,  e  tastandosi  il  polso 

1  Castelli,  Credenze,  p    62.  Pai.  1878. 


312  CAPITOLO  VI. 

per  vedere  quanti  battiti  dia  esso  fino  a  tanto  che  la 
coda  si  muova.  Se,  p.  e.,  batte  trenta  volte  si  ha  un 
ambo  col  3  e  col  30;  se  altro  numero,  p.  e.,  35,  un  terno: 
3,  5,  35.  Capovolgendo  il  numero,  si  ha  53,  e  perciò  una 
quaderna:   3,  5,  35,  53   (Pietraperzia). 

Mezzo  efficacissimo  e  sicurissimo  di  vincere  al  Lotto 
è  questo: 

Si  prendono  90  ceci,  sopra  ciascuno  de'  quali  si  scrive 
un  numero  progressivo  dall'I  al  90,  e  si  coprono  con 
sabbia.  In  una  notte,  alle  dodici  in  punto,  quando  la 
luna  è  quintadecima,  si  va  in  un  camposanto,  sulla  fossa 
dell'ultimo  morto  si  scava  la  terra  dal  lato  corrispon- 
dente al  capo  del  morto,  e  quando  si  è  messa  allo  scoperto 
la  cassa  (tabbutu),  si  raccoglie  mezzo  munneddu  di  quel- 
la terra,  e  si  porta  via.  Presa  una  pentola  d'wna  testa, 
vi  si  versa  la  terra,  la  si  scioglie  in  quattro  quartucci 
(litri  tre)  d'acqua  e  vi  si  gettano  i  novanta  ceci.  Coperta 
e  messa  da  parte  in  luogo  recondito  la  pentola,  in  capo 
a  tre  giorni  si  scoperchia  al  buio,  e  si  osserva  quali  siano 
i  primi  ceci  germogliati,  e  che  numeri  portino.  Quei  nu- 
meri si  giocano  al  Lotto,  e  si  è  sicuri  di  vincere  (  Si- 
ciliana) 1.  ì 

1  Si  potrebbe  sospettare  che  questa  superstizione  provenga  dal  Sor- 
tilegio del  Giusti;  ma  la  provenienza  è  così  aliena  dalla  letteraria, 
da  mettermi  in  grado  di  togliere  qualunque  sospetto  di  importazione 
o  mistificazione.  La  nostra  è  una  pratica  raccolta  da  un  contadino  di 
Siculiana,  il  quale  l'avea  avuta  confidata  e  raccomandata  dal  padre 
suo.  Medesimamente  la  ebbi  confidata  in  Ficarazzi  dal  vecchio  zio 
Raimondo  Macchiarella,  l'anno  1866,  quando  egli  contava  86  anni 
(moriva  quasi  centenne  or  non  è  guari).  L'ho  avuta  successivamente 
da  Giuseppe  Bordonale  da  Corlone,  da  Maria  Cancelliere  da  Marsala. 


IL    LOTTO  323 

Ogni  fatto,  ogni  caso  che  abbia   dell'anormale,   dello 
straordinario  dà  luogo  ad  ambi,  a  terni,  a  cinquine.  Un 
povero   pazzo    di   pieno   giorno,   in   costume    adamitico, 
scappa  via,  e  come  se  il  conto  non  fosse  suo,  entra  per 
Porta  Felice,  percorre  il  Corso  V.  E.  e  le  vie  più  popolate 
della   città;    ed   ecco   un   bel   terno:    uomo   ignudo    18; 
giorno,  48;  Cassare,  15.  Due  amici  si  guastano  per  cose 
ia  nulla;    dalle  parole  vengono   ai  fatti;    l'uno   affibbia 
ma   coltellata   all'altro,   proprio   nel   fianco,   e   lo   lascia 
teso  per  terra;   ecco   un   altro   terno:    amici,   11;   sciar- 
«,  28;  coltello,  41.  Un  bambino  cade  da  un  balcone  e 
>er  fortuna  resta  vivo;  altro  terno:  20  bambino;  50  bai- 
one,  90  paura    (scantuj.  Ricorre  la  festa   di  un   santo, 
nella  sua  chiesa  parata  splendidamente  si  celebra  messa 
>lenne.  Nel  meglio  il  parato  prende  fuoco,  ed  il  sagre- 
tano,   abbruciacchiandosi   le   mani,   riesce    a    spegnerlo. 
1  terno  non  può  essere  più  semplice:  chiesa  parata  45; 
loco,  8;  sagrestano,  81.  Un  cappellaio  in  via  dell'Alber- 
heria  malato  da  parecchio  tempo   cade  in  isvenimento 
i  è  pianto  per  morto  dai  suoi.  Dopo  un  tratto,  egli  tira 
ti  sospirone  e  si  rialza  in  mezzo  al  letto,  già  circondato 
a  ceri  ardenti;  altro  terno:  6,  cappellaio,  31  e  47  mor- 
i-vivo 1. 

Oltre  a  ciò  grande  vivaio  di  numeri  sono  le  disgrazie 

Io  credo,  pertanto,  che  il  Sortilegio  del  Giusti  non  sia  una  mera 
menzione  poetica,  ma  la  descrizione  d'una  tradizione  ed  il  rac- 
nto  d'un  fatto  veramente  accaduto;  e  mi  conferma  in  questo  .1 
terrazzi,  che  nell'amo,  §  VII:  Come  stiamo  a  fatti?  riferisce  la 
jdesima  pratica  e  la  medesima  superstizione. 
Nel  Giornale  di  Sicilia  del  20  aprile  1885  (an.  XXV,  n.  108)  in 


314  CAPITOLO  VI. 

private,    i     pubblici    infortuni:     le     cadute,   gl'incendi, 
i  terremoti.... 

Né  ciò  è  tutto.  Il  primo  uovo  che  fa  una  pollastra 
è  una  rivelazione  per  la  massaia  che  la  possiede,  la  quale 
crede  di  scorgervi  un  numero  o  qualcosa  di  simile  a  un 
numero.  Questo,  unito  col  numero  dell'uovo  e  con  quello 
della  gallina,  formerà  un  bel  terno. 

Poi  vi  sono  gli  ambi  ed  i  terni  per  la  ricorrenza  dei 
santi  dell'anno:  S.  Antonio,  S.  Giuseppe,  S.  Francesco 
di  Paola  ed  altri  assai.  In  quella  settimana  gli  spacciatori 
ambulanti  di  ambi  e  di  temi  (giacche  la  speculazione  ha 
creato  degli  spacciatori  per  chi  non  abbia  modo  di  re- 
carsi al  botteghino,  o  quasi  per  tentare  coloro  che  noni 
pensano   al  Lotto)    vanno   gridando   per  vicoli   e   chias- 

suoli  : 

Lu  timiceddu  di  San? Antuninu,  4  (porco),  9   (santo) 

e  17  (17  gennaio). 

Haju  Vamiceddu  di   S.  Giuseppi:    19    (data   della  fé 

Palermo  il  fatto  è  raccontato   con  tutti   i  particolari,  e  poi  si  ag 
giunge: 

«Immagini  il  lettore  ciò  che  avvenne  appena  si  sparse  la  voc< 

di  questo  fatto! 

«Il  popolino  fece  subito  i  numeri:  6  il  cappellaio,  e  31  e  47  t 
morto-vivo!  E  si  giuoco  di  grosso,  e  si  pigliò  anche  di  grosso- 
giacche  ieri  dalle  urne  del  lotto  uscirono  proprio  questi  tre  numer 
belli  e  fiammanti. 

«Nell'Albergheria  le  vincite  sono  state  moltissime  e  ieri  sera  s 
fece  baldoria.  Oggi  che  è  domenica,  la  baldoria  sarà  anche  mag 
giore  e  tutti  festeggeranno  il  caso  del  cappellaio! 

«Poveretto!  È  morto,  ma  almeno  dall'altro  mondo  avrà  la  conso 
lazione  di  dirsi  che  ha  fatto  un  po'  di  bene  a  molti,  a  molti!.... 


IL    LOTTO  315 

sta)   e  9    (santo)!   ovvero:    Va  pigghiativilli  H  nnumari 
di  lu  Santu  Patri:  9,  19  84! 

Vi  sono  anche  i  sogni,  che  tengono  sempre  vivo  questo 
fuoco  sacro  del  Lotto,  e  ingrossano  ogni  giorno  più  le 
file  de'  giuocatori  ordinari.  Tizio  sognò  di  cadere  dal- 
l'alto d'una  fabbrica  entro  una  terribile  voragine:  fab- 
brico, 22;  caduta;  80;  abisso,  4. 

Sempronio  sogna  di  mangiare  biscotto:  va  per  masti- 
care; i  denti  gli  vacillano  dapprima,  indi  gli  cadono 
tutti  insieme:  biscotto,  12;  denti,  35. 

Quando   poi   i   numeri    si    notano  nello  stesso   sogno, 
la  cosa  diventa  più  seria:  e  v'è  ragione  a  sperare  una 
vincita  sicura.  A  Sempronio  par  di  vedersi  davanti  uà 
frate  che  gli  presenta  tre  numeri  e  gli  comanda  di  gio- 
carli tre  volte  di  seguito.  Che  cosa  sono  questi  numeri? 
Se  il  sognatore  li  ricorda,  il  terno  è  naturale,  e  può  for- 
marne anche  una   quaderna   aggiungendovi  monaco;   se 
non  se  ne  ricorda,  un  ambo  non  potrà  mancare   col  33 
(un  monaco)  e  col  29  (numeri  del  Lotto).  Ed  ecco  tanta 
gente  quanta  può  aver  saputo  di  quel  sogno  provviden- 
ziale riversarsi  nei  banchi  del  Lotto  della  città  o  del  co- 
munello,  e  mettere  chi  pochi  soldi,  chi  parecchie  lire  per 
giocare  i  preziosi  numeri.  Ma  lire  e  soldi  mancano  allo 
spesso,  ne  c'è  verso  di  procurarseli.  Non  importa:  a  co- 
sto di  far  le  pietre  pane,  come  suol  dirsi,  i  quattrini  pel 
giuoco  bisogna  che  vengano:  e  vengono.  Ci  son  le  case 
di  prestanza  (li  'mpignaturi),  e  si  metteranno  in  pegno 
jgli  orecchini  della  figliuola,  la  piddemi  o  lo  scialle  pro- 
prio, la  camicia,  se  occorre;  si  pregherà  il  principale  del 
marito,  o  del  figliuolo,  che  anticipi  il  pagamento  di  una 


316  CAPITOLO  VI. 

settimana;  la  padrona  che  dia  la  intiera  mesata  di  là 
da  venire.  Mancherà  l'olio  per  la  sera,  mancherà  il  pane, 
ma  i  quattrini  per  la  giocata  ordinaria  e  staordinaria 
non  devono  mancare,  perchè 

'Na  magghia  aperta,  sempri  si  lassa. 

Rinunzio  volentieri  alla  descrizione  del  sorteggio  dei 
numeri  in  Palermo,  alla  pubblicazione  de'  numeri  sor- 
titi, in  tutta  l'Isola. 

L'atrio  del  palazzo  del  S.  Uffizio,  in  fondo  al  quale 
è  una  loggia  pel  sorteggio,  formicola  di  gente  palpi- 
tante, tremante,  sudante  pensando  a'  numeri  che  ha  gio- 
cati e  alla  probabilità  di  vincere. 

Che  facce,  che  gesti,  che  voci!  Quel  buon  prete  al 
quale  si  fa  benedire  l'urna  è  un  sant'uomo  o  un  Ma- 
lagigi;  quel  buon  bambino  che  ne  trae  i  cinque  magici 
numeri  è  un  angelo  o  un  demonio,  secondo  le  impres- 
sioni degli  astanti;  e  quando  i  fatali  numeri  son  sor- 
teggiati e  gridati,  benedizioni,  imprecazioni,  bestemmie 
Voci  alte  e  fioche  e  suon  di  man  con  elle. 

Ma  credete  voi  che  il  perditore  si  dia  per  vinto!  Nella 
prossima   settimana,  egli,  acceso  viemaggiormente   della 
bramosia  di  arricchire,  getterà  quel  che  ha  e  quel  eh 
potrà  avere  sopra  quel  terno,  sopra  quella  cinquina  eh 
<*li  fu  lasciata  in  ricordo  dalla  buon'anima  di  sua  mi 
dre,  che  l'ebbe  data  in  confidenza  trent'anni  fa,  e  eh 
egli    da    vent'anni   ha    sempre    giocata,    sbagliando    allo 
spesso  di  un  punto  per  prendere  un  bel  terno.  Così  egli 
vive  di  speranza  che  è  l'ultima   a  lasciarci. 

Il  Lotto  è  una  passione   come  quella  dell'amore,  de 


a 


IL   LOTTO  317 

giuoco  a  carte,  del  vino;  ma  tra  tutte  la  meno  peri- 
colosa di  vita.  L'uomo,  la  donna,  che  per  una  settimana 
ha  sognato  ad  occhi  aperti,  che  ha  buttato  su  tre  numeri 
il  pane  de'  suoi  figli  e  suo,  venuto  il  momento  della 
estrazione,  non  si  suicida  all'annunzio  della  perdita  co- 
me un  giovane  rifiutato  dalla  sua  amante,  come  un  ro- 
vinato di  Montecarlo.  Egli  s'apparecchia  con  nuovo  en- 
tusiasmo  a  nuove  sconfitte. 

Il  linguaggio  numerico  siciliano  ha,  oltre  la  famosis- 
sima Smorfia,  per  mezzo  della  quale  si  possono  smor- 
fiare  tutti  gli  oggetti  che  si  vogliono,  un  vocabolario 
accreditato  presso  i  sapienti  della  materia  J;  ha  i  suoi 
poeti  letterari 2  e  popolari 3,  i  suoi  fautori4,  che  tengono 
fronte  ai  suoi  irrisori  5. 

Vocabolario  numerico  siciliano-italiano  compilato  da  Giusto 
Pecorella,  Palermo,  Stamperia  Militare,  Via  Biseottari,  1873. 

2  La  natura,  ossia  estratti,  ami  e  terni,  p.  324  delle  Poesie  si- 
ciliane del  Laudicella. 

J  Stefano  La  Sala,  del  quale  ho  lungamente  parlato  a  pp.  102- 
108  de'  miei  Studi  di  poesia  popolare.  Cfr.  pure  Filipponi,  Stefano 
La  Sala  o  il  poeta  venditore  d'uova,  Palermo,  Virzì  1880  e  Scritti 
varii,  v.  I,  pp.   117-146.  Pai.,  Giannitrapani,  1885. 

4  Dialoghi  tra  il  Destino,  la  Fortuna,  il  Desiderio  ed  il  Ca- 
priccio, ovvero  modo  facilissimo  di  arricchire  al  Lotto  da  (sic) 
[Michele  Valenti,  Palermo,  dalla  Stamperia  Carini,  1847. 

5  L'astrologo,  almanacco  di  Rutilia  Benincasa  nata  Fanfaricchio 
per  Vanno  bisestile  1856.  Contenente  il  calendario  dei  santi  di  tutt'i 
intesi,  articoli  di  magia  e  negromanzia,  pezzi  di  poesia  faceta  indi- 
cante ciò  che  si  opera  e  si  mangia  in  tutte  le  festività  dell'anno, 
dei  famosi  numeri  simpatici  di  ogni  settimana  per  i  dilettanti  del 
Gioco  del  Lotto  e  cabalisti,  pronostici  interessanti,  vari  leggiadri 
e  spiritosi  detti,  proverbi,  sentenze  moarli,  ed  alcuni  numeri  tratti 


320  CAPITOLO  VII. 

Se  non  si  è  abituati  ad  una  vita  nomade  e  vagante 
fuori  i'1  proprio  paese,  non  è  cosa  che  non  si  guardi 
pel  sottile  prima  di  partirsi.  Un  piede  che  incespichi 
presso  l'uscio  di  casa,  un  oggetto  che  s'investa  e  vada 
per  terra,  un  contrattempo  qualunque,  è  un  cattivo  au- 
gurio: e  chi  sa  che  diascane  accadrà  quando  s'è  prese 
l'aire  e  si  è  innanzi!.... 

Certi  proverbi  a  noi  cittadini  sembrano  una  stona- 
tura: portandoci  in  un  mondo  incomprensibile  per  noi 
col  genere  di  vita  che  facciamo;  eppure  questi  proverbi 
non  son  tali  se  si  guardi  a'  mezzi  di  comunicazione  e 
di  trasporto  che  son  tuttavia  nell'interno  della  Sicilia 
Una  parodia  de'  primi  due  articoli  del  Decalogo  suom 
così  : 

Primu  :  Amari  a  Diu  supra  ogni  cosa, 
Sectinnu:  'Un  caminari  senza  spisa, 

cioè,    che   non   bisogna    mettersi   in   viaggio    senza    ave] 
da  mangiare,  come  molti  non  uscivano  dal  proprio  paese 
senza  confessarsi  e  comunicarsi. 
È  vero  che 

A  viaggili  longu  ogni  pagghia  pisa; 
è  vero  che 

Cu'  viaggia  patisci  ; 
ma  è  anche  vero  che  chi  viaggia  gode,  soffre  e  medita 

Cu'  camina,  guarisci,  patisci  e  specula  \ 

Il  Siciliano  è  come  ostrica  attaccata  allo  scoglio:  < 
prima   del   1860,   perchè   da   Palermo   si   recasse   a   Tra 

1  Per  questo  ed  i  proverbi  citati  vedi  Prov.  sic,  v.  Ili  ,c.  LVITJ 


DEL  VIAGGIARE  321 

pani,  a  Catania,  a  Messina,  gravissime  ragioni  doveano 
muoverlo.  L'andare  da  un  posto  all'altro  era  un  avve- 
nimento per  lui,  e  la  frase:  Jiri  d'un  vaddu  a  9n  àutru 
rimase  a  significare:  andare  da  un  punto  ad  un  altro 
molto  lontano.  La  Sicilia,  come  si  sa,  era  divisa  in  tre 
valli:  Val  di  Noto,  Val  Demone  e  Val  di  Mazzara. 

Un  proverbio  che  ha  sempre  la  sua  applicazione  con- 
siglia il  viaggiatore  di  andare 

Di  stati  davanti,  di  'nvernu  darreri, 
perchè  tenendosi  innanzi   agli   altri  in  estate   si  sposta 
la  polvere;  e  in  inverno,  mettendosi  dietro,  si   era  av- 
visati de'  pericoli  della  natura  e  degli  uomini. 

Ma  i  pericoli  c'erano  e  ci  son  sempre:  e  la  buona 
volontà  di  cansarli  non  sempre  basta.  L'intervento  del 
Cielo  è  allora  necessario  specialmente  se  di  notte  ;  laonde 
si  fa  capo  a  S.  Giuliano  l'Ospitaliere  protettore  dei  viag- 
giatori, con  un  paternostro  tutto  proprio  (da  questo  santo 
prende  nome  il  Monte  Erice  in  Sicilia)  e  perciò  si  dice: 
San  Ciulianu  sutu  ò  Munti, 
Prima  guardàstivu  'i  passi  e  poi  li  punti; 

Comu  guardàstivu  a  Nnoccu  ed  Elia, 
Ccussi  guardati  a  mia  (o  a  nui)  pri  mari  e  pri  via. 

Si  quarchidunu  mi  voli  fari  tortu, 
Si  facissi  un  cori  d'omu  mortu: 

Forza  di  liuni,  e  battituri, 
Guardàtilu  pri  lu  Santu  Salvaturi; 

E  la  luna  'n  cumpagnia 
La  Virgini  Santa  m'addrizza  la  via1. 

Ne'  paesi  etnei  questa  orazione  è  più  lunga,  e  in  alcun 
1  Spettacoli  e  Feste,  p.  310. 


-]- 


322  CAPITOLO  VII. 

modo  più  regolare.  Riferendola,  avverto  che  essa  si  recita 
non  già  da  chi  viaggia,  ma  dalle  persone  che  al  viaggia- 
tore son  legate  per  sangue  ed  affetto:  dalla  madre,  p.  e., 
dalla  sorella,  dalla  moglie,  dalla  figlia,  dalla  fidanzata. 
La  recita  giova  a  far  conoscere  se  alla  persona  alla  quale 
si  pensa  sia  capitato  nulla  di  male. 

Ecco  questa  versione  secondo  è  stata  raccolta   in  un 
comune  dell'Etna: 

\  Aduramu   chista   vera   Cruci, 

\  Chiddu   ca   scinni   lu   munti    Carvanu; 

Diu  ni  dassi  forza  e  luci, 

Lu  patrinostru   di  San  Giulianu. 

San  Giulianu  'ntra  l'aliti  munti, 
Guarda  li  passi  e  poi  li  cunti. 
Vui  chi  guardàstivu  all'acqua  e  la  via, 
Accumpagnati  a  N. *  'n  cumpagnia. 

N.    a    la   matina    si    susìu, 
La  scarpa  di  San  Giorgiu  si  mintili, 
Lu  mantu   di   Maria   si   cuvirtau; 
Quannu   si   ni  jieru   a   la   marina 
Tutti   l'amici   so'  l'arritruvau, 

Tutti    caderu  a   buccuni   , 
E   N.   arristau   comu   un  liuni; 

Si  corchidunu  ci  avissi  a  fari  tortu, 
Vurrissi   aviri   un   cori    d'omu   mortu    (Acireale). 

Ed  eocone  un'altra: 

Jemu  aduramu  chidda  vera  cruci, 
Chidda  ca  era  a  lu  munti  Carvanu, 
Ca  Diu  n'ha  dari  grazia  e  vera  luci, 
A    diri    un    patrinostru    di    San    Giulanu. 


Nome  della  persona  per  la  quale  si  prega. 


DEL  VIAGGIARE  323 

San  Giulianu  piccau, 
'A  matri  accisi  e  'u  patri  scannali; 

San  Giulianu  fuìju  a  li  munti, 
Prima  guardava  li  passi  e  poi  li  cunti. 

Comu  guardàstivu  a  Maria  'n  Aggittu, 
Ccussì  guardati  a  N.  in  ogni  passu  strittu. 

Iu  ci  liu  lu  pugnali, 
Pi  la  festa  di  Natali; 

Iu  ci  liu  la  scupetta, 
Ccu  la  so  manu  destra; 

'U  Luni  e  santu, 
'U  Marti  e  santu, 
'U  Mercuri  e  santu, 
'U  Jovi  e  santu, 
'U  Vènniri  e  santu, 
'U  Sabbitu  e  santu, 
La  Duminica  santa. 
Tutti   l'animi   su'   sicuri, 

E  'ntra  la  chiazza  si  cassati  lu  bannu 
Cristu  l'arricattau  cu  lu  so  sangu. 

O  Bella  Donna,  ajutàtilu  vui, 
Datici  ajutu  a  la  so  menti  vui; 

San  Juseppi  lu  majuri, 
'N  testa  porta  lu  cappeddu, 

E  a  li  mani  lu  vastuni 
E  la  cruci  di  Nostru  Signuri. 

Comu  ajutàstivu  a  Maria  'n  Aggittu, 
Ajutati  a  N.  in  ogni  passu  e  puntu  strittu. 

(Zaffarono.  Etnea)1. 

1  Race,  ampi.,  nn.  3656-3657.  Pel  poternostro  di  S.  Giuliano  in 
Italia  cfr.  Amati,  Ubbie,  ciancioni  e  ciarpe  del  sec.  XIV,  disp. 
LXXII  della  Scelta  di  Curiosità  del  Romagnoli,  p.  2:  //  pater  no- 
stro e  l'orazione  di  S.  Giuliano,  cavato  da  un  antico  quaderno  stani 
pato;   La  Historia  et   il  pater  nostro  et  priego  di  Santo  Giuliano 


324  CAPITOLO   VII. 

La  recita  va  essa  bene,  senza  interruzione,  senza  sba- 
glio neppur  d'una  sillaba?  Ebbene:  la  persona  amata 
è  sana,  lieta  e  fa  buona  via.  La  recita  è  interrotta,  sba- 
gliata? Non  c'è  dubbio:  alla  persona  è  accaduto  un  si- 
nistro. 

Che  però  questo  tradizionale  paternostro  sia  stato  in 
uso  presso  i  viaggiatori  piuttosto  che  presso  i  loro  pa- 
renti, si  argomenta  dal  proverbio  nostro: 

Si  vói  jùnciri  sanu, 

Nun  ti  scurdari  hi  patrinnostru  a  San  Ciulianu. 

Altrove,  nell'uscire  di  casa,  si  rivolge  questa  preghiera 
a  S.  Giuliano,  a  S.  Spiridione  ed  ai  cosiddetti  Centun- 
angelo: 

San  Ciulianu, 
Scanzàtirai  di  mala  nova; 

Santu  Spiriuni, 
Spirati  lu  corij  a  li  bonifatturi; 

Centu-ed-un  àncilu, 
E  cinquanta  mìlia  màrtiri, 

Accumpagnàtimi  unni  vaju  e  unni  vegnu, 
Scanzàtimi  di  tutti  'i  priculi  (Carini). 

Questi  Centun-angelo  sono  miracolosissimi,  e  nel  far  pro- 
digi a  favore  dei  loro  devoti  gareggiano  con  le  Anime 
de'  decollati  Si  racconta  una  storiella  di  due   compari 

ecc.,  in  Bologna,  Bonario  da  Penna;  Cantilene  e  Ballate  ed.  da 
Carducci,  Pataffio,  cap.  VII;  Boccaccio,  Il  Decamerone,  giorn.  II 
nov.  2a;  Sacchetti,  nov.  33;  Berni,  Orlando  innamorato,  e.  XXVIII 
ott.  8;  Pico  Luri  di  Vassano,  Modi  di  dire  prov.  (Roma,  1875) 
pp.  564-565;  A.  Graf,  Per  la  novella  12a  del  Decamerone,  ne 
Giornale  storico  della  Letterat.  ital,  an.  IV,  voi.  VII,  pp.  179-187 
Torino,  1886. 


DEL  VIAGGIARE  325 

di  S.  Giovanni,  l'uno  ricco  e  devoto  de'  Centun-angelo, 
l'altro  povero.  Dovendo  il  ricco  portare  da  Carini  400 
onze  a  Palermo,  fattolo  prima  sapere  al  povero,  questi 
s'andò  ad  appiattare  dietro  gli  Agliastrelli 1  con  la  in- 
tenzione  di  ucciderlo  per  derubarlo.  Stando  in  agguato 
vide  passare  una  Compagnia  di  Bianchi,  ma  non  ebbe 
a  sospettare  di  nulla.  Il  devoto  compare,  non  visto  e 
sicuro,  andò  a  Palermo,  compì  il  pagamento  e  ritornò 
a  Carini,  dove  il  deluso  compare  ebbe,  da  certe  parole, 
a  persuadersi  che  quella  processione  di  Bianchi  era  stata' 
organata  e  diretta  dai  Centun-angelo  e  in  mezzo  ad  essa 
era  passato  il  compare  con  la  somma  da  lui  agognata 
(Carini). 

1  Contrada  sottostante  al  comune  di  Carini. 


Vili.  Lo  sgombero  e  la  casa 1. 

L'andar  via  da  una  casa  si  dice  sturnari  o  sturnari 
di  casa,  scasari;  l'andare  ad  abitare  una  casa:  tumori 
o  turnari  di  casa. 

Il  giorno  dello  sgombero  non  è  dappertutto  lo  stesso. 

Si  dice  e  ritiene  comunemente  che  questo  giorno  sia 
il  31  agosto,  e  l'uso  è  consacrato  nella  frase:  Fari  lu  31 
agustu,    che    significa:    mutar   di   casa,   sgomberare;    ma 
non  è  così.  Difatti,  cominciando  dal  mese  di   giugno  e  , 
finendo  al  mese  di  settembre,  tutta  la  estate  ha  i  suoi 
giorni  destinati  alla  sgomberatura,  che  ha  luogo:  in  Pie-  | 
traperzia  il  24  giugno,  festa   di  S.  Giovanni;   in  Ragal- 
muto  il   2  luglio,  festa  della  Visitazione   di  Maria;    in 
Raffadali,  la   3a  Domenica   di   luglio,   cioè  nella   ottava 
della  fiera;   in  Nicosia,  il  3  agosto;  in  Polizzi,  il  15;  in. 
Palermo,  Girgenti  ecc.  il  31;  in  Misilmeri,  il  1°  settembre, 
festa  di  S.  Giusto;  in  Catania,  dal  1»  al  4  settembre  pei* 

1  Giova  avvertire  che  in  questo  e  ne'  capitoletti  seguenti  sino  a 
quello  della  Cucina  sono  descritte  le  superstizioni  e  le  usanze  carat- 
teristiche nel  loro  genere.  La  sola  descrizione  di  tutto  ciò  che  ri- 
guarda la  casa  richiederebbe  lungo  spazio. 


LO    SGOMBERO   E   LA    CASA  327 

pianterreni;    dal   1"  al  6  pe'  piani;   dal  1"  all'8   per  le 
botteghe. 

«  Gli  ultimi  giorni  di  agosto,  a  Palermo,  sono  qualcosa 
di  caratteristico,  di   tipico.   È  un  altro  carnovale,  come 
chi  dicesse  il  carnovale  della  mobilia.  Sono  i  letti,  i  ma- 
terassi,  i  cassettoni,  le  cassapanche,  i  tavolini,  che  escono 
a  pigliar  aria:  i  sofà  imbacuccati  nelle  coperte;  i  seggio- 
loni ravvolti  pubblicamente  nei  tappeti,  coi  piedini  ap- 
pena sporgenti.  -Èun  vai  e  vieni  di  carri,  con  la  mo- 
bilia accatastata  a  piramidi,  a  cui  ogni  scossa,  ogni  rim- 
balzo  imprime  un'ondulazione.   I  materassi,   distesi   sul 
carro,  formano  la  base  di  tutta  quella  specie  di  edificio 
ambulante;  poi  vengono  i  cassettoni  e  i  tavolini  a  gambe 
all'insù   -   le   sedie   attaccate  in   giro,   ai   bastoni   delle 
tende,  la  toilette  in  alto,  e  sul  dinanzi,  dondolante  come 
la   campana   del   Carroccio,   la   secchia    di   rame.   —  Le 
funi  avvolgono  ogni  cosa,  stringono  amorosamente  il  ta- 
volino da  notte  al  materasso,  e  i  cuscini  morbidi  scam- 
biano col  piano  di  marmo  delle  consolles  le  loro  con- 
fidenze Così  di  rado  si  trovano  accanto! 

«  n  carro  procede  lento....  -  Delle  lunghe  file  di  car- 
ezze gli  si  fermano  dinanzi:  i  cocchieri  gridano,  i  fac- 
chini sbuffano;  facchini  e  cocchieri  si  rimandano  com- 
plimenti accentuati,  esclamazioni  energiche....  Bisogna 
ìccar  più  sotto  il  manico  della  scopa  e  il  manico  della 
enda  —  concedere  una  sedia....  Ahi....  ahi....  un  mo- 
mento! Ora  ci  sono  le  gambe  della  poltrona....  Via,  in- 
dietro, avanti....  Accidenti!  la  ruota,  passando,  ha  smus- 
ato gli  angoli  del  comò  e  portato  via  un  lembo  di 
toffa   alla   spalliera  del  sofà....   -   Crac!   qualcosa  si  è 


CAPITOLO  Vili. 


rotto  da  quest'altra  parte....  Niente,  è  una  gamba  del 
tavolino,  scollata....  Un  pezzo  di  stucco  all'armadio  è 
caduto....  Fate  piano,  dunque....  Su  su,  su! 

«Quelli  di  dietro  spingono  il  carro;  quelli  dinanzi 
puntano  i  piedi,  serrando  le  labbra,  contraendo  i  mu- 
scoli della  faccia,  ingrossando  gli  occhi,  arrotando  i  denti 
Il  sudore  scorre  giù  per  la  faccia,  a  rigagnoli....  Su... 
su....  su....  avanti,  ragazzi;  ci  siamo. 

«Ci  siamo;  infatti  il  primo  intoppo  è  levato:  le  car 
rozze  ripigliano  il  loro  corso;  la  circolazione  è  rista 
bilita....,  i  cocchieri  si  allontanano  bestemmiando  —  1 
gente  brontola.  I  facchini  tirano  diritto,  come  se  noi 
fosse  fatto  loro:  tutto  quel  vocìo  non  li  cammuove  punto 
Sono  in  un  bagno:  le  camicie  si  potrebbero  strizzar! 
in  una  catinella,  e  ci  sarebbe  da  spremerne  acqua  finch 
si  vuole.  Non  hanno  fiato  da  parlare:  si  intendono  fr 
loro  a  cenni,  a  voci  inarticolate  1  ». 

Questi  poveri  facchini  (vastmi)  sono  il  31  agosto 
personaggi  più  importanti,  gli  uomini  più  desiderati  del 
città,  a'  quali  bisogna  rivolgersi,  come  si  suol  dire,  e 
cappello  in  mano. 

•E  bisogna  vedere  che  aria  è  la  loro,  e  che  presenzio 
accampano  in  questa  solenne  occasione!  Basti  dire  M 
nella  seconda  quindicina  di  agosto  molti  che  non  lo  son. 
si  acconciano  al  mestiere  di  facchini,  e  in  pochi  gion 
guadagnano  tanto  quanto  non  hanno  guadagnato  in  mei 
zo  anno.  Il  loro  distintivo  è  un  pezzo  di  fune  ravvoll 


1  Iobi  (Ildebrando  Bencivenni),  Da  un  giorno  all'altro,  nel  GU 
naie  di  Sicilia,  an.  XXVI,  n.  282.  Pai.,  1  sett.  1886. 


LO    SGOMBERO   E   LA   CASA  329 

e  buttata  sulle  spalle  o  portata  a  mano;  la  loro  voce,  se 
per  un  momento  son  liberi  d'impegni  e  non  hanno  da 
fare:   Cu9  scasa?!  ca  seduL... 

Finalmente  si  è  alla  casa  nuova,  tipo  di  bellezza,  di 
comodità  a  confronto  della  casa  vecchia,  che  era  un 
fondaco,  una  stalla  e  peggio.  Qui  non  si  è  in  un  catodio, 
non  si  sta  in  un  pianterreno;  qui  si  ha  V acqua  al  piede, 
cioè  pronta,  e  non  s'avrà  da  fare  con  quel  padrone  di 
casa,  che  la  notte  del  29  d'ogni  mese  non  dormiva  col 
pensiero  della  pigione  da  riscuotere.  Oh  che  padrone 
di   casa!  tirchio,   spilorcio,  seccatissimo!.... 

Questi  paragoni,  odiosi  pel  passato,  lusinghieri  pel 
presente,  sono  bensì  occasionali,  ma  provengono  dalla 
esperienza  antica.  Infatti  si  dice  che  le  case  a  pian- 
terreno (tirrani,  di  jusu)  son  donne,  e  quelle  a  piano 
(casi  di  susu)   castelli: 

Casi  di  susu,  casteddi; 
Casi  di  jusu,  gunneddi. 
Casi  tiranni, 
Casi  b 

E  dell'acqua  in  casa: 

L'acqua  dintra  è  Vàulra  donna; 

specialmente  se  quest'acqua  sia  di  corso  e  non  di  pozzo. 
Molto  bene  dicono  i  proverbi  delle  case  grandi,  gran 
male  nelle  nuove,  malissimo  delle  case  a  pigione,  pel- 
le quali  s'invoca  sempre  il  31  agosto,  e  si  affretta  col 
desiderio  la  venuta,  se  non  altro,  del  mese  stesso: 
Vegna  Augustu  e  vegna  di  notti!  \ 

1  Vedi  in  proposito  i  Prov.  sic,  v.  I,  e.  XVIII  e  v.  IV,  p.  220. 


330  CAPITOLO  Vili. 

S'intende  bene  che  la  casa  nella  quale  si  passa,  prima 
si  lava  perbene;  poi,  e  questo  non  è  di  tutti  i  comuni, 
si  benedice  con  fronda  di  olivo  bagnata  in  acqua  santa; 
e  finalmente  si  scongiura  con  sale  (Trapani).  Chi  non 
getta  sale,  pensa  però  a  portarlo,  prima  d'ogni  altra  cosa, 
nella  casa  nuova  (Palermo).  Il  sale  è  sostituito  dalle 
corna  di  castrato  con  pezza  rossa  (Alimena),  e  più  co- 
munemente dal  crocifìsso. 

Il  primo  giorno  che  si  è  nella  nuova  casa  si  mangia 
pane  fritto,  e  la  casa  sarà  prospera  e  fortunata.  Un 
motto  consacra  quest'uso: 

Isci  isci; 

Ca  tuttu  l'annu  crisci1; 

e  isci  è  onomatopea  del  friggio. 

Un  antico  proverbio  ricorda  anche  l'uso  di  mangiar 
cavoli  : 

A  casa  nova  cavilli  si  fa. 

Il  mangiar  maccheroni  sarebbe  un  andare  in  rovina 
tutto  l'anno: 

Cu'  mancia  maccarruna 
Tuttu  l'annu  a  ruzzuluna2: 

Fu  scritto:  «Presso  il  popolo  si  costuma  che  coloro 
che  non  cambiano  casa,  mandano  la  mattina  del  31  ago- 
sto pesci  o  altro  commestibile  a'  loro  amici,  che  hanno 


Altrove  : 


Isci  isci! 
Tuttu  l'annu  crisci  crisci. 


2  Lo  stesso  è  del  mangiar  maccheroni  a  capo  d'anno.  Cfr.  Spet- 
tacoli e  Feste,  p.  169. 


LO    SGOMBERO   E   LA    CASA  331 

mutato  abitazione;  presumendo  che  il  trasporto  ed  il 
rassettamento  de'  mobili  alla  casa  nuova  arrechi  una 
sollecitudine  tale  che  impedisca  di  badare  in  quel  giorno 
alla  cucina,  a  far  da  pranzo  1  ». 

Sul  collocamento  da  darsi  al  letto  vedi  a  p.  211  del 
v.  II,  e  alla  pagina  qui  seguente. 

A  casa  nuova  si  mettono  in  uso  scope  nuove. 

Non  bisogna  fare  una  seconda  apertura  d'entrata  ed 
uscita  nella  casa  che  si  va  ad  abitare,  altrimenti  ne  se- 
guirà la  morte  di  uno  della  famiglia  e  specialmente  della 
persona  che  dorme  più  da  presso  alla  stanza  della  nuova 
apertura  2. 

Malaugurio  se  alla  casa  nuova  la  pentola  messa  sul 
fuoco  non  bollirà  subito.  Questa  prova  si  fa  a  bella 
posta  3. 

1  Cacioppo,  Cenni  statistici,  p.  28. 

2  Cfr.  v.  I,  p.  202,  nota  3. 

3  Si  legga  in  proposito  un  mio  articolo  nel  Giornale  di  Sicilia, 
an.  XXVIII,  n.  239.  Pai.  27  agosto  1888:  Il  31  agosto  in  Palermo. 

Descrizioni  della  sgomberatura  diede  per  la  Sicilia  Linares,  Rac- 
conti popolari:  L'ultimo  giorno  di  Agosto  in  Palermo,  ediz.  cit., 
p.  480;  —  per  Napoli,  De  Bourcard,  Usi  e  costumi,  v.  I,  p.  185;  — 
per  la  Toscana,  Thouar,  Racconti  popolari:  Le  Tessitore. 


IX.  Il  Letto. 

Entrate  nel  tugurio  d'un  povero  contadino,  nella  casa 
d'un  modesto  impiegato,  nel  palazzo  d'un  ricco  signore 
di  Sicilia,  e  non  troverete  mai  un  letto  collocato  in 
guisa  che  i  piedi  di  chi  vi  si  adagia  guardino  il  vano 
maggiore  pel  quale  si  entra  ed  esce.  I  piedi  saranno  ri- 
volti a  destra,  a  sinistra;  non  lo  saranno  mai  verso  quel- 
l'apertura onde  si  va  fuori.  Sarebbe  un  cattivo  augurio 
di  prossima  morte  di  uno  della  famiglia;  e  in  mille 
famiglie  non  se  ne  troverà  una  che  osi  rompere  questo 
pregiudizio,  originato  dal  fatto  che  i  cadaveri  si  portan 
via  di  casa  sempre  co'  piedi  verso  l'uscio;  perchè  se  si 
portano  fuori  col  capo  rivolto  fvutatu)  all'uscio,  tutte 
le  faccende  di  quella  casa  andranno  alla  malora. 

Il  letto  poi  va  rifatto  con  certe  regole  che  le  donne 
tutte  tutte  osservano  scrupolosamente. 

Come  ho  accennato  a  proposito  de'  numeri  \  esso  non 
si  rifa  mai  da  tre  persone;  da  più,  da  meno,  sì;  da  tre  no, 
perchè  una  di  esse,  per  lo  più  la  minore,  ne  morrebbe 
davvicino:  e  nessuno  —  si  capisce  bene  —  vuol  morire 

1  Vedi  a  p.  287  del  presente  volume. 


IL    LETTO  3^3 

pel  solo  gusto  di  dar  mano  in  una  faccenduola  per  la 
quale  due  persone  bastano. 

Se  la  massaia  o  altra  delle  donne  che  rifanno  il  letto 
venga  improvvisamente  chiamata  dopo  aver  rincalzato 
dai  quattro  lembi  il  lenzuolo  di  sotto,  o  debba  per  un'ur- 
gente bisogna  lasciare  in  asso  l'opera  incominciata,  non 
lo  lascerà  se  prima  non  avrà  disteso  o  non  vi  avrà  but- 
tato sopra  il  secondo  lenzuolo.  Se  non  avrà  il  tempo 
di  far  questo,  essa  disfà  l'opera  sua  pur  di  non  lasciar 
nudo  il  letto  col  primo  lenzuolo.  L'usanza  di  preparare 
il  mòddiu  (letto  da  morto)  con  un  solo  lenzuolo  è  molto 
antica,  e  un  letto  per  vivi  preparato  a  quel  modo  dà 
idea  d'un  letto  funebre1.  Si  chieda  a  quante  servette 
e  cameriere  si  vuole,  se  ne  prenda  informazioni  da  quante 
signore  piace:  tutte  diranno  che  quando  s'è  messo  il 
primo,  bisogna  subito  mettere  il  secondo  lenzuolo. 

Il  secondo  lenzuolo  va  sempre  arrovesciato  dalla  parte 
del  capo  sopra  la  copertura  sia  essa  cuttunina,  sia  /raz- 
zata, sia  cutra.  Questa  ripiegatura  si  chiama  rivèttica, 
come  'ncapizzatura  si  chiama  la  rimboccatura  del  len- 
suolo  di  sotto  pe'  lembi  sotto  le  materasse.  Ebbene:  il 
disordine  di  tutta  la  copertura  nel  levarsi  da  letto  la 
mattina,  la  trascuratezza  dell'arrovesciatura  del  lembo 
superiore  del  lenzuolo  sopra  le  coperte  sono  indizi  di 
prossima  morte,  e  bisogna  guardarsene. 

Nel  disporre  oggetti  di  qualunque  sorte,  ma  in  ispecie 
letti,  bisogna  assolutamente  evitare  che  formino  delle 
Jroci  tra  loro,  il  che  sarebbe  di  pessimo  augurio. 

1  Vedi  v.  II,  p.  210. 


334  CAPITOLO  IX. 

Il  letto  deve  rifarsi  prima  dell'ave,  affinchè  in  quel- 
l'ora, l'Angelo  passando  lo  benedica.  Se  l'ave  suona  pro- 
prio mentre  si  rifa  il  letto,  la  benezione  verrà  data 
dall'Angelo  o  da  Dio. 

Il  letto  è  bell'e  rifatto,  e  conviene  tenerne  lontani 
gli  spiriti  maligni.  Allora  vi  si  segna  la  croce  e  si  dice: 

Lu  lettu  è  cunzatu, 

E  l'Ancilu   cc'è   curcatu 

Domani,  disfacendolo  e   sollevandone   in  alto  le  mate- 
rasse  (jisari  lu  lettu),   come   usa   il  popolino,  si   dirà: 

Lu  lettu  è  jisatu, 

E  l'Ancilu  cc'è  assittatu. 

Un  proverbio  afferma  che 

Lu  lettu  è  rosa: 

S'  'un  si  dormi,  si  riposa. 

Ma  anche  questo  riposo  ha  una  misura  ed  un  com-i 
passo.  Si  tien  conto  sinanco  della  posizione  che  piglia 
il  dormiente  nel  letto  medesimo,  e  se  ne  trae  argomento 
di  pronostici.  Per  dirne  una:  chi  dorme  disteso,  con  le 
braccia  slungate,  offende  le  Donne  di  fuora,  e  potrà 
soffrir  del  male.  Chi  dorme  con  le  braccia  in  croce  mo- 
rirà disgraziato,  fors'anche  giustiziato   (Misilmeri). 

Chi  mangia  a  letto,  mangia  col  diavolo  (Roccapa- 
lumba). 


X.  I  capelli  e  la  pettinatura. 

Indovinello  sui  capelli: 

Haju  'n  mazzu  di  millimillicchi  ; 
Nun  su'  virdi  e  mancu  sicchi 

Pi  lu  'miernu  e  pi  la  stati; 
'Nzirtatimillu,  pi   cantati!    (Noto)1. 

Indovinello  sullo  spadino   (spatuzza)   al   quale   si   so- 
gliono avvolgere  i  capelli2: 

Andai   a  Milanu, 
Flirtai  un  parmu  'i  robba  'n  manu, 

Cci    la    purtai    a   la   me    spusa, 
Cci  l'azziccai  'nt'  a  pilusa  (Messina). 

A  tempo  di  castagne  cadono  molti  capelli.  Mezzo  per 

arli   crescere    prontamente    e   bene:    olio    di    tarantole 

'schirpiuna)  unto  sulla  cute.  Questo  rimedio  si  compone 

bon  olio  di  oliva  bianca,  nel  quale  siano  state  fritte  tre 

arantole. 

Nella  poesia  popolare  i  capelli  sono  oggetto  di  apo- 
eosi.  Il  tipo  della  loro  bellezza  è  il  nìuru  giuittu,  cioè 
il  colore  nerissimo;  qualche  volta  il  biondo  d'oro. 

1  Di  Martino,  Énigmes,  n.  XXIII. 

2  Sulla  spatuzza  vedi  a  p.  39  del  v,  IL 


336  CAPITOLO  x. 

In  Naso,  quando  è  comparsa  la  prima  volta  dopo  il 
novilunio  la  luna,  le  donne  si  affacciano  alla  finestra 
co'  capelli  sciolti,  e  mostrandoli  all'astro  vanno  recitando 
la  preghiera  riportata  nel  §  La  Luna  e  che  comincia: 

Bon  vinuta,  luna  nova, 

Jisti  vecchia  e  tornasti  nova1. 

Preghiera  alla  pioggia  di  maggio  perchè  faccia  al- 
lungare i  capelli: 

Acqua    di    maju,    crisci-capiddi,, 

Crìscili   a  mia,   ca  l'haju  picciriddi    (Prizzi). 

La  buccia  d'arancia  infusa  in  liscivia  allunga  i  capelli 
e  corrode  l'estremità  loro.  Il  Veneziano  cantò: 

E  misa  da  li  donni  a  la  lixxia 

Li  trizzi  'mpurchia,  e  mangiaci  la  sercia  2. 

In  plenilunio  le  donne  sogliono  tagliarsi  questa  sercia 
o  serri,  cioè  le  punte  ineguali  e  fesse  per  lo  lungo,  dei 
capelli;  i  quali,  per  siffatta  operazione,  cresceranno  pari 
e  lunghi  (Palermo,  Marsala).  I  capelli  dell'uomo,  tai 
gliati  nel  plenilunio,  crescono  più  grossi,  più  rapidi  I 
più  splendenti;  tagliati  a  luna  crescente,  ricrescono  rai 
pidi;  tagliati  a  luna  mancante,  ricrescono  più  tardi 
(B  or  getto). 

I  capelli  ineguali  si  credono  stati  tagliati  d'   'a  fon 
ficitta   (Naso). 

A  una  giovane  donna,  divenuta  madre,  cominciano 
cadere  i  capelli  allorquando  il  suo  bambino,  cresciul 


1  Vedi  v.  Ili,  p.  28. 

2  Arangeida,  nelle  Canzoni  siciliane,  p.  495,  cod.  cit. 


I    CAPELLI   E   LA    PETTINATURA  337 

negli  anni,  la  riconosce  distintamente  in  mezzo  ad  altre 
donne  1. 

Per  un  capello  o  per  un  pelo  di  barba  bianco  che  si 
strappi  ne  nascono  altri  sette;  è  perciò  una  sciocchezza 
il  volersi  togliere  i  capelli  o  i  peli  bianchi  che  si  hanno. 
E  notevole  come  la  maggior  parte  delle  donne  curino 
la  conservazione  di  qualche  capello  bianco  che  indiscre- 
Unienle  spicchi  sul  loro  capo. 

Di  Venerdì  molte  donne  per  devozione  a  G.  C.  non 
si  pettinano,  o  si  pettinano  alla  buona.  La  ragione  di 
questa  usanza  è  in  una  ìeggenduola  innanzi  riferita  2. 
Tuttavia  non  vuoisi  dimenticare  che  altra  ragione  pro- 
babile e  non  ricercata  finora  di  codesta  astensione  possa 
in  alcune  donne,  specialmente  nelle  nutrici,  essere  il 
Umore  d'una  infiammazione  delle  mammelle:  essendo 
risaputo  che  questo  male  colse  la  prima  volta  una  nu- 
trice,  che  per  non  lasciar  di  pettinarsi  non  volle  far  la 
imosina  a  S.  Giuseppe  mendicante   (Nossoria)  3. 

Un   pettine   che  cade   per   terra   mentre   la    donna    si 
fettina  è  indizio  di  prossima  visita  che  s'avrà  a  ricevere 
Girgenti).   Il  medesimo   si    crede   che   la  caduta   d'una 
mazzola. 

Al  rione  del  Borgo,  presso  la  gente  di  mare,  si  dice 
he  chi  si  pettina  la  sera  e  si  rimira  allo  specchio  corre 
sericolo  di  vedersi  comparire  il  diavolo.  Questa  ere- 
en/.a  va  mano  mano  sparendo. 


1  Vedi  v.  II,  p.  182. 

I  Vedi  a  p.  259. 

s  Vedi  v.  II,  p.  176,  e  la  XXIV*  delle  mie  Fiabe  e  Leggenti 

22. 


338  CAPITOLO  x. 


Quando  una  donna  si  pettina,  e  dei  capelli  di  lei 
cadono  o  restano  in  acqua,  diventano  scorsoni. 

I  capelli  sono  il  miglior  mezzo  onde  operare  malefici 
a  danno  della  persona  a  cui  appartengono.  Però  gran 
cura  mettono  le  donne  che  si  pettinano  nel  raccoglierli 
e  nasconderli  o  buttarli  in  luogo   inaccessibile  \ 


1  Vedi  a  p.  124. 


XT.  La  scopa  e  lo  spazzare. 

Proverbi  sulla  scopa: 

Scupa    nova,    tri    jorna    scupa    bona. 
Scupa   nova,  pri  tri  jorna   scrusci. 
Scupa   nova,   scupa   la   casa   bona. 

Le  scope  per  uso  di  casa  non  vanno  mai  comprate 
n  agosto  se  non  si  vuol  disgrazie  in  famiglia.  Comprate, 
lon  bisogna  adoprarle  in  detto  mese,  perchè  non  venga 
pazzata  dalla  morte  la  famiglia  che  l'adopera  e  par- 
icolarmente  il  capo  di  essa.  Alla  men  trista,  l'uso  delle 
cope  nuove  porterebbe  lo  sviluppo  di  molti  scara- 
aggi  K  Qualunque  altro  mese  è  adatto. 

1  Non  si  mettono  più  scope  nuove  nel  mese  in  cui  si 
ee  andar  via  da  una  casa;  si  metteranno  nella  casa 
he  andrà  ad   abitarsi. 

Tra  due  donne  che  s'altercano  e  s'ingiuriano,  quella 
he  mette  fuori  dell'uscio  di  casa  la  scopa  e  si  chiude 
entro,  fa  la  più  grande  offesa  all'altra,  dandole  ta- 
ntamente della  baldraoca  (Palermo)  2. 

Pare  che  la  scopa  sia  non  pur  l'ingiuria   più  acerba 

Vedi  a  p.  265  del  presente  volume. 

2  Vedi  v.  II,  p.  374. 


340  CAPITOLO  XI. 

ma  anche  la  imprecazione  più  efficace  che  una  donna 
possa  fare.  Si  accende,  p.  e.,  una  quistione  fra  due  vil- 
lane in  quel  di  Modica.  Dalle  parole  si  passa  subito 
ai  fatti;  non  v'è  contumelia  sì  bassa  ne  vituperio  sì  nau- 
seante che  non  si  palleggino  l'una  con  l'altra.  Quando 
l'una  delle  due  o  non  trova  altre  ingiurie,  o  per  la  rab- 
bia non  può  più  profferir  parola,  fa  Fatto  delle  chiappe 
descritto  altrove  \  mentre  l'altra,  rientrata  in  casa,  chiu- 
de l'uscio  e  dallo  sportello  mette  fuori  sette  volte  la 
scopa:  ingiuria  anche  più  atroce. 

Lo  spiazzare  una  stanza  così  alla  meglio,  come  vien 
viene,  tanto  per  portar  via  la  immondezza  che  più  pre 
sto  cade  sotto  gli  occhi,  dicesi:  Scupari  'n  menzu  '/i 
menzu  unni  vidi  la  soggira  (spazzare  alla  buona  super 
neialmente,  là  dove  getta  gli  occhi  la  suocera).  Questa 
frase  è  presa  dalla  bocca  delle  nuore,  le  quali  per  timore 
di  esser  còlte  in  fallo  dalle  suocere,  intese  sempre  a1 
cercare  il  pelo  nell'uovo,  ad  apporre  a  tutto,  a  trovare 
un  bruscolo,  un  po'  di  polvere  dove  non  dovrebbe  es- 
sere, si  affrettano  a  spazzare  i  luoghi  più  esposti. 

L'offerta  di  una  scopa  a  S.  Antonio  di  Padova  nella 
chiesa  di  S.  Antonino  a  Palermo,  basta  a  far  trovare 
un  oggetto  smarrito  o  perduto.  Se  l'offerta  non  basto, 
bisognerà  rivolgersi  a  S.  Filicicchiu,  e  meglio  ancora  a 
S.  Spiridione,  che,  come  dice  il  popolo,  fa  trovare  le 
cose  spiniti,  sparite,  smarrite. 

Nello   spazzare  una   stanza   od    altro,  non  si   può  la- 


1  Vedi  v.  II,  p.  372. 


LA  SCOPA  E  LO  SPAZZARE  341 

sciar  la  scopa  dietro  l'uscio,  perchè  ne  seguirebbe,  entro 
il  mese  la  morte  di  uno  della  famiglia. 

Spazzando  poi  la  casa,  bisogna  guardarsi  dal  lasciare 
una  strisciolina  di  polvere  sul  pavimento.  La  donna  che 
farà  questo  sposerà  un  uomo  collerico,  per  lo  più  tignoso, 
che  la  bastonerà  per  ogni  pretesto   (Modica). 

La  spazzatura  non  si  butterà  via  se  non  di  giorno. 
Se  di  sera,  sarà  segnale  che  il  marito  passi  la  notte 
al  giuoco,  o  in  casa  di  donna  poco  onesta   (Modica), 

Parimenti  se  s'interrompe  per  un  istante  la  spazzatura, 
la  scopa  rimasta  in  mezzo  della  stanza,  sarà  cagione 
li  disgrazia  sulla  famiglia 

Non  si  spazza  mai  sopra  una  cassa,  perchè  gli  è  come 
i  sfidar  la  sventura,  la  quale  per  questo  non  tarderà  a 
venire. 

Non  si  spazza  mai  di  sera,  essendo  malaugurio  e  pò- 
endo  portar  miseria  alla  famiglia. 

i 


XII.  Il  Bucato.  Pregiudizi  vari. 

Ordinariamente   nei  comuni  tutti  dell'isola  il  bucato 
(lavata)    si  fa,  come  il  pane,  in  famiglia;  nelle  grandi  | 
città  però  si  chiamano  le   lavandaie   (lavannari,   lavan- 
neri)  in  casa  e  si  affida  loro  la  biancheria  sporca,  che 
esse  riportano  bella  e  lavata  qualche  giorno  dopo. 

Protettrice  delle  lavandaie  è  Sant'Anna,  per  devozione 
della  quale  esse  non  fanno  bucato  mai  il  26  luglio,  giorno 
della  sua  festa.  Una  sciagurata  che  osò  rompere  quest'an- 
tico costume  rimase,  secondo  la  tradizione,  statua  di  mar- 
mo in  Denisinni  (Palermo)  \  Non  è  improbabile  che 
questa  devozione  si  leghi  direttamente  alla  canzonetta 
diffusa  presso  i  volghi  latini,  la  quale  tra  noi  si  ripete 
così  : 


Sant'Anna   lavava, 
Maruzza    stinnìa, 
Gesuzzu  chiancia 
Ca  latiti  vulia; 


dove  da  buona  massaia  e  da  donna  affezionata  Sant'Anna 
fa  da  lavandaia  dei  panni  del  bambino. 

1  Spettacoli  e  Festet  p.  336. 


IL  BUCATO.   PREGIUDIZI  VARI  343 

Il  sapone  nel  seguente  indovinello  parla  e  dice: 

Uossu    d'auliva,    petra    cotta    (calce), 
Sugnu    vinutu    ccà    p'allucintari  \ 
E   sugnu  'n   manu   di  'na   bedda   picciotta, 
Ca    ammanu    ammanu    mi    fa    squagghiari    (Noto)  *. 

Il  sapone,  la  liscivia  (liscia,  Uscì)  sono  una  gran  bella 
cosa;  ma  come  imbianca  il  sole  non  imbianca  tutto  il 
sapone  e  la  liscivia  di  questo  mondo: 

Quantu  va  un  occhiu  di  suli, 
Nun  cci  va  un  granu  di  sapuni, 

come  dice  un  proverbio  altrove  riportato,  che  i  Toscani 
modificano  così: 

Un'ora  di  bel  sole  rasciuga  molti  bucati 

Quando  le  donne  tendono  il  bucato  perchè  si  rasciu- 
ghi pregano: 

San  Pantaliuni, 

Acqua,   ventu    e   suli    (Palermo). 

Il  primo  venerdì  dopo  il  novilunio  non  si  tende  bucato 
a  rasciugare,  se  non  con  grande  circospezione,  perchè 
se  in  quel  giorno  piove,  ogni  gocciolina  d'acqua  che 
cada  sulla  biancheria  vi  farà  un  bucolino  (Nicosia). 

Con  qualche  differenza,  le  donne  della  Contea  non 
isciorinano  all'aperto  i  pannilani  nelle  sere  estive  quando 
c'è  plenilunio,  perchè  verrebbero  ben  presto  bucherel- 
lati dalla  tignuola    (Modica). 


1  Son   venuto    qua    per   render   lucido,   splendido. 
8  Di  Martino,  Énigmes,  n.  XXII. 


344  CAPITOLO    XII. 

Le  lavandaie  che  hanno  a  rasciugare  biancheria  sanno 
che  nel  giorno  di  sabato  il  sole  non  mancherà  d'appa- 
rire sette  volte  almeno  x. 

Ed  ora  passo  a  due  altri  gruppi  di  credenze  e  super- 
stizioni fauste  ed  infauste. 

L'olio  che  si  versi  per  terra  è  augurio  funesto  di  pros- 
sime sventure,  a  scongiurare  le  quali  si  ripete  subito 
A  la  Madonna  di  la  'Mpidusa  vaja!  (Palermo).  Questo 
motto  è  insufficiente,  e  vuol  essere  accompagnato  da  un 
pugno  di  sale  che  si  sparga  subito  sull'olio,  o  sostituito 
dall'altro  di  Modica:  Matri  di  lu  lumi,  cuggitivillu  vui! 
(Madonna  de!  lume,  raceoglietevelo  voi!)  o  di  Palermo 
stesso  : 

Ogghiu    e    sali 
A  li  magari! 

Se  il  sale  non  è  pronto,  si  sparge  della  crusca  (Mo- 
dica), della  cui  efficacia  però  molte  donnicciuole  hanno 
ragione  di  dubitare,  mentre  non  dubitano  punto  se  alcun 
uomo  o  donna  vi  sparga  sopra  dell'urina   (Palermo). 

Quando  ci  cade  qualche  cosa  per  terra,  si  crede  che 
qualcuno  parli  male  di  noi,  e  scongiuriamo  i  tristi  ef- 
fetti della  maldicenza  col  motto:  Cu9  sa  cu9  è  chi  mi 
ammuntùa! ....  Difatti  quando  altri  parla  male  di  noi,  a 
noi  cade  di  mano   quel  che  abbiamo. 

Malaugurio  è  anche  una  sedia  posta  sull'altra,  un  ro- 
spo morto,  una  lucertola  scodata,  una  lampada  che  si 
spegne   innanzi   ai  santi:    accidente   che  manderà   a  ro- 

1  Vedi  v.  IH,  p.  13. 


IL  BUCATO.   PREGIUDIZI  VARI  345 

vescio  tutte  le  faccende  di  casa;  uno  specchio  che  cade 
per  terra  e  va  in  frantumi  (Girgenti). 

Sono  auguri  fausti  il  vino  versato  per  terra,  un  po'  di 
escremento  d'uccello  che  nell'andare  o  nel  trovarsi  in 
campagna  ci  caschi  sul  capo  (Pietraperzia)  ;  una  foglia 
d'albero  che  ci  cada  sulla  spalla  destra  (ed  al  contrario, 
se  sulla  sinistra),  l'incontro  d'un  gobbo  specialmente  se 
ben  vestito  (la  donna  gobba  apporta  disgrazia).  Però 
quando  si  nomina  un  gobbo,  si  evita  anche  di  ricor- 
darne il  difetto,  e  lo  si  chiama  corto;  e  allora,  a  scan- 
sare un  danno  personale  proprio  o  d'altrui,  si  dice:  È 
curtuliddu,  oggi  è  sabbatu,  come  a  dire:  Quod  Deus 
avertat. 

Buon  augurio  è  per  la  donna  che,  nel  cucire  una  veste, 
un  grembiale  o  qualcos'altro  di  uso  proprio,  si  punga 
m  dito  e  s'insanguini.  Ciò  significa  che  quella  tale  veste, 
juel  tale  oggetto  servirà  esclusivamente  per  la  cucitrice 
!  durerà  fino  a  che  si  consumi  tutto.  Essa  allora  non 
i  astiene  dall'assicurarsene  col  motto  desiderativo:  Tutta 
ni  V he  s fari  (me  la  consumerò  tutta);  che  modifica  in: 
Tutta  si  Vhavi  a  sfari,  so  la  veste  è  cucita  per  una  per- 
ona  cara. 

Quando  uno  s'imbratta  mani  o  piedi,  quando  una 
nano  prude,  segno  che  s'ha  a  riscuotere. 


XIII.  Il  Pane. 

Quando  non  si  viva  nelle  grandi  città,  il  pane  per 
uso  e  consumo  delle  famiglie  si  fabbrica  in  casa,  donde 
il  titolo  di  pani  di  casa,  pan  casalingo:  così  vuole  la 
economia  domestica,  così  l'antica  usanza.  E  però  la  ne- 
cessità d'avere  un  forno  in  casa  vuoi  con  la  intenzione 
di  non  perder  la  cenere,  come  dice  il  proverbio: 

Fatti  lu  furnu  'n  casa  pi  'un  pèrdiri  la  cinniri   (Ragusa); 
vuoi   per   consiglio   da    darsi   a    chi   nutra    desiderio   di 
fabbricare,   come   dice  un'altro  proverbio: 
Vói   frabbricari?  fàbbrica  un  furnu. 

La  fabbricazione  del  pane  ha  pratiche  e  creden; 
d'una  certa  curiosità.  Ed  anzitutto  è  innegabile  che  noi 
può  farsi  pane  senza  lievito,  il  quale  ha  i  nomi  di  crii 
saenti,  criscinteddu,   lèvitu,   livàtu,  stadduni: 

Senza   criscenti   nun   si  fa  pani; 
ed  un'usanza   comunissima  è  il  prestito  di  esso   lievito, 
che  si  fa  tra  le  famiglie   che  ne  han   bisogno.   In  unaj 
breve    rappresentazione    tradizionale     delle    marionette 
Nòfriu1  ha  moglie:   e  se  la  intende  pure  con  un'altra 

1  Su  questo  personaggio  vedi  a  p.  131  del  v.  I. 


IL    PANE  347 

donna.  Costei  un  giorno  domanda  a  quella  il  favore  d'a- 
vere in  prestito  suo  marito  perchè  egli  la  conduca  un  po' 
a   spasso.   La   moglie   di  Nòfriu   risponde   prontamente: 
Lu  marituzzu  è  miu,  caru  mi  custa, 
E  si  lu  dugun  a  bu\  a  mia  'un  m'arresta. 
Lu  maritu  'unn  è  criscenti  ca  si  'mpresta, 
E  mancu  èni  farina  ca  si  'mpasta   (Siculiarm). 
Indovinelli,    giuochi,   proverbi   confermano    Fuso    del 
prestito.  Un  indovinello,  contenente  parole  non  comuni 
e  forse  coniate  a  posta,  domanda: 

Mi   lu  dati  lu   cuncupicchiu, 

Quantu  vaju  a  cuccumò, 

E  stasira   lu   'mpiticchiu 

E  dumani  vi  'u  punirò?  (Acireale)  \ 
Nel  giuoco  fanciullesco  Tuppi  tuppi  come  si  esegue 
in  Marsala,  Mazzara  ecc.,  due  o  più  giocatori  poggiano 
l'uno  sull'altro  alternamente  i  loro  pugni  chiusi  col  pol- 
lice disteso,  in  modo  da  formare  una  colonna;  un  gio- 
catore colle  dita  della  mano  libera  va  risalendo  e  scen- 
dendo per  la  colonna,  e  a  quando  a  quando  bussa  e  fa  il 
seguente  dialogo  con  l'altro  di  cui  picchia  la  mano: 
—  Tuppi   tuppi! 

—  Cu'  è? 

—  Sta   ccà   'a   batissa? 

—  Chi  vuliti? 

—  L'aviti  'u  criscinteddu? 

—  Apriti    'u    casciuneddu. 

I  il  giuoco  continua  come  VA  pugnino  di  Firenze,  VA 
Pizzichino  di  Val  d'Elsa  ecc. 2. 


1  Race,  ampi.,  n.  4018. 

2  Giuochi  fanciulleschi,  n.  14. 


348  CAPITOLO  XIII. 

Un  proverbio  ha   consacrato  il   prestito,  e   il  dovere 

della  restituzione  : 

discenti   'mpristatu 

Si  renni  animi gghiuratu. 

E  già  nel  sec.  XVI  si  diceva,  come  anche  oggi: 

Pani  e  livàtu1 

S'arrenni    ammigghiuratu. 

Il   pane   di   casa   presso  i   contadini    si   fa,   salvo   rari 

casi,  una  volta   la  settimana;   e  di  esso  si  mangia  tutti 

i  sette  giorni,  onde  il  proverbio: 

'Na  'mpastata  e  'na  lavata 
Dura   'na    simanata    (Vittoria). 

Sicché  non  riuscendo  buono,  bisogna  rassegnarsi;  una 

settimana  po'  poi  non  è  gran  cosa: 

Pani  tintu  pri  'na  simana; 
Marita  borni  pri  tutta  lu  tempu. 

Quando  G.  C.  andava  pel  mondo,  e  in  un  giorno  di 
Venerdì  s'avvenne  in  una  donna,  che  per  non  lasciare 
di  pettinarsi  gli  negò  un  pò  d'acqua,  e  più  in  là  una 
altra  lasciò  di  intrider  la  farina  e  gli  porse  subito  da 
bere,  il  Signore  maledisse  la  pettinatura  e  benedisse  il 
pane  che  si  fabbrica  in  quel  giorno  2.  Tuttavia  per  quan- 
to è  facile  che  si  lasci  di  pettinarsi  di  Venerdì  altre! 

1  II  lievito  figuratamente  fa  parte  del  linguaggio  comune.  Di  per- 
sona  pallida  e  sgradevole  per  cattivo  colore  usa  dirsi:  Facci  di  evi- 
sceriti o  di  levitu  o  Facci  allivitata.  Di  uomo  tardo,  pigro  e  ne- 
ghittoso: Moddu  e  levitu. 

2  Vedi  a  p.  272. 


IL    PANE  349 

tanto  è  difficile  che  si  fabbrichi  in  detto  giorno  il  pan 
casalingo. 

Il  giorno  in  cui  si  fa,  è  specialmente  il  sabato,  per- 
chè una  buona  parte  di  esso  dovrà  servire  di  provvi- 
sione al  padre  di  famiglia  e,  in  generale,  agli  uomini 
che  il  lunedì  dovranno  andare  in  campagna  a  lavorare. 

In  molti  comuni  della  provincia  di  Palermo  la  mas- 
saia non  abburatta  farina  il  1°  giorno  di  maggio;  al- 
trimenti se  la  vedrà  formicolare  di  piccoli  scarabei.  In 
molti  altri  pei  primi  tre  giorni  di  quel  mese  non  fab- 
brica pane,  altrimenti  se  lo  vedrà  muffire  lì  per  lì,  e 
per  la  casa  si  vedrà  uno  sterminato  numero  di  insetti 
chiamati  'mpuddacchini  (Salapurata).  L'unico  giorno  poi 
in  cui  non  inforna  pane  è  il  Venerdì-.  Santo,  per  timore 
che  non  si  bruci  G.  Cristo. 

Secondo   un  indovinello,  tra   la   gramola   e   la   stanga 
che  comprime  la  pasta  ha  luogo  il  seguente  dialogo: 
Gramola:  —  Va   levati   di   ccàni,   armuzza   mia, 
La  pirsunedda  mia  tutta  si  doli. 
Stanga:     —     No,  ca  vogghiu  stari  supra  a  tia, 

'Nzèmmula  l'armi  a   fari  li  fìgghioli  \ 

V'è  un  pane  comune,  che  ordinariamente  è  il  vastid- 
duni  o  gimstidduni,  pagnotta  rotonda,  ed  il  cucciddatu, 
pane  a  ciambella;  ma  vi  son  pure  i  pani  minori,  detti: 
cosi  minuti,  pitittedda  o  pipittedda  (Modica),  che  hanno 
forme  bizzarre  e  appetitose.  V'è,  p.  e.,  la  vastedda  di 
Palermo,   ben    diversa    dalla    vastedda    d'alcuni   paesi2; 

1  Cfr.  la  variante  in  Di  Martino,  Indovinelli  n.  25. 
Vestedda,  in  Noto  (Avolio,  Canti,  p.  61)  «pane  scuro  fatto  con 
semola  grossa.  Si  mangia  dalla  povera  gente». 


350  CAPITOLO  XIII. 

v'è  il  muffulettu,  pan  buffetto,  la  papalina,  sorta  di  pane 
molle  e  spugnoso,  il  dumi  tortu  (fiume  torto)  a  zig  zag, 
il  pedi-di-voi  (pie  di  bue),  la  cucchia  o  cùccia  (coppia, 
picce)  1  composta  di  due  mezzi  pani  attaccati  tra  loro, 
la  cacòcciula  (carciofo),  la  ciuridda  o  il  ciuriddu  (fio- 
rellino), la  turticedda  (torta),  il  turtigghiuni,  la  chichi- 
redda  (Menfi),  la  cudduredda  (Sa  Croce),  panetto  in 
forma  di  gallo,  che  si  fa  pei  bambini,  la  scalittedda 
(scaletta)  e,  in  certe  occasioni  e  ricorrenze,  il  pani  di 
mortu,  rotondo,  intaccato,  a  forma  di  croce,  per  la  com- 
memorazione de'  Morti  (2  nov.).  V'è  Yucchialeddu  (oc- 
chialino, per  devozione  a  Santa  Lucia,  protettrice  della 
vista,  pane  che  non  si  mangia  mai  il  giorno  della  sua 
festa  (13  die).);  v'è  la  minnuzza  (mammella),  minnuzzu 
in  Ucria,  pei  devoti  di  Santa  Agata,  protettrice  di  questi 
organi:  v'è  il  cannaruzzeddu  o  cannar ozzu  (trachea)  per 
devozione  a  S.  Biagio  (3  febbr.),  protettore  e  medico 
de'  mali  di  gola  2. 

A  queste  svariate  forme  di  pane  vogliono  aggiungersi 
le  seguenti  altre  palermitane:  Pala,  pani  liscili,  pizzar 
runi,  forma  di  pane  un  po'  appuntata  alla  estremità,  pi- 
stuluni,  pane  a  bastone,  pistuledda,  più  piccolo  e  più 
corto  del  precedente,  rugnuneddu,  simile  a  un  rognone 
vaccino,  muluneddu,  a  picce  brevi  e  corte,  varvuzza, 
barba;  strutuneddu,  forma  di  pane  lunga  e  non  appun- 
tata ai  capi;  prucitanu,  bislungo  a  forma  di  capezzoli  ai 

3  La  cùccia,  in  Noto  (secondo  FAvolio,  Canti,  p.  42)  è  «focaccia 
di  crusca  in  cui  si  lascia  un  zinzin  di  semola,  perchè  abbia  un  po' 
di  coesione.  Si  mangia  dai  poverissimi  e  si  dà  ai  cani  ». 

2  Spettacoli  e  Feste,  p.  131. 


IL    PANE  351 

capi  \  Aggiungasi  anche  la  Luciana  di  JNoto,  a  cui  si  dà 
forma  di  pupattola  con  le  mani  ai  fianchi  2. 

Giova  avvertire  che  di  queste  forme  speciali  e  devote 
di  pane,  come  del  piedi-di-voi,  che  usa  farsi  ogni  anno 
in  luglio  col  pane  nuovo,  cioè  col  frumento  novello,  si 
fanno  regali  alle  vicine.     - 

Dell'ultimo  pezzetto  di  pasta  che  rimane  si  forma  una 
specie  di  schiacciata,  che  si  mangia  il  giorno  stesso  in 
famiglia. 

La  prima  volta  che  s'impasterà  il  pane  in  una  casa 
dove  è  morto  qualcuno  della  famiglia,  ciò  dovrà  essere 
fatto  da  persona  estranea,  altrimenti  il  padrone  o  la 
padrona  di  casa  morirà  entro  Fanno.  Comu  squàggia  'u 
criscenti,  squàggia  'u  patruni  d9  'a  casa   (Modica). 

Quando  s'impasta,  accade  spesso  che  contenendo  la 
intrisa  maggior  quantità  d'acqua  che  non  sarebbe  ne- 
cessaria, tende  a  scivolare.  Se  però  scivola  in  guisa  che 
quasi  cada,  è  segno  chiarissimo  che  la  padrona  di  quella 
pasta  diverrà  una  mala  femmina,  ganza  di  un  frate.  Le 
donne  dicono  in  quella  occasione:  O  9u  monacu  è  sutta 
'u  liettu,  o  ha  a  vinili  sutta  *u  liettu  (Modica). 

Quando  il  pane  in  pasta  è  a  lettu,  cioè  sulle  tavole, 
e  tarda  a  farsi,  cioè  ad  acquistare  le  condizioni  neces- 
sarie per  mettersi  in  forno,  si  prende  un  crivello  o  uno 
staccio,  e  si  posa  sulla  tela  con  che  suole  coprirsi  il  pane 

Vedi  il  mio  Catalogo  e  Descrizione  di  costumi  e  utensili  sici- 
liani ecc.,  p.  15,  n.|  22. 

2  Avolio,  Canti,  p.  45.  Sul  pane  vedi  anche  Traina,  Nuovo  Vo- 
cabolario, alla  voce. 


352  CAPITOLO  XIII. 

stesso.  Il  pane,  con  questo  mezzo,  matura  subito   (Mar 
sala). 

Lo  scaldare  il  forno  si  dice  camiari,  ciamiari,  famiari, 
fumiari,  ardiri,  secondo  che  si  parli  in  Palermo,  Val- 
lelunga,  Roccapalumba,  Siculiana,  Catania;  e  si  scalda 
con  le  fascine  di  aspalato,  con  le  quali  il  pane  verrà  di 
bel  colore  tanto  di  sopra,  quanto  di  sotto  (Montevago). 
Dal  forno  bene  scaldato  dipende  la  buona  riuscita  del 
pane,  qualunque  sia  la  fatica  che  vi  faccia  sopra  la 
massaia  : 

La  serva  cerni   e  'mpasta: 
Lu  furnu   conza   e   guasta. 

Questo  proverbio  ci  fa  vedere  come  ab  antico  il  pane 
si  faccia  in  casa,  e  sìa  una  delle  occupazioni  ordinarie 
delle  donne 

Il  forno  è  già  scaldato,  e  per  confermarsene  basta 
mettervi  dentro  una  'nzajatedda  (Roccapalumba).  La 
'nzajatedda  (letteralmente:  piccola  prova)  è  un  pezzet- 
tino di  pasta,  spiccato  dalla  vastedda,  cioè  dal  pane 
pronto  per  infornarsi,  e  si  mette  verso  la  bocca  del  forno 
per  vedersi  se  prenda  colore  di  cottura. 

Camiatu  il  forno,  allivitata  la  pasta,  si  comincia  la 
'nfurnata;  e  nel  cominciare,  la  massaia  di  Modica  recita 
queste  parole: 

Ora  è  inulta  la  fatìa  mia: 
Faciti  vui,  Vergini  Maria. 

E  ad  ogni  pane  che  inforna  dice  due  versiociuoli  af- 
fine di  rendersi  favorevoli  e  proprizì  i  santi  nella  cot- 
tura. Al  primo  pane  dice: 


IL    PANE  35 


Q 


San  Crimenti, 
'Mpudda  nenti; 

>erchè,  si  sa  che  il  pane  con  la  bolla  C mpudda)  è  un 
)ane  di  cattiva  vista.  Al  secondo: 
Santa   Zita, 
Bianca   e   russa   la   muddìca. 
A]  terzo: 

Sant'Onuratu, 
Né   àimu,   né   passatu, 

ioè:   che  questo  pane  mi  venga  né   azzimo,   „è  troppo 
ermentato.  Al  quarto: 

Santa   Catarina, 
Lu  pani  conni  a  chiddu  d'  'a  riggina 
Al  sesto* 

San  Cristòfulu, 
Chistu  pani   comu   'un  jalòfuru. 
Al  settimo: 

San  Micheli, 
Mittìticci  l'anca  cu  tuttu  lu  peri. 

E  così  all'ottavo,  al  nono  e  via  di  seguito: 

San   Bartulumiu, 
Chistu  pani  quantu  un  niunniu. 

Santa  Mattia, 
Chistu   pani    quantu    du*   munnia. 

Santu   Vitu, 
Chistu   pani    quantu   un   maritu. 

Santa  Maria  la  Nova, 
Chistu   pani   quantu   'na   mola    (Modica). 
Queste  invocazioni  di  Santi,  al  solito,  variano  da  paese 


354  CAPITOLO  XIII. 

a  paese,   secondo   il   protettorato    dei    santi   e    la    devo 
zione  che  si  ha  per  essi.  In  B  or  getto,  p.  e.,  corrono  di 
versamente,  ed  ecco  come: 
Pani,   crisci 
Comu  Diu  ti  binidissi; 

Crisci,  pani,  'nta  lu  furnu, 
Comu   Diu   criseiu   a   lu   munnu! 

San   Franciscu, 
Pani  friscu. 

San   Catàuru, 
Pani  càuru. 

Santa  Zita, 
Beddu  di  crusta  e  beddu  di  muddìca. 

Santu  Nicola, 
Ogni    pani    quantu    'na    mola1. 

In  Milazzo  invece: 

Crisci,  pasta, 
Comu  criseiu  Gesù  Cristu  'ntra  la  fascia. 

Crisci,  pastuni, 
Comu  criseiu  Gesù  Cristu  'ntra  'u  fasciuni; 

Santu   Patri, 
Comu  criseiu  lu  vostru  vastasi2; 

Santu  Nicola, 
Facìtilu  crisciri  'nsinu  a  fora  s. 

1  Salomone-Marino,  neWArch.  delle  tradizioni  pop.,  v.  I,  p.  171 

2  II  Santu  Patri  per  antonomasia  è  S.  Francesco  di  Paola,  eh 
in  Milazzo  nel  tempio  a  lui  consacrato  allungò  una  trave  (vastasi 
vastasi)*  perchè    giungesse   al   posto   voluto. 

3  In  un  canto  popolare  mineoto  si  ricorda  il  pane  che  si  fa  ì 

casa    {Race,  ampi.,  n.  3328)  : 

La  Matri  santa  'mpastava  lu  pani, 
L'angilu  cci  pruìja  lu  so  pastuni, 


IL   PANE  355 

In  Mazzara: 

Sant'Aàti, 
Dati  focu  a  li  baiati! 

Sant'Austinu, 
Ogni   pani   quantu   un   cuffinu! 

Santa   Zita, 
Beddru  di  crusca  e  beddru  di  muddrica! 

Santu   Nicola    (o   'Sidoru), 
Beddru   di   dintra   e   beddru   di   fora  !  \ 
In  Nossoria: 

Sant'Anniria, 
Ogni  pani   quantu  'na  spiria. 

Santu   Nicola, 
Tunnu   e   'ranni    quantu    'na    mola. 

Quando  non  resta  più  nessun  pane  da  infornare,  si 
ira  col  lastrone  (balata)  la  bocca  del  forno,  e  si  dice: 

Ed   ora  ch'è  finita  la  fatia, 
Faciti  vui   Gesuzzo   ccu   Maria. 

Crisci  pani,  ni  lu  furnu, 
Comu  Gesuzzu  crisciu  ni  lu  munnu. 

Crisci,  pani,  ni  la  pasta, 
Comu  Gesuzzu  crisciu  ni  la  fascia   (Modica)  2. 

Ciò  non  basta  per  ottenere  un  buon  pane;  bisogna 
vvolgere  sette  volte  la  tovaglia  che  è  stata  distesa  sulla 
^sta  (Modica)  ;  bisogna  alzar  subito  le  materasse,  sulle 

A  San  Giuseppi  cci  smuvia  la  fami: 

—  «Maruzza,  chi  su'  cotti  li  cudduri?  *  ». 

1  Castelli,  Credenze,  p.  59.  Pai.  1878.   *   Mariuccia   (mia),  sono 

te  cotte  codeste  ciambelle? 
Vari  de'  miei  Giuochi  fanciulleschi  ricordano  il  pane  e  le  pra- 

he  per  farlo.  Vedi  specialmente  i  nn.  177  e  189. 


356  CAPITOLO  XIII. 

quali,  coperti  da  pannilini,  è  costume  di  collocare  i  pan 
e  lasciarli  fermentare  prima  d'infornarli,  onde  l'espre* 
sione  mettivi  lu  pani  a  lu  lettu,  aviri  lu  pani  a  lu  letto 
(Mazzara)  ;  o,  per  lo  meno,  portar  via  subito  questi  par 
ni  disfacendo  il  letto  (Marsala),  e  spazzar  subito  la  cucili 
(Modica),  Ove  questo  non  si  faccia,  il  pane  riuscir 
crudo,  o  arso,  o  di  cattivo  sapore,  o  àimu  (Roccapaluir 
ba),  cioè  con  la  pàpula  (Palermo). 

All'ultimo  pane  che  si  spiana,  fattavi  sopra  l'ultimi 
intaccatura,  si  segna  una  croce  con  la  mano  e  lo  si  baci 
con  la  mano  medesima  portata  alla  bocca. 

Quando  il  pane  si  cava  dal  forno,  ed  un  povero  ai 
costa  all'uscio  di  quella  casa  chiedendo  la  carità,  si  cnr 
derebbe  offendere  Dio  non  dandone  uno  qualunque  i 
poverello.  Così  è  se  il  povero  sopraggiunge  mentre  s 
ne  ha  un  pezzo  in  mano,  o  mentre  mangiasi  una  m 
nestra. 

In  una  specie  di  contrasto  popolare  tra  i  sette  el 
menti  della  natura,  di  un  certo  Salvatore  Murana,  mj 
rinaio  di  Palermo,  morto,  se  si  vuol  credere  alla  trad 
zione,  circa  il  1840,  il  pane  dice: 

Io  su'  lu  pani  pi  grazia  di  Diu, 

Mantegnu  Tornii  saziu  e  virmigghiu, 

Si  'ntra  la  mensa  nun  ci  sugnu  iu, 

Li  citati  si  mettinu  a  bisbigghiu; 

È  l'omu  forti  pi  lu  forzu  miu, 

La  terra  è  mamma  ed  io  cci  sugnu  fìggimi; 

Chisti  curuni  li  meritu  iu, 

'Na  parma  a  manu  e  'na  scocca  di  gigghiu  \ 

1  Race.    ampi.    n,    3477.    Tra   le    tante    inesattezze    ond'è    guas 


IL   FAH2S  .  357 

i  II  pane  è  la  grazia  di  Dio  per  eccellenza:  e  non  si  posa 
iè  presenta  mai  sottosopra,  che  è  malaugurio,  ne  si  ta- 
ira da  quel  lato  fsólu),  che  è  disprezzo  alla  Provvidenza 
li  Dio  che  ce  lo  manda,  né  si  segna  o  s'infilza  col  col- 
;llo,  che  è  ferro  e  quindi  maledetto;  ma  si  taglia  senz'al- 
ro,  e  quando  vi  si  ha  ad  infilare  dentro  il  coltello  si 
acia  prima,  si  benedice  poi  e  si  protesta  ohe  è  grazia 
i  Diu. 

Quindi  se  il  pane  cade  per  terra,  nel  raccoglierlo, 
i  bacia  dicendo:  grazia  di  Diu.  Se  mangiando  ne  ca- 
cano per  terra  delle  briciole  e  non  si  ha  cura  di  raccat- 
arle,  si  dovranno  raccattare  poi  con  le  ciglia,  morti  che 
iremo. 

E  come  grazia  di  Dio,  si  giura  su  di  esso  toccandolo: 
i  sta  santa  grazia  di  Diu!  e  se  ne  vediamo  cadere  o 
uttare  un  bocconcino  per  terra,  che  non  si  voglia  o 
òn  si  possa  altrimenti  mangiare,  ci  affrettiamo  a  rac- 
>glierlo  e  conservarlo  in  un  bucolino  pur  di  non  farlo 
dpestare  coi  piedi.  Il  Signore  potrebbe  farci  deside- 
tre  quel  boccon  di  pane. 

Sul  proposito  il  Cacioppo  scrisse:  «Il  nostro  popolo 
a  ribrezzo  a  calcar  per  rabbia  il  pane  sotto  i  piedi. 
p  mai  ne  vede  alcuno  tozzo  caduto  a  terra,  il  coglie 
poscia  l'inghiotte,  o  lo  dà  agli  animali,  o  pure  il  mette 
i  disparte  per  non  lasciarlo  calpestare,  chiamandolo: 
azia  di  Dio  2  ». 


està  Raccolta  amplissima,  v'è  la  sostituzione  del  dialetto  aeitano 
li  altri  dialetti:  qui  io  ho  conservato  il  dialetto  di  Palermo. 
!  Cenni  statistici,  p.  75. 


358  CAPITOLO  XIII. 

Pel  medesimo  principio  la  crusca  non  deve  servir 
per  spazzare  dalla  casa  un  escremento,  perchè  in  ta 
caso  mancherà  la  provvidenza  alla  famiglia  e  si  verr 
a  desiderare  quello  che  s'è  a  così  basso  uso  impiegate 

L'unico  giorno  in  cui  non   si  mangi  pane  tra  noi 
il  13  Dicembre,  sacro  a  S.  Lucia;  la  quale,  per  siffatt 
penitenza,  serba  sani  gli   occhi  dei  suoi  devoti.  A  que 
sta  devozione  si  riporta  il  seguente   motto   che   dicon 
certi  popolani: 

Santa  Lucia, 
Pani  vurria; 
Pani  nu  nn'haju: 
Acussì  mi   staju    (Roccapalumba) . 

Il  pane  di  curcitta  sazia  perchè  fu  benedetto  da  Gea 
Cristo;  quello  di  gran  germano  non  sazia,  perchè  f 
maledetto  1. 

1  Vedi  v.  Ili,  p.  295. 


XIV.  La  cucina  e  la  tavola. 

Perchè  il  fondo  d'una  pentola  nuova  di  creta  diventi 
forte  e  non  sia  facile  a  rompersi,  usa  versar  tant'ac- 
(jua  nella  pentola  stessa  che  ne  resti  coperto  il  fondo; 
allora  la  si  mette  al  fuoco,  si  fa  bollir  l'acqua,  che  poi 
si  versa  fuori;  indi  si  strofina  sul  fondo,  dalla  parte 
ssterna,  uno  spicchio  d'aglio. 

Ordinariamente  dovendo  bollire  dell'acqua,  affine  di 
affrettarne  il  bollore,  si  mette  sul  coperchio  della  pen- 
ola  un  pizzico  di  sale,  che  poi  si  versa  nell'acqua  prima 
li  metterla   al  fuoco    (Palermo). 

Quando  la  pentola  sul  fuoco  frigge,  segno  che  deve 
•iscuotersi  (Montevago).  Deve  anche  riscuotersi  quando 
1  fondo  affumicato  di  essa  bruci  ed  il  fuoco  scorra  rapi- 
iamente  per  tutto  il  fondo  facendo  delle  fiammelle 
'stìddi)  (Palermo).  Ciò  può  anche  significare  pioggia 
ricina  1, 

In  alcuni  paesi  c'è  un'ora  in  cui  si  comincia  a  cuo- 
cere per  preparare  il  desinare:  questa  è,  per  i  cam- 
)agnuoli    che   s'attendono    sul    cadere    del    giorno,   ven- 

1  Vedi  v.  Ili,  p.  49,  n.  13. 


360  CAPITOLO   XIV. 

titrè  ore.  Un  detto  popolare  non  palermitano,  né  delle 
grandi  città,  ricorda  di  smetter  di  filare  in  quell'ora  e 
di  preparare  la  minestra: 

Vintitrì  uri  sonimi, 
Fimmini  maritati, 
Livàtivi  li  ruocchi, 
Miniti  li  pigliati   (Capaci). 

Iti  una  casa  nuova  è  buon  augurio  il  pronto  bollii 
d'una  pentola  \ 

Quando  i  maccheroni  o  altra  pasta  son  messi  a  cuo- 
cere, ed  il  bollore  spicca  fuori  impetuoso  e  con  grande 
schiuma,  si  dice:  Chiuj,  chiuj  ssa  porta!  nella  persua- 
sione che  il  bollore,  per  tal  modo,  non  si  riverserà  fuori 
la  pentola  (Palermo). 

Sulla  pentola  che  bolle  corre  il  seguente  indovinello 

Ah!  ah!  cumpà  Filici, 
Voscia  (vostra)  suoru  chi  mi  dici? 
Su  li  cosi  vanu  'mparu8, 
Chi  diciti?  ci  la  calu?  (Noto)  *. 

Quando  non  si  è  stesa  la  tovaglia  non  potrà  avers 
benedetta  la  mensa.  Stesa  che  è,  passa  l'Angelo  invi 
sibile,  e  la  benedice. 

Nel  sedersi  a  tavola  si  benedice  con  le  mani  la  mens 
recitando  la  formula: 

Gesuzzu,  Giuseppi  e  Maria, 
Binidiciti  stu  cibu,  lu  cori  e  l'arma  mia. 

Signuri,  io  manciù  pi  dari  gustu  a  Vui, 
Pi  cunsirvari  sta  vita  e  pi  sèrviri  a  Vui. 

1  Vedi  a  p.  326. 

2  Se  le  cose  vanno  a  seconda. 
■  Di  Martino,  Indovinelli,  n.  21. 


LA    CUCINA    13    LA    TAVOLA  381 

Altri,  benedetta  la  tavola,  la  baciano  con  le  dita  toc- 
candola e  portando  le  dita  alla  bocca. 

Fatta  la  preghiera  non  si  principia  a  mangiare  senza 
prima  baciare  la  mano  ai  genitori  o  senza  prender  da 
essi  il  benedicite.  Agli  altri  si  augura  il  buon  appetito. 
La  posata  del  popolino  è  ordinariamente  il  cucchiaio 
di  legno  per  le  ministre,  le  mani  per  tutt'altro,  le  quali 
esso  chiama  burcetta  (o  brucetta,  broccia  Noto,  dove 
con  voce  più  bassa  dicesi  brocca,  furchetta,  frucchetta) 
d'Adamu  o  di  nascita,  pur  non  rinunziando  alla  forchetta 
comune,  che  brandisce  malvolentieri  e  disagiatamente. 
Il  proverbio: 

Pisci  e  gaddina 

Nun  si  mancia  cu  furcina, 

vuol  esser  preso  in  senso  molto  largo,  almeno  secondo 
la  intelligenza  del  volgo  più  basso.  Il  cucchiaio  che  a 
me  pare  degno  di  speciale  menzione  per  tutta  l'Isola 
è  quello  tre  volte  più  grande  dell'ordinario  in  legno, 
a  manico  cortissimo,  in  uso  presso  i  montanari  delle 
colline  di  Mela  (circondario  di  Milazzo),  chiamato  vi- 
Vienna  d'  9u  buscainu.  Questi  montanari  stanno  appar- 
tati dal  mondo,  e,  fatto  stranissimo  tra  noi,  vivono  a 
sé  e  di  costumi  propri. 

Sulla  tavola  non  si  posano  monete,  perchè  indicano 
tradimento:  non  forbici,  perchè  suscitano  quistioni;  non 
ago  e  refe,  perchè  chiamano  morti  vicine.  Parimenti 
non  si  mettono  mai  coltelli  in  croce,  e,  come  fu  av- 
vertito innanzi  (p.  205),  non  si  fanno  girare  mai  dei 
coltelli,  perchè  ci  andrebbe  di  mezzo  la  nostra  fortuna. 

Stando  a  tavola,  e  dovendo  bere,  la  bottiglia  di  vino 


362  CAPITOLO   XIV. 

si  prende  pel  collo  e  non  già  pel  fondo  di  sotto,  come 
la  prese  Giuda  il  traditore  quando  fu  a  cena  con  Gesù 
Cristo. 

L'acqua  non  si  versa  con  la  mano  sinistra.  Giuda, 
che  ne  fece  di  tutti  i  colori,  fu  colui  che  prese  con  la 
mano  sinistra  il  bicchiere  d'acqua. 

Nel  mangiare  un  frutto  nuovo  per  l'anno  si  dice  :  Haju 
campatu  9n  àtr'annu,  e  dettolo  si  guadagnano  le  indul- 
genze. Questo  però  non  è  di  tutti,  e  alcune  donne  lo 
dicono  per  scherzo  (Palermo). 

Il  frutto  nuovo  poi  si  mangia  con  la  mano  dietro 
la  nuca  così  che  la  testa  faccia  un  grande  sforzo  per 
riuscire  a  prenderlo  con  la  bocca.  Se  ci  si  riesce,  si  vi- 
vrà ancora  un  altro  anno;  se  no,  no   (Capaci). 

Ai  bambini,  che  stando  a  tavola  imbronciano  perchè 
non  vogliono  contentarsi  della  porzione  che  loro  si  dà 
od   assegna,  si  dice  minacciandoli  di  privarli  di  essa  o 

d'altro: 

Cu'  si  'ncagna; 
Perdi  la  gnagna; 

e  gnagna,  o  9nganga  è  voce  bassa  per  significare  cibo, 
vitto.  Questo  motto  proverbiale  si  adopera  anche  figu- 
ratamente. 

Di  chi  viene  sbocconcellando  il  pane  tagliuzzato  o  af- 
fettato col  coltello  e  senza  companatico  si  dice  che  man- 
cia pani  e  cuteddu   (Palermo);  e  s'invoca  il  proverbio: 

Pani  e  cuteddu 
Nun  jinchi  vudeddu. 

Se  durante  il  desinare  qualche  persona  estranea,  cono 
scente  o  parente,  venga  in  casa,  la  s'invita   a  prendere 


LA    CUCINA    E    LA    TAVOLA  363 

un  boccone,  con  le  parole:  A  manciari!  o  Vuliti  manciari 
cu  nui?  o  Ristali  sirvitu?  o  Supracissi  (=  se  vi  pia- 
cesse [di  prendere  un  boccone?]  (Sambuca)  o  con  altre 
simili;  alle  quali  lo  invitato  risponde:  'Un  cc'è  di  chi..., 
ovvero:  Bon  pruril  o  prudu  (Palermo),  Bon  prurecci! 
(=Buon  prò  [vi  faccia!])  (Noto),  o  anche:  Grazii  e 
saluti!  E  quando  essa  siede  e  per  un  modo  o  per  un 
altro  assiste  al  desinare,  dovendo  bere  del  vino,  al  primo 
sorso  dirà:   A   la  saluti! 

Tra  le  gente  di  mare  in  Palermo  quando  s'è  offerto 
un  boccone  al  nuovo  arrivato  ed  egli  protesti  di  aver 
finito  di  mangiare  poco  innanzi,  per  persuaderlo  che 
un  po'  di  spazio  alla  fin  fine  deve  averlo  nello  stomaco 
per  ricevere  qualcos'  altro,  si  dice  che  cc'è  sempri  lu 
locu  pi  lu  caiccu  . 

Sapendosi  che  la  tavola  è  mezza  confessione,  anzi  una 
vera  tortura,  che  fa  dir  tutto  quello  che  si  sa,  come 
dicono  i  proverbi: 

La  tavula  è  'na  brutta  corda; 
La  tavula  è  turtùra; 

si  raccomanda  che 

Zoccu  si  dici  'n  tavula  divi  arristari  'ntra  la  tuvagghia, 

Chi  beve  l'ultimo  sorso  di  vino  o  d'altro  liquore  in 
una  bottiglia,  chi  mangia  l'ultimo  ficodindia,  o  l'ulti- 
ma oliva,  chi  succhia  l'ultima  chiocciola  o  altro  simile, 
deve,  come  si  suol  dire,  pagare  le  spese  della  intiera 
bibita  o  pietanza. 

Secondo  l'alto  e  basso  galateo  non  va  mai  chiesto 
ad  alcuno    che   cosa  mangi  o   abbia  mangiato.   E   se   si 


364  CAPITOLO   XIV. 

domanda,  la  risposta  è  facile:   Pani,  crusta  e  muddica, 
o  Pani  e  Pruvidenza   (Palermo),  e  in  tono  scherzevole: 

Maccarruna  appizzati  a  carni; 

Abballa  Don  Cicciu  e  sona  Donn'Anna  (Marineo)  l. 

Nel  levarsi   da  tavola: 

Vi    ringrazili,   me    Signuri, 
Facitimi  gratu  a  tanta  amuri! 
Haju  manciata,  haju  vivutu, 
Ringraziu  a  Diu,  ca  mi  l'ha  data  (Palermo). 

Complemento  di  questo  capitolo  è  l'appendice  che  se- 
gue e  nella  quale  ho  raccolto  quante  più  notizie  ho 
potuto  delle  vivande  siciliane  principiando  dai  condi- 
menti e  dalle  minestre,  e  finendo  a'  manicaretti  più 
dolci  e  appetitosi.  Il  lettore  si  accorgerà  subito  che  sotto 
il  titolo  generale  di  Persone  e  cose  fauste  ed  infauste 
mal  si  comprende  un  capitolo  di  culinaria  popolare,  che 
è  tutto  etnografico  piuttosto  che  demopsicologico;  ma 
vedrà  pure  che  anche  a  guardare  la  cosa  pel  sottile  non 
v'era   occasione  migliore   per  occuparsene. 

1  V'è  un  giuoco  in  cui  i  fanciulli  tirano  a  indovinare  quel  che 
ciascuno  di  essi  ha  mangiato:  Addimina  zoccu  mandai. 


Appendice  : 

PASTE,  MINESTRE,  PIETANZE. 

1.  Condimenti. 

La  cucina  popolare  è  semplicissima  e  condisce  con 
uniformità  monotona.  Suoi  condimenti  ordinari  sono 
l'olio,  che  entra  in  tutte  le  minestre,  e  senza  del  quale, 
per  dirne  una,  soltanto  le  sarde  possono  arrostirsi: 

Senza  ogghiu  s'arrustinu  li  sardi; 
lo  strutto  per  le  carni,  le  uova,  il  cacio;  il  prezzemolo, 
la  conserva  di  pomidoro  (astrattu)  o  il  pomidoro  stesso, 
la  cipolla,  Faglio,  il  sale,  le  mmusturi.  Sotto  questo  nome 
vanno  l'amomo  (camommu),  il  garofano  (galòfaru),  la 
cannella  (cannedda).  Il  popolo  sconosce  il  burro  e  la 
senape,  a'  quali  sostituisce  sempre  lo  strutto  ed  il  pepe 
(spèzzii,  sbiezzi)  \  Questo  ha  un  indovinello  proprio: 

Tunnu  tunnieddu  supra  mari  va, 

Pizzica  ardenti  e  mali  nu'  fa  (Noto)  2; 

ed  entra  dappertutto,  come  avvertono  i  dettati: 

1  Altri  condimenti  occasionali  sono  Tanice,  l'alloro,  l'origano,  la 
menta,  la  maiorana,  ecc. 
3  Di  Martino,  Énigmes,  n.  IV. 


366  APPENDICE 

Li  spèzzii  tràsinu  a  tutti  baimi. 
Spizzieddu,  mi  cci  'mmiscu. 

Molto  si  tiene  ai  condimenti  (comi):  e  suol  dirsi  che 
Li  conzi  fannu  li  minestri  sapuriti. 

Per  significare  che  la  incalcolabile  spesa  di  certi  in- 
gredienti culinari  rovina  una  vivanda  si  dice: 

Pri  tri  dinari  (cent.  1)  di  spèzzii  si  perdi  la  gaddina. 

Di  sale  si  è  parchi,  ritenendosi  che  indurisca   il  cer- 
vello e  renda  testardi.  Si  preferisce  lo  sciapito  al  salato,  e 
Lu  cocu  si  teni  a  lu  dissapitu. 

Il  condimento  poi  vuol  essere  in  peso  e  misura: 

Lu  cunzatu   quantu  basta, 
Cchiù  si  conza,  cchiù  si  guasta. 

Le  inclinazioni  del  palato  siciliano  son  formulate  in 
un  centinaio  di  dettati  e  di  regole  che  vanno  sotto  il 
cap.  LXXXII  de'  miei  Proverbi  siciliani.  Qui  mi  rimango 
a  descrivere  quel  che  mangia  e  come  mangia  il  nostro 
popolo  basso  e  mezzano;  cioè  la  maggior  parte  delle 
minestre,  delle  pietanze  in  uso,  lasciando  ciò  che  sap- 
pia di  cucina  erudita  antica  o  moderna  e  di  vivande 
più  o  meno  aristocratiche 

2.  Paste  diverse. 

Prima  di  venire  alla  rassegna  delle  minestre,  de'  com- 
panatici e  de'  dolci,  ricordo  le  paste  differenti  che  pri- 
me mi  vengono  alla  memoria;  e  le  noto  in  ordine  al- 
fabetico avvertendo  che  tutte  sono  o  possono  essere  paste 
dì  arbitrili,  fatte  cioè  allo  strettoio,  meno  i  gnòcculi,  certe 


PASTE,   MINESTRE,   PIETANZE  367 

lasagne  e  tagliolini,  i  maccarrunedda  'mpanati,  Yoricchi 
di  judeu,  i  turciuniateddi  un  certo  spizzieddu,  eoe  che 
si  fanno  e  si  dicono  a  manu  od  anche  di  casa. 

Attuppateddi,  pasta  non  molto  grossa,  tagliata  assai 
corta:  maltagliati;  cannizzolu,  maccherone  grosso  come 
un  dito  medio;  capiddu  d'ancilu,  pasta  lunga,  la  più 
sottile  che  vi  sia;  cavatimi,  pasta  a  grossi  e  larghi  anelli: 
campanella;  fidillini,  fili  sottilissimi  di  pasta,  lunghi, 
tondi  e  pieni:  capellini;  filatu,  vermicelli;  filatu  cu  lu 
pirtusu,  vermicelli  bucati:  spilloni  o  agoni  bucati;  ganghi 
di  vecchia,  pasta  rotonda,  ricurva  e  rigata;  denti  di  ca- 
vallo; gnòcculi,  morsoletti  di  pasta  fatta  a  mano  e  cavata: 
differisce  da'  gnocchi  italiani;  jiritaledda,  pasta  di  for- 
ma simile  agli  spilloni  bucati,  la  quale  mano  mano  che 
esce  dai  fori  d'una  stampa  a  vertice  viene  tagliata:  ave- 
maria;  più  grossi,  son  chiamati  patrinnostri;  lasagni,  la- 
sagne; lingua  di  pàssaru,  pastina  somigliante  a  chicchi  di 
riso  appiattiti,  per  minestra  in  brodo:  punti  d'ago;  mac- 
carruncinu,  pasta  lunga,  forata,  meno  grossa  de'  mac- 
cheroni napoletani:  foratino;  maccaruni,  maccherone  na- 
napoletano;  magghietti,  maccheroni  napoletani  recisi 
come  escono  dalla  stampa  e  un  po'  curve:  gambe  di  don- 
na; oricchi  di  judeu,  grossa  pasta  a  forma  di  piccoli 
orecchi;  pirticunedda,  pastina  per  minestra  in  brodo  a 
guisa  di  palline  da  schioppo:  semini;  sciabbò  o  scibbò, 
lasagne  larghe  e  incannellate:  pappardelle;  spaghettu, 
fili  di  pasta  lunghi,  tondi  e  pieni,  più  grossetti  degli 
spilloni:  spaghetti;  spizzieddu,  pastina  quasi  rotonda,  a 
chiochini  piccolissimi;  stidduzzi,  specie  di  pastine  per 
minestra  in  brodo,  tagliate  a  foggia  di  stella:   stelline; 


3'88  APPENDICE 

tagghiarini,  lasagne  strette:  tagliolini;  tria  bastarda,  pa- 
sta lunga  e  tonda,  più  grossa  de'  sopracapellini:  agone, 
spillone;  vampaciùscia,  lasagne  strette;  virmiceddi,  de- 
nominazione generica  di  paste  lunghe,  tonde  e  sottili; 
zitu  o  maccarruni  di  zitu,  grosso  maccherone  al  di  sotto 
del  cannizzolu  ecc. 1. 

In  Modica  e,  in  generale,  nel  Siracusano,  «  numero- 
sissime sono  le  varietà  dei  maccheroni  manipolati  in 
casa.  Ne  accenno  alquante:  ciazzisi,  ciazzisuotti,  maccar- 
runa  ó  9usu,  maccarrunedda  di  zita,  scivulietti,  cavatieddi, 
gnucchitti,  lasagni,  taccuna,  pizzulatieddi,  'neucciatieddi, 
melinfanti,  filatieddi,  gnuòcculi,  pastarattedda,  virmicied- 
dii,  alica  e  moltissime  altre  2. 

3.  Minestre  e  paste. 

Il  desinare  del  nostro  popolino  è  parchissimo:  una 
minestra  o,  in  generale,  un  piatto  di  pasta. 

In  Siculiana  chiamasi  munnànu  un  pranzo  composto: 
1°  di  pasta  a  la  carrittera  (caciaia)  ;  2°  di  zucche  lunghe 
a  pezzi  pieni  di  carne.  Questi  pezzi  sono  soffritti  in  ci- 


1  Vedi  in  quest'opera,  v.  I,  p.  73;  II,  p.  81. 

A  dimostrare  l'antichità  di  alcune  di  queste  forme,  dirò  che  nel 
sec.  XVI  TIncrassia,  Informatione,  p.  Ili,  e.  V,  p.  15,  lodò  le  «  vi- 
vande di  pasta  come  sono  vermicelli,  taglierini,  maccheroni,  et  que' 
che  chiamano  alcuni  tria  et  simili....  benché  l'uso  pur  troppo  fre- 
quente sia  vituperabile  . 

2  Guastella,  Il  Carnevale,  p.  15.  Vedine  altre  in  Macaluso-Sto- 
kaci,  Saggio  di  nomenclatura,  2a  ediz.  p.  28. 


PASTE,   MINESTRE,   PIETANZE  369 

polla  e  pomidoro.  Fari  mannanu,  vale  colà:  mangiare 
due  piatti  di  quella  maniera. 

Cuccia,  grano  immollato  e  cotto  con  altri  legumi  o 
in  acqua  schietta  o  in  latte.  Si  mangia  per  la  festa  di 
S.  Lucia  1. 

Farru;  pitirru  (Sambuca),  frumento  macinato,  bol- 
lito e  condito  con  olio,  sale  e  pepe. 

Favi  a  cunigghiu,  o  semplicemente  cunigghiu,  fave 
senz'occhio,  cotte  in  acqua,  e  condite  con  olio,  rigano, 
sale,  pepe  e  aglio.  Quasi  alla  medesima  maniera  son 
cotte  le  favi  pizzicati  (Palermo),  o  a  testa  di  monaca 
(Siculiana),  o  9n  quasuni  (Acireale),  o  a  cappottu  (Trat- 
pani).  In  Trapani  talvolta  vi  si  mescolano  delle  pa- 
tate a  fette. 

Maccu,  vivanda  grossa  di  fave  sgusciate,  cotte  in  acqua, 
e  ridotte  come  in  pasta:  macco.  Vari  racconti  e  aned- 
doti popolari  richiamano  il  macco.  Vedi  anche  Pasta 
cu  li  favi. 

Cicirata  (Palermo),  o  arriminata,  o  papitacciò,  po- 
lenta di  ceci.  In  Licata  è  una  sorta  di  torrone  di  ceci 
3  miele. 

Simula  (Palermo),  simulata,  farinata  (Roccapalumba), 
oulenta  (Ucria)  ;  nome,  a  quanto  pare,  recente.  Acqua 
iella  quale,  bollendo,  si  viene  versando  a  poco  a  poco 
Iella  semola  e  agitandola.  Cotta,  vi  si  aggiunge  dell'olio, 

1  «  La  cuccia  di  Sicilia,  pasta  di  grano  immollato,  mescolato  con 
atte,  si  mangiava  e  si  mangia  in  Egitto  e  s  ichiama  ancora  Kesc». 
Lmari,  Storia  dei  Musulmani,  v.  Ili,  p.  892.  Una  descrizione  della 
uccia  in  Trapani  diede  A.  Giacalone-Patti  nelVA rchivio  delle  tra- 
Uzioni  pop.,  v.  V,  p.  407-408.  Vedi  Spettacoli  e  Feste,  pp.  427-428 


24. 


370  APPENDICE 

del  sale,  del  pepe,  e  si  mangia.  Un  proverbio  sulla  se 
mola  cotta: 

Piciòcia  o  frascàtula  (Modica),  «minestra  di  farin; 
versata  a  spizzichi  nell'acqua  bollente  e  condita  coi 
cacio  1  ».  La  frascàtula  in  Palermo  è  anche  una  specie 
di  focaccia. 

Simulata 
Pignata  pigliata. 

Cùscusu,  sorta  di  pasta  di  semola  ridotta  in  minutissim 
chicchi,  che  si  mangia  nel  brodo:  semolino. 

Cùscusu  as\ciuttu,  dolce  fatto  di  semolino,  zuocherc 
aromi  ed  altro,  cotto  nel  brodo  ma  col  fumo  d'acqui 
calda  2.  Il  cùscusu  più  minuto  è  detto  melinfanti. 

Minestra  (Palermo),  suppa,  vivanda  di  pasta  con  k 
gumi  o  verdura  o  altro. 

Si  noti  che  la  minestra,  generalmente  parlando,  il 
italiano,  è  di  paste,  riso,  brodo  ecc.,  e  la  zuppa  la  sol 
minestra  di  pane  affettato,  intinto  o  cotto  in  brodo. 

Minestra  virai,  o  minestra  di  S.  Giuseppi  (Palermo) 
maccu  (Siracusa),  minestra  composta  d'ogni  sorta  di  le 
gumi  e  di  verdure  (cavoli,  borrana,  finocchi,  sedane 
enuivia),   aggiuntevi   delle   castagne3:   il  tutto  bollito 


. 


1  Guastella,  Vespru,  p.  25. 

2  Una  descrizione  di  questo  appetitoso  cibo,  in  uso  specialmei 
in  Trapani,  Marsala  ecc.,  diede  nel  secolo  passato  il  trapanese  Jant 
Cereriano  (Burgio),  nelle  sue  Lettere  chitiche,  e  Tanno  1886  u 
altro  trapanese,  il  cit.  A.  Giacalone-Patti,  nell'Archivio  delle  tre 
dizioni  pop.,  v.  V,  p.  406. 

3  Le  castagne   (castanea  vesca,  L.)    si  mangiano:   vugghiuti  cu  l 
scorcia,   succiole,   ballotte;   arrustati  o  munnalori,  bruciate,  caldai 


PASTE,   MINESTRE,   PIETANZE  371 

conciato  con  olio,  sale  e  pepe.  Si  mangia  pel  giorno  di 
S.  Giuseppe  1. 

Pasta  cu  li  sardi,  maccheroni  cotti  e  colorati  con  so- 
luzione di  zafferano,  e  conditi  con  una  salsa  composta 
di  cipolla,  acciughe  e  prezzemolo  soffritti  in  olio;  di 
finocchio  selvatico  (foeniculum  dulce  gusto  acuto,  L.) 
acciughe  fresche,  passolina,  mandorle  abbrustolite,  pi- 
gnolo. Questa  salsa  si  versa  e  mescola  coi  maccheroni 
(in  un  tegame  di  terra  cotta,  sotto  e  sopra  del  quale 
si  mette  del  fuoco  leggiero  prima  che  si  scodelli.  Molti 
aggiungono  altre  acciughe  a  linguata  sopra  la  pasta 
nel  tegame  stesso.  Questa  ghiotta  Pasta  cu  li  sardi  è 
l'ideale  delle  paste  del  popolo  siciliano,  tanto  che  a  chi 
ha  ben  mangiato  o  riscosso  del  danaro,  a  chi  è  lieto,  si 
lice   sorridendo:    Ammuccamu  ! ....   Pasta    cu   li   sardi!.... 

Pasta  a  la  milanisa  o  cu  Fanciovi,  maccheroni  con- 
liti con  salsa  composta  di  aglio,  alici,  olio  ecc.  Quando 
ri  si  sparge  sopra  del  pan  grattugiato  e  abbrustolito 
■  chiama:   Pasta  cu  la  muddìca. 

Pasta,  cipudda  e  pumadamuri,  minestra  di  pasta  cotta 
n  una  specie  di  brodo  composto  di  cipolla  e  pomidoro 
immamente  soffritti  e  poi  aromatizzati  e  aggiuntavi 
'acqua  necessaria. 

Pasta  cu  Vàgghia  e  Vògghiu,  minestra  comunissima 
li  pastina  cotta,  condita  con  aglio,  olio,  sale  e  pepe. 

Pasta  cu  li  favi,  minestra  di  fave  sgusciate  e  cotte  in 


osto  ;   'nj urnati,   al   forno  ;   munnati  o   duri,  senza    buccia   e   dure  ; 
llessi,  lessate;  pastigghi,  lessate  e  poi  disseccate:  ànseri  . 
1  Spettacoli  e  Feste,  p.  245. 


372  APPENDICE 

acqua,  nella  quale,  ridotta  a  poltiglia,  si  cuoce  dell 
pasta.  In  quella  detta  cu  li  favi  e  cucuzza  è  anche  coti 
della  zucca  rossa. 

Come  le  fave  si  sogliono  anche  cuocere  a  minestr 
fagiuoli,  lenticchie,  ceci,  broccoli,  cavoli  a  broccoli  ecc. 
onde  le  minestre  dette:  Pasta  cu  li  f asoli,  o  cu  li  Un 
ticchi,  o  cu  li  cìciri,  o  cu  li  vròcculi,  o  cu  li  sparaceddì 

Pasta  palina,  o  a  la  paulota,  pasta  condita  con  sals 
composta  di  aglio  o  cipolla,  pomidoro  o  conserva  di  ess 
soffritti  in  olio,  aggiuntevi  delle  alici  fresche  e  salate 
e  poi  pepe,  cannella,  garofani  ecc.  Cibo  ordinario  de» 
frati  di  S.  Francesco  di  Paola,  i  quali  facevano  viti 
quaresimale. 

Pasta  saliata,  o  a  strascina-sali,  o  pasta  cu  lu  tumazzh 
o  'ncaciata,  pasta  con  cacio. 

Pasta  cu  lu  sucu,  o  a  stufatu,  pasta  come  sopra,  vei 
satovi  sopra  dello  stufato. 

Lasagni  cacati  (Palermo),  lasagni  a  la  massariota  (Tr* 
pani),  lasagne  cotte  e  versate  sopra  un  tagliere,  mescola 
tavi    della   ricotta.    Alla   stessa   maniera   sono    conditi 
maccaruna  'nciliati  di  Ragusa. 

Vrodu  di  li  Pauloti,  specie  di  brodo  nel  quale  è  stai 
bollito  del  «  pesce  da  brodo  »  e  poi,  condito,  è  stat 
cotta  della  pasta.  È  un  brodo  di  magro,  che  prend 
nome  appunto  da'  medesimi  frati  di  S.  Francesco  d 
Paola. 

Risu.  Si  cuoce  e  prepara  in  varie  manière,  quasi  tutt 
identiche  a  quelle  della  pasta:  a  brodu,  a  minestra,  c\ 
la  scalora  (indivia),  saliatu,  a  stufatu,  a  la  malaniso 
cu  la  carni  capuliata  ecc.  Si  ha  per  così  digeribile  ed  il 


PASTE,    MINESTRE,    PIETANZE  373 

osi    breve    tempo    che    basta,    muoversi    appena    per 
smaltirlo  : 

Ri6u  —  Mi  calu  e  mi  jisu. 


4.  Pietanze  ed  Intingoli. 

Agghùita,  agliata:  savoretto,  il  cui  principal  composto 

l'aceto  e  l'aglio,  e  poi  il  prezzemolo,  la  menta  e  l'olio. 

Agghiotta,  gghiotta;  aggiotta  (Vittoria),  vivanda  ma- 
ìnaresca  composta  di  pesci,  aglio  (donde  il  nome),  e 
Ho  cotto.  Si  comincia  col  soffriggere  la  cipolla  e  la 
rmserva  di  pomidoro  o  il  pomidoro  fresco,  e  poi  si 
(lunga  con  acqua.  Si  prepara  a  la  gghiotta  qualche 
esce,  il  baccalà,  i  chioccioloni  (erastuna)  ecc.  Corri- 
)onde  al  tocchetto   dei  Toscani. 

Agru-e-duci,  aggiunto  di  vivanda  in  cui  va  contem- 
erato  l'agro  del  limone  e  il  dolce  dello  zucchero,  e 
>rve  a  condire  conigli,  lepri,  petroniane,  corciofi  ed 
Itro. 

Baccalara  *n  biancu,  baccalà  bollito  e  poi  conciato 
>n  prezzemolo,  olio,  aglio,  sale  e  pepe.  Si  prepara  an- 
ìe  a  spizzateddu,  a  la  gghiotta  ecc. 

Cacòcciuli  9n  tianu,  carciofi  a'  quab*  son  tagliate  le 
mte  spinose,  e  che  riempiti  di  una  concia  composta 
pan  grattugiato  e  abbrustolito,  alici  salate,  prezze- 
olo,  aglio,  pepe,  si  cuoce  in  umido  in  tegame. 

Capunata,  manicaretto  ov'entra  del  pesce,  o  petron- 
ane,  o  carciofi  e  poi  olio,  aceto,  aglio,  mandorla  ab- 
i-ustolita,  pignolo  ed  altri  condimenti,  e  si  mangia  per 

più  in  freddo. 


374  APPENDICE 

Cazzuligghia,    manicaretto    di    colli,    creste    e    coratelle 
di  pollo:  cibrèo. 

Ciuceddu,  ciusceddu,  sciusceddu,  manicaretto  di  pan 
grattato  con  uova  battute,  prezzemolo  ed  aromi,  me- 
scolato e  cotto  in  brodo  o  in  acqua  con  strutto:  bro- 
detto, guazzetto1. 

Crastu.  Si  ritiene  che  uno  de'  cibi  più  pesanti  alle 
stomaco  sia  il  castrato  condito  col  cavolo  (brassica  ole 
racea,  L.)  ;  difatti  si  dice:  Manciàrisi  lu  crastu  cottu  chi 
li  càvuli  per  significare:  mangiar  cosa  indigeribile. 

Cucurummau  o  cucurummaru,  intingolo  di  pomidoro 
cacio,  uova  e  olio. 

Cucuzza  ad  antipasto,,  zucca  cotta  in  salsa,  i  cui  prin 
cipali  ingredienti  sono  cipolla,  pomidoro  o  conserva  d 
esso,  olio,  pepe,  sale,  aromi.  Alla  stessa  maniera  si  euoe< 
la  carne,  per  la  quale  però  usa  la  sugna. 

Cunigghiu  oVarginteri,  cacio  fritto  con  olio  e  conditi 
con  aglio,  aceto  ed  origano,  che  è  conditura  del  co 
niglio. 

Fasoli  cu  Faccia,  fagiuoli  cotti  con  sedano  e  condit 
con  olio,  sale,  pepe  ecc. 

Frittedda,  minestra  di  fave  fresche,  soffritte  con  oli< 
e  cipolla,  spesso  unitivi  pisello  e  carciofi.  Si  mangi 
anche  fredda  con  infuso  d'aceto. 

Fròcia,  malassata,  vivanda  di  uova  dibattute  con  caci 
e  pan  grattugiato,  prezzemolo,  menta,  sale,  pepe  ed  altro 
frittata.  Fig.  vale  sbaglio,  marrone.  ||  Finiri  a  fròde 
riuscir  male.  ||  Tu  guastirissi  9na  fròcia  di  centu  ove 
si  dice  a  chi  non  sia  buono  a  nulla. 
1  Ne  fa  cenno  Pasqualino,  Vocab.  sic,  v.  IV,  p.  398. 


PASTE,   MINESTRE,  PIETANZE  375 

Milinciani  a  la  parmiciana,  petronciane  condite  con 
cacio  parmigiano  o  lodigiano. 

Milinciani  chini  (Palermo),  o  ammuttunati  (Ucria), 
petronciane  fresche  o  affettate  per  lo  lungo,  nelle  quali 
s'introducono  acciughe,  tonno  salato  ed  altro  salame,  olive 
peste  e  prezzemolo;  le  quali  dopo  si  fermano  ('ngràn- 
cianu)  e  si  fanno  a  stufato. 

Milinciani  cu  Vacìtu.  Vedi  Capunata. 

Milinciana  fritta.  Vedi  Quagghia. 

Ovu  cirusu  o  ciurusu,  dioesi  dell'uovo  bollito  fra  li- 
quido e  sodo:  uovo  a  bere.  ||  —  a  cassatedda,  uovo  in 
padella,  o  affrittellato.  ||  —  battutu,  uovo  sbattuto.  Il  — 
sbattuta  o  cu  lu  vrodu,  brodetto.  Il  —  9n  tianu  o  rutto  al- 
l'acqua, uovo  al  tegame  1 1  Ova  affucati  o  rutti  aW acqua, 
uova  cotte  in  molta  salsa.  |  j  —  a  froda,  a  frittata.  Vedi 
Fròcia. 

Pani  a  'malata  (Trapani),  'malata  di  lumiuni  (Noto), 
limone  sbucciato  e  tagliato  a  fette,  messo  in  molle  in 
un  piatto  d'acqua,  aggiuntovi  dell'olio  e  del  sale;  vi  si 
inzuppa  il  pane  e  si  mangia  dai  villani  a  colezione. 

Picchi- pacchiu  (Palermo),  chiocciole  (bahbaluci)  mi- 
nute, preparate  con  apposito  intingolo  composto  di  ci- 
polla e  pomidoro  soffritto,  olio,  pepe  e  sale.  Si  man- 
giano di  estate,  e  specialmente,  per  antica  usanza,  il  gior- 
no di  S.  Giovanni  (24  giugno)  e  per  le  feste  di  S.a  Ro- 
salia (13-15  luglio).  In  Palermo  se  ne  fa  tanto  uso  e 
consumo  che  si  dice: 

Babbaluci  a  sucari 
E  fimmini  a  vasari 
'U  ponnu  mai  sazziari. 


376  ;  APPENDICE 

Purpetta,  vivanda  di  carne  battuta,  variamente  con- 
dita con  uova,  pan  grattato  e  cacio,  ridotta  in  pezzi 
bislughi,  rotondati,  fatti  per  lo  più  friggere  e  poi  cotti 
in  umido:  polpetta. 

Quagghia  (Palermo),  milinciana  fritta,  petronciana 
fessa  per  lungo  a  guisa  di  nappa  e  poi  fritta  in  olio. 

Sardi  a  beccaficu,  sarde  spaccate  per  lo  mezzo,  spo- 
glie della  spina,  e  ripiene  di  una  concia  composta  di  pan 
grattugiato  e  torrefatto,  zucchero,  cannella,  passolina,  pi- 
gnolo ed  altro.  Tra  sarda  e  sarda  nel  cuocersi  in  tegame 
si  applica  una  foglia  di  alloro.  La  cottura  è  fatta  con 
olio  e  poca  acqua. 

Sarsa  virdi,  menta  e  prezzemolo  pesti  e  allungati  con 
olio.  Serve   a  condire  pesci 1. 

Sasizza,  sausizza,  sosizza,  carne  di  maiale  tritata  e  mes- 
sa in  budello  di  porco.  In  quella  detta  di  casa,  si  ag- 
giunge qualche  aroma  a  piacere;  ma  specialmente  del 
seme  di  finocchio;  altri  anche  de'  pezzettini  di  cacio 
cavallo.  Nell'altra  detta  pasqualora,  è  molto  sale  per  po- 
tersi prosciugare,  indurire  e  conservare  2. 

Un  proverbio  fa  notare  che  la  salsiccia  abitua  male: 

Sosizza 

Mali  ti  'mmizza. 

il  che  forse  ha  anche  un  senso  figurato. 

Sasizzedda,  fetta  di  carne  battuta,  la  quale  si  avvolge 

1  Della  salsa  verde  cruda  et  catta  fa  cenno  Ingrassia,  Informa- 
tione,  p.  Ili,  e.  IV,  p.  II. 

2  Si  fa  mensione  della  salsiccia  in  generale  nella  Historia  degli 
inganni  del  Demonio  tentatore,  ottave  26  e  41.  In  Palermo,  1628. 


PASTE,   MINESTRE,   PIETANZE  377 


SU 


di   se,  postovi   dentro   un  ripieno  di   carne  tritata  e 
condita   con   uova,   cacio,    aglio,   prezzemolo:    braciuola. 

Schibbeci,  o  scapeci,  vivanda  di  pesci  con  olio,  aromi, 
cipolle  e  passole. 

Scigottu,  specie  di  manicaretto  brodoso  di  carne  tri- 
tata, .grasso  ed  altri  ingredienti. 

Sguazzettu,  cibo  condito  in  umido  e  guazzo  \ 

Spizzateddu,  manicaretto  di  pezzi  di  carne  o  di  fe- 
gatini ed  altre  interiora  di  pollo  o  di  capretto  ecc.,  com- 
posto di  prezzemolo  soffritto  in  sugna  e  cotto  in  acqua. 

Stigghiola,  manicaretto  di  budella  di  capretto,  agnello 
ed  anche  di  pollo,  attorcigliate  a  uno  stelo  di  prezze- 
molo, e  arrostite. 

Stufateddu,  conditura  speciale  di  sarde  o  altro,  com- 
posta di  prezzemolo  e  aglio  cotti  in  olio,  acelo  o  «/ino 
e  acqua.  Come  conditura  di  verdura  lo  stufateddu  manca 
del  prezzemolo. 

Stufatu,  carne  o  altra  vivanda  cotta  in  umido  in  vaso 
chiuso. 

Vugghiuta,  s.  f.,  tonno,  per  lo  più  della  parte  della 
testa  (torchi),  tagliato  a  pezzi  e  poi  bollito,  il  quale  si 
mangia  a  freddo,  condito  con  olio,  agro  di  limone,  sale 
e  pepe. 

Zògghiu  (Palermo),  specie  di  brodetto  de'  marinai, 
composto  di  menta,  prezzemolo,  aglio,  pesti  insieme  e 
diluiti  con  aceto  ed  olio.  Serve  come  salsa  sul  pesce 
arrostito. 


1  È   nel   Cuntrastu   ridiculusu   chi  fa   'na  gatta   e   un  surci;    Na- 
poli, ediz.  del  secolo  passato. 


378  APPENDICE 


5.  Paste  molli  e  Schiacciate. 


Caciottu,  specie  di  focacciuola  bisluga,  che  va  a  finire 
in  due  estremità;  si  fende  per  lo  lungo  e  si  riempie  di 
cacio  (donde  caciottu),  ricotta  e  strutto.  Si  mangia  spe- 
cialmente di  sera  in  estate. 

Cuddiruni  cu  li  duri  (Siculiana),  schiacciata  compo- 
sta di  sola  farina  con  olio. 

Cuddiruni  grassu  (Siculiana),  schiacciata  composta  di 
farina  e  uova  impastate  insieme. 

Cudduruni  (Ueria),  schiacciata  di  pasta,  con  acciuga, 
calcio,  sparsovi  dell' olio  sopra,  e  fritta  in  olio. 

Figghiidata;  fugliulata  (Siculiana),  'nfiggiulata  (Noto), 
pasta  schiacciata  col  matterello  (lasagnaturi),  nella  quale 
si  avvolgono  vari  rocchi  di  salciccia  e  pezzetti  di  lardo, 
dandole  forma  di  un  pane  rotondo  come  muffulettu.  Si 
cuoce  in  forno.  Altra  9nfiggiulata  di  Noto  si  fa  con  ri- 
cotta battuta  con  uovo  e  ravvolta  in  pasta,  che  si  mette 
al  forno. 

Fucaccia,  fuaccia,  fueazza,  fuazza,  fuazzu.  Vedi 

Guastedda,  vastedda  (Palermo),  specie  di  pan  buffetto, 
che  si  fende  per  lo  mezzo  e  si  empie  dentro  di  ricotta, 
ciccioli  o  altro.  In  Firenze  si  chiama  pantondo  pan 
gravido. 

La  vastedda  di  Ragusa  è  un  pannello  rotondo  con 
piccoli  raggi,  la  cui  pasta  è  mescolata  a  fiorellini  di 
sambuco,  e  si  mangia  per  la  festa  di  Pentecoste. 

Muffulettu,   muffuletta,    pane   molle    e   spugnoso,    che 


PASTE,    MINESTRE,    PIETANZE  379 

si  mangia  anche  caldo,  mettendovi  dentro  olio  o  sugna, 
acciuga  salata,  pepe  ecc.  Vedi  sciavazza. 

Panello,  o  pisci  panello,,  (Palermo),  pattona  di  farina 
di  ceci  a  forma  di  pesce,  che  si  frigge  in  olio.  Si  man- 
gia in  inverno,  ma  specialmente  per  devozione  il  giorno 
di  S.a  Lucia,  13  dicembre. 

Papalina,  pasta  fatta  con  farina,  burro,  uova  e  altro 
e  cotta  al  forno.  Vale  anche  muffulettu. 

Ravazzata,  specie  di  focaccia  composta  di  pasta  lie- 
vitata, salame,  cacio,  lardo  e  pepe:  schiacciata. 

Sciavazza,  sciaguazza,  sorta  di  schiacciata  o  focaccia, 
che  si  mangia  calda  e  condita  con  olio,  pepe  e  sale. 

Sfinciuneddu,  o  vera-anciova-è  (Palermo),  focacciuola 
di  pasta  molle,  con  olio  e  pezzettini  di  sarda  salata, 
cotta  in  forno.  Si  vende  sull'imbrunire  e  ne  mangiano 
specialmente  i  fanciulli.  Esso  è   diminutivo  di 

Sfinciuni,  grande,  talvolta  grandissimo  muffulettu  ri- 
pieno di  salame,  cacio  od  altro,  con  strutto,  pepe  ecc., 
e  cotto  al  forno.  Tradizionale  è  quello  che  si  manipo- 
lava una  volta  dalle  suore  del  monastero  di  S.  Vito 
entro  Porta  Carini  in  Palermo,  il  quale  per  antono- 
masia si  chiama  sempre  Sfinciuni  di  Santu  Vitu. 

6.  Dolci. 

Affuca-patri  (Siculiana),  specie  di  biscotti  lunghi  e 
schiacciati,  composti  di  miele  e  farina  bollita,  impastata 
e  messa  al  forno.  Si  mangiano  per  Natale. 

Ammarra-panza,  specie  di  dolce,  composto  di  uva  pas- 
sa e  di  fichi  tritati,  ravvolti  in  una  foglia  di  pasta   di 


380  APPENDICE 

farina.  Ne  son  ghiotti  i  monelli,  che  lo  comprano  dai 
calamilara. 

Biancu  manciari,  dolce  composto  di  latte,  zucchero, 
amido  sciolto  e  cannella.  Messo  al  fuoco,  e  (cominciato 
a  rappigliare,  si  versa  in  certe  forme. 

Cannatimi  (Salaparuta),  uovo  vestito  di  pasta  cotta 
al  forno,  in  forma  di  colomba.  La  gente  bassa  lo  fa  di 
pasta  comune;  la  borghesia,  di  pasta  dolce  crostata  di 
zucchero  a  colore  \  Si  usa  per  le  feste  pasquali.  Vedi 
pupu  cu  Vova. 

Cannolu,  vedi  v.  I,  p.  76. 

Carapegna,  bevanda  di  latte  agghiacciato,  rappreso  e 
inzuccherato.  Per  antonomasia,  è  anche  qualificazione 
di  manicaretto  squisito. 

Cassata,  dolciume  che  dicono  arabo,  ed  è  una  pasta 
in  forma  rotonda  e  ripiena  di  crema  dolcissima,  di  zucca 
candita  (cucuzzata)  tagliuzzata  e  «d'altri  ingredienti  2.  È 
usitatissima  in  Palermo,  dove  se  ne  fa  uno  straordinario 
consumo  per  le  feste  pasquali. 

La  celebrità  di  questo  dolce  e  le  occupazioni  che  dava 
ai  monasteri  di  Palermo  e  Mazzara  chiamò  l'attenzione 
de'  sinodi  diocesani,  tra'  quali  quello  mazzarese  del  1575, 
l'ebbe  a  proibire  severamente  3.  Il  bello  si  è  che  quelli 
che  più  ne  ricevevano  in  regalo  erano  gli  stessi  eccle- 
siastici, come  avviene  tuttavia  pe'  monasteri  non  chiusi 
ancora. 


1  Spettacoli  e  Feste,  p.  225. 

2  Amari,  Storia  de'  Musulmani,  v.  Ili,  p.  II,  p.  892. 

3  Spettacoli  e  Feste,  p.  224. 


PASTE,   MINESTRE,   PIETANZE  381 

Cassatedda,  dolce  a  foggia  di  raviola,  ripieno  di  ceci 
cotti  pesti  e  impastati  con  miele  o  vino  cotto. 

Cena,  pasta  di  zucchero  chiarito,  della  quale  si  fanno 
varie  figure  in  rilievo. 

Cubbàita,  confettura  o  torrone  di  noci  o  mandorle 
o  miele  cotto.  Si  fa  anche  di  giuggiolena.  La  frase:  Scrù- 
sciu  di  carta  senza  cubbàita  significa:  molta  apparenza 
e  nessuna  sostanza,  molto  fumo  e  poco  arrosto. 

Cucciddatu,  grossa  ciambella  di  pasta  dolce,  entro  la 
quale  è  un  impasto  di  uva  passa,  fichi,  noci  tritate. 

Cuddureddi  (Catania),  pasta  in  forma  di  maccheroni 
bolliti  in  vin  cotto  o  in  mosto,  e  perciò  di  dolce  sapore. 
Messa  ne'  piatti,  vi  si  semina  sopra  noce  abbrustolita, 
mandorle,  cannella  ecc. 

Cutugnata,  conserva  di  cotogna  zuccherata  o  a  giu- 
lebbe; cotognato.  In  Nicosia  la  cudugnada  è  composta 
di  cotogne  bollite  in  vino  cotto. 

Jelu  di  muluni  (Palermo),  succo  di  cocomero,  nel  quale 
è  stato  sciolto  dell'amido,  e  che,  messo  al  fuoco,  s'è  rap- 
pigliato. Si  usa  per  la  festa  di  mezz'Agosto. 

Milidda,  sorta  di  biscotto  a  fette,  di  fior  di  farina, 
zucchero  e  chiaro  d'uovo.  Si  cuoce  al  forno. 

Miloccu  (Modica),  mosto  dolce  dopo  cotto. 

Minni  chini  (Modica),  dolce  di  miele  a  foggia  di  mam- 
mella gonfia. 

Minni  di  Virgini  (Palermo),  specie  di  pasticcioni  a 
foggia  di  mammelle.  (Scrivo  Virgini  con  V  majuscola, 
perchè  questo  dolce  in  Palermo  si  manipola  nel  mo- 
nastero detto  delle  Vergini,  come  pur  si  manipolava  in 
quello   ora   abolito    di   Montevergini,    donde   una  specie 


382  APPENDICE 

di  calembour  che  nasce  dalla  provenienza,  dalla  somi- 
glianza e  dal  significato. 

Mustarda,  mustata,  mustucutti,  mustucuttì  (Chiara- 
monte),  mustucun  fitti;  mustopia,  panicuttì  (Modica), 
dolce  di  farina  o  semola  o  amido  cotti  nel  mosto  dolce 
ed  intostito  e  secco  al  sole.  È  chiamato  jelu  quando  è 
fresco. 

Mustazzola,  mustazzolu,  dolce  di  farina,  zucchero  e 
altri  ingredienti,  a  forma  di  focaccia  irregolare  e  schiac- 
ciata, duro,  color  di  mogano,  sul  quale  sono  rilevati  dei 
ghirigori  bianchi.  Nel  sec.  XV  erano  celebri  le  mustaz- 
zoli  di  Missina,  cuddureddi  di  Catania,  nucàtuli  di  Pa- 
lermu  1  ». 

Doveano  farsene  in  tanta  quantità  tra  noi  ne'  secoli 
passati  che  al  18  novembre  1606  «  si  gittò  lu  bandu  da 
parti  di  lo  ill.mo  ed  ece.mo  sig.  Marchesi  di  Jeraci  che 
per  scarsezza  del  frumento  non  si  pozza  fari  biscotti  ne 
mustazzoli  2  ». 

"  Nèvulu,  nèuia,  nìula,  pasta  sottilissima,  dolce,  di  fior 
di  farina,  in  forma  circolare:   cialda,  brigidino. 

'Nfanf  arricchiti,  dolciume  di  miele  e  zucchero  cotti 
insieme  e  ridotti  in  rocchettini  bianchi.  In  Firenze  si 
dicono  appunto  rocchettini. 

Nucàtula,  impasto  di  mandorle,  fichi  secchi  e  uva  pas- 
sa tritati  insieme,  zucchero  e  miele,  chiuso  entro  pasta 
e  cotto  in  forno:  pan  ficato,  pan  balestrone. 

Pastizzu  a  la  miniola   (Modica),  vivanda  nella  quale 


1  Vedi  Spettacoli  e  Feste,  p.  443 

2  Bibl.  stor.  e  lett.,  v.  II,  p.  I. 


PASTE,   MINESTRE,   PIETANZE  383 

entra  ogni  sorta  d'ingredienti,  anche  i  più  diversi;  p.  e., 
il  cavolo  soffritto  e  la  crema. 

Petrafènninla,  dolce  duro,  fatto  di  cedro  grattugiato, 
cotto  nel  miele,  condito  con  aromi.  Celebre  è  quella 
che  si  fabbrica  in  Modica.  Fàrisi  petrafènnula,  star  fer- 
mo in  un  posto  senza  muoversi  niente. 

Pupu  cu  Vova,  pupattola  di  pasta  comune  o  dolce, 
in  mezzo  alla  quale  sono  incastonate  delle  uova,  e  messe 
a  cuocere  al  forno.  Si  fa  e  mangia  per  le  feste  pascquali 1. 
Vedi  Cannatimi. 

Raschigghia,  vivanda  di  pasta  manipolata  con  grande 
squisitezza  e  delicatezza.  ||  Pasta  di  raschiggi,  pasta  me- 
no densa  e  serve  per  avvolgervi  entro  altre  cose  da 
friggere. 

Raviola  (Palermo),  cassatedda,  dolce  formato  di  pa- 
sta icon  dentro  ricotta  dolce,  fritto  in  olio,  e  sparso  di 
miele  o  di  zucchero  appena  messo  in  piatto.  Si  mangia 
specialmente   per  le   feste   pasquali. 

Sangunazzu,    sanceli    càudu    (Noto),    sanceli,    sangeli, 
scianceli.  Vedi  v.  I,  74.  Un  proverbio  loda  il 
Fìcatu  di  troja  e  sanceli  di  majali. 

Sfincia  (Palermo),  crispedda  (Ucria,  Noto),  sorta  di 
frittella  formata  di  pasta  frolla  o  liquida  e  fermentata 
versata  in  olio  bollente.  Si  mangia  specialmente  per  Na- 
tale. In  Catania  la  crispedda  contiene  ricotta  o  acciu- 
ga 2.  Jittari  sfinci,  affaticarsi  grandemente  ed  inutilmen- 

1  Spettacoli  e  Feste,  p.  226. 

2  L'Amari,  Storia  dei  Musulmani,  v.  IH,  p.  892,  nota  1,  scrive: 
«  De'  camangiari  vanno  notate  le  paste  fermentate  e  fritte  che  in  Si- 


384  .APPENDICE 

te.  ||  Jittari  o  diri  sfinci,  dir  bubbole,  prendendo  per  fa* 
cili  certe  cose  difficili.  ||  Essiri  'na  sfincia,  essere  am- 
maccato, spiccicato  in  modo  che  abbia  perduto  la  sua 
forma;  quindi  jj  Sfincia,  per  celia  dicesi  di  cappello 
sbertucciato.  ||  Sfinci  ce  è,  modo  plebeo  per  negar  chec- 
ichessia. 

Sussamela,  dolciume  di  farina,  zucchero,  mandorle  tri- 
tate, ed  aromi,  cotto  in  tegghia  nel  forno  e  fatto  divenir 
tosto  col  raffreddarsi.  Spesso  si  copre,  dalla  parte  su< 
periore,  d'una  crosta  zuccherata  bianco-rossastra. 

Di  questa  pasta  si  formano  alcuni  dolci  tradizionali, 
che  rappresentano  le  chiavi  di  S.  Pietro  pel  29  giugno, 
i  Santi  Cosma  e  Damiano  pel  27  settembre,  S.  Michele 
Arcangelo  pel  29. 

Viscottu  di  S.  Martinu  (Palermo),  biscotto  dolce  in 
forma  di  piccolo  pane  convesso  e  con  de'  ghirigori  a 
forma  di  roccocò  al  di  sopra,  piano  al  disotto.  Si  man- 
gia per  le  feste  di  S.  Martino,  inzuppato  in  vino  \ 

Come  complemento  della  cucina  e  della  tavola  non 
va  dimenticata  la  cosiddetta  Isca  di  vìviri,  nome  gene- 
rico, nel  quale  si  comprendono  certi  cibi  che  esigono 
del  vino  in  buona  quantità.  Con  un  sinonimo  si  chia- 
mano anche  vucativi,  e  sono: 

Carcagnòla,  le  estremità  biforcate  de'  piedi  degli  ani- 
mali  ovini,   ed    anche   i   garetti;    carduna,    cardoni;   nu- 

riha,  al  par  che  in  Barberia,  si  chiamano  sfinci,  dal  latino  spongia, 
come  pare  ».  Vedi  pure  Gioeni,  Saggio  di  etimologie,  p.  257. 

Una  descrizione  minuta  di  questa  ghiottornia  diede  Giacalone- 
Patti  nell'Archivio  cit.,  p.  408. 

1  Vedi  Spettacoli  e  Feste,  p.  411. 


PASTE,   MINESTRE,    PIETANZE  385 

ciddi  atturrati  e  favi  caliati,  avellane  e  fave  brustolite; 
purpu,  polipo.  Il  Curisi gghiu  di  li  zingari,  scritto  nel 
sec.  passato  dal  catanese  A.  Zacco,  è  tutto  fondato  sul- 
l'argomento dell'oca  di  vìviri,  al  quale  si  legano  i  det- 
tati popolari  \  Beddu  vìviri  eoe,  Dicia  lu  lavuraturi  ecc., 
Vói  sdivacari  ecc.  2. 

1  Prov.  sic,  v.  IV,  pp.  83,  89  e  112. 

1  De'  cibi  preferiti  nell'Italia  settentrionale  e  nella  meridionale  in 
ispecie,  vedi  Blunt,  op.  cit.,  e.  XIV:  On  the  ordinary  habits,  food, 
and  dress,  of  the  Italians  and  Siciliens. 


I  TESORI  INCANTATI 


DEI   TESORI    INCANTATI  391 

d'oro  (Serracasazza,  prov.  di  Messina),  di  chiocce  con 
pulcini  d'oro  \  di  capre,  di  granchi,  di  coturni,  di  bi- 
sacce d'oro. 

Ogni  trovatura  è  incantata  C ricantata^  9ncantisimata)  ; 
e  l'incanto  fu  operato  nei  tempi  antichi  uccidendo  su 
di  essa  un  uomo,  lo  spirito  del  quale  restò  sulla  trovatura 
legato  (liatu)  col  sangue  che  la  bagnò.  Quivi  esso  resta, 
e  vagola  intorno  fino  a  tanto  che  il  deposito  non  venga 
preso. 

Custodi  dei  tesori  sono  lo  Schiavo,  i  Nani,  i  Mercanti, 
secondo  le  varie  credenze,  od  anche  la  Monacella,  la 
«  Vecchia  di  li  fusa  »,  i  «  Vuvitini  »,  rarissimamente  qual- 
che animale,  come  nel  tesoro  di  Pizzu  Beddu,  custodito 
da  spiriti  in  figura  di  castroni  2,  come  in  quello  di  una 
grotta  di  S.*  Ninfa,  guardato  da  due  -leoni 3,  o  come  in  al- 
tri dove  stanno  a  guardia  un  serpente  o  un  drago.  Par- 
lasi anche  di  trovature  affidate  a  sette  re 4  ed  anche 
a  vari  principi  che  ne  tengono  le   chiavi  d'oro   appese 

1  Cfr.  la  tradizione  sorrentina  di  Meta,  raccolta  da  Auc.  Kopisch 
e  trad.  da  Pfruzzini,  Fiori  lirici  tedeschi,  pp.  115-116;  la  calabrese 
li  Cassano  in  Dorsa,  p.  23;  l'abruzzese  di  Lanciano  in  Finamore, 
Tesori,  n.  XXIV. 

2  Fiabe,  Nov.  e  Race,  n.  CCXXIV. 

*  Castelli,  Credenze,  p.  15.  Pai.  1878. 
;   4  Una  poesia  di  Mineo  (Race,  ampi.,  n.  695)  : 

Aviti,  figghia,  'na  vistina  d'oru 
E  in  fadali  d'argentu  'ntramatu 
E  vui  lu  pigghiriti  lu  tisoru, 
Chi  l'hannu  setti  re  'ncantisimatu  ; 
Ccu  l'occhi  apriti  la  porta  di  l'oru  ; 
Li  sette  re  l'aviti  'nnamuratu. 


392  CAPITOLO  I. 

alla  cintola \  Tutte  però  dipendono  ed  hanno  stretta 
relazione  col  diavolo,  direttore  e  capo  di  queste  varie 
personalità  mitiche,  il  quale  a  volte  solo,  a  volte  in 
compagnia  di  altri,  non  isdegna  di  farsi  custode  egli 
stesso  di  cosiffatti  depositi,  e  di  renderne  estremamente 
difficile  il  disincanto. 

Questa  credenza  è  non  pur  del  volgo  ma  anche  di 
letterati  siciliani;  onde  l'Aguilera  raccontò  d'un  teso- 
ro in  una  casa  di  Palermo  guardato  dal  demonio  in 
forma  d'etiope,  che  affermava  esser  egli  lo  spirito  d'un 
moro  di  nome  Zambri,  quivi  sepolto  con  un  gran  te- 
soro che  avea  in  custodia  2  ;  racconto  riferito  in  pienis- 

1  Castelli,  Credenze,  p.  10.  Pai.  1878. 

~  Hist.  Sic.  Soc.  Jesu,  p.  I,  cap.  13,  n.  14,  p.  347.  Ed  eccone  in 
breve  il  lungo  racconto: 

In  una  casa  di  Palermo,  l'anno  1596,  era  un  fanciullo  ed  una 
fanciulla,  fratello  e  sorella;  un  bel  giorno  una  voce  di  persona  invi- 
sibile si  fé'  loro  sentire,  promettendo  un  tesoro  quivi  stesso  incantato  : 
era  dello  spirito  d'un  moro  a  nome  Zambri,  legato  a  quel  tesoro.  I 
fanciulli  gli  si  affezionarono,  e  giornalmente,  a  tutte  l'ore,  conver- 
savano con  esso,  sempre  invisibile.  Il  volgo  accorreva  numeroso  a 
queste  conversazioni,  e  ne  nacque  una  canzone  che  i  ragazzi  paler- 
mitani cantavano  per  le  strade.  Un  gesuita  sospettò  delle  insidie  del 
demonio,  e  ritenendo  perniciosa  pei  due  fanciulli  innocenti  e  pel  po- 
polino quella  conversazione,  predicando  un  giorno  nella  chiesa  di 
Casa  Professa  de'  Gesuiti)  in  Palermo,  raccontò  la  cosa,  significò  il 
suo  sospetto  e  lo  confermò  col  seguente  esempio: 

Una  nobilissima  dama  palermitana  aveva  una  servetta  che  con- 
versava del  continuo  con  uno  spirito  familiare  (il  demonio).  Questo 
spirito  si  dichiarò  possessore  d'un  tesoro  e  pronto  a  darlo  alla  pa- 
drona solo  che  essa  si  risolvesse  a  ragionare  con  lui.  Dopo  ripetuti 
rifiuti  e  lunghe  esitanze,  la  dama  acconsentì,  e  lo  spirito  le  si  pre- 


DEI   TESORI    INCANTATI  393 

sima  fede  dal  Mongitore,  il  quale  parlò  pure  di  un  altro 
spirito  infernale,  che  in  forma  d'un  bel  giovane  solle- 
citava una  ragazza  a  togliersi  dal  collo  il  rosario  pro- 
mettendole un  immenso  tesoro  1. 

Lo  Schiavo  è  un  uomo  di  grande  statura,  di  color 
nero,  che  con  una  verga  o  con  una  spada  in  mano  sta 
accovacciato  sul  tesoro  a  lui  affidato.  La  frase  di  pa- 
ragone: comu  lu  Scavu  supra  la  trova  esprime  la  po- 
sizione che  piglia  lo  Schiavo  sulla  trovatura. 

Egli  è  condannato  a  quella  custodia,  dalla  quale  mai 
si  diparte.  Tuttavia  gli  è  lecito  alcuna  volta,  quando 
non  v'è  ombra  di  pericolo,  di  allontanarsi  in  cerca  di 
avventure  e  di  predestinati  dalla  fortuna.  «  D'una  fa- 
miglia divenuta  agiata  ho  sentito  dire  (scrive  il  pro- 
fessor Castelli)  che  lo  schiavo  ne  conduca  fuori  di  icasa 
la  notte  le  donne,  che  ne  ricevono  poi  doni  e  ricchez- 
ze. Una  donna  dalla  sua  prima  età,  uscita  di  casa  in 
campagna  per  chiamare  il  fratello,  vide  uno  schiavo, 
da  cui  udì  dirsi  di  scavare  in  un  luogo  ivi  vicino,  che 
con  la  sua  verga  indicavate.  Tornò  ella  tutta  spaventata 

sento  in  forma  di  bel  giovane.  Le  visite  si  ripeterono  più  e  più  volte, 
ed  una  tra  le  altre,  il  terreno  s'aprì  ed  apparvero  grandi  ricchezze. 
Scese  la  dama  nella  fossa,  toccò  il  danaro,  ma  colta  da  improvvisa 
paura  invocò  il  nome  di  Gesù:  e  subito  la  fossa  si  richiuse,  e  la  ma- 
laccorta femmina  rimase  chiusa  col  solo  capo  fuori.  Accorsero  i  fa- 
miliari alle  grida;  ma  non  riuscirono  a  trarla  in  salvo:  e  ci  volle 
l'invocazione  di  Maria  Vergine  per  poterla  liberare. 

A  questa  predica  del  gesuita  era  presente  la  Marchesa  di  Geran, 
moglie  del  Presidente  del  Regno;  questi  s'intese  con  gl'Inquisitori, 
e  la  larva  infernale  fu  costretta  a  tacere  con  esorcismi  e  comunioni. 

1  Della  Sicilia  ricercata,  v.  1.,  1.  1,  e.  LIX,  pp.  199-201. 


1)94  CAPITOLO   I. 

a  casa,  svenne  poco  dopo,  e  cadde  in  una  gravissima 
malattia,  da  cui  a  stento  guarì.  Un'altra  donna  mi  ha 
riferito  che  uno  schiavo  comparve  tre  notti  consecu- 
tive a  sua  madre,  esortandola  a  scavare  in  un  cotal 
luogo  della  casa  che  le  indicava;  la  qual  cosa  non  fa- 
cendo, sarebbe  vissuta  sempre  povera.  E  poiché  ella  non 
se  ne  curò,  oltre  ad  avere  perduta  tanta  fortuna,  fu  co- 
stretta ad  abbandonare  la  casa  che  abitava,  per  le  por- 
tentose apparizioni  che  ogni   giorno  vedeva  1  ». 

Il  Nanu  morii,  è  un  ometto  piccolo  e  basso,  da  non 
confondersi  coi  Vuvitini,  con  berretto  scarlatto  o  con 
vestito  tutto  del  medesimo  colore,  «  accompagnato  per 
solito  da  bestie  più  o  meno  feroci,  da  spiriti  e  da  dia- 
voli d'ogni  forma  e  colore,  che  fanno  sempre  grandis- 
simo scatenaccio  »  2. 

La  Monacello,  sta  a  guardia  de'  tesori  che  giacciono 
lungo  il  corso  de'  fiumi  o  delle  sorgenti,  ed  è  benefica 
con  le  persone  che  non  portino  addosso  medaglie  ed 
immagini  sacre. 

La  Vecchia  di  li  fusa  è  una  parca  in  tutte  le  forme. 
Guarda  anch'essa  qualche  tesoro  difficilissimo  a  pren- 
dersi, perchè  il  disincanto  si  fa  sorprendendola  e  to- 
gliendole di  mano  la  conocchia  col  fuso. 

Nanarelli  alti  un  gomito  sono  i  Vuvitini,  destinati  a 
guardia   de'   metalli  preziosi. 

Chi  siano  e  di  che  forma  i  Mercanti,  potrà  vedersi 
nel  cap.  degli  Esseri  soprannaturali.  Quel  che  li  rende 


ì  Credenze,  p.  14. 

2  Salomone-Marino,  Leggende,  p.  109. 


DEI   TESORI    INCANTATI  395 

caratteristici   è  la   lor  «  vanità   che  par  persona  »   guar- 
dati dalla  parte  anteriore  *. 

Una  sola  volta  l'anno  quei  tesori  son  tratti  dalle  vi- 
scere della  terra  in  cui  sono  nascosti;  ed  è  nella  notte 
di  S.  Giovanni  nelle  province  di  Palermo,  Trapani  e 
Cailtanissetta  2  ;  in  quella  di  Natale  nella  provincia  di 
Siracusa,  circondario  di  Modica,  dal  momento  in  che 
la  chiesa  comincia  a  celebrare  gli  uffici  divini  sino  al 
Gloria  della  messa  di  mezzanotte.  In  quello  scorcio  di 
tempo  s'improvvisa  una  fiera  ora  in  questo,  ora  in  quel- 
l'altro luogo,  e  vi  si  radunano  tutti  i  Mercanti  della  Si- 
cilia, e  vi  si  mettono  in  mostra  tutte  quelle  maraviglie. 
Il  volgo  (e  non  il  volgo  soltanto!),  che  crede  alle  tro- 
vatore come  al  vangelo 3,  racconta  cose  maravigliose 
di  quella  mostra  di  tesori  4.  Una  volta  un  villico  5  vide 
quella  fiera,  e  per  pochi  baiocchi  comprò  una  chioccia 
con  dieci  o  dodici  pulcini;  e  quella  chioccia  e  quei  pul- 
cini sembravan  di  carne  davvero;  li  pose  in  una  corba, 

1  Vedi  a  p.  202  e  seguenti  del  presente  volume. 
La  fiera  di  Mususinu  (Monteusino,  situato  a  ridosso  della  nota 
locanda  del  Landro  nel  territorio  di  Resuttano)   cade  nel  mese  di 
giugno  o  in  quello  di  settembre,  e  la  montagna  si  apre,  e  mostra 
i  suoi  tesori.  Non  vi  mancano  le  arance  d'oro. 

3  «  Conosco  —  mi  scrive  il  Guastella  —  in  Monterosso  un  vecchio 
prete,  il  quale  non  solo  crede,  ma  è  anche  ricercato  come  guida  sicura 
da  chi  voglia  disincantare  un  tesoro,  e  conosce  tutte  le  località  e 
tutti  gli  scongiuri  ». 

4  Vedi  a  p.  203  del  presente  volume,  e  a  p.  457  degli  Spettacoli  e 
Feste. 

5  Certo  Salvatore  Castagna  di  Chiaramonte,  campiere  del  Marchese 
di  Sant'Alfano  di  Noto. 


396  CAPITOLO  I. 

ed  il  domani  ne  fece  dono  alla  padrona.  Ma  qual  non 
fu  la  sua  maraviglia  ed  il  suo  rammarico  quando  si 
accorse  che  eran  d'oro  massiccio!  E  come  si  racconta 
della  chioccia,  si  racconta  altresì  di  arance  e  di  mele 
d'oro,  e  di  grappoli  d'uva  tutti  perle  e  diamanti,  re- 
galati da  mandriani  e  da  fattori  (che  ne  ignoravano  il 
valore)    ai  loro   padroni,  che   si  arricchirono 1. 

Tutt'uno  con  queste  del  Modicano  è  la  fiera  che  si 
tiene  nella  notte  di  S.  Giovanni  sulla  cosiddetta  Mun- 
tagna  di  la  fera  sul  feudo  di  Gua stella  di  fronte  a  S.  Giu- 
seppe Jato.  È  essa  a  mezzanotte  in  punto,  al  più  bel 
lume  di  luna:  e  chi  non  ne  sa  nulla,  vi  è  attratto  da 
musica,  canti,  balli,  suoni,  gridi  di  gioia:  e  mercanti 
che  gli  offrono  a  vilissimo  prezzo  frutti  d'ogni  genere 
d'oro,  che  si  mutano  subito  in  frutti  naturali  se  egli 
sappia  dell'inganno  e  della  illusione.  Credono  alcuni  in- 
vece che  codeste  frutta  siano  d'oro  faso,  e  che  se  si 
riesce  a  salire  di  corsa  quella  montagna  altissima  ed 
a  giungere  in  un  dato  istante,  sempre  a  lume  di  luna, 
sul  posto,  comprandole,  esse  diventino  subito  oro  fino  2. 

Nuova  e  maravigliosa  fiera  avviene  ogni  anno  in  ci- 
ma ad  un  colle  chiamato  Montana  della  Meta  nel  ter- 
ritorio di  Mazzara.  Benché  incolto,  quel  colle  trasfor- 
masi per  incanto  in  un  giardino  di  Esperidi:  piante 
per  tutto  icariche  di  be'  frutti  d'oro.  Guardiana  e  di- 
spensiera  di  esse  è  una  fata,  che  ne  dà  a  chi  ne  vuole: 
ma    sventuratamente   non    prima    si    toccano    che   svani- 

1  Cfr.  Fiabe,  Nov.  e  Race,  n.  CCXXVII. 
Fiabe,  Nov.  e  Race,  loc.  cit.  Vedi  anche  quel  che  scrissi  io  in 
proposito  a  p.  457  degli  Spettacoli  e  Feste. 


DEI   TESORI    INCANTATI  397 

scono,  e  forse  potrebbe  arricchirsi  chi  mangiasse  su  quel 
medesimo  colle  una  focaccia  senza  farne  cadere  una  bri- 
ciola \  Il  giorno  preciso  di  questa  fiera  è  ignoto,  e  forse 
dipende  dalla  volontà  della  fata  o  di  altri  esseri  sopran- 
naturali ai  quali  essa  è  soggetta. 

Egualmente  ignoto  è  il  giorno  della  fiera  che  ogni 
sett'anni  si  tiene  nelle  erme  e  temute  colline  della  Jacu- 
lia,  (territ.  di  Castrogiovanni)  2;  ogni  trent'anni,  di  estate, 
a  mezzanotte,  al  chiarore  della  luna,  gli  antichi  Seli- 
nuntini,  levandosi  di  sottoterra  nei  campi  di  Galera  e 
Bagliazzo,  vanno  a  tenerla  tra  le  rovine  del  Pileri  (tem- 
pio di  Selinunte).  In  quel  mercato  tutto  ciò  che  si  vende 
è  d'oro  massiccio:  e  chi  ha  il  coraggio  da  affrontar  quello 
spettacolo  di  commestibili  e  d'altro,  e  da  prendervi  parte 
comperando,  si  arricchisce.  Questo  afferma  il  popolino 
di  Castelvetrano  e  de'  paesi  vicini:  e  questo  stesso  ri- 
petono molti  della  provincia  di  Girgenti  pel  tesoro  di 
Busudoro,  alla  cui  trentennale  fiera  incantata  un  pas- 
seggiero  avrebbe  comperate  cinque  arance,  e  scoperto  so- 
lo più  tardi  che  eran  d'oro,  con  ile  quali  si  arricchì 3. 

Torno  a'  tesori  sotterranei. 

Nessuno  può  scoprire  e  disincantare  un  tesoro  senza 
certi  mezzi  e  certi  modi  voluti  da  chi  primo  gli  incantò 
e  prescritti  dalla  tradizione  orale.  L'atto  e  la  riuscita 
del  disincanto  dicesi  spignari  o  sbancari  4,  perchè  al  com- 

1  Castelli,  Credenze,  pp.  14-15.  Pai.  1878. 
3  La  grotta  dell'Inferno. 

3  Di  alcune  Leggende  siciliane;  nella  Gazzetta  della  Domenica, 
an.  I.  n.  46.  Firenze,  14  nov.  1880. 

•  In  Calabria:  Fare  un  legato.  Capalbo,  Cenni  sulle  credenze,  §  IV, 


398  CAPITOLO   I. 

pimento  dell'opera  occorre  sempre  lasciare  un  pegno,  e 
perchè  una  trovatura  è  sempre  un  bancu  di  dinari.  I 
luoghi  precisi  di  queste  sono  conoseiutissimi  :  ma  ove 
non  si  conoscessero,  o  ve  ne  fossero  di  occasionali,  non 
indicati  dalla  tradizione,  la  presenza  d'un  carrubio 
(Montevago),  le  frequenti  accidentali  cadute  di  varie  per- 
sone in  un  medesimo  sito,  ne  darebbero  indizio  o  so- 
spetto 1  ;  e  li  rivelerebbero  quando  il  suono  d'un  campa- 
nello, quando  un  fischio  acuto  che  parte  dal  sito  ove  il 
tesoro  è  sepolto,  quando  il  miagolare  d'un  gatto  nero, 
quando  il  latrare  d'un  cane  nero  anch'esso;  dove  una 
voce  ancora  fioca  e  lamentevole  e  dove  l'apparizione 
di  spettri  in  càmice  bianco.  Poi  basterebbero  a  farli 
trovare  le  verghe  di  granato,  come  quelle  che  hanno  la 
prerogativa  d'indicare  i  tesori  occulti  e  nascosti;  se  non 
che  è  necessario  che  vengano  maneggiate  da  una  maliarda 
che  sapissi  lu  diri,  cioè  che  sappia  le  formule  da  dire: 
le  invocazioni,  gli  scongiuri  (Caltavoturo).  In  mancanza 
di  lei,  può  riuscirvi  un  uomo  che  abbia  venduta  l'anima 
al  diavolo  (Bagheria). 

Quante  non  sono  poi  le  condizioni  volute  pel  disin- 
canto e  quanti  i  modi  per  riuscirvi!  Le  tradizioni  che 
seguono  ne  danno  un'idea  abbastanza  chiara:  e  l'idea 
è  che  a  sbancare  una  trovatura  occorrono  espedienti  dif- 
ficilissimi, impossibili,  ora  ridicoli  e  sciocchi,  ora  seri 
e  gravi,  ora  comici  ed  ora  tragici,  talora  sacrileghi,  allo 
spesso   schifosi,   molte   volte    crudeli   e    disumani,   ripu- 

1  Quando  si  scivola  e  cade  più  d'una  volta  in  un  posto  si  dice: 
Quurchi  truvatura  cci  havi  a  essiri. 


DEI   TESORI    INCANTATI  399 

gnanti  sempre  alla  logica  ed  al  buonsenso;  pei  quali  è 
indispensabile,  senza  di  che  si  fallisce  e  si  muore,  uno 
straordinario  coraggio  in  chi  spinte  o  sponte  si  metta 
all'impresa. 

Una  buona  metà  di  questi  espedienti  sono  diversi  l'uno 
dall'altro  e  si  sottraggono  a  qualunque  classificazione: 
il  resto  può  dividersi  per  gruppi. 

Per  riuscire  al  disincanto,  secondo  il  luogo  e  le  circo- 
stanze locali,  occorre  uno  dei  seguenti  fatti: 

1°.  Sorprendere  una  statua  ed  involarle  una  clava 
ch'essa  ha  in  mano;  o  la  «Vecchia  di  li  fusa1»  e  ra- 
pirle di  mano  la  conocchia  con  il  fuso  2. 

2°.  Sposarsi  e  non  pentirsi  del  matrimonio.  Questa 
condizione  è  voluta  per  certi  tesori  delle  province  di 
Messina  e  di  Siracusa  3. 

3°.  Salire  una  montagna  di  corsa,  con  un  bicchiere 
colmo  di  acqua  o  di  vino  in  mano,  giungere  sul  posto 
senza  averne  versata  una  goccia;  condizione  voluta  per 
certi  tesori  della  provincia  di  Palermo  4. 

4°.  Mangiare  correndo  un  piatto  di  maccheroni;  man- 
giare restando  fermi  una  focaccia,  una  melagrana  senza 
far  cadere  un  filo  di  quelli,  né  una  briciola  di  focaccia, 
né  un  chicco  di  melagrana  5. 


1  Cfr.  Re  Cono. 
'  La  Grotta  del  Mangione. 
a  Cammarana  e  Munti  Scuderi. 

4  Li  vèrtuti  di  la  muntagna  di  la  fera  e  La  grotta  del  tesoro. 
Piano  Burchiarola  e   La   trovatura  di  Chiaramosta,   La  Chiesa 
della  Madonna  delVAlto. 


400  CAPITOLO   I. 

5°.  Filare,  tessere,  imbiancare  al  sole,  poi  cucire  in  un 
sol  giorno  una  salvietta,  o  una  fascia  da  bambini  e 
trovarsi  sul  posto  del  tesoro  (abbastanza  lontano,  s'in- 
tende) con  quell'oggetto  nuovo;  questo  si  richiede  solo 
per  alcune  trovature  della  provincia  di  Messina  f. 

6°.  Bruciare  sul  tesoro  delle  candele  di  sego  umano 
o  uccidere  uno  2,  o  tre  uomini 3,  o  sette  bambini 4,  o 
un  figlioccio  proprio  (uccisore  la  sua  madrina)  5:  ov- 
vero uccidere  tre  Mattei  cu  la  cudidda,  cioè  tre  uomini 
col  nome  di  Matteo,  che  abbiano  una  specie  di  coda 
alla  estremità  dell'osso  sacro;  o  invece,  tre  Sante  Turrisi, 
di  tre  capitali  diverse 6.  Questi  sacrifici  espiatori  sono 
più  frequentemente  cercati,  e  creduti  più  efficaci  degli 
altri,  se  non  per  altro  per  una  necessaria  applicazione 
della  teoria  popolare:  Sangu  chiama  sangu.  Difatti  molti 
tesori,  come  è  stato  detto,  vennero  in  origine  incantati 
col  sangue:  e  per  conseguenza  bevendo  tre  gocce  di 
saligne  d'un  becco  lì  per  lì  sgozzato,  e  mangiando  cruento 
e  crudo  il  cuore  d'un  asino  appena  scannato  o  il  fegato 
d'un  bambino,  possono   disincantarsi  certi  altri  tesori 7. 

7°.    Lasciarsi   salire  sul    corpo   ignudo    dai   piedi   alla 


1  La  Rocca  Salvateste,   La   travatura   di   B rimonte  e   La   Troia- 
tura  del  Soccorso. 

2  La  Cava  di  Santa  Lena. 
'''  Lu  Bancu  di  Ddisisa. 

4  La  Montagna  di  Furore. 

5  La  Chiesa  di  Scrofani. 
G  Lu  Bancu  di  Ddisisa. 

7  La  Grotta  della  capra  d'oro,  La  Chiesa  di  Scrofani,  La  Pietra 
del  Mercante,  La  Grotta  del  tesoro. 


DEI    TESORI    INCANTATI  401 

bacca  un  biacco,  dal  quale  debba  lasciarsi  baciare  la 
bocca  senza  ridere  per  solletico1;  o  lasciarsi  mettere 
in  bocca,  senza  chiamare  la  Madonna  o  i  santi  con  la 
bocca  stessa,  da  un  serpente  una  chiave  con  la  quale 
aprir  poi  il  tesoro2;  resistere  senza  spaurirsi  a  un  co- 
lubro, che,  avvinghiando  la  persona  ignuda,  salga  a  bere 
il  latte  che  essa  tiene  in  mano  entro  un  bicchiere. 

Quando  poi  si  pensi  al  naturai  pudore  del  siciliano 
I  capisce  perchè  per  sbancare  parecchie  trovature  si  ri- 
chieda la  nudità  di  uno  dei  due  agenti.  V'è  una  di  co- 
leste trovature,  a  disincantar  la  quale  occorre  spogliarsi 
ludi  come  Adamo  prima  del  peccato  e  presentarsi  cosi 
in  pubblico;  ve  n'è  un'altra,  per  la  quale  un  uomo  e 
ina  donna  di  pieno  giorno  devono  partire  ignudi  a  brac- 
ato dalla  piazza  pubblica  di  Ciminna  e  andare  sul 
t)  osto  3;  ed  un'altra  ancora,  in  cui  presente  un  prete 
leve  una  donna,  pur  essa  ignuda,  resistere  alla  prova 
lei  rettile. 

8°.  Non  manca  l'elemento  religioso  anche  in  questo:  e 
ìon  son  rari  i  casi  in  cui  si  richiede  un  pellegrinaggio 
i  piedi  nudi  a'  Luoghi  santi,  un  digiuno  di  tre  giorni 
5  tre  notti  e  un  pianto  dirotto  sul  S.  Sepolcro4;  ov- 
vero un  uomo  di  santa  vita,  che  posi,  senza  nulla  sa- 
jere,   un  ,piede   sul    tesoro  \    Una    volta   soltanto   questo 

3  La  travatura  di  hi  Munti. 

-  'Na  truvatura  di  Francufonti. 
f  //  Piano  Burchiarola. 

4  La  chiesa  di  S.  Margherita. 
Il  Tesoro  di  S.  Lena, 


402  CAPITOLO   1. 

tesoro  non  è  materiale  ma  celeste,  come  quello  che,  sco- 
verto e  preso,  dà   l'immortalità  x. 

Per  non  lasciare  indietro  gli  altri  mezzi  raccoman- 
dati dalle  nostre  tradizioni,  noto  i  seguenti: 

9°.  Correre  velocissimamente  a  cavallo  sopra  la  cresta 
d'un  monte2;  afferrar  prontamente  una  candela  esibita 
da  uno  seduto  in  soglio  a  custodia  del  tesoro  3  ;  gridare 
alla  vista  d'un  pauroso  cataletto  con  un  morto  adagia- 
tovi sopra:  Lasciatelo  piangere  a  me  solo!4  pescare 
con  un  certo  frutto  marino  un  cefalo  e,  presolo,  spa- 
rarne il  ventre  e  cavarne  fuori  un  anello  fatato  col  quale 
si  apre  il  tesoro  3  ;  correre  di  notte  inseguiti  da  un  toro, 
che  a  un  dato  punto  versa  un  sacco  di  moneta  preziosa, 
e  non  voltarsi  mai 6  ;  salire  e  scendere  dodici  volte,  senza 
fermarsi  un  istante,  a  piedi  stretti  (a  pedi  'ncutti),  do- 
dici gradini  d'una  chiesa  7,  ed  altre  cose  assai  e  diverse 

Ecco  i  modi  creati  dalla  fecondissima  ed  inesauribik 
fantasia  del  popolo,  al  compimento  de'  quali  sarà  se 
non  indispensabile,  certo  utile  il  cosiddetto  libru  cV  9u 
cincucentu  (in  Nicosia  'u  ddìviru  oV  'u  zincucentu)  che 
forse  e  senza  forse  è  il  Rutilio  della  famosa  e  non  esi- 
stente edizione  del  1550  8. 


1  /  Cento  Pozzi. 

2  La  Rocca  del  Pozzillo. 
1  Lu  Bancu  di  Ddisisa. 

4  La  Grotta  di  Fondacazzi.  Di  Ragusa  ho  anche  un'altra  leggeri 
.inula,  dove  si  racconta  un  tatto  simile. 

5  Cala  Farina. 
0  La  Portella  del  toro. 
7  La  Madonna  della  Nunziata. 
s  Vedi  a  p.  318  del  presente  volume. 


DEI   TESORI    INCANTATI  403 

L'avidità  di  danaro  ha  persuaso  migliaia  di  poveri 
di  spirito  a  tentare  la  sorte  ossequendo  alle  condizioni 
particolari  imposte  dal  tesoro  agognato.  I  risultati  sono 
stati  sempre  quali  devono  essere:  nulli,  sia  perchè,  co- 
me dice  la  tradizione,  mancò  il  coraggio  di  carpire  nel 
momento  opportuno  il  tesoro  e  si  rimase  a  bocca  aperta 
come  balordi  %  sia  perchè  vi  fu  troppo  corrivi  nel  pren- 
dere il  tesoro  mentre  bisognava  attendere  ancora  la  fine 
dell'operazione  e  dello  scongiuro,  sia  perchè  si  mise  a 
parte  d'una  rivelazione  una  persona  estranea  2,  sia  perchè 
qualche  ammennicolo  non  fu  abbastanza  ben  preparato 
e  puntualmente  eseguito,  sia,  finalmente,  perchè  prese 
le  prime  monete  non  si  fu  solleciti  di  spignari  la  tra- 
vatura scambiandone  una  o  barattandola  con  qualche 
oggetto  in  vendita. 


1  In  una  poesia  popolare  di  Raffadali  (Race,  ampi,  n.  3048)  si 
allude  a  questa  situazione: 

Comu  si  iu  fussi  tra  'ncantisimi  oscuri, 
Poviru  e  nudu  avanti  ali  tisori, 

E  spinnu  e  squagghiu  e  chianciu  in  tutti  l'uri. 
Cu'  campa  a  sprànza,  dispiratu  mori. 

Ecco  in  proposito  una  storiella  trapanese: 

La  truvatura  di  li  Scappuccini. 

Si  riccunta  chi  cc'era  'na  vota  una  fimmina;  sta  fimmina  'na  notti 
si  sunnau  a  Santu  Libbiranti,  chi  cci  dissi  di  jiri  'n  facci  la  porta 
di  li  Scappuccini;  doppu  chi  dava  dieci  passi,  avia  a  scavari,  e  tru- 
vava  una  giarra  china  di  munita  d'oru. 

O  'nnumani  sta  fimmina  iju  nna  una  so  cummari,  e  cci  cuntau 
soccu  s'avia  sunnatu  'a  notti.  'A  cummari  cci  Fappruvau  e  cci  dissi: 
—  «  Cummari  mia,  semu  ricchi!  Santu  Libbiranti  è  miraculusu  di  sti 


404  CAPITOLO   I. 

È  legge  imprescrittibile  che  una  trovatura  non  va 
toccata  se  il  disincanto  non  sia  intieramente  compiuto; 
è  condizione  sine  qua  non  che  a  minuti  secondi  con- 
tati si  debba  essere  in  un  dato  posto,  fare  il  tal  atto, 
pronunziare  la  tal  parola.  Guai  se  si  falli  d'un  attimo, 
d'una  sillaba!  Peggio  ancora  se  il  cava-tesori  si  abban- 
doni dell'animo!  se  alla  prima  vista  del  tesoro  si  suca 
o  si  faccia  il  segno  della  santa  Croce  ed  invochi  il  nome 
di  Dio  o  di  Maria!  Quanti  non  son  rimasti  chiusi  per 
sempre  nel  luogo  ove  speravano  di  far  fortuna!  Quanti 
non  si  trovarono,  dopo  un  terribile  fracasso,  sbalestrati 
sopra  un  macigno,  in  un  luogo  deserto!  Quanti  non  toc- 
carono delle  ferite  più  o  meno  gravi,  per  mani  ignote! 
Lo  stesso  scopritore  è  condannato  a  morire  tre  giorni 
dopo  la  scoperta,  o  dev'essere  ucciso,  quando  i  cercatori 
sono  in  più    (Mazzara). 

Tuttavia  non  bisogna  disperare  delle  ricerche  avvenire. 
Se  parecchie  trovature  portano  una  iscrizione  che  nes- 
suno dee  osare  di  leggere;  se  in  Costantinopoli  c'è  la  lista 
eli  tutte  le  trovature  siciliane,  e  si  commina  una  pena  a 
chi  ardisca  alzar  gli  occhi  a  leggerla,  verrà  tempo  che 
questi  tesori  saranno  scoperti.  Il  Granturco,  che  sa  tutto 
questo,  di  tanto  in  tanto  domanda:  Si  sbancau  la  truva- 
tura  di  Cala  Farina?    (o  di  Ddisisa,  o  di  Rocca  d'An- 

cosi».  L'àtru  dumani  matinu  si  nni  vannu  tutti  dui  è  Scappuccini, 
dèttiru  deci  passi  davanti  la  chiesa,  e  poi  cominciaru  a  scavari. 
Scavannu,  scavannu,  truvaru  una  giarra,  pigghiaru  sta  giarra,  'a 
rumperu  e  cci  truvaru  'napocu  d'ossa  di  morti.  E  sta  cosa  successi 
daccussì,  pirchì  dda  fimmina  cunfidau  lu  sonnu  di  la  travatura. 
(Trapani). 


DEI   TESORI    INCANTATI  405 

tedda,  o  di  Re  Cuccù,  o  di  Salvatesti?)  e  poiché  gli  si 
risponde  di  no,  egli  esclama:  Povira  Sicilia!....  Si  crede 
infatti,  che  la  Sicilia  sarà  sempre  povera  finché  non  si 
metta  in  possesso  di  questi  tesori.  Essi  sono  senza  numero, 
e  per  uno  che  se  ne  scopra,  ne  crescon  due. 

Un  tipo  popolare  degno  di  studio  sarebbe  il  cava- 
tesori:  carattere  misterioso,  mezzo  ciarlatano,  mezzo  ne- 
gromante, il  quale  conosce  certi  tesori  che  la  tradizione 
non  indica,  e  disegnando  circoli  e  triangoli  per  terra  e 
dicendo  parole  nere  fa  venir  fuori  pentole  piene  di  mo- 
nete d'oro. 

Secondo  la   credenza   del  volgo   egli  non  può  ricever 
nulla  del  tesoro  che  sarà  per  metter  fuori;  ma  però  esige 
prima,  e  non  mai  dopo,  della  riuscita  dell'impresa,  —  la 
quale,  tra  parentesi,  non  riesce  mai,  —  il  prezzo  pattuito. 
Le  sue   armi  sono  una  verga,  un  librone  (lu  libbru  di 
I  lu  cumannu),  della  pece  greca  e  cose  simili.  Accingen- 
dosi all'opera,  apre  quel  librone,  vi  legge  certe  forinole 
!  incomprensibili:   Labis,   labis,  labis,  labis,   labis,  trincia 
per  aria,  segna   per  terra  circoli,  triangoli,   linee   rette 
e  curve,  ed  intanto  che  i  creduloni  che  l'hanno  adibito 
I  son  lì   con  tanto  di  bocca  aperta,  e  guardano  allibbiti, 
|  ecco  una  fiammata  di  pece  greca,  che  «  rompe  la  notte 
|  e  la  rende  più  truce  »;  fischi,  sghignazzamenti,  urli,  stri- 
di, scroscio  di  catene  e  un  casaldiavolo  da  far  tremare 
verga   a   verga.   La   pentola   comincia    a   comparire....    la 
pentola  vien   fuori....   uno  vi  ficca   dentro   le   mani   ine- 
briato, e  ne  cava  fuori  un  pugno  di....   carboni  spenti! 
Che  è  e  che  non  è!   in   qualcuno   mancò  il  coraggio,  e 
l'impresa  aborti.  Una  fioccata  di  bastonate  piove  sul  pò- 


406  CAPITOLO   L 

stione  de'  malaccorti  che  speravano  di  arricchirsi  con 
un  ciurmadore  *: 

Questo  tipo  di  cava-tesori  dà  luogo  a  parodie  car- 
nevalesche 2, 

Le  notizie  che  seguono  sono  state  raccolte,  salvo  in- 
dicazione contraria,  dalla  tradizione  orale,  e  scritte  con 
le  medesime  parole  del  narratore,  e  perciò  in  siciliano, 
o  voltate  o  riassunte  in  italiano.  Il  lettore  le  ritenga 
come  un  saggio  delle  centinaia  che  potrebbero  met- 
tersi insieme  sulle  tradizioni  plutoniche  in  Sicilia,  al- 
cune delle  quali  relative  a  S.a  Sofia  e  alla  Grutta  di 
Nigrò  (Nicosia)  nella  provincia  di  Catania3;  alla  grotta 
di  Cacalo  sul  monte  Cronio  nel  territorio  di  Sciacca  *, 


1  Mongitore,  op.  cit.,  p.  201,  racconta:  «In  una  grotta  d'un  vi- 
cino monte  di  Palermo  credette  un  Cercatesori  esservi  un  immenso 
tesoro:  la  speranza  di  ritrovarlo  gli  diede  animo  d'entrarvi:  ma 
appena  Vi  pose  dentro  i  piedi,  che  alzati  gli  occhi  alla  volta  della 
grotta,  vide  una  larva  in  figura  gigantesca,  con  occhi  infuocati  ;  onde 
non  pensò  più  a  ricchezze,  ma  ad  uscir  frettoloso:  prima  però  di 
uscire  ritrovò  quel  che  non  cercava,  e  fu  una  solennissima  tempesta 
di  battiture,  con  evidente  pericolo  di  vita  ». 

Il  tipo  dei  cercatesori  lo  troviamo  cennato  e  descritto  anche  per 
la  Calabria  dal  Capalbo,  op.  cit.,  n.  2  e  4;  per  gli  Abruzzi  dal  Fi- 
namore,  Tesori,  n.  XXXIV  e  dal  De  Nino,  Usi  e  Costumi,  voi.  II, 
n.  LVII. 

2  Vedi  in  quest'opera,  v.  I,  II  Carnevale,  e.  II:  I  maghi  di  Gratteri. 

3  Recupero,  Storia  Generale  dell'Etna,  v.  I,  vede  in  alcuni  ni 
ruderi  di  questo  sito,  gli  avanzi  d'un  tempio  di  Vulcano. 

4  «Merita  menzione  Sciacca,  monte  Cronio,  la  caverna  di  Tasta 
tano,  che  ripeteva  chiaramente  l'eco,  e  si  credeva  una  bolgia  infer- 
nale di  spiriti  maligni;  e  quella  di  Cora,  che  tenne  nascosto,  secondo 


DEI    TESORI    INCANTATI  407 

l  un  tesoro  marino  tra'  capi  Bianco  e  S.  Marco  nel 
nar  di  Sciaoca  \  alla  Muntagna  di  la  Raja  2,  a  Serra- 
asazza  e  a  Valli  di  Valuri,  nella  prov.  di  Messina,  alla 
yunta  di  Maruzza,  all'Orti  di  la  campana,  a  Puzzu 
etu  nel  territorio  di  Avola,  prov.  di  Siracusa,  alla  Grutta 
Mia  valatazza,  alla  Chiusa  di  San  Giuvanni  (Contrada 
ravarotta)  e  alla  Grutta  di  li  parrini  (Contea  di  Modica) 
iella  provincia  di  Siracusa;  alla  Grutta  di  Nnòrci  presso 
a  montagna  delle  Rose  nel  territorio  di  Palazzo  Adriano; 
tlla  Rocca  di  V Anali,  storicamente  castello  di  Pietra 
lossa  presso  la  città  di  Caltanissetta,  a  San  Giuliano 
iella  medesima  provincia,  le  quali  tutte  ho  creduto  di 
netter  da  parte  perchè  incomplete  3. 

;  dicerie  del  volgo,  i  tesori  incantati  del  re  d'un  tal  nome».  Li- 
ata,  Sciacca  e  le  Terme  selinuntine,  p.  65.  Sciacca,  1881. 

1  Di  alcune  Leggende  sicil.  n  .1. 

2  Fiabe,  Nov.  e  Race,  n.  CCXL. 

3  Su'  tesori  fuori  Sicilia  si  consulti  per  Calabria  Capalbo,  c.  IV, 
ella  Scena  di  Venezia,  an.  XII,  nn.  1,  2,  4,  30,  31  e  Dorsa,  op.  cit., 
ip.  Ili;  —  per  gli  Abruzzi,  Finamore,  /  Tesori,  nell'Archivio,  v.  II, 
.  370  e  seg.  e  HI,  p.  25  e  seg.;  —  per  le  Marche:  Castellani,  op. 
t.,  p.  16;  —  per  la  Lomellina  (Lombardia),  L.  Rossi-Case,  Fiori  di 
onna:  Ciotto;  Torino,  1886.  Aggiungi:  Peretti,  op.  cit.,  veglia  IV; 

■  libro  delle  paure,  p.  42;  Zalla,  /  racconti  dei  tesori  nascosti, 
nportanza  storica,  nella  Rassegna  razionale,  voi.  XI,  an.  IV,  pp. 
&-502.  Firenze,  1882. 


II.  I  Tesori, 

1.  Li  Diavuli  di  la  Zisa  (Testo). 

Hannu  a  sapiri  1  ca  'n  Palermu  ecè  un  gran  Palazzo, 
ch'è  comu  un  casteddu,  e  si  chiama  di  la  Zisa.  A  sta 
Zisa  cc'è  'na  'ntrata  ch'è  fatta  d'oru  e  ap pitturata  vera 
galanti,  e  'nta  lu  menzu  'na  funtana  di  màrmura,  ca 
cci  scoppa  un'acqua  pulita  ca  veni  lu  cori,  e  'nta  sta 
acqua  s'arròzzulanu  pizzudda  d'oru  e  d'argentu.  Ora 
ddocu,  'nta  sta  Zisa,  cc'è  lu  'ncantisimu,  e  cc'è  un  baocu 
di  munita  d'oru  lu  cchiù  granni  chi  mai  (ma  no  quanta 
lu  Bancu  di  Ddisisa),  e  lu  tennu  'ncantatu  li  diavuli, 
pirchì  nun  vonnu  ca  lu  pigghiassiru  li  cristiani;  pirchì 
Lor  Signuri  hannu  a  sapiri  ca  stu  Palazzu  fu  fattu  a 
tempi  di  li  pagani  e  cci  tinìanu  ammusati  li  tisori  di' 
lu  'Mperaturi. 

Ora  'nta  st'arcu  di  sta  bella  'ntrata  di  la  Zisa  cci  sunnu 
p incinti  li  diavuli;  cu'  va  a  talialli  lu  jornu  di  la  Nun- 
ziata, li  vidi  chi  si  movinu  li  cudi,  torcinu  li  mussa, 
e  nun  si  fida  di  cuntalli  mai;  chissu  è  pi  addimustrari 
ca  manou  si  ponnu  cuntari  li  dinari  'ncantati,  tantu  su' 


1  Intendi:    Loro   Signori 


f    TESORI  409 

assai,  e  mancu  si  ponnu  sbancari.  Ma  un  jornu  lu  ri- 
mediu  pri  sbancalli  s'havi  a  truvari,  e  allura  fìniscinu 
tutti  li  puvirtà  di  Palermu   (Bor getto)   K 

2.    PAS BARELLO. 

«  In  Palermo  sotto  Monte  Pellegrino  si  dice  esservi 
sepolto  un  gran  tesoro,  lo  quale  si  chiama  il  Passa- 
rello;  e  dicono  essere  incantato,  e  che  sino  ad  ora  non 
si  ha  potuto  vedere  eccetto  per  mare;  che,  parendo  una 
grotta,  i  natatori,  andandovi  sott'acqua,  per  qualche  spa- 

1  Fiabe,  Nov.  e  Race,  n.  CCXVI. 

Molte  sono  le  leggende  su'  tesori  della  Zisa.  La  CCXCVI  delle  mie 
Fiabe:  Lu  tisoru  di  la  Zisa,  racconta  che  una  monacella  del  Mo- 
l  nastero  di  Santa  Caterina  in  Palermo  mandò  da  suo  padre  (un  gran 
principe)  domandando  in  prestito  pel  monastero  quanto  più  potesse 
argenteria  per  una  prossima  festa.  I  messi,  sbagliando  la  casa,  an- 
darono a  bussare  al  Palazzo  della  Zisa.  Furono  loro  dati  argenti  in 
gran  quantità,  che  poi,  finita  la  festa,  vennero  restituiti.  Il  servitore 
del  Palazzo  della  Zisa  maravigliato  fortemente  della  restituzione,  non 
voleva  accettarla;  ma  alla  fine  cedette.  Si  seppe  più  tardi  l'errore, 
e  si  rimpianse  che  non  si  fosse  avuta  l'accortezza  di  trar  profitto 
dallo  sbaglio  ritenendo  quei  tesori,  che  si  seppe  facienti  parte  del 
gran  tesoro  di  quel  Palazzo.  Nel  Gran  tisoru  di  la  Zisa,  leggenda 
palermitana  (Fiabe  e  Leggende,  n.  XCVII)  si  racconta  che  lì  è  in- 
cantato un  mago  con  le  ricchezze  di  tutti  i  nobili  di  Palermo  ;  e  che 
in  Costantinopoli  v'è  un'iscrizione  araba  che  nessuno  sa  leggere,  re- 
lativa a  questo  fatto. 

La  spiegazione  de'  pretesi  diavoli  dell'arco  interno  pianterreno  del 
Palazzo  della  Zisa  (già  palazzo  regio  di  Guglialmo  II  il  Normanno) 
fu  data  da  me  sotto  la  fiaba  CCXVI  citata  ;  e  se  ne  fa  cenno  a  p.  248 
degli  Spettacoli  e  Feste. 


410  CAPITOLO  II. 

zio  entrano  in  secco,  ove  hanno  visto  incompreensibile 
tesoro,  che  se  ne  sono  usciti  designando  il  loco  di  terra, 
ove  potesse  corrispondere  detta  grotta;   e  che,  cavando 
di   sopra,  non   è  stato    possibile   di   quello   poi   trarsene     | 
parte  nessuna  1  ». 

Questa  tradizione,  raccolta  nel  se  e.  XVII  dal  Di  Gio- 
vanni e  nel  XVIII  dal  Villabianca  2,  corre  anche  oggi 
in  Palermo. 


3.  La  Grotta  del  tesoro  (Riassunto). 

Sul  Monte  Pellegrino,  presso  la  chiesa  di  Santa  Ro- 
salia, e  propriamente  sotto  la  Croce 3,  c'è  un  tesoro, 
per  disincantare  il  quale  occorre  partire  dal  pedi  di 
la  scala  del  monte  con  un  bicchiere  colmo  di  vino,  e 
giungere  sul  posto  di  corsa  a  mezzanotte  in  punto  senza 
averne  versata  neppure  una  goccia  (Palermo). 

4.  La  Pietra  della  Gaipa4. 

«  Pietra  della  Gaipa,  contrada  adiacente  a  quella  detta 
di  Mustazzola  o  Romagnolo.  Famigerata  ella  rendesi  nella 

1  Don  Vincenzo  Di  Giovanni,  Del  Palermo  restaurato,  lib.  II, 
p.  133. 

2  II  Villabianca,  Palermo  d'oggigiorno,  v.  II,  p.  213,  scrive  della 
medesima  tradizione  col  nome:  Grotta  del  tesoro,  alla  spiaggia  di 
mare  sotto  monte  Pellegrino. 

3  È  noto  che  sul  Monte  Pellegrino  è  un  santuario  in  onore  della 
Patrona  di  Palermo,  Santa  Rosalia,  non  molto  lungi  dal  quale  una 
gran  croce,  che  dà  nome  al  posto. 

4  È   un  gran  masso  presso  lo  Scogghiu  di  Mustazzola  della  con- 


I   TESORI  411 

ostra  campagna  di  Palermo  per  l'incassato  tesoro  che 
itende  il  volgo  di  doversi  trovare  in  esso,  e  dentro 
i  grotta  e  caverne  sotterranee  che  finora  tramuta  essa 
a  a  mantenere.  Onde  vi  è  il  motto  siciliano  di  cercare 
i  trovatura  alla  Pietra  della  Gaipa  1  ». 

Questo,  che  nel  secolo  passato  scriveva  il  Villabianca, 

creduto  anche  oggi  in  Palermo. 

5.  Una  trovatura  di  Marineo   (Riassunto). 

In  una  contrada  di  Marineo  è  una  trovatura  (di  cui 
on  conosco  il  nome),  a  prender  la  quale  occorre  se- 
ersi  vari   giorni   di   seguito   sulla   lastra   che   la   copre, 

restare  immobile,  (alcuni  dicono  senza  mangiare,  senza 
ere,  senza  dormire),  e  se  vi  riesce  e  la  fortuna  vuole, 
l  tesoro  è  guadagnato  (Marineo). 

6.  Il  Ponte  di  Calatrasi  (Riassunto). 

«  Nei  pressi  di  Corleone  in  quel  di  Palermo,  evvi  un 
onte  detto  di  Calatrasi....,  stretto  così  che  appena  ad 
no  per  volta  possano  passarlo  i  viandanti  e  senza  pa- 
apetti.  Un  granchio  enorme  d'oro  apparisce  di  tanto  in 
anto  ai  viandanti,  i  quali  invano  tentano  di  acchiapparlo, 

ada    Romagnolo,    a    quasi    tre   miglia    da    Palermo,    tra    questo    e 

Acqua  dei  Corsari. 

| 1  Villabianca,  op.  cit.,  voi.  II,  204  e  nel  ras.,  con  qualche  diffe- 

nza,  a  p.  124.  Vedi   in  proposito  le  mie  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v. 

V,  p.  89. 


412  CAPITOLO  II. 

perchè   quello   animale   è   presto    a   ritirarsi.    Chi   vuole 
quel  ponte  fabbricato  dai  demonii,  e  chi  dai  saraceni  1 

7.  Rocca  d'armi   (Versione). 

È  una   contrada  non   discosta   dal   cancello   di   Motta 
d'Affermo.   Questa  Rocca   ha  una   grotta  incantata,  che 
racchiude  immensi  tesori,  e  dee  ancora  venire  chi  possa  ! 
prenderli.   Se  uno   ne  prende  una  moneta,  la  grotta  si 
rinchiude. 

Un  terrazzano  ebbe  una  volta  l'abilità  di  entrarvi  con 
un  cagnolino,  e  pensò  far  la  prova  dando  ad  ingoiare 
ad  esso  una  moneta  d'oro;  ma  la  buca  fatale  si  richiuse, 
e  per  uscirne  dovette  egli  uccidere  il  cagnolino,  ed  estrar-i 
gli  fuori  daille  viscere  la  moneta   (Termini)  2. 

8.  Il  Piano  Burchiarola  (Riassunto). 

Questo  piano  è  detto  cosi  perchè  produce  spontanea- 
mente molte  aprocchi  (Centaurea  calcitarapa,  L.),  presso 
Ciminna,  ed  ha  un  tesoro  incantato.  Ed  ecco  come  si 
può  disincantare  : 

Da  Ciminna  devono  partire  a  braccetto  un  uomo  e  un* 
donna  ignudi,  a  mezzogiorno  in  punto,  dalla  piazza  maj 
giore,  percorrendo  via  S.  Francesco  e  via  Botteghell* 
La  gita  dev'essere  fatta  di  corsa,  portando  un  piatte 
l'uno  di  maccheroni  e  mangiandoli  durante  la  corsa; 
l'ultimo   maccherone   vuol  essere   mangiato   sul   posto   e 


1  Di  alcune  leggende  siciliane,  loc.  cit. 

2  Comunicazione  del  sig.  Giuseppe  Patiri, 


I    TESORI  413 

>ro.p riamente  sul  gran  masso  che  copre  il  tesoro.  Se  man- 
ia una  di  queste  condizioni,  la  trovatura  non  si«  spegna  » 
'Ciminna). 

9.    LU    COZZU   DI   LU   RITUNNU    (Testo). 

Accussì  è  chiamata  'na  gran  muntagna  di  Ciminna, 
;  si  chiamau  accussì,  pirchì  havi  la  forma  d'un  cozzu 
li  chiddi  nostri. 

Nna  sta  muntagna  oc'è  un  pirtusu  pri  quantu  cci  pò 
massari  un  omu  curcatu;  comu  si  trasi,  cc'è  comu  un 
icchissimu  palazzu,  e  'nta  tutti  li  gnuni  munita  d'oru 
ti  quantità.  Cui  pi  cumminazioni  pigghiassi  corchi  mu- 
tila di  chisti,  nun  pò  nèseiri  cchiù,  pirchì  lu  pirtusu 
ddiventa  cchiù  nicu,  e  nu  nni  nesci  si  prima  nun  la 
tosa. 

Caminannu  caminannu  s'agghiunci  tra  la  càmmara  mu- 
u  'mmenzu  di  l'urtima  x  e  davanzi  la  porta  di  l'urtima 
ammara  cc'è  un  grannissimu  giganti,  cu  'na  sorta  di 
nazza  tra  li  manu,  chi  pari  di  brunzu,  tinènnula  tra 
aria  comu  siddu  (se)  avissi  a  dari  corchi  lignatuna  2, 
d  è  misu  ddocu  pi  nun  fari  passali  a  nuddu,  pirchì 
u'  passa  resta  scaccia  tu  di  ddu  pezzu  di  mazza. 
!  E,  a  comu  dicinu,  stu  gigauti  fu  castigatu  di  'na  maga 
\Ciminna)  3. 


1  Penultima,  muru   'mmenzu,  attigua. 
"  Qualche  gran  colpo  di  legno. 

Raccontata  da  una  certa  Maria,  cameriera,  e  raccolta  da  Bene- 
etto  Morasca. 


414  CAPITOLO  II. 


10.  Raccono   (Versione). 

Il  Santo  Cono  di  Polizzi,  in  una  montagna  delle  Mi 
donie  al  di  là  dei  giardini,  è  una  caverna  con  seti 
stanzoni  bui  e  paurosi  sottoterra,  ricca  di  tesori.  Denti 
questa  caverna,  in  fondo,  v'è  una  statua  di  marmo  detl 
Racconu  (Re  Cono)  con  un'enorme  mazza  in  mano,  ] 
quale  statua  è  essa  stessa  un  tesoro. 

Chi  vuol  prendere  il  tesoro  bisogna  che  abbia  lo  strao 
dinario  coraggio  di  penetrare  in  quella  caverna  ogni  se 
t'anni,  nel  giorno  di  Giovedì  santo,  e  nello  istante  precis 
in  cui  nella  madrice  di  Polizzi  s'intuona  il  passio, 
trargli  violentemente  di  mano  la  mazza.  A  tale  impres 
ci  vuole  molta  e  molta  gente;  e  guai  se  per  mal  misurai 
tempo,  per  mancanza  di  forza  bastevole  o  per  viltà  no 
ci  si  riesca!  Raccono  sarebbe  lì  per  lì  a  sfolgorare 
temerari  ladri  della  sua  mazza  e  la  bocca  della  cavern 
verrebbesi  a  chiudere  subitamente  restandovi  chiusi  pe 
sempre  i  sacrileghi  aggressori! 

La  prova  è  stata  tentata  qualche  volta;  ma  Raccont 
a  sua  difesa,  ha  scagliate  le  svie  folgori  incenerendo  gì 
sconsigliati   (Polizzi)  *. 

11.  La  Grutta  di  li  Panni  (Riassunto). 

Questa  grotta  è  nelle  Madonie;  ma  nessuno  ha  pc 
tuto  impadronirsi  di  questo  tesoro,  perchè  a  certo  punti 

3  Uno  di  questi  tentativi  diede  origine,  secondo  il  popolino  p< 
lizzano,  alla  chiesetta   del   Salvatore,   di   che  vedi   il  n.  CCXX 


. 


I    TESORI  415 

gli  spiriti  in  forma  di  vento  spengono  le  fiaccole  di  chi 
vi  entra  (Castelbuono). 

12.  La  trovatura  di  Monte  Cuccio  (Verdone). 

Per  disincantare  questo  tesoro  bisogna  trovare  un  pani 
di  tri  anni  càudu. 

yna  volta  un  uomo  che  abitava  a  Villagrazia  (comune 
riunito  di  Palermo)  volle  prendere  questo  tesoro  e  co- 
minciò a  fantasticare  per  iseiogliere  l'indovinello.  Egli, 
dunque,  fece  fare  un  pane,  e  dopo  tre  anni  lo  fece  ri- 
scaldare alle  falde  del  monte,  salì  alla  sommità  di  esso, 
pregò  e  ripregò,  ma  non  vide  nulla.  La  notte  seguente, 
sceso,  si  addormentò  in  una  stalla  di  campagna,  e  sognò 
che  i  tri  anni  non  significavano  già  tre  anni  di  tempo, 
ma  tre  donne  chiamate  Anna  (tri  Anni).  Esse  dovevano 
fare  un  pane  per  una,  e  questi  tre  pani  caldi  e  fumanti 
dovevano  spezzarsi   sopra   il   luogo   del  tesoro. 

Il  domani,  verso  mezzogiorno,  ordinò  il  pane;  all'alba 
del  giorno  appresso  fu  alla  cima  del  monte,  ruppe  il 
primo  pane,  e  tosto  si  trovò  confuso  e  costernato;  ruppe 

!  il  secondo,  e  sentì  un  gran  vento;  il  terzo,  e  gli  parve 
si  sollevasse  una  striscia  di  terra.  Qui  prese  a  scavare, 
e  vide  una  moneta  di  rame;  e,  dalla  contentezza,  gridò: 

I  Uhaju  truvatu!  Sopravvenne  un  vento  impetuoso,  che 
lo  buttò  per  terra.  Rialzatosi,  die  di  piglio   alla  zappa, 

[  scavò  e  scavò,  e  trovò  finalmente   due  o   tre  mila  onze 

!  in  oro,  argento  e  rame. 

delle  Fiabe,  Nov.  e  Race,  dove,  sotto  il  n.  CCXXXII,  si  trovano 
maggiori    particolari    della    presente   leggenda. 


416  CAPITOLO  II. 

Tornato  a  casa  non  disse  nulla,  ma  si  confessò  e  co- 
minciò a  fare  stretta  economia,  e  per  una  settimana 
non  parlò. 

Venne  una  pestilenza,  ed  egli  temendo  di  morire,  svelò 
il  segreto  ai  figli,  e  la  notte  fu  sentito  un  gran  rumore 
nella  cassa,  e  fu  trovato  del  rame  irrugginito,  che  fu 
venduto  per  pochi  tari  ed  un  carlino  (cent.  21).  Il  par- 
roco poi  tolse  la  scomunica  al  vecchio,  e  gli  diede  l'as- 
soluzione (Palermo)  \ 

13.  Pizzareddu    (Riassunto). 

Lu  Pizzareddu  è  una  montagna  presso  Capaci,  nella 
quale  i  Turchi,  a'  tempi  antichi,  lasciarono  un  coturno 
(quaturnu)  pieno  di  moneta  d'oro;  questo  coturno  è 
incantato,  e  potrà  prenderlo  solo  colui  che  vi  scannerà 
sopra  un  uomo  dopo  di  avervelo  personalmente  con- 
dotto. Questo  dice  una  lapide  che  copre  il  posto  della 
trovatura  (Capaci)  2. 

14.  Li  vertuli  di  la  Muntagna  di  la  fera  3  (Testo). 

A  lu  latu  di  l'atra  parti  di  la  muntagna  di  la  fera  oc' 
'ncantati  un  pam  di  vèrtuli  di  munita  d'oru,  vèrtuli  di 


J  Raccolta  da  Rosario  Dottore. 

2  Su  questo  Pizzareddu,  vedi  la  CCXXXVIII  delle  mie  Fiabe, 
Nov.  e  Racconti. 

*  Monte  nel  Feudo  Gnastella  rimpetto  S.  Giuseppe  Jato,  nelh 
provincia  di  Palermo. 


I    TESORI  417 

Prizzi  \  e  pi  putìrisi  pigghiari  cc'èni  tri  migghia  di  via 
distanti,  du'  migghia  di  chianura,  e  un  migghiu  di  mun- 
tagna.  Havi  a  purtari  un  bicchieri  d'acqua  chinu  p'an- 
sìna  a  ddu  puntu  2  ca  si  trovanu  li  vèrtuli  senza  fàrinni 
jittari  nudda  sb rizza  (goccia).  E  allura  si  sbanca  stu 
banca  di  dinari. 

Gei  pò  spuntari  unu  a  'cehianari  stu  bicchieri  d'ac- 
qua chimi  senza  jittàrinni    na  stizza?    (Bor getto)  '''. 

15.  Lu  Bancu  di  Ddisisa  (Testo). 

Lu  Bancu  di  Ddisisa  è  un  tisoru  chi  si  trova  'nta  li 
grutti  di  lu  feu  di  Ddisisa.  Cuntanu  l'antichi  ca  cc'è 
un  gran  massenti  (massa)  di  dinari  d'oru  e  d'argentu, 
?  cu'  è  chi  li  pigghia,  'un  trova  cohiù  la  ,porta  di  nèsciri. 
Dra  certuni  vulemiu  pruvari  si  putevanu  nèsciri,  s'hannu 
Jigghiatu  'na  munita  d'oru,  e  'un  hannu  pututu  nèsciri. 
E  s'  hannu  pigghiatu  lu  crapicciu  di  fari  agghiùttiri 
>n  cani  'na  munita  di  chisti  dintra  'na  muddica  di  pani, 
ì  stu  cani  'un  ha  pututu  nèsciri.  E  tannu  ha  nisciutu 
>tu  cani  quannu  ha  jutu  di  corpu,  ed  ha  jutu  puru  la 
nunita  \ 

Specie  di  bisacce  di  felpa,  che  si  fabbricano  nel  comune  di 
*rizzi. 

Fino  a  qual   punto. 
*  È  mai  possibile  che  uno  salga  questo  bicchiere  pieno   d'acqua 
enza  riversarne  una  goccia?  Vedi  Fiabe,  Nov.  e  Race,  n.  CCXXVIII. 
4  E  allora  questo  cane  è  uscito    (uscirà)    quando  ha   (avrà)    èva- 
uato  la  moneta. 


418  CAPITOLO  II. 

Pi  sbancari  stu  gran  Bancu  di  Ddisisa  vonnu  diri 
l'antichi  ca  cci  voli  tri  Santi  Turrisi  di  tri  capi  di  regnu; 
dipo'  pigghiari  'na  jimenta  bianca,  ammazzalla  e  livà- 
ricci  lu  campanaru 1.  Chistu  si  l'hannu  a  manciari  a 
fritteci  da  ddà  dintra,  dipo'  s'ammazzanu  a  li  tri  Santi 
Turrisi,  e  lu  Bancu  si  sbanca. 

Li  banchi  cchiù  nnuminati  sunnu  tri:  Rocca  d'An- 
tedda,  Ddisisa  e  la  Grutta  idi  Re  Cuccù  2. 

Lu  re  Tur  cu  dumanna  sempri  :  —  «  Su'  sbancati  sti 
tri  banchi?  »  —  Dici:  —  «No».  —  « 'Nca  la  Sicilia  è 
ancora  povira  ».  (Borgetto)  3. 

16.  Lu  Bancu  di  Ddisisa  (Testo). 

Stu  bancu  è  'nta  'na  grutta  cu  tanti  eàmmari,  ma 
tanti  tanti....  'Nta  l'urtima  di  sti  càmmari  cc'è  unu  as- 
sittatu  'n  sogghiu  cu  'na  cannila  'mmanu.  Comu  si  trasi, 
cc'è  unu  chi  sona  lu  tammurinu,  e  cu'  trasi  s'havi  a 
jiri  a  pigghiari  la  cannila  chi  cci  proj  chiddu  di  lu 
sogghiu.  Si  si  la  pigghia,  lu  tisoru  è  sbancatu;  ma  si 
nun  è  prontu  a  pigghiàrisi  sta  cannila,  arresta  ddà  pi 
pignu.  Pò  essiri  ca  chistu  si  cala  a  pigghiàrisi  li  dinari, 
ma  è  tutta  tempu  persu,  pirchì  'un  pò  nèsciri  cchiù 
(Borgetto). 


1  Per  toglierle  le  interiora. 

2  Re  Cuccù,  grotta  in  una  collina  tra  Partinico  e  Balestrate. 

3  Vedi  Fiabe,  Nov.  e  Race,  n.   CCXXX.  Cfr.  con  la   CCXXXI 
Rocca  d'Antedda   e    con   Pizzu   Gaddu,  p.   88,   v.    IV. 


1  TESORI  419 


17.  La  casa  'ncantata  (Leggenda  in  poesia), 

Sàcciu    'na    casa,    vi    nni    scanzi    Diu! 
Cu*  fu,  supra  'na  rocca  la  furmau; 
All'occhiu,    di    Unitami,    duna    sbju  \ 
Amaru  chiddu  chi  cci   capitau! 
A   menza   notti,  'nti   lu   sonnu   miu, 
Un    scrùsciu    di    catini   mi    sbigghiau, 
Pantàsimi   cu  torci   attornu  viju, 
Lu  ciatu   di  li   denti  mi   mancau. 

'Na    Dunzella    spuntau    cu    ottu    soru 
E   'nzingau   tri   circuii   putenti; 
Ed  eu  vjiu  grapìrisi  lu  solu, 
Un   cataletti!   surgi   'n   tempu  un   nenti; 
E  ddà  intra  curcatu  un  nanu  morii, 
Russi   di  focu  li  so'  vistimenti, 
'Ntornu  a  lu  catalettu  un  gran  tisoru, 
Tri  cani,  tri  liuna  e  tri  sirpenti. 

Oh    chi   massenti    d'oru    e   di   munita, 
Com'  un  suli  a  li  formi  spicchiava! 
Granni  lu   stentu  meu   di  la  me  vita, 
'Na  junta  sula  a  mia  m'arricriava  2  ! 
La   disgrazia   mia   Thè    sempri    unita; 
Pri    pigghiari,   la    forza    mi    mancava: 
E  mai  lu  scurdiroggiu  a  la  me  vita, 
S'  'un  avia   scantu,   riccu   addivintava. 

Chidda   putenti   chi   li    cumannava: 
—  E  una,  e  dui,  e  tri!   —   gira  e  firria; 
Ed  ogniduna   di  'ntunnu   addanzava, 
Comu    fa    chidda,    ogniduna    facia. 
Eu   'nti   'n'agnuni   chi    tuttu  trini  ava, 

Dari  sbju  o  sbiju,  dare  svago. 

Due  monete  di  quell'oro  mi  avrebbero  arricchito. 


420  CAPITOLO  II. 

Ca  mi  stava   spirannu  l'arma  mia; 
La  scatinata  a  la  testa  mi  dava, 
Né   Dunzelli,  né   grana  cchiù  vidia. 

Nenti  cchiù  viju  l'amarli  di  mia; 
E  li  tri   cani  ch'abbajanu  forti, 
Li   liuna    e  li   serpi   in  cumpagnia, 
Certu   ca   vennu  pri   dàrimi   morti: 
Eu,  hi   me    cori,   scappari   vurria, 
Mai    su'    murati,   hoimè,    tutti    li    porti! 
Chi    quannu   menu   mi   lu   suppunia 
Mi  jittau  'nti  stu  'nfernu  la  me  sorti. 

Chi   sorti   sfera   sta  casa   di   'ncanti! 
Si  lu  dichiaru,  nun  sugnu  cridutu: 
Spireru  li   Dunzelli    e   tutti   quanti, 
E  la  lumera  puranchi  ha  spiritu: 
Vennu  a  lu  scuru  Diàvuli  tanti, 
Cu  li  catini  si  nn'hannu  vinutu, 
Li  me'  poviri   carni  spasimanti 
Lu    sannu    chi    'sarcìziu    hann'    avutu!  * 

Battutu  comu  gatta  'ntra  lu  saccu, 
Pigghiatu    com'aceddu   'nti   lu   giuccu, 
Di  li  me'  carni   nn'hannu   fattu  maccu, 
Nun  avia  mancu  l'arma  a  fari  ruccu. 
Nun   s'ha   cuntatu  mai   simuli   attaccu 
A  la  Rocca  d'Antedda  e  di  Re  Cuccù, 
Lu  Bancu   di  Ddisisa  e  di  lu  Giaccu 
Su'  cosi  duci  e  sèrvinu  pri  trucco" 

Un  cuccù  vinni  cu  l'occhi  di  ramu, 
Cu-Cut   fìci   tri   voti,   e    ancora   tremu; 
Grapi    la   terra    e    dintra    subbissamu, 
Nun  8àcciu  diri   a  quali  'nfernu  semu; 
'Ntra   la   pici    e  lu   surf  ani   addumamu: 

1  Sarcìziu,    esercizio,   qui   bastonatura. 

2  Son  de'  veri  zuccherini  e  gli  servono  per  divertimento. 


I    TESORI  421 

Jettu  'na  vuci  di  duluru  'stremu, 
Gesù  Cristu  e  Maria  fidili  chiamu 
E  l'Anciulu   Custòddiu  supremu. 

Semu  a  lu  munnu,  e  comu  'un  sàcciu  diri, 
Nun  sàcciu  cu'  mi  vinni  a  scattivari; 
Li   vastunati   mi   fannu   muriri, 
Lu   spaventu  mi   porta   a   suttirrari. 
Eu  Thè  vidutu  e  vi  lo  pozzu  diri  : 
A  la  Casa  'ncantata  'un  cci  passari; 
Eu  Thè  pruvatu  tutti  li  martiri, 
A  li  grana  'mmasati  'un  cci  spirari  K 

Cridi  a  Frisella  di  Casteddammari ', 
Vitu  Frisella,  no,  nun   ti  fa  'nganni, 
Cà  iddu  vosi  vidiri  e  tuccari, 
E  quantu  cci   nni  vìnniru  malanni! 
A  li  Dunzelli  nun  li  scuitari, 
Mali  pri  tia,  ti  scùrzanu  l'anni! 
Si  a  Vitu  Frisella   vò'  ascutari, 
Riccumànnati  a  Diu  ch'è  santu  granni  (Camporeale)  \ 

18.  La  Grutta  di  Sauta-li-viti  (Testo). 

A  li  muntagni  di  Casteddammari 4,  giusta  'nta  la  Rocca 
di  Guagghiardetta,  vicinu  l'acqua  di  la  viti,  c'è  la  grutta 
di  Sautaliviti,  chiddu  famusu  sbannutu.  Cunsisti  ddà  'n 
forma  com'era,  cu  giarri  'n  quantitati,  manciaturi  e  aneddi 
di  ferra.  Vonnu  diri  chi  ci  sunnu  li  dinari  di  Sautaliviti, 
ncantati,  e  pi  spignatti  nun  ci  ha  stata  nuddu  chi  ci  ha 

Non   isperare,   non   contare   sul    danaro   invasato,   incantato    dai 
liavoli. 
■  Nome  del  Poeta. 

'  Salomone-Marino,   Leggende,  n.   XXII,  p.   104. 
Castellammare  del  Golfo. 


422  CAPITOLO  II. 

saputu  corrispùnniri.  L'annu  passatu  fòru  ddà  'ncostu, 
la  mànnira  cu  li  pecuri:  ogni  notti  li  picurara  sintianu 
la  ciocca  cu  li  puddicini,  e  nuddu  sappi  rispunniri.  L 
vidianu  tràsiri  e  nèsciri  di  li  vèrtuli  ch'eranu  ddà  appiz 
zati,  a  sti  puddicini;  scattiavanu  pi  pigghiarli  e  ci  sfui 
janu  di  li  nianu,  ca  eranu  'neantati  e  certu  ca  eranu  d'oru 
Di  sta  cosa  si  ni  scantau  tantu  lu  padroni  di  la  mànnira 
ca  mancu  ci  vosi  accustari  echiù  ddà.  Ma  un  jornu  s'hav 
a  truvari  lu  latinu,  e  tuttu  stu  massenti  di  grana  ch'ani 
mucciau  Sautaliviti,  s'havi  a  pigghiari  »  1  (Castellamare) 

19.  Chiaramosta. 

«  Arrivati  nella  contrada  di  Chiaromonte  o  Chiaramo- 
sta, sotto  la  chiesa  di  S.  Elia,  si  rinviene  un  gran  fonte, 
fabbricato  dai  signori  Chiaramontani...  Questo  fonte, 
fatto  di  marmo  bianco,  è  lungo  quattro  canne,  largo  due 
e  profondo  una.  Trovasi  coverto  d'antiche  volte,  e  da 
una  cupola  nel  mezzo.  È  pubblica  fama  che  nel  fondo  di 
esso  vi  sia  sepolto  un  gran  tesoro  forse  per  opera  delii 
stessi  Chiaramontani,  quale,  secondo  ci  assicura  l'ericino 
Carvini,  parecchie  volte  è  stato  ricercato  da  abili  viag- 
giatori, avendone  con  alcuni  manoscritti  accertato  i  con- 
fini. Nel  1667,  cinque  Trapanesi,  avidi  di  denaro,  si  por- 
tarono colà  con  varii  strumenti,  ed  avendo  tentato  a  notte 
oscura   di  fendere  i  muri  e   di  frangere   quei  sassi,  allo 

1  Raccontata  da  Giuseppe  Fiordilino,  campiere  da  Castellammare 
del  Golfo.  Salomone-Marino,  Tradizione  e  Storia,  nelle  Nuove  Ef 
fem.  Sicil.,  ser.  HI,  v.  IV,  p.  327.  Pai.  1876. 


i  tesori  42-' j 

strepito  dei  colpi  accorsero  gli  abitanti  di  quel  luogo, 
e  loro  diedero  una  forte  sorpresa;  ad  alcuni  l'arresto, 
ad  altri  la  fuga.  Oh  miseras  hominum  mentes,  esclamò 
Lucrezio!   >>  *. 


20.  La  trovatura  di  Chianamusta  (Riassunto). 

Giovanni  Chiaramente  una  volta  volle  seppellire  i  suoi 
tesori  sotto  la  vasca  d'una  fontana  (che  da  lui  prese  il 
nome  di  Chianamusta)  :  e  preparate  molte  sacca  di  mo- 
nete d'oro,  aiutato  da  un  suo  castaido  fidato,  dal  figlio 
di  lui  e  da  altri  due  uomini,  scavò  sotto  quella  vasca 
profondamente  e  ve  li  seppellì.  Indi,  a  togliere  di  mezzo 
i  testimoni  di  tal  segreto,  li  fece  subito  morire.  Alla  loro 
morte,  quattro  serpi  nere  gli  si  fecero  incontro  atterran- 
dolo spaventosamente.  La  figlia  del  castaido  attendeva 
il  padre  ed  il  fratello:   ma  anche  lei  fu  fatta  morire,  e 

L.  Sam Martano  e  Salerno,  Saggio  storico,  statistico,  minera- 
logico, medico,  botanico  sul  Monte  Erice  ecc.,  pp.  100-101.  In  Pa- 
lermo, Dato  1826.  In  proposito  ecco  ciò  che  scrive  il  Castronovo: 

«  A  maestro  nella  contrada  di  Chiaramonte,  volgarmente  Chiara- 
ìmusta,  sotto  la  Chiesiuola  di  S.  Elia,  ammiri  un  gran  fonte  di 
marmo  bianco,  lungo  canne  4,  largo  2  ed  una  profondo,  coperto 
d'antiche  volte  e  frammezzato  da  una  cupola  che  lo  sormonta, 
costruito  dal  conte  Giovanni  Chiaramonte  verso  il  1364,  quando 
in  un  col  Conte  Enrico  Ventimiglia  stavasi  ritirato  in  Erice,  per 
dechinare  entrambi  lo  sdegno  di  Federico  HI  d'Aragona,  re  di 
Sicilia.  Infranto  più  volte  dal  volgo  credulo  e  ingordo  per  vana 
lusinga  di  rinvenirvi  un  tesoro,  oggigiorno  è  interamente  risto- 
rato ».  G.  Castronovo,  Erice,  oggi  Monte  San  Giuliano  in  Sicilia, 
parte  I,  p.  79. 


424  CAPITOLO  II. 

l'anima  sua  apparve  sotto  forma  di  serpe  nera  anch'essa 
ad  inseguire  il  Chiaramonte,  il  quale  correndo  verso 
Erice  se  la  vide  sempre  alle  costole:  e  solo,  entrando  in 
paese,  potè  prender  fiato,  e  rimaner  libero  da  quei  mo- 
stri. Quelle  serpi  restarono  e  restano  sempre  lì  custodi 
del  tesoro:  e  quante  volte  s'è  tentato  di  scavare  e  sco- 
prirlo, tante  volte  si  son  viste  venir  fuori  di  mezzo  alia 
terra  rimossa  K 

Questo  tesoro  può  solamente  sbancarlo  chi  riuscirà 
a  mangiare  una  melagrana  del  peso  di  dodici  once  senza 
farne  cadere  un  chicco  (Erice)  2. 

21.  La  Truvatura  di  lu  Munti  (Testo). 

Signuri  mei,  aviti  a  sentiri  stu  fattu  veni  chi  successi 
ò  Munti  'i  Trapani. 

Si  raccunta  e  cc'era  'na  vota  e  oc'era  un  parrinu.  Stu 
parrinu  vinni  a  posta  d'un  paisi  luntanu,  pirchì  li  lib- 
bra cci  avianu  dittu  ca  nna  lu  Munti  di  Trapani  cci  avia 
a  essiri  'na  truvatura.  Vinni  stu  parrinu  ccà  e  cunsidirati 
soccu  cci  fu!  tutti  l'aggenti  curreru  pi  vìdiri  soccu  facìa 
Iddu  chi  nei?  misi  'na  scummissa  e'  un  baruni,  chi 
lu  Munti  cci  avia  a  essiri'  'na  truvatura.  'U  baruni  ce 
misi  'a  scummissa,  e  a  lu  'nnumani  tutti  dui  si  misiru  ' 
caminu.  Li  patti  chi  avianu  fattu  eranu  chi  arrivannu 
echiù  luntanu  d'  'u  Munti,  s'avianu   a  firmari  tuttidui 

1  Dalla  seguente  tradizione  trapanese  in  dialetto  appare  coin 
queste  serpi  prendano  parte  al  disincanto  del  tesoro. 

'  Questa  tradizione  fu  scritta  con  arte  squisita  dall'AMico,  Le 
gende  ericine,  p.  1. 


I    TESORI  425 

'u  baruni  s'avia  a  spugghiari  nudu  nudu;  'u  parriuu 
e'  'u  libbru  'mmanu  chi  Uggia,  senza  ca  lu  baruni  s'avia  a 
mòviri  di  nenti.  Tutti  'nzèmmula  nesci  'na  vìsina  e  cu- 
mincia  a  'cchianari  'animi  'ammi  sina  chi  cci  juncìu 
'mmucca;  arrivatu  'mmucca,  iddu  'un  avia  a  ridiri,  vasin- 
nò  era  persa  'a  scummissa. 

Arrivati  cchiù  luntanu  di  lu  Munti,  'nta  'na  funtana 
antica,  lu  baruni  si  spugghiau  nudu  comu  lu  nei  so  ma- 
tri;  e  lu  parrinu  cu  lu  libbru  'mmanu  misi  a  fari  lu 
scunciuru.  Tuttu  'nzèmmula  nesci  'na  vìsina  e  cuminciò 
a  'cchianari  'ammi  'ammi  a  lu  baruni;  arrivata  sina 
'mmucca,  lu  cuminoia  a  liccari  di  'na  manera  ca  iddu 
sgrignò  a  ridiri.  Tuttu  'nzèmmula,  'a  vìsina  si  nni  scin- 
nìu,  e  si  jiu  a  'nfilari  dunni  avia  nisciutu;  allura  lu  par- 
rinu va  a  scavari,  e  chi  trova?  trova  'na  giarra  china  di 
ossa  di  morti.  Lu  baruni  persi  'a  scummissa,  e  lu  parrinu 
si  inni  iju  a  lu  so  paisi  tuttu  contenti  chi  avia  vinciutu 
'a   scummissa    {Trapani)  1. 

22.  La  chiesa  della  Madonna  dell'Alto   (Riassunto). 

A  due  miglia  da  Mazzara  sopra  un  piccolo  colle  è 
una  chiesa  detta  della  Madonna  delVAlto.  Il  popolino 
crede  che  il  giorno  che  ricorre  la  festa  di  essa  Madonna 
mangiando  due  soldi  di  pane  duro  senza  farne  cadere 
nemmeno  una  briciola  e  mangiando  una  melagrana  senza 
farne    cadere    un    chicco,    a    mezzanotte    si    spalanchi   ia 

1  Raccontata  da  Leonardo  De  Filippi.  Cfr.  con  yNna  truvatura 
di  Francufonti,  n.  55. 


426  CAPITOLO  II. 

porta  della  chiesa,  esca  uno  spirito,  prenda  per  la  mano 
l'uomo  che  ha  mangiato  tutto,  lo  conduca  verso  un  gran- 
de masso  dove  trovasi  una  croce  per  guardia,  e  si  prenda 
un  immenso  tesoro.  Se  però  il  pane  non  lo  mangia  come 
è  prescritto,  l'uomo  che  si  mette  a  siffatta  opera  resta 
incantato    (Mazzara)  1. 

23.  Un  altro  tesoro  di  Mazzara2  (Riassunto). 

i 

«  Uno  di  questi  tesori  è  guardato  da  varii  principi 
che  ne  tengono  le  chiavi  d'oro  appese  alla  cintola,  e 
può  scoprirlo  chi  partendosi  al  primo  tocco  che  suona 
l'orologio  a  mezzanotte,  vi  giunga  prima  che  sieno  tutti 
cessati  di  battere;  cosa  che  per  la  distanza  del  luogo 
non  può  mandarsi  ad  effetto  in  sì  breve  spazio  di  tem- 
po »  (Mazzara)  3. 

24.  Il  Granchio  d'oro  (Riassunto). 

«  In  un  pozzo  campestre  di  acqua  sorgiva  (nel  ter- 
ritorio di  Mazzara)  vedesi  un  granchio  d'oro,  il  quale 
se  si  lasciasse  prendere,  disseccherebbe  immantinente 
l'acqua,  e  si  troverebbe  in  fondo  un  tesoro  che  vi  si 
crede  nascosto  »    (Mazzara)  4. 


Raccolta  dal  sig.  Salvatore  Panta  e  comunicata  dal  prof.  Carlo 
Shniani. 
2  Questo  titolo  è  mio. 
*   Castelli,  Credenze,  p.   10  Pai.  1878. 
4  Castelli,  Credenze,  p.  14. 


I    TESORI  427 


25.  Il  Pozzo  dell'oro1. 

«  È  venuto  talvolta  che  una  donna  nelFattingere  acqua 
dal  pozzo,  abbia  tirato  una  secchia  così  pesante  da 
dovere  chiamare  un'altra  in  ajuto,  ed  abbia  allora  sen- 
tito un  rumore  come  di  cosa  che  precipiti;  onde  ne  fu 
conchiuso,  che  le  fate  avevano  empito  la  secchia  di  mo- 
nete d'oro,  e  che  poi  ne  la  vuotarono  per  essere  stata 
chiamata  un'altra  a  parte  di  tanta  fortuna  »  (Mazzara)  2. 


26.  La  Montagna  di  furore   (Riassunto). 

Presso  Naro  (prov.  di  Girgenti)  c'è  un  monte  detto 
di  fururi,  nel  quale  è  nascosto  un  immenso  tesoro  in- 
cantato. Per  disincantarlo  occorre  sagrificare  sopra  di 
esso   sette  bambini   innocenti   (Naro). 


27.  La  Grotta  del  tesoro  (Riassunto). 

A  mezzo  miglio  da  Caltabellotta  sorge  un  monte  chia- 
mato Monte  Calvario,  nel  quale  c'è  una  grotta  con  un 
gran  tesoro.  Questo  tesoro  può  prendersi  scannandovi 
sopra  una  persona  e  versandovi  sopra  il  suo  sangue. 

Un  tale  sognò  una  volta  che  disincantava  quel  te- 
soro, e  riuscì  il  domani  a  indurre  un  suo  amico  a  unirsi 

1  Questo  titolo  è  mio. 

3   Castelli,  Credenze,  p.  10  Cfr.  il  n.  XXIII  de'  Tesori  del  Fi- 

N  AMORE. 


428  CAPITOLO  II. 

con  lui  pei  disincanto,  tacendogli  però  il  suo  pensiero 
di  volerlo  uccidere  per  ispargere  il  sangue  sul  suolo. 
Andarono  entrambi:  ma  il  povero  tradito,  accortosi  del 
coltellaccio  del  traditore,  fuggì;  e  questo  continuando 
lo  scavo  incominciato  trovò...  una  pentola  piena  di  gu- 
sci di  noce    (Caltabellotta)  1. 

28.  La  Rocca  di  Busunè  (Riassunto). 

Questa  Rocca  è  un  gran  sasso  in  mezzo  a  un  largo 
campo  che  si  stende  sulla  strada  che  da  Girgenti  con- 
duce a  Raffadali. 

Ogni  sette  anni,  a  mezzanotte  in  punto,  questa  Rocca 
si  apre  dalla  sommità,  e  vi  si  celebra  la  fera  di  li  'riganti 
(la  fiera  degl'incanti),  con  frutta  tutte  d'oro,  che  pos- 
sono comprarsi  con  poche  monete;  fiera  che  dura  quan- 
to durano  i  tocchi  della  mezzanotte;  all'ultimo  de'  qual 
la  Rocca  si  richiude,  e  chi  s'è  visto  s'è  visto. 

Un  capraio  di  grosso  cervello  una  notte  d'inverno 
passando  per  quella  strada,  allo  scoccar  della  mezza 
notte,  vide  la  Rocca  tutta  illuminata,  indi  aprirsi  alla 
sommità,  e  certe  figure  bianche  invitarlo  ad  entrarvi 
Entrò,  e  vide  la  caverna  popolata  di  altre  numerose 
figure  lunghe,  vestite  di  bianco,  vaganti  qua  e  là;  t 
venditrici  di  limoni  e  di  arance  e  d'altre  frutta,  invi 
tarlo  anch'esse,  in  una  lingua  incomprensibile  e  con  certi 
cenni,  a  comprar  qualche  cosa. 

Egli   non    avea    un   quattrino,   e   le   venditrici   frugan 

1  Gramitto-Xerri,  op.  cit.,  pp.  53-61. 


I    TESORI  429 

dogli  le  tasche  gli  trovarono  un  granii  (cent.  2),  e  per 
esso  gli  vendettero  tante  arance  da  riempirgli  le  bisacce. 
Quelle  arance  erano  d'oro. 

Condotto  per  mano,  uscì  dalla  caverna,  e  la  rocca, 
scotendosi  dalle  radici,  si  richiuse  e  ridiventò  oscura, 
tanto  che  dalla  paura  il  povero  capraio  si  svenne. 

Il  domani,  ritornato  in  sensi,  si  trovò  disteso  sul- 
l'erba, con  la  sua  bisaccia  e  le  sue  arance  d'oro.  Giunto 
a  Raffadali  e  raccontato  il  tutto  al  padrone,  questi,  col 
pretesto  di  farle  benedire,  si  fé'  dare  le  arance,  e  gli 
regalò  dodici  tari  (L.  5,10).  Ma  quando,  all'andar  del 
capraio,  volle  metter  fuori  quel  tesoro,  le  arance  s'erano 
convertite  in  un  mucchio  di  gusci  di  lumache.  (Raffa- 
dali) 1. 

29.  La  Rocca  del  Pezzillo  (Versione). 

La  Rocca  del  Pezzillo  è  una  montagna  presso  Cam- 
marata,  piena  di  fichidindia  e  pistacchi.  Sono  in  essa 
molti  tesori,  a  prendere  i  quali  fa  bisogno  che  un  ca- 
vallo corra  velocissimamente  sulla  cresta  della  Rocca 
sino  all'estremità  opposta.  Questo  cavallo  non  s'è  potuto 
trovare  ancora. 

Una  volta  venne  un  greco  di  Levante,  e  accordatosi 
con  uno  di  Cammarata,  leggendo  un  gran  libro  e  tenendo 
accesa  una  candela  nera,  riuscì  a  rimuovere  un  gran 
masso  e  a  disincantare  uno  di  questi  tesori.  Più  tardi, 
il  cammaratese  volle  tentar  la  prova  da  se:  raccolse  per 

Gramitto-Xerri,  op.  cit.,  pp.  11-15. 


430  CAPITOLO  II. 

terra  la  cera  sgocciolata,  e  ne  formò  una  candeluzza, 
ripetè  le  parole  del  greco,  ed  ottenne  la  apertura  del 
tesoro;  ma  il  disaccorto  non  guardò  alla  candeluzza,  la 
quale  si  consumò  e  si  spense  lasciandolo,  con  le  sacca 
piene  d'oro,  chiuso  per  sempre  nel  sotterraneo  (Camma- 
rata)  1. 

30.  La  Grotta  del  Pizzo  bello  (Riassunta). 


Questa    grande   grotta   fu  incavata   dai   Saraceni   nella 
contrada    del   Pizzo;    e   poiché    divenne   la   loro    princi- 
pale   residenza,    così   vi   nascosero   tutti   i   loro    tesori, 
quali   vi   sono   tuttavia   guardati   da   spiriti   in   forma 
castroni. 

Il  posto  si  chiama  Pizzu  hellu  tanto  per  la  bellezza 
del  luogo,  quanto  per  questi  tesori  (Casteltermini) 


31- 


31.  La  Portella  del  toro  (Riassunto). 

In  Butera,  chi  parte  a  mezzanotte  dalla  Purtedda 
di  lu  tàuru,  sita  nell'ex-feudo  Muddemiso,  rimpetto  1 
Purtedda  di  la  fimmina,  nell'ex-feudo  Burgio,  e  correndo 
senza  mai  voltarsi,  giunge  al  Tucchittu,  confine  dell'e 
feudo   Mangiova,   e    si   vede    dietro   un   toro,   che   in   un 

1  Cfr.   la   medesima    tradizione   nelle   mie   Fiabe,   Nov.    e    Race. 
n.  CCXXXIII. 

2  Cfr.  Fiabe,  Nov.  e  Race,  n.  CCXXIV.  Una  prova  per  disinca 
tare  questo  tesoro  fu  tentata,  secondo  la  tradizione,  da  un  D.  Vin 
cenzo  Menna  Miccichè;  ma  i  risultati  furono  comicamente  infelic 
Vedi  Fiabe,  ecc.,  n.  CCXLV. 


I    TESORI  431 

punto  designato  gli  versa  per  terra  un  sacco  di  mo- 
nete d'oro.  Guai  però  se  egli  correndo  si  volti  a  guar- 
dare!   Resterà   incantato    (Bufera)  1. 


32.   La  Gutta   (Versione). 

A  Sabucina  (montagna  ad  oriente  di  Galtanissetta) 
vi  è  una  grotta  chiamata  la  Gutta.  Quivi  è  un  cada- 
vere sopra  una  caldaia  piena  di  dubloni  d'oro. 

Narrasi  che  un  tal  Calafato  entrò  in  questa  grotta 
per  spignari  il  tesoro  quivi  nascosto.  Difatti  vi  entrò, 
caricò  sette  mule  ('na  retina  di  muli)  di  quell'immenso 
tesoro,  ed  era  per  uscirne  quando  l'ora  assegnata  era 
già  trascorsa,  ed  egli  restò  chiuso   dentro   la  montagna. 

Le  mule  intanto  giunsero  a  casa  della  famiglia  Ca- 
lafato, ma  senza  guida  e  padrone;  allora  si  capì  che 
il  povero  Calafato  era  rimasto  sul  luogo  del  tesoro  per 
via  della  montagna  che  si  chiuse.  Fu  cercato  ma  in- 
vano. Bensì  il  Calafato  apparve  in  visione  alla  famiglia 
e  rivelò  che  allora  si  sarebbe  liberato  da  quel  luogo 
di  pena  quando  uno  dei  parenti  od  anco  uno  estraneo 
avesse  compiuto  un  digiuno  a  pane  ed  acqua  per  un 
anno,  un  mese  e  un  giorno.  Si  racconta  che  i  parenti 
d'allora  e  i  discendenti  avessero  promesso  un  tùmminu 
di  pezzi  di  dudici  a  chi  fosse  stato  abile  di  compiere 
quel  tale  digiuno.  Sono  state,  sin  oggi,  molte  divote  a 
fare   quel  voto,  ma   nessuna   è  riuscita  a  compierlo:   ed 


1  Comunicazione    dell'avv.    Gaetano    Vullo.    Cfr.    con    il    XII    de' 
Tesori  del  Finamore. 


432  CAPITOLO  II. 

il    povero    Calafato    attende    sempre    la    sua    redenzione 
(Caltanissetta)  1. 

33.  La  Grutta  di  Sallonni   (Versione). 

Questa  è  una  delle  varie  grotte  che  sono  presso  Pie- 
traperzia.  Ogni  due  anni,  il  giorno  d'Ognissanti,  in  cui 
i  diavoli  vengono  scatenati  dall'inferno,  i  Mercanti  esco- 
no fuori  della  grotta,  ciascuno  con  un  cero  acceso  in 
mano,  e  adorano  il  danaro  che  è  in  essa,  nascosto  agli 
occhi  di  tutti. 

A  disincantare  questo  tesoro  occorre  recarsi  a  mez- 
zanotte in  punto  sul  posto,  proprio  la  notte  d'Ognis- 
santi, con  un  torchio  acceso  d'una  lunghezza  stabilita, 
niente  più,  niente  meno,  e  avere  il  coraggio  di  accostarsi 
ai  Mercanti. 

Una  Baronessa  vi  si  recò  una  volta,  ma  all'uscire 
col  tesoro  già  disincantato,  le  restò  impigliata  la  veste 
in  un  angolo,  e  tanto  bastò  perchè  ella  vi  perdesse 
tutto,  compreso  un  lembo  della  veste  medesima  (Pio 
traperzia) . 

34.  La  Turri  di  Bapillonia  (Testo)2. 

La  Turri  chiamata  Bapillonia  fu  fabbricata  di  'na 
riggina.  Pirò  a  ssa  riggina  cci  fìniru  li  grana,  e  arristà; 
e    a   lu   mezzi jurnu   fa   vintiquattru   migghia   d'ùmmira; 


1  Comunicazione  del  sac.  Calogero  Manasia. 
-  Si  tratterebbe  della  torre  di  Babele? 


I    TESORI  433 

cui   cci   acchiana   'nti  la   cima,   trova   lu  tisoru    (Pietra- 
perzia)  1. 

35.  La  Grotta  del  Monaco  (Riassunto)  2. 

«  Si  racconta  dai  vecchi  Augustanesi,  che  in  fondo 
a  questa  grotta,  alzavasi  la  statua  d'un  monaco,  il 
quale  portava  scritto  nel  piedistallo:  Dove  io  guardo, 
è  il  tesoro,  e  guardava  in  giù;  dopo  che  molti  tenta- 
rono la  fortuna,  scavando  invano  tutto  il  suolo  attor- 
no, un  contadino,  ispirato  dalla  fuggevole  dea,  die  un 
colpo  di  zappa  sul  ventre  del  monaco,  e  di  là  vide  ca- 
dere ai  suoi  piedi  il  sospirato  tesoro  »  (Augusta)  3. 

36.  La  Grotta  della  Capra  d'oro  (Riassunto). 

«  Sulla  cima  di  una  montagna  presso  l'Irminio  Ber- 
nardo Cabrerà  seppellì  una  capra  d'oro,  e  da  essa 
prende  nome  la  montagna  e  la  grotta  ove  fu  sepolta 
la  capra.  Ora  per  romperne  l'incanto  è  necessario  che 
nella  notte  di  Natale  tre  preti  di  tre  comuni  diversi, 
che  abbiano  lo  stesso  numero  di  anni,  e  lo  stesso  nome 
battesimale,  si  trovino,  senza  scambievole  intesa,  in 
quella  grotta  al  primo  canto  del  gallo,  e  quivi  scan- 
nino un  becco,  e  ciascun  di  loro  beva  tre  gocce  di  san- 


Raccontata,  insieme  con  la  precedente,  da  Antonino  Tortorici. 

Nel  territorio  di  Augusta. 

Sfb.  Salomone,   Augusta  illustrata   p.   130.   Catania,   1876. 


434  CAPITOLO  II. 

gue:   e  allora  la  capra  sorgerà  di  sotto  terra  belando  »  i 
(Modica). 

37.  L'Ebreo  della  Grotta  dei  Fondacazzi  (Riassunto)  2. 

In  ogni  giovedì  di  Marzo,  a  mezzanotte  precisa,  dalla 
grotta  dei  Fondacazzi  si  vede  uscire  una  stranissima 
processione.  Otto  o  più  Mercanti  coi  berretti  rossi,  di 
statura  corta  e  tarchiata,  di  barba  lunga  e  nesissima, 
portano  un  cataletto  su  cui  giace  un  morto;  e  la  pro- 
cessione è  debolmente  rischiarata  da  nere  e  smilze  can- 
dele. I  Mercanti  gittano  urli  lamentevoli;  e  allora  chi 
per  caso  si  trova  a  vedere  quella  scena,  dovrà  di  botto 
gridare  :  —  «  Lasciate  che  lo  pianga  io  solo  !  »  Se  grida 
così,  spariranno  il  morto  e  i  Mercanti,  e  la  grotta  apri- 
rà il  tesoro  incantato  dall'Ebreo    (Chiaramonte)  3. 

38.  I  Cento  Pozzi  (Riassunto). 

In  Ragusa  nel  predio  dei  Cento  Pozzi,  (denominato 
in  tal  modo  perchè  in  un  paio  di  jugeri  di  terreno  ci 
sono  moltissime  escavazioni  profonde),  corre  questa 
leggenda.    In   uno    di   quei   pozzi,   scavati    al   solito    dai 


1  Guastella,  Canti,  p.  CXII. 

3  Questa  grotta  è  quasi  a  mezzo  miglio  da  Chiaramonte,  sulla  via 
che  da  questa  mena  al  Santuario  di  Gulfì. 

3  La    medesima    tradizione    il    Guastella    inserì    ne'    suoi    Canti, 
p.  CXII. 

Su   questo   Ebreo  corre  una  leggenda  che  a  poco   a  poco    si   v 
dimenticando.  Vedi   Fiabe  e  Leggende,  n.   CLX. 


I    TESORI  435 

diavoli,  fu  sotterrata  un'ampollina,  piena  di  acqua  del 
paradiso  terrestre;  e  chi  avesse  la  fortuna  di  berne 
una  sola  goccia,  diverrebbe  immortale,  come  Adamo 
prima    di   mangiare    il    pomo    vietato    (Ragusa)  h 

39.  Il  Tesoro  della  chiesa  di  S.  Margherita  (Riassunto)2. 

Questo  tesoro  è  un  diamante  grosso  quanto  un'aran- 
cia, che  non  ha  il  simile  nel  mondo;  e  spuntò  fuori 
del  pavimento  quando  S.  Margherita  salvò  dal  colubro 
la  fanciulla  che  stava  per  essere  divorata  da  esso,  e  che 
raccomandandosi  alla  Santa  restò  libera.  Sa.  Margherita 
prima  di  salirsene  in  cielo  incantò  il  diamante,  e  non 
può  trovarlo  se  non  colui  il  quale  faccia  a  piedi  scalzi 
ti  pellegrinaggio  ai  Luoghi  Santi,  e  tre  giorni  e  tre 
notti  resti  digiuno  e  pianga  sopra  il  Monte  Calvario. 
Provato  il  diamante  lo  porterà  al  Granturco,  a  con- 
lizione  che  il  Granturco  restituisca  Gerusalemme  ai 
Cristiani   (Chiaramonte)  3. 

40.  Il  Tesoro  di  Sq.  Lena  (Riassunto). 

Il  tesoro  di  Sant'Elena,  nel  territorio  di  Chiara- 
nonte,  non  potrà  esser  disincantato  o  trovato  mai; 
|na  si  aprirà  da  se  quando  un  uomo  di  santa  vita  po- 
erà  per  caso  il  piede  sul  macigno  nel  quale  è  inca- 
pata una   stanza   che   lo   contiene    (Chiaramonte). 

1  Guastella,  Canti,  p.   CXIII.  Cfr.  Fiabe  e  Leggende,  n.  CVIII. 

2  Chiesetta   campestre   nel   territorio   di    Chiaramonte. 

3  Fiabe  e  Leggende,  n.  CXI. 


436  CAPITOLO  II. 


41.  Cava  di  S.a  Lena   (Riassunto)  1. 

In  questa  Cava  esiste  un  gran  tesoro,  forse  il  piì 
gran  tesoro  del  mondo:  un  gregge  di  pecore  tutte  d'oro 
Si  può  aprire  il  solo  Venerdì  Santo  uccidendovi  soprs 
un  uomo   (Chiaramonte) . 


42.  La  Chiesa  di  Scrofani  (Riassunto). 

Per  rendersi  padroni  del  tesoro  di  questa  chiesa  ne 
territorio  di  Modica  bisogna  uccidere  un  fanciullo  che 
abbia  nome  Clemente,  e  deve  ucciderlo  la  sua  madrinj 
e  mangiarne  il  fegato  sul  posto   (Chiaramonte)  2 

3  Questa  Cava  di  Sant'Elena  è  in  Monterosso,  a  6  miglia  da  Ghia 
ramonte,  nella   Contea  di  Modica. 

2  Alcuni  mesi  fa  —  mi  scriveva  il  Guastella  —  ci  fu  un  processe 
in  Modica  appunto  su  questo  fatto.  Una  donnaccia,  che  avea  i 
figlioccio  un  fanciullino  di  due  anni  chiamato  Clemente,  se  Iv 
portò  all'insaputa  della  madre,  e  accompagnata  da  un'altra  don 
naccia,  penetrate  in  chiesa,  sulla  lastra  che  nasconde,  a  detta  de 
popolo,  il  tesoro,  uccisero  il  bambinello,  e  gli  strapparono  il  fc 
gato;  ma  non  potendo  mangiarlo  crudo  com'era,  ne  vomitarono 
un  poco,  e  il  tesoro  non  potè  aprirsi. 

Nella  Grotta  del  Diavolo  in  Corsica  esiste  un  tesoro  che  può  disili 
cantarsi  uccidendo  un  bambino,  pestandone  il  cuore  e  mangiali 
dolo.  Vedi  Ortoli,  Contes  pop.  de  Vile  de  Corse,  pars  II,  §  IV 
n.  II:  Le  trésor  du  Comte  Renaldo.  Sulla  cava  di  Mollarova  il 
Serra-Pedace  (Calabria)  corre  una  credenza  simile.  Cfr.  Dors* 
p.  24;  ed  un'altra  negli  Abruzzi  pel  tempio  di  S.  Giovanni  in  Ve 
nere,  tenimento  di  Fossaceria.  Cfr.  Finamore,   Tesori,  n.  IV. 


I    TESORI  437 


43.  La  Grotta  di  Mangione  (Riassunto)  1. 

Questo  tesoro  è  guardato  dalla  «  Vecchia  di  li  fusa  », 
una  vecchia  che  fila  sempre.  Chi  vuol  disincantarlo 
bisogna  che  sorprenda  questa  vecchia,  le  tolga  di  mano 
la  conocchia  col  fuso  senza  darle  agio  di  rompere  il 
filo.  E  però  è  necessario  che  le  si  slanci  addosso  di 
botto,  altrimenti  ei  ne  morrà  (Chiaramonte)  2. 

44.  Cala  Farina  (Riassunto). 

Nella  caverna  di  Cala  Farina  nell'ex-feudo  S.  Loren- 
zo (territorio  di  Noto)  c'è  un  tesoro  seppellito  dalla  fi- 
glia di  Giorgio  Maniaci  (Manioki),  che,  per  non  farlo 
prendere  a  nessuno,  lo  incantò  con  un  anello  che  gettò 
a  mare.  Quest'anello  fu  inghiottito  da  un  grosso  cefalo, 
il  quale  non  muore  mai,  perchè  si  ciba  di  certi  frutti 
marini  che  si  trovano  nelle  caverne  interne  dei  nostri 
mari,  ed  i  cui  succhi  al  contatto  della  gemma  preziosa 
dell'anello  danaio  la  vita  per  sempre.  Il  pesce  mangian- 
do  di   quei  frutti  non  si  lascia  prendere  da  nessuno. 

A  disincantare  dunque  il  tesoro  di  Cala  Farina  oc- 
corre  andare  in  cerca   di   quel  frutto,  che  ha  una  for- 

1  La  Grutta  di  Manciuni. 
«  Nella  Grotta  del  Mangione,  in  quel  di  Scicli,  sotto  un  legno 
quasi  fossilizzato,  c'è  un  immenso  deposito  di  perle,  diamanti  e  di 
petri  calamiti,  ma  son  guardate  dalla  vecchia  di  li  fusa,  e  ove 
s'ignori  la  forinola  per  aprire  il  luogo  incantato,  pria  che  si  arrivi 
al  tesoro  la  grotta  salterà  in  aria  come  una  bomba  ».  Guastella, 
Canti,  p.  CXIII. 


438  CAPITOLO  II. 

ma,  un  colore,  un  sapore  particolare;  presolo,  attac- 
carlo all'amo,  e  questo  accostarlo  quanto  più  alla  bocca 
della  caverna,  dove  il  pesce  va  sempre;  pescarlo  e  ca* 
varne  fuori  l'anello;  ricuperato  il  quale,  il  tesoro  è  pre- 
sto disincantato. 

Finche  non  si  cavino  fuori  i  tesori  di  Cala  Farina  la 
Sicilia   sarà   povera    (Rosolini)  1. 


45.  Cala  Farina  (Testo). 

Cala  Farina  era  ministru  di  'nu  re  chiamata  Verva-< 
longa,  ca  lu  mannau  'nta  la  Sicilia  pi  Re.  Iddu  pinsair 
a  fàrisi  riccu  spugghiànnuni.  *U  sappi  lu  re  e  cum- 
minau  di  mannàricci  a  so  mugghieri,  comu  si  fussi  vi- 
duva,  pi  dìricci  ca  lu  re  era  muortu  e  vinìa  pi  spu- 
sarisillu.  Accussì  fici.  Cala  Farina  ci  critti,  ma  pi  cau- 
tela ci  dissi  a  so  figghia  :  —  «  Figghia  mia,  se  quannu 
viennu  li  banneri  sunu  nìuri,  signu  ca  sugnu  vivu,  se 
sunu  di  culuri,  voli  diri  ca  sugnu  muortu.  Tu,  comu 
vidi  vèniri  li  banneri  di  culuri,  ti  spari  supra  tutti  li 
beni  ».  Cala  Farina  comu  arrivau,  lu  re  lu  ammazzau  t 
ghìu  a  pigghiàrisi  li  so'  beni  cu  li  banneri  di  culuri;  se 
figghia,  comu  li  vitti,  si  sparau.  E  accussì  li  dinari  ar- 
ristaru  'ncantisimati.  Se  si  sapìssinu  li  paroli  ca  dissi 
la  figghia  quannu  si  sparau,  sti  dinari  si  pigghiassim 
(Avola). 

1  Vedi  Maltese,  Cala  Farina.  Racconto  popolare,  p.  30  e  p.  1 
Firenze  1875. 


I    TESORI  439 


46.  Munti  d'oru  (Testo)  1. 

C'era  un  re  c'havia  'na  figghia.  Stu  re  fu  pigghiatu 
priciunieri;  prima  di  pàrtiri,  ci  dissi  a  so  figghia:  — 
«  Tu,  quannu  vidi  ca  nun  viènnu  li  nostri  bastimienti, 
ti  divi  sp arari  supra  stu  dinaru  ».  La  figghia  accussì  fici, 
e  arristau  ddà  'ncantisimata.  Si  arriccunta  ca  'na  vota 
ci  jeru  a  pigghiari  stu  tisoru.  Arrivannu,  tuoculiaru  la 
rutta,  e  la  picciotta  'ncantisimata  ci  arrispusi  :  —  «  Cu' 
é?  »  —  «  Ni  ci  manna  vuostru  fratellu  »,  ci  arrispusiru 
chiddi.  —  «  Chi  boli  me  fratellu  »  —  «  Voli  'i  dinari  » 
—  «Chi  boli,  argentu,  ora,  ramu?  »  —  «Voli  oru,  ar- 
gentai e  ramu  ».  —  «  Comu  lu  voli  misuratu,  ci  dissi  id- 
da,  eu  tùmminu,  munnìu,  couppu?  »  A  stu  mumentu, 
unii  di  chiddi  si  scantau  e  dissi  :  «  Maria  Santissima  !  » 
Comu  (dissi  accussì,  si  truvaru  tutti  sparpagghiati  di 
oca  e  di  ddà,  e  s'arricòsiru  duoppu  uottu  jorna  a  li  casi. 

Si  arriccunta  ca  'n'  àutra  vota  'na  fimmina  vitti  'nta 
issi  parti  'na  ciocca  cu  li  puddicini  d'ora;  nun  li  potfi 
pigghiari  e   arristau  bobba    {Avola). 

47.  Re  Falari    (Testo). 

A  Cciusi  di  Carni 2  c'è  'na  travatura  cu  lu  re  Fa- 
ari    'incantisimatu.    Si    arriccunta    ca    'na    vota    'na   fim- 

Monte  d'oro,  uno  dei  monti  iblei,  detto  così  forse  o  pel  tesoro 
che  si  crede  abbia  nelle  sue  viscere,  o  perchè  guardando  a  levante, 
è  indorato  lungamente  dai  raggi  del  sole. 

Chiuse  di  Carlo,  in  quel  di  Avola. 


440  CAPITOLO  II. 

mina  ci  iju  cu  dui  so'  figghi  picciriddi.  Arrivannu  6 
j  ardimi,  eh' è  ddà  bicinu,  ci  'scieru  quattru  cani,  e  si 
vulievunu  mangiari  'u  picciriddu.  Cciuna  ddà 1  ci  ha 
'sciutu  unu  a  la  greca,  vistitu  cu  'n  trubbanti  russu,  e> 
avia  'nu  ghiòmmiru  'nta  li  manu,  e  l'avia  stinnutu  'nta 
la  ristuccia.  Comu  lu  vitti,  si  scantau  e  muriu  cu  li  so' 
figghi.  Se  avissi  affirratu  ddu  filu,  si  avissi  pigghiatu 
ddu  trisoru  ».  N'àutra  vota  c'iju  n'àutra  fimmina,  lu 
vitti  e  si  ni  turnau  addubbata  di  lignati 2.  La  sorti  'un 
era  pr'idda   (Avola). 

48.  Funtani  bianchi  (Testo)3. 

Si  dici  ca  a  Funtani  bianchi  c'è  'na  truvatura,  e  di- 
nari ci  n'è  'n  utri  di  tàuru.  'Na  vota  vinni  ina  grecu; 
e  a  la  massàra  ci  desi  'na  cannila,  ca,  addumànnula, 
putia  tràsiri  'nta  la  'rutta;  ma  ci  dissi  a  la  massàra:  — 
«  Abbadati,  quannu  finisci  la  cannila,  a  niscitirinni  cur- 
riennu;  si  no,  arristati  ddà  dintra  ».  La  massàra  ci  fici 
calari  a  so  figghia  e  pigghiau  dinari;  ma  'na  vota,  men- 
tri la  piociotta  era  ddà  dintra,  finiu  la  cannila,  ci  ciu- 
diù  la  'rutta  e  idda  arristau  ddà  dintra.  (Avola). 

49.  'U  cuozzu  'v  Scavu  (Testo)4. 

'Nta  ssu  cuozzu  c'è  lu  Scavu  cu  la  Scava,  ca  si  fan- 

1  Più  in  là. 

"  Lo  vide  e  se  ne  tornò  indietro  bastonata  perbene. 

3  Fontane   bianche,   tonnara   in  quel  di   Avola. 

4  II  colle  dello  Schiavo  nell'ex-feudo  Renna  in  quel  di  Noto. 


I    TESORI  441 

nu  ogni  notti  la  passiata.  Stu  Scavu  era  un  gran  latru, 
ca  abbitava  da  ssu  cuozzu,  e  si  dici. 

^      A  Tatatàusu1  abbìtinu  li  canazzi, 
Nesci  la    cumpagnia    di   li    surci. 
Cu'  passa  'i  Renna 2  e  min  è  rubati!  ! 
0  'u  Scavu  'un  c'è  o  punì  è  malatu 3. 

Arristau  ddà  'ncantisimatu  'nta  li  dinari.  'Na  vota,  a 
tiempu  di  messa,  tri  figghi  c'un  patri  si  cunzaru  la  ten- 
na  ddà  unni  passa  iddu  la  notti.  'Nta  la  notti  fuoru 
tutti  addubbati  di  lignati    (Avola). 


50.   'Nta  l'uortu  di  li  Rumani  (Testo)4. 

'Nta  l'uortu  di  li  Rumani  c'è  'na  ghiebbia 5  antica, 
unni  su'  vurricati  deci  varrìla  di  dinari.  'Na  vota  c'è- 
runu  dui  picciriddi  ca  li  jèvunu  a  pigghiari  e  avièvunu 
pigghiatu  du'  pezzi G.  Ci  spijau  'na  suoru  sua  e  ci  dis- 
simi: —  «  L'àmu  pigghiatu  'nta  l'uortu  di  li  Rumani». 
— «  Jitici  »,  ci  dissi  idda.  Iddi  ci  jeru  e  truvaru  dudici 
jatti  ca  M  assicutaru  e  li  sta  vanii  sbramannu.  Se  'un  lu 
dicièvunu  a   so  suoni,  li   dinari  erinu   d'iddi    (Avola)  7. 


1  Ex-feudo   in   quel  di   Noto. 

2  Renna,   ex-feudo   in   quel   di   Noto. 

3  Cfr.  Prov.  sic,  v.  Ili,  p.  141. 

4  Nell'orto   della  famiglia  dei  Romani  d'Avola. 

5  Fonte.  Così  il  Di  Martino. 
G  Due  pezzi  da  dodici  tari. 

7  I  nn.  45-50  furono  raccontati  da  Letterio  Duco  e  raccolti  e 
pubblicati  dal  prof.  Mattia  Di  Martino,  ne\V Archìvio  delle  trad. 
pop.  v.  IV,  pp.  96-98.  Il  n.  51  è  inedito. 


442  CAPITOLO  II. 


51.  Dabrieri  S.  Giuvanni  (Testo)  \ 

C'è  'u  'ncantesimu.  'Na  vota  'na  fimmina  di  notti 
'ntisi  abbajari  'u  cani  damiera  'a  porta.  '  Rapiu  'a  porta 
e  bitti  un  munzieddu  di  piezzi  'i  dudici,  e  unii  tisu  tisu 
ca  li  vardava.  Idda  s'abbicinau  pi  pigghiari  li  dinari; 
iddu  etta  un  sàutu  e  si  ci  misi  davanti.  Idda  jittau  'na 
vuci:  «Madonna  Santissima!...»  e  si  ciudiu  dintra.  La 
sorti  era  do  cani;  se  idda  ci  jia  e'  'u  cani,  li  dinari  erinu 
suoi   (Avola) . 


52.  Tesoro  nella  Contea  di  Modica  (Riassunto)2. 

Chi  vuole  impossessarsi  di  un  tesoro,  in  certi  luoghi 
deve  spogliarsi  nudo  affatto,  sdraiarsi  sul  posto,  boc- 
coni, accendere  intorno  al  tesoro  tre  candele  di  tene- 
bre 3,  tenere  nell'una  mano  un  sorcio  morto,  e  nell'altra 
uno  scorsone  anche  morto,  e  di  tanto  in  tanto  imitare 
il  canto  del  gallo,  e  recitare  uno  scongiuro,  difficile  a 
conoscersi  da  noi  profani.  E  ove  resti  immobile  per 
tre  ore,  dalle  undici  di  sera  alle  due  del  mattino,  senza 
spaventarsi  dei  rumori  e  delle  apparizioni,  il  tesoro 
sarà  suo   (Modica). 


1  Dietro  la   chiesa  di  S.  Giovanni  in  Avola. 
"  Questo  ed  il  seguente  titolo  sono  miei. 
3  Così  dette  sono  le  candele  di  cera  che  s'accendono  nelle  chiese 
il  Mercoledì,   il   Giovedì,   il  Venerdì   Santo. 


I    TESORI  443 


53.  Altri  due  tesori  nella  Contea   (Riassunto). 

Un  modo  di  aprire  il  tesoro .  è  di  schiacciare  sulla 
lastra  che  lo  nasconde  tre  pidocchi  tratti  dal  petto  di 
chi  vuol  farsi  possessore  della  ricchezza  nascosta;  ma  se 
si  conosce  il  modo  di  aprire  il  tesoro,  non  si  conosce 
il   luogo    ove    quell'operazione   possa   riuscire    (Modica). 

Altro  modo  di  metter  fuori  un  tesoro  è  quello  ado- 
perato da  qualche  donna,  di  far  cuocere,  cioè,  sotto 
la  sua  gonnella  entro  un  caldanino  pieno  di  carbone 
acceso  un  pipistrello,  e  di  mangiarselo  intiero  e  non 
isventrato   {Modica)  1. 


54.  Cammarana   (Riassunto). 

In  qualche  comune  della  provincia  di  Siracusa  corre 
la  credenza  che  lungo  il  corso  del  fiume  Cammarana, 
presso  Scogli tti  sia  nascosto  ed  incantato  un  tesoro,  il 
quale  non  potrà  esser  disincantato  se  non  la  notte 
dal  14  al  15  agosto  da  un  uomo  ammogliato  che  non 
si  sia  pentito  del  matrimonio;  onde  il  proverbio: 

Cui    si    marita   e   nun   si   penti 
Pigghia  la  truvatura   di   Cammarana. 

I  Turchi  una  volta  distrutta  una  chiesa  Ir  presso,  get- 
tarono a  mare  una  statua  della  Madonna,  e  con  essa  le 
campane.  Ogni   anno,  nella  notte  che   precede  la  festa, 


1  Queste  ultime  tre  comunicazioni  sono  del  Guastella. 


444  CAPITOLO  II. 

si  sente  colà  un  gran  rumore  e  suono  cupo  di  campane, 
di  ori  e  di  argenti  (Pozzallo)  1. 

55.   'Nna  truvatura  di  Francufonti   (Testo). 

'Nta  un  casalinu  cc'è  'nna  truvatura  chi  pi  sbancalla 
cci  voli  un  gran  curaggiu.  Unu  s'havi  a  mettiri  nudu, 
e  mentri  si  leggi  lu  libbra  di  la  magarla,  nesci  un  sirpenti, 
ccu  'nna  chiavi  'mmucca;  stu  sirpenti  cci  acchiana  di  su- 
pra  sima  'mmucca  e  cci  proj  dda  chiavi,  e  chiddu  ccu 
sta  chiavi  va  a  grapi  la  balata  di  la  truvatura.  Si  chiddu 
perdi  lu  curaggiu,  e  chiama  a  quarchi  santu,  addiu  tru- 
vatura ! 

Ora  'nna  vota  unu  si  sunnau  ca  nna  stu  casalinu  cc'era 
sta  truvatura,  e  propriu  supra  'a  balata  cc'era  un  libbra, 
ca  cci  dicia  soccu  avia  a  fari  pi  pigghiari  'i  dinari;  ma 
cci  avia  a  jiri  ccu  'n'àutri  cincu  pirsuni.  Eccu  ca  lu 
'nnumani  s'appatta  cu  cincu  amici,  e  a  menzannotti  'n 
puntu  si  partera  p'  'u  casalinu  Arrivati  ddà,  travara  'u 
libbru.  Fìcira  li  p olisi,  e  chiddu  chi  niscìu  si  misi  'nta 
lu  menzu  di  la  càmmara,  e  l'àutri  quattru  unu  pi  àn- 
gulu.  Chiddu  d'  'u  menzu  cuminciau  a  leggiri  lu  libbru. 
Liggennu  liggennu,  lu  libbru  dicia  soccu  avia  a  succediri. 

1  Spettacoli  e  Feste,  p.  363;  Prov.  sic,  v  .II,  pp.  73-74. 

Tra  le  Leggende  pop.  sorrentine  di  G.  Canzano-Avarna,  n.  VI: 
La  Campana  del  Capo  Campanella,  a  p.  77  si  legge:  «Una  pie- 
tosa tradizione  accerta  che  per  moltissimi  anni  quella  campana  nel 
giorno  medesimo  che  la  Chiesa  solennizza  la  festa  di  S  .Antonio,  fa- 
ceva sentire  i  suoi  rintocchi  a  distesa  dal  fondo  del  mare,  e  le  de- 
vote popolazioni  giulive  accorrevano  per  udire  le  campana  del  Capo 
Campanella. 


I    TESORT  445 

Comu  difatti,  a  menzu  libbru,  (lu  libbru)  dicìa  ca  avia 
a  nèsciri  un  sirpenti,  ccu  'nna  chiavi  'mmucca,  avia  a 
furriari  'u  casalinu  pi  fari  scantari  a  l'omini,  poi  si 
'ntrucciuniava  nna  chiddu  d'  'u  menzu,  e  cci  avia  a 
pròjiri  la  chiavi  'mmucca;  si  iddu  si  spagnava,  e  chia- 
mava a  li  santi,  era  persu. 

Di  fatti  nisciu  lu  sirpenti,  furriau  ppì  lu  casalinu, 
poi  si  'ntruociuniau  a  chiddu  d'  'u  menzu  e  ccu  'a  so 
propria  vucca  cci  pruìju  'a  chiavi.  Ma  chiddu  d'  'u 
menzu,  d'  'u  spaventu  nun  cci  potti  stari,  e  dissi:  «  Maria 
di  lu  Càrminu!....  e  ddocu  tutti  scapparu,  e  finìu  'a 
truvatura    (Francofonte)  1. 

56.  La  Madonna  della  Nunziata  (Riassunto). 

È  una  chiesa  poco  lungi  dal  paese  di  Francofonte.  Un 
30  passi  di  là  dalla  chiesa,  vi  è  una  salita  con  12  gradini 
larghi  e  bassi.  Sotto  di  essa  scala  è  un  tesoro  il  quale 
può  disincantarsi  da  chi  per  12  volte  salga  e  scenda 
di  seguito,  senza  fermarsi  mai,  quei  gradini  a  pedi  'ncuc- 
chij  (a  piedi  giunti).  Alla  dodicesima  volta  si  apre  una 
lastra  (balata)  di  sotto,  non  visibile,  e  ne  vien  fuori  la 
trovatura,  che  solo  il  fortunato  potrà  prendere  (Fran- 
cofonte). 


3  Raccontata  da  Enrico  Mineo.  Cfr.  con  la  21a. 

Come  appare  dal  presente  racconto  questo  tesoro  è  vagamente 
descritto  e  non  localizzato.  Di  molto  che  c'è  da  sospettare  che  la  cre- 
denza sia  da  riferire  ad  altri  luoghi  fuori  il  territorio  di  Franco- 
fonte. 


446  CAPITOLO  IL 


57.  La  Grotta  dell'Inferno  (Riassunto). 

Attorno  a  questa  grotta,  nel  territorio  di  Castrogio- 
vanni,  è  una  immensa  pianura,  dove  «  vuole  la  tradi- 
zione anche  a'  dì  nostri,  che  in  ogni  sette  anni  abbia  luogo 
la  misteriosa  fiera,  di  che  tanto  si  parla  e  si  teme  da' 
foresi  della  montagna.  È  la  fiera  delle  fate,  e  succede 
verso  la  mezzanotte.  Allora  gli  spiriti  folletti  ballano 
sulle  cime  degli  alberi,  traversano  i  campi  a  cavallo 
sopra  i  neri  nuvoloni,  mentre  che  i  battaglioni  delle  lamie 
imbandiscono  deschi  sanguinosi  colle  membra  de'  bam- 
bini Non  vi  ha  allora  né  grotta,  né  collina,  che  non  abbia 
la  sua  festa;  e  dovunque  s'alzano  trabacche  e  padiglioni, 
in  cui  si  espongono  all'incanto  e  armi  invulnerabili  e 
fucili  incantati,  e  vitelli  d'oro  e  d'argento.  Le  villanelle 
in  quella  notte  fatale  serrano  le  porte  stringendo  al  seno 
i  figlioletti  per  timore  di  qualche  sinistro,  e  guai  a  quel 
forese,  e  sia  forte  quanto  un  leone,  che  si  avventuri  in 
quei  luoghi  all'ora  quando  l'atmosfera  è  ripiena  di  es- 
seri soprannaturali  ». 

58.  Monte  Scuderi    (Versione)  \ 

Munti  è  detto  in  Messina  il  Monte  Scuderi,  ov'è  oro 
e  tesori  sterminati.  Esso   comunica   con  la  fiumara  del 

1  II  Monte  Scuderi  o  Spraveri  è  un  colle  che  sollevasi  di  sopra 
i  Nettunii,  i  quali  stendonsi  con  una  lunga  giogaia  fra  Messina  e 
Taormina,  da  settentrione  ad  oriente. 

Una  leggenda  su  di  esso  è  nelle  mie  Fiabe  e  Leggende,  n.  CHI. 


I    TESORI  447 

lago  di  Lentini,  ed  è  davvero  una  forte  trovatura,  che  ci 
vuole  del  bello  e  del  buono  per  poterla  spegnare,  es- 
sendovi incantato  il  demonio.  Il  Granturco  domanda  allo 
spesso:  «Si  spignau  la  truvatura  di  Munti  Scuderi?  » 
—  «  No  »  —  «  Povira  Missina!  »  E  quando  sarà  presa 
questa  trovatura  si  subisserà  S.  Alessi:  il  che  è  scritto 
dentro  la  trovatura,  appena  si  entra. 

|  Potrà  prendere  questa  trovatura  un  uomo  che  dopo 
un  certo  tempo  che  ha  preso  moglie  non  si  sarà  pentito 
d'averlo  fatto;  e  perciò  si  dice: 

Cui  si  marita  e  non  si  penti, 
Pigghia  'a  truvatura  ó  Munti. 

Chi  vi  penetra  dentro  e  in  un  modo  qualunque  ne 
prende  dell'oro,  non  può  più  uscirne.  Un  cacciatore  portò 
della  pasta  per  darne  da  mangiare  al  suo  cane  entro  la 
fenditura  del  monte  mescolandola  con  la  terra  (oro)  del 
monte. 

Essendo  il  cane  affamato,  il  cacciatore  gli  die  la  pasta, 
che  quello  trangugiò;  ma  il  cacciatore  fece  i  conti  senza 
l'oste,  perchè  volendo  uscire,  noi  potè  più,  e  solo  vi 
riuscì  quando  il  cane  ebbe  evacuato  tutto:  ed  il  cac- 
ciatore se  ne  tornò  con  le  tasche  vuote  (Messina)  K 

59.  La  trovatura  di  Belmonte  (Versione)2. 

A  Belmonte  c'è  una  trovatura,  per  prender  la  quale 
bisogna  fare  le   seguenti  cose: 

Si  fila  del  lino,  si  tesse,  s'imbianca  bollendolo  al  fuoco 

3  La  truvatura  di  Beddumunti.  Cfr.  Fiabe  e  Leggende,  n.  GII. 
2  Kaccontata   da  Maria  Scoglio. 


448  CAPITOLO  II. 

e  mettendolo  al  sole;  indi  se  ne  taglia  una  salvietta,  la 
si  cuce,  e  si  porta  lassù  a  Belmonte;  tutto  nel  medesimo 
giorno,  sotto  lo  stesso  sole.  Giunti  sul  posto,  la  si  stende 
e  vi  si  mangia  sopra.  Se  il  tempo  (del  resto  insufficiente) 
basta,  durante  il  desinare  apresi  il  terreno,  e  si  scopre 
l'immenso  tesoro,  tenuto  dai  demoni. 

Una  donna  riuscì  una  volta  a  finire  questa  salvietta, 
ma  il  tempo  non  le  bastò  per  la  bollitura;  né  essa  ne 
fece  caso,  perchè,  sbrigatasi,  al  più  presto  possibile  fu 
a  Belmonte;  ma  giunta  colà,  i  diavoli  le  dissero  a  coro: 

"A  facistì  e  non  la  sapisti  fari: 

D'  unni  vinisti  ti  imi  pòi  annari. 

Ed  ella  tornò  con  un  palmo  di  naso.  (Santa  Lucia  di 
Mela)  \ 

60.   Lia  pietra  del  Mircante  (Riassunto). 

Un  tesoro  incantato  è  nella  petra  di  hi  mircanti,  scoglio 
sulla  marina  di  S.  Gregorio,  ai  Bagnoli,  presso  Naso, 
dove  il  mare  s'interna  nella  terra  per  fare  una  specie 
di  semicerchio. 

Per  prender  questo  tesoro  è  necessario  che  un  uomo 
mangi  il  cuore  di  un  asino  ammazzato  di  fresco,  faccia 
lume  con  candele  di  sego  di  pesce,  e  ripeta  certe  pa- 
role che  nessuno  sa.  Non  vi  mancano  i  soliti  maghi  con 
gli  spiriti  e  le  malombre   {Naso)  2. 

Sulla  medesima  pietra  il  Mongitore  l'a.  1743  lasciò 
scritto: 

3  Raccontata  da  Sara  Barbiera  da  Messina. 

"  Comunicazione  del  prof.  G.  Crimi-Lo  Giudice. 


I    TESORI  449 

«  Nella  marina  di  Naso,  detta  di  S.  Gregorio,  si  vede 
ina  gran  mole  di  pietra  cavernosa,  che  chiamano  la 
pietra  del  mercadante  :  nome  agili  avidi  ed  al  volgo, 
ii  gran  figura;  stimando  ivi  ascosi  immensi  tesori.  Vi 
sono  state  persone  venute  da  lontani  paesi  per  farne 
a  ricerca,  ma  invano.  Il  Demonio  per  deludere  i  cer- 
jatesori  ha  fatto  a  costoro  delle  burle.  Fra  gli  altri  si 
ìarra  di  uno,  che  entrato  nella  grotta  in  traccia  di  un 
coniglio,  vide  monti  di  moneta  in  guardia  di  un  gi- 
gante, ed  allettato  dall'oro,  ne  pigliò  quanto  volle:  ma 
ìon  potè  mai  trovar  la  bocca  dell'uscita,  se  prima  non 
leponesse  quanto  avea  pigliato.  Ma  una  furiosa  tem- 
)esta  di  mare  arenò,  ed  affatto  chiuse  l'aperture  della 
erotta;  tanto  che  non  può  indovinarsi  ove  sia,  e  nul- 
adimeno  non  cessa  il  Demonio  di  lusingar  la  gente  cre- 
dula, facendo  ivi  all'intorno  comparire  lumi  insoliti  e 
;igantesche  larve  »  \ 

61.  La  Trovatura  del  Soccorso  (Versione). 

Una  tradizione  antichissima  dice,  che  sotto  una  grossa 
ùetra,  che  si  trova  nel  mezzo  di  questa  chiesa  (fuori 
Wta  Marchesana)  ora  distrutta  vi  è  un  tesoro  incantato. 

Questo  tesoro  fu  sempre  proverbiale  presso  di  noi,  e 
[uttora  non  è  individuo  cui  si  chieggan  danari,  che  in 
n  modo  o  in  un  altro  non  faccia  entrare  nella  rispo- 
ta  la  trovatura  del  Soccorso.  È  fama  che  l'Imperatore 
i  Costantinopoli,  9U  Granturcu,  ogni  volta  che  gli  ca- 

1  Moncitore,  Della  Sicilia  riercata,  v.  II,  p.  309. 


29. 


450  CAPITOLO  II. 

pitasse  un  N  asitano,  gli  domandasse  se  era  stata  presa 
la  trovatura  del  Soccorso.  E,  alla  negativa,  soleva  ri- 
spondere, che  la  Sicilia  sarà  sempre  povera,  sino  a  che 
non  sia  preso  quel  tesoro  incantato.  —  Il  quale  consiste 
in  una  gran  quatità  di  caldaje  piene  di  monete  d'oro 
e  d'argento,  e  c'è  sopra  una  chioccia  con  21  pulcini  tutti 
d'oro  massiccio.  —  Dicono  anche  che  c'è  condannato 
a  custodirlo  uno  schiavo,  il  quale  porta  sulla  testa  un 
elmo  di  smisurata  grandezza,  ha  la  barba  tutta  bianca 
ed  è  vestito  d'una  tunica  rossa.  —  Molti  danno  ad  in- 
tendere d'aver  visto  qualche  volta  questo  schiavo,  lungo 
la  notte,  aggirarsi  su  quelle  macerie,  insieme  ad  un 
fantasma  bianco.  Cert'altri  asseriscono  d'aver  osservato 
di  quando  in  quando,  in  mezzo  a  quei  ruderi,  ruzzolare 
qualche  cosa  simile  ad  un  otre,  che  poi  ha  preso  la 
figura  d'un  gatto  spaventevole,  o  quella  d'un  grosso  mon- 
tone, tutto  nero.  Ci  sono  poi  di  quelli,  i  quali  giurano 
che  di  tanto  in  tanto  si  vede  un  martello  che  picchiai 
forte  sulla  pietra,  sotto  la  quale  è  seppellito  il  tesoro, 
senza  che  almeno  lo  tocchi.  Però  è  cosa  ben  difficile 
che  quel  tesoro  si  prenda,  poiché  i  fattucchieri  senten- 
ziano, che  a  rompere  quello  incantesimo  è  necessario 
che  una  donna,  in  una  sola  notte,  fili,  tessa,  biancheggi 
e  cucia  una  fascia  da  bambini. 

È  tradizione  che  molte  si  sieno  provate  di  farlo,  ma 
che  a  nessuna  sia  stato  possibile,  tranne  che  ad  una 
vecchia,  la  quale,  colFaiuto  del  diavolo  vi  riuscì,  e  pre- 
sentatasi allo  schiavo  ebbe  senz'altro  consegnata  una  por- 
zione del  tesoro.  E  messala  in  un  sacco,  se  la  stava  por- 
tando a  casa;  ma  quando  fu  sulla  strada,  ricordandosi 


I    TESORI  451 

che  aveva  dimenticato  il  fuso,  volle  ritornare  per  pren- 
derlo, e  lo  schiavo,  indegnato  di  tanta  spilorceria,  le  diede 
legnate  da  orbo,  le  strappò  dalle  mani  il  tesoro  e  le 
riempì  il  sacco  di  carbone. 

In  tempi  più  vicini  a  noi,  otto  o  nove  anni  addietro, 
tre  donnacce  si  riunivano  la  notte  in  una  stamberga, 
e  qualche  volta  anche  in  mezzo  a  quelle  macerie,  tutte 
nude,  e  alla  presenza  d'una  vergine  anch'essa  nuda,  cui 
mettevano  un  coltellaccio  alle  mani,  con  quatrro  piccole 
candele  accese,  recitavano  alcune  parole,  che  gl'inten- 
denti battezzano  per  Rosario  del  Diavolo,  aspettando  che 
di  momento  in  momento  si  presentasse  loro  lo  schiavo, 
e  consegnasse  le  chiavi  del  tesoro  (Naso)  1. 

62.  La  Trov atura  di  Micelli  ( Versione). 

A  prendere  questo  tesoro  bisognerà  che  un  vecchio 
prete   sappia   far  lo   scongiuro   di  Rutilio  di  Benincasa 

1  Comunicazione  del  prof.  G.  Crimi  Lo  Giudice.  Il  Mongitore 
scrive: 

«  Nella  Terra  di  Naso,  in  una  piccola  chiesa  col  titolo  di  S.  Maria 
[del  Soccorso,  v'era  un  buco,  da  cui  si  vedea  in  giù  una  caverna 
stretta,  ma  lunga,  terminando  in  una  oscurità  spaventevole:  ivi  me- 
nava un  vento  freddo,  ed  udivasi  un  mormorio  come  d'acqua  cor- 
rente. Il  volgo  si  dava  a  credere  esser  questi  segni  di  tesori  ivi  na- 
scosti: e  molto  più  si  confermò  in  questa  immaginazione  quando 
venuto  da  parti  lontane  un  certo  monaco,  che  vantavasi  peritissimo 
bello  scongiurare:  e  colla  speranza  d'incantar  questo  luogo,  ed  ar- 
ricchirsi: ma  l'infelice  restò  deluso,  poiché  sceso  giù,  non  salì  più 
sopra.  Nel  1684  vi  scesero  tre  persone  coll'istesso  fine,  e  si  portaron 
molto  addentro;  ma  per  lor  buona  sorte  furon  risospinti  indietro  da 


452  CAPITOLO  II. 

del  cinquecento  *  e  che  una  donna  ignuda  tenga  un  bic- 
chiere di  latte  caldo  con  la  mano  destra.  Dalla  pietra 
di  marmo  che  copre  il  tesoro  esce  un  serpente,  che 
attorcigliandosi  alle  sue  gambe,  e  salendo  pel  suo  tronco, 
pel  dorso  dee  arrivare  a  succhiare  quel  latte.  Se  la  donna 
avrà  avuto  tanto  coraggio  da  resistere  fino  a  questo  pun- 
to, il  tesoro  verrà  fuori  da  se  (Naso)  2. 

63.  La  Rocca  di  Salvateste  (Versione)  3. 

«I  vecchi  del  paese  non  solo,  ma  quelli  dell'intera 
provincia  di  Messina  raccontano  un  fatto  riguardante 
la  Rocca  Salvateste. 

«  In  essa  si  contiene  un  tesoro  tanto  grande,  da  es- 
sere sufficiente  a  formare  la  ricchezza  di  tutta  l'isola 
nostra.  Il  Granturco,  spesso,  anzi  ogni  giorno  domanda 
se  sia  stato  preso  il  tesoro  dalla  Rocca.  Avutane  rispo- 
sta negativa,  non  fa  che  esclamare  :  «  Povera  Sicilia  ! 
Sarà  sempre  povera,  sino  a  che  non  s'impossesserà  di 
questo  tesoro  ». 

«Le  condizioni,  per  chi  volesse  divenirne  padrone,  so- 

una  gagliarda  foga  di  aria  fredda,  e  da  un  orrendo  rumore  di  grosso 
fiume.  Quindi  a  levar  l'occasione  a  simili  disordini  fu  ben  murata 
l'apertura»  (1742).  Mongitore,  op.  cit.,  v.  I,  p.  309. 

Cioè  con  la  edizione  antica  del  cinquecento  del  Rutilio  Benin- 
casa.  Vedi  a  p.  318  del  presente  volume. 

2  Comunicazione  del  prof.  G.  Crimi-Lo  Giudice.  Una  tradizione  si- 
mile di  Calabria  è  in  Dorsa,  op.  cit.,  p.  23 

3  È  questa  una  ingente  rupe  isolata,  e  come  la  dice  V.  Amico  {DU 
zion.  topogr.  della  Sicilia,  alla  voce  Novara),  altissima,  inaccessi 
bile,  su  cui  poggia  la  città  di  Novara,  nella  provincia  di  Messina. 


i  tesoli  453 

no  le  seguenti.  Preso  del  lino,  filato,  steso  al  telaio,  tes- 
suto e  fattone  un  mantile,  si  dovrà  prendere  del  grano, 
portarlo  al  molino,  dove,  fattolo  molire,  se  ne  impasterà 
la  farina,  della  quale  dovrà  farsi  una  guastella  o  focaccia. 
Dopo  questo,  riscaldato  il  forno,  cottavi  la  focaccia  e 
posta  nel  nuovo  mantile,  dovrà  correre  alla  Salva-teste. 
Se  arrivato  quivi,  non  saranno  scorse  le  24  ore,  che  si 
conteranno  dall'una  all'altra  mezzanotte,  e  romperà  la 
focaccia  al  primo  tocco  della  campana  che  annunzia  già 
la  notte  arrivata  alla  sua  metà,  non  vi  sarà  più  ostacolo 
per  impadronirsi  del  tesoro.  Questo  fatto  va  alla  bocca 
li  tutti  in  Novara;  non  vi  ha  persona  che  l'ignori;  non 
K  ha  nonno  o  nonna  che  noi  racconti  ai  cari  nepoti,  ed 

0  me  l'ebbi  le  centinaia  di  volte  ascoltato  »  (Novara)  K 

1  *  Salv.  Di  Pietro,  Novara  di  Sicilia,  nelle  Nuove  Effem.  Sic, 
erie  III,  voi.  IV,  p.  143. 


USI    E    CREDENZE 
DEI  FANCIULLI 


Usi  e  Credenze  dei  fanciulli1. 


1.  Le  orazioni  e  l'andata  a  letto. 

Quando  il  bambino  sa  spiccicar  le  parole,  la  mamma, 
o  chi  per  lei,  sente  il  dovere  d'insegnargli  le  orazioni 
della  mattina  e  della  sera  (li  cosi  di  Ddiu).  Queste  ora- 
zioni sono  in  versi,  come  in  versi  è  tutto  ciò  che  si  vuol 
fare  apprender  presto,  e  fortemente  ritenere  al  bambino. 

La  sera,  nel  metterlo  a  letto,  gli  fa  dire  parola  a 
parola  : 

Io  mi  curcu  'nta  stu  lettu: 
La  Madonna  è  'nt'ó  me  pettu; 

Io  dorimi  e  idda  vigghia: 
Si  cc'è  cosa  m'arruspigghia  ecc.  (Palermo)  \ 

La  mattina,  al  primo  levarsi: 

'Nta  stu  lettu  mi  curcai: 
Cincu  santi  cci  truvai; 

Tri  a  la  testa,  dui  a  lu  capizzu, 
'Mmenzu  cc'era  Gesù  Cristu  ecc.  (Palermo). 

Qui  è  escluso  tutto  ciò  che  riguarda  i  passatempi  ed  i  giuochi 
della  prima  età,  sui  quali  un  volume  (Giuochi  fanciulleschi)  pub- 
blicati nel  1883. 
2  Canti,  v.  II,  829. 


458  USI   E    CREDENZE   DEI    FANCIULLI 

Poi  comincia  con  i  principi  della  Dottrina  cristiana: 

—  Quante  lu  Signiruzzu?  e  col  ditino  gli  fa  indicare 
e  con  la  bocca  ripetere:  Unii.  —  Qnantu  su'  li  pirsuni 
di  la  SS,a  T  imita?  e  con  le  tre  prime  dita  e  con  la  bocca 
gli  fa  dire:  Tri,  —  E  quali  sunnu?  —  Risposta  sua  e  del 
bambino:  —  Lu  Patri,  lu  Figghiu  e  lu  Spiritu  Santu.  — 
Lu  Patri  è  Ddiu?  —  Sissignura.  —  Lu  Figghiu  è  Ddiu? 

—  Sissignura.  —  Lu  Spiritu  Santu  è  Ddiu?  —  Sissignura. 

—  Sunnu  tri  Dei?  Il  bambino,  che  ha  preso  l'aire  col 
Sissignura,  china  la  testa  e  ripete  lo  stesso,  ma  la  madre 
si  affretta  a  correggerlo:  Nonsignura:  tri  pirsuni  divini 
e  un  sulu  Ddiu.  E  così  di  seguito. 

Finite  le  orazioni  la  mamma  si  segna  e  fa  segnare 
anche  il  bambino  (croce  che  egli  non  sempre  fa  con  la 
mano  destra)  raccomandandogli  di  pregare  per  la  prov- 
videnza e  la  salute  del  padre. 

Le  mammine  non  si  contentano  sempre  del  poco,  e 
vorrebbero  far  recitare  ai  loro  bambini  tutto  quel  che 
sanno  esse.  Questi  ripetono  meccanicamente,  non  di  ra 
do  stanchi  di  tante  orazioni;   sicché  non  è  fuori  il  prò 
babile  che  essi  escano  in  questa  orazione  per  le  troppe 
cosi  di  Ddiu,  di  che  la  mamma  li  imbottisce: 

Lu  Signiruzzu  m'è  patri, 
La  Madunnuzza  m'è  matri, 
L'Ancileddi,  fratuzzi  ; 
Li  Sarafini,  cucini; 
Ora  ca  haju  st'amici  fidili, 
Mi  fazzu  la  cruci  e  mi  mettu  a  durmiri  (Palermo). 

Di  queste  piccole  soperchierie  ne  hanno  molte  i  fan- 
ciulli,  specie   a   proposito    di   orazioni;    anzi   può   dirsi 


USI    E   CREDENZE   DEI    FANCIULLI  45') 

che   non   v'è   orazione    di    cui   essi   non   conoscano   una 
parodia,  cominciando  da]  segno  della  croce: 

'N  nomini  patri. 
Ciccu  l'abbati, 
Cìciri  cotti, 
Favi  caliati  (Palermo)  ; 

e  finendo  al  paternostro: 

Patrinnostru  —  spicaddossu, 

Vacci  tu  —  ca  si*  cchiù  grossu  (Palermo). 

Più  in  là  essi  impareranno  un'altra  capestreria  fan- 
ciullesca: lo  scherzo  della  predica,  salendo  sur  una  seg- 
giola per  predicare  come  sul  pulpito  e  recitando  i  se- 
guenti versi,  per  indi  saltare  e  sottrarsi  alle  ceffate  ed 
alle  picchiate  degli  astanti: 

Predica,  pridicotta, 
'Na  fascedda  di  ricotta, 

Prima  era  china  e  ora  è  vacanti: 
Vasati  lu  e...  a  tutti  li  santi  (Palermo)  l 

E  tornando  a'  bambini  e  alla  messa  a  letto,  ricordo 
la  piccola  astuzia  materna,  conservata  nella  credenza 
delle  munaceddi. 


1  Probabilmente  questi  versi  fanno  parte  d'una  storiella.  In  Novoli 
(Terra  d'Otranto)  corre  una  filastrocca,  che  per  me  ha  il  medesimo 
motivo  della  nostra;  e  così  anche  in  Napoli  (cfr.  Casetti  e  Iribriani, 
Canti  pop.  delle  prov.  meridionali,  v.  II,  p.  389),  al  quale  motivo 
vuoisi  anche  riferire  lo  scherzo  fanciullesco  marchigiano  de'  Giuochi 
del  Gianandrea,  p.  25,  n.  11  : 

Predica  de  notte; 

'Na  pigna  de  fae  cotte  ecc. 


460 


USI  E   CREDENZE   DEI   FANCIULLI 


«  Munaceddi  si  dicono  quelle  faville  di  fuoco,  che  ser- 
peggiano sulla  carta  quando  è  finita  di  abbracciare,  e 
si  suol  dare  ad  intendere  a'  bambini  che  se  ne  vanno 
a  lettole  che  l'ultima  favilla  che  si  spegne  è  l'Aba- 
dessa; costume,  come  dice  il  Menagio,  usato  in  Italia, 
e  detto  monacuccie  o  monachine  1  ». 


2.  L'abbicci'  e  la  scuola. 

I  bambini  hanno  un  abecedario  tradizionale,  un  bel 
libro  in  fondo,  che  non  ostante  le  invasioni  di  Scavia, 
Borgogno  e  compagni,  insegnò  a  cento  generazioni  il  leg- 
gere ed  il  far  di  conto.  Nella  prima  pagina,  a  capo 
della  lettera  A,  era  una  croce  (cfr.  YAbbizzè),  e  perciò 
veniva  detto  e  si  dice  sempre  santa-cruci  (in  Toscana 
croce-santa)  l'alfabeto,  che  pur  si  dice:  bizè,  abizè,  ab- 
bizze.  —  Nun  sapiri  mancu  la  santa-cruci,  vale  perciò 
non  saper  neppure  l'alfabeto.  Uno  scherzo  fanciullesco, 
passato  nella  ligua  degli  adulti,  dice  pei  bambini  che 
imparano  a  leggere: 

Santa  Cruci,  •    r 

Pani  e  nuci; 
Pani  'un  n'haju, 
'Ccussi  mi  staju  (Palermo)  2. 

1  Pasqualino,  Vocab.  sic,  v.  Ili,  p.  216.  Cfr.  Sureina  nel  Voca- 
bolario bolognese  della  Coronedi-Berti,  v.  II,  p.  413 

2  Vedi  v.  II,  p.  149. 

Tre  varianti  abruzzesi  ne  ha  il  De  Nino,  Usi  e  Costumi,  v.  II, 
pp.  62-63;  una  italianizzata  N.  Castacna,  Proverbi  italiani,  2»  ediz.[ 


USI  E  CREDENZE  DEI  FANCIULLI         461 


/ 


Le  lettere  della  santa-croce  hanno  un  nome  figurato 
secondo  la  lor  somiglianza  o  analogia  con  oggetti  sen- 
sibili che  colpiscono  l'immaginazione  de'  bambini;  que- 
sti nomi  sono  tradizionali,  senza  de'  quali  non  si  saprebbe 
fare  apprendere,  né  i  fanciulli  apprenderebbero,  a  leg- 
giucchiare. Ecco   quest'alfabeto   tradizionale: 

A.  Lu  cappidduzzu,  il  cappellino;  a.  La  picuredda, 
la  pecorella. 

B.  L'occhiali,  gli  occhiali;  b.  Panza  'nnavanti,  pancia 
in  avanti. 

C.  La  menzaluna,  la  mezzaluna. 

D.  Panza  'nnarreri,  pancia  indietro;  d.  Lu  vanchited- 
du,  il  panchetti-nò;  panzudda,  pancetta;  buttigghia  (Si- 
culiana),  bottiglia. 

E.  Comu  fannu  li  parrini?  (Pietraperzia),  come  fanno 
i  preti   (quando  cantano  in  chiesa)  ? 

F.  La  zappa,  la  zappa. 

G.  Varicchia,  orecchia;  g.  Li  virtuliddi,  le  bisaccine. 
H.  La  siggitedda,  la  seggiolina  \ 
I.  Lu  vastuni,  il  bastone. 

p.  134;  una  romana  F.  Sabatini,  Canti  pop.  rom.,  n.  91;  una  toscana 
Giusti-Capponi,  Proverbi  toscani,  p.  190  (Firenze,  1871): 

Per  Santa  Croce  (14  sett.) 
Pane  e  noce; 

'•he  però  si  riferisce  alle  noci,  le  quali  verso  quel  tempo  son  mata- 
e;  una  marchigiana  il  Gianandrea,  Canti  pop.  march.,  p.  222, 
iota  38. 

1  Questa  lettera  non  ha  pel  nostro  popolo  nessun  valore,  tanto  che 
[li  persona  che  non  conti  per  nulla  si  dice:  Cunta  o  passa  quanta 
'acchi  (h)  di  Vabbizzè;  ed  è  nel  Cuntrastu  ridiculusu  chi  fa  'na 
\',atta  e  un  surci  già  citato. 


462  USI   E    CREDENZE    DEI    FANCIULLI 

J.  Lu  vastuni  e'  9u  croccu  il  bastone  con  l'uncino. 

K.  Li  vèrtali,  le  bisacce. 

L.  Lu  vastuni  e9  9u  pedi,  il  bastone  col  piede. 

M.  Li  tri  pedi  (Palermo),  i  tre  piedi;  Comu  fa  la  pe- 
cura?  (Pietrap.),  come  fa  la  pecora?  —  A  cui  il  bam- 
bino risponde:   mmè. 

N.  Li  due  pedi,  i  due  piedi;  li  gammi  di  Ninu  Cun- 
tinu  (Sieuliana),  le  gambe  di  Antonino  Contino. 

0.  Uocehiu  9u  voi,  l'occhio  del  bue. 

P.  Panza  supra,  pancia  sopra. 

Q.  Uocehiu  9u  voi  cu  9à  cuda,  l'occhio  del  bue  con  la 
coda. 

R.  Pedi  9nnavanti,  piedi  innanzi. 

S.  La  sirpuzza,  la  serpicina. 

T.  Lu  martidduzzu,  il  martellino. 

U.  Lu  ferru  9u  cavaddu,  il  ferro  del  cavallo  (Paler- 
mo) ;  u.  Comu  fa  lu  lupu?  Come  fa  il  lupo?  A  cui  il 
bambino  risponde:   Uh!   (Sieuliana). 

V.  Lu  cappidduzzu  a  riversa,  il  cappellino  alla  ro- 
vescia. 

X.  Lu  cerru  di  fimmina  (Sieuliana)  T. 

Y.  La  furcina,  la  forcina. 

Z.  zicchi-zacchi. 

Così  vediamo  anticipato,  chi  sa  da  quanti  secoli,  il 
metodo  oggettivo  tanto  in  voga  oggidì. 

Dopo  imparata  la  santa-cruci  si  va  innanzi  a  silla- 
bare  (arri Janeiri),   e   quando   si  è  giunti  alle  due,   alle 


1  Per  l'uso  della  pettinatura,  in  eui  le  due  tracce,  portate  dietro 
la  nuca,  vengono  appuntate  ad  X. 


USI  E  CREDENZE  DEI  FANCIULLI         4G3 

tre,  alle  quattro,  alle  cinque  lettere  (è  cincu  littri),  il 
bambino  può  dirsi  tanto  istruito  da  poter  passare  a  leg- 
giucchiare :  In  primo  luogo.  Chi  non  abbia  il  nostro 
abecedario  tradizionale  sappia  che  questo  è  il  primo 
brano  morale  onde  si  aprono  le  prosette  di  quel  libro: 
In  primo  luogo  ricordati  dei  due  precetti:  non  fare  agli 
altri  quello  che  non  vorresti  fosse  fatto  a  te  ecc.  Quando 
si  è  arrivati  a  leggere  In  primo  luogo,  si  è  tanto  innanzi 
negli  studi  da  poter  guardare  dall'alto  al  basso  gli  altri 
poveri  mortali.  Ma  v'è,  o  almeno  vi  era,  un  ragazzo  più 
istruito  di  chi  leggeva  In  primo  luogo:  quello,  cioè,  che 
studiava  nella  Leggenda  delle  Vergini,  piccolo  leggen- 
dario di  sante  vergini,  del  quale  ricorderò  sempre  con 
sacro  orrore  le  vignette  rappresentanti  martiri,  e  la  carta 
da  stampa,  che  era  da  salumaio  1. 

A  scuola  c'erano  e  ci  sono  de'  castighi  esemplari.  C'era- 
no, è  vero,  le  palmate,  c'era  il  cavallo,  pei  negligenti 
recidivi  o  sistematici;  c'era  la  mitra  col  suo  bravo  asino 
dipinto,  per  gl'ignoranti;  c'era  il  bavaglio  (baragghiu) 
pei  chiaccheroni;  ma  c'era  anche,  e  ce'  è  pei  piccoli 
' a  vuscagghia  ò  nasu.  Quando  un  fanciullo  non  vuole 
studiare  ed  un  compagno  che  gli  sta  indietro  per  età  o 
per  istudì  lo  supera,  si  dice  che  costui  gli  metti  'a  vu- 
scagghia o  la  sputazza  ó  nasu,  frase  che  significa  in  ge- 
nerale superare  alcuno,  e  che  s'accompagna  ad  un  atto 
d'una  certa  pubblicità  in  iscuola.  La  vuscagghia  ò  nasu 
si  mette  intingendo  la  punta  dell'indice  in  bocca,  e  toc- 


Risconlri  abruzzesi  con  vari  punti  di  questo  §  sono  in  De  Nino, 
Usi  e  Costumi,  v.  IT,  capp.  XIV  e  XX. 


464  USI    E    CREDENZE    DEI    FANCIULLI 

cando  con  la  saliva  il  naso  del  negligente.  Il  castigo  è 
tutt'altro  che  pulito,  ed  i  fanciulli  ne  hanno  una  grande 
vergogna. 

Nelle  città  e  nei  comuni  ove  la  istruzione  non  ha  gua- 
dagnato molto,  Fuso  è  vivo;  e  in  Palermo  medesimo 
non  è  smesso  in  certe  scolette  private,  che  non  hanno 
la  sorveglianza  ufficiale  di  ispettori  patentati  o  di  qual- 
cuno dei  grandi  acrobati,  che  la  malinconia  di  certi 
ministri  malati  di  ginnastica  lanciarono  in  tutta  Italia. 

Non  ultima  tra  le  capestrerie  de'  fanciulli  è  quella 
di  fari  Sicilia,  cioè  di  non  andare,  di  nascosto  a'  pa- 
renti, a  scuola,  per  isbirbarsela  qua  e  là  a  solo  o  coi 
compagni.  Questa  frase  corrisponde  a  quelle  di  salare 
la  scuola,  bruciar  la  lezione,  far  buco,  far  forca  (To- 
scana), segare  la  scuola  (Roma)  far  fugarda  (Miran- 
dola) ecc. 


3.  Regole  e  Consuetudini. 

Meritano  menzione  speciale  certe  regole  alle  quali  i 
fanciulli  raramente  ardiscono  contravvenire.  Queste  re- 
gole possono  formare  un  vero  folk-lore  giuridico  fan- 
ciullesco. 

Già  essi  non  fanno  nulla  senza  prima  giurare.  Il  giu- 
ramento lo  fanno  con  le  dita  in  croce  che  essi  baciano 
rivolgendo  gli  occhi  al  cielo  come  per  chiamarlo  te- 
stimonio della  fede  che  impegnano  *. 

«Ciò  che  i  fanciulli  si  donano  o  si  scambiano  non  va 

1  Cfr.  Giuochi  fanciulleschi,  p.  25. 


USI  É  CREDENZE  DEI  FANCIULLI  465 

più  domandato  ne  restituito,  e  se  alcuno  osa  farlo,  l'altro 
si  rifiuta  dicendo: 

Cosi  dati,  —  'un  su'  arrubbati. 
Muzzicuna  —  e  vastunati, 
Sutta  'a  porta  —  'i  Sant'Aàti1. 


Od  anche 


Così  dati,  —  manu  tagghiati; 

Pizzudda  pizzudda  —  supra  li  casi 2.  (Palermo). 


Quando  due  fanciulli  son  d'accordo  nel  farsi  quar- 
tigghi, si  danno  reciprocamente  i  mignoli  della  mano 
iestra,  li  annodano  e  stringono,  e  li  scuotono  più  volte 
3on  le  sacramentali  parole:  Semu  quartigghi. 

Se  vogliono  esser  quartigghi  con  più  forti  vincoli  i  due 
fanciulli  uniscono  e  stringono  tra  loro  mignolo  con  mi- 
gnolo, indice   con  indice   della  stessa  mano,,  e   dicono: 

Quartigghiu,  quartigghiu 
Di  tò  patri  e  di  tò  figgimi. 

Jno  soggiunge: 

Stu  capiddu  unni  va? 

L'altro  risponde: 


Le  cose  date  non  son  (mica)  rubate.  Morsi  e  bastonate  (a  chi 
irdisca  richiederle),  sotto  la  porta  di  S.  Agata. 

Le   cose  date   (non  si  restituiscono  più;   ed  a  chi  le  richiede 
iano)  tagliate  le  mani;  e  pezzetti  pezzetti  (buttate)  sulle  case. 

I  Toscani  hanno  per  proverbio  (Giusti-Capponi,  Proverbi  toscani, 
>p.  41): 

Chi  dà  e  ritoglie, 
Il  diavol  lo  raccoglie 
(o  Mette  il  capo  tra  le  foglie). 

30. 


486  USI   E    CREDENZE    DEI    FANCIULLI 

À  mari. 
E  tutti  e  due  a  coro: 

Semu  quartigghi  sino  a  Natali  (Pal.)^; 

e  se  vogliono  esser  tali  fino  a  dividersi  i  bocconi  del 
pasto,   aggiungono:    Quartigghi   a  tuttu   vuogghiu. 

L'esser  quartigghi  a  tuttu  vuogghiu  importa  che  nes- 
suno de'  due  può  presentarsi  mai  più  al  quartigghiu 
mangiando  qualche  cosa  senza  cederla  al  primo  vederlo, 
salvo  che  lasciando  di  toccarla  con  le  mani,  la  prenda 
con  un  lembo  qualunque  del  proprio  vestito.  Tizio  ha 
un  pezzo  di  pane  e  lo  viene  a  suo  bell'agio  sbocconcel- 
lando. Ecco  apparire  il  quartigghiu  Sempronio;  e  Tizio 
tirarsi  fuori  la  camicia,  o  slungare  una  manica  di  essa, 
o  dell  vestito,  e  con  essa  toccare  il  pane  per  proseguire, 
senza  farne  parte,  il  suo  non  sempre  abbondante  pasto. 
Se  noi  fa,  Sempronio  è  pronto  a  chiamarlo  in  contrav- 
venzione, e  gli  ripete  a  bruciapelo:  Tuttu  vogghiu!  né 
egli  sa  o  può  rifiutarsi  a  lasciargli  fino  all'ultimo  boc- 
cone del  suo  pane,  senza  grave  pericolo  di  squartig- 
ghiàrisi. 

Questa  legge  è  inviolabile  per  tutti  i  quartigghi  e  per 
qualunque  cibo. 

Quando  si  vien  meno  alle  leggi  e  convenienze  volute, 
o  nascono  screzi,  i  fanciulli  si  squartìgghianu  passando 
a  forma  di  ventaglio  le  quattro  ultime  dita  della  mano 
destra,  a  cominciare  dal  mignolo,  sulle  labbra  ed  emet- 
tendo   dalla    gola  un   leggiero    suono.    Le   labbra    urtate 

1  Cfr.  con  la  maniera  onde  si  fanno  i  compari  e  le  comari,  p.  171 
del  v.  II  dì  quest'opera. 


USI  E  CREDENZE  DEI  FANCIULLI         467 

dalle  punte  delle  dita  dovranno  così  fare  un  rumore 
vibratorio. 

Quando  due  fanciulli  sono  e  camminano  insieme,  e 
un  di  essi  trova  qualche  cosa,  l'altro  deve  subito  dire: 
A  la  partii  ed  ha  diritto  alla  metà  di  essa.  Se  noi  dice, 
non  ha  nulla  da  pretendere  da  quello. 

Tra'  fanciulli  usa  fare  a  indovinarsi  l'un  l'altro  ciò 
che  s'è  mangiato   a  desinare. 

Uno  chiede  al  compagno:  Chi  mandai?  (che  cosa  ho 
mangiato  io?)  e  l'altro  facendogli  aprire  la  bocca,  gliela 
odora,  e  risponde.  Se  indovina,  va  bene,  se  no,  riceve 
uno  scappellotto,  e  tanti  ne  riceve  quanti  sbagli  fa. 


•4.  Pratiche  e  Credenze. 

Ai  bambini  si  fa  credere  che  Maria  Vergine  partorì 
il  Bambino  dai  fianco  destro,  dopo  che  glielo  tagliarono. 
Aggiungi  che,  secondo  altri,  lo  sgravo  sarebbe  avvenuto 
dall'orecchio  destro    (Palermo). 

Non  è  lecito  mostrarsi  ignudi  ne  in  isconce  positure, 
perchè  se  si  è  scoperti  dagli  Angeli  che  passano,  si  corre 
pericolo  di  rimaner  di  sasso  all'istante  (Nicosia).  L'An- 
gelo Custode  poi,  che,  non  visto,  è  sempre  presente 
a  noi  tutti,  si  vergogna  (s'affrunta),  e  si  nasconde  la 
faccia  con  le  ali  (Palermo).  Così  s'insegna  il  pudore 
ai  piccolini. 

Si  guardino  i  fanciulli  dal  baloccarsi  col  rosario;  nel 
meglio  esso  potrebbe  convertirsi  in  serpente  e  divorarli, 
come    accadde    una    volta    ad    un    faneiullino,   che    avea 


^68  USI  E  CREDENZE  DEI  FANCIULLI 

l'abitudine  di  trastullarsi  col  rosario  della  mamma 
(Palermo). 

Indizio  di  menzogne  state  dette  dai  fanciulli  sono  certe 
bollicine  bianche  che  sogliono  venire  sul  naso  \  e  le  co- 
siddette pipiti  delle  dita,  lateralmente  alle  unghie. 

A  un  fanciullo  che  s'accoccoli  per  iscaricare  il  sover- 
chio peso  del  corpo  in  un  viottolo  (violu)  nascerà  sul 
sedere  una  setola   (Menfi). 

Se  non  v'è  due  braccia  di  distanza  tra  due  bambini 
che  s'accoccolano  pel  medesimo  bisogno,  essi  diverranno 
gattini  (gattareddi)  (Palermo),  o  resteranno  attaccati 
l'uno  all'altro   (si  'ncùcchianu)    (Siculana). 

Chi  urina  nell'acqua,  dovrà  scontarne  la  pena  con  set- 
t'anni  di  purgatorio   (Montevago). 

Mistenta.  «  Così  in  Noto  chiamano  il  modo  di  tenere 
queti  i  fanciulli  in  un  posto,  dipingendo  loro  coi  co- 
lori più  vivi  un  dolce  chiamato  mistenta,  che  verrà  por- 
tato fra  breve.  —  Dari  mistenta,  barcamenare,  tener  a 
bada  2  ». 

Analogamente  a  questo  v'è  un  altro  uso,  quello  dello 
'Ntrattinimentu,  col  quale  si  cerca  di  allontanare  da 
noi  un  fanciullo  e  di  tenerlo  un  po'  a  bada  ordinando- 
gli di  andare  in  un  posto,  da  una  persona,  e  di  prendere 
un  po'  di  trattenimento.  «  Fatti  dari  un  granii  o  un  piz- 
zuddu  9i  'ntrattinimentu  »  gli  si  dice  ;  e  la  persona,  che 
capisce  il  latino,  lo  fa  sedere  ad  attendere  un  poco  l'igno- 


I  Toscani  le  dicono  bugie.  Cfr.  Minucci,  note  al  Malmantile, 
v.  I,  p.  224  ;  e  De  Nino,  Usi  e  Costumi,  v.  IT,  p.  67. 
2  Avqlio,  Canti,  p.  46. 


USI  E  CREDENZE  DEI  FANCIULLI         469 

to,  l'incomprensibile  'ntrattinimentu.  Quando  il  fanciullo 
ha  perduto  la  pazienza,  e  vuole  andar  via  si  rimanda 
con  un  mezzo  termine,  p.  e.:  Dicci  ca  Vhaju  sirvitu 
(Palermo). 

Al  soJpraggiungere  di  un  fanciullo  mentre  si  discorre 
di  cosa  che  non  vuoisi  fargli  sentire,  si  tronca  il  discorso 
con  la  parola:  Tefù  (Palermo),  o  stagnu  (Catania).  Ta- 
lora l'uso  è  per  gli  adulti. 

Quando  un  cane  si  dispone  a  scaricare  il  ventre  ed 
i  fanciulli  presenti  se  ne  indispettiscono  e  vogliono  im- 
pedimelo,  due  di  essi  si  danno  e  incatenano  i  mignoli, 
tirano  forte  e  dicendo:  Stira!  stira!  Credono  essi  che 
più  forte  tirano,  e  più  difficile  e  stentata  sia  l'evacua- 
zione del   cane    (Palermo,   Trapani). 

S'accavalca  il  dito  medio  sull'indice,  l'anulare  sul  me- 
dio, il  mignolo  sull'anulare,  e  poi  s'invita  un  compagno 
a  scomporre  tutte  le  dita  dicendogli:  Scùcchiami  ccà! 
Il  ragazzo  lo  fa  subito,  e  l'altro  a  beffarlo  ripetutamente  : 
Scucchia  cani  d9  'a    Vucciria!    (Palermo). 

I  cocci  di  tegoli,  di  mattoni,  brocche  (ciammariti,  eia- 
ramiti  (Marsala)  ciaramiri  (Modica,  Noto),  ciarnamiti 
(Baucina)  ecc.,  sono  opera  e  proprietà  del  diavolo  Zop- 
po, che  li  maledisse,  e  dal  quale  presero  quindi  il  nome  : 
Diavulu  Zoppu  la  ciammarita  (Siculiana).  I  monelli  si 
guardano  bene  dal  giocare  con  essi,  qualunque  sia  il 
desiderio  o  il  bisogno  che  ne  sentano  \ 

Secondo   la  credenza  fanciullesca    i   porri   si   possono 


1  Questo  diavolo,  a  quanto  pare,  è  la  medesima  personalità  del 
Zuppiddu,  p.  75  del  presente  volume. 


470  USI  E  CREDENZE  DEI  FANCIULLI 

creare  a  nostra  volontà;  e  si  creano  nel  seguente  modo: 
Di  sera  si  guarda  il  cielo,  e  fissata  con  gli  occhi  una 
cometa  che  a  noi  paia  di  splender  di  più,  si  tocca  con 
l'indice  destro  il  dorso  della  mano  là  dove  si  vuole 
precisamente  che  spunti  il  porro.  E  guardando  una  volta 
Ila  mano  ed  una  la  cometa  si  dice  e  ripete  per  un  certo 
numero  di  volte: 

Stidda  ddà,  purrettu  ccà. 
Così  si  è  sicuri  che  tra  il  domani  e  il  giorno  dopo  il 
porro  comincerà  a  far  capolino. 

A  chi  ha  un  orzaiuolo  (in  sic.  ogghialoru;  in  Monte- 
vago  riolu)   i  ragazzini  dicono: 

Riolu  ccà,  funtana  ddà; 

e  dicendo  ccà,  si  toccano  rocchio;  dicendo  ddà,  indicano 
colui  che  ha  l'orzaiuolo  (Montevago)  1. 

Desiderosi  di  aver  presto  la  barba,  i  fanciulli  si  un- 
gono il  viso  e  specialmente  sotto  il  naso  con  caochina 
di  colombo,  o  di  gatto,  o  di  mulo,  o  di  vacca  (Palermo) 

I  fanciulli  che  durante  il  moto  si  son  sentiti  entrare 
dell'acqua  nell'orecchio  credono  farla  uscire  applicando 
sull'orecchia  stessa  la  mano,  girando  l'altra  in  forma  di 
mulinello  e  ripetendo  per  un  tratto: 

Una,  dui,  tri  cutedda  a  mari! 
Una,  dui,  tri  cutedda  a  mari!  ecc. 

Durante  questo  movimento  di  rotazione  e  queste  grida 
ritirano  di  quando  in  quando  la  mano  e  la  trovano  o 
credono  di  trovarla  bagnata  dell'acqua  dell'orecchio. 

1  Cfr.  De  Nino,  Usi  e  Costumi,  v.  II,  p.  58. 


USI  E  CREDENZE  DEI  FANCIULLI  471 

«  Quando  passa  una  carrozza,  qualche  ragazzo  per  ri- 
sparmiarsi d'andare  a  piedi,  vi  si  siede  dietro  occul- 
tamente. Qualche  altro  ragazzo  che  lo  vede  grida:  Ah 
ca  ce  è  unu\  1  avvertendo  così  il  cocchiere,  che  subito 
mena  dietro  la  frusta,  e  fa  sbalzare  il  ragazzo  che  godea 
tranquillamente  del  comodo  che  s'era  procurato.  Il  gri- 
datore vorrebbe  esser  lui  in  quel  posto,  e  non  poten- 
dolo, non  ha  piacere  che  altri  ne  goda. 

«  Hanno  i  ragazzi  la  cattiva  inclinazione  di  rompere 
i  nasi  alle  statue,  non  mai  a  quelle  dei  santi  o  dei  prin- 
cipi, che  son  sempre  rispettate,  ma  bensì  alle  mitologiche, 
colle  quali  hanno  antipatia,  e  che  non  curate  talvolta  per 
vetustà  si  rimangono  in  qualche  pubblica  piazza;  onde 
avvien  che  talune  se  ne  veggano  in  Palermo  senza  naso. 

«  Amano  ben  anche  l'incavare  col  dito  nelle  fabbri- 
che fresche  il  millesimo,  o  farvi  degli  sfregi  a  ghiribizzo, 
ch'è  quanto  basta  per  isconciar  la  facciata,  per  la  qual 
cosa,  giova  finché  non  s'indurisca  la  calce,  aver  cura 
di  tenerveli  discosti 2  ».  Del  resto,  come  è  stato  innanzi, 
•notato 3,  le  mura  esterne  de'  fabbricati  sono  pei  mo- 
nelli una  vera  carta  da  scrivere. 

5.  Ingiurie  contro  i  difetti  fisici  e  morali. 

È  comune  la  credenza  tra'  fanciulli  che  chi  si  finge 
cieco,  gobbo,  sciancato,  possa  rimaner  tale  per  punizione 

'    *  II  grido  è  veramente:  Gnuri,  unu  ce  è!  che  talvolta  è  fatto  per 
burlare  il  cocchiere. 

1  Cacioppo,  Statistica,  pp.  108-109. 

1  Voi.  I,  p.  248. 


472  USI   E   CREDENZE   DEI   FANCIULLI 

del  Cielo  eseguita  da  un  angelo  che  si  trovi  a  passare 
e  veda  quel  tale  fanciullo.  E  però  essi  si  raccomandano 
l'un  l'altro  di  guardarsi  bene  dal  contraffare  qualunque 
deformità  o  imperfezione  fisica;  ed  a  chi  di  loro  se 
lo  permetta  giocando,  ripetono  a  coro: 

Passa  FAncilu  e  dici:  anime!  (amen) 
Pozza  arristari  accussì  com'è!   (Palermo). 

Per  ogni  piccolo  difetto  o  imperfezione  fisica  o  mo- 
rale, che  agli  occhi  de'  fanciulli  abbia  dello  strano  o 
del  men  buono,  essi  hanno  una  ingiuria  tradizionale.  Per 
esempio,  a   chi  sono  stati  tagliati  i  capelli  dicono: 

Cuzzuluni  piddi  piddi, 
Unni  jeru  'i  to'  capiddi? 

Si  nni  jeru  a  Murriali, 
Cuzzuluni,  comu  ha'  a  fari?  (Trapani). 

Ovvero  : 

Tigna,  tignusu,  mariolu  e  ladra, 
Cci  l'arrubbasti  li  chiavi  a  San  Petra; 
Ti  li  mittisti  tu  sutta  lu  quatra, 

Tigna,  tignusu,  mariolu  e  latru, 

A  chi  ha  gli  occhi  piccoli: 

Occhi   di  ricchiu    e    Carumilanu    (Siculiana). 

A  chi  ha  il  naso  camuso  (nasca): 

Nasca,  patasca, 
Patruni  d'  'a  musca, 
Veni  la  musca 
E  ti  caca  la  nasca!   (Palermo) . 

A  chi  ha  la  faccia  butterata  dal  vaiuolo  (di  trippa): 

Facci  di  trippa  cu  li  valori, 
E  tò  mamma  nun  ti  voli; 


USI  E  CREDENZE  DEI  FANCIULLI         473 

E  ti  voli  la  sira  sira 
P*  'addumari  la  cannila: 

La  cannila  s'astutò, 
Facci  'i  trippa  t'arristò!  (Palermo). 

Al  ragazzo  avido,  avaro  ( abbr amata )  : 

Affamatu  'i  Santu  Vitu, 
'U  dimoniu  t'  è  marini, 

T'è  maritu  pri  tri  jorna, 
'U  dimoniu  ti  porta  'i  corna!    (Palermo). 

E  ben  gli  sta  che,  in  punizione  della  sua  avarizia, 
gli  venga  agli  occhi  un  orzaiuolo: 

Abbramatu  'i  Santu  Vitu, 

Ca  ti  nesci  Tagghialoru  ecc.  ( Roccapalumba) . 

Talora  però  il  ragazzo  ingiuriato  o  messo  in  canzone 
dal  compagno  pel  difetto  che  questi  gli  rimprovera,  ri- 
sp  onde  p rontamente  : 

Sant'Alia  —  tutti  cu  mia, 
Pàssanu  a  mia  —  e  vennu  a  tia!  \ 

Quando  non  si  parla  di  difetti,  si  cerca  ad  ogni  modo 
di  stuzzicare  i  compagni  con  motteggi  che  si  sa  dover 
riuscire  irritanti.  Ed  irritanti  sono  pel  bambino  o  pel 
fanciullo  che  piange  le  parole  canzonatorie: 

Chianci  e  riri 

Stuppagghiu  'i  varrili!   (Palermo). 

Irritante  la  canzonetta: 

Cicca  Paula,  Cicca  Paula, 
Sutta  'u  liettu  cci  aviti  'a  ciàula, 

1  Sant'Elia,  tutti  con  me;  (le  malattie,  i  difetti)  possano  andar  via 
da  me  eì  venire  a  te! 


474  USI   E    CREDENZE    DEI    FANCIULLI 

E  la  ciàula  puzzulia: 
Cicca  Paula  s'arrabbia!  (Roccapal.  e  Siculiana). 

Un  fanciullo  invita  un  altro  a  guardare  la  tal  cosa, 
che  di  fatti  non  esiste,  e  gli  dice  con  affettata  sorpresa: 
Tale!  (ho  guarda!)  e  quando  il  compagno  s'è  voltato 
a  guardare  quello  che  canzona: 

Tu  taliasti 
Cacca  manciasti, 

Pupu  cu  Fova, 
Crèsia  nova; 

Tu  cu  li  anghi, 
Io  cu  li  stanghi; 

Tu  manci  cacca 
E  io  manciù  castagni!  (Palermo). 


CREDENZE 
E  SUPERSTIZIONI  VARIE 


Credenze  e  Superstizioni  varie  \ 

1.  Il  Mondo,  la  Sicilia. 

1.  Quando  il  Signore  creò  il  mondo,  prese  un  pugno 
di  polvere  sottilissima  ed  impalpabile,  la  sparse  ai  quat- 
tro venti  e  disse:  «  Che  il  mondo  duri  tanti  secoli  quanti 
sono  i  còcciu2  di  questa  polvere!  »   (Palermo). 

2.  Quando  Dio  creò  l'universo,  creò  pure  tutte  le  ani- 
me degli  uomini  che  sono  state  e  saranno  nel  mondo. 
Le  anime  son  come  i  raggi  del  sole:  e  Dio  le  tiene  chiuse 
dentro  uno  scatolo,  e  le  va  allogando  ne'  corpicciuoli 
de'  bambini,  cioè  de'  feti  dentro  l'utero  materno,  qua- 
ranta giorni  dopo  generati   (Chiaromonte)  3. 

3.  Il  mondo  verrà  a  finire  per  uno  sconquasso  della 
natura;  allora  vi  sarà  una  gran  carestia,  e  le  persone 
si  mangeranno  tra  loro.  In  questo  tempo  verrà  l'Anti- 
cristo,  il   quale   per    farsi    credere   un    vero    Cristo,   un 

1  Alcune  di  esse,  raccolte  sopra  lavoro,  avrebbero  potuto  classifi- 
carsi nelle  varie  parti  dell'opera;  altre  stanno  per  sé. 

'  Qui  naturalmente  la  voce  còcciu,  acino,  chicco,  granello,  signi- 
fica ciascuno  degli  atomi  componenti  il  pulviscolo. 

3  Guastella,  V esprit,  n.  XII,  p.  59.  Cfr.  questa  credenza  con 
quella  di  p.  141  del  v.  II  di  quest'opera. 


: 


478  CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE 

vero  Salvatore  dell'umanità,  andrà  dispensando  pane  in 
abbondanza  e  focacce  calde  (vasteddi  càudi). 

A  quest'ultima  circostanza  della  profezia  tradizionale 
si  riferisce  la  frase  di  chi  se  ne  infischia  di  tutto  e  di 
tutti:  Pò  vèniri  VAnticristu  cu  li  vasteddi  càudi!  (Pa 
lermo). 

4.  In  questo  mondo  vi  sono  rimedi  per  qualunque 
malattia;  e  se  si  muore,  gli  è  che  noi  non  li  conosciamo. 
C'era  un  libro  che  descriveva  tutti  questi  rimedi,  ma 
si  perdette  per  volontà  di  Dio,  altrimenti  nessuno  più 
sarebbe  morto,  e  allora  ci  saremmo  mangiati  tutti  l'un 
l'altro,  perchè  il  mondo  non  sarebbe  bastato  ad  alimen 
tare  tutti  quanti  siamo   (Palermo). 

5.  Il  corpo  di  Maometto  è  chiuso  dentro  una  cassa  di 
ferro  nella  Mecca,  e  questa  cassa  sta  sospesa  in  aria 
e  tenuta  in  equilibrio  per  via  di  calamita. 

Contro  la  calamita  è  l'aglio.  Sicché  se  un  cristiano, 
entrato  nel  tempio  di  Maometto,  gettasse  dell'aglio  so- 
pra la  cassa,  il  miracolo  permanente  della  sospensione 
creduto  dai  Turchi  (Maomettani)  finirebbe  lì  per  lì,  e 
la  cassa  piomberebbe  per  terra    (Palermo). 

6.  La  Sicilia  è  sorretta  da  tre  colonne,  che  formano 
la  base  de'  suoi  tre  piedi:  una  colonna  è  sotto  il  Faro, 
una  sotto  Pechino  e  una  sotto  Trapani   (Messina)  \ 

7.  Il  fuoco  dell'Etna  è  in  comunicazione  diretta  con 
quello   dell'inferno,   che   sta   sotto  terra 2. 

1  Cfr.  Fiabe  e  Leggende,  n.  CVI,  p.  368  e  il  mio  studio  sulla  leg- 
genda di  Cola  Pesce;  ne\V Archivio  delle  tradizioni  pop.,  v.  VII. 

-  Cfr.  (Massa),  Sicilia  in  prospettiva,  v.  I,  e.  XVI?  p.  59  e  seg. 
e  p.  101   del  presente  volume. 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE  479 

8.  Nel  Monte  di  Trapani  (S.  Giuliano)  sono  le  donne 
più  belle  della  Sicilia;  ma  se  scendono  di  là  e  vanno 
a  stabilirsi  altrove,  perdono  la  loro  bellezza  (Palermo). 
A  conferma  di  questa  bellezza  si  dice: 

'N  Trapani  sunnu  li  russi  curaddi, 
Ed  a  In  Munti  li  picciotti  beddi. 


Ed  anche: 


Cui  voli  sali  vaja  a  Trapani 
Cu  voli  beddi  vaja  a  lu  Munti 


2.  Il  Fuoco. 

9.  Il  santo  che  protegge  dal  fuoco  è  S.  Antonio  Abate  2. 

10.  Sulla  favilla  corre  il  seguente  indovinello: 

Piccula  sugnu  iu, 
Senz'ali  vaju  abbuiarmi;: 
Unni  puosu   iu 
Pìzzicu  e  fazzu  dannu  (Nolo)  8. 

11.  Quando  il  fuoco  scoppietta  e  la  lucerna  accesa 
parla,  vi  si  versa  sopra  dell'acqua  benedetta  il  Sabato 
Santo. 

12.  Chi  non  accende  lume  in  propria  casa,  morirà 
dannato   (Roccapalumba). 

13.  Quando  si  smoccola  un  lume  e  si  gettano  per  terra 
i  moccoli  ancora  accesi,  bisogna  spegnerli  subito,  per- 
chè le  anime  del  limbo  bestemmiano  Dio  e  i  loro  pa- 
renti fino   alla   settima    generazione;   esse   sono   al  buio, 

1  Prov.  sic,  v.  Ili,  pp.  170-171. 

2  Spettacoli  e  Feste,  p.  171.  Cfr.  anche  v.  Ili,  p.  158  di  questi  Usi. 

3  Di  Martino,  Énigmes,  n,  X. 


480  CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE 

e  a  vedere  quel  lumicino  soffrono  orribilmente  alla  vi- 
sta, che  hanno  troppo  sensibile  (Montevago  e  Mazzara). 
14.  Un  lume  per  terra  è  indizio  di  prossima  disgrazia  \ 
15  Se  il  fuoco  scoppietta  e  rumoreggia  la  fiamma,  una 
persona  lontana  parla  di  noi.  Se  la  lampada  innanzi 
un  santo  arde  diritta,  immobile  e  splendida,  buon  se- 
gno: la  ragione  per  la  quale  è  accesa  sarà  accettata; 
il  nostro  ammalato  guarirà;  il  nostro  parente  lontano 
verrà  presto;  il  nostro  desiderio  sarà  compiuto.  Non  così 
se  la  fiamma  si  dimena,  non  isplende,  o  si  spegne  (Pa-  I 
lermo). 

16.  Se  al  pranzo  del  Sabato  Santo  si  smorzerà  il  fuoco, 
è  presagio  spaventevole,  perchè  prima  del  Sabato  Santo    I 
venturo  uno  della  famiglia  morirà  dannato.  Si  ha  quindi 
cura  nelle  case  del  volgo  di  non  mettere  al  fuoco  ramu- 
scel'li  umidi  o  verdi   (Modica). 


3.  Cose  Fisiche. 

17.  Per  conoscere  se  il  vino  sia  schietto  o  annacquato, 
se  ne  versa  un  pochino  in  un  piatto,  nel  quale  sia  stato 
appiccicato  ritto  un  cerino  acceso,  che  si  copre  con  un 
bicchiere  di  cristallo  capovolto.  Se  nel  vino  vi  è  del- 
l'acqua, essa  resta  libera  fuori  del  bicchiere,  mentre  il 
vino  viene  subito  aspirato  dentro. 

18.  Seconda  prova: 

Prendi  un  bicchiere  grande,  versavi  del  vino  sino  alla 
metà,  e  quindi  mettivi  dentro  un  bicchiere  più  piccolo. 

1  Cfr.  v.  p.  211. 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE  481 

Se  dell'acqua  vi  ha,  questa  salisee  tra  le  pareti  de'  due 
bicchieri;  ed  il  vino  resta  al  fondo. 

19.  Terza  prova: 

Prendi  dell'acqua  e  versala  in  un  piatto,  inzuppa  in 
vino  un  pezzetto  di  spugna,  e  mettila  nell'acqua  del  piat- 
to. Se  il  vino  è  schietto,  ci  vorrà  quasi  un  quarto  d'ora 
a  colorar  tutta  l'acqua;  se  acquoso,  subito. 

20.  Per  fare  restare  il  vino  a  galla  sull'acqua  d'un  bic- 
chiere, si  prenda  un  pezzetto  di  midollo  di  pane,  s'in- 
fìgga in  una  forchetta  o  in  un  stecco  qualunque  e  vi 
si   versi   del   vino.    Inzuppato  ch'esso   lo   abbia,    il    vino 

Iche  sgocciolerà  nell'acqua  resterà  a   galla   come  l'alcoo- 
lato  d'anice   (zammù). 

21.  Il  sale  sparso  sulla  neve  la  rende  più  fredda. 

22.  Il  fumo,  perchè  leggiero,  fa  sollevare  in  alto  qua- 
lunque  globo   areostatico   (pallimi). 

23.  L'acqua  diaccia  versata  nei  bicchieri  o  in  altri  re- 
cipienti di  cristallo,  di  terraglia,  di  latta  o  d'altro,  li 
fa  sudare.  Questo  sudore  è  affetto  dalla  forza  del  freddo, 
che  vince  la  resistenza  del  recipiente. 

24.  Quasi  il  medesimo  si  può  dire  dell'appannarsi  delle 
lastre  di  cristallo  nelle  imposte  e  in  altre  aperture  ester- 
ne nei  giorni  di  freddo  e,  secondo  il  popolo,  dell'umidità. 
Il  freddo,  l'umidità  esterna  si  riflettono  all'interno. 

25.  L'aglio  distrugge   la  virtù  della   calamita  \ 

26.  «  Fuoco  fatuo  o  lambente.  P.  Scotto,  Phys.  Cur., 
I  lib.  XI,  cap.  X,  §  3,  p.  1211  e  in  Magia  univers.,  p.  IX, 

1  Cfr.  la  nota  della  CCVI  delle  Fiabe,  Nov.  e  Race,  v.  IV,  pp.  20 
e  21  ;  e  nel  volume   presente,  p.  478. 


ól. 


482  CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE 

lib.  II,  cap.  IV,  p.  149,  scrive  del  fuoco  di  Sa.  Agrip- 
pina nella  città  di  Mineo,  presso  la  cui  chiesa  v'è  un 
cimitero,  donde  a  quando  si  sollevano  fiamme  innocenti. 
Crede  il  volgo  credulo  che  sia  un  evidente  segno  della 
protezione  della  santa;  onde  san  vedute  con  diletto  e 
con  straordinarj  segni  di  allegrezza.  Tale  credulità  della 
plebe  ha  tirato  la  opinione  di  molti,  onde  in  manifesta- 
zione di  giubilo  suonano  a  festa  tutte  le  campane  della 
città  nel  vedersi  questi  fuochi.  —  P.  Ottavio  Gaetano, 
SS.  Siculorum,  t.  I,  in  Animad.,  p.  62,  racconta  che  nel- 
l'ottobre 1558  si  scaricò  su  Mineo  una  grande  tempesta; 
il  popolo  era  spaventato,  quando  apparvero  questi  fuo- 
chi di  Sa.  Agrippina,  e  la  tempesta  disparve,  e  i  Mineroli 
ne  fecero  festa,  e  corsero  al  luogo  ove  questi  fuochi  si 
vedevano,  e  v'immersero  con  gioia  le  mani  »  1. 

4.  Gesù'  Cristo,  Santi,  Devozione. 

27.  Gesù  Cristo  prima  di  morire  un  fece  testamento  a 
voce  e  disse:  Lassù  9na  cosa  cchiù  megghiu  di  mia:  li 
dinari   (Palermo). 

28.  Malàcu  (Malco)  détte  uno  schiaffo  a  G.  C.  e  fu 
condannato  in  un  fiume,  assetato  sempre,  senza  poter 
bere  mai    (Montevago). 

29.  Protettore  dei  ladri  è  S.  Dima  (S.  Disma,  uno  dei 
due  ladroni  che  morirono  sul  Calvario  insieme  con  G.  C). 
Egli  ne  fece  di  tutti  i  colori  ed  è  rimasto  proverbiale 
quando  si  vuol   parlare   d'un   ladro   matricolato   o   d'un 

1  Mongitore,  Della  Sicilia  ricercata,  v.  I,  p.  354. 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE  483 

furbo  da  tre  cotte:  Chistu  è  cchiù  latru  di  Santu  Ddima 
(Palermo). 

30.  S.  Accutufatu  (un  santo  che  non  esiste  in  nessun 
leggendario  e  martirologio)  prega  sempre  contro  il  po- 
vero cosi:  La  fini  di  lu  poviru  9un  vinissi  mai!  (che  non 
possano  mai  esser  compiuti  i  desideri  del  povero!);  ed 
allora  è  lieto  quando  vede  lo  infelice  nella  più  cruda 
miseria  (poviru  e  minnìcu)   (Palermo). 

31.  La  Madonna  dell'isola  di  Lampedusa  ha  una  lam- 
pada che  manca  sempre  di  olio  (Palermo). 

32.  «  In  Lampedusa  abitava  un  eremita,  il  quale  por- 
tava uno  scapolare  a  due  facce;  nell'una  c'era  dipinto 
il  Crocifisso  e  lo  porgeva  al  bacio  dei  cristiani;  nell'al- 
tra c'era  dipinto  Maometto,  e  l'offriva  all'  adorazione 
dei  turchi,  che  sbarcavano  nell'isola  1  ».  Proverbiale  quin- 
di in  Sicilia  lu  Rimitu  di  la  'Mpidusa,  come  colui  che 
serviva  a  Dio  e  a  Maometto. 

33.  Le  donne  ebree  quando  hanno  i  dolori  del  parto 
e  soffrono  molto,  si  fanno  portare  la  immagine  della 
Madonna  per  aver  la  grazia  di  liberarsi  presto;  e  di- 
cono: Dintra  Maria,  dintra  Maria!  Ma  appena  sgravate, 
la  fanno  rimetter  fuori  di  casa  dicendo:  Fora  Maria, 
fora  Maria  (Palermo).  Da  qui  il  motto  comunissimo 
quando  si  vede  una  persona  volubile  ed  incostante  negli 
affetti  e  nelle  amicizie:  Dintra  Maria!  (bis),  Fora 
Maria!   (bis)  2. 

34.  «  Agnusdei.  Fu  miracoloso  in   tutti   i  tempi.  Una 

1  Gu astella,  Le  Parità,  p.  116. 

2  Vedi  v.  II,  p.  136.  Zanazzo,  Proverbi  romanzeschi,  p.  99. 


484  CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE 

donzella  perseguitata  dal  demonio,  ebbe  appeso  al  collo 
un  agnusdei,  e  il  demonio  fuggì.  Un  incendio  in  Mes- 
sina venne  spento  con  un  pezzettino  d'agnusdei  gettato 
nelle  fiamme.  Un  bambino  bersaglio  d'una  strega  era 
ogni  notte  preso  dal  letto  materno  e  portato  innanzi 
la  soglia  di  casa;  con  un  agnusdei  al  collo  fu  liberato 
da  tanta  vessazione  1  ». 

35.  «  Tra  gli  usi  devoti  siciliani  c'è  che  lo  strutto  è 
considerato  non  come  un  grasso  qual'è  realmente,  mai 
come  latticinio,  e  si  consuma  nei  giorni  di  magro  e  di 
digiuno  pel  condimento  delle  vivande,  senza  contravve- 
nire al  precetto  della  Chiesa  2  ». 

36.  Il  magro  è  detto  scàmmaru;  le  carni,  le  uova,  i 
latticini  sono  càmmaru.  Quindi  cammar arisi  vale  man- 
giare di  grasso.  L'origine  del  qual  verbo  sarebbe  da  ri- 
cercare, secondo  alcuni,  nell'uso  che  aveano  i  frati  di 
desinare  in  cella,  9n  cammara,  quando  doveano  mangiar 
carne  o  latticini  nei  giorni  non  permessi  dalla  Chiesa 
(Palermo). 

37.  Quando  si  vedono  segni  o  figure  per  terra  si  rac- 
colgono e  si  nascondono  in  qualche  buco  (Palermo). 
Se  però  sono  delle  figure  di  croci,  si  guastano,  perchè 
indizio  di  malaugurio   (Noto). 

38.  È  comune  credenza  nel  circondario  di  Modica  ?he 
il  digiuno  ecclesiastico  o  di  devozione  non  abbia  alcun 
valore  ove  la  sera  non  si  spezzi  col  mangiare.   Così  il 


1  Alberti,  Dell'Istoria  della  Compagnia  di  Gesù,  pp.  518-519,  e 
poi  526,  689-690. 

2  Cacioppo,  Statistica,  p,  86. 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE  [S5 

volgo  ritiene  di  non  aver  digiunato  se  la  sera,  per  qual- 
siasi causa,  non  abbia  mangiato;  e  se  ne  confessa  come 
di  colpa  (Modica). 

39.  Chi  s'ha  a  comunicare  non  potrà  farlo  se  non 
abbia  dormito  durante  la  notte  almeno  un  quarto  d'ora. 

40.  Come  gli  animali  velenosi  diventano  il  1°  marzo 
letali l,  così  in  tutto  questo  mese  il  legno  di  certi  alberi 
riesce  pericolosissimo  pei  tossici  che  contiene.  Le  fe- 
rite che  si  riportano  non  solo  con  questi  animali  e  con 
questo  legno,  ma  con  altri  mezzi  ancora  e  per  vari  casi, 
non  guariranno  se  non  finito  il  mese  stesso   (Mazzara). 

5.  Auguri  e  presagi2. 

41.  Il  giorno  della  Candelora  l'orso  si  scrolla  (si  sco- 
ttila) :  e  se  il  tempo  è  buono,  si  spargono  tutti  i  mali 
sulla  terra  e  sugli  uomini;  se  cattivo,  non  avverrà  nulla 
di  male  (Nicosia)  3. 

42.  Quando  si  smarrisce  o  si  perde  (spirisci)  qualche 
cosa,  si  ricorre  a  S.  Spiridione  perchè  conceda  la  grazia 
di  farla  ritrovare.  Questo  santo  concede  le  grazie  di  na- 
scosto, forse  perchè  lo  si  prega  di  metterci  sott'occhio 
le  cose  da  noi  smarrite:   onde  suol  dirsi  che 

Santu  Spiririuni 

Fa  li   grazii   a  l'ammucciuni. 

Ad  esso,  come  a  S.  Onofrio,  si  ricorre  promettendo  un 
solo    centesimo    di   lira    (una   volta    tri  dinari):    niente 

1  Vedi  v.  Ili,  pp.  305-306. 

L  Vedi  voi.  II,  p.  3. 

*  Da  aggiungersi  al  cap.  dei  Mesi  e  giorni,  p.  263  del  presente  voi. 


486  CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE 

più,  niente  meno;  il  quale  centesimo  si  darà  poi  in  ele- 
mosina ad  un  poverello  (Palermo). 

È  chiaro  che  il  protettorato  delle  cose  smarrite  viene 
a  questo  santo  dal  suo  nome  Spiririuni  o  Spiriuni,  che 
è  una  medesima  cosa  col  verbo  spirìri,  sparire  (Palermo). 

43.  Uno  dei  segni  che  dà  S.  Filiciuzzu  (=  S.  Feli- 
ciuzzo),  quando  lo  si  prega  di  qualche  grazia,  è  un  leg- 
giero sibilo  che  si  sente  presso  una  tavola,  una  seggiola, 
qualche  pezzo  di  legno;  questo  segno  indica  la  conces 
sione  della  grazia.  Il  sibilo,  si  comprende  bene,  è  prò 
dotto  da  qualche  tarlo  che  rode  il  legno  (Palermo). 

44.  Chi  vuol  togliersi  i  vizi  che  ha,  il  giorno  di  San 
Giovanni  avvolge  sette  bocciuoli  di  canna  in  altrettanti 
pezzettini  di  carta,  che  poi  svolge  per  vedere  se  la  carta 
si  trovi  in  una  particolare  maniera.  Se  così  è,  i  vizi 
andranno  via,  o  meglio,  tanti  ne  andranno  via  quanti 
saranno  i  pezzettini  di  carta  della  forma  prestabilita. 
Prima  di  svolgere  i  bocciuoli  si  ripetono  tre  paternostri 
ed  un'avemaria   (Palermo). 

45.  I  medesimi  bocciuoli  si  fanno  in  numero  di  24 
per  vedere  quante  grazie  si  potranno  ottenere  da  Dio 
o  dai  santi.  Tanti  bocciuoli  rimangono  entro  la  carta, 
altrettante  grazie  in  prospettiva    (Pietraperzia). 

46.  Chi  vuol  conoscere  se  riuscirà  a  veder  tradotto 
ad  atto  un  suo  desiderio,  lasci  cadere  uno  spillo.  Se 
lo  spillo  cadrà  dalla  capocchia,  il  desiderio  verrà  a  fine; 
se  dalla  punta,  egli  potrà  deporre  la  speranza  della  riu- 
scita (Modica). 

47.  Per  sapere  se  la  moglie  sia  o  no  fedele,  il  ma- 
rito  nel  mettersi   la   sera   a  letto   la   tocchi  improvvisa- 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI     VARIE  487 

mente  fa  la  spinsirata)  con  un  diamante.  Se  essa  a  quel 
tocco  trasalisce,  è  infedele;  se  no,  è  la  donna  più  onesta 
e  fedele  di  questo  mondo    (Partinico). 

48.  Chi  esce  di  casa  per  un  affare  o  per  un  grave  ne- 
gozio, ed  inciampa  sulla  soglia,  o  sdrucciola  a'  primi 
passi,  non  vada  avanti,  perchè  le  cose  gli  andranno  male: 
e  però  rimandi  meglio  la  faccenda  a  un  altro  giorno. 
Così  se  incontra  nel  cammino  un  cane,  un  uccello  ecc. 

I  II  felice  augurio  si  argomenterà  in  ragione  delle  per- 
sone e  delle  cose  che  s'incontreranno  e  delle  voci  che  si 
sentiranno. 

49.  Una  divinazione  si  fa  con  l'anello  legato  a  un 
capello  o  ad  un  filo  e  sospeso  all'orlo  d'un  bicchiere; 
tanti  colpi  esso  darà,  tante  parole  da  interpretar  bene 
si  avranno   (Palermo). 

50.  I  matrimoni  tra  parenti  finiscono  sempre  male 
fisicamente  e  moralmente    (Palermo). 

51.  Colui  al  quale  cade  un  dente,  lo  getta  sul  tetto  della 
casa  d'una  donna  incinta.  Se  il  dente  è  incisivo  o  ca- 
nino, nascerà  un  maschio;  se  molare  cioè  ganga  (fem- 
minile), femmina   (Pietraperzia). 

52.  Pel  giorno  di  S.  Giovanni  sposano  le  ragazze;  per 
quello  di  S.  Pietro  le  vedove  (S.  Fratello). 

53.  Altri  fatti  per  pronosticare  del  sesso  del  futuro 
nato  nelle  donne  incinte,  fatti  da  aggiungersi  a  quelli 
di  p.  120  del  voi.  II: 

Secondo  il  seguente  proverbio: 

Vampa  di  facci  e  tramutazioni 
Ancila  biunna  vèniri  voli, 

le    frequenti   vampe    al   viso,    l'abbuiamento    della    vista 


488  CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE 

nelle  donne  incinte  sono  indizi  di  gravidanza  di  un'an- 
gioletta  bionda. 

54.  Se  la  pregnante  appetisce  limoni,  aceto,  fragole, 
frutta  acerbe,  si  sgraverà  di  un  maschietto,  che  poi  sarà 
un  uomo  di  giudizio;  se  rosicchia  cortecce  secche  di  al- 
beri, carbone,  calcinacci,  gusci  di  uova,  cocci,  si  sgra- 
verà di  una  femmina,  che  un  giorno  sarà  capricciosa, 
cervellina,  sventata;  o  darà  in  luce  un  ganimede  fiacco 
e  sdolcinato,  un  uomo-femmina. 

55.  Se  nel  giorno  che  si  fa  il  bucato  del  corredino  del 
nascituro  il  cielo  è  coperto  di  nuvole,  grigio  (griciu), 
piovigginoso  o  uggioso  (guttumusu),  s'avrà  una  bam- 
bina : 


; 


Celu  griciu  e  guttumusu, 
Pripàracci  lu  fusu. 

56.  Nella  donna  che  non  è  più  primipara  si  tien  coni 
della  luna  nell'ultimo  parto  di  lei.   Se  la  luna   era  su 
nascere,  nascerà  un   maschio;    se   sul   mancare,   nascerà 
una  femmina  1. 

57.  Se  il  giorno  della  nascita  è  dispari,  nascerà  un  ma- 
schio; se  pari,  una  femmina.  Se  il  giorno  della  nascita 
è  dispari  e  il  giorno  della  settimana  è  pari,  s'avrà  aborto. 
Se  pari  e  pari,  feto  ottimo  di  salute    (Siculiana)  2. 

58.  Quando  nascono  due  gemelli,  maschi  entrambi,  uno 
deve  morire  di  necessità;  se  entrambi  femmine,  lo  stesso; 

1  Salomone-Marino,  Pronostici  e  Scommesse  su  la  gravidanza 
presso  il  popolo  di  Sicilia  (per  Nozze  Amalfi-De  Angelis).  In  Pa- 
lermo, M.D.CCC.LXXXVI  (1887). 

2  Vedi  v.  II,  p.  131. 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE  489 

se   maschio   e   femmina,    possono    vivere   l'uno   e  l'altra 
(Catania)  1. 

59.  Le  donnicciuole  si  guardano  dal  far  baciare  tra 
loro  due  bambini,  un  maschio  e  una  femmina,  entro 
l'anno  di  nascita,  altrimenti  morrebbe  il  minore  di  essi. 
Ma  se  i  bambini  sono  di  egual  sesso,  possono  impune- 
mente baciarsi  (Nicosia)  2. 

60.  Se  il  villano  non  torna  al  suo  paesello  nativo  il 
Sabato  sera  prima  che  suoni  l'Avemaria  (e  difficilissima 
cosa  è  che  non  torni  prima  di  quell'ora),  la  moglie,  presa 
da  sospetto  o  da  paura,  vuol  sapere  la  causa  di  quel- 
l'insolita tardanza,  E  a  far  ciò  ha  un  mezzo  efficacis- 
simo. Si  colloca  in  un  punto  centrale  della  via  che  abita, 
e  volgendosi  da  quella  parte  donde  suol  venire  il  marito, 
chiama  a  voce  alta  una  di  quelle  vicine:  O  Cuncetta, 
(o  altro  nome),  vieni  ccà  un  mumientu!  Se  Concetta 
risponderà:  Nun  puozzu  vèniri,  la  moglie  si  volgerà  dal 
lato  opposto,  chiamando  un'altra  vicina:  O  Rusaria,  (o 
altro  nome),  vieni  ccà!  Se  Rosaria  risponde  come  la 
prima:  Nun  puozzu  vèniri,  è  segno  infallibile  che  il 
marito  è  morto,  e  allora  la  donna  strilla  e  si  strappa  i 
capelli;  se  invece  la  seconda  vicina  risponderà:  Ora  vie- 
gnu,  è  segno  chiarissimo  che  il  marito  si  è  rissalo,  è 
fuggito  e  verrà  più  tardi  (Modica). 

61.  Quando  dietro  il  viatico  va  poca  gente,  il  malato 
muore  (Palermo)  K 

62.  Indizio   di  prossima   morte   di   una   persona    è   lo 

1  Va  al  v.   II,  e.  VII,  p.  140. 

2  Vedi  v.  II,  p.  180. 

3  Vedi  v.  II,  p.  205. 


490  CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE 

sbucciare  di  una  rosa  rosso-cupa  presso  la  famiglia  che 
ha  da  avere  siffatta  sventura   (Misilmeri). 

63.  Altro  indizio  di  prossima  morte  per  qualcuno  del- 
la famiglia  è  se  in  una  casa  siano  contemporaneamente 
due  donne  distrecciate   (Modica). 

64.  Non  brucia  la  carrucola  di  legno  della  propria 
casa  chi  non  vuole  accorciare  la  propria  vita  o  quella 
dei  suoi  (Cefalù). 

65.  Ad  affrettare  la  morte  d'un  agonizzante  giova  met- 
tere sotto  il  suo  letto  il  liccio  (lizzu)  d'un  telaio.  (Mar- 
sala) \ 

66.  Quando  si  riceve  un  regalo  da  un  avaro  si  crede 
o  almeno  si  dice,  che  si  debba  morir  presto:  E  eh? he 
mòriri!  (Oh  che  ho  a  morire!);  ovvero:  Ora  moru 
(Adesso  muoio!). 

67.  A  chi  tira  un  gran  sospirone,  che  riempie  l'animo 
di  tristezza,  chi  è  presente  si  affretta  a  dire:  E  vattinni 
ó  Chiami  9u  Palazzu  (Palermo)  (e  vattene  [a  tirar  di 
questi  malaugurosi  sospiri]  al  Piano  del  Palazzo  =  in 
Piazza  Vittoria!);  ovvero:  A  Vàutru  è  ghiornu!  (Con  un 
altro  [di  questi  sospiri]  si  farà  giorno!)  ;  o  'Nautru  piattu 
cri  nnè!  (Misilmeri)  (Un  altro  piatto  ve  n'è!);  o  9NÌ 
Possa  toi,  figghiu!  (Trapani)  [Che  vada]  dentro  le  ossa 
tue,  figlio  [=  amico  mio!]. 

68.  «  L'omicida  che  ritiene  il  coltello  con  cui  com- 
piva il  delitto  sarà  trascinato  da  una  forza  misteriosa 
irresistibile  nelle  mani  della  giustizia  »   (Mazzara)  2. 

1  Aggiungi  al  v.  II,  p.  206. 

2  Castelli,   Credenze,   p.  59.   Palermo,   1887. 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE  491 

69.  Se  il  marito  uscirà  di  casa  coi  calzoni  sbottonati, 
segno  che  qualche  persona  di  dubbia  relazione  con  la 
moglie  di  lui  sia  in  sua  casa.  Questa  persona  può  essere 
molto   probabilmente   un   monaco    (Modica). 

70.  Nel  deporre  la  conocchia  ed  il  fuso  la  buona  mas- 
saia preferisce  una  sedia  o  altro  posto,  ed  ha  cura  di 
evitare  il  letto,  se  non  vuole  correr  pericolo  di  divi- 
dersi dal  marito   (Modica. 

71.  Ogni  donnicciuola  che  fila  vede  sempre  con  pia- 
cere aggrovogliarsele  il  filo  attorno  al  fuso,  perchè  que- 
sto è  buon  presagio  che  il  marito  le  ritornerà  a  casa 
carico  di  quattrini  e  d'altre  belle  e  buone  cose  (Nieosiaì. 

72.  Chi  ripiega  indietro  le  scarpe  consumandone  a  pre- 
ferenza i  tacchi,  dee  aver  detto  delle  menzogne,  (Si- 
ciliana), 

73.  Stabile  sarà  quella  casa,  nelle  cui  fondamenta  sia 
stata  gettata  una  moneta  d'oro  o  d'argento   (Mazzara)  '. 

74.  Quando    un    campagnolo    deve    andare   lontano    e 
I  ci  va  sull'asino,  può  conoscere  sin  dal  momento  che  parte 

quale  debba  esser  l'esito  de'  suoi   affari.   Se  l'asino  nel 
mettersi   in   cammino   scaricherà   il  ventre,  è    certo    che 
ì  nessun  ostacolo  sarà  egli  per  incontrare,  e  tutto  andrà 
bene   (Naso). 

75.  Chi  nel  vestirsi  infila  il  corpetto,  la  camicia,  una 
calza  a  rovescio,  deve  essere  invitato  a  desinare  fuori 
di  casa   (Palermo). 


Castelli,  Credenze,  p.  47. 


492  CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE 


6.  Varia. 

76.  A  coloro  che  sono  paurosi  per  indole,  se  si  voglia 
guarirli  di  codesta  paura  irragionevole,  si  amministra 
in  un  cucchiaio  con  zucchero  ed  acqua  ir  fiele  del  ric- 
cio, ed  essi  diverranno  coraggiosi   (Modica). 

77.  Chi  compra  una  brocca  nuova,  ha  cura  di  farvi  i 
bere  per  primo  un  maschio,  sia  anche  un  bambino,  e 
non  mai  una  femmina,  e  così  essa  non  saprà  mai  dii 
muffa. 

78.  Per  correre  come  il  vento,  cinquanta  miglia  l'ora, 
bisogna  ungersi  i  piedi  d'un  unguento  formato  di  sa-i 
pone  nero,  rognoni  di  cervo  maschio  (sic)  e  anguilla  i 
nera  (Partinico). 

79.  Ad  ogni  dieci  anni  si  muta  di  viso  e  di  abitudini 
(Palermo). 

80.  Ogni  creatura  al  mondo  ha  sette  esseri  che  la  ras- 
somigliano in  tutto  e  per  tutto:  costumi,  altezza,  gros- 
sezza, ricchezza,  povertà. 

81.  Le  bellezze  del  corpo  son  sette,  e  si  dice  comu- 
nemente: Stu  picciriddu,  o  sta  picciotta  havi  li  setti 
biddizzi.  Si  ricordi  il  canto  popolare:  Setti  su9  li  hid- 
dizzi  di  la  donna. 

8.  Sette  son  le  lingue  principali;  e  di  persona  dot- 
tissima, che  sia  come  un'arca  di  sapienza  si  sente  dire 
che  sapi  li  setti  lingui. 

83.  V'è  un'acqua  in  certe  parti  remote  detta  sataredda 
(saltarella),  la  quale,  bevuta  dai  vecchi,  li  fa  ringiova- 
nire  (Termini). 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE  493 

84.  Quando  ha  luogo  una  esecuzione  pubblica  di  giu- 
stizia i  popolani  che  vanno  a  vederla,  se  non  condu- 
cono con  loro  figli,  nipoti,  conoscenti,  adocchiano  sul 
josto  un  fanciullo  o  un  giovinetto,  e  nel  momento  più 
solenne  e  terribile  dello  spettacolo  affibbiano  ad  esso  o 
i  chi  han  condotto  con  loro  uno  schiaffo,  perchè  egli 
si  ricordi,  crescendo,  che  quel  disgraziato  fece  quella 
nfame  morte  pe'  suoi  delitti.  Questi  schiaffi  sono  cen- 
inaia,  migliaia,  quanti  sono  i  presenti  adulti  che  cre- 
lono  di  fare  un'opera  buona  ricordando  quel  dato  istante. 
Vovantanove  su  cento,  lo  schiaffo  piomba  inaspettato  1. 

85.  «  Si  può  riparare  alla  colpa  del  concubinato,  del- 
'incesto,  o  dell'aborto  procurato,  col  ficcare  i  neonati 
n  qualche  buco  dei  muri  della  chiesa,  e  narrasi  che 
lei  1882  eseguitasi,  per  ordine  di  quel  pretore,  una  vi- 
ita  ai  muri  della  Matrice,  furon  trovati  diciannove  sche- 
etri  di  neonati  in  parte  polverizzati,  tutti  avvolti  in 
uridi  cenci 2  (Regailmuto). 

86.  Accenni  a  basilischi  ed  a  mostri  sono  a  p.  306  del 
r.  III.  Ora  ecco  il  poco  che  ho  potuto  raccogliere  in 
proposito,  oltre  quello  che  dissi  nel  §  del  Gallo,  ivi, 
>.  376. 

Il  basilisco  è  tra  serpe  e  uccello,  ed  ha  la  terribile 
acoltà  di  rattrappire  una  persona  mediante  lo  sguardo. 
1  volgo  crede  che  tutti  i  paralitici  siano  stati  guardati 
lai  basilico  (Modica).  Onde  l'Ingrassia  ebbe  a  scrivere: 

1  Intorno  aìYUso  di  picchiare  i  fanciulli  in  certe  solenni  occa- 
ioni  in  Italia  e  fuori,  vedi  un  mio  articolo  inserito  nellM  rc/m;io 
Ielle  trad.  pop.,  v.  V,  p.  457-458. 

2  Seb.  Salomone,  op.  cit.,  v.  II,  parte  III,  IV,  V,  p.  243. 


494  CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE 

«  Della  qual  foggia  io  giudico  di  morire  quelli  che  son 
veduti  dal  basilisco  x  ». 

Fari  fari  lu  basiliscu,  vale  conservar  lungamente  una 
cosa  con  pericolo  anche  di  sciuparla  o  perderla,  e  si 
dice  specialmente  quando  i  genitori  d'una  ragazza  da 
marito  per  un  verso  o  per  un  altro  non  la  sposano. 
—  Aviri  lu  basitiseli,  aver  le  lune  a  rovescio,  essere  stra- 
no. —  Facci  di  basiliscu,  viso  accigliato,  strano,  brutto, 
pauroso.  —  Occhiu  di  basiliscu,  occhio  brutto,  occhio 
pauroso.  In  un  canto  popolare: 

Lu  basiliscu  'ntra  l'oscuri  agnuni 

Ca  apri  rocchi  ed  ammazza  li  genti  (Riesi)  2. 

87.  Di  serpenti  a  sette  teste  e  sette  code  ne  esistono 
ancora,  e  c'è  chi  ne  ha  veduti.  Un  serpente  di  questa 
fatta  era  nascosto  in  una  grotta  presso  una  fontana; 
e  tante  persone  divorava  quante  a  quella  fontana  sen- 
tiva accostare.  Questi  animali  hanno  odorato  finissimo 
(Ficarazzi). 

88.  Ecco  tre  orazioni  della  donna  in  soprapparto  per 
che  essa  venga  presto  liberata  dal  feto.  La  prima  e  ri- 
volta a  Maria  dello  spirùgghiu  (distrigo),  perchè  sciolga, 
strighi   presto  la   sofferente: 

Bedda   Matri  d'  'u  spirùgghiu, 
Comu  spirugghiatu  a  mia, 
Spirugghiati  a  sta  criatura  mia3, 
Prima  pi  l'arma  e  po'  p'  'u  cuorpu! 

1  Ingrassia,  Informatione,  p.  I,  e.  IV,  p.  24. 
-  Recc.  ampi.,  n.  2929. 

3  Alla  stessa  maniera  che  sciogliete  me,  sciogliete  questa  mia 
creatura. 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI     VARIE  495 

La  seconda  è  a  Sant'Anna: 

Matri  Sant'Anna,  Matri  Sant'Anna, 
Vostru  fìgghiu  'n  paraddisu  vi  cumanna 
Pi  la  vostra  'razioni 1 
Livàtimi   tutti   sti  confusioni! 

La  terza  è  a  Santa  Monaca,  madre  di  S.  Agostino: 

Santa  Monica  gluriusa, 
Santa  Monica  piatusa, 
P'  'u  viaggiu   chi  facistivu  a  Milanu 
Pi  fari  a  vostru  fìgghiu  cristianu, 
Spirugghiatimillu  a  marni  a  maini 2. 
'Un  vi  lu  dugnu,  'un  vi  l'apprisentu, 
S'  'un  mi  faciti  lu  me  cumprimentu  3  (Carini). 

Dopo  la  recita  di  queste  tre  orazioni  si  fa  la  pre- 
ghiera alla  Madonna  della  Grazia,  che,  come  si  sa,  af- 
fretta la  sgravo  delle  povere  sofferenti  in  soprappar- 
to (v.  II,  p.  137). 

89.  A  proposito  del  cùnsulu,  cioè  de'  pranzi  che  si  fan- 
no o  delle  pietanze  che  si  mandano  dai  parenti  e  dagli 
jamici  alle  famiglie  presso  le  quali  è  morta  una  persona, 
(ecco  quello  che  usa  nella  provincia  di  Messina: 

LA  misura  che  crescono  i  giorni  si  va  crescendo  di 
n  piatto,  sino  a  finire  in  pranzi  succulenti.  Bisogna 
(vedere  poi  come  ognuno  ci  tenga  alla  giornata  che  gli 
spetta  per  ragione  di  età  e  di  sesso.  Non  la  cede  nem- 
meno a  pregarlo  come  un  Dio,  e  si  arriva  al  punto  di 
far  delle   questioni.   Dopo  i   parenti   vengono   gli   amici, 

1  Per  la  vostra  orazione. 

2  Distrigatemelo  (il  parto)  subito. 

3  Non  ve  lo  dò  (il  rosario  che  vi  ho  recitato),  né  ve  lo  presento, 
ise  non  fate  il  mio  compimento  (=  se  non  esaudite  la  mia  preghiera). 


496  CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE 

i  quali  avvertono  la  famiglia  che  ha  sofferto  la  sven- 
tura, con  un  giorno  di  precedenza.  L'uso  però  prescrive 
che  al  7°  si  porti  il  medesimo  pranzo  e  le  medesime 
pietanze  che  si  portarono  il  1°  giorno;  se  no,  si  andrebbe 
all'infinito;  e  poi  si  ricomincia  da  capo    (Naso)  1. 

90.  Altra  preghiera  alla  luna  nuova  per  far  crescere 
prosperità  alla  casa  della  persona  che  prega: 

Santa   Ddima   nuova, 
D'ogni  misu  s'  rinnova, 
Crisci  tu,  crisciu  ia, 
Crisciu  'u  bien  'n  casa  mia  (Nicosia)  '. 

91.  Intorno  alla  iscrizione  che  corre  nel  manico  di  al- 
cuni strumenti  rurali  (v.  Ili,  p.  94)  son  lieto  di  riferire 
quanto  raccolse  e  pubblicò  come  opera  del  Veneziano 
l'editore  P.  Arceri  più  sotto  notato.  Quivi  si  legge  lai 
seguente  ottava: 

Contro  i  Turchi. 

Quattru  fidili  e  cincu  Luterani, 
Dui  boni  ed  unu  cu  la  facci  bruna, 
Tri  vannu  contra  lu  superbu  cani, 
Unu  fa  'nsigna  cu  la  inenza  luna, 
C'è  un  pratticu  poeta,  e  dui  Pagani 3, 
Dui  Cristiani  ;   tri  Turchi  'n  persuna  \ 
Un  battizzatu,  dui  Turchi  Fricani, 
Dui  li  me'  servi  ed  unii  a  la  furtuna. 

1  Vedi  v.  II,  p.  228. 
:i  Vedi  v.  Ili,  p.  26. 
a  Variante: 

Pratticu   c'un  profeta,  e  dui  Pagani. 
4  Variante: 

Dui  servi  toi,  tri  Turchi  'n  pirsuna. 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIÓNI    VARIE  497 

Non  so  donde  abbia  cavata  l'editore  questa  poesia, 
la  quale  nei  mss.  del  Veneziano  non  esiste.  Probabil- 
mente egli  la  raccolse  dalla  tradizione;  e  dalla  tradizione 
dovette  anche  raccogliere  quel  che  ne  scrive  nella  se- 
guente curiosa  illustrazione: 

«  In  questa  ottava  vi  è  combinato  un  giuoco,  che  di- 
cesi per  tradizione  dal  nostro  poeta  inventato  durante 
la  di  lui  cattività  in  Algeri  contro  i  Turchi. 


TAVOLA  DEL  GIUOCO 


*00* 10000** 

©  * 

*  * 

*  © 

** 0  0 00*0**0° 

«  Le  persone  che  compongono  il  giuoco  sono  in  num. 
di  30,  cioè  quindici  Turchi  e  quindici  Cristiani,  e  devono 
combinarsi  nel  modo  che  segue:  quattro  Cristiani,  cin- 
que Turchi,  due  Cristiani,  un  Turco,  tre  Cristiani,  un 
Turco,  un  Cristiano,  due  Turchi,  due  Cristiani,  tre  Tur- 
chi, un  Cristiano,  due  Turchi,  due  Cristiani  ed  un  Turco. 
Si  comincia  a  contare  dal  primo  dei  quattro  Cristiani 
sino  al  num.  9  e  così  di  seguito,  coll'avvertenza,  che  il 
numero  che  si  toglie  non  deve  più  contarsi,  e  dal  giuoco 
risulta,  che  tutti  i  Turchi  restano  esclusi,  rimanendo 
liberi  i  soli  Cristiani.  Non  sappiamo  a  quale  oggetto 
fosse  stato  inventato  questo  giuoco,  e  se  forse  si  fu  una 
poetica  invenzione  dell'Autore,   annojato  dal  peso  della 


12. 


498  CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE 

servitù,  o  che  attendeva  qualche  occasione  per  metterla 
in  opera  1  ». 

92.  Un'usanza  curiosa,  sparita  da  un  mezzo  secolo  in- 
circa, è  la  Domenica  della  sarda  in  Ragusa.  Ogni  anno, 
non  so  in  qua!  mese,  i  contadini  a  massa  si  avviavano 
alla  cava  del  fiume  Irminio,  presso  il  comune,  sd  ivi 
abbattevano  e  distruggevano  ogni  sorta  di  pianta.  (Vit 
toria). 

93.  Come  segno  divisorio  tra  un  fondo  e  l'altro  s 
pianta  del  sambuco.  È  il  dio  Termine  de'  campagnuoli 
e  non  c'è  contratto  che  non  ne  faccia  menzione   (Naso) 

94.  Chi  pianta  gaggia  in  propria  casa,  accorcia  la  vita 
al  padre  di  famiglia;  il  che  risulta  dal  seguente  prò 
verbio  di  Borgetto: 

Cui  'nta  li  grasti  so'  la  càssia   chianta, 
A  lu  capu  di  la  casa  la  vita  spunta. 

95.  Il  medesimo  si  ritiene  anche  in  Borgetto  pel  prez 
zemolo,  il  quale  si  dee  seminare  non  già  nei  vasi  d 
fiori  della  propria  casa,  ma  nell'orto,  donde  si  può  poi 
trapiantarlo.  Il  proverbio  dice  che 

Cu'    chianta    pitrusinu,    chianta    guai 2. 

96.  Le  donnicciuole  di  Alia,  in  està,  quando,  dopo  le 
messi,  vanno  spigolando  pei  campi,  lasciano  di  sovente 
qualche  loro  marmocchio  in  fasce  sul  nudo  terreno,  ed 
hanno  cura,  secondo  il  lor  giudizio,  di  chiuderlo  quasi 
in  una  cerchia  difensiva,  la  quale  non  si  compone  d'altro 

1  Opere  .  7»,  Antonio  Veneziano,  poeta  siciliano,  riunite   e   tra- 
dotte dal  sac.  Salvatore  Arceri,  p.   119.  Palermo,  Giliberti   1861. 
3  Da  aggiungersi  al  v.  Ili,  Botanica,  e.  III. 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI    VARIE  499 

se  non  di  alquante  stille  di  latte,  fatte  scorrere  intorno 
intorno  dal  proprio  seno.  Ciò  fatto  quelle  buone  mamme 
vanno  via  per  le  loro  faccende,  e  stanno  più  che  sicure, 
che  né  serpi,  ne  vipere,  ne  altri  animali  velenosi  rompe- 
ranno quella  misteriosa  trincea  per  assalire  o  maltrattare 
i  poveri  piccini   (Termini)  1. 

97.  Questa  pratica  ne  richiama  un'altra  delle  nutrici, 
che  consiste  nello  smungere  o  schizzare  un  pò  di  latte 

\  del  proprio  seno  sul  bambino  che  esse  hanno  adagiato 
nella  culla,  e  che  si  dispongono  a  lasciare  per  accu- 
dire ad  altre  faccende  (Palermo).  Quel  latte  è  un 
salva-nos. 

98.  Un'altra  maniera  di  stregare  una  giovinetta  che 
non  voglia  corrispondere  all'amore  d'un  giovane  è  que- 
sta: si  prende  un'arancia,  si  spalma  con  la  cera  vergine, 
si  cinge  con  uno  spago  unto  di  grasso  di  gallina  nera, 
vi  si  mettono  dentro  i  capelli  di  colei  alla  quale  si  vuol 
far  la  stregheria,  e  poscia  vi  si  ficca  uno  spillo,  pronun- 
ciando nello  stesso  tempo  il  seguente  scongiuro: 

Trasi,  spurtusa, 
Ddu  cori  'ngratu, 
E  fallu  addivintari 
Un   cori  'nnamuratu, 
E  si   cori   'nnamuratu 
Nun   vulissi   addiventarì, 
Spacu,  capiddi,  spingula, 
Farìtilu   scattari    (Naso)  '. 

1  Da  aggiungersi  al  v.  II,  p.  177,  cap.  XIV. 

2  Da  aggiungersi   ai   §§  5,  6,  8  del  cap.  Le  Streghe'&MÌ   presente 
volume. 

Questo  processo  entra  in  una   graziosissima  commediola:    L'amo- 


500  CREDENZE    È    SUPERSTIZIONI    VARIE 

99.  A  conferma  del  motto  La  sorti  la  reggi  Ddiu  (v.  IV, 
p.  206)  giova  avvertire  che  esiste  quest'altro  motto  ine- 
dito: 

Lu  Signuri  chi  fa?  —  Roti,  la  cui  origine  è  in  una 
leggenda  di  Borgetto  che  presto  darò  alla  luce.  Questo 
motto  vuol  consacrare  come  opera  provvidenziale  la  in- 
stabilità della  sorte,  donde  la  occupazione  continua  che 
ha  Dio  di  fabbricar  sempre  ruote. 

100.  A  conferma  ed  illustrazione  del  pregiudizio  de- 
gli oggetti  che  si  smarriscono  1  e  che  S.  Spiridione  fa 
rinvenire,  ecco  una  leggenda  or  ora  pubblicata.  S.  Sprid- 
diuni  (=  Spiridione)  era  buon  uomo,  intento  al  lavoro 
ed  ai  risparmi,  che  un  giorno  pensò  di  nascondere  sotto 
un  mattone  della  propria  stanza,  ai  piedi  del  letto.  Morto 
improvvisamente,  non  si  seppe  dove  avesse  riposto  quei 
risparmi.  La  figliuola,  che  sape  a  dei  quattrini  ma  non 
del  loro  posto,  pregava  il  Signore  che  glielo  rivelasse; 
ed  ecco  una  notte  apparirle  in  sogno  il  padre  e  indicarli 
con  precisione  che  il  piccolo  tesoro  era  dappiè  del  letto, 
sotto  un  trespolo.  Il  domani  la  ragazza  trovò  una  pen- 
tola piena  di  monete. 

Risaputosi  il  fatto  nel  paese,  tutti  coloro  che  smar- 
rivano qualche  cosa  cominciarono  a  recitare  un'avemaria 
e  un  paternostro  a  S.  Spiridione,  e  subito  la  trovavano. 
Se  non  che  il  miracolo  S.  Spiridione  lo  suol  fare  quando 

re  per  forza,   del   mio   egregio   amico   prof.   G.    Crimi-Lo   Giudice, 
che  è  stata  rappresentata  con  isplendido  successo  in  vari  teatri  del- 
l'Isola, e  che  presto  verrà  alla  luce. 
5  Vedi  innanzi,  p.  485,  n.  42. 


CREDENZE    E    SUPERSTIZIONI     VARIE  501 

;Ii  oggetti  si  smarriscono  in  casa;  che  per  quelli  smar- 
iti fuori,  egli  non  ci  ha  nulla  che  fare  (Casteltermini)  1. 

101.  La  campana  del  Duomo  di  Messina  si  sentiva  da 
utti  i  48  casali  di  Messina  stessa.  Questa  campana  era 
ledicata  alla  Madonna  della  Lettera;  e  la  Madonna  la 
proteggeva  tanto  che  quando  la  campana  precipitò  dal 
campanile,  sprofondò  tutta  sotto  terra  senza  far  male 
i  nessuno. 

Essa  è  la  più  grande  che  esista  in  Sicilia   (Messina). 

1  G.  Di  Giovanni,  Cinquanta  Canti,  Novelline,  Sequenze  e  Scritti 
topolari  siciliani  (per  Nozze  Salomone-M arino  D eodato) ,  n.  XL. 
'alermo,  1889. 


VARIANTI  E  RISCONTRI 


DA  AGGIUNGERSI  A  QUELLI  CITATI  NEL  CORSO  DELL'OPERA 

Sul  Carnevale  in  generale  (v.  I.)  cfr.  Dino  Mantovani,  Postuma, 
ne  La  Civetta,  cronaca  azzurra,  an.  II,  n.  5  ;  Firenze,  1.  Marzo  1887  ; 
—  sul  Carnevale  in  Frosinone,  G.  Targioni  Tozzetti,  La  festa  della 
Radica,  nella  Cronaca  minima,  an.  I,  n.  33;  Livorno,  21  Agosto 
1887;  in  Orvieto,  G.  Cardarelli,  Uurtimo  de  Carnovale,  tradi- 
zioni e  scenette  originali;  Orvieto,  1887;  —  in  Ragusa,  S.  Puglisi 
Lo  Magno,  Il  Martedì  grasso  ecc.,  nella  Illustraz.  pop.,  v.  XXIV, 
n.  8;  Milano,  20  Febbraio  1887;  —  in  Corsica,  Ortoli,  Scènes  de 
Carnaval,  nella  Revue  des  traditions  populaires,  an.  I,  n.  3;  Paris, 
1886;  —  in  Roma  A.  Baccelli,  Roma  e  i  Romani,  nel  Capitan 
Fracassa,  an.  VII,  n.  66;  —  in  Venezia  H.  Castonnet  des  Fasses, 
Le  Carnaval  de  Venise  au  XVIII*  siede;  Angers,  187;  —  nel  Friuli, 
V.  0[stermann],  Carneval,  nelle  Pagine  Friulane,  an.  I,  n.  2; 
Udine,  1888.  G.  Petrai,  Maschere  e  burattini  ecc.  Roma,  1885;  — 
Vari,  Il  libro  del  Carnevale;  Roma,  1885;  —  Cronache  inedite  del 
Carnevale,  nella  Lega  del  bene,  an.  II,  n.  7;  Napoli,  Febbraio 
1887;  —  L.  Bellinzoni,  Usi  e  Costumi  di  tutti  i  popoli  del  mondo, 
v.  I,  p.  II.  pp.  761-768;  Roma  ,Perino,  1886. 

Sul  bisticcio  del  Bargagli,  (v.  I,  p.  98),  Archivio  delle  trad.  pop., 
v.  VII,  p.  448  (Altri  bisticci  e  Scioglilingua  siciliani  sono  neìVAr- 
chivio  medesimo,  VI,  p.  547,  raccolti  da  F.  M.  Mirablla). 

Sul  testamento  dell'asino,  A.  Julia,  U  testamientu  e  du  ciucciu, 
satira  popolare  acrese,  nella  Calabria,  an.  I,  n.  2. 

Sugli  usi  nuziali,  per  Piobbico  nel  Pesarese,  F.  Tarducci,   Usi 


VARIANTI    E   HI  SCONTRI  503 

nuziali,  nella  Rassegna  emiliana  di  Storia,  Letteratura  ed  Arte, 
m.  I,  fase.  3;  in  Modena,  Luglio  1888;  —  pel  Novarese,  G.  Di  Gio- 
vanni, Archivio,  V,  p.  444;  —  per  Canossa,  C.  Pigorini-Beri,  Archi- 
vio, VI,  p.  69  ;  pel  Lucchese,  Archivio,  v.  cit.,  p.  73  ;  —  per  Firenze, 
L.  ZolekaTjer,  Il  dono  del  mattino  e  lo  statuto  più  antico  di  Fi- 
renze, nella  Miscellanea  fiorentina  di  erudiz.  ecc.,  an.  I,  3  Marzo 
1886;  —  per  l'Umbria,  Z.  Zanetti,  Usi  e  tradizioni  dell'Umbria,  nella 
Favilla,  an.  X,  fase.  XT-XIT  e  an.  XI,  fase.  II;  Perugia  1887;  —  per  le 
colonie  albanesi  di  Calabria,  D.  Silvaggi,  Un  matrimonio  albanese 
In  Calabria,  nella  Nuova  Antologia;  Roma,  1  Marzo  1887;  —  per 
Genova,  Belgrano,  Usanze  nuziali  a  Genova  nel  sec.  XV,  nel  Gior- 
naie  Ligustico,  Nov.  e  Die.  1887;  —  per  Alagna,  A.  Mosso,  Le  nozze 
ad  Alagna,  neìVIllustrazione  popolare,  voi.  XXV,  n.  7;  Milano, 
12  Febbraio  1888;  —  per  la  Corsica,  Ortoli,  Le  mariage  en  Corse, 
nella  Revue  cit.,  an.  I,  n.  6;  Paris,  1886;  —  per  Loria  nel  Veneto, 
G.  Pasolini-Zanelli,  Loria  comune  del  distretto  di  Castelfranco 
Veneto,  p.  Ili,  §  IV  (vi  si  parla  anche  delle  nascite)  ;  Castelfranco- 
Veneto,  1886;  —  pel  Trentino,  F.  Valentini,  Usi  e  Costumi  della 
Valle  di  Fassa,  nel  X77  Annuario  degli  Alpinisti  tridentini,  pp. 
189-202;  Rovereto  1886;  V.  Ostermann,  Il  motrimonio  in  Friuli, 
nelle  Pagine  friulane,  an.  II,  n.  1  ;  —  pel  Salernitano,  Amalfl 
Come  si  sposano  in  Tegiano  (per  Nozze  Salomone-M arino-Deodato)  ; 
Napoli,  1888;  —  per  altri  luoghi,  Ida  Baccini,  La  dote  delle  ragazze, 
nella  Cordelia,  an.  VI,  n.  3;  Firenze,  3  Aprile  1887. 

Sugli  usi  natalizi  in  Napoli,  Monnier,  Naples  et  les  Napolitains, 
loc.  cit.,  e.  VII.  —  Sulla  scommessa  a  maschio  o  f emina,  Archivio, 
VII,  p.  256.  —  Sul  parto,  Migliaccio,  Lo  sgravo,  nel  Piccolo,  an. 
XX,  n.  298;  Napoli,  26-27  Ottobre  1887. 

Sui  nuziali  e  funebri  sardi,  S.  Gabrifle,  Usi  dei  contadini  della 
Sardegna,  in  Archivio,  VII,  p.  468.  —  Sui  funebri  nella  stessa  Sar- 
degna, Ant.  Pau,  Il  rito  funebre  in  Sardegna,  nell'Avvenire  di 
Sardegna,  an.  XVII,  n.  251;  Cagliari,  2  Novembre  1887;  —  in  Fro- 
sinone,  G.  Targioni-Tozzetti,  Archivio,  VI,  p.  78;  —  nell'Umbria, 
Z.  Zanetti,  Mors,  usi  e  tradizioni,  nella  Favilla,  an.  XI,  fase.  VII; 
Perugia,  31  Ottobre  1887;  —  nel  Trentino,  N.  Bolognini,  Usi  e 
Costumi  del  Trentino,  lett.  HIV;  Rovereto,  1886:   —  in  Venezia, 


504 


VARIANTI    E   RISCONTRI 


B.  Cecchetei,  Funerali  e  sepolture  dei  Veneziani  antichi,  nelVAr- 
chivio  Veneto,  fase.  68;  -  nelle  colonie  albanesi  d'Italia,Come  si 
fanno:  i  funerali,  nella  Voce  del  popolo;  Rio  Janeiro,  12  Giù- 
gno  1886. 

Sui  canti  funebri  in  Calabria,  V.  Capialbi,  Opuscoli  varii,  v.  Ili, 
p.  319;  riprodotto  da  Casetti  e  Imbriani,  Canti  pop.  delle  Provin- 
cie meridionali,  v.  I,  p.  194;  e  S.  Mele,  Nenie  di  Pizzo,  ne  La 
Calabria,  Rivista  di  Leti,  popolare,  an.  I,  n.  3;  Monteleone,  1888. 
Sul  comparatico  in  Sardegna,  Gabriele,  Ricordi  di  Sardegna, 
nella  Gazzetta  del  popolo  della  Domenica,  an.  VI,  n.  31;  Torino^ 
19  Agosto  1888,  e  nelP.4rc/m;io,  v.  VII,  p.  469;  in  Sicilia,  Vanni 
(Giovanni  Saladino),  Rispettu  a  S.  Giuvanni,  nel  Saraceno,  an.  I, 
n.  2.  Palermo,  Genn.   1889. 

Sulla  mafia  in  Sicilia,  G.  Alongi,  La  maffia  nei  suoi  fattori  e 
nelle  sue  manifestazioni;  Torino,  1886.  -  Sulla  vendetta  in  Cio- 
ciaria, G.  Tarcioni-Tozzetti,  Un  delitto,  nella  Cronaca  minima, 
an.  I,  n.  9;  Livorno,  6  Marzo  1887. 

Sulle  credenze  intorno  alla  luna  (v.  Ili),  C.  Yole,  La  luna,  nel- 
YAteneo  italiano  cit.,  1  e  16  settembre  1886.  -  Sul  suono  delle 
campane  creduto  salutare  nei  temporali,  G.  Pavani:  Una  saggia 
disposizione  di  Giuseppe  II  (il  dì  26  novembre  1783.  Contro  il 
suono  delle  campane  durante  i  temporali);  neìVArcheo grafo  trie- 
stino, nuova  serie,  XIV,  1,  Gennaio-Giugno  1888.  -  Sulla  pesca 
del  pesce-spada,  Al.  Dumas,  Il  pesce  spado,  nel  libro  Le  Speronare, 
v.  I,  150  e  seg.,  ediz.  cit. 

Sugli  spiriti  (v.  IV)  G.  Fabiani,  La  festa  degli  spiriti  nel  Friuli, 
nella  Illustrazione  popolare,  voi.  XXV,  n.  23.  —  Sul  Diavolo,  C. 
CALÌ-FRAGALà,  Le  nozze  di  Satana,  leggenda  nella  Illustrazione  po- 
polare, an.  XXV,  n.  23,  17  Giugno  1887.  -  Sulle  streghe  ed  il  ma- 
locchio in  Corsica,  A.-L.  Ortoli,  Croyances  populaires  de  la  Corse, 
ne  La  Tradition,  an.  I,  n.  2;  Paris,  1887;  e  altrove,  T.  Casini, 
Scongiuro  e  poesia,  nell'Archivio,  v.  V,  p.  560;  —  G.  B.,  Streghe 
a  S.  Miniato  al  Tedesco,  (nella  prima  metà  del  cinquecento)  ;  nel 
Zibaldone,  an.  I,  n.  1  ;  Firenze,  Gennaio  1888.  —  F.  Ambrosi,  Carlo 
Em.  Madruzzo  e  la  stregoneria;  Venezia  1886;  —  A.  Panizza, 
/  processi  contro  le  streghe  nel  Trentino,  nell'Archivio  Trentino: 


VARIANTI    E    RISCONTRI  505 

VII,  1888.  —  Sui  sogni,  Romeo  Mincozzi,  Pregiudizii  popolari  dei 
sogni,  nell'Ateneo  italiano,  1  e  16  Settembre  1886.  —  Sul  Lotto  in 
Napoli,  Rita  Ble',  Dolce  Napoli,  nella  Cordelia,  an.  V,  n.  52  ;  VI, 
3  e  6,  Firenze  25  ottobre,  14  novembre  e  5  dicembre  1886;  —  Sce- 
nette napolitane  per  il  Lotto,  nell'Archivio,  VII,  253. 

Sulla  iettatura,  G.  Mezzanotte,  Don  Michele  Gargano  jettatore, 
nella  Gazzetta  letteraria  ecc.  an.  X,  n.  38,  Torino,  18  settembre 
1886;  A.  Gabrielli,  La  Iettatura,  nella  Napoli  letteraria,  an.  III 
(n.  serie),  n.  XXX;  Napoli,  24  luglio  1886.  —  Sulle  divinazioni  nella 
Calabria  albanese,  Divinazioni  etnografiche,  nel  Fiamuri  Arberit; 
I  Corìgliano  Calabro,  1887. 

Usi,  credenze  e  superstizioni  hanno  raccolto  e  pubblicato,  per  la 
Sicilia,  A.  Schneegans,  Sicilien.  Bilder  aus  Natur,  Geschichte  und 
Lehen;  Leipzig,  1887   {Die  Charvoche;  Christenthum  und  Heiden- 
thum;  Catania:  Frauen  und  Liebe;  Henna;  Farmleben;  Maffia  und 
Brigantaggio  ecc.)    —   Per  la   Calabria,  Salv.  Ferrari,  Cronografia 
del   Circondario   di  Paola,  nel   Risveglio   Calabrese,  an.   I,   n.   18; 
Paola,  7  novembre  1886  (usi,  costumi,  superstizioni,  crdeenze)  ;  per 
gli  Albanesi  di  Calabria,  G.  Barroil,  Una  gita  fra  i  Calabro-Alba- 
nesi,   nell'Archivio    per    l'Antropologia    e    la    Etnologia,    v.    XVII, 
pp.  257-270;  Firenze,  1887.  —  Per  Napoli.  J.  Peter,  Études  nàpoli- 
tains;  Paris,  1886   (la  campagna  napolitana,  la  morte  in  Napoli,  il 
lotto,  la  camorra  nel  1881  ecc.)  e  Th.  Trede,  Glaube  und  Alberglau- 
I    be  in  Neapel;   nelV Allgemeine  Zeitung,  Beilage   197-203;   204-210; 
Miinchen,  1886.  —  Lo  stesso,  Neapel,  Leben  und  Sterben;  ivi,  nn. 
86-92;  93-99;  1887.  —  Per  Roma,  G.  Zanazzo,  Giggi  pe'  Roma,  p.  I 
e  II;  Roma,  1887.  —  Pel  Lucchese,  G.  Giannini  Canti  popolari  della 
I    Montagna  Lucchese,  voi.  Vili  àe'Canti  e  Racconti  del  popolo  ita- 
\\  liano;  Torino,  1889  (nella  prefazione  si  illustrano  usi,  e  superstizioni 
ecc.).  —  Per  l'Umbria,  Z.  Zanetti,  Usi  e  Tradizioni  dell'Umbria,  loc- 
cit.,  p.  480.  —  Pel  Contado  Milanese,  F.  Cherubini,  Superstizioni 
I    pop.  dell'Alto  Contado  Milanese,  nella  Rivista  Europea  di  Milano, 
|    agosto    1847,   riprodotto    nell'Archivio,  v.   VI,   p.   220    e   seg.    (stre- 
I    ghe,  bachi  da  seta,  venerdì,  arcobaleno,  porri,  gallina,  fulmine,  pipi- 
strelli, folletti).  —  Per  la  Lomellina,  L.  Rossi-Case',  Superstizioni, 
nell'Ateneo  italiano,  an.  XI,  n.  4;  Roma,  16  febbraio  1886;  Lo  Stesso 


506  VARIANTI    E    RISCONTRI 

Fiori  di  donna;  Torino,  1886  (superstizioni  ed  usanze  campagnuole). 
—  Pel  Polesine,  P.  Mazzucchi,  Leggende,  Pregiudizi  e  Superstizioni 
del  volgo  nell'Alto  Polesine;  nell'Archivio  per  V Antropologia  cit.,  v. 
XVII,  pp.  333-344;  Firenze,  1887.  -  Pel  Canavese,  G.  Di  Giovanni, 
Usi,  Credenze  e  Pregiudizi  del  Canavese,  v.  VI  delle  Curiosità,  po- 
polari tradizionali;  Palermo,  1889;  (nozze,  streghe,  fate,  diavoli  e 
giganti,  morte,  da  oltretomba,  Carnevale,  auguri  felici)  .—  Pel  Mon- 
ferrato, G.  Ferraro,  Superstizioni,  Usi  e  Proverbi  monferrini,  v.  III 
delle  Curiosità  popolari  tradizionali;  Palermo,  1886.  —  Pel  Piemonte 
in  generale,  C.  Nigra,  Canti  popolari  del  Piemonte  (orazioni  e  gia- 
culatorie religiose,  cantilene,  rime  infantili  e  giuochi,  pp.  548-568)  ; 

1888.  —  Per  Terra  d'Otranto,  G.  Gigli,  Superstizioni,  Pregiudizi,  Cre- 
denze e  Fiabe  popolari  in  Terra  d'Otranto;  Saggio  Storico;  Lecce, 

1889.  —  Per  gli  Abruzzi,  G.  Pansa,  Noterelle  di  varia  erudizione, 
Lanciano,  1887  (cap.  18,  usi  abbruzzesi;  19,  le  prefiche  ;  21,  il  bacio.  — 
Per  le  Puglie,  A.  Karusio,  Pregiudizi  popolari  putignanesi  (Bari)  ; 
nell'Archivio  per  l'Antropologia,  v.  XVII,  pp.  311-332;  Firenze,  1887; 
Brundusium,  Pregiudizi  pugliesi,  nella  Rassegna  Pugliese;  Trani, 
Gennaio  1888;  G.  Gigli,  Superstizioni  e  Credenze  popolari  in  Pu- 
glia, ne  La  Letteratura,  an.  I,  nn.  7  e  19;  Torino,  1886;  Enrichetta 
Parodi,  Bari  e  i  suoi  costumi,  nell'Illustrazione  popolare,  v.  XXIV, 
n.  43;  Milano,  1887  (credenze  e  superstizioni  varie).  —  Per  la  Roma- 
gna, G,  A.  Battarra,  Delle  costumanze,  vane  osservanze  e  super- 
stizioni de'  contadini  romagnoli,  ultimo  dialogo  della  Pratica  Agra- 
ria, riprodotto  dal  Bagli  nell'Archivio,  v.  VI,  p.  501  ;  G.  Bagli,  Saggio 
di  Studi  sui  proverbi,  i  Pregiudizi  ecc.  in  Romagna;  Bologna, 
1880;  Nuovo  Saggio  di  studi  su  i  Proverbi,  gli  Usi  ecc.  1886  (na- 
scita, balli,  amoreggiamenti  e  matrimoni,  morte  e  mortorii,  opera- 
zioni campestri,  ecc.  —  Pel  Ferrarese,  G.  Ferraro,  Usi,  Supersti- 
zioni e  Credenze  ferraresi,  nell'Archivio,  v.  V,  p.  281.  —  Pel  Ve- 
neto, G.  B.  Bastanzi,  Superstizioni  religiose  nelle  Provincie  di 
Treviso  e  di  Belluno,  nell'Archivio  per  l'Antropologia  v.  XVII, 
pp.  271-310;  Firenze,  1887;  G.  Occioni-Bonaffons,  Guida  del  Friuli, 
l:  Udine;  Udine,  1886  (tradizioni  pop.  udinesi,  di  V.  Ostermann; 
vita  interna,  di  G.  del  Puppo  ;  vita  sociale,  di  G.  A.  Ronchi)  ;  N. 
Bolognini,  Usi  e  Costumi  del  Trentino;  Rovereto,  1888;  R.  Bassi. 


VARIANTI    E   RISCONTRI  507 

La  Carnia,  Guida  per  l'alpinista,  e.  X;  Milano,  1886  (streghe,  morti, 
ossessi  ecc.)-  —  Per  altre  Provincie  d'Italia,  Le  cento  città  d'Italia. 
Supplemento,  illustrato  mensile  del  Secolo;  Milano,  1887,  an.  XXII, 
e    1888,    anno    XXIII    (costumi   trasteverini,    napolitani,    veneziani, 
torinesi,  bolognesi,  palermitani  ecc.)  ;   —  O   Bruni,  La  nostra  re- 
denzione  morale,  libretto   offerto   al   popolo   italiano    (cap.   VII   e 
XIV;   pregiudizi  superstizioni;   passeggi  e  feste  pubbliche);    Città 
di  Castello  1886;  —  Maria  Savi  Lopez,  Leggende  delle  Alpi;  To- 
|  rino,  1889  (fate  alpine,  demoni  alpini,  draghi  e  serpenti,  fantasmi, 
f  campane,  folletti,  dannati,  fuochi  fatui,  alberi  e  spiriti  da  boschi, 
ì  spiriti   dell'acqua,   streghe   delle   Alpi,   ecc.)  ;    —   G.   Strafforello, 
<  Errori  e  Pregiudizi  popolari,  nell'Illustrazione  popolare,  v.  XXIV  ; 
Milano,  1887;    —    C.  Lombroso,  L'uomo   delinquente   in  rapporto 
all'antropologia,   alla   giurisprudenza   ed  alle  discipline  carcerarie, 
v.  I.  Delinquente-nato  e  pazzo  morale;  quarta  edizione;  Torino- 1889. 


GLOSSARIO 


(Voci  siciliane  spiegate  secondo  il  significato  che  hanno 
nella  presente  opera). 


a  ,    contr.  da  a  la,  alla, 

Abbanniari,  v.  tr.,  gridare 
quel  che  s'ha   da  vendere. 

A  b  b  i  a  r  i ,    v.  tr.,  avviare. 

Abbilutu,  add.  part.,  avvilito 
confuso. 

A  b  b  i  t  u  ,  i ,  s.  m.  abito,  ve- 
stito. 

Abbrìsciri,  v.  intr.,  far 
giorno. 

Abbuscari,  v.  tr.,  esser  per- 
cosso, picchiato. 

Accapiri,  v.  tr.,  capire  ; 
comp.  da  a  capivi.  Su  questa 
forma  nei  verbi  assèntiri,  at- 
truvari,  avvìdiri  v.  il  volume 
IV  delle  mie  Fiabe  sic,  p.  303. 

Accattari,    v.  tr.,  comprare. 

Acchianari.  v.  tr.,  e  intr,, 
salire, 

Acchianari,    v.  acchianari. 

A  e  e  u  d  d  ì ,   avv.,  a  quel  modo. 

Accumpàriri,  v.  intr.,  ap- 
parire, comparire. 

A  e  e  u  s  s  ì  ,    aw.,  così. 

A  e  ì  d  i  r  i ,  ocìdiri,  ocìriri,  v. 
tr.,  uccidere. 


A  e  q  u  a  z  z  i  n  a  ,    s.  f.,  rugiada. 

Addattari,  v.  tr.,  allattare, 
dar  latte.    |    Succiar  latte. 

Addimurari,  v.  intr.,  ritar- 
dare, indugiare. 

Addinucchiàrisi,  v.  rifl., 
inginocchiarsi. 

Addivintari,  v.  intr.,  di- 
ventare, divenire. 

Addubbàrisi,  v.  rifl.,  ac- 
conciarsi, per  lo  più  bene,  ada- 
giarsi. 

Addumari,   v.  tr.,  accendere. 

Addummiscìrisi,  v.  rifl., 
addormentarsi. 

Addunàrisi,  v.  rifl.  accor- 
gersi. 

A  f  f  i  g  g  i  a  ,     i ,     s.    f.,    effigie, 

viso. 

Affruntàrisi,  v.  rifl.,  aver 
vergogna,  rossore. 

Affuddàrisi,  v.  rifl.,  affol- 
larsi. 

A  g  g  e  n  t  i ,  s.  f .,  gente,  persone. 

A  g  g  h  i  e  a  r  i ,  v.  tr.,  raggiun- 
gere.   1 1    Intr.,   giungere. 

A  g  g  h  i  r  i ,  (comp.  da  a  jiri, 
a  ire),  avv.,  verso. 


GLOSSARIO 


509 


Agghiriccà,  aw.,  da  que- 
ste parti,  qui. 

Aggbiriddà,  (=  a  jiri  ddà), 
avv.  verso  là,  colà. 

Agghiurnari,  v.  intr.,  far 
giorno. 

Aggicari,    agghicari,    v. 

intr.,   arrivare. 

A  g  n  u  n  i ,  o  'gnuni,  s.  f., 
angolo,  cantuccio. 

A  g  u  a  n  n  u  ,    s.  m.,  quest'anno. 

A  i  s  a  r  i ,  v.  tr.,  alzare.  Vedi 
Jisari. 

Aita,     s.    f .,   età. 

Allavancàrisi,  v.  rifl.,  ca- 
dere, cascare. 

A  1 1  è  s  t  i  r  i ,  '  1 1  è  s  t  i  r  i ,  v.  tr., 
allestire. 

Alliccari,    v.   tr.,   leccare. 

Ammàtula,  aw.,  invano,  in- 
darno, inutilmente. 

Ammazzaratu,  part.,  pass, 
da  ammazzarari  :  mazzerato. 

Amminnalutu,  part.  pass., 
da  amminnaliri  :  amminchio- 
nito. 

'Amminni,  lo  stesso  che 
dammìnni,  dammene. 

Ammucciari,  v.  tr.,  nascon- 
dere. 

Ammucciuni,  aw.,  di  na- 
scosto, nascostamente. 

Ammugghiari,v.  tr.,  avvol- 
gere. 

Ammusatu,  part.,  ammas- 
sato. 

'Araiininni    da  jiri),  andiam- 

cene. 
Annanti     (Milazzo),     avv.     e 
prop.,  innanzi. 


A  n  g  a  ,  g  h  i ,  s.  f .,  dente  mo- 
lare. 

A  n  n  a  r  i ,    v.  intr.,  andare. 

A  n  n  i  n  t  r  a,  avv.,  indentro,  den- 
tro. 

Annivinari,  o  addimi- 
nari,    v.  tr.,  indovinare. 

Annoiu,    i ,    s.  m.,  fastidio. 

Annurvari,  v.  intr.,  accecare. 

A  n  s  i  n  a  ,    avv.,  fino. 

Anuri  o  'nuri,  s.  m., 
onore. 

A  n  z  i  r  t  a  r  i ,    v.    'nzirtari. 

Appizzari,  v.  tr.,  pendere.  | 
Appiccare.  \  Conficcare,  infil- 
zare. 

Apposta  o  a  posta,  avv., 
a  bella  posta. 

Appricarisi,  v.  rifl.,  met- 
tere attenzione,  darsi  o  metter- 
si  a   checchessia. 

Appuzzari,  v.  intr.,  andar 
sotto. 

Aria,    s.  f.,  aria,  aere.  |  Aia. 

Aricchia,    i.    s.  f.,  orecchia. 

A  r  i  d  d  u ,  i ,  s.  m.  grillo.  |  Ca- 
valletta. 

A  r  r  è  g  g  i  r  i ,  v.  tr.  e  intr.,  reg- 
gere, sostenere. 

Arreri,  avv.,  di  nuovo,  nuo- 
vamente. 

Arricògghiri,  v.  tr.  racco- 
gliere. Arricugghìrisi,  rifl.,  rien- 
trare in  casa,  rincasare. 

Arricriarisi,  v.  rifl.,  con 
solarsi,  confortarsi. 

Arrignari,    v.   tr.,  regnare. 
Arrinèsciri,     v.    intr.,    riu- 
scire, intervenire. 


510 


GLOSSARIO 


Arrisbigghiàrisi,  v.  rifl., 
risvegliarsi. 

Arrivintari,   v.    intr.,   ripo- 
sare. 

Arrivìsciri,     v.    intr.,    rivi- 
vere, risuscitare. 

Arruciari,    v.    tr.,    bagnare, 
anaffiare. 

Asciucari,    v.  tr.,  asciugare. 
|   Fig.,  vuotare. 

Assira,    aw.,  iersera. 

Assittàrisi,  v.  rifl.,  sedersi. 

Astutari,    v.   tr.,  spegnere.   | 
Uccidere. 

a  t  i ,   avete. 

à  t  r  u  ,    contr.   da   àutru,  add.   e 
pron.,  altro. 

Attassari,   v.  tr.,  awelenire. 
j  Intr.,  agghiacciare,  intirizzire. 

Auggia,     i,      (Modica),    per 
augghia,  s.  f.,  ago. 

Aura,    o  ura,  ora. 

A  u  t  u  ,    add.,  alto. 

A  v  i  r  i ,  v.  tr.,  avere.  Pres.  haju 
o  he,  hai  o  ha\  havi  o  ha  o 
hadi;  avemu  o  avimu  o  àmu 
o  àmmu,  aviti  o  àti  o  àta 
(Francoforte),  hannu  o  hanu 
Imp.  aveva  o  avia  o  ava  avi- 
vi  avia  o  aveva  o  aviva,  ave- 
vamu  o  avìamu,  avèvavu  o 
avèavu  o  avìvu,  avianu  o  ave- 
vomì  o  avèunu  (Ragusa). 
Pass,  appi,  avisti,  appi,  àppi- 
mu,  avìstivu  o  avistu,  àppiru 
o  jappiru  o  àppinu.  L'infinito 
aviri  perde  la  a  ('viri)  nelle 
forme:   he  'viri,  ho  ad  avere. 

A  v  v  ì  d  i  r  i ,    v.  tr.,  vedere. 


Babbaluciu,  i,s.  m.,  chioc- 
ciola. 

Balata,    i ,    s.  f .,  lastra. 

B  a  n  n  a  ,  i ,  s.  f .,  parte,  lato.  | 
Banda   musicale. 

Barbutizzu,  i,  s.  m.,  schia- 
mazzio. 

Barriari,  v.  tr.,  metter  le 
traverse  (barri)  nelle  gambe 
delle  seggiole. 

B  a  t  i  o  t  a ,  add.  di  ragazza  bel- 
la onesta  ecc.,  da  batia,  badia. 

Bettuledda  (Messina),  s.  f, 
dim.  di  bettula;  v.  vertuta. 

Bettuluzza  (Messina),  v. 
bettuledda. 

Biancu-manciari,  v.  voi. 
IV,  p.  361. 

Bonu,  add.  buono.  |  Avv.  be- 
ne. |  Sano,  guarito. 

B  o  1 1  u  ,  i,  s.  m.,  botto,  colpo. 
J  Bottu  'ntra  bottu,  lì  per  lì. 
subitamente. 

Buiazz'  (Nicosia),  pegg.  di 
boi,   voi,   buoi. 

Bùmmulu,  i,  s.  m.,  bom- 
bola. 

Bettuneddu,  a,  s.  m.,  dim. 
di   buttuni:   bottoncino. 


C  '    (nella  forma  e'  un  vale,  con 

un)  prep.,  con. 
C  a  ,    che.    |   Ripieno. 
C  à  ,  cong,,  perchè. 
Cacòcciula,    i,    carciofo.   ! 

Sintìrisi   cacòcciula,  v.  Ili,  p. 

259. 
C  a  d  d  u  .    i ,    s.  m..  callo. 


1 


GLOSSARIO 


511 


afuddari,    v.  tr.,  zombare, 

tambussare 

a  1  i  à  r  i  ,    v.  tr.,  abbrustolire. 

ammara,    i ,    s.  f .,  camera. 

ampanaru,    a,    s.  m.,  cam- 
panile. 

anali,    i ,    s.  m.,  tegole. 

ànchiru,     i,    (Catania),    s. 

m.,  canchero. 

à  n  n  a  m  u  ,    s.  m.,  canape. 

annarozzu,  a,  s.  m.,  gola. 

annata,    i ,    s.  f .,  boccale. 

a  n  n  a  u  s  a  ,    s.  f.,  canapuccia. 

à  n  n  a  v  u  ,    v.   cànnamu. 

annizzu,    i,    s.  m.  cannic- 
cio, graticcio. 

antàru,    a,    s.  m.,  quintale, 

pari  a  chilo  gr.  80. 

antunera,    i ,    s.  f.,  canto- 
niera,  canto,   angolo. 

a  n  z  à  r  i  s  i ,   v.  rifl.,  tirarsi  da 

canto,  causarsi. 

a  re  ara,     i,     s.    f.,    calcara, 

fornace. 

arduni,    a  , 

y rizzia,    i 

rezza. 
C  amara    o    carnala. 

f.,  carnaio. 
Carpistina,    s.  f.,  calpestio. 
Carrinu,     i,    s.    m.,    carlino, 

antica  mon.  sicil.,  pari  a  cent. 

21  di  lira. 
Ca  r  t  e  d  d  a  ,    i ,    s.  f.,  corba. 
Carusu,  add.,  e  s.  m.,  piccolo, 

ragazzo. 
Carzarateddu,  dim.  di  car- 

zaratu,  add.  part.,  carcerato. 
Càscia,  i ,  s.  f.,  cassa. 
Catinazzu,    i,    a.s.  m.>  ca- 


s.  m.,  cardone. 
o    i ,    s.  f.,  ca- 


s. 


tenaccio. 

Cattiva,    s.  f.,  vedova. 

C  à  u  d  u  ,    add.,  caldo. 

Cauraruni,  a,s.  m.,  calde- 
rone. 

Causi,  càuzi,  (Castelbuo- 
no),  s.  f.,  calzoni. 

Cazzicaddè,  v.  voi.  IH,  p. 
309. 

Ccà,   o   ccani,  avv.,  qui,  qua. 

Cchiù,    cchiui,  avv.,  più. 

Ccussì,  o  'e  cussi,  avv., 
così. 

Chi,   cong.,  perchè. 

C  h  i  a  m  a  r  i ,  v.  tr.,  chiamare. 

Chiancheri,  a,  s.  m.,  ma- 
cellaio. 

Chiànciri,v.  intr.  e  tr.,  pian- 
gere. 

Chianozzu,  i,  a,s.  m.,  pial- 
la. 

C  h  i  a  n  t  a  r  i ,  v.  tr.,  piantare. 

Chiantu,    i ,  s.  m.,  pianto. 

C  h  i  a  1 1  i  d  d  a  ,  i ,  s.  f.,  piattola 
(pediculus   pubis). 

C  h  i  a  z  z  a  ,  i ,  s.  f.,  piazza  pub- 
blica. 

C  h  i  s  t  u  ,  add.  e  pron.,  questo. 

Chiova-sittantina,  chiodi 
grossi,  di  una  data  dimensione. 

C  h  i  ò  v  i  r  i ,  v.   imp.,   piovere. 

C  h  i  u  m  e  r  a  ,  i ,  s.  f .,  chimera, 
bugia,  favola,  fantasmagoria. 

Chiuviddicari,  v.  imp., 
piovigginare. 

C  i  à  i  t  a  ,    i ,  s.  f.,  ciarla. 

Ciamari,  (Ragusa),  v.,  chia- 
mare. 

C  i  à  n  e  i  r  i ,  di  alcune  parlate, 
piangere. 


512 


GLOSSARIO 


Ciantu,  di  alcune  parlate,  v. 
chiantu. 

C  ia  n  u ,  di  alcune  parlate,  add. 
e  s.,  piano. 

Ciatuzzu,s.  m.,  dim.  di  ciatu 
fiato,  respiro. 

C  ì  f  a  r  u ,  s.  m.,  Lucifero. 

C  i  n  e  u  ,  add.,  cinque. 

C  i  n  u  ,  di  alcune  parlate,  per 
chinu,  add.,  pieno. 

Ciocca,   e  e  h  i ,  s.  f.,  chioccia. 

C  i  r  ì  ni  u  1  a  ,  i ,  s.  f.,  girelli- 
na  di  lama. 

Ciumazzieddu,  a,  (Modi- 
ca), s.  m.,  dim.  di  ciumazzu  = 
chiumazzu:  guancialino. 

C  i  u  m  i ,  s.  m.,  fiume. 

C  i  u  s  e  i  a  r  i ,  v.  tr.,  soffiare. 

Civimentu,    i,    s.  m.,  cibo. 

C  o  d  d  u  ,  i ,  s.  m.,  collo.  |  Di  'n 
coddu,  addosso,  vicinissimo. 

C  o  r  p  u  ,  i ,  s.  m.,  colpo.  |  Cor- 
po. 

Crafassu,  metal,  di  f  r  a  e  a  s  - 
su,  i ,  s.  m.,  fracasso. 

C  r  i  a  t  u  ,    i ,  s.  m.,  servitore. 

C  r  i  d  i  r  i ,  v.  tr.,  credere.  Ind. 
pres.,  criju,  cridi,  cridi,  cride- 
mu,  ecc.  Pass.,  crini,  cridisti, 
critti,  crìttimu,  cridìstivu,  cri- 
ni™. Part.   pass.,   crittu. 

Crùnedda  (Noto),  dim.  di 
cruna,    corona  :    coronella. 

Cucciar  a,  i,  (Noto),  s.  f., 
cucchiaio. 

Cuccù,  vedi  v.  Ili,  p.  392. 

C  u  e  u  z  z  a  ,    i ,  s.  f .,  zucca. 

Cu  d  dura,  (Mese.),  i,  «•  L, 
ciambella. 

Cuggiuniri,     (Modica)     per 


v.  tr.,  co- 


cugghiuniari 
glionare. 

Cui,  pron.  rei.,  chi,  colui  il 
quale. 

C  u  m  à  ,  (Nicosia),  lo  stesso  che 
cummari,  s.  f .,  comare. 

Cumaritta,  (Nicosia),  dim. 
di  cumà,  comare:   comaretta. 

C  u  m  m  è  n  i  r  i ,  v.  intr.,  conve- 
nire. 

Cummentu,  i,  ura,  s.  m., 
convento. 

Cummigghiari,  v.,  tr.,  co- 
prire. 

Cummitu,  i,  ura,  s.  m., 
convito,  banchetto. 

Cunsignari,  cunsinna- 
ri,  cunzinnari,  (Modi- 
ca), v.  tr.,  consegnare. 

C  u  n  z  e  r  i ,  s.  m.,  correggia  con 
cui  si  legano  i   govi  al  giogo. 

C  u  ò  g  g  i  r  i  (Modica),  v.  tr.,  co- 
gliere. 

C  u  o  m  u    per  comu.  avv.,  come. 

C  u  s  e  i  n  u  ,  i ,  (di  alcune  par- 
late), s.  m.,  cugino.  |  a,  cu- 
scino,  guanciale. 

Curàtulu,    i,  s.   m.,   fattore. 

C  ù  s  i  r  i ,  v.  tr.,  cucire. 

Custuniari,  v.  tr.,  questio- 
nare, litigare. 

Cutruzzuni,  a,  (Naso),?;. 
m.,  accr.  di  cutruzzu,  spina  dor- 
sale. 

Cutuliata,  i,  s.  f.,  corbel- 
lata, canzonatura. 


D  a  e  e  u  s  s  ì ,    avv.,  così. 

D  a  r  i ,    v.    tr.,  dare.  Indie,  pres. 


GLOSSARIO 


513 


dugnu,  duni,  duna,  damu,  dati, 
dànanu.  Imp.  duva,  davi,  dava, 
dùvamu,  dàvavu,  dàvanu.  Pass. 
detti  o  desi,  dasti,  detti  o  de- 
si, dèttimu,  dàstivu,  dèttiru  o 
dettimi  o  dèttunu. 

Daùra  o  da  ura,  aw,  per- 
tempo,  di  buon  ora. 

Ddammusu,  i,  a,s.  m.,  vol- 
ta. 

Ddascè,  (Nicosia),  v.  tr.,  la- 
sciare. 

Ddassutta,  aw.,  là  sotto. 

Ddannu,  i ,  s.  m.,  danno.  | 
Fari  ddannu,  nuocere,  far  ma- 
le, e  dicesi  di  cibi  che  riesco- 
no  indigesti. 

D di  gnu,  i,  (Nicosia),  s.  m., 
legno. 

D  d  o  e  u  ,  aw.,  costì,  costà. 

Ddru,  (Trapani),  per  ddu, 
pron.,  quello. 

Ddu,  (per  chiddu),  add.,  quel- 
lo. 

Ddu'    add.,  due. 

D  d  u  o  e  u  ,  v.  ddocu. 

D  i ,  prep..,  di,  da. 

D  i  b  b  u  1  u  t  u  ,  part.,  da  dibbu- 
Uri,  indebolito,  debole. 

D  i  j  u  n  u  ,  add.,  e  s.  m.,  digiuno. 

Dilluviari,  v.  tr.,  mangiare 
a  diluvio,  a  crepapelle. 

Dinocchiu,  a ,  s.  m.,  ginoc- 
chio. 

D  i  s  f  i  r  a  ,    i ,    s.  f .,  sfida. 

D  i  s  i  r  t  a  r  i ,  v.  intr.,  sconciar- 
si,   abortirsi. 

D  u  n  e  a  ,    cong.,  v.  'nca. 

Dunni  o  d'unni,  aw.,  don- 
de !  Da.  I  Dove. 


E ,  contratto  da  ai,  agli,  alle.  Co- 
sì une,  nei,  nelle. 

Enea,  (Mangano),  s.  f.,  inchio- 
stro. 

Eni,  per  paragoge,  è. 

Erramu  o  lèrramu,  add., 
disgraziato,  tristo. 

E  s  s  i  r  i ,  v.  intr.,  essere.  Indie, 
pres.,  Sugnu  o  su  si',  è  o  est 
o  èsti  o  edi  o  eni,  semu  o  sirnu, 
siti,  sunnu  o  sunu.  Imp.  era  o 
jera  o  iera,  eri,  era  o  jera,  èra- 
mu  o  jèramu,  èravu  o  jèravu, 
eranu  o  jèranu.  Pass,  fui,  fu- 
sti, fu,  o  fudi,  fomu  o  fommu, 
fùstivu  o  fùstu,  fóru.  In  al- 
cune parlate  fórra  sarebbe,  far- 
ramu  saremmo. 

Eugua,    (Nigosia),  s.  f.,  acqua. 

F 

F  a  m  i  g  g  i  a  ,  per  famigghia,  a. 
f.,  famigila. 

Fataciumi,    s.  f .,  fatagione. 

F  à  u  e  i  a  ,    i ,    s.  f .,  falce. 

F  à  u  s  u  ,  add.,  falso. 

F  a  v  u  z  z  a  ,  i ,  s.  f .,  dim.  di  fava, 
favetta. 

Fazzulettu,  i,  a,  s.  m.,  faz- 
zoletto, pezzuola. 

F  e  d  d  a  ,   i ,   s  .  f .,  fetta. 

F  è  t  i  r  i ,    v.  intr.,  puzzare. 

'  F  f  a  e  e  i  a  r  i ,    v.  aff  acciari. 

Ffedda,    (Milazzo),  v.  fedda. 

F  i  g  g  h  i  u  ,   i ,   s.  m.,  figlio. 

Figgghianna,  i,s.  f.,  sgra- 
vo, parto. 

F  i  g  g  i  u  ,    v.  figghiu. 


514 


GLOSSARIO 


Figgiuozzu  (Modica),  per 
figghiozzu,  s.  m.,  figlioccio. 

F  i  1  a  t  u  ,   s.  m.,  filato. 

F  i  1  e  e  e  i  a  ,    i ,    s.  f .,  freccia. 

Finèscia,  i,  per  finestra,  s. 
f.,  finestra. 

Finistruni,  a,  s.  m.,  bal- 
cone. 

F  i  r  r  i  ar  i ,    v.  furriari. 

Firriolu,  a,  s.  m.,  ferraiuolo. 

Firriu,    ii,    s.  m.,  giro. 

Fitta,    i ,  s.  f .,  acuto  dolore. 

Fiura,    i ,    s.  f.,  figura. 

F  o  g  g  i  u  ,  i ,  per  fogghiu,  s.  m., 
foglio. 

F  r  a  e  e  u  ,    add.,  fiacco,  debole. 

Frati,    s.  m.,  fratello. 

Furriari,    v.  tr.,  girare. 

F  r  a  1 1  a  r  i  a  ,    s.  f.,  fretta. 

F  r  a  z  z  a  t  a  ,  i ,  s.  f .,  schiavina, 
coperta  di  lana  per  letto. 

F  r  ì  j  r  i ,   v.  tr.,  friggere. 

Friscalettu,  i ,  a  ,  s.  ni.,  zu- 
folo. 

Frùtu,  (Resutt.),  part.  da  fri* 
ri-ferire  :    ferito. 

Fucularu,  a,  s.  m.,  focola- 
re. 

F  ù  j  i  r  i ,    v.  intr.,  e  tr.,  fuggire. 

G 

Gaffa,  i ,  s.  f .,  staffa.  |  Grap- 
pa,  j   Incastro. 

Gastima,  jastima,  i,  s. 
f.,  imprecazione. 

G  à  u  t  u ,  (preceduto  da  a,  e,  è, 
u),  add.,  alto. 

G  h  ia  d  d  u  (Mess.),  per  raffor- 
zamento, invece  di  jaddu,  gallo. 

Ghiancu,    (Naso),  per  rattor- 


to- 


zamento,  invece  di  jancu,  add. 
bianco. 

Ghìnchiri,  per  rafforzamen- 
to,   invece    di    jinchiri,   v.    tr., 
riempire. 
G  h  i  o  r  n  u  ,   per   rafforzamento, 
invece  di  jornu,  giorno. 

Ghiri,  lo  stesso  che  jiri,  an- 
dare, preceduto  da  a,  ha,  he,  e, 
ecc. 

Ghiucari,  per  rafforzamento 
invece  di  jucari,  giocare. 

Gianniari,  (Mazzara),  v.  in- 
tr., ingiallire. 

G  i  a  r  r  a  ,   i ,   s.  f .,  coppo,  oi 
|   Conserva  d'acqua. 

G  i  n  t  i  1  i  a  ,     s   f .,    gentilezza. 

Giuccu,    echi,    s.  m.,  bast< 
ne  del  pollaio.    |   Pollaio. 

Giuggiulena,   s.  f .,   sesan 
(sesamum  orientale,  L.), 

Giummu    i,    a,    s.  m.,  fiocco. 

G  n  u  n  i  o  a  g  n  u  n  i ,  s.  f.  an- 
golo. 

G  o  1 1  u  ,    i ,    s.  m.,  bicchiere. 

Grada,    i ,    s.  f .,   grata. 

G  r  a  n  f  u  d  d  a  ,  i ,  s.  f.,  dim.  di 
granfa,  branca,  ed  è  nella  pre- 
sente opera  detto  di  quella  del 
polipo.     t 

G  r  a  n  n  i ,    add.,  grande. 

G  r  a  n  u  ,  a  ,  s.  m.,  grano,  cent.  2 
di  lira. 

G  r  à  p  i  r  i ,    v.  tr.,  aprire. 

Gravita,    add.  f emm.,  incita. 

G  r  i  1 1  u  ,   add.,  diritto. 

Guaciari,  (Nicosia),  v.  intr., 
apparire,  venir  fuori,  spuntare. 

G  u  e  e  i  d  d  a  t  u ,    a  ,    s.  m. 
ne  a  ciambella. 


GLOSSARIO 


515 


Gulutu,  add.,  goloso.  |  Che 
fa  gola. 

Guranu,  (preceduto  da  un) 
a,  s.  m.,  grano,  pari  a  cente- 
simi 2  di  lira. 


1  d  d  u  ,    i ,   pron.,  egli. 

Intra   o   jintra,   aw.,  e  pre- 

posiz.,  dentro. 
Ippuni    o    jippuni,    a,    s. 

m.,  farsetto,  giuppone.  |  Busto 

da  donna. 


Jamma,    i ,    di  alcune  parlate, 

s.  f.,  gamba. 
J  a  n  e  u  ,  di  alcune  parlate,  add., 

bianco. 
J  a  s  t  i  m  a  ,    lo  stesso  che  gasti- 

ma. 
Jazzu,     i,     s.    m.,    ghiaccio,    j 

Giaccio,  giacitoio.   |   Diacciale, 

addiaccio. 
Jiatta,    i,    (Modica),  s.  f.,  lo 

stesso  che  gatta,  atta,  gatta. 
J  ice  ari ,   v.  tr.,  gettare. 
J  ì  n  e  h  i  r  i ,    v.   tr.,   riempire. 
J  i  s  a  r  i ,    v.  tr.,  alzare. 
J  i  t  a  1  i ,    i ,   s.  m.,  lo  stesso  che 

jiritali,  ditale. 
Jittari,  v.  tr.,  gettare. 
J  i  z  z  u  ,    v.  voi.  Ili,  p.  309. 
Ju,    (Noto),  pron.,  lo  stesso  che 

iu,  eu,  io. 
Jucari,  v.  tr.,  giocare.  |  Scher- 
zare. |  Celiare. 
Juculanu,     add.,    giocoso.    | 

Celione. 


Junciri,    v.  tr.,  aggiungere.  | 

Arrivare,  pervenire. 
Junciutu,  add.,  part.,  unito. 
J  u  s  u  ,  aw.,  giuso,  giù,  abbasso. 


L  a  g  n  a  t  u  ,  part.,  da  lagnàrisi  : 
offeso. 

Larma,  làrima,  làgri- 
ma,   i ,  s.  f.,  lacrima. 

L  a  s  s  a  r  i ,  v.  tr.,  lasciare.  |  Nun 
lassari  pi  curtu,  non  lacsiare 
un  istante. 

Lavurari,  v.  tr.,  lavorare,  i 
Arare. 

L  a  v  u  r  i ,    s.  m.,  seminato. 

L  a  z  z  u  ,    i ,    s.  m.,  laccio. 

L  i  b  b  r  a  r  i ,   v.  tr.,  liberare. 

Libbru,    a,    s.  m.,  libro. 

L  i  n  n  i  n  e  d  d  a  ,  i ,  s.  f.,  dim. 
di  lìnnina,  lendine. 

L  i  s  s  a  ,  s.  f.,  inquietudine.  |  No- 
ia, fiaccona. 

L  i  x  x  i  a  ,  v.  antiquata,  per  li- 
scia, s.  f.,  liscivia. 

LI  u  minata,  i ,  s.  f .,  rino- 
manza. 

L  ò  f  r  i  u  ,  lo  stesso  che  lòfiu, 
add.,  inetto,  balordo,  sciocco. 

Luci,  s.  m.,  fuoco. 

91 

M  a  g  à  r  a  ,    s.  f.,  ed  anche  add., 

strega,  maliarda. 
Maidda,    i ,    s.  t.,  madia. 
M  à  j  r  u  ,  add.,  magro. 
M  a  j  u  1  i  n  o  ,    add.,  maggiolino, 

di  maggio. 
Malapasqua,    s.  m.,  cattivo 

soggetto. 


516 


GLOSSARIO 


Mannara,  o  mànnira,  i, 
s.  f.,  mandra. 

Mannari,    v.  tr.,  mandare. 

Màsculu,  i,  s.  m.,  maschio. 
|  Mastio. 

Masinno,  se  no,  altrimenti. 

Matritta,  (Naso),  dim.  di 
mairi,  madre. 

Màu,    i ,  s.  m.,  mago,  stregone. 

'Mbarrari  (Nossoria)  lo  stes- 
so che  ammarrari,  v.  tr.,  chiu- 
dere. 

'Mbrogghiu,  i,  a,  s.  m., 
imbroglio,  imbarazzo. 

'Mburdutu,  part.  pass,  da 
'mbàrdiri,  v.  tr.,  legare. 

Mèntiri,    v.  tr.,  mettere. 

Menza-canna,  s.  f .,  misura 
di  m.  1,03. 

M  e  n  z  u ,  8.  m.,  metà.  |  Mezzo. 
|   Espediente. 

M  i ,  pron.,  mi.  |  (Messina)  riem- 
pitivo; vedi  Fiabe  sic,  v.  I,  p. 
CCX,  §  5. 

Miatiddu,  composto  da  mia- 
tu,  beato,  iddu,  egli:  beato  lui, 
lui  felice. 

M  i  d  d  i ,  add.,  mille. 

M  i  e  g  g  i  u  (Ragusa),  add.,  me- 
glio. 

Mignanu,    a,   s.  m.,  testo. 

Minna,    i ,    s.  f.,  mammella. 

Minnicàrisi,  v.  rifl.,  vendi- 
carsi. 

M  i  n  n  i  1 1  a  ,    i ,    s.  f.,  vendetta. 

M  i  n  ù  t  u  1  a  ,  i ,  s.  f.,  minuta 
del  corredo  da  sposa. 

Mirdàriu,    v.  Ili,  p.  339. 

M  i  r  u  s  u  ,    add.,  che  ritrae  dal- 


la Mira.  |  Malu  mirusu,  di  cat- 
tivo  augurio. 

Mi  tati,    s.  f.,  metà. 

Mmantièniri,  per  mantènir 
ri,  v.  tr.,  mantenere,  sostenere, 
alimentare. 

'  M  m  e  n  z  u ,  comp.  da  'n  in, 
menzu,  mezzo. 

'  M  m  i  d  i  a  ,    s.   f .,   invidia. 

'Mmilinari,  r.  tr.,  avvele- 
nare. 

M  m  i  r  è  ,   v. 

Mmiremma,  aw.,  pure,  an- 
cora, medesimamente. 

'Mmìria,    v.  mmìdia. 

Mmiscari,  v.  tr.,  mescolare. 
|  Avventare,  dare,  zombare.  | 
Urtare. 

'Mmitari,   v.  tr.,  invitare. 

'Mmitu,    i ,    s.   m.   invito. 

'Mucca,  comp.  da'  'n  in,  vuc- 
ca  bocca.  |  Sina  'mmucca,  fino 
alla  bocca. 

'Mmucca  -  baddotti,  o 
ammuccabaddòttuli,  s.  m.,  bac- 
cellone, uomo  da  nulla.  |  Ma- 
schera. 

'Mmucciari,  v.  ammucciari. 

'  M  m  u  1  a  r  i,  v.  tr.,  affilare.  |  — 
li  denti,  fig.  dicesi  di  chi  ha 
disio   di  pasto. 

M  o  d  d  u  ,  add.,  molle,  morvido. 

M  ò  r  i  r  i ,     intr.,   morire. 

M  o  r  s  u ,  i ,  a  ,  (Messina)  s.  m.r 
pezzo    (fr.  morceau). 

M  o  r  v  u ,  i ,  s.  m.,  morbo,  ma- 
lattia. |  Moccio. 

'  M  p  a  j  a  r  i ,  v.  tr.,  attaccare,  e 
dicesi  dei  cavalli,  dei  muli,  de- 
gli asini. 


GLOSSARIO 


517 


'Mpinciri,  'mpìngiri 

(Catania),  v.  tr.,  fermare,  rat- 
tenere.  |  Intr.,  arrestarsi,  in- 
cagliare. 

'Mprinari,  v.  tr.,  ingravida- 
re.   |    Intr.,  impregnare. 

Muciara,  i  (Catania),  s.  f., 
sorta  di  barca  piatta  ad  uso 
della  tonnara. 

M  u  d  d  r  i  e  a ,  chi,  e.  f .,  mol- 
lica. 

Munitola,  8.  f .,  piccola  mo- 
neta d'argento. 

M  u  n  n  a  r  i ,    v.   tr.,  pulire. 

Muddurusu,  add.,  pioviggi- 
noso. 

M  u  n  n  ì  u ,  i  i ,  8.  m.,  vale  mun- 
neddu,  antica  misura  pari  a 
litri  4,298,  e  di  estenzione,  pa- 
ri ad  are  2,7285. 

Muntipricari,  v.  tr.,  molti- 
plicare. |  Tramandare. 

Munzeddu,  a,  s.  m.,  muc- 
chio, monticello. 

Murra,  s.  f.,  mora,  noto  giuo- 
co. 

Murtaru,    a,    s.  m.,  mortaio. 

Muscaloru,  a,  8.  m.,  ven- 
taglio. 

Musìa,  s.  f.,  bellezza,  magni- 
ficenza. 

Mussu,  i,  a,  s.  m.,  muso,  j 
Grifo. 

Musticcutti,  i,  (Modica), 
s.  ni.,  mostarda. 

M 
*N    (Catania),  per  un,  art.,  un, 
uno. 


Nanna,  i ,  8.  f .,  nonna,  ava.  j 
Vecchia. 

'Nanticchìa,  avv.,  un  po- 
chino. 

' Napocu,  pron.  plur.  (com- 
posto da  'na,  una,  e  pocu,  po- 
co) :  alcuni,  molti,  un  certo  nu 
mero. 

'  N  e  a  ,   cong.,  adunque,  dunque. 

'Ncagnàrisi,  v.  intr.  ingro- 
gnare, imbronciare,  stizzirsi, 
ecc. 

'Nchiappatu,  part.  e  add., 
imbrattato  di  merda.  |  Scon- 
cacato. 

'Nichiùjri,    v.  tr.,  chiudere. 

'  N  e  i  g  n  u  s  u  ,    add.,  ingegnoso. 

'Ncu  gnari,  v.  tr.  e  intr.,  avvi- 
cinare,  accostare. 

'  N  d  i ,    o    *  n  d  a ,    prep.,  da,  in. 

N  è  s  cir  i ,  v.  intr.  e  tr.,  uscire. 
|    Diventare. 

Nèvulu,  nèula,  i,  8.  f., 
nuvola.  Vedi  v.  Ili,  p.  44. 

'Nfànfaru,  add.,  eccellente, 
superiore  nel  suo  genere:  sma- 
faro. 

'  Nfilari,  v.  tr.,  infilare,  in- 
filzare. 

'Nfina,    aw.,  fino,  sino. 

'  N  g  a  g  g  h  i  a ,  i ,  •.  f .,  apertura, 
fesso. 

'Ngagghiari,  v.  tr.,  inca- 
gliare. 

Ni    o    nni,   prep.,  in  |  Da. 

N  i  a  t  r  i ,    v.  nuatri. 

N  i  e  u  ,     add.,   piccolo. 

N  i  u  r  u  ,    add.,  nero. 

Nivuledda,  i,  (Nicosia), 
dim.  di  nivula:  nuvoletta. 


518 


GLOSSARIO 


'Nna,    per   af eresi,  una. 

N  n  a  ,    vedi. 

N  n  i ,  p  r  e  p  . ,  in,  da.  Ecco  le 
preposizioni  articolate  che  essa 
forma:  nni  lu  o  rivi  'u,  nn'  ó, 
nel  ;  nri  'a  o  nni  o  ni  la,  nella  ; 
nn  'i  o  nni  li,  nei,  negli,  nelle. 
|   Pron.,  ne. 

'Nniminu,  i ,  s.  m.,  indovi- 
nello, enigma. 

'Nintra,  composto  da  'n  in, 
e  dintra,  dentro. 

'Nnùccaru,  add.  di  cosa 
graziosa,  vezzosa.  Pare  corrotto 
da  zàccaru,  zucchero. 

'Nnumani,  aw.,  indomani, 
domani. 

'Nsèmmula,    aw.   insieme. 

'  N  s  i  g  n  a  ri ,  v.  tr.,  insegnare. 
|   Indicare,  additare. 

'Nsimulari,  v.  tr.,  mettere 
insieme. 

'Nsina,  'nsinu,  'nfina, 
'  n  f  i  n  u  ,    aw.,  fino. 

'Nsunnàrisi,  v.  rifl.  so- 
gnare. 

'  N  t  a  ,  'ntra,  '  n  d  a  ,  'ndi, 
nna,  nni,  aw.  e  prep.,  en- 
tro, dentro.    |    Tra.    |    In. 

Nuatri,  comp.  da  nui  e 
autri,  noi  altri,  noi. 

Nucidda,  i ,  s.  f.,  nocciola, 
avellana. 

N  u  d  d  u  ,  add.  e  pron.,  nessuno. 

N  u  n  ,    aw.,  non. 

'Nzirtari,  v.  tr.,  indovina- 
re.   |    Colpire,  lare  nel  segno. 

Nzoccu,  (Noto),  voce  com- 
posta da  nzo,  ciò  e  ccu,  che. 
Lo  stesso  che  zoccu. 


O 


ò ,    sta  per  a  lu,  al.   In   alcune 

parlate,  d'ó,  del. 
Occhiu,    i,    s.   m.,   occhio. 
0  e  e  i  u  ,    di  alcune  parlate,  per 

occhiu. 
0  m  u ,     s.    m.,   uomo.    Vedi,    v. 

III.  pp.  299,  327. 
ò  n ,    vale  :   a  un,  in  un,  da  un, 

secondo. 
O  t  a ,    per    vota,    s.  f.,  volta, 

fiata. 


Paggialora,  i,  (Modica), 
s.  f.,  pagliaia. 

Papocchia,  i,  s.  f.  chiac- 
chiera, bugia. 

Parigghi,  (Noto),  s.  f.,  Pa- 
rigi. 

P  a  r  m  a  t  a  ,    i ,    s.   f .,   palmata. 

P  a  r  r  a  r  i ,  v.  tr.  parlare.  |  Par- 
ra-picca,  s.  m.,  paria-poco,  po- 
co  parlare,  silenzio. 

Pàrturu,     (Etna),     i,    s.    ni., 

parto. 

Picchiuliata,  i,  s.  m., 
piangimento,  frignolio. 

Picciuli,   s.  m.  pi.,  quattrini. 

P  i  e  u     (  A  )  ,    aw.,  in  punto. 

Pidicuddu,  a,  s.  m.,  pic- 
ciolo. 

Pìditu,    a,    s.  m.  peto. 

P  i  e  g  u ,    i ,    s.  m.,  piego,  plico. 

Piggiari,  (Modica),  per  pig- 
ghiari,  v.  tr.,  pigliare,  prendere. 

Pirdunari,  v.  tr.,  perdonare. 
Pres.  pirdugnu,  pirduni,  pir- 
duna,  ecc. 


GLOSSARIO 


519 


Pirrera,  i ,  s.  f.  cava,  pe- 
triera. 

P  i  1 1  u  r  i  n  a  ,  s.  f .,  quella  parte 
della  camicia  dal  cinto  al  col- 
lo, che  copre  il  petto:  i  colli. 

P  i  u  1  a  ,  i ,  s.  f .,  v.  voi.  Ili,  'J. 
398. 

Pizziarisi,  v.  rifl.,  detto  del 
gatto,  arricciare  il  pelo. 

P  i  z  z  u  ,  i ,  s.  m.,  becco.  |  Can- 
to, angolo,  posto. 

P  i  z  z  u  1  i  a  r  i ,     v.    tr.    beccare. 

P  ò  v  r  u  ,    add.,  povero. 

Ppi,    prep.,  per. 

Pincipaleddu,  i,  s.  m., 
dim.  di  principali,  principale. 

Prinulidda,  dira,  di  prena, 
gravida,   incinta. 

Pronti  o  prontu,  add., 
pronto,  preparato. 

Puccidatu,  i,  a,  (Messi- 
na)^, in  bucellato. 

Puntalu.oru,  a  ,  s.  m.,  pun- 
teruolo. 

P  u  r  p  i  e  e  d  d  u  ,  i ,  s.  m.,  dim. 
di  purpu,  polipo. 

Purrazzu,  i,  s.  m.,  v.  voi. 
Ili,  p.  231. 

Puseddu,  i,  (Naso),  s.  m., 
pisello. 

P  u  s  t  e  d  d  a  ,    i ,    s.  f .,  pustola. 


Quarchi,    add.,   qualche. 
Quartucciu,  a,    s.  m.,  quar- 

tuecio,  misura  di  capacità,  pari 

a   litro   0,75:    quarto. 
Quasareddu,  a,  s.  m.,  dim. 

di  quasàru,  ugna  dei  ruminanti. 


Quoddu  (Chiar.),  per  cuod- 
du,  s.   in.,   collo. 

Quozzu,  i,  (Chiar.),  per  coz- 
za, s.  ni.,  nuca. 

K 

Racina,   s,  f.,  uva. 

'Ranni,    add.,  grande. 

'  R  a  1 1  a  1  u  or  a  ,  i ,  s.  f.,  grat- 
tugia. 

R  a  v  o  g  g  h  i  u  ,  i ,  s.  m.,  casal- 
diavolo,  imbroglio,  confusione. 

Rera,  rrera,  reda,  i,  s. 
f.,   reda. 

Ri,  di  alcune  parlate,  per  di, 
prep.,  di. 

R  i  e  n  t  i ,  per  denti,  s.  m.,  dente. 

Rièpitu,  o  rèpitu,  i,s. 
m.,   piagnisteo,   repetio. 

Rina,    s.  f.,  rena,  arena. 

Rispittiàrisi,  v.  rifl.,  spas- 
sionarsi, lamentarsi  ad  uno. 

R  i  z  z  u  ,  i ,  s.  m.,  riccio,  heri- 
naceus  echinus  L. 

'  R  o  s  s  u  ,    add.,  grosso. 

Rreri,  arreri,  avv.,  dietro. 
|    Di  nuovo. 

R  u  i ,  di  alcune  parlate,  per  dui, 
due. 

R  u  m  a  n  i ,  per  dumani,  avv., 
domani. 


Sacchiteddu,  i ,  a ,  s.  m., 
dim.   di  saccu:    sacchetto. 

S  a  g  n  a  r  i ,    v.  tr.,  salassare. 

Sangunazzu,  a,  s.  m.,  san- 
guinaccio, mallegato.  V.  voi  I, 
pp.  74  e  399  e  v.  IV,  p.  365. 

S  à  n  n  a  1  u  ,    i ,    s.  m.,  sandalo. 


520 


GLOSSARIO 


S  a  n  t  i  a  r  i ,  v.  intr.,  bestemmia- 
re. 

Saratu,   add.,  sacrato. 

Sarbari,  v.  tr.,  serbare,  con- 
servare.  |   Salvare. 

Sardàru,  a,  s.  m.,  pescatore  o 
venditore  di  sarde. 

S  a  t  a  r  i ,   v.  intr.,  saltare. 

Satrìzza,     s.   f .,    sazietà. 

S  à  u  t  u  ,   i ,    a  ,    s.  m.,  salto. 

Sbalancari,  v.  tr.,  spalan- 
care. 

Sbannutu,   i,   s.  m.,  bandito. 

S  b  r  i  a  ,    i  i ,    s.  f.,  gramola. 

Sbriugnatu,  part.  pass., 
svergognato. 

Sbrugghiari,  v.  tr.,  scio- 
gliere. 

Sbulazzari,  v.  intr.,  svolaz- 
zare. 

Scàcciu,  s.  m.,  nome  collet- 
tivo di  frutte  secche,  atte  ad 
essere  schiacciate,  come  noci, 
mandorle,  avellane. 

S  e  a  g  g  h  i  o  1  a  ,    s.  f.,  scagliola. 

Scagghiuni,  a,  s.  m.,  dente 
canino. 

Scampari,    v.  intr.,  spiovere. 

Scancararisi,  v.  rifl.  stem- 
perarsi, e   dicesi   della  penna. 

Scantàrisi,  v.  rifl.,  aver  pau- 
ra, impaurirsi. 

Scantu,  i,  s.  m.,  paura,  ti- 
more. 

Scappari,  v.  intr.,  scappare. 
|  Andare,  semplicemente.  |  Ve- 
nire. 

S  e  à  p  u  1  u  ,  add.,  non  coltivato, 
libero. 


Scattiola,  i,  s.  f .,  fico  im- 
maturo. 

S  e  h  e  1 1  u  ,    add.,  scapolo. 

S  e  h  i  n  u  ,   i ,   s.,  m.,  schiena. 

Sciacquari,  v.  tr.,  sciaguat- 
tare. 

Sciacquatu,  add.,  prospero- 
so, rigoglioso,  e  dicesi  di  per- 
sona vegeta. 

Sciarreri,    add.,  rissoso. 

Scinniri,  v.  tr.,  e  intr.,  scen- 
dere. 

Scintinu,  add.,  disutile,  inet- 
to. |  Sciatto. 

Scippari,  v.  tr.,  spiccare,  j 
Sradicare,  sbarbicare,  spianta- 
re. 

'  S  e  i  r  i ,  di  alcune  parlate,  v.  in- 
tr., uscire. 

S  e  i  u  r  i  per  e  i  u  r  i ,  s.  m.,  fio- 
re. 

Scrimmiaturi,  a,  s.  m., 
schermidore. 

Scripintari,  v.  tr.,  aprire 
una  postema,  strizzarla.  |  A- 
prirsi  da  sé  una  postema  per 
maturità. 

S  e  u  m  a  ,    s.  f .,  schiuma  . 

Scummigghiari,  v.  tr.,  sco- 
prire. 

Scurari,  v.  intr.,  imbrunire, 
far  buio. 

Scurata  (A  la),  avv.,  sul- 
l'imbrunire. 

S  e  ù  s  i  r  i ,   v.  tr.,  scucire. 

Sdillucari,  v.  tr.,  dislogare, 
slogare. 

Sdirrinari,  v.  tr.,  tórre  al- 
trui forza  e  vigore,  slombare. 


GLOSSARIO 


521 


Sdirrubbari,    v.  tr.,  abbat- 
tere, dirupare,  precipitare. 
Sdivacari,    v.  tr.,  riversare. 
Sdunciari,    sdunsciari, 

v.  intr.,  sgonfiare. 
Sgraccu,    echi,    s.  m.,  sca- 
racchio, sornacchio. 
Sgriddari,    v.    intr.,    saltare 

come  grillo. 
Si,   part.  cond.,  se. 
Siddiàrisi,    v.  rifl.,  seccarsi, 

infastidirsi. 
-Sidditta,    i,    s.  f.,  seggetta, 

sedia. 
S  i  d  d  u  ,    part.  cond.,  se. 
Sina,    avv.,  fino,  sino. 
Singaliàrisi,    v.   rifl.,   met- 
tersi bene  a  mente. 
S  i  n  g  a  r  i ,    v.  tr.,  segnare.  |   — 

a  jiditu,  legarsela  al  dito. 
Siti,    s.  f.,  sete.  |  Siete  (del  v. 

essere). 
Smaceddu,   i ,   s.  m.,  afflizio- 
ne. 
Sminnari,   v 

guastare. 
Spaddera,   i 
delle  seggiole. 
Spagnàrisi, 

rirsi,  aver  paura. 
Spantu,    add.,   spaventato 
Sparti  ri.,  v.  tr.,  dividere. 
*  S  p  e  r  t  u ,  add.,  esperto,  scaltro. 
Spica,    chi,    s.  f.,  spiga   (la- 
vandaia spica,  L.).   |   Angolo. 
Spicciu,  a,    (Chiar.),  lo  stes- 
so che  spicchili,  s.  m.,  spicchio. 
S  p  i  g  n  a  r  i ,  v.  tr.,  disincantare, 
e  dicesi  de'  tesori,  secondo  la 
credenza   popolare,   incantati. 


tr.,    rovinare, 

s.  f.,  schienale 

v.  rifl.,  impau- 

>aventato. 
dividere. 


S  p  i  j  a  r  i ,     v.    tr.,    spiegare.    | 
Domandare,  interrogare.   |    In- 
terpretare. 
Spinnu,    s.  m.,  brama,  desio. 
S  p  i  r  ì  r  i ,    v.  intr.,  sparire. 
S  p  i  r  t  i  z  z  a  ,   i ,    s.  f .,  accortez- 
za, sagacità. 
Spita,    i,    a,    s.  m.,  spiedo. 
Spravieri,    spriveri,    a, 

s.  m.,  sparviere. 
Spuntari,    v.  intr.,  apparire. 
Squagghiari,  v.  intr.,  squa- 
gliare.   |    Tr.,    divorare.    |    Ri- 
durre al  nulla. 
'  S  s  i  r  i ,  v.  essiri. 
Staffieri,   a ,   s.  m.,  staffiere. 
Stari,    v.    intr.,    stare.    Indie, 
presente  staju,  stai  o  sta*,  sta, 
stamu,  stati,  stannu.  Imp.  stava 
ecc.  Pass,  stetti  o  stèsi,  stasti, 
stetti   o   stèsi,   stèttimu   o   stè- 
simu,  stàstivu,  stèttiru  o   stèt- 
tunu  o  stèsimi. 
'Sterna,   i ,   s.  f .,  cisterna. 
Stigghi,    s.  m.,  strumenti  di 

un'arte,  ordegni,  utensili. 
Stili,    s.  m.,  costumanza,  abi- 
tudine, consuetudine. 
S  t  i  z  z  i  a  r  i ,   v.  intr.,  stillare. 
Stizzusu,    add.,  antipatico,  j 

Dispettoso. 
S  t  r  à  g  u  1  a  ,    i ,    s.  f.,  treggia.  | 
Piccola  massa  di  grano  o  bia- 
da, che  fanno  i  lavoratori  pri- 
ma   di    abbassarlo:    cavalletto. 
Strania   (A  la),  modo  avr., 
in    luogo    estraneo,    in    paese 
straniero. 
Strapurtari,     per    metatesi 
trasportare. 


522 


GLOSSARIO 


Strascinari,  v.  tr.,  trasci- 
nare. 

S  t  r  i  n  e  i  r  i ,   v.  tr.,  stringere. 

Struppiari,  v.  tr.,  far  male. 
|  Stroppiare,  storpiare. 

S  t  u  ,    add.,  questo. 

Stufatu  o  stuffatu,  (Mes- 
sina), s.  m.,  stufato,  stracotto. 

S  t  u  j  a  r  i ,    v.  tr.,  forbire. 

Stunari,  v.  intr.,  sorprender- 
si. |  Ingnillire.  |  Stordire.  | 
Stonare. 

Su,    v.  si. 

Suggicari,  v.  tr.,  assogget- 
tare, vincere,  mettere  sotto  il 

proprio  dominio. 

S  u  r  r  u  s  e  u  ,  chi,  s.  m.,  ba- 
leno. 

S  u  s  ì  r  i  s  i ,  v.  rifl.,  alzarsi,  le- 
varsi. 

S  u  s  u  ,    avv.,  su,  sopra. 


Ta  (Nicosia)  per  'nta  prep.,  in, 
tra,  in  mezzo  ecc. 

T  a  d  d  u ,  i ,  s.  m.,  costola  delle 
foglie,  come  quelle  della  lat- 
tuga, ecc. 

T  a  g  g  h  i  a  ,  i ,  s.  f .,  figura  del- 
la persona,  e  fig.  il  neonato.  || 
Taglia,  tacca. 

Talacquali,  composto  da 
tali  e  quali,  nella  pres.  opera, 
pron.,  certuni,  taluni. 

Taliari,  v.  tr.,  guardare.  Imp. 
tale  o  talà  o  talia,  guarda. 

Tangilusu,  o  tancilu- 
s  u  ,  add.,  sensibile,  tangeroso. 
j  Che  fa  guasto. 


Tari,  s.  m.,  antica  moneta  si- 
ciliana, pari  a  centesimi  42  di 
lira. 

T  a  r  t  a  g  g  h  i  a  ,  s.  m.,  tartaglia, 
che  pronunzia  male  e  ripete 
più  volte  una  sillaba  prima  di 
spiegarla  tutta. 

Tastar  i,  v.  tr.,  saggiare,  as- 
saggiare. 

T  a  v  a  n  a  ,    i ,    s.  f.,  tafano. 

Tavirnaru,  a,  s.  ni.,  taver- 
naio, bettoliere. 

T  è  n  i  r  i ,  v.  tr.,  tenere  |  —  a 
cura,  badare,  stare  attento. 

T  i  m  p  u  n  i ,   a  ,   s.  m.,  zolla. 

Tirdinari,  triddinari, 
triddinaru  =  tri  dinari,  s. 
m.,  antica  moneta  siciliana,  pa- 
ri a  1  cent,  di  lira,  quasi. 

T  i  n  ì  r  i  s  i ,    v.  rifl.,  trattenersi. 

T  i  n  t  u  ,    add.,  cattivo. 

Toccu,  echi,  ura,  s.  m., 
passasatella. 

Tramurtusu,  add.,  tramor- 
tito. 

Tràsiri,    v.  intr.,  tr.,  entrare. 

T  r  ì  d  i  e  i ,  add.,  tredici.  |  Las- 
sari  'n  tridici,  lasciare  in  asso. 

Trizziari,  truzziari,  v. 
tr.,  burlare,  canzonare,  beffare. 

Trubbari,  per  turbari, 
v.  tr.,  turbare. 

Truzzari,  v.  tr.,  urtare.  Fig., 
insistere. 

T  u  e  e  a  r  i ,  v.  tr.,  toccare.  |  In- 
tr., fare  al  tocco,  contarsi. 

T  ù  m  m  i  n  u  ,  i ,  a  ,  s.  in.,  to- 
molo, antica  misura  degli  a- 
ridi,  pari  a  litri  17.  1,  93. 


GLOSSARIO 


523 


Tuppuliari,  v.  tr.,  bussare. 
Turtigghiuni,     a,     s.    m., 
tortello. 


Ucchiatura,  i ,  s.  f .,  ma- 
locchio. 

Ucceri,  o  vucceri,  a,  i, 
s.  m.,  beccaio. 

Um  m  i  r  a  ,    i  ,    s.  f.,  ombra. 

'Un,    aw.,  non. 

'Unca,   vedi  ynca. 

Unciari,  unsciari,  un- 
chiari,  vunciari,  gun- 
c  i  a  r  i  ,    v.  tr.,  gonfiare. 

Unciri,    v.  tr.,  ungere. 

U  n  z  a  ,  i ,  s.  f.,  antico  peso,  pa- 
ri a  chilo gr.  0,066.  |  Antica  mo- 
neta, pari  a  I.  12,75. 

U  o  e  e  i  u ,  i ,  di  alcune  parlate, 
s.  m.,   occhio. 

'  Utti    o    vutti,    s.  f.,  botte. 


Vagghiu  (I,  228),  di  alcune 
parlate,  per  vaju,  vo,  vado. 

Valatizzu,  balatizzu, 
i ,  lo  stesso  che  abbalatatu,  ba- 
latatu,  s.  m.,  lastrico. 

Valori,  s.  f.  plur.,  vaiuolo,  pu- 
stole o  butteri  di  vaiuolo. 

Vamba,  (Casteltermini),  lo 
stesso  che. 

Vampa,  i ,  8.  f .,  vampa,  fiam- 
ma. 

V  a  n  e  d  d  a  ,    i ,    s.  f.,  vicolo. 

Varda,  i,  s.  f.,  barda.  |  In 
alcune  parlate,  guarda,  da. 

Vardari,    v.  tr.,  guardare. 

Varrili,    i,    a,    s.  m.,  barile. 


Vasari,    v.   tr.,   baciare. 

V  a  s  i  n  n  ò  ,    aw.,  altrimenti. 

V  a  s  t  a  t  u  r  i ,  a  ,  s.  m.,  guasta- 
tore. 

V  a  s  t  u  n  a  e  a  ,  chi,  s.  f .,  pa- 
stinaca (pastinaca  saliva,  L.). 

Vastunata,  i,  s.  f.,  basto- 
nata, colpo  dato  col  bastone 
od  altro. 

Vativinni  o  vajitivin- 
n  i ,  imp.  del  v.  jiri,  andateve- 
ne, andate  via. 

V  a  1 1  i  a  r  i ,   v.  tr.,  battezzare. 
Varvasàpiu,    ii,    s.  m.,  uo- 
mo serio,  sapiente  ecc. 

Vededdazz'  (Nicosia)   pegg. 

di   viteddu,  s.   m.,  vitellaccio, 

grosso  vitello. 
Vència,    i,    s.  f.,  vendetta. 
Vèrtula,    i,    s.   f.,  specie   di 

bisaccia. 

V  è  s  t  i  a  ,  i  i ,  s.  f .,  quadrupede 
da  soma  come  asini,  mulo,  ca- 
vallo. 

V  i  a  t  r  i ,   pron.,  voialtri,  voi. 

V  ì  d  i  r  i ,  v.  ti.,  vedere.  |  |  'Ntra 
un  vìdiri  e  svìdiri,  in  un  atti- 
mo. Ind.  pres.  viju,  vidi,  vidi, 
videmu,  viditi,  vìdinu  o  vìdu- 
nu.  Imp.  videva  o  vidiva  o  vi- 
dia,  vidivi,  ecc.  Pass,  vitti  o 
visti,  vidisti,  vitti  o  visti,  vitti- 
mu,  vidìstivu  o  vidistu,  vìttiru 
o  vittimi  o  vìttunu.  Par.  pass. 
vistu,  vidutu. 

Vinnicari,    v.  tr.,  vendicare. 

Vinnigna,  i,  s.  f.,  vendem- 
mia. 

Vi  n  n  i  g  n  a  r  i ,  v.  tr.,  vendem- 
miare. 


524 


GLOSSARIO 


V  ì  n  n  i  r  i  ,  v.  tr.,  rendere.  |  — 
a  spacca-e-pisa,  vendere  un  a- 
nimale  così  come  si  sventra, 
senz'altro  esame.  |  Fig.  ingan- 
nare. 

Vircocn,  a ,  s.  m.,  albicocca. 
'Viri,     (avere),  preceduto    da 
he  (ho). 

V  ì  r  i  r  i ,  per  v  ì  d  i  r  i ,  v.  tr., 
vedere. 

Vìscitu,    s.  m.,  viscidume. 
Vìsita,  i,  s.  m.,  lutto,  bruno. 

V  ì  v  i  r  i ,  v.  tr.,  e  intr.,  bere. 
Pass,  vippi,  rivisti,  vippi,  vip- 
pimu,  vivìstivu,  vìppiru  o  vip- 
pinu  o  vìppuru  o  vìppunu. 

V  ò ,    o   v  o  ' ,   vuole. 
Vota,   i ,   s.  f.,  volta,  fiata. 
Vòmmira,    vòmmiru,    i, 

s.  m.,  e  f.,  vomero. 

V  o  z  z  u  ,  a  ,  s.  m.,  enfiato.  Det- 
to, come  in  quest'opera,  del 
mare,  significa  onde. 

V  r  o  d  u  ,   s.  m.,  brodo. 

V  u  d  e  d  d  u ,  a  ,  s.  m.,  budello, 
intestino. 

V  u  1  i  r  i  ,  v.  tr.,  volere.  Ind.  pres. 
vògghiu,  vói  o  vó\  voli  o  va', 
vulemu  o  vómmu,  vìditi  o  vu- 
lìti,  vonnu.  Imp.  vuleva  o  vulia 
o  'ulia  ecc.  Pass,  vosi,  vulisti 


o  'ulisti,  vosi,  vòsimu,  vulìsti- 
vu  o  vulistu,  vòsiru  o  vòsinu. 

Vunchiazzuni  (Catania), 
s.  m.,  per  vunciazzuni,  vunciaz- 
zumi,  gunciazzumi,  s.  m.,  e  f., 
enfiagione. 

Vurdunaru,  a,  s.  m.,  mi- 
lattiere. 

Vuridduni,  vudidduni, 
a  ,  s.  m.,  budellone.  |  Intestina 
retto. 

Vurricari  o  vurvicari, 
v.  tr.,  seppellire. 

Vurrivu  (I,  40)  =  vurrìssi- 
vu,  vorreste,  da  vuliri. 

Vuscari,  v.  tr.,  buscare,  gua- 
dagnare. 

V  u  r  z  a  ,    i ,    s.  f .,  borsa. 

Z 

Z  a ,  contr.  da  zia,  zia.  Vedi  zu. 
Z  i  m  m  ì  1  i    a  ,    s.  m.,  sportone, 

cestone,  bargelle. 
Zita,   i ,   6.  f.,  sposa,  fidanzata. 
Z  ò  ,    pron.,  ciò,  quello. 
Z  o  e  e  u ,   composto  da  zo  e  chi, 

ciò  che,  quello  che. 
Z  o  1 1  a  ,    i ,    s.  f.,  frusta. 
Z  u ,  contr.  da  ziu,  zio,  nome  che 

si  dà  ad  uomini  volgari  come 

facchini,  zappatori  ecc. 


INDICE 

DEL  PRESENTE  VOLUME 


Esseri  soprannaturali  e  maravigliosi. 


Avvertenza 

I.  Le  Anime  dei  corpi  decollati 

II.  Le  Anime  condannate  e  gli  Spiriti 
IH.      Gli  Spiritati 

IV.  I  Morti  e  la  Vecchia  Strina 

V.  H  Diavolo 

1.  Sinonimia         .... 

2.  Diavoli  principali 

3.  Il    Folletto       .... 

4.  Figure   e   forme    del   Diavolo.    Invoca 

zioni  .... 

5.  Il   Diavolo  ne'  Proverbi   e  nelle   Leg 

gende  .... 

6.  Il    Diavolo     causa    d'ogni    male.    Sua 

vita  travagliata     . 

7.  Abitazione    del   Diavolo    in   Sicilia 

8.  D    Diavolo    nelle    Sacre    Rappresenta 

zioni   e   ne'   Giuochi.    Il   Demonio 
meridiano 

VI.  Le  Streghe 

1.  «  La  Stria  »  o  «  'Nserra  »  . 

2.  La  «  Fattura  »  e  la  Fattucchiera 

3.  Il    volo    delle    Streghe    e    il    Noce    di 

Benevento 

4.  Virtù    delle    Streghe 


Pag. 

» 


11 

33 

48 
66 
72 

72 
73 

77 

80 
86 

94 

98 


106 
110 
110 
113 

116 
123 


526 


INDICE    DEL    PRESENTE    VOLUME 


5.  Malia,  Fascino,  filtri   amatori 

6.  Orazioni   e   scongiuri   per  farsi   amare 

7.  Pratiche    per    far    disamare    e    render 

l'uomo  inabile     . 

8.  Malefici 

9.  Mezzi    e    modi    di    sfatturare 
10.   Streghe  e  stregherie  ne'  secoli  passati 

VII.     Le   Donne    di   fuora 

Vili.  Le  Fate 

IX.  La  Monacella  della  fontana  . 

X.  I  Mercanti,  i  «  Guvitedda  »,  i  Giganti 

XI.  La  Sirena       ...... 

XII.  La  Sorte,  la  Mira,  il  Destino.  Altri  esseri 

XIII.  I   Cirauli 

XIV.  Il  Lupo  mannaro  .... 


126 
130 


Persone  e  cose  fauste  ed  infauste. 

I.  La  Iettatura  ed  il  Malocchio 

IL  Mesi   e   giorni 

III.  Il  Venerdì     .... 

IV.  I  numeri  e  la  numerazione  . 

V.  I  sogni  ..... 

VI.  Il  Lotto 

VII.  Del  viaggiare.         .         .         . 
Vili.  Lo  sgombero  e  la  casa  . 

IX.  Il  letto 

X.  I   capelli   e   la   pettinatura   . 

XI.  La   scopa  e  lo   spazzare 

XII.  Il  bucato.  Pregiudizi  vari     . 

XIII.  Il    pane  .... 

XIV.  La  cucina  e  la  tavola  . 
Appendice:   Paste,  minestre,  pietanze 

1.  Condimenti 

2.  Paste    diverse 


INDICE    DEL    PRESENTE    VOLUME 


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3.  Minestre   e    paste 

4.  Pietanze    ed    intingoli 

5.  Paste  molli  e  Schiacciate  . 

6.  Dolci       . 


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I  Tesori  incantati. 

Dei  Tesori  incantati 

I    Tesori         ..... 

1.  Li  Diavuli  di  la  Zisa    (testo) 

2.  Passarello 

3.  La    Grotta    del   Tesoro    (riassunto) 

4.  La   Pietra   della   Gaipa 

5.  Una  trova  tura   di  Marineo    (riassunto) 

6.  Il   Ponte   di   Calatrasi    (riassunto) 

7.  Rocca  d'armi  (versione)     . 

8.  Il    Piano    Burchiarola    (riassunto) 

9.  Lu  Cozzu  di  lu  Ritunnu   (testo) 

10.  Raccono     (versione) 

11.  La  Grutta  di  li  Panni   (riassunto) 

12.  La   Trovatura   di   Monte    Cuccio    (ver 

sione)  .... 

13.  Pizzareddu    (riassunto) 

14.  Li  vèrtuli   di   la  Muntagna   di  la  fera 

(testo)         .... 

15.  Lu  Bancu  di  Ddisisa    (testo) 

16.  Lu  Bancu   di  Ddisisa    (testo)      . 

17.  La  Casa  'ncantata  (leggenda  in  poesia) 

18.  La   Grutta   di   Sàuta-li-viti    (testo) 

19.  Chiaramosta     .... 

20.  La    Trovatura    di    Chianamusta    (rias 

sunto)         .... 

21.  La  Truvatura  di  lu  Munti   (testo) 

22.  La    Chiesa    della    Madonna    dell'Alto 

(riassunto)  . 


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INDICE    DEL    PRESENTE    VOLUME 


23.  Un  altro  tesoro  di  Mazzara  (riassunto) 

24.  Il  Granchio  d'oro   (riassunto) 

25.  Il  Pozzo  dell'oro      . 

26.  La  Montagna   di  furore    (riassunto) 

27.  La  Grotta  del  tesoro    (riassunto) 

28.  La  Rocca   di   Busunè    (riassunto) 

29.  La  Rocca  del  Pezzillo   (versione) 

30.  La  Grotta  del  Pizzo  bello   (riassunto) 

31.  La   Portella   del   toro    (riassunto) 

32.  La    Gutta    (versione) 

33.  La  Grutta  di  Sallonni    (versione) 

34.  La  Turri  di  Bapillonia  (testo) 

35.  La   Grotta    del   Monaco    (riassunto) 

36.  La    Grotta    della    Capra    d'oro    (rias 

sunto) 

37.  L'Ebreo   della   Grotta   dei   Fondacazzi 

(riassunto) 

38.  I    Cento    Pozzi    (riassunto) 

39.  Il  Tesoro   della   chiesa  di  S.  Marghe- 

rita  (riassunto)   , 

40.  Il  Tesoro   di  S.  Lena   (riassunto) 

41.  Cava  di  S.   Lena    (riassunto) 

42.  La  Chiesa  di  Scrofani  (riassunto) 

43.  La    Grotta    di    Mangione    (riassunto) 

44.  Cala  Farina   (riassunto) 

45.  Cala    Farina    (testo) 

46.  Munti    d'oru    (testo) 

47.  Re  Falari   (testo)      . 

48.  Funtani  bianchi  (testo) 

49.  U   cuozzu   'u   Scavu    (testo) 

50.  ^Nta  l'uortu  di  li  Rumani  (testo) 
41.  Darrieri  S.   Giuvanni   (testo) 
52.  Tesoro  nella  Contea  di  Modica   (rias- 
sunto) 


442 


INDICE    DEL    PRESENTE    VOLUME 


529 


53.  Altri    due    tesori    nella    Contea    (rias- 

sunto)        . 

54.  Cammarana   (riassunto) 

55.  'Nna  truvatura  di  Francufonti    (testo) 

56.  La  Madonna  della  Nunziata  (riassunto) 

57.  La   Grotta   dell'Inferno    (riassunto) 

58.  Monte    Scuderi    (versione) 

59.  La  Trovatura  di  Belmonte   (versione) 

60.  La   Pietra   del  Mircante   (riassunto)    . 

61.  La  Trovatura  del  Soccorso   (versione) 

62.  La  Trovatura  di  Micelli   (versione)    . 

63.  La    Rocca    di    Salvateste    (versione)    . 


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452 

Usi  e  Credenze  dei  fanciulli. 

1.  Le  orazioni  e  l'andata  a  letto     . 

2.  L'abbiccì    e    la    scuola 

3.  Regole    e    consuetudini 

4.  Pratiche    e    credenze 

5.  Ingurie  contro  i  difetti  fisici  e  morali 


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471 

Credenze  e  superstizioni  varie. 

1.  Il    Mondo,    la    Sicilia 

2.  Il    Fuoco 

3.  Cose  fisiche 

4.  Gesù  Cristo,  Santi,  Devozione 

5.  Auguri   e  Presagi 

6.  Varia       .... 
Varianti    e    Riscontri    da    aggiungersi    a 

quelli    citati    nel    corso    dell'opera 


Glossario 


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Finito  di  stampare  il  29  maggio  1952 

coi  tipi  del 

POLIGRAFICO    TOSCANO 

Firenze-Empoli 


Prezzo:  L.  1800 


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