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Full text of "Origine delle feste veneziane"

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131 



L.PTCÌMKTR0SSAR1 



ORIGINE 

DELLE 




D I 



GIUSTINA REMER MICHÌEL 



VOLUME SECONDO. 



MILANO 

PRESSO GLI EDITORI DEGLI ANNALI UNIVERSALI 

DELLE SCIENZE E DELL' INDUSTRIA 

JVIDCCCXXJX. 



TIPOGRAFIA LAMPATO, 






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DELLA CARITÀ/. 

JLa chiesa di Santa Maria della Ca- 
rità, una delle più antiche nelle no- 
stre lagune, fu da prima costrutta 
di legno , e tale si conservò sino ai 
ii 19, quando Marco Giuliani anima- 
to da una particolar divozione per la 
Vergine , ne gettò a proprie spese le 
prime fondamenta di pietra. L'edifìcio 
fu poscia magnificamente compiuto 
per la liberalità de' fedeli , i quali vi 
aggiunsero la fabbrica per la confra- 
ternita , non che il monastero , in cui 
colla permissione del pontefice Inno- 
cenzo II , presero stanza i canonici 
regolari. In questo stesso monastero si 
rifuggì papa Alessandro , allorché do- 
vette cercar un asilo tra noi contro 
le persecuzioni dell' imperato* Barba- 
rossa. Ottenuta ch'egli ebbe la pace? 



45**702 



4 

' consacrò la chiesa di Santa Maria, ac- 
cordandole le medesime indulgenze , 
che concesse aveva a quella di San 
Marco, ed il governo stabilì con decre- 
to, che il 3 aprile fosse il giorno della 
festa solenne destinato per acquistarle. 
Nell'anno 1177 ebbe principio la di- 
vota usanza, e il Doge col suo augu- 
sto corteggio diede un luminoso esem- 
pio di religione al rimanente del po- 
polo. Forse congiunto all'oggetto della 
pietà quello pur v' ebbe di fasto na- 
zionale j volendosi con tal annua vì- 
sita, non men che colla Festa dell'A- 
scensione, tener viva la memoria d'u- 
na mediazione, ch'ebbe riuscita molto 
felice, e che aggiunse onore al Veneto 
nome. Gli abitanti della città , quelli 
delle vicine provincie , ed anche non 
pochi de' luoghi lontani accorrevano 
in folla alla partecipazione di questi 
spirituali favori, e con ciò si accrebbe 
lo spettacolo di questa Festa, ch'ebbe 
luogo sino all'anno 1796. 

In quest'occasione, particolarmente 
col progredire degli anni, venne il 



3 

popolo a contemplare e ad ammirare 
i tanti monumenti del genio riuniti 
nel recinto della Carità. E architetti 
in fatti 5 e scultori , e pittori eransi 
presi una singoiar cura in abbellirlo. 
Pare propriamente che il suo destino 
lo riserbasse in ogni tempo alla cele- 
brità , malgrado ai danni apportati di 
quando in quando a que' capi d' ope- 
ra. Egli è certo che le pitture di Ti- 
ziano oggidì non hanno più la loro 
primitiva originalità ; che il famoso 
chiostro di Palladio perdette in parte 
la sua naturai eleganza, e che i mau- 
solei dei due Dogi Barbarigo , e del- 
l' altro Doge da Ponte sparirono. Ma 
a perdite cosi irreparabili successero 
in quello stesso luogo nuovi oggetti 
gratissimi, che ci colpiscono vivamente 
lo sguardo. Colà nell'anno 1807 venne 
stabilita Y Accademia delle belle arti. 
Fu ben saggio avviso lo scegliere per 
loro sede una fabbrica resa splen- 
dida dal valore dell' immollale Palla- 
dio , e rispettata insino dal fuoco, al- 
lorché con sue fiamme divoratrici con» 



6 

sunse le altre parti eli quel convento. 
Il primario oggetto di questa scelta 
non fu già quello di procurare un più 
magnifico albergo all' Accademia y ma 
veramente quello di ricoverare in tale 
edifìcio que' monumenti non meno il- 
lustri pel lavoro, che per la memoria 
dei gran personaggi, a cui erano stati 
eretti , in caso che venissero rimossi 
dalle antiche loro sedi. Felici pur noi 
se fosse stato in tutto eseguito un sì 
provvido pensiero. Per conforto nostro 
vi si trova però , come dissi, una pre- 
ziosa unione di cose , che onorano al- 
tamente la splendidezza , il buon gu- 
sto, e V ingegno de' Veneziani. Ma pri- 
ma d'internarci ad esaminarle, get- 
tiamo uno sguardo, giusta la promessa 
nostra , sulle belle arti in generale, e 
sulla loro antica esistenza presso di 
noi. 

I Veneziani , o poco gelosi della 
loro gloria in fatto di belle arti, per- 
chè occupati abbastanza in sostenere 
quella del loro impero e delle armi 
loro , o poco fortunati ne' loro scrit- 



7 
tori in paragone de' Toscani e de 1 Bo- 
lognesi, si lasciarono con indifferenza 
rapire dagli altri il vantaggio dell'an- 
zianità nell' averle accolte , anzi direi 
quasi rigenerate. Pure egli è certo che 
appena si potè da noi godere un po' 
di ozio , vedemmo nascere fra noi le 
cose di ornamento, e tutto ciò che 
appartiene alle arti belle. I preziosi 
avanzi de 1 monumenti Greci furono i 
nostri modelli. Fino dai primi secoli 
dell'era volgare i Veneziani andavano 
colle loro navi nel Levante e a Co- 
stantinopoli ? sede allora delle belle 
arti. Eranvi colà le più celebri statue 
prese dai varj luoghi della Grecia , 
dall' Asia minore, dal tempio di Diana 
in Efeso, da Atene, da Elide e da 
Roma. Queste egregie opere vennero 
poscia frammiste alle mine di quella 
città nel 1204. Anche- nel resto cravi 
un gusto elegante nel disegno formato 
sulF antico , cosicché possiamo vera- 
mente dire, che di là traemmo la re- 
gola per ben determinare il bello, per 
sostenere l'unità e la verità ne' lavori» 



8 

e che furono insomma gli artisti Greci 
le nostre scorte non meno per bene 
eseguire , che per ben giudicare. Li- 
beri come essi, non dovendo ne adu- 
lare i re , né umiliarci dinanzi ai ti- 
ranni, gli artisti Veneti lasciarono sciol- 
te le briglie al loro genio inventore. 
L' architettura ci diede il mezzo di 
rendere un tributo di riconoscenza al- 
T Essere Supremo , cji contribuire al- 
l' abbellimento della città, e di accre- 
scere i comodi di tutta la popolazione. 
La scoltura servì a ricompensare ono- 
revolmente i nostri prodi cittadini; la 
pittura a perpetuar la memoria delle 
nostre gloriose azioni. 

Un tal uso dunque delle arti belle 
non solo contribuì al loro perfeziona- 
mento j ma vantaggi di gran lunga 
maggiori procurò alla Repubblica, utili 
alla patria ? e a promuovere quelle 
virtù, che ne formano il più sicuro e 
solido fondamento. I monumenti in- 
nalzati ai cittadini più benemeriti era- 
no per essi altrettanti tempj consacrati 
alla gloria. Frequentissimi furono sì 



9 
in pittura, clic in iscultura o in archi- 
tettura quegli ere Iti dalla pubblica au- 
torità. Ognuno ben sente quanta emu- 
lazione destar dovea questa usanza sì 
ne' cittadini , che alla virtù si eserci- 
tavano , come negli artisti, i quali di- 
videvano in certo modo con essi F o- 
nore del monumento. Oltre a ciò da 
tali cospicue memorie poteva chiunque 
apprendere quasi senza fatica la storia 
patria, e quella de' suoi celebri ante- 
nati. I sepolcri stessi considerati come 
un civico premio, volevasi che fossero 
grandi e magnifici. Il primo lavoro 
in marmo di questo genere fu quello 
del Doge Vital Falier posto V anno. 
1096 nel vestibolo della chiesa di San 
Marco. Dirimpetto ad esso avvi quello 
dell' illustre matrona Felice Michiel ? 
che per la sua singolare pietà merita 
tanto onore. Queste , per vero dire , 
non sono opere di gran pregio in 
quanto al lavoro, pure esigono vene- 
razione per la rimota loro epoca , e 
per essere quasi il primo gradino, dal 
auale i nostri scultori ascesero fino a 



IO 

toccar l'apice dell eccellenza. V ha chi 
pretende, che ancor prima di quell'e- 
poca, alcune statue di marmo fossero 
scolpite da' nostri, parte delle quali 
erano collocate nell' antico tempio di 
San Teodoro, e che furono poscia ri- 
messe nella chiesa esistente di San 
Marco. Ne v'è in ciò da maravigliare, 
poiché è ben noto il gran guadagno 
che sino negli antichi tempi ci veniva 
da nostri fini intagli, in qualunque 
materia essi fossero. Fummo sì abili 
in questo genere di lavoro, che il Do- 
ge Orseolo nell' anno 998 spedì ad 
Ottone imperatore di Costantinopoli 
una sedia di avorio col suo sgabello 
lavorata in Venezia con tal maestria 
da poter essere presentata senza ros- 
sore a sì gran principe , e da meri- 
tarsi un pieno aggradimento. 

Ben più sorprendenti furono i no- 
stri progressi nell'architettura. Fin dal- 
l'anno 829, per non parlare di pa- 
recchie chiese ch'erano già erette a 
quel tempo , furono poste le prime 
fondamenta della grande basilica di San 



Marco, di quel tempio sì rinomato; e 
nell'anno 888 quelle della maestosa tor- 
re, che gli sta presso. Quante cognizioni 
non occorrevano per piantare sull'on- 
de le basi di moli sì immense? Il Du- 
cal palagio fu pure cominciato nel 
976 ; infine passando di prodigio in 
prodigio scorgemmo formarsi nel no- 
stro seno varj celebri architetti, fra i 
quali quel Palladio superiore a tutti 
gli elogi. 

Quanto poi alla pittura facemmo sì 
gran progressi, ch'essa divenne og- 
getto delle ricerche degli stranieri ? 
come diverse cronache il provano. Ne 
si dee lasciar di osservare, che le no- 
stre antiche pitture hanno un carattere 
affatto diverso da quello che scorgia- 
mo in Cimabue, in Giotto e nelle pri- 
mitive figure dell'arte; ciò che dimo- 
stra 1' anzianità del dipingere tra noi. 
Le stesse pitture del nostro Tiziano 
comprovano una certa originalità na- 
tiva, e lo fanno conoscere come mae- 
stro insigne. 

Potrebbesi forse assegnare per ca- 



le 

gion principale di si rapidi avanza- 
menti l'antichissima instituzione di una 
confraternita delle belle arti, e il di- 
sinteresse e la nobiltà con cui queste 
arti si esercitavano. Non potea por 
mano ad esse chi non era aggregato 
a questo corpo, ne a tal corpo veniva 
ammesso chi non avea dato buon sag- 
gio de' precedenti suoi studj. Da esso 
inoltre escluclevansi coloro, che atten- 
devano ai men fini lavori, come alla 
pittura degli stemmi , de' cuoj e di 
cose simili. Gli statuti eli questo corpo 
meritano di essere conosciuti , come 
pure i regolamenti posteriori, che por- 
tano la data del 1 345. Essi segnata- 
mente provano U anzianità di quest' a- 
dunanza sopra tutte quelle che furono 
stabilite in Italia, ed anche sopra quel- 
la di Parigi. Il suo spirito conservossi 
sempre lo stesso fino a che le circo- 
stanze avverse sopravvenute nel quin- 
dicesimo secolo per cagion di guerre, 
ed ancor più della peste , rapirono la 
maggior parte di qucgl' individui , ai 
quali affidata n'era la direzione. Al- 



i3 

lora fu che vi s'introdussero giovina- 
stri inesperti ed indotti, i quali pren- 
dendo a reggere quel corpo, lo fecero 
precipitare intieramente , e diedero il 
crollo alle arti medesime. 11 secolo de- 
cimosesto recò un periodo di tranquil- 
lità , il che rianimò lo spirito della 
società , creò de' genj novelli , e fece 
nascere dei capi d' opera. A quest' e- 
poca segnatamente i socj presero il 
nome di Accademici, ed il corpo quel- 
lo di Accademia. Nuove leggi allora 
assai provvide si fecero, e sopra tutto 
si crearono alcuni professori, che in- 
segnassero quelle scienze, le quali han- 
no un intimo legame colle belle arti. 
Si profusero eziandio distinzioni ed 
onori ai professori delle arti medesime. 
A tale oggetto appunto il Senato ema- 
nò due decreti , col primo de' quali 
dichiarò nobili i professori di que- 
st'Accademia o Collegio, cioè conce- 
dette , che le loro figliuole o sorelle 
potessero apparentarsi con persone pa- 
trizie , senza che una tale cognazione 
recasse onta alla nobiltà delle fami- 



«4 

glie, in cui fossero entrate. Nel se* 
condo si dichiarò, che tali artisti ono- 
ravano altamente la nazione , e pro- 
curavano un vero bene allo Stato. 
Alle quali distinzioni conviene anche 
aggiungere , che un numero conside- 
rabile d'illustri soggetti, non solo di 
Venezia ma di stranieri paesi, si glo- 
riarono di venire inscritti fra i mem- 
bri di quesf Accademia, come poscia 
il furono altresì le accademie stesse di 
Parma e di Roma , che tutte deside- 
rarono di dare una simile testimonian- 
za di onore a quella di Venezia. 

Essa cangiò piò volte di luogo, ma 
per verità non n'ebbe mai uno più 
esteso e magnifico del presente. L'an- 
tica chiesa della Carità scompartita 
nella sua altezza da un tramezzo, por- 
ge ora nel piano superiore nobile stan- 
za ai modelli di gesso. Nel pian ter- 
reno ha le molte camere inservienti 
alle scuole di architettura , d t scultu- 
ra, di d.segno, di ornato. Il mona- 
stero è convertito in piò appartamenti; 
v'è scuola dell'incisione, del disegno 



i5 
del nudo, della pittura. Evvi comodo 
albergo per li professori forestieri, pel 
segretario , per l'economo , per gì' in- 
feriori ministri , ed altresì sale per la 
libreria, per la pinacoteca, e per le 
private adunanze del corpo, che suole 
ivi unirsi una volta al mese per trat- 
tare degli oggetti accademici. Final- 
mente il beli' edificio contiguo, in cui 
altre volte raccoglievasi la confrater- 
nità della Carità , riesce ora opportu- 
nissimo , mercè della vasta sua sala , 
per l'esposizione delle opere , e per 
l'annua distribuzione de' premj. 

Visitiamo alcune di queste sale. Ec- 
co la scuola del disegno del nudo. 
Quelle quattro colonne di marmo d'or- 
dine corintio , che sostengono il sof- 
fitto, formavano parte del celebre mau- 
soleo cretto dallo Scamozzi in onore 
del Doge da Ponte già collocato nella 
soppressa chiesa. Elegante è la distri- 
buzione delle panche per li scolari in 
forma di anfiteatro. Ingegnosissimo il 
meccanismo della gran lampada , che 
mediante la facilità de' suoi movimen- 



ì6 

ti, getta sul modello or più or meno 
vivi i suoi raggi, e produce moltiplica 
variazioni d' ombre e di luce. 

Ascendasi alla biblioteca. Qui sta 
una rara serie di volumi tutti attinenti 
alle belle arti. Parte fu tratta dalla 
famosa libreria del Monastero di San 
Michele di Murano, e parte da quella 
del Convento de' Domenicani Osser- 
vanti; libreria illustre e rinomatissima, 
dono altre volte fatto a que' Padri dal 
gran letterato Apostolo Zeno. 

Appresso s'incontra la pinacoteca. 
Poiché dovevano andar rimosse dalle 
prime loro sedi tante cospicue pittu- 
re, non potevasi concepire miglior idea 
di quella, in uno stesso luogo collo- 
candole nel debito lume, e formando 
di tutte quasi una sola famiglia. L'oc- 
chio tanto si perde nel rimirarle, che 
non lascia campo di affliggerci per 
quelle che ci mancano. 

Passiamo da questa alla sala de' ges- 
si, e benediciamo la memoria di quel 
nostro Filippo Farsetti , che con ani* 
mo da principe e con intelligenza da 



'7 
professore , riuscì nella difficilissima 
impresa di far ricavare le forme di 
tutte le statue greche di maggior me- 
rito , che quai tesori si conservavano 
nei musei di Firenze e di Roma. Giun- 
te in patria le forme, ci ne fece gettar 
i gessi, e per molti anni il suo pri- 
vato palagio ricettò quest'insigni pro- 
digi dei greci scarpelli ? venendo per- 
ciò frequentato non men dagli ama- 
tori del bello, che dalla studiosa gio- 
ventù. Se non che mancato a vivi il 
mecenate, stava per andar a male la 
preziosa raccolta ; quando la munifi- 
cenza sovrana rimosse ogni pericolo ? 
facendone la compera, e trasportando 
in questo sacrario di Pallade un sì 
cospicuo popolo di statue. La maggior 
ampiezza del nuovo albergo, T accor- 
gimento avuto nel disporle in favore- 
vol lume, tutto adesso concorre a de- 
star la sorpresa e 1'' incanto. Non e 
sempre vero, che il tempo sia un fatai 
distruggitore delle belle opere ; egli e 
talvolta per esse un liberal donatore. 
Suo dono in fatti è la fosca tinta di 
Voi IL 2 



i8 

cui vanno aspersi questi gessi, e che 
imita sì bene il color del marmo an- 
tico da produrre un piacevole ingan- 
no. I pochi che tuttora biancheggiano, 
ci avvisano delle nostre glorie recenti. 
Son essi quelli , che il Canova trasse 
dalle ammirate sue opere, e che quel 
tenero figlio attaccato alla sua patria, 
tratto tratto ci mandava da Roma, ove 
i suoi lavori e le sue abitudini il te- 
nevano legato. Tempo verrà che per- 
dendo anch'essi il loro colore nativo, 
svanirà l' unico indizio che ci restava 
per distinguerli dai lavori di Fidia , 
di Prassitele e di Policleto. 

Alla rinata accademia delle belle arti 
nuli' altro mancava, che un genio in- 
telligente ed attivo il quale prenden- 
dola in cura ne dirigesse le funzioni , 
ne allontanasse gli abusi , e ne accre- 
scesse i fregi e l'onore. Questo genio 
lo vedemmo con piacere nel presidente 
conte Gicognara , che secondato dal 
suo degno segretario, e nostro ottimo 
concittadino Antonio Diedo, nulla la- 
sciò intentato , onde contribuire ai di 
lei progressi. 



l 9 

Non vi sia chi mi accusi , che col 
diffondermi in tali narrazioni , siami 
un pò 1 troppo allontanata dal primario 
mio assunto delle Feste Veneziane. 
Panni di esservi ancora, parlando di 
quella che celebrasi al presente ogni 
anno nel mese di agosto nel medesi- 
mo ricinto della Carità cogli sforzi che 
fanno tutti gli artisti, onde abbellirla 
colle loro opere. Questa è la festa del 
genio , del buon gusto , dell'amore 
del bello. Il pubblico vi accorre in 
folla con entusiasmo; prova mille sen- 
timenti diversi e tutti nobili alla vista 
degli oggetti dell' arte , che i profes- 
sori e i loro degni allievi espongono 
in quel giorno. Esso attende con im- 
pazienza e con vivo interesse di sen- 
tire il giudizio che deve essere pro- 
nunziato , e di mirare tante giovani 
fronti inghirlandate d' alloro. Quale 
solenne festa per Venezia ! quale car- 
riera è aperta dinanzi a voi , giovani 
artisti ! Gli elogi de' vostri maestri , 
gli applausi deVostri concittadini, le la- 
grime de 7 vostri genitori, che stampano 



20 

vivi baci sulle corone vostre , tutto 
deve accendervi e stimolarvi ad accre- 
scere i vostri sforzi, per restituire alla 
Scuola Veneziana il celebre nome già 
posseduto, e per estenderlo ancora più 
oltre; giacché oggidì tutte le arti si 
trovano in un sol corpo raccolte. Ani- 
matevi a gara, o Veneziani, o voi de- 
gni figli della patria, anelate tutti alla 
gloria. 



21 

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DELLE PALME. 



I 



_ja Festa delle Palme venne insliluita 
dal Pontefice Giovanni Vili Tanno 877. 
Essa si solennizza in tutto il mondo 
cristiano in memoria delFingresso del 
Nazareno nella città di Gerusalemme, 
allorquando i Giudei gli andarono in- 
contro con rami di palme e di ulivo, 
che poi vennero spargendo sotto i suoi 
passi. I Veneziani nel celebrarla ten- 
nero uno stile loro proprio, clic a nar- 
rarne la storia, parrà a prima vista 
troppo lieve, anzi puerile; ma qua- 
lunque ella siasi, spero che i miei let- 
tori la traveranno in appresso interes- 
sante, siccome quella che dipinge in 
modo assai nuovo 1' indole gentile e 
generosa, che in tutti i tempi distinse 
il popolo di Venezia. 

La mattina del giorno delle Palme 
un canonico di S. Marco, detto il Gas- 



22 

siere dell' anno , collocava sull' aitar 
maggioro alcuni panieri di palme ar- 
tificiali da essere presentate al Doge, 
ed ai Magistrati , che dovevano inter- 
venire alla funzione. Ve ne avea pe' 
canonici, pe' chierici, pe' musici e per 
gli uscieri del Doge, di men beile 
però, ma tuttavia lavorate con molto 
buon gusto. La palma del Doge, fatta 
a piramide triangolare, distinguevasi 
sopra tutte per ricchezza e per ele- 
ganza. Il manico ch'era tutto dorato , 
portava lo stemma del Doge maestre- 
volmente dipinto; le foglie erano tutte 
d'oro, d'argento e di seta, accomodate 
con somma industria ed intrecciate 
con grazia. Questo finissimo lavoro 
usciva dalle mani delle Suore di San- 
t'Andrea, che non ci erano l'eguali 
per opere cosi fatte. Esse altresì for- 
mavano la palma del Primicerio, in- 
feriore a quella del Doge, ma non 
per tanto men bella. 

Benedieevansi le palme, indi si di- 
stribuivano fra ciascuno degli assi- 
stenti. Veniva poscia la messa solenne 



23 

accompagnata da un' eccellente mu- 
sica, dopo la quale il Clero faceva una 
processione intorno alla Chiesa, ve- 
nendo seguito dal Doge, da' Magistrati 
e dal popolo portante in mano un 
ramo di ulivo. Giunta la comitiva di- 
rimpetto alla porta maggiore faceva 
alto, ed i cantori in tuonavano lTnno: 
Gloria, laus et honor. Intanto che il 
coro cantava , alcuni sagrestani saliti 
sulla loggia esterna della facciata^ da- 
vano al volo alcuni uccelli di va- 
rie specie, e segnatamente molte cop- 
pie di Piccioni, che portavano certi 
cartocci legati alle unghie , affinchè 
non potessero volar alto, e fossero co- 
stretti a calar presto a terra , il che 
porgeva comodo al popolo regimato 
in piazza, di prenderli e di serbarseli 
per delizioso cibo il giorno di Pasqua. 
Tre volte ripetevasi questa cerimonia 
durante la processione, dopo di che 
il Doge ed il suo seguito si ritiravano. 
Molti, non v'ha dubbio ; recavansi in 
piazza per godere col popolo di que- 
sta piacevole caccia, che non finiva sì, 



24 

presto, attesi gli sforzi che gli uccelli 
facevano per isfuggire dalle mani di 
chi li perseguitava, e dai gridi d'una 
moltitudine ebbra di gioja, la quale 
nell'atto che bramava ghermirseli, ap- 
plaudiva tuttavia al buon destino di 
que' volatili, qualora ad essi riusciva 
di non essere acciuffati. Gli applausi 
che alternativamente facevansi or a 
questi uccelli, che procacciavansi per 
sempre la libertà, or a quelli, che 
piombavano a terra per divenir vitti- 
ma degli Dei Penati, porgevano un'i- 
dea dello spirito versatile degli uo- 
mini, agitati a vicenda da contrarie 
passioni, allorché sono uniti in corpo, 
e tolti a quello stato d'isolamento, che 
può sottoporli ai serii calcoli della ra- 
gione e della giustizia. 

Ma la natura provvide gli uccelli 
di un mezzo di difesa assai valido , 
contro il quale nulla può Y uomo, s'e- 
gli non prende in prestito dalia mec- 
canica e dalla chimica una forza su- 
periore. Senza tale soccorso il suo or- 
goglio dominatore resterebbe umiliato 



25 

a petto dell'agilità di queste mansuete 
creature, che con un volo rapido co- 
me lo sguardo, si slanciano a distanze 
impercettibili, e lasciano il sovrano 
del mondo vergognoso della sua pe- 
santezza, e della sua debile pupilla, 
che le perde di vista, allorché si ac- 
costano al sole, in cui egli non può 
fissar l'occhio. Avveniva dunque che 
ciascun anno alcune coppie di questi 
timidi colombi, spaventati dal tumulto 
e dalle grida, ma però abbastanza ac- 
corti per non ispendere a vuoto i loro 
sforzi, si sollevavano per l' aria cer- 
cando qua e là un asilo. E dove po- 
tevano essi trovarne uno più sicuro e 
più felice, quanto in un luogo di pace 
consacrato a Colui, che tanto s'era com- 
piaciuto in crearli? Nel tetto adunque 
della famosa chiesa di S. Marco i 
piccioni si ricovravano. Alcuni ezian- 
dio ebbero rifugio sotto a' piombi del 
coperto Ducale, quasi avessero voluto 
co' loro teneri lamenti ricreare e di- 
strarre gì 1 infelici abitatori di quelle 
carceri. Questi pennuti coloni forma- 



*6 

remo una Repubblica, la cui base fu 
una libertà senza discordie , una co- 
munità senza invasioni, e condita dì 
tutte le delizie dell' amore. Da quel 
momento in poi essi si tennero quasi 
posti in salvo da ogni persecuzione, e 
scordati tosto di quella che avevano 
sofferto, furono visti frammischiarsi con 
fidanza in mezzo a quel popolo , che 
poco prima era stato loro nemico. 

Compiacendosi i Veneziani di que- 
st' amabile confidenza, si fecero un sa- 
cro dovere di non turbare mai più la 
tranquillità di que' Repubblicani; anzi 
spinsero a tale questo sentimento af- 
fettuoso, che vollero rispettar in essi 
la specie tutta > e si contentarono che 
il dì delle Palme venissero dati in ba- 
lìa altri uccelli, tranne i colombi. Ecco 
in generale il carattere del popolo: 
un sentimento di dolcezza e di bontà 
lo attrae spontaneamente a favorire e 
a sostenere chi è debole; e se talvolta 
è crudele, ciò nasce per un impulsa 
straniero. Fu mai esso che trascorsa 
coll'arma alla mano le campagne e le 



2 7 

foreste, per dar la caccia ai pacifici 
abitanti , gareggiando in furore colle 
fiere carnivore? 

Anche il Governo volle concorrere 
col popolo per il buon essere di que- 
sti ospiti, ed ordinò che fossero loro 
apprestate alcune comode e ben di- 
sposte cellette, che sussistono tuttavia 
in que' siti ch'essi mostravano di pre- 
ferire; ed inoltre volle che un Dele- 
gato dell'amministrazione de' pubblici 
granai facesse disperdere ogni mattina 
in sulla terza una certa quantità di 
grano per la piazza maggiore, e per 
V altra dinanzi al palazzo Ducale. Bella 
lezione di morale che ci davano i Ma- 
gistrati ! Il costume di somministrare 
il vitto a tutti i discendenti di que' 
primi fuggiaschi, che non abbandona- 
rono mai più il nido avito, stette sem- 
pre in vigore. Ma nel 1790' i semplici 
abitatori del tetto di S. Marco si vi- 
dero in procinto di perire in que' mo- 
menti di anarchia e di confusione a 
Venezia tutta fatali , giacche cessarono 
allora le leggi favorevoli a que 1 pen- 



28 

sionarj dello Stato. Essi però furono 
fortunati, trovando fra i cittadini al- 
cuni cuori sensibili e benefici, che si 
presero cura eli porger loro ogni giorno 
qualche alimento. Nou fu al certo per 
vanagloria, e ancor meno per interesse, 
che questi nuovi benefattori si assu- 
messero cotal debito. E cosa in vero 
commovente il vedere ogni giorno que- 
sti pacifici uccelli fastosi in certa guisa 
di destar nell'uomo quel tenero senso 
di umanità che li sostiene, aggrupparsi 
in istormo in mezzo alla piazza, e co- 
noscere e seguire la mano amica, che 
loro somministra V ordinario cibo. Essi 
ragunansi ai piedi de' lor benevoli 
provveditori, vanno beccando con si- 
curezza F offerto grano , accettano da' 
fanciulli, le cui malizie non temono , 
i bricciolini delle loro merende; passeg- 
giano baldanzosi fra mezzo a noi , e 
se cedono il passo, il fanno in certa 
guisa per rispetto , non per timore. 

Oh quanto dolci e insieme tristi 
pensieri non risveglia questa scena nel- 
l'anima d'ari Veneziano buon patriota! 



29 
Per iscansarc gli orrori della guerra e 
Ja barbarie dei conquistatori gli avoli 
nostri si cacciarono in queste lagune 
a trovarvi un sicuro ricovero : e per 
isfuggire del pari crudeli persecuzioni 
e morte , i padri di questi felici co- 
lombi si ripararono, ora sono molti 
secoli, dentro i tetti di fabbriche con- 
sacrate alla pietà e alla giustizia. Essi 
fondaronvi una popolazione, la cui li- 
bertà venne fin ora rispettata, e si con- 
serverà lungo tempo, siccome io spero. 
Servirà essa quasi per immagine di 
quella che noi ereditammo dai nostri 
antenati ,, in tempi , ahimè ! da questi 
troppo diversi. Se le insegne della Re- 
pubblica di Venezia rimasero estinte , 
voi , o amabili colombi , ne sarete i 
ravvivatoli sotto una forma ancor più 
acconcia a risvegliare T immagine de* 
primi fondatori di Venezia, che non era 
lo stemma del leone alato, opportuuo 
soltanto a rimembrare la sua forza e la 
sua generosità, allorch' essa fu giunta 
all' apice della potenza. 



3o 

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OSSIA 

VISITA DEL DOGE A SAN GIORGIO 
MAGGIORE. 

\Jualunque storia, clie risalga a tempi 
assai rimoti, oltre al mancare di solidi 
documenti su cui appoggiarsi, viene 
talmente deformata dalle narrazioni po- 
polari, che in essa mal puossi rico- 
noscere la sincerità de 1 fatti. Simile in- 
ciampo presentasi a chi tenta decifrare 
F origine della visita, che il Doge di 
Venezia faceva il giorno di Santo Ste- 
fano alla chiesa di S. Giorgio Mag- 
giore. Ma lasciando a parte le opinioni 
volgari che non saprebbero meritare 
veruna credenza, potremo fissare Te- 
poca dell' instituzione di questa Festa 
all'anno 1009. Allora si fu che venne 
trasportato a Venezia da Costantino- 
poli il corpo di Santo Stefano, che fu 
subito deposto sulTaltar maggiore nella 



3i 
chiesa di S. Giorgio. Il popolo tutto 
contento del prezioso acquisto, corse 
in folla ad invitare il Doge Ottone 
Orseolo a portarsi a quel tempio, e lo 
pregò inoltre ad obbligarsi per se e 
successoli suoi di fare ogni anno una 
simile visita il giorno della festa dei 
Santo. La grazia venne accordata di 
buon animo; poiché il singolare bene 
di possedere il corpo del primo mar- 
tire della fede, poteva con ragione ani- 
mare la divota pietà della Repubblica 
a stabilire una particolare solennità 
per la venerazione di lui. 

Coli' andare degli anni i Dogi vi si 
recavano anche per visitare un luogo, 
come facevano di parecchi altri, il 
quale ad essi apparteneva per ragione 
di principato, volendo con ciò richia- 
mare alla memoria de' sudditi il su- 
premo dominio da loro conservato su 
questi ospizj. L'isola di' S. Giorgio, 
•chiamata anticamente de* Cipressi, per 
essere allora molto copiosa di questi 
alberi, era appartenuta in gran parte 
al Doge Tribuno Memmo; ond'e che 



32 

l'isola tutta venne chiamata Meminia. 
Questo Doge regalò la sua parte a 
Giovanni Morosini, a condizione però 
che vi fondasse un monastero dell'or- 
dine di S. Benedetto. Il Doge Seba- 
stiano Ziani, che vi aveva un palagio, 
alcune saline, de' mulini, e un po' di 
terreno, fece anch'egli di tutto ciò un 
dono a que' medesimi religiosi. In ol- 
tre rifabbricò la chiesa, e mise a col- 
tura il terreno all' intorno. Non era 
cosa nuova che i Dogi facessero tali 
doni agli ordini monastici, i quali sa- 
pevano ben conservarli e migliorarli ; 
ed al caso di qualche pubblica urgen- 
za, quasi per gratitudine, porgevano 
con offerte veramente spontanee im- 
portanti soccorsi allo Stato. Queste vi- 
site del Doge erano tante feste nazio- 
nali, poiché tutto il popolo vi accor- 
reva con trasporto. Quella di cui im- 
prendo parlare era una duplice visita, 
perchè una se ne faceva nella sera di Na- 
tale, l 1 altra nella mattina susseguente. 
Quella della sera divenne uno spetta- 
colo^ così superbo, che il nostro cele- 



33 
bre pittor Canaletto lo credette degno 
di figurare iti una delle sue belle vedia- 
te, che venne poscia intagliata in rame, e 
che si può riscontrare anche oggidì. 
Essa era la sola visita in cui Sua Sere- 
nità comparisse pubblicamente di notte 
fuori del Ducale recinto. Essendo in 
quella stagione i giorni brevissimi , 
terminata la sacra funzione di JN atale 
in chiesa a S. Marco , cominciava a 
farsi grande la notte. Allora il Doge 
montava ne 1 suoi magnifici peatoni 
accompagnato da 1 suoi consiglieri, dai 
capi delle quarantie, dai savj dell'una 
e l'altra mano, e dai quarant'uno che 
furono i suoi elettori. Veniva egli pre- 
ceduto da certe barche co* lumi, ap- 
positamente dal Governo destinate, e 
seguito da innumerabili barchette di 

Oimi maniera, fornite anch'esse di fa- 
ci 7 

nali, che tutte insieme coprivano lo 
spazio che avvi fra S. Marco e F Isola 
di S. Giorgio Maggiore. Illuminavano 
questo spazio a dritta e a manca certi 
fuochi piantati sull'acqua, chiamati la- 
Voi. IL 3 



34 

dri , composti di corda bene impe- 
ciata, che mandavano anche da lungi 
un vivacissimo splendore , il quale ri- 
flettuto nell'acqua produceva un ef- 
fetto magico. Giunta Sua Serenità alla 
riva dell'Isola , passava a piedi per 
mezzo di una elegantissima galleria 
costrutta appostamente , tutta coperta 
e chiusa-sino alta porta maggiore della 
chiesa. Vedevasi in quest'occasione e 
nell'altra dell'Ascensione schierata la 
truppa Dalmata, sfarzosamente vestita, 
con bandiera spiegata, con banda mi- 
litare suonante, il tutto per dimostrare 
esser essa intervenuta festeggiente a 
decoro del Principe, e a destare la 
commovente idea di amorosi figli che 
si recano come spontanei a circondare 
il loro tenero padre , non giammai a 
mantenimento dell'ordine, ne alla si- 
curezza di lui; cose queste ch'erano 
sempre affidate al solo cuore della Ve- 
neta popolazione. Veniva Sua Serenità 
ricevuta alla porta maggiore della chie- 
sa dal Rev. Padre Abate di que' monaci, 
il quale vestito pontificalmente e colla 



35 
mitra, faceva un complimento al Doge, 
e questi graziosamente gli rispondeva. 
Indi entravano in chiesa, dove facevano 
alcune preci. Frattanto anche le nostre 
Venete matrone scendevano dalle loro 
gondole, vestite di nero, con lungo 
strascico, ornate la testa, il collo, il 
petto e le orecchie di preziosissime 
gioje, avendo il volto velato di un finis- 
simo merlo nero. Entravano esse pure 
divotamente in quella chiesa già affol- 
lata di gente. Dopo alcun tempo, tutta 
la regal comitiva rimettevasi in viag- 
gioj rinnovando agli spettatori, accorsi 
sulle due opposte rive, uno spettacolo 
singolare, abbagliante, piacevolissimo. 
L 1 abbiamo ancora veduto tale a' no- 
stri giorni. In questo modo davasi fine 
ad una sì bella sera. 

Le mattina susseguente, il Doge col 
medesimo corteggio della sera antece- 
dente recavasi di nuovo all'Isola di 
S. Giorgio , e rientrava in quel sun- 
tuoso tempio, opera insigne del nostro 
celebre Palladio. Vi si cantava la mes- 
sa, dopo la quale il Doge col suo se- 



36 

guito recavasi nel proprio palazzo. Al- 
lora davasi principio alle feste civili, 
le quali, sia in un modo o nelF altro, 
quasi sempre seguivano in Venezia le 
sacre funzioni. In questo dì il Doge 
riteneva a pranzo tutti quelli ch'erano 
stati con lui. Il popolo che avea am- 
miralo il divoto raccoglimento de to- 
gati padri nel tempio , non era meno 
soddisfatto di poter godere dappresso 
la loro dolce serenità al pubblico ban- 
chetto. 

Frattanto la piazza empivasi de' più 
sfarzosi ed eleganti cittadini. Le nostre 
belle vi andavano anch'esse a far pom- 
pa non meno dell'avvenenza che delle 
domestiche ricchezze. Questo era uno 
de' giorni della loro maggior gala. 
Sotto il velo della maschera nazionale 
passeggiavano esse la gran piazza, ove 
da una parte e dall'altra stavano schie- 
rate due file di scranne , sulle quali 
ognuno poteva sedere liberamente e 
godere di quella pompa brillante. Ad 
accrescere ¥ allegria della giornata si 
formavano numerosi pranzi di società, 



37 
e il tutto finiva coli* apertura di sette 
teatri, dove ogni classe di persone tro- 
vava un diletto ad essa proporzionato. 
Gl'infelici avvenimenti accaduti nel 
1796 diedero fine alla Festa, ed a' suoi 
molti piaceri. Non è però a dirsi che 
ogni cosa svanisse, poiché le persone 
divote possono tuttavia soddisfare ai 
loro sentimento, portandosi a quel me- 
desimo tempio di S. Giorgio, riaperto 
non solo alle quotidiane preci, ma alla 
celebrazione altresì di quelle medesime 
solennità ne' giorni medesimi che han- 
no esse luogo in S. Marco. Altro og- 
getto pure può invitare oggidì a quel- 
l' isola, dove venne stabilito il Porto- 
Franco, clie presenta ai Veneziani una 
prospettiva lusinghiera, ed offre nel 
tempo stesso ai curiosi un' opera ve- 
ramente degna di venire osservata. 

Grandi scavazioni furono necessarie 
per dar ingresso alle pesanti navi mer- 
cantili , e perchè potessero facilmente 
approdare. Un vasto molo forma il re- 
cinto, ed agevola lo sbarco delle mer- 
canzie, che debbono essere depositate 



38 

negli ampli magazzini eretti di faccia. 
Ingegnosissimo e veramente ammira- 
bile fu il ritrovato del nostro celebre 
ingegnere Venture] li per sostenere del 
molo le fondamenta. Dirimpetto ad 
esso fu costrutta una larga sponda 
marmorea, alle cui estremità sta attac- 
cata una forte catena di ferro per chiu- 
dere l'ingresso e l'uscita alle navi, e 
separar quelle merci , che dirette per 
esteri Stati devono transitare con as- 
soluta franchigia, da quelle che desti- 
nate al consumo della città o delle 
adiacenti provincie sono soggette al 
pagamento de 1 pubblici diritti. Il ba- 
cino è capace al meno di 18 basti- 
menti mercantili. Che se a taluno può 
sembrare alquanto ristretto per la città 
di Venezia , osservare egli deve , che 
non trattasi già di quella Venezia, il 
cui lustro spargevasi sul mondo tutto, 
e la cui preponderanza commerciale 
dava leggi ali 1 universo ; ne di quella 
Venezia sì ricca , in cui la folla dei 
navigli ancorati era tale da rendere 
difficile e stretto il passaggio delle gOìiT 



3y 
dole nel vasto canale della Giudecca; 
ne di quella Venezia a cui giugneva 
ogni giorno , anche da 5 soli fiumi , sì 
gran copia di mercanzie , che la città 
tutta parca un quotidiano mercato ; 
non infine di quella Venezia che era 
l 1 emporio di tutte le nazioni, e il cui 
commercio estendevasi dall' Abissinia 
alla Svezia, dalla Persia alla Spagna ; 
ma trattasi di quella Venezia, che più 
d' ogni altra città ha perduto nelle 
rivoluzioni politiche ; che per i pro- 
gressi delle altre nazioni non può più 
essere ciò che fu _, e che deve soste- 
nere la concorrenza degli altri porti 
del Mediterraneo. Ciò posto si deve 
riconoscere , che anche un luogo non 
molto esteso può in oggi esser La- 
stante per contenere tutte le merci di 
transito, e dove sì gli esteri che i na- 
zionali possono contrattarle, senza che 
abbiavi ad essere ne distinzioni umi- 
lianti per gli uni, né pretesi privilegi 
per gli altri; giacche la giustizia è 
una sola, ne può ammettere protezioni. 
Intesa questa gran verità da 1 nostri 



4o 

antichi legislatori, sino dall' ottavo se- 
colo trattarono essi col massimo ri- 
guardo tutti gli Orientali, che venivano 
a mercanteggiare in Venezia. Furono 
segnatamente date ad essi vaste fab- 
briche per alloggiare con libertà e co- 
modo. Havvi ancora il nome di Ruga 
Jaffa, clr era una contrada dove abi- 
tavano gli Armeni Persiani, o sia gli 
Armeni di Jaffa. Eravi il fondaco dei 
Saraceni o Mori, il quale più non esi- 
ste, ma di cui rimane ancora la me- 
moria nella Piazza detta Campo del 
Mori, sulla quale sorgeva un vasto e 
magnifico edilizio con colonne, statue 
ed altri ornamenti , di che si vedono 
tuttavia i rimasugli nelle casette co- 
strutte poscia in quel luogo. Il fon- 
daco de 1 Turchi si conserva pure og- 
gidì sul canal grande, e serve ancora 
alla loro abitazione. Ne' tempi poste- 
riori vi si eresse pure il Fondaco dei 
Tedeschi, famoso oltre a! resto, per le 
superbe pitture delle quali lo hanno 
arricchito li nostri più celebri pittori. 
Tutto questo lusso non è certamente 



4' 
necessario all'essenza della cosa, e ba- 
stia solo che rimangano in vigore le 
basi essenziali del commercio. 

Che se la sapienza e l'accorgimento 
d'un illuminato Governo consiste prin- 
cipalmente neir approfittare delle op- 
portunità, che somministra il paese, 
nel secondare i vantaggi della sua 
posizione, del suolo, del clima e sopra 
tutto del genio e delle abitudini dei 
suoi abitanti, certo è clie creando Fran- 
co il Porto di Venezia si avià preso 
la migliore possibile misura a suo ri- 
guardo. Non v 1 è forse in tutta Eu- 
ropa una località più opportuna di 
questa per siffatta -i [istituzione (i). E chi 
mai v 7 ha , che volgendo lo sguardo 
alle nostre lagune, ai fiumi che accol- 
gono, al mare che toccano, alla nostra 
superba città, agli cdifizj vastissimi, 
alle vaghe isolette che nel loro giro 
racchiudono, ai liti abitati da cui sono 



(O A ognuno è noto, rho quo' generosi voti delia 
nobile Autrice sono ora stati pienamente soddisfatti 

Gli Editori 



cinte, non esclami: oh quale immensa 
potenza marittima e commerciante qui 
un giorno non si doveva ricoverare ! 
Ne meraviglia potrà fare, che il nostro 
commercio siasi mantenuto floridissimo 
per lo spazio almeno di nove secoli , 
cioè dal 700 sino al 1600 , e che an- 
che nei secoli posteriori Venezia abbia 
superato in ricchezze ogni altra città 
d' Italia, come lo provarono le somme 
incredibili uscitene per le vicissitudini 
politiche, senza che per un tempo ne 
rimanesse mal concia. Venezia potrà 
sempre riprendere gran vigore, avendo 
essa, come osservammo, sopra tutte le 
altre città commercianti ^ infiniti van- 
taggi , ai quali dobbiamo aggiungere 
il suo credito di già stabilito, la soli- 
dità già fondata del suo commercio, 
e la conosciuta moderazione di chi lo 
esercita. Che se tutto ciò non avesse 
bastato per l' intera prosperità di una 
tale instituzione , vi avemmo inoltre 
uno zelante e ben instrutto cittadino, 
il quale animato dal favore del Go- 
verno potè farsi capo di altri non mena 



43 
zelanti cittadini per indicare gli utili 
regolamenti da farsi affine di ottenere 
il desiderato effetto. E questi il signor 
Treves, il quale ad estesi lumi in fatto 
di commercio unisce un appassionato 
amor patrio , ed un carattere sì leale 
e franco da non trovarsi mai sopraf- 
fatto da ingiuste accuse, né disanimato 
da ostacoli di qual si sia sorte , ma 
sempre dritto va pel suo cammino, la 
cui meta è il bene della su*a patria. 
Eletto l'anno 1807 Preside della Ca- 
mera di Commercio , immaginò egli 
questa bella istituzione del Porto-Fran- 
co, ne tracciò le basi , ne invigilò al- 
l' esecuzione , e vi concorse non coi 
consigli soltanto, ma coli' opera la più 
efficace. Da tutto ciò possiamo assicu- 
rarci , che le misure già prese relati- 
vamente a questo grande oggetto, sono 
le più atte e bastanti per ravvivare in 
gran parte ciò che languiva, per arre- 
stare le minaccianti rovine, e per ria- 
vere tutto ciò che le politiche circo- 
stanze permettono. • 



44 

*Wedla ael Caveau i&raJfo. 



3l in da quando i Longobardi presero 
ferma stanza nel Friuli , i Patriarchi 
di Aquileja molestarono di continuo 
quelli di Grado soggetti al dominio 
Veneto, non cessando mai di adoperare 
e gì' intrighi e la forza per rovesciare 
la Sede Gradense ; e fu spesso abbo- 
minando spettacolo il vedere sacri pa- 
stori, deposta la mitra e il pastorale, 
prendere V elmo e la spada, invadere il 
nemico paese , violare monasteri , ab- 
batter chiese , rapir tesori , e portare 
da per tutto desolazione e terrore, 
Che se non giunsero mai ad ottenere 
il fine da loro sì vagheggiato , ciò 
vuoisi in gran parte attribuire ai Ve- 
neziani , che zelanti difensori , com'e- 
rano , del Patriarcato di Grado ave- 
vano sempre opposta la forza e rin- 
tuzzati i rabbiosi loro tentativi. Ulrico, 



45 

eletto Patriarca di Aquileja nel 1 162, 
divorato anch' egli dal medesimo tarlo 
di rivalità e di odio , ben conobbe che 
non potea sfamarlo senza superare sì 
forte ostacolo ; ne superarlo poteva sen- 
za ricorrere al vilissimo mezzo del- 
l' astuzia. Quindi colse il momento , 
che i Veneziani facevano la guerra ai 
Padovani e Ferraresi, per lagunare egli 
in fretta un buon sussidio di gente 
dai feudatarj Friulani a lui bene af- 
fetti, e per occupare a tradimento Y in- 
felice città. Ma appena il Doge Vital II 
Michiel udì l'ingiusta aggressione, che 
armò una flotta, fece vela inverso Gra- 
do, circondò la città , pose a terra le 
truppe, sconfisse il nemico, riacquistò 
la piazza , e vi sorprese il Patriarca 
con dodici de' suoi canonici e alcuni 
de 1 suoi vassalli, che fece prigionieri, e 
condusse in trionfo a Venezia. 

L' entrata del Doge tanto fu pom^ 
posa, quanto cospicua era stata la sua 
vittoria. Dietro lui veniva Ulrico vinto, 
abbattuto, disperato di vedersi vittima 
del suo folle ardire. L' avvilimento e 



46 

la tristezza, conseguenze ordinàrie di 
una vergognosa sconfitta, il persuasero 
a fare ogni sforzo per placar Ja Re- 
pubblica e ricoverare la sua libertà. 
Egli offerse di sottoporsi a qualunque 
condizione fosse piaciuta al vincitore, 
e di pagare ad ogni costo il suo ri- 
scatto. Le replicate sue offerte e le 
calde preghiere furono lungamente va- 
ne. Due forti motivi mossero il Go- 
verno ad usar sommo rigore. 1/ uno 
fu quello di annientar Y orgoglio di 
Ulrico, togliendo al tempo stesso ai 
di lui successori la voglia di provocare 
più oltre la vendetta delia Repubblica 
con pretensioni novelle • 1' altro fu per 
rendere la memoria del fatto eterna- 
mente durevole , onde impegnare il 
popolo stesso a conservarsi pronto a 
difendere il proprio suolo ) la sua in- 
dipendenza, e i diritti e i privilegi della 
nazione. Alfine si permise ad Ulrico di 
ritornarsene co' suoi a casa, purché su- 
bito giuntovi, come pure quind' innanzi 
ogni anno pel Giovedì Grasso, giorno 
anniversario della vittoria , avesse a 



47 
spedire a Venezia un pingue toro e 
dodici porci per servire di spettacolo 
e di solazzo alla plebe. Ulrico tutto 
accordò : ma è credibile , che goffo 
com' era, non si accorgesse di venire 
rappresentato egli ed i suoi canonici, 
sotto sì umiliante allegoria? 

Che che sia di ciò, la festa fu de- 
cretata; se ne prescrisse la celebrazione 
ed il metodo , e ciascun anno si rin- 
novò con solennità , con entusiasmo , 
con allegria generale. Eccone 1' ordine 
stabilito. Ricevuti dal Patriarca gli ef- 
fetti stipulati , si custodivano gelosa- 
mente nel Palazzo Ducale. Il giorno 
innanzi la gran festa , erigevansi nella 
sala, detta del Piovego, alcuni castelli 
di tavola, rappresentanti le fortezze 
dei signori Friulani. Ivi pure racco- 
glievasi il Magistrato del Proprio, che 
in forma legale pronunziava sentenza 
di morte contro il toro ed i porci. Il 
corpo de' Fabbri essendosi altamente 
segnalato nella vittoria contro Ulrico, 
come quello de' Casseleri nella libera- 
zione delle Venete Spose involate dai 



48 

Triestini in Olivolo, meritò il privi- 
legio di tagliar la testa al toro. È per 
ciò la mattina del Giovedì Grasso, ar- 
mati tutti di lance, di scimitarre ignu- 
de e di lunghissime apposite spade , 
si recavano al Palazzo Ducale con alla 
testa il loro gonfalone, e preceduti dà 
scelta banda militare. Ad essi conse- 
gnavasi il toro ed i porci , che veni- 
vano condotti con molto apparato sulla 
piazza di san Marco. Queste vittime 
passavano in mezzo alla moltitudine, 
avida di vederle atterrate. Il popolo 
coli' occhio scintillante e pieno il cuo- 
re della propria gloria, usciva in tra- 
sporti di gioja, eh* erano quasi altret- 
tanti pegni di nuove vittorie. Stava 
esso attendendo con impazienza il se- 
gnale , e parevagli rivedere il giorno 
del suo trionfo , e vi applaudiva con 
altissime grida a punizione e vergogna 
de' suoi nemici. Là grande esecuzione, 
o diremo piuttosto il simbolico sacri- 
ficio , che si faceva alla presenza del 
Doge e della Signoria, eia sempre ac- 
compagnato da non interrotti batti* 



49 

menti di mano, e a fischi ed urli di 
scherno contro i vinti, (io fornito, 
il Doge col suo corteggio passava nella 
sala del Piovego , dov'erano que 1 ca- 
stelletti sopra menzionati; e qui Egli 
ed i suoi Consiglieri, dato di piglio 
ad un bastone , armato di punta di 
ferro, ed ajutati dal popolo che da 
ogni parte accorreva, battevano a gran 
colpi que' castelletti, sino a tanto che 
non ne rimanesse più traccia ; per si- 
gnificare con ciò la vendetta che si 
sarebbe fatta de' Castellani feudatarj , 
se mai più avessero favorito le ingiu- 
ste pretese dei Patriarchi Aquilejesi 
contro la chiesa di Grado. 

Conviene confessare, che oggidì tali 
spettacoli non avrebbero nulla di pia- 
cevole e di giocondo : ma quelli dei 
Greci e de' Homani erano forse più 
ragionevoli di questi ? Abbiamo inol- 
tre a nostro vantaggio il tempo in cui 
furono instituiti, tempo di tutta sem- 
plicità non disgiunta da una severa 
giustizia. Col progredii* degli anni si 

Voi IL 4, 



So 

conobbe quanto ridicole fossero tali 
costumanze , e come poco si addices- 
sero alla dignità di una nazione inci- 
vilita. Esse poi erano divenute insigni- 
ficanti per essere in appresso li prelati 
della vecchia Aquileja, come pure l' in- 
tero Friuli, passato sotto il dominio 
della Repubblica. L' illustre Doge An- 
drea Gritti, che visse ornato del Du- 
cal diadema nella prima metà del se- 
colo XVI, ebbe il merito di riformare 
questa Festa, e a tale la ridusse , che 
appena appena serbò vestigie di ciò 
ch'era stata in origine. Si volle però 
conservar ai Fabbri V antico decoroso 
privilegio di troncare essi soli il capo 
alla vittima carnascialesca : e di tal 
privilegio erano sì superbi, che prima 
di andar la mattina in piazza s' arre- 
stavano alle porte de' primarj patrizj 
loro protettori , quasi invitandoli col 
suono delle trombe a portarsi ad am- 
mirarli. Anche nel resto si studiò di 
conservare a questa Festa il carattere 
popolare ; e sotto colore di divertir li 
plebei, ebbesi la principal mira di eser- 



5i 
citarli in tutti que' giuochi , che val- 
gono a sviluppare ed accrescere le loro 
forze e la loro destrezza ; di eccitare 
T emulazione mercè V opposizione de' 
partiti ; di renderli in somma atti a 
tutte le operazioni sì marittime che 
terrestri, formandone uomini intrepidi, 
ardimentosi > gagliardi. 

Nella pittura di quest' antichissima 
Festa noi non vedemmo fin ora che 
un ignobile simbolo e bizzarro dell' ot- 
tenuta vittoria, un sacrificio ridicolo e 
spiacevole consacrato alla vendetta: 
qui la scena si cangia , ed apre uno 
spettacolo nazionale e veramente so- 
lenne. Qui tutto diventa interessante 
e grande non meno in quanto allo 
scopo, che in quanto agli effetti. Qui 
il Doge, la Signorìa, il Senato, gli Am- 
basciatori intervengono solo per presie- 
dere, e per aggiunger decoro colla pre- 
senza ad una specie di giuochi proprj 
del solo popolo di Venezia, che se non 
gareggiano in pompa e splendore con 
quelli dell 1 antichità , sono degni di 
competer con essi per la fina politica. 



5i 

ond' ebbero origine, e per la ilarità 
che svegliano ne' cuori. Ma prima di 
far parola dello spettacolo, diasi una 
occhiata a due fazioni differenti e sem- 
pre tra loro rivali , Y una detta de* 
Castellani; l'altra àe'Nicolotti, dalle 
due contrade di Castello e di S. Ni- 
colò, che sono tra le principali, l'una 
di qua , V altra di là del gran canale, 
che divenne di ambedue le fazioni il 
confine. 

H principio di quella contrarietà 5 
che il tempo non valse ancora a di- 
struggere, è non meno antico che in- 
certo. Potrebbe essere anteriore all'e- 
poca in cui queste isole non erano 
per anco congiunte in una sola città 7 
e potrassi dire, che la caccia , la pe- 
sca, i limiti non ancora fissati del loro 
territorio, facessero nascere e mante- 
nere certe dispute e querele fra gF i- 
solàni, che in appresso si convertirono 
in odio e divisione di partiti. Potreb- 
besi anco a tali congetture aggiunge- 
re, che a' tempi calamitosi dell 1 Italia 7 
quando Venezia apriva il suo grembo 



53 
consolatore a tutti gli sventurati , che 
vi si rifuggivano, gli abitanti di Equi- 
lio e d'Eraclea, formanti due fazioni 
fra di loro molto accanite , venissero 
qui a cercare un asilo , e che secon- 
dando probabilmente gl'impulsi del- 
l' avita loro avversione 5 si piantassero 
nelle due opposte sponde del gran 
canale, onde vivere gli uni segregati 
dagli altri; e che meschiandosi quelli 
co' Castellani, questi co' Nicolotti vi 
diffondessero tra loro lo spirito di par- 
tito, il quale venne crescendo in pro- 
porzione dell' aumento della popola- 
zione , e delle rispettive cause di odio 
scambievole. Gli stranieri poi, pe 1 quali 
il nome di Veneziano e di politico 
sono quasi sinonimi, attribuiscono a 
conseguenza di sistema politico, che 
il governo soffrisse , anzi fomentasse 
questa ereditaria animosità di fazioni; 
giacché , dicevan essi , per simile di- 
visione di popolo nella capitale , la 
sospettosa Aristocrazia assicura vasi, che 
non sarebbero nate traine contro di 
essa. Ma tale opinione potrebbe per- 



34 

dere alquanto del suo credito, poiché 
vediamo le due fazioni ora più che 
mai accanite. Tuttavia non crediamo 
ingannarci sul loro spirito attuale. Più 
che avversione, ella è concorde va- 
ghezza di far rivivere una fra le Ve- 
nete antiche consuetudini già perdute, 
rinnovando gare, rivalità e disfide, che 
negli animi delle classi meno incivi- 
lite, dopo avere eccitato il più vivo 
trasporto, vanno a trasformarsi in sog- 
getto di trastullo e di gozzoviglia. 

Ma ritornando a' tempi primitivi, 
senza perderci in congetture più in- 
gegnose che solide per istabilire Y o- 
rigine di questa opposizione di partiti, 
è da osservarsi, che da per tutto dove 
gli uomini respirarono l'aura salutare 
e vivifica della libertà , il popolo usò 
accarezzarne e santificarne le institu- 
zioni e le usanze; che fu sempre non 
meno zelante in nodrire e coltivare i 
primitivi sentimenti inspirati dalla na* 
tura , perpetuando tutto ciò che aver 
potesse legame con questa originaria 
dote dell 1 uomo. Quindi è, che in tutte 



55 
le società nascenti , gli esercizj del 
corpo, le sembianze di pugna_, le lot- 
te , il pugilato , i ginnasj, le palestre, 
le corse, vennero singolarmente prati- 
cate e tenute in onore. I nostri padri 
pertanto, scorti prima dall'istinto del- 
l'uomo ancor barbaro, indi rischiarati 
dal genio delle scienze ornai fatte adul- 
te , seppero rivolgere a profitto della 
patria le passioni tutte, l'industria e 
le forze del popolo y col presentargli 
continui motivi di gloria , di superio- 
rità, d' interesse. Per questa via sep- 
pero cangiar la gelosia e la rivalità 
delle due fazioni plebee in quella no- 
bile emulazione e in quell'entusiasmo, 
che si alimenta della cosa pubblica , 
della prosperità comune, o della gran- 
dezza dello Stato. Fu da tali giuochi, 
e da tali combattimenti , sì analoghi 
ad un popolo libero e indipendente , 
che scaturirono tutti que' mezzi effi- 
caci , pe' quali Venezia nel corso di 
tanti secoli ottenne quella superiorità 
che sì la distinse fra tutte le altre na- 
zioni di Europa. Ed infatti non si 



56 

serve mai bene la patria, se non si 
chiude in seno un'anima forte e se- 
nerosa in un corpo robusto e consu- 
mato nella fatica. A questo fine mi- 
raro no tutte le Repubbliche più cele- 
bri, e posero tutte in opera gli stessi 
mezzi. Vogliamo noi convincerci di 
ciò senza rimontare ai Greci ed ai 
Romani? Leggansi le storie delle pic- 
cole Repubbliche di Firenze, di Siena, 
di Pisa e di Bologna, e si troverà, 
che tutte a certi tempi avevano le 
stesse feste 7 gli stessi giuochi , gli 
stessi esercizj e spettacoli, diretti a man- 
tenere lo spirito di libertà e l'amor 
della patria, requisiti necessari perchè 
una Repubblica possa consolidare la 
sua esistenza e perpetuarla. 

Condotti adunque da sì sublime 
principio di comune utile, noi abbia- 
mo sfiorati e con gelosia serbati tutti 
i preziosi avanzi degli antichi usi di 
Grecia e d'Italia. In particolare l'ul- 
timo giovedì di Carnovale, detto vol- 
garmente Ginvrdì Grasso , le due fa- 
zioni de' JNicolotti e Castellani faceva- 



57 
no i maggiori sforzi per superarsi a 
vicenda. Seguiva lo spettacolo nella 
piazza di san Marco sotto gli occhi 
(siccome abbiamo di sopra accennato) 
del Doge vestito a gala , della Signo- 
ria, del Senato e degli Ambasciatori, 
collocati dignitosamente nella galleria 
del palazzo Ducale 5 che guarda la 
piazza. 

La Festa cominciava dal sacrificio 
del toro; cerimonia che teneva dell 1 an- 
tico, e la sola che si conservasse della 
prima ^istituzione, della quale abbia- 
mo parlato. Ciò ch'eravi di più os- 
servabile del popolo , ciò eh' eccitava 
per parte sua i maggiori gridi di gio- 
ja , gli applausi i più vivaci , si era 
la destrezza di quello che decollava 
l'animale , la cui testa dovea cadere 
e rotolare sulla terra ad un sol colpo 
di sciabla , ed il ferro non doveva 7 
malgrado la violenza del colpo , toc- 
care il terreno. 

A questo spettacolo succedeva il 
volo di un uomo armato di ali, che 
vedevasi partire da una barca ancorata 



58 

alla sponda della piazzetta, ed innal- 
zarsi sino alla camera del gran cam- 
panile di san Marco. Traversava co- 
stai sì grande spazio di aria , mercè 
di una gomena fortemente assicurata 
da uno dei cavi alla barca, dall'altro 
al comignolo del campanile. Egli ve- 
niva legato a certi anelli infilzati nella 
gomena, e col mezzo di un'altra fune 
e di parecchie girelle lo si faceva ascen- 
dere e calare con gran velocità e age- 
volezza , come se adoperasse le sue 
ali. Il suo cammino aereo era traccia- 
to in modo , che dopo essere asceso 
al campanile, calava sino all'altezza 
della galleria del palazzo , dove pre- 
sentava al Doge un mazzetto di fiori 
ed alcuni sonetti ; indi ritornava al- 
l'alto della torre, e quinci di nuovo 
scendeva alla sua barca. Usavasi sce- 
gliere a tal fine un uomo di profes- 
sione marinajo , forte di petto e di 
reni, che potesse lungamente resistere 
ad un viaggio sì violento e sì strano: 
perciocché gli anelli non lo ritenevano 
se non ai piedi e alle spalle , affinchè 



59 
agli occhi degli spettatori si presen- 
tasse, per quanto potevasi, sotto il ve- 
ro aspetto del mcssaggiere celeste, che 
fende 1' aria per eseguire i comandi 
di Giove. Il leggiero farsetto ond' era 
vestito , i nastri che gli svolazzavano 
indosso , i sonetti che per li aria spar- 
geva, il suo volto composto a letizia, 
i suoi gesti , le sue voci di gioja , 
tutto giovava all'illusione, ed inspirava 
nella moltitudine spettatrice ammira- 
zione , premura ? trasporto. 

A questa scena venivano dietro le 
Forze di Ercole, che così i Veneziani 
solevano chiamare certa gara tra' Ca- 
stellani e Nicolotti. Di esse non puos- 
si formar idea giusta senza averle ve- 
dute. Immaginiamoci però di scorgere 
sopra un apposito palco costrutto in 
sul fatto ? perchè il popolo anche da 
lungi tutto mirar potesse, erigersi a 
vista d'occhio un bellissimo edificio 
composto di uomini, gli uni sovrap- 
posti agli altri sino ad una grande 
altezza. Merce delle loro positure e 
scorci diversi , questo edificio rappre* 



tio 

senta vasi sotto differenti forme, a nor- 
ma del loro immaginato modello. Or 
era una piramide egizia, ora la famosa 
torre di Babilonia, ora ciò che può 
offrire alla vista di meglio l' architet- 
tura navale e civile. Nel far ciò non 
si valean à' altro ajuto che delle pro- 
prie braccia, degli omeri loro, ed al- 
cune volte di certi lunghi assi che 
posavansi sulle spalle, o su qualche 
altra parte del corpo , onde vieppiù 
legare e strignere tutti i membri di 
questa fabbrica equilibrata, di cui essi 
medesimi erano gli architetti, inven- 
tandone il disegno, ed erano anco i 
materiali, somministrandovi i loro cor- 
pi e la combinazione delle loro forze. 
Volevano , per esempio, innalzare una 
sublime piramide? Essa veniva formata 
da quattro o cinque file d'uomini gli 
uni montati sulle spalle degli altri , 
clic poi terminava in un solo. Sull'ul- 
timo apice di questa piramide colos- 
sale arrampicavasi con somma de- 
strezza un giovinetto, il quale, poiché 
v' era giunto , si tcnea ritto e fermo 



6i 
in piedi sulla testa dell' ultimo uomo 
in modo maraviglioso. Ne ciò basta- 
va ancora. Vedeasene un altro salire 
velocemente d'ordine in ordine fino a 
quest' ultimo , e volto il proprio capo 
in giù , ponealo sul capo di quello , 
facendosi puntello delle sue mani sulle 
mani dell' inferiore , agitava pe' campi 
dell'aria i leggieri suoi piedi, e faceva 
con essi galloria. Talora anche rivol- 
gevasi , e stando ritto sull' estremo 
apice ne formava il cimiero, e coll'a- 
gitar delle braccia, e col battere delle 
mani dava il segnale della comune 
allegrezza. Gli spettatori che temere 
non potevano pericolo in quelli atleti, 
perchè vedevano non temerne essi al- 
cuno , gli rispondevano battendo an- 
ch' essi le mani , vociferando e gri- 
dando maravigliati, e tutti ebbri di 
gioja. 

Ma già 1' altro partito preso da no- 
bile emulazione ardeva di voglia di 
ottenere anch'esso gli stessi applausi, 
uè intralasciava nulla per sorpassare 
in destrezza la fazione rivale. Quindi 



62 

que* pròdigj e quegli sforzi che non 
si potrebbero ne narrare, ne credere, 
ma che pur succedendosi da banda a 
banda quasi per incanto, raddoppia- 
vano le apparenze di un architettura 
superiore ad ogni modello ; benché 
passeggiera e fittizia. Il popolo in tal 
guisa ammaestrato, quando occasione 
gli si fosse offerta, non avrebbe avuto 
mestieri 3 come gli altri popoli, di ri- 
correre al comun ajuto delle scale per 
ascendere ad una fortezza; potea pur 
anco di leggieri manovrare un vascello 
in burrasca, montare sull'estremità de- 
gli alberi e dei cordaggi per quanto 
soffiasse il vento; tenersi saldo su pie- 
di, o piegare il corpo in modo, che 
secondasse le scosse del bastimento, e 
1' agitazione dell'onde sbattute o dalla 
burrasca o dal combattimento; e tutti 
questi vantaggi preziosissimi per lo 
Stato erano Feffetto delle sue gare da 
scherzo. 

Compiuto questo spettacolo , tanto- 
sto ne veniva un altro , motivo an- 
ch'esso di nuova emulazione tra i due 



63 

partiti. Era desso una specie di lotta 
o scherma tolta dai Saracini, che vol- 
garmente dicevasi la Moresca, la quale 
non men dell'altra esigeva agilità, pie- 
ghevolezza di membri e gagliardìa. Li 
combattenti si accignevano con sì gran- 
d'ardore, che avresti detto trattarsi dei 
loro interessi più cari e del loro più 
importante trionfo. Gli spettatori cogli 
occhi ed i cuori fisi sui bravi atleti , 
osservavano il principio di quest'eser- 
cizio guerriero, ne seguivano i pro- 
gressi, ne aspettavano l'esito con quella 
inquietudine piacevole, con quel pal- 
pito , con quell' impegno , che fa so- 
spendere il respiro, quasi per tema di 
turbare con picciolo sussurro l'azione 
de' lottatori. Ma lo stato di estasi , 
d'immobilità e di silenzio che teneva 
tutti i moti dell' anima in freno , ben 
presto cessava, e scioglievasi in un im- 
menso scroscio di viva , di applausi , 
di trasporti , di cui rintronava la piaz- 
za , e che a poco a poco mancando , 
cangiavasi in quel cupo mormorio , 
che nasce dal contrasto di tante mi- 



64 

gliaja di uomini , che si sforzano colla 
Voce di attribuire la vittoria a quella 
fazione che ciascun favorisce. Questa 
Festa era infine la festa di tutti ? ed 
ogni cittadino portava impressa nel 
volto una porzione del diletto comu- 
ne ; e chi non v interveniva, chiedeva 
almeno con ansietà le nuove agli al- 
tri, e se ne facea narrare gli accidenti. 
La nobiltà stessa, che pur ai nostri dì 
affettava di sdegnare la popolarità di 
tai giuochi, e, per mostrarsi superiore 
alla plebe , riguardava lo spettacolo 
come un decrepito avanzo di ridicola 
barbarie, non poteva alla fin fine ri- 
manere indifferente. Stupiva di sé stessa 
in sentir, suo malgrado, un occulto 
diletto, che attaccavala a que' giuochi. 
Terminava questa Festa una su- 
perba macchina di fuochi d'artifìcio, 
che pur destava i popolari viva, mal- 
grado allo stravagante costume di ac- 
cenderla a chiaro giorno. Anticamente 
la ragione ne fu per lasciar il tempo 
necessario alla nobiltà di apparecchiarsi 
ad un ballo, che la medesima sera il 



Doge dava nel suo palazzo. Questo 
ballo non ebbe più luogo in appresso, 
ma non per tanto non si cangiò Torà 
de' fuochi, poiché si tiene il più che 
si può alle abitudini. Il sole, è vero, 
scemava il loro splendore , pure nari? 
distruggeva il loro effetto sulle anime 
di un popolo sempre disposto ad ap- 
plaudire con trasporto a tutto ciò che 
faceva si in nome della patria , e che 
aveva qualche legame colla gloria della 
nazione. Esso gioiva perchè era felice; 
abbandonavasi ad una dolce e vera 
ilarità, perchè aveva cittadino il cuore 
e lo spirito , e perchè V amor patrio 
e epe' sentimenti che da esso proven- 
gono, sono una fonte inesausta di pia* 
cere, di grandezza e di prosperità. 



Voi IL 






deduci del /vrtmo do ^Àét 



O SIA 

Visita del doge al monastero 
delle vergini. 

Jtapa Onorio III dolente assai per i 
tumulti che l'Imperator Federico II 
destava in Lombardia a danno del 
Cristianesimo _, risolse inviargli un Le* 
gate, che tentasse di ammansarlo. A 
tal fine scelse Ugolino Vescovo di 
Ostia, che fu poscia Papa col nome 
di Gregorio IX. Questi in passando 
per Venezia l'anno 1176 udì narrare, 
che i Saracini non mai sazj di perse- 
guitare i fedeli, avevano distrutto nella 
santa Città anche il tempio dedicato 
alla Vergine. Egli ne rimase viva- 
mente commosso , e conoscendo la 
molta pietà del Doge Pietro Ziani i 
animò la di lui generosità a risarcire 
quel culto, che la Madre di Dio avea 
perduto in Gerusalemme per l'orribile 



6 7 
profanazione de' seguaci di Maometto. 
Il religioso Principe accolse con ri- 
spetto le pie insinuazioni del Vescovo, 
e fece tosto a sue spese innalzare nella 
contrada di Castello non solo un tem- 
pio in onore della Vergine, ma ezian- 
dio un monastero, in cui molte zi- 
telle nobili fecero i loro voti, e pre- 
sero il sacro velo. Questo monastero 
assunse il nome stesso della chiesa, e 
fu detto le Vergini. Il Doge sì ad 
esso come al tempio assegnò una dote 
di fondi suoi proprj , a condizione 
però ch'entrambi appartenessero mai 
sempre ai Dogi. E per convalidare 
questo perpetuo dominio fu decretato, 
che qualvolta veniva eletta una nuova 
Abbadessa , il Doge si recasse al mo- 
nastero per darle secondo Fuso di que* 
tempi l'investitura. La cerimonia con- 
sisteva nel porre in dito della candi- 
data un anello d'oro, ch'ella doveva 
portare sin che viveva. Inoltre per te- 
nere più viva la memoria di questo 
possesso, si volle che il Doge con 
tutto il suo augusto corteggio si re* 



68 

casse ciascun anno il dì primo di 
maggio a visitare le Vergini. Egli co- 
minciava dall' entrar nella chiesa , e 
dall' assistere ad una messa solenne ce- 
lebrata da un Vescovo da lui pre- 
scelto, e cantata da' musici della sua 
cappella. Compiuto il sacrificio , ve- 
niva al parlatorio, ove la madre Ab- 
badessa vestita di un lunghissimo manto 
bianco , con in capo due veli , uno 
bianco e un nero , che scendevano a 
coprirle la vita, presentavasi al Doge 
seguita dalle sue consorelle, e dalle 
giovanette affidate alla sua educazione. 
Ella parlava per tutte: e fatto al Doge 
il complimento, ofFrivagli un mazzetto 
di fiori col manico tutto d' oro , cir- 
condato di finissimi merli di Venezia. 
Il maestro di cerimonie del Doge ne 
dispensava uno alquanto inferiore al 
Vescovo , al Nunzio apostolico ? ed a 
tutte le persone del seguito ? secondo 
la commissione avuta da quelle reli- 
giose. È ben naturale , che il Doge 
nelP accogliere il gentil dono aggiun- 
gesse molte parole cortesi alla Madre 



Abbadessa. Interrogavala con premura 
di ciò che poteva spettare alla comu- 
nità; le offeriva la sua cordiale assi- 
stenza qual vero e legittimo protettore, 
e s'informava intorno alla riuscita delle 
giovani allieve. Beate quelle che per i 
vincoli del sangue potevano venir pre- 
sentate, come le più meritevoli di tanto 
onore! Questa bella distinzione, e gli 
elogi del Capo della Repubblica pro- 
nunziati in faccia a sì augusta assem- 
blea, potevano a giusto diritto lusin- 
gare il loro amor proprio, contribuire 
ai felici progressi della loro educazio- 
ne , e rattemprare il dolor delle ma- 
dri per una separazione ad esse co- 
mandata dall'uso comune. Fu al certo 
in vista di tutto ciò, che allora quando 
nei i375 un incendio incenerì quasi 
affatto questo edificio, anzi che unire 
quello spazio di terreno al contiguo 
arsenale, com'era stato proposto, si pre- 
ferì di conservarlo ad un uso sì salu- 
tare; anzi si decretò di rifabbricare il 
monastero in forma più ricca e più 
splendida. Ne per altra ragione che 



7° 

per quella dell'educazione, si ebbe al* 
tresì ^articolar cura di perpetuare in 
tutto il suo lustro la festa , o sia la 
visita del Doge tal quale la vedemmo 
sino all'anno 1796. Ma da che tale 
educazione cessò, fu buon consiglio 
il servirsi di quell'edifìcio come di un 
accessorio al grande arsenale. Noman- 
do questo celebre stabilimento della 
Veneta Repubblica, non puossi a meno 
di non trattener visi alquanto col di- 
scorso. 

Il suo principio dev'essere stato , e 
realmente il fu, congiunto a quello ài 
Venezia, mentre i nostri antenati vo- 
lendo formare una città in mezzo alle 
lagune, dovettero tosto conoscere il bi- 
sogno di armarsi per reprimere gli as- 
salti de' vicini , ai quali non poteva 
destar che dispetto il veder sortire di 
mezzo all'acque una nuova e grande 
città. Per tanto da che fu approntata 
una marina di difesa , occorsero can- 
tieri ed arsenale. Ma quello, di cui qui 
si tratta, non ebbe principio nel sito 
ove giace, se non nel uo4- Venne * 



n 

mano a mano aggrandito , e giunse 
dopo il 1569 a d a vere oltre due mi- 
glia di circonferenza, e ad essere tutto 
recinto di mura. Si cominciò allora a 
dire , a scrivere ed a ripetere da per 
tutto, che Venezia aveva il più bel Ar- 
senale del mondo, e si aggiunse persino, 
ch'esso meriterebbe di venir preferito 
a quattro delle più belle città della 
Lombardia. Ciò fu tenuto per incon- 
trastabile, ne vi fu che un certo si- 
gnor Forfait, il quale in questi ultimi 
tempi osasse annunziare all'Istituto di 
Parigi, ed anche stampare, che « l'Ar- 
» senal di Venezia non merita più di 
» essere ri-sguardato, che come un mo- 
» numento antico, fatto appena per 
» eccitare la curiosità dell'uomo, che 
» si compiace d'indagar le traccie rare 
55 e impercettibili, che ha lasciato nella 
» serie de' tempi il lento progresso 
» delle scienze e delle arti nautiche. » 
Per sapere qual peso debbasi dare a 
questa opinione, sì opposta al giudi- 
zio di tutti gl'intelligenti d'ogni na- 
zione , converrebbe eh' egli ci avesse 



7<s 

dettò se ha giudicato cosi al suo ar- 
rivo o alla sua partenza. Ne lascio la 
cura a' miei leggitori. 

\j 'Arsenale di Venezia è una specie 
di città dentro la città. Lungo sarebbe 
il descrivere i vasti magazzini altre- 
volte ripieni di alberi , di timoni, di 
ancore, e di quanto potrebbe bastare 
pel lavoro di dieci anni sì riguardo al 
servigio j e sì alla costruzione de' va- 
scelli. Infinite erano le officine, ove 
mille braccia sudavano intorno a mille 
opere d'ogni maniera che strepitavano 
4in giorno pe' martelli de lavori di 
ferro e di acciajo. Stupendo edifìzio è 
la gran fonderia de' cannoni e delle 
palle; ma più stupendo ancora è quel- 
l' altro destinato al travaglio del ca- 
nape. Esso conserva il nome di Tana, 
derivato dal famoso porto così chia- 
mato, e dalla città antichissima che 
da Tolomeo fu detta Tanay, per es- 
sere posta sulle rive del fiume Tanay, 
ora detto Dow, giacche i Veneziani ne' 
loro primi tempi colà si recavano a 
fornirsi de' canapi per la marina. Me- 



73 
rita osservazione altresì la gran sala, 
dove più di cento femmine adopera- 
vansi intorno alla faci tura delle vele; 
e molto più quell'altra, in cui stavano 
in bell'ordine schierati i modelli delle 
fortezze primarie dello Stato , delle 
macchine più ingegnose, de' ponti più 
singolari, e finalmente di tutte le for- 
me de' vascelli dalla prima epoca della 
nostra marina sino a' tempi recenti. 
Ben fu sciagura, che tra esse andasse 
perduta sin da lontana epoca la forma 
di quella famosa Quinquereme , con 
cui il nostro Vettor Fausto nelF an- 
no 15^9 era giunto a rinnovare la ri- 
cordanza delle Quinqueremi Romane. 
Egli è certo, che tanto romore ed ap- 
plauso destò nel mondo la sua inven- 
zione, che sarebbe un monumento pre- 
zioso per noi il modello di un'opera, 
che non meno all'autore che al nostro 
Arsenale in cui fu lavorata, apportò 
tanta gloria, da venir esaltata a cielo 
e in verso e in prosa dalle più illustri 
pepita, Ma che diremo di quelle altre 
sale piene di armi di ogni sorte e di 



74 

superbi trofei? Se tu fìssi lo sguarda 
su quelle antiche figure da capo a, 
piedi vestite di ferro e su quelle brac- 
cia in atto minaccioso, non sapresti 
decidere se stieno per iscagliare un 
mortai colpo sul capo a qualche bar- 
baro Musulmano , ovvero se s' accin- 
gano alla difesa contro que' barbari 
d'altra fatta, che ad annientarle aspi- 
rano. Che se dopo un orrido tremuoto 
osservasi con certa sensazione penosa 
quegli uomini, che sotto le sue rovine 
conservano tuttavia l'ultima attitudine 
del loro ultimo pensiero, qual impres- 
sione far non dovranno le immagini 
di azioni vive ed illustri di que' me- 
desimi uomini quivi raffigurati? E chi 
legger potrà quelle inscrizioni, che ri- 
cordano appunto le tante vittorie da 
loro ottenute senza sentirsi per mille 
guise commosso il cuore ? . . . Utilissi- 
ma previdenza sono que' canali co- 
perti, entro cui si possono vantaggio- 
samente riattare i bastimenti disarmati, 
o tenerne in pronto alcuni altri per 
servizio dello Stato. I cantieri poi noa 



7 5 

solamente sono la cosa più mirabile, 
ma quella per cui l'Arsenale di Ve- 
nezia più particolarmente si distin- 
gueva fra quanti hannovi al mondo. 
Son essi alcuni spazj di diversa gran- 
dezza, divisi fra loro da grossi pilastri 
ed arcate , e ricoperti ciascuno da un 
yasto tetto, per cui gronda la pioggia 
a dritta e a sinistra senza mai pene- 
trarvi, talmentechè vi sì possono fabbri- 
care al coperto tutti i vascelli sino al 
punto di essere gettati nell'acqua. Quanti 
vantaggi non derivano da ciò, sia per 
la sollecitudine dei lavori, sia per lo 
risparmio degli opera j, sia per la con- 
servazione de' materiali! Eppure con-* 
tro essi appunto fieramente si scatena 
il sig. Forfait. E quanti discapiti non 
vi trova egli? In prima sono, egli dice, 
sì stretti che non si può lavorare li- 
beramente intorno a' vascelli; sono sì 
bassi, che non si possono terminare le 
poppe; sono sì corti, che non vi si 
possono mettere gli sproni , ne lavo-* 
rare il cassero; sono sì oscuri, che 
giammai la luce del giorno vi pene- 



7 6 

tra, ed anche in un bel meriggio estivo 
conviene accendere le fiaccole, ed ap- 
piccare alle mure le torcie di corda im- 
peciata. Secondo lui è dunque cosa 
evidente, che l'arte del falegname , di 
cui però i Veneziani vanno sì superbi, 
non può essere che male esercitata, 
ne può veruno de' suoi lavori avere 
solidità , precisione , eleganza. Simile 
discorso figlio dell'ignoranza, o della 
superbia , o dello sprezzo di quanto 
v'ha dell'antico, e forse di tutte que- 
ste cause insieme, persuase i direttori 
francesi delle costruzioni navali, che si 
distruggessero le vòlte di alcuni can- 
tieri, ben certi che non vi potessero 
capire vascelli da guerra. Ma il nostro 
celebre ingegnere Salvini mettendo al- 
l' acqua un suo vascello lavorato al 
coperto, pari in ogni sua parte a quelli 
da loro lavorati in luogo scoperto , 
mostrò col fatto ch'essi avevano il torto. 
Migliaia di persone ne furono testi- 
monio ? non che tutte le autorità co- 
stituite di quel tempo , appositamente 
concorse per vedere quella nobile gara. 



77 
Ogni cuor Veneziano balzò dalla gioja, 
e da ogni bocca uscirono viva sonori. 
Somma infatti fu la gloria acquistata 
anche in questa, come in tante altre 
occasioni, dal sig. Salvini, che sì bene 
sostenta tuttavia la fama della nostra 
marina , la quale fino a questi ultimi 
tempi gareggiar ci fece colla nazione 
fatta signora di tutti i mari, con quella 
nazione che seppe ammirar i vantaggi 
del nostro Arsenale, e che adesso prova 
un misto di compassione e di rabbia, 
veggendo scomparse tante ricchezze 
utilissime, e dall' altrui fatale presun- 
zione deformati i cantieri più belli. 
A questa singoiar perdita un'altra se 
ne aggiunge ancora più crudele. Ser- 
bava l'Arsenale una copiosa serie di 
cannoni d' ogni specie , cominciando 
dalla loro origine, quando si usavano 
di cuojo, e discendendo a tempi più 
bassi, quando il ferro ed il bronzo 
parvero materie unicamente opportune 
per si micidiali stronfienti. Scorgevasi 
in essa la diversità delle fusioni, la 
moltiplicità delle forme. Gli uni rap-. 



78 

presentavano colonne liscie o striate 
con capitelli di tutti gli ordini ; altri 
figuravano serpenti o basilischi, ed al- 
tri lunghi animali; tutti di ottimo di- 
segno e con magnifici ornamenti. I Ve- 
neziani li conservavano per vanto, e ne 
avevano somma cura, come quelli che 
alla storia ed erudizione militare gio- 
vavano , e che insieme erano parlanti 
testimonj delle nostre vittorie. L'avi- 
dità e l'invidia fecero che andassero alla 
fonderìa o alla vendita , e del tutto 
sparisse anche un sì prezioso museo. 
Oltre tutto ciò che spetta al mate- 
riale delF edifìcio sarebbe cosa vera- 
mente interessante il presentar sott'oc- 
chi il beli' ordine , i savj istituti , la 
retta giustizia , e le tante discipline 
economiche con cui al tempo della 
Repubblica reggevasi l'interna sua am- 
ministrazione ; ma troppo a lungo ci 
porterebbe un minuto dettaglio. E 
nemmen troppo ci fermeremo sul par- 
lare di quelle scuole erette nel grem- 
bo stesso dell'Arsenale, ed animate da 
regie largizioni e da premi, ove non 



79 
solo insegnavansi le matematiche, l'ar- 
chitettura navale e civile, la nautica 
e il disegno , ma altresì l' Idrodina- 
mica sommamente utile pel governo 
delle nostre lagune e de' lidi , le lin- 
gue francese e inglese, opportunissime 
per l'intelligenza de' migliori libri del- 
l'arte; e finalmente la rurale econo- 
mia e la storia naturale , a cui sì 
caldamente è affidata la preservazione 
de' boschi 7 uno de' primarj elementi 
dell'immensa officina. Quanto i boschi 
stessero a cuore all' antico Governo ? 
il dimostrò l'avere unita la loro azien- 
da alla marina , anziché alla finanza , 
come altrove costumasi. In fatti V am- 
ministrazione di questa non ha di mi- 
ra che il risparmio del tesoro pubbli- 
co , il danaro contante , gli oggetti 
presenti e visibili. Quella della marina 
al contrario spinge più in là le sue 
mire, ed invigila al futuro incremento 
de' boschi , mercè delle nuove pianta- 
gioni e delle semine. Quindi è , che 
ne anche la caustica penna del signor 
Forfait potè astenersi dal confessare* 



So 

che « i boschi de' Veneziani sono i 
» più belli di quanti mai si possono 
« vedere altrove \ aggiungendo , che 
y> la vera cagione di ciò è , perchè la 
» legislazione che li riguarda, essendo 
rfi conforme alla giusta politica ed alla 
« sana ragione , e fondata sopra una 
>* saggia combinazione d' interessi, do- 
» vea necessariamente avere, com'ebbe 
;? di fatto, i più felici risultamenti. » 
Tra noi egli è certo, che non si vo- 
leva gruppo di alberi negletto , non 
pezzo di terreno ozioso. Si volevano 
instrutti gli alunni intorno al tempo 
di recidere il legname, intorno al mo- 
do di acconciarlo e di separarlo a 
norma de' differenti usi; si voleva in- 
fine che ognuno fosse buon conosci^ 
tore di tutti gli stati , pe' quali passa 
un albero dal momento in cui si con- 
segna tenerello alla terra, sino a quello 
in cui assoggettasi al tormento dell a- 
scia e de' martelli. Sommi rigori si 
praticavano nella scelta degl'ispettori 
de' boschi. La loro nomina era appog- 
giata alle Accademie agrarie dello Sta- 



8i 
to , è la elezione spettava al Senato 
congiunto al reggimento dell'Arsenale. 
Ma per meritare tal posto non bastava 
molta estensione di lumi ; ci volevano 
benemerenza di servigi , e soprattutto 
testimonianza d'incolpabile condotta; 
giacche l' immoralità , là dove s' insi- 
nua , guasta ed avvelena il germe di 
tutte le ottime instituzioni. Quindi è 
che il requisito della probità era uno 
de' maggiori, che si esigesse dalla pub- 
blica vigilanza in qualunque impiego, 
ne certo senza esso poteva veruno nu- 
trir lusinga di diventare inspetto re ai 
boschi, ne capo architetto, ed ancora 
meno ammiraglio dell' Arsenale. 

Or chi potrebbe mai , avendo di 
questo stabilimento parlato , passare 
sotto silenzio la tenerezza veramente 
filiale, e il focoso entusiasmo verso la 
Veneta Repubblica di più di tre mila 
uomini all' Arsenale addetti , che per 
ciò erano giunti a meritarsi il glorioso 
titolo di sua prediletta famiglia? Il 
primo sentimento che da cuore a cuo- 

Vol IL 6 



82 

re, da generazione a generazione pas- 
sava e discendeva, era questo illimi- 
tato amore per la Repubblica, ne con 
altro nome sapevano i buoni Arsena- 
lotti chiamarla che con quello di no- 
stra benedetta Mare. Era dolce cosa 
il trovarsi presente al mattutino aprirsi 
delle officine, ed al chiuderle della 
sera, e 1' udire quelle spontanee grida 
di Viva san Marco, che proprio scap- 
pavano dal cuore, e che ripetute ve- 
nivano dal balbettante labbro de' te- 
neri fanciullini. Questa reciproca affe- 
zione aveva, dirò così, tra il Governo 
e gli Arsenalotti introdotta, stabilita 
e perpetuata una certa gara di fidu- 
cia, per cui non sapevasi discernere, 
se fosse più soave il comando degli 
uni, o più pronta e giuliva l'obbe- 
dienza degli altri. Ed il titolo di Pa- 
troni che portavano i Governatori del- 
l'Arsenale, giammai meglio espresse, 
e con più verità la primitiva sua de- 
rivazione dalla voce Padre. Degli Arse- 
nalotti la Repubblica si valeva per prov- 
vedere i vascelli da guerra d 7 industri 



„ 83 
artefici, i quali potessero viaggiare, e 
riparare ai disordini prodotti dalle for- 
tune di mare, e soccorrere ai bisogni 
dei cantieri nella Dalmazia e nel Le- 
vante. Ad essi affidata era la custodia 
di tutti i luoghi della citta più rag- 
guardevoli e più gelosi. Allorché i Pa- 
trizi si raccoglievano nel Maggior Con- 
siglio, era una porzione di questa fa- 
miglia, che forniva di guardie il pa- 
lazzo. Questo palazzo stesso era inte- 
ramente posto in loro balìa ali 1 occa- 
sione di un interregno. Un drappello 
di loro custodiva, durante la notte, la 
pubblica piazza, il tesoro di S. Mar- 
co, e que 1 due gran serbato) della na- 
zionale ricchezza, il Banco giro e la 
Zecca. L'Arsenale stesso, fondamento 
primario della nostra potenza maritti- 
ma, dilla nostra grandezza, della no- 
stra gloria, era consegnato alla loro 
fede. Ducente fra essi giravano tutta 
la notte e dentro e fuori delle sue 
mura; e benché non dovesse cader om- 
bra di trascu raggine in loro, pure ve- 
nivano preseduti da uno de' primi ar- 



chitetti, e sopra tutto da uno de' tre 
Governatori dell'Arsenale, che nel suo 
mese di guardia non abbandonava pure 
un momento il geloso ricinto. Questa 
somma vigilanza era tanto più neces- 
saria , quanto che ogni soccorso in caso 
d' incendio non solamente nelP Arse- 
nale, ma nella città tutta, dai soli Ar- 
senalotti traevasi. Ad un tocco di cam- 
pana a martello accorreva tosto il Pa- 
tron di guardia colla sua numerosa 
comitiva. L'ammiraglio, ovvero il più 
anziano fra gli architetti, assumeva il 
comando. Le trombe stabilite ne' dif- 
ferenti quartieri della città, da essi 
soli si maneggiavano ; essi soli abbat- 
tevano quelle parti degli edifizj , che 
parea necessario di distruggere per to- 
gliere la comunicazione con quelle 
già attaccate dal fuoco. La maggiore 
armonia regnava sempre fra il comando 
e l'esecuzione; tutto era ordine, tutto 
era animato dal più spontaneo fervore. 
Si videro in fatti in sì terribili incon- 
tri prove di coraggio e di zelo da 
non potersi lodare abbastanza, ne ab- 



85 
bastanza ridire. In ricompensa di tanto 
amore e di sì importanti servigi, go- 
devano privilegi distinti. I loro figli 
arrivati all' età di dieci anni inscrive- 
vansi ne' pubblici ruoli dell' Arsenale, 
siccome figli legittimi di quella casa, 
e cominciavano sin d' allora a trarre 
una paga. Educati ch'erano, destina- 
vansi a que' servigj che pareano più 
acconci alle loro cognizioni e capacità. 
Fatti vecchi e inabili godevano d'una 
pensione proporzionata all'impiego eser- 
citato in gioventù. Per loro gloria, ad 
ogni elezione di Doge, spettava ad essi 
lo scortarlo, allorché pomposamente 
si recava a prendere il possesso del 
trono. Essi inoltre avevano il privile- 
gio onorifico , e di cui tanto andavano 
fastosi ? come altrove abbiamo detto , 
di condurre il Doge nel dì dell'Ascen- 
sione ai suoi misteriosi sponsali col 
mare; ed il Doge dal canto suo ricom- 
pensava in modo insolito la loro straor- 
dinaria fatica, trattenendoli quel giorno 
a pranzo nel suo palazzo. In una delle 
sale si apprestavano le tavole 3 ornate 



86 

sì, ma semplici, ove le vivande e il 
vino erano in copia. I membri della 
famiglia Ducale sopraintendevano per- 
che nulla mancassevi, e compiacevansi 
dì prestare ai buoni convitati ogni cor- 
diale attenzione. A ciascuno di essi in- 
viava il Doge un dono di quattro fia- 
schi di moscato greco, una scatola di 
confettura fregiata col suo stemma, ed 
un'altra piena di droghe; costume de-r 
rivato sin da que' tempi ne' quali i 
soli Veneziani facevano il traffico di 
tal merce, ed aggiungeva a tutto ciò 
una moneta d'argento. Bizzarra costui 
manza era quella di permettere, ch'essi 
portassero con seco tutti gli utensili 
della tavola, vale a dire bicchieri, piat- 
ti, tovagliuoli e possate, ma veniva ad 
essi severamente proibito di fare la loro 
favorita acclamazione Viva san Marco. 
La decenza del luogo esige spesso il 
sacrifizio del cuore. Così questi buoni 
artigiani se ne partivano contenti ed 
allegri, sentendo nel loro interno que- 
sta gran verità che 1' amore sincero 
ed il verace rispetto non tanto si ap* 



8 7 
palesano con inchini ed acclamazioni* 
quanto con una perfetta sommissione 
alle leggi, e con una dedicazione spon- 
tanea ed intera di se medesimi. Tutto 
ciò dal buon popolo Veneziano e da- 
gli arsenalotti specialmente, ci venne 
comprovato in tutti gì' incontri. 






88 



creata do t/cmò Sdódo 



oro 



AL RITORNO IN VENEZIA DEL DOG£ 
DOMENICO M1CHIEL. 

Spettacolo in vero commovente fu 
quello del ritorno a Venezia del Doge 
Domenico Michiel dopo una bella se- 
rie di gloriosi successi. Prima però di 
parlarne diasi un' occhiata ad un'epo- 
ca, di cui forse in tutta la storia del 
mondo non v' ha la più straordinaria 
ne' suoi principj, ne la più curiosa in 
tutto il suo progresso: ad un'epoca 
in cui guerre orrende insanguinarono 
tutta la faccia del globo dall' Kgitto 
fino alla Livonia, dall'Irlanda fino al- 
l' Indostan; ad un'epoca in cui l'Eu- 
ropa intera parve divellersi da' fonda- 
menti per rovesciarsi con tutto il suo 
peso sull' Asia, senza che tanta mol- 
titudine di gente fosse a ciò forzata 
dalla voce imperiosa de' tiranni, ma 
puramente coadotta dal fanatismo 4i 



8 9 
una cieca obbedienza alla supposta vo- 
lontà di Dio: epoca in cui ebbe luogo 
quell'assedio divenuto quasi famoso al 
paro di quello di Troja, non meno 
per le imprese operatevi, che per li 
sublimi versi del Tasso, da cui furono 
celebrate; epoca alfine che distrusse 
gli abusi del governo feudale, che fece 
svanire la rozzezza del gusto e dei co- 
stumi, naturale conseguenza di quello 
che mediante una catena di cause e 
di avvenimenti or più or meno appa- 
renti, giovò a togliere per sempre la 
confusione, la barbarie e l'ignoranza, 
sostituendovi V ordine, la civiltà, la 
coltura. Ognuno s' accorgerà di leg- 
gieri , che qui parlasi delle Crociate , 
o sia della spedizione de' Cristiani, di- 
retta a strappare Terra Santa di mano 
agi' infedeli, dopo che per il lungo 
corso di sei secoli erasi sofferto di ve- 
dere una falsa religione adorata sopra 
quegli altari medesimi, in que' mede- 
simi templi, e in quelle stesse contra- 
de, eh' erano state consacrate dal dir 
vino autore della Religione Cristiana 
unicamente vera. 



9° 

Ogni classe di popolo accorse cor* 
ardore a questa grande impresa, ed un 
eguale entusiasmo destassi nei princi- 
pi, che tenevano un posto importante 
nel sistema feudale; ma nessuno dei 
principali monarchi d' Europa entrò 
nella prima Crociata. Non V imperatore 
Enrico IV, per non sentirsi disposto 
ad obbedire agli inviti del Papa; non 
Filippo I re di Francia distratto troppo 
dalla seduzione dei piaceri; non Gu- 
glielmo di Roux re d' Inghilterra, oc- 
cupato della sua recente conquista; 
non il re di Spagna e Danimarca im- 
brogliati nelle guerre co' Mori; non i 
sovrani settentrionali di Scozia , di 
Svezia e di Polonia, a' quali interes- 
savano poco gli affari de' popoli del 
mezzogiorno; non in fine lo stesso 
Papa , che quantunque successore di 
quel Gregorio II, a cui apparteneva 
la cura di armar V Europa contro 
l'Asia, ricusò di concorrere, allegando 
per motivo lo scisma della chiesa e i 
doveri del Pontificato. Nemmeno i Ve- 
neziani si mostrarono punto zelanti a. 



9^ 
sostenere questa pietosa impresa. Anzi 
la Santa Città di Gerusalemme era 
già stata riscattata dalle mani degl'in- 
fedeli, e Goffredo di Buglione n era 
stato eletto re, prima eh' essi comin- 
ciassero in tal facenda a meschiarsi. 
Finalmente Fanno 1099, pensando me- 
glio i Veneziani ai loro interessi, for- 
nirono una flotta di ducento vele, la 
quale verso Rodi s'incontrò con quella 
de' Pisani. Una gara di preminenza 
occasionò tra loro una zuffa sì san- 
guinosa, die bastò a decidere per sem- 
pre della superiorità in favore de' Ve- 
neti, ed i Pisani mai più non prete- 
sero di gareg o iare con loro in altro 
che in fatto di belle arti. Questa flotta 
vincitrice entrò poscia Dell' Arcipela- 
go, s'impadronì di Cmirne, e facilitò 
ai Crociati la conquista Sì Jaffa, che 
presero d 1 assalto nel medesimo anno 
1 099, ed in tal modo finì questa glo- 
riosa campagna. 

1/ anno appresso i Veneziani con- 
tribuirono sommamente alla conquista 
di Tiberiade e di quasi tutta la Gali- 



9* 

lea. Vennero poscia sotto a Caffa> la? 
strinsero per mare, mentre Goffredo 
operando di concerto dalla parte di 
terra, la costrinse ad arrendersi. L'ul- 
tima prova fu questa , che Goffredo 
diede del suo valore, e poco dopo 
morì. Baldovino I suo fratello s'im- 
padronì della corona di Gerusalemme. 
I Veneziani non credendosi più neces- 
sarj, rientrarono nei loro porti. Ma 
gli affari della Sorìa non procedevano 
sotto Baldovino I con tanta prosperità 
come sotto Goffredo , talmentechè il 
nuovo principe fu astretto ad implorare 
da tutte le parti assistenza. L' ottenne 
prontamente dai Veneziani , e la loro 
squadra contribuì assai alla presa di 
Acri, di Sidone, di Berito. Baldovino 
grato a tanti benefìzj , cedette ad essi 
un borgo di Acri, ov' ebbero permise 
sione di stabilirsi, di tenervi i loro ma- 
gistrati , e di governarsi secondo le 
loro leggi e costumi, godendovi inol^ 
tre di tutti li possibili privilegi del 
commercio e di tutte le franchigie: 
La flotta Veneta lieta per tanti vaib> 



93 
(àggi, ritornò a Venezia ove ricevette 
veraci contrassegni di generale appro- 
vazione. 

Non assai tempo durò tal riposo. 
L'anno 1117 le cose de' Cristiani in 
Oriente erano a mal partito ridotte, e 
la Sorìa stava per ricadere in mano 
degF infedeli. Quindi Baldovino risolse 
di spedire oratori a Venezia per implo- 
rare soccorsi novelli. A tal fine ricon- 
fermò non solo tutte le concessioni di 
prima, ma ne offerse anche di più 
ampie riguardo al commercio. Se non 
che mentre in Venezia si dibatteva su 
tal punto, giunsevi la notizia che Bal- 
dovino era stato fatto prigioniere e 
chiuso in un castello da' barbari. Si- 
mile sciagura avrebbe potuto rendere 
vani li maneggi degli oratori , ma i 
Veneziani ben sapendo calcolare i 
loro interessi , deliberarono di porre 
in ordine colla maggior prestezza una 
flotta ; e più di cento vele comandate 
dal Doge Domenico Michiel ben pre- 
sto uscirono dal porto. 

La squadra andò prima in Dalma- 



94 

zia a rinforzarsi di legni e di marina); 
Un vento propizio in pochi dì la con- 
dusse dinanzi alF isola di Cipro. Di là 
passò a Jaffa, dove una flotta d' infe- 
deli corseggiava a vista del porto*. 
Parve al Doge essere quella 1' occa- 
sione propizia di segnalare il proprio 
zelo e quello de' suoi. Tosto si sfor- 
zano le vele onde raggiungere il nemi- 
co, che d' altra parte si allestisce an- 
ch' egli air attacco con risoluta fer- 
mezza. I Veneziani danno principio 
con lo scagliare una nube di giavel- 
lotti, e già orrenda carneficina di qua, 
di là comincia. Non si discerne più il 
valore dalla ferocia; il sangue corre a 
rivi, l'aria rimbomba dello strepito 
delle armi , del fracasso de' vascelli , 
dell' urto de' combattenti ? del gemito 
de' feriti e de' moribondi. Molte ore 
durò l'azione* alla fine gì' infedeli in- 
fievoliti, semivivi, piombarono da ogni 
parte in mare ? e vi subissarono insie- 
me colle loro navi. Distrutta così Tar- 
mata nemica, e rimasti compiutamente 
vincitori i Veneziani, il Doge Michicl 



95 
giudicò opportuno di condurre la flotta 
vincitrice nel porto di Jaffa per dare 
ristoro a' soldati, ed attendere intanto 
novella occasione di altre imprese. 

Si recò poscia a Gerusalemme per 
concertare col Patriarca, e con quelli 
che tenevano il governo durante l'as- 
senza di Baldovino , le operazioni da 
farsi. Egli vi fu accolto non solo con 
tutti quegli onori che gli erano dovu- 
ti, ma con quanti possono cader in 
mente ad un popolo ridotto all'estre- 
mo, e che attende la sua liberazione. 
Prima di nulla intraprendere volle il 
Doge che si segnassero in iscritto le 
promesse già fatte alla Repubblica, al 
che condiscesero di buon grado e il 
Patriarca e i Magnati, con grand'utile 
de' Veneziani : giacche, è duopo il con- 
fessarlo, questi aveano sempre l'animo 
rivolto non solo a non gettare le spese 
de' loro armamenti, ma altresì a ritrarre 
il possibile vantaggio dai soccorsi, che 
ai loro alleati prestavano; ed in que- 
sta stessa guerra, in cui tutte le na- 
zioni condotte da religioso entusiasmo 



9 6 

s' impoverivano d' uomini e di danari, 
la sola Repubblica di Venezia dilatava 
il suo commercio, piantava stabilimenti, 
diveniva il magazzino dell 5 Europa e 
dell 5 Asia, e si poneva in istato d' as- 
sorbirne tutti i tesori. 

Fatto e sottoscritto Y accordo, si de- 
liberò di por mano all'assedio di qual- 
che piazza importante; ma erano di- 
scordi i pareri dei Generali intorno 
alla scelta, e tal discordia produceva 
inazione. Il Michiel mal sofferendo un 
tal ritardo propose di commettere la 
decisione alla sorte. Questo destro espe- 
diente, sì acconcio in tempi d' igno- 
ranza e di superstizione, ei lo credette 
il più sicuro e il più pronto per to- 
gliere soggetto di disputa e troncare 
le difficoltà. Di fatto la sua proposi- 
zione venne con trasporto accettata. 
Per rendere poi più solenne quest'atto 
politico, si decise che si cavassero le 
sorti nella chiesa Patriarcale. Si venne 
dunque al tempio; vi si celebrò il santo 
Sacrifizio con pompa ; e Y urna conte- 
nente tanti biglietti quante erano le 



97 
tittà proposte per Y assedio , fu collo- 
cata sopra l' altare , e scelto un fan- 
ciullo per l'estrazione, volle il cieco 
destino porre nell' innocente mano 
Tiro. 

Questo tratto della sorte fu preso 
per un augurio felice. E veramente il 
caso non poteva secondar meglio le 
mire de' Veneziani. V'hanno poche città 
celebri al pari di Tiro. Fondata da 
Agenore figlio di Belo , essa fu per 
lungo tempo la sede delle arti e del 
commercio. Le sue colonie si diffusero 
per tutta la costa dell' Africa, vi fon- 
darono Utica e Cartagine, e sulla co- 
sta d'Europa innalzarono Cadice, non 
lungi dalle colonne di Ercole, che al- 
lora consideravansi come gli estremi 
confini del mondo. Bellissima era la 
sua posizione, e tutta la spiaggia cir- 
convicina era deliziosa per la fertilità, 
per la squisitezza de' frutti, e sopra 
tutto per la dolcezza del clima, men- 
tre e primavera e autunno colà ugna- 
vano a gara , portando insieme l' una 

Voi IL 7 



9» 

i suoi fiori, V altra ì suoi frutti. Né il 
soffio ardente de' venti meridionali che 
tutto fanno appassire e diseccano , ne 
il rigore dell' aquilone osò giammai 
toglier ivi ai giardini l 1 ornamento dei 
loro vivi colori. Lungo spiaggia sì ri- 
dente la città di Tiro s' innalza. Se 
una simile città avea meritato, che al- 
tre volte Alessandro il Grande la ri- 
guardasse come una delle sue più pre- 
ziose conquiste, non è a stupirsi, che 
i Veneziani facessero ogni sforzo per 
riscattarla dalle mani del Califfo d'E- 
gitto, che ne possedeva una parte 7 e 
da quella del Soldano di Damasco che 
ne occupava il resto. 

Se ne prepara dunque immediata- 
mente 1' assalto. Le truppe di Gerusa- 
lemme la circondano dalla parte di 
terra, ed intanto la flotta Veneta s'in- 
cammina ad attaccarla dalla parte del 
mare. La città di Tiro non era acces- 
sibile alle truppe terrestri che dal lato 
di Oriente, mediante un istmo angu- 
stissimo, ed anche difeso da forti mu- 
raglie e da elevate torri, cui ricingea 



99 
una fossa profonda e larghissima. A 
settentrione , a mezzodì e a ponente 
l'attorniavano vasti scogli a fior d'ac- 
qua, ed inoltre fortifìcavala un dop- 
pio giro di muro. Il suo porto era di- 
feso da due immense torri, che ne proi- 
bivan l' ingresso. Ed oltre a tutto ciò 
numerosa guarnigione , molto agguer- 
rita la custodiva di dentro, che dovea 
per lo meno far temere agli assalitori 
di aver a spendere molto tempo, e a 
sostenere lunghe fatiche prima di po- 
ter ottenere il sospirato successo. 

Ad onta di tante difficoltà insieme 
accoppiate, cominciò dall'una parte e 
dall'altra 1' attacco; ma lente erano le 
operazioni a motivo del numero e della 
natura degli ostacoli da superarsi. I 
tentativi furon molti, ma sempre vani, 
e dopo tre mesi non si vide più avan- 
zamento di prima. I Veneziani, avvezzi 
a prendere quasi sempre le città al 
primo tratto, cominciarono a mostrarsi 
svogliati e stanchi , ne vi volea meno 
che la grande fermezza del Doge per 
tenere a freno F armata, ed impedire 



100 

la diserzione. Per colmo di sfortuna 
si divulgò la voce, che il Soldano di 
Damasco ragunàva un forte esercito 
per correre in ajuto de' Tirj; e tanto 
bastò perchè il campo di terra fosse 
messo a rumore ; giacche i soldati pre- 
vedevano, che se tale esercito giungeva, 
tutto il fuoco della guerra si sarebbe 
rivolto contro essi, mentre i Veneziani, 
rimanendo sempre aperto il mare, po- 
tevano in caso di qualche sinistro ri- 
tirarsi. A chiare note aggiungevano , 
che se questi Repubblicani doveano 
essere fatti partecipi degli utili delle 
conquiste, era giusto che ne incontras- 
sero anche i pericoli; che le condi- 
zioni insin allora non erano state pari, 
poiché gli uni rimanevano esposti a 
tutti i rischi, e gli altri vivevano in 
piena sicurezza. 

Giunsero tali mormorii all' orecchio 
del Doge Michiel, ed ei ne rimase 
grandemente offeso, e a buon diritto , 
poiché era uomo franco, leale, gene- 
roso, esatto man tenitore delle promes- 
se, incapace della più piccola viltà, e 



IDI 

che avea in conto di sanguinosa in- 
giuria ogni ombra di sospetto, che al- 
tri osasse spargere contro l'equità dei 
suoi sentimenti. Egli adunque studiò 
il modo di poter convincere la mok 
titudine delle sue rette intenzioni, con- 
trarie affatto ai loro manifesti timori. 
Gli nacque un pensiero non poco ar- 
dito, che tosto volle eseguire. 

Le galee Veneziane stavan sulF an- 
cora. Egli le fece sguernire di timoni, 
di alberi, di vele, di tutti insomma 
gli attrezzi navali; ne caricò il dorso 
de' suoi marinaj , e sceso a terra con 
essi, comparve al campo alla testa di 
sì impensato convoglio. Ivi con quel 
tuono franco che nasce da un vero 
sentimento di onore e da una pura 
coscienza, parlò all'armata, che atto- 
nita il guardava. Le fece comprendere^ 
che i Veneziani non sapevano che fosse 
viltà o tradimento; ch'essi bensì erano 
sempre fedeli ai loro impegni anche 
in mezzo ai più tremendi pericoli; che 
ad ogni modo non volendo soffrir più 
lungamente di essere sospettati rei, 



102 

erano venuti a depositare nelle mani 
di essi il pegno della loro fedeltà e della, 
loro risoluzione. Fece allora schierare 
alla comune vista tutti gì' istrumentì, 
senza de 1 quali ogn' idea di partenza 
rende vasi vana. Ordinò ai soldati di 
Baldovino d 1 esserne i depositar], indi 
soggiunse: « Ecco che adesso il no- 
55 stro rischio è ancor più grande del 
?5 vostro; voi non avete a temere che 
3> il ferro del nemico, noi il furore 
» di tutti i venti j voi potete fuggire, 
35 per noi è tolto ogni scampo. ?> 

Questa condotta veramente eroica 
del Doge riempì di stupore e di am- 
mirazione F esercito. I Generali fecero 
sommi encomj al suo coraggio, alla 
sua intrepidezza, ne vollero per nes- 
sun patto permettere , che tanti bravi 
guerrieri ed un sì gran numero di 
vascelli restassero esposti a perire ad 
ogni picei ol soffio di vento; e rivolti 
al Doge il pregarono a voler disprez- 
zare le ciarle d' una turba ignorante, 
a viver sicuro della loro piena fiducia, 
ed a ripigliare tutti i suoi attrezzi ma- 



io3 
vittimi. Egli, trovandosi con ciò inte- 
ramente soddisfatto, si congedò, e ri- 
tornato alla sua flotta la fece tosto 
riordinare per ricominciar subito i con- 
certati attacchi con più vivacità e ar- 
dore di prima. 

Veramente ciò che diede l'ultima 
mano alla presa di Tiro, dopo cinque 
mesi di assedio, fu per quanto dicesi, 
lo stratagemma di alcune lettere in- 
tercettate che venivano recate da una 
colomba. Ne v' è in ciò meraviglia , 
mentre è già noto V antico uso eh' e- 
ravi in Sorìa ? di avere speditamente 
avvisi da luoghi lontani col mezzo 
delle colombe. Che che ne sia, le trup- 
pe di Baldovino, non men che le Ve- 
neziane, entrarono nella città, e vi 
spiegarono sulle torri le loro rispet- 
tive bandiere. 11 trattato già conchiuso 
fra le due nazioni venne esattamente 
osservato, ed il Doge prese possesso 
d' un terzo della città. Lo stesso venne 
in Ascalona ? che poco appresso si 
arrese. 

Il re Baldovino che frattanto otte- 



io4 

nuta avea la sua libertà , pagando però 
il ìiscatto, quando rientrò in Gerusa* 
lemme ed udì la convenzione seguita 
tra' suoi agenti e la Repubblica ? l'ap- 
provò e la confermò con un atto so- 
lenne, cioè vi pose il suo regale sug- 
gello. Inoltre dicesi 7 che in ricono- 
scenza de ? servigi prestatigli dai Ve- 
neziani volesse, che qualunque volta 
il Doge di Venezia recato si fosse a 
Gerusalemme, avesse a ricevere que- 
gli stessi onori, che si tributavano a 
lui stesso. 

Tutti questi vantaggi furono il mo- 
tivo, che destò contro i Veneziani le 
gelosie ed i sospetti dell' imperatore 
Carlogiani, che regnava a Costantino- 
poli dopo la morte di Alessio. Egli 
senz' altri riguardi comandò^ che quanti 
vascelli Veneziani s' incontrassero nei 
mari della Grecia, fossero attaccati, e 
fece chiuder loro tutti i porti dell'Ar- 
cipelago. Quest' era veramente un ri- 
cambiar male assai i benefìcj 7 che la 
Repubblica recati avea ad Alessio sua 
padre ) ma non è da stupirne, essenda 



cosa rara che un privato ed ancora 
meno un principe riponga la gratitu- 
dine nel numero de' propri doveri, e 
chi ha la forza in mano preferisce age- 
volmente il suo interesse a ciascun al- 
tro riguardo. In quanto a Carlogiani 
ei non seppe abbastanza conoscere, che 
una monarchia sì vacillante come la 
sua, non poteva procurare ai suoi stati 
che una debole protezione. In fatti ap* 
pena il Doge Michiel si presentò da- 
vanti la città di Rodi colla sua squa- 
dra ? e si vide dai Rodiani negato l'in- 
gresso, poco ebbe a sudare per farsi 
padrone della piazza. Onde prendere 
vendetta dell'ingiuria la lasciò in preda 
all'ingordigia de' suoi soldati; ma pri- 
ma ebbe cura di sottrarre al loro fu- 
rore tutti i monumenti che poteva- 
no un giorno ornar la sua patria, e 
li fece trasportare su i vascelli. Sì pre- 
gevol bottino era degno di lui. Rodi, 
come ognun sa, fu celebre non meno 
per le sue saggie leggi sopra il com- 
mercio che per i suoi poeti , pe' suoi 
pittori e per li suoi gran monumenti 



io6 

Se quest' avventurata città ebbe l'onore, 
che seguisse in essa rincontro di quei 
due illustri romani Cicerone e Pom- 
peo, la disonorò alquanto il soggiorno 
che vi fece Tiberio. Li persiani se ne 
resero padroni sotto il regno di Ono- 
rio; poscia fu presa dai Generali dei 
Califfi nell'anno 647 di nostra salute j 
ricuperata da Anastasio imperatore di 
Oriente, venne indi sottommessa nel 
1124 da Domenico Michiel. 

Da di là si mise egli a percorrere 
le isole di Scio, di Samo, di Paro, 
d'Andro, di Lesbo, tutte in somma 
le Cicladi , e vi ebbe grande prospe- 
rità. Malgrado però tanta gloria e sì 
grandi vantaggi, il Michiel trovossì 
sul punto di perdere il frutto delle 
sue imprese, perchè gli mancò al mag- 
gior uopo il danaro onde pagare le 
truppe; quindi e soldati e marinaj si 
diedero, secondo il solito in simili casi, 
a mormorare del loro capo. Per pre- 
venire gli effetti funesti di tale ammu- 
tinamento egli mandò in giro una mo- 
neta di cuojo, su cui fece improntare 



107 
il suo nome, e ordinò a tutti i prov- 
vigionieri dell' armata di riceverla , 
promettendo sul suo onore di rimbor- 
sarli in contanti tosto che fosse giunto 
in Venezia. La fiducia che aveva in 
tutti inspirato la di lui pubblica e. pri- 
vata condotta e la sua alta riputazio- 
ne, non permisero che alcuno dubi- 
tasse della sicurezza del pegno eli' ei 
presentava, e gli venne pienamente 
accordato quanto egli ricercava. E inu- 
tile il dire che mantenne esattamente 
la sua parola. Egli è in memoria di 
questo fatto sì utile e singolare, che si 
aggiunse in uno dei quadrati del suo 
stemma gentilizio la rappresentazione 
di alcune monete. 

Dopo ch'egli ebbe attraversato tutto 
l'Arcipelago, determinò di ritornarsene 
a Venezia. Passando lungo le coste 
della Morea, conquistò Modone, e po- 
stavi guarnigione andò a riposare in 
Sicilia. Li primati del regno ed il po- 
polo stesso, non sì tosto seppero il 
suo arrivo, gli corsero incontro, ed 
accesi da un vivo entusiasmo pe' suoi 



io8 

luminosi meriti , gli offrirono il dia- 
dema regale, pregandolo di renderli 
felici coli' accettarlo. Benché Y offerta 
fosse assai lusinghiera, pure egli la 
ricusò, giacche un vero Repubblicano, 
un Veneziano non potea sentir altra 
ambizione che quella di essere citta- 
dino di una patria sì giustamente am- 
mirata. Infine dopo aver empiuta tutta 
la spiaggia marittima dalla Siria sino 
all'Adriatico del nome Veneziano, pose 
il colmo alla sua gloria rientrando Fan* 
no 1 1 25 nel porto di Venezia senza 
aver perduto un solo vascello. 

Grandi erano in patria li prepara- 
tivi per riceverlo colla pompa dovuta 
ad un sì grande trionfatore , ma egli 
ricusò per se stesso qualunque onore. 
Ad ogni modo al giunger suo accorse 
la città tutta per vedere un eroe, che 
avea tanto accresciuto il lustro della 
Repubblica. Ma quanto non si raddop- 
piò la sorpresa e la gioja del popolo, 
quando vide schierarsi sul lido li rari e 
magnifici monumenti e il gran numero 
di preziosi marmi di ogni specie eli c^ 



109 
gli recato avèa di Grecia? Soprattutto 
non rifinì vasi mai d'ammirare quelle 
sterminate colonne di granito, che tut- 
tavia si veggono sopra la piazzetta di 
san Marco. Fors'è per esse che la sua 
famiglia acquistò il soprannome di 
Michiel dalle Colonne, piuttosto che 
per quelle che sostengono la facciata 
del suo palazzo, nel quale anche ai 
dì nostri si contempla lo stendardo di 
questo Doge , su cui è tracciata una 
croce, distintivo di tutti quelli che con- 
correvano alle famose Crociate. Un sì 
antico monumento di gloria venne col- 
locato in una sala, in mezzo ad alcuni 
trofei d 1 istrumenti navali e guerrieri 
da un discendente di quest' eroe , che 
privo essendo di prole maschile, a cui 
lasciar in un col suo nome anche le 
sue ricchezze, ed un sì illustre retag- 
gio, avea formato il pensiero generoso 
e patriottico di farne un dono alla 
Madre-Patria , trasportandolo all' Arse- 
nale, di cui egli era stato uno de' Go- 
vernatori assai rispettato ed amato , e 
dove intendea di consacrare una sala 



I IO 

pomposamente fregiata de più preziosi 
attrezzi marittimi e militari, che ricor- 
dassero ai Veneziani uno dei fasti glo- 
riosi della loro storia. Ma questo figlio 
infiammato da sentimenti sì nobili, ebbe 
la sventura di non poter effettuare le 
sue cittadinesche idee essendo soprav- 
vissuto alla Madre comune. 

Ritornando alla storia del Doge Do- 
menico Michiel, di cui abbiamo in- 
terrotto il racconto con una digressio- 
ne che soddisfacendo il mio cuore, 
chiede indulgenza a' miei lettori, dirò 
dunque che siccome in lui la pietà su- 
perava ogni altro sentimento, così più 
che tutte le preziose cose acquistate, 
specialmente rallegrava il suo cuore 
Faver potuto trar dalle mani degl'in- 
fedeli, e recar con se a Venezia il 
corpo di sant'Isidoro. Si accordano gli 
storici tutti nel celebrare la sua somma 
pietà, e bendi' egli in petto annidasse 
tutta la forza del valore e gli spiriti 
più elevati, pure il suo cuore era sem- 
plice , e la sua credenza a un dipresso 
eguale a quella di tutti gli altri suoi 



II t 



con temporanei. Egli non volle por piede 
a terra, se prima non fosse tutto alle- 
stito per accogliere col dovuto decoro 
questa santa reliquia. Si raccolse in 
fatti sul Lido dove sbarcar dovea , la 
Signoria , il Senato e tutto il Clero. 
Allorché ogni cosa fu in ordine, il 
Doge scese dalla sua nave vestito con 
grande magnificenza, e seguito da tutto 
il suo equipaggio si pose alla testa di 
una processione non solo numerosis- 
sima , ma sommamente divota. In tal 
modo fu trasportato a terra il corpo 
di sant 1 Isidoro, il quale venne riposto 
nella chiesa di san Marco; ed anche al 
dì d' oggi ivi esiste la Cappella a lui 
intitolata, ove vedesi scolpita la storia 
di tal trasporto, non che questa festa e 
questa grande processione , che porse 
uno spettacolo assai commovente, mercè 
del concorso di tutto il popolo attiratovi 
dal concerto di sentimenti i più vivi, 
quali sono della pietà, della gratitu- 
dine e delP ammirazione. Da quel mo- 
mento si decretò, che il giorno di sant 1 
Isidoro sarebbe Festa di palazzo, e 



iti 

die il Doge col suo augusto corteg^ 
gio si porterebbe ogni arino ad assi- 
stere ad una messa solenne, ciò che 
sempre si fece. 

Poscia la Repubblica volle eternare 
in altro modo ancora le geste gloriose 
di uno de' suoi prediletti figli , e a tal 
fine le fece dipingere in alcune Ta- 
vole, che veggonsi ancora oggidì nella 
sala già detta dello Scrutinio, perchè 
ad onta di tutti gl'incend] avvenuti 
nel pubblico palazzo, parea che il Go- 
verno si facesse un dovere di ristabi- 
lire sempre gli stessi monumenti come 
contrassegni pubblici della gloria dei 
privati. Vedesi in una la battaglia del 
Doge Domenico Michiel e la vittoria 
da luì ottenuta sul Califfo d'Egitto. 
In un'altra è rappresentato il suo fa- 
moso assedio di Tiro. E perchè que- 
sta saggia Repubblica non contenta- 
vasi del valor militare, ma voleva in- 
sieme che i suoi Generali nodrissero 
la più rigida morale ed uno spirito 
affatto cittadino, così per dare un esem- 
pio di queste qualità insieme associa- 



Il3 

te, aggiuntavi l'altra virtù sì necessa- 
ria ne' governi Repubblicani, della wo- 
dc razione, fece dipingere ne'la stessa 
sala il Doge Domenico Michiel in atto 
di ricusare 1' offerta sovranità della Si- 
cilia. 

A questo modo i Magistrati della 
Repubblica di Venezia facendo delle 
belle arti l 1 uso più nobile e più de- 
gno , se ne servivano non meno per 
ricompensare che per istruire. Più saggi 
in ciò degli antichi che si ristringe- 
vano ad innalzar delle statue, monu- 
menti che finivano col condurre gli 
animi ad una specie d' idolatrìa verso v 
le persone, anziché ad un giusto en- 
tusiasmo per le azioni, e che non avea- 
no, come i nostri, il vantaggio di dif- 
fondere i semi della morale, porgendo 
insieme col testimonio della pubblica 
riconoscenza anche il precetto e l'esem- 
pio colla rappresentazione di fatti glo- 
riosi ed atti a sublimare la fierezza . 
Repubblicana. 

Voi IL 8 



»4 

&edóa Aers ut, /weda 
DI COSTANTINOPOLI. 

V edemmo già come le guerre dei 
Crociati avessero per oggetto la libe- 
razione di Gerusalemme; ora vedremo 
come allo spirito di Enrico Dandolo 
la liberazione di Gerusalemme servisse 
di pretesto per conquistare l' impero 
di Costantinopoli ? e verremo con ciò 
a parlare di un' impresa felice che ca- 
povolse un grand' impero, e decidendo 
della fortuna di due grandi nazioni, 
portò la potenza Veneziana al più alto 
grado di splendore a cui siasi giam- 
mai innalzata. 

3Non puossi proferire il nome di En- 
rico Dandolo, che fu il promotore ed 
il capo di questa grande conquista, 
senza che si desti ne' cuori de' veri 
Veneziani un nobile orgoglio di averlo 
avuto per concittadino. Dotato di uno 



n5 
spìrito elevato, ne concepì tosto il di- 
segno, e lo diresse con sano giudizio 
e con sagacità infallibile. Seppe pre- 
veder da lungi gli avvenimenti, far 
nascere destramente le circostanze, pre- 
valersi del bisogno che delle sue forze 
altri aveva, col far occultamente con- 
correre al maggior vantaggio della sua 
patria tutti gli stranieri interessi. Ninno 
meglio di lui conobbe quelli di Ve- 
nezia, ninno li sostenne e difese con 
più energia, con più intelligenza, con 
più ardore e con più disinteresse per- 
sonale. Comandante della flotta, spiccò 
per tutte quelle virtù che costituisco^ 
la gloria di un capo; vigilante senza 
inquietudine, giusto senz 1 asprezza, esat- 
to senza rigore , buono senza debo- 
lezza. Tale era il Dandolo, e ben me- 
ritava il fregio del diadema Ducale 
che gli fu conferito solo dopo gli anni 
80, e quando la sua vista era al sommo 
indebolita per lo tradimento dell 1 im- 
peratore Emanuele , che mentre egli 
stava ambasciatore alla sua corte, avea 
tentato di bruciargli gli occhi con un 



n6 

riverbero. A tale difetto suppliva però 
largamente la magnanimità e l'altezza 
dell' animo suo, come da ciò che di- 
remo si potrà rilevare. 

Verso la fine del duodecimo secolo 
gli affari de' Cristiani andavano alla 
peggio nell 5 Asia. Li Turchi avean loro 
distrutti degli interi eserciti 3 Gerusa- 
lemme era presa s e Lusignano che vi 
comandava rimasto era prigioniere : 
non v' avea insegna cristiana in quasi 
più alcuna delle provincie della Siria. 
La serie di tante disgrazie riaccese più 
che mai in tutto l'Occidente l'antico 
ardore delle Crociate. A quel tempo 
Costantinopoli era il teatro delle più 
tragiche catastrofi. Il voluttuoso riposo 
dell' imperator Isaaco era già stato di 
frequente turbato da sollevazioni e da 
congiure secrete; poscia egli stesso ca- 
duto era nelle trame di un fratello, 
che dominato dall'ingorda sete di re- 
gnare , la quale conduce al delitto e 
all' atrocità, aveva per acquistare il pre- 
cario possesso di un trono vacillante, 
postergati tutti li sentimenti di natu- 



n 7 
ra, di dovere e fedeltà. Mentre Isaaco 
stava trattenendosi colla caccia nelle 
valli della Tracia, Alessio di lui fra- 
tello si rivestì della porpora fra le ac- 
clamazioni di tutto l'esercito; e la ca- 
pitale ed il clero applaudirono a que- 
sta scelta. Isaaco non seppe la sua ca- 
duta, che allora quando si vide inse- 
guito dalle sue guardie. Fuggì solo 
senza risorse in Macedonia; ma nem- 
men colà giunse ad evitare un più 
sciagurato destino : perciocché venne 
arrestato e condotto in Costantinopoli, 
dove gli furono cavati gli occhi, indi 
gettato in una solitaria torre, e tenuto 
in vita a solo pane ed acqua per suo 
maggiore tormento. Il di lui figlio Ales- 
sio suo successore naturale all'impelo, 
ebbe la sorte di fuggire. Vestito da 
semplice marinajo andò a ricoverarsi 
sur un bastimento mercantile Vene- 
to, che lo sbarcò in Sicilia. L' altro 
Alessio si sostenne nell' usurpato trono 
colla forza delle sue violenze, e per 
sett 5 anni stette godendo il buon esito 
de' suoi misfatti. 



nS 

Un tal ordine di cose offriva ai cri- 
stiani sempre maggiori pericoli pel loro 
passaggio; altri pure ne esistevano dalla 
parte della Germania e della Unghe-> 
ria. I soli Veneziani potevano offrire 
ai Crociati i mezzi necessarj per un 
passaggio sicuro e pronto nel Levante; 
talmentechè questi unanimemente de- 
terminaronsi a spedire oratori a Venezia 
per ottenere il desiderato effetto. Ven- 
nero accolti favorevolmente; si segna- 
rono le condizioni preliminari, ed i 
Veneziani adempirono ben presto i 
loro impegni. Ma al momento di affi- 
dare ai Crociati la flotta convenuta ? 
questi si trovarono nelP impossibilità 
di sborsare la somma promessa di 
ottantacinque mila marche d 1 argento. 
I Veneziani già preveduta aveano assai 
prima quest'impossibilità, ma non per- 
tanto non avevano rallentate le loro 
operazioni, anzi l 1 apparecchio fu mag- 
giore di quanto erasi stabilito, perchè, 
destri com'erano, miravano ad inte- 
ressi maggiori , e principalmente al 
partaggio delle conquiste che preve- 



"9 
devano potersi fare. Intanto il Doge 
propose un accomodamento, che riu- 
scire poteva utile ad entrambe le parti. 
Quest'era, che a' Crociati aju tasserò i 
Veneziani a toglier Zara, capitale della 
Dalmazia , dalle mani del re d'Unghe- 
ria che custodivala con somma vigi- 
lanza; e dal canto suo egli prometteva 
che la Repubblica grata a questo ser- 
vigio, avrebbe accordato ai Crociati 
tutto il tempo necessario a saldare il 
loro debito ; anzi consentirebbe che 
l' intero pagamento si dilazionasse sino 
al ritorno dalla Terra Santa. Questa 
proposizióne offriva tutte le apparenze 
di un vantaggio reciproco ; nondimeno 
insorsero alcune difficoltà, che a quei 
tempi erano d' un gran peso. Una bolla 
del Papa formalmente portava la sco- 
munica a tutti quelli che prendessero 
V armi contro un principe cristiano , 
qual ch'egli si fosse. Il Dandolo, da uo- 
mo del più gran senno, combattè con 
forza e distrusse gli scrupoli de' Cro- 
ciati, facendo conoscere che allora trat- 
tavasi di ricuperare 1 possessi proprj, 



120 

e di ricondurre all' obbedienza sudditi 
ribelli; al che il Papa non avea diritto 
di opporsi. Egli infine seppe condurre 
gli spiriti deboli al termine a cui vo- 
leva , cioè all'intera esecuzione de' suoi 
disegni. L' assedio di Zara fu deciso , 
e poco passò di' essa fu costretta ad 
arrendersi. 

Tale conquista non fu per il Dan- 
dolo che il principio di altre più im- 
portanti e più utili. In tale speranza 
propose egli di svernare in Dalmazia, 
sotto pretesto di aver così il tempo 
necessario per meglio apparecchiarsi 
alla conquista dei luogi sacri. Si trovò 
giusta la proposizione, perchè nessuno 
penetrò le di luì vere intenzioni ; ma 
egli era ben sicuro di ricever presto 
nuove del giovine Alessio. Questo 
principe , contando assai siili' equità e 
siili' umanità del Papa, erasi a lui ri- 
volto per ottenere soccorso , ma non 
ne aveva avuto che semplici parole di 
consolazione. In appresso come seppe 
V arrivo in Venezia dei Crociati, quivi 
recossi sperando di meglio riuscire pres- 



121 

so di loro ; ma que* principi , unica- 
mente intenti alla spedizione di Terra 
Santa , lo consigliarono a portarsi dal- 
l' imperatore Filippo , che avea per 
moglie Irene sua sorella. Alessio, nulla 
avendo di meglio da sperare, andò in 
Germania j ma Filippo, che aveva in 
Ottone un competitore da temersi, nes- 
sun soccorso poteva dar sul momento; 
il più che potè fare per il cognato , si. 
fu di consigliarlo a ritornarsene presso 
i Crociati che si trovavano allora in 
Zara, e di offrire tutto ad essi per po- 
ter da loro qualche cosa ottenere. Vi 
aggiunse per altro una sola lettera 
commendatizia al Doge di Venezia _, 
in cui erano esposte le vantaggiose 
proposizioni di Alessio di sua propria 
mano sottoscritte. Prometteva egli per 
se* e per suo padre ? che , tosto che 
avessero ricuperato il trono di Costan- 
tinopoli, cessar farebbesi il lungo sci- 
sma de' Greci ? e si sottometterebbero 
essi ed i loro sudditi alla Chiesa Ro- 
mana. Impegnavasi inoltre di ricom- 
pensare le fatiche ed i servigi dei Cro- 



Ili 

ciati col pagamento immediato di du- 
cente mila marche d' argento ; di se- 
guire 1 pellegrini in Egitto, oppure 
dove più fosse loro piaciuto; di man- 
tenere per un anno a sue spese dieci 
mila uomini , e durante tutta la sua 
vita cinque cavalieri pel servigio di 
Terra Santa. 

Niente di meglio aspettare potè vasi 
il Doge, la cui eloquenza fece deter- 
minar la spedizione in favore del prin- 
cipe. Ma al momento della partenza 
non si trovarono più che Veneti e 
Francesi; tutti gli altri Crociati, più 
intimoriti dagli scrupoli, dai pregiu- 
dizi e dalla l° r0 timida coscienza, che 
animati dall'umanità e dalla giustizia, 
ricusarono d' imbarcarsi. 

La navigazione fu felice, e la flotta 
trovossi in breve sì vicina a Costanti- 
nopoli, da poter contemplare con vera 
ammirazione la capitale dell'Oriente, 
che anzi sembrava piuttosto quella del 
mondo intero, innalzandosi essa sulle 
sue colline, e dominando il continente 
dell'Europa e dell'Asia. I raggi del 



is3 
sole indoravano i tetti de 9 templi e de' 
palagi, e si riflettevano sulla superficie 
delle acque. Le mura formicolavano 
di soldati e di spettatori. Tanta mol- 
titudine di gente valse per un mo- 
mento ad indebolire il coraggio de* 
Crociati, molto più considerando, che 
dalla nascita del mondo non erasi giam- 
mai osato tentare un'impresa sì peri- 
gliosa. Ma l'eloquenza del Dandolo 
seppe rianimar il valore e le speranze 
in tutti i cuori, ed ognuno gettando 
gli occhi sulla propria spada o sulla 
lancia giurò di vincere o di morire 
gloriosamente. 

Prima però di nulla intraprendere, si 
deliberò di spedire Ambasciatori al- 
l' usurpatore Alessio, intimandogli di 
rimettere la città e lo scettro a Isaaco 
ed al giovane Alessio , che n'erano i 
padroni legittimi. 11 tiranno non solo 
ricusò di arrendersi, ma minacciò per- 
sin della vita gli stessi Ambasciatori. 
Tal rifiuto fece risolvere li Crociati a 
non più dilazionare l'attacco della città. 
Sì bene corrispose la riuscita, che ben 



124 

presto i Greci furono ridotti alla di- 
sperazione. Si sollevarono essi contro 
l'usurpatore, il quale potè a stento 
fuggire ricovrandosi in Tracia, e non 
lasciando di se altro vestigio che un 
ricco stendardo, per cui i Latini pote- 
rono poscia conoscere, che combattuto 
avevano contro un Imperatore. Il po- 
polo allora corre alle carceri, ove sta 
rinchiuso il vecchio, il cieco, lo sven- 
turato Isaaco, spezza le sue catene, lo 
ristabilisce sul trono, prostrasi a' suoi 
piedi senza ch'egli discerner possa l'o- 
maggio vero dalla gioja simulata. 

I Crociati ricevettero deputati dal 
legittimo Imperatore, che rimesso ne' 
suoi diritti era impaziente di abbrac- 
ciare suo figlio , e di ricompensare i 
suoi generosi liberatori. Ma questi li- 
beratori generosi non erano però di- 
sposti a rilasciare il loro ostaggio pri- 
ma della ratifica del trattato già con- 
chiuso col giovane Alessio. A tale og- 
getto si scelsero quattro deputati col- 
l'apparente pretesto di felicitare l'Im- 
peratore. Al loro arrivo le porte della 



!?.5 

città vennero aperte, una doppia fila 
di soldati faceva ala in ogni strada 
dove aveano a passare. Giunti nella 
sala del trono _, i loro occhi furono 
abbagliati dallo splendore dell'oro e 
delle gemme, solita sostituzione al po- 
ter vero e alla vera virtù. Dopo i ce- 
remoniali, si fece conoscere alP Impe- 
ratore il reale oggetto della loro ve- 
nuta ; ed egli comprese chiaramente, 
che conveniva soddisfare a, tutti que- 
gli obblighi che promesso aveva suo 
figlio. Ciò fatto, gli ambasciatori par- 
tirono ; dopo di che li Confederati 
condussero in trionfo il giovane Ales- 
sio in Costantinopoli, che vi venne 
accolto col massimo trasporto di gioja 
da tutti gli abitanti. L'incontro dei 
due principi fu commoventissimo ; i 
loro teneri abbracciamenti interrotti 
non venivano che dagli slanci della 
riconoscenza verso i loro liberatori. 

Isaaco vecchio ed infermo volle as- 
sociare il figlio all'impero. Ciò piacque 
a tutta la nazione ? poiché la saggia 
gioventù di Alessio e le sue sventure 



fii6 

gli avevano guadagnato tutti i òuoriv 
La cerimonia dell'incoronazione si fece 
a santa Sofia con una magnificenza 
impossibile a descriversi. I Crociati 
ebbero i posti di onore, e tutti i con- 
trassegni della più alta considerazione. 
Ma siccome pochi sono quegli uo« 
mini straordinarj che , al par di Ca- 
millo, possano dire, che gli onori nori 
aveano punto gonfiato il suo orgoglio, 
né le sciagure abbattuto, così non v'è 
da meravigliarsi se Alessio rimesso nel 
sommo della grandezza cangiasse le 
disposizioni del suo spirito a segna 
d'insuperbirsi della sua prosperità , e 
di attribuire alla propria virtù quella 
felicità che attualmente godeva. Quindi 
ne derivò, ch'egli non si credette più 
in obbligo di eseguire gli articoli del 
trattato. Per maggiore sua disgrazia , 
uno scellerato per nome Murtzulfo, 
docile ed insinuante come sono la più 
parte de' traditori , seppe guadagnare 
la confidenza del giovane principe, 
troppo inesperto ancora per sapere che 
gli adulatori sono la peste di ogni gè- 



I2 7 

nere di società e particolarmente delle 
corti. I barbari consigli di quest' ab- 
ominevole cortigiano trascinarono di 
errore in errore il debole monarca , 
fino al punto d' approvare l'orrido di- 
segno d'incendiare la Veneta flotta. E 
allora quando il genio del Doge Dan- 
dolo seppe render vana tale attentato, 
Murtzulfo approfittando del colpo fal- 
lito , rese Alessio sospetto al popolo 
d' essere d' intelligenza con i Latini. 
Tanto bastò perchè la sfrenata molti- 
tudine si sollevasse contro di iui ; e lo 
facesse cader morto sotto a' suoi colpi. 
Anche Isaaco spirò in mezzo alle con- 
vulsioni, ed il traditor Murtzulfo fu 
proclamato Imperatore. 

Alla nuova di quest'orribile cata- 
strofe, i Crociati giurano sull' istante 
di punire la perfida nazione che inco- 
ronato avea un assassino. Sfidano a 
guerra mortale il tiranno, e vogliono 
la conquista di Costantinopoli. Il vo- 
lere ed il riuscirvi fu Y opera di poco 
tempo. Il tiranno si fugge , le porte 
della città si aprono, i Greci vengono 
ad implorar la clemenza de' vincitori. 



128 

Ai 12 di aprile dell'anno 1204 cadde 
dunque la famosa città, che dopo avere 
lungo tempo dominato l'universo era 
divenuta l'ultimo centro della romana 
grandezza; che nei giorni nuvolosi del 
suo spirante splendore era stata il tea- 
tro delle più tragiche scene, l'asilo di 
ogni sorta di perfidie e di eccessi, e 
che infine dovette succombere con sua 
gran vergogna a fronte di soli venti 
mila Latini, di cui essa avea irritato 
lo sdegno, e da 1 quali, se avesse otte^ 
nuto il perdono, sarebbe stata troppo 
felice. 

Orrenda cosa è a ridirsi quale fosse 
il saccheggio, l'incendio, la strage, 
Puossi asserire con certezza, che il 
Dandolo rinnovò il fatto di Scipione, 
che distrutta Cartagine si volse mesto 
a guatarne le rovine. Egli avrebbe de- 
siderato di poter almeno salvare intatto 
ciò che pur rimaneva dopo i due ter- 
ribili incendj e devastazioni della città. 
Ma a que' tempi ancor barbari non 
era possibile frenare la cupidigia del 
soldato conquistatore ; il cui premio 



I2 9 

principale era il saccheggio della città 
e degli abitanti. Pure il Dandolo tutto 
pose in opera per minorar i mali, ed 
al saccheggio stesso diede un qualche 
ordine. Tre chiese vennero assegnate 
come deposito del bottino, sotto pena 
della scomunica e della morte a chiun- 
que avesse disobbedito. Per intimorire 
anche coli' esempio , venne appiccato 
con le sue armi e con lo scudo al collo 
un ajutante di campo del conte di 
S. Polo convinto di avere violato que- 
sto sacro dovere. Ciò rese per lo meno 
gli altri più destri e più prudenti; ma 
l'avidità la vince sempre su la paura, 
e l'opinione generale valuta il saccheg- 
gio secreto molto superiore al pub- 
blico, quantunque questo per relazione 
di parecchi scrittori di quel tempo fosse 
sì grande, che l'eguale non fu veduto 
giammai. Baldovino scrivendo al Papa 
asseriva, che a sua estimazione non si 
troverebbe in tutto il resto di Europa 
un ammasso di ricchezze simile a quello, 
che i Crociati diviso si aveano fra loro. 
Voi li 9 



i3o 

Il che non deve parere strano, se si 
considera che Costantinopoli godeva 
della miglior posizione riguardo al 
commercio ; che eccessivamente felici 
erano le sue campagne; che da nove 
secoli stata era la sede degl'Impera- 
tori , e, per così dire , la capitale del- 
l'universo ; che in essa trovavansi le mi- 
gliori manifatture, essendo il fondaco 
dell'Asia e di gran parte dell'Europa, 
a cui le nazioni venivano a gara per 
approvvigionarsi di tutte le mercan- 
zie più rare e più preziose ; eh* era 
insomma il centro del buon gusto e 
delle belle arti. A tutto ciò fa anche 
duopo aggiungere, che questa città era 
stata arricchita dalle spoglie dell' an- 
tica Roma, portatevi da Costantino, al- 
lorché venne a fissarvi il suo trono 
imperiale e a darvi il suo nome. Que- 
ste ricchezze si erano altresì aumen- 
tate, mercè che in un sì lungo spazio 
di tempo essa non aveva mai sofferto 
ne perdita alcuna _, ne alcun disastro. 
Sembrerebbe a primo colpo d' occhio, 
che le ricchezze di Costantinopoli fos- 



i3i 
sero passate dall'una all'altra nazione, 
e che la perdita e le sciagure de 1 Greci 
fossero state esattamente compensate 
dalla gioja e dai vantaggi de' Latini; 
ma nel giuoco funestissimo della guer- 
ra, il guadagno non eguaglia mai la 
perdita. Ed in fatti da questa i Latini 
non trassero che un vantaggio abba- 
gliante e passeggiero 7 mentre i Greci 
piansero sulla rovina irreparabile della 
patria. 

Si venne alla divisione del bottino. 
V ha chi pretende , che i Veneziani 
vedendo come i Francesi si rivendeva- 
no a vii prezzo ai Greci tanti sontuosi 
monumenti, e colavano per avidità di 
oro gli avanzi preziosi delle statue di 
bronzo che rimanevano tuttavia dopo 
gli incendj della città, che consumato 
aveano immense ricchezze, atterrati gli 
edifizj , mutilate le statue ? abbiano 
essi offerto di prender per loro la 
massa totale delle spoglie, dando a cia- 
scun cavaliere quattrocento marche 
d'argento, ducento ad ogni prelato e 
ad ogni ufficiale , cento ad ogni sol- 



i3i 

dato. Se falsa è la tradizione, vero è 
però che i Francesi nulla recarono con 
se , ed i Veneziani all' incontro , più 
esperti conoscitori anche in quel se- 
colo delle arti belle, vi trasportarono 
quantità di ricche suppellettili, gioje , 
pietre, anelli, tratti dal tesoro imperia- 
le , vasi d' oro , d' argento , d' agata , 
sorprendenti per la loro grandezza , i 
quali erano stati portati in trionfo da 
Gneo Pompeo dopo la sua vittoria su 
i Re Tigrane e Mitridate ; coppe di 
turchina, di diaspro, di annalista, la- 
vorate da' più insigni professori dei- 
Parte: monumenti illustri dell'ingegno 
degli Arabi che vi aveano scolpiti de' 
caratteri nella loro lingua. Tutto ciò 
rende probabile, ch'essi inoltre quindi 
apportassero e quadri, e statue, e ma- 
noscritti. Ma è fuor di dubbio che vi 
asportarono que' quattro cavalli di me- 
tallo dorato, non meno famosi pel loro 
moltiplice traslocamento, che per la 
venustà delle loro forme. Tanti cospi- 
cui tesori vennero ad abbellire la no- 
stra città, ed i cavalli furono posti da 



i33 
prima dentro dell'arsenale, ma sem- 
brando che ivi non fossero bastante- 
mente esposti alla comune vista , ne 
conseguissero la dovuta ammirazione, 
s' innalzarono nella facciata della Ba- 
silica di san Marco. V ha chi afferma, 
che per aggiunger loro un carattere 
allegorico, dimostrante che Venezia non 
aveva mai sofferto il giogo di stranie- 
ra potenza , fu spezzato il freno che 
per r innanzi portavano in bocca, tal- 
ché rappresentassero lo stato di una 
generosa e magnanima libertà. Colà 
grandeggiarono trionfalmente pel corso 
di quasi sei secoli. Indi una pace sen- 
za guerra, un trattato senza condizioni, 
una vendita senza compensi, li fecero 
trasportar a Parigi. Eppure chi mai 
creder potrebbe che a' giorni nostri vi 
fosse ancora un francese, il sig. Sobry, 
che dopo aver osato di scrivere e di 
stampare , che i Francesi prendendo 
Costantinopoli , s'impossessarono de"* 
quattro cavalli di bronzo dorato , e 
ne fecero un dono alla Repubblica 
di Venezia > che ne ornò l'ingresso 



i34 

della sua capitale (quasi che la capi- 
tale della Repubblica fosse la basilica 
di S. Marco ), osò di scrivere e stam- 
pare nou meno , che conquistata poi 
adì Francesi la città di Venezia (senza 
dubbio col mezzo di truppe a cavallo 
trascorrenti la mercerìa , come una 
loro incisione dimostra ) i Francesi se 
li fecero suoi nuovamente > e li tra- 
sportarono come cosa propria a Pa- 
rigi. Certo è che da Parigi vennero 
rimossi mercè le vittorie de' principi 
alleati. L 5 imperatore d' Austria pensò 
che fatto avrebbe cosa degna del suo 
cuore coli' ordinare, che non già nella 
sua capitale di Vienna, ma nella città 
di Venezia fossero ricondotti a testi- 
monio perpetuo e irrefragabile del* 
l'antico valor Veneto. Tal ordine ema- 
nato, venne tosto eseguito. Volle egli 
inoltre , che si riponessero nel primo 
lor sito a meglio ridestare negli abi- 
tanti un vivo senso di gioja , che an- 
dasse del pari coi vivo senso di do- 
lore esperimentato allorché ne vennero 
tolti. Di fatti al rivederli colà, il pò- 



i35 
polo giubilante parve dimenticare che 
quello fosse un dono , e gli si risve- 
gliarono i sensi dell 1 antica sua gran- 
dezza, di cui andava superbo nell'e- 
poca gloriosa , che padroni ne avea 
renduti i nostri antenati. Dono per 
altro è questo preziosissimo; dono di 
augurio fortunatissimo , giacche ovun- 
que andarono questi cavalli, dietro si 
trascinarono lustro e prosperità , sic- 
come fu lor costume di partire da 
quegli Stati che decadevano di pos- 
sanza e di signoria. 

Dopo la divisione del bottino si ven- 
ne a quella delle terre. I Veneziani 
oltre le isole dell' Arcipelago , e pa- 
recchi porti sulle coste dell' Ellespon- 
to, della Frigia e della Morea, ebbero 
il possesso formale della metà di Co- 
stantinopoli. Anche questa disposizione 
fu opera di Enrico Dandolo, che non 
perdea mai di vista tutto ciò che ten- 
deva alla gloria e all'ingrandimento 
della Repubblica da lui riguardata qual 
potenza marittima. Felici noi se aves- 
simo sempre continuato a pensar così ! 



i36 

Per questa ragione appunto, egli avea 
scelto le isole , i porti e le piazze sul 
mare, considerandole come vere forze 
a cagione del commercio e della na- 
vigazione, e preferibili a tutti i pos- 
sessi del Continente. 

Dopo di ciò , il nostro Eroe , alla 
testa di una processione solenne for- 
mata da tutto il clero , dai principi , 
ed altri signori che a Costantinopoli 
trovavansi, andò a Santa Sofia a ren- 
der grazie all'Altissimo per avere du- 
rante tutta questa guerra benedette 
la armi degli alleati. Naturale era in 
vero che si riguardassero tutti questi 
prosperi successi come un favor cele- 
ste , quando consideravasi , che venti- 
mila uomini solamente avevano una 
gloria sì luminosa acquistata, ed un 
sì grand' impero soggiogato. Si fecero 
pur anco feste magnifiche tanto in 
città, che al campo. Venezia nell' in- 
tendere la gran nuova manifestò con 
brillanti feste la gioja che ne risentiva; 
e benché allora si entrasse nella Set- 
timana santa , niente però si ommisc 



i3 7 
per renderle decorose e belle. Ma quel- 
le poi che nel giorno di Pasqua si 
eseguirono, furono ancor più magnifi- 
che. Pure niente poteva esser parago- 
nabile, a quanto stavasi preparando per 
celebrare il ritorno dell'illustre vinci- 
tore , che la Repubblica ricompensare 
voleva con tutti i meritati onori ; ma 
la morte quasi fosse stata gelosa eli 
vederlo trionfante in patria , ce lo ra- 
pì, e tutta la gioja converse in uni- 
versale tristezza. 

Pietro Ziani , che gli successe nel 
seggio Ducale, giudicò di non poter 
meglio onorare la memoria di un cit- 
tadino sì degno, quanto col soddisfare 
a proprie spese al voto che fatto egli 
avea, di erigere a san Nicolò protet- 
tore de' marinaj , nel palazzo Ducale, 
una cappella , se ottenuto avesse il 
compimento de' suoi desiderj. Taato 
egli eseguì facendovi dipingere sulla 
muraglia la presa di Costantinopoli. 
Un incendio dopo molti anni ridusse 
in cenere la cappella ; ma un altro 
Doge, cioè Andrea Gritti rifare la fé- 



i38 

ce, e sin agli ultimi giorni della Re- 
pubblica si festeggiò ogni anno la 
memoria di questo fatto , recandosi i 
Dogi con tutta la Signoria nel dì 6 
dicembre ? giorno di san Nicolò , ad 
udire in questa cappella la messa so- 
lenne , ed a render atti di grazie al- 
l' Ente supremo che avea così bene 
favorite le nostre imprese. 

Il Governo volle eternare in altro 
modo ancora la memoria del grande 
avvenimento, facendone dipingere tutta 
la storia sulle pareti del palazzo Du- 
cale. Si provarono le fiamme di di- 
struggere tal monumento di gloria , 
ma invano; giacché alle prime incen- 
diate pitture ne vennero tosto sosti- 
tuite di nuove, le quali possiamo tut- 
tavia ammirare nella sala , che fu un 
tempo del Gran Consiglio _, ed ora 
accoglie la pubblica Biblioteca. Otto 
gran tele ci rappresentano le varie cir- 
costanze del fatto. I soggetti attuali 
sono in parte quelli stessi eh' erano 
stati trattati in antico. Io tenterò qui 
di farne la descrizione, per quanto 



i3 9 
una penna inesperta potrà seguir da 
lungi il vivace lavoro di portentosi 
pennelli. 

Quadro I. 

Domenico Tintoretto vi avea dipinto 
la cerimonia, ch'ebbe luogo nella chie- 
sa di san Marco air occasione di rati- 
ficare il trattato con i principi Cro- 
ciati alla presenza del popolo Veneto. 
Il Lorenese Giovanni le Clerc si ac- 
cinse a ripetere il fatto medesimo. Egli 
rappresentò V interno della chiesa di san 
Marco ricopiato dalF originale in mo- 
do da farne illusione. Tutti i principi 
Crociati vi sono raccolti e sì bene 
contraddistinti, che tu giungi a rico- 
noscer ciascuno. Ecco il conte di Fian- 
dra ; ecco Enrico conte di san Paolo; 
ecco Luigi conte di Savoja; ecco Bo- 
nifacio marchese di Monferrato, ed al- 
tri ancora. Il popolo Veneto si affolla 
per essere testimonio e giudice al tem- 
po stesso ; presta egli la massima at- 
tenzione al discorso del Doge Enrico 



i4o 

Dandolo. Questi dall'alto della tribuna 
sta annunziando pubblicamente gli ar- 
ticoli del trattato con li Crociati. Una- 
nime è l'approvazione; la gioja brilla 
negli occhi di ognuno; tutte le menti 
sono egualmente colpite da rispetto , 
da fiducia, da ammirazione verso que- 
sto venerabile vecchio , e malgrado le 
differenti attitudini degli spettatori , 
puossi facilmente indovinare, che il 
Doge Enrico Dandolo verrà, con uni- 
versale consenso , acclamato capo di 
questa grande spedizione. 

Quadro IL 

Anticamente in questo quadro Luigi 
di Murano aveva rappresentato Firn- 
ponente spettacolo offerto nelle lagune 
della flotta Veneziana composta di 100 
grossi vascelli, di 120 galee e di 60 
bastimenti da trasporto ? allestiti per 
la partenza. Distinguevansi pur anche 
quelle tre gran navi chiamate il Pa- 
radiso, il Mondo, il Pellegrino, che 
furono la meraviglia e lo spavento dei 



i4i 
nemici. Al momento di rimettere il 
quadro parve cosa poco importante il 
figurare un semplice apparecchio di 
navi , e si giudicò esser meglio l' e- 
sprimere un fatto. Quindi si diede per 
soggetto ad Andrea Vicentino la con- 
quista di Zara , richiamando per tal 
modo alla mente un'azione gloriosa 
de' Veneziani , ed un tratto conside- 
rabile della loro destra politica. Que- 
st'eccellente pittore ci presenta la vi- 
sta della città di Zara dalla parte del 
mare , ed insieme quella della nostra 
formidabile flotta, che ha già forzato 
l'entrata del porto , quantunque gli 
assediati Y avessero chiusa con forte 
catena. E soldati e marina j animati 
dal loro intrepido comandante Enrico 
Dandolo danno l' assalto alla città 3 
tutti a gara fanno giuocar i dardi e 
le balestre per tener lontani i nemici. 
Già le mura si scalano, già la città è 
presa : che cosa resta a fare ai miseri 
abitanti in sì crudele frangente? 



Quadro IH. 

L'unico rifugio per gl'infelici Zara- 
tini si era quello soltanto d'implorare 
clemenza e perdono al vincitore. Non 
1' osavano però; che troppe volte avea- 
no essi abusato dell'indulgenza dei Ve- 
neziani. Domenico Tintoretto nel suo 
quadro ci mostra la risoluzione presa 
dagli abitanti di Zara. Vedesi una lun- 
ga processione di donne e di giova- 
netti vestiti tutti di bianco , che in 
atteggiamento umile e sommesso van- 
no a giurar fede e obbedienza in no- 
me deVùttadini, ed a presentare al Doge 
le chiavi della città. Ad uno spetta- 
colo sì commovente tutti i Principi si 
mostrano inteneriti; s'interessano vi- 
vamente in loro favore, ed esercitano 
de' buoni uffizj presso i Veneziani , 
onde accordino il perdono a quei mes- 
si innocenti, che vengono ad implo- 
rarlo per tutti. Non v'è da dubitare; il 
Dandolo glielo concede, e di più leg- 
gonsi sul suo volto generose promesse 
di un avvenire veramente felice. I Ve- 



i43 
neziani non hanno mai mancato alla 
loro parola. 

Quadro IV* 

Jacopo Tintoretto in prima , poscia 
Andrea Vicentino espresse in questa 
tavola la scena interessantissima del 
giovane Alessio Comneno , che pre- 
senta ginocchioni al Doge Dandolo le 
lettere commendatizie dell 1 imperatore 
Filippo. Il Doge sta seduto sul suo 
trono circondato da' principi Crociati 
e da' suoi uffiziah. Il genio dell'artista, 
seppe rappresentare al naturale le di- 
verse sensazioni che provano que' per- 
sonaggi. L'attitudine del giovane prin- 
cipe ed il suo volto palesano abba- 
stanza qual vivo dolore lo penetri, ed 
ogni cuore se ne sente commosso. Il 
Doge che nulla più bramava pel com- 
pimento de' suoi voti , quanto que- 
sta comparsa, c'indica in tutta la sua 
fisonomia le di lui future speranze ; 
pure egli deve nascondere ciò che gli 
bolle in cuore. Sa di aver a fare con 



«44 

uomini di coscienza timida , e troppo 
facile a restare spaventata da quella 
potenza , che coperta da un mantello 
venerabile avea già stabilito l'opinione 
generale a piegare ogni cosa al suo 
volere; talmentechè v'era tutto da te- 
mere per parte di questi. Di fatti si osser- 
vano fra gli spettatori alcuni, i quali 
atterriti dalle bolle del Papa, guar- 
dano quasi con orrore quella flotta , 
che sta in qualche distanza, e che si 
può credere ora destinata per tutt' al- 
tra spedizione, che per quella di Terra- 
Santa. Pure sonovi alcuni altri tra gli 
astanti, che gettano pietosi gli occhi 
sul greco Principe, e già si mostrano 
disposti ad intraprendere tutto in suo 
favore. Essi sembrano partecipare delle 
pene e delle sciagure di un uomo , 
che nato in mezzo alle grandezze ec- 
cita viemaggiormente la compassione 
delle anime nobili e generose. 

Quadro Z 7 ". 

È nobil lavoro d' Jacopo Palma il 



i45 
giovane, il quadro che vien dopo. Una 
galleggiante selva di alberi, di anten- 
ne, di sarte, fra mezzo alle quali fiam- 
meggiano le Venete insegne, ci rap- 
presenta la nostra flotta, che dopo aver 
vittoriosamente superati que' due fa- 
mosi Promontorj di Sesto e di Abido, 
trovasi in faccia alle mura di Costan- 
tinopoli. L'usurpatore Alessio ricusa di 
arrendersi, e i Crociati sono risoluti di 
non più differire Y attacco. La catena 
che difendeva l'ingresso del canale è 
da' Veneziani spezzata. Vedi : la flotta 
è già nel porto ; il fuoco invade i va- 
scelli nemici ; un fuoco eguale si ap- 
picca a molti quartieri della città ; non 
v'è più salvezza per i Greci; tutto dee 
cedere dinanzi a sì valorosi guerrieri. 

Quadro VL 

Toccò al pennello di Domenico Tin- 
loretto il sottoporre agli occhi de ri- 
guardanti il magnifico aspetto di Co- 
>tantinopoli , che lungo le rive del 

Voi JL io 



i46 

mare distende le solide sue mura far» 
tificate di numerose torri. Tra le navi 
Venete dalle quali è cinta, si distin- 
guono quelle due sterminate^ il Para- 
diso e il Mondo , che insieme legate 
rendono più facile e più efficace Y ef- 
fetto delle macchine d'attacco. Se l'ar- 
dore de' soldati apparve grande nel 
primo conflitto, quando trattavasi di 
riporre sul trono avito un principe 
sventurato , qui è ancor più furibondo 
e terribile, trattandosi di vendicare il 
proprio onor vilipeso , e di punire la 
più nera perfidia. Il Dandolo è Fani- 
ma di tutta l'impresa. Armato da ca- 
po a piedi, egli sta più di tutti esposto 
ai colpi nemici. Innanzi a lui sventola 
lo stendardo di san Marco, e su quel- 
lo tutti giurano di vincere o di mo- 
rire. Una scarica generale di pietre e 
di dardi dà principio all' assalto : i 
Francesi sono audaci; i Veneziani abi- 
lissimi. In mezzo a torrenti di fuoco 
greco che investe gli assediarti ? si 
ravvisa Pietro Alberti veneziano, che 
slanciasi fuori del vascello, s'arram- 



m 

pica sopra una delle torri , ne guada- 
gna la sommità, salta sulla piatta-for- 
ma colla sciabola alla mano, attacca , 
uccide , rovescia tutto ciò che incòrt- 
tra, e già lo stendardo della Croce è 
piantato sulle mura nemiche. Andrea 
d' Urboise francese fa altrettanto sopra 
un' altra torre, ed una folla di soldati 
valorosi respingono i Greci, e li ro- 
vesciano dall' alto delle mura. Si sfor- 
zano le porte della città, i nemici fug- 
gono, i Crociati inseguono, ed a gran 
colpi e senza distinzione tutto abbat- 
tono. Generale è Y orrore , la confu- 
sione, il macello. Poiché per salvar la 
città più non vale la forza, si ricorre 
alle preghiere. Ed ecco in fatti in 
mezzo al bollor della mischia uscire 
dalla porta una lunga processione. Vi 
precede il clero colla croce inalberata 
e colle sante reliquie. Il popolo senza 
capo e senza soldati venne ad implo- 
rar la clemenza de' vincitori. Il Doge 
ed i Principi sono troppo generosi per 
abusare della sommissione di tutta que- 
sta moltitudine supplicante. 



i4B 

Quadro FU. 

Scena egualmente grandiosa fu ri- 
serbata alla bravura di Andrea Vicen- 
tino, onde rimettere il dipinto di Fran- 
cesco Bassano, che fatalmente perì. 
Egli fé brillare il suo talento e la 
ricchezza della sua immaginazione nel- 
l' aprirci il magnifico tempio di santa 
Sofia, in cui dodici elettori, parte Ve- 
neti, parte Francesi, stanno raccolti 
sopra una specie di tribuna per la 
creazione del nuovo Imperatore. Ben- 
ché si tratti di acquistare la prima 
corona del mondo, V attitudine di tutti 
que' personaggi ci assicura non esservi 
rivalità fra loro, non brighe di alcuna 
specie; tutti egualmente operano di 
buona fede : esempio assai raro fra due 
popoli emuli nel valore , in una ele- 
zione di tanta importanza. Gli sguardi 
di ognuno sono particolarmente diretti 
verso il Doge. L' alta considerazione 
eh 5 egli gode , farà certamente cadere 
su di lui la scelta. Repubblicani non 
temete, ch'egli preferisca altri titoli a 



'49 
quello di libero cittadino, né altri in- 
teressi che quelli della sua patria! 

Quadro FUI. 

Il giovane Baldovino conte di Fian- 
dra è creato Imperatore. La cerimonia 
della sua incoronazione era Y unico 
fatto, che mancasse a presentarci com- 
piuto il grande avvenimento. Se noi 
possiamo più vedere quale lo avea 
ideato Francesco Bassano, non abbiamo 
troppo di che dolerci, mentre Antonio 
Vassilachi, detto PAliense, che venne 
trascelto a rinnovarlo, fu pittor tale 
da eccitar la gelosia nello stesso ma- 
gnifico Paolo. Qual v'è cosa più stu- 
penda della Piazza Maggiore di Co- 
stantinopoli variamente fregiata di log- 
ge, di piramidi, di palagi? La gran- 
d'arte della prospettiva usata sì nella 
disposizione degli edifizj , come nella 
collocazione e negli scorci delle infi- 
nite figure, ond'è composta la folla 
del popolo accorso alla funzione , e* 
fa comprendere la grande estensione 



•ì'So 

del luogo. Ma i nostri sguardi vaganti 
per sì vasto spazio, vengono presto 
richiamati a fissarsi sopra il gruppo 
più vicino, che forma il soggetto pri- 
mario del quadro. Sopra un'alta gra- 
dinata s'innalza un trono coperto di 
ricco baldacchino , e sul trono siede 
quell' eroe sì degno dell' immortalità $ 
quel modello del vero Repubblicano , 
quell'Enrico Dandolo infine, il quale 
sta in atto di riporre sul capo del 
nuovo monarca una corona , che il 
comun voto avrebbe volentieri riposta 
sul suo. Ma egli è più contento di 
disporre delle corone che di conse- 
guirle. Baldovino benché vestito con 
regal pompa, e collo scettro in mano 
gli sta ginocchioni dinanzi. Tutti gli 
spettatori sono giubilanti: godono del 
proprio stupore , né sanno che cosa 
ammirar più , se il nobile disinteresse 
dell'uno, o la fortuna dell'altro. 

Oh pittura , arte divina e vero in- 
canto de' sensi, quanta lode a te non 
si deve, che sì felicemente perpetui le 
grandi azioni; e quasi vive le presenti 



i5i 
anche agli occhi del volgo, del che 
certo vantar non si possono le dotte 
carte degli scrittori ! Ma quanta lode 
insieme non è dovuta agl'illustri capi 
del Veneto Governo, che non ommi- 
sero giammai occasione di rivolgersi a 
così nobile uso, e nell'atto d'immor- 
talare gli eroi benemeriti della patria, 
animarono pur anco il genio degli 
artisti, aprendo alla posterità una car- 
riera, nella quale non lascieranno giam- 
mai i Veneziani di tenere il posto più 
luminoso ! 



IJ2 

» » » » » »T7»77» »»» »»» VTTTtTTTTTTTTTTTTT» 

yfieóta A&r la ^ < waAe^a^cone 
DI CANDIA. 

IVXalgrado tutti i vantaggi che 1' il- 
lustre Doge Enrico Dandolo ritratti 
avea dalla celebre conquista di Co- 
stantinopoli , egli non era pago abba- 
stanza; desiderava inoltre il possesso 
dell'isola di Candia. Questa era stata 
ceduta a Bonifacio marchese di Mon- 
ferrato da Alessio figlio d'Isaaco, mer- 
cè di un particolar trattato. Il Dan- 
dolo seppe fare in modo , che Boni- 
facio gliela cedette, mediante una grossa 
somma di danari. Non potea però dirsi 
pagato a troppo caro prezzo un ac- 
quisto di sì grande utilità. Quest'iso- 
la, che anticamente chiamavasi Creta, 
venne celebrata da molti scrittori. No- 
mavasi P Isola di cento città , delle 
quali ai tempi di Plinio ne esistevano 
ancora quaranta. La sua fama fu tale, 
che perfino si ebbe ricorso alla mito- 



i53 
logia per innalzarne la gloria. Dice- 
vasi essere stata governata dagli Dei, 
o almeno da alcuni uomini , che agli 
Dei rassomigliavano. Ciò che antica- 
mente correva intorno al re Minosse, 
viene ripetuto anche oggidì, se non 
come una verità di quei tempi, almeno 
come il miglior esempio da essere of- 
ferto ai monarchi; poiché secondo gli 
storici più antichi , egli fu che colla 
sua saggezza e moderazione rese Creta 
possente e felice: gloria, dice Fenelon, 
che ha cancellato quella di tutti i 
conquistatori _, i quali vogliono fare 
servire i popoli alla lor gloria , cioè 
alla loro vanità. 

La posizione di quest' isola è la più 
vantaggiosa, per lo commercio. Trovasi 
all' imboccatura deir Arcipelago ; ha 
l'Europa da una parte, l'Asia e l'A- 
frica dall'altra, che tiene, per così 
dire, in soggezione. Essa è circondata 
da colline piacevoli , da fertili valli , 
da ^montagne coperte di pini e d'abeti 
molto opportuni alla costruzione de' 
vascelli; ed a' piedi di queste monta- 



i54 

gne verdeggiavano una volta boschetti 
di cedri e di aranci odorissimi. Non 
potevasi vedere senza ammirazione il 
gran numero di armenti e di greggie, 
che mugghiando e belando si disper- 
devano per quelle ridenti vallate , e 
pasturavano in mezzo a salubri prate- 
rìe innaffiate da pure sorgenti , e da 
ruscelli che le dividevano. L'occhio 
scorreva deliziosamente sopra que* cam- 
pi da ricche messi coperti , che veni- 
vano a terminare alle falde de' colli, 
su cui le viti pendenti in festoni dagli 
alberi, offrivano bei gruppi variamente 
colorati , e contenenti un succo dolce 
e spiritoso, che prometteva ai vendem- 
miatori una bevanda, nella quale do- 
veano ben presto perdere la rimem- 
branza delle loro fatiche e dei loro 
lavori. Non conviene dunque maravi- 
gliare, se un'isola sì feconda sia stata 
sempre vagheggiata da tutti i conqui- 
statori. Di fatti moltissimi e Greci e 
Barbari ne fecero, or questi or quelli, 
la conquista. Metello , dopo la sua vit* 
toria sopra Antiochia, la sottomise alla 



i55 
Repubblica Romana. Fu pure soggetta 
agl'imperatori di Roma anche dopo 
che il seggio imperiale si trasportò in 
Bisanzio. Venne poscia presa e sac- 
cheggiata più volte dai Saracini. Fu- 
rono essi che le cangiarono il nome, 
e la dissero Candid , forse a cagione 
della bianchezza de' suoi monti , che 
secondo Strabone , chiamavansi can- 
didi o bianchi. Questi nuovi con- 
quistatori vi costrussero la metropoli, 
che venne egualmente detta Candia. 
Tre secoli dopo ritornò in potere eie' 
Greci sotto il regno dell'imperatore 
Niceforo Foca, e vi rimase fino all'e- 
poca in cui fu ceduta al marchese di 
Monferrato, o sia ai Veneziani. 

Se Venezia alla nuova d'un acqui- 
sto sì importante sentì tutti i trasporti 
della gioia , i Gandiotti al contrario 
merce dell'odio implacabile che avea- 
no giurato ai Latini, si abbandonaro- 
no alla desolazione per essere stati 
ceduti alla Repubblica. Si lusingarono 
nondimeno di poter colla loro unione 
respingere questi nuovi padroni, ed 



i$6 

assicurarsi da ogni invasione. Ma al 
momento dello sbarco^ tutto loro man- 
cò. Il valore de' soldati Veneziani e 
la buona condotta de 1 loro capi ne 
compierono tosto la conquista. 

Cominciossi in prima dall'esaminare 
qual Governo potesse meglio conve- 
nire a quest'isola, avuto riguardo alla 
sua estensione , allo spirito ed all' u- 
more de' suoi abitanti. Dopo mature 
riflessioni fu deciso di trasportar in 
Candia una numerosa colonia di Ve- 
neti nobili e plebei, i quali aumen- 
tando la popolazione, potessero insie- 
me bilanciare la forza attuale del re- 
gno. Vennero assegnate ad essi alcune 
terre , e data una costituzione Repub* 
blicana simile a quella della Capitale, 
a cui Candia dovea per sempre essere 
unita e soggetta. Il primo Doge che 
partì per Candia co' suoi Coloni , fu 
Jacopo Tiepolo. 

Malgrado delle ben saggie ed av- 
vedute sollecitudini de' Veneziani, essi 
non poterono soffocare la rabbia degli 
uni, l'invidia degli altri,, e la gelosia 



i5 7 
di quelli che pretendevano gareggiare 
con essi loro in fatto di commercio. 
I Genovesi troppo deboli ancora per 
osar di lottare a forza aperta, ricorsero 
ali* astuzia per sollevare i Candiotti 
contro il Veneto Governo. La prote- 
zione ad essi accordata da Roberto 
compì di determinarli. Dopo qualche 
anno il tradimento del Duca di Naxe 
incoraggiò V audacia de' ribelli , che 
trovarono nuovi soccorsi presso l'im- 
peratore Niceta ; di modo che, durante 
un secolo e mezzo, quest'isola fu espo- 
sta a frequenti rivoluzioni, ed a ribel- 
lioni continue sotto differenti forme e 
pretesti diversi , che si sarebbero eter- 
nati, se non vi si ponea termine collo 
spargimento del sangue : mezzo infe- 
licissimo per cuori paterni , che ver- 
sano lagrime sopra simili trionfi. 

Ma la sollevazione più fatale, e che 
più particolarmente immerse nell' af- 
flizione i teneri padri della nostra pa- 
tria, quella si fu che accadde nell'an- 
no i36i sotto il Doge Lorenzo Celsi. 
Questa volta il disordine non venne 



i58 

dalla parte dei Greci nativi , poiché 
dopo parecchi infruttuosi tentativi sem- 
bravano finalmente disposti a tollerare 
F imposto giogo. Furono bensì i Ve- 
neti coloni stabiliti nell' isola , i quali 
unanimemente inalberarono lo sten- 
dardo della ribellione. Cominciaro- 
no dal lagnarsi, che nessun di loro 
fosse chiamato a Venezia ad occupare 
il posto di Savio , eh' era una delle 
prime dignità dello Stato , pretenden- 
do che per essere essi una porzione 
distinta del corpo della Repubblica 
non doveasi trascurare di assegnare 
loro nel Gran Consiglio un certo nu- 
mero di posti, affine di avere in Ve- 
nezia persone , che procacciassero di 
preservare i loro diritti e difenderne 
gl'interessi. Su di ciò si determinarono 
di presentare al governo di Candia 
una supplica, la quale letta appena , 
uno de' Consiglieri rivolto a' deputati 
disse con ironia : ah ! ah ! vi sono 
de' Savj fra di voi? Questo amaro 
scherzo fu la scintilla , che accese un 
grande incendio. Da quel momento ad 



l5 9 



altro non si attese', che a macchinare 
la ribellione. Vi voleva nondimeno un 
pretesto ; e questo si trovò , benché 
mancante di fondamento. Il Senato di 
Venezia avea spedito in Candii un 
ordine, con cui veniva stabilita una 
nuova imposta, per la riparazione del 
porto e del molo. Gl'isolani senza 
punto badare all'utile comune che da 
queste operazioni derivava, si ammu- 
tinarono, dichiarando di non voler as- 
solutamente obbedire, e sull'istante 
presero le armi. Si portarono tumul- 
tuariamente al Doge Leonardo Dan- 
dolo, e trovando le porte chiuse si 
provarono di abbatterle. Allora il Do- 
ge esci co' suoi Consiglieri, perorò ai 
malcontenti, rinfacciò loro, benché 
con dolcezza, l'indecenza e l'irrego- 
larità della loro condotta, e gli esortò 
alla tranquillità, all'obbedienza. Nulla 
pote^calmarli, e fu quasi un prodigio 
s'essi non segnarono collo spargimen- 
to del sangue i primi movimenti dei 
loro temerarj trasporti. Si contentarono 
di arrestare il Doge ed i suoi Consi- 



i6o 

glieri, racchiudendoli in una prigione. 
Poscia si scelsero un capo che chia- 
mavasi Marco Gradenigo. Siccome 
molto ad essi importava 1' avere i 
Greci dal loro partito , per renderseli 
favorevoli abolirono il rito latino in 
tutte le chiese. Sostituirono lo sten- 
dardo di san Tito a quello di san 
Marco; apersero le prigioni; misero 
i delinquenti in libertà , a condizione 
però che si ponessero nelle loro trup- 
pe, e che servissero gratuitamente per 
sei mesi. 

Appena V infausta notizia pervenne 
a Venezia ? che vi destò la massima 
costernazione , inspirata dal timore di 
perdere un'isola sì utile e sì cara. Un 
altro sentimento vi si aggiunse ancora. 
Molti cittadini erano costretti ad af- 
fliggersi per la perdita di alcuni pa- 
renti o amici, che conveniva sacrifi- 
care alla patria. Il Senato tenne a 
quest'oggetto alcune assemblee straor- 
dinarie , e 1' opinione che prevalse fu 
di ascoltare anche in questa circostanza 
la voce della moderazione sì naturale 



i6i 
al Veneziani. Venne spedita una com- 
missione per procurare di richiamare 
con dolcezza i Coloni alla ragione ; 
ma nulla valse a piegarli. Si volle 
fare un altro tentativo , spedendo da 
Venezia una nuova deputazione ; ma 
infine vedendo vani tutti i mezzi della 
persuasione, si ricorse alla via dell'ar- 
mi. Volle il Senato prima di ogni al- 
tra cosa assicurarsi della buona dispo- 
sizione de' Principi cristiani in suo fa- 
vole , è poiché ebbe le risposte favo- 
revoli , proclamò i nomi dei capi de' 
ribelli , e li dichiarò traditori della 
patria. Poscia si diede a formare un 
disegno di operazioni militari per la 
ricuperazione dell'isola. Vennero dati 
tutti gli ordini necessarj per F arma- 
mento di una flotta di trentatrè galee 
e di molti bastimenti da trasporto. Si 
fece nelle vicine provincie una gran 
leva di soldati, onde formare un'ar- 
mata di terra. Ma la difficolti mag- 
giore stava nello scegliere un abile 
generale straniero per comandarla, poi- 
FoL IL ti 



162 

che, come Y abbiamo veduto altrove , 
per legge niun gentiluomo Veneziano 
poteva esser capo di un' armata terre- 
stre. In quest'incontro il Doge Lo- 
renzo Celsi gettò l'occliio sopra Luc- 
chesino dal Verme , che trovavasi al 
servigio dei Signori di Milano. Per 
ottenerlo, pensò di valersi del Petrar- 
ca, che stava allora in Venezia , e 
ch'era intimo amico di quel generale. 
La mediazione ebbe una felice riusci- 
ta. Lucchesino giunse tosto a Venezia, 
ricevette gli ordini, ed assunse il co- 
mando della truppa. 

Mentre facevansi i preparativi ne- 
cessari P er °i ues ta guerra ? i ribelli di 
Gandia pubblicavano manifesti , che 
proibivano sotto pene rigorosissime il 
parlare di accordi o di sommissioni ai 
Veneziani. Decretarono inoltre , che 
chiunque ricusasse di seguire il loro 
partito, sarebbe senza remissione posto 
in pezzi. Quest' orribile decreto fu Fo- 
rigine di avvenimenti ancora più atro- 
ci. Le case, le proprietà di molti abi- 
tanti furono saccheggiate , e le loro 



i63 
Vite esposte al furore d' uno sfrenato 
popolo. Non v'erano più consigli per 
dirigere gli affari, nò sicurezza per chi 
che sia. 11 sospetto si librava su tutte 
le teste ; tutto era confusione , disor- 
dine; si giunse insino ad andar armati 
al palazzo chiedendo la strage di tutti 
i Latini, che trovavansi nelle prigioni. 
Questa moltitudine dimandò inoltre , 
che dieci Greci fossero ammessi in 
tutti i Consigli di Stalo 7 e che senza 
di essi non si potesse deliberare di 
verun affare relativo al regno. Tutto 
era stato regolato sino allora col con- 
siglio di Giovanni Calergi, cittadino 
il più accreditato dell' isola ed il più 
amato dal popolo. Pure ben presto 
sospettassi anche delle di lui intenzio- 
ni. Si credette eh 1 egli volesse rendersi 
assoluto padrone di tutta l' isola ? e 
sull' istante fu preso e balzato da una 
finestra del palazzo. Quel medesimo 
popolo, che poco innanzi lo avea pro- 
clamato libcrator della patria , ecco 
che ora lo giudica degno di una tal 
morte; applaude a' suoi assassini, e 



i64 

spinge il suo frenetico furore fin a 
gettarsi sul cadavere insanguinato, che 
lacera in mille pezzi , portandoli in 
trionfo per tutta la città. 

Alla vista d' uno spettacolo sì or- 
dendo , d' una condotta sì barbara , la 
maggior parte de' nobili ch'entravano 
tra i ribelli, vedendo l'incostanza del 
popolo, cominciarono a temere per la 
propria sicurezza. Giudicarono essere 
più saggio avviso il prevenir le scia- 
gure, invocando la paterna clemenza 
del Governo di Venezia. Ma il partito 
contrario più ostinato ne' suoi torti, si 
manifestò di una opinione affatto diver- 
sa; disse, che se l'isola dovesse divenire 
soggetta, doveasi preferire di sottom- 
metterla a qualsisia altra potenza, fuor- 
ché a quella de' Veneziani , i quali 
sotto sembianza di una finta umanità, 
cercherebbero d' ingannare la - buona 
fede dei più creduli ? per poi perderli 
tutti. 11 sedizioso consiglio prevalse ; 
quello della prudenza venne rigettato; 
e dopo di avere bilanciati tutti gl ? in- 
teressi dei principi ? si risolse di offe- 



i65 
rire alla Repubblica di Genova la som- 
missione volontaria di tutta Pisola. 
Marco Gradcnigo , udita la proposi- 
zione ? cercò di frastornarla; ma il di 
lui troppo tardo zelo non fece che 
affrettargli la morte. Egli fu trucidato 
sul fatto , e poco mancò che non cor- 
ressero egual sorte quegli altri tutti , 
che si trovavano di simile avviso. Niu- 
no osò più dir parola. I sediziosi sep- 
pero prevalersi della confusione e del 
silenzio inspirato dallo spavento per 
disporre del destino generale. Fecero 
in sul momento partire una galera 
con due deputati per eseguire il di- 
segno di sottomettersi ai Genovesi? ma 
questi già prevenuti dai Veneziani, ri- 
fiutarono Pobblazione, e rimandarono 
a casa gli ambasciatori senz'aver nulla 
ottenuto. 

Grande fu in Candia lo sconforto 
per questa vicenda; pure fu un nulla 
in paragone dello spavento cagionato 
alla vista di una numerosa flotta Ve- 
neziana , che venne ad ancorarsi nel 
porto della Fraschia. Scimila uomini 



iÓ6 

di truppa di terra fecero lo sbarco 
senza trovarvi la menoma opposizione. 
Lucchesino dal Verme cominciò dallo 
stabilire il suo campo su i lidi del 
mare. Mentre egli eia inteso a ritirare 
dai vascelli le munizioni necessarie e 
a formare i suoi magazzini, cento de* 
suoi soldati uscirono dal campo per 
andar a saccheggiare nel vicinato. Ven- 
nero essi incontrati da un grosso di- 
staccamento di ribelli, che li uccisero 
tutti sino ali 1 ultimo. Per dimostrare 
poi l'odio che portavano ai loro anti- 
chi padroni, ne maltrattarono i cada- 
veri, li mutilarono e li dispersero per 
le campagne. Tanta barbarie accese 
vieppiù i soldati Veneti ; ed inspirò 
loro la risoluzione di non dar più 
nessun quartiere al nemico. Questo 
incoraggiato dalla buona riuscita del 
primo incontro , prese animo , ed osò 
sfidar i Veneziani in campo aperto. 
Lucchesino lasciollo avvicinare ; ma 
quando lo vide a portata di freccia, 
diede il segnale dell'attacco. Le bri- 
gate piombarono su i ribelli , posero 



167 
iti disordine le loro file ; nulla potè 
resistere a quell'ardor di vendetta, che 
li animava. La disfatta de' Candiotti 
fu compiuta. Alcuni soldati compresi 
di spavento si salvarono sulle mon- 
tagne ; il maggior numero perì col- 
le armi alla mano. L'armata vittoriosa 
giunse alle porte della città ; superò 
i borghi , li saccheggiò , ed incen- 
diò le case. In quel momento stes- 
so la flotta entrò nella rada di Can- 
dia. Gli abitanti costernati da un 
avvenimento , che non lasciava loro 
più veruna speranza, e vedendo la cit- 
tà sul punto d' esser presa d' assalto , 
inviarono un oratore al Comandante 
della flotta per implorare clemenza. Il 
deputato presentossi in atto suppliche- 
vole ; cercò di gettar tutta la colpa 
della ribellione sopra la temerità di 
un piccolo numero; rappresentò, tro- 
varsi la città tutta immersa nel pian- 
to, benché la maggior parte degli abi- 
tanti fossero innocenti. Protestò , e 
giurò fedeltà e obbedienza alla Re- 
pubblica , scongiurò perchè fosse ri- 



i68 

sparmiata una città ch'era l'ornamento 
del regno, e perchè sottratte pur fos- 
sero le loro mogli e i loro figliuoli 
al furore dei soldati. Quel comandante 
lo ascoltò senza mai interromperlo ; 
poscia gli rimproverò la mala fede di 
un popolo sì accarezzato dal Governo 
Veneto, e che tante volte provato avea 
gli effetti della di lui clemenza. Indi 
gli fece sperare il perdono , qualora 
gli fossero dati indubitabili pegni di 
sommissione con promessa di esser 
sempre fedeli, senza mai più eccitare 
torbidi nell'isola. Aggiunse, che que- 
sto perdono egli non poteva conce- 
derlo che ai meno colpevoli , ma in 
quanto ai principali autori della ribel- 
lione 3 essendo persone facinorose ed 
infette ? non potevano essere sottratti 
al meritato castigo. Prese tali disposi- 
zioni e segnati i patti ? la città aperse 
le porte , e gli abitanti accolsero Far- 
inata con una profonda umiltà. 

Venne poscia staccata una galea per 
recare a Venezia sì fausta notizia, ove 
ognuno slavasi impaziente di conoscere 



i6 9 
il vero stato delle cose ; poiché tutto 
ciò che era preceduto, annunziava per 
parte dei Coloni una ostinazione dif- 
ficile a vincersi. Ma alla fine il giorno 
4 giugno un segnale dato dall' alto 
della torre di san Marco , pubblicò 
l'arrivo di una galea, che si affrettava 
di guadagnare il porto. La curiosità 
spinse una folla immensa su i lidi. 
Quando essa vi giunse, e si seppe che 
i ribelli di Candia erano stati vinti , 
che le loro città , le loro castella s 1 e- 
rano rese, che V isola intera erasi sot- 
tomessa, allora la gioja de' Veneziani 
fu una specie di ebbrezza generale. Il 
Doge Lorenzo Celsi ordinò subito > 
che per tre giorni si dovesse in tutte 
le chiese rendere solenni grazie a Dio; 
e volle in oltre che questi atti reli- 
giosi fossero seguiti da pubbliche Fe- 
ste. Ordinò giostre e tornei magnifici. 
Il valoroso General dal Verme venne 
invitato a presedervi e a distribuirvi 
i premii. Il celebre Petrarca, al quale 
aveasi una sì grande obbligazione, eb- 
be un posto distinto. Questo capo della 



i 7 o 

Repubblica delle lettere venne collo- 
cato alla destra del capo della Repub- 
blica di Venezia. Testimonio oculare 
degli spettacoli dati in quest'occasione, 
il Petrarca ne scrisse tutte le partico- 
larità in una lettera latina diretta al 
suo amico Pietro Bolognese. Siccome 
questa lettera non è mai stata tradot- 
ta, così penso di far cosa grata ai 
miei lettori di darla qui intera. Tro- 
veranno in essa di che appagar piena- 
mente la loro curiosità 7 riguardo a 
tutto ciò ch'ebbe luogo in Venezia 
in tale occasione. A testimonio sì il- 
lustre e sì autentico sarebbe ardire 
inescusabile , se io aggiungessi una 
sillaba. 

Petrarca — Senili — Ediz. di Basilea 
tom. I , pag. 782. 

A Pietro Bolognese. 

Benché essendo presente coll'animo, 
né troppo lontano col corpo, tu per 
l' orecchio accolga lo strepito e gli 
applausi, e direi quasi per gli occhi 



tji 

il fumo e la polvere degli spettacoli , 
e restandoti alcuna cosa a sapere, sup- 
pliscavi notte e giorno la viva voce 
de' passeggieri, credo tuttavia, che con 
piacer udrai dalla mia lettera, ciò che 
con piacer maggiore avresti cogli occhi 
mirato , se un corporal morbo non 
t'avesse invidiato il bellissimo diverti- 
mento. E quale infatti, quale spetta- 
colo più vago e più giusto immaginare 
si potrebbe, quanto il mirare una città 
giustissima , non d' ingiurie fatte ai 
vicini , non d' intestine discordie o di 
rapine come le altre, ma esultare della 
sola giustizia? E questa l'augustissima 
città di Venezia , unico nido in pre- 
sente di libertà, di pace, di equità; 
unico rifugio de' buoni ; unico porto 
in cui le navi sbattute da tiranniche 
e guerriere burrasche amano di riti- 
rarsi in salvo; città ricca d'oro, più 
ricca di fama; potente per facoltà, più 
potente per virtù; fondata sopra solidi 
marmi, più solidamente piantata sulle 
basi della civile concordia; cinta da 
salsi incorruttibili flutti : protetta da 



Ì T 2 

più incorruttibili consigli. Ne credere 
già eh 1 ella esulti pel riacquisto del- 
l'isola di Candia ; che quantunque il- 
lustre per antichità di nome , pur è 
piccola cosa : giacché per le anime 
grandi piccolo è tutto, s'anco appare 
massimo , tranne la virtù ; ma perche 
F esito si fu, qual esser dovea , vo* 
dire, ella esulta non delia vittoria sua, 
ina di quella della giustizia. E di ve- 
ro , che gran vanto è egli mai per 
uomini forti, potenti, scorti da tanto 
Duce , e maestri di guerra non meti 
terrestre che marittima, F aver supe- 
rati alquanti inermi Grecucci e la ne- 
quizia fuggiasca? Gran vanto egli e 
piuttosto, che anche a nostri giorni sì 
prestamente ceda alla fortezza la frau- 
de 7 e i vizj soggiacciano alle virtù, e 
che tuttora Iddio abbia cura, e prov- 
vegga alle umane vicende, lo sono il 
Signore } egli dice j e non cangio. E 
di nuovo: Io sono chi sono. Né tale 
infatti in istretto senso e semplice- 
mente sarebbe, se in lui cangiamento 
avvenisse. Ciò che fu , tuttora e<di è ; 



i 7 3 
nò a caso tal nome gli attribuisce il 
Salmista. Di più ciò che fu , e ciò 
eh' è, sarà sempre. Anzi il Dio che fu 
e che sarà, non è ciò che a lui pro- 
priamente conviene ; ma solo il dire . 
egli è. In simil guisa 9 ciò che seppe, 
egli sa; ciò che volle, egli vuole; ciò 
che poto , egli può. Su di che se ta- 
lun mai dubitasse, veggenclo che le 
colpe umane palesi, e quelle sottoposte 
air occulto giudizio divino alle volte 
da lui pajon negligersi, ecco come 
testé fu tal verità comprovata dalla 
stupenda celerilà d'una facile e non 
sanguinosa vittoria; celerità tale e tan- 
ta , che come d' altra nazione in Ro- 
ma , così a Venezia riguardo ai Can- 
diotti avvenne , eh' io prima udissi 
compiuta, che cominciata la guerra. 
Quindi il gaudio , quinci il trionfo. 
Sarebbe cosa lunga e non conveniente 
ad una penna umile ed occupata co- 
me la mia, il riferire tutta la serie di 
questa sacra letizia. Odine il succo — 
Stando io per avventura alla finestra 
ai 4 di giugno di quest'anno i3G4 



174 

sull'ora sesta del dì, cogli occhi volti 
all' alto mare , ed avente meco il mio 
già fratello ? ora padre amatissimo ar- 
civescovo di Patrasso > il quale do- 
vendo al principio d' autunno passare 
alla sua sede, preso da sentimento di 
amicizia affatto superiore ai favori del- 
la fortuna, qui in questa sua casa^ 
che mia è detta, ora conduce Testate, 
ecco che una nave lunga, chiamata 
galea, tutta ornata di frondi, entra a 
remi nel porto. All' improvvisa com- 
parsa interrotti i nostri colloquj, pre- 
sagimmo bentosto dover essa recare 
felici novelle, tanto lieti i marinaj sol- 
cavano a vele e a remi i flutti. Ol- 
treché i giovani incoronati di foglie , 
tutti giocondi in viso e sventolanti sul 
capo le bandiere, stando montati sulla 
prua ? salutavano la patria vittoriosa 7 
ma per anco ignara della propria vit- 
toria. La sentinella della principale 
torre, tosto dato il segnale, annunzia 
l'arrivo d'un legno straniero. Quindi 
la città tutta, non da alcun comando 
sospinta, ma da pura curiosità, si 



175 

affolla al lido. Accostasi esso , e fatto 
presente agli sguardi, osserviamo pen- 
dere dalla sua poppa alcune insegne 
ostili; né riman più dubbio non essere 
quella una nave apportatrice di vitto- 
rie; se non che ignoravamo di quale 
guerra , di qual battaglia , o di quale 
espugnata città ci dovessimo sperare 
vincitori, ne gli animi potevano com- 
prender che fosse. Ma sbarcati i mes- 
saggi ed entrati a parlamento in Con- 
siglio , si seppe olire ogni speranza , 
oltre ogni credenza, essere tutto pro- 
spero; cioè vinti, uccisi, presi, fugati 
i nemici, tratti di schiavitù i cittadini, 
le città tornate alla divozione, rimesso 
di nuovo sul collo a Candia il giogo, 
ornai deposte le armi vincitrici, chiusa 
senza sangue la guerra , ed ottenuta 
con gloria la pace. Le quali cose udi- 
te, il Doge Lorenzo Gelsi ( veramente 
eccelso^ uomo, se l'amor non m'in- 
ganna, e per grandezza d'animo, e 
per soavità di costumi, e per l'eser- 
cizio d" ogni virtù , e soprattutto per 
pietà singolare ed amor verso la pa- 



176 

tria memorabile, conoscendo clie nulla 
a dovere e felicemente operar puossi , 
se non si prendono dalla religione gli 
auspizj , si rivolse insieme con tutto 
il popolo a lodare e ringraziare Y Al- 
tissimo. Il che per la città intera fu 
fatto ? ma più solennemente nella ba- 
silica dell'Evangelista san Marco, dove 
non potevasi a mio avviso far cosa 
più splendida _, per quanto ad uomini 
far lice con Dio. Vi si celebrò infatti 
magnifica messa , e fu condotta un 
insigne processione davanti ed intorno 
al tempio , alla quale non solo inter- 
venne il popolo ed il clero tutto, ma 
altresì gli stranieri prelati, che o il 
caso , o la curiosità , o alcuna ordi- 
naria divozione tratteneva allora in 
Venezia. 

Compiuto eccellentemente tutto ciò 
che a religione appartiene , si rivolse 
ciascuno ai giuochi, agli spettacoli. Ma 
sarebbe troppo faticoso V enumerarne 
le specie, le forme, le spese, la pom- 
pa , l' ordine. In faccenda di tanto 
concorso ( cosa rara al sommo e mi-* 



i 7 7 
rabile) niun tumulto in alcun luogo, 
niuna confusione, niuna rissa, ma tutto 
ripieno di giubilo, ripieno di grazia, ri- 
pieno di concordia , di amore. Benché 
quivi la magnificenza conservasse il suo 
impero, pure acciocché non ne fossero 
sbandite la sobrietà e la modestia, ma 
lei nella sua città e nella sua festa 
regnante , reggessero e raffrenassero , 
fu la solennità con varietà di apparati 
divisa in più giorni. E finalmente il 
tutto fu chiuso con due spettacoli. 

A dir vero , io non so co* lor pro- 
prj nomi latinamente esprimerli; pure 
gli spiegherò in modo che tu gl'inten- 
da. L'uno adunque, come parmi, dire 
si potrebbe Corsa ; 1' altro Combatti- 
mento: poiché nel primo ciascheduno 
corre solo per diritto sentiero ? e nel- 
T altro da parti opposte gli uni si 
scontran cogli altri. Giuochi equestri 
ambidue ; ma il primo è senza armi * 
se non che trascorrendosi in esso con 
asta e scudo , e con alcune bandiere 
spiegate al vento, presenta agli occhi 

Voi IL 12. 



178 

una qualche immagine di guerresca 
azione. Ma il secondo è con Y armi , 
ed offre l'aspetto d' una vera battaglia. 
Quindi è , che in quello ha luogo 
molta eleganza, pochissimo rischio: in 
questo il pericolo va del pari coli' ar- 
te , e per ciò non tanto propriamente 
i Francesi chiamanlo Giuoco cTÀsta> 
nome che meglio si acconcia al pri- 
mo, giacche in quello solamente si 
giuoca, in questo si pugna. Del resto 
sì nell' uno che nelF altro ( cosa che 
se altri a me avesse narrato , io cre- 
duta non avrei 5 ma che ora agli oc- 
chi miei non posso non credere) gran- 
de e mirabile apparve l'industria d'una 
nazione , che non solo è navigatrice 
e marittima, come corre universal fa- 
ma , ma eziandio guerresca e marziale. 
Essa fé 1 mostra di tal perizia nel ca- 
valcare e nel maneggio dell'armi, di 
tal fervore e tolleranza nella fatica , 
che sarebbe d'avanzo a quanti in terra 
ed in mare sono combattitori più ga- 
gliardi. Ambidue i giuochi vennero 
eseguiti in quella piazza, a cui non 



J 79 
so se in tutto il mondo si vegga l'e- 
guale ) dinanzi alla stessa marmorea 
ed aurata facciata del tempio. Ma nel 
primo non intervenne alcun forestiero. 
Ventiquattro giovani nobili , riguar- 
devoli per bellezza , per vestito ? per 
età scelsero per sé questa porzione di 
pubblica letizia. Venne chiamato da 
Ferrara Tommaso Bombasio, il quale, 
onde farlo ai posteri speditamente co- 
noscere ( se alcun poco io potrò appo 
loro esser noto o creduto ) dirò esser tale 
oggidì in tutta Venezia , quale una 
volta era floscio in Roma, ed a me 
tanto caro e familiare, quanto colui a 
Tullio il fu , benché siccome nell'uno 
di questi due amici gran parte di so- 
miglianza ci sia, così nell'altro regnavi 
molta disparità. Colla di lui scorta 
adunque e consiglio fu il giuoco con- 
dotto , e ciò con tal ordine , che tu 
avresti detto non correr uomini , ma 
volar angeli. Gentile spettacolo in mi- 
rar tanti giovanetti fregiati di porpora 
ed oro, reggere col freno, e incalzare 
cogli sproni altrettanti destrieri co' pie 



i8o 

ferrati e con rilucenti bardature , che 
pareano toccar appena la terra co* 
piedi. Stavano i giovani tanto intenti 
coli' animo ai cenni del lor condottie- 
re, che mentre l'uno si accostava alla 
meta, l'altro slanciavasi fuor dalle sbar- 
re, ed un altro al corso accingevasi. 
E mercè di simile alternativa ed ag- 
giustatezza di azione in tutti, forman- 
dosi altrettanti cerchi, ne risultava una 
sola e continuata corsa; giacche il fine 
dell' una era principio d' altra , e ter- 
minando 1' ultima _, tosto ripigliava la 
prima , di modo che correndo tanti 
per tutta la giornata, tu avresti detto 
sulla sera non aver corso che un so- 
lo ; ed inoltre , ora volavano al cielo 
le schegge dell'aste, ora avresti sen- 
tito rombar per Y aria le vermiglie 
bandiere : ne a dirsi è facile , o credi- 
bile ad udire , quale per tutto il dì 
fosse la folla del popolo spettatore. 
Niun sesso, nessuna età, niuna con- 
dizione mancovvi. Il Doge medesimo 
ed un immenso seguito di primati oc- 
cupava la fronte del tempio sopra il 



i8i 
vestibolo, ed ivi dalla marmorea log- 
gia vedevano tutto agitarsi quasi sotto 
ai lor piedi. Il sito fu , ove stanno 
que* quattro cavalli di bronzo dorato, 
opera di antico lavoro e di egregio 
artefice, qual ch'egli sia, che là dal- 
T alto involano quasi il pregio a' vivi, 
e pajono scalpitar colle zampe. Ac- 
ciocché poi T estivo sole nel piegar a 
sera non offendesse col suo splendore 
la vista , erasi provveduto coli' appen- 
dere di qua e di là molte tappezzerìe 
di diversi colori. Io stesso colà invi- 
tato (e questa è frequente degnazione 
del Doge ) fui posto a sedere alla sua 
destra. Ma tuttavia pago dello spetta- 
colo di due giorni, per gli altri mi 
scusai, adducendo l'ordinarie mie oc- 
cupazioni a tutti già note. In piazza 
non v' avea più nulla di vacuo, talché, 
come suol dirsi , non vi sarebbe un 
grano di miglio caduto. La gran piaz- 
za , la chiesa stessa , le torri , i tetti , 
i portici y le finestre , tutto era non 
dico pieno, ma zeppo, murato di gen- 
te. L'inesprimibile ed innumerabilr 



moltitudine di persone copriva la su* 
perficie del suolo , e sotto gli occhi 
spiegavasi la colta e popolosa fecon- 
dità di una città fiorentissima ; il che 
raddoppiava l'allegria della Festa : ne 
\ avea per la plebe in mezzo a tanta 
giocondità cosa più gioconda , quanto 
il vedere e ammirar sé medesima. Alla 
parte destra in forma di gran palco 
stava eretto un solajo là sul fatto a 
bella posta formato di travi , su cui 
quattrocento matrone onestissime scelte 
dal fiore della nobiltà, ed insigni per 
avvenenza e per abbigliamenti ? in fra 
i continui conviti eh' eran loro offerti, 
porgevano sul mezzodì , la mattina 2 e 
Ja sera l'immagine d'un celeste con- 
gresso. Alla festa inoltre intervennero 
( cosa che tacere per nulla si deve ) 
alcuni nobilissimi uomini usciti a caso 
dalle contrade Britanniche , compagni 
e consanguinei del re, i quali anch'essi 
esultanti per la recente vittoria : erano 
qua venuti con viaggio marittimo 
usando essi coli' esercizio sul mare as- 
sai rinfrancarsi. Fu questo il compi- 



i83 
mento eh' ebbe questa corsa equestre 
di molti giorni , il cui premio fu sol- 
tanto l'onore, e ciò con tal giustizia 
impartito, che a buon dritto chiamare 
si poterono vincitori tutti, vinto nes- 
suno. Nel secondo giuoco poi , in cui 
maggior era il pericolo ? ne poteva es- 
ser eguale V evento per tutti i com- 
battenti, che in parte erano forestieri, 
altri premii furono stabiliti ; cioè una 
corona di fin oro di molto peso con 
risplendenti gemme a fregio del vin- 
citore ; ed un cinto d' argento d' insi- 
gne lavoro a conforto di colui, che 
avesse ottenuto il secondo grado di 
gloria. Già l 1 editto dettato in istile 
bensì militare e volgare, ma però fre- 
giato del testimonio del sigillo Duca- 
le , era stato diffuso per le provili eie 
confinanti e rimote , onde invitare a 
questo ( come il chiamai ) equestre 
combattimento tutti coloro che vaghi 
di simil gloria volessero intervenirvi. 
Vi accorsero infatti parecchi non solo 
di patria, ma di lingua diversi, pieni 
di fiducia nella loro militar perizia e 



i84 

virtù, non che di speranza di riportare 
onore. Allorché pertanto cessò la gara 
del primo giuoco, il secondo ai quat- 
tro di agosto ebbe principio , e durò 
quattro giorni con tanta celebrità, che, 
da che fu piantata Venezia non si vi- 
de a memoria d'uomini spettacolo si- 
mile. Sull' ultimo dì per giudizio del 
Doge , de' magnati , di molti militari 
stranieri , ed in particolare di colui , 
eh' era stato condottier della giostra , 
ed autor, dopo Dio, della vittoria e 
della letizia , il primo onore toccò ad 
un cittadino ; il secondo ad uu fore- 
stiere da Ferrara venuto. 

Qui ebbe termine il giuoco , ma 
non la gioia ed i prosperi successi : 
qui finisce ancora la presente lettera, 
in cui sforzomi di restituire a' tuoi 
occhi , alle tue orecchie ciò che loro 
il morbo rapì, acciocché ordinatamente 
tu sappia , ciò che tra noi si fa , ed 
affinchè comprenda , che anche tra 
gente di mare trionfa la milizia , la 
magnificenza, i tratti d'animo eccelso, 
il dispregio dell'oro e la sete di glo- 
ria. Sta sano. 

Ai dieci del mese di agosto. 



i85 

aecopudo. 

J^le' primi secoli della Repubblica di 
Venezia, i Genovesi più di ogni altro 
popolo erano rimasti maravigliati del- 
l' influenza, che ha un saggio governo 
sopra la prosperità delF intero Stato. 
Osservavano che la libertà di cui go- 
deva Venezia ayea fatto fiorire il com- 
mercio e la navigazione * ? che le sue 
flotte coprivano i mari dell 1 Italia e 
della Grecia 9 e penetrando nella Pro- 
pontide , nella Siria e nelF Egitto , te- 
nevano , per così dire , congiunte le 
tre parti dell'Emisfero a profitto della 
nazione , che Y abbondanza figlia del- 
la prosperità aggiungeva non solo ab- 
bagliante splendore alla città, ma no- 
vella forza allo Stato ; eh' essa aveva 
accresciute le armate di terra in pro- 
porzione colle marittime, e che in tal 



i86 

modo era giunta a fare gloriose con- 
quiste. Tutto ciò formava 1' ammira- 
zione di un popolo, che sentiva in se 
i germi del valore r ond' è che s'in- 
fiammò tutto d'una magnanima emu- 
lazione. Genova che dopo la caduta 
dell'impero Romano era stata perpe- 
tuo ludibrio de' barbari e de' tiranni , 
già prende la ferma risoluzione di spez- 
zar le catene, e di scacciare i feuda- 
tarj, che quai sovrani l'opprimevano. 
Ad esempio di Venezia creossi un Do- 
ge, stabilì un Senato, formò una ma- 
rina, e seguì fedelmente l'esempio de- 
gl'illustri suoi vicini. Sin qui non è che 
da lodare un' impresa , la quale da 
qualunque lato si guardi, fa onore ad 
una nazione. Ma non molto dopo ecco 
la gelosia ', la rivalità , Y invidia sot- 
tentrare a quella nobile passione, che 
fin allora l'aveva animata. Non ardiva 
però ancora mostrarsi alla scoperta. 
Intendeva benissimo, che ad onla de' 
vantaggi che di giorno in giorno ri- 
traeva dalla sua marina , essa non era 
in istato di far fronte alle forze di 



i8 7 
una potenza, che avea respinti gli Un- 
gheri , assicurato il dominio della Dal- 
mazia, protetti i Papi, raccolte palme 
sopra varj nemici , ottenuta gloria im- 
mortale nella presa di Costantinopoli, 
e finalmente ingrandito il suo Stato 
coli' acquisto di molte isole nell' Arci- 
pelago , ed in particolare di quella di 
Candia. Fu appunto tale acquisto che 
punse sul vivo i Genovesi; poiché in 
grazia di essa, i Veneziani vennero ad 
acquistare un diritto d'imporre leggi 
a tutti i navigatori, che veleggiavano 
ver l'Egitto e la Siria, talmentechè non 
potevano questi internarsi in quelle 
regioni , se non protetti dalla Veneta 
bandiera. Cominciarono pertanto i Ge- 
novesi nell'anno 1207 dal suscitare a 
dirittura una sollevazione tra' Greci, e 
dall' insinuare ad Enrico conte di Mal- 
ta , che n' era il Governatore ? inten- 
dentissimo di guerra e sommamente 
stimato da' Greci, essere del suo pro- 
prio interesse il porre argine all'in- 
grandimento della Repubblica di Ve- 
nezia , e rendersi affatto necessario lo 



i88 

scacciare i Veneziani da Candia , e il 
farli rientrare negli antichi loro con- 
fini. Al qual oggetto gli offerirono ogni 
maniera di ajuto sì di uomini ; che di 
danaro; protestarono di avere scerete 
pratiche nel paese , e s' impegnarono 
di far sì, che il progetto riuscisse gra- 
dito a' Greci. Questo vile maneggio 
però non diede loro altro profitto^ che 
quello di avvolgere i loro nemici in 
una guerra, nella quale i Veneziani 
uscirono con onore , ricuperando Y i- 
sola , che un ignominioso tradimento 
avea loro rapito. 

Malgrado però d'un sì prospero av- 
venimento , il Governo Veneto s ac- 
cese di tal ira per la vile condotta de' 
Genovesi, che si sprigionò allora la 
prima scintilla di queir odio , che fu 
poscia cagione di tante guerre, e pres- 
soché della total distruzione delle due 
Repubbliche. D' altra parte mortificati 
i Genovesi d' aver perduto il frutto 
de' loro maneggi e secreti raggiri, ad 
altro non attesero, che al modo di 
esercitare in palese la loro nimicizia 



i8 9 
Di qua e di là gran flotte in mare, 
di qua e di là smania rabbiosa d'in- 
contrarsi, ed un desiderio ardente non 
solo di vincersi , ma scambievolmente 
distruggersi. I Veneziani si scordarono 
i loro veri interessi per badare sol- 
tanto a satollare Tardor di vendetta. 
Gli altri tratti da vii piacere di nuo- 
cere al nemico , si disonorarono in 
faccia all'Europa, stringendo alleanza 
coli' imperator Greco , che poi al pri- 
mo pendere della bilancia a lor dan- 
no, abbandonolli. 

Sfortunatissimo infatti fu per essi 
l'esito della prima battaglia, da cui 
appena uscì salvo un legno che re- 
casse a Genova la nuova della rice- 
vuta sconfitta. Ma le due rivali non 
si acquetarono che per ripigliar nuovo 
fiato, ed incontrarsi di nuovo per bat- 
tersi ancora. Infievolì vansi a vicenda 
per frequenti zuffe ; ogni soldato pa- 
rea combattesse contro un suo parti- 
colare nemico , e tal era il furore de- 
gli attacchi , il disprezzo dei pericoli , 
la bramosìa di distruggersi scambie- 



volmente, che ben dir potevasi rin- 
novellato agli occhi dell'universo l'or- 
rendo spettacolo dell' odio di Roma 
contro Cartagine. Ma se vennero imi- 
tate queste due antiche Repubbliche 
in ciò eh' è biasimo, v'ebbe pur anco 
qualche azione degna de' secoli eroici, 
e che aggiunge splendore alla storia 
moderna. Uno fra i molti ne riferire- 
mo quij altri si vedranno a loro luogo. 
Nell'anno 1 294 Andrea Dandolo, co- 
mandante della flotta Veneta, ebbe la 
fatale sciagura di essere fatto prigio- 
niere su quel!' Adriatico, eh' egli tinto 
aveva di nemico sangue. Il suo vinci- 
tore Doria fece tosto suo conto di 
condurlo a Genova in trionfo. Il fece 
porre su di una nave, e legargli le 
mani e collocarlo in guisa, che non 
potesse contro se stesso inveire. Ma 
che non può un'anima risoluta ! Per 
l 7 orgoglioso Dandolo era intollerabile 
la vergogna di comparire in quello 
stato innanzi al Senato di Genova. 
Per sottrarsene , non gli restava che 
un mezzo. Egli colla testa diede d'un 



'9 1 
colpo sì forte contro dell'albero del 
vascello, al quale era legato, che s'in- 
franse il cranio, e sul fatto spirò. 

Non è a dirsi quanto ì Veneziani 
fossero costernati all' annunzio della 
succeduta sciagura. Pur non lasciaro- 
no trapelar fuori queir acuto dolore 
che dentro rodevali ; né altro mostra- 
rono che una brama ognor più aperta 
di ragunar novelle forze non meno 
per difendere le loro colonie nell'Ar- 
cipelago , che per vendicarsi di un 
nemico che cominciava davvero ad 
eccitare giusti timori. I Genovesi al 
contrario dieronsi a solenneggiare con 
feste l'ottenuta vittoria, benché la loro 
squadra costretta a rientrare in porto, 
fosse resa inabile ad agire di vantag- 
gio per quell'anno. Ma il vincere, in 
qualunque modo avvenga , accresce 
sempre baldanza, e fa pullulare nuove 
pretensioni. Quelle de' Genovesi s'au- 
mentarono a segno di volere la so- 
vranità del mar Nero , come i Vene- 
ziani godevano quella dell' Adriatico. 
Lo mostrarono coi fatto, impadronen- 



dosi senza precedente avviso di quanti 
legni Veneti entravano in quel mare. 
Ma que' Veneziani non potevano sof- 
frire al certo un'usurpazione sì con- 
traria al diritto delle genti , e per lo* 
ro sì ignominiosa. Ricorsero alle armi 
per farsi rendere giustizia , ed otten- 
nero nell'anno i358 queir illustre vit- 
toria, che nella storia si conosce per 
la battaglia di Negroponte. Essa fu 
subito celebrata in Venezia con feste 
magnifiche : e con ragione ; giacche 
valse a consolidare sempre più la pre- 
minenza della Repubblica di Venezia 
su quella di Genova. A perpetuarne 
inoltre le memoria , il Senato ordinò, 
che il dì di san Giovanni Decollato , 
in cui seguì il fausto evento , venisse 
ogni anno contrassegnato da una so- 
lenne funzione. Quindi è che il Doge 
colla Signoria si recava alla chiesa di 
san Marco a rendervi con inni e sa- 
crifizj grazie all'Altissimo per la pro- 
sperità avuta dalle sue armi. 

In questa istituzione si può giudicare 
che anche un fine di avveduta politica 



ig3 
avessero di mira que 1 saggi, che l'a- 
veano comandata. Essi ben sapevano, 
che i fatti avversi non valgono a spe- 
gnere le animosità , e potevano facil- 
mente prevedere, che i Genovesi co- 
me prima si fossero riavuti dalT abbat- 
timento, avrebbero di nuovo attaccati 
i Veneziani. Ora col mantener viva 
per via della Festa la memoria dell'ot- 
tenuto trionfo j venivasi ad inspirare 
nell'animo de' nostri una sempre mag- 
gior fiducia di trionfi novelli. E certo 
una nazione che si ricorda e sa di 
avere molte volte vinto, non si lascia 
avvilire, se sopraggiunge qualche sven- 
tura, e trova quel coraggio che basta 
a salvare lo Stato dagli ultimi disastri. 
Della qual verità ce ne offerse più di 
un luminoso esempio la Repubblica 
nostra. 



Voi IL i3 



i 9 4 



1É— I ■■ tu I L1L !■ MB— i n i É— I il >W W ii»i 



predai ael/a ^/Jo7?i&)tùcw 
DOPO IL GIORNO DELL'ASCENSIONE. 

In uno fra tanti combattimenti co' no- 
stri più accaniti nemici, vo' dire co 1 
Genovesi, dicesi essere questi penetrati 
sino all' isola di Malamocco. Colà non 
trovarono che una vecchietta ; gli al- 
tri abitanti erano fuggiti. Vennero 
dunque a lei, e incominciarono ad in- 
terrogarla. Essa fece destramente le 
viste d' imbrogliarsi nel rispondere ; 
ma pure scappò a dire, che gli condur- 
rebbe in un'isola di là non lungi, 
chiamata Po veglia , ove si trovavano 
tutti i suoi fratelli, e ch'essi potreb- 
bero soddisfar in tutto alle loro biso- 
gne. Si persuasero ad andarvi. Que* 
fedeli Isolani, d'accordo cogli altri abi- 
tanti, fecero loro credere che per la con- 
quista delle altre isole, mal erano adat- 
tati i loro vascelli, e che occorrevano 



ilelle zattere appositamente fatte per 
queste paludi , e si offrirono essi me- 
desimi di comporle. I Genovesi ne fu- 
rono contenti. Si costassero le zattere 
iti modo da poterle scommettere pron- 
tamente, ed intanto uno de' Povegliesi 
smucciò a Venezia a nuoto, avvertì il 
Governo del progetto , e chiese Y as- 
senso. La risposta fu, che piaceva il 
loro zelo, che si sarebbero subito ar- 
mati alcuni legni per andare incontro 
al nemico, ma insieme si ordinò sotto 
le più severe pene, che qualora egli 
chiedesse la pace, non si tentasse cosa 
alcuna contra esso, e si lasciasse par- 
tire tranquillamente. I Genovesi di 
nulla insospettiti montarono armati so- 
pra le zattere, e si fecero beffe di qua- 
lunque parola di accomodamento. Ma 
in quella ecco tagliarsi i legami che 
tenevano congiunte le tavole, e Y ar- 
mata intera seppellirsi nell' acqua , e 
affogare senza riparo. 

Quest'avvenimento abbastanza noto, 
e per la serie di tanti secoli passato 
in tradizione, è tuttavia privo di au- 



i 9 6 

tenticità. Avvi qualcuno che pretende 
essere più antico ancora , e doversi 
trasportare al tempo della guerra con 
Pipino , il che rende maggiormente 
difficile la cognizione del vero. Sia 
che, si vuole, certo è che que' zelanti 
Povegliesi furono tra i più ardenti di- 
fensori della Veneta indipendenza, giac- 
che meritarono privilegi assai notabili 
in preferenza a tanti abitanti dello Sta- 
to. Eccone i pricipali: 

I. Essi erano inscritti nel ruolo de' 
cittadini originar]. 

IL Erano esenti dal servigio milita- 
re, salvo il caso che il Doge ne pren- 
desse il comando. 

ITI. Non pagavano dazj , ne tasse 
d'arti e di mestieri, né imposte nem- 
men per lo scavamento de' canali in- 
terni della città. 

IV. Giunti all' età di sessant' anni 
avevano essi soli il diritto di compe- 
rare ad un prezzo stabilito tutto il 
pesce che veniva dall'Istria, e di ven- 
derlo al pubblico mercato di S. Marco. 

V. Godevano dell'immediata prote- 



J 97 
^ione del Doge, e la Magistratura delle 
Bason Pecchie destinata era a trat- 
tare e decidere intorno alle loro que- 
stioni e ai loro interessi. 

Oltre a tutti questi vantaggi reali , 
eranvi altri privilegi atti a lusingare 
sommamente e con ragione l'orgoglio. 
Veniva loro permesso di offerire al- 
cuni regalucci al Doge: per esempio il 
giorno del Venerdì Santo gli presenta- 
vano ottanta passere del peso di una 
libbra; e il giorno dell'Ascensione re- 
galavano alla Dogaressa , o sia alla 
moglie del Doge , una piccola borsa 
di soldi di rame per la somma di 
cinque ducati a fine di comperarsi uà 
pajo di nonni, o vogliam dire pia- 
nelle. Benché ai nostri dì fossero ite 
in disuso queste antiche costumanze, 
siccome troppo semplici, tuttavia al- 
cune altre vennero sempre osservate. 
Non v'ha dubbio che qualunque volta 
andasse il Doge in funzione nelle sue 
barche d'oro, il comune di Poveglia 
accompagnavalo in una peota , entro 
cui sedevano i primarj dell' isola , che 



i 9 8 

facevano risuonar V aria coli' allegro 
suono delle lor trombe. Così quando 
il Doge si recava il dì dell'Ascensione 
nel Bucintoro a far le sue nozze col 
mare , i Povegliesi nella loro peota 
precedevano quel superbo naviglio , 
ed inoltre avevano il diritto di far ala 
sulla destra del ponte, per cui passare 
doveva il Doge nell'andare dal suo 
palazzo al vascello, e nel ritornar dal 
vascello al palazzo, ed erano ammessi 
ali 7 onore di prendergli la mano, e di 
baciargliela. 

Ma il dì del vero trionfo pe' Pove- 
gliesi era la Domenica susseguente al 
giorno dell'Ascensione. I loro capi in 
numero di sedici o diciotto col Cap- 
pellano alla testa , eh' era tratto sem- 
pre da quelle antiche famiglie , delle 
quali qualcuna ancora sussiste, entra- 
vano nelF appartamento del Doge. Vi 
trovavano Sua Serenità vestito di por- 
pora con berretta dello stesso colore , 
che seduto li riceveva con molta uma- 
nità. Essi si schieravano in cerchio al- 
l'intorno, ed il Cappellano, presa la 



'99 
parola per tutti, li presentava al Doge, 
siccome i veri discendenti da quelle 
onorate famiglie , che non cessarono 
mai di prestarsi al servigio dello Stato. 
Rammentavagli la promessa di man- 
tener tutti i privilegi ad essi accor- 
dati, e pregavalo a voler loro conti- 
nuare sempre la speciale sua prote- 
zione. Il Doge li rassicurava di tutto, 
aggiungendo alcune affettuose espres- 
sioni. Allora que' buoni isolani pare- 
vano scordarsi di essere davanti il loro 
Principe, per non vedere in lui che il 
loro padre, si gettavano sulla sua de- 
stia , gliela stringevano , gliela bacia- 
vano con trasporto, e come se ciò non 
bastasse ad isfogar la piena della loro 
affezione , gli stampavano un sonoro 
bacio sulla guancia. Se qualche cri- 
tico troppo severo, per iscemar l' ef- 
fetto che questa commovente cerimo- 
nia potrebbe produrre sulle anime sen- 
sibili, osasse dire, ch'essa finalmente 
non era che un rancido avanzo dì 
tempi troppo semplici e grossolani , 
v 7 avrebbe luogo a rispondergli, che la 



20 O 

sua origine merita sempre il maggiore 
rispetto; poiché tal cerimonia non potè 
certamente essere stata comandata, ma 
piuttosto inspirata da un sentimento 
spontaneo e vivissimo. E quand'anche 
si volesse negare a quel buon popolo 
un sì ingenuo sfogo del cuore, reste- 
rebbe sempre ad ammirare la bontà 
paterna del Principe nel tollerare un 
atto che nulla certo potea avere di se- 
ducente, venendo eseguito da labbra 
ruvide, biancastre ed irrorate d' aglio. 
E ben vero che ne' tempi antichi si 
videro anche i soldati baciar in fronte 
i loro officiali, il lor Capitano e fin 
il loro Imperatore; ma Fuso venne 
ben presto abolito, e Caligola fu il 
primo ad ordinare, che il bacio si desse 
sul piede • e sì piacque quest' atto ai 
regnanti, che anche in secoli men ri- 
moti gl'imperatori di Costantinopoli 
il giorno di Pasqua ammettevano 1 
Principi e gli Ambasciatori al bacio 
del piede. I soli Ambasciatori di Ve- 
nezia imitando la repubblicana fierezza 
dell'Ateniese Conone, che sdegnò pie- 



201 

>*ar le ginocchia davanti il monarca 
di Persia , ricusarono di porgere un 
bacio sì umiliante e sì vile. I Vene- 
ziani mostrarono di conoscere mai sem- 
pre il valore del bacio. In tutti gli 
altri paesi la religione, la politica, la 
prepotenza se ne valsero secondo i 
varii loro oggetti; noi soli lo riguar- 
dammo come pegno d'una tenera af- 
fezione, e come il vincolo più sicuro 
per congiungere i cuori e immede- 
simarli. 

Posciachè le cerimonie qui sopra in- 
dicate erano compite, i Povegliesi pas- 
savano in una sala del palazzo Du- 
cale, ove era imbandita una mensa con 
isquisite ed abbondanti vivande. Da 
principio usava assistervi il Doge, ma 
una malattia avendo ad un di essi im- 
pedito di andarvi, vi sostituì il suo 
Cavaliere, e d'indi in poi fece sempre 
le veci del Doge. Continuarono tut- 
tavia ad essere serviti in vasellame 
d'argento per mano degli scudieri Du- 
cali, come se lo stesso Principe vi 
fosse stato presente Nel partire ave- 



202 



vano licenza di portar seco gli avanzi 
del pranzo, e ad imitazione di quanto 
praticavasi ne' più solenni banchetti, 
venivano regalati di buona quantità 
di confetture, e di un garofano, per- 
chè potessero, come i nostri gentiluo- 
mini, farne altrui caro dono; giacche, 
qual che siasi la differenza delle classi, 
un cuore di buona tempera prova 
sempre le sue predilezioni. 



203 



Storta A 



f ier una ^U Morta 
>PRA I PADOVANI. 



]\|on solamente le grandi Nazioni , 
ma altresì i piccioli popoli , come a 
dire i Ravennati , i Ferraresi, i Trevi- 
giani, i Padovani, sentivano dispetto 
e gelosia dell' ingrandimento della no- 
stra Repubblica, con tutto che ne' pri- 
mi secoli essa non pensasse punto a 
dilatare in terra ferma il suo dominio. 
I Padovani fra gli altri erano invidiosi 
delle sue ricchezze e della sua prospe- 
rità, e si sforzavano di sturbarne tutto 
dì la pace, sino a venire sull'orlo delle 
lagune per insultare i suoi tranquilli 
cittadini ^ ed oltraggiare il vessillo di 
S. Marco. Nel ino osarono inoltre di 
ragunare un 5 armata per attaccare i 
Veneziani^ ma non andò molto, ch'eb- 
bero a conoscere la propria inferiorità, 
e quindi dovettero ricorrere alla me-* 



2o4 

diazione dell' imperator Enrico , che 
allora si trovava in Verona, e che 
giunse a rappacificare le due parti 
Ciò non di meno le passioni predo- 
minanti non rimasero estinte. Quest'in- 
comodi vicini vedevansi cogliere sem- 
pre ogni più leggiero motivo per ti- 
rare i Veneziani all'armi; e quando i 
pretesti mancavano, erano pronti gli 
artifìcj. Avevano essi osservato dipen- 
dere specialmente la sicurezza di Ve- 
nezia dalla posizione, che aveale dato 
la natura, cingendola d'acqua marina, 
ed altresì dalle cure incessanti che i 
nostri isolani si prendevano per pre- 
servarla. Si posero pertanto ad istu- 
diare il modo di turbare le loro acque, 
e disseccare le lagune. Era certo, che 
tagliando gli argini del fiume Brenta 
esso avrebbe nel suo corso verso il 
mare portato seco la melma e la sab- 
bia, e che depositando queste nel seno 
delle lagune, ne sarebbe sortito il 
bramato effetto. Non sì tosto fu imma- 
ginato il progetto , che si venne all'e- 
secuzione. I Veneziani, visto il peri- 



io5 
colo, non tardarono ad assoldar trup- 
pe, e a scegliere Guido di Montecchio 
Veronese, che le comandasse. Questo 
valente Generale attaccò tosto Y ar- 
mata nemica, ch'era accampata presso 
il luogo detto la Tomba , e la scon- 
fisse , facendo un numero grande di 
prigionieri, e tra questi il loro Capi- 
tano. Quanto i vinti si erano mostrati 
pazzamente arditi nell' intrapresa, tanto 
si fecero conoscere vergognosamente 
vili nella sciagura : dimandarono la 
pace, e per ottenerla più presto, ac- 
cagionarono la cieca moltitudine di 
tutto il disordine, che aveva provocato 
la guerra. I Veneziani troppo generosi 
per porre al cimento scuse così me- 
schine, accordarono quanto veniva ri- 
chiesto, e per giunta restituirono i 
prigionieri. 

Ecco la prima guerra terrestre so- 
stenuta dalla Repubblica: ma ben lungi 
che questa vittoria inspirasse ne 1 Ve- 
neti un' insensata fiducia nelle loro 
forze, essi al contrario si dierono a 
pensare, che non conveniva fidarsi per 



206 

nulla di tali vicini , e che prudenza 
volea che si tenesse sempre pronto 
un esercito ed un Generale per tutto 
ciò che potesse avvenire. Su questa 
carica di Generale caddero singolar- 
mente le attenzioni de' nostri savj Le- 
gislatori. La situazione della città gli 
avea persuasi, che il nostro unico ele- 
mento dovesse esser l'acqua ; ch'essa 
doveva mantenerci potenti, che ad essa 
sola noi dovevamo dirigere tutte le 
nostre cure, siccome a fonte verace di 
ricchezza e di gloria. Volgendo le sue 
mire sul continente, la Repubblica cor- 
reva rischio che s' illanguidisse nel 
cuore de' cittadini l'amor della patria; 
poiché la necessità di esercitarsi nelle 
armi, e di prender parte nelle guerre 
straniere, anche quando Venezia era 
in pace, veniva a familiarizzarli un po' 
troppo cogli altri popoli , e forse ad 
imbeverli di usi e di principi non re- 
pubblicani, i quali trasportati in pa- 
tria, potevano diventar germe di cor- 
ruzione , ed apprestare abborrite ca- 
tene. D'altra parte il sistema già adot- 



207 
tato di non farci grandi per via di 
conquiste , rendeva inutile appo noi 
T avere certi Capitani intraprendenti, 
che colla loro ambizione avrebbero 
potuto tener sempre la Repubblica in 
inquietudine. Gli' egli è pur troppo 
facile il trovar fra loro qualche spirito 
turbolento, a cui paja tutto lecito per 
regnare , ed estrema follìa il rinunziare 
al dominio e al proprio utile per non 
tradir il dovere. È rarissimo in fatti 
il trovar un Generale così moderato, 
che veggendosi caro ai soldati , favo- 
rito dalla fortuna e dall'occasione, de- 
ponga spontaneo un'autorità, che può 
a tutto suo agio ritenere, e si man- 
tenga fedele a' suoi superiori o agli 
eguali suoi, quando può ad essi co- 
mandare. D'ordinario l'ambizione non 
va mai disgiunta dal militar valore, 
ed i cuori arditi mal sopportano F o- 
.scurità d' una vita privata. Reiterati 
esempj abbiamo * nella Repubblica di 
Roma, che con tutta la sua gran pos- 
sanza non seppe abbattere quella de* 
suoi Capitani, allorché le vollero far 



20B 

fronte. A fine dunque di allontanare 
simili pericoli, il nostro Governo piantò 
per massima fondamentale di sua con- 
dotta , che in caso di guerre continen- 
tali si dovesse appoggiare il comando 
delle truppe ad un Generale straniero. 
Non di meno e' doveva aver sempre 
a' fianchi due Provveditori Veneziani, 
senza il cui assenso nulla potesse in- 
traprendere, e ne' quali conoscesse di 
avere un freno contro la seduzione del 
danaro. Sono queste le vere cagioni, 
che diedero origine al Decreto, e l'an- 
no 1146 fu l'epoca, in cui la delibe- 
razione prese aspetto di legge. 

Durò alcun tempo d' ambe le parti 
la tranquillità: ma nel 1214 una lie- 
vissima causa ridestò l'antica animo- 
sità tra le due nazioni; e fu questa. 
Neil 1 epoca felicissima per l'Italia Set- 
tentrionale, in cui dopo avere scosso 
il giogo straniero essa stava divisa in 
molte Repubbliche, ciascuna delle quali 
godeva di uno stato di opulenza , 
frutto della pace, dell'agricoltura, del 
commercio e di una lodevole industria. 



20 9 

ciascuna città avea le sue feste e i 
suoi spettacoli, che attiravano infinito 
concorso colla magnificenza e il buon 
gusto. Tra queste Treviso immaginò 
di dare uno spettacolo affatto singo- 
lare; cioè di rappresentare l'assedio 
del Castello dì Amore. S'innalzò la 
superba macchina tessuta di legni nel 
mezzo della maggior piazza di Tre- 
viso. Elegante n'era la simetrìa, ele- 
gantissimi gli ornati. Le mura erano 
coperte di rarissime pelli, di stoffe, di 
velluti, e di altre tappezzerie le più 
ricche e pompose. Le Dame più belle 
e più nobili della città avevano cia- 
scuna per loro scudiere, ovvero cava- 
liere d'arme, una tra le più leggiadre 
zitelle del distretto, poiché stava a loro 
il difendere tutte insieme questo ca- 
stello incantatore e incantato. Gli as- 
salitori erano i giovani della propria 
città, e delle città convincine. Cia- 
scuna avea fatto suo studio di spedire 
a questo curioso assedio i più avve- 
nenti, i più ricchi e i più nobili tra* 
Voi. IL i4 



2IO 



signori del suo recinto. Ben lungi 
però dal far onta alle leggi della na- 
tura coli' uso di armi micidiali, non 
era lecito di servirsi da una parte e 
dall'altra, che di fiori, di frutta, di 
aromi , d'acque odorose , e di ciam- 
belle lavorate da quelle stesse mani 
gentili, che procacciavano la difesa del 
castello. Giunse dunque il dì desti- 
nato all' assalto. Gli assalitori si pre- 
sentano divisi in tanti squadroni, quan- 
te erano le città a cui appartenevano. 
Ogni squadrone aveva alla testa il più 
illustre e più distinto personaggio, che 
recava lo stendardo della sua patria. 
Appena lo squadron Veneto comparve, 
che gli occhi di tutti quelli ch'erano 
intervenuti come spettatori alla Festa, 
rimasero abbagliati dalla magnificenza 
delle vesti e dalla pompa delle armi 
rilucenti, che vincevano di molto quelle 
degli altri. Ciò non deve far stupire , 
atteso che i Veneziani erano superiori 
agli altri in commercio e per conse- 
guenza in ricchezza; ed oltre a ciò essi 
avevano di fresco conquistato Costan- 



Ili 

tinopoli, e portato seco loro il ricco 
bottino di quell'insigne metropoli. Di- 
cesi anzi, che il capo dello squadrone 
vi comparisse cinto il capo d'una co- 
rona imperiale riportata testé da Bi- 
sanzio, la quale custodivasi nel tesoro 
di S. Marco, e che per poterla otte- 
nere gli convenisse depositare una ri- 
levante somma, tanto essa era ricca 
per oro e per gioje. Le Dame si la* 
sciarono tosto vedere sui merli. Quelle 
di primo rango portavano in capo una 
corona d'oro sparsa di diamanti. Erano 
i loro vestiti ricchi d'oro o d'argento, 
forniti di perle e di gemme. Quelle 
di seconda classe, benché meno ricche, 
facevansi ammirare per la molta ele- 
ganza e leggiadrìa. Congiunte queste 
con quelle formavano un battaglione 
formidabile, e mostravansi risolute di 
difendere, quali nuove Amazzoni, 1' a- 
moroso castello. Una musica militare 
mista a gridi festosi , ch'escono da tutti 
gli spettatori, precede l'azione. Le squa- 
dre già marciano alla volta del ca- 
stello; ciascuna si sforza a gara di ar- 



2 12 

rifarvi la prima per poter scalare le 
mura, e guadagnare le torri. Gli as- 
salitori e gli assediati lanciano nuvole 
di dardi, i quali anziché essere nocivi, 
riescono piacevolissimi. Il combatti- 
mento sembra ostinato senza essere 
sanguinoso, e le acclamazioni continue 
manifestano la soddisfazione generale. 
Si chiamano per nome le Dame più 
belle, che si sa essere colà entro; si 
canta con grazia, e per quanto la di- 
stanza il concede, non si lascia inten- 
tata ogni via di seduzione. Finalmente 
ecco il fortunato squadron Veneto che 
si avanza più sotto degli altri, e quelle 
amabili signore già si mostrano dispo- 
ste a cedere il castello. Lungi da noi 
l'oltraggiosa idea di credere a talun 
maligno cronista , il quale osò dire , 
che i Veneziani vi gettarono una piog- 
gia di monete d'oro, e che le Dame 
non potendo resistere allo splendore 
di tal batterìa diedero segno di arren- 
dersi. La grazia, la bellezza, la mae- 
stà, l'eloquenza furono in ogni tempo 
le armi più valide e più opportune per 



2l3 

sedurre i nobili cuori. E chi avrebbe 
potuto disputare a' Veneziani la pre- 
minenza? La forma stessa del Governo 
non poco contribuiva a conceder loro 
questi vantaggi. I continui esercizj gin- 
nastici infondevano ne' corpi una ma- 
schia bellezza; il nuoto e la scherma 
davano a' muscoli quella pieghevolez- 
za, senza cui manca la grazia; la no- 
biltà ereditaria inspirava un carattere 
sublime, e una certa aria di gravità* 
e in quanto all'arte di persuader colla 
parola, chi non sa esser questo un 
dono che appartiene esclusivamente alle 
Repubbliche , ove tutte le leggi sono 
discusse da molti , e non partono al- 
trimenti dal volere arbitrario di un 
solo? Nulla dunque di più naturale 
che tante attrattive potessero sedurre. 
Conviene d'altra parte osservare, che 
non trattavasi già di superare vere 
Amazzoni, e che quelle dame sapevano, 
che la loro severità non doveva es- 
sere se non da scherzo. A que' tempi 
non meno che a' nostri , potevano i 
costumi permettersi benissimo di ri- 



2l4 

guardar quelle antiche eroine siccome 
esseri favolosi, quanto la sì celebrata 
Fenice; le nostre non si davano vanto 
d'un coraggio soprannaturale. Che che 
sia , i Padovani , che combattevano 
presso i Veneti, arrabbiavano in ve- 
dere i progressi di questi emuli ? e si 
posero ad insultarli con motti ingiu- 
riosi. E ben a credersi che i nostri 
non si lasciarono sopraffare, ne meno 
in questa nuova specie di guerra , il 
che pose il colmo alla collera de' Pa- 
dovani, che non potendo più conte- 
nerla , si scagliarono sull'alfiere, gli 
strapparono di mano il vessillo di 
S. Marco, e il lacerarono. Bastò que- 
sto a produrre un grido generale che 
chiamava all'arme; tutto fu confu- 
fusione ; si pugnò veracemente dal- 
l'una e dall'altra parte e con tal fu- 
rore j che i magistrati di Treviso du- 
rarono gran fatica a separare i com- 
battenti e a farli uscir di città. Ecco 
qual trista fine ebbe una festa , che 
avea cominciato con sì gran brio, e 
che cagionava tanta allegrezza. Ma la- 



2l5 

nimosità era stata troppo viva, perchè 
le cose senz'altro si acquietassero. I 
Padovani non respirando che vendetta, 
appena tornati in patria non manca- 
rono, siccome avviene, di mascherare 
il loro torto, e di dipingere la con- 
dotta degli avversarj co' più negri co- 
lori. Avrebbero dovuto disprezzare que- 
sto accidente, come frutto di vivacità 
giovanile; ma tutto all'opposto^ furono 
sì goffi da farne affare di stato. Pre- 
sero le armi, aizzarono ì Trevigiani a 
secondare il loro giusto risentimento, 
mostrando che coli' essersi turbati au- 
dacemente i loro spettacoli , Y insulto 
era fatto ad essi medesimi. La vana 
speranza di mortificare i Veneziani ar- 
mò le due popolazioni , che congiun- 
gendosi insieme vennero ad attaccare 
la torre della Bebé posta alle foci del- 
l'Adige. Era questa il più forte ante- 
murale contro le incursioni degli Adrie- 
si, de' Ferraresi e de' Padovani. Ivi 
si batterono con valore d'ambe le parti, 
e la sorte infine si dichiarò pe 1 Vene- 
ziani. Un turbine improvviso uscito 



2l6 

dalla parte del mare ne fece gonfiare 
le onde in modo, che queste andarono 
ad allagare il campo nemico, che to- 
sto audò tutto a rumore. Durante lo 
scompiglio, arriva la flottiglia Vene- 
ziana, attacca e Padovani e Trevigiani, 
già dispersi e avviliti: molti nell'atto 
di fuggire vanno incontro alla morte, 
ed il resto è fatto prigioniero. Armi , 
bagagli, pili di due mila carri, ca- 
valli, buoi, macchine da assedio, tutto 
divicn preda del vincitore. I Padovani 
chiesero tosto la pace; il Doge vi ac- 
consentì , ma a condizione umiliante. 
Egli volle prima, che fossero trascelti 
quindici tra giovinastri , che nella Fe- 
sta di Treviso avevano più ardente- 
mente osato insultar alla bandiera di 
S. Marco, e che venissero tradotti a 
Venezia; indi per lo riscatto de' pri- 
gionieri chiese il tributo di due polli 
bianchi per ciascheduno. Se il timore 
di conseguenze funeste rendea difficile 
l'eseguire la prima condizione, la ver- 
gogna de' Padovani in vedersi a quel 
modo scherniti , ponea maggior in- 



21J 

ciampo alla seconda. Essi avrebbero 
preferito di pagar piuttosto una gran 
somma ; ma era stile de' Veneziani il 
punire in un modo sensibile, ne cosa 
v'era più propria a questo, quanto il 
ferire l'amor proprio. La necessità co- 
strinse a sottoscrivere sì duro trattato. 
I quindici Gentiluomini condotti a 
Venezia pagarono bastante pena colla 
sola paura che n'ebbero ? e quindi si 
permise loro di tornare in patria. In 
quanto ai trecento prigionieri , essi di- 
vennero lo spettacolo e lo scherno di 
tutta la ciurmaglia, la quale nel giorno 
prefisso accorse a vedere questa nuova 
specie di cambio , e così quella di- 
ventò del popolo di Venezia una ve- 
race Festa. I polli vennero numerati 
a due a due per ciascun soldato, e 
durante tal computo scoppiavano ac- 
clamazioni da tutte le parti. Il popolo 
ebbro com'era di gioja, avrebbe vo- 
luto che i Padovani, a somiglianza del 
Patriarca di Grado e de' suoi Cano- 
nici , pagassero un annuo censo in 
memoria di questa guerra; ma il Doge 



2l8 

Ziani era troppo saggio per non ac- 
cordare che si ripetesse un insulto, il 
quale non dovea essere che una le- 
zione leggera in apparenza, benché di 
profonda impronta nelF animo di chi 
la riceveva. L'esempio addotto dal po- 
polo non era applicabile al caso pre* 
sente; poiché evvi una gran differenza 
tra il punire alcuni individui temerarj, 
ed una intera città illustre, illuminata 
e valorosa. Il Governo Veneto non 
permise dunque né altri tributi, ne 
altre Feste che quelle di che parlam- 
mo ; e noi qui abbiamo voluto descri- 
ver tutto con esattezza, perchè non si 
confondesse la Festa presente con al- 
tre che in parecchi incontri ebbero 
luogo, e che troveranno anch'esse il 
loro posto, 



2I 9 



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WeJùa ciò b/anéa t^thcwc'a. 

i 

JNulla v'ha in questa Festa che ri* 
chiami alla memoria né una segnalata 
vittoria, ne una particolar divozione; 
e se porta un titolo sì venerabile, ciò 
è perchè si celebra nel giorno di 
santa Marta , e nella contrada che ne 
ha poscia ricevuto il nome, la quale 
si stende sopra l'estremo lembo della 
città, che guarda il ponente. 

In antico parecchie brigate si reca- 
vano entro certe barche alla pesca 
della sogliola , il miglior pesce che si 
mangi in luglio, e sulla sera smonta- 
vano a terra, e là sul fatto facean goz- 
zoviglia sulla riva più prossima 7 go- 
dendovi l'aria fresca confortatrice delle 
forze illanguidite dalla fatica del pe- 
scare, non meno che dal caldo della 
stagione. Divenuta in appresso più ric- 
ca la popolazione , ed introdottavisi 
la mollezza, si lasciò 1' opera della 



220 



pesca ai poverelli, costretti ad eserci- 
tarla per vivere , ed il faticoso tratte- 
nimento di prima si cangiò allora in 
un singolare divertimento. Vi s'imma- 
ginò una cena generale, in cui signo- 
reggiava 3 come signoreggia anche a' 
dì nostri , la sogliola, antico protago- 
nista, nobilitato poscia coli' aggiunta 
di una salsa, detta volgarmente saori 
e questa salsa poi, siccome assai spesso 
avviene, usurpando per sé tutti gli 
onori, finì con divenire il Nume non 
solo delle altre varie vivande, ma, per 
così dire , di tutta la cena. 

Quest'annuo spasso tanto più me- 
rita la nostra attenzione, perchè è uno 
di quelli, in cui il buon Popolo Ve- 
neto più segnatamente offre in mezzo 
alla gioja più viva il quadro d'un po- 
polo amico dell' ordine , della pace e 
della sociale armonia. Sembra , a dir 
vero, che sì gran turba non sia che 
una sola famiglia, i cui membri, ben- 
ché infiniti , sieno congiunti con un 
solo legame; e che uno stesso spirito, 
un principio stesso gli animi tutti 3 
quello del commi piacere. 



221 

Sentiamo noi pure certa dolce com- 
piacenza in descrivere uno spettacolo 
interamente spontaneo e non ordinato, 
se non da quel sentimento che inspira 
Fu ni versai piacere, e Fuso inveterato 
in questa città di fare delle corse sul- 
T acqua : uso che rese il suo popolo 
ingegnoso più di qualunque altro per 
inventarle singolari e brillanti, e per 
eseguirle con desterità sorprendente. 
Ma il tempo che trasvola insiem col 
destino, cangia, distrugge, e nuli' al- 
tro per isciagura ci lascia, che rimem- 
branze. Richiamiamo dunque a noi 
stessi ed a' nostri lettori questa scena 
interessante, come se ci fosse dinanzi 
agli occhi, benché altro di essa al 
presente non ci rimanga che languide 
traccie. 

r 

Il luogo principale di questa Festa 
marittima, di questa cena generale e 
il canal della Giudecca, le cui acque 
non si scorgono più che per intervalli, 
e quasi pajono altrettante striscie di 
fuoco agitate da remi, tanto grande è 
la copia di barche, che le ricoprono. 



222 

e tanto raddoppiata è l'illuminazione 
sopra le barche stesse. 

Nella sera di santa Marta il ricco 
^mostrasi, è vero, con grande splen- 
dore, ma non con fasto; e se impiega 
molto danaro nell'ornare la sua peota, 
noi fa per avvilire gli altri } ma per 
mostrare il suo buon gusto, L' orna- 
mento primario delle peote consiste 
ne' lumi. La mira è di accoppiare la 
magnificenza ad una disposizione ele- 
gante e simmetrica. Spesso sulla prua 
si collocano concerti di voci e di stru- 
menti da fiato, li cui suoni ripercossi 
dall'acqua producono un delizioso ef- 
fetto, che il silenzio della notte rende 
vieppiù seducente. 

Società numerose cittadinesche uni- 
sco nsi insieme per porsi in altre grandi 
barche dette tarlane; queste sono quelle 
dell'antico istituto, giacche servivano 
alla pesca, e sono quelle, che più par- 
ticolarmente figurano in questa Festa, 
Anch'esse brillano per la loro molti- 
plice illuminazione , poiché le lunghe 
funi che servono al maneggio delle.. 



2*3 

vele, sono tutte coperte di palloni va- 
riamente colorati. 

Altre pure ve n' hanno di più pic- 
ciole, con sopravi de' padiglioni, de- 
gli archi formati di rami d 1 albero ; 
delle ghirlande di fiori a più guise 
illuminate. 

Fin la più infima barchetta del me- 
schin pescatore è coronata di fronzuti 
rami intrecciati insieme con il suo pal- 
lone di carta . in cui arde un lumi- 
cino : in ciascuna di esse siedono at- 
torno una mensa più o meno sontuosa, 
que' che si sono insieme riuniti per 
darsi in preda ai diletto ; e toccando 
i bicchieri , i toasts eccitati dall' ami- 
cizia, e dalla libertà promuovono la 
letizia comune. Il modesto artigiano 
nel suo battello circondato dalla fa- 
miglinola assapora con gusto il suo 
piatto di pesce, ed applaudendo senza 
invidia ai concerti armonici delle peote 
e delle tartane, ch'egli accompagna, 
credesi di formar parte di quelle so- 
cietà. Egli gode con csse^ o almeno 
quanto esse. Vedilo : ei ride di cuore 



124 

al par di quegli strepitanti convitati, 
e le due candele che ardono ai due 
capi del suo legno entro i palloni ? 
opera della sua industria, lo soddi- 
sfano egualmente, che la magnifica il- 
luminazione atta ad offuscare lo splen- 
dor della luna ? e rischiarante nel suo 
passaggio tutte le rive. 

A centinaja le leggiere gondolette 
seguono le barche maggiori; esse go- 
dono dello spettacolo ed insieme il 
ravvivano , e tutto questo miscuglio 
di legni d'ogni specie forma una con- 
fusione che 7 anziché metter timore, 
riesce molto grata e piacevole a ve- 
dersi. Qui non ha luogo riè la vanità, 
ne la gara, perchè niuno aspira alla 
precedenza; la Festa è per tutti ì ne 
alcuno ha il diritto di sopraffare gli 
altri per passar egli solo ? ritardando 
1' altrui cammino, sospendendolo o fa- 
cendolo torcere altrove. 

Vedonsi fermi presso le rive mille 
battelli, anch'essi con eleganza forniti 
e illuminati , dove i vivandieri stanno 
somministrando i cibi; qualcuno ha 



22$ 

pur anco la sua musica. Sopra le men- 
tovate rive, che diconsi Zattere, le 
botteghe di catte e le bettole sono 
piene zeppe di gente. Fuori delle loro 
porte stanno apparecchiate delle ta- 
vole; tutto è illuminato ; sì che par 
giorno. 

Ciò poi ch'e sommamente bizzarro, 
e in vivo modo palesa la semplicità 
del popolo, son le cucine ambulanti, 
e stranamente piantate qua e là per le 
vie. Un uomo schiera sul suolo i suoi 
corbacci di sogliole preparate per cuo- 
cersi. Sopra due pietre posa due fasci 
di legno incrociati, e un po' di car- 
bone acceso : versa alquante stille di 
olio entro una padella, e con grida e 
strilli insoliti invita chi passa ad ap- 
profittarsi di quell' apparecchio , che 
col fumo e coli' odore provoca Y ap- 
petito. Diffidi cosa è il resistere a sì 
potente attrattiva • si arresta il passo , 
si prendono a sedili alcune panche, e 
cosi alla rinfusa formasi corona ad un 
desco. Il saor è già pronto; che aspettar 
altro? mangiasi con isquisito piacere 
Fol. TI i£ 



226 

Per tutta la lunghezza di questa 
contrada vedesi intanto un gran con- 
corso di persone 7 che vanno e ven- 
gono sino alla piazza di santa Marta, 
la quale forma prospetto al canale , e 
donde si può goder pienamente lo 
spettacolo delle barche. Le botteghe 
del saor e d' altri commestibili sono 
fornite con eleganza, e illuminate con 
buon gusto. E specialmente su quella 
piazza, che si trovano le cucine po- 
sticcie, in cui spiccano qual seconda- 
ria vivanda i polli arrosto. Ivi un 
suono confuso di tazze, di piatti, ivi 
il cicalio e grido de' venditori misto 
a canti incomposti ed a musicali stru- 
menti. Ogni casa cangiasi in taverna 
dove si mangia, si beve, e godesi al- 
legramente in una felice armonia so- 
ciale e fraterna. L'osservatore il più 
rigido non giungerebbe a scoprire in 
mezzo a questa immensa moltitudine 
riunita il menomo seme di discordia, 
la più leggera disputa, cosa ch'è pro- 
pria soltanto del popolo Veneto in 
tutte 1q sue Feste per brillanti e nu- 



227 

morose che sieno , a segno che mai 
non si ebbe bisogno di chiamare il 
soccorso della forza pubblica; ed i Ma- 
gistrati gelosi di conservare in tutta la 
sua purità il candore di questa felice 
concordia , avevano la maggior cura , 
onde la forza non fosse mai visibile 
in questi giorni , tanto temevano di 
affliggere colla sua presenza de' cit- 
tadini, che si abbandonavano senza ri- 
serva alla confidenza generale, e agl'in- 
viti del piacere, riponendo la tranquil- 
lità di ciascuno sotto la sopravveglian- 
za degli altri proprj concittadini. 

Questa Festa, o per dirla alla Ve- 
neziana , questa Sagra non finisce se 
non quando il sole comincia a riscal- 
dar coi suoi raggi quelle teste un poco 
già riscaldate dal liquore di Bacco : 
ma nel partire osservasi la stessa tran- 
quillità , ch'eravi nel venire, e da per 
tutto regna queir amabile cordialità e 
quella dolce allegria, che dissipa le 
querele domestiche , e riconcilia gì' i- 
nimici nel modo più stabile. Ed in- 
fatti la miglior pace è quella che si fa 



2s8 

col bicchiere alla mano. Perche i Mo- 
narchi si fanno tra loro la guerra ? 
dicea un bevitor famoso: Perche non 
tracannano mai insieme, 



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INDICE DELLE FESTE 

CONTENUTE NEL VOLUME SECONDO, 



Festa di Santa Maria della Carità pag. 3 

Della Domeniea delle Palme n in 

Di San Stefano, ossia Fi sita del 

Doge a San Giorgio Maggiore » 3o 

Del Giovedì Grasso ... « 44 

Del primo di Maggio, o sia Vi- 
sita del Doge al Monastero delle 

Vergini » 66 

Di Sant'Isidoro, al ritorno in 

Venezia del Doge Domenico Mi- 

chiel » 88 

Per la Presa di Costantinopoli» ii4 

Per la Ricuperazione di Candia » i5t. 

Del giorno di San Giovanni Ba- 
tista Decollato » i85 

Della Domenica dopo il giorno 

deW Ascensione » 194 

Per una vittoria sopra i Pado- 
vani » 2o3 

Di Santa Maria « 219 

FINE DEL VOLUME SECONDO. 



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